Antonio Ceruti

Dottore dell'Ambrosiana

La scala del paradiso di S. Giovanni Climaco

Prefazione

Edizione di riferimento:

Collezione di opere inedite rare dei primi tre secoli della lingua pubblicata per cura della R. Commissione pe’ testi di lingua nelle provincie dell’Emilia Bologna presso Gaetano Romagnoli Libraio editore della R. Commissione pe’ testi di lingua nelle provincie dell'Emilia. 1875. Bologna. R. Tipografia. Corretto su antichi ms di lingua da Antonio Ceruti Dottore dell’Ambrosiana,  Bologna presso Gaetano Romagnoli 1874.

Alla nobil donna

Marchesa Marianna Rinuccini Trivulzio

In atto di riverente ossequio

Antonio Ceruti

PREFAZIONE

S. Giovanni Climaco, assai celebre nell’antico Oriente per santità di costumi e per la sapienza de’ suoi insegnamenti morali e religiosi, fu abbate del monastero del monte Sinai dopo Gregorio, divenuto patriarca d’Antiochia. Passò la sua giovinezza in quelle vicinanze o sul monte stesso, che secondo Procopio autore contemporaneo, era abitato da solitarii, la cui vita laboriosa e penitente non era che una continua meditazione della morte. Entrò sedicenne in quel cenobio, e quattr’anni di poi ricevette la tonsura monastica. Per quasi vent’anni ebbe a primo maestro nella disciplina religiosa un santo vecchio chiamato Martirio, dopo la cui morte egli ritirossi solo appiè della montagna nell’eremitaggio di Tola, e vi condusse vita anacoretica in una celletta lungi cinque miglia dalla chiesa, a cui ne’ dì festivi recavasi cogli altri solitarii per compirvi le pratiche di pietà secondo il costume orientale; colà esercitavasi nella perfezione, accoppiando il lavoro manuale colla preghiera, colle pie meditazioni e colla lettura de’ ss. Padri. In seguito accolse a suo compagno e discepolo il monaco Mosè, confortandosi così a vicenda nella pratica delle virtù religiose e cenobitiche, ed i suoi avvisi erano avidamente richiesti ed ascoltati da molti monaci, che abitavano quella contrada; ma avendo alcuni invidiosi sussurrato, che Giovanni era un ciarliero e dato soltanto alle cose vane, ei rispose a questa insulsa calunnia col silenzio, e per un anno intero non parlò ad alcuno, come il suo biografo Daniele narra; pel che i suoi medesimi detrattori, pentiti del loro fallo, lo scongiurarono d’essere ancora loro maestro nelle cose spirituali. Dopo quarant’anni di solitudine, in età di settantacinque anni fu suo malgrado eletto abbate del suo monastero, nel qual tempo Giovanni abbate di Raiti, posto presso l’Eritreo ed il Sinai, pregollo a nome suo e de’ suoi monaci di mettere in iscritto gli insegnamenti, che lo spirito di Dio gli dettava intorno alla pratica della virtù, assicurandolo che quali nuovi e spirituali israeliti, esciti dalle agitazioni del mondo come dal fondo degli abissi dell’Eritreo, avrebbero accolto le sue dottrine come nuove tavole scritte dalla mano di Dio. Egli allora, vincendo la sua ritrosìa, compose la Scala del Paradiso, libro assai celebre di pietà [1], sovratutto in Oriente, per lungo tempo, che fè dare all’autore il sopranome di Climaco dal greco χλιμαξ, scala. È desso composto di trenta gradi, che contengono tutto il progresso della vita interiore dalla fuga del mondo sino all’orazione più sublime e alla più perfetta tranquillità dell’anima [2]. Assai commoventi sono le descrizioni dell’opere di virtù dei monaci orientali, in ispecie di penitenza e di docilità in quei solitarii, venerabili per santità e vecchiaia [3], descrizioni che mostrano quanto la disciplina monastica e lo spirito di penitenza fossero ancora in vigore alla fine del secolo VI, e quanto fosse ben lungi dall’esser penetrato nei Cristiani, aspiranti alla perfezione religiosa, e più nell’ordine monastico quello spettacolo di ostentata pietà e di affettazione ascetica, di cui pur troppo è infetto lo spirito partigiano del nostro secolo. S. Gregorio Magno scrisse a Giovanni verso l’anno 600 [4], per raccomandarsi alle sue preghiere, ed incoraggiarlo a perseverare costantemente nel cammino della santità, invidiando la pace della vita monastica in quei tempi burrascosi, ed inviandogli quindici letti col loro fornimento per un ospizio di vecchi, da un Isaurico pur dianzi edificato sul monte presso il monastero. Giovanni verso il fine della sua vita depose la sua dignità, e ritornò nella solitudine, eleggendo a suo successore Giorgio suo fratello, pure solitario del Sinai, che vi avea trascorsi settant’anni nella pratica d’ogni virtù, e morì dieci mesi dopo di lui [5]. I Greci celebrano la festa del Climaco a’ trenta di marzo, probabilmente giorno anniversario della sua morte [6], e ne fanno venerata memoria il Menologio di Basilio Porfirogenito compilato nel secolo X, V. Anthologium di Antonio Arcudio approvato da Papa Clemente VIII nell’anno 1598, ed altri Menologii mss. e stampati; è pur rammentato dal Tritemio e dal Bellarmino nei loro libri de Scriptoribus Ecclesiasticis, ed il Martirologio annotato dal Baronio dice di lui che “animae illius divina quaedam effigies multo clarius conspicitur in eius scriptis.”

Primo a scrivere la vita di s. Giovanni Climaco fu Daniele, monaco ei pure di Raiti, contemporaneo all’abate, quando viveano ancora persone, che aveano visto quel santo anacoreta, fra i quali ei cita il solitario Isacco, cui chiama un nuovo David, e Giovanni l’abbate di Raiti; la sua biografia accompagna d’ordinario il Trattato della Scala [7]. Un’altra breve biografia ne fu scritta da un ignoto monaco sinaita del pari contemporaneo, inserita nei Bollandisti in appendice a quella del monaco Daniele. A questi scrittori si aggiungano il già nominato Tritemio, corretto poi dal Radero, il Molano, il Canisio, il Felicio, Arnaldo d’Andilly, il Lipomano, il Sorio, i gesuiti Giovanni Riart [8] e Matteo Radero: quella lasciataci da Gerolamo Osorio è tuttora inedita.

Al libro del Climaco già, enunciato è annesso un opuscolo, che ne costituisce come la seconda parte ed il complemento, intitolato Sermone al Pastore [9], diretto a Giovanni abbate di Raiti, mentre la Scala fu scritta pe’ di lui monaci, e tratta delle qualità, e doti richieste in un pastore, cioè a dire in un abbate, e del modo con cui ei dee condursi verso i suoi religiosi. I pensieri del Climaco sono più elevati, solidi e retti di quelli della maggior parte degli autori ascetici, il suo stile è sublime, elegante e conciso, parla sovente per via di sentenze e d’aforismi, espone le sue dottrine in modo figurato, e fa entrare nel suo discorso molte allusioni e molti passi scritturali, diverse allegorie dell’Antico Testamento, esempii varii, parabole e storie. Questa foggia di scrivere lo rese talvolta oscuro, ed indusse lo stesso abate Giovanni di Raiti a spiegare i luoghi più difficili, onde renderli più intelligibili ai men dotti, che non comprendeano la mente acuta dell’autore, ed a’ suoi stessi monaci, a cui speciale profitto forse fece quei commenti, che furono poi stampati in latino nelle Biblioteche dei Padri di Parigi, Colonia e Lione [10]. Circa cencinquant’anni dopo di lui Elia metropolitano di Creta fece un nuovo e diffuso commento tuttora inedito in tre volumi (come l’avea fatto per l’opere di s. Gregorio Nazianzeno), che si trova ms. nelle biblioteche di Roma, Venezia e Parigi. D’altri commentarii posteriori ad Elia Cretense, oltre gli anonimi, il Lambecio [11], cita quello d’un monaco Ieroteo, e Dionigi Cartusiano fece alcune parafrasi stampate con quelle da lui medesimo scritte su alcune opere di Cassiano a Colonia nel 1540. Sulla fine del secolo XVII Isselt, dottor fiammingo, fece alcuni schiarimenti su ciascun grado della Scala nella versione latina di Ambrogio Camaldolese, da lui ristampata a Colonia nel 1583.

