Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II, che riprende l'edizione:

— Dissertazioni sopra le antichità italiane, già composte e pubblicate in latino dal proposto Lodovico Antonio Muratori e da esso poscia compendiate e trasportate nell'italiana favella. Opera postuma, data in luce dal proposto Gian Francesco Soli Muratori suo nipote; seconda edizione accresciuta di prefazioni, e note opportune dall'abate Gaetano Cenni, con indice più copioso. In Roma MDCCLV presso gli eredi Barbiellini mercanti di libri e stampatori a Pasquino. Con licenza de superiorj. —

Ludovico Antonio Muratori - Antichità italiane - Prefazione

PREFAZIONE

DI

LODOVICO ANTONIO MURATORI

Ho già dato gli Scrittori delle cose d’Italia. Sbrigatomi da un’opera cotanto laboriosa, ora ne presento un’altra, cioè le Antichità italiane dei Secoli di mezzo. Non mancarono chi con preghiere e ragioni di qualche peso mi stimolavano, giacché tanti aiuti io aveva procurato all’istoria italiana dei tempi barbarici, a rivolgermi finalmente a tessere un’istoria universale d’Italia dopo il decadimento del Romano Imperio; come se io solo, versato per tanto tempo in cotesti studj, e più accuratamente di altri molti e più facilmente di chicchessia ad un tal lavoro accudire, e con un durevole benefizio sì i presenti che i posteri obbligarmi potessi. Ma me, già fatto vecchio, atterrì una sì grande intrapresa, cui pure incessantemente desidero che da alcun altro abbracciata sia; poiché già tra noi non manca chi egualmente bene; anzi con maggior felicità di quel che a me riuscisse, a quest’opera possa applicarsi, qualora sia ben provvisto di libri, ed alla sua copiosa erudizione la lettura degli antichi monumenti unir voglia. Frattanto ricordandomi, in quel tempo in cui pubblicai le Antichità Estensi, cioè nell’anno 1717, di aver anche promesso le Antichità Italiane, eccomi finalmente risolto a mantener la parola. Dalla qual Opera, avvegnaché io non abbia avuto animo di scrivere l’istoria italiana della mezzana età, lusingomi però che non poco lume ed ajuto venir ne possa a chi voglia scrivere la detta storia, o leggere le istorie già messe insieme. Ma perché il lettore di buon’ora informato sia di quel che io con queste mie fatiche abbia fatto, e di quel ch’ei, volendone far uso, sperarne possa, mi convien premettere poche parole.

Dappoiché le lettere umane, risorte, per così dire, negli ultimi secoli decorsi, la primiera dignità riacquistarono, e le barbariche spoglie deposero (il che certamente, è avvenuto per l’industriosa opera della gente Italiana, del cui esempio le altre più colte nazioni di Europa dipoi profittarono), gl’ingegnosi nostri maggiori con somma attenzione e premura attesero in prima a ripulire la lingua latina da commerzio de’ Barbari resa ormai troppo deforme, indi ad introdurne la greca per lunghissimo tempo innanzi non conosciuta e negletta. In seguito si fecero a richiamare, ad ampliare, a perfezionare gli oratorj e poetici studi, la filosofia, la istoria, la erudizione, e le altre scienze ed arti con tal successo, che tra le tante cagioni onde congratularci dobbiamo della felicità de’ tempi nostri, l’ultimo luogo non dessi alla coltivazione delle buone lettere nel suo splendore rimesse. E per quello spetta all’erudizione, non men la sacra che la profana con particolarissima cura è stata trattata. Senonché quei che diedero mano alla profana, quasi a quei soli tempi si restrinsero ne’ quali Roma a tanti popoli in Europa, in Asia e in Africa signoreggiò; e la Grecia fu per la gloria delle lettere egualmente che delle armi chiara e famosa. Ad illustrare i fatti dell’una e dell’altra nazione, a dissotterrarne i monumenti, a spiegarne i costumi, i riti, la religione, governo, le leggi e le altre cose agli antichi Romani e Greci attinenti, erano dirette le mire degli Eruditi. Qua tendevano i loro sforzi, queste erano le loro delizie. E cotanto crebbe l’ardore di questo studio negli uomini letterati, che già da Gronovio e da Grevio ci è stato dato un Tesoro di Antichità Greche e Romane in venticinque grossi volumi compreso; cioè una grande serie di varj autori che di quelle trattarono. Indi di altri scrittori che scrissero sopra lo stesso argomento, insieme raccolti, tre altri tomi formati furono da Sallengre, dei quali, unitamente agli altri primi, una seconda edizione si è fatta in Venezia. In questi però non consiste tutto l’erario dell’Erudizion Greca e Romana; altri più ve ne sono, e spezialmente di cose Romane, ai quali se unir si voglia gli altri moltissimi, ne’ quai si riportano le antiche iscrizioni, i fasti, le medaglie, le gemme, gli anfiteatri, la geografia, la cronologia, e le altre parti o frammenti di erudizione Romana, un numero n’esce, quasi ho detto, da spaventarne.

