Adriano Tilgher

Studi sul teatro contemporaneo

PRECEDUTI DA UN SAGGIO SU

L'ARTE COME ORIGINALIT?E I PROBLEMI DELL'ARTE

TERZA EDIZ. AGGIORNATA E ACCRESCIUTA

 

Edizione di riferimento

Adriano Tilgher, Studi sul teatro contemporaneo, preceduto da un saggio su l'arte come originalit?e i problemi dell'arte, terza edizione aggiornata e accresciuta, Libreria di scienze e Lettere, Piazza Madama 19-20, Piazza Navona 79-80, Roma 1928, Tipografia del Dott. Giovanni Bardi

 

ROMA

LIBRERIA DI SCIENZE E LETTERE

Piazza Madama 19.20 - Piazza Navona 79-80

 

 

Edizione di riferimento

Adriano Tilgher, Studi sul teatro contemporaneo, preceduto da un saggio su l'arte come originalit?e i problemi dell'arte, terza edizione aggiornata e accresciuta, Libreria di scienze e Lettere, Piazza Madama 19-20, Piazza Navona 79-80, Roma 1928, Tipografia del Dott. Giovanni Bardi

 

 

IX.

IL TEATRO, DI LEONIDA ANDREIEFF

A MME H?ENE BOUB?.

1. ? Un ?isterico, selvaggio, ubriaco caos?, fondo ultimo, natura essenziale delle cose, informe smisurato abisso, donde tutto ci?che ? mostruosa ed orrendo si genera ed emerge; ? un'anima che, fascinata, si china a guardarlo; presa da orrore, ne fugge; fuggita, ancora ritorna a guardarlo e finisce per precipitarvi: questo il motivo fondamentale dell'arte e del teatro di Leonida Andreieff.

2. ? Su quel gorgo inabissantesi in profondit?sconosciute invano il pensiero si china a scandagliarne il mistero: alle domande disperatamente rinnovate l'abisso oppone il silenzio sdegnoso della sua indifferenza. Questo tormento del pensiero che in eterno batte alla porta del mistero, la quale in eterno rimarr?chiusa sul viso al disperato, Andreieff non ha forse mai con pi?tragica potenza rappresentato che in Anatema. Anatema ?il simbolo della Ragion ragionante, del Pensiero pensante, ? immortale nelle cifre, eternamente vivo nella misura e nei pesi ?, ma condannato in eterno a lasciarsi sfuggire l'essenza della Vita. Con la barba e i capelli bianchi, con la fronte enorme tagliata dalle rughe dei problemi in eterno irresoluti, grigio tra le grigie pietre, Anatema striscia verso l'immane porta di ferro dietro la quale, silenzio e nel mistero, abita il principio di ogni esistenza, la Grande Ragione dell'Universo, e che Qualcuno che sorveglia l'ingresso custodisce immoto. Il dannata a volta a volta insulta e smania in convulsioni silenti, schernisce ed implora disperatamente che gli si apra la porta, gli si lasci gettare uno sguardo solo sull'eternit? in eterno la porta rester?chiusa, e su di essa, come le onde sulla riva, muoiono le preghiere del disperato. ? Ci?che tu domandi non ha nome, Anatema. Non c'?numero con cui si possa contarlo, non c'?misura con cui si possa numerarlo, non ci sono pesi con cui si possa pesare ci?che tu domandi, Anatema ?.

3. ? I rapporti normali dell'esistenza, costruiti dagl'istinti vitali, solidificati dall'abitudine in convenzioni usi costumi, consacrati dalla societ?e dalla tradizione, nascondendo allo sguardo il caos irrazionale che nel fondo ondeggia e rimugghia danno l'illusione di un mondo incrollabilmente saldo sulle sue basi, immutabile nelle leggi che lo reggono e che la Ragione governa sovrana. Ma guai se un primo mattone di questo ben costrutto edificio si smuova e cada! Presto gli altri lo seguono nella rovina, e quel ben compaginato mondo di cose e di persone, di leggi e di eventi, sprofonda nel caos, senza che il pensiero abbia forza di fermarlo sulla china. ?il dramma di Lorenzo duca di Spadaro: ?egli figlio del duca di Spadaro, cavaliere dello Spirito Santo e Crociato, o del palafreniere che ne sedusse la sposa mentre egli era in Terra Santa a combattere per il Sepolcro del Signore? ? Chi sono io, questo che si chiama Lorenzo, duca di Spadaro? ? E presto il dubbio sulla piccola verit?della sua origine individuale dilaga all'universo intero: ? Chi ?il padrone del mondo? Dio o Satana?... Terribile verit?delle cose umane. ?piena di tristezza la mia giovane anima ?. Lorenzo vuol sapere: chi ?lui? chi sono quelli che gli stanno attorno? I volti di tutti gli amici e familiari gli appaiono coperti di maschere sotto le quali non sa pi?discernere il loro volto di sangue e di carne: crede riconoscerli, e quelli gli si negano. E pi? e pi?maschere gli dicono di essere la stessa persona, s?che egli rimane smarrito fra i loro pianti e richiami. Non solo s? stesso, ma tutti gli sono divenuti misteriosi e problematici. Maschera lui, maschera tutti. Perduta la fede ingenua e immediata nella realt? come discernere pi?fra le infinite apparenze che si offrono allo spirito sensibile quale sia la vera, quale la falsa? Tutte si equivalgono, e fra esse non ? possibile scelta. Lorenzo accende la fiaccola del pensiero per esplorare gli abissi pi?oscuri dell'essere suo, e orrende irriconoscibili maschere gli si presentano, che gli dicono di essere il suo cuore, i suoi pensieri. Tra l'essere e il parere, tra la verit?e l'illusione, tra Satana e Dio lo spirito di Lorenzo oscilla incoerente, a salti discontinui e violenti: in una terribile visione sembra a Lorenzo di combattere e uccidere s?stesso, il credulo e spensierato Lorenzo di prima. E la sua ragione sprofonda nella follia. Il mondo di cose di persone di rapporti in cui viveva sicuro si riassorbe nel caos. Le maschere nere, ci?che di pi? inconfessato misterioso inconscio giaceva nell'animo suo, ignoto a lui stesso prima che ad altri, invadono il bel castello adorno dei padri, ne spengono i fuochi e la notte avvolge tutto. Lorenzo ha voluto vedere a fondo in s?e negli altri (? niente di scuro..., niente di scuro! ?). Ha voluto, dubitando di tutto, giungere a qualcosa d'inconcusso e di certo, e il dubbio l'ha travolto nella sua rapina (Le maschere nere).