Il Fabrizio [12] ricorda esistere l’opera del Climaco nella sua lingua originale “in omnibus propemodum bibliothecis, Caesarea, Vaticana, Vallicelliana Romae et in monasterio S. Basilii, in quo antiquissimum codicem asservari refert Montfauconius [13], tum in Bessarionis Veneta, Fiorentina Medicea [14], Urbini et Pisauri, Messanae, Scoriacensi, Bodleiana, regia Parisiensi, Segnieriana sive Coisliniana.” Al codice greco imperiale di Vienna descritto dal Lambecio [15] è premessa una miniatura rappresentante l’imagine della Scala del Paradiso, che dalla terra s’eleva sino al Cielo, e consta di trenta gradi, ciascuno de’ quali reca un titolo corrispondente a quelli del libro del Climaco. Alla sommità, sta il Salvatore, che colla mano tesa riceve con atto benevolo i monaci, che vi salgono dal destro lato; sul piano su cui posa la scala, giace un dragone, pronto ad ingoiare i cenobiti, che cadono da essa dal sinistro fianco. Tale codice dalla forma dei caratteri e dall’essere cartaceo non può essere anteriore al XIV o XV secolo, quantunque il Lambecio nol dica. L’Ambrosiana ne possiede nove codici membranacei, tra cui alcuni assai pregevoli, apparendo scritti nel secolo X od XI, e per alcune buone miniature, che col tempo andarono guastandosi.

La fama acquistatasi da tale Trattato passò in Occidente, e ben presto ne furono eseguite versioni in molte lingue d’Europa. Massimo Margunio vescovo di Citera ne procurò la versione greco-barbara, stampata a Venezia nel 1594; a Toledo apparve nel 1504 il volgarizzamento spagnuolo, ed un altro a Salamanca nel 1571 per opera di Ludovico da Granata; a queste si aggiungano la slavonica e la francese eseguita da Arnaldo d’Andilly già, nominato, che arricchì di erudite note la sua versione [16], corretta sui mss. greci, nelle quali fuse buona parte dei commentarli di Elia di Creta, non che d’una vita del Climaco, desunta dalle biografie di Daniele e d’alcun altro religioso contemporaneo. Alcuni Codici nella versione siriaca assai antica conservansi a Londra nel Museo Britannico, de’ quali uno è scritto nell’VIII o IX secolo, col titolo di Tavole spirituali [17], coi margini coperti di note o glosse scritte da diverse mani nel secolo XIII, la maggior parte in arabo; l’altro dell’817 o 1128 secondo i greci fu scritto ad Edessa dall’amanuense Barsauma pel diacono Stefano [18].

La Scala rimase per sei secoli ignota ai latini, ma più d’una versione ne venne poi fatta. La più antica di autore incerto sembra essersi smarrita; nel 1300 frate Angelo da Cingoli la rifece, e sul suo lavoro fu condotto il migliore volgarizzamento italiano, di cui dirò in seguito. Dopo di lui frate Ambrogio Camaldolese (Traversari) rese di nuovo in latino il Climaco [19], nel secolo XV, tacciando nella sua prefazione di rozzezza, di estrema ed oscura semplicità la traslazione del Cingolano [20]; ma al sinistro suo giudizio s’oppone la considerazione, che le versioni anche letterali dal greco in latino ed in italiano, attesa l’uniforme loro natura e sintassi, ben lungi dall'esser prive di chiarezza, sono migliori delle accademiche e delle parafrasi, le quali per la loro pomposità, l'amplificazione e l’artifizio travisano sovente il pensiero dell’autore. Oltreciò anche il gesuita Matteo Radero, nei preliminari della sua edizione del Climaco da lui nuovamente tradotto, non sembra assentire alla censura inflitta dal Camaldolese a frate Angelo, e propugnando l’erudizione greca di lui, cita l’autorità del Gonzaga [21], nella storia dell’Ordine Francescano, che lo dice dottissimo: “cuius in sacris concionibus facundia atque doctrina, nec non et linguae graecae peritia illis temporibus mirabilis fuit,” e afferma, quanto alla versione latina del Climaco e di alcuni scritti di s. Macario e di s. Giovanni Grisostomo, che “polito elegantissimoque stylo e graeco in latinum transtulit, et plurimos a viciis ad virtutes conversos suis concionibus atque adhortationibus Christo Servatori peperit”, quantunque erroneamente credesse tale versione ancora inedita, mentre ve n’avea un esemplare nel suo monastero d’Ebersperg [22]. Il Gradenigo [23] osserva che il sentimento di frate Ambrogio, quantunque assai perito nel linguaggio greco e latino, non può levare a frate Angelo la gloria del suo sapere; e qualora anche le sue traslazioni non fossero elegantissime nè affatto chiare, nulladimeno negargli non si può una cognizione del greco parlare più che mediocre, che tale senza dubbio richiedesi per eseguire traslazioni anche oscure di opere non mai tradotte. Dal medesimo Camaldolese nel suo prologo rilevasi per altro, che non mancavano lodatori alle versioni del monaco Cingolano, sebbene ei li spregiasse.

Della versione del Traversari esistono nelle Biblioteche più codici, e fu sovente pubblicata, come a Venezia nel 1531 e 1569 coi commenti di Dionigi Cartusiano, ed a Colonia nel 1583, 1593, 1601, 1624 e 1640 [24] prima di questa un’altra versione vide la luce pure in Venezia nel 1518 in 8. [25], a cui il traduttore non appose il suo nome, ed il chiarissimo signor cav. Valentinelli, registrando nel suo Catalogo dei mss. della Marciana [26] una versione latina della Scala Paradisi, non ne accenna l’autore. Nel 1606 Matteo Radero fece a Colonia una nuova edizione greco-latina [27] delle opere del Climaco, rivedute su molti Codici; la Scala è accompagnata da commenti tolti in parte da un Anonimo, in parte dai Commentarii d’Elia di Creta e di alcuni altri antichi: vi sono pure inserite le spiegazioni di Giovanni di Raiti colla sua lettera al Climaco e la risposta di questo; ma tali note ed illustrazioni non sono della versione del Radero, che non potè effettuarla per mancanza di mss. greci. Un’altra versione della Scala è in un Codice Ambrosiano, mancante di ogni proemio, della vita del Climaco e delle lettere fra i due abbati di Raiti e del Sinai, sebbene vi si aggiunga il Sermone al Pastore; il testo è affatto diverso da quello dell’edizione veneta del 1518, la quale pare fuor di dubbio essere la versione del Cingolano, perchè assai più concorde col volgarizzamento. Chi n’è l’autore dal ms. non è dato in alcun modo di poterlo arguire.

Nel suo Prologo frate Agnolo de’ Minori, nel dar ragione della sua versione e com’essa venisse fatta, racconta d’aver ricevuto per divina ispirazione l’intelligenza della lingua greca nella notte di Natale [28], mentre recitava l’ufficio cogli altri monaci, e d’aver messo a profitto quella inaspettata e maravigliosa cognizione col tradurre da quella lingua in latino nell’anno 1300 la Scala, non che un Trattato di s. Basilio per modo di regola, ed un altro di s. Macario; ma aggiunge d’aver tralasciata la versione d’un altro libro del Climaco intorno alla vita contemplativa, che trovò troppo profondo d’altezza ( e rimase a noi ignoto), e limitossi a quello della vita attiva. Qual sia il libro di s. Basilio da lui accennato, non m’è dato precisare con sufficiente certezza; quanto a quello di s. Macario, il Gradenigo [29] accostasi al parere del P. Wadingo [30], laddove questi congetturando sulla di lui persona, non sa accertare s’ei sia Macario l’Egizio o l’Alessandrino (dubbio manifestato anche dal Fabrizio), e pensa che tali Dialoghi siano alcune omelie di Macario l’Egizio stese a modo di dialogo, le quali per altra penna tradotte stanno impresse nelle Biblioteche degli antichi Padri.

