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Edizione di riferimento:
Gli amori di Ero e Leandro, poema greco di Museo Grammatico, trasportato in versi italiani da Alessandro Mortara, in Bologna, presso Giuseppe Lucchesini, 1810.
La Versione di questo Poema a Voi più che ad altri qualunque doveasi indirizzare e raccomandare. Voi ne ascoltaste alcuni squarci, gliene feste applauso, e mi animaste a produrre l’opera per intero: tocca a Voi dunque anco il proteggerla. In tal modo mi avrete dato un pegno della vostra amicizia, ed io vivrò nella dolce illusione d’avervi anticipata mente corrisposti.
Giacchè sono per offerire al pubblico Una delle mie prime letterarie fatiche, non sarà, cred’io, fuor di proposito l’accompagnarla con qualche ragionamento. Un Poema Greco del genere erotico il più delicato è quello che ora da me tradotto in versi liberi Italiani esce alla luce sotto il titolo gli Amori d’Ero e Leandro. Sembrerà ad alcuni ch’io neppur tentare dovessi quest’ impresa; avvegnaché altri prima di me ne produssero le versioni loro [1], ed avendo riscossi tutti gli applausi immaginabili, niuno poteva rimanerne o pochi per questa mia qualunque siasi fatica. Nullostante siccome non ebbi in mira né di superarli né di eguagliarli, ma solo un mio particolare esercizio che guidar mi potesse od almeno iniziarmi al possedimento della Greca favella; così tutto il resto mi fu di nullo o lieve ostacolo al concepito pensiero. Né discara totalmente dovrebb’essere oggigiorno la mia produzione agli amanti dell’Attico idioma, che ognora si dolgono della poca cultura di esso in Italia; e se un Pagnini, un Butturini, un Lanzi, un Biamonti, un Lamberti, un Aponte e qualcun altro non tentassero coi loro luminosi esempj d’inspirarne l’amore, vedriasi interamente qui spento, e chi sa mai quando redivivo.
Veramente non puossi comprendere d’onde abbia origine una tal trascuranza, la qua le per certo è più che funesta all’Italiana letteratura, anzi un fondato presagio del decadimento di essa. E pur troppo a ragione inculcava di presente quasi obbliato il cantor di Venosa :
. . . . . . vos exemplaria Graeca
Nocturna versate manu, versate diurna.
Molti uomini grandi, forse sedotti dall’esempio d’alcuni della medesima sfera, i quali brillarono nella carriera letteraria senza aver se non di volo salutata la Grecia, si indussero a credere che per farsi ammirare non fosse punto necessario d’intisichir sopra i Greci, bastando di conoscere la loro storia letteraria, e d’aver letto i loro autori più celebri in qualche traduzione benfatta, persuasì che le bellezze essenziali e solide, quelle per le quali i Greci son grandi, possono conservarsi in qualunque lingua, e che quelle che svaporano in questo trasporto non siano che per la maggior parte la più leggiera delle loro opere, e di cui la perdita non vale gran fatto la pena d’essere compianta. Tutti gli altri poi che indistinti la plebe letteraria compongono incerti forse di quel che debbano pensarne, ignorandone la lingua e per conseguente trovandosi inabili a poter ricorrere ai fonti di essa, consultano talora svogliatamente le traduzioni dette fedeli, e trovandole per lo più stentate, aride e spoglie di finezza e destrità, sorpresi d’incontrar noja dove attendevan diletto, confondano l’originai coll’interprete, e condannano l’uno e l’altro ad una perpetua dimenticanza.
Ad evitare però ambidue questi inconvenienti uopo sarebbe di ottime traduzioni; poiché così i primi unendo alle proprie le sublimi idee de’ Greci modelli, supposto che persistano nel credere esser sufficiente la cognizione loro sulle traduzioni, vedremo emergere dai loro scritti se non un bello assoluto, almeno un bello che li distingua nel novero de’ primari letterati: ed i secondi trovandovi un pascolo ameno, lungi dall’essere annojati e ridotti a scordar eternamente e il traduttore e l’autore, verranno all’incontro stimolati a conoscerne anco i testi, e potranno quindi non disperare di salire un giorno essi pure ad un grado distinto nella Repubblica delle Lettere.
Ed ottime quelle traduzioni potransi chiamare che non una parefrasi sono, bensì un letterale trasporto delle idee, de’ concetti e dell’espressioni dell’autore tradotto, senza però che vi si traveda pedanteria, o , ciò che ancor più disgusterebbe, quel non saper disporre e connettere in modi varî e convenienti le cose che debbonsi esprimere. E tanto più diverrebbe un tal difetto insopportabile in una lingua, come si è la nostra Italiana, ricca di ogni sorta di bellezza e ben atta a piegarsi a qualunque abito di qualsiasi antica favella, senza che l’una abbia da arrossire, l’altra a dolersene.