4. ? Il pensiero ?impotente a costruire fuori di s?perch?nel suo intimo stesso ?vacillante e corroso: n?in s?n?fuori di s? nella societ? nelle cose esterne, esso ha il criterio della verit?e della certezza, ed ?questo che condanna l'uomo a non potere uscir mai dalla spaventosa solitudine dell'io individuale. Kergenzeff ?solo, non ha amici e non ne sente il bisogno, lavora per s?e non per gli altri, e perci?non pubblica niente. Egli possiede il pensiero e in questo possesso si sente libero e felice: ? Il mio pensiero mi ubbidisce come una spada della quale la mia volont?aguzza il taglio. O tu, cieco, non vedi il suo luccichio? O tu, cieco, non sai quest'ebbrezza: chiudere qui, nella mia testa, un intero mondo, comandare ad esso, regnare, inondare tutto con la luce del divino pensiero! ? Sicuro di esso, egli vuole misurarne la grandezza e la forza; per questo, medita di evocare, non per burla, ma sul serio, lo spirito stesso della follia, coi capelli bianchi e il manto lacerato. Atroce, divino gioco, in cui uno spirito debole passerebbe il limite e soccomberebbe, ma un forte e libero spirito mostrer?tutta intera la saldezza della sua tempra. Egli ha studiato a lungo la spaventosa tragedia degli urang-utang che tiene chiusi in gabbia nella sua casa e che, senza ragione alcuna apparente, ammalano e muoiono di malinconia. Gli ? che essi si sentono come re scoronati ed esiliati: a un tratto, il pensiero che era in essi si ferm?contro una muraglia insuperabile e torn?indietro. Ma egli, Kergenzeff, dimostrer?col proprio esempio che al pensiero dell'uomo non v'ha limite che possa arrestare l'impeto del volo, che, chiuso nella rocca inaccessibile del pensiero, egli si sente ed ?veramente Dio. E, difatti, si finge pazzo e uccide il marito di colei che amava e che non volle essere sua moglie e che egli continu?ad amare pur dopo il matrimonio di lei. Ma ha egli finto di essere pazzo o pure credeva di fingere ed era, invece, effettivamente pazzo? Alla domanda non c'?mezzo di rispondere: non saprebbe rispondervi nemmeno l'Autore, che, s? la sera dell'omicidio ci mostra Kergenzeff provocato dalla superficiale fatuit?di colui che morr?per sua mano, e ci fa sapere che, prima dell'assassinio, Kergenzeff soffre di esaurimento e nevrastenia ed ha attacchi epilettici, ma anche che egli ?sempre stato un mistificatore, onde esaurimento ed attacchi potrebbero essere simulati, simulazione che, a sua volta, potrebbe essere essa stessa prova d'incipiente follia. Non saprebbe rispondervi nemmeno Kergenzeff, il quale subito dopo l'omicidio ?preso dal dubbio orrendo: ??molto possibile che il dottor Kergenzeff sia effettivamente pazzo. Egli credeva di fingere ed effettivamente ?pazzo ?. Rinchiuso nel manicomio in osservazione, egli implora che gli si dica se ?pazzo o no: ed egli stesso non sa che risposta desiderare. E a chi gli dice che ?assassino, risponde che ?pazzo. A chi gli dice che ?pazzo, risponde che vorrebbe essere assassino. Tra il delitto e la follia il suo animo oscilla incoerente e sbandato. Invano per sapere la verit?egli confessa la sua premeditazione: ? Tatiana Nicolaevna, ascoltatemi ? egli grida alla moglie della sua vittima: ? io volevo vincere, volevo sollevarmi al culmine della volont?e del libero pensiero... assicurarmi che questa soltanto fosse la verit? Che orrore! Io non so nulla! Sono stato tradito, capite? Il mio pensiero, che era il mio unico amico, il mio amore, la mia ragione di vivere, il mio pensiero nel quale unicamente io credeva, come gli altri credono in Dio, esso, esso, il mio pensiero ?stato il mio nemico, il mio assassino. Guardate questa testa: in essa ?un terrore incredibile ?. ? Con tutta la mia intelligenza, pensando battendo sul mio cervello come un martello a vapore... io non posso decidere se era pazzo o sano. Il limite ?perduto. O sozzo pensiero! Esso pu?dimostrare una cosa o l'altra, ma che v'?al mondo fuori del mio pensiero? Forse da un lato ?evidente che io non sono un pazzo, ma io questo mai lo sapr? Mai! A chi fidarmi? Alcuni mi mentiscono, altri non sanno, altri ancora a me sembrano pazzi essi stessi. Chi me lo dir? Chi me lo dir? ?. Mascia, l'infermiera analfabeta miracolosamente sana ed equilibrata di spirito, gli dice: tu non eri pazzo. Tatiana, la donna colta e raffinata che egli ha reso vedova, gli risponde: tu eri pazzo. A chi credere? Kergenzeff rimarr?in eterno murato nell'ergastolo del suo pensiero individuale. E il grande pensatore, pi?infelice in questo del suo urang-utang, che, almeno, sente di avere urtato contro un limite insuperabile e ne muore di malinconia, mentre egli non sa nemmeno se dinanzi a lui questo limite si eriga o no a sbarrargli la via, e brancola e oscilla smarrito, invidia all'infermiera analfabeta la confidente sicurezza in cui essa vive di essere nella verit? di esservi tanto da non supporre nemmeno che si possa proporsela come problema. Il Pensiero, la divina forza del pensiero, capitola disfatta dinanzi alla sana animalesca forza della Vita. L'uomo si abbatte sconfitto ai piedi dell'animale inconsapevole e vero. (Il Pensiero).

5. ? Perci?dinanzi al pensiero che si rivela come forza sintetica e organizzatrice Andreieff resta percosso di stupore e spavento, inetto totalmente a comprendere. I Tedeschi invadono il Belgio, e dinanzi al loro esercito gigantesco, che avanza con l'inesorabilit?e la calma di una macchina colossale, il suo spirito si dibatte smarrito. Essi gli si proiettano alla fantasia come una forza di natura, cieca anonima impersonale abissale come tutte le forze di natura, e come queste inesorabile e incomprensibile. ?Essi vengono in massa cos?serrata di uomini, di ferro, di macchine, d'armi, di cavalli, che non c'?possibilit?di arrestarli. Mi pare che i sismografi debbano segnare nei luoghi attraverso i quali passano, tanto essi premono sulla terra?. Ogni uomo ha la sua personalit? Solo essi non ne hanno. Quando mi sforzo di rappresentarmeli, io vedo soltanto fuochi di riflettori, automobili, quelle loro armi terribili... ? qualcosa che marcia, qualcosa che marcia ?. Ci si resiste perch?non se ne pu?fare a meno, ma senza speranza di vincere, senza capirli e perci?senza odiarli. Tra essi e i Belgi manca ogni comune misura; questi sono uomini e quelli una delle forze mostruose del caos primigenio. Alla natura non si pu?opporre che la natura: ai Tedeschi i Belgi oppongono la forza bruta e cieca dell'acqua che scatenano in libert?rompendo le dighe (Re, Legge, Libert?/span>).

6. ? La storia intesa come concatenazione di eventi germinanti gli uni dagli altri secondo una interna dialettica che il pensiero genera e comprende, diventa parola priva di senso. Il mondo delle cose umane non ha n?logica, n?continuit? n?coerenza. Esso si spezza in un polverio di avvenimenti slegati. La vita dell'uomo si presenta (nel dramma dello stesso nome) come un succedersi di quadri frammentari, regolati nella loro successione da un destino trascendente e arbitrario, indifferente e impenetrabile alla ragione dell'uomo. Essa appare perci?la negazione della Provvidenza, il regno del caso e dell'irrazionale. E questi non giocano mai tanto allo scoperto come nelle grandi crisi in cui le antitesi onde si travaglia la storia, fallito ogni altro mezzo di conciliazione e di superamento, spingono gli uomini sui campi di battaglia a cercarvi una decisione. Per chi nega nella successione degli eventi umani ogni razionalit?e dialettica, la guerra appare l'assurdo e la follia stessi scesi sulla terra: una voragine d'irrazionalit?e di dolore in cui la ragione sprofonda smarrita. Di fronte alla guerra che da un giorno all'altro si ?abbattuta sul Belgio, tanto il poeta Emilio Gr?ier quanto il giardiniere Francesco si chiudono in una stessa attitudine di spaurita incomprensione: prima ?tutto era cos?chiaro sulla terra?; scoppiata la guerra, tutto ?assurdo e follia. Esplosione delle forze del caos, la guerra appare essa stessa un vivente ondeggiante caos; essa ?ululo di folle lontane, ?lontano rombar di cannoni, squillare di trombe e campane, ?terrore dinanzi a qualcosa di sovrumano e misterioso che passa, ?delirio collettivo di eserciti in fuga dinanzi a pericoli ignoti, ?morte, sofferenze, paura.

