Gaetano Salvemini

Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295

Tratto da: Gaetano Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295 , Einaudi, Torino 1960
Revisione dell'edizione elettronica di: Giuseppe Bonghi

I PARTITI DAL GIUGNO 1287 AL GENNAIO ’93

– 1.  Nuove conquiste delle Arti minori. 
– 2. Reazione magnatizia dopo Campaldino; la legge sui servi. 
– 3. La riforma amministrativa, il Gonfaloniere di Giustizia, nuovi progressi delle Arti minori. 
– 4. I partiti dal 1290 al 1293.

1. 
         In nessuna delle leggi, che nel capitolo precedente abbiamo esaminate, appare alcuna differenza di trattamento fra Grandi guelfi e Grandi ghibellini; e questo conferma la ipotesi, che noi abbiam fatta a proposito della notizia data dal Villani sulla divisione fra Grandi e Popolo nel 1284, che cioè questa notizia debba essere interpretata nel senso, che due anni dopo l’alleanza fra Guelfi e Popolo contro i Ghibellini, il Popolo sia entrato in lotta anche coi Guelfi iniziando una politica esclusivamente popolare.
         Naturalmente l’opera aggressiva del Popolo non poteva non trovare nei Grandi fiera opposizione. La seconda metà del 1285 dové essere piena di agitazioni e di disordini. Il 7 giugno, «ponendosi mente agli enormi delitti che si commettono», si dà al Capitano Difensore balia fino al 1° settembre di inquisire, giudicare, condannare per qualunque delitto, applicando la pena secondo gli Statuti o a suo arbitrio[1]; nell’agosto gli sbanditi, forse ghibellini, han fatto adunanza in Val d’Arno e a Casuberti e infestano le strade[2]; il 27 agosto, avvicinandosi al termine la balia concessa due mesi prima al Capitano, questa vien prorogata fino ai primi d’ottobre[3]; e nuove proroghe vengono approvate il 2 ottobre fino a novembre con aggravamento delle pene contro i delitti di sangue[4], e di nuovo il 10 novembre fino a metà dicembre[5].
         Il 30 ottobre 1286 avvennero dei disordini di una gravità tutta speciale. Un Magnate della famiglia dei Mazzinghi era stato condannato a morte per omicidio e veniva condotto dalla famiglia del Potestà al luogo del supplizio; via facendo, la comitiva fu assalita da un gruppo di Magnati, con a capo M. Corso Donati, i quali volevano liberare il condannato; il Cavaliere del Potestà, che dirigeva la cerimonia; riescì a frenare gli assalitori; ma, vedendo impossibile giustiziare il condannato, lo ricondusse indietro al Palazzo del Comune. Il Potestà, appena ebbe rapporto dell’accaduto, fece suonare la campana dell’allarme; il Popolo si armò e accorse al palazzo del Potestà, gridando giustizia, giustizia! Subito vennero convocati i Consigli e si dette al Potestà e al Capitano piena facoltà di investigare e procedere contro i turbatori dell’ordine[6]. Il Mazzinghi, invece di essere decapitato, come era diritto dei Nobili, fu trascinato per la città a coda di cavallo e poi impiccato, e M. Corso Donati e i suoi soci furori condannati a una multa pecuniaria per aver cominciato il rumore e tentato di impedire la giustizia[7].
         Effetto di queste lotte violente fra Grandi e Popolo furono nuove conquiste delle Arti minori. Sia che il Popolo grasso non fosse sufficiente a tener testa da solo ai Grandi guelfi e ghibellini, sia che le Arti minori, cogliendo l’occasione, abbiano obbligato le privilegiate a cedere ancora un’altra parte del potere, nel 1287 le Arti maggiori dovettero riconoscere alle minori più ampi diritti.
        Come precisamente sieno andate le cose, noi non sappiamo perché i documenti dell’anno 1287 sono estremamente scarsi. Certo è che il 12 giugno ’87 troviamo che le cinque Arti mediane, le quali finora entravano solo nei Consigli del Capitano, appaiono entrate in compagnia delle prime sette anche nei Consigli del Comune[8].
        Con questa riforma costituzionale deve certamente andare connessa un’altra riforma molto importante, che finora è passata inavvertita dagli storici.
        Negli Ordinamenti di Giustizia del gennaio 1292 (stile comune ’93), la rubrica I fa la enumerazione prima delle dodici Arti maggiori poi di altre nove Arti, «que vexilla habent et habere solent a Comuni Florentie a quinque annis citra». Dal 1292 risaliamo così al 1287; e da questa notizia autentica ricaviamo che nel 1287 fu riconosciuta la esistenza politica e concesso il diritto di organizzarsi militarmente ad altre nove Arti, che sono:

1. Vinattieri
2. Albergatori maggiori
3. Venditori di sale olio e cacio
4. Galigai grossi
5. Corazzai e Spadai
6. Chiavaioli e Ferraioli nuovi e vecchi
7. Correggiai, Tavolacciai e Scudai
8. Legnaioli grossi
9. Fornai.

        Da questa enumerazione si vede che in questo caso si fece come nel 1282: per formare alcune delle nove Arti aventi organizzazione politica, se ne misero insieme due o tre di quelle che prima avevano personalità separata; e così, dopo cinque anni dalla istituzione del Priorato tutte le trentadue Arti, di cui aveva parlato M. Bonaccorso Lisei il 29 agosto ’82, si trovarono rappresentate nel Comune.
        La posizione di queste nove organizzazioni novellamente costituite militarmente, è molto bassa: per ora esse non mandano le loro Capitudini nei Consigli se non in casi eccezionali[9]; la giurisdizione dei loro Consoli è molto ristretta e mentre i Consoli delle sette Arti maggiori han cognizione in tutte le cause di qualunque entità, e quelli delle cinque mediane fino a 100 lire, i Consoli di queste nove Arti han cognizione solo fino a 25 lire[10]. Comunque sia, un primo passo è stato fatto e toccherà all’avvenire sviluppare le magre conquiste dei primi tempi.
        Bisogna inoltre osservare che queste nove Arti non comprendono se non una parte della popolazione artigiana esclusa dalle prime dodici. Al di fuori delle sette Arti maggiori, delle cinque mediane e delle nove minori, vive ancora dopo il 1287 buon numero di persone ancora escluse dalla rappresentanza politica; oltre al ceto operaio, del quale come abbiamo osservato non è neanche il caso di parlare, molti artigiani non hanno il diritto di organizzarsi; altri possono darsi una forma corporativa, ma i loro capi non hanno giurisdizione e la loro esistenza è sempre precaria: si dividono, si ricongiungono, si fondono con altre corporazioni analoghe, perdono da un momento all’altro, secondo gli umori delle Arti dominanti, il diritto di associazione, vivono di una vita rudimentale, incomposta, sarei per dire anarchica, la quale sfugge allo studio dello storico e si può congetturare, non descrivere[11].