Dal che sono per inferire che la melodia, le grazie della lingua e più della versificazione Italiana unite alle bellezze del testo ch’io ho tradotto, non potrebbero lasciar di piacere som mamente in mano di un esperto conoscitore della lingua, né molto forse lontana sarebbe la contesa del merito maggiore, cioè, se o all’autore o al traduttore piuttosto quello accordar si dovesse. Ma non so se in mie mani avrà sortito questo fortunato effetto, tuttocchè io abbia posto ogni studio in quanto mi vi poteva condurre. Né ho perciò dimenticato che mai non sarebbe ro entrate le idee per belle e buone ch’esse fossero, nè avrebbero fatta la conveniente impressione nell’intelletto di chi le avesse udite, se non vi si fossero introdotte accompagnate da alquanta armonia; né ho obbliato che non dovea sacrificare lo spirito della lingua in cui traduceva per salvare inviolato quello del testo, ma anzi procurare di conciliarli ambidue con qualche lor picciolo sagrificio, onde l’uno non trion fasse a spese dell’altro [2].
E qui più oltre mi diffonderei, se altre cose ch’io stimo da non ommettersi, dir non amassi tanto del Poeta quanto della composizione. C’è poco, in vero, per ciò che riguarda il primo su cui stabilire alcun che di sicuro: procureremo per altro di riferire ed esaminar di questo poco quello che più ci è sembrato cader in acconcio nel proposito nostro.
Giulio Cesare Scaligero [3] non dubita di attribuire questo Poema ad un Museo ateniese che visse ai tempi di Orfeo 1180 anni circa avanti Gesù Cristo. Quanto però sia erronea l’opinione di questo gran critico lo dimostrarono ampiamente Casaubono [4], Menagio [5], Sossio [6] e altri molti e lo stesso suo figlio Giuseppe Scaligero [7]. Aldo Manuzio [8] pure dall’osservare nelle due lettere scambievoli di Leandro e d’Ero scritte da Ovidio più luoghi imitati, trasse motivo d’opinare che avesse questo presa la materia da Museo, e perciò dovesse considerarsi di una data anteriore al Latino Poeta. Anche Giulio Cantero [9] ed Antonio Morello [10] fu rono propensi per quest’opinione. Ma i Critici più accurati lo vogliono vissuto verso la decadenza dell’Impero Romano. In un codice molto antico egli è nominato Grammatico [11], e dovette essere un qualche Alessandrino contemporaneo di Quinto Smirneo, di Coluto di Licopoli e d’altri tali. Infatti lo spirito ch’ei mostra di affettare (osserva il Quadrio [12]) era appunto il carattere dei Declamatori e dei Grammatici dell’ultima età della lingua Greca e Latina. Trovansi di più dei versi interi estratti dalle Dionisiache di Nonno di Panopoli: ciò tutto che dee farlo considerare per uno scrittore che prima non sia vissuto del quarto secolo dell’ Impero Romano .
Eppure il celebre Grecista Anton Maria Salvini sospettava che l’autore del nostro Poema fosse Marco Musuro, alle di cui poesie pur anco esistenti, sembravagli assomigliarsi lo stile, che per errore de’ copisti i quali forse trovarono il nome di Musuro abbreviato, sia stato letto Museo. Ed il ch. Ab. Lami assicura aver più volte intesa quest’opinione dalla bocca dello stesso Salvini. A togliere però ogni dubbio che quivi nascer potesse, basti l’osservare che Marco Musuro fiorì circa l’anno 1500 [13], e che prima di tale epoca si conoscevano dei Manoscritti del Poema gli Amori d’Ero e Leaandro che portavano per autore Museo.
Gli encomj che da molti dotti si sono profusi sui versi di questo Scrittore se accennare soltanto li dovessi sarei certo d’infastidir chi m’ascolta, ed io per esuberanza di cose quasi insufficiente ad esporli. Ciò non pertanto ragion vuole che non si lasci in qualche modo inesaurita questa parte che il decoro dell’autore non solo, ma il mio eziandio sì da vicino interessa.
Museo si è servito del verso eroico, come di quello che più atto gli è sembrato all’esposizione del suo fatto, il qual racchiude un racconto che più al poema eroico si ap- pressa di quello che a qualunque altro genere di poesia. L’opera sua è piena di azione e di delicatezza; lo stile è puro, e le espressioni sempre scelte. Laonde il ripetuto Giulio Cesare Scaligero senza alcuna difficoltà lo ha messo al dissopra e di Orfeo e di Omero medesimo; anzi, ei dice, che di gran lunga avrebbe meglio scritto Museo, se quanto abbiamo d’Omero quello scritto l’avesse [14]. E qui un erudito Letterato Francese [15] insorge dicendo che la falsa idea ch’egli aveva dell’antichità del nostro Poeta ha avuto senza dubbio qualche parte negli elogj smodati che gli ha prodigati. Nei poeti, prosiegue egli, è un frivolo avvantaggio quello di una versificazione un pò più studiata e scorrevole, la quale per se sola sentesi qualche volta più nello scolare che nel maestro. Se Omero, aggiunge, è superiore a tanti altri per nobiltà e fecondità di idee, per l’elevatezza de’ sentimenti, per il numero e la varietà de’ caratteri, per l’accozzamento di molti avvenimenti nell’unità di un’azione, come può essere con tutte queste particolarità inferiore a Museo, la di cui opera, se crediamo a Sossio, è più un risultato dell’arte che dell’ingegno? Non è per questo, continua egli, che in esso man chi lo spirito e tutto il sentimento che può desiderarsi; ma il soggetto è per se stesso sì semplice, sì circoscritto, e comporta tan to poco una moltitudine d’azioni subordinate ad un[’]azion[e] principale, che non può certamente fornir materia ad un vero Poema: questo non potrà essere giammai che un piccol racconto e un[’]opera di gusto piuttosto che d’ingegno .
