Lodovico Antonio Muratori

1672-1750

Della perfetta poesia italiana

Libro Quarto

ed. 1821

Edizione di riferimento:

Della perfetta poesia italiana, spiegata e dimostrata con varie osservazioni da Ludovico Antonio Muratori con le annotazioni critiche di Anton Maria Salvini, dalla Società Tipografica dei Classici Italiani, Milano 1821.

 

Libro Quarto

Prefazione a [...] Alessandro Botta Adorno

LIBRO QUARTO

CHE CONTIENE UNA RACCOLTA DI VARI COMPONIMENTI

DI DIVERSI AUTORI CON UN GIUDIZIO SOPRA CIASCHEDUNO D’ESSI

PREFAZIONE

ALL’ILLUSTRISSIMO ED ECCELLENTISSIMO

SIG. MARCHESE

ALESSANDRO BOTTA ADORNO.

Una delle maniere di veder gli uomini, per così dire, senza vederli, si è quella già da Socrate, e giornalmente da ogni savio praticata, di farli parlare. Ottimo spediente nel vero per iscorgere la loro parte migliore, cioè l’interno loro; ma che nulla varrebbe con chi è lontano da noi o di luogo o di tempo, se a i sensi nostri non si potessero trasmettere le parole e i sentimenti loro per qualche fedel canale, quale per l’ordinario è lo scrivere. Fra tante sorte però di scritture niuna ve n’ha, che più sicuramente soglia scoprire lo interno de gli uomini, come le loro lettere famigliari, e i loro componimenti poetici. Ne i libri, che trattano dell’arti e delle scienze, può avvenire o che il cuore dell’Autore non abbia campo di farsi vedere in pubblico, o che l’Intelletto non si dia abbastanza a conoscere, potendo spacciar cose imparate da altrui: nel che la memoria è allora da lodarsi, e non l’ingegno. Ma ciò non può già sì facilmente accadere nelle lettere famigliari, e nelle poesie; perciocchè in esse lo scrittore, anche non pensandoci, ed anche contra sua voglia, dipinge se stesso. A chi è sperto nello studio dell’uomo, e prende ad esaminar il comprendere ancora l’intrinseco vero Ritratto di quella persona. Saprà egli leggere quivi le varie inclinazioni, e i costumi, e le diverse passioni, che agitano e governano l’altrui volontà. Del pari potrà egli intendere, qual sia la forza e la debolezza dell’altrui Intelletto (e ciò spezialmente ne’ Componimenti poetici) argomentando qual fondo di sapere, qual vigore d’intendimento, qual vivacità e prontezza di Fantasia si ritruovi in quel tale poeta.

Mentre dunque, o Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Marchese Alessandro Botta-Adorno, io vi presento questa Raccolta e scelta d’altrui componimenti, voi ben v’accorgete, ch’io tacitamente vi conduco a mirare tanti ritratti d’ingegni poetici, quanti sono i piccioli poemi, che qui si rinchiudono. E forse dovreste sapermi grado, perchè al vostro nobile genio verso l’arti amene io rappresenti, unita in un libro solo, e posta in confronto, tanta diversità di geni, tanta varietà di fantasie e d’ingegni, alcuni ancora de’ quali vi saranno da qui innanzi per cagion mia più noti di prima. Non so già, se voi mi saprete grado eziandio, perchè abbia condotto ancora voi stesso in questo medesimo teatro col pubblicare alcuni de’ vostri versi, i quali è riuscito a me più tosto di far rubare a voi, che d’impetrare dalla vostra mano. Posso temere, che dopo avermi voi finalmente permesso, ch’io li pubblicassi, ora vi incominci ad increscere d’esservi lasciato vincere dalle mie preghiere. Imperciocchè dall’un canto la dilicatezza del vostro gusto facendovi conoscere tutto il buono di tanti altri ingegni, nè lasciandovi dall’altro canto la modestia del pari ancora conoscere tutto il buono del vostro: non saprete così di leggieri appagarvi di così riguardevole compagnia; o se volete ancora, ch’io dica, di così pericoloso paragone.

Ma voglia il vero, più giustizia vi faranno gli altri eruditi, che non vi facciate voi sesso. E appunto al loro tribunale, e non al vostro, io cito que’ pochi versi, che rapiti a voi, ora vengono alla luce. Perchè talvolta basta un componimento solo, e ancor breve, a far conoscere, quanto s’alzi, e si stenda il valore d’alcuno: io sono ben certo, che da queste poche vostre linee gl’intendenti dell’arte di conoscere gli uomini potranno argomentare la bellezza dell’Ingegno, e la perfezione del giudizio, doti ben rare e sommamente stimabili nella vostra verde età. Così o voi voleste, o potessi io donare al pubblico altre vostre poesie. Allora certamente non solo apparirebbe con più evidenza, come la natura, e lo studio abbiano contribuito a farvi eccellente nella professione poetica; ma ancora trasparerebbono quelle nobili inclinazioni, e quelle tante virtù pratiche, le quali io venero in voi, e vorrei che il mondo avvenire potesse leggere ed ammirare ne’ versi vostri. Non potrebbe, oltre ad altri molti pregi, per verun conto celarsi la soavità de’ costumi, la gentilezza, e la generosità del vostro cuore. Delle quali virtù vostre benchè sieno concordi testimoni tutti coloro, che o hanno non volgar cognizione di voi, o con voi famigliarmente conversano, pure niuno più sensibilmente ne gode l’uso, che tanta gente a voi suddita in tanti vostri feudi, governandola voi con giustizia insieme e dolcezza, non lasciando già impuniti i vizi, ma nè pur lasciando, che il vostro fisco molto si rallegri in punirli.

Il perchè quanto poco sarebbe giusto il dispiacere, che voi per avventura mostraste, perchè io pubblichi ora alcuni de’ versi vostri, altrettanto sarà giusto il mio, perchè non permettiate ch’io, con pubblicarne maggior copia, maggiormente dia campo al merito vostro di comparire in faccia del mondo. Ma fate pure quanto vi suggerisce la modestia vostra. Io quanto a me non mancherò di palesare ciò, che voi amate nascoso; e non cesserò, infinattantochè la stima, ch’io fo delle rarissime vostre qualità, non sia egualmente nota a gli altri, come sono a me note le vostre qualità medesime. Mi rallegrerò intanto, se questa mia Raccolta giungerà ad ottener l’approvazione dell’ottimo vostro gusto, e se prima di mettervi a leggerla, non vi dispiacerà d’intendere, qual fine e disegno io abbia avuto in pubblicarla.

Siccome voi sapete, nel civile consorzio per rettamente vivere, non meno che nelle arti per rettamente saperle ed esercitarle, son giovevoli e necessarie le leggi e gli esempi. C’indirizzano imperiosamente ed aiutano gli esempi, animandosi gli uomini a far volentieri, e agevolmente quello ch’essi debbono, quando mirano chi spiana loro la strada, e quando va loro avanti colla bandiera spiegata un buon capitano. Avendo io dunque ne’ libri antecedenti con alcune osservazioni e leggi prestato qualche lume a gli amatori delle lettere umane per discernere il meglio d’alcune parti della poetica: parmi utile, se non necessaria cosa, l’aggiungere ora alle leggi l’esempio. Perciocchè quantunque non pochi esempi si sieno da me prodotti per confermazione de’ precetti proposti, nulladimeno altro non sono stati, che pezzi e fragmenti; nè si può abbastanza conoscere l’intera architettura e bellezza d’un tutto, se questo tutto unitamente non compare sotto gli occhi de’ giudici. Ed ecco ciò, che m’ha indotto a raccogliere in questo libro vari componimenti sì d’antichi come di moderni poeti italiani, la pratica de’ quali illustrerà maggiormente, e più forte imprimerà nella mente altrui gl’insegnamenti della teorica da me dianzi divisata.

Non mi è già ignoto, che i valenti professori di questa arte amena o poco o niun bisogno hanno di simili raccolte, siccome quegli, che fanno meglio, ancor di me, quelli sieno i migliori autori dell’italiana poesia, e quali sieno i migliori componimenti di questi medesimi autori. Anzi mi sta davanti la comune opinione, che queste antologie, (per usare una greca parola) sieno indizio di povertà di forze, solendo di scrittori dozzinali, poichè non possono risplendere coll’ingegno proprio, mendicar qualche gloria dallo splendore dell’altrui; e che questa medesima gloria è leggerissima, per essere fondata sopra una sola materiale fatica di varia lettura. Ma non per queste ragioni mi son rimaso io di tale impresa, perciocchè più penso all’altrui utilità, che alla gloria mia. E dovrebbero bene i valentuomini avermi qualche obbligazione, perchè io coll’aver congiunte in un corpo moltissime gemme sparse qua e là, abbia risparmiato loro l’incomodo di cercarle per se stessi. Avranno essi per mezzo mio in un libro solo quanto basta per incitare la loro vena, e per empiere la mente loro di vari nobilissimi semi alle occasioni di verseggiare. Nè già dovrebbe esser priva di lode la semplice Raccolta di questi componimenti, qualora fosse stata da me tratta a fine con giudizio e con ottimo gusto, potendo ben tutti infilzar sonetti e canzoni, e non sapendo già tutti scegliere il meglio de parti altrui.

Ma, lasciando star ciò, ove mi riesca di arrecare utilità e diletto a i meno esercitati nell’Arte delle Muse, io riputerò assai ben collocata questa mia fatica, qualunque ella si sia. Troppo, io so, è facile il lusingar se stesso; nondimeno io ho qualche speranza, che non lieve frutto possano quindi riportare i novizi; mentre non sapendo essi ben distinguere i sapori sani dell’italica poesia, potranno qui probabilmente assicurarsi di non errare nella scelta. Ed a questo ritroveran qui raunati molti de’ più fini sapori, che si abbia la poesia medesima in piccioli componimenti. E perchè si suol richiedere ne’ lauti banchetti non solamente abbondanza, ma ancora varietà di vivande, essendo questa diversità uno de’ maggiori condimenti del convito, comparirà perciò anche in questo libro una dilettevole diversità di maniere di comporre sopra il medesimo, o sopra differenti suggetti. Che se la vanità dell’argomento amoroso è quella, che qui signoreggia, chiunque conosce il mio genio, non ne attribuirà già la colpa a me stesso, ma bensì all’abuso quasi comune de’ nostri poeti, i quali più in questo, che in altri campi, e più felicemente in esso, che altrove, hanno fatta pruova de’ loro ingegno.

Si avviserà intanto più d’uno, ch’io qui abbia inteso di raccogliere tutto il meglio della lirica italiana; e secondo questa opinione s’accingerà non solamente a muovermi lite di trascuraggine, se avrò lasciati addietro molti bei componimenti; ma a, condennarmi eziandio per giudice pessimo, se in luogo de gli ottimi parrà ch’io ne abbia portato o de’ mezzani, o de’ cattivi. Al che è da dirsi ch’io soddisfarò alla prima querela, quando mi verrà talento di far più tomi di questa mia raccolta. E per conto della seconda querela dirò essermi io studiato di adunare il meglio di molti autori o morti o viventi, ma in guisa tale che ho amato meglio di prendere talvolta componimenti dotati di qualche splendida virtù, quantunque sia questa mischiata con qualche difetto, che di attenermi solo a que’ versi, ne’ quali sia bensì evidente sanità, ma non qualche eminente grazia, novità, e bellezza. Ciò per quanto io stimo è di maggior soccorso a i giovani, affinchè si risveglino, e si conducano alle cime del monte, senza arrestarsi alle falde, o alla metà, dove lo stile solamente bello, perchè sano, potrebbe talvolta ritenerli. Ho eziandio condotto in iscena qualche componimento non buono; e l’ho io fatto appunto per palesarne le magagne, e per iscoprire a gl’incauti, quanto o l’apparenza del bello, o l’adulatrice fama sieno testimoni mal fidi della vera bellezza. Anzi, se il timore d’accrescere di soverchio la mole di questo libro non mi avesse altrimenti consigliato, avrei anche rapportato maggior copia di questi ultimi, non giovando meno all’imperizia altrui discernere le Virtù per seguirle, che il conoscere i vizi per ischivarli.

Quando nulladimeno fossero usciti in pubblico questi componimenti nudi, e senza verun correggio, m’accorgo ben’io assai chiaramente, che o avrei corso gran rischio di non soddisfare appieno a certi dotti e saccenti, i quali con gusto differente dal mio possono credere mezzano o cattivo ciò, che io avrò riputato, ottimo o buono; o pure mi sarei esposto alla certezza di nuocere ad alcuni mal’accorti, i quali perchè non distinguono il brutto dal bello, possono adottar l’uno in vece dell’altro. Il perchè ho determinato d’aggiungere a gli altrui versi qualche annotazione mai, cioè a dire un breve giudizio sopra qualunque composizione di questa Raccolta. La qual cosa facendo, francamente dirò quello, che mi sembra in esse non solamente perfetto o mediocre, ma ancora difettoso o pessimo. E in tal guisa siccome io mi obbligherò di difendere non tutti i componimenti, nè tutte le loro parti, ma unicamente il giudizio e l’opinione mia sopra ciascuno d’essi; così forse i giovani principianti più agevolmente colla scorta di questo cannocchiale scopriranno le bellezze e le imperfezioni de’ parti altrui.

E volesse pur Dio, che ad altri molti o fosse venuto, o venisse il talento medesimo. Han faticato espositori, moltissimi di numero, eccellentissimi per dottrina, intorno alle opere sì de’ moderni, come de gli antichi Poeti. Ma s’è quasi sempre impiegato lo studio loro in esporre i sensi gramaticali, e in illustrare, o difendere, o correggere ciò, che riguarda l’erudizione, o la gramatica, e l’essere, per così dir, materiale del poeta. Pare, ch’egli non abbiano considerato, di quanto giovamento esser potesse ad altrui il notar le finezze veramente poetiche del tutto e delle parti di que’ componimenti. Molto meno è caduto loro in mente di osservarvi i difetti veramente poetici, riputando forse grave delitto il muovere guerra ad autori di grido, allorchè si studiavano di raccomandarne la fama a i posteri per mezzo de’ loro dotti comenti. Il Petrarca spezialmente, principe della lirica italiana, altro non ebbe che incensi ne’ tempi addietro, attendendo gl’interpreti suoi a tutt’altro, che a farne ben gustare quell’esquisito sapore, o a farci osservare que’ mancamenti, che possono scoprirsi nelle opere di lui. Crederei di non parlare con temerità, se attribuissi a due valentuomini della Patria mia la gloria (che così dee dirsi nel Tribunale de’ Giudici non appassionati) d’aver finalmente rotto il ghiaccio. Col suo intrepido stile incominciò il Castelvetro a registrare ciò, che non gli piacea nelle Rime del Petrarca; e seguì poscia di gran lunga meglio a far lo stesso il Tassoni [1]. Anzi non si lasciò quest’ultimo così portar dal diletto di censurare il cattivo, che dimenticasse di por mente all’ottimo. GiovanVittorio Rossi, che nella vita del medesimo Tassoni vuol persuadere il contrario con alcune esagerazioni, e ripruova l’ardimento suo, non si fa conoscere per molto intendere della giurisdizione, che hanno gl’ingegni e la verità; nè mostra molto d’aver letto il libro di questo autore. Chi non si lascia condurre ne gli studi alla guisa delle pecore, sempre stimerà l’Opera del Tassoni, siccome contenente con brevità sugosa moltissimi retti giudizi, profittevole non tanto a chiunque vuol comprendere alcuni difetti e pregi delle Rime del Petrarca, quanto a tutti gli studiosi della perfezione poetica. Ancora ne gli anni prossimi passati furono in questo genere e pubblicate, e commendate alcune prose dell’Accademia de’ Filergiti di Forlì. E ben fatto sarebbe, che in cuore altresì de i dottissimi Accademici Fiorentini, e di quei della Crusca, e de l’Intronati di Siena, fosse nata o nascesse voglia di pubblicar quelle acute censure e difese, ch’eglino di quando in quando secondo l’instituto delle loro nobili Raunanze vanno facendo di vari componimenti poetici. Poichè senza fallo s’avrebbe quivi una scuola maestra per addestrare il giudizio altrui alla critica, madre, o figliuola dell’ottimo gusto.

Se non lo stesso, almeno un simile benefizio bramo io intanto di recare a i lettori di questa Raccolta, sì coll’accenar brevemente ciò, ch’io giudico intorno a qualsivoglia di questi componimenti, come col notare in generale alcune ragioni de’ miei giudizi, cioè le virtù, ch’io avrò ravvisate o in tutta la forma, o nelle parti principali di ciaschedun lavoro. E conciosiachè ben rade sono quelle poesie, che possano vantare una perfezione intera, io animosamente userò il diritto, che hanno tutti i letterati di notare eziandio quello che a me parrà eccesso o difetto dell’ingegno altrui. Non intendo io già per questo di approvar per buono tutto ciò, che non avrò qui riprovato per cattivo. Io non ho voluto essere così severo, che notassi qualunque cosa mi pare, che potesse meglio dirsi o pensarsi. E nè pure l’ho potuto per amore della brevità, richiedendosi ad un minuto esame altre cure ed altra carta. Anzi in grazia della stessa brevità non ho per lo più rendute minute ragioni de’ miei giudizi, supponendo io qui di scrivere a coloro, che o avran letto, o almen leggeranno in tanti altri libri di poetica, e in parte ancora nel primo tomo di questa opera, ampiamente espressi gl’insegnamenti, e le regole, sulle quali ho io fondate queste mie sentenze. Ora la protestazione da me fatta di non avere accennato qualunque cosa è, o parmi non assai bella ne’ versi altrui, tanto più voglio che accompagni le composizioni de’ viventi autori, quanto più è cosa evidente, ch’eglino mal volentieri gradirebbono o soffrirebbono la libertà della mia censura, dispiacendo a tutti rimirare, che altri senza essere invitato alzi pubblico tribunale contra l’opere loro. Fors’anche a i medesimi parrà, ch’io sia reo di troppo ardire, ancorchè abbia osservato ben pochi nei dentro i versi loro, e gli abbia osservati con tutta la modestia possibile, e non per ambizione di comparir giudice di chi merita d’essere da me venerato per Maestro, usando io una filosofica ingenuità, che s’accorda con un’alta stima ed affezione all’altrui valore.

Resta ora, che dichiamo due parole intorno alla diritta maniera di giudicare gli altrui Componimenti, sì per ammaestramento di alcuni, e sì per difesa nostra, essendo assai probabile, che non tutti gl’intendenti sieno per sottoscriversi alle decisioni di questo libro. E primieramente suole per l’ordinario essere di grande impedimento al ben giudicare il troppo amore dell’antichità, vizio comune a parecchi: quasi l’ingiusta natura, liberale verso i nostri antenati, avara per noi, abbia d’Ingegno eminente provveduto sol quegli; e quasi sia superiore alla nostra censura, chi ci è superiore d’età. Altri, benchè radi, ci sono, che spendono tutta la ammirazion loro in torno ai parti moderni, o perchè non sanno smaltire certi difettuzzi de’ nostri vecchi, o perchè sentono solamente piacere della novità, nobilissimo senza fallo, ma talvolta pericoloso condimento de’ versi. A questi smoderati affetti segue appresso l’amore o l’odio soverchio de gli autori determinati. Basta ad alcuni, che un componimento porti in fronte il nome di qualche Scrittore o riverito, o dispregiato da essi, per sentenziare in un momento, che quell’opera è degna di venerazione, o di riso; figurandosi eglino, che tutti i frutti d’un’albero fortunato abbiano da essere egualmente saporiti e belli, e che per lo contrario da un’infelice terreno non possa nascere, se non loglio ed ortiche. Oltre a ciò l’ardente affezione, che si porta o alla nazione, o alla Patria, o a gli amici, o a’ congiunti; il rispetto, che si professa a i maggiori; e altre simili passioni, sono sufficienti bene spesso ad ammaliare i giudizi de gli uomini, per nulla dire della vile adulazion d’alcuni, i quali consigliatamente vogliono travedere. Egli è troppo difficile, che abbia vista purgata e chiara, chiunque preoccupato da tali affetti prende a dar sentenza sulle altrui poesie. Laonde senza aver riguardo o a chi ne sia l’autore, o se questi sia nato qualche secolo prima, o pure se tuttavia si conti fra i vivi, o se sia amico, o nimico, o se della medesima, o d’altra nazione,  città, famiglia, religione, o simili cose, noi dobbiamo considerare il componimento solo, e per se stesso, disaminandone con giuste bilance il peso, e facendo che non l’opinione, da cui siam prevenuti, ma la verità ne determini il prezzo.

E questi finqui sono impedimenti al ben giudicare, che non difficilmente si possono sbandire, perchè dipendono dall’affetto, al quale può dar legge l’intelletto prudente. Altri impedimenti ben più difficili, e bene spesso insuperabili, son quegli, che si pongono dall’intelletto medesimo, e consistono nell’ignoranza. Nè favello io già di quell’ignoranza tenebrosa, in cui sta immerso chi solo per fama ha conoscenza della poesia, e della poetica. È superfluo il dire, stendendosi tutta la loro forza ed autorità a solamente pronunziare, se tedio o diletto venga loro dall’udire o leggere i versi altrui. L’ignoranza qui da me intesa, è un difetto, il quale non solamente può, ma suole non rade volte ancora abitare colla scienza medesima delle leggi poetiche. Ella è di due sorte. L’una è totale, e l’altra parziale. Si scorge la prima in coloro, i quali sanno le regole generali, ma non sanno applicarle a i particolari. Non hanno assai discernimento per ben penetrare nel fondo di qualsivoglia componimento determinato, nè per giudicare, se la simmetria d’un tutto sia fina, se giudiziosa la condotta, se uguale il carattere, e se le figure, se le frasi, se i pensieri sieno in quella particolar composizione vivaci, leggiadri, pellegrini, sodi, e proporzionati: in una parola, se il bello, o il brutto di que’ tali versi consista in apparenza, o sia tale in sostanza. Eglino compariscono valenti giudici, finchè si parla di certi poemi già pesati, e giudicati o dal consentimento de’ saggi, o da qualche riguardevole scrittore; poichè la loro lettura, cioè altri, mette loro in bocca il giudizio sopra que’ conosciuti componimenti. Ma qualora si tratta di poesie o nuove, o non toccate dalla giusta censura di valenti maestri, ammutiscono essi, o volendo pur profferire sentenza, fanno come gl’inesperti arcieri, che o non feriscono, o casualmente feriscono il segno.

L’altra ignoranza, da noi appellata parziale, si truova in coloro, i quali hanno bensì una parte dell’ottimo gusto, ma son privi dell’altre. Hanno essi, dico, buon conoscimento di uno stile, distinguendo la sua bellezza, e le ragioni di questa bellezza; ma non si allargano poscia a discernere in altre parti, e in altri differenti stili quel bello poetico, che pure vi è. Ad alcuni piace l’Ingegno amatorio, che nulla poi curano, o poco prezzano il filosofico. Ad altri talmente piace il comporre con pensieri solamente ornati di una certa leggiadria e nobiltà naturale, che non soffrono la pompa dello stile fantastico, splendido, e magnifico; siccome per lo contrario a i coltivatori di questo altro par troppo languido, e sparuto, anzi non poetico, lo stil dimesso e chiaro, che non fa strepito con grandi parole, o figure mirabili, e non risplende per Immagini vivissime. In altri tempi avrebbe un petrarchista portato opinione, che fuori del suo gusto niun’altro avesse potuto essere o squisito, o egualmente squisito. Ed è pur troppo vero, non essere ancora oggidì poco il numero di quegli, che si formano in mente un qualche Idolo particolare, e a questo consacrano tutti i loro incensi, credendone poco degno qualunque altro oggetto, che nol somigli, e misurando con quella sua idea particolare tutte le altrui fatiche.

Se con tali impedimenti si possa dirittamente giudicare egli è per se molto palese. Ma il peggio mi sembra, che gli uomini, da che hanno qualche tintura delle lettere umane, più non sentono sì fatti ostacoli, e animosamente prendono a giudicar tutti gli altrui componimenti, quantunque di carattere differente da quel solo, che loro è caro; onde poi nasce la tanta diversità di giudizi sopra le medesime cose. Noi pertanto riputeremo solamente giudice abile, chi senza passione disamina attentamente le cose; e sa applicare con acutezza gl’insegnamenti universali a i lavori particolari; e va minutamente osservando il tutto, e le parti, per iscoprirvi le proporzioni, la novità, e l’altre virtù della materia, e dell’artifizio. Egualmente nello stil dimesso, mezzano, e venusto, che nel maestoso, ed eroico, si possono osservare de i difetti, e de i pregi. E in tutte queste differenti forme di comporre può risplendere un bello perfettissimo, e tale, che posti in paragone due componimenti, l’uno di stile piano e leggiadro, e l’altro di stil sublime ed ornatissimo, nulladimeno potrà essere superiore in bellezza il primo al secondo. Poichè non è il suggetto, che faccia grandi, e preziosi i versi, nè il genere dello stile, ma la bellezza de’ pensieri, o la finezza dell’artifizio, con cui questo suggetto ci viene esposto, e colorito. Se qui la magnificenza è un pregio eminente, quivi la gentilezza, la chiarezza, l’evidenza, l’affetto saranno doti eminentissime. In somma ovunque si truovi il vero, ma pellegrino o per gli pensieri nuovi, o per la nuova e non volgare foggia del vestito, e de’ suoi abbigliamenti: quivi abbiamo da ravvisare la bellezza poetica. O pure mancando, o essendo guasta da altri difetti questa verità pellegrina, dobbiamo scoprirne le imperfezioni, e far giustizia secondo il merito o buono o cattivo, non de gli autori, ma de’ versi, quando pur si arrivi a distinguerlo, e s’intenda il genio della perfetta poesia, e si mettano in opera i suoi primi principi.

Ora io sarei ben poco conoscente di me stesso, ove mi facessi a credere di posseder tutti que’ privilegi, e quelle esenzioni, ch’io desidero in altrui, per giudicare perfettamente le materie poetiche. Non però di meno dirò francamente d’essermi studiato di non peccare almeno per odio, o per affezione in questi giudizi, essendomi proposto di candidamente aprire quel solo, che l’intelletto, non l’affetto, avrà qui pensato, nulla mirando io a guadagnarmi la grazia d’alcuno, ma solamente a dire quello, che mi par verità. Se poscia l’intelletto avrà colpito, o no, i veri saggi ed eruditi potranno avvedersene; perocchè eglino soli saranno i veri giudici di questi miei giudizi. E alla decisione d’essi ancora da me si dovrà prestare riverenza, qualora venisse loro talento di esercitare contra queste mie Osservazioni la loro autorità, alla quale sottometto, non che queste, tutte le altre cose mie. Poichè in fine benchè il bello della poesia si fondi sulla ragione, tuttavia in quanto al piacere, o non piacere, molte volte l’opinione vi ha non poca parte, massimamente ove si tratta del più e del meno. E perchè le opinioni sono moltissime e diversissime secondo la diversità de’ gusti: facile è, che sia qualche volta alquanto differente dal mio, e ancora più diritto, che non è il mio, l’altrui giudizio sopra queste medesime poesie, a leggere e contemplar le quali ora passiamo. Che se in esse per avventura s’incontrassero voci o sentimenti, che non ben si accordassero co i divini insegnamenti della Religione e Chiesa Cattolica, i lettori vorranno ben ciò perdonare alla tollerata libertà della poesia, essendo tutti questi autori nel cuore figliuoli della vera Chiesa, benchè talora nelle parole sembrassero seguaci del gentilesimo.