 2. 
        Della lotta fra i partiti durante il 1288 e una buona parte del 1289, nulla sappiamo; debbono però in questo tempo essere avvenuti in Firenze dei fatti molto importanti e tutt’altro che favorevoli al Popolo, perché Dino Compagni ci dice che la guerra contro Arezzo cominciata nella prima metà del 1288, la quale portò poi alla vittoria di Campaldino, fu voluta dai Grandi guelfi, nonostante l’opposizione dei Popolani[12]; bisogna dunque ammettere che nel 1288 i Guelfi sieno riesciti a riconquistare una grande influenza nella cosa pubblica se poterono trascinare il Comune contro l’intenzione del Popolo in una guerra così grave come l’aretina[13]. La vittoria poi di Campaldino, dovuta in ispecial modo all’opera dei Grandi, dette a questi sempre maggiore audacia e depresse la potenza del Popolo. «I Grandi, – narra lo Stefani[14], – erano insuperbiti e trattavano male i mercatanti ed artefici ed il soldo, che dovevano avere i soldati, si rovesciavano a’ mercatanti ed agli artefici». «I cittadini che entravano in quello ufficio [dei Priori], – dice il Compagni[15], – non attendeano a osservare le leggi, ma a corromperle. Se l’amico o il parente loro cadea nelle pene, procuravano con le signorie e con li ufficiali a nascondere le loro colpe, acciò che rimanessero impuniti. Né l’avere del Comune non guardavano, anzi trovavano modo come il potessono rubare; e così dalla Camera del Comune molta pecunia traevano, sotto pretesto di meritare uomini l’avesson servito. L’impotenti non erano aiutati, ma i Grandi gli offendevano, e così i Popolani grassi, che erano negli uffici e imparentati coi Grandi; e molti per pecunia erano difesi dalla pene del Comune, in che cadevano. Onde i buoni cittadini popolani erano malcontenti e biasimavano l’uficio dei Priori, perché i Guelfi grandi erano signori».
        Uno degli effetti di questo rinforzarsi del partito magnatizio è che i Grandi guelfi rientrano nei Consigli del Capitano, donde nel 1285 li abbiam trovati espulsi[16].
        Altro effetto è la riforma dell’estimo in senso dannoso al Popolo. Il 5 agosto ’89[17] si trova appunto approvata una provvisione «pro extimo reficiendo et reformando». La motivazione di questa riforma è press’a poco la stessa di quella simile del 1285: «quod presens extimum editum et factum fuit nullis in eo ordine, iusticia et equalitate servatis; et quia multi a tempore citra, quo ipsum extimum factum fuit, valde ditiores efecti sunt, et e contra multi qui tunc in divitiis habundabant, a dicto tempore citra efecti sunt pauperes et egeni»[18]. In queste ultime parole c’è senza dubbio della esagerazione, perché, a volerle accettare come del tutto rispondenti alla verità, si arriverebbe alla conseguenza che in questi tempi le condizioni economiche della popolazione fiorentina fossero di una instabilità eccezionale e che in uno spazio di pochi anni la ricchezza passasse con straordinaria velocità dalle mani degli uni in quelle degli altri; ora per quanto noi non abbiamo nessun argomento positivo per sostenere che ciò non è vero, pure ci sembra molto difficile che gli spostamenti di fortuna fossero così intensi e generali e continui da far nascere da sé soli il bisogno di riformare gli estimi quasi ad ogni momento. La motivazione apparirà poi anche maggiormente insostenibile, quando si sappia, che, dopo la revisione tributaria del 1285, ce n’era stata un’altra proprio nel 1288![19] Il motivo vero di queste continue riforme va dunque ricercato piuttosto nell’altalena dei partiti; e se pensiamo alla notizia data dallo Stefani, che i Grandi, opprimevano dopo Campaldino i Popolani, gettando sulle loro spalle il carico delle paghe dei soldati, non istenteremo troppo a supporre che l’estimo del 1288 «disordinato ingiusto ineguale» secondo i Grandi non doveva essere giudicato allo stesso modo dai Popolani. Infatti nel 1294, quando il Popolo si era ormai del tutto emancipato dai Grandi, noi troviamo ricordato l’estimo del 1289, fatto sotto l’influenza magnatizia, come imperfetto, perché in esso parecchi si trovarono allibrati «meno del giusto»[20].
        Il giorno dopo che fu stabilito di rinnovare l’estimo, fu approvata nei Consigli la famosa così detta legge dell’abolizione della servitù[21]. «Cum libertas, qua cuiusque voluntas non ex alieno, sed ex proprio dependet arbitrio, iure naturali multipliciter decoretur, qua etiam civitates et populi ab oppressionibus defenduntur et ipsorum iura tuentur et augentur in melius, volentes ipsam et eius species non solum manutenere, sed etiam augmentare...». Questo proemio magniloquente ha tirato in inganno gli storici moderni e li ha indotti a dare alla legge del 6 agosto 1289 una importanza che essa è ben lungi dal meritarsi. A dimostrare questa nostra affermazione basterà che noi esponiamo i fatti che fecero nascere la legge.
        Il 30 luglio 1289 fu discussa nei Consigli una petizione degli uomini di Pulicciano, Grezzano, Molezzano, Piazzano, Campiano e alcune altre comunità del Mugello al di qua e al di là della Sieve, i quali narravano che essi erano fedeli della Canonica fiorentina e come tali erano obbligati a prestare annualmente alla detta Canonica alcuni determinati servizi; ora i Canonici erano in procinto di vendere i loro diritti di signoria agli Ubaldini, «propter quod, si fieret, multum detraheretur honori et iurisdictioni Comunis Florentie, quia non solum eos sed etiam omnes homines dictorum locorum Populorum et Comunium... occuparent et occupatos detinerent Ubaldini tanquam fideles ipsorum et ipsos omnes tractarent ut tractant alios ipsorum fideles». Chiedevano dunque, per non cadere sotto la potestà degli Ubaldini, che il Comune comprasse dai Canonici tutti i diritti che avevano su quei luoghi per il prezzo di 2300 libre, che era la somma per cui essi facevano la vendita agli Ubaldini; e poi obbligasse i singoli fedeli a redimersi rimborsando le finanze comunali della spesa fatta nella compera. Questa petizione fu approvata nel Consiglio speciale del Difensore con la condizione che il denaro non fosse sborsato dal Comune ma direttamente dagli interessati stessi; quando poi la provvisione andò a partito nel Consiglio generale, fu aggiunta ad essa un’altra deliberazione: «Item quod super predictis provisio et ordinamentum fiat... quod aliquis Nobilis vel aliquis alias... laycus vel clericus nullo modo emat vel acquirat fideles colonos servicia vel alia similia... Item quod agnati et cognati et proximiores clericorum, qui emerent vel acquirerent contra dictum ordinamentum, cogantur pro ipsis clericis contrafacientibus»[22].
        La provvisione del 6 agosto corrisponde precisamente a ciò che era stato stabilito sette giorni prima: con essa è vietata a cominciare dal 1° gennaio 1289 la vendita o la compera di coloni o fedeli[23], sotto pena di 1000 lire e la perdita di ogni diritto del compratore o deì venditore sui coloni o fedeli venduti, i quali si considerino liberi. E, se a questa legge contravverrà «aliquis non subiectus iurisdictioni Comunis Florentie et qui non respondeat in civilibus et criminalibus regimini Fiorentino vel non solvat libras et factiones Comunis Florentie», – con queste parole s’intendono evidentemente i chierici, – la pena di 1000 libre ricade sul padre o sui fratelli o sui più prossimi parenti. I proprietari possono vendere i loro diritti solo al Comune, oppure i fedeli e coloni possono ricomprarsi in libertà con i loro discendenti senza alcuna pena.
        Come si vede, qui non si tratta né di abolizione della servitù né di alcun altro simile provvedimento umanitario; si tratta semplicemente di impedire che gli Ubaldini, nobili ghibellini, estendano la loro signoria su terre del contado fiorentino comprando i diritti dei Canonici, e di obbligare i Canonici a vendere i loro diritti o al Comune o ai fedeli stessi[24].
        Quel bel proemio, in cui s’invoca la libertà e il diritto naturale, porterebbe come conseguenza l’abolizione esplicita di qualunque legame contrario alla libertà; invece esso non porta nulla di tutto questo; il notaio, che compilò la provvisione, non si rese nessun conto della vastità dell’idea; che in quelle parole è espressa; forse copiò quel proemio da qualche Ars dictaminis[25]; e così noi vediamo un grande principio giuridico largamente umanitario servir di contorno a una piccola disposizione legislativa di secondaria importanza[26].
        In seguito questa legge diventò nelle mani del partito popolare un mezzo per infrangere la potenza dei Grandi; ed è curioso notare come nella rubrica I, 56 dello Statuto del Capitano del 1322
-25, la quale riproduce in forma di statuto la provvisione dell’agosto ’89, il bel proemio sulla libertà è stato soppresso come insignificante ed al suo posto c’è un proemio molto meno umanitario e molto più concreto: «ut iurisdictiones, honores et iura Comunis Florentie conserventur illesa et non minuantur vel augmententur, et ne impotentes et fragiles a Magnatibus et Potentibus opprimantur indebite...». Ma in origine la legge, fatta in vista di un caso concreto, non aveva alcuno scopo antimagnatizio; era volta solo a impedire che una famiglia ghibellina estendesse la sua potenza a danno della giurisdizione comunale. Se invece di una famiglia ghibellina si fosse trattato di una famiglia di Grandi guelfi, non oseremmo giurare che i Guelfi, prevalenti nel Comune dopo Campaldino, si sarebbero così vigorosamente opposti alla vendita e avrebbero invocato il principio della libertà naturale in favore della propria politica.