Ma sia come si voglia la cosa sopra tale riguardo, tutti convengono però nel merito reale della Poesia. Una dolcezza piena d’eleganza, una tenerezza di sentimenti e di linguaggio sempre sostenuta sul medesimo tono sformano il costitutivo principale del pregio di essa. Basti l’elogio che Gaspare Barzio ne ha tessuto, perchè io più oltre non mi estenda. Omnia, ci dice, floridissima, nec tamen turgida; omnia nitentia, nec tamen calvitiem quandam prae se ferentia; omnia compta, sed sine pinguedine unguentorum exoticorum; omnia limpidissima, sed sine profunditate; omnia polita, sed sine fucis; omnia dulcia, sed sine somnifero papavere, quo sparsa esse plærumque solet nimium illa sibi aequalis suavitas. Amoris praeterea affctus et effectus tamquam in elegantissimo speculo apparent, ad vivum suis genuinis coloribus depicti : temeritatis coercendae et exercendae, e tiam in occulto, castigatis, exempla doctissima.
Quasi tutte le colte Nazioni amarono di avere vestito de’ loro abiti nazionali il nostro Museo. I commenti che sovr’esso si fecero occuparono, senza esagerare, i più floridi giorni de’ primi letterati de’ secoli trasandati. Ned io pure ho creduto di gettar malamente un gualche mese di tempo in questa mia versione, che adorna di quell’erudizione che può essere la più necessaria, pre sento ora al pubblico. Qualunque sia l’accoglimento che le venga da esso prestato, l’aggradirò egualmente. Se sta che lodi ne riporti, avrò in esse uno stimolo a cose maggiori; se critiche, apprenderò ad evitare in altra occasione que’ diffetti, di cui non m’ era reso di presente avvertito.
Narrami, Dea, la testimonia face
Degli amori furtivi, e gl’ imenei
Che col nauta notturno il mar solcaro,
E il tenebroso nodo al guardo ignoto
Dell’Aurora immortal, e Sesto e Abido [16], 5
Ove i notturni fur sponsali d’Ero.
Già già Leandro il nuotatore ascolto
E in un la face che fu nunzia eccelsa
Del venereo messaggio e nunzia d’Ero,
A cui, mentr’essa fea sue buje nozze, 10
Le nozze ornava. Era d’Amor l’immago
In lieti modi in quella teda scolta;
E ben doveva dall’Etereo Giove,
Dopo compiuto il suo notturno uffizio,
Esser degli astri all’alto coro aggiunta, 15
E nomarsi d’amor pronuba illustre,
Perchè già fu delle penose cure
Dell’Idalio fanciul chiara ministra,
E custodì del vigilante imene
L’annuncio, prima che il nemico vento 20
Coll’ importuno suo soffio spirasse.
Su via: meco a cantar dunque t’unisci
Il fin che lei col bel Leandro estinse.
Di Sesto a fronte è la città d’Abido.
Al margo ambe del mar, ambe vicine: 25
Ed il Divo Cupido teso l’arco
Ad ambe le città vibrò uno strale
Che un garzoncello ed una vergin arse.
Ei l’amabil Leandro si nomava,
Ero la vaga e casta donzelletta: 30
Ella Sesto abitava ed egli Abido;
D’ ambe queste città stelle venuste
Fra lor simili. O tu che la passassi
T’ arresta a ricercar di certa torre
D’onde sporgeva la Sestia Ero il lume 35
Ch’ era di scorta al bel Leandro amante;
Della vetusta Abido ancor ricerca
L’ ondisonante stretto, che la morte
E l’amor piange di Leandro ancora.
Ma come mai Leandro, che d’Abido 40
Le contrade tenean, d’amor s’accese
Per Ero, ed essa in laccio egual fu stretta?
Costei che in sorte regal sangue aveo.
Dell’Afrodisia Diva era Ministra.
Lungi dal patrio tetto, entro una torre 45
E delle nozze non per anco istrutta
Lunghesso il mar propinquo avea dimora.
Nuova Ciprigna, ma modesta e casta
D’altre donne non mai s’unia alla schiera,
Né il piè portò giammai fra i grazïosi 50
Balli di fresca gioventù a lei pari;
Evitando così dell’ invidiose
Femmine il livor tristo, che nel seno
Destasi lor per la beltade altrui.
Ma sempre Citerea Vener placava, 55
Ed era spesso a conciliarsi intenta
Co’ sagrifici la Celeste Madre [17]
E in un d’Amor il Dio: tanto l’ignita
Faretra paventava. Eppur indarno
Tentò sottrarsi agli infuocati dardi. 60
Delle gran feste popolari il tempo,
Che d’Adone in onore e di Ciprigna
Si celebrano in Sesto [18] era omai giunto.
