Gaetano Salvemini

Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295

Tratto da: Gaetano Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, Einaudi, Torino 1960
Revisione d
ell'edizione elettronica di: Giuseppe Bonghi

GLI ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA DEL 6 LUGLIO 1295

– 1. La sconfitta del Popolo minuto e la insurrezione del 5 luglio 1295. 
– 2. Le riforme costituzionali del 6 luglio 1295. 
– 3. Riforme del diritto penale. 
– 4. I partiti dopo il 6 luglio 1295.

1. 
         «Scacciato Giano della Bella e rubata la casa e meza disfatta, il Popolo minuto perdé ogni rigoglio e vigore, per non aver capo; né a niente si mossono. E cominciorono ad accusare gli amici di Giano; e furonne condannati alcuni, chi in libre Vc e chi in libre M, e alcuni ne furono contumaci per modo che gli amici di Giano erano impauriti e stavano suggetti».
         Con queste parole Dino Compagni (I, 17 e 18) descrive nettamente la reazione che non poteva mancare contro il Popolo minuto dopo la caduta di Giano. Di questa reazione i documenti ci han conservato qualche vestigio: per esempio il 31 marzo si dà facoltà ai Priori e Gonfaloniere presenti e ai loro immediati successori di rivedere gli Statuti compilati dalla Commissione dei quattordici nel dicembre ’94 e di correggerne gli errori e difetti[1]. Evidentemente si vogliono sopprimere le riforme fatte sotto l’influenza di Giano. Il giorno 12 aprile si assolvono tre uomini dalle pene, in cui erano stati condannati il 12 giugno e il 14 luglio 1294 dal Potestà M. Pino Vernacci; e si giustifica la deliberazione dicendo che la condanna era ingiusta, come venne riconosciuto dagli stessi sindacatori del Potestà, i quali lo avrebbero condannato «in valde magnam pecunie quantitatem», se non si fossero opposti i Priori, il Gonfaloniere e le Capitudini delle ventun Arti[2]. Anche in questo caso, quantunque chiaramente non appaia, l’annullamento della condanna pronunziata al tempo della prevalenza del Popolo minuto e dichiarata già giusta dalle ventuna Arti, dev’essere un altro caso di quella reazione che il Compagni ci descrive.
        
Ma i Magnati pare pretendessero qualcosa di pià e continuarono ad essere malcontenti. Colla cacciata di Giano essi speravano di riprendere il potere, ma trovarono opposizione nel Popolo grasso, il quale, se non amava la prevalenza del Popolo minuto, amava ancor meno quella dei Grandi[3]. Per questo i Magnati si prepararono a una nuova lotta contro il Popolo grasso.
        
E non si può dire che avessero cattivo gioco. Rotta la unità popolare, reso il Popolo minuto diffidente contro il Popolo grasso e desideroso di vendicare la cacciata di Giano dovuta appunto alla coalizione fra Grandi e Popolani grassi, i Grandi dovevano naturalmente credere più facile la sconfitta delle Arti maggiori. «Scomuniangli, e così scomunati, concianli per modo che mai più non si rilevino», aveva detto Messer Baldo della Tosa; la prima parte del programma era riescita bene, ora veniva la volta della seconda.
        
I Grandi si preparavano alla battaglia cominciando col pacificarsi fra loro; «e quasi tutte le paci si fecero intra Guelfi solamente, per essere a una concordia a uccidere il Popolo»[4]. Se il Popolo riescì a soggiogare i Grandi, dice il Villani a proposito degli Ordinamenti di Giustizia, gli fu resa facile l’opera dai dissensi e dalle guerre, che dividevano e indebolivano i suoi nemici; era naturale, quindi, che questi, alla vigilia di tentare un colpo decisivo, pensassero a liberarsi da una siffatta causa di debolezza. Quando ebbero così unificate le loro forze, fidandosi dei Priori eletti il 15 giugno, che avevano ragione di ritenere consenzienti[5], fecero venire dalle loro possessioni un buon numero di contadini e assoldarono dei masnadieri; ottennero anche aiuti da tutti i Nobili del contado, dai Conti Guidi, dai Conti Alberti, dai Lucchesi, Pratesi, Pistoiesi, Samminiatesi. Organizzata per tal modo la insurrezione, il 5 luglio[6] occuparono tre punti strategici della città, le piazze di San Giovanni, del Mercato Nuovo e del Ponte Vecchio, sotto la direzione di. M. Forese Adimari, M. Vanni Mozzi e M. Geri Spini; e mandarono a intimare ai Priori che sopprimessero negli Ordinamenti le leggi più severe e odiose.
        
