GLI  AMORI  DI  ERO  E  LEANDRO

POEMA GRECO

DI

MUSEO GRAMMATICO

TRASPORTATO IN  VERSI  ITALIANI

D A

ALESSANDRO MORTARA

Edizione di riferimento:

Gli amori di Ero e Leandro, poema greco di Museo Grammatico, trasportato in versi italiani da Alessandro Mortara, in Bologna, presso Giuseppe Lucchesini, 1810.

AMICI!

La Versione di questo Poema a Voi più che ad altri qualunque doveasi indirizzare e raccomandare. Voi ne ascoltaste alcuni squarci, gliene feste applauso, e mi animaste a produrre l’opera per intero: tocca a Voi dunque anco il proteggerla. In tal modo mi avrete dato un pegno della vostra amicizia, ed io vivrò nella dolce illusione d’avervi anticipata mente corrisposti.

PREFAZIONE DEL TRADUTTORE.

Giacchè sono per offerire al pubblico Una delle mie prime letterarie fatiche, non sarà, cred’io, fuor di proposito l’accompagnarla con qualche ragionamento. Un Poema Greco del genere erotico il più delicato è quello che ora da me tradotto in versi liberi Italiani esce alla luce sotto il titolo gli Amori d’Ero e Leandro. Sembrerà ad alcuni ch’io neppur tentare dovessi quest’ impresa; avvegnaché altri prima di me ne produssero le versioni loro [1], ed avendo riscossi tutti gli applausi immaginabili, niuno poteva rimanerne o pochi per questa mia qualunque siasi fatica. Nullostante siccome non ebbi in mira né di superarli né di eguagliarli, ma solo un mio particolare esercizio che guidar mi potesse od almeno iniziarmi al possedimento della Greca favella; così tutto il resto mi fu di nullo o lieve ostacolo al concepito pensiero. Né discara totalmente dovrebb’essere oggigiorno la mia produzione agli amanti dell’Attico idioma, che ognora si dolgono della poca cultura di esso in Italia; e se un Pagnini, un Butturini, un Lanzi, un Biamonti, un Lamberti, un Aponte e qualcun altro non tentassero coi loro luminosi esempj d’inspirarne l’amore, vedriasi interamente qui spento, e chi sa mai quando redivivo.

Veramente non puossi comprendere d’onde abbia origine una tal trascuranza, la qua le per certo è più che funesta all’Italiana letteratura, anzi un fondato presagio del decadimento di essa. E pur troppo a ragione inculcava di presente quasi obbliato il cantor di Venosa :

. . . . . . vos exemplaria Graeca

Nocturna versate manu, versate diurna.

Molti uomini grandi, forse sedotti dall’esempio d’alcuni della medesima sfera, i quali brillarono nella carriera letteraria senza aver se non di volo salutata la Grecia, si indussero a credere che per farsi ammirare non fosse punto necessario d’intisichir sopra i Greci, bastando di conoscere la loro storia letteraria, e d’aver letto i loro autori più celebri in qualche traduzione benfatta, persuasì che le bellezze essenziali e solide, quelle per le quali i Greci son grandi, possono conservarsi in qualunque lingua, e che quelle che svaporano in questo trasporto non siano che per la maggior parte la più leggiera delle loro opere, e di cui la perdita non vale gran fatto la pena d’essere compianta. Tutti gli altri poi che indistinti la plebe letteraria compongono incerti forse di quel che debbano pensarne, ignorandone la lingua e per conseguente trovandosi inabili a poter ricorrere ai fonti di essa, consultano talora svogliatamente le traduzioni dette fedeli, e trovandole per lo più stentate, aride e spoglie di finezza e destrità, sorpresi d’incontrar noja dove attendevan diletto, confondano l’originai coll’interprete, e condannano l’uno e l’altro ad una perpetua dimenticanza.

Ad evitare però ambidue questi inconvenienti uopo sarebbe di ottime traduzioni; poiché così i primi unendo alle proprie le sublimi idee de’ Greci modelli, supposto che persistano nel credere esser sufficiente la cognizione loro sulle traduzioni, vedremo emergere dai loro scritti se non un bello assoluto, almeno un bello che li distingua nel novero de’ primari letterati: ed i secondi trovandovi un pascolo ameno, lungi dall’essere annojati e ridotti a scordar eternamente e il traduttore e l’autore, verranno all’incontro stimolati a conoscerne anco i testi, e potranno quindi non disperare di salire un giorno essi pure ad un grado distinto nella Repubblica delle Lettere.

Ed ottime quelle traduzioni potransi chiamare che non una parefrasi sono, bensì un letterale trasporto delle idee, de’ concetti e dell’espressioni dell’autore tradotto, senza però che vi si traveda pedanteria, o , ciò che ancor più disgusterebbe, quel non saper disporre e connettere in modi varî e convenienti le cose che debbonsi esprimere. E tanto più diverrebbe un tal difetto insopportabile in una lingua, come si è la nostra Italiana, ricca di ogni sorta di bellezza e ben atta a piegarsi a qualunque abito di qualsiasi antica favella, senza che l’una abbia da arrossire, l’altra a dolersene.