 3. 
        Contro il pericolo di questa nuova egemonia dei Grandi guelfi il Popolo corse presto ai ripari; e pochi mesi dopo la battaglia di Campaldino vediamo sorgere due nuove istituzioni, che si debbono certo all’influenza popolare. Gli Ordinamenti canonizzati, compilati nel settembre 1289 ed entrati in vigore nell’ottobre seguente, ebbero lo scopo di riordinare la gestione finanziaria del Comune. «L’avere del Comune, – dice il Compagni, non guardavano, anzi trovavano modo come meglio il potessono rubare; e così della Camera del Comune molta pecunia traevano, sotto pretesto di meritare uomini l’avesson servito». E gli Ordinamenti descrivono lo stato deplorevole dell’amministrazione fiorentina in modo non diverso dal Compagni: «Iam dudum assidua querela et frequens murmur perstrepuit, tam adversus Camerarios et Officiales Camere Comunis Florentie quam contra Regimina Comunis ipsius, tum propter custodiam super pecunia et averi Comunis hactenus nimis negligenter adhibitam, tum propter rationes ipsius Camere, que non, nisi sub quodam confusionis involucro, revidentur, et vix etiam possent revideri clarius propter introitus et exitus, qui sine discretione aliqua speciei vel generis modo promischuo describuntur»[27]. E altrove: «Graves et grandes expense quas crebro Comune Florentie consuevit incurrere, propter incauta et forsan minus debite solempnizata Consilia, pene intollerabiliter civium crumenas exhauriunt»[28].
        Ad ovviare a tutti questi inconvenienti si pensò di coordinare fra loro tutti gli organi dell’amministrazione finanziaria e di sottometterli a un controllo assiduo e metodico, il quale impedisse il rinnovarsi dei disordini. Noi non istaremo qui a descrivere minutamente tutta la organizzazione amministrativa che vien fuori dagli Ordinamenti del 1289, prima perché questo ci allontanerebbe troppo dal nostro argomento, e poi perché siffatta descrizione si può trovare in un pregevole studio del Gherardi su L’antica Camera del Comune di Firenze; ci limiteremo a far notare che tutti gli Ufficiali della Camera erano eletti dai Priori e dai Consoli delle sette Arti maggiori[29] e quindi sono una emanazione del Popolo; i tre Camerarii laici debbono essere «artifices qui continue artem exerceant»[30]; incaricate di procurare l’osservazione degli Ordinamenti sono le Capitudini delle dodici Arti maggiori a due a due per ogni due mesi[31]; finalmente, si stabilisce che tutte le spese non determinate dagli Statuti, prima di esser proposte nei Consigli del Capitano e del Potestà, debbono esser discusse e approvate in un Consiglio di Cento uomini «de melioribus et fidelioribus artificibus aliisque plebeis», eletti a questo ufficio di sei in sei mesi dai Priori in compagnia di tre Savi per sesto. Perché le votazioni di questo Consiglio sieno valide, bisogna che vi intervengano almeno 70 dei componenti; una proposta di spesa respinta in questo Consiglio non può essere di nuovo presentata se non dopo sei mesi[32]. Il Capitano e i Priori possono spendere coll’approvazione di questo solo Consiglio fino a cento libre al mese ripartite in rate di venticinque libre[33]. È interessante la qualifica di canonizzati, che si dà agli Ordinamenti sulla Camera; essa vuol dire che quelle disposizioni sono inviolabili, debbono essere rispettate come canoni. Per lo più questa idea si esprime con l’aggettivo «truncum» oppure «precisum» aggiunto a uno statuto; a Bologna, a Pistoia, a Prato gli Ordinamenti popolari contro i Grandi furon detti «sacrati e sacratissimi»; nelle nostre ricerche noi non abbiamo trovato che la sola Firenze, la quale adoperi il termine «canonizzato».
        Nella rubrica XIV di questi Ordinamenti si trova nominato dopo i Priori il Gonfaloniere della Giustizia. Essendo stato il codice scritto sui primi del secolo decimoquarto, si può credere che l’indicazione di quest’ufficio sia stata interpolata nel codice originale dopo il gennaio 1293, in cui, secondo tutti i cronisti e gli storici, il Gonfaloniere di Giustizia fu istituito; oppure può essere un lapsus calami del copista, il quale scriveva in un tempo, in cui il Gonfaloniere della Giustizia esisteva e faceva tutto un insieme coi Priori[34]. Ma Leonardo Aretino, nel libro quarto delle Storie fiorentine, dice che, siccome i Grandi andavano per la città armati e ferivano e percuotevano le famiglie dei Rettori, si creò il Gonfaloniere della Giustizia, «sette anni dopo i Priori dell’Arti»[35]. Questa notizia dell’Aretino contraddetta da tutti i cronisti dovrebbe esser messa in disparte, se non avessimo dei documenti autentici, i quali ci garentiscono che Leonardo Bruni ha perfettamente ragione. La rubrica IV degli Ordinamenti di Giustizia del 1293, dopo aver disposto che il Gonfaloniere abbia un vessillo con croce rossa in campo bianco, stabilisce: «duo autem vexilla magna, que appellari solent Vexilla Iustitie, penitus deinceps sint cassa; et MM etiam pedites qui deputati erant ad sequendum dieta duo Vexilla, etiam sint cassi deinceps»[36]. Questi vessilli della Giustizia, detti anche «duo mastra Vexilla», si trovano in altri documenti del 6 giugno ’91 e del 3 luglio e 13 giugno del ’90[37].
        Siamo così condotti quasi alle soglie del 1289; e resta confermata la notizia di Leonardo, perché se prima del ’93 c’erano dei Gonfaloni della Giustizia, ci doveva essere anche il Gonfaloniere. Ecco ora ciò che il Bruni ci dice di quest’Ufficiale nella forma anteriore al 1293. «La elezione di quello fu commessa a’ Priori; e fugli dato il tempo di mesi dua. Fu aggiunto per legge, che si dovesse tòrre popolano, e che egli avesse quattro Consiglieri, due Conestabili[38], e mille fanti armati tutti di Popolo, cioè dugento del sestiere di San Piero Scheraggio, dugento del sestiere d’Oltrarno, e così degli altri quattro sestieri centocinquanta per uno. Questa gente ordinata s’eleggeva per ogni anno; e ogni volta ch’egli accadeva, era obbligata di seguire il Gonfaloniere della Giustizia. Ancora era aggiunto nella legge, che nessuno della Nobiltà potesse essere del numero de’ mille fanti, e ché non dessero loro impedimento né con parole né con fatti, e contro a’ trasgressori di questa legge posero gravissime pene. Il Gonfaloniere della Giustizia per la legge non poteva trarre fuori il Gonfalone se non per il comandamento de’ Priori; e in quel tempo non stava con loro e non aveva altra autorità, se non ch’egli era capo di mille armati ad eseguire la Giustizia contro a’ Potenti, se ricusassero d’ubidire al magistrato». Evidentemente in questo punto il Bruni ha avuto sotto gli occhi la legge con cui si istituiva il nuovo ufficio e ne ha fatto un sunto. Che egli non abbia fatto confusione con gli Ordinamenti del ’93, è dimostrato dal fatto che il Gonfaloniere dell’89 ha alcuni caratteri differenti da quelli che troveremo nel ’93. Presenta una certa difficoltà il fatto che Leonardo Bruni parli solo di un gonfalone e di mille armati, mentre i documenti dal giugno ’90 al gennaio ’93 ci parlano di due vessilli e di duemila armati; ma la difficoltà ci sembra possa facilmente superarsi ammettendo che i mille armati della giustizia istituiti nel 1289, come dice il Bruni, sieno stati raddoppiati nella prima metà del 1290.
        Questi mille armati del 1289 sono una riforma popolare dei mille, che abbiamo trovati nel luglio 1281? oppure fra il 1281 e il 1289 la Compagnia, istituita dai Quattordici, fu abolita, e nel 1289 se ne creò un’altra ex novo? Non sappiamo; la questione è, per altro, di poca importanza; quel che c’interessa è di osservare che il regolamento della Compagnia della Giustizia, fattoci conoscere da Leonardo Aretino, nell’insieme non è se non una ripetizione delle norme che furono fissate nel 1281 sulla formazione e sulle funzioni della Compagnia istituita dai Quattordici.
        Già che ci troviamo a parlare di organizzazione militare del Popolo, non vogliamo passare sotto silenzio che in documenti del 1289, ’90, ’91, ’93[39] si trovano notizie di sedici «Societates Civitatis Florentie», che hanno dei Vessilliferi, dei Consiglieri e dei Distringitori. Anche lo Stefani (rubrica 171), quando parla del tumulto DonatiMazzinghi del 1286 dice che «il Potestà fece suonare all’arme, il Popolo si armò». Tutte queste notizie ci inducono a credere che la ricostituzione delle Compagnie armate popolari del tempo del Primo Popolo sia avvenuta nel periodo di cui noi ci occupiamo, e non solamente nel 1303, come dite il Villani (VIII, 69); e il fatto è d’accordo con ciò che altrove abbiamo osservato su i rapporti che intercedono su questa forma di organizzazione militare popolare e la forza politica del Popolo minuto[40]. Ma queste Compagnie, delle quali anche nel nostro periodo non si può disconoscere l’esistenza, non hanno che una importanza molto limitata; appaiono rarissimamente nei documenti, i cronisti ne tacciono del tutto, e in realtà bisogna aspettare fino al 1306 per vederle cominciare a compiere una funzione politica e militare ragguardevolissima nella vita del Comune. Comunque sia, il Popolo dispone oramai dopo tutte le riforme, che abbiamo finora studiate, di tre distinte organizzazioni militari:

a) le Arti;
b) gli armati della Giustizia;
c) le Compagnie cittadine[41].

        Che questa ripresa della lotta contro i Grandi abbia obbligato le Arti maggiori ad appoggiarsi ancor di più sulle minori, è fatto che non si può stentar molto a supporre: se anche nel 1287 il bisogno di rinforzare il Popolo minuto si fece sentire come conseguenza della battaglia inaspritasi fra Grandi e Popolo, tanto più forte dové essere questo bisogno dopo il giugno 1289, quando i Grandi, «i quali molte volte accrescono e vivono delle guerre»[42], avevano al loro attivo il trionfo di Campaldino. E il Villani (VII, 132), infatti, racconta che, dopo la battaglia di Campaldino, «i Popolani ebbono sospetto de’ Grandi, che per orgoglio della detta vittoria non gli gravassono oltre al modo usato; e per questa cagione le dette Arti maggiori si rallegarono con loro le cinque Arti conseguenti, e feciono tra loro imporre armi e pavesi e certe insegne; e fu quasi un cominciamento di Popolo, onde poi si prese la forma che cominciò nel 1292». Lo Stefani (rubrica 182), che per questo periodo segue quasi costantemente i passi del Villani, correggendolo quando può, ripete che dopo il luglio 1289 «si ristrinsero le Arti insieme», ma quando vuol dire quali fossero le Arti nuove entrate nell’associazione, si ricorda che le cinque Arti mediane si erano ristrette con le sette maggiori fin dal 1282, quando fu istituito il Priorato; perciò lascia nel testo una lacuna, che dall’editore, P. Ildefonso da San Luigi, è stata riempita naturalmente con le cinque Arti del Villani. In luogo delle cinque Arti mediane andavano invece messe le nove Arti minori, che già nel 1287 si erano organizzate militarmente; in tal modo la notizia del Villani avrebbe acquistato un senso giusto e naturale. Il Villani, poi, erra non solo confondendo la riforma del 1289 con quella del 1282, ma anche parlando nel 1289 delle «armi, pavesi e certe insegne», le quali furono adottate dalle dodici Arti maggiori nel 1282 e dalle nove minori nel 1287, come innanzi abbiamo visto[43]. Resta però ferma la notizia della lega fra le Arti maggiori e minori, che fu come un’anticipazione della riforma del gennaio 1292 (st. com. ’93).
        Con questi nuovi progressi del Popolo minuto va messo in rapporto il fatto che dal 15 agosto al 15 ottobre ’89 noi troviamo fra i Priori Giano della Bella, e che appunto durante questa Prioria furono fatte le due importantissime riforme della compilazione degli Ordinamenti canonizzati, e della istituzione del Gonfaloniere della Giustizia; prova evidente questa, che la lotta vigorosa ripresa contro i Magnati dopo Campaldino si deve riconoscere come conseguenza di una più intima alleanza fra Arti maggiori e Arti minori.