I Popolari risposero alla provocazione raccogliendosi in gran numero sotto le loro insegne, accorrendo al Palazzo del Potestà e a casa dei Priori, innalzando barricate per la città per impedire i movimenti dei cavalieri. Inoltre, dubitando della fedeltà dei Priori, aggiunsero ad essi una compagnia di altri sei cittadini che li sorvegliassero.
        Secondo la cronaca pseudo-latiniana, si combatté «quasi tutto il giorno a cavallo ed a piede in tutte le parti; i Grandi da’ Popolani per la grazia di Dio furono isconfitti». Ma questa notizia va rifiutata, perché, se veramente ci fosse stata battaglia e se i Grandi fossero stati vinti, il giorno dopo il Popolo non avrebbe fatto ad essi delle importanti concessioni; ma li avrebbe «tutti morti», come giustamente prevedeva M. Baldo della Tosa. È più accettabile il racconto del Villani, secondo il quale di fronte agli energici preparativi dei Popolani «i Grandi non ebbono niuna forza né podere contra loro, ma il Popolo avrebbe potuto vincere i Grandi; ma per lo migliore e per non fare battaglia cittadinesca, avendo alcuno mezzo di frati[7]
e di buona gente dall’una parte all’altra, ciascuna parte si disarmò; e la cittade si racquetò, senza altra novità, rimagnendo il Popolo in suo stato e signoria»; salvo che si corressero in parte gli Ordinamenti. E si comprende perfettamente che Grandi e Popolani abbiano preferito di venire a una transazione prima di tentare la sorte delle armi; i Grandi sapevano di giocare con la insurrezione la loro ultima carta e dovevano sentire i terribili pericoli della sconfitta; i Popolani grassi, d’altra parte, non dovevano sentirsi neanche essi perfettamente sicuri al riguardo del Popolo minuto, che, colpito fieramente nella persona del suo capo, poteva durante la battaglia riserbare al Popolo grasso delle cattive sorprese. Era quindi nell’interesse degli uni e degli altri di venire ad un accomodamento almeno provvisorio; e così furono deposte le armi e il giorno dopo, 6 luglio, nei Consigli, parlando a favore nel Consiglio del Potestà Dante Alighieri, fu approvata una riforma degli Ordinamenti per mezzo di correzioni e di addizioni favorevoli ai Grandi.

 2. 
        La provvisione che contiene queste correzioni e le aggiunte, è arrivata fino a noi[8]; e il testo degli Ordinamenti di Giustizia del 6 luglio 1295 è formato appunto da tre parti: gli Ordinamenti del gennaio ’93, i rafforzamenti dal gennaio ’93 alla cacciata di Giano della Bella, i raddolcimenti del luglio ’95 interpolati fra gli Ordinamenti anteriori.
        Queste riforme del luglio ’95 si possono dividere in due classi: le une riguardano il diritto costituzionale, le altre il diritto penale degli Ordinamenti di Giustizia.
        Le riforme del diritto costituzionale si riferiscono alle seguenti due rubriche:

        a) «de electione Priorum Artium»[9];
        
b) «de satisdationibus Magnatum civitatis et comitatus Florentie»[10].