Questo pertanto era allora il felice ubertoso campo preso unicamente a coltivare dagl’ingegni Italiani, e da cui grande messe ricoglievano di lode e di gloria; e nessun conto intanto facevasi di ciò che riguardava i tempi posteriori alla venuta de’ Barbari in Italia. Se alcuna carta di quei secoli, o libri scritti da autori di quel tempo, o di poesie latine, o di leggi, o d’iscrizioni, venivano alle mani, il minor male era che fossero senza disprezzo deposti, o messi in un canto; giacché non pochi eran quelli che quai fetidi escrementi in orrore gli avevano: spezialmente i Grammatici, i quai pel contrario ogni misero avanzo di Ennio, di Catone, di Flauto e degli altri più antichi Latini, come gemme apprezzavano e sino alle stelle innalzavano. Io per verità disapprovare non so questo smoderato amor dei Grammatici verso qualunque monumento dell’antichità più rimota, e fo loro anche buona la grande avversione che hanno pei libri dei secoli barbari; perciocché in essi l’oro latino inutilmente si cerchi, e grande abbondanza vi sia di ruggine e scoria tedesca. Ma per quello riguarda gli altri Letterati cotanto nemici dell’erudizione della mezzana età, mi sia lecito chiamarli non dissomiglianti da quelli che nati nel felicissimo suolo d’Italia, da tale eccesso di amore e di ammirazione sono trasportati per essa, che ogni altro paese posto di là dall’Alpi o di là dal mare non curano, e fors’anche disprezzano. Ciascuna regione però ha le sue buone qualità ed i suoi comodi, e non le mancano prerogative di natura e di arte. Di più, in molte di esse non fia malagevole rinvenire una bellezza e magnificenza invidiabile. Benché che dico? quasiché l’Italia, nostra madre, non sia stata e non sia sempre la stessa tanto sotto i Romani padroni del mondo, quanto sotto i Longobardi, Franchi, Germani. Comecché non senza dolor si rammenti che Roma, dopo aver dominato a tante nazioni, abbia anch’essa imparato a servire: comecché non senza dispetto rimembrisi la un tempo fioritissima Italia per la trasmigrazione dei Barbari squallida resa e deforme; questo nostro paese non pertanto non è divenuto un deserto di Libia, né ha perduto i naturali suoi pregi. Abbondavano anche allora i popoli provisti di Rettori e di leggi; non era malagevole trovare anche allora degl’ingegni felici; si coltivavano i campi; vi erano commerzj, pace, ricchezze. E benché, a dir vero, nella patria degl’Italiani sotto i Longobardi quell’aspetto di felicità non vi fosse, quella civiltà di costumi, quell’ornamento di lettere che vi era prima sotto i Romani; niente però di manco la maestà, la fortezza, la opulenza di questo regno non era neppur allora punto inferiore a quella di ogni altro regno vicino. E quale di grazia fastidiosaggine e dilicatezza d’uomini è mai cotesta, che l’Italia lor madre, soltanto mentre fu felice e signora, vogliano intimamente conoscere; balzata poi dal trono, benché l’antica sua nobiltà e splendore ritenga, a vile la tengano e sdegnino di vederla? Né la Francia, né la Spagna, né la Bretagna hanno avuto un miglior destino, conculcate anch’esse dai Barbari, ed a servire costrette. Nessuno però per questo ha in orrore la patria sua di quei tempi; quasiché non abbia cuore di rimirarla bersagliata da sciagure e infortunj. Per altro anche in tempo dell’ampio dominio dei Romani non mancarono guerre civili ed esterne, sovversioni di città, imperatori più mostri che principi, e inondazioni di vizj: perché dunque tanta riverenza ed affetto pei tempi di allora, nessuno per quei che venner dipoi?