4. 
        Le riforme della seconda metà del 1289, se contribuirono per la loro parte a danneggiare i Grandi, non ne produssero per altro la completa rovina. Uno degli errori del quale lo studioso dei Comuni italiani deve accuratamente guardarsi è quello di credere che l’approvazione di una legge, sia pure severissima, crudelissima, completissima, significhi la scomparsa del fenomeno contro cui la legge è fatta. I Magnati fiorentini erano troppo forti e ci voleva ben altro che delle riforme legislative per ridurli all’impotenza. Nemmeno gli Ordinamenti di Giustizia ottennero quest’effetto; i Grandi continuarono a combattere e a dar noia al Popola ancora per buona parte del secolo decimoquarto, e per trovare l’ultima battaglia da essi combattuta bisogna arrivare al tempo del duca d’Atene. Nessuna meraviglia, quindi, se nel 1290 noi troviamo che i Grandi posseggono ancora tanta autorità nel Comune da ottenere nei Consigli l’approvazione di leggi a sé favorevoli e dannose al Popolo. Così nel gennaio ’90 troviamo assolti da tutte le condanne contro di essi finora pronunziate i Pazzi di Valdarno[44]; il giorno 18 dello stesso gennaio si sospende l’ordinamento «de iuribus Comunis Florentie reinveniendis», il quale è fatto contro gli occupatori dei diritti comunali, per lo più Magnati[45]; nel febbraio si cancella una condanna di 500 libre per ciascuno contro M. Benghi Buondelmonti, M. Durazzo Vecchietti e Betto Gherardini in benemerenza dei servigi da essi prestati al Comune[46]; nell’aprile i Consigli votano la spesa di 2000 libre per procurare pace fra i Lamberti e i della Tosa[47], affare questo in cui i Popolani dovevano essere mediocremente interessati. In contrapposizione, poi, a questi favori concessi ai Grandi, troviamo che nel febbraio si istituisce una gabella sulle Arti[48], la cui abolizione invano è domandata da alcune Capitudini il giorno 8 agosto[49]; e l’11 ottobre seguente si stabilisce che i Consoli delle Arti possono essere realmente e personalmente costretti a pagare nella sua totalità la detta gabella quando le Arti non paghino[50].
        E il 30 giugno troviamo approvata una legge, nella quale considerando che molti artefici e corporazioni d’Arti stabiliscono prezzi ingiusti alle loro mercanzie, si decreta per raffrenare una tale avidità che nessuna Arte imponga ai propri associati modo forma o prezzo nell’esercizio dell’Arte o nella vendita delle merci[51]. Questa legge a prima vista appare di grandissima importanza, perché proclama il principio tutto moderno della libertà di commercio; ma si deve notare che il 3 luglio seguente fu promulgata un’altra disposizione legislativa, la quale a spiegazione della legge del 30 giugno stabilisce che gli artefici debbono attenersi strettamente alle disposizioni contenute negli Statuti delle singole Arti approvati dal Comune[52]. Ora, poiché gli Statuti delle Arti erano tutti pieni di regolamenti tecnici e di ordini sui prezzi e sui snodi di comprare e di vendere, si capisce che la legge del 30 giugno con la dichiarazione del 3 luglio non proclama la libertà di commercio, ma solo vieta alle Arti di creare al commercio altri vincoli all’infuori di quelli già riconosciuti e approvati dal Comune. Ristretto in questo modo il senso della disposizione legislativa, essa non ci appare più come la negazione dei principî giuridici ed economici su cui si basa la corporazione artigiana medievale, e quindi non è una legge assolutamente e recisamente contraria alle Arti; ma è sempre una prova della ostilità che nel 1290 vi è fra il Comune, non ancora libero dalle influenze magnatizie, e le Arti[53].
        Fra il 1290 e il 1293 dev’essere stata nel Comune un’altalena continua fra la preponderanza dei Grandi e quella dei Popolani; dové esser quello un periodo di contrasti vivacissimi, dei quali noi non sappiamo quasi nulla. I cronisti ci dicono che dopo la caduta di Pontedera in mano dei Pisani (23 dicembre ’91) il Popolo fiorentino voleva far immantinente oste generale per vendicarsi; ma i Grandi fecero in modo da mandar a monte ogni cosa, onde furono accusati di aver preso denaro dai Pisani[54]. Questo è appunto un esempio di quelle profonde scissioni interne, che non tacevano neanche di fronte al pericolo esterno.
        Uno degli effetti di questi contrasti violenti è, se non c’inganniamo, la opposizione che incontrano spessissimo nei Consigli le proposte dei Priori. Sono numerosissimi a cominciare dal gennaio ’90 nelle Consulte i casi di provvisioni già approvate dai Priori, che nei Consigli opportuni o sono respinte o passano con leggerissime maggioranze. Il Consiglio, il quale su tutti gli altri si segnala in questa opposizione che talvolta si è tentati di ritenere sistematica, è quello dei Cento. Nella prima metà del 1292 questo fatto diventa comunissimo e si trovano respinte delle proposte talvolta naturalissime: per esempio, di pagare la pigione al proprietario di una casa in cui tengono ufficio i Gastaldi del Comune[55]; di pagare il salario agli Arbitri che hanno corretto gli Statuti[56] e ai Sei del Biado[57]; si arriva a negare l’approvazione alla spesa di 25 libre mensili da farsi ad arbitrio dei Priori secondo è disposto dagli stessi Ordinamenti canonizzati[58].
        A quest’inconveniente vediamo che nel giugno si cerca di rimediare. Il 10 giugno i Priori domandano facoltà di introdurre nel Consiglio dei Cento trenta Consiglieri soprannumerari per il presente mese e altri venticinque per i mesi di agosto e di settembre[59]. La domanda pare che sia accolta, ma non sappiamo se i Priori abbiano ottenuto l’effetto che volevano; perché anche dopo, quantunque più di rado, continuano a trovarsi proposte respinte o approvate a stento.
        Nella seconda metà del 1292 s’incomincia a vedere nei Consigli un certo movimento favorevole al Popolo. Fra il 1290 e il 1292 non ci è avvenuto di incontrare nessuna legge che in qualche modo possa interpretarsi come utile al Popolo[60]; ma nel marzo ’92 troviamo Giano della Bella fra gli elettori del Potestà che deve entrare in ufficio nel luglio seguente[61]; il 22 luglio si decreta di fare in città e in contado un nuovo estimo[62]; e, quando si viene a discutere sul metodo della compilazione, ritornano in campo le proposte di distinguere l’estimo dei Magnati da quello dei Popolani[63]. Il 21 ottobre si allarga la giurisdizione delle Arti e si dà ai Consoli autorità di punire con pene pecuniarie e anche di cancellare dai libri delle Arti quegli artigiani che commettono furti o falsificazioni o favoreggiano i colpevoli[64].
