Antonio Saccoccio

 

introduzione metrica a “L’allegria

di

Giuseppe Ungaretti:

 

 

Per gentile concessione dell'autore

© 2005 tutti i diritti sono riservati

 

La rivoluzione metrica operata da Ungaretti nelle liriche de “L’allegria” parte dalla critica e dalla successiva demolizione del verso tradizionale.

Schematicamente si può dire che la distruzione del verso ha un duplice scopo:

 

1.  eliminare la musicalità della metrica tradizionale, che non può adattarsi ai temi drammatici della guerra.

2.      mettere in rilievo la singola parola in tutta la sua potenza semantica e fonica.

 

Spieghiamo meglio queste affermazioni.

Per Ungaretti gli schemi metrici fissati dalla tradizione costituiscono una prigione in cui non è più possibile esprimersi. E così il nostro poeta non può accettare una forma come il sonetto, che lo costringe non solo ad impiegare versi della stessa lunghezza, ma anche ad un rigido impianto strofico e ad un preciso schema delle rime (davvero troppo condizionante). E ugualmente rifiuta l’endecasillabo sciolto, che pure è libero dagli obblighi di rima, ma pur sempre costringe ad un’unica misura e, soprattutto, ad un ritmo solo relativamente variabile.

Quindi l’unica soluzione è creare una forma metrica ed un ritmo adatto alle singole occasioni. E è questa la grande novità della sua poesia, ed è da questa intuizione che nasce la straordinaria efficacia delle liriche de “L’allegria”.

Per Ungaretti l’ispirazione deve dettare anche la propria misura espressiva. In questa maniera è possibilire ritrovare il significato autentico della singola parola, che spesso costituisce da sola un intero verso.

In Veglia per tre volte i verbi al participio passato costituiscono un intero verso, e in tutti i casi si tratta di un quaternario. Sono tutti verbi afferenti al campo semantico della sofferenza e del travaglio, e, così isolati, vengono caricati di un’ulteriore potenza espressiva, a cui contribuisce anche l’asprezza fonica di alcuni nessi consonantici.

 

Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore

 

Più avanti, quel “tanto”, volutamente isolato, ha un’analoga funzione espressiva: sottolinea ancora di più l’attaccamento alla vita da parte del poeta.

 

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

 

Ne I fiumi Ungaretti ci presenta al verso 26 un’altra parola isolata.

 

E come un beduino

mi sono chinato a ricevere

il sole

 

Anche qui l’intuizione è assai felice, tanto che ci sembra quasi di poter percepire la luce della stella, che brilla così isolata dal resto e, soprattutto, al termine della strofa.

 

La distruzione della metrica tradizionale è un’operazione condotta da Ungaretti con grande convinzione e decisione. Ma nella mente e nella sensibilità artistica del poeta certo doveva essere sempre ben presente il ritmo e la musicalità del verso della tradizione poetica italiana. E così, come ha notato più di un suo lettore, spesso tra i versicoli affiorano ricordi delle strutture metriche precedenti. Molti dei brevi versi ungarettiani possono essere letti come versi tradizionali spezzati.

In Mattina i due versi, letti senza l’a capo, costituiscono un settenario con accenti sulla 2a e sulla 6a sillaba:

M’illumino / d’immenso

In Soldati i quattro versi possono essere letti come due settenari, entrambi con accenti sulla 2a e sulla 6a sillaba. Questo caso è emblematico, poiché questa lettura “ricostruita” su due versi fornisce maggiore regolarità rispetto a quella originale su quattro (che presenta un quaternario seguito da tre trisillabi). Il che potrebbe spingerci a pensare ragionevolmente che il poeta abbia dapprima pensato al distico di settenari e scomposto solo successivamente i versi.

Si sta come / d’autunno

Sugli alberi / le foglie

Ne I fiumi troviamo un regolarissimo endecasillabo a maiore disposto su due versi.

E come una reliquia / ho riposato

In Fratelli i due versi iniziali possono costituire un endecasillabo non canonico (infatti non è presente né un accento sulla 4a né uno sulla 6a sillaba).

Di che reggimento siete / fratelli?

Nella versione del 1916 di Fratelli troviamo un altro endecasillabo “nascosto”. Questa volta si tratta di un tradizionale endecasillabo a maiore.

come una fogliolina / appena nata

In S. Martino del Carso i due distici finali possono essere ridotti ad una coppia di endecasillabi a maiore, entrambi con ictus secondario sulla 3a sillaba.

Ma nel cuore / nessuna croce manca

È il mio cuore / il paese più straziato

In Sono una creatura i primi due versi costituiscono un endecasillabo non canonico con accento sulla 5a sillaba (come i primi due versi di Fratelli).

Come questa pietra / del S. Michele

I tre versi finali della stessa lirica possono essere ricondotti ad un novenario con accentazione regolare sulla 2a, 5a e 8a sillaba.

La morte / si sconta / vivendo

La lirica In memoria ci offre un altro esempio di scomposizione su tre versi. Questa volta il verso “nascosto” è un endecasillabo a minore con accenti sulla 4a, 7 a e 10 a sillaba.

 

E forse io solo / so ancora / che visse

 

Questi esempi di possibili “ricomposizioni” di versi tradizionali a partire dai versicoli ungarettiani non devono farci perdere di vista in alcun modo la novità del linguaggio del nostro poeta.