Ma il Modenese Sigonio, cui tanto debbono le Antichità Romane, che se non è il primo, certamente è superiore a quanti prima di lui delle cose d’Italia dei bassi tempi scritto aveano, degno di sé riputando un tale studio, a questa impresa si accinse, e co’ suoi libri Dell’Impero Occidentale e del Regno d’Italia eccellentemente questa parte di erudizione trattò, e largo campo ai posteri aperse, per cui quelli dipoi liberamente scorressero. Così a poco a poco gli uomini grandi cominciarono ad illustrare i secoli barbarici; e i forestieri in maggior numero e con maggior premura degl’Italiani. Per tacer di Salmasio, le cui fatiche non oltrepassano la decadenza del Romano Imperio, Jacopo Sirmondo, Filippo Labbe, Jacopo Gretsero, Giovanni Bollando, e i successori di lui, ed altri egregi e dottissimi uomini della Compagnia di Gesù, dissotterrati moltissimi monumenti barbarici, indussero gli uomini di lettere a meglio conoscere le ricchezze di quella età non curata. Né io qui, se non incidentemente, faccio parola della erudizione sacra; imperciocché a questa attesero tutte a gara le nazioni cristiane e sopra tutte la Italiana. Parlo principalmente della profana, cui molta luce recarono Enrico Canisio, Gerardo Giovanni Vossio, Bignon, Barzio, Conringio, Du-Chesne, Goldasto, Meibomio, Adriano Valesio, Lindenbrogio, Baluzio, Dacherio, Ruinart, Martene, Montfaucon, ed altri chiarissimi ed eruditissimi Monaci della Congregazion di San Mauro; Lambecio, Pagi seniore, Leibnizio, Menchenio, Eccardo, ed altri di Francia e di Germania scrittori celebratissimi; ai quali son pur da aggiungere quegli Spagnuoli e Britanni che con molta lode per illustrare le cose della lor patria si adoperarono. Tra gl’Italiani poi mi si presentano Guido Pancirolo di Reggio, il cardinale Baronio, Niccolò Alemanni, Odorico Rinaldi, Borghini, Ammirato seniore, Ughelli, Pignorio, Ottavio Ferrari, Ciampini, Torrigio, Francesco Bianchini, Arringhio, Bacchini, Bosio, Beretti; ed i viventi Scipione Maffei marchese, Guido Grandi abbate Camaldolese, Giuseppe Bianchini, Giuseppe Antonio Sassi, ed altri per erudizione illustri uomini, che, giusta la loro possa, a coltivare alcuna parte di questo campo si posero. Chiedi ora ai giusti estimatori delle cose, se agli sforzi di tali scrittori abbia tenuto dietro la gloria. Certamente lor tenne dietro, e niente minore, di quella che un tempo ai coltivatori delle Antichità Romane si dava. Imperciocché sia che noi discendiamo dagli antichissimi Itali, o dai Romani, o dai Goti, Longobardi, Franchi e Germani, sempre seguitiamo la nostra istoria, qualora rintracciamo le gesta e i costumi dei tempi barbarici; ed è un egual piacere l’avere dinanzi agli occhi la continuata genealogia dei nostri maggiori. A tutto questo aggiungi due ragioni, dalle quali, come da due sproni, gli Eruditi del nostro tempo possono esser mossi ed eccitati a ripescare ed illustrare i monumenti dei tempi di mezzo. La prima si è, che nell’Erudizione Romana, dacché intorno ad essa sono usciti tanti volumi, appena ci resta alcun nuovo argomento, se nuovi frammenti di antichità cavati di sotterra non vengano a luce. Poiché se v’ha alcuno cui piaccia di trasportare dal papiro alla carta i fatti e i riti dei Romani, costui, certamente non si dee aspettare gran lode. Pel contrario i barbarici secoli in densissime tenebre sono peranche involti; e questo campo sino ad ora coltivato da pochi, dà grandi speranze di ubertosa raccolta. Il campo dell’Erudizione Romana è già quasi tutto occupato; ma di questo non poca parte rimane tuttavia esposta a chi voglia il primo occuparla. Se dalla novità spezialmente nasce la gloria, da chi batte questo sentiero più certamente si acquista. Né di minor peso è l’altra ragione: imperciocché tanti non solo sacri, ma famigliari e politici riti sono in uso presso di noi, l’origine dei quali non ai Romani, ma ai barbarici tempi dee riferirsi. Dunque non solo ad oggetto di ampliare la erudizione, ma colla speranza ancora di ritrarne piacere, sarà bene illustrare, per quanto si possa, que’ secoli oscuri, e con ogni accuratezza informarsi di quel che abbiano fatto i nostri maggiori, per sapere nel tempo stesso e con diletto le fonti e le cause delle cose che oggi dì corrono.