Ed a caterve, s’affrettavan tutti
Per giugnere colà, nel sacro giorno 65
Gli abitator dell’isole vicine,
Quelli d’Emonia [19] pur ed altri ancora
Della marina Cipri [20]; nè veruna
Donna vi fu che in le città restasse
Di Citera [21], né alcuno danzatore 70
Che non scendesse dalle cime eccelse
Dell’odoroso Libano [22], né quello
Che Frigia [23] accoglie nel materno seno,
Né cittadin della vicina Abido,
Né garzon che piagato ha il cor d’amore; 75
Poiché questi accorrendo ovunque fama
Grido diffonde di solenni feste,
Non tanto è tratto dall’amor dei Numi
Quanto dal bel di vagheggiar desio
Le vergini leggiadre insieme accolte, 80
Pel tempio della Dea iva a diporto
La bella vergin Ero, e tramandava
Lampi dal viso di modesta luce,
Qual la nascente suole argentea luna.
Il colmo delle sue candide gote 85
Di porpora lucente era dipinto,
Come apparir a due color si vede
Rosa gentil dal buccio suo dischiusa.
Sembravano di rose un prato ameno
Le membra sue vezzose e dilicate 90
Che un bianco vel copria leggiadramente.
S’ella movea sotto suoi piè le rose
Pompa facean di lor natia bellezza,
E dalle membra tutte traspirava
Folto drapello di venuste grazie. 95
Inver mendaci fur gli antichi allora
Che disse? tre soltanto esser le Grazie,
Mentre della bell’Ero un occhio solo
Splendea di cento e cento Grazie adorno.
Come potea trovar la Cipria Dea. 100
Sacerdotessa di costei più degna?
Vincendo assai dell’altre donne il pregio
Parea d’Amor novella Genitrice.
Le molli percuoteva alme flessibili
De’ giovanetti, nè di loro un solo 105
Un sol non v’ era che per lei piagato
Non desiasse sua compagna averla.
Ella errava pel tempio, e l’alme intorno,
Gli occhi, i pensier del maschil sesso avea;
Sicché alcun di que’ giovani rapito 110
Dallo stupor sciolse in tai detti il labbro.
A Sparta fui, Lacedemóne [24] io vidi,
Ove di belle esser sappiam la gara;
Pur simile a costei colà non scôrsi:
Tanto pregievol è, tenera tanto. 115
E, né mal m’apporrò, quivi Ciprigna
Di sue giovani Grazie ave fors’una.
Stanco già di mirar, non sazio ancora,
Varcare io gradirei l’ombre Letée
Dopo che imene stretto seco avessi; 120
Né un Nume esser d’Olimpo io curerei
Quando nel tetto mio fosse mia sposa ...
Ma se appressarmi, o Citerea, non lice
Alla vergine tua vaga Ministra,
Dammi la sposa deh che le somigli! … 125
Così questi parlava. Intanto altrove
Chi la ferita rinserrava in core,
A rimirar tante bellezze intento
In sospiri profondi si struggeva .
Ma come tu, miser Leandro, hai visto 130
L’inclita verginetta, al cor sdegnasti
Stimoli occulti a esacerbar la piaga.
E all’improvviso dagli ardenti strali
Domo, volevi abbandonar la vita,
Se tua non fosse la bellissim’ Ero. 135
Al dolce lampeggiar de’ sguardi suoi
La vampa in esso s’accrescea d’amore,
Ed il cor con vieppiù d’ardore e fuoco
Ardeva tutto alla crudel violenza;
Giacché insigne beltà di donzelletta 140
D’ogni difetto scevra ognun percuote
Rapida più d’ una saetta alata.
L’occhio è la strada, e dal corrusco lampo
Dell’occhio feritor s’apre la piaga
Che va l’interno a ricercar dell’uomo. 145
Ei fu compreso in questo punto e stretto
Dallo stupor e dall’audacia insieme
E dalla verecondia e dal tremore.
Il cor gli palpitata in fiera guisa,
Né del pudor lo ratteneva il freno. 150
Ma intanto ch’ei di maraviglia pieno
La perfetta di lei beltà mirava,
Toglieagli Amore ogni rossor dal volto.
E omai spezzato ogni primier ritegno
Inverecondo il piè tacitamente 155
Vêr lei moveva, e in faccia a lei fermossi.
Alla vaga donzella obbliquamente
I suoi volgeva lusinghieri sguardi,
E con mute espressioni e cenni accorti
Le seduceva il vagheggiato core. 160
Ma di Leandro ella conobbe appena
L’ ingannevol desio che si godette
Di sua beltade, e molte volte ancora
Corrispondendo con occulti segni
Taciturna celossi il bel sembiante, 165
E a lui rimpetto l’inchinò, di nuovo.
Egli che vide gli amor suoi già noti
Alla donzella, e pur non n’era schiva,
Tutto esultava nel segreto petto.
Or mentre s’ attendea furtivo istante 170
Dal giovane Leandro, in vêr l’occaso
Già già scendeva la dïurna luce
A raccorre il suo lume in occidente,
E dall’opposta parte espero apparve
Dell’ombre taciturne alma foriera. 175
Tosto ch’ei vide l’orizzonte intero
Coperto della notte atro-vestita,
Arditamente alla fanciulla amata
S’appressò, e distringendo in dolci modi
Sue rosee dita, dal profondo seno 180
Gravi e dolenti ne traea sospiri.
Ella taceva, e disdegnosa in atto
La rosata sua mano a se ritrasse.