        Gli Ordinamenti del gennaio ’93, ripetendo le disposizioni stabilite probabilmente fin dal 1282, avevano escluso dal Priorato tutti quelli, che, pur non essendo Magnati, erano insigniti della dignità cavalleresca e non esercitavano realmente un’arte. In questo modo accanto ai Magnati veri e propri elencati nello Statuto del Comune in forza della legge dell’ottobre ’86, vi erano anche delle persone che, pur essendo popolane nella sostanza, si trovavano «per altri accidenti», come dice il Compagni (I, 13), parificate ai Grandi. Ora le correzioni del 6 luglio ’95 mantengono il divieto dal Priorato per i cavalieri anche popolari e artefici[11]; ma stabiliscono che per esser considerato come artefice e quindi per essere ammesso al Priorato e al godimento di tutti gli altri diritti inerenti alla qualità di artefice, non è necessario l’esercizio reale e personale dell’arte, ma basta iscriversi nella matricola di una qualsiasi delle Arti. In questo modo restano eliminati dal potere politico solo i Magnati di sostanza e vi sono ammessi quelli che in seguito saran detti «scioperati»[12]. Il Popolo grasso, staccatosi dal Popolo minuto nel marzo ’95, ha cercato evidentemente con questa riforma di ottenere due intenti: ridurre il numero dei propri nemici[13] e cercare nella parte più ricca della città, esclusi sempre i Magnati per sostanza, quella base che gli era venuta meno dopo la cacciata di Giano della Bella. Insomma, il Popolo grasso incomincia a rifare a rovescio la strada finora percorsa in compagnia del Popolo minuto.
        
Naturalmente le Arti maggiori sanno procedere in questa nuova politica con scrupolosa cautela. Gli scioperati sono ammessi al Priorato, ma debbono iscriversi in un’Arte; il che equivale ad accettare tutte le leggi dell’Arte, a sottomettersi alla giurisdizione dei Consoli, a diventare insomma uguali agli altri artigiani non solo nei diritti ma anche nei doveri. Se uno di questi scioperati accennasse a mettersi al di sopra degli altri artigiani o volesse servirsi della sua qualità riconosciuta di artigiano per volgere la propria azione politica a danno del partito popolare, si farebbe presto a ridurlo all’impotenza: i Consoli dell’Arte lo cancellerebbero dalla matricola e lo priverebbero di ogni diritto politico ricacciandolo fra i Magnati «per accidente».
        L’aggiunta alla rubrica sulle satisdazioni stabilisce che da ora in avanti nessuna famiglia può essere obbligata a prestar sodamento all’infuori di quelle che nel giorno 6 luglio si trovano iscritte nello Statuto del Comune come grandi; tutte le altre debbono esser considerate popolari e come tali sempre trattate. In tal modo si toglie ai Priori la facoltà concessa dalla legge dell’ottobre ’86 (in forza della quale era stata fatta appunto la cernita del tempo di Giano), di obbligare a sodare anche persone, che non sieno iscritte nello Statuto del Potestà, e i confini fra Grandi e Popolani vengono più nettamente e profondamente segnati. Solo si eccettuano da questo vantaggio quei casati che abbiano avuto più di due cavalieri da vent’anni a questa parte. Ma se le famiglie non iscritte nella lista dei Magnati ottengono l’assicurazione che non vi saranno iscritte per l’avvenire, salvo quelle che han più di due cavalieri, quelle che oramai nella lista si trovano, vi restano e vi restano per sempre. Se noi confrontiamo l’elenco dei Grandi del luglio ’95[14]
con quello del Priorato di Giano, troviamo che l’elenco del ’95 contiene due famiglie di più di quello del ’93 (Nerli e Sizi) e quattro di meno (Manieri, Agli, Elisei[15], Pulci). All’infuori dunque di queste piccole variazioni, che debbono esser certo anteriori al luglio ’95, la lista dei Magnati, quale fu stabilita sotto l’influenza di Giano, resta nell’insieme immutata e tale resterà ancora per un buon pezzo del secolo XIV[16]. Anche per questa legge dunque dobbiamo ripetere che il raddolcimento è tutto a favore non dei Grandi per sostanza, ma di quelle famiglie che si trovano, diciamo così, sui confini dei due partiti nemici e che nel periodo della prevalenza del Popolo minuto erano state trattate più come grandi che come popolari.