7. ? Paura sopratutto. In un mando come questo, dove di momento in momento le forze misteriose del caos possono far saltare per aria la fragile scorza di costruzioni concettuali e pratiche che lo nasconde, lo Spavento pu?di attimo in attimo travolgere la ragione nel gorgo della follia. E punto non v'?bisogno per questo di eventi straordinari: basta che, strappandosi alla sonnolenza dell'abitudine che gliene ha reso familiare l'aspetto, l'uomo guardi le buone domestiche cose di tutti i giorni con occhi vergini, ed esse gli appariranno misteriose e' formidabili, simili a nemico in agguato. Cos?una sedia vuota che egli vede in una casa vuota empie Petia di tanto spavento che egli comincia a gridare (Verso le stelle). Gli ?che al di l?e attraverso le piccole inoffensive cose di tutti i giorni l'anima percepisce l'universo nel quale si trova precipitata senza sapere n?donde n?perch?n? come sia venuta: mare di tenebre nel quale ella nuota senza m?a determinata e nel quale di attimo in attimo pu?sprofondare e alla fine a sprofondarci ? condannata. ?il Fato: e Andreieff l'ha impersonato in Qualcuno in grigio nella Vita dell'Uomo, personaggio che guarda e che sa, senza agire, di agire non essendovi bisogno, tutto essendo prestabilito ab aeterno, spettatore impassibile di ci?che avviene nella vita dell'Uomo, e che non esce dal silenzio se non per annunziare le ore capitali di quella. Sempre presente e sempre immobile, solo in alcuni istanti emerge silenziosamente dal muro dove sta addossato quasi confondendosi con esso. Quando, compiuto il suo ciclo di piccole gioie e di grandi dolori, l'Uomo chiude la sua esistenza come l'aveva cominciata, Qualcuno in grigio leva la voce fredda indifferente lontana: ? Silenzio! L'Uomo ?morto! ? Sull'orlo di questo insondabile abisso tutte le agitazione umane vengono a spirare: ronzio di api dentro un bugno vuoto, non rompono che per un momento il silenzio spaventoso dei mondi. Verso le stelle ?tutto pieno del contrasto tra il frastuono delle agitazioni umane ? cospirazione rivoluzione reazione ? e il silenzio profondo dell'osservatorio astronomico sperduto tra le montagne dove il riflusso di esse viene a morire. I naufraghi della rivoluzione entrano nell'osservatorio rumorosi, pieni di vita e di attaccamento alle cose umane: a poco a poco il silenzio mortale degli spazi celesti li afferra, li riempie di sgomento, li conduce alle soglie della follia. Ed essi maledicono la scienza che, estranea e indifferente alle angosce degli uomini, se ne sta tranquilla ad osservare la corsa dei mondi, maledicono le stelle ostili e malvage. ? Brillavano quando ancora avevamo la certezza della vittoria, e ora che tutto ?perduto brillano egualmente. C'?da diventar pazzo! ? ? Abbasso la scienza! Non serve a niente... Abbasso le stelle maledette! Io le odo gridare! ?.

8. ? La superiorit?dell'animo e dell'ingegno non ha per effetto che una pi?profonda ed intensa sofferenza. Un'infinita nostalgia di bellezza di purezza di bont?tormenta gli eroi di Andreieff, ma essi non hanno la forza di lottare gagliardamente per realizzare sulla materia ostile che li circonda e che pesa sugli animi loro l'ideale che brilla al loro spirito: alla prima smentita che la realt?infligge ai loro sogni si danno per vinti e abbandonano la partita.

Ecco Giorgio Stibelew, celebre avvocato e uomo politico: tutto il suo ingegno non impedisce che al primo ingiusto sospetto che sua moglie Caterina lo tradisca egli le tiri tre colpi di rivoltella, che lasciano, s? illeso il corpo della donna, ma uccidono tutto ci?che d'ingenuo e puro le viveva nell'anima. E Caterina scende di gradino in gradino nella scala del vizio senza che Giorgio sappia trattenerla, ed egli vi discende con lei (Caterina Ivanovna).

Ecco Kergenzeff, cui tutto il suo genio non serve che a fargli commettere uno stupido delitto e a condurlo al manicomio dove spasimer?in eterno nel dilemma orrendo: pazzo o delinquente?

Ecco Quello che prende gli schiaffi : ?un super-uomo, un uomo-dio, cui un mediocre ha rubato onore amore fama. Ed a lui non rimane che di distruggersi come l'individuo che fu, di annullarsi persino nel nome, seppellendosi in un circo equestre, ove in preda a un lucido delirio di autoavvilimento assume la maschera del pagliaccio pi?ignobile, di quello che fa ridere la gente recitando alti e gravi discorsi che i colleghi di circo interrompono a ceffoni. Contro la Vita che lo ha distrutto Quello si vendica avvilendo in s?il dio che l'uomo, ogni uomo, porta in s?stesso, diventando Quello che prende gli schiaffi, perch?in lui tutti schiaffeggino s?stessi, la loro essenza e dignit?e divinit?di uomini, l'ideale e il sogno della loro vita, perch?con gli schiaffi che tutti gli d?no egli in s?oltraggi la Vita medesima: egli si fa un Cristo che muore ma per non rinascere; che soffre, ma non per redimere, bens?per vendicarsi; che condensa in s?tutto l'orrore del mondo perch?in lui la Vita che l'ha offeso colpisca e oltraggi s? stessa. ?il superuomo tradito che per vendicarsi diventa subuomo. Ma pur dal fondo dell'abisso in cui si ?precipitato la luce e la speranza gli sorridono ancora: egli s'innamora di Consuelo, la cavallerizza bellissima; meglio, riama in Consuelo la primavera, la giovinezza, la promessa della vita, la purezza intraveduta in sogno, l'ideale vagheggiato e non posseduto. Ma Consuelo vuole diventare una gran dama e senza rimpianto alcuno sposer?il ricco e repugnante Barone, e quando Quello le dichiara il suo amore lo schiaffeggia. E Quello, con tristezza dolce, senza odio, per salvare contro di lei stessa la purezza che, a sua insaputa, ?in lei, l'amore che tutta la sua meravigliosa persona inspira, che ella porta in s? che ella ? le porge una coppa di champagne avvelenato e la segue nella morte bevendovi anche lui. Ma nemmeno nella morte riesce ad essere il primo. Il Barone si uccide prima di lui, e Quello spira gemendo: ? Tu l'hai amata tanto, Barone? L'hai amata tanto la mia Consuelo? E tu vuoi precedermi anche di l? No! Vengo io! E ce la contenderemo ancora... anche di l?.. E vedremo di chi sar? per sempre... ?. (Quello che prende gli schiaffi).