Dal che sono per inferire che la melodia, le grazie della lingua e più della versificazione Italiana unite alle bellezze del testo ch’io ho tradotto, non potrebbero lasciar di piacere som mamente in mano di un esperto conoscitore della lingua, né molto forse lontana sarebbe la contesa del merito maggiore, cioè, se o all’autore o al traduttore piuttosto quello accordar si dovesse. Ma non so se in mie mani avrà sortito questo fortunato effetto, tuttocchè io abbia posto ogni studio in quanto mi vi poteva condurre. Né ho perciò dimenticato che mai non sarebbe ro entrate le idee per belle e buone ch’esse fossero, nè avrebbero fatta la conveniente impressione nell’intelletto di chi le avesse udite, se non vi si fossero introdotte accompagnate da alquanta armonia; né ho obbliato che non dovea sacrificare lo spirito della lingua in cui traduceva per salvare inviolato quello del testo, ma anzi procurare di conciliarli ambidue con qualche lor picciolo sagrificio, onde l’uno non trion fasse a spese dell’altro [2].

E qui più oltre mi diffonderei, se altre cose ch’io stimo da non ommettersi, dir non amassi tanto del Poeta quanto della composizione. C’è poco, in vero, per ciò che riguarda il primo su cui stabilire alcun che di sicuro: procureremo per altro di riferire ed esaminar di questo poco quello che più ci è sembrato cader in acconcio nel proposito nostro.

Giulio Cesare Scaligero [3] non dubita di attribuire questo Poema ad un Museo ateniese che visse ai tempi di Orfeo 1180 anni circa avanti Gesù Cristo. Quanto però sia erronea l’opinione di questo gran critico lo dimostrarono ampiamente Casaubono [4], Menagio [5], Sossio [6] e altri molti e lo stesso suo figlio Giuseppe Scaligero [7]. Aldo Manuzio [8] pure dall’osservare nelle due lettere scambievoli di Leandro e d’Ero scritte da Ovidio più luoghi imitati, trasse motivo d’opinare che avesse questo presa la materia da Museo, e perciò dovesse considerarsi di una data anteriore al Latino Poeta. Anche Giulio Cantero [9] ed Antonio Morello [10] fu rono propensi per quest’opinione. Ma i Critici più accurati lo vogliono vissuto verso la decadenza dell’Impero Romano. In un codice molto antico egli è nominato Grammatico [11], e dovette essere un qualche Alessandrino contemporaneo di Quinto Smirneo, di Coluto di Licopoli e d’altri tali. Infatti lo spirito ch’ei mostra di affettare (osserva il Quadrio [12]) era appunto il carattere dei Declamatori e dei Grammatici dell’ultima età della lingua Greca e Latina. Trovansi di più dei versi interi estratti dalle Dionisiache di Nonno di Panopoli: ciò tutto che dee farlo considerare per uno scrittore che prima non sia vissuto del quarto secolo dell’ Impero Romano .

Eppure il celebre Grecista Anton Maria Salvini sospettava che l’autore del nostro Poema fosse Marco Musuro, alle di cui poesie pur anco esistenti, sembravagli assomigliarsi lo stile, che per errore de’ copisti i quali forse trovarono il nome di Musuro abbreviato, sia stato letto Museo. Ed il ch. Ab. Lami assicura aver più volte intesa quest’opinione dalla bocca dello stesso Salvini. A togliere però ogni dubbio che quivi nascer potesse, basti l’osservare che Marco Musuro fiorì circa l’anno 1500 [13], e che prima di tale epoca si conoscevano dei Manoscritti del Poema gli Amori d’Ero e Leaandro che portavano per autore Museo.

Gli encomj che da molti dotti si sono profusi sui versi di questo Scrittore se accennare soltanto li dovessi sarei certo d’infastidir chi m’ascolta, ed io per esuberanza di cose quasi insufficiente ad esporli. Ciò non pertanto ragion vuole che non si lasci in qualche modo inesaurita questa parte che il decoro dell’autore non solo, ma il mio eziandio sì da vicino interessa.

Museo si è servito del verso eroico, come di quello che più atto gli è sembrato all’esposizione del suo fatto, il qual racchiude un racconto che più al poema eroico si ap- pressa di quello che a qualunque altro genere di poesia. L’opera sua è piena di azione e di delicatezza; lo stile è puro, e le espressioni sempre scelte. Laonde il ripetuto Giulio Cesare Scaligero senza alcuna difficoltà lo ha messo al dissopra e di Orfeo e di Omero medesimo; anzi, ei dice, che di gran lunga avrebbe meglio scritto Museo, se quanto abbiamo d’Omero quello scritto l’avesse [14]. E qui un erudito Letterato Francese [15] insorge dicendo che la falsa idea ch’egli aveva dell’antichità del nostro Poeta ha avuto senza dubbio qualche parte negli elogj smodati che gli ha prodigati. Nei poeti, prosiegue egli, è un frivolo avvantaggio quello di una versificazione un pò più studiata e scorrevole, la quale per se sola sentesi qualche volta più nello scolare che nel maestro. Se Omero, aggiunge, è superiore a tanti altri per nobiltà e fecondità di idee, per l’elevatezza de’ sentimenti, per il numero e la varietà de’ caratteri, per l’accozzamento di molti avvenimenti nell’unità di un’azione, come può essere con tutte queste particolarità inferiore a Museo, la di cui opera, se crediamo a Sossio, è più un risultato dell’arte che dell’ingegno? Non è per questo, continua egli, che in esso man chi lo spirito e tutto il sentimento che può desiderarsi; ma il soggetto è per se stesso sì semplice, sì circoscritto, e comporta tan to poco una moltitudine d’azioni subordinate ad un[’]azion[e] principale, che non può certamente fornir materia ad un vero Poema: questo non potrà essere giammai che un piccol racconto e un[’]opera di gusto piuttosto che d’ingegno .