Del March. Alessandro Botta-Adorno

Alla Santità di N. S. Clemente XI

P rime io vaneggiando avea già spese

Dietro a un dolce bensì, ma vil lavoro,

E nel natio d’Arcadia umil paese

Serti io cogliea di non volgare alloro;

Quando fama immortal per man mi prese,

E a te mi trasse, e mi diè cetra d’oro,

E mi additò tue sante eccelse imprese,

Onde mio nuovo stil volgessi a loro.

Ma in lor tal luce, e maestà mirai,

Che per stupor, di suon la cetra priva

Di man mi cadde, e muto anch’io restai.

E dissi appena: Ah virtù vera e viva

Deponi alquanto i sovrumani rai,

Se vuoi, del tuo signor ch’io parli e scriva.

La bellezza di questo sonetto, che a me pare eminente, consiste nell’ingegnosa maniera di lodare, mostrando di non poter lodare; e molto più nell’artifizio di esprimere con una nobilissima fantasia poetica questa impotenza a lodare l’ottimo regnante Pontefice. Col primo quadernario, che è leggiadro per la naturale sua facilità, si introduce il poeta a dar nell’altro anima alla fama, splendore alle imprese; e poscia col primo ternario fa dal suo stupore, e dal suo ammutolire intendere la grandezza del merito altrui. Ma quell’apostrofe estatica alla virtù; quegli aggiunti dati alla medesima virtù di vera e viva; quell’impensato pregare, ch’ella deponga i rai, come si finge che facesse il sole, qualor volea parlar con alcuno: rendono mirabile tutto l’ultimo ternario, chiudendo il sonetto con dilicatezza insieme e sublimità.

Di Francesco Coppetta [2]

Mentre qual servo afflitto, e fuggitivo,

Che di catene ha grevi il piede, e ’l fianco,

Io fuggia la prigion debile, e stanco,

Dove cinqu’anni io fui tra morto, e vivo;

Amor mi giunse nel varcar d’un rivo,

Gridando: ancor non sei libero e, franco.

Io divenni a quel suon, tremante, e bianco,

E fui com’uom, che già di spirto è privo.

Colle reti, e col fuoco era l’inganno

Seco, e ’l diletto: io disarmato, e solo,

E dell’antiche piaghe ancora infermo.

Ben mi soccorse la vergogna, e ’l danno,

Ch’alle mie grida eran venuti a volo;

Ma contra il ciel non valse umano schermo.

La comparazione, che qui s’adopera, è felicemente espressa. Più felicemente ancora è espresso con immagini fantastiche il forte dominio della passione amorosa. Laonde tutto il sonetto può dirsi nobile, benchè l’ultimo verso non lasci molto sapore dopo di se, parendo vino inacquato, offerto a i convitati con poco saggia economia sul fin del banchetto. Forse potrebbe dispiacere ad alcuno quel dirsi contra il Ciel, quasi il Cielo si faccia autore de’ nostri sciocchi affetti. E men male sarebbe stato il dire, se il verso lo avesse permesso, contra il destin. L’una, e l’altra forma però non può salvarsi senza il privilegio, che hanno i Poeti di parlare talvolta secondo il sentimento de’ ciechi gentili .... Amor giunse ec. Anche Giusto de’ Conti circa due secoli prima del Coppetta così cominciò il secondo quadernario d’un suo sonetto:

Amore armato con suo nuovo inganno

Mi si fe’ incontro appresso un fresco rivo.

Del p. Giovambatista Pastorini [3]

Maggi, se dietro l’orme il piè volgete,

Che luminose il maggior Tosco imprime,

Per sentiero non trito ite sublime,

E seguendo l’esempio esempio siete.

In ciò sol vinto al corso suo cedete,

Ch’ei si mosse primiero all’alte cime.

Pur non crede ancor sue le glorie prime,

E si volge a mirar, se il raggiungete.

Ma non sì tosto ha il vostro canto udito,

Che si ferma a goder dell’armonia,

Nè sa, s’ei vi rapisca, o sia rapito.

Poi dice: L’onor tuo mia gloria sia;

E se sol dir vorrai, che m’hai seguito,

O ch’io vinca, o ch’io perda, è gloria mia.

Fra i sonetti, nè quali abbia la fantasia lavorato con forza, e in cui l’ingegno abbia tessuta una dilettevole tela di concetti acuti, nobili, e ben legati: mi par questo uno de’ primi. Maggior perfezione, in quanto alle rime, sarebbe stato il non empiere di quattro verbi la rima ete. Ma in questa raccolta ne vedremo assaissimi altri esempi. Nè credo, che Dante si avrà a male, perchè il Petrarca venga chiamato il maggior Tosco. ‒ E si volge a mirar ec. Vivissimo è questo verso. A qualche scrupoloso potrebbe forse dar fastidio, che il Petrarca al pari del Maggi si faccia tuttavia in cammino verso l’alte cime; perciocchè egli, dopo l’onorevole consentimento di più secoli, pare che già abbia occupato quivi un seggio glorioso: laddove il Maggi veramente si potea dire incamminato verso il Regno della Gloria, perchè era ancor vivo, nè il suo merito era stabilito dalla concordia de’ giudizi, e de’ tempi, come quello del Petrarca. Contuttociò dee dirsi, che assolutamente son lecite a’ Poeti, e lodevolissime simili maniere ed invenzioni fantastiche. Anzi, non che ad un poeta, è lecito a ciascuno il considerar la fama de’ valentuomini in un movimento continuo co i secoli, potendo chi è ora primo in gloria, avere col tempo chi gli vada innanzi: cosa che leggiadramente s’immagina dalla fantasia come un viaggio all’alte cime dell’immortalità umana.

Del Marchese Giovangioseffo Orsi

Fu sua pietà, quando il tuo bel sembiante

Mostrommi, o donna, o in lui mostrossi Iddio;

Poich’allora in mirar bellezze tante:

Viè più ne avrà chi lor creò, diss’io.

Fu sua pietà, che di tue luci sante

Nel puro raggio a me la scala offrio,

Per cui salire insino a lui davante

D’una in altra beltà lice al desio.

Ma perchè sprone avesse il desir frale,

Che a mezzo il bel cammin pigro s’acqueta,

Orgoglio in te pose a bellezza uguale.

E in ciò maggior fu sua pietà, se vieta,

Ch’in terra io posi, e che beltà mortale

Troppo arresti il desio dalla sua meta.

Con franchezza entra il Poeta nel suggetto. Nobile è il suggetto medesimo della scala immaginaria per salire a Dio, benchè sia non molto nuovo a chi è pratico della filosofia Platonica, e ha letto il Petrarca ed altri poeti. Sono più nobili ancora e nuove tutte le riflessioni fatte sopra questa sentenza; e spezialmente mi sembra eminente quella, di cui si forma il primo terzetto, mostrandosi contra l’uso de gli altri amanti, quanto sia da prezzarsi l’orgoglio di costei. In tal guisa l’autore accrescendo di mano in mano la forza de’ sensi, ci fa vedere un’ingegnoso raziocinio ben raggruppato: il che dà anima e bellezza particolare a i sonetti ed epigrammi. [4]

Di Angelo di Costanzo [5]

Se non siete empia Tigre in volto umano,

Spero, dolce mio mal, ch’umide avrete

Le guance per pietà, quando vedrete,

Come m’ha concio Amor da voi lontano.

Pur temo, oimè, che tal sperar fia vano;

Che sol ch’io giunga vivo, ove voi siete,

Quella virtù, che ne’ bei lumi avete,

Mi farà a voi parer libero, e sano.

Nè varrà, che piangendo io vi dimostri,

Che tutto quel di ben, che in me risplende,

È del raggio divin de gli occhi vostri.

Beltà crudel, ch ’n duo modi m’offende:

Pria col ferir, poi col vietar ch’io mostri

L’alte piaghe, onde ’l cuor mercede attende.

Il Costanzo ha pochi pari. Egli ingegnosamente argomenta, o con egual felicità spiega e conduce sino al fine tutto il suo raziocinio. Ciò si scorge nel presente sonetto, la cui chiusa, dedotta da gli antecedenti, riesce mirabile e vaga. Ora questo ingegnoso argomentare, questo distendere con tanta grazia ed economia gli argomenti ingegnosi, constituisce una particolar maniera di poetare, che è anch’essa sommamente bella, e che può dispiacere a que’ soli, che amano un solo stile, e una sola forma di poesia, e dispregiano poco saggiamente tutte le le altre.

Del medesimo

L’eccelse imprese, e gl’immortal trofei

Di tanti illustri eroi, donde nascete,

Donna fiera, e crudel, vincer credete,

Trionfando de’ pianti, e dolor miei.

Ma se morta è pietà, spero in colei,

Che sola mi può dar pace, e quiete,

Che farà breve il gran piacer, ch’avete,

Troncando i giorni miei noiosi, e rei.

E sol col cener mio muto, e sepolto

Sfogar potrete il gran vostr’odio interno,

Che, per amarvi troppo, avete accolto.

Ch’io con lo spirto fuor di questo inferno

Sol goderò del bel del vostro volto,

Dipinto in quel del gran motore eterno.

Quella volgare smania, che mostrano gli amanti, di voler morire, e che tante volte s’ode in bocca loro, ma non mai viene ad effetto, qui si mira espressa con pellegrina vaghezza, tirandone il poeta impensate conseguenze, e formando con ciò un’ingegnoso e ben legato sonetto... Che per amarvi troppo. Maggior chiarezza avrebbe il sentimento, se si fosse detto: Che per amarvi io troppo, mentre può dubitar taluno, se l’amar troppo si riferisca al poeta amante di soverchio la donna, o la donna troppo amante se stessa.

Canzoni III di Francesco Petrarca sopra gli occhi di M. Laura

Prefazione alle tre seguenti Canzoni.

Leggendosi posatamente, e più d’una volta, le tre canzoni seguenti, che sono chiamate sorelle dal poeta, agevolmente s’intenderà, con quanta ragione si sieno accordati i migliori giudizi di Italia, per chiamarle divine, e per dar loro il titolo d’eccellenti sopra l’altre di questo famoso autore. Ora io anderò lievemente toccando alcuna delle parti più belle per giovamento de’ principianti. Nè la riverenza, ch’io porto al poeta, farà ch’io taccia alcune poche cose, le quali a me non finiscono assai di piacere. Imperciocchè nè questa mia riverenza ha da essere idolatria; nè il Petrarca fu impeccabile; nè dee già stimarsi sacrilegio il non venerar tutto ciò, che uscì della sua penna, quasi il Petrarca più non fosse per essere quel gran maestro, ch’egli è, ed io stimo che sia, o queste canzoni lasciassero d’essere que’ preziosi lavori che sono, quando in esse per ventura si discoprisse qualche neo. Dirò dunque prima in generale, che quantunque non appaia grande sfoggia nell’architettura di queste canzoni, parendo che il poeta solamente abbia stesi, e con facilità uniti que’ pensieri, che di mano in mano gli cadevano in mente sopra questo suggetto; nulladimeno a chi ben vi guarda, sarà non difficile il ritrovarvi non solo i convenevoli proemi, ma un’artifiziosa tessitura e legatura, congiunta colla varietà delle cose. Di altro filo si vagliono gli oratori, e d’altro i poeti; e il vagare, o saltar qua e là, che sovente è difetto ne’ primi, suol contarsi per gran virtù ne’ secondi. Appresso dirò, che due maravigliose doti qui spezialmente campeggiano, cioè l’affetto, e l’ingegno. In tutto io scuopro una tal tenerezza, e un sì forte rapimento di pensieri affettuosi, che non si potea forse imprimere nella mente altrui con più energia la violenza di quella passione, onde era agitato il cuor del poeta. Ancora l’ingegno fa qui tutte le sue maggiori pruove. Può dirsi, che questa sia una tela di riflessioni, ed immagini squisitissime cavate dall’interno della materia, in considerando il poeta o la singolar beltà de gli occhi amati, o tutti gli effetti interni ed esterni, che in lui si cagionavano da gli occhi medesimi. Nè paia ad alcuno, che tali pensieri, talora sembrino alquanto sottili, quasi a tanta foga d’affetto non si convenga tanta sottigliezza d’ingegno. Perocchè il poeta non parla all’improvviso, come s’inducono gli appassionati a ragionar sul teatro; ma con agio, e tempo di meditar le cose, e di espor le cose meditate col più bell’ornamento, ch’ei possa, per maggiormente piacere non solo a i lettori, ma anche alla persona, ch’egli ha preso a lodare. In somma io ho per costante, che questi rari componimenti sieno stati, e sieno sempre per essere una miniera, onde si possano trar nobili concetti per formarne moltissimi altri; e alla perfezion loro [6] altro io non truovo che manchi, se non un oggetto più degno, che non è la femminil bellezza.

I.

Perchè [7] la vita è breve,

E l’ingegno paventa all’alta impresa,

Nè di lui, nè di lei molto mi fido;

Ma spero, che sia intesa

Là dov’io bramo, e là dov’esser deve

La doglia mia, la qual tacendo io grido.

Occhi leggiadri, dove Amor fa nido,

A voi rivolgo il mio debile stile,

Pigro da se, ma il gran piacer lo sprona.

E chi di voi ragiona,

Tien dal suggetto un’abito gentile,

Che con l’ale amorose

Levando il parte d’ogni pensier vile:

Con queste alzato vengo a dire or cose,

C’ho portate nel cor gran tempo ascose.

Perchè la vita ec. Veramente potrebbe essere un poco più spedito il principio del cammino, arrestandosi chiunque attentamente legge, al non iscoprir tosto una chiara armonia fra i sei primi versi, anzi ancora fra questi, e i seguenti. Gli stessi espositori via più intralciano la cosa, come apparirà in leggendoli. E certo sol con un lungo commento si dimostrerà, come quella doglia acconciamente qui si frapponga, e si leghi con gli altri sensi. Nè tutti ardiranno imitare quel dirsi all’alta impresa, perchè quell’articolo significa cosa, che o già è notificata, o immediatamente s’ha da notificare; e pure tal notificazione in questi versi non si sa vedere nè in termini, nè in luogo competente.

II.

Non perch’io non m’avveggia,

Quanto mia laude è ingiuriosa a voi;

Ma contrastar non oso al gran disio,

Lo qual’è in me, dappoi

Ch’io vidi quel, che pensier non pareggia,

Non che l’agguagli altrui parlare, o mio.

Principio del mio dolce stato rio,

Altri, che voi, so ben che non m’intende,

Quando a gli ardenti rai neve divegno.

Vostro gentile [8] sdegno

Forse ch’allor mia indegnitate offende.

Oh se questa temenza

Non temprasse l’arsura, che m’incende,

Beato venir men: che in lor presenza

M’è più caro il morir, che ’l viver senza.

Non perchè ec. Dilicata è questa umiltà, e concilia la benevolenza altrui. Poscia con enfasi affettuosa ritorna il poeta a ragionar con gli occhi. Il dire, che l’indegnitade offende lo sdegno gentile, è forma, che può forse offendere la dilicatezza di qualche lettore, e difficilmente si vorrà chiamar metonimia. Ma di simili strane figure, se non della stessa, si ritruovano esempi anche presso gli antichi Latini.

III.

Dunque ch’io non mi sfaccia,

Sì frale oggetto a sì possente foco,

Non è proprio valor, che me ne scampi;

Ma la paura un poco,

Che ’l sangue vago per le vene agghiaccia,

Riscalda il cor, perchè più tempo avvampi.

O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi,

O testimon della mia grave vita,

Quante volte m’udiste chiamar Morte?

Ahi dolorosa sorte!

Lo star mi strugge, e ’l fuggir non m’aita.

Ma se maggior paura

Non m’affrenasse, via corta, e spedita

Trarrebbe a fin quest’ aspra pena, e dura;

E la colpa è di tal, che non n’ha cura.

O poggi, o valli ec. Questi salti fuori di strada sono di mirabile artifizio per dare un’evidente risalto alla passion gagliarda. E i gagliardi ingegni appunto li sogliono fare con signoril franchezza, senza poscia chiederne scusa, o mostrar d’avvedersene. Ma non è men da prezzarsi la bella correzione, che ne fa il Petrarca nella stanza seguente. E forse questa era necessaria, perchè s’era egli lasciato portar molto fuori del suo sentiero.

IV.

Dolor, perchè mi meni

Fuori di cammino a dir quel, ch’io non voglio:

Sostien, ch’io vada, ove il piacer mi spigne.

Già di voi non mi doglio,

Occhi sopra ’l mortal corso sereni,

Nè di lui, che a tal nodo mi distrigne.

Vedete ben, quanti color dipigne

Amor sovente in mezzo del mio volto;

E potete pensar, qual dentro fammi,

Là ve dì e notte stammi

Addosso col poder, c’ha in voi raccolto.

Luci beate, e liete,

Se non che ’l veder voi stesse v’è tolto

Ma quante volte in me vi rivolgete,

Conoscete in altrui quel, che voi siete.

Già di voi etc... È questa una delle più eccellenti stanze che s’abbiano queste canzoni, massimamente per quella ingegnosissima e dolcissima riflessione, che si fa sopra le luci beate e liete. Sarebbe indiscrezione l’opporre, che il poeta ha qui dimenticato i micidiali specchi, ne’ quali poteva ella, e soleva mirarsi: perchè l’arte oratoria, non che l’amatoria, accortamente sa dissimulare ciò, che può nuocere all’intento suo, attenendosi a ciò solamente, che può giovarle.

V.

 Se a voi fosse sì nota

La divina incredibile bellezza,

Di ch’io ragiono, come a chi la mira;

Misurata allegrezza

Non avria ’l cor: però forse è remota [9]

Dal vigor natural, che v’apre, e gira.

Felice l’alma, che per voi sospira,

Lumi del Ciel, per li quali io ringrazio

La vita che per altro non m’è a grado.

Oimè perchè sì rado

Mi date quel, dond’io mai non son sazio?

Perchè non più sovente

Mirate, quale Amor di me fa strazio?

E perchè mi spogliate immantenente

Del ben, ch’ad or’ad or l’anima sente?

Se a voi fosse ec. Segue nobilissimamente a distendere, e ad accrescere il concetto proposto di sopra .... Però forse è remota ec. Questo è fosso da non saltare a piè pari. E dicane altri ciò, ch’ei vuole; ch’io finalmente fo differenza tra il farsi intendere con leggiadria, e il farsi intendere per discrezione .... Felice l’alma ec. Una tenerissima figura, e tre bellissime esagerazioni si chiudono in questi tre versi.

VI.

Dico, che ad ora ad ora

Vostra mercede io sento in mezzo l’alma

Una dolcezza inusitata, e nuova,

La qual’ogni altra salma

Di noiosi pensier disgombra allora,

Sì che di mille un sol vi si ritrova:

Quel tanto a me, non più, del viver giova;

E se questo mio ben durasse alquanto,

Nullo stato agguagliarse al mio potrebbe.

Ma forse altrui sarebbe

Invido, e me superbo l’onor tanto:

Però lasso conviensi,

Che l’estremo del riso assaglia il pianto;

E interrompendo quelli spirti accensi,

A me ritorni, e di me stesso pensi.

Dico che ad ora ec. Non men filosoficamente, che poeticamente qui si mirano dipinti a maraviglia, bene gli effetti prodotti nell’animo del poeta. È stanza tutta piena, e tirata con arte particolare.

VII.

L’amoroso pensiero,

Ch’alberga dentro, in voi mi si discopre,

Tal che mi trae dal core ogni altra gioia.

Onde parole, et opre

Escon di me sì fatte allor, ch’io spero

Farmi immortal, perchè la carne muoia.

Fugge al vostro apparire angoscia, e noia;

E nel vostro partir tornano insieme.

Ma perchè la memoria innamorata

Chiude lor poi l’entrata,

Di là non vanno dalle parti estreme:

Onde s’alcun bel frutto

Nasce di me, da voi vien prima il seme.

Io per me son quasi un terreno asciutto

Colto da voi, e ’l pregio è vostro in tutto.

Canzon, tu non m’acqueti, anzi m’infiammi

A dir di quel, ch’a me stesso m’invola;

Però sia certa di non esser sola.

L’amoroso pensiero ec. Bello è questo principio, e ancor più il fine di tutta la stanza. Nel mezzo ha bisogno di comento [10] quel verso: Di là non vanno dalle parti estreme. E questo comento dovrebbe ancor dimostrare, come s’accordi il senso di questo verso con gli ultimi della precedente stanza; cioè come la memoria conservi tanta ragione di letizia, e pure al riso succeda l’affanno, acciocchè meglio si comprendesse la verità e bellezza di questi pensieri, che paiono diversi ed opposti.

Del Medesimo

I.

Gentil mia Donna, io veggio

Nel mover de’ vostr’occhi un dolce lume,

Che mi mostra la via, che al Ciel conduce;

E per lungo costume

Dentro là, dove sol con Amor seggio,

Quasi visibilmente il cor traluce.

Questa è la vista, ch’a ben far m’induce;

E che mi scorge al glorioso fine;

Questa sola dal vulgo m’allontana;

Nè giammai lingua umana

Contar poria quel, che le due divine

Luci sentir mi fanno,

E quando il verno sparge le pruine,

E quando poi ringiovenisce l’anno,

Qual’era al tempo del mio primo affanno.

Gentil mia Donna ec. Potrebbe ridere, chi non ha gran fede ne’ miracoli delle donne del secolo, all’udire, che la beltà, e il lume de gli occhi di Laura mostrino al poeta la via del cielo [11], se non si avesse riguardo, come l’ebbe il poeta, alle opinioni platoniche, e se il poeta medesimo non ne soggiungesse appresso una ragione; cioè ch’egli leggeva in quegli occhi quanto di bello e virtuoso costei meditava in suo cuore. Seguono gli altri versi Questa è la vista ec. che sono robustissimi e gentili sino al fine.

II.

 Io penso, se lassuso,

Donde il Motor’eterno delle Stelle

Degnò mostrar del suo lavoro in terra,

Son l’altre opre sì belle:

Aprasi la prigione, ov’io son chiuso,

E che ’l cammino a tal vita mi serra.

Poi mi rivolgo alla mia usata guerra,

Ringraziando Natura, e ’l dì, ch’io nacqui,

Che riservato m’hanno a tanto bene;

E lei, che a tanta spene

Alzò ’l mio cor; che insino allor io giacqui

A me noioso, e grave.

Da quel dì innanzi a me medesmo piacqui,

Empiendo d’un pensier’alto, e soave,

Quel core, ond’hanno i begli occhi la chiave.

Io penso, se lassuso ec. Nobilissima è tutta la stanza. Una mirabile riflessione, e una spiritosa allegoria s’incontra ne’ primi sei splendidissimi versi. Contiene il resto e soavità d’immagini, e gravità di sensi, tutti degni di somma lode. So aver’altri acutamente osservato, che la metafora della prigione, qui posta per significare il corpo, non è con buon consiglio adoperata, siccome nociva al sentimento. Imperocchè all’udirsi, che il corpo è una prigione, più non riesce mirabile e nuovo, che il poeta desideri la morte, essendo natural cosa di bramare di liberarsi di prigione, anche senza la speranza di goder poscia qualche bello spettacolo. Meglio avrebbe conferito all’intento la metafora di veste, di spoglia, o altra simile cosa a noi cara, perchè allora giungerebbe nuovo il desiderio, che il poeta ha di privarsene. A me tuttavia non pare, che nuoca punto al sentimento quella traslazione. Così ragiona il Petrarca: Se in cielo v’ha sì belle fatture, quali sono gli occhi di costei, adunque il mio corpo è una prigione, perchè tien chiusa l’anima, e le serra il cammino a mirare e goder così belle fatture. Da questa mirabile, e leggiadra conclusione appresso nasce quell’altra naturale: Adunque aprasi questo carcere corporeo. Tutte e due le suddette conclusioni, raggruppate ne’ due versi

Aprasi la prigion, che mi tien chiuso,

E che ’l cammino a tal vita mi serra

compongono la bellezza del concetto, ottimamente espresso colla metafora continuata, o vogliam dire allegoria. Il suo senso figurato vivamente corrisponde al vero, che è questo: Se il cielo contien sì belle cose, adunque venga men questo corpo, che m’impedisce di volar colassù, e di fruir quelle bellezze. Sicchè il mirabile qui nasce non dal desiderare, che s’apra la prigione, ma dal conoscere per via d’argomentazione, che cosa a noi sì cara, qual è il corpo, sia una prigione, secondochè ancor dissero leggiadramente, e conobbero altri antichi, in considerandolo come impedimento all’anima per conseguir la vera beatitudine. Ora siccome dicendosi: cada questo sì amato albergo dell’anima mia, perchè mi tien chiuso, e mi serra il cammino a tal vita, ciò mirabile ne sembrerà, solo perchè tacitamente ci fa conoscere, che è una prigione quell’albergo, che noi tanto amiamo, onde è poi da desiderarsi, che cada: così il dire, aprasi la prigion, che mi tien chiuso ec. è mirabile anch’esso, perchè sentendo ognuno, che il corpo è una carissima cosa, apprende all’improvviso, ch’esso è una prigione, e doversi perciò bramare, che venga meno.

III.

 Nè mai stato gioioso

Amore, o la volubile fortuna

Diedero a chi più fur nel mondo amici,

Ch’io nol cangiassi ad una

Rivolta d’occhi, ond’ogni mio riposo

Vien, come ogn’arbor vien da sue radici.

Vaghe faville, angeliche, beatrici

Della mia vita, ove il piacer s’accende,

Che dolcemente mi consuma, e strugge:

Come sparisce, e fugge

Ogni altro lume, dove ’l vostro splende;

Così dello mio core,

Quando tanta dolcezza in lui discende,

Ogni altra cosa, ogni pensier va fuore;

E solo ivi con voi rimansi Amore.

IV.

Quanta dolcezza unquanco

Fu in cor d’avventurosi amanti, accolta

Tutta in un loco, a quel ch’io sento, è nulla;

Quando voi alcuna volta

Soavemente tra ’l bel nero, e ’l bianco

Volgete il lume, in cui Amor si trastulla.

E credo dalle fasce, e dalla culla

Al mio imperfetto, alla fortuna avversa

Questo rimedio provedesse il Cielo.

Torto mi face il velo,

E la man, che sì spesso s’attraversa

Fra ’l mio sommo diletto,

E gli occhi: onde dì, e notte si rinversa [12]

Il gran disio, per isfogar’il petto,

Che forma tien dal variato aspetto.

Quanta dolcezza ec. Parimente affettuosissimo è il senso di questi primi sei versi. Molto non m’aggrada ne’ seguenti il gran disio, che si rinversa.

V.

 Perchè io veggio (e mi spiace)

Che natural mia dote a me non vale,

Nè mi fa degno d’un sì caro sguardo;

Sforzomi d’esser tale,

Quale all’alta speranza si conface,

Et al foco gentile, onde tutt’ardo.

S’al ben veloce, et al contrario tardo,

Dispregiator di quanto il mondo brama,

Per sollecito studio posso farme:

Potrebbe forse aitarme

Nel benigno giudizio una tal fama.

Certo il fin de’ miei pianti,

Che non altronde il cor doglioso chiama,

Vien da begli occhi al fin dolce tremanti,

Ultima speme de’ cortesi amanti.

Canzon, l’una sorella è poco innanzi,

E l’altra sento in quel medesmo albergo

Apparecchiarsi, ond’io più carta vergo.