Non sarà, qui fuor di proposito fornire alcuni cenni intorno a quella parte della vita del traduttore Cingolano, che tocca le sue traversie, l’epoca e il luogo delle sue versioni. Frate Liberato da Macerata [31], che egli rammenta nel Prologo, pure minorita, al suo ritorno dall’Armenia con altri suoi compagni escì nel 1254 al tempo dell’imperatore Rodolfo dall’ordine, e ritirossi con alcuni correligiosi e con frate Angelo a vita solitaria sul monte Chiaro in provincia di Ancona, onde più agevolmente professare la stretta osservanza della regola francescana, coll'approvazione di papa Celestino V, e perciò quei monaci presero il nome di poveri eremiti celestini di s. Agostino, sotto la protezione di Napoleone Orsini cardinale di s. Adriano. Avendo quel pontefice deposto la tiara il 13 dicembre di quell’anno, que’ frati, onde sottrarsi alle molestie recate loro dai capi e dai confratelli dell’ordine abbandonato, rifugiaronsi in Armenia, poi in Grecia [32] e in ispecie nell’Acaia, scegliendo a luogo di dimora un’isola; colà frate Angelo tradusse dal greco la Scala, e fondò alcuni monasteri.

In Italia rimase di quella piccola famiglia di fraticelli, come chiamavansi, il solo b. Corrado d’Offida [33]. Il Wadingo [34] conferma che frate Angelo ricevette miracolosamente la perfetta cognizione della lingua greca la notte di Natale dell’anno 1300, e parlando delle di lui versioni, a conferma della sentenza di Pietro Rodolfo, assicura che in esse mostrò una maravigliosa grandezza d'ingegno; ma il Gradenigo [35] dice che il soggiorno in Grecia diè motivo ed agio al monaco Cingolano d’impossessarsi del greco parlare e dei greci scrittori a meraviglia, in guisa da trovarsi atto alle versioni a cui pose mano. Checchè sia di questa circostanza, l’avere i fraticelli abbracciato quella riforma monastica, di cui era capo esso frate Liberato, produsse lo scoppio d’una violenta procella su quella piccola schiera, accusata di eresia e di delitti, che in nessun modo potevansi provare; tali accuse non erano che uno sfogo di vendetta per l'operata diserzione. Intimoritisine però Angelo e Liberato, tornarono in Italia e sottoposti a procedure e vessazioni senza posa, fecero atto di sommessione al pontefice successore di Celestino; e restando il secondo in un luogo deserto della Puglia, ricoverossi l'altro nella Marca d’Ancona fra Ascoli e Norcia presso monte Chiaro, ove visse co’ suoi discepoli (dai quali derivò poi la congregazione dei Chiareni, così denominati dal luogo di loro dimora), lottando tuttavia coll’implacabile livore dei francescani, specialmente sotto papa Giovanni XXII [36]. Alcuni di loro, abbandonata la vita eremitica [37], passarono a diversi ordini in cerca di tranquillità, pur esercitando la povertà e la penitenza, finchè Pio V nel 1556 sciolse quella congregazione [38], e ne aggregò i membri all’ordine dei francescani dell’osservanza. Il Wadingo dice che il b. Angelo “multa passus est pro retinenda et restituenda regulari disciplina,” ed il Clareno stesso fece il racconto delle amare contese da lui sostenute sotto Giovanni XXII per l'istituzione della sua famiglia in alcune lettere pubblicate dal Papebrochio [39].

Oltre alle versioni sopra menzionate, frate Angelo scrisse anche dei Commentarii sulla Regola di s. Francesco, e l'Istoria de septem tribulationibus Ordinis Minorum. La sua morte accadde nel 1337 [40]. Fu precettore di Simone da Cassia o Cassiano degli Eremitani di s. Agostino, dotto e celebre oratore, come attesta la sua orazione funebre in lode di lui, e desta perciò meraviglia l’ignorare che fece il Mazzucchelli, chi fosse il b. Angelo [41].

Non è a tacersi che a lui vengono attribuiti alcuni fatti meravigliosi. Nel 1660 l’erudito senatore Carlo Strozzi possedeva nella sua biblioteca ricca di mss. un codice contenente le lettere del b. Angelo [42], dopo le quali seguiva la narrazione di miracoli da lui operati. A capo di questi leggesi al foglio 214 verso, che tale racconto era stato mandato da Roberto da Mileto [43] a frate Gentile da Foligno poco tempo dopo la morte di quel beato, che veniva qualificato come vecchio: “modico tempore post obitum fratris Angeli de Clarino.” Quella narrazione dicesi fatta da frate Filippo: “Ego frater Philippus assistens sancto seni fratri Angelo”, sotto la data “feria V infra octavam Pentecostes, scilicet feste s. Antonii”, la quale si riferisce all'anno 1337 o 1348 in tutto quel secolo dopo il 1317, anno in cui dimorando il pontefice in Francia, il b. Angelo subì il secondo giudizio. Dal racconto di quei miracoli appare che il beato morì il 15 giugno 1337, a s. Maria di Aspromonte, accorrendo a vederlo negli ultimi suoi momenti in una angusta cella un’immensa moltitudine di popolo della Basilicata, che ne conoscea la santità della vita [44], e quindi di Marsico, Saponara e Muro, che stanno intorno ad Aspromonte, il cui romitorio distava sei miglia da Marsico nuovo.

Fin qui i Bollandisti, ma l’esame del Codice Strozziano induce non lieve dubbio sull'esattezza del fatto attribuito a frate Filippo, il quale riferisce bensì le parole sopra riportate, ma con quelle finisce la linea ultima della pagina 219 v., e sembra che altre cose ei volesse scrivere, quantunque nulla si legga nel foglio seguente: forse aveva egli in animo di aggiungere un’autenticazione delle cose fatte sapere da frate Roberto a frate Gentile da Foligno, o scritta, fu ommessa fors’anche dal copista, di aggiungere qualche altro racconto di cose avvenute in occasione della morte del b. Angelo; più probabilmente la narrazione di quei miracoli è opera di frate Roberto, ed il Codice rimase imperfetto. D’altronde egli scriveva il 13 giugno, due giorni avanti la morte del b. Angelo, e avendo lasciato imperfetta la sua frase, non puossi giudicare con certezza cosa intendesse dire, e che il racconto dei miracoli, se fosse suo, sia completo.

 