Queste furono le considerazioni che imprendere mi fecero la presente Opera, ed a compierla mi animarono. Della qual fatica quale ne sia lo scopo, brevemente dirò. Mi sono prefisso, il meglio che potessi, di far vedere qual fu l’aspetto della gente Italiana dal secolo quinto dell’era di Cristo sino all’anno millesimo e quasi cinquecentesimo. Per ciò fare, mi sono messo davanti agli occhi varj prospetti dell’Italia e nazione Italiana, in quella guisa appunto che fanno quei che prendono a descrivere qualche grande città, o alcun splendido regio palazzo. Ci mostrano essi in primo luogo il disegno dell’intero edifizio, indi i membri di esso partitamente ci additano; la sala, le stanze, gli atrj, le scale, il cortile, le loggie, la galleria, la chiesuola, le pitture, le statue, la stalla, il giardino, il circuito, e gli altri membri ed ornamenti della gran mole, dall’aspetto dei quali si forma l’immagine di quella magnifica per così dir cittadella. Lo stesso ho fatto io. Volendo condurre il lettore alla conoscenza di quale stato sia per più secoli l’aspetto di questo regno dopo la scesa de’ Barbari in Italia, ho scelto e trattato varj principali argomenti spettanti all’Italia dell’età media, dei quali insieme uniti arguir si potesse e in qualche modo si dimostrasse la condizione e lo stato di quella età. Ho detto, in qualche modo si dimostrasse: perciocché tra quegli argomenti che ho preso a trattare ve ne son molti che ad un uomo erudito porger potrebbero materia onde farne un competente volume. Più ancora sono quegli altri dei quali non ho fatto motto, o che sol di passaggio ho accennati; a dilucidare i quali se alcuno, facendo prova di sue forze, badar volesse, un grande benefizio farebbe alla Repubblica Letteraria, ed a sé un grande onore. Pertanto in prima ho trattato dei Re, Duchi, Marchesi, Conti ed altri Magistrati del Regno Italiano; indi ho cercato i varj riti del governo politico, ed i costumi dei cittadini privati. La libertà e servitù degli uomini, i giudizj, la milizia, le leggi, le monete, le arti, gli studj delle lettere, l’origine della lingua italiana, la mercatura, ed altre cose a queste somiglianti l’oggetto furono di mie ricerche. E perché dopo l’anno di Cristo millesimo cangiò di aspetto l’Italia, essendosi moltissime città messe in libertà, e governandosi con una certa spezie di autocrazia, alla qual forma di governo succedette dipoi quella dei Principi, o sia Regoli: anche da questa parte di erudizione Italiana, colla giunta di alcune Dissertazioni, sbrigato mi sono. Finalmente la Religione, cui tra gli affetti e costumi di ciascun popolo il primo luogo si dee, la Religione dico Cristiana, la quale, non men che prima ed ora, fiorì in Italia nei tempi barbarici, largo campo di disputare mi avrebbe dato. Ma questa materia, oltre che mi avrebbe portato di là dai confini del mio assunto, ed essa sola avrebbe potuto crescere a più tomi, è già stata occupata quasi tutta da uomini dottissimi; ed il copiare i libri di quelli, come ognun sa, nessun piacere ai lettori, nessuna lode avrebbe recato a me. Perloché contentandomi di toccar leggiermente piuttosto che di trattare compiutamente alcuni argomenti di cose sacre, cui mi è sembrato di poter rischiarare alcun poco, lasciai gli altri senza toccarli. In queste poche parole eccoti reso conto di quel che io abbia fatto, perché più noto di quel ch’era prima si facesse lo stato dell’Italia dei tempi di mezzo.