3. 
       L e riforme al diritto penale sono costituite da aggiunte alle rubriche «de penis ordinatis contra Magnates offendentes Populares»[17]
e «quod pro Magnatibus se excusantibus vel defendentibus a sodamentis cogantur eorum proximiores satisdare»[18] e da nuove rubriche introdotte nel testo degli Ordinamenti.
        
Gli Ordinamenti del gennaio ’93, enumerando i delitti e le violenze personali dei Magnati contro i Popolani, non avevano fatto nessuna distinzione fra delitti involontari e delitti volontari e premeditati, fra lesione personale leggera e lesione grave, fra attore principale e complici. Ora i raddolcimenti del ’95 stabiliscono che il maleficio, per cadere sotto la sanzione degli Ordinamenti, dev’essere commesso «studiose et premeditate»; e così pare si voglia contentare quel Grande, che è introdotto da Dino Compagni a dire: «in una calca uno darà di petto senza malizia a un altro; debbono però costoro per si piccole cose essere disfatti?»[19]. Inoltre si stabilisce che la ferita dev’essere «enorme»[20]: e per tal modo si elimina la possibilità che due bastonate e qualche torso di cavolo lanciato «cum effusione sanguinis» abbiano per conseguenza la fine del mondo, come avrebbero voluto i nostri bravi Lapo, madonna Lapa e l’annesso Diomedeo. Graduando poi le pene fra il capitano del delitto e i complici, si determina che in caso di uccisione uno solo fra i partecipi al delitto dev’essere condannato come capitano nella pena prescritta dagli Ordinamenti, cioè morte e distruzione dei beni. Gli altri Magnati complici sono puniti solo in 2000 lire e i mandanti in 1000 lire. Il capitano è determinato dai parenti dell’ucciso, o, quando questi si rifiutino, dal Potestà. La stessa procedura e le stesse pene sono stabilite nel diritto comune[21], quindi in questa, come in tutte le altre riforme penali del ’95, noi vediamo che non si fa se non ritornare al diritto comune, da cui i legislatori del ’93 si erano allontanati.
        In caso di ferimento non seguito da morte, sono condannati nelle pene prescritte dagli Ordinamenti solo due colpevoli, uno fra i mandanti, uno fra i mandatari; gli altri sono puniti nelle pene prescritte dal diritto comune. Quando si parla della prova della pubblica fama, si fissa che i testimoni debbono essere «saltem tres»; e si annulla per tal modo la interpretazione restrittiva data finora alle semplici parole «per testes». Per i delitti commessi fuori della giurisdizione fiorentina è lasciato in balia del Potestà o Capitano, col consiglio dei Priori o Gonfaloniere, di prolungare i termini entro i quali il processo dev’essere esaurito «secundum loci distantiam»; e non è impossibile che questa riforma sia stata suggerita dal delitto dei Galli commesso in Francia. Finalmente contro l’assoluzione fatta di un Grande per delitto contro un Popolano si vieta ogni appello e si determina che il processo non potrà essere più rinnovato, salvo che dagli atti del primo processo appaia che l’assoluzione è stata pronunziata indebitamente e contro la forma degli Ordinamenti di Giustizia. Quest’aggiunta è naturalissima; dal momento che si toglie al Magnate il diritto di appello in caso di condanna, è giusto togliere ai suoi nemici lo stesso diritto in caso d’assoluzione[22].
        L’aggiunta alla rubrica, la quale obbliga i consorti del Magnate a sodare o a pagar la pena se non è stato ancora prestato sodamento, in caso di contumacia, scioglie da ogni obbligo di pagamento quei consorti che consegnano al Comune il colpevole, conforme alla norma comune, la quale svincola da ogni obbligo il mallevadore «representato principali»[23]. Non possono inoltre essere obbligati a sodare o a pagare la pena quei congiunti che prima del delitto avessero col colpevole «evidens inimicitia mortis vel vulneris».
        Le nuove rubriche compilate nel luglio ’95 sono tre. La prima[24]
stabilisce che le offese arrecate da un Magnate ai suoi scudieri e familiari per «castigare eorum culpas et inobedientiam» non cadono sotto le sanzioni degli Ordinamenti di Giustizia, ma sotto quelle del diritto comune; e il diritto comune stabiliva che in questi casi non c’era luogo a pena[25].
        