Ma ei ben s’avvide che da questi segni
Dell’amabil donzella era la mente 185
Più docil resa, e pien d’audacia allora
Colla man le scotea la varia veste,
E dell’ augusto venerando tempio
Alle soglie remote ei la traea.
Ero però la vergine diletta 190
Con lento passo i passi suoi seguia,
Quasicchè ritrosetta lo sdegnasse;
E minacciosa con femminee voci
Così proruppe al garzoncel d’Abido:
Quale, o stranier, follìa t’ingombra? E dove 195
Me guidi vergin sventurata ahi! troppo?
Altrove il piè rivolgi, e il manto lascia,
Ed allo sdegno ed al furor t’invola
De’ genitori miei ricchi e possenti.
Non lice a te dell’Afrodisia Diva 200
La Ministra toccar: né facil puossi
D’una vergin godere il casto letto.
In guisa tale a minacciarlo imprese,
Come il decor chiedea di verginella.
Ma dopo che Leandro ebbe il furore 205
Delle minaccie femminili udito
Delle vergini scôrse i segni, ond’esse
Si palesan per vinte; che allorquando
Si fan le donne a minacciare i giovani
Son le stesse minaccie messaggiere 210
D’amorosi congressi. Ad essa intanto
La colorita gola egli baciando
Che tutta oliva di soavi essenze,
Punto d’amor articolò tai detti :
O Venere mia cara, dopo Venere! 215
O dopo di Minerva, mia Minerva!
Poiché chiamarti alle terrene donne
Non voglio egual, ma del Saturnio Giove
Alle figliuole assomigliar ti deggio.
Felice il genitor che ti produsse, 230
E la madre beata da cui fosti
Tu partorita, e più felice il grembo
Che t'ha portata in sé!... Ma deh le mie
Calde preghiere ascolta, e dell’ardore
Che mi trasporta a tanto impietosisci! 235
Quale tu sei di Citerea Ministra
L’opre di Citerea seguir ti piaccia.
I sacri della Dea riti nuziali
T’appresta adunque a celebrar; che male
A Venere s’addice per Ministra 240
Una casta donzella. Essa non ama
Véergini avere. Che se poi di questa
Le dolci leggi ed i fedeli arcani
Apprender vuoi, sono le nozze e il letto.
S’ è ver ch’ami Ciprigna, degli amori 245
Servi all’amabil legge che la mente
Sa raddolcir. Me tuo supplice accogli
E sposo ancor, se vuoi; giacché Cupido
Mi cacciò co’ suoi dardi, e mi ti ha preso,
Come il veloce auriverga Mercurio 250
Trasse servo d’amore Ercole audace
Alla Jardania Ninfa. Ma dal saggio
Mercurio scorto non son io: guidommi
Cipride a te. Non debbe esserti occulto
Come l’Arcadia vergine Atalanta, 255
Che dell’amante Melanione il letto
Un dì fuggìa per conservar la sua
Verginità, Venere irata poi
Quel ch’ella non amò crudele in pria
Fé sì che il cor di lei tutto occupasse. 260
E tu pur cedi persüasa, o cara,
Per non destar di Citerea lo sdegno.
Così quegli parlò d’amor facendo
L’anima accesa gareggiar co’ detti.
Ed in tal modo persüasa ei vinse 265
Della donzella la ritrosa mente.
La vergin muta allora in terra fisse
Lo sguardo, onde celar la rubefatta
Guancia per lo pudor. Del piè sull’orma
Radea del suol la superficie intanto, 270
E di vergogna in atto agli òmer suoi
Spessa intorno stringea la propria veste.
Di persüasïon tutti eran questi
Espressi segni, ed il silenzio istesso.
In vergin vinta è la promessa al letto. 275
E già d’amor le riscaldava il seno
Un commisto ad amar stimolo dolce,
E ’l suo vergine cor d’un grato fuoco
Dolcemente abbracciava, e alla bellezza
Dell’amabil Leandro istupidiva. 280
Or mentre al suol tenea china la fronte
Non mai colla d’amor vampante faccia
Erasi stanco di mirar Leandro
Della fanciulla il delicato collo.
Ed essa alfin la sua voce soave. 285
Ver Leandro diè fuor, dal volto il molle
Rossore di vergogna distillando:
Colle parole tue le pietre istesse
Moveresti, o Stranier. E chi del vario
Parlare t’insegnò gli astuti giri? 290
Ohimè!... chi mai nella mia patria terra
Chi ti guidò?... Son vani i detti tuoi,
Tutti son vani. Poiché tu straniero
Errante e infido come mai potresti
Far che il tuo fosse all’amor mio congiunto?… 295
Pubblicamente in sacri nodi unirci
A noi non lice, ed i parenti miei
Lo vieterian. Se poi ospite ignoto
Tu nella patria mia volessi starti
Non potresti celar l’occulta venere, 300
Che la lingua dell’uom tende all’oltraggio
Dell’altrui fama, e ciò che alcuno oprato
Ha nel silenzio ode eccheggiar per i rivj.
Or dimmi il nome tuo, ned occultarmi
Quello del patria suol; e acciò ti sia 305
Palese il mio, l’inclito nome ho d’Ero.
In questa torre, che sonanti i flutti
Circondan col fragor, la mia magione
Vi sta sublime, in cui sola abitando
Con un’ancella mia, dinante a Sesto 310
Sovra l’acque profonde, ho il mar propinquo
Per severo voler de’ miei parenti.