Ora poi scoprire io debbo, né senza dolore, la palmar differenza che passa tra i coltivatori delle Antichità Romane e gli studiosi delle Antichità dei tempi barbarici. Per raccogliere ed illustrare i riti dei Romani, i costumi, i regolamenti, le gesta, sono in pronto sussidj senza numero; voglio dire moltissimi, per non dire innumerabili libri latini di ogni genere. I greci scrittori eziandio in questo ci ponno esser utili. Nei poeti spezialmente comici, satirici, eroici si rinviene un copiosissimo erario dei costumi e riti di quel tempo. A ciò pure contribuiscono innumerabili marmi, bassirilievi, medaglie ed altri monumenti degli antichi, dei quali tutti una maravigliosa suppellettile di erudizione Romana si forma. All’incontro chi si propone la descrizione dei secoli barbarici d’Italia, entra in un paese da tenebre e densa caligine da ogni parte attorniato. Cercansi istorie delle cose d’Italia scritte da Italiani sino all’anno di Cristo millesimo, e più oltre? Pochissime ve ne sono, e queste non diffusamente scritte, quali son quelle che versano intorno all’erudizione Romana; ma brevi e succinte esposizioni, e quasi sterili e secchi compendi. Vi furono bene in quei tempi alcuni poeti sacri, utili per la cognizione delle cose ecclesiastiche; ma tra questi appena uno ne troverai, che descriva i costumi profani e politici. Anzi quasi tutto l’apparato di libri che quella età produsse, tenue in vero, se si paragoni coi libri scritti nei cinque primi secoli dell’era cristiana, ha per oggetto le cose sacre: dalle quali rara cosa è che spremer si possano gli affari civili, od altra cosa attinente alle arti e costumi civili di allora. Rare eziandio di quei secoli sono le iscrizioni, rare le monete, e queste dissomigliantissime da quelle dei Romani e dei Greci, nelle quali tanta copia di erudizione rinchiudesi. Per la qual cosa forza è che mettendoti a solcare le acque di quei tempi, ogni qual tratto tu vada a rompere in qualche secca, per mancanza di ajuti di lettere in assai scarso numero lasciateci dalla comune allora ignoranza, o dalla poca dottrina. A qual dunque partito appigliarsi i ghiotti di erudizione? Essi finalmente usarono due mezzi a fine di rimediare, per quanto potessero, a così grande penuria. Cioè messi sossopra gli armadj delle biblioteche, quante in essi si trovarono nascoste operette non disprezzabili dei secoli rozzi, trattati, lettere, scritti estemporanei, frammenti, dai quali credibil era che qualche luce venir potesse alla istoria od erudizione di quella ignorante età, tutte quante mai furono, si avvisarono di pubblicarle; con che i presenti ed i posteri si obbligarono, giacché oggimai torna a comodo di tutti una tale pubblicazione. Indi cercarono per entro gli antichi archivj delle Cattedrali, dei Monasterj e di altri luoghi; e di là cavati i diplomi, le bolle, le carte non per anche stampate, diedero in luce. Ivi certamente è gran copia di erudizione barbarica, e con tai monumenti non si può dire qual giovamento apportar si possa alla povertà dei secoli rozzi; quando però una scelta si faccia di quei che qualche novità od erudizione contengono, e tutte le scritture degli archivj non si cavino fuori indistintamente. Imperciocché quelle che d’ogni novità sfornite, cose trite e volgari, e le bagattelle della privata gente soltanto ci recano, e che unicamente servirebbono a caricare, non ad erudire i Letterati, son da lasciare nelle sue tenebre. Il che io intendo sia detto anche delle altre opere della mezzana età; moltissime delle quali ne troverai così piene zeppe di inezie, o di favole, o di cose tolte dal volgo, che mal uso della stampa farebbe, e demeriterebbe col pubblico chi stamparle volesse.