Della versione volgare italica del Climaco [45], l'italiana letteratura va debitrice al già nominato frate Gentile da Foligno, appartenente egli pure agli eremitani di s. Agostino, come congetturano i Bollandisti [46], ed assai probabilmente discepolo del Clareno. Di lui non mi fu dato avere notizia alcuna negli scrittori delle nostre lettere, e neppure in quelli della sua città natale, non che dell'ordine Eremitano [47], ed è veramente a dolersi che la congregazione dei Clareni, in cui “virtutum magnus, litterarum exiguus cultus erat”, secondo la sentenza dei Bollandisti, quantunque abbia esistito per un secolo e mezzo, non abbia lasciato memorie letterarie di sè, poichè senza dubbio non sarebbero stati obbliati il suo fondatore, nè quelli che più vi si segnalarono, e fra questi i suoi discepoli. Il Mittarelli [48] fa cenno di lui, attribuendogli l’antico volgarizzamento italico, secondo una notizia da lui attinta da un esemplare esistente nella Riccardiana, scritto nel 1397, come rileva eziandio il Lami [49]; anche un codice posseduto già da Uberto Benvoglienti e trascritto nel 1395 col semplice titolo di Climaco, dichiarava quale volgarizzatore lo stesso b. Gentile. Contuttociò il Paitoni [50], che vide alcuni codici di quella versione, e segnatamente quello appartenente alla biblioteca del suo convento in Venezia a s. Maria della Salute, non parla del b. Gentile, e lo Zeno [51] asseriva essere questo volgarizzamento antico opera di un frate anonimo, che non volle renderne informati nè del suo nome nè del suo istituto religioso. Il Possevino, confondendo i due traduttori in lingue diverse, scrive che Gentile da Cingoli tradusse dal greco il Climaco, ed il Melzi [52], dopo aver ricordato che nel codice italiano della Riccardiana leggesi il nome d’un frate Gentile da Foligno dell’ordine dei frati romiti di s. Agostino, che parrebbe essere stato il volgarizzatore della Scala, aggiugne che quella versione viene da alcuni attribuita a frate Angelo da Cingoli detto Angelo Careni, minorita, fondatore della congregazione dei poveri eremiti, non ignaro della lingua greca, ed aiutato in tale lavoro da frate Gentile da Cingoli [53] suo correligioso. Anche il Gradenigo ed il Mazzucchelli errarono nel credere autore della versione volgare il Clareno. Il Bandini, registrando un codice membranaceo mutilo della versione italiana esistente nella Gaddiana [54], ed attribuendola ad interprete anonimo, dà a vedere ch’ei gli fosse ignoto. Il Paitoni [55] ricorda un’altra traslazione italiana di anonimo autore, edita a Venezia nel 1545, fatta sulla versione latina di frate Ambrogio, e dedicata alle monache benedettine di s. Servolo di quella città, che fu poi riprodotta nel 1570 e 1585, a cui succedettero altre edizioni sì di Venezia che di Milano. Tuttavia alcune notizie su questo frate Gentile si hanno nel già citato codice Strozziano; delle lettere del b. Angelo sei sono indirizzate a lui; parla in esse di cose spirituali, della costituzione della gerarchia ecclesiastica, risponde ad alcune questioni bibliche da lui fattegli, specialmente sulle 72 settimane di Daniele, delle calunnie sparse contro di sè e i suoi, e riferite al papa, delle costituzioni sancite nel Concilio di Vienna intorno alle regole monastiche di quelli che vivono in luoghi solitarii sotto l'ubbidienza vescovile, per le quali sono esenti dalle molestie di chicchessia, di affari riguardanti l'ordine, ecc.

Alcune portano la data di Avignone, ove trovavasi in occasione delle procedure a cui fu sottoposto. Il b. Angelo e frate Gentile erano dunque contemporanei e dell’istesso ordine, ma in quel carteggio non vi ha parola, che alluda alla versione italica della Scala attribuita al folignese. Oltre ciò un codice cartaceo della Nazionale di Firenze, scritto nella seconda metà, del sec. XV, e contenente molte profezie di diversi autori in verso e in prosa, volgari e latine, ne contiene una in latino di frate Gentile da Foligno in sei pagine, col titolo “de mundo in centum annis” [56] da lui cavata da un trattato di maestro Arnaldo da Villanova, e scritta in Parigi nell'anno 1300. Tale profezia, riguardante le cose politiche di molti stati, e seguita da una sua spiegazione o chiosa, è una delle molte invenzioni di que’ tempi, in cui gli scrittori imaginavano l’avvenire secondo i desiderii e le passioni individuali.

Nei codici completi del Climaco volgarizzati da frate Gentile verso la metà del secolo XIV, precedono la Scala ed il Sermone al Pastore un prologo del traduttore latino, in cui dà ragione del suo lavoro, indi le lettere di Giovanni abbate del monastero di Raiti a Giovanni Climaco abbate del Monte Sinai, con cui lo prega di scrivere il Trattato, la risposta dell’Autore, la vita del Climaco scritta dal monaco Daniele suo coetaneo, un breve proemio sulla natura del Trattato, ed una prefazione del frate volgarizzatore, che spiega il metodo da lui seguito nella versione, in cui inserì alcune chiose o spiegazioni del testo, da questo con opportuno modo distinte, ma che nelle stampe fattesene successivamente vennero con esso sconciamente frammiste e confuse a scapito dell’intelligenza del senso e con deturpamento dello stile; pel che saviamente opinava il chiariss. comm. Zambrini nel suo Catalogo del libri volgari a stampa, essere le edizioni fatte finora guaste da barbarismi e da soverchie glosse, e perciò meritare quest’opera d’essere rifatta colla scorta di antichi buoni codici mss.

E in vero di questi non v’ha penuria. In Firenze ne possiede la Riccardiana, la Nazionale e la Gaddiana [57], tutti membranacei. Appartiene alla prima di esse un codice del 1397; un altro, che come già accennai, sembra aver appartenuto ad Uberto Benvoglienti, scritto nel 1395, attribuisce anch’esso la versione volgare della Scala al b. Gentile da Foligno. La nota 174 all’Indice del Vocabolario ricorda un testo pregevolissimo denominato dal Guadagni, del secolo XIV, che ora sta nella Palatina, quasi in tutto simile all’Ambrosiano, di cui dirò più innanzi, ma forse trascritto da mano sanese, se si tiene calcolo delle forme grammaticali di non poche parole [58]. Il Palermo [59], parlando di questo codice, opina essere assai probabile, che molto della lingua originale volgare sia scomparsa, usando i copisti, specialmente toscani, dare forma della loro favella agli scritti che copiavano, ingentilendoli. Ancor più toscana e gentile di questo è la lingua di altro codice della stessa biblioteca, mancante però della vita del Climaco e delle lettere dei due abbati, mentre il volgarizzatore dichiara nel suo prologo di poco conoscere le voci volgari; ma perchè italiano, e perciò pratico del linguaggio della sua terra [60] dà a divedere che per vocaboli volgari intendesse il linguaggio toscano, o qualche foggia più gentile e purgata di parlare, che non fosse quella comunemente adoperata.

Altri esemplari sono nella Marciana, accennati dal cav. Valentinelli [61] tra cui quello proveniente dai Domenicani di s. Giovanni e Paolo, descritto anche dal Berardelli bibliotecario di quel cenobio [62]. Il Paitoni, già il dissi, descrive un altro buon codice completo, esistente allora a Venezia nella biblioteca di s. Maria della Salute [63]. La biblioteca reale di Torino ha pure un codice cartaceo del Climaco, scritto in doppia colonna nel secolo XV da qualche amanuense siciliano, che diede al testo un colore spiccatissimo dell’idioma di quella regione, ma sovente deturpato da solecismi e dizioni assai rozze. Due codici sono nell'Ambrosiana, di assai buona lezione, come fattura forse di qualche toscano e diligente copista, uno membranaceo e completo del secolo XV, l’altro cartaceo, scritto nel secolo XVII, talvolta ancora più corretto del primo, mancante però del secondo proemio del Volgarizzatore; ma volle sventura che il cattivo inchiostro usato dall’amanuense, e comune in quasi tutte le scritture di quell’epoca, e l'avere in qualche tempo sofferto alquanto l’umidità, oltre al rendere quasi impossibile la lettura in molti luoghi ed in larghi tratti, guastò, forandola quasi ovunque, la carta, che staccasi a brandelli, bruciata dal solfato di ferro, sì che l'uso anche accuratissimo va sempre più deteriorando il codice stesso in modo irreparabile.