Né le fanciulle a me d’etade eguali
Mi son vicine, né presenti ho mai
De’ giovani le danze: io notte e giorno 315
Sempre e solo all’orecchie ho il roco suono
Del mar che fiero romoreggia ... E in questo
Favellar nascondea sotto la veste
La rosea guancia che il pudor di nuovo
Così dipinse; e sé medesma ancora 320
Di sue parole riprendea già dette.
Ma dall’acuto spron d’amor percosso
Il giovane Leandro, iva pensando
In qual modo pugnar nell’amoroso
Certame egli dovesse; dacché vario 325
Ne’ suoi consigli Amor co’ dardi suoi
L’uomo doma, ed all’uom ch’era piagato
La ferita risana, ed a coloro
Di cui domina il core, ei ch’è d’ognuno
Lo scaltro domator, consiglier fassi. 330
Ora egli stesso all’amator Leandro
Porgeva ajuto; onde al fin quei gemendo
In tali sciolse maliziosi accenti:
Vergin! per amor tuo l’aspero flutto
Rappasserò, benché di fuoco ei bolla; 335
E fosse l’onda innavigabil, io
No ch’io non temo il minaccioso flutto
Per venir al tuo letto, né il sonoro
Fremer del mar che mugge. Ma portato
Sempre pel mar di notte umido sposo 340
A nuoto solcherò dell’Ellesponto [25]
La corrente infedel; non lungi siede
Di fronte a questa tua la patria mia
D’Abido la città. Soltanto accendi
Dall’eccelsa tua torre una lucerna 345
Che a me rincontro le tenèbre allumi:
E così in riguardarla un[’]amorosa
Nave io mi sembri; il lume tuo di stella
Guidatrice sarammi, in cui fissando
Contento il guardo, da me fian negletti 350
L’ occidental Boote, il fiero Orione,
E del Plaustro il non mai bagnato carro;
E venga intanto della patria tua,
Che m’è posta a rimpetto, al dolce porto.
Ma bada, o cara, che de’ venti il grave 355
Soffiar non spenga il lume (ond’io ben tosto
L’anima esalerei ), lume che chiaro
Duce fia di mia vita! S’anco poi
Veracemente tu volessi il mio
Nome saper, Leandro ho nome, sposo 360
Della ben ghirlandata Ero venusta.
Così costor con clandestine nozze
Concertavan d’unirsi, e giurâr fede
Di conservare i lor notturni amori
E il messaggio d’Imene alla presenza 365
Della lucerna: ella d’esporre il lume,
E questi di solcare i lunghi fiotti.
Trascorsa poscia de’ veglianti nodi
La grata notte, l’un dall’altro astretti
Dalla necessità si separaro; 370
Quella alla propria torre; ei per le folte
Ombre segnando della rocca il luogo
Per non smarirsi, a nuoto giva al vasto
Popol d’Abido che profondo ha il piede,
Ed alle occulte maritali pugne 375
Essi agognando nell’intera notte,
Pregar sovente che venisse il bujo
Del talamo ministro. Omai sorgea
La caligin di notte in negro manto
A qualunque mortale a recar sonno: 380
Non già a Leandro innamorato. Il cenno
Questi del mar sonante appresso il lido
Attendea delle nozze alto - lucenti
E la teda feral nunzia tremenda
Del talamo segreto, avido ognora 385
Scorger da lungi desïava. Allora
Che l’ali sue caliginose appieno
Ebbe l’oscurità stese d’intorno,
Trasse Ero fuori la facella: e questa
Subito accesa il pargoletto Dio 390
Del smanioso Leandro il cuore accese,
Ond’ essa ardente in un con esso ardeva.
Ma delle furïose onde del mare
Lo strepitoso rimbombar udendo
Alquanto in pria tremava; indi l’ardire
Svegliò nel seno, e a confortar si diede 395
L’anima impaurita con tai detti :
Implacabile è il mar, crudo l’amore:
Ma è del mar l’acqua, e mi divora interno
Fuoco d’amor: di fuoco adunque, o core,
Fatti intorno lorica, e senza tema 400
Va l’acqua ad affrontar ch’ivi si spande:
Corri all’amor: Perchè paventi i flutti?
Non sai che Citerea dell’onde è prole?
Ch’ella domina il mare e i nostri affanni?...
E così detto dalle vaghe membra 405
Con ambedue le man spogliò la veste,
Al suo capo la strinse, e dalla ripa
Balzò lanciando il corpo suo nel mare;
E della face fiammeggiante ognora
S’affrettava a rincontro, ed a sé stesso 410
E remigante e carco e nave egli era.
Intanto in vetta la lucifer’ Ero
All’alta torre proteggèa sovente
Col vel la face dai funesti soffj
Da quella parte ove moveasi il vento; 415
Finché Leandro affaticato giunse
Di Sesto al naval porto, e alla sua torre
Ella il condusse. E l’anelante sposo
Che ancor delle spumose acque del mare
Stillanti avea le chiome, dalla porta 420
Nel silenzio abbracciato insin guidollo
Nel più riposto verginal ricetto
Che già tenea per queste nozze adorno.
Quivi ella tutto rasciugôgli il corpo,
E d’un unguento che di rose oliva 425
L’unse, tal che del mar svanì l’odore.