Perch’io veggio ec. Oltre a molti altri pregi ha la stanza presente una particolar melodia di numero eroici, la quale accresce il vigore de’ sensi. Evidentemente è onestissimo il desiderio del poeta ne gli ultimi versi, e tengo per più probabile, ch’egli non mirasse ad un verso di Giovenale, esprimente con simili parole il contrario. Ma questa nobilissima, e forte canzone finisce con un addio da malato; e meglio era vergar la carta, senza avvisarne chi aveva da leggere.

Del Medesimo

I.

Poichè per mio destino [13]

A dir mi sforza quell’accesa voglia,

Che m’ha sforzato a sospirar mai sempre;

Amor, ch’a ciò m’invoglia,

Sia la mia scorta, e insegnimi ’l cammino,

E col disio le mie rime contempre;

Ma non in guisa, che lo cor si stempre

Di soverchia dolcezza, com’io temo

Per quel ch’io sento, ov’occhio altrui non giugne,

Che ’l dir m’infiamma, e pugne,

Nè per mio ingegno (ond’io pavento, e tremo)

Siccome talor suole,

Truovo il gran foco della mente scemo,

Anzi mi struggo al suon delle parole

Pur com’io fossi un’uom di ghiaccio al Sole.

Poichè per mio destino ec. Gran viaggio ha fatto il poeta nelle due precedenti canzoni, laonde non sarebbe da stupirsi, se egli qui apparisse un poco stanco, e se questa in paragon dell’altre sorelle paresse ad alcuno men piena, men vigorosa, e men pellegrina. In que’ versi Che ’l dir m’infiamma, e pugne, e ne’ seguenti, si mira alquanto di scosceso, che diletta poco la vista.

II.

Nel cominciar credia

Trovar parlando al mio ardente desire

Qualche breve riposo, e qualche tregua.

Questa speranza ardire

Mi porse a ragionar quel, ch’io sentia:

Or m’abbandona al tempo, e si dilegua.

Ma pur convien, che l’alta impresa segua,

Continuando l’amorose note:

Sì possente è ’l voler, che mi trasporta;

E la Ragion’è morta,

Che tenea ’l freno, e contrastar nol puote.

Mostrimi almen, ch’io dica,

Amor’in guisa, che se mai percuote

Gli orecchi della dolce mia nemica,

Non mia, ma di pietà la faccia amica. [14]

Nel cominciar credia ec. Amplifica il senso antecedente, e rende ragione del suo proposito con bella chiarezza. Con grazia eguale egli prega amore a dimostrargli quello che sia da dirsi per muovere a pietà la sua donna. Tenerissimo è l’ultimo verso; e non è già come può taluno sospettare, uno scherzo d’equivoco, quasi mostrando il poeta di bramare, che Laura si faccia amica, non di lui, ma di pietà, voglia per conseguenza dire, ch’egli la desidera fatta amica di se stesso. Imperciocchè non chiede corrispondenza d’amore a Laura, ma almeno pietà, o sia compassione; e questa può star senza l’altro.

III.

Dico: se in quella etate [15],

Che al vero onor fur gli animi sì accesi,

L’industria d’alquanti uomini s’avvolse

Per diversi paesi,

Poggi, e onde passando, e l’onorate

Cose cercando, il più bel fior ne colse:

Poichè Dio, e natura, e amor volse

Locar compitamente ogni virtute

In que’ bei lumi, ond’io gioioso vivo;

Questo, e quell’altro rivo

Non convien ch’io trapasse, e terra mute.

A lor sempre ricorro,

Come a fontana d’ogni mia salute;

E quando a morte desiando corro,

Sol di lor vista al mio stato soccorro.

Dico: se in quella etate ec. Nobile è il senso di questi versi, e magnificamente rappresenta con tale esagerazione le rare virtù di costei. Ma bisogna durar qualche fatica per cogliere tutto il senso in un fiato, mentre il periodo si stende fino al fine dell’undicesimo verso. In ciò non vorrei imitare il Petrarca, o altri poeti.

IV.

Come a forza di venti

Stanco nocchier di notte alza la testa

A’ duo lumi, c’ha sempre il nostro polo,

Così nella tempesta,

Ch’io sostengo d’amor, gli occhi lucenti

Sono il mio segno, e ’l mio conforto solo.

Lasso, ma troppo è più quel, ch’io ne involo

Or quinci, or quindi, come Amor m’informa,

Che quel, che vien da grazioso dono.

E quel poco, ch’io sono, [16]

Mi fa di loro una perpetua norma.

Poich’io li vidi in prima,

Senza loro a ben far non mossi un’orma:

Così gli ho di me posti in su la cima,

Che ’l mio valor per sè falso s’estima.

Lasso, ma troppo è più ec. Quanto è chiara e gentile questa riflessione, altrettanto è oscuro il sentimento de’ seguenti versi e quel poco, ch’io sono ec. Noi lasciando, che gli espositori facciano dire al poeta ciò, ch’egli potea dire più chiaramente, e lasciando ch’altri ammiri ciò, che non intende, seguitiamo il nostro cammino,

V.

Io non poria giammai

Immaginar, non che narrar gli effetti,

Che nel mio cor gli occhi soavi fanno.

Tutti gli altri diletti [17]

Di questa vita ho per minori assai,

E tutt’altre bellezze indietro vanno.

Pace tranquilla senz’alcuno affanno,

Simile a quella, che nel Cielo eterna,

Muove dal loro innamorato riso.

Così vedess’io fiso,

Come Amor dolcemente gli governa,

Solo un giorno d’appresso

Senza volger giammai rota superna,

Nè pensassi d’altrui, nè di me stesso,

E ’l batter gli occhi miei non fosse spesso. [18]

Tutti gli altri diletti ec. Ha detto di sopra lo stesso con altre parole. Affetto di gran tenerezza è il seguente desiderio di poter mirare con sì intenso guardo gli occhi di costei, benchè ad alcuno men severo possa parere, ch’egli sarebbe stato una bella figura pitturesca in quell’atto. Per sentimento altrui l’ultimo verso non sembra molto necessario; poichè il batter de gli occhi o non impedisce la vista, o fa veder meglio, tenendo le agilissime palpebre umida e purgata la membrana de gli occhi. Ma qui si ha da attendere il desiderio del poeta, non il bisogno delle luci, perch’egli, se fosse possibile, vorrebbe che nulla, nè pur per ombra interrompesse il suo guardo.

VI.

Lasso, che desiando

Vo quel, ch’esser non puote in alcun modo,

E vivo del desir fuor di speranza.

Solamente quel nodo,

Ch’Amor circonda alla mia lingua, quando

L’umana vista il troppo lume avanza,

Fosse disciolto, io prenderei baldanza

Di dir parole in quel punto sì nuove,

Che farian lagrimar chi l’intendesse.

Ma le ferite impresse

Volgon per forza il cor piagato altrove;

Ond’io divento smorto,

E ’l sangue si nasconde, io non so dove.

Nè rimango, qual’era; e sommi accorto,

Che questo è ’l colpo, di che Amor m’ha morto.

Canzone io sento già stanca la penna

Del lungo e dolce ragionar con lei,

Ma non di parlar meco i pensier miei.

E vivo del desir ec. Se vuol dire: questo desiderio mi mantiene in vita, benchè io non isperi di mai fornirlo: egli vivea ben di poco [19]. Se vuol dire (come io credo che voglia) e vivo, cioè sono fuori di speranza d’esequire ciò che desidero, può parere strano ad alcuni il dire fuori di speranza del desire. Ma questa finalmente può contarsi per una figura. Dolcissima è la brama di poter parlare davanti a gli occhi di Laura. Ne gli altri versi potrebbe desiderarsi minore oscurità [20], acciocchè maggiormente apparisse il fondo de’ sentimenti, che veramente è sempre ottimo, ma forse non sempre ottimamente espresso. Non bisogna credere, che sia gran pregio il far versi tali, che senza i comentatori non si possano intendere da i mezzanamente dotti. Il farli poi tali, che per la maniera dello spiegarsi riescano poco intelligibili, anzi il farli tali, che gli stessi Interpreti, solamente indovinando, ne possono cavare il senso, e combattano fra di loro nel determinare, qual sia il vero senso: può essere un gran difetto. Il che io dico, non perchè mi sia posto in cuore di condurre a scuola il Petrarca, uomo, che non ha bisogno delle mie lodi per divenir grande, nè paura delle mie censure per calare di credito. Ma dico ciò per raccomandare a i giovani la bella virtù della chiarezza. So io bene, che ci è un’oscurità gloriosa, che nasce dalla pienezza delle cose espresse in poche parole, o dalla sottigliezza de’ pensieri, o dalla profondità della dottrina, o dalla non volgare erudizione, a cui si allude, e ancor dalle frasi splendide, dalle figure, e da altri ornamenti dello stile magnifico. Ma so altresì, che talvolta gli autori ne’ comentari de’ loro interpeti dicono di nobilissime cose [21], ch’eglino per verità non sognarono mai di dire ne’ versi loro. O se pure le dicono, tanta, e sì fatta è l’oscurità delle loro espressioni, che quando anche se n’è inteso il senso mercè de gli acuti spositori, non lasciano quelle tenebre d’essere poco lodevoli. Il determinar quali confini dalla parte dell’eccesso abbia d’avere quella nobile oscurità, non è cosa da tentarsi in queste brevi annotazioni; e più forse appartiene al giudizio della pratica, che a’ consigli della teorica. Solamente dirò, che riescono talvolta più del dovere oscuri i versi, perchè i poeti non sanno meglio spiegarsi, o nol possono, sforzati dalla necessità delle rime; ovvero perchè dimenticando di vestire la persona de’ lettori, non badano, se sufficientemente sieno espressi, e comunicati all’intelletto altrui que’ pensieri, che son chiarissimi e belli nella mente loro, ma non con assai parole, e con forme convenevoli partoriti. Ci ha da essere pertanto in quella medesima oscurità da noi lodata anche una certa chiarezza, e leggiadria d’espressioni, tale che almeno i dotti possano comprendere i sensi, ma senza martirio, e non appaia un’enigma quella dottrina, o quel pensiero, ch’eglino per lo studio e per l’acutezza loro dovrebbono intendere, e di leggieri sarebbe da loro inteso, ove fosse meglio espresso. Impareggiabile senza dubbio suol’essere la chiarezza, e leggiadria delle Rime del Petrarca. Non rade volte ancora vi si osserva quella gloriosa oscurità, che viene, come dicemmo, dal buon fondo, e da gli artifizi dello stile magnifico. Ma che il Petrarca non abbia mai oltrepassati i convenevoli confini dell’oscurità lodevole, tengo per fermo, che giudici dilicati, e disappassionati nol vorranno sì facilmente affermare, e molto men credere. Al più al più, quando anche il vogliano in questa parte per cerimonia [22] o riverenza lodare; so che non consiglieranno ad altrui l’imitarlo, essendo ben perdonabile a i tempi del Petrarca, ma non a i nostri, il parlare da Sfinge [23], o il non curare abbastanza di bene spiegarsi.

Del Conte Angelo Sacco

Mio Dio, quel cuor, che mi creaste in petto,

Per l’immenso amor vostro è angusto, e poco;

Nè può in carcer sì breve, e sì ristretto

Starsi tutto racchiuso il vostro fuoco.

Pur, che poss’io, se all’infinito oggetto

Non è in mia man di dilatare il loco?

Più vorrei: più non posso. Ah mio diletto

Voi per voler, voi per potere, invoco.

Più vorrò, più potrò, se voi vorrete.

Ma poi che prò? se ’l vostro merto eccede

D’ogni voler, d’ogni poter le mete.

Deh me guidare alla beata sede,

E colassù di ritrovar quïete Il mio

Poter nel voler vostro ha fede.

E per gli teneri, e per gl’ingegnosi affetti, che qui sono con felicità esposti, parmi questo un sonetto nobile, e forte, e spezialmente ne’ due quadernari. Poichè ne’ ternari non so, se alcuno potesse desiderare, che l’ingegno si fosse fermato meno a lavorare, cioè a concettizzare apertamente su quel volere e potere. Non così facilmente si potrà convincere d’ingiustizia questo desiderio, siccome per lo contrario sarà del pari difficile a convincersi chi terrà opinione diversa intorno a questi medesimi concetti. Certo in loro si truova il vero; e solamente potendosi disputare del troppo, o non troppo studio ed ornamento, ognuno può credere d’aver ragione, perchè è impossibile l’assegnare, fin dove, e non più oltre, si estenda in certi casi la giurisdizion dell’ornare.

Di Carlo Antonio Bedori

Se della benda, onde mi cinse amore,

Qualche parte ragione a gli occhi toglie,

Ben scorge l’alma il mal seguito errore,

Che al periglio mortal guidò le voglie.

Quindi mia volontà sovra l’orrore

Del precipizio aperto i voti scioglie;

E volto al ciel, di se pietoso il core

Gli erranti spirti in più sospiri accoglie.

Ma cieco io torno a i vezzi usati intento,

Quanto d’inganni pien, di ragion scemo:

Sol del saggio pentirmi ho pentimento.

E sì di mia follia giungo all’estremo,

Che se al periglio il vicin scampo io sento,

Amo il periglio, e dello scampo io temo.

Mi pare una bella, e poetica dipintura d’un pentimento poco durevole. L’allegoria è ben condotta, e serve a far risaltare la chiusa del componimento nell’ultimo felicissimo terzetto. Potrebbe nel primo quadernario osservarsi qualche poco grato suono per cagione dell’accozzamento di quelle parole benda onde, e l’alma il mal. Ma di simili cacofonie niun poeta è privo; ed elle son perdonabili ancor più a i gagliardi ingegni, che intenti a dir sensi e cose grandi, non badano sempre a tali minuzie.

Del Marchese Cornelio Bentivoglio

Poichè di nuove forme il cor m’ha impresso,

E fattol suo simil la mia Nicea

Con uno sguardo, onde non sol potea

Far bello un cor, ma tutto ’l mondo appresso;

Da quel letargo, ove pur dianzi oppresso

Dalle fallaci brame egro giacea,

Si scuote sì, così s’avviva, e bea,

Che a chi ’l conobbe, più non par quel desso.

Fortunato mio cor, più quel non sei;

Ma del manto vestito de gli eroi

Stai per nuova virtù non lunge a i Dei.

Gentilezza, e valor son pregi tuoi:

Nè già te lodo, anzi pur lodo lei,

E solo in te l’opra de gli occhi suoi.

Senza scrupolo dirò, che questo mi pare uno de gli ottimi sonetti, che io qui abbia raccolto. Il grande, il nuovo, e l’ingegnoso vi sono leggiadramente congiunti. I due Quadernari felicemente preparano e conducono l’affetto a rivolgere nel primo ternario il ragionamento al cuore; e questo ternario appunto è una sublime cosa. Nè dispiaccia a qualche dilicato quel dire ai Dei in vece di agli Dei, poichè Dante, l’Ariosto, ed altri n’hanno approvato l’uso in caso di necessità. Maraviglioso ancora è il secondo ternario, sì per le riflessioni vivaci, e sì per la maestria dell’unire il fine col principio del componimento, ritornandosi così naturalmente a lodar colei, colle cui lodi s’era incominciato il sonetto.

Di Annibale Nozzolini

Errava Morte, ed avea seco Amore,

Ambi nudi, ambi ciechi, ed ambi alati,

E della Notte essendo a ciò forzati,

Restano insieme all’imbrunir dell’ore.

E sorgendo al venir del nuovo albore,

L’uno all’altro gli strali ebbe cangiati,

E, perch’eran di luce ambi privati,

Non s’accorsero allor del loro errore.

In questo un vecchio, ed io passiamo, e Morte

L’arco, a far lui morir, subito stese,

E me, per rilegarmi, Amor percosse,

Quinci sur le mie luci afflitte, e smorte,

E chi dovea morir, di voi s’accese.

Così ’l fato a danno mio cangiosse.

Per esprimere un giovane moribondo, e nel medesimo tempo un vecchio innamorato, assai curiosa, e secondo il gusto de gli antichi poeti, mi è paruta questa invenzione, di cui non mi sovviene dove io mi abbia veduto l’originale. Nondimeno più perchè altri l’imiti in altra guisa, e la faccia migliore, che perch’io la reputi ottima, ho voluto qua rapportarla. Meglio quadrerebbe la favoletta, se il giovane fosse morto, giacchè si suppone ferito dalle armi della Morte, siccome l’altro, ferito da gli strali d’amore, veramente innamorossi. Lo stile sa di prosa; le rime de’ quadernari son troppo facili. Ha la buona lingua esempi di quell’ebbe cangiati in vece di cangiò. Non so già, se n’abbia ancora di ambi privati per ambi privi. Quel dalla notte è alquanto fratello dell’imbrunir dell’ore, e perciò si potea riporre in luogo d’uno d’essi altra cosa più utile o necessaria.

Di Serafino dall’Aquila

Epitafio alla sua donna

Fermati alquanto, o tu che muovi il passo,

Amor son’io, che parlo, e non costei,

Che per mio onor morir volsi con lei,

Vedendo andar col suo mio stato in basso.

Deposto ho l’armi, e ’l mondo in pace lasso,

E tante spoglie de’ superni Dei,

Tant’inclito valor, tanti trofei.

Madonna, e me qui chiude un piccol sasso.

Fatto io m’aveva il ciel tutto nemico,

L’Abisso, il mondo. E poi, costei perduta,

Forza era, nudo e orbo andar mendico.

Però morir vols’io, poichè caduta

Era mia gloria. Or ch’è ben stolto io dico

Colui, che per viltà morte rifiuta.

Comechè non sia nuovo ne’ poeti, che Amore paia alla lor fantasia abbattuto e morto, allorchè muore qualche donna da loro amata; nulladimeno è assai nuovo l’uso, che fa qui Serafino d’una tale immagine. Più felicemente avrebbe egli potuto esprimere il penultimo verso Or ch’è ben stolto ec. Questa conchiusione, comunque io la consideri, sempre mi dispiace. Non è vera, perchè non è vero, che sia stolto chiunque per viltà ricusa di morire. E dovea più tosto dirsi: Or ch’è ben vile io dico

Colui, che per timor morte rifiuta. [24]

Ma essendo ancor vera, essa è molto disgiunta dal massiccio, e dall’intento principale del sonetto. Imperocchè Amore vuol persuadere ad altrui il morir coraggiosamente, quando loro occorra, perch’egli ha fatto lo stesso in questa occasione; e ciò nulla ha che fare colle lodi, e coll’epitafio della sua donna. Che s’egli vuol rendere ragione dell’aver’egli eletta la morte dopo tanta sua disavventura, dicendo, che sarebbe stata stoltizia in lui il rifiutar la morte per timore e viltà: o dovea meglio esprimerlo, o non dovea portar ciò per via di gnome [25] e sentenza.

Del dottor Eustachio Manfredi

Il primo albor non appariva ancora, [26]

Ed io stava con Fille al piè d’un’orno,

Ora ascoltando i dolci accenti, ed ora

Chiedendo al ciel, per vagheggiarla, il giorno.

Vedrai, mia Fille, io le dicea, l’aurora

Come bella a noi fa dal mar ritorno;

E come al suo apparir turba e scolora

Le tante stelle, ond’è l’Olimpo adorno;

E vedrai poscia il sole, incontro a cui

Spariran da lui vinte e questa e quelle:

Tanta è la luce de’ bei raggi sui.

Ma non vedrai quel ch’io vedrò: le belle

Tue pupille scoprirsi; e far di lui

Quel ch’ei fa dell’aurora e delle stelle.

Chi s’intende di purità di stile, e di leggiadria d’espressioni, e di giudiziosa condotta d’un sonetto, potrà meco osservar tutte queste virtù nel presente, ove non men l’affetto del poeta, che la beltà di Fille con singolare artifizio si fanno intendere .... E far di lui quel ch’ei fa ec. Dal Petrarca è tratto questo vago sentimento della fantasia poetica e innamorata; ma è così ben trasportato ad uso diverso, e così acconciamente incastrato in questo componimento, che l’imitante non merita minor lode dell’imitato.

Di Torquato Tasso

I.

O bel colle, onde lite [27]

Tra la natura, e l’arte,

Anzi giudice Amore incerta pende,

Che di bei fior vestite

Dimostri, e d’erbe sparte

Le spalle al sol, che in te lampeggia, e splende:

Non così tosto ascende

Egli su l’orizonte,

Che tu nel tuo bel lago

Di vagheggiar sei vago

Il tuo bel seno, e la frondosa fronte,

Qual giovinetta donna,

Che s’infiori allo specchio or velo, or gonna.

II.

Come predando i fiori

Sen van l’Api ingegnose,

Onde addolciscon poi le ricche celle;

Così ne’ primi albori

Vedi schiere amorose

Errar’in te di donne, e di donzelle.

Queste ligustri, e quelle

Coglier vedi amaranti,

Et altre insieme avvinti

Por narcisi, e giacinti

Tre vergognose, e pallidette amanti,

Rose dico, e viole,

A cui madre è la Terra, e padre il Sole.

III.

Tal, se l’antico grido

È di fama non vana.

Vide famoso Monte ire a diporto

La madre di Cupido,

E Pallade, e Dïana

Con Proserpina bella, entro un bell’orto.

Nè il curvo arco ritorto,

Nè l’argentea faretra

Cintia; nè l’elmo, o l’asta

Avea l’altra più casta,

Nè il volto di Medusa, ond’uom s’impetra:

Ma in mano femminile

Le ricchezze cogliean del lieto aprile.

IV.

Cento altre intorno e cento

Ninfe vedeansi a pruova

Tesser ghirlande a’ crini, e fregi al seno;

E ’l Ciel parea contento

Stare a vista sì nuova,

Sparso d’un chiaro, e lucido sereno.

E in guisa d’un baleno

Tra nuvolette aurate

Vedeasi Amor con l’arco

Portare il grave incarco

Della faretra sua con l’armi usate.

E saettava a dentro

Il gran Dio dell’Inferno infino al centro.

V.

Apria la Terra Pluto,

Et all’alta rapina

S’accingea fiero, e spaventoso amante.

E rapita, in aiuto

Chiamava Proserpina

Palla, e Diana, pallida, e tremante,

Ch’ale quasi alle piante

Ponean per prender l’arme.

Ma sul carro veloce

Si dilegua il feroce,

Pria che l’una saetti, o l’altra s’arme;

E del lor tardo avviso

Mostrò Ciprigna lampeggiando un riso.

VI.

Ma dove mi trasporta,

O montagnetta lieta,

Così lunge da te memoria antica?

Pur l’alto esempio accorta

Ti faccia, e più secreta

In custodire in te schiera pudica.

Oh se fortuna amica

Mi facesse custode

De’ tuoi secreti adorni,

Che bei candidi giorni

Vi spenderei con tuo diletto, e lode?

Che vaghe notti, e quiete,

Mille amari pensier tuffando in Lete?

VII.

Ogni tua scorza molle

Avrebbe inciso il nome

Delle nuore d’Alcide, o delle figlie.

Risonerebbe il colle

Dell’onor delle chiome,

E delle guance candide, e vermiglie.

Le tue dolci famiglie,

Dico i fior, che de’ regi

Portano i nomi impressi,

Vedrebbono in se stessi

Altri titoli, e nomi anco più egregi;

E da frondose cime

Risponderian gli augelli alle mie rime.

Cerca, rozza canzone, antro, o spelonca

Tra questi verdi chiostri;

Non appressar, dove sien gemme, e ostri.

Fra le canzoni di stile maestosamente venusto, questa mi pare incomparabilmente bella, dilicata, e finita. Per me in leggerla ne sento un particolar diletto, e vi truovo dentro qualche pezzo d’eroico felicemente innestato. Il principio d’essa è ben leggiadro; e questa vaghezza campeggia in tutte e tre le prime stanze, nell’ultima delle quali cresce lo splendore per la magnifica similitudine, e favoletta introdotta. Nella quarta stanza poi, diletta assaissimo la novità e franchezza di quell’Immagine, che ci fa vedere Amore armato saettar Plutone insino al centro. Nè alla quarta cede punto in bellezza la seguente, il cui principio lavorato alla greca è svelto, e sublimissimo; la cui descrizione è magnificamente vivace; il cui fine è dilicatamente vezzoso. Può eziandio nelle ultime due stanze osservarsi grande artifizio, ornamento, e gentilezza, per poscia conchiudere, che questa composizione nel suo genere può riporsi fra le eccellenti cose, che s’abbia la lirica nostra.

Di Francesco Coppetta

Danzar vid’io tra belle Donne in schiera

Tolta dal gregge un’umil pastorella,

Che nel tempo di Titiro sì bella

Fillide, e Galatea forse non era.

D’abito umile, e di bellezze altera,

Sen gìa tutta leggiadra, e tutta snella,

Ritrosetta, vezzosa, e sdegnosella [28],

Da far arder d’amore un cuor di fiera.

Da indi in qua tengh’io per cosa vile

Oro, perle, rubin, porpora, e ostro,

Con quanto puote ornar pomposa donna.

Sol gradisco costei pura, e gentile;

E sol per ingannarmi Amor m’ha mostro

Rara beltà sotto sì bassa gonna.

Certo a me paiono questi due quadernari sommamente leggiadri, e forniti di tutta quella bellezza, che può venire da uno stile, che è naturale, senza sforzo o della fantasia o dell’Ingegno. E per cagion d’essi appunto io produco in mezzo tutto il sonetto; poichè per altro non assai corrispondono i terzetti. Quel diminutivo sdegnosella non so se abbia esempi, ma merita d’avergli. Benchè poscia i poeti abbiano in usar sinonimi grande autorità, pure quella porpora, siccome del medesimo panno che l’ostro, potea restarsene in bottega. E parmi, che abbia bisogno di molto comento, o per essere inteso, o per essere creduto bello, quel dirsi, che Amore mostrò al poeta quella rara bellezza sol per ingannarlo.

Del Marchese Cornelio Bentivoglio

Vidi (ahi memoria rea delle mie pene)

In abito mentito io vidi Amore

Ampio gregge guidar, fatto pastore,

Al dolce suon delle cerate avene.

Il riconobbi all’aspre sue catene,

Ch’usciano un poco al rozzo manto fuore [29];

E l’arco vidi, che ’l crudel signore

Indivisibilmente al fianco tiene.

Onde gridai: povere greggi! ascoso

Il lupo in vesta pastoral fuggite;

Pastor, fuggite il suono insidioso.

Allora Amor: Tu, che le insidie ordite

Scopristi, e ami sì l’altrui riposo,

Tutte pruova in te sol le mie ferite.

Non avrebbono gli antichi Greci nè con gentilezza maggiore inventata, nè con più chiarezza espressa la presente favoletta. Quelle avene, parola latina, si possono comportare nella rima, la quale ha molti privilegi. Nel secondo verso del secondo quadernario facilmente, e forse meglio, si sarebbe detto del rozzo manto fuore. Sono esquisiti i due seguenti versi.

Di Angelo Di Costanzo

Penna infelice [30], e mal gradito ingegno,

Cessate omai dal lavor vostro antico;

Poichè quel vago volto al Ciel sì amico

Ha le vostre fatiche in odio, e a sdegno.

Ma se, come tiranno entro al suo regno,

Vi sforza Amor, nostro mortal nimico:

Tacendo gli occhi belli, e ’l cuor pudico,

Scrivete sol del mio supplizio indegno.

E perchè ancor di ciò non si lamenti,

E ver noi più s’inaspri, abbiate cura,

Che fuor non esca il suon de’ mesti accenti;

Sicchè queste al mio mal pietose mura

A i parti vostri, e a’ miei sospiri ardenti,

Sieno in un tempo culla, e sepoltura.