Ecco Storizin, il grande scienziato che la Russia onora. Intelletto superiore, egli ?di una squisita e dolorosa sensibilit?e delicatezza: ci?che lo colpisce fortemente ??la desolante mancanza di nobilt? della nostra vita?. ?Vi sono persone che godono nel sorprendere un ladro o nell'acciuffare un delinquente o nello smascherare un bugiardo. Tali persone mi stupiscono assai. Io, invece, quando mi trovo di fronte a un bugiardo, mi sento cos?imbarazzato, che lo aiuto a mentire, anche se la menzogna ?diretta contro di me?. Egli sogna una vita tutta bellezza e purezza, e attorno a lui tutto ?vergogna e sfacelo: un figlio gli ? scappato di casa; un altro gli ruba i libri; l'amante della moglie gli spadroneggia in casa nel modo pi?volgare e commette truffe di cui la responsabilit?ricade su lui. Storizin ?il cieco che non vede perch?non vuol vedere, perduto com'?nei suoi vacui sogni di idealista: dopo un primo fallo sua moglie aveva giurato di essergli fedele, ed egli, forte del giuramento, negava l'evidenza stessa dei fatti che gli provava che sua moglie aveva subito spergiurato. Come credere ai suoi occhi pi?che al giuramento da lei fatto sulla testa dei figlietti innocenti? Eroicamente, Storizin nega che il fango sia attorno a lui, nega che ci?che egli vede ?realt? perch?ci?gli renderebbe insopportabile la vita; perci?stesso si rifiuta di venire a contatto con quel fango, sia pure per rimuoverlo, ed in questo ?la sua colpa. Della rovina fisica e morale in cui egli e la sua famiglia cadranno la responsabilit??tutta di lui, che ha abbandonato a s?stessi moglie e figli, tutto perduto com'era nei suoi studi e nei suoi platonici amori. Quando non pu?pi?chiudere gli occhi alla realt?infame che lo circonda, per stordirsi si ubbriaca, supplica il figlio di condurlo in una casa infame. Scacciato di casa, si rifugia da un amico. Quando, infine, il figlio scaccia a pugni il miserabile che lo ha rovinato, il suo cuore non regge allo spettacolo della realt?orrenda della vita e gli si spezza in petto. La realt?sistematicamente negata si scaglia addosso al sogno iridescente e vano e lo sopraff?con il peso del suo fango (Il professor Storizin).

Ecco Teodoro Kostomaroff, protagonista di Anfissa. Nutrito di cultura occidentale mal digerita, si atteggia a superuomo: gli altri uomini non sono per lui che materia greggia sulla quale imprimere il suggello della sua personalit? strumenti che non han ragione di esistere se non in quanto gli servono a realizzare i fini del suo io che egli fantastica pervaso da un orgoglioso bisogno di dominio. Velleit?senza consistenza: egli ?un debole, condannato a soggiacere al dominio di oscuri impulsi interiori, che la sua intelligenza non riesce a illuminare, n?la sua volont?a dirigere; incrocio tipicamente russo di un temperamento asiatico con una cultura occidentale mal digerita, anima torbida e abulica, tormentata da una vaga nostalgia d'ideale che sa di non poter realizzare e se ne arrovella. Temperamento tra erotico e sadistico, Teodoro s'innamora di Anfissa al vedersela innanzi cinta dall'aureola della castit? Venuta per invito della sorella Alessandra, sua moglie, a richiamarlo al dovere coniugale, Anfissa gli sembra inaccessibile e inespugnabile: egli si butta ad amarla disperatamente, la innamora alla follia di s? la prende. Anfissa diventa la sua amante, e per restargli accanto tollera le pi?dure umiliazioni delle sorelle e dei servi. Per ci?stesso, agli occhi di Teodoro essa cade dal piedistallo su cui l'aveva veduta erigersi lontana e inaccessibile e diventa una donna qualunque, di cui chi vuole pu?fare la sua amante. Egli le manifesta nel modo pi?aspro il suo disprezzo, il suo crudele compiacimento di vederla soffrire per causa sua, ma un giorno che Anfissa, esasperata dalle umiliazioni delle sorelle e dai motteggi di Teodoro, in un impeto di disperazione grida a tutti che egli ?il suo amante e che ora insidia l'altra sorella di lei, Nina, Teodoro si sente ripreso dal suo fascino e caccia via amici parenti moglie per non tenere presso di s?che Anfissa. La donna nella quale si era abituato a non vedere che una vittima gli si ?rivelata in un atteggiamento insolito di fierezza, e ci? pel fatto stesso di distanziarlo da lei, lo ha ricondotto a lei. Ma il gesto che ha fatto di porsi al disopra della morale e della societ??troppo superiore alle sue forze e lo ha esaurito: dopo qualche ora il suo atto gli diventa esteriore ed incomprensibile. Anfissa gli appare una sconosciuta di cui non sa nulla. Deve partire con lei, e basta gli si ripresenti Nina, che in un gesto di dedizione gli si abbandona tutta, perch?non pensi pi?che a prendere la fresca preda che gli si offre. Ed Anfissa, senza odio, per amore, quasi per dare all'amato la pace che egli cerc?sempre invano nella vita, lo avvelena.

Anche i pi?nobili e puri sono impotenti e disarmati di fronte alla vita, e alla fine si accasciano, sconfitti. Ecco Ternovsky di Verso le stelle: grande astronomo, dedito con tutto il suo essere alla scienza che ama, la visione degli spazi interminati ove rotano i mondi, del tempo infinito che vede nascere e morire gli astri gli toglie ogni sensibilit?pei dolori del piccolo pianeta di cui egli calca il suolo, del piccolo tratto di tempo che egli riempie della sua vita. E anche quando il figlio Nicola, forma perfetta di bellezza, perde la ragione pei maltrattamenti inflittigli in carcere, egli rimane calmo e freddo, con lo sguardo fisso alle leggi della vita immortale. Ecco Davide Leiser di Anatema: la sua bont?gli fa distribuire tra i poveri i milioni ricevuti da Anatema, e presto si trova povero come prima. Ma la folla vuole ancora danaro e miracoli, e poich?Davide non pu? n?creare l'oro n?risuscitare i morti, lo lapida. La sua bont?non ha altro risultato che di condurre a morte lui e al delitto quelli che han creduto e crederanno in lui e di accrescere il pianto e la miseria universali.

La inutilit?della grandezza umana ?simboleggiata nel protagonista della Vita dell'uomo. Egli ? un superuomo, un semidio, crea nuove forme di vita e di bellezza, ma, dopo breve periodo di splendore, il figlio muore, il suo ingegno s'inaridisce, le sue opere non piacciono pi? ed egli si spegne nella solitudine e nella miseria, con appena la vaga speranza che la sua opera, non pi?legata al suo nome, abbia a sopravvivergli. ?la disfatta del superuomo. Nella sua essenza pi?profonda, Andreieff ?l'Antinietzsche.

N?han fortuna migliore quelli che si tengono a un livello pi?basso e praticano una bont?pi?terra terra. Incapaci di lottare gagliardamente per far trionfare quella bont?che hanno in cuore, questa si risolve per loro in debolezza e infelicit? E o vanno in rovina o vivono miseri e disgraziati. Tali Modesto del Professor Storizin e Tatarinof di Anfissa. Il superuomo non ha, non pu?avere amici intorno a s? nulla pu?strapparlo alla paurosa solitudine del suo io individuale. ?Quando qualcuno riconosce d'un tratto la sua propria grandezza, si scuote ed ha paura della solitudine illimitata e dell' angoscia sovrumana. Ah, ?cosa tremenda quando l'angoscia tocca un'anima divina! ?.