Poscia nel letto spiumacciato, tutto
Stringendo il palpitante ancor marito
Al suo fervido petto, in questi motti
Più che mel dolci sprigionò la voce : 430
A te che tanto sofferisti, o sposo,
Quanto giammai sposo verun sofferse,
Sì, o sposo, a te che sopportasti tanto
E la sals’onda basti ed il piscoso
Odor del mar che mormorante freme: 435
Qua nel mio seno i tuoi sudor deponi.
Tacque ciò detto: ed ei tosto il bel cinto [26]
Le sciolse, e dell’amica Dea Ciprigna
Si assoggettâro alle gradite leggi.
Si fêr le nozze, ma non v’eran danze; 440
Eravi il letto, ma non v’eran gl’inni;
Né lodò vate alcuno il sacro giogo,
Né il talamo nuzial fu reso chiaro
Dallo splendor di faci, né i piè mosse
Agili alcuno ad intrecciar carole, 445
Né il padre né la madre ha l’imeneo
Cari tanto. Ma il silenzio che nell’ore
Sacre a sponsali rifaceva il letto,
Il talamo piantò; la sposa ornaro
Caliginose tenebre; e de’ canti 450
Degli imenei fu privo il maritaggio.
Era però pronuba lor la notte,
Né lo sposo Leandro unqua si vide
Palesamente dall’aurora in letto:
Che nuotando di nuovo ei ritornava 455
Al situato a dirimpetto Abido
Spirante ancora le notturne nozze,
Ma non già sazio. Ed Ero avvolta in lungo
Manto, ingannando i genitori suoi,
Era vergine il dì, sposa la notte; 460
E spesso ambo devoti alzâr preghiere
Acciò scendesse in vêr l’occaso il giorno.
In tal guisa costor cauti celando
Del reciproco amor la dura possa
D’ occulta Vener si prendean diletto. 465
Ma di lor vita assai fu breve il tempo,
Né de’ vaghi imenei fruîro a lungo;
Che sovraggiunse del brinoso verno
La rigida stagion che vorticose
Volvea procelle orrende, e le non ferme 470
Cavitadi e del mar l’acquoso fondo
Sbattea col soffio gl’îemali venti
E tutto percuotean col turbo il mare.
E già il nocchier la tempestosa e infida
Onda fuggendo, al bipartito porto 475
La sbattuta spingea negra sua nave.
Ma te d’iberno procelloso mare
Non ritenne il timor, Leandro audace.
Il nunzio appena dell’usate nozze
T’avea mostrato dalla torre il lume, 480
Che fosti spinto al crudel cenno ed empio
La furibonda a disprezzar maréa
Del verno all’apparir Ero infelice
Ben dovea da Leandro esser disgiunta,
Né accender più l’astro forier del letto. 485
Ma l’astrinse l’amor, l’astrinse il fato,
E lusingata, oh Dio! l’orribil face
Delle Parche mostrò, non più d’Amore.
Era la notte, e più perversi i venti,
Venti che intorno con iberni soffj 490
Sferzavano crudeli, ivan spirando,
E aggrovigliati fieramente insieme
Si scagliavan del mare in sulla sponda;
Allor che pieno di speranza il core,
A traverso portato era Leandro 495
I sonanti marittimi imenei.
Già travolgeasi sovra il flutto il flutto,
S’accavallavan l’onde, il mar coll’etra
Già si mesceva, e la percossa terra
Scoteasi anch’essa al battagliar de’ venti. 500
Euro spirava a Zefiro d[’]incontro,
E Noto irato ad Aquilon protervo
Fiere minaccie inviava, ed incessante
Un rimbombo scorrea pel mar sommosso.
Ma Leandro meschino entro gli immiti 505
Vortici intanto, i voti suoi porgea
Supplice spesso alla Marina Venere,
E spesso ancora al Re del mar Nettunno,
Né immemore lasciò l’Attica Ninfa
A Borea crudo. Ma di nullo ajuto 510
Gli fur cortesi, e Amor, lo stesso Amore
Delle Parche la forza invan trattenne.
Dal rio furor degli adunati flutti
Che il percotevan con opposta fronte,
Qua e là vagante egli venia portato. 515
Mancò vigore al piè, di tutta lena
L’ irrequiete palme esauste furo;
Molti per gola trascorreangli d’acqua
Ampi rovesci, e suo mal prò l’ingrato
Umor bevea dell’implacabil mare. 520
E già vento crudel l’infida estinse
Ardente face, e di Leandro oh Dio!
Di lui che chiama in su le ciglia il pianto,
E la vita e l’amor con essa estinse.
Mentre indugiava quei, con vigil occhio 525
Ero si stava in angosciose cure.
Surse l’aurora alfin; pur non vedea
Ero il consorte. D’ogni intorno il guardo
Per l’immenso del mar dorso ella stese,
Acciò veder, se,poiché spento il lume, 530
In qualche parte il caro sposo errasse.
Ma quando al piede della torre il scôrse
Pesto da scoglj, estinto, allor la vaga
Leggiadra veste si squarciò dal petto,
E da sé stessa dall’eccelsa torre 535
Capovolta nel mar precipitò.
Così sul morto sposo Ero morìo,
E si godero ancor nel fato estremo.