Da capo a piedi è mirabilmente condotto il presente sonetto. Niun pensiero ci è, che non sia con savio argomentare cavato da i segreti della materia, e niuna parola, che non sia utile o necessaria. L’antitesi della chiusa non è già una cosa rara; ma non perciò dee parere fanciullesca o ricercata, perocchè si conosce qui naturalmente nata, e senza pompa ferisce. Torno a dire, che ne’ sonetti si debbono, non già esigere, ma rimirar volentieri, le chiuse luminose per qualche vivo colore, acciocchè il fine languido non faccia perdere il merito de’ precedenti bei pensieri, e acciocchè chi legge o ascolta, si congedi con ammirazione e diletto.

Del Dottore Gioseff’Antonio Vaccari

L’Oceano gran padre delle cose [31]

Stende l’umide sue ramose braccia,

E tal s’avvolge per vie cupe ascose,

Che intorno intorno l’ampia Terra abbraccia:

Che se in fiumi converso, alte, arenose

Corna innalza, e superbo urta e minaccia:

Corre alle antiche sue sedi spumose

Velocemente, e suo destino il caccia.

Così l’alto valor, donna, che parte

Da’ bei vostr’occhi, per le vie del core

M’inonda, e mi ricerca a parte a parte.

Che se talora alteramente fuore

Rompe in rime disciolto, e sparso in carte,

Ratto a voi torna, ed è sua scorta Amore.

La dote principale di questo sonetto veramente poetico, e non inferiore in bellezza ad alcun’altro di questo libro, è la magnificenza. Per se stesso è oggetto maestoso il mare; ma con tanta gravità vien rappresentato questo suo effetto, ed usa il poeta così nobili metafore, ed epiteti così scelti, che la maestà della materia cresce a dismisura, o almeno è più fortemente da ciascuno sentita. Appresso, perchè la qualità delle comparazioni aggrandisce o avvilisce le cose comparate, manifestamente appare, che la splendidezza del paragone in questo sonetto fa risplendere quell’oggetto, che il poeta si è proposto d’esprimere e lodare. Il primo verso preso da Giulio Cammillo, è sublime. Nè sono men belli i seguenti, scorgendosi in tutti una particolare aggiustatezza, e forza di dire.

Del Petrarca

Quanta invidia ti porto, avara Terra,

Che abbracci quella, cui veder m’è tolto,

E mi contendi l’aria del bel volto,

Dove pace trovai d’ogni mia guerra!

Quanta ne porto al Ciel, che chiude, e serra;

E sì cupidamente ha in se raccolto

Lo spirto delle belle membra sciolto,

E per altrui sì rado si disserra!

Quanta invidia a quell’anime, che in sorte [32]

Hanno or sua santa, e dolce compagnia,

La qual’io cercai sempre con tal brama!

Quanta alla dispietata, e dura morte,

Ch’avendo spento in lei la vita mia,

Stassi ne’ suoi begli occhi, e me non chiama!

Gran difficultà non avrebbe altri provato in ritrovare i quattro oggetti, a’ quali dice il Petrarca di portare invidia. Ma non gli sarebbe già riuscito, senza grande ingegno e fatica, di cavarne così bei pensieri, e d’esprimerli con tanta forza, e vaghezza, come qui si veggiono espressi. Nobile e vivace si è tutto il sonetto; e nel tutto ha un non so che di più vigoroso il secondo quadernario. Siccome prosaico e basso può dirsi l’ultimo verso del primo ternario, così per lo contrario l’ultimo del sonetto è maraviglioso per lo sentimento, e per la grazia dell’espressione.

Di Annibale Nozzolino

Amor talvolta a me mostra me stesso

Dentr’a i begli occhi della Donna mia;

Ond’io, sol per veder che stato sia

Il mio, mi faccio alle sue luci appresso.

E veggo un volto squallido, e con esso

Quell’oscuro pallor, che a Morte invia,

Che mi fa dubitar, se quello io sia,

O pure un’altro ne’ suoi lumi impresso.

Ella, che mira ancor ne gli occhi miei,

Vi vede il volto suo, che di splendore

Somiglia il Sol, quando più in alto poggia.

Allora insieme (oh dolci casi, e rei!)

Ella per gioia, ed io per doglia fuore

Dolce mandiamo e dolorosa pioggia.

Consiste secondo il mio parere la virtù di questo sonetto nella facilità di dire quanto si è voluto dire; e nella buona unione e condotta di tutto il componimento, e in un certo non so che di novità e grazia, che ha l’invenzione dell’argomento. Per altro non è sonetto di gran polso [33]; ma nel carattere tenue ha esso una venusta non tenue, ed è più che mezzanamente bello.

Del Conte Fulvio Testi [34]

al Conte Raimondo Montecuccoli

I.

Ruscelletto orgoglioso,

Che ignobil figlio di non chiara fonte

Un natal tenebroso

Avesti intra gli orror d’ispido monte,

E già con lenti passi

Povero d’acque isti lambendo i sassi.

II.

Non strepitar cotanto,

Non gir sì torvo a flagellar la sponda:

Che, benchè Maggio alquanto

Di liquefatto giel t’accresca l’onda,

Sopravverrà ben tosto

Essicator [35] di tue gonfiezze Agosto.

III.

Placido in seno a Teti

Gran re de’ fiumi il Po discioglie il corso.

Ma di velati abeti

Macchine eccelse ognor sostien sul dorso,

Nè per arsura estiva

In più breve confin stringe sua riva.

IV.

Tu le greggie, e i pastori

Minacciando per via, spumi, e ribolli;

E di non propri umori

Possessor momentaneo il corno estolli,

Torbido, obliquo; e questo

Del tuo sol’hai: tutto alieno è il resto.

V.

Ma fermezza non tiene

Riso di cielo, e sue vicende ha l’anno;

In nude aride arene

A terminare i tuoi diluvi andranno,

E con asciutto piede

Un giorno ancor di calpestarti ho fede.

VI.

So, che l’acque son sorde,

Raimondo, e ch’è follia garrir col Rio;

Ma sovra Aonie corde

Di sì cantar talor diletto ha Clio,

E in mistiche parole [36]

Alti sensi al vil volgo asconder suole.

VII.

Sotto Ciel non lontano

Pur dianzi intumidir torrente io vidi.

Che di tropp’acque insano

Rapiva i boschi, e divorava i lidi;

E gir credea del pari,

Per non durabil piena, a i più gran mari.

VIII.

Io dal fragore orrendo

Lungi m’assisi a romit’Alpe in cima,

In mio cuor rivolgendo,

Qual’era il fiume allora, e qual fu prima;

Qual facea nel passaggio

Con non legittim’onda a i campi oltraggio.

IX.

Ed ecco il crin vagante

Coronato di lauro, e più di lume [37],

Apparirmi davante

Di Cirra il biondo re, Febo, il mio Nume,

E dir: mortale orgoglio

Lubrico ha il regno, e ruinoso il soglio.

X.

Mutar vicende, e voglie [38],

D’instabile fortuna è stabil’arte;

Presto dà, presto toglie;

Viene, t’abbraccia; indi t’abborre, e parte.

Ma quanto sa, si cange:

Saggio cuor poco ride, e poco piange.

XI.

Prode è il nocchier, che il legno

Salva tra fiera aquilonar tempesta;

Ma d’egual lode è degno

Quel, che al placido mar fede non presta,

E dell’aura infedele

Scema la turgidezza in scarse vele.

XII.

Sovra ogni prisco eroe

Io del grande Agotocle il nome onoro [39],

Che delle vene Eoe

Ben su le mense folgorar fe’ l’oro;

Ma per temprarne il lampo

Alla creta paterna anco diè campo.

XIII.

Parto vil della terra [40]

La bassezza occultar de’ suoi natali

Non può Tiseo. Pur guerra

Muove all’alte del ciel foglie immortali.

Che fia? Sott’Etna colto,

Prima che morto, ivi riman sepolto.

XIV.

Egual fingersi tenta

Salmoneo a Giove, allor che tuona, e arde;

Fabbrica nubi, inventa

Simulati fragor, fiamme bugiarde.

Fulminator mendace [41]

Fulminato da senno in terra giace.

XV.

Mentre l’orecchie io porgo

Ebbro di maraviglia al Dio facondo,

Giro lo sguardo, e scorgo

Del Rio superbo inaridito il fondo,

E conculcar per rabbia

Ogni armento più vil la secca sabbia.

Molte e molte sono le virtù di questa ode. Ma la più eminente è l’ingegnoso velo della bella allegoria per ispiegare e biasimar la superbia di coloro, che alzati dalla fortuna in alto non sanno contenersi nella moderazion convenevole. Con vaghezza di figure, e di colori sontuosi, è maneggiata questa invenzione. Il disegno nondimeno è in parte dovuto ad Antifilo poeta greco. Per la lor grazia e venustà mi piacciono di molto le prime cinque stanze, come ancor la settima, e l’ottava. L’introdurre nella nona Febo a ragionare, è ottimo pensiero; ma non è da tutti il saper far parlare gli Dei da Dei. Certo crederanno alcuni [42], che senza scapito di questo componimento si fosse potuto ommettere la dodicesima strofa colle due seguenti; perchè parrà loro, che si senta nell’uso di quella erudizione, e nel Lodovico le maniere d’esprimerla, qualche sapor pedantesco in bocca d’Apollo. L’ultima strofa contiene una squisita riflessione o immagine, che fortemente pruova, e con leggiadria finisce l’argomento proposto.

Del sen. Vincenzo da Filicaia

In morte di Cammilla da Filicaia Alessandri

I.

Morte, che tanta di me parte prendi [43]

E lasci l’altra del suo albergo fuore,

Se intendesti giammai, che cosa è Amore,

O ti prendi anco questa, o quella rendi.

E se tant’oltre il poter tuo non stendi,

Armami almen del tuo natio rigore,

E contro i colpi del crudel dolore

Tu, che sì m’offendesti, or mi difendi.

Ma, nè d’erbe virtù, nè arte maga,

Nè a risaldar bastanti unqua sarieno

Balsami di ragion sì acerba piaga

Onde lentando al giusto duolo il freno,

Forz’è, ch’io pianga, e del mio ben la vaga

Immago adombri in queste carte almeno.

Un solo bel sonetto è un gran panegirico di chi l’ha composto. Nove tutti incatenati sul medesimo argomento, e tutti belli, sono un miracolo ben raro in poesia. Ora tali a me sembrano i seguenti, ravvisando io in essi un ragionar filosofico, un’affetto naturale insieme e ingegnoso, un giro giudiziosissimo di pensieri ben legati, e il tutto disteso con impareggiabile vivezza poetica, nobiltà di passaggi, leggiadria di lingua, e gran dominio nelle Rime .... Morte, che tanta ec. Questo sentimento, ch’io altrove non seppi approvare in bocca d’Armida parlante all’improvviso, qui riesce vaghissimo e forte, per la differenza di chi parla .... Ma nè d’erbe virtù ec. Affettuoso, non men che giudizioso è questo trapassamento; anzi tutto il terzetto ha una particolar bellezza.

II.

E ben potrà mia Musa entro le morte

Membra ripor lo spirto; e viva, e vera

Mostrar lei, qual fu dianzi, e dir qual’era,

E parte tor di sue ragioni a morte.

Dir potrà, che fu giusta, e saggia, e forte;

Onor del sesso, e di sua stirpe altera;

Donna, che fuor della volgare schiera

Il ciel già diede al secol nostro in forte.

Donna, che altrui fu norma; e norma solo

Di se dando a se stessa, in se prescrisse

Legge a gli affetti, e frenò l’ira, e ’l duolo.

Donna, che in quanto fece, e in quanto disse,

Tanto levossi sovra l’altre a volo,

Che mortal ne sembrò, sol perchè visse.

Tuttochè senza iperboli strepitose, e senza pensieri vivaci sia condotto il panegirico di questa donna, ciò non ostante il sonetto è pieno d’un colore vigorosissimo. E osservisi quante cose dica in poco, e le dica senza stento veruno, chi compone in questa maniera. mirabile poscia è l’enfasi, con cui si chiude così bel panegirico.

III.

Era già il tempo, che del crin la neve [44]

Stagiona i frutti di virtù matura,

E co’ sensi ragion più s’assicura,

E forze il senno dall’età riceve.

Quando l’ora fatal, che giunger deve,

Fe’ torto al mondo, e impoverì natura

D’un ben, che qui sotto mortal figura

Sì tardo apparve, e sparì poi sì lieve.

Tutta allor di se armata, e in se racchiusa

Nel suo più interno alto recinto ascese

La donna forte, a paventar non usa.

E nuove alzando intorno a se difese,

Lasciò in preda il suo frale; e la delusa

Morte, non lei, ma la sua spoglia offese.

Ha qualche pregio sopra i due suoi passati fratelli questo sonetto, prima per la nobilissima descrizione dell’età matura, che è tratta dalle viscere del suggetto, e poi per la bell’arte della fantasia, la quale ci dipinge con allegoria sì maestosa la costanza e la tranquillità, con cui si morì questa donna. Belli sono i quadernari; ma bellissimi sono, e sommamente poetici i ternari, purchè si interpreti quell’offese per recò noia, danno, senso d’afflizione, e simili.

IV.

Vidila in sogno, più gentil che pria,

E in un’atto amoroso e in un sembiante

Sì leggiadro e sì dolce a me davante,

Che un cuor di selce intenerito avria.

Volgi, mi disse, il guardo a questa mia

Non più vita mortal, qual’era innante; [45]

E, se ’l ciel non m’invidi, ah perchè a tante

Stille amare per gli occhi aprì la via?

Non t’è noto, ch’io vivo? E non t’è noto,

Che a far la vita mia di vita priva,

Scocca la morte, e scocca il tempo a voto?

Ma, se pianger vuoi pur, col pianto avviva

L’egro tuo spirto, che di spirto è voto:

Che ben morto sei tu, quant’io son viva.

Non so, se possa parere ad alcuno, che qui l’ingegno abbia mostrato un poco troppo se stesso per gli equivochi e contrapposti, che s’incontrano in ambedue i terzetti. So bene, che sotto questi equivochi e contrapposti si chiude un bel vero, e che questo agevolmente vien compreso da chi intende il senso e metaforico, e naturale di vita, spirito, morto, e vivo.

V.

Così parlommi; e per l’afflitte vene

Spirito corse di conforto al core;

Ma l’alma ritenendo il primo errore

Segue a nutrir le sue feconde pene.

Ahi come a filo debile s’attiene [46]

Il viver nostro, e come passan l’ore!

E come tosto inaridisce, e muore

Anzi suo tempo il fior di nostra spene!

Due spirti Amor con ingegnoso innesto

Giunti avea sì, che potean dirsi un solo;

E questo in quel viveasi, e quello in questo.

Sparve l’uno, e spiegò ver l’etra il volo,

Lasciando all’altro solitario, e mesto,

Per suo retaggio il desiderio, e ’l duolo.

Minore sfoggio d’ingegno, e maggior bellezza io ritruovo in questo sonetto; e chi ben lo considera, vi scoprirà una certa tenerezza d’affetto ben guidata, ben colorita colle sentenze del secondo quadernario, e maravigliosamente avvivata da i bei lumi naturali de’ seguenti terzetti. E questi terzetti a me paiono incomparabili. In una parola, qui più che altrove, si dà a vedere il maestro dell’arte.

VI.

Or chi fia, che i men noti, e più sospetti [47]

Scogli mi mostri, onde la vita è piena?

E la turbata sorte, e la serena,

Col propio esemplo a ben usar m’alletti?

Chi fia, che gli egri miei confusi affetti

Purghi, e rischiari, e dia lor polso, e lena?

E de gl’interni moti alla gran piena

Argine opponga di consigli eletti?

Chi fia, che meco i suoi pensier divida,

E de’ casi consorte o buoni o rei,

Al mio riso, al mio pianto, e pianga, e rida?

Fammi, o Morte, ragion, se giusta sei;

O uccida il tempo, pria ch ’l duol m’uccida,

La memoria del ben, se ’l ben perdei.

Gareggia coll’antecedente il presente ottimo sonetto. Nobili e pellegrine sono le traslazioni tutte, che qui si adoperano per dare a cose non nuove una novità poetica. Ma sopra tutto un’eccellente cosa è l’ultimo terzetto per cagione di quello spiritosissimo salto e rivolgimento a favellar colla morte, e a desiderar di perdere la memoria del bene dopo aver perduto lo stesso bene. In somma questo gusto ha una bellezza particolare per la gran pienezza di cose, e nobiltà, e felicità d’esprimerle.

VII.

Oh quante volte con pietoso affetto,

T’amo, diss’ella, e t’amerò qual figlio!

Ond’io bagnai per tenerezza il ciglio,

E nel tempio del cuor sacrai suo detto.

Da indi, o fosse di natura effetto,

O pur d’alta virtù forza, o consiglio,

L’amai qual madre; e questo basso esiglio

Mi fu solo per lei caro, e diletto.

Vincol di sangue, e lealtà di mente,

E tacer saggio, e ragionar cortese,

E bontà cauta, e libertà prudente,

E oneste voglie in santo zelo accese,

Fur quell’esca leggiadra, a cui repente

L’inestinguibil mio fuoco s’accese.

Non son [48] già molti i lampi dell’ingegno in questo sonetto; e pure non gli manca una maschia bellezza. Mi paiono pennellate da vero intendente quelle de i costumi. Non son così facili, come si farà forse a credere chi presume assai di se stesso. Il tutto insieme chiuso nel fine da uno inaspettato brio poetico, mi fa dire, che i componimenti di tal gusto a leggerli e rileggerli sempre più crescono di bellezza, perchè contengono cose, e non sole parole.

VIII.

Fuoco, cui spegner de’ miei pianti l’acque [49]

Non potran mai, nè de’ sospiri il vento;

Perchè in Terra non fu suo nascimento,

Nè terrena materia unqua gli piacque.

Prima che nascess’io, nel Cielo ei nacque,

Ed ancor vive, nè giammai fia spento;

Che alle faville sue porge alimento

Quella, che a noi morendo, al Ciel rinacque.

Anzi or lassù vie più s’accende; e nuova

A sua virtù virtute ivi s’aggiunge,

Ov’ei se stesso, e ’l suo principio trova.

E mentre al primo ardor si ricongiunge,

Cresce così, che con mirabil prova

Più che pria da vicin, m’arde or da lunge.

Con fecondità non sazievole è così bene espressa la nobiltà di questo fuoco, ed è così vivamente e filosoficamente maneggiata tutta l’allegoria, che chi volesse contar questo sonetto per un de’ migliori fra’ suoi fratelli, certamente me non avrebbe per contradditore, quando qualche scrupolo non mi nascesse intorno a i due primi versi. Temo io certamente, che o non tutti, o non tutti almeno così subito comprenderanno, perchè si dica, che questo fuoco, o amore, non può estinguersi per pianti o per sospiri dell’autore, non essendo credibile, che l’autore nè pur ciò volesse, qualora il potesse; e non solendo i pianti, e i sospiri estinguere amore alcuno. Se in vece de’ pianti e sospiri si fosse nominato il tempo, il cangiamento di paese, o di fortuna, e simili altre cagioni: ognuno, e tosto, avrebbe compreso il fine del poeta.

IX.

Signor, fu mia ventura, e tuo gran dono

L’amar costei, che ad amar te mi trasse:

Costei, che in me la sua bontà ritrasse,

Per farmi a te simil più, ch’io non sono.

Onde in pensar, quanto sei giusto, e buono,

Convien che gli occhi riverenti abbasse;

E ch’altro duol più saggio il cor mi passe,

Chiedendo a te del primo duol perdono.

Ch’io ben, ch’a mio prò di lei son privo,

Perch’io la segua, e miri a fronte a fronte

Quanto è il suo bello in te più bello, e vivo.

Più allor mie voglie, a ben’amar sian pronte.

Che se in quella t’amai, qual fonte in rivo, [50]

Amerò quella in te, qual rivo in fonte.

Ancor qui si scorge una bella pienezza di pensieri sodi, e un gran fondo di sapere, non con asterità od oscurità, ma con vaga chiarezza espresso .... Che se in quella ec. Non ardirei di fare scomessa, che indigerentemente avesse da piacere a tutti questo concetto, che per altro è verissimo, forte, e nobile, quanto mai si possa essere. Perciocchè alcuni dilicati ci sono, a’ quali non piacciono certe figure apertamente ingegnose nè pur ne’ sonetti, quantunque a tal sorta di componimenti, più che ad altri, si convenga lo stile acuto, e la sentenza vistosa. Ma eglino si dovran contentare, che sia da noi altamente commendata la beltà de i pensieri naturali e puri, lontani dall’asciutto, e dal triviale; e che nel medesimo tempo diamo la meritata lode a i pensieri nobilmente ingegnosi, non fanciulleschi, non affettati. Nell’uno stile, e nell’altro, può ritrovarsi il vero bello; ed è cieco da un occhio, chi solamente il ravvisa nell’uno, e ha l’altro in dispregio.

LE MONTANINE

Dialogo Pastorale Del Dottor Pietro Jacopo Martello

Cloe, e Nise

Cloe       E donde, e dove, o Nise mia, sì sola? [51]

Nise             Nise dalla  città sen torna a i monti.

Cloe             E Cloe da i monti alla  città sen vola.

Nise      Ma so ben’io, se ti specchiasti a i fonti!

 A dispor quelle chiome, e il vel su quelle,

Da qual destra imparasti, o su quai fronti?

 A gl’intatti coturni, alle novelle

Fogge di cotest’ abito succinto

Ben mostri altro in pensier, che pecorelle.

Cloe      Mostro quel, c’ho nel cuor, discreto istinto

Di comparir non pecoraia appresso

All’alte donne dal viso dipinto.

Che a me incolta non fora entrar concesso,

Là vè i due sposi hansi a giurar la fede,

Siccome spero in queste gonne adesso.

Nise      Delusa te, s’a ciò movesti il piede!

Pronunziato è il lieto Sì. Ne’ cocchi

L’altera coppia a i gran palagi or riede.

Quand’ambi a fronte, a se le man fur tocchi,

Certi un dell’altro in profferir quel detto,

Dolce il mirar, come si fer con gli occhi!

I suoi chinò la verginella al petto,

E lieta sì, ma in suo gioir modesta

Lo ricopria sotto contrario aspetto.

Del suo consenso all’imeneo richiesta,

Si cangiò tutta; e lei non altro io vidi,

Che aprir le labbra, ed inchinar la testa.

Non così ’l cavalier, fra i plausi e i gridi,

Preceduta da sguardi ardenti e vivi

Vibrò sua voce in bell’esempio a i fidi.

Alzò la Sposa allor non più furtivi

I lumi, e pria nel caro suo gli assise,

E poi su quanti a rimirar fur ivi.

Me pur vide in un canto, e mi sorrise;

Che ier fresche le offrii quai son d’aprile,

Alquante rose; ella nel sen le mise.

Nè sol degnossi accarezzar me vile,

Ma compensò col generoso argento,

Ond’ho colma la destra, il dono umile.

Così men riedo al genitor contento,

Recando guisa, onde cibarsi al foco,

Or che di latte ha povertà l’armento.

Ma ben poco ha bisogno, o senno ha poco,

Colei, che s’orna, e fra le selve ha culla,

E alla  città così ne vien per gioco.

Non mai senza fiscelle ir dee fanciulla

All’auree piazze; e a chi con nulla arriva

Non sia poi grave il ritornar con nulla.

Cloe     Giuliva io venni, e tornerò giuliva,

Vedasi, o no la Ninfa alma, e cortese:

Troppo altamente io nel pensier l’ho viva.

Lei vidi allor, che di lontan paese,

Presente me, sul colle mio, là sopra

Tanto il fido suo sposo un dì l’attese.

Di là vè per gran tratto è che si scopra

La via, donde attendea l’Idolo suo,

Gridò, col guardo, e col pensier sossopra:

Cara, io ben so, che a sospirar siam duo,

Nel rimirar, quant’aria ancor divide,

Come il tuo dal mio volto, il mio dal tuo.

Fa che un presto momento, a me ti guide;

Egli è un secolo già, che al ghiaccio, a i venti

Su questa balza il tuo fedel s’asside.

Tacque: e pompe, e destrieri, e carri, e genti

Pendean colà, dov’ei le luci affisse,

Fra le rovine, ov’or pascon gli armenti.

Dicea l’Avola mia, mentr’ella visse;

E dicea, ch’a lei l’avola il dicea,

A cui l’Avolo suo sovente il disse.

Che al tempo delle Fate un re vivea,

Un re, che di Toscana avea corona,

Che del suo nome ivi un castel reggea;

Lo qual di dove or Savena risuona,

E dal colle, ov’io nacqui, alla pianura,

Ratto partì, siccome suol persona.

E con torri, e palagi, e templi, e mura

Camminò quinci a riposar sul Reno:

Cosa, che, a immaginar, mi fa paura.

Tal sul mio, già famoso, or vil terreno

Sedea lo sposo; e il suo gentil dolore

Mi traea per pietade il cor dal seno.

E non potei non esclamar di core:

Oh felice in amar la pastorella,

Che in sorte avesse un sì fedel pastore!

Nise     Di noi meschine il vero amor, sorella,

È il vender cari e fiori, e frutti, e latte,

E la greggia tener pasciuta, e bella;

Non l’ir da pazze in quel furor distratte,

Che Amor si noma, a cui chi l’alma espone,

Rado serba a i lavor le voglie intatte.

Cloe     Dunque s’ami una rosa, e il vuol ragione,

E un pastor no? qual differenza è mai

Fra l’amar rosa, e fra l’amar garzone?

Nise     Cara semplicità! rider mi fai.

Lasciava dunque in su la tosca via

Il cavaliere, in aspettando, i rai?

Cloe     Inquieto salìa, scendea, salìa,

Sempre su e giù per la scoscesa costa,

E chiedeane ansioso a chi venìa.

E perch’esser non lunge avea risposta,

Chiudea gli occhi pensando, e poi con fretta

Gli apria sicuri in su la via discosta.

Ma la via più che mai sgombrata, e netta

Chiariva il guardo, e lo sperar fea vano:

Oh eterni dì per chi dolente aspetta!

Ma ed ecco al fine, ecco apparir lontano

Seggia frapposta a gli animai, che in essa

Recan dall’Alpe il passeggier toscano.

Eccola (esclama) e fa, ch’ognun s’appressa

Della gran turba in carri d’oro unita.

Ma la seggia, che vien, non è poi dessa.

Qual villanella a coglier fonghi uscita,

Che spiccar vede un non so che di bianco

Fra l’erba nera in erta via romita;

Volenterosa, ed anelante il fianco

Volavi, ed esser scopre arida foglia,

Su cui batte per ira il piè già stanco.

Tal rimane il fanciul fra sdegno, e doglia,

Scorto che del suo ben vien’altri in vece,

E più quanto men l’ha, di lei s’invoglia.

Nise     Ma (se a me udirlo, e a te narrarlo or lece)

L’impaziente all’arrivar poi de la

Aspetta beltà, che disse, o fece?

Cloe     Fece come agnellin, che bela, e bela,

Sin che la madre sua da lui disgiunta

Dietro una macchia a ruminar si cela;

Che, quando è sazia ella dall’erbe, e spunta,

Valca e piani, e dirupi, e rii frapposti,

E in pochi salti, in un balen, l’ha giunta.

Bella, ancor dal viaggio i crin scomposti,

Sul di lui braccio il braccio suo riposa,

E consolansi a gara i volti opposti.

Egli all’orecchio, io non saprei ben cosa,

Le susurrò, perchè arrossando inanti,

Rise, e mirollo (e con che rai!) la sposa.