Ma sia come si voglia la cosa sopra tale riguardo, tutti convengono però nel merito reale della Poesia. Una dolcezza piena d’eleganza, una tenerezza di sentimenti e di linguaggio sempre sostenuta sul medesimo tono sformano il costitutivo principale del pregio di essa. Basti l’elogio che Gaspare Barzio ne ha tessuto, perchè io più oltre non mi estenda. Omnia, ci dice, floridissima, nec tamen turgida; omnia nitentia, nec tamen calvitiem quandam prae se ferentia; omnia compta, sed sine pinguedine unguentorum exoticorum; omnia limpidissima, sed sine profunditate; omnia polita, sed sine fucis; omnia dulcia, sed sine somnifero papavere, quo sparsa esse plærumque solet nimium illa sibi aequalis suavitas. Amoris praeterea affctus et effectus tamquam in elegantissimo speculo apparent, ad vivum suis genuinis coloribus depicti : temeritatis coercendae et exercendae, e tiam in occulto, castigatis, exempla doctissima.

Quasi tutte le colte Nazioni amarono di avere vestito de’ loro abiti nazionali il nostro Museo. I commenti che sovr’esso si fecero occuparono, senza esagerare, i più floridi giorni de’ primi letterati de’ secoli trasandati. Ned io pure ho creduto di gettar malamente un gualche mese di tempo in questa mia versione, che adorna di quell’erudizione che può essere la più necessaria, pre sento ora al pubblico. Qualunque sia l’accoglimento che le venga da esso prestato, l’aggradirò egualmente. Se sta che lodi ne riporti, avrò in esse uno stimolo a cose maggiori; se critiche, apprenderò ad evitare in altra occasione que’ diffetti, di cui non m’ era reso di presente avvertito.

GLI AMORI DI ERO E LEANDRO.

Narrami, Dea, la testimonia face

Degli amori furtivi, e gl’ imenei

Che col nauta notturno il mar solcaro,

E il tenebroso nodo al guardo ignoto

Dell’Aurora immortal, e Sesto e Abido [16],                           5

Ove i notturni fur sponsali d’Ero.

Già già Leandro il nuotatore ascolto

E in un la face che fu nunzia eccelsa

Del venereo messaggio e nunzia d’Ero,

A cui, mentr’essa fea sue buje nozze,                                 10

Le nozze ornava. Era d’Amor l’immago

In lieti modi in quella teda scolta;

E ben doveva dall’Etereo Giove,

Dopo compiuto il suo notturno uffizio,

Esser degli astri all’alto coro aggiunta,                               15

E nomarsi d’amor pronuba illustre,

Perchè già fu delle penose cure

Dell’Idalio fanciul chiara ministra,

E custodì del vigilante imene

L’annuncio, prima che il nemico vento                              20

Coll’ importuno suo soffio spirasse.

Su via: meco a cantar dunque t’unisci

Il fin che lei col bel Leandro estinse.

Di Sesto a fronte è la città d’Abido.

Al margo ambe del mar, ambe vicine:                               25

Ed il Divo Cupido teso l’arco

Ad ambe le città vibrò uno strale

Che un garzoncello ed una vergin arse.

Ei l’amabil Leandro si nomava,

Ero la vaga e casta donzelletta:                                           30

Ella Sesto abitava ed egli Abido;

D’ ambe queste città stelle venuste

Fra lor simili. O tu che la passassi

T’ arresta a ricercar di certa torre

D’onde sporgeva la Sestia Ero il lume                                35

Ch’ era di scorta al bel Leandro amante;

Della vetusta Abido ancor ricerca

L’ ondisonante stretto, che la morte

E l’amor piange di Leandro ancora.

Ma come mai Leandro, che d’Abido                                  40

Le contrade tenean, d’amor s’accese

Per Ero, ed essa in laccio egual fu stretta?

Costei che in sorte regal sangue aveo.

Dell’Afrodisia Diva era Ministra.

Lungi dal patrio tetto, entro una torre                               45

E delle nozze non per anco istrutta

Lunghesso il mar propinquo avea dimora.

Nuova Ciprigna, ma modesta e casta

D’altre donne non mai s’unia alla schiera,

Né il piè portò giammai fra i grazïosi                                50

Balli di fresca gioventù a lei pari;

Evitando così dell’ invidiose

Femmine il livor tristo, che nel seno

Destasi lor per la beltade altrui.

Ma sempre Citerea Vener placava,                                     55

Ed era spesso a conciliarsi intenta

Co’ sagrifici la Celeste Madre [17]

E in un d’Amor il Dio: tanto l’ignita

Faretra paventava. Eppur indarno

Tentò sottrarsi agli infuocati dardi.                                     60

Delle gran feste popolari il tempo,

Che d’Adone in onore e di Ciprigna

Si celebrano in Sesto [18] era omai giunto.