        Nella seconda metà del novembre ’92 si vede che qualcosa c’è per l’aria, che il prossimo Priorato (15 dicembre ’92 - 15 febbraio ’93) avrà una grande importanza, perché in un Consiglio delle Capitudini delle dodici Arti maggiori del 24 novembre vi è una lunghissima discussione sul modo di eleggere i futuri Priori[65]. Prendono la parola durante il dibattito ben ventiquattro arringatori, caso unico in tutti i due volumi delle Consulte, e, fra le proposte ve ne sono alcune di grande importanza, perché, se fossero accolte, cambierebbero completamente la organizzazione del Priorato.
        Da ciò che dicono gli arringatori si capisce che i sei Priorati dal 15 dicembre ’91 al 15 dicembre ’92 non sono stati eletti ogni due mesi; ma nel novembre ’91 si nominarono in blocco 36 persone, 6 per sesto, fra le quali ad ogni bimestrale cambiamento di Prioria sono stati estratti a sorte i Priori[66]. Quali ragioni abbiano consigliata nel 1291 questa riforma, che ricorda il sistema dell’«imborsazione» diventato così comune nella costituzione fiorentina nel secolo decimoquarto, noi non sappiamo; pare che dopo un anno di prova non tutti sieno rimasti contenti del nuovo sistema e perciò si discute sul metodo da tenersi in avvenire. Le opinioni degli arringatori possono dividersi in tre classi. Alcuni vogliono conservare il sistema attuale, nominando sin da ora sei Priorie[67], o tre[68], o due[69]; altri vogliono ritornare al sistema antico di nominare sei Priori per due mesi solamente[70]; altri finalmente, con a capo Dino Pecora, propongono che i Priori non sieno più sei, ma dodici, due per sesto e uno per ciascuna delle dodici Arti maggiori[71]. È questo, come si vede, un tentativo per rendere le cinque Arti mediane completamente uguali alle prime sette. La ostilità contro i Grandi appare poi chiaramente nella proposta di Tieri Burbassi, che vuole sia escluso dall’essere dei dodici Priori chiunque ha nella propria famiglia un cavaliere da trent’anni a questa parte.
        Quando, a richiesta di un arringatore «quod. fiat partitum», si viene ai voti, si delibera con 58 voti contro 28 di ritornare al sistema della elezione per soli due mesi, e con 80 contro 7 si riconferma in sei, uno per sesto, il numero dei Priori. Sulla proposta del Burbassi non si viene ad alcuna votazione. Le Arti Maggiori riconfermano così la loro egemonia sulle minori.
        Il Priorato, che venne eletto in seguito a queste deliberazioni, fu quello che nella prima quindicina del gennaio 1293 formò gli Ordinamenti di Giustizia. Sarebbe per noi sommamente istruttivo il conoscere ciò che accadde in Firenze durante il dicembre 1292. Che cosa fecero i Popolani per preparare la riforma del gennaio seguente? Che cosa fecero i Grandi per opporsi? Ci furono delle battaglie per le strade oppure tutto si ridusse a discussione nei Consigli? Il Popolo minuto, sconfitto nelle votazioni del 24 novembre, che cosa fece? A tutte queste domande ci è impossibile dare una risposta sicura. Sappiamo solo che il 13 dicembre fu approvata alla unanimità nel Consiglio speciale del Difensore una «societas, obligatio et iuramentum» fra le Arti dei Beccai, Calzolai, Fabbri e Maestri di pietre e legname[72]. In che consistesse quest’accordo fra quattro delle prime cinque Arti minori, non siamo in grado nemmeno di supporlo.
        Il 10 gennaio ’93 si discute nei Consigli «super balia, licentia et auctoritate danda et concedenda d. Potestati, Capitaneo et Prioribus presentibus et Sapientibus quos habere voluerint, providendi super Artibus et Artificibus uniendis et super provisionibus et ordinamentis faciendis ad fortificationem et roborationem et bonum statum Artium et Artificum; et quicquid providerint valeat et teneat et firmum sit, ac si factum fuisset per omnia Consilia opportuna»; e dalle parole di un arringatore del Consiglio dei Cento si vede che i futuri Ordinamenti dovevano esser fatti «ad pacificationem Artium». Queste parole, messe in rapporto con la società fra le quattro Arti minori del 13 dicembre, lascian credere che forse in conseguenza delle deliberazioni del 24 novembre sieno avvenuti dei malumori fra il Popolo minuto e Popolo grasso; e che gli Ordinamenti di Giustizia furon fatti per sedare queste discordie dannose al popolo. E, infatti, noi vedremo nel prossimo capitolo che gli Ordinamenti di Giustizia compilati fra il 10 e il 18 gennaio contengono una specie di compromesso fra la politica moderata del Popolo grasso e la politica, diciamo così, energica del Popolo minuto di fronte ai Magnati.
        La provvisione fu approvata con 72 voti contro 2 nel Consiglio dei Cento. Nel Consiglio speciale del Difensore e delle Capitudini delle dodici Arti maggiori passò con 59 voti contro 7; ma, essendo stata fatta da due Consiglieri – uno è M. Gherardo Visdomini, Grande guelfo – la proposta di restringere la balia dei Priori nel senso che gli Ordinamenti da compilarsi non abbiano vigore se prima non saranno approvati dal presente Consiglio, si viene a votazione anche su questo punto; e la balia incondizionata viene votata con 38 voti contro 27. Si vede che c’erano parecchie persone, le quali non volevano affidare ciecamente ai Priori la compilazione di leggi, delle quali ognuno prevedeva l’importanza. Nel Consiglio generale e speciale del Difensore, dopo arringa favorevole di Dino Pecora, la provvisione è approvata con la formula «placuit quasi omnibus». Lo stesso giorno 10 gennaio, con una sollecitudine che dimostra la gravità dell’affare, la proposta è presentata nel Consiglio del Comune. Qui, fatto piuttosto strano, parla in favore della provvisione un Grande guelfo, M. Bindo Cavalcanti, e anche nel Consiglio del Comune la provvisione è approvata con la formola «placuit quasi omnibus»[73]. Il lavoro di compilazione durò sette giorni; e il 17 gennaio il testo delle nuove leggi fu approvato nel Consiglio delle Capitudini delle dodici Arti maggiori e di altri Sapienti convocati dal Potestà, dal Capitano e dai Priori, dopo discorso favorevole di M. Lapo Salterelli[74]; e il 18 gennaio 1293 i primi Ordinamenti di Giustizia furono pubblicati.