E giubbilaro a ritrovarsi in pianti,

(Che l’orme ancor n’avean su gli occhi) e quali

In lontananza hansi a bramar gli amanti.

D’eccelsi aspetti, e poco men ch’eguali

Alla donzella, eravi Ninfa, a cui

Deve la fortunata i suoi natali;

Che sovrastando all’alte teste altrui

Col capo altero, e fra più Ninfe accolta

Parea fra lor quel, che parean fra nui.

Così la coppia in nobil schiera, e folta

Premendo i carri, ah che da’ rei corsieri

Rapidi troppo a gli occhi miei fu tolta.

Nise     La mia greggia m’aspetta insin da ieri

Nel chiuso ovil con piene poppe. Addio.

Cloe              Addio: segui tu pure i tuoi pensieri,

Ch’io vo’ seguir, nè me ne pento, il mio.

Quella pregiata virtù dell’evidenza, e particolarizzazione, di cui ho favellato nel Lib. I Cap. XIV di questa opera, straordinariamente risplende nella presente bellissima egloga, la quale ha pennellate sì franche, e colpisce con tanta forza alcune vaghe minuzie di costumi e d’oggetti, ch’io non ho difficultà di riporla tra i più poetici e dilettevoli componimenti di questa Raccolta. Ma la finezza di sì fatti lavori non è, come quella d’altri stili, universalmente conosciuta e gustata. Nè tutti comprenderan di leggieri, quanto sia difficile il fare, che due pastorelle dicano tante cose, e dipingano tanti oggetti non pastorali con tanto verisimile, e secondo quell’idea di semplicità, ch’elle possono e debbono averne, siccome non signorili persone. Ma i migliori lo comprenderanno ben tosto, e sommamente loderanno i lampi, la vivacissima imitazione, e tutto il pitturesco di questo componimento, e quella graziosa favoletta dell’origine del Castello di Pianoro. Poscia conchiuderanno, che rare sono le fantasie, le quali sappiano immaginare con tanta novità, ed esprimere con tanta limpidezza i costumi, e le cose. In quel verso, quando ambi a fronte, a sè la man fur tocchi, io lascerò, ch’altri consideri, se una tal forma di dire abbia il consentimento della lingua italiana, e se abbia ragione, chi non appruova il valersi di rai in vece d’occhi, e lumi.

Di Girolamo Gigli

Se il libro di Bertoldo il ver narrò, [52]

Così disse a Bertoldo un giorno il Re:

Fa che domani ritorni avanti a me,

E che insieme io ti veda, e insieme no:

Bertoldo il dì d’appresso al Re tornò,

Portando un gran crivello avanti a sè:

Così vedere, e non veder si fe’,

E colla pelle altrui la sua salvò.

Or la risposta mia cavo di qui

Pe’l crivel, che la saggia antichità

Nel letto marital poneva un dì.

Con bella moglie alcun pace non ha,

Se davanti un crivel non tien così,

Onde veda, e non veda quel che fa.

Cercandosi, perchè gli Antichi ponessero un crivello nel letto de’ nuovi Sposi, ne nacque il presente sonetto, che nello stil giocoso e piacevole abbonda di moltissime grazie, non tanto per la galante soluzion del quesito, quanto per l’uso felice delle rime tronche. Dee parimente commendarsi di molto l’andamento natural dello stile, virtù poco per l’ordinario osservata, e che par facile ad imitarsi a chi giudica le cose altrui, senza farne egli in se stesso la pruova.

Di Torquato Tasso

Stavasi Amor, quasi in suo regno [53] assiso

Nel seren di due luci ardenti, ed alme;

Mille famose insegne, e mille palme

Spiegando in un sereno, e chiaro viso.

Quando rivolto a me, ch’intento, e fiso

Mirava la sue ricche, e care salme,

Or canta, disse, come i cuori, e l’ame,

E ’l tuo medesmo ancora abbia conquiso.

Nè s’oda risonar l’arme di Marte

La voce tua; ma l’alta, e chiara gloria,

E i divin pregi nostri, e di costei.

Così adivien, che nell’altrui vittoria

Canti mia servitute, e i lacci miei,

E tessa de gli affanni istorie in carte.

Per un poeta sì fatto questo non è un maraviglioso componimento; ma ha tali pregi, che può e dee generalmente piacer non poco, perchè non è poco da stimarsi il lavorio, che l’immaginativa ha qui fatto; e i sentimenti tutti, benchè non facciano strepito alcuno, sono ingegnosi. Ma il Tasso probabilmente non ci volle spendere intorno molto studio. Certo con un poco più di lima egli avrebbe potuto far questo sonetto più vago, più maestoso, e pieno. O almeno dopo aver detto nel seren di due luci, avrebbe potuto mutare quel sereno e chiaro viso, che viene appresso.

Di Cino da Pistoia

Mille dubbj in un dì, mille querele

Al tribunal dell’alta imperatrice

Amor contra me forma irato, e dice;

Giudica, chi di noi sia più fedele.

Questi solo per me spiega le vele

Di fama al mondo, ove saria infelice.

Anzi d’ogni mio mal sei la radice,

Dico, e provai già di tuo dolce il fele.

Et egli: ahi falso servo fuggitivo [54]:

È questo il merto, che mi rendi, ingrato,

Dandoti una, a cui ’n terra egual non era?

Che val, seguo, se tolto me n’hai privo?

Io no, risponde. Et ella: a sì gran piato [55]

Convien più tempo a dar sentenza vera.

Da questo sonetto è opinione d’alcuni, che il Petrarca prendesse l’argomento di quella sua nobilissima canzone, che comincia

Quell’antiquo mio dolce empio Signore.

Ma credalo chi ’l vuole, ch’io per ora non mi sento inspirato a stimarne autore Cino da Pistoia, parendomi di veder qui una certa attilatura, e dilicatezza continuata, che sì di leggieri non si truova in chi poetò prima di Francesco Petrarca. Non inciampo io qui punto in certi snervati versi, o in alcune scabre parole, che noi compatiamo, non lodiamo in altri componimenti di Messer Cino Pistolese; e se pure fosse di lui, il giudicherei una rarissima gemma di que’ tempi. Reputo io più probabile, che nel secolo sedicesimo qualche valentuomo, e forse il medesimo Gandolfo Porrino buon poeta modenese, che il mandò al Castelvetro come cosa di Cino, lo componesse ad imitazion del Petrarca per ridere alquanto della credulità de gli amici. E gli venne fatto un sonetto veramente nobile, quantunque quell’alta imperatrice, che il Petrarca assai espresse con oscurità maestosa, qui sia un’enigma da far perdere le staffe ad Edipo stesso.

Di Giovanni Guidiccione

Chi [56] desia di veder, dove s’adora

Quasi nel tempio suo vera pietate;

Dove nacque bellezza, ed onestate

D’un parto, e ’n pace or fan dolce dimora:

Venga a mirar costei, che Roma onora

Sovra quante fur mai belle, e pregiate,

A cui s’inchinan l’anime ben nate,

Come a cosa quaggiù non vista ancora.

Ma non indugi: perch’io sento l’Arno,

Che invidia al tebro il suo più caro pegno,

Richiamarla al natio fiorito nido.

Vedrà, se vien, come si cerca indarno

Per miracol sì nuovo, e quanto il segno

Passa l’alma beltà del mortal grido.

Bisognerebbe non ricordarsi di quel sonetto del Petrarca, il cui principio è tale:

Chi vuol veder quantunque può Natura,

e allora il presente parrebbe qualche cosa di grande. Contuttociò si vuol far giustizia ancora a questo, e confessare, che quantunque fatto ad imitazione dell’altro, esso è degno di non ordinaria lode, contenendo pensieri sublimi, e vaghissime esagerazioni poetiche. A questa sublimità di sentimenti s’aggiunge una facile e maschile dolcezza o leggiadria d’espressioni, che possono sempre più farlo piacere a chi lo considera e rilegge. ... Si cerca indarno ec. in vece di dire si cerca indarno per trovar miracolo sì nuovo, è una figura e maniera, forse per alcuni oscura, ma però tratta dal Petrarca, ove dice:

Per divina bellezza indarno mira

Chi non sa ec.

Di Apostolo Zeno

Donna, se avvien giammai, che rime io scriva

Non indegne del vostro almo sembiante,

In me da quelle luci oneste e sante [57],

Fonti d’amore, il gran poter deriva.

S’alza il basso mio stile, u’ non ardiva

Senza il vostro favor salire avante:

Tal di Febo in virtù vil nebbia errante

Talor lassuso a farsi stella arriva.

Leggo in voi ciò che penso; e quasi fiume,

Che dalla fonte abbia dolci acque e chiare,

Le mie rime han da voi dolcezza e lume.

E se impura amarezza entro vi appare,

Dal mio cuor, non da voi, prendon costume,

Che in voi son dolci, ed in me fansi amare.

D’ottimo peso, e di esquisito sapore è questo sonetto. Cammina egli fino al fine con una gravità e forza non ordinaria; e il secondo quadernario ha di più un certo brio per la comparazione, la quale è sommamente acconcia al suggetto. Non è già vero, che la nebbia mai giunga a farsi stella; ma basta al poeta, che così abbiano creduto o scritto alcuni meteoristi, affinchè egli con lode possa valersi di tale opinione.

Di Antonfrancesco Rinieri

Quel, che appena fanciul torse con mano

Di latte ancor, que’ duo crudi serpenti,

E giovin poi tra mille prove ardenti

La fera stese generosa al piano;

D’Amor trafitto, la sua Ninfa invano,

Che perdeo fra le pure acque lucenti,

Chiamando già con dolorosi accenti,

Squallido in viso, e per la doglia insano.

Giacea la clava noderosa, e ’l manto,

Di ch’era il domitor de’ mostri cinto:

Amor la percotea co’ piè, scherzando.

Oh miracolo altier! Quel, che già tanto

Valea, che diede a’ fieri mostri bando,

E vinse il mondo: or da una donna è vinto.

Sommamente mi diletta in questo sonetto, ch’io ripongo tra i più belli, un’armonia insolita di verseggiare, che empie dolcemente l’orecchio, e una vivace e limpida espressione di tutti i concetti. Ma sopra tutto è maraviglioso il primo terzetto. Egli non può essere nè più poetico, nè più pittoresco; e si dee mettere nel numero delle gemme più rare.

Del sen. Vincenzo da Filicaia

Alla Real Maestà di Cristina Reina di Svezia

I.

Alta Reina, i cui gran fatti egregi

Tacer fia colpa, e raccontar periglio,

Se ne’ tuo’ illustri pregi,

Che ne scorgono al ciel di lume in lume,

Per dar luce a’ miei spirti, affisso il ciglio;

Dell’egra vista il non ben forte acume

Vinto s’arretra. E s’io

Consento al bel disio

Di ritrarne su i fogli un raggio almeno,

Tremami il cor nel seno,

E in man lo stile, e nel pensier l’ardire;

Che la forza del dire

In sì chiara, in sì grande, e in sì suprema

Parte poggiando impicciolisce, e scema.

II.

Quindi meco m’adiro, e già cancello

Quei, ch’abbozzò il desire, alti disegni

Con incauto pennello.

E qual nel grande universal naufragio

Quando i ciel d’ira, e di tempesta pregni

Tutto allagaro il secolo malvagio,

Volò colomba, e vide

Cavalcar l’acque infide

Su poggi, e monti; onde con duolo, e scorno

Fe’ in sua magion ritorno:

Tal’io sperando di solcar tant’onda,

Che d’ampie glorie inonda

L’un Polo, e l’altro; al lusinghiero invito

Credei de’ venti, e mi scostai dal lito.

III.

Ma non pria corse al mio pensier davanti

Quell’Ocean profondo, in cui finora

Fer tanti ingegni, e tanti

Fortunato naufragio, e da cui spunta

Quel Regio Sol, che ’l secol nostro indora;

Che, rintuzzata dal disio la punta,

La mia di speme priva

Nave si trasse a riva.

Dunqu’io, gran Donna, di tua fama l’onde

Presso l’amiche sponde

Rado, e fo come chi da basso loco

Il mar discopre un poco;

Ma l’ampie sue profonde acque remote

Punto non vede, e sa ben, ch’ei non puote.

IV.

L’ancore qui dell’abbattuto ingegno

Gitto, e stommi a mirar pallido, e muto,

Or questo, ed or quel legno

Venirne a terra disarmato; e appena,

Fatto scherno dell’onde, anzi rifiuto,

La fuggente afferrar sponda terrena.

Arte vegg’io senz’arte,

E rotte antenne, e sarte,

E vele, e remi in mar d’obblio dispersi:

Veggio i naufraghi versi

Romper di scoglio in scoglio, e i sempre vani

Folli ardimenti umani

Di vigor vôti, e di baldanza scemi,

Dar sull’arida sabbia i tratti estremi.

V.

Qui mille cetre, che già un tempo argute

Lingue sembraron di tua fama, or sono

Stanche, confuse, e mute;

E dicon sol, che delle greche a paro

Di te, gran Donna, in maestevol tuono

Nostre italiche trombe alto cantaro.

Dicon, che ad uno ad uno

Volle affinar ciascuno

Arcier di Pindo dell’ingegno i dardi,

E i più acuti, e gagliardi

Scegliere a sì grand’uopo, e farne prova,

Per acquistar di nuova

Impresa il vanto, e a gli animati strali

Ver sì eccelso bersaglio impennar l’ali.

VI.

Altri, dicon, cantò; che quando apristi

Le luci al Sol, tutti del cielo i rai

Vegliar lassù fur visti

A sì bell’alma intenti; e di quest’una,

Cui le Grazie lattâr più ch’altra mai,

A pascer la famelica digiuna

Vista, e ’l cupido sguardo,

Il passo assai più tardo

Mosse Arturo; e giurò, che in mar tuffato

Non avria il carro aurato.

Nè in van giurollo: indi fermossi, e tacque,

Sì lo splendor gli piacque

Di quel poc’anzi di lassù disceso

Sol di virtute in duo begli occhi acceso.

VII.

Altri cantò, che come spunta, e corre

L’Alba in fasce di rose, e d’oro avvolta,

E l’ampio aer trascorre

Sì la tua mente pargoletta i vanni

Tantosto aperse, e da i bei nodi sciolta,

Più del pensier veloce, e più de gli anni,

L’arte, e l’età prevenne;

E sì batteo le penne

Per lo ciel della fama arduo, ed immenso.

Che anticipato senso

Ebbe alle glorie, e ’l senno, e l’intelletto

Anzi stagion perfetto;

E del sole a varcar gli erti viaggi,

Mostrò tant’ali aver, quant’egli ha raggi.

VIII.

Ond’è, che come avvien, qualor novella

Estrania luce su nel cielo appare,

Che a riguardar sol quella

Tragge il più della gente, e l’altre obblia;

Così di tante tue sì nuove, e rare

Alte virtù l’attonito non pria

Mondo amante s’accorse,

Che a vagheggiarle accorse;

E tutto intento con gentil lavoro

A farne in se tesoro,

Parte in bronzi gittonne, e parte in marmi

Ne sculse; in vari carmi

D’altre i poemi ordì, d’altre compose

Storica tela, e n’adornò le prose.

IX.

E mostrò poi, che tutte l’arti, e tutti

Gli studi, e l’opre di natura, e quanto

Il ciel, la terra, i flutti

Chiudono in sè, nell’ampio sen chiudesti.

Mostrò, che appieno (e n’hai tu sola il vanto)

Sai, perchè il mar s’adiri, e quale il desti

Spirto cruccioso, e muova.

Sai, come in gielo, e in piova

L’aer s’annodi, e sciolga; e come tiri

Luce dall’ombra l’Iri;

Chi accende i lampi, e chi dà voce a i tuoni;

Qual empito sprigioni

La folgor chiusa, e qual con forza ignota

Segreta furia il suol dibatta, e scuota.

X.

E sai, dal lito Esperio il lito Eoo

Quanto spazio disgiunga, e per quai strade

Corran’Eto, e Piroo,

E con quai leggi, e qual compasso il Polo

Da Borea ad Austro, e qual d’età in etade

Misuri il Tempo, da che il Tempo ha volo.

Sai delle antiche, e nove

Memorie il quando, e il dove;

Lingue, leggi, costumi, abiti, e riti

Di popoli infiniti,

E del reggere altrui l’alte maniere,

E le fondate e vere,

Note a pochi di pace arti; e di guerra,

Cose rade o non mai sapute in terra.

XI.

Ma poco è ciò. La sapïenza eterna

A te i più chiusi suoi tesori aperse;

E quella, che governa,

E mantien l’universo, arte, e ragione,

Svolse a te l’ampia tela, e le diverse

Fila, onde ’l vario alto lavor compone.

In sì bell’alma poi Dio fissò gli occhi suoi.

E se dappresso per mirar Fetonte

Spogliò di rai la fronte

Il biondo Auriga, a te in diversa guisa

Rivolse intenta e fisa

Tutta sua luce il divin Sole, e mille

Sparse in te di valor lampi, e faville.

XII.

Ma quando a gloria del gran Dio s’intese,

Che bella in te, d’infedeltà fra l’ombra,

Iri di fè s’accese;

Quando s’udì, che in van l’Inferno, e in vano

Ti s’opposero i sensi; e quando sgombra

Fosti poi dall’error nativo insano:

Quanto esultonne il mondo!

Dell’alto suo profondo

Piacer la piena ove non giunse? E quanti

Fra mille applausi, e canti

T’alzâro allor le Muse archi, e trofei!

Chi è, dicean, costei,

Che calca imperi, e regni, e della regia

Grandezza il fasto, e lo splendor dispregia?

XIII.

Chi è costei, che a se fa guerra, e investe

I propri affetti, e fa dubbiar, se cosa

Sia terrena, o celeste?

Costei di se gentil nemica, e amante,

Che ’l tron ripudia, e col gran Dio si sposa?

Costei, che al mondo, al cieco mondo errante,

Mostra del cielo i veri faticosi sentieri?

Qual sarà penna, che di là dall’Alpe

Oltre ad Abila, e Calpe

La porti a volo? E qual di lei fia degna

Sfera, che poi sostegna

Il glorioso fortunato incarco,

Ond’or la terra, e ’l ciel di poi fia carco?

XIV.

Tai cose un tempo assai minor del vero

Cantò di te l’Europa, e stil non ebbe

Da spiegar mai l’intero

Tuo pregio in carte. Ma poi tanto in suso

Alzò tua fama i vanni, e tanto crebbe,

Ch’io l’arte incolpo, e gl’intelletti scuso.

Pur di tentar tue lodi

Mi sforzo in vari modi,

E penso, e scrivo: ma se ’l canto io scioglio,

Non son qual’esser soglio.

Manca lo spirto; e in guisa d’uom, che sogna,

E di parlare agogna,

Bramo aver voce, e più che mai dubbioso

Tacer non posso, e favellar non oso.

XV.

Ma sarà mai, ch’io de’ toscani inchiostri

Veggia spenta la gloria, e che dipinto

Ad ogni età non mostri

Lo splendor, ch’a noi vivo il ciel diè in sorte?

E bevo l’onda d’Ippocrene, e cinto

Ho il crin d’allori, e tolgo i nomi a morte?

La cetra omai vi rendo

Misero dono, e appendo,

O Muse, il plettro a queste mura, e dico:

Dov’è il mio spirto antico?

Ma tu, egregio cantor, che la sagrata

Nobil’arpa dotata

Sospendi al regio fianco, e con superni

Cantici l’opre, e le memorie, eterni:

XVI.

Tu sostien le mie voci. Alza tu grande

Inni di laudi all’etra, e canta, e scrivi,

Scrivi l’opre ammirande

Di sì gran donna; e dì, che in questa sola

Tutti sgorgaron di virtute i rivi.

Dì, che a gran padre assai maggior figliuola

Nel regio tron successe,

E sì l’impero resse,

Che avanzò il grido, e superò la lode.

Dì, che fu giusta, e prode;

E come in guerra trionfò sovente;

E come braccio, e mente

Fu de gl’inviti suoi campioni; e come

Vinser questi con l’armi, ella col Nome.

XVII.

Scrivi, che poi per superar se stessa,

E gli esempli oscurar vecchi, e novelli,

Fe’ il gran rifiuto, ond’essa

Il divin culto, e ’l Vaticano adorna.

Scrivi, che sol per lei più illustri, e belli

Splendono i sette colli, ov’or soggiorna,

E per lei, gonfio, ed ebro

Va d’alta gloria il Tebro.

Scrivi, che se ’l piè move, o ’l guardo gira,

Desta virtute, e spira

Maestosa clemenza; e par, che Roma

Dal fero popol doma

Coll’acquisto di lei gli antichi insulti

Vendichi appieno, e in vendicargli esulti.

XVIII.

Non vedi tu, com’ella i sacri allori

Di sua man pianta, e alleva; e come dona

A i cigni più canori

Voce, e spirto a gl’ingegni? Odi la Fama,

Odi la Fama, che di lei ragiona,

E ’l più ne tace, e te in soccorso chiama.

Scrivi tu dunque, e svela

Quel vivo Sol, cui cela

Soverchio lume, e ponlo in alto, e ’l mostra

A i Re dell’età nostra.

Ma le mie luci di tal vista vaghe

Quando fia ’l dì che appaghe?

Io di Febo i destrier già sprono, e pungo

Con mille voti, e penne al tempo aggiungo.

Dopo aver ben contemplata questa canzone, ho creduto potersi pronunziare, che l’età nostra non abbia molto da invidiar le antiche, e oltre a ciò ch’ella possa sperar d’essere oggetto d’invidia a quelle, che hanno da nascere. Sublime ne è l’argomento; più sublime ancora ne è lo stile. Da per tutto si sente un forte poetico, una fecondità ammirabile di pensieri, quale io ritruovo in pochi, e un sapore, e gusto sanissimo. Laonde chi legge, comincia sul principio ad essere investito dallo stupore, e maggiormente gli avvien ciò nel cammino, e sul fine, senza sentire stanchezza dal viaggio, che pur non è corto. Se miriamo l’architettura del tutto, ci è dentro una giudiziosa condotta, ed unione, benchè tante volte si cangi metodo. Ci è dentro un raro artifizio, mentre il poeta costante nella confessione della sua impotenza a lodar Cristina, accortamente va mettendo le lodi di lei in bocca altrui, altamente encomiando, allorchè protesta di non aver tante forze per farlo. E se poi si contemplano ad una ad una le parti di questo tutto, anche in tutte si truova una maestosa splendidezza di concetti sodi e vari, e una magnifica armonia di verseggiare, quanta n’ebbero i Greci, e i Latini nelle lor felicissime lingue. Ma spezialmente cresce la bellezza di queste parti alla nona stanza, la quale unitamente colle due seguenti contiene una nobilissima poetica descrizione di quante arti e scienze sapea la Reina. Il fine della dodicesima Stanza, e tutta la tredicesima in genere di poesia sono cose pregiatissime. Ma sarebbe necessario un comento ben lungo per dimostrare a parte a parte ogni pregio di questa canzone, la quale è da me tenuta per un perfettissimo parto, e spero, che da tutti come tale sarà venerata, senza por mente ad alcune lievi difficultà, che potrebbono farsi a qualche Passo, e nominatamente a ciò, che si dice d’Arturo nella St. VI.

Dell’abate Antonio Maria Salvini

Per lungo faticoso ed aspro calle,

Perchè la sbigottita anima mia

Smarrita non si perda in questa valle,

E confusa non manchi a mezza via;

Bellezza l’accompagna, e polso dalle,

E forza, e lena tal, che a questa ria

Terra voltando ardita un dì le spalle

Giunga a scoprir quel bel, ch’ella desia.

Giunta ch’è l’alma a vagheggiar Iddio,

Bellezza, fida mia compagna e duce,

Le dice in tuono umil, bellezza, addio.

Bello sopra ogni bello a me riluce;

Più non cerco altro appoggio, e non desio;

E cieca m’abbandono a tanta luce.

Poetico per se stesso è il dire co’ platonici, e col Petrarca, che le bellezze create

Sono scala al Fattor, chi ben le estima.

Qui felicemente s’amplifica, si abbellisce, e si fa divenir pienamente poetico un tal concetto coll’immaginar la bellezza qual guida animata conducente le anime a Dio. soavissima immagine si è poi quella del primo terzetto, con cui si dà congedo alla bellezza creata; maestrevole è il periodico giro del primo quadernario, che s’intreccia col secondo; e in fine dee dirsi eccellente tutto il sonetto nello stile mezzano.

D’Angelo Di Costanzo

Quella Cetra gentil, che su la riva

Cantò di Mincio Dafni, e Melibeo,

Sì, che non so, se in Menelao, o ’n Liceo

In quella, o in altra età simil s’udiva;

Poichè con voce più canora, e viva

Celebrato ebbe Pale, e Aristeo,

E le grand’opre, che in esilio feo

Il gran figliuol d’Anchise, e della Diva;

Dal suo Pastore in una quercia ombrosa

Sacrata pende, e se la muove il vento,

Par che dica superba, e disdegnosa:

Non sia chi di toccarmi abbia ardimento.

Che, se non spero aver man sì famosa,

Del gran Titiro mio sol mi contento.

Potrà questo componimento entrar in ischiera co’ primi, o si consideri la grand’arte e difficoltà di attaccare e condurre tutto il suo argomento in solo periodo [58], o si riguardi la nobiltà maestosa dello stile, o si contempli quella spiritosissima immagine fantastica del primo terzetto, alla quale vien dietro una non men riguardevole chiusa.

Dell’Aretino

Di fiammeggiante porpora vestita

Era la mia celeste immortal dea;

Che nel volto, e nell’abito parea

Allor’allor dal cielo essere uscita.

Tutta fra se di se stessa invaghita

Con tai sembianti i begli occhi volgea,

Ch’in lei divinamente si vedea

Beltà con leggiadria essersi unita. [59]

Io con la mente all’usato infiammata

Avea stupor di contemplarla, e gioco,

Ch’era pur cosa oltra natura ornata.

Seco era Amor, che a me sdegnato un poco

Dicea gridando: Guarda, anima ingrata,

Guarda, com’io t’accesi in gentil foco.

È sonetto, che quasi quasi può pretendere un de’ primi scanni, tanto è ornato di bei colori, e lineamenti poetici, tanta grazia è nel primo quadernario, e spezialmente nel quarto verso, sì per lo sentimento, come per la figura repetizione; e tanto naturale e vaga riesce l’Immagine, con cui la fantasia chiude tutto questo sì vistoso apparato. ... Beltà con leggiadria. Lo dovette il poeta scrivere in fretta, e dimenticò di porre leggiadria con beltate: il che era utile, se non necessario per l’armonia del verso .... Avea stupor di contemplarla, e gioco. Chi dicesse male di questo giuoco usato in vece di letizia, e dilettazione, direbbe mal di Dante, che più d’una volta l’ha adoperato in senso tale, benchè forse in sito migliore. Ma oggidì chi l’infilzasse alla stessa guisa ne’ suoi versi, mostrerebbe di non saper distinguere i sassi dal pane. [60]

Del cav. Marino

Dico ad Amor: Perchè ’l tuo stral non spezza

L’animato diaspro di costei [61]?

Indi, allo sdegno: E tu, se giusto sei,

Come mi lasci amar chi mi disprezza?

L’un così mi risponde: A tanta asprezza

Son già tutti spuntati i dardi miei.

L’altro poi mi soggiunge: Io non saprei

Giammai farti obbliar tanta bellezza.

Che farò dunque in mia ragion confuso?

A voi sol mi rivolgo, o tempo, o sorte,

Che di vincere il tutto avete in uso.