Ed a caterve, s’affrettavan tutti

Per giugnere colà, nel sacro giorno                                    65

Gli abitator dell’isole vicine,

Quelli d’Emonia [19] pur ed altri ancora

Della marina Cipri [20]; nè veruna

Donna vi fu che in le città restasse

Di Citera [21], né alcuno danzatore                                     70

Che non scendesse dalle cime eccelse

Dell’odoroso Libano [22], né quello

Che Frigia [23] accoglie nel materno seno,

Né cittadin della vicina Abido,

Né garzon che piagato ha il cor d’amore;                          75

Poiché questi accorrendo ovunque fama

Grido diffonde di solenni feste,

Non tanto è tratto dall’amor dei Numi

Quanto dal bel di vagheggiar desio

Le vergini leggiadre insieme accolte,                                  80

Pel tempio della Dea iva a diporto

La bella vergin Ero, e tramandava

Lampi dal viso di modesta luce,

Qual la nascente suole argentea luna.

Il colmo delle sue candide gote                                           85

Di porpora lucente era dipinto,

Come apparir a due color si vede

Rosa gentil dal buccio suo dischiusa.

Sembravano di rose un prato ameno

Le membra sue vezzose e dilicate                                       90

Che un bianco vel copria leggiadramente.

S’ella movea sotto suoi piè le rose

Pompa facean di lor natia bellezza,

E dalle membra tutte traspirava

Folto drapello di venuste grazie.                                         95

Inver mendaci fur gli antichi allora

Che disse? tre soltanto esser le Grazie,

Mentre della bell’Ero un occhio solo

Splendea di cento e cento Grazie adorno.

Come potea trovar la Cipria Dea.                                       100

Sacerdotessa di costei più degna?

Vincendo assai dell’altre donne il pregio

Parea d’Amor novella Genitrice.

Le molli percuoteva alme flessibili

De’ giovanetti, nè di loro un solo                                        105

Un sol non v’ era che per lei piagato

Non desiasse sua compagna averla.

Ella errava pel tempio, e l’alme intorno,

Gli occhi, i pensier del maschil sesso avea;

Sicché alcun di que’ giovani rapito                                     110

Dallo stupor sciolse in tai detti il labbro.

A Sparta fui, Lacedemóne [24] io vidi,

Ove di belle esser sappiam la gara;

Pur simile a costei colà non scôrsi:

Tanto pregievol è, tenera tanto.                                          115

E, né mal m’apporrò, quivi Ciprigna

Di sue giovani Grazie ave fors’una.

Stanco già di mirar, non sazio ancora,

Varcare io gradirei l’ombre Letée

Dopo che imene stretto seco avessi;                                    120

Né un Nume esser d’Olimpo io curerei

Quando nel tetto mio fosse mia sposa ...

Ma se appressarmi, o Citerea, non lice

Alla vergine tua vaga Ministra,

Dammi la sposa deh che le somigli! …                              125

Così questi parlava. Intanto altrove

Chi la ferita rinserrava in core,

A rimirar tante bellezze intento

In sospiri profondi si struggeva .

Ma come tu, miser Leandro, hai visto                        130

L’inclita verginetta, al cor sdegnasti

Stimoli occulti a esacerbar la piaga.

E all’improvviso dagli ardenti strali

Domo, volevi abbandonar la vita,

Se tua non fosse la bellissim’ Ero.                                       135

Al dolce lampeggiar de’ sguardi suoi

La vampa in esso s’accrescea d’amore,

Ed il cor con vieppiù d’ardore e fuoco

Ardeva tutto alla crudel violenza;

Giacché insigne beltà di donzelletta                                   140

D’ogni difetto scevra ognun percuote

Rapida più d’ una saetta alata.

L’occhio è la strada, e dal corrusco lampo

Dell’occhio feritor s’apre la piaga

Che va l’interno a ricercar dell’uomo.                                145

Ei fu compreso in questo punto e stretto

Dallo stupor e dall’audacia insieme

E dalla verecondia e dal tremore.

Il cor gli palpitata in fiera guisa,

Né del pudor lo ratteneva il freno.                                      150

Ma intanto ch’ei di maraviglia pieno

La perfetta di lei beltà mirava,

Toglieagli Amore ogni rossor dal volto.

E omai spezzato ogni primier ritegno

Inverecondo il piè tacitamente                                            155

Vêr lei moveva, e in faccia a lei fermossi.

Alla vaga donzella obbliquamente

I suoi volgeva lusinghieri sguardi,

E con mute espressioni e cenni accorti

Le seduceva il vagheggiato core.                                        160

Ma di Leandro ella conobbe appena

L’ ingannevol desio che si godette

Di sua beltade, e molte volte ancora

Corrispondendo con occulti segni

Taciturna celossi il bel sembiante,                                       165

E a lui rimpetto l’inchinò, di nuovo.

Egli che vide gli amor suoi già noti

Alla donzella, e pur non n’era schiva,

Tutto esultava nel segreto petto.

Or mentre s’ attendea furtivo istante                          170

Dal giovane Leandro, in vêr l’occaso

Già già scendeva la dïurna luce

A raccorre il suo lume in occidente,

E dall’opposta parte espero apparve

Dell’ombre taciturne alma foriera.                                     175

Tosto ch’ei vide l’orizzonte intero

Coperto della notte atro-vestita,

Arditamente alla fanciulla amata

S’appressò, e distringendo in dolci modi

Sue rosee dita, dal profondo seno                                       180

Gravi e dolenti ne traea sospiri.

Ella taceva, e disdegnosa in atto

La rosata sua mano a se ritrasse.