9. ? In un mondo come questo la donna non ha funzione alcuna veramente essenziale; anche quando non ?una delle forze di perdizione e di morte che mandano in rovina il superuomo, anche quando sparge intorno a s?consolazione e gioia e illumina di un sorriso la funebre desolazione delle cose, essa non riesce a impedire la finale rovina. Ecco Tatiana del Pensiero: collaboratrice intelligente, moglie innamorata di suo marito, scossa da presentimenti paurosi gli moltiplica le avvertenze di difendersi dal pericolo che lo minaccia. Ma Saveloff non l'ascolta e soccombe sotto la mano di Kergenzeff. Ecco Marussia di Verso le stelle, la rivoluzionaria ardente e impetuosa, creatura eroica e fresca, innamorata alla follia del suo Nicola cos?bello e intelligente, che essa riesce a salvare dalla morte e dalla prigionia, ma per ritrovarselo fra mano lamentevole rottame d'uomo, idiota bestiale che vegeter?a lungo felice.. E sono le migliori, le pi?pure, le pi?nobili. Le altre, o con chiaro e consapevole volere o per forza di cose, sono strumenti di rovina e di morte: Anfissa; sua sorella Nina, tutto femminile desiderio di dedizione e di abbandono, amorale e innocente come una forza di natura; Consuelo, la giovane cavallerizza del circo ove Quello prende gli schiaffi, creatura animalescamente bella e sana, ingenua e civetta, amorale e innocente, che ama il cavallerizzo Besano e sposa per calcolo il ricco e repugnante Barone, segue Quello nei regni incantati del sogno e dell'ideale ove Quello la trasporta con la magia delle sue parole evocatrici d'incanti e di prodigi, ma lo schiaffeggia quando, dichiarandole l'amor suo, quel l'illusione egli vorrebbe trasformare in realt? e cos? con l'amore che inspira a Quello, conduce costui all'assassinio e alla morte; Elena, la bella e raffinata moglie di Storizin, divenuta amante e complice di un letterato fallito, che sfoga il rancore della sua vita mancata con gl'insulti pi?grossolani contro il marito della sua amante che egli conduce al disonore e alla morte; Caterina Ivanovna, nella quale i colpi di rivoltella che il marito le tira senza colpirla svegliano tutto ci?che in lei giace latente di tenebroso malvagio corrotto: innocente ancora quando, credendosi tradito, il marito tent?di ucciderla, essa si d?al presunto amante in un moto di rivolta del suo essere offeso, e scende cos?il primo gradino nella scala della degradazione sulla quale non potr?pi?arrestarsi e che percorre sino in fondo, tutto corrompendo in s?e intorno a s? sonnambula del vizio, ella ha orrore e ribrezzo di ci?che fa e, insieme, non pu?non farlo; Wassilissa Petrowna di Non ucciderai!, che per odio, ambizione e avarizia conduce a morte il suo padrone e manda in rovina s?e il complice Jakow; Olga de I giorni della vita che ama alla follia Nicola ed ?riamata con eguale trasporto da lui che la crede un'onesta studentessa: la vita ?per essi un canto, una primavera, una promessa infinita di felicit?futura; poi Nicola scopre che Olga ?una povera fanciulla traviata, che la miseria e una madre indegna hanno condotto all'ultima abbiezione, e vorrebbe staccarsi da lei, cos?come Olga vorrebbe strapparsi alla vita di abbiezione che conduce, ma la miseria e la sua inettitudine al lavoro le rendono impossibile ogni evasione; e il dramma termina mentre i due infelici abbracciati piangono la loro vergogna e la rovina del bel sogno d'amore nella stessa stanza, dove, fra non molto, per un pugno di rubli, Olga abbandoner?a un avventore di passaggio le grazie del suo corpo giovanile.

10. ? Vincono dunque sempre le potenze del male nel mondo di Andreieff? In apparenza, s? Ma queste potenze non s'incarnano mai in forti ed energiche personalit?malvage; rimangono sempre vaghe diffuse impersonali anonime, vapori malefici emergenti dal caos. Nel mondo di Andreieff non vi ?posto per grandi caratteri malvagi. La sua intuizione della vita ?radicalmente dualistica. ?In quale nebbia viviamo? Ascolta tutte le parole che l'uomo ha pronunciato dal giorno della sua creazione, e tu dirai: egli ?Dio! Getta uno sguardo su tutte le sue azioni, dai suoi primi giorni, ed esclamerai con repugnanza: egli ?una bestia!?. Ognuno ?un ?piccolo Dio sperduto che mai non trover?? in terra ? la via del cielo?. ?Tutto nel mondo brama il bene e non sa trovarlo, tutto nel mondo brama la vita e non trova che la morte?. Il bene ?il favore concesso per un attimo dal destino, ?l'ideale vagheggiato in sogno, ?il ricordo d'uno stato d'innocenza e di purezza che l'anima god?forse prima di scendere in questa vita, in un mondo di celesti splendori nel quale col desiderio si rifugia dalle brutture di questo; non ?mai la volont?buona di chi gagliardamente lotta per affermare sulla dura ribelle realt?un ordine superiore di valori. Al di qua del bene il male, irreconciliabile con esso perch?ad esso estraneo e indifferente: caos amorfo di forze brute, che non ? possibile disciplinare e sul quale ?impossibile costruire. Il male ?pi?nelle cose che negli uomini. Coloro che ne sono gli artefici sono i primi a soffrirne, condannati come sono anch'essi alla finale disfatta: Savic che ruba a Storizin pace ed onore ?un fallito roso dall'invidia e che alla fine gli schiaffi di un ragazzo metteranno a posto; il Signore che ha rubato a Quello amore e fama vede ovunque l'ombra dell'odiato rivale e non ha pace; Jakow di Non ucciderai! che solo perch?Wassilissa ne lo prega uccide un uomo e accetta dinanzi a Dio di accollare sull'anima sua tutto intero il peso del peccato, e tutto ci?non perch?ami Wassilissa o chiunque siasi al mondo o per bramosia di denaro, anzi, al contrario, perch?disprezza tutti e si sente superiore a tutti gli uomini e a tutto ci?che per essi forma oggetto di apprezzamento, amore onore vita, e che per lui non ha peso alcuno: e pure, alla lunga, il rimorso di avere ucciso lo vince e manda in rovina. Rimorso che non ?lievito di purificazione e di superamento spirituale, non si riassorbe nel bene come suo momento dialettico, non lo prepara come sua condizione negativa. Tra bene e male vaneggia l'abisso. Il male ?una grigia palude le cui acque marce lambiscono le mura di ci?che la volont?buona ha costruito: alla lunga, nulla resiste a quella viscida carezza e gli edifici pi?saldi finiscono per franare. ?la tragedia della solitudine e della rinunzia, il pi?disperato grido dell'impossibilit?di vivere senza sognare e di sognare vivendo. I drammi di Leonida Andreieff sono i drammi dello sgretolamento, dello sfacelo, della liquefazione e dissoluzione interiore: l'uomo si dibatte un poco, poi finisce per sprofondare. E se tenta una nuova costruzione, anche questa finisce per ruinare. ?il ?cos?fu cos?sar?monotono dell'orologio della Rivoluzione. Gli ?span style="font-style:italic"> perci?che in essi manca del tutto l'intreccio, la tesi, il carattere: tutto ci? che, dando direzione, d?significato alla vita. La vita non ha n?significato n? direzione, ?un agitarsi vano su di un caos nel quale finalmente si sprofonda. Gli ?perci?che l'arte di Andreieff ha l'apparenza di essere totalmente analitica, tutta fatta di particolari staccati, che il suo sguardo fissa con intensit?allucinatoria, sotto il quale essi assumono le proporzioni smisurate e grottesche delle immagini dell'incubo. Cogliendo i personaggi nel processo di dissolvimento, l'arte di Andreieff non posa finch?quel processo non sia compiuto, e passioni sentimenti azioni non siansi disciolti nei loro elementi primordiali.