Due altri buoni codici stanno nella ricca biblioteca del Museo Trivulzio in Milano, fra cui uno in 8.° piccolo del secolo XIV o del principio del XV, corrispondente al membranaceo Ambrosiano citato anche dall’Argelati, non che all’edizione veneta assai erronea nel 1517, ed a quella dell’anno seguente pure di Venezia, fatta da Filippo Pincio mantovano. Marc’Antonio Parenti nella sua seconda lettera a Gaetano Malocchi Sopra alcuni Testi a penna di prosa e poesia italiana, inserita nelle Memorie di Modena [64], esprimeva il desiderio, che in una nuova edizione del Climaco s’avessero a distinguere con carattere corsivo le giunte e dichiarazioni, che non sono nel testo originale, ma appartengono quali alla versione latina, quali all’italiana, altre ai commentatori; ma a questo proposito è d’uopo osservare, che sebbene nel suo prologo il Volgarizzatore dica d’avere scritto nel testo, per non impacciare i margini del libro, segnandole con fili di cinabro, le parole da lui poste delle chiose dei santi per maggiore dichiarazione e compimento del testo medesimo, tuttavia non mancano codici che ommettono questo segno o sottolineatura, e quelli che pure hanno ritenuto questa indicazione, non sono uniformi nel distinguere tutte le aggiunte, confondendole qual più qual meno col testo; fa quindi d’uopo il confronto di più esemplari e della stessa versione latina e del testo greco per evitare confusione e sceverare l’opera genuina del Climaco dalle chiose ed interpretazioni successive. Oltreciò il consiglio dato dal Parenti riesce bene spesso praticamente d’impossibile esecuzione, poichè si verrebbero in quel modo ad accumulare nel testo infiniti garbugli a danno della chiarezza e dell’intelligenza delle dottrine dell’Autore, sospensioni nel ragionamento, prodotte dall’intersecarsi delle glosse, interruzioni e intoppi senza fine, che renderebbero una nuova edizione del Climaco un ginepraio di parassite, e per nulla migliore delle precedenti. Ma essendo pure indispensabile allontanarsi dalla via tenuta dal Volgarizzatore, ed attenersi in qualche modo a quella ch’egli lasciava, ricomponendo il meglio possibile il testo primitivo e vagliandolo dalle aggiunte, mi appigliai al consiglio di porre queste a piè di pagina a guisa di note, lasciando a suo luogo quelle brevi esplicazioni filologiche, che al Volgarizzatore parvero meglio estrinsecare il pensiero del Climaco (a modo di quelle brevi e concise glosse, ch’erano famigliari ai trecentisti nel trasportare in italiano), e che non intralciavano per nulla l'andamento libero del discorso. Così mi parve poter evitare l'inconveniente di segregare con soverchio rigore una cosa dall’altra, di affastellare troppe note, interrompendo quasi ad ogni linea il testo, e di sobbarcarmi ad un lavoro improbo e pedantesco, con cui, senza recare alcun vantaggio alla nuova edizione, avrei spogliato il volgarizzamento di quell'impronta di genuinità, e schiettezza, ch’è il carattere ed il distintivo proprio dei trecentisti, usi ad usufruttare larga libertà nelle loro versioni. A questo non facile compito mi posi con quella cura e diligenza maggiore, che per me si poterono, onde rendere il libro aggradevole ai dotti che pongono affetto agli aurei trecentisti, ed a quanti non isdegnano le investigazioni speculative di quella filosofia, che per essere religiosa, non cessa perciò d’avere il pregio d’una meravigliosa profondità, e di condurre senza noia il lettore di buon volere negli inviluppati labirinti della scienza del cuore umano e dei destini razionali dell’umanità, di cui addita con ineluttabile verità ed evidenza le inclinazioni, i bisogni, le debolezze, i desiderii e tutta la misteriosa sua natura.

Un’ultima parola sui codici, de’ quali mi valsi in questa ristampa. Il testo è affatto conforme a quello del codice Ambrosiano membranaceo D or ora citato; l’altro cartaceo E mi somministrò le correzioni dei passi erronei, in cui il precedente talvolta cade, non che le varianti di maggior momento. Mi fu di non lieve aiuto anche quello della Biblioteca Reale Torinese, che segnai R, e che per munifica liberalità mi fu concesso di largamente consultare [65] onde decidere la vera lezione dei luoghi dubbi o controversi fra gli altri due, quantunque escisse da mano siciliana, e rechi impronte assai rilevanti di quella foggia di parlare nel secolo XV. Non affatto inutile mi riescì l’edizione della versione latina [66], probabilmente del b. Angelo, e della volgare del b. Gentile, secondo la stampa di Venezia, per Cristoforo Mandello, 1492, quantunque assai difettosa [67]. Se con sì pochi sussidii [68] mi saranno sfuggite inesattezze ed abbagli, ne spero facile venia dal benigno lettore.

I nostri tempi non volgono troppo propizii a libri e trattati ascetici, scritti tanti secoli innanzi a noi, e quindi recanti l’imagine fedele e complessa del pensiero d’allora, alieni dalle teorie filosofiche, dai progressi scientifici e dalle idee del secolo XIX; le aspre penitenze, le sante stoltezze dei Solitarii d’Oriente, le dottrine severe e sublimi nella loro semplicità di quei maestri di spirito, concernenti la rinuncia all'affetto dei beni materiali, la memoria della morte, il pianto penitente, la povertà, l’umile sentire di sè, il digiuno, la preghiera continua, desteranno nei savii moderni un sorriso di beffarda pietà verso quegli ingenui, ignari delle vantate nostre grandezze e del nostro culto alla materia; eppure quanto migliore sarebbe la società, quanti dolori, quante lagrime di meno rattristerebbero la fugace vita dell’uomo, se il seme delle dottrine professate nelle solitudini del Sinai e di Raiti cadesse meno avaro in terreno scevro da spine e da pietre, se la virtù del perfetto monaco descritto dal Climaco albergasse men rada nei cuori famelici di verità e di pace, se la benefica rugiada della fede e della speranza cristiana ristorasse a più larga mano l’arida e desolata palestra della nostra vita!

Milano, nel giugno 1874.

Per gli altri errori nel corso dell’ epera, l'Editore si affida all’indulgenza dei Lettori.

Note

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[1] Sembra scritto quand’era già abbate e più che sessagenario, alla fine del secolo VI o sul principio del seguente, e fu assai caro e rinomato principalmente nelle comunità religiose, ove faceasi professione di praticare quanto i consigli evangelici hanno di più perfetto. In esso l’autore lascia sfuggire alcuni tratti della sua vita, parlando pur d’un terzo, i quali mostrano in lui un modello di saviezza e di santità. Il Labbe ed il Pagi scrivono che il Climaco compose le sue opere verso l’anno 580.

[2] Frate Ambrogio Camaldolese parlando del Climaco nella sua prefazione, dice: «Beatissimi viri Iohannis cui ob insignem, ut puto, eruditionem scholastici cognomentum fuit, opus illud egregium, in quo totius monasticae perfectionis norma rectissime traditur». Il titolo di scolastici applicavasi in antico «ad viros eruditos, eloquentes et ad omnem litterarum elegantiam informatos atque exercitatos, quamvis nec in foro causas actitarent, nec in gymnasiis declamarent. Inde Prudentius, Ambrosius, Hilarius, Beda scholastici dicti;» Elia di Creta dice che Giovanni fu «omni humaniore doctrina imbutus», e i Bollandisti: «Quia vero varia illius eruditio passim in hoc sacro et religioso opere elucet, cognomento scholasticus appellatur, saepe etiam Johannes Sinaita vel Abbas sancti montis Sina». Il Tritemio a sua volta lo dice con voce e forma latina Scalastico, e l’edizione italiana di Venezia del 1545 intitola il libro: «Sermoni di s. Giovanni detto Climaco, cioè Scalastico».

[3] V. i Gradi IV, V, VI, VII. Racine nella sua Storia Ecclesiastica, parlando della prigione dei monaci di Raiti, ove faceano penitenza que’ di loro, ch’erano caduti in qualche fallo, dice che la descrizione datane dal Climaco, che vi stette un mese per istanza fattane al superiore, fa temere che quei penitenti non fossero abbastanza istrutti delle verità consolanti della religione, le quali erano sempre presenti alla mente dei fedeli più perfetti, quali a cagion d’esempio que’ che componevano la chiesa di Gerusalemme ( Sec. VI, art, VII, §. V).