Ma ei ben s’avvide che da questi segni

Dell’amabil donzella era la mente                                      185

Più docil resa, e pien d’audacia allora

Colla man le scotea la varia veste,

E dell’ augusto venerando tempio

Alle soglie remote ei la traea.

Ero però la vergine diletta                                                   190

Con lento passo i passi suoi seguia,

Quasicchè ritrosetta lo sdegnasse;

E minacciosa con femminee voci

Così proruppe al garzoncel d’Abido:

Quale, o stranier, follìa t’ingombra? E dove              195

Me guidi vergin sventurata ahi! troppo?

Altrove il piè rivolgi, e il manto lascia,

Ed allo sdegno ed al furor t’invola

De’ genitori miei ricchi e possenti.

Non lice a te dell’Afrodisia Diva                                         200

La Ministra toccar: né facil puossi

D’una vergin godere il casto letto.

In guisa tale a minacciarlo imprese,

Come il decor chiedea di verginella.

Ma dopo che Leandro ebbe il furore                          205

Delle minaccie femminili udito

Delle vergini scôrse i segni, ond’esse

Si palesan per vinte; che allorquando

Si fan le donne a minacciare i giovani

Son le stesse minaccie messaggiere                                    210

D’amorosi congressi. Ad essa intanto

La colorita gola egli baciando

Che tutta oliva di soavi essenze,

Punto d’amor articolò tai detti :

O Venere mia cara, dopo Venere!                               215

O dopo di Minerva, mia Minerva!

Poiché chiamarti alle terrene donne

Non voglio egual, ma del Saturnio Giove

Alle figliuole assomigliar ti deggio.

Felice il genitor che ti produsse,                                          230

E la madre beata da cui fosti

Tu partorita, e più felice il grembo

Che t'ha portata in sé!... Ma deh le mie

Calde preghiere ascolta, e dell’ardore

Che mi trasporta a tanto impietosisci!                                235

Quale tu sei di Citerea Ministra

L’opre di Citerea seguir ti piaccia.

I sacri della Dea riti nuziali

T’appresta adunque a celebrar; che male

A Venere s’addice per Ministra                                           240

Una casta donzella. Essa non ama

Véergini avere. Che se poi di questa

Le dolci leggi ed i fedeli arcani

Apprender vuoi, sono le nozze e il letto.

S’ è ver ch’ami Ciprigna, degli amori                                 245

Servi all’amabil legge che la mente

Sa raddolcir. Me tuo supplice accogli

E sposo ancor, se vuoi; giacché Cupido

Mi cacciò co’ suoi dardi, e mi ti ha preso,

Come il veloce auriverga Mercurio                                     250

Trasse servo d’amore Ercole audace

Alla Jardania Ninfa. Ma dal saggio

Mercurio scorto non son io: guidommi

Cipride a te. Non debbe esserti occulto

Come l’Arcadia vergine Atalanta,                                      255

Che dell’amante Melanione il letto

Un dì fuggìa per conservar la sua

Verginità, Venere irata poi

Quel ch’ella non amò crudele in pria

Fé sì che il cor di lei tutto occupasse.                                  260

E tu pur cedi persüasa, o cara,

Per non destar di Citerea lo sdegno.

Così quegli parlò d’amor facendo

L’anima accesa gareggiar co’ detti.

Ed in tal modo persüasa ei vinse                                         265

Della donzella la ritrosa mente.

La vergin muta allora in terra fisse

Lo sguardo, onde celar la rubefatta

Guancia per lo pudor. Del piè sull’orma

Radea del suol la superficie intanto,                                   270

E di vergogna in atto agli òmer suoi

Spessa intorno stringea la propria veste.

Di persüasïon tutti eran questi

Espressi segni, ed il silenzio istesso.

In vergin vinta è la promessa al letto.                                 275

E già d’amor le riscaldava il seno

Un commisto ad amar stimolo dolce,

E ’l suo vergine cor d’un grato fuoco

Dolcemente abbracciava, e alla bellezza

Dell’amabil Leandro istupidiva.                                         280

Or mentre al suol tenea china la fronte

Non mai colla d’amor vampante faccia

Erasi stanco di mirar Leandro

Della fanciulla il delicato collo.

Ed essa alfin la sua voce soave.                                           285

Ver Leandro diè fuor, dal volto il molle

Rossore di vergogna distillando:

Colle parole tue le pietre istesse

Moveresti, o Stranier. E chi del vario

Parlare t’insegnò gli astuti giri?                                          290

Ohimè!... chi mai nella mia patria terra

Chi ti guidò?... Son vani i detti tuoi,

Tutti son vani. Poiché tu straniero

Errante e infido come mai potresti

Far che il tuo fosse all’amor mio congiunto?…                 295

Pubblicamente in sacri nodi unirci

A noi non lice, ed i parenti miei

Lo vieterian. Se poi ospite ignoto

Tu nella patria mia volessi starti

Non potresti celar l’occulta venere,                                     300

Che la lingua dell’uom tende all’oltraggio

Dell’altrui fama, e ciò che alcuno oprato

Ha nel silenzio ode eccheggiar per i rivj.

Or dimmi il nome tuo, ned occultarmi

Quello del patria suol; e acciò ti sia                                     305

Palese il mio, l’inclito nome ho d’Ero.