11. ? E, nondimeno, Andreieff non ?un pessimista radicale. Appunto perch?il fondo dell'essere gli appare un ribollente caos, che nemmeno concettualmente si lascia chiudere in certi e definiti confini, un piccolo spiraglio rimane aperto attraverso il quale la speranza filtra la sua luce. Speranza crepuscolare, ma che pure spande un fioco chiarore sulle tenebre di questo mondo desolato, e se non consola dell'orrore della vita reale, vale almeno a renderlo un po' pi?sopportabile. ?la speranza di una vita nuova, simboleggiata nel germe che Francesca porta nel seno, mentre suo marito, il folle Lorenzo di Spadaro, brucia nel castello in fiamme; ?la speranza di un nuovo mondo e di un nuovo popolo che brilla alla fantasia di Emilio Gr?ier mentre dintorno a lui tutto il Belgio ?sangue e ruina; ma questa speranza, lungi dall'essere la proiezione nell'assoluto di forze che gi? agiscono per il meglio nel seno della realt?attuale, lungi dall'inserirsi in questa e dal continuarla superandola, si libra al disopra di essa, da essa separata da un abisso: ?una speranza che nulla congiunge alla realt?attuale, che per nessun filo ad essa si riattacca, e che perci?appare totalmente arbitraria. Messianismo senza convinzione n?entusiasmo. E cos?necessariamente dev'essere. ?la realt?in quanto tale che ripugna ad Andreieff, e non gi? questa o quella forma di realt? La speranza intanto pu?arridergli in quanto si libra al disopra della realt? separata da questa da un vuoto, non congiunta ad essa da filamento alcuno. Il giorno in cui l'ideale cominciasse a prender corpo e forma, per questo solo fatto Andreieff lo rinnegherebbe. Egli ?lo scontento e l'inquieto, destinato in eterno a rimaner tale. Nondimeno, la sua visione dualistica, se esclude ogni riposo nell'opera compiuta, ogni sicurezza nella felicit?a caro prezzo comperata, ogni speranza nella continuazione, sia pure anonima e impersonale, del risultato degli sforzi umani, non esclude che in qualche attimo quella felicit?possa essere stata realt?e non illusione, quegli sforzi possano essere riusciti e non falliti: e tanto basta perch?il circolo magico del pessimismo assoluto sia rotto. N?Andreieff nega il bene: ci?che nega ?che esso possa mai essere altro che sogno e ideale, che possa mai prendere corpo e realizzarsi e trasformare la vita e il mondo intorno a s? Pu? vivere il bene, s? ma solo come sogno, come lucida ebbrezza, che stacca dalla realt?e rende cieco ai suoi orrori.

12. ? Il dramma nel quale forse Andreieff ha meglio espresso la sua intuizione dualistica della vita e del mondo ?l'Oceano: opera di comprensione difficilissima, che, accanto a zone di oscurit?profonda, ha pagine di abbagliante fascinatrice bellezza. Il centro di questo dramma bizzarro ed oscuro ?nell'antagonismo fra l'Oceano e l'Organo: l'Oceano, simbolo del selvaggio furibondo isterico caos che ?al fondo ultimo delle cose, e l'Organo, che con i suoni rapiti alla tempesta tenta parlare a Dio e ricondurre a lui l'anima umana, simbolo degli sforzi e costruzioni onde l'anima cerca domare il caos selvaggio che sente ruggire in s?e realizzare una pallida immagine della vita divina. Xorre, ubbriacone incosciente e immorale, ?l'uomo dell'Oceano: l'Oceano ?il suo padrone e il suo dio; sceso a terra con Haggarth dalla nave pirata di cui ? il nostromo, egli ne ha la nostalgia profonda. Disprezza i pescatori che non si avventurano su di esso che quando ?in calma, che lo amano, s? ma come una capra che mungono, e in cuor loro lo odiano e temono. Dano ?l'uomo dell'Organo, e quando l'Oceano con la voce delle onde esala tutta la sua profonda e tenebrosa angoscia, con i suoni dell'Organo gli contrappone l'angoscia appassionata dell'anima umana e parla a Dio delle cose pi?gravi. Egli odia e disprezza l'Oceano ?brutta, fischiante, furibonda pozzanghera, salato sputo di Satana?, la maledice e ne ha paura. Tra i due uomini, incarnazione dei due principi metafisici della realt? della natura amorale incoerente e folle e dello spirito, slancio appassionato e dolente verso Dio, regna odio e incomprensione reciproca.

Tra i due, Haggarth, il capo della nave pirata, ?l'uomo che l'Oceano e l'Organo si contendono. Egli ?fuggito dall'Oceano di cui ha vissuto la folle sfrenata tenebrosa vita, le acque del quale ha illuminato con l'incendio delle navi da lui affondate: dal rimorso dei suoi delitti ha cercato scampo a terra, nell'ubbriachezza prima, poi nel lavoro e nella famiglia e non l'ha trovato. Ch?sempre l'Oceano gli parla con voci di mistero e di dolore, lo tenta, lo affascina e, infine, lo riprende nel suo gorgo spaventoso: egli uccide un uomo. Ma nella notte dell'assassinio il canto dell'Organo si leva ed Haggarth, con le mani insanguinate, corre presso la chiesa ad ascoltarne la voce misteriosa e solenne, e l'anima gli si torce in un insopportabile spasimo. E infine egli si strappa alla terra dove si sognano sogni spaventosi, i sogni del bene, dell'ideale, di Dio, e definitivamente si restituisce, col cuore pieno di profondo immortale dolore, all'Oceano, al caos selvaggio e folle. Trionfa, dunque, definitivamente l'Oceano, la Natura, il Male? No, ch?mentre Haggarth s'imbarca sulla nave pirata, a terra Dano raccoglie le canne dell'organo che Xorre, partendo, ha distrutto con rabbia feroce: l'Organo sar?ricostruito e di nuovo l'uomo parler?a Dio. In eterno i due principi dell'essere staranno fronte a fronte; in eterno si disputeranno il cuore dell'uomo; in eterno la lotta rimarr?indecisa e la battaglia sar?ripresa.

13. ? Dalla stessa posizione di spirito che l'Oceano ?nato il dramma Sawa. Dei due protagonisti in conflitto chi ha ragione: Sawa o Lipa? La domanda non riceve n? pu?ricevere risposta. In Sawa, l'anarchico, il nichilista che selvaggiamente nega tutto ci?che l'uomo ha fatto finora, tutto ci?che l'uomo ha fatto finora non essendo che prigione in cui lo spirito muore, e che vuol ridare libert? all'uomo restituendo la terra alla sua nudit?primitiva, Andreieff ha espresso la sua nostalgia di attivit?pura, di libert?infinita, che non si sazia che dell'illimitato e dell'indeterminato, e che rifiuta la realt? ogni realt? pel solo fatto che ?realt? cio? necessariamente, determinazione e limitazione. Tutto ci?che ? pel solo fatto di esistere ?passato, morte, errore e follia che bisogna distruggere col ferro e col fuoco. e Bisogna che l'uomo oggi rimanga nudo sulla terra nuda. Allora si costruir?una vita nuova?. ?Voglio annientare i fatti, i fatti! Rompere il carcere in cui stanno occulte le idee e dar loro le ali e aprire loro lo spazio nuovo, grande, invisibile! Nel fuoco e nella folgore voglio oltrepassare i limiti del mondo?. E se l'uomo rifiuter?la libert?che Sawa gli offre, ebbene scompaia dalla terra e sia finita con la vita. Egli ?il solitario che non ama e non odia nessuno in particolare: il suo odio ?tutto metafisico e superempirico, odio di tutto ci?che ? pel solo fatto di essere e di essere cos?e cos? Ma il feroce razionalismo di Sawa pel quale natura ragione libert?distruzione assoluta sono termini equivalenti non impegna per s?che un lato solo dell'anima di Andreieff.