[4] «Sanctitatem vitae tuae humilitatis tuae testatur epistola, unde omnipotenti Deo magnas gratias agimus, quia adhuc esse cognoscimus, qui pro peccatis nostris valeant exorare. Nos enim sub colore ecclesiastici regiminis, mundi hujus fluctibus volvimur, qui frequenter nos obruunt, sed coelestis gratiae manu protegente, de profundo relevamur. Vos ergo, qui in tanta quietis vestrae serenitate tranquillam vitam ducitis, et securi quasi in littore statis, nobis navigantibus aut potius naufragantibus orationis vestrae manum tendite, et conantes ad terram viventium pergere, quantis potestis precibus adiuvate, ut non solum de vestra vita, sed etiam de ereptione nostra mercedem habere in perpetuum valeatis, Sancta Trinitas dilectionem tuam suae protectionis dextera protegat, detque tibi commissum gregem orando, admonendo, exempla boni operis estendendo, in suo conspectu recte pascere, ut ad aeternae vitae pascua valeas cum ipso quem pascis grege pervenire. Scriptum quippe est: Oves meae venient et pascua invenient, quae videlicet pascua tunc invenimus, quando huius vitae hyeme carentes, de aeternae vitae quasi de novi veris viriditate satiamur.

Filio nostro Simplicio renunciante cognovimus, lectos vel lectisternia in gerontocomio, quod a quodam illic Isauro conditum est, deesse. Propterea misimus laenas XV, rachanas XXX, lectos XV, pretium quoque de emendis culcitris vel naula dedimus, quae dilectionem tuam petimus non indigne suscipere, sed in loco quo transmissa sunt, praebere. Data die kalend. septembr., indictione IV (Epist. lib. XI, ep. I in tom. II Opp. s. Greg. M., Paris., 1705, col. 1091)».

[5] Il Mosco nel Prato Spirituale ricorda un Giorgio abbate del monte Sinai, al quale appartenne anche Anastasio, altro celebre scrittore, salito poi sulla cattedra di Antiochia nel 561, che compose un libro contro gli Acefali, intitolato Guida alla vera via, in undici libri di considerazioni anagogiche sulla creazione del mondo, non che cinque discorsi dogmatici sui misteri della Trinità e dell’Incarnazione, ed alcuni sermoni.

[6] «Quo die Graeci in Menologio jussu Basilii Porphyrogeniti imperatoris saec. X collecto ista commemorant» (Bolland. ad loc).

[7] Una Scala del Paradiso è opera d’un monaco Guigo o Guido certosino, che fiorì nel sec. XII, vale a dire sei secoli dopo il Climaco.

[8] Tournai, 1664, in 4.°.

[9] Nessun’altr’opera del Climaco si ricorda dagli scrittori ecclesiastici oltre le due accennate; il Tritemio ricorda le di lui epistole ai monaci, ma esse non sono conosciute. Nella Catena in Matthaeum et Lucam di Macario Crisocefalo, metropolitano di Filadelfia, oltre i commenti di molti Padri e scrittori ecclesiastici, trovansi ricordati anche quelli di Giovanni Climaco (Fabrizio, t. VIII, 676, 679). Anche il Radero fa cenno delle lettere del Climaco ai monaci.

[10] Specialmente nell’edizione 1610 di Parigi.

[11] Biblioth. Vindobon., p. 192. — Elia di Creta visse verso il 787, ed assistette al Concilio Ecumenico VII. Le sue glosse, secondo il Radero, non furono mai pubblicate nè in greco nè in latino. Un altro latino interprete, secondo l’or citato Radero, inserì nel testo le chiose che imbarazzano il lettore, forse desunte dalla prima versione.

[12] Biblioth. Graeca, vol. IX, p. 523. Non è da dimenticarsi il Commento greco di Diadoco, di cui evvi un bell’esemplare del sec. XI o XII all’Ambrosiana.

[13] Diar. Ital., p. 215.

[14] Due ve n’ha nella Laurenziana, un altro nella Marciana a Firenze, secondo il Possevino, tre a Messina ed Augusta, quattro a Monaco, uno a Roma nella Sforziana, scrive lo stesso Possevino, altro ad Anversa, ed una in quella dell’Escuriale in Ispagna.

[15] Biblioth. Vindobon., tom. IV, p. 190, e nell’ed. Kollar., p. 420 ad cod. 180.

[16] Parigi, 1654 e 1675.

[17] Con questo nome l’opera del Climaco è chiamata anche in uno dei proemii della presente edizione, che sembra scritto da un suo commentatore.

[18] Wright, Catal. o Syriae Manuscr. in the Brit.Mus., t. II, p. 589.

[19] La sua versione commentata poi da Michele Isselt, fu scritta verso il 1480, cioè circa 231 anni dopo il b. Angelo.

[20] Ecco come ne parla: «Traductionem illam esse obscurissimam ne ipsi quidem negabunt. Quod ergo crimen meum est, si quod ille obscurius transtulit, apertius ipso et aliquanto etiam latinius convertere conatus sum? Porro quam fuerit interpres ipse eruditus, quid attinet dicere? Contendant isti peritissimum illum in utraque lingua extitisse; ego ab illis longe dissentiens, in neutra illum satis plenum fuisse veraciter asseverabo. Nam graeca pleraque non recte intellexisse cuilibet eius linguae vel mediocriter perito facile constabit, et latina erudite posuisse qui affirmat, sese imperitissimum esse haud obscure significat. Sanctissimum illum virum fuisse si asserant, facile ac perlibenter assentiam; non tamen quia sanctus fuerit, eruditum etiam fuisse sequitur atque idoneum ad transferendum. Aliud enim sanctitas est, atque aliud eruditio; immo vero si sanctus fuit, ne id quidem tentare debuit, quod commode implere non posset, neque id onus subire, quod virium suarum modum excederet; facit enim injuriam doctissimo viro, qui illum imperite ac rustice loquentem reddit. Sed haec fortasse liberius quam verecundiae meae conveniebat». È questa un’acerba critica e troppo appassionata, che il Camaldolese prepone alla sua versione in una lettera dedicatoria a frate Matteo, probabilmente abate del suo cenobio, chiamandolo «venerabilis ac merito desiderabilis pater».

[21] De Orig. Relig. Francisc., tom. I, p. 4, Aggiunge che frate Angelo fu «suae Regulae, quam et fidelissime acutissimeque exposuit, zelantissimus».

[22] Egli si servì di tre mss. greci di Augusta, e cominciò nel 1606 a pubblicare il Pastore colla sua versione e le note; poi con altri sette codici diede l’ opera intera del Climaco colla versione latina, correggendo anche il Camaldolese, ed inserendo un altro scoliaste greco anonimo.

[23] Letterat. Grec. Ital., p. 124.

[24] Nel 1585 apparve in Venezia la versione italiana del testo latino del Camaldolese.

[25] Vi manca il Sermone al Pastore. È stampata da Filippo Pincio mantovano.

[26] Tom. II, pag. 190.

[27] Fu poi riprodotta a Lione nel 1677 nella Biblioth. Patrum.

[28] A questo proposito il Traversari opina che molti «priorem illum interpretem afflatum Spiritu Sancto id opus transtulisse pertinacius fortasse quam consideratius asseverabunt».

[29] Letterat. Grec. Ital., p. 122.

[30] Biblioth. Francisc., Romae 1614, p. 22. - Il san Macario tradotto dal Cingolano probabilmente è quello che si contiene in un codice ambrosiano intitolato: «Verba sive sententiae s. Macharii. Quaestiones CL,» e fa seguito ad un frammento della scala del Climaco, di cui l’amanuense non trascrisse che i primi quattro gradi colle due lettere scambiatesi fra gli abati del Sinai e di Raiti. Una vita di s. Onofrio è pure attribuita allo stesso s. autore, ma non sembra ch’egli la scrivesse mai. È stampata in seguito alla Scala nell’edizione di Venezia 1545.

[31] Ne parla con lode di grande santità il Gonzaga nell’Orig. Seraph. Relig. Francisc., tom. I, p. 205.

[32] I Bollandisti affermano che verso il 1270 frate Angelo era fra i principali zelatori della povertà francescana, e fu mandato in Armenia, essendo stati chiesti alcuni della religione dei minori da quel re, in età certo non minore di 41 anni.

[33] Egli abitò qualche tempo nel convento di s. Francesco di Forano.