La seconda rubrica[26] contempla il caso che un Popolano sia ferito mescolandosi in risse fra Magnati; è appunto ciò che accadde a quel Puccio che fu ucciso nella rissa fra M. Corso e M. Simone Donati. Questi delitti, secondo la nuova rubrica del ’95, cadono sotto le sanzioni del diritto comune.
        
Finalmente con la terza rubrica[27] si dà al Potestà, Capitano, Priori e Gonfaloniere facoltà di punire a loro arbitrio chi falsamente accusi un Magnate di delitti punibili secondo gli Ordinamenti di Giustizia e introduca a dimostrar l’accusa falsi testimoni[28].

 4. 
        «Per questo romore e novitadi, – dice il Villani, – si mutò nuovo stato di Popolo in Firenze»; vale a dire che dopo la cacciata di Giano e la sconfitta del Popolo minuto il Popolo grasso, impadronitosi del potere, vi si consolidò nel luglio ’95 ammettendo nel governo tutte quelle persone agiate, che, pur non esercitando un’arte e vivendo di rendita non erano poi così potenti e riottose da dover essere trattate alla stessa stregua dei Grandi. A questo gruppo di persone moderate ammesse nel luglio ’95 al godimento degli uffici appartiene Dante; le tendenze politiche del quale, e del ceto a cui egli apparteneva, ci sono descritte abbastanza bene dal Boccaccio: Dante «a voler riducere a unità il partito corpo della sua repubblica pose ogni studio»; ma vedendo di non poter «per se medesimo una terza parte tenere, la quale giustissima la ingiustizia delle altre due abbattesse, formandole ad unità, con quella si accostò, nella quale secondo il suo giudizio era più di ragione e di giustizia»; a questo passo, del resto, anche «dalla dolcezza della gloria tirato è dal vacuo favor popolesco e ancora dalle persuasioni dei maggiori»[29].
        Ma l’equilibrio politico stabilitosi in conseguenza delle riforme del luglio ’95 fu, al solito, instabile. «Questa novitate fu la radice e cominciamento dello sconcio e male stato della città di Firenze, che ne seguì appresso; ché da indi innanzi i Grandi mai non finirono di cercare modo d’abbattere il Popolo e’ caporali del Popolo cercarono ogni via di fortificare il Popolo». Con queste parole il Villani allude alla lotta fra Bianchi e Neri, che invade la storia fiorentina subito dopo il 1295. La quale nuova lotta ha «radice e cominciamento» non solo nella rivolta magnatizia del luglio ’95, ma ha i suoi precedenti in tutta la storia delle lotte fiorentine a cominciare dalla prima insurrezione degli Uberti nel 1177; ma è certo che nella rivolta del 5 luglio si manifestò per la prima volta in forma politica l’astio privato fra Cerchi, che furono poi capi del partito bianco, e gli altri Grandi capeggiati dai Donati. «In quello giorno tutti li Grandi ebbero a sospetto la casa di Cerchi, per cagione che non fue colloro sopra il Popolo»[30].
        Ma a questo incidente ci basti l’aver accennato; il compito assuntoci di narrare le lotte fra i partiti dal 1280 al 1295 è oramai esaurito.