Non pensar (v’odo dir) che delle porte

Dell’amata prigione, ove sei chiuso,

Abbia le chiavi in mano altri, che morte.

Questo ne val ducento altri del medesimo autore. Dice molto, e lo dice benissimo. Il Vero ci è con gran gentilezza, e novità vestito dall’immaginativa poetica. L’invenzione è continuata con brio, con ottima legatura, e giudizio diritto. In somma io qui non so trovar cosa, che mi dispiaccia; anzi truovo tutto, che mi piace moltissimo.

Di Francesco Redi

Donne gentili, devote d’Amore, [62]

Che per la via della pietà passate,

Soffermatevi un poco, e poi guardate,

Se v’è dolor, che agguagli il mio dolore.

Della mia donna risedea nel core,

Come in trono di gloria, alta onestate,

Nelle membra leggiadre ogni beltate,

E ne gli occhi angelico splendore:

Santi costumi, e per virtù baldanza,

Baldanza umile, ed innocenza accorta,

E, fuor che in ben’oprar, nulla fidanza:

Candida fè, che a ben’amar conforta,

Avea nel seno, e nella fè costanza:

Donne gentili, questa donna è morta.

Risplende il presente componimento per moltissimi pregi, ma spezialmente per una certa dilicatezza e tenerezza naturale, che è maggiormente gustata da chi ha maggior finezza di giudizio, e intende l’arte. Io veramente non vorrei essere scrupoloso; nulladimeno avrei meglio amato, che non si fossero profanate in suggetto sì basso le affettuosissime e gravissime espressioni delle sacre carte; e avrei tratto da altro fonte i concetti del primo quadernario. ... Donne gentili, questa donna è morta. Una grazia segreta, e mirabilmente gentile ritruovo io nel chiudere che si fa così pianamente questo sonetto. E parmi, che questa grazia nasca dall’artifizio d’aver taciuto finora, che sia morta questa donna, per farne giungere la nuova all’improvviso nella stessa ultima parola del sonetto, lasciando che chi legge, intenda poscia per se stesso la gran ragione, che ha il poeta di lagnarsi, e la gran perdita, ch’egli ha fatto.

D’Angelo di Costanzo

Poichè voi, e io varcate avremo l’onde

Dell’atra Stige, e sarem fuor di spene,

Dannati ad abitar l’ardenti arene

Delle valli infernali, ime, e profonde;

Io spererei, ch’assai lievi, e gioconde

Mi farebbe i tormenti, e l’aspre pene,

Il veder vostre luci alme, e serene,

Che superbia, e isdegno or mi nasconde.

E voi mirando il mio mal senza pare,

Temprereste i dolor de’ martir vostri

Con l’intenso piacer del mio penare.

Ma temo, oimè, ch’essendo i falli nostri,

Per poco il vostro, il mio per troppo amare,

In sorte ne verran diversi chiostri.

Non perchè ottimo in ogni parte io lo stimi, ma perchè altri lo stimano tale, ho qui rapportato il presente sonetto. Secondo la filosofia, e il diritto de’ poeti innamorati, può essere gravissimo delitto il poco riamare. Nondimeno a me non pare gran dilicatezza o d’affetto, o di giudizio il cacciar così francamente, e senza consolazione alcuna la sua donna all’Inferno. Senza che ha la stessa Immagine un certo tetro, se punto vi si riflette, che affoga in parte il bello poetico, nocendo il suggetto all’arte medesima. Prescindendo da ciò, l’arte qui è molta, essendo il raziocinare ingegnosissimo, e riuscendo il componimento a maraviglia ben tirato e conchiuso.

Dell’abate Giovanmario De’ Crescimbeni

Brindisi ad Erasto Mesoboatico Pastore Arcade

Dammi Nise, quel bicchiero

Di cristal fino di monte:

Vendicar mi vo’ dall’onte

Di rovaio [63], che sì fiero

Soffia, sbuffa, e mi martella

Infin dentro le cervella.

Voglio quel, perchè gli è vasto

Un sommesso, e al par profondo;

Ed un brindisi giocondo

Su facciamo al nostro Erasto,

Alma d’oro, schietto core,

Del dover grand’amadore.

Non vi mescer quel vaiano,

Che par proprio soleggiato:

Egli è troppo delicato

Contra il crudo tramontano,

Che al vernotico fa scorno;

Ed io stesso il vidi un giorno.

Al Vernotico possente,

Ed al greco audace d’Ischia,

Che a mio pro, mentre quei fischia,

Soglion lega far sovente,

E schierar truppe e drappelli

Di focosi spiritelli.

Fa di scerre un vin così,

Che sovrasti all’acquavite,

O che almen sia d’una vite,

Che produca rosolì.

Forse, forse è di tal forza

La terribile Malorza.

Che? Malorza: al Rege Ibero

D’uve traggonla pregiate

Le Canarie fortunate:

Vino indomito ed altero,

Cui sogliam chiamar talora

Per ischerzo la Malora.

Recal tosto: ed è quel tino,

Che donommi il gran Crateo.

Egli è vero di Lieo

Sudor vivo, e non già vino:

Non già vin, ma a gran ragione

Liquefatto Sol-lione.

Sol-lione, fuoco, fiamma

Sempre viva, sempre accesa.

Qual miglior poss’io difesa

Mai bramar, s’ella m’infiamma?

Ella s’armi, e l’empio vento

Soffi allora a suo talento.

Ma già colmo il nappo spuma:

Vedi qual pronta e leggiera

Di fiammelle ardita schiera

Manda all’aria, ed arde, e spuma;

E tal vampa intorno stende,

Che già l’aria ancor s’accende.

Or mio dolce Erasto caro,

Che onor cresci al regal Tebro,

Il tuo nome alto celebro,

Il tuo nome illustre e chiaro;

Mentre pien d’amor divoto

Questo nappo per te voto.

Il mio ossequio prendi a grado,

O campion di Febo invitto.

Se il tuo nome fa tragitto

Ove l’uom giugne di rado,

Seco tragga, amico, il mio;

E immortal divenga anch’io.

Non comportando questa Raccolta, ch’io rapporti de’ componimenti troppo lunghi, e volendo pure dar qualche saggio dello stile ditirambico, ho scelto questo corto brindisi, il quale ne partecipa alquanto. Per virtù proprie di sì fatto stile noi contiamo i salti del poeta da un’oggetto all’altro, un’ingegnoso disordine, il mostrar d’essere rapito fuori di se per qualche violenta cagione, le figure spiritose, le riflessioni bizzarre, le parole composte, la varietà de’ versi, e de’ metri, e altre simili cose. Non ha permesso la brevità di questo componimento il mettere in pratica tante proprietà. Contuttociò in sì poco sito noi rimiriamo un franco passeggiare per molti oggetti, un riflettere bizzarro sopra diversi vini, metafore e iperboli ditirambiche, ed altri pregi, che sommamente commendano tutto il lavoro.

Del Petrarca

Levommi il mio pensiero in parte, ov’era

Quella, ch’io cerco, e non ritrovo in Terra.

Ivi fra lor, che ’l terzo cerchio serra,

La rividi più bella, e meno altera.

Per man mi prese, e disse: In questa spera

Sarà ancor meco, se ’l desir non erra:

Io so’ colei, che ti diè tanta guerra [64],

E compie’ mia giornata innanzi sera.

Mio ben non cape in intelletto umano:

Te solo aspetto, e quel, che tanto amasti,

E là giuso è rimaso, il mio bel velo.

Deh perchè tacque, ed allargò la mano?

Che al suon de’ detti sì pietosi, e casti,

Poco mancò, ch’io non rimasi in Cielo [65].

Fra tutti i sonetti del Petrarca a me suol parere questo il più bello, o almeno il più spiritoso. È pienissimo di cose; e di cose tutte eccellentemente pensate, e con felicità non minore espresse. Nobilissima ne è l’invenzione, e sopra tutto ha un non so che di celeste l’ultimo ammirabile terzetto. Cercando io una volta, se mai nulla potesse opporsi a così perfetto componimento, mi parve potersi dire. Primieramente non essere buon consiglio di far qui Laura mezzo cristiana, e mezzo pagana, mentre ella nel primo terzetto parla della resurrezion de’ corpi, e nel primo quadernario si dice col parer de’ Gentili, ch’ella alberga nel Cielo di Venere, siccome tutti gli spositori confessano. Secondariamente il meno altera significando qui non già meno maestosa, ma men superba, poco parea convenevole a Laura beata, in cui non dobbiamo supporre nè poco nè punto di superbia. E di fatto altrove la medesima, apparendogli in sogno, è chiamata

Piena sì d’umiltà, vôta d’orgoglio.

E in terzo luogo potea apparire qualche equivoco o oscurità in quel dire: se ’l desir non erra; perciocchè non si conosce tosto, se si parli del desiderio di Laura, o di quel del Petrarca. E parlando del desiderio del Petrarca (come io creo che debba intendersi) non dovrebbe egli ingannarsi desiderando, essendo che ancora i cattivi bramano di passar al Cielo dopo morte, benchè facciano azioni contrarie a questo lor desiderio. E parlando del desiderio di Laura (come per cagione del tempo presente parrebbe più verisimile che dovesse intendersi) non è possibile, che costei Beata s’inganni ne’ suoi desideri, e molto meno desiderando, che il Petrarca si salvi. Ma tutte queste ombre con egual facilità si dilegueranno ad ogni occhiata di maestro; ed io vo’ lasciare a i lettori il diletto di metterle in fuga senza l’aiuto mio.

Di Girolamo Gigli

Fortuna, io dissi, e volo, e mano arresta [66],

C’hai la fuga, e la fè troppo leggiera:

Quel, che vesti il mattin, spogli la sera;

Chi Re s’addormentò, servo si desta.

Rispose; È Morte a saettar sì presta;

Sì poco è il ben; tanto è lo stuol, che spera;

Che acciò n’abbia ciascun la parte intiera,

Convien, ch’un’io ne spogli, un ne rivesta.

Poi dissi a Clori: almen tu sii costante,

Se non è la fortuna; e amor novello

Non mostri ognora il tuo favor vagante.

Rispose: è così raro anco il mio bello,

Che, per tutta appagar la turba amante,

Convien, ch’or sia di questo, ora di quello.

Più de gli altri conoscerà la bellezza di questo sonetto, chi è pratico dell’Antologia, cioè della raccolta de gli epigrammi greci, e gusta le invenzioni gentili de’ Lirici antichi. In effetto mi par’esso composto sul modello di quegli. Oltre all’invenzione però, che è nuova e leggiadra, si ha qui da ammirare una virtù, che è propria di pochi. Ed è quel dire tanti sensi, e abbracciar tante cose in così poco spazio, senza affettazione veruna, con facilità, e chiarezza di stile, e con vaga naturalezza di rime.

Del Petrarca

Passa la nave mia colma d’obblio [67]

Per aspro mare a mezza notte il verno

Infra Scilla, e Cariddi; e al governo

Siede ’l signore, anzi ’l nemico mio.

A ciascun remo un pensier pronto, e rio,

Che la tempesta, e ’l fin par ch’abbia a scherno;

La vela rompe un vento umido eterno

Di sospir, di speranza, e di desio.

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni

Bagna, e rallenta le già stanche sarte,

Che son d’error con ignoranza attorto.

Celansi i duo miei dolci usati segni.

Morta fra l’onde è la ragione, e l’arte,

Tal, che incomincio a disperar del porto.

Per un’allegoria ben sostenuta e guidata, col fine di significar l’inquieto stato d’un amante poco fortunato, questa è creduta eccellente; ed ha sopra tutto da capo a piedi un’andamento [68] maestoso di versi, che non è sì frequente nell’altre fatture del medesimo artefice. Contuttociò a me non piace molto quel colma d’obblio, per dire che la sua nave, o sia l’Anima sua, è dimentica di se stessa, o de’ passati pericoli. Nè pur piace ad altri, che le speranze e i desiri rompano la vela della nave d’un amante, che solchi il mar d’amore; poichè questi affetti son favorevoli e dolci a gli amanti, ed ingolfano, o portano avanti la loro passione, e non l’arrestano. Lascio, che sia poco ben detto, che la nebbia rallenti le corde o sarte, facendole essa anzi star più irate, perchè se è errore, è del Petrarca, non come poeta, ma come fisico. E dico più tosto, che le sarte, le quali sono d’error con ignoranza attorto, hanno bisogno d’un buon comento, affinchè appaia una convenevole simiglianza fra le corde d’una vera nave, e quelle della nave immaginata dal poeta. Sono le corde uno de’ più necessari ed utili strumenti della nave; e quelle della nave fantastica, se son composte d’errore attortigliato coll’ignoranza, non possono essere, se non istrumenti sempre dannosissimi. O s’altro intende il poeta di dire, egli non si lascia molto intendere. In somma io conchiuderò colle parole del nostro Tassoni: È de’ migliori senz’altro questo sonetto; ma non è già incomparabile, come lo tengono certi cervelli di formica, a’ quali le biche paion montagne.

Di Girolamo Preti

Lucrezia Romana

Di dolor, di rossor, di sdegno accesa,

Sprezzatrice di vita, e d’onor vaga

La pudica Latina il seno impiaga,

Che può soffrir la morte, e non l’offesa.

E stretto il ferro all’onorata impresa,

Dell’oltraggio si duol, non della piaga,

E tanto col morir suo sdegno appaga,

Che ha sembianza d’ultrice, e non d’offesa.

Peccò, dice, Beltà: Beltate or pera,

Che fu la colpa della colpa altrui:

E, se questa non fosse, il reo non era.

Arse Amante lascivo, e l’esca io fui:

Superbo ei d’alma, io di bellezze altera,

Egli di me Tiranno, e io di lui.

Mirasi in questo componimento [69] un palese, ma fortunatissimo sforzo d’ingegno, avendo il poeta voluto ritrovar tanti concetti veri e sodi sopra il medesimo suggetto, e stringerli tutti nel breve giro di 14 versi: il che gli è venuto fatto con raro successo. Ma questi sfoggi d’industria, che sono come la carrozza di Mirmecide coperta dall’ale d’una mosca, non si vogliono stimare più de gli altri lavori, ne’ quali risplende l’ornamento modesto, e il bello della natura, e ne’ quali l’arte, benchè somma, pur non si scuopre. Sono quintessenze, che a lungo andare o dispiacciono, o ancora offendono: cosa però, che non può dirsi di questo bellissimo sonetto. ... E se questa non fosse ec. Cioè: s’io non era sì bella, non peccava Tarquinio; ma è detto con qualche stento, scoglio ordinario di chi vuol dire troppo in poco, e dirlo in Rima.

Del Petrarca

Chi vuol veder quantunque può Natura

E ’l Ciel tra noi, venga a mirar costei,

Ch’è sola un Sol, non pure a gli occhi miei,

Ma al Mondo cieco, che virtù non cura.

E venga tosto, perchè Morte fura

Prima i migliori, e lascia stare i rei:

Questa è aspettata al Regno de gli Dei.

Cosa bella mortal passa, e non dura.

Vedrà, s’arriva a tempo, ogni virtute,

Ogni bellezza, ogni real costume

Giunti in un corpo con mirabil tempre.

Allor dirà, che mie rime son mute,

L’ingegno offeso dal soverchio lume:

Ma, se più tarda, avrà da pianger sempre.

Pochi sonetti del Petrarca ci sono, che pareggino, e niuno forse, che avanzi questo in bellezza. Lo reputo io una delle più sublimi cose, che s’abbia la lirica nostra: tanto è ripieno di pensieri poeticamente mirabili; tanto è ben tirato; non potendosi nè con più forza, nè con più arte far comprendere la straordinaria beltà sì esterna, come interna di Laura. E queste virtù spezialmente risplendono ne’ due quadernari, e più ancora nel secondo, nel qual entra il poeta con un passaggio nobilmente affettuoso .... Questa è aspettata ec. Così mi piace di leggere, e così credo che abbia scritto il Petrarca, senza confondere questo verso col seguente, la tenerissima e gentil sentenza del quale va letta da se stessa. A me non reca noia quel regno de gli Dei, quasi pecchi di Gentilesimo; imperocchè può il poeta, come ha fatto altrove, usar le opinioni della Gentilità, purchè non usi nel medesimo tempo le sacrosante del Cristianesimo. Senza che può appellarsi anche cristianamente il cielo Regno de gli Dei, perchè regnano colà i Santi, chiamati Dei ancora dalle sacre carte in senso metaforico.

Di Francesco Redi

Lunga è l’arte d’amor, la vita è breve,

Perigliosa la prova, aspro il cimento,

Difficile il giudizio; e a par del vento

Precipitosa l’occasïone, e lieve.

Siede in la scuola il fiero mastro, e greve

Flagello impugna al crudo ufizio intento;

Non per via del piacer, ma del tormento,

Ogni discepol suo vuol che s’alleve.

Mesce i premi al gastigo, e sempre amari

I premi sono, e tra le pene involti,

E tra gli stenti, e sempre scarsi, e rari.

E pur fiorita è l’empia scuola, e molti

Già vi son vecchi; e pur non v’è chi impari:

Anzi imparano tutti a farsi stolti.

Gentilissima riesce l’entrata di questo sonetto per lo buon’uso dell’aforismo d’Ippocrate. Con rara soavità, con chiarezza continua e con pari leggiadria si conduce maestrevolmente l’allegoria, e tutto il componimento, sino al fine. Ha il quarto verso un bel vezzo dal suon delle parole, corrispondente all’intenzione del senso; e la chiusa inaspettata mirabilmente s’attacca al resto del corpo. Nol paragono coll’antecedente del Petrarca, bastandomi di dire, che questo nello stile mezzano mi pare uno de gli ottimi.

Di Gabriello Chiabrera

I.

Tra duri monti alpestri,

Ove di corso umano [70]

Nessun vestigio si vedeva impresso;

Pe’ sentier più silvestri

Giva correndo in vano

Distruggitore acerbo di me stesso.

Dal gran viaggio oppresso

Io movev’orma appena,

Affaticato, e stanco;

E nell’infermo fianco

A far più lunga via non avea lena;

Tutto assetato, ed arso,

Di calda polve, e di sudor cosparso.

II.

Quando soavemente

Ecco a me se ne viene

Amato risonar d’un mormorio.

Volsimi immantenente;

Nè più chiare, o serene

Acque gir trascorrendo unqua vid’io.

Fonte di picciol rio

Fra belle rive erbose

Discendea lento lento.

Il rivo era d’argento,

E l’erbe rugiadose, ed odorose

Per la virtù de’ fiori,

Fior, ch’aveano d’April tutti i colori.

III.

Com’io, sì vinto, scorsi

Il puro ruscelletto,

Che di se promettea tanta dolcezza;

Così rapido corsi,

E già dentro del petto

Sentia di quell’amabile freschezza.

Oh umana vaghezza

Ben pronta, e ben vivace

A’ cari piacer tuoi,

Ma sul compirli poi

Rade volte non vana, e non fallace!

Lasso, che posso dire?

Cinto è di mille pene un sol gioire.

IV.

Su la bella riviera

Bella Ninfa romita

Si facea letticiuol della bell’erba;

A rimirarsi altiera

Per bellezza infinita,

E per fregi, e per abiti superba.

Come mi vide, acerba

Gli occhi di sdegno accese,

E cruda in piè levossi;

E di grand’arco armossi

La man sinistra, e con la destra il tese,

Quanto potea più forte,

E prese mira, e disfidommi a morte.

V.

Io riverente, umile

Mi rivolgeva a’ preghi.

Tutto in sembianza sbigottito, e smorto.

Alma Ninfa gentile,

Perchè sì t’armi, e neghi

Un sorso d’acqua a chi di sete è morto?

Mira, che appena porto

Per questi monti il piede;

Mira, ch’io m’abbandono.

Fia per cotanto dono

Ad ogni tuo voler serva mia fede.

Deh serena la fronte:

Non, perch’io beva, seccherà tua fonte.

VI.

Mentr’io così dicea,

Ella pur, come avante,

Di scoccar l’arco, e d’impiagar fea segno.

Allora io soggiungea:

O Ninfa, il cui sembiante

Via più del ciel, che della terra, è degno,

Mira, ch’io qui ne vegno

Sconosciuto pastore

Di queste oscure selve,

Nè d’augelli, o di belve,

Per la mercede altrui vil cacciatore.

Io mi vivo in Permesso,

Caro alle Muse [71], e al gran Febo istesso.

VII.

Colà fin da’ primi anni

Fu mia mente bramosa

Le tempie ornarsi di famoso alloro;

E con non brevi affanni

Su la cetra amorosa

I modi appresi di sue corde d’oro.

Oh, se per te non muoro

Digiun di sì bell’onda,

Come per ogni etate

La tua chiara beltate

Ogni beltate si farà feconda!

Sgombra, o Ninfa, l’asprezza: [72]

Non risplende taciuta alta bellezza.

VIII.

A questi detti il viso

Ella girommi umano,

Sì che nel petto ogni paura estinse;

E con gentil sorriso

I gigli della mano

Bagnò nel fiume, e di quell’acqua attinse.

Indi vêr me sospinse

La desiata palma

Colma di dolce umore,

Su quel momento, Amore,

Dì tu, che fu del cor? che fu dell’alma?

Oh momento felice!

Ma la memoria è ben tormentatrice.

Indarno è, Mariani, il far querele,

Che fosse il gioir corto:

È brevissimo in terra ogni conforto.

Qual sia l’intenzione segreta dell’autore in questo componimento, a me non giova d’investigare, e vorrei che poco importasse ad altri. Ma qual sia la bellezza de’ versi, a me sembra tanto palese, che per avventura è superfluo il volere additarla a gli occhi altrui. Nulladimeno dirò, che qui può ammirarsi un’incomparabile unione dello stil venusto col grande, spirando l’avvenente fioritezza di questa composizione anche una maestà da matrona. Dirò, che l’invenzione è leggiadrissima, e tale, che tien soavemente insino al fine sospesi gli animi de’ lettori. Dirò finalmente, che il tutto è con vivacità e grazia espresso, e che più delle altre mi diletta la quarta stanza, e appresso ancora l’ottava.

Di Bernardo Tasso [73]

Deh perchè contra l’empia invida Morte

Cagion del mio, e de’ tuoi tanti mali,

Non adoprasti, Amor, l’arco, e gli strali

A guisa di guerriero ardito, e forte?

Morta è la donna mia; con lei son morte

Le tue vittorie; or senza lei che vali?

Spente le faci, e spennacchiate l’ali,

Cosa, non troverai, che onor ti porte.

Tu dovevi morir ne’ suoi begli occhi,

Poichè nel suo cader cadder con lei

L’alte tue glorie, e gli acquistati pregi.

Vedi d’intorno sparsi i tuoi trofei,

Quasi bei fior da freddo gielo tocchi;

Nè più fia chi t’onore, o chi ti pregi.

Non è sonetto massiccio; ma tuttavia ha alcune belle grazie, ne’ quadernari spezialmente. Se la chiusa fosse migliore, e più spiritosa, ne sentirebbe gran vantaggio tutto il componimento. Ma il dire

Nè più fia chi t’onore, o chi ti pregi,

oltre all’avere un non so che di melenso, mostra anche un’estrema povertà dell’autore, nulla contenendo, che non sia stato detto nell’antecedente verso

Cosa non troverai, che onor ti porte.

Di Carlo Antonio Bedori

Quel puro Genio, a me custode eletto,

Lucerna a i passi, e fiamma a i desir miei,

Donna mostrommi un dì d’orrendo aspetto,

E accennando mi disse: Ama costei.

Come, tosto gridai, l’acceso affetto

A sì funesti raì volger potrei?

Ben’io ravviso il mal gradito obbietto:

O questa è Morte, o vive Morte in lei.

Sotto quelle sembianze, ingrate a voi,

Vive Morte, ei risponde, e Morte è quella,

Deforme, ahi troppo, a i ciechi sensi tuoi.

Fissa, poscia soggiunse, il guardo in ella;

Un’altra diverrà, qualor tu vuoi.

Il Ciel pose in tua mano il farla bella.

Per l’invenzione pellegrina, con cui sensibilmente vien qui rappresentata dalla fantasia una verità teologica e morale, assaissimo è da prezzarsi questo sonetto. Quanto al primo quadernario, il truovo io lavorato con vivacità e possesso da maestro. Nel secondo, se non a qualche troppo severo censore potrebbe dispiacere il contrapposto del quarto verso. La chiusa è nobilissima. ... Ingrate a voi. Niun bisogno di rima ha, credo io, fatto qui entrare un voi, mentre si parla ad una sola persona, perchè facilmente appare, che si sottointende ingrate a voi mortali. ... Il guardo in ella. Alcuni esempi d’ella in caso obliquo si truovano presso eccellenti Autori, e in versi talora è grazia il valersene.

Di Andrea Navagero

Donna, de’ bei vostr’occhi i vivi rai,

Che nel cor mi passaro,

Con lor subita luce Amor svegliaro,

Che si dormiva in mezzo del mio core.

Svegliossi Amor, che nel mio cor dormia;

E i bei raggi raccolse,

E formonne un’immagin sì gentile,

Che gli spirti miei tutti a lei rivolse.

Questa allor tanto umile

All’alma si mostrò, sì dolce, e pia,

Che perchè voi mi siate acerba, e ria,

Tanto è dolce la spene,

Che dimora nel cor, che di mie pene,

E d’ogni mio dolor ringrazio Amore.

Può contarsi fra i più limpidi e ben condotti madriali. Qui senza fasto serve la fantasia a dipingere un bel vero, e lo dipinge ella con sì vaghi e naturali colori, che non può non sentirne diletto chiunque ha dilicatezza di gusto.

Di Antonio Tibaldeo

Statua di Beatrice fatta innalzare da Leone suo amante

Che guardi, e pensi? Io son di spirto priva,

Son pietra, che Beatrice rappresenta.

Leon, che l’ama, e per amarla stenta [74],

Vedendo me, gli affanni in parte schiva.

Natura, e non tu sol, crede ch’io viva,

E qual sia l’opra sua, dubbia diventa;

E spesso a gli occhi Amor mi s’appresenta,

Che ha il nido in quei di Beatrice viva.

Ma poichè me ritrova un duro sasso,

Scornato ride, e va cercando lei

Col viso di vergogna tinto, e basso.

E certo infusa m’avrian l’alma i Dei

Per far contento questo amante lasso:

Ma stiman, che sian vivi i membri miei.

E perchè produrre in mezzo questo co i due seguenti sonetti, ne’ quali appare tanta rozzezza di lingua, e massimamente in questo, dove quel per amarla stenta è bastante a far venir la colica? Io li produco, non perchè il tutto lo meriti, ma perchè qualche parte me ne par degna, come nel presente il secondo quadernario, e il primo ternario. Voglio eziandio, che sentano i lettori la varietà de’ gusti, e qual fusse quel di coloro, che scriveano nel secolo quindicesimo. ... E certo infusa ec. Ci hanno i Greci in simile suggetto lasciati de’ pensieri leggiadri, e in qualche cosa somiglianti a questi; ma non mai sì arditi. È troppo ardimento, parlando in sentimento de’ Gentili, questo immaginare, che gli Dii si sieno cotanto, e per tanto tempo, ingannati.

Dello stesso

nel medesimo suggetto

Tu, che mirando stupefatto resti,

Se t’innamora questa immagin bella,

Pensa, se, come ha il corpo, la favella

Avesse, e i bei costumi, e i modi, e i gesti,

So, che tutto infiammato allor diresti:

Io ti scuso, Leon, s’ardi per quella.