In questa torre, che sonanti i flutti

Circondan col fragor, la mia magione

Vi sta sublime, in cui sola abitando

Con un’ancella mia, dinante a Sesto                                  310

Sovra l’acque profonde, ho il mar propinquo

Per severo voler de’ miei parenti.

Né le fanciulle a me d’etade eguali

Mi son vicine, né presenti ho mai

De’ giovani le danze: io notte e giorno                               315

Sempre e solo all’orecchie ho il roco suono

Del mar che fiero romoreggia ... E in questo

Favellar nascondea sotto la veste

La rosea guancia che il pudor di nuovo

Così dipinse; e sé medesma ancora                                     320

Di sue parole riprendea già dette.

Ma dall’acuto spron d’amor percosso

Il giovane Leandro, iva pensando

In qual modo pugnar nell’amoroso

Certame egli dovesse; dacché vario                                    325

Ne’ suoi consigli Amor co’ dardi suoi

L’uomo doma, ed all’uom ch’era piagato

La ferita risana, ed a coloro

Di cui domina il core, ei ch’è d’ognuno

Lo scaltro domator, consiglier fassi.                                   330

Ora egli stesso all’amator Leandro

Porgeva ajuto; onde al fin quei gemendo

In tali sciolse maliziosi accenti:

Vergin! per amor tuo l’aspero flutto

Rappasserò, benché di fuoco ei bolla;                                 335

E fosse l’onda innavigabil, io

No ch’io non temo il minaccioso flutto

Per venir al tuo letto, né il sonoro

Fremer del mar che mugge. Ma portato

Sempre pel mar di notte umido sposo                                340

A nuoto solcherò dell’Ellesponto [25]

La corrente infedel; non lungi siede

Di fronte a questa tua la patria mia

D’Abido la città. Soltanto accendi

Dall’eccelsa tua torre una lucerna                                       345

Che a me rincontro le tenèbre allumi:

E così in riguardarla un[’]amorosa

Nave io mi sembri; il lume tuo di stella

Guidatrice sarammi, in cui fissando

Contento il guardo, da me fian negletti                             350

L’ occidental Boote, il fiero Orione,

E del Plaustro il non mai bagnato carro;

E venga intanto della patria tua,

Che m’è posta a rimpetto, al dolce porto.

Ma bada, o cara, che de’ venti il grave                               355

Soffiar non spenga il lume (ond’io ben tosto

L’anima esalerei ), lume che chiaro

Duce fia di mia vita! S’anco poi

Veracemente tu volessi il mio

Nome saper, Leandro ho nome, sposo                               360

Della ben ghirlandata Ero venusta.

Così costor con clandestine nozze

Concertavan d’unirsi, e giurâr fede

Di conservare i lor notturni amori

E il messaggio d’Imene alla presenza                                 365

Della lucerna: ella d’esporre il lume,

E questi di solcare i lunghi fiotti.

Trascorsa poscia de’ veglianti nodi

La grata notte, l’un dall’altro astretti

Dalla necessità si separaro;                                                  370

Quella alla propria torre; ei per le folte

Ombre segnando della rocca il luogo

Per non smarirsi, a nuoto giva al vasto

Popol d’Abido che profondo ha il piede,

Ed alle occulte maritali pugne                                            375

Essi agognando nell’intera notte,

Pregar sovente che venisse il bujo

Del talamo ministro. Omai sorgea

La caligin di notte in negro manto

A qualunque mortale a recar sonno:                                  380

Non già a Leandro innamorato. Il cenno

Questi del mar sonante appresso il lido

Attendea delle nozze alto - lucenti

 E la teda feral nunzia tremenda

Del talamo segreto, avido ognora                                       385

Scorger da lungi desïava. Allora

Che l’ali sue caliginose appieno

Ebbe l’oscurità stese d’intorno,

Trasse Ero fuori la facella: e questa

Subito accesa il pargoletto Dio                                            390

Del smanioso Leandro il cuore accese,

Ond’ essa ardente in un con esso ardeva.

Ma delle furïose onde del mare

Lo strepitoso rimbombar udendo

Alquanto in pria tremava; indi l’ardire

Svegliò nel seno, e a confortar si diede                               395

L’anima impaurita con tai detti :

Implacabile è il mar, crudo l’amore:

Ma è del mar l’acqua, e mi divora interno

Fuoco d’amor: di fuoco adunque, o core,

Fatti intorno lorica, e senza tema                                        400

Va l’acqua ad affrontar ch’ivi si spande:

Corri all’amor: Perchè paventi i flutti?

Non sai che Citerea dell’onde è prole?

Ch’ella domina il mare e i nostri affanni?...

E così detto dalle vaghe membra                                405

Con ambedue le man spogliò la veste,

Al suo capo la strinse, e dalla ripa

Balzò lanciando il corpo suo nel mare;

E della face fiammeggiante ognora

S’affrettava a rincontro, ed a sé stesso                                410

E remigante e carco e nave egli era.

Intanto in vetta la lucifer’ Ero

All’alta torre proteggèa sovente

Col vel la face dai funesti soffj

Da quella parte ove moveasi il vento;                                 415

Finché Leandro affaticato giunse

Di Sesto al naval porto, e alla sua torre

Ella il condusse. E l’anelante sposo

Che ancor delle spumose acque del mare

Stillanti avea le chiome, dalla porta                                    420

Nel silenzio abbracciato insin guidollo

Nel più riposto verginal ricetto

Che già tenea per queste nozze adorno.