Pertanto veggendo anch’io che per chi vuol far viaggio pei campi di cotesta erudizione non sempre amena, i maggiori ajuti attender si deono dalle antiche carte; di quante città italiane ho potuto, mi sono messo a rivoltare gli archivj, colà portatomi con questo solo disegno; e quante carte mi si pararon dinanzi, colle quali alcuna parte di erudizione rischiarar si potesse, copiai, e di esse mi son servito nella costruzione di questo edifizio. Molte ancora ne impetrai dagli amici. Inoltre ho qui raccolto quanto nei codici manoscritti ho trovato di confacente o di utile a questo vastissimo argomento; mosso da non lieve speranza che i lettori me ne sappian buon grado, avendo, anche per loro uso, cavati dalle antiche membrane, difficilissime a leggersi, tanti pezzi di antichità non ancor pubblicati, ai quali ho assicurato per l’avvenire una vita più lunga. Finalmente ho aggiunto alcuni opuscoli sino ad ora privi di luce, come pure un numero grande di monete dei tempi di mezzo. Le quali cose tutte, quando l’amor proprio non m’inganni, se non interamente rappresentare, possono almeno leggiermente abbozzare la condizione e lo stato dell’Italia, mentre ebbero voga quei costumi che da noi sogliono chiamarsi barbarici, perché paragonati coll’eleganza e dottrina dei tre ultimi scorsi secoli, pare a noi che incolti siano, e la barbarie dimostrino. E qui molte grazie rendere da me si debbono ai Nobili Socj Palatini di Milano, i quali di nuovi benefizj colmarono il loro amore verso di me. Imperciocché appena udirono essersi da me terminata quest’Opera, che di farne si esibirono una magnifica e corretta edizione, nulla temendo la spesa di far incidere in rame tante monete, sigilli ed altri frammenti di antichità, e tante carte, per la cui barbarie uno maggiore studio ed attenzione ricercasi che pei monumenti della elegante lingua latina; poiché in esse conservar con ogni premura si debbono i barbarismi ed i solecismi, e nulla s’ha a mutar della ruggine di que’ rozzi secoli. Non è questa l’ultima l’agio ne che abbiamo di rallegrarci dei nostri tempi, nei quali anche le persone nobili si degnano di patrocinare i libri da pubblicarsi; dimodoché resta soltanto a desiderare che la di presente infingarda e quasi sonnacchiosa Italia di sue forze omai faccia mostra, e stampando buoni libri in maggior copia, degli offerti ajuti con pubblica e privata lode si valga.

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Ultimo aggiornamento: 10 dicembre, 2011