Tolse il scultor la minor parte d’ella,

Abbagliato da gli occhi ardenti, e onesti.

Ben potria ’l Cielo, e sarebbe atto pio,

Mandare al marmo un’alma per mia pace:

Ebbe Pigmalïon quel, che chiegg’io. [75]

O, s’una di lassù dar non gli piace,

Torne a Beatrice (c’ha il suo spirto, e ’l mio)

Uno, e locarlo in quest’altra, che tace.

Ancor qui la chiusa è imbrogliata forte, sì nella gramatica per cagion di quest’altra, da cui la parola immagine è troppo lontana, e sì per lo sentimento, poichè dall’aver metaforicamente Leone il suo spirito in petto di Beatrice, non dovea dedursi questa conseguenza: adunque può locarsi in questo marmo uno de gli due spiriti di costei, e n’avrà la pietra una vita vera, e naturale. Il rimanente del sonetto, se se n’eccettua quel dire il scultor in vece di lo scultor, ha de i pensieri ed affetti felicemente vivaci, e spiegati con grazia.

Dello stesso

nel medesimo suggetto

Costei, che viva in bianco sasso miri,

Scolpir fece Leone; e a ciò fu spinto,

Perchè, quando sotterra il corpo estinto

Sia di Beatrice, ancor Beatrice spiri;

E perchè sian scusati i suoi desiri;

Che chi ’n pietra vedrà suo volto finto

Dirà: non è mirabil, se fu vinto

Leon, se visse in lagrime, e in sospiri.

Or pensa spettator, se l’amò forte,

Quando pose ogni studio, ogni valore

In dar la vita a chi gli diè la morte.

Una ha in marmo, una in carte, e una in core;

Resterann’una, se fian l’altre morte.

Egli una, una Malvico, una fe’ Amore.

S’altro giovamento non facessero i poeti di questo gusto, muovono almeno coll’ardimento loro, e con certa fecondità di pensieri non di rado felici, l’asciutta o addormentata vena di certi altri poeti, i quali dando miglior grazia a gli altrui imperfetti parti, con poca fatica possono farsene onore, e divenir ladri con benefizio comune, e senza timor di gastigo. Ora una tale utilità parmi che si possa cavare dal presente sonetto. ... In dar la vita a chi ec. Guardansi gl’ingegni migliori dalla pompa di questi ricercati Contrapposti, che facilmente cadono nel fanciullesco; e questo appunto può parer fanciullesco, almeno oggidì. Il medesimo sentimento potea con acutezza minore, e con più saviezza adoperarsi.

Dell’abate Alessandro Guidi [76]

Nel pubblicarsi le Leggi dell’Accademia de gli Arcadi

I.

Io non adombro il vero

Con lusinghieri accenti:

La bella Età dell’oro unqua non venne.

Nacque da nostre menti,

Entro il vago pensiero,

E nel nostro desio chiara divenne.

Spiegò sempre le penne

La gran Ministra alata

A i fochi d’Etna intorno,

Ove, per provveder l’ira di Giove

Sempre di fiamme nuove,

Stancò i Giganti ignudi

Su le fatali incudi:

E per le vie del Ciel corse, e ricorse,

Intenta sempre a’ suoi severi ufici.

Or, se del Fato infra i tesor felici

Il Secol d’or si serba,

Certo so ben, che non apparve ancora

Un lampo sol della sua prima Aurora.

II.

Chiude nostra Natura

In mente gli aurei semi,

Onde sorger potrian l’età beate.

Ma il suo desir, ch’è cieco,

E incontro al ben s’indura,

Da così bel pensiero la diparte.

Vedete, come in carte

Si ragiona di lei, che in seno accoglie

Tante feroci voglie,

E col loro piacer sol si consiglia.

Vedete, come a se sempre somiglia,

E come spira all’innocenza in petto

Lampi, e faville di vendetta, e d’ira;

E come poscia tesse atroci inganni,

Velando di Virtute anco i Tiranni.

III.

Io non invan su questo Colle istesso

Al Popol di Quirino

Un giovanetto Cesare rammento;

Quei, che si vide impresso

Del bel genio latino,

E che un lustro regnò placido, e lento;

Quegli, che poscia spense

Ogni sua bella luce, e ’l ferro mise

Entro il materno seno,

E guardò le ferite, e ne sorrise.

Quei, che la patria infra le fiamme uccise:

Sì che squallido il Tebro uscì dall’onde,

E di Roma in veder l’orrida immago

Stesa per l’ampia valle,

Sospirando gridò: giunto è Anniballe

Tutto di sangue, e di ruine vago,

Su i sette Colli a vendicar Cartago.

IV.

Non, perchè ’l viver nostro

Giace lontan dalle  città superbe,

E siede alle bell’ombre, e in riva a i fonti;

E non ancor si è mostro

Caldo dell’ire acerbe,

E non cerca fregiar d’oro le fronti:

Già noi sarem men pronti,

O impotenti a turbar nostro costume.

E qual pastor fra noi tanto presume,

Che pensi di poter dentro le selve

Menar’i giorni suoi lieti, e ridenti,

Come le antiche, e favolose genti?

V.

Quel soave talento,

Che sì ad amar ne accende,

Io credo ben, che scenda dalle stelle:

Vien da quei santi lumi,

In cui sfavilla, e splende

Il chiaro seme delle voglie belle;

Ma giunto in quella parte, ove ribelle

Forza s’infiamma, ed a ragion contrasta,

L’origine celeste

All’innocente ardor sola non basta.

Nuovo desio si veste,

Ove si alberga, e vive.

Così talor Virtute

Se pon ne’ tetti de’ tiranni il piede,

Senza sua gloria, e libertà, sen giace:

Ch’ivi cangia costume, o pur soggiace.

VI.

Il vïolento e torbido sospetto

Anco in noi desta i suoi pensier feroci,

Che si vedrian di sangue, e d’ira tinti,

Se non che sotto mansuete voci

Velan le fiamme in petto,

Però che povertà gli tiene avvinti.

Ma da soverchio ardor potrian sospinti

Anco recarsi in mano il ferro, e ’l tosco,

E funestare il bosco.

E se Fortuna con sereni auguri

Per le nostre campagne un dì passasse,

E lampeggiando entrasse

Lieta ne’ nostri poveri tuguri,

Avrian da noi (chi ’l crederìa?) rifiuto

Le pastorali Muse; e quel diletto,

Ch’abbiamo in acquistar gloria da i carmi,

Sorgerebbe dall’armi;

E diverrebbe del canoro ingegno

Tutto l’ardore, alto desio di regno.

VII.

Fu pur Romolo anch’ei pastor del Lazio,

E, come noi, reggeva armenti, e gregge,

E si vestia di queste spoglie irsute;

Quando de’ boschi sazio

Mosse l’aratro a quel terribil solco,

Donde sur le gran mura uscir vedute.

Allor la mansueta sua virtute

Cangiò spirto, e colore;

E tanto bebbe del fraterno sangue,

Ed orma tale di furore impresse,

Che l’acerba memoria ancor non langue,

E ancor’offende, e oscura

Il gran natal delle romane mura.

VIII.

Or voi recate il freno,

O sante Leggi, alle nascenti voglie,

E gli Arcadi Pastor per man prendete.

Voi di natura illuminar potete

La fosca e dubbia luce.

Se voi non foste in nostra guardia deste,

Nostra mente faria sempre vïaggio

In su le vie funeste;

Ed Arcadia vedreste

Piena solo dell’opre orrende antiche.

Or voi splendete al viver nostro amiche:

Che se indugiasse il fato

A recarne i felici imperi vostri,

Governo avrian di noi furori, e mostri.

Nel primo tomo di questa Opera al Lib. II Cap. II ho toccato leggiermente i pregi di questa nobilissima canzone. Ora soggiungo, che ne i parti di questo gusto originale si mira tutto quel sublime e nuovo, che può mai darsi a gli oggetti, sieno questi grandi e stranieri per se stessi, o sieno bassi e triviali. Ogni cosa, dico, è qui vestita col più magnifico e bel colore poetico, che sappia immaginare la fantasia, senza che questa potenza o mostri giammai povertà, o ecceda dalla parte del lusso, e del troppo. La fecondità del poeta, più tosto che ad empiere di gran varietà di proposizioni e cose i suoi versi, tende ad amplificare, e colorire con tutta la novità e splendidezza possibile alcune delle più belle e più scelte proposizioni, che si convengano al suggetto; le quali così sontuosamente addobbate e legate, formano poscia un componimento rarissimo a cui qualche oscurità talvolta accresce, non toglie la maestà. Oltre a ciò ogni verso, ogni frase, ogni senso qui è lavorato, e limato con incredibile attenzione e finimento, in guisa tale che da per tutto corrisponde l’esterna armonia del metro all’interna bellezza de’ sentimenti.

Di Benedetto Menzini

Dianzi io piantai un ramuscel d’alloro,

E insieme io porsi al Ciel preghiera umile,

Che sì crescesse l’arbore gentile,

Che poi fosse a i cantor fregio, e decoro.

E Zeffiro pregai, che l’ali d’oro

Stendesse su’ bei rami a mezzo aprile,

E che Borea crudel stretto in servile

Catena, imperio non avesse in loro.

Io so, che questa pianta a Febo amica

Tardi, ah ben tardi, ella s’innalza al segno

D’ogni altra, che qui stassi in piaggia aprica.

Ma il suo lungo tardar non prendo a sdegno;

Però che tardi ancora, e a gran fatica [77]

Sorge tra noi chi di corona è degno.

Di gusto pellegrino è il presente sonetto. Io ci sento dentro il dilicato genio d’alcuni epigrammi greci. Un certo vero nuovo, pensieri sodi e naturali, e un bel concatenamento di tutto, fanno singolarmente piacermelo, e stimarlo degno di lode non ordinaria. Non ardirei dire, che fosse errore nell’ultimo verso quel di corona è degno. Dirò bensì, che meglio, e più sicuro sarebbe stato il dire sia degno.

Di Torquato Tasso

Stiglian, quel canto, onde ad Orfeo simíle

Puoi placar l’ombre dello Stigio regno,

Suona tal, ch’ascoltando ebro ne vegno,

Ed aggio ogn’altro, e più ’l mio stesso a vile.

E s’Autunno risponde a i fior d’aprile,

Come promette il tuo felice ingegno:

Varcherai chiaro, ov’erse Alcide il segno,

Et alle sponde dell’estrema Tile.

Poggia [78] pur dall’umíl volgo diviso

L’aspro Elicona, a cui se’ in guisa appresso,

Che non ti può più ’l calle esser preciso.

Ivi pende mia cetra ad un cipresso.

Salutala in mio nome, e dalle avviso,

Ch’io son da gli anni, e da fortuna oppresso.

È sonetto forte, e vi si conosce dentro il buon Maestro. Ma sopra tutto mi sembra eccellente cosa l’immagine compresa nell’ultimo terzetto. Anzi, per vero dire, il resto del componimento, siccome per se stesso poco mirabile, da essa ha da riconoscere la maggior parte della sua bellezza. ... Poggia pur ec. Lascio ad altrui la decisione, se possa dirsi Poggia l’aspro Elicona, in vece di Poggia all’aspro Elicona, dappoichè Dante nella prima cantica dell’Inferno ha detto:

Perchè non sali il dilettoso monte?

Almeno da qui innanzi dovrà potersi dire coll’esempio di sì famoso autore.

Dell’abate Vincenzo Leonio [79]

in morte di Gio: Morosini, e Teresa Trevisani Nobili Veneziani,

sposi promessi, infermati, e morti in un tempo medesimo. [80]

Tra queste due famose anime altere,

Ch’ora anzi tempo han fatto al ciel ritorno,

L’istessa stella, ov’ambe avean soggiorno [81],

Voglie creò d’amor pure, e sincere.

Discese poi dalle celesti sfere

Vestiro ambe sull’Adria abito adorno,

E lo splendor, ch’indi spargean d’intorno,

L’amorose destò fiamme primiere.

Ma l’una e l’altra a maggior lume avvezza,

Visti oscurati dal corporeo velo

I più bei rai della natia chiarezza,

Accese alfin da desïoso zelo

Di riveder l’antica lor bellezza,

Sen ritornaro insieme unite al cielo.

Mirabilmente si fa servire a questo argomento una splendida, ma non vera, opinione della Scuola platonica. Oltre al merito dell’invenzione, ha il sonetto una tal pulitezza di sensi, di parole, e di rime, che tutto vi pare naturalmente nato, e non posto dall’arte occulta al suo debito luogo. Laonde qui può avere un bell’esempio, chiunque ama, e cerca il Bello, e le perfezioni dello stil naturale e leggiadro.

Del Petrarca

Mille fïate, o dolce mia guerriera,

Per aver co’ begli occhi vostri pace,

V’haggio proferto il cuor; ma a voi non piace

Mirar sì basso con la mente altera.

E se di lui fors’altra donna spera,

Vive in speranza debile, e fallace:

Mio, perchè sdegno ciò, che a voi dispiace,

Esser non può giammai così, com’era.

Or s’io lo scaccio [82], ed e’ non trova in voi

Nell’esilio infelice alcun soccorso,

Nè sa star sol, nè gire, ov’altra il chiama;

Poria smarrire il suo natural corso,

Che grave colpa fia d’ambeduo noi,

E tanto più di voi, quanto più v’ama

Mira che bella rettorica hanno i poeti innamorati, ma di sommo ingegno, come era il Petrarca. Sono ingegnosissime tutte queste ragioni, e nascondono un’incomparabile tenerezza d’affetto. Ma è di pochi il discernere la grave difficultà di dir con chiarezza e nobiltà Poetica tanti, e sì sottili pensieri; e nè pur tutti porranno mente, quanto sia franca, e vaga l’entrata di questo veramente nobile sonetto.

Del march. Giovangioseffo Orsi

La mia bella avversaria un dì citai

Del monarca de’ cuori al tribunale;

E a lei, quando comparve, io dimandai

O il mio cuore, o al mio cuor mercede uguale.

Chi tel niega? di lui nulla mi cale,

Risposs’ella, volgendo irati i rai;

Indi a terra il gittò mal concio, e tale,

Che più quel non parea, che a lei donai.

Allora io del mio cuor lacero, e guasto

I danni protestai. Ma il giusto Amore,

Che mal soffria di quell’altera il fasto,

Pensò, poi disse: Olà, che si ristore

De’ suoi danni costui senza contrasto:

Donna, in vece del suo, dagli il tuo cuore.

È uno scherzo, secondo l’opinione del suo autore; e secondo la mia, è uno scherzo sommamente gentile, vivo, e dilettevole. Certo che non potea nè meglio dipingersi, nè con purità, o modo più vivace, mettersi tutta sotto gli occhi de’ lettori questa graziosa finzione. Sicchè fra i sonetti scherzevoli insieme e gentili io lo reputo uno de gli ottimi.

Di Benedetto Varchi

Donna bella, e crudel, nè so già quale

Crudele, o bella più; so ben che siete

Bella tanto, e crudel, che nulla avete

Ned in beltà, nè in crudeltate uguale.

Se del mio danno prò, se del mio male

Alcun bene, e del duol gioia prendete:

Più dolce assai, che non forse credete,

M’è il danno, e ’l mal, e ’l duol, che ognor m’assale.

Ma, se ’l morir di me nulla a voi giova,

E puovvi esser d’onor questa mia vita,

Perchè volete pur, che affatto io mora?

Che si dirà di voi? Costei per nuova

Vaghezza e crudeltà trasse di vita

Un, che tanto l’amò, che l’ama ancora.

Non è vino sfoggiato [83], ma si può ber volentieri. Benchè ne’ quadernari si vegga qualche più apparente sforzo dell’ingegno; a me tuttavia per la naturale e non volgare argomentazione, e per la chiusa dilicatamente ingegnosa, piacciono molto più i terzetti.

Di Francesco De Lemene

I.

Cantiamo Inni al gran Dio [84]. Nel Ciel, nel mondo

D’Abram, d’Isacco, e di Giacobbe il nume

È pur saggio, e possente, e buono, e grande!

Col suo poter la sua bontate ei spande,

Che scorre, e irriga, inessicabil fiume,

Lo steril sen del nulla, e ’l fa fecondo.

Sgorga nel nulla, ed ivi

La dirama in più rivi

Con misura inegual

Saper profondo: Quel profondo

Saper, de’ cui governi

Sol voi siete la legge, arbitri eterni.

II.

Del suo poter, del suo saper ripiene

Son l’opre tutte; e le rotanti spere

Son piene di sue glorie ampi volumi.

Col regolato error di tanti lumi

Apre del gran saper, del gran potere

All’attonito mondo illustri scene.

Ma con gran sapienza

Se infinita potenza

Diede già vita al mondo, e in vita il tiene,

O Dio, non fia però, che mio ti chiami

Perchè sai, perchè puoi, ma perchè m’ami.

III.

Quanto d’adorno, e vago in noi riluce

Col tuo raggio divin, tutto disserra

Un amoroso tuo fecondo zelo.

Sol perchè amasti il cielo, eccoti il cielo,

Perchè amasti la terra, ecco la terra,

Perchè amasti la luce ecco la luce.

Eccomi dunque anch’io,

Saggio, e possente Iddio,

Opra dell’amor tuo, che mi produce;

E s’ei non mi traea dalla tua mente,

Or non t’adorerei saggio e possente.

IV.

O primiera Cagione, alta, immortale,

Ben da sì grandi, e sì leggiadri effetti

Il tuo Potere, il tuo Saper conosco.

So, che tu sei; ma chi tu sia m’è fosco;

Che di poggiare a sovrumani oggetti,

Stretta fra’ lacci suoi, l’alma non vale.

In te stesso ti copri,

Ti palesi, quand’opri;

Tu rischiari, ed acciechi occhio mortale,

E si vestì la tua beltà divina

Su l’Orebbe di rai, d’ombre sul Sina.

V.

Io dunque umil sì lucid’ombra adoro,

Volgendo i preghi, ove sua cuna ha ’l giorno

Come la prisca Atene a Nume ignoto.

Prendi su l’ali tue, prendi ’l mio voto,

E tu lo porta a Dio nel tuo ritorno

Al dorato Levante, Euro sonoro.

Ma che? Nell’alta mole,

Fatto sua reggia il Sole,

Sparge ancor dall’Occaso i raggi d’oro:

E nel Meriggio, e a’ rigidi Trïoni

È Re dell’Austro, ed ha su Borea i troni.

VI.

Riempie il tutto; e se fingendo io penso,

Oltre al confin de’ vasti spazi, e veri,

Deserti immaginati, e spazi novi:

Ivi col mio pensiero, o Dio, ti trovi,

Stendendo ancor non limitati imperi

Oltre (se dir si puote) oltre all’immenso,

Tutti i luoghi riempi,

Occupi tutti i tempi

Con quell’immoto istante ignoto al senso.

Eterno regni, anzi regnar ti scerno

Oltre (se dir si puote) oltre all’eterno.

VII.

All’Eterno, all’immenso, or qual sì vasta

Con splendida pietate, e qual sì augusta

Mole ergerem, che del suo Dio sia degna?

Per lui, qual più risplenda, è mole indegna;

Per lui, qual più si stenda, è mole angusta;

Che tutto il ciel riempie, e poi sovrasta.

Ah, che l’eterna cura

Nostri tesor non cura:

Per suo tempio superbo il cor le basta.

Ove in lampa d’amor risplenda il foco,

Le basta il cor, se l’universo è poco.

VIII.

Se tu n’avvivi, Amor, deh tu n’impetra

Un raggio sol di quel beato ardore,

Onde avvampan lassù que’ gran santi;

E moveranno allora: nostri canti

Con voi gara gentil, menti canore,

Mandando inni divoti a ferir l’etra.

Intanto, o Re de’ Regi,

Di tue glorie si fregi

Questa d’ogni armonia povera cetra,

Che mia tarda pietate a te consacra

Profana un tempo, e col tuo nome or sacra.

IX.

Più, qual solea sul vaneggiar de gli anni,

D’amorosi deliri or non risuona,

Ma gl’Italici metri al vero accorda.

Oh cieca etate, ahi troppo cieca, e sorda,

Cui senso lusinghiero agita, e sprona,

E con folle piacer le copre i danni.

Sdegna saggi consigli,

Poi ne’ propri perigli

Ha maestri del ver gli stessi inganni,

Ma finchè il tardo avviso a lei non giunge,

Cercando il ben, dal primo Ben va lunge.

Non voglio, che mettiamo in conto il pregio, che ha questo Poeta (rapitoci dalla Morte nell’anno 1704) di penetrar sì adentro nelle materie teologiche; ma bensì che lodiamo la maniera felicissima, con cui egli chiude in versi, e spiega cotali altissime materie. Ciò non si può eseguire senza una somma difficultà, e senza avere gran signoria di colori, di frasi, e di rime. Ora qui si parla de gli attributi divini con tanta chiarezza e sublimità di stile poetico, che possono ancora i meno intendenti comprendere la grandezza dell’oggetto, e debbono i più intendenti ammirar l’artifizio, la forza, e la leggiadria di sì nobile parlare. Dalle belle figure eziandio, che quà e là risplendono, traspare un tenerissimo affetto verso il nostro Dio: pregio ascoso, che mirabilmente accresce la perfezione del presente inno. La terza, la sesta, ed ancora la quinta stanza a me paiono singolarmente poetiche e belle.

Di Angelo Amanio

L’Altezza de gli Dei, l’umano orgoglio

Ad un sol tirar d’arco abbasso, e freno,

E tanti presi intorno al carro io meno,

Che tanti mai non vide il Campidoglio.

Nudo di panni, altri d’arbitrio spoglio;

Cieco veggio quel, ch’altri occulto ha in seno;

Fanciul conosco più, ch’uom d’anni pieno,

E ’l vanto ad ogni augel col volo io toglio.

Ma, perchè ’l glorïar se stesso è male [85],

Lascerò dir di me tutti costoro

Miseri testimon di questo strale.

E se guardate ben le spoglie loro,

Direte poi: Contra costui non vale

Religion, virtù, forza, o tesoro.

Vaglia quanto può valere questo sonetto. Ha qualche non volgar novità. Il primo quadernario, e il primo terzetto sono pezzi ben fatti. Nel secondo quadernario non biasimo, nè lodo que’ contrapposti; ma mi pare senza sale il vantarsi di vincere col volo gli augelli. Fa un poco di ribrezzo nella chiusa quel dire, che la religione, e la virtù non vagliono contra d’Amore, perchè sfacciatissimo, e sacrilego è cotal vanto. Nulladimeno essendo il pensiero pur troppo vero, e parlando Amore da tiranno, come ancora sul bel principio appare, non dovrebbe dispiacere nè pure la sua conchiusione.

Di Francesco De Lemene

Di se stessa invaghita, e del suo bello [86]

Si specchiava la Rosa

In un limpido, e rapido Ruscello.

Quando d’ogni sua foglia

Un’Aura impetuosa

La bella Rosa spoglia.

Cascâr nel Rio le spoglie; il Rio fuggendo

Se le porta correndo:

E così la Beltà

Rapidissimamente, oh Dio, sen va.

Mostrerei d’avere poco buona opinione di chiunque legge questo madrigale e simbolo, se mi fermassi a fargli osservare la sua maravigliosa natural bellezza, la purità incomparabile de’ versi, e la vaghezza massimamente dell’ultimo, che col suono esprime l’azione. Chi per se stesso non s’accorge di tanto lume, vorrei, che almeno s’accorgesse, che per lui non è fatto questo mio Libro.

Dell’abate Antonio Maria Salvini

O venerando Giove, se giammai [87]

Dirò mal delle femmine, ch’i muoia:

Che sono la miglior cosa del mondo.

Se mala donna fu Medea: fu buona

Cosa Penelopea. Se dirà alcuno,

Che fusse una rea donna Clitennestra:

Ed io la buona Alceste contrappongo.

Fedra alcun forse biasmerà; ma fuvi

In fè di Giove alcuna buona:

E quale? Oimè! tosto le buone m’han lasciato,

E a dir restano ancor molte malvage.

Altresì nel suo genere ognuno confesserà bellissimo il presente madrigale, che è una traduzione d’un greco epigramma d’Eubulo. Non potea farsi una più galante ed acuta satira col solo silenzio. Più frizzante ancora sarebbe, se si togliessero via i due ultimi versi.

Del Dottore Gioseffantonio Vaccari [88]

Sdegno, della Ragion forte Guerriero,

Che in lucid’armi di diamante avvolto,

Ferocemente di battaglia in volto

Le stai davante al regal foglio altero:

Non vedi Amore, che rubello e fiero

Stuol di pensieri ha contra Lei raccolto?

E la persegue furioso e stolto

Fin dentro al suo temuto augusto impero?

Vibra forte guerrier, vibra il fatale

Brando di luce; e sparso, e a terra estinto

Vada lo stuolo al fulminar mortale.

E il veggia Amore; e in van si crucci; e cinto

Di dure aspre catene, il trionfale

Tuo carro segua prigioniero e vinto.

È componimento da porsi nel numero de gli ottimi. Ci è dentro un brio poetico, straordinario, e sublime, che empie la mente di chiunque il legge, od ascolta. Il Tasso con quel suo verso sdegno guerrier della ragion feroce probabilmente fornì il principio del sonetto alla fantasia di questo poeta, per dipingere con tanta forza la battaglia della Ragione contra il pazzo Amore. Chi ha l’ingegno musico, sentirà in tutti questi versi una perfezione rarissima di numero: pregio assai ragguardevole in poesia, quando è accompagnato dalla varietà. Chi ha eziandio l’ingegno amatorio, vedrà qui un felicissimo uso d’aggiunti tutti significanti, ed altre grazie dello stile poetico. Potrebbe per avventura parere a taluno forma nuova il dire di battaglia in volto, per in sembianza o sembiante di battaglia. Io so, che i Toscani hanno una forma assai vicina a questa. Parimente potrebbe dispiacere ad alcuno quel fulminar mortale, o non apparendo tosto, che significhi quel mortale, o parendo strano l’accoppiar questo epiteto con fulminare, mentre non siamo avvezzi ad udire il ferire, o il colpir mortale, benchè si dica la ferita, e il colpo mortale. Ma forse non mancheranno esempi nè pure di questa forma di dire.

Di Luigi Tansillo

È folta la schiera de’ martíri,

Che in guardia del mio petto ha posti Amore,

Ch’è tolto altrui l’entrare, e l’uscir fuore,

Onde si muoion dentro i suoi sospiri.

S’alcun piacer vi vien, perchè respiri,

Appena giunge a vista del mio core,

Che dando in mezzo de’ nemici, o muore,

O bisogna, ch’indietro ei si ritiri.

Ministri di timor tengon le chiavi;

E non degnano aprir, se non a’ messi,

Che mi rechin novella, che m’aggravi.

Tutti i lieti pensieri in fuga han messi;

E se non fosser tristi, e di duol gravi,

Non v’oseriano star gli spirti stessi.

Con questa allegoria felicemente immaginata, e maestrevolmente espressa, ci fa il Poeta non comprendere solamente, ma vedere l’infelice suo stato amoroso. È lavoro di nobile e soda Architettura, e più vicino a i perfetti, che a i mediocri componimenti.

Dell’avvocato Giovambatista Zappi

Per un’Oratorio dell’Emin. Ottoboni intitolato la Giuditta

Alfin col teschio d’atro sangue intriso

Tornò la gran Giuditta; e ognun dicea:

Viva l’eroe. Nulla di donna avea,

Fuorchè ’l tessuto inganno, e ’l vago viso.