Quivi ella tutto rasciugôgli il corpo,

E d’un unguento che di rose oliva                                      425

L’unse, tal che del mar svanì l’odore.

Poscia nel letto spiumacciato, tutto

Stringendo il palpitante ancor marito

Al suo fervido petto, in questi motti

Più che mel dolci sprigionò la voce :                                   430

A te che tanto sofferisti, o sposo,

Quanto giammai sposo verun sofferse,

Sì, o sposo, a te che sopportasti tanto

E la sals’onda basti ed il piscoso

Odor del mar che mormorante freme:                               435

Qua nel mio seno i tuoi sudor deponi.

Tacque ciò detto: ed ei tosto il bel cinto [26]

Le sciolse, e dell’amica Dea Ciprigna

Si assoggettâro alle gradite leggi.

Si fêr le nozze, ma non v’eran danze;                                440

Eravi il letto, ma non v’eran gl’inni;

Né lodò vate alcuno il sacro giogo,

Né il talamo nuzial fu reso chiaro

Dallo splendor di faci, né i piè mosse

Agili alcuno ad intrecciar carole,                                        445

Né il padre né la madre ha l’imeneo

Cari tanto. Ma il silenzio che nell’ore

Sacre a sponsali rifaceva il letto,

Il talamo piantò; la sposa ornaro

Caliginose tenebre; e de’ canti                                             450

Degli imenei fu privo il maritaggio.

Era però pronuba lor la notte,

Né lo sposo Leandro unqua si vide

Palesamente dall’aurora in letto:

Che nuotando di nuovo ei ritornava                                   455

Al situato a dirimpetto Abido

Spirante ancora le notturne nozze,

Ma non già sazio. Ed Ero avvolta in lungo

Manto, ingannando i genitori suoi,

Era vergine il dì, sposa la notte;                                          460

E spesso ambo devoti alzâr preghiere

Acciò scendesse in vêr l’occaso il giorno.

In tal guisa costor cauti celando

Del reciproco amor la dura possa

D’ occulta Vener si prendean diletto.                                  465

Ma di lor vita assai fu breve il tempo,

Né de’ vaghi imenei fruîro a lungo;

Che sovraggiunse del brinoso verno

La rigida stagion che vorticose

Volvea procelle orrende, e le non ferme                             470

Cavitadi e del mar l’acquoso fondo

Sbattea col soffio gl’îemali venti

E tutto percuotean col turbo il mare.

E già il nocchier la tempestosa e infida

Onda fuggendo, al bipartito porto                                     475

La sbattuta spingea negra sua nave.

Ma te d’iberno procelloso mare

Non ritenne il timor, Leandro audace.

Il nunzio appena dell’usate nozze

T’avea mostrato dalla torre il lume,                                    480

Che fosti spinto al crudel cenno ed empio

La furibonda a disprezzar maréa

Del verno all’apparir Ero infelice

Ben dovea da Leandro esser disgiunta,

Né accender più l’astro forier del letto.                               485

Ma l’astrinse l’amor, l’astrinse il fato,

E lusingata, oh Dio! l’orribil face

Delle Parche mostrò, non più d’Amore.

Era la notte, e più perversi i venti,

Venti che intorno con iberni soffj                                        490

Sferzavano crudeli, ivan spirando,

E aggrovigliati fieramente insieme

Si scagliavan del mare in sulla sponda;

Allor che pieno di speranza il core,

A traverso portato era Leandro                                           495

I sonanti marittimi imenei.

Già travolgeasi sovra il flutto il flutto,

S’accavallavan l’onde, il mar coll’etra

Già si mesceva, e la percossa terra

Scoteasi anch’essa al battagliar de’ venti.                          500

Euro spirava a Zefiro d[’]incontro,

E Noto irato ad Aquilon protervo

Fiere minaccie inviava, ed incessante

Un rimbombo scorrea pel mar sommosso.

Ma Leandro meschino entro gli immiti                     505

Vortici intanto, i voti suoi porgea

Supplice spesso alla Marina Venere,

E spesso ancora al Re del mar Nettunno,

Né immemore lasciò l’Attica Ninfa

A Borea crudo. Ma di nullo ajuto                                       510

Gli fur cortesi, e Amor, lo stesso Amore

Delle Parche la forza invan trattenne.

Dal rio furor degli adunati flutti

Che il percotevan con opposta fronte,

Qua e là vagante egli venia portato.                                   515

Mancò vigore al piè, di tutta lena

L’ irrequiete palme esauste furo;

Molti per gola trascorreangli d’acqua

Ampi rovesci, e suo mal prò l’ingrato

Umor bevea dell’implacabil mare.                                     520

E già vento crudel l’infida estinse

Ardente face, e di Leandro oh Dio!

Di lui che chiama in su le ciglia il pianto,

E la vita e l’amor con essa estinse.

Mentre indugiava quei, con vigil occhio                   525

Ero si stava in angosciose cure.

Surse l’aurora alfin; pur non vedea

Ero il consorte. D’ogni intorno il guardo

Per l’immenso del mar dorso ella stese,

Acciò veder, se,poiché spento il lume,                                530

In qualche parte il caro sposo errasse.

Ma quando al piede della torre il scôrse

Pesto da scoglj, estinto, allor la vaga

Leggiadra veste si squarciò dal petto,

E da sé stessa dall’eccelsa torre                                           535

Capovolta nel mar precipitò.