In Lipa egli rappresenta l'altra met?dell'anima sua, fatta d'infinito amore per gli uomini, d'infinita piet?per i loro errori, i loro dolori cos?grandi cos?inutili, le loro illusioni anche se puerili, i loro sforzi anche se mal riusciti o falliti. Lipa si sente rabbrividire quando Sawa le manifesta la volont?di distruggere le vecchie care credenze in cui l'umano dolore ha trovato nei secoli rifugio e conforto. Egli si ?messo d'accordo col monaco Condrati per far saltare in aria l'icone sacra, oggetto della esaltata adorazione delle plebi, nel momento solenne del pellegrinaggio. Lipa dissuade Condrati dall'associarsi all'impresa e Condrati, pentito, rivela al priore il piano criminoso. Il priore, accorto, mette in salvo l'icone, lascia che l'esplosione avvenga, poi riconduce l'immagine sacra al suo posto, dove appare intatta. Il volgo credulo grida al miracolo. Ma al miracolo gridano anche Lipa e Condrati, che pure sanno benissimo com'?andata la cosa. La volont?di credere ? cos?potente e irresistibile in loro che travolge ogni ostacolo dinanzi a s?e si prostra in adorazione dinanzi a ci?che conosce perfettamente come il pi? volgare dei trucchi. Se la ragione e la libert?di Sawa non ?che distruzione e morte, la fede di Lipa non ?che cosciente autoillusione. Se Sawa vuol restituire l'uomo alla nudit?primitiva, il rifugio che Lipa gli offre si edifica sull'inganno e sulla frode, si mantiene per un volontario autoaccecamento, genera delitto e morte. Se sconfitto ?Sawa che, attraverso la frode del priore vede ribadite ai polsi dell'umanit?le catene che voleva spezzare e il suo gesto di rivolta divenire indiretto artefice di nuova servit? sconfitta ?pure Lipa che non pu?offrire alla miseria umana l'asilo della fede se non a patto di accecarsi volontariamente dinanzi alla frode su cui la fede si fonda e farsene complice.

In verit? il dolore umano ?infinito, senza rimedio e senza speranza e al suo confronto tutto ?nulla: e Andreieff proietta questo suo stato d'animo in ?Zar Irod?, il contadino che ha involontariamente ucciso il figlio, e d'allora in poi va in giro pel mondo gelosamente stringendo al cuore il suo smisurato dolore. Tutto, dunque, ?dubbio e arcano tranne il nostro dolore? Forse anche il dolore ?un'illusione, un sogno come tutto ci?che appare. E forse noi stessi non esistiamo. In Speranschi Andreieff proietta questo suo dubbio d'illusionismo universale. ?Le rondini! Volano: e che m'importa di questo? Forse queste rondini non ci sono. E tutto questo ?soltanto un sogno... Vado, vado sino alla stanchezza, sino allo sfinimento, poi torno in me e di nuovo sono qui. Monastero, torri: le ore passano. Tutto ? come sogno. Chiudo gli occhi: pi?nulla. Li apro: di nuovo ogni cosa appare. Qualche volta vado in un campo, di notte, e chiudo gli occhi, e mi pare che non ci sia pi?nulla. Solo improvvisamente qualcosa piange, un carro passa sul selciato; poi di nuovo pare un sogno. Perch? se le orecchie sono chiuse, allora non odi nulla. Io morr? tutto tacer? e allora sar?la verit? Solo i morti, Sawa Iegorovic, sanno la verit? ?Qui seppellirono una donna che era morta di dolore perch?suo marito era stato sfracellato dal treno. Ci?che ?accaduto in quel cervello prima della morte ?terribile pensarlo: ma giaceva tranquilla: perch?sapeva che il suo dolore era solo un sogno, una visione di sogno?. Perci?Speranschi non lavora e tutto gli ?indifferente. Perci?a Tiuca, cui egli ha comunicato il suo dubbio, l'umanit?appare come un'immensa sfilata di animaleschi musi: musi, tutti musi. Tra Speranschi-Tiuca, Sawa e Lipa, per chi prende partito Andreieff? Per nessuno di essi. Sono, quei personaggi, tre proiezioni immobili di tre lati del suo animo, e tra essi non ?possibile scambio di posizioni, integrazione reciproca, superamento, sviluppo dialettico, ma solo un moto pendolare che dall'uno sospinge all'altro l'animo del poeta, in una vicenda di scontentezza e d'irrequietudine, che non ha fine. Sono posizioni spirituali stilizzate e immobili, non individualit?che si affermino vigorosamente e realizzino come unit?di carattere attraverso il flusso degli eventi particolari.

14. ? Nel teatro di Andreieff non vi sono caratteri nel senso tradizionale della parola: il carattere contraddirebbe al concetto che egli ha dell'uomo. Un uomo ?per lui un essere che non sa donde viene n?dove va, mosso, come un burattino, dal filo delle passioni, spinto qua e l?dal caso e dalle circostanze fortuite, depresso in alcuni momenti fino alla disperazione, esaltato, in altri, fino all'ebbrezza. L'intelligenza gli ?stata data solamente per vana lustra, per fare discorsi e declamazioni e costruirsi una fede o m?a che non ?capace di attuare nella vita. Manca la personalit? manca l'individualit? manca ci?che differenzia un uomo da un altro: tutti gli uomini si rassomigliano come le foglie di una foresta o i grani di sabbia, sono nel loro fondo stesso anonimi e impersonali. Ci?spiega la simpatia di Andreieff per l'anonimo o innominato che ?tanta parte nella sua opera di teatro. Ci?spiega la sua prodigiosa potenza di dar vita ed anima ad esseri estranei all'umanit? in Verso le stelle le stelle appaiono esseri crudeli, beffardi e nemici dell'uomo; nel mirabile primo atto di Re Fame le macchine si drizzano dinanzi agli operai come divinit?mostruose e ostili, artefici inesorabili del loro servaggio, e forse nessuno scrittore, nemmeno Victor Hugo, ?riuscito a comunicare all'Oceano la vita prodigiosa di cui esso vive nel dramma omonimo. La sua immagine reale s'incorpora strettamente col suo significato simbolico e metafisico, ed esso appare forza vivente, angosciata e malvagia, dalla quale, con il muggito e il fischio del vento, con il soffio della brezza, con il mormorio e l'urlo delle onde, escono le suggestioni e le tentazioni a sconvolgere il cervello e a travolgerlo nella follia: follia, tentazione, delitto sono, come il muggire delle onde e il fischio del vento, atti di vita dell'Oceano. L'uomo avendo perduto i suoi caratteri differenziali, il confine che corre fra lui e le cose ?abolito, e tutto vive una vita di trasognamento, d'incubo, di terrore. Ogni uomo non ?che il punto ove momentaneamente si incrociano e si equilibrano le forze anonime e irresponsabili del caos. Mancando l'individualit? l'uomo non offre che debole resistenza a un processo fantastico che lo neghi come individuo singolo e particolare e lo ponga come simbolo o segno delle forze e realt?universali.

Il simbolismo ?nell'arte di Andreieff un'esigenza necessaria. Non sempre soddisfatta, per altro. Cosa simboleggia, ad esempio, in Anfissa la nonna centenaria che, seduta eternamente su una poltrona, infila maglie su maglie, si finge sorda e assiste in silenzio allo sfasciarsi della famiglia di Teodoro? Il lento volgere del tempo che tutto sa, tutto ha visto, e perci?a tutto ?sordo e indifferente? La cosa non ?chiara, e il processo che trasforma in simbolo quella Teresa Raquin di nuovo genere non ? riuscito al suo fine. Che vuol significare il Signore che a Quello ha rubato fama amore onore? La folla che, pur odiandolo e disprezzandolo, si trascina dietro le orme del genio, si nutre delle sue idee, le adotta involgarendole, e nella coscienza della sua inferiorit?lo odia mortalmente? Cosa simboleggia il Barone che vuole sposare Consuelo, e del quale si dice che egli ?il ragno che tesse la tela per prendervi la mosca? Forse tutto ci?che di perfido capzioso strisciante ha la vita? Ci?non ?ben chiaro, e queste figure rimangono a mezza strada sulla via che dalla realt? normale conduce al simbolo. Ma il pi?delle volte la proiezione simbolica dei personaggi ?perfettamente riuscita: l'uomo si riassorbe nelle forze impersonali dell'universo, si vuota di ogni individualit?e personalit? Cosi in Quello ?simboleggiato l'eterno sogno dell'ideale che eternamente la realt?della vita irride e schiaffeggia. Cos? nell'Oceano il simbolismo dell'Organo e dell'Oceano si leva senza sforzo sul realismo duro e cupo del quadro a slargarlo ed aerarlo. Cos?nel Pensiero i simboli sono elementari e sobri, di limpidit? ed evidenza cristalline (Mascia, l'infermiera analfabeta, e l'orang-utang del primo atto).