Innanzitutto abbiamo già visto come a volte anche i versi “nascosti” trai versicoli non rispettino in molti casi l’accentazione tradizionale. In effetti già da questo si nota il distacco di Ungaretti dalla tradizione metrica precedente. Quando un endecasillabo non ha né un accento sulla 4a sillaba e neppure uno sulla 6a sillaba, perde quel ritmo che la tradizione poetica italiana ha riconosciuto per secoli come proprio di quel verso. Si potrebbe dire addirittura che quello non è un endecasillabo. Più moderatamente, è preferibile affermare che si tratta di endecasillabi non canonici, irregolari rispetto alla tradizione poetica italiana. Ma ciò non toglie la grande novità di una simile operazione.

Non solo l’endecasillabo è privato della sua normale accentazione, ma anche i versi più brevi.

In Veglia il verso più lungo è l’ottonario del v. 13.

lēttere piēne d’amōre

Ma, come si vede, è un ottonario con accenti sulla 1 a, 4a e 7a e sillaba, che quindi non rispetta l’accentazione tradizionale (che prevede due soli accenti sulla 3a e 7a e sillaba).

 

I due senari consecutivi ai vv. 7 e 8 hanno la stessa accentazione (1a e 5a sillaba), ma anche in questo caso è un’accentazione irregolare rispetto a quella tradizionale (che prevede per il senario accenti sulla 2a e sulla 5a sillaba).

vōlta al plenilūnio

cōn la congestiōne

L’analisi metrica della lirica Veglia conduce all’ultimo passo della rivoluzione metrica operata da Ungaretti. Dopo aver demolito il verso tradizionale, infatti, il poeta ha bisogno di creare ex novo un metro e un ritmo confacente alla sua poesia. Il metro e il ritmo si adatteranno di volta in volta alle diverse situazioni espressive. In Veglia i versi più brevi e spezzati corrispondono ai termini più duri (i già citati participi passati: “massacrato”, “digrignata”, “penetrata”), mentre il verso si distende in un tranquillo ottonario proprio nel momento in cui il poeta esprime tutto il suo amore per la vita (“lettere piene d’amore”).

La prima strofa della lirica Sono una creatura fornisce un esempio di quali risultati possa raggiungere il nuovo ritmo ungarettiano.

 

Come questa pietra

del S. Michele

cosí fredda

cosí dura

cosí prosciugata

cosí refrattaria

cosí totalmente

disanimata

 

Analizziamo i vv. 3-8. Si tratta di due quaternari, seguiti da tre senari e un quinario finale. Il ritmo, scandito già dall’anafora, risulta potenziato dall’accentazione voluta da Ungaretti. Efficacissimi sono i due quaternari, che presentano entrambi gli stessi insoliti accenti sulla 2a e sulla 3a sillaba. Sono due accenti consecutivi, che la tradizione metrica invitava ad evitare accuratamente e che il nostro poeta, invece, usa volutamente per potenziare la durezza espressa già dal significato e dal suono dei due aggettivi. Ma ciò non basta. L’asprezza della condizione descritta procede con una climax ascendente e osserviamo come il ritmo segua questa intensificazione. I due quaternari lasciano il posto a tre senari, tutti con accentazione regolare sulla 2a e sulla 5a sillaba. Infine un quinario con accenti sulla 1a e sulla 4a sillaba chiude potentemente la strofa. Il quinario solo apparentemente rompe la serie dei senari. In realtà, per la disposizione dei suoi accenti e per l’assonanza che lo lega ai versi precedenti, si configura come un senario privo della prima sillaba. E questo appare chiaro confrontando questo quinario col primo dei senari: risulta evidente la stretta parentela metrica, ritmica, fonica (stesse vocali accentate) e persino grammaticale (si tratta ancora di due participi passati).

 

cosí prosciugata

( - ) disanimata

 

 San Martino del Carso offre invece un esempio diverso. Il tono di questo componimento non è caratterizzato dall’asprezza, ma dalla tristezza e dalla sconsolatezza. Il poeta decide quindi di strutturare la lirica secondo uno schema simmetrico, che garantisca un ritmo stanco e ripetitivo: due quartine seguite da due distici.

Ma un ritmo stanco ha bisogno di versi simili con accenti simili: ed ecco infatti che i quattro quinari presenti nelle quartine (vv. 1-2, 7- 8, e non è neppure un caso che siano i primi due e gli ultimi due) hanno tutti gli accenti sulla 2a e sulla 4a sillaba.

 

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

 

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

 

Ma nel cuore

nessuna croce manca

 

È il mio cuore

il paese piú straziato

 

I distici finali, come ho detto precedentemente, sono entrambi formati da un quaternario seguito da un settenario e possono essere letti come due endecasillabi. Anche qui prevale la simmetria e la ripetizione.

Da questi esempi si può avere un’idea di quanto Ungaretti, grazie alla sua coraggiosa e convinta rivoluzione metrica, abbia realmente donato nuova linfa alla lirica italiana. Anche le sue raccolte successive, improntate ad un recupero di alcuni stilemi della metrica tradizionale, porteranno il segno di una rinnovata energia espressiva. L’energia di un verso che non è in alcun modo già dato prima del concepimento del nucleo creativo della lirica. L’energia di un verso “vivo” che nasce insieme al pensiero e alla parola del poeta.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 22 luglio 2005