          NOTE  

[1] Provvisioni cit., V, 73. Gli Statuti il 13 maggio erano stati già corretti, ibid., V, 30.
[2] Provvisioni cit., V, 12.
[3] Così noi crediamo di spiegare la insurrezione dei Grandi del 5 luglio ’95, di cui parleremo fra poco. Pare anzi che la reazione durasse appena pel tempo del Priorato 15 febbraio – 15 aprile, che condannò Giano; perché il 13 maggio troviamo due nuove leggi favorevoli ai Popolani. La prima (Provvisioni cit., V, 98) stabilisce che i Grandi non possono esigere che un Popolano paghi la pena, in cui è stato condannato per aver querelato ingiustamente il Grande per violenze sofferte nella persona e nei beni; la seconda (ibid., V, 99) sancisce che ai Magnati non è lecito chieder tregua o sicurtà ad alcun Popolare per offesa, se questa non è manifesta ed evidente; ed anche in questo caso tocca ai Priori e Gonfaloniere stabilire se la tregua o autorità debba essere dal Popolano concessa.
[4] PSEUDO-BRUNETTO LATIN I, in VILLARI, I primi due secoli cit., II, 262; cfr. p. 259, e VILLANI, VIII, 12
[5] PSEUDOLATIN I, in VILLARI, I primi due secoli cit., II, 262; VILLANI, VIII, 12
[6] La data 5 luglio è data dallo STEFANI, rub. 208.
[7] Uno di questi frati dové essere fra Remigio Girolami. Nei fr. REMIGII FLORENTIN I, ord. Praed., Sermones de tempore etc., MAGLIABECHIANA G. 4.936, a c. 56t cominciando dall’ultima, c’è un sermone «ad Priores civitatis», infarcito al solito di citazioni bibliche e di definizioni scolastiche, nel quale sono notevoli le seguenti parole: «Instinctu dyabolico vel divino iudicio maxima videtur esse discordia in hac civitate; de quo summe gemendum est nobis, quia cum discordia nullum potest esse bonum in civitate; cum concordia, que nichil aliud est quam unio vel coniunctio cordium, idest voluntatum ad idem vulendum, sit summum bonum civitatis;... et ideo omnis iniustitia removenda est a statutis civitatis». Cfr. BONAINI, Ordinamenti di Giustizia cit., p. 6, n. 3.
[8] È stata pubblicata dal DEL LUNGO nel «Bollettino della società dantesca», nn. 1011, luglio 1892; e da noi in «Archivio Storico Italiano», serie V, t. X. Il documento fu da noi accompagnato con un commento, nel quale esponevamo idee che gli studi successivi ci hanno indotto a modificare.
[9] Gennaio ’93 e Luglio ’95, rub. III.
[10] Gennaio ’93, XVIII; Luglio ’95, XVII. Anche nella rub. IV «de electione et offitio Vexilliferi Iustitie» è stabilito «quod Vexillifer habeat devetum per duos annos, et de ipso Ordinamento cancelletur devetum unius anni». Questo prolungamento del divieto da uno a due anni era stato stabilito fin dal 6 dicembre ’94 (Provvisioni cit., IV, 119 e Consulte cit., II, 447); ora si colse questa occasione per introdurre la riforma nel testo degli Ordinamenti, quantunque non avesse nulla da vedere con le concessioni fatte ai Grandi.
[11] Questo divieto fu tolto solo nel 1330. Cfr. il nostro studio La dignità cavalleresca cit., p. 65.
[12] Lo STEFAN I, rub. 196 (Delizie cit., VIII, 61) afferma che l’ammissione degli scioperati nel Priorato è del gennaio ’93, ma è un errore nato dall’aver confuso tra loro leggi di date diverse.
[13] Cfr. VILLANI, VIII, 12: «molti casati, che non erano tiranni e di non grande podere trassono del numero de’ Grandi e misono nel Popolo per iscemare il podere de’ Grandi e crescere quello del Popolo». Com’è noto, in forza di questa legge Dante fu ammesso al Priorato.
[14] È stato pubblicato dalle carte dello STROZZI in appendice alla Cronichetta cit. di NERI STRINATI, p. LIX. A noi non è stato possibile rintracciare il documento nelle «Strozziane», ma non è il caso di mettere in dubbio la sua autenticità, perché è evidente la sua figliazione dalla lista del tempo di Giano.