[34] Annal. Minor., t. V, p. 217.

[35] Letterat. Grec. Ital., p. 122.

[36] Giovanni XXII successe a Clemente V nel papato e nel disturbare gii eremiti. Sul suo conto, così si esprime l'Art de vérifier les dates: «La dispute qui s’était élevée entre les Frères Mineurs touchant la pratique de la Régie de s. François, donna de l’occupation à Jean XXII; les choses furent portées si loin, qu’on en fit brûler quelques uns».

[37] Nel 1353 Paolo Trinci vescovo di Foligno concedette agli eremiti agostiniani la parrochia di s. Savino in Villa di Valle in quella diocesi (Torelli, Secoli Agostiniani, ad ann. praedict.)

[38] Un breve di Giulio II nel 1510 unì quella famiglia agli osservanti o conventuali, ma essa serbò la speciale sua osservanza (Wading., Scriptor. Ord. Minor., p. 22).

[39] Tom. II di Giugno, p. 1091. Il Prof. Giuliano Vanzolini pubblicava a Bologna nel 1865 la «Lettera de’ Fraticelli a tutti i Cristiani, nella quale rendon ragione del loro scisma». Quel testo di lingua fu scritto originariamente in comune volgare, ed il codice da cui fu tratto, pare all’editore scritto verso il 1336, quindi qualche anno innanzi la morte del b. Angelo, già quasi nonagenario. La lettera or citata dice che «Iacopo chiamato papa Iohanni XXII, il quale morì ne l’anni Domini MCCCXXXV, fu et morì pertinace eretico, come se demostra chiarissimamente in quattro statuti che esso fece, ne li quali scrisse e seminò molti errori». I Fraticelli giustificano la propria condotta nell’essersi separati dai loro prelati per tre cagioni, incolpandoli di eresia, simonia e pubblica fornicazione, sostenendo essere quindi la loro separazione lecita e debita, e sè stessi non essere scomunicati nè degni di scomunicazione.

[40] I suoi frati, persuasi della di lui santità, composero la seguente breve ufficiatura: «Salve, pater, humilis fervor charitatis, amator mirabilis sanctae paupertatis, alme pater Angele, prece pietatis ora Deum jugiter nostris pro peccatis.

Ora pro nobis, beate Angele.

Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

Oratio. Deus, qui beatum Angelum famulum tuum multis tribulationibus examinasti, et cor ejus sanctarum intelligentia scripturarum coelitus imbuisti, tribue, quaesumus; ut ejus meritis et precibus mens nostra a pravis cogitationibus separetur, et ea quae tibi sunt placita, jugiter contempletur. Per ecc.

Christi cultor, lux poenitentiae, morum fultus Angelus acie, post labores, post mundi taedium paradisi laetatur requie».

[41] Scrittori d’Italia, t. I, p. II, p. 763. Quantunque il titolo di beato, secondo i Bollandisti, a riguardo di questo monaco, non sia mai stato «a Sede Apostolica institutus, sed longi temporis tolerantia stabilitus», pure essi medesimi lo ricordano sotto il 15 di giugno.

[42] Questo Codice ora è nella Magliabechiana, ove passò all’epoca della divisione dei libri di casa Strozzi fatta dall’arciduca Pietro Leopoldo, è cartaceo in 219 fogli scritti, ed ha due parti: la prima contiene le lettere del b. Angelo, la seconda il racconto de’ miracoli da lui operati. Le lettere sono 87, indirizzate quasi tutte a monaci del suo ordine in Roma e sua provincia: parlano di cose spirituali, ed esortano quei frati all’osservanza rigorosa delle regole monastiche, lottando contro le traversie mosse da’ cardinali e da altri prelati, che avversavano tale osservanza; sovente lo scrittore allude alle passate angustie sofferte da lui e da’ suoi seguaci, delle quali si lagna con pacata, ma viva amarezza, consigliando al perdono. Egli si appella quasi sempre: «Peccator ultimus frater Angelus,» oppure: «Frater Angelus inutilis Christi servus,» ed anche: «Peccator frater Angelus in omnibus vilis et modicus.» Nella lettera a f. 19 leggesi: «Benedictum sit nomen Domini nostri Jesu Christi filii Dei vivi. Amen. Reverendis et diligendis fratribus Angelus etc. In sabbato post octavam pasce. Clemens (V, morto nel 1314 ad Avignone) summus pontifex transivit ductus sue villicationis reddere rationem coram viduarum judice et pupillorum patre Christo. Orate Deum instanter, quod provide at ecclesie sue de bono et sancto pastore, qui verbo et opere Christi exempla sectetur et doceat, ut respirare possint pauperes et humiles a vexationibus et pressuris passionum suarum hominum malignorum et spirituum superborum sub ipsius ducatu; ut post angustias presentis diei et noctis, quas sub multis revolutionibus annorum passi sunt servi Dei, aliquali consolatione fruantur.» Al num. 53 evvi l’«epistola excusatoria de flagellis impositis et fratrum calumniis»; è una lunga lettera al papa, in cui il b. Angelo si discolpa da tutte le calunnie, di cui fu bersaglio la sua famiglia religiosa, e giustifica la sua condotta. — Il Codice è del sec. XV, scritto nitidamente con buon carattere quadrato di quel tempo e da una sola mano, ed in buono stato di conservazione. Alcune lettere hanno la data di Avignone, ove stette molti mesi.

[43] Questi fu nel 1344 eletto esecutore testamentario di Sancia, vedova del re Roberto, quand’era in procinto di entrare nel monastero delle Clarisse da lei fondato in Napoli (V. Bolland., op. et loc. cit., et Wading. ad ann. 1344). — Que’ miracoli son narrati nel predetto codice Strozziano dalla pag. 214 v. alla 219 v., ed hanno per titolo: «Infrascripta misit dom. Hubertus de Mileto fratri Gentili de Fulgineo modico tempore post obitum fratris Angeli de Clarino;» e la descrizione così comincia: «Miracula aliqua, que ad me venire potuerunt ex multis hucusque patratis ex fideli relatione, que dignatur operari omnipotens et misericors Deus ob meritis servi sui patris nostri sancti senis fratris Angeli.» Fra quelli che ricevettero guarigioni miracolose annoveransi molti frati, specialmente di Calabria. Dal racconto di tali meraviglie scorgesi che frate Roberto abitava col b. Angelo, poichè vi si cita l’eremitorio «s. Marie de Aspro, ubi tunc morabamur;» ed egli stesso asserisce d’essere stato presente a non pochi fatti miracolosi operati dal suo collega. Parlando della morte del beato avvenuta il 15 giugno, lo scrittore asserisce essere stato tanto il concorso di gente accorsa a vederlo nella sua cella, e ad assistere in chiesa alle sue esequie, che fu d’uopo porvi delle guardie onde impedire disordini e regolare l’ingresso.

[44] Bolland., tom. II  junii, p. 1091.

[45] È citata dagli Accademici della Crusca sotto il titolo di Volgarizzamento della Scala del Paradiso, opera da alcuni falsamente attribuita a s. Agostino.

[46] «Quisnam fuerit ille fr. Gentilis, Clarenus an Minorita, non ausim divinando definire, magis tamen propendeo ut Clarenus fuerit» (tom. II jun., p. 1102.) Lo dice espressamente anche il b. Angelo nella lettera 49 ed altrove allo stesso: «Reverendo patri in Christo fratri Gentili de Fulgineo de ordine s. Augustini frater Angelus vilis et inutilis Christi serviis salutem et orationes.»