15 [1]. ? Modelli di riuscita fusione di simbolismo e realismo sono I giorni della vita e Il valzer dei cani. Il valzer dei cani ?il dramma del lento progressivo irrimediabile sfasciamento di un'anima atrocemente beffata e tradita dalla vita.

Enrico deve sposarsi fra pochi giorni con Elisabetta. Egli ha fittato una bella casa nuova, che sta facendo preparare in fretta per farne il nido del suo amore: qui sar?il pianoforte dove Elisabetta suoner?i pezzi che gli piacciono tanto; qui la poltrona dov'egli ascolter?la musica contemplando in estasi l'amata; qui la camera dei bambini con la culla gi?pronta a riceverli. Enrico ?nell'estasi, quando gli giunge di colpo una lettera: Elisabetta gli annuncia di avere sposato un uomo ricco. La casa che doveva essere il tempio della felicit?ne ?la tomba; i lavori rimangono sospesi; essa cade nell'abbandono e nello squallore. Torturato da una disperazione senza nome, Enrico, il pulito preciso meticoloso Enrico, dopo la sua giornata di onesto lavoro, si ritira in casa in compagnia di un naufrago della vita come lui, e vi passa la notte bevendo, o va in giro per le taverne ubbriacandosi e inseguendo le donne del marciapiede, o divaga interminabilmente enunciando fantastici progetti di furti e di fughe all'estero, creandosi, per una specie di volont?di rivincita, una vita di sogno e di fantasticheria che lo riscatti dall'orribile presente. E passano lenti gli anni. Elisabetta, rimasta vedova, si presenta un giorno in casa di Enrico a implorarne il perdono, ma egli la scaccia. Allora essa diventa l'amante del fratello di lui, ma il suo cuore ?ancora di Enrico. E quando Enrico ?assente, si reca pi?di una volta nella casa deserta e vuota a piangervi il suo amore perduto, la sua felicit?distrutta, i bambini non nati. Vuota, spettrale, la casa risuona sordamente ai gemiti dei due infelici. Un destino malvagio sembra annidato negli angoli oscuri. Una suggestione malefica si sprigiona dalle mura silenziose in agguato. Sottrarcisi non ?possibile : ed Enrico una notte si uccide.

Il vero protagonista di questo dramma ?la casa: personaggio muto ed immobile, presente in ogni attimo del dramma, voragine aperta ad ingoiare speranze, sogni, promesse di felicit? che attende tranquilla le misere marionette umane al termine loro inesorabilmente fissato dal destino. In nessun altro suo dramma quella facolt?che Andreieff possedeva in sommo grado di animare le cose morte e d'infonder loro una vita misteriosa e magica, sinistra e notturna, tocca il culmine come in questo: quella camera dei bambini, rimasta con la tappezzeria a met? con mucchi di calcinacci e d'immondizie negli angoli, in attesa di una felicit?che non ?venuta, ?pi?che un simbolo, ?un essere vivente, da cui si sprigiona con forza allucinante una suggestione formidabile di rovina.

Gli elementi simbolici sono facili, accessibili, quotidiani: un canto di operai dal quale sembra sprigionarsi un'angoscia infinita, e che risuona nelle camere vuote proprio mentre Enrico si abbandona ai suoi sogni di felicit? quasi ad annunziare il destino feroce che sta per battere alla porta; il Valzer dei cani, pregno di grazia bambinesca, come il riso di un'adolescenza beata per sempre perduta. Essi sottilmente avvolgono il lavoro di un'atmosfera misteriosa, che fa sentire oltre il piano della realt?normale la presenza di cieche forze che da ogni lato premono. Nella casa abbandonata i due tristi amanti vanno e vengono a piangere il tormento della felicit?svanita e non vi s'incontrano mai. I loro fili non s'annodano mai a formare una trama. Ognuno ?inchiodato in una solitudine illimite e paurosa.

Come nel Valzer dei cani il valzer che d?nome al dramma, cos?ne I giorni della vita il canto studentesco I giorni nostri sono come l'onda torna ritorna nei momenti culminanti dell'azione, con la sua monotona esortazione a godere finch?c'?tempo nell'incertezza universale del destino. Esso avvolge la commedia di un'atmosfera musicale: esortazione che cade nel vuoto, richiamo a una felicit?perduta nello stesso tempo che intravista, lass? sul Colle dei passeri, presso Mosca, in una lunare notte d'estate, nella pienezza della vita e delle illusioni, ricordo dolcissimo al quale Nicola ed Olga si abbracciano per non morire di follia di disperazione.

Cos? nel Professore Storizin, quella casa solitaria nella notte, alla quale sulle ali della tempesta arrivano gli urli dei lupi affamati e il rombo dell'inondazione e il suono del cannone d'allarme, quella casa ove un infelice, che ha potuto salvarsi solo a patto di rendersi spietato, offre asilo a un altro infelice pi?debole e disarmato di lui contro l'universale malvagit?degli uomini e delle cose, diventa senza sforzo il simbolo dell'umana miseria dell'umano destino.

16. ? Il processo della simbolizzazione ?sempre lo stesso, e consiste nel fare il vuoto intorno ad alcuni personaggi collocati in ambienti indeterminati e vaghi, ai quali l'imprecisione dei motivi e I'oscurit?dei trapassi conferisce qualcosa di primitivo e, insieme, di definitivo, fuori del tempo e della storia. Il pericolo cui quest'arte troppo spesso soccombe ?di scambiare l'astrazione per simbolo, la morte per vita in universale. Donde spesso il gonfiare le gote nel vano sforzo di dire cose definitive ed eterne; donde il deformarsi del simbolo in marionetta, e sia pure di mostruose proporziona Re Fame, simbolo dell'eterna vicenda della fame generatrice di servit? di rivolta e di nuova servit? e cos?via all'infinito, ?tipico sotto questo riguardo: al posto dei simboli non ci sono che astrazioni, e tutta la vicenda che il lavoro dovrebbe simboleggiare sotto specie di universale e di eterno assume un aspetto cos?marionettistico e grottesco, che non si sa se il poeta si burli di ci?che dice o lo dica sul serio. Ma simbolicamente sono disegnate solo le figure capitali: per le altre, nate per dar risalto alla spiritualit?di quelle, bastano pochi realistici tocchi. Alla drammatica di Andreieff il continuo intrecciarsi del simbolismo e del realismo, un realismo secco e arido, forzato talvolta sino all'estremo del grottesco, ?necessario, se alla base di essa ?l'intuizione centrale del vano sforzo di alte nobili pure anime per districarsi dalla materialit?bruta del mondo che le circonda, le soffoca e al quale finiscono per soccombere, mondo che, dunque, dev'essere rappresentato nella sua realistica trivialit?e banalit? Poich?sempre le caratteristiche essenziali di un'opera d'arte, e tanto pi?quanto pi?? originale, e cio?opera d'arte, sono in funzione della intuizione della vita e del mondo che le ?a fondamento, n?si possono altrimente comprendere e giudicare che risalendo continuamente a quest'intuizione, e cio?a quella che si potrebbe chiamare la filosofia immanente nell'opera d'arte, cos?com'essa si ? venuta storicamente formando.

 

Note

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[1] Aggiunta della 3a edizione.

 

  

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Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2012