[15] Gli Elisei erano consorti degli Alighieri (cfr. «Bollettino della società dantesca», nuova serie, IV, 2). Il fatto che essi nel ’93 sono considerati grandi serve a dimostrare ancora meglio – se pure ce ne fosse bisogno – la nobiltà di Dante.
[16] Nello Stat. Potestà 1322-25, IV, 15 le famiglie enumerate come grandi sono, salvo qualche piccola variazione, le stesse del 1293 e del 1295; solo dopo il 1343 cominciarono le famiglie grandi a esser dichiarate in gran quantità popolane; ma oramai la classe dei Magnati, qual era costituita nel secolo XIII, era quasi completamente sparita.
[17] Ord. Gennaio ’93 , rub. V; Luglio ’95 , rub. IV.
[18] Luglio ’95, rub. XIX.
[19] Chi commette un delitto involontariamente nel diritto comune o non è punito o ha pena minore; KOHLER, Strafrecht cit., III, pp. 204 sg. Anche la premeditazione è considerata come aggravante; ibid., IV, 325, 358. Cfr. per Firenze Stat. Potestà 1322-25, III, 30: «de puniendo qui studiose fecerit vastum»; e III, 45: «de puniendo qui studiose percusserit aliquem»; nel testo delle rubriche ritorna spesso la formula «studiose et premeditate». A questo proposito è interessante il seguente passo del SACCHETTI, Sermoni evangelici, Le Monnier, Firenze, p. 90, che ci sembra poco noto e che rappresenta uno stadio molto arretrato nel diritto penale: «Li iudici e rettori civili dicono che la volontà non è giudicata, ma il peccato si. Verbigrazia: uno va a caccia e sente uno busso in uno cespuglio, crede sia lepre o cavriolo, tira l’arco e saetta, la saetta dà a un uomo e uccidelo. Un altro andrà colla volontà rea per saettare e uccidere un suo nemico; quando è presso, il saetta, la saetta passa e dà a una lepre. E in questi due casi il primo è decapitato, l’altro no».
[20] Cfr. KOHLER, Strafrecht cit., IV, 347.
[21] Stat. Potestà 1322-25, III, 45 in fine; cfr. KOHLER, Strafrecht cit., III, 255.
[22] Cfr. Stat. Capitano 1322-25, III, 16: «quod de eodem malleficio nullus amplius quam semel puniatur».
[23] Cfr. Consulte cit., I, 375, 376.
[24] Ord. Luglio ’95, rub. VIII.
[25] Stat. Potestà 1322-25, III, 23: «de iis qui exceptantur a penis maleficiorum: si parer filio fecerir, vel filius patri (!), vel vir uxori vel e converso, domina vel dominus vassallo, vel si dominus vel domina famulo sive famule sue fecerit, vel magister discipulo, vel frater fratri vel sorori, patruus vel avunculus nepotibus, vel e converso», e dato sempre che il maleficio non sia grave. Nel 1296 questa legge era già in vigore in Firenze, come appare dallo Stat. Pot. Pistorii 1296, III, 22. Cfr. BERLAN, Stat. Pistoiesi sec. XII cit., p. 6; Stat. Viterbo 1251 (Cronache e Stat., p. 560); Stat. Parma 1255 p. 296: «dununodo vitam vel membrum non auferat»; Constituto di Siena 1262 cit., V, 240; Stat. Brescia sec. XIII, in «Mon. hist. pat.», II, 2, 1584, 131; Stat. Ravenna sec. XIII, rub, 151 (FANTUZZI, Mon. ravennati cit., IV, 76) e Stat. Ravenna 1308, p. 70. Il battere i servi era nel periodo feudale contrassegno dell’autorità padronale, FICKER, Forschungen cit., IV, 5, doc. n. 3.
[26] Ord. Luglio ’95, rub. VII.
[27] Ord. Luglio ’95, rub. XIII.
[28] Cfr. Stat. Potestà 1322-25, III, 4: «quod quilibet teneatur ad testimonium ferendum»; III, 5: «de puniendo qui negaverit super interrogationibus sibi factis»; III, 25: «de puniendo qui introduxerit falsos testes»; KOHLER, Strafrecht cit., III, 256.
[29] Vita di Dante, cap. IV, ed. Macrí-Leone, Sansoni, Firenze 1888.
[30] Cronaca pseudolatiniana in VILLAR I, I primi due secoli cit., II, 262.


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