         NOTE

[1] Provvisioni cit., II, 17.
[2] Consulte cit., I, 27689.
[3] Provvisioni cit., I, 19t.
[4] Provvisioni cit., I, 20t; Consulte cit., I, 306.
[5] Consulte cit., I, 334, 325.
[6] La provvisione, in cui avuto riguardo ai tumulti si dà la balia, è dello stesso giorno 30 ottobre. ProtocolliProvvisioni cit., I, 24t.
[7] Cfr. Stat. Potestà 1322-25, IV, 31: «quod nullus impediat aliquem ducentem malefactorem in fortiam Comunis Florentie»; pena ad arbitrio del Potestà. Il fatto, secondo il Villani, VII, 114, e lo Stefani, sub, 171 (Delizie cit., VIII, 38), sarebbe avvenuto nel 1287; ma l’uno e l’altro dicono che avvenne sotto la Potesteria di M. Matteo da Foligno, che esercitò invece l’ufficio nel 1286. SIMONE DELLA TOSA (Annali cit., p. 216), che è molto esatto nelle indicazioni cronologiche, mette il fatto al 1286. La data del 30 ottobre abbiam creduto di poterla determinare in base alla provvisione citata nella nota precedente. Anche lo STROZZI, Principio di Stat. di Firenze, segna la data 30 ottobre 1286. Non possiamo per altro tacere che nelle Consulte cit., I, 284, sotto il 28 agosto 1285 si trova fatto cenno di una rettoria di M. Matteo da Foligno; ora M. Matteo non può esser messo come Potestà nel 1284 o nel 1285, perché sappiamo che i Potestà di questi due anni furono M. Bartolino dei Maggi (Consulte cit., I, 147) e M. Giliolo de’ Macalufi (ibid., I, 145); non può esser messo fra i Capitani dal maggio ’84 al maggio ’85, perché c’è un M. Corradino da Savignano (ibid., I, 198, 210), né fra il maggio ’85 e il maggio ’86, perché c’è un M. Baldovino degli Ugoni (ibid., I, 211, 212); e del resto essendo Potestà dal gennaio al dicembre ’86 non poteva esser Capitano dal maggio ’85 al maggio ’86. Non resta quindi che metterlo come Capitano del Popolo fra il maggio ’83, dopo Bernardino della Porta (ibid., I, 140, 142), e il maggio ’84 prima di M. Corradino da Savignano. Ora, dovendo correggere la data del Villani e dello Stefani in base al nome di M. Matteo de’ Maggi, dobbiamo scegliere il 1286 o il 1284? per il 1286 sta la provvisione del 30 ottobre, che però non parla specialmente del tumulto Donati-Mazzinghi, ma solo di gravissimi disordini senz’altra indicazione; sta l’indicazione data dal Villani e dallo Stefani di M. Matteo potestà e non capitano, ma questo può essere un errore come la data 1286; sta infine la data 1286, che si trova negli Annali di SIMONE DELLA TOSA, che però può averla determinata correggendo il Villani col criterio della Potesteria di M. Matteo e non della Capitaneria. Per il 1284 sta invece la notizia del Villani su una divisione fra Grandi e Popolo nel 1284, e la condanna del Donati, guelfo, verrebbe a confermare la nostra ipotesi sulla rottura fra Guelfi e Popolo nel 1284. Anche una piccola Cronica di Firenze dal principio al 1291 (ARCHIVIO DI STATO FIORENTINO, manoscritti vari, n. 80) scritta nel secolo XV sulla falsariga del Villani mette il tumulto nel 1284, correggendo la fonte. Noi abbiamo messo il fatto nel 1286 specialmente seguendo il Della Tosa e lo Strozzi, ma senza molta convinzione. In ogni modo la diversità cronologica non cambia in nulla il carattere del fatto.
[8] GHERARDI, Consulte cit., p. XI, n. 10. L’ultima volta che nei Consigli del Potesti si trovan solo le Capitudini dello 7 Arti maggiori è il 17 maggio. Anche nella provvisione del 30 ottobre ’86, di cui innanzi abbiam parlato, vediamo intervenire nei Consigli del Comune le Capitudini delle dodici Arti maggiori; ma nei giorni precedenti (20 settembre e 2, 3, 21 ottobre, ProtocolliProvvisioni cit., I, 20t, 37, 37t 38) e seguenti (8 novembre, 5 dicembre, ibid., c. 39t, 23t) troviamo sempre le sette; il che vuol dire, se il numero XII non è un lapsus calami del notaio invece di VII, che il 30 ottobre ’86 dopo il tumulto Donati-Mazzinghi le Arti mediane fecero un passo innanzi, ma subito perdettero il vantaggio per riconquistarlo stabilmente l’anno dopo.
[9] ProtocolliProvvisioni cit., I, 50, 1287, 12 settembre: nel Consiglio speciale e generale del Capitano intervengono le Capitudini «omnium artium».
[10] Stat. Potestà 1322-25, II, 84.
[11] Cfr. GAUDENZI, Società delle Arti Bologna, in «Bollettino dell’Istituto Storico Italiano», n. 21, p. 22. Di queste organizzazioni inferiori, dalle sentenze dei cui Consoli si può sempre appellare alla curia del Potestà; parla la rub. II, 84 dello Stat. Potestà 1322-25; ed è strano che il Doren, pur così competente nella storia delle Arti fiorentine, non abbia notato questo fatto mentre critica il passo di DINO COMPAGNI (II, 7), in cui si parla di 72 mestieri d’Arti, che hanno Consoli nell’ottobre 1300 (Entwiklung und Organisation cit., p. 23). È bensì vero che la rub. I, 10 dello Stat. Capitano 1322-25 vieta che alcuna Università diversa dalle 21, alle quali è riconosciuto il diritto d’esistere, possa tenere «constitutum sive breve aut ordinamenta aut consules vel rectores aut sindicos vel aliquem alium sopra se quocumque nomine censeatur»; ma queste leggi proibitive, come il Doren stesso osserva, non si debbono prender troppo alla parola; i mestieri inferiori trovavan sempre modo di ottener qualche piccolo diritto, e la contraddizione fra la II, 84 del Potestà, che parla di Arti inferiori con Consoli, e la I, 10 del Capitano, che le vieta, sta lì a dimostrarlo. Cfr. per l’Arte dei venditori di buoi riconosciuta nel 1298, DOREN, Entwicklung und Organisation cit., p. 22, n. 2. Naturalmente la condizione delle Arti minime era sempre provvisoria; e non è punto impossibile che nell’ottobre 1300 vi fossero 72 corporazioni artigiane con Consoli, come dice Dino Compagni, mentre prima o dopo quel tempo furono in numero maggiore o minore.
[12] COMPAGNI, I 7.
[13] Questa resurrezione della fortuna magnatizia dové essere aiutata dalle discordie che vi furono nel 1287 e nel 1288 fra alcune Arti. Sui primi del 1287 troviamo che, essendo sorta lite fra i giudici e i notai, questi si son divisi da quelli e l’Arte s’è sdoppiata; il 27 marzo si dà al Potestà incarico di definire le quistioni e di ridurre i contendenti a pace (ProtocolliProvvisioni cit., I, 73); ma nell’ottobre ’89 troviamo sempre i Consules notariorum distinti dai Consules iudicum (Ordinamenti canonizzati, rub. 21); e nel maggio ’90 la riunione non era ancora avvenuta, perché si trovano ancora i Consules notariorum che presentano da soli una petizione al Comune (Consulte cit., I, 427). Nell’agosto ’88, poi, si ha notizia di discordie fra i due membri dell’Arte di Por Santa Maria, a sedare le quali si dà facoltà al Capitano di promuovere fra loro un accordo amichevole o di costringerle ad accettare il lodo di arbitri. Cfr. Provvisioni cit., I, 94, e DOREN, Entwicklung und Organisation cit., p. 62.
[14] Rub. 182 (Delizie cit., VIII, 49).
[15] Cronica, I, 5.
[16] Nomi di Grandi – Mannelli, Cipriani, Visdomini, Foraboschi, Tebaldini, Agli – si trovano nei Consigli del Capitano (cfr. Consulte cit., indice) dal 1290 al 1293.
[17] Si noti che ci troviamo nel Priorato, che venne dopo quello della battaglia di Campaldino. I Cronisti non nascondono la loro antipatia per questi Priori del 15 giugno – 15 agosto ’89 e li accusano di non aver tratto dalla vittoria di Campaldino i vantaggi che era lecito aspettarsi. COMPAGNI, I, 10; cfr. DEL LUNGO, Dino Compagni cit., I, 63.
[18] Provvisioni, I, 92t.
[19] Il PAGNINI, Della Decima cit., I, 21, cita un documento che contiene l’estimo del Popolo di Santo Stefano al Ponte del sesto di San Pier Scheraggio fatto appunto nel 1288; il Popolo comprende 143 poste, che dànno un allibramento totale di 25,597 libre. Anche in Delizie cit., X, 227, si ha notizia di un estimo del 1288; e in Provvisioni cit., I, 95t, al 26 agosto ’88 si parla di un nuovo estimo, che si va compilando.
[20] Provvisioni cit., IV 106t.
[21] VILLARI, I primi due secoli cit., I, pp. 268 sg.
[22] La petizione è pubblicata in Delizie cit., IX, 299. L’originale è in Provvisioni cit., II, 22, dove è scritta solo l’approvazione del Consiglio speciale del Capitano e il principio della discussione avvenuta nel Consiglio generale; il seguito di questa discussione e la deliberazione sull’ordinamento da farsi, si trovano abbozzate in un pezzo di carta legato nel registro fra c. 22t e 23; si vede che il Notaio delle Riformagioni non fece a tempo a trascriver tutto il documento dalla bozza cartacea sul registro ufficiale.
[23] Cfr., per il significato delle parole «colonus» e «fidelis», SANTINI, Condizione personale degli abitanti del contado nel sec. XIII, in «Archivio Storico Italiano», serie IV, t. XVII, p. 183.
[24] Quest’effetto fu ottenuto, ma dopo parecchio tempo, durante il quale vi furono forse liti fra la Canonica e il Comune (cfr. Delizie cit., X, 227). Il 3 agosto 1920 si stabilì che si spendessero 3000 libre per comprare dai Canonici le terre in discussione e che gli uomini delle suddette terre dovessero rimborsare il Comune del denaro speso; Provvisioni cit., II, 114t e 124t. Cfr. Consulte cit., II, 79.