Note
________________________
[1] Varj ne annoverà il Quadrio; i più stimabili sono Anton Maria Salvini, Girolamo Pompei, l’ Arciprete Duso di Vicenza, e l’Ab. Andrea Rubbi, che fu l’ultimo.
[2] Così il Cav. Vincenzo Monti nelle sue Considerazioni sulla difficoltà di ben tradurre la protasi dell’Iliade d’Omero. Vedi Esperimenti di traduzione dell’Iliade del Prof. Ugo Foscolo.
[3] Poetices Lib. V. Crit. Cap. II.
[4] Nelle annotazioni a Diogene Laerzio De vitis, dogmatibus et Apophthegmatibus clarorum pbilosophorum, Lib. I.
[5] Nelle sue osservazioni alla stess’opera di Laerzio Lib. I. Segm. 3.
[6] De Veterum Poetarum temporibus Lib. I. Cap. IX.
[7] Epist. 247. a Claudio Salmasio.
[8] Nell’ epistola premessa alla sua edizione di Museo fatta in Venezia intorno all’anno 1496.
[9] Novarum lectionum Lib. I. Cap. XI
[10] Ex specimine rei numeraria.
[11] Michele Sofiano, Leone Alazio, Giacomo Grenovio, trovarono un antico codice Mss. delPoema di Museo col frontispizio: Μωσαω τώ Γραμματικῶ τὸ χαδ᾿ Η᾿ρω χαὶ Λεανδρον.
[12] Storia e Regione d’ogni Pesia Vol. 4« T. 7, Lib. II., Dist. I. Cap, III.
[13] Lilio Gregorio Giraldi, De poetis suorum temporum, Dialogo II.
[14] Arbitror ego Musai stilum longe esse Homerico politiorem atque comptiorem. Nam quemadmodum omnes ejus versus sunt incomparabilis, solique e Gracanicis Virgiglio digni: ita nonnulli adeo compositi, ut ab ejus gentes nullo alio quam a Museo dici potuisse videantur. Quare neque Homerum neque Orpheum, sed Musaum fecit ille principem Elysiacorum cantionum. In versibus enim Musai nullam vides licentiam, omnia castigata: rarissimum quippe admittit biatum, et lectis verbis utitur. Quod si Musaus ea, qua Homerus scripsit scripsisset, longe melius eum scripturum fuisse judicemus. Poetices Lib. V. Cris, Cap. II.
[15] Il Sig. de la Nauze. Vedi Istoria dell’Accademia reale delle Iscrizioni e belle Lettere di Francia, T 7.
[16] Città che un tempo trovavansi l’una oppostamente all’altra sulle rive dell’ Ellesponto, da cui venivano frammezzate; la prima posta sulla parte Europea, la seconda sull’Asiatica, alla distanza di sette stadj l’una dall’altra.
[17] Gli antichi distinguevano due Veneri, una Celeste ed una Terrestre. La prima presiedeva agli amori casti e puri, l’altra per l’opposto agli sregolati ed Impudichi, Vedi Platone nel Convivio e Pausania nei Beotici.
[18] In questa ed in altre città della Grecia celebravansi feste solenni in onore di Adone e di Venere, che con un solo nome venivano Adonie appellate. Gli amori che passarono fra questa Dea ed il vago giovanetto Adone, diedero motivo all'istituzione di un tale culto. Vedi Meursio nella sua Grecia Festiva. Lib. 1.
[19] Questa Provincia era anticamente conosciuta sotto diverse denominazioni; generalmente però sotto quella di Tessaglia. Trovavasi in Grecia in poca lontananza dall'Arcipelago. Ora è nota sotto il nome di Janna, e forma parte della Turchia Europea.
[20] Isola del mar mediterraneo sulla parte dell'Asia posta fra la Cilicia e la Siria. Ella è celebre nell' antichità pagana pel tempio famoso che ivi era consacrato a Venere. Si conosce tuttora sotto la medesima denominazione .
[21] Varie evano le città che così si chiamavano, ed è per ciò che il Poeta varie ne accenna. Una trovavasi nell'isola di Cipri, una in Tessaglia ed una ancora nell’isola dello stesso nome, la quale ora vien detto Cerìgo.
[22] Gran monte dell' Asia ai confini della Palestina e della Siria. Egli è formato da una catena di alti monti, i quali prendono principio vicino a Trìpoli verso il Mar Rosso, e ti estendono fino al di là di Damasco verso l'Arabia Deserta. Dicesi odoroso dall'abbondanza d'incensi e di cedri che vi si raccolgono.
[23] Provincia dell’Asia minore. L'impero che vi ebbero i Trojani, e le ricchezze di Attalo che ne fu Principe, l' hanno resa assai nota nei fasti dell' antichità.
[24] Lacedemone provincia della Grecia nel Peloponneso rive dell'Eurota, di cui Sparta era la città capitale.
[25] Canale o stretto ora chiamato dei Dardanelli o di Gallipoli, il quale congiunse l'Arcipelago alle Propontide.
[26] Era questo un ornamento muliebre. Pompeo Festo parlando di esso, cigulo, dice, nova nupta prscingebatur, quod vir in lecto solvebat; ed anche Varrone novus maritus tacitus taxim uxoris solvebas cigulum.
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