Così sul morto sposo Ero morìo,

E si godero ancor nel fato estremo.

Note

________________________

 

[1] Varj ne annoverà il Quadrio; i più stimabili sono Anton Maria Salvini, Girolamo Pompei, l’ Arciprete Duso di Vicenza, e l’Ab. Andrea Rubbi, che fu l’ultimo.

[2] Così il Cav. Vincenzo Monti nelle sue Considerazioni sulla difficoltà di ben tradurre la protasi dell’Iliade d’Omero. Vedi Esperimenti di traduzione dell’Iliade del Prof. Ugo Foscolo.

[3] Poetices Lib. V. Crit. Cap. II.

[4] Nelle annotazioni a Diogene Laerzio De vitis, dogmatibus et Apophthegmatibus clarorum pbilosophorum, Lib. I.

[5] Nelle sue osservazioni alla stess’opera di Laerzio Lib. I. Segm. 3.

[6] De Veterum Poetarum temporibus Lib. I. Cap. IX.

[7] Epist. 247. a Claudio Salmasio.

[8] Nell’ epistola premessa alla sua edizione di Museo fatta in Venezia intorno all’anno 1496.

[9] Novarum lectionum Lib. I. Cap. XI

[10] Ex specimine rei numeraria.

[11] Michele Sofiano, Leone Alazio, Giacomo Grenovio, trovarono un antico codice Mss. delPoema di Museo col frontispizio: Μωσαω τώ Γραμματικῶ τὸ χαδ᾿ Η᾿ρω χαὶ Λεανδρον.

[12] Storia e Regione d’ogni Pesia Vol. 4« T. 7, Lib. II., Dist. I. Cap, III.

[13] Lilio Gregorio Giraldi, De poetis suorum temporum, Dialogo II.

[14] Arbitror ego Musai stilum longe esse Homerico politiorem atque comptiorem. Nam quemadmodum omnes ejus versus sunt incomparabilis, solique e Gracanicis Virgiglio digni: ita nonnulli adeo compositi, ut ab ejus gentes nullo alio quam a Museo dici potuisse videantur. Quare neque Homerum neque Orpheum, sed Musaum fecit ille principem Elysiacorum cantionum. In versibus enim Musai nullam vides licentiam, omnia castigata: rarissimum quippe admittit biatum, et lectis verbis utitur. Quod si Musaus ea, qua Homerus scripsit scripsisset, longe melius eum scripturum fuisse judicemus. Poetices Lib. V. Cris, Cap. II.

[15] Il Sig. de la Nauze. Vedi Istoria dell’Accademia reale delle Iscrizioni e belle Lettere di Francia, T 7.

[16] Città che un tempo trovavansi l’una oppostamente all’altra sulle rive dell’ Ellesponto, da cui venivano frammezzate; la prima posta sulla parte Europea, la seconda sull’Asiatica, alla distanza di sette stadj l’una dall’altra.

[17] Gli antichi distinguevano due Veneri, una Celeste ed una Terrestre. La prima presiedeva agli amori casti e puri, l’altra per l’opposto agli sregolati ed Impudichi, Vedi Platone nel Convivio e Pausania nei Beotici.

[18] In questa ed in altre città della Grecia celebravansi feste solenni in onore di Adone e di Venere, che con un solo nome venivano Adonie appellate. Gli amori che passarono fra questa Dea ed il vago giovanetto Adone, diedero motivo all'istituzione di un tale culto. Vedi Meursio nella sua Grecia Festiva. Lib. 1.

[19] Questa Provincia era anticamente conosciuta sotto diverse denominazioni; generalmente però sotto quella di Tessaglia. Trovavasi in Grecia in poca lontananza dall'Arcipelago. Ora è nota sotto il nome di Janna, e forma parte della Turchia Europea.

[20] Isola del mar mediterraneo sulla parte dell'Asia posta fra la Cilicia e la Siria. Ella è celebre nell' antichità pagana pel tempio famoso che ivi era consacrato a Venere. Si conosce tuttora sotto la medesima denominazione .

[21] Varie evano le città che così si chiamavano, ed è per ciò che il Poeta varie ne accenna. Una trovavasi nell'isola di Cipri, una in Tessaglia ed una ancora nell’isola dello stesso nome, la quale ora vien detto Cerìgo.

[22] Gran monte dell' Asia ai confini della Palestina e della Siria. Egli è formato da una catena di alti monti, i quali prendono principio vicino a Trìpoli verso il Mar Rosso, e ti estendono fino al di là di Damasco verso l'Arabia Deserta. Dicesi odoroso dall'abbondanza d'incensi e di cedri che vi si raccolgono.

[23] Provincia dell’Asia minore. L'impero che vi ebbero i Trojani, e le ricchezze di Attalo che ne fu Principe, l' hanno resa assai nota nei fasti dell' antichità.

[24] Lacedemone provincia della Grecia nel Peloponneso rive dell'Eurota, di cui Sparta era la città capitale.

[25] Canale o stretto ora chiamato dei Dardanelli o di Gallipoli, il quale congiunse l'Arcipelago alle Propontide.

[26] Era questo un ornamento muliebre. Pompeo Festo parlando di esso, cigulo, dice, nova nupta prscingebatur, quod vir in lecto solvebat; ed anche Varrone novus maritus tacitus taxim uxoris solvebas cigulum.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011