[47] Ne taciono il Cappelletti nelle sue Chiese d’Italia, ed il Iacobilli ne’ Santi dell’Umbria, che non rammenta pure il b. Angelo, non che il Monasticon Augustinianum del Crusenio ed il Torelli nei Secoli Agostiniani. Quel frate Gentile fu certamente della famiglia e contemporaneo di maestro Gentile, morto di peste in Foligno il 18 giugno 1348; filosofo e medico assai celebre, stimato quale altro Avicenna, e sopranominato lo Speculatore, fu assai favorito e premiato da papa Giovanni XXII, e creato cittadino di Perugia, avendo per molti anni letto filosofia e medicina sulla prima cattedra di quella città (Dorio, Istoria di casa Trinci, p. 152 ). Le sue opere furono appellate lucidissime e divine; e’ scrisse un trattato In sextam seu quarti libri Avicennae, ed un altro de Urinis et Egestionibus, de’ quali v’hanno esemplari cartacei del sec. XV nell’Ambrosiana; un Codice cartaceo in fol. di Consilia medica dello stesso autore è nella Riccardiana con due altri trattati col titolo Incipit et desinit, e De balneis Senarum et Viterbii; di quest’ultimo evvi un esemplare anche nella Nazionale di Firenze.

[48] Biblioth. s. Michael. Venet., col. 537.

[49] Biblioth. Riccard., pag. 212. — È desso il codice 1351 membranaceo e palimpsesto di buona lezione in foglio piccolo a due colonne, che appartenne già al monastero di s. Donato di Scopeto nel sec. XVI. Nel margine inferiore del primo foglio sta scritto di mano affatto contemporanea al Codice, cioè del sec. XV: «El soprascripto frate translatore o vero volgarizatore di questo libro si fu el beato frate gentile da Fulegno de l’ordine de’ frati romiti di santo Agostino.» La circostanza dell’epoca, in cui fu scritta questa dichiarazione, acquista ad essa un grado assai elevato di credibilità. La scrittura anteriore, qua e là a gran fatica leggibile, sembra indicare atti giudiziarii ecclesiastici del sec. XIV; talvolta pare che in alcuni fogli si contenessero scritture diverse da quelle ora accennate, non parendo uniforme ed identica la scrittura.

[50] Bibliot. degli Aut. Ant., t. II, p. 110.

[51] Nelle Annotazioni alla Bibliot. dell’ Eloq. Ital. di mons. Fontanini, tom. I, p. 153.

[52] Anonimi e Pseudon., vol. I.

[53] Non sembra che esistesse il casato Gentile da Cingoli, poichè anche Durante Dorio nell’Istoria di Casa Trinci non rammenta che i Gentili di Foligno e Camerino.

[54] 1 Supplem., tom. II, p. 67.

[55] Bibliot. degli Aut. Ant.; vol. II, pag. 112.

[56] Incomincia essa con queste parole: «Infrascriptam prophetiam, que incipit de mundo in centum annis etc. ego frater Gentiles de Fulgineo extraxi de quodam tractatu magistri Arnaldi de Villanova sancti viri, qui tractatus intitulatur de cimbalis ecclesie, in quo tractatu clare et lucide ostendit per dicta Augustini in lib. XX de civitate Dei et per dicta Dunielis prophete sibi ab augelo revelata, quod adventus Antichristi et ipsius persecutio erit in mundo infra annos Domini 1576, in quo tractatu inserit ad declarationem propositi sui per dictam prophetiam, quam asserit comunicatam sibi a quodam viro sancto, cui ego quamvis presumptuosus videar, exponam pro consolatione rudium cum quibusdam declarationibus mihi aliquantulum perspicuis, tam ex factis rerum jam completarum, quamque ex aliis prophetiis quasi autenticis, que alias ante plura tempora ad meam notitiam, Domino concedente, pervenerunt. Et istam prophetiam scripsit dictus frater Gentiles Parisius in anno Domini MCCC cum predicto tractatu. Ego vero Lucas geminianensis ab ea copiavi in anno Domini 1494 die 10 maji, dum Carolus Francorum rex versaretur circa Romam cum multis milibus armatorum eundi causa expugnatum regnum neapolitanum, ut ajebant, etc.» Altre profezie sono di frate Giovanni predicatore e teologo di s. Brigida, dell’abate Gioachino, da alcuno attribuite a frate Tomasuccio, di Camilla Sesta sibilla italiana, di Merlino, di frate Antonio da Rieti, frate Tomaso da Gualdo, frate Stoppa, ed altri ignoti, le quali furono raccolte e copiate «da antichissimi esemplari» in Firenze dal predetto Luca di s. Geminiano.

[57] Bandini, Supplem., II, p. 67 dice che il Gaddiano membranaceo manca dei primi cinque gradi per guasto, e della maggior parte della vita scritta da Daniele, ma non fa alcun cenno del nome del Volgarizzatore.

[58] Una stampa di questo volgarizzamento fu fatta a Venezia nel 1492 da Cristoforo Mandello in 4.° a due colonne, con una figura ad impronta di legno nella prima carta ed un’altra nella seconda v.° Essa tenne dietro a due altre fatte pure in Venezia nel 1478 e 1491; un’altra è del 1517, ma molto erronea.

[59] I Manoscritti della Palatina di Firenze, tom. I, p. 114 e seg. È un bellissimo codice membranaceo in 4. a due colonne e a larghi margini, colle iniziali dei capitoli fregiate e le rubriche rosse; la scrittura è assai nitida e regolare del sec. XV, ed è completo, e finisce colle parole: «Finito libro referamus gratia Christo». L’altro codice rammentato dal Palermo, è pure membranaceo e a due colonne, e appartenne già «Bibliothecae Mentis Perusiae» come indica il suggello impressovi, ed è scritto in carattere poco regolare; è palimpsesto, ma la scrittura anteriore, che sembra del sec. XIV, è illeggibile, non trasparendo qua e là che la forma di poche lettere. Vi si riscontrano i vocaboli misterio, fuoi, cosa raigionevili e raigionevilmente, amonesce, caigione, stonne, ecc. per mestieri, fui, ecc. Anche l'ortografia è assai inferiore a quella del Codice precedente. Finisce poi colle parole: «Deo gratias. Amen.» Per carità, chi legesse questo libro, e recevendone dolceza spirituale, abbia a pregare devotamente per lo scriptore e per chi lo fece scrivere. Amen».

[60] Avvertiva M. Antonio Parenti nel suo scritto Sopra alcuni testi a penna di prosa e poesia italiana, trovarsi nel volgarizzamento del Climaco alcune voci, che nei recenti dizionarii sembrano moderne, e pure da tanti anni presero posto in un libro italiano. Il soprabuono posto in principio del Dizionario dell’Alberti sembra un composto del Salvini, e così al Grado XIV il soprapieno, che il medesimo Vocabolarista registra per autorità del Segneri: «La gola è ipocrisia, cioè falsa mostra del ventre; perciò quando è saturato, dimostra anco che abbisogni, e quando è pieno e soprapieno, richiama e dimostra d’aver fame». La voce saturato è accolta dall’ Alberti solo come termine chimico, e la Crusca che accolse saturo, potrebbe ammettere anche saturato, che l’uno e l'altro hanno convenienza alla grave poesia meglio che satollo e satollato. Altre voci sono inusate, che pure vi si trovano, come inquisita, invenuta, esbandìe, araneale, adolescentula, otturare ecc.

[61] Bibliot. ms. s. Marci Venet., t. II, p. 190.

[62] Raccolta d’opusc. scient. e filol., t. 32, p. 80.

[63] Bibliot. degli Ant. greci e lat., p. 50, t. XXIII della Raccolta Caloger.

[64] Anno VIII, t. XVI, fasc. 46, 1829.

[65] Nel secondo foglio bianco sono scritte da mano moderna alcune brevi notizie del Climaco, desunte dal Dizionario degli Uomini illustri di M. L’Advocat: l’amanuense del codice coronava il suo lavoro scrivendovi infine il distico:

«Orent legentes sic pro scriptore dicentes:

Filius ut Dei crimina parcat ei.»

[66] Venezia, per Filippo Pincio, MCCCCCXVIII. Manca del Sermone al Pastore.

[67] Appartiene alla Biblioteca Nazionale di Brera in Milano.

[68] M’ero lusingato di potermi valere anche di due codici del sec. XV, appartenenti alla libreria del ricco Museo d’un nobile patrizio milanese, ma le mie speranze caddero a vuoto.

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Ultimo aggiornamento: 02 settembre 2009