[25] In alcune Artes dictaminis vi erano anche delle sezioni contenenti dei modelli per proemii di statuti, BUONCOMPAGNO ne dà degli esempi nel quarto libro del suo Buoncompagnus (ROCKINGER, Briefsteller und Formelbücher, in «Quell. zur Bayer. und Deut. Gesch.», IX, I, 152 sg.); e nel Cedrus, cap. VI (ibid., p. 122), dice il non metter proemii negli Statuti «ex ignorantia provenire». Il proemio della legge fiorentina può essere stato preso da una di quelle tante formule, che servivano per le carte di affrancazione di servi. Cfr. in ROCKINGER, Briefsteller cit., p. 329, la formula della Summa prosarum dictaminis sassone: «licet secundum apostolicum simus omnes in domino corpus unum, et respectu habito ad naturam non sic servus neque liber inter eos qui unius et eiusdem sunt glebe materia complasmati; quia tamen – quod natura non habuit – institucio vel usus quasi in naturam consuetudinis iam redegit, ut sint inter homines liberi atque servi; cum sic valde favorabile beneficium libertatis... » ecc. Ars Notaria di RAINERIO DE PERUSIO, lib. I, rub. 108, in Bibl. Iurid. Med. Aevi., ed. Gaudenzi, II, 52: «Humane a primordio dispositio creature arbitrii liberi potens est effecta valore; sed humanis necessitatibus exigentibus, gentes quedam sibi constituerunt, unde bellica exorta calamitate que captivitatem gentium est impie persecuta, captivos libertate propria reprivarunt. Quod tamen iniquitas bellorum obduxit, imperialis sanctitas detegi procuravit, scilicet quod iuris civilis auxilio manumissio celebretur».
[26] Il Notaio delle Riformagioni ci aveva gusto a condire le provvisioni con proemii filosofici. Per esempio in una provvisione del 31 gennaio ’91 (Provvisioni cit., II, 175) è detto: «quod quidam [impedire i maleficî] nullo modo videtur fieri posse nisi iuxta Sapientis doctrinam dicentis quod contraria suis purgantur contrariis». Un’altra provvisione sulle gabelle (II, 133t) comincia: «Cum novitates maxime sint amice auribus modernorum». Il proemio della provvisione dell’agosto ’89 fa il paio con quello dell’ordinanza di Luigi X del 2 luglio 1315 (ISAMBERT, Recueil général des anciennes lois, Paris 1827, III, 102): «comme selon le droit de nature chacun doit naistre franc», il re dichiara liberi tutti quelli fra i suoi servi che paghino una data somma per redimersi, perché «la nécessité de notre guerre le requiert».
[27] Rub. I, cit. in GHERARDI, L’antica Camera del Comune di Firenze, estr. dall’«Archivio Storico Italiano», anno 1885, dispensa VI, p. 5, n. 1.
[28] Rub. XIV, ibid., p. 12, n. 2.
[29] Rub. 2.
[30] Rub. I e II.
[31] Rub. XXI.
[32] Rub. XIV.
[33] Del Consiglio dei Cento abbiamo parlato innanzi già due volte; che questo Consiglio sia una riforma di quello che abbiam trovato per l’ultima volta nel giugno ’82, non si può né affermare né negare. In generale si può dire che questi Ordinamenti canonizzati non creano nulla ex novo, ma riformano istituti precedenti. Per esempio nel febbraio ’82 (Consulte cit., I, 60) c’era uno statuto che permetteva ai XIIII di spendere 25 libre al mese senza le solennità necessarie per le altre spese; e il 17 maggio ’81 (ibid., I, 4445) si discute «super facto Camere», e «super facto Depositarii pecunie Comunis», il qual depositario è detto «Camerarius, de cuius Ordinamentis canonizatum est». Queste ultime parole ci rivelano che anche negli anni precedenti c’erano degli Ordinamenti canonizzati sulla Camera. Il «Iudex qui debet reinvenire iura Comunis» (rub. 16) si trova già nel luglio ’88 (Provvisioni cit., I, 89t).
[34] Cfr. per un altro simile errore il lavoro del GHERARDI, La Camera del Comune di Firenze cit., p. 10, n. 3.
[35] Trad. Acciaioli, pp. 164 sg.
[36] Ed. Bonaini, p. 48.
[37] Consulte cit., II, 35 e Provvisioni cit., II 68t, 71t, 99t.
[38] Di stringitori?
[39] ProtocolliProvvisioni cit., I, 50, 61; Consulte cit. I, 430; II, 35, 91, 120; Provvisioni cit., II, 68t e 71t; Ord. Giust., ed. BONAINI, p. 48, n. 4.
[40] Excursus I, § 6.
[41] Un’altra riforma, che dev’essere stata fatta nel 1289 e della quale non parliamo nel testo, perché non molto importante, è la istituzione di un ufficio di approvazioni delle fideiussioni dei Magnati distinto da quello digli Approvatori comuni delle Curie del Potestà e del Capitano. Cfr. Stat. Potestà 1322-25, I, 19: «de approbatoribus eligendis super securitatibus Magnatum prestandis». La prima notizia di quest’ufficio si ha il 7 gennaio 1290 (Consulte cit., I, 358).
[42] VILLANI, VIII, 2.
[43] Cfr. pp. 126 e 166.
[44] Consulte cit., I, 347; II, 627.
[45] Ibid., I, 349.
[46] Provvisioni cit., II, 52, 57t; Consulte cit., I, 364, 365.
[47] Provvisioni cit., II, 84t, 87, 131; Consulte cit., I, 360, 61, 62, 95, 97, 417; Delizie cit., IX, 302 sg.
[48] Provvisioni cit., II, 63t; Consulte cit., I, 359, 465.
[49] Provvisioni cit., II, 133t; Consulte cit., I, 442.
[50] Provvisioni cit., II, 143; Consulte cit., I, 475.
[51] Provvisioni cit., IV, 29. È stata pubblicata dal VILLARI, I primi due secoli cit., I, 270. Cfr. Stat. Capitano 1322-25, III, 4 : «de tollendis et prohibendis conspirationibus, posturis, pactis, monopoliis et doganis».
[52] Provvisioni cit., IV, 30t; cfr. Consulte cit., I, 410.
[53] Per dare effetto a questa legge, il 27 luglio i Consigli dànno incarico ai Priori di nominare delle spie segrete per indagare se gli artefici contravvengono al divieto di far illeciti monopoli; Provvisioni cit., II, 130t.
[54] VILLANI, VII, 148; STEFANI, ru. 190 (Delizie cit., VIII, 55)
[55] Consulte cit., II, 173.
[56] Ibid., 186.
[57] Ibid., 189.
[58] Ibid., 187.
[59] Ibid., 192.
[60] La legge del 3 febbraio 1291 pubblicata dal VILLARI, I primi due secoli cit., I, 271, è rivolta non contro i Magnati ma contro i Chierici; cfr. il nostro lavoro Le Consulte della Repubblica fiorentina del sec. XIII cit., in «Archivio Storico Italiano», serie V, t. XXIII, p. 110. Alcuni Ordinamenti contro gli sbanditi del giugno 1291 (Capitoli, XXI, 11334) stabiliscono per chi prende degli sbanditi e li consegna al Comune dei compensi pecuniari, i quali sono doppi se il bandito è «magne conditionis» o «magnas». Questo raddoppiamento non ci deve far credere che la legge sia rivolta contro i Magnati: nel medio evo il «magnas», il «miles», il «nobilis» si considerava valessero il doppio di un plebeo; perciò erano puniti in pena doppia del plebeo; godevano di doppia paga quando andavano in esercito o in ambasceria (cfr. il nostro lavoro Dignità cavalleresca cit., pp. 51 o 56; l’offesa recata al «miles» era punita il doppio dell’offesa recata al «pedes» (Stat. Padova, n. 67); chi in guerra prendeva un prigioniero «miles» aveva dal Comune premio doppio di chi prendeva un «pedes». (Stat. Potestà Pistoia 1296, III, 87). Negli Ordinamenti del giugno ’91 la parola «magnas» non vuol dire chi è nemico del Popolo, ma solo uomo «magne conditionis, et de magnitudine et parvitate remaneat in provisione d. Pet. seu d. Capitanei»; mentre fin dal 1286 c’era una lista determinata dei Magnati nemici del Popolo. Questi Ordinamenti non sono che un commento al capitolo dello Statuto del Comune «de remunerando qui ceperit aliquem exbannitum» (III, 131), di cui si ha notizia fin dal 1285 (Consulte cit., I, 208; ProtocolliProvvisioni cit., I, 8 e 98t); ed erano confermati nei Consigli di anno in anno; di simili approvazioni se ne trovano nel 27 agosto ’92 (Provvisioni cit., III, 104t)e nell’agosto ’94 (ibid. , IV, 57).
[61] Consulte cit., II, 664.
[62] Provvisioni cit., III, 85; Consulte cit., I, I, 200 sg.
[63] Ibid., 220.
[64] Provvisioni cit., III, 112t. Questa provvisione è provocata da una petizione dei Consoli delle Arti, chi si trova accennata in Consulte cit., II, 665
[65] Consulte cit., II, 223 sg. DEL LUNGO, Dino Compagni cit., I, pp. 118 sg.
[66] Cfr. i discorsi di M. Lapo Salterelli, Dino Compagni, Dino Pecora, Manetto Tiniozzi.
[67] Chiaro Salvi Girolami e Mongia del Rosso.
[68] Guido Orlandi, il poeta, e Latino Buonaccorsi.
[69] Ser Arrigo Grazie.
[70] Iacopo Giambullari, Albizzo Orlandini, Dino Compagni, Manetto Tiniozzi, M. Lotteringo da Montespertoli, Fazio Micciole, M. Niccola Acciaioli, M. Ubertino dello Strozza, M. Buoninsegna Becchenugi.
[71] Dino Pecora, M. Albizzo Corbinelli, Neri Patarino, M. Bencivenni medico, Tesi Burbassi. M. Lapo Salterelli è indifferente tra la prima e la seconda opinione; M. Iacopo da Certaldo propugna il Priorato di 12 persone, fra cui 4 delle prime sette Arti, quattro delle cinque Arti seguenti, 4 «de Popularibus». Con questo termine «popolari» M. Iacopo vuole forse indicare gli Artefici delle nove Arti minori?
[72] Consulte cit., II, 228.
[73] Consulte cit., I, 28687, 351.
[74] Ibid., II, 352.

© 2002 Biblioteca dei Classici italiani
by prof. Giuseppe Bonghi