Corser le verginelle al lieto avviso;

Chi ’l piè, chi ’l manto di baciar godea:

La destra no [89], che ognun di lei temea

Per la memoria di quel mostro ucciso.

Cento profeti alla gran donna intorno,

Andrà, dicean, chiara di te memoria

Finchè ’l sol porti, e ovunque porti il giorno.

Forte ella fu nell’immortal vittoria;

Ma fu più forte allor, che fe’ ritorno:

Stavasi tutta umíle in tanta gloria.

È opera piena di novità, e di grazie, e dilettevole al maggior segno. Se qualche severo Giudice restasse poco pago del quarto verso, quasi ad argomento sacro, serio, e sublime, mal si adatti quel vezzo del tessuto inganno; e medesimamente se paresse a taluno essere più galante, che soda, la riflessione fatta, che le verginelle non osavano baciar la mano a Giuditta: Io risponderei, che il poeta ha consigliatamente voluto rallegrar l’argomento, non essendoci mica obbligazione di trattar con gravità severa tutti i suggetti gravi. ... Fia per purpurea penna ec. L’uso è un gran padrone; ma io poco volentieri gli comporterei il chiamare penna purpurea quella d’un Cardinale, essendo questa una Metafora tirata troppo da lungi. Per altro qui si loda, e con ragione si loda, un’Oratorio dell’Eminentiss. Cardinale Pietro Ottoboni Vicecancelliere di S. Chiesa, Principe che a tanti suoi pregi ha congiunto ancora quello d’essere eccellente Poeta. ... Stavasi tutta umíle ec. È sopra modo vivo e leggiadro questo pensiero. Il Petrarca si rallegrerebbe, veggendo d’avere aiutato altrui a fare una sì bella e dilicata Chiusa di un sonetto, che certamente è uno de gli ottimi.

[Il secondo e terzo verso della prima terzina in alcune edizioni vengono così riportati:

Sarai, dicean, famosa; e l’alta istoria

Fia per purpurea penna eterna un giorno.

                                  [nota di Giuseppe Bonghi) ]

Del Petrarca

Gli Angeli eletti, e l’anime beate

Cittadine del Cielo, il primo giorno

Che Madonna passò, le furo intorno

Piene di meraviglia, e di pietate.

Che luce è questa, e qual nuova beltate?

Dicean tra lor; perch’abito sì adorno

Dal mondo errante a quest’alto soggiorno

Non salì mai in tutta questa etate.

Ella contenta aver cangiato albergo

Si paragona pur co i più perfetti;

E parte ad or ad or si volge a tergo [90],

Mirando, s’io la seguo, e par che aspetti:

Ond’io voglie, e pensier tutti al Ciel ergo,

Perch’io l’odo pregar pur, che m’affretti.

Senz’altro, è uno de’ più belli del Petrarca, e de’ migliori di questa raccolta. Ci ammiro io dentro la viva immaginazione d’una azione straniera, che non potea nè essere espressa con più forza, nè più nobilmente far sentire, quanta fosse la stima, che il poeta facea della sua morta donna. Io già non niego, che non paia atto di vanità, e cosa perciò inverisimile, che Laura si paragoni ella stessa co’ più perfetti. Ma il paragonarsi in questo luogo, se dolcemente s’interpreta, può ricevere senso dolce, e probabile.

Del Sen. Vincenzo Da Filicaia

al Re di Pollonia

I.

Re grande, e forte [91], a cui compagne in guerra

Militan virtù somma, alta ventura,

Io, che l’età futura

Voglio obbligarmi, e far giustizia al vero,

E mostrar, quanto in te s’alzò natura;

Nel sublime pensiero

Oso entrar, che tua mente in se riserra.

Ma con quai scale mai, per qual sentiero

Fia, che tant’alto ascenda?

Soffri, signor, che da sì chiara face

Più di Prometeo audace

Una favilla gloriosa io prenda,

E questo stil n’accenda,

Questo stil, che quant’è di me maggiore,

Tanto è rincontro a te di te minore.

II.

Non perchè Re sei tu, sì grande sei,

Ma per te cresce, e in maggior pregio sale

La maestà regale.

Apre sorte al regnar più d’una strada;

Altri al merto de gli avi, altri al natale,

Altri il debbe alla spada:

Tu a te medesmo, e a tua virtute il dei.

Chi è, che con tai passi al soglio vada?

Quando Re fosti eletto,

Voto fortuna a tuo favor non diede,

Non pallïata fede,

Non timor cieco, ma verace affetto,

Ma puro merto, e schietto.

Fatto avean tue prodezze occulto patto

Col regno, e fosti Re pria d’esser fatto.

III.

Ma che? stiasi ’l diadema ora in disparte.

Non io col fasto del tuo regio trono,

Teco bensì ragiono

Nè ammiro in te quel, che in altrui s’ammira.

Dir ben può quante in mar le arene sono,

Chi puote a suon di lira

Dir quante in guerra, e quante in pace hai sparse

Opre, ond’aure di gloria il mondo spira.

Qual’è sotto la luna,

Qual’è sì alpestre, o sì deserta piaggia,

Che contezza non aggia

Di tue vittorie, o dove il Sole ha cuna,

O dove l’acre imbruna,

O dove regna l’Austro, o dove scuote

Il pigro dorso a’ suoi destrier Boote?

IV.

Sallo il sarmata infido, e sallo il crudo

Usurpator di Grecia; il dicon l’armi

Appese a i sacri marmi,

E tante a lui rapite insegne, e spoglie,

Alto suggetto di non bassi carmi.

Non mai costà le soglie,

S’aprir di Giano, che tu spada, e scudo

Dell’Europa non fossi. Or chi mi toglie

Tue palme antiche, e nuove,

Dar tutte in guardia alle castalie dive?

Fiacca è la man, che scrive,

Forte è lo spirto, che la instiga e muove

A non usate pruove;

E forse l’ali alla mia Musa impenna

Quei, che ’l brando a te regge, a me la penna.

V.

Svenni, e gelai poc’anzi, allor ch’io vidi

Sì grand’oste accamparsi. Alla sua sete

L’acque vid’io non liete

Mancar dell’Istro, e non bastare a quella

Ciò, che l’Egitto, e che la Siria miete.

Oimè, vidi la bella

Real Donna dell’Austria invan di fidi

Ripari armarsi, e poco men che ancella

Porger nel caso estremo

A Turco ceppo il piede. Il sacro busto

Del grand’Impero Augusto

Parea tronco giacer del capo scemo;

E ’l cenere supremo

Volar d’intorno; e già cittadi, e ville

Tutte fumar di barbare faville

VI.

Dall’ime sedi vacillar già tutta

Pareami Vienna, e in panni oscuri, ed adri

Le addolorate madri

Correre al tempio; e detestar de gli anni

L’ingiurioso dono i mesti padri;

L’onte mirando, e i danni

Dell’infelice patria arsa e distrutta

Nel comun lutto, e ne i comuni affanni.

Ma dell’austriaca speme

Se gli scempi, le stragi, e le ruine

Esser dovranno al fine,

Invitto Re, di tue vittorie il seme:

Delle sciagure estreme

Non più mi doglio (il nobil detto intendi,

Santa pietade, e in buona parte il prendi).

VII.

Del regio acciaro al riverito lampo

Abbagliata già cade, e già s’appanna

La fortuna Ottomanna.

Ecco apri le trinciere, ecco t’avventi;

E qual fiero leon, che atterra, e scanna

Gl’impauriti armenti,

Tal fai macello dell’orribil campo,

Che il suol ne trema. L’abbattute genti

Ecco atterri,e calpesti

Ecco spoglie, e bandiere a forza togli,

E il forte assedio sciogli.

Ond’è, ch’io grido, e griderò: Giungesti,

Guerreggiasti, vincesti,

O re famoso, o campion forte, e pio:

Per Dio vincesti, e per te vinse Iddio

VIII.

Se là dunque, ove d’inni alto concento

A Lui si porge, in suon profano atroce

Non s’ode araba voce;

Se sacrilego incenso a Nume folle

Colà non fuma; e s’impietà feroce

Da i sepolcri non tolle

Il cener sacro; e non lo sparge al vento;

Se stranio passeggier dal vicin colle

La  città regnatrice

Giacer non vede (ahi rimembranza acerba!)

Tra le ruine, e l’erba.

Se: qui fu la Carintia; e se non dice:

Qui fu l’Austria infelice,

E se dell’Istro sull’afflitta riva

Vienna in Vienna non cerca: a te s’ascriva.

IX.

S’ascriva a te, se ’l pargoletto in seno

Alla ferita genitrice esangue

Latte non bee col sangue;

A te s’ascriva, se l’intatte e caste

Vergini, e spose, di pestifer angue

Non son dal morso guaste,

Nè cancellan col sangue il fallo osceno.

Per te sue faci Aletto, e sue ceraste

Lungi dal Ren trasporta;

Per te, di santo amor pegni veraci

Dànnosi amplessi e baci

Giustizia e pace; e la già spenta e morta

Speme è per te risorta;

E, tua mercè, l’insanguinato solco

Senza tema o periglio ara il bifolco.

X.

Tempo verrà, se tanto lungi io scorgo,

Che fin colà ne’ secoli remoti

Mostrar gli avi a’ nipoti

Vorranno il campo alla tenzon prescritto:

Mostreran lor, donde per calli ignoti

Scendesti al gran conflitto,

Ove pugnasti, ove in sanguigno gorgo

L’Asia immergesti.

Qui, diran, l’invitto Re Polono accampossi;

Là ruppe il vallo, e qua le schiere aperse,

Vinse, abbattè, disperse;

Qua monti e valli, e là torrenti e fossi

Feo d’uman sangue rossi;

Qui ripose la spada, e qui s’astenne

Dall’ampie stragi, e ’l gran caval ritenne.

XI.

Che diran poi, quando sapran, che i fianchi

D’acciar vestiti, non per tema, o sdegno,

Non per accrescer regno,

Non per mandar dall’una all’altra Dori

Tuo nobil grido oltre l’erculeo segno;

Ma perchè Dio s’adori,

E al divin culto adorator non manchi?

Quando sapran, che tra gli estivi ardori

Con profondo consiglio,

Per salvar l’altrui regno, il tuo lasciasti,

E ’l capo tuo donasti

Per la Fe, per l’onore al gran periglio?

E ’l figlio istesso, il figlio,

Della gloria e del rischio a te consorte

Teco menasti ad affrontar la morte?

XII.

Secoli, che verrete, io mi protesto,

Che al ver fo ingiuria, e men del vero è quello,

Ch’io ne scrivo, e favello.

Chi crederà, che nel pugnar, deposto

L’alto titol di re, quel di fratello

T’abbia tu stesso imposto?

Chi crederà, che in mezzo al campo infesto

Abbia tu il capo a mille insulti esposto;

Ognor di mano in mano

Co’ tuoi più franchi a dure imprese accinto;

Non in altro distinto,

Che nel vigor del senno, e della mano;

Nel comandar sovrano,

Nell’eseguir compagno; e del possente

Forte esercito tuo gran braccio, e mente?

XIII.

Ma, mentre io scrivo, in questo punto istesso

Tu nuove tenti, e non men giuste imprese

Sotto guerriero arnese.

Or dà fede al mio dir. Non io l’ascreo,

Che già la sete giovenil m’accese

Cabalin fonte beo:

Mio Parnaso è ’l Calvario, e mio Permesso

L’onda, cui bevve il gran poeta ebreo.

Se per la Fe combatti,

Va, pugna, e vinci. Sull’odrisia terra

Rocche, e Cittadi atterra,

E gli empj a un tempo, e l’empietate abbatti.

Eserciti disfatti,

Vedrai, vedrai, (pe’ tuo’ gran fatti il giuro)

Cader di Buda, e di Bizzanzio il muro.

XIV.

Su, su, fatal guerriero, a te s’aspetta

Trar di ceppi l’Europa; e ’l sacro Ovile

Stender da Battro a Tile.

Qual mai di starti a fronte avrà balia

Vasta bensì, ma vecchia, inferma, e vile

Cadente monarchia,

Dal proprio peso a rovinar costretta?

A chi per Dio guerreggia ogni erta via

Piana, ed agevol fassi.

Te sol chiama il Giordano; a te sol chiede

La Gallilea mercede;

Te priega il Tabor, che affrettando i passi

Per lui la lancia abbassi;

A te l’egra Betlemme, a te si prostra

Sion cattiva, e ’l servo piè ti mostra

XV.

Vanne dunque, signor, se la gran Tomba,

Scritto è lassù, che in poter nostro torni,

Che al santo ovil ritorni

La sparsa greggia; e al buon popol di Cristo

Corran dall’uno, e l’altro polo i giorni:

Del memorando acquisto

A te l’onor si serba. Odi la tromba,

Che in suon d’orrore, e di letizia misto

Stragi alla Siria intima.

Mira, com’or del cielo in ferrea veste

Per te campion celeste

Scenda, e l’empie falangi urti, e deprima,

Rompa, sbaragli, o opprima.

Oh qual trionfo a te mostr’io dipinto!

Vanne, signor. Se in Dio confidi, hai vinto.

Chi legge, ma più chi rilegge questa canzone, se ha buon gusto sentirà dentro di se un grande movimento di maraviglia e diletto; e si rallegrerà colla fortuna de’ nostri tempi, i quali han prodotto e poeti sì riguardevoli, e poemi tanto eccellenti. Imperocchè non potrà non sentire qui dentro una insolita pienezza di cose, e una suntuosità d’ornamenti poetici, che con ben’ordinato disordine, e con estro continuo, s’uniscono in tutta questa canzone. Non potrà altresì non osservare tante sì varie riflessioni ingegnose, ma nobilmente ingegnose, tante maestose figure, fra le quali (per toccarne una sola) è ottima quella, con cui si dà principio alla stanza XII. Finalmente non potrà non sentire l’altezza, l’energia e la novità dello stile, condito dalla vaghezza e purità della lingua. Ma tuttochè io molto dicessi per ben’esprimere, in quanto pregio io tenga questo lavoro, non saprei dire abbastanza per fare intendere, quanto mi diletti la mirabile fecondità, franchezza, e robustezza poetica di questo gusto originale.

Di Carlo Maria Maggi

Mentre omai stanco in sul confine io siedo

Della dolente mia vita fugace,

Ogni umano pensier s’acqueta, e tace,

Se non quanto dal cor prende congedo.

Il sol pensier d’Eurilla ancor non cedo

Al mondo, che per altro a me non piace [92];

Anzi meco si sta con tanta pace,

Che pensiero del mondo io più non credo.

Amo lei, come bella al suo Fattore;

Nè sentendo per lei speme, o temenza,

Nell’amor mio non cape altro che amore.

L’amo così, che non sarò mai senza

Il puro affetto: e vi s’adagia il core

Con l’alma sicurtà dell’innocenza.

E per una certa originale novità, e per la gravità interna de’ sentimenti, si scuopre pellegrino, sodissimo, e filosofico questo sonetto, ed egli merita ben d’essere contato per uno de’ primi. A me piacciono sommamente i due quadernari, che sono ben poetici; ma più d’ogni altra cosa è maraviglioso ogni pensiero del secondo quadernario, in cui felicemente ancora è innestato un bel sentimento di Francesco Petrarca.

Del Marchese Giovangioseffo Orsi

Uom, ch’al remo è dannato, egro e dolente [93]

Co’ ceppi al piè, col duro tronco in mano,

Nell’errante prigion, chiama sovente

La libertà, benchè la chiami invano.

Ma se l’ottien (chi ’l crederia?) si pente

D’abbandonar gli usati ceppi; e insano

La vende a prezzo vil. Tanto è possente

Invecchiato costume in petto umano.

Cintia, quel folle io son. Tua rotta fede

Mi scioglie; e pur di nuovo io m’imprigiono

Da me medesmo, offrendo a’ lacci il piede.

Io son quel folle: anzi più folle io sono;

Perchè, mentre da te non ho mercede,

Non vendo io no la libertà, la dono.

Felicissimo nel suo genere, e uno de’ migliori, è questo sonetto. Può osservarsi gran novità nella comparazione, gran destrezza, e purità nella descrizione, la quale riesce vaghissima per la vivacità delle parole, e gravissima per l’epifonema posto in fine del secondo quadernario. Più d’ogni altra cosa merita lode l’aver sul fine ingegnosamente, e inaspettatamente aggiunto vigore alla comparazione. Poichè quando i lettori non pensano, che si truovi pazzia maggiore di quella del forzato al remo, il quale volontariamente ritorna a i ceppi: ecco all’improvviso farsi comparir più grande la follia del poeta, che non vende, ma dona, la ricuperata sua libertà.

Del Marchese Ottavio Gonzaga

in morte d’Anna Isabella Duchessa di Mantova

Quella morìo, se può chiamarsi morte [94]

Il partirsi da noi per girne a Dio,

La saggia, la magnanima, la forte,

(Manto, misera ahi te!) quella morìo.

Giunta però sulle tremende porte,

Che stan tra ’l Tempo, e ’l Sempre, un caro addio

Diede a’ popoli afflitti: ah miglior sorte

Impetri, almeno a voi, il morir mio.

Poscia di stella in stella al sommo giro

Lieta salendo in mezzo a’ pregi suoi,

Bellezza e gaudio accrebbe al santo empiro.

E là sommersa, o eterno Amore, in voi

Ciò, che dicesse in quel primo sospiro,

Chi ’l può ridir? ma pur parlò di noi.

Qualora si consideri attentamente ogni parte e il tutto di questo ottimo componimento, vi si vedrà una rara unione de’ caratteri sublime, tenero, e dilicato. Di figure tenere spezialmente abbonda il primo quadernario, e il fine del secondo. Per la sua sublimità risplende il primo terzetto; e l’ultimo contiene oltre al grande una incomparabile dilicatezza. Il sonetto in somma è di quegli, che quanto più si contemplano, tanto più si compariscono belli.

Del march. Alessandro Botta-Adorno

Una ed un’altra bianca tortorella [95]

Con sollecita cura io mi pascea;

Nè potea dir di lor: questa è men bella;

Ma, questa è men cortese, io dir potea.

Spiegando l’ali dolcemente quella

Amorosetti sguardi a me volgea.

L’altra, me rampognando in sua favella,

Me con ogni mia cura a sdegno avea.

Un tal costume in altra io mai non scorsi;

E dubbioso fra me, tre volte e sei

Per consiglio all’oracolo ricorsi.

Ma un dì la vidi in seno di colei

Che mi fa tanta guerra; e allor m’accorsi,

Che i fieri modi appresi avea di lei.

Fra i sonetti pastorali e gentili senza dubbio è dovuto a questo un luogo ben onorevole. Leggiadrissima per se stessa è l’invenzione; ma tuttavia è ancor più leggiadra la maniera, con cui si dipinge ed esprime l’invenzione medesima. E le virtù di questo componimento tanto più sono da stimarsi, quanto più si nascondono alla dolce facilità dell’esprimersi, la quale è ben difficilissima a conseguirsi.

Di Ascanio Varotari

Una Madre Spartana sopra il cadavero del figliuolo

morto valorosamente in battaglia

Vi bacio, o piaghe. E qual pietà sospende

Su i baci il riso in questo sangue immersi;

Ah chi può di tua morte unqua dolersi,

Tua gloria, o figlio, e mia fortuna offende.

Dolce cambio di sangue in queste bende

Per quel latte mi porgi, ond’io t’aspersi;

E se alla Patria in sul natal t’offersi,

Immortal nella morte or mi ti rende.

Non piango, no; che avventuroso è ’l fato

A chi forte sen’muore; ad altri è rio,

Che, fuggendo il morir, vive mal nato.

Oggi vera di te Madre son’io;

Che chi morto non vien, pria che fugato,

Non è figlio di Sparta, e non è mio. [96]

Torcano il naso a lor talento i dilicati lettori al dispiacevole incontro de’ primi due versi di questo sonetto, e facciano le medesime raccoglienze al sonetto intero: ch’io non dirò, ch’abbiano il torto. Poichè in fine l’affettazione è peggior male della debolezza; ed io l’abborrisco più che altra persona. Ma ciò non ostante si contentino, che fra tanti stili diversi abbia luogo un’esempio ancora di questo, il quale non è già comparabile con altri stili perfetti, ma pure ha il suo bello particolare, se con giudizio e nettezza si tratta. Questo medesimo sonetto, che oltre alla meschina affettazione de’ primi versi del primo quadernario, ha eziandio pochissima grazia ne’ primi del secondo, agevolmente potrebbe in mano di qualche valente artefice divenire un prezioso componimento, mercè d’altri bei sensi, che nel resto si leggono, e massimamente nel primo terzetto.

Del Cavalier Guarino

Donò Licori a Batto

Una rosa, cred’io, di Paradiso,

E sì vermiglia in viso,

Donandola si fece, e sì vezzosa,

Che parea rosa, che donasse rosa.

Allor disse il pastore

Con un sospir dolcissimo d’amore:

Perchè degno non sono

D’aver la Rosa donatrice in dono?

Dello stesso

Piangea donna crudele

Un fuggitivo suo caro augellino,

E col ciel ne garriva e col destino.

Quando il mio core amante,

Sperando di sua frode aver diletto,

Preso dell’augellin tosto sembiante,

Volò nel suo bel petto.

Ahi che l’empia il conobbe; ah che l’ancise:

E per vaghezza asciugò il pianto, e rise.

Vezzosissimo, quanto mai si possa essere, è il primo madrigale, o sia per l’invenzione, o sia per l’espressione. Nel suo genere non cede a qualsisia più bel componimento di questa raccolta. Non bisogna prendere con rigore il secondo, perchè allora si imbroglierebbero i conti per cagione di quel cuore travestito da augellino ed ucciso. Ma bisogna cortesemente considerarlo solo per uno scherzo poetico; e in tal guisa ci parrà un madrigale dotato d’una piacevole, e non ordinaria galanteria.

Di Pietr’Antonio Bernardoni

I.

Io, la mercè d’Amor, che in me ragiona,

Me stesso in me più non conosco, e cose

Forse dirò, ch’uom non intese avanti.

Lunge profani: il labbro mio risuona

Alte solo d’Amor cagioni ascose,

E sol parlo d’Amor con l’Alme amanti.

Chi su la fe de’ lumi onesti, e santi

Di Nice, il fuoco mio non crede eterno:

Oda pria, dove nacque, e chi me ’l diede,

Perchè fosse mai sempre al mio governo.

Poi dica: Egli è di fede

Degno costui, se ben gran cose ei canta;

Et a ragion, dell’amor suo si vanta.

II.

Loco è nel ciel, che tra ’l secondo, e ’l quarto

Giro con lor si move, e sacro a lei,

Che fu madre d’Amor, suo ciel s’appella.

Tutto de’ rai, ch’ella vi piove, è sparto

Quel loco; e so ben’io, che gli altri Dei

Non hanno, e ’l sol non ha magion sì bella.

Spazian d’intorno all’immortal sua stella

Quell’alme sol, che per amar son nate,

E che poi sì gentili il mondo accoglie.

Chi può ridire altrui, di qual beltade

Splendan quell’auree soglie,

E quante pria, che ’l nostro fral le copra,

Alme dilette al ciel s’amin là sopra?

III.

Ivi, non molto lunge al bel pianeta,

Ch’a i più vicin più lume infonde, e piove,

Stavan l’alma di Nice, e l’alma mia.

Ella dentro a se stessa era assai lieta,

Io sol fuor di me stesso, e non altrove,

Che nel fulgor, che de’ begli occhi uscia.

Tale da lor lume seren partia,

Che cercar sol di lei, non d’altra cosa,

Ogni spirto parea del bel soggiorno;

E Venere sovente andò pensosa

Sovra quel viso adorno,

Perchè non vide (e pur del Sole è duce)

Altrove mai tal paragon di luce.

IV.

Ma dopo certo al fin volger d’etade

Venne il giorno fatal del nascer mio,

E in tristo pianto il mio gioire involse.

Amor, che del mio duol sentì pietade,

(Bel rammentar quel dolce ufizio, e pio!)

Mi corse incontro, e per la man mi tolse.

Ei guidò mio viaggio, e quà mi volse,

Affrettandomi pur di far partita.

Allor vinta dal duol struggeasi in pianto,

Nè ad Amor rispondea l’alma smarrita;

Ed il cortese intanto

Spirto di lei, che ’l pianto mio scorgea,

Forse per tenerezza anch’ei piangea.

V.

Così mi stava entro il mio duolo immerso,

Quando sì ratto a me partir convenne,

Che dirmi: or vatti in pace: appena intesi;

E in van dietro alla voce io fui converso;

Che Amor di là m’alzò su le sue penne,

Nè più rividi i puri lumi accesi.

Io sospirando ognor, dal ciel discesi

In compagnia di lui, ch’era mia scorta,

Temendo pur di non mirar più Nice.

Nè meco a far parer la via più corta

Venne un pensier felice,

Che tutti erano già d’intorno a i casti

Occhi dell’alma bella in ciel rimasti.

VI.

Solo Amor, che lassuso è ben più mite

Di quel, ch’altri lo prova amando in terra,

Dal mio duol mi riscosse in tali accenti.

Odimi, disse, e delle cose udite

Tal ricordanza entro del cuor ti serra,

Che a sua stagione il parlar mio rammenti.

Qui tu l’istoria udrai de gli aspri eventi.

Che sotto il regno mio soffrir t’è forza,

E il tempo udrai, che viver dei sereno

Per mia pietà nella mortal tua scorza.

Tu al duol ristringi il freno,

Nè più pensando alla partenza acerba,

Al tuo destin con più valor ti serba.

VII.

Duo lustri andranno, o poco più, dal tuo

Natal, pria che di nuovo io stringa il telo,

Che sì per tempo a lacrimar ti mena.

Ma quando Nice, ove tu scendi, il suo

Leggiadro vestirà corporeo velo,

Non sperar di fuggir la mia catena

Allor di Lei ti sovverrà con pena,

E tal di rivederla avrai desire

Ch’andrai per men dolor morte chiamando.

Poi, non potendo a voglia tua morire,

Vivrai gran tempo errando,

Or su questo, or su quel mortale oggetto,

Finch’io ti scopra il bel divino aspetto.

VIII.

Fille, tenera Ninfa il tuo primiero

Foco sarà, rapido foco, e breve,

Che tra poch’anni avrà suo fin con morte.

Delia sarà il secondo ardor più fiero;

E certo allor non porterai sì lieve

Quelle, ch’io ti preparo, aspre ritorte.

Sorgerà poi la fiamma tua più forte,

Quando Nice a veder sarai più presso:

Che avrem, se tu nol sai, sovra ogni core

Colà giù Nice, ed io, l’impero istesso.

Anzi in sua man, d’Amore

L’armi saran, finchè di sua presenza

Il ciel, che la rivuol, potrà star senza.

IX.

Solo solo da lei verran le piaghe,

Benchè tu spesso alle bellezze altrui

Con incerto desio sarai pur volto;

E l’altre sol ti pareran sì vaghe,

Quanto, prima nel cielo, e poi tra vui,

Un raggio avran del bel di Nice in volto.

Felice chi di somigliar lei molto

La gloria avrà! che di beltà fia prova

L’essere solo in parte a lei simile.

Null’altro amor, se da costei non mova,

Ti sembrerà gentile;

E rammentando pure, a chi sei nato,

Null’altro amor ti renderà beato.

X.

Quando perciò verso il confin del sesto

Lustro vedrai colei, che sol dal polo

Partir deve, cred’io, per tua salute;

Tu in guisa d’uom, che sbigottito, e mesto

Errò fuor di cammin, notturno, e solo,

Visto l’almo splendor, sarai virtute.

Allor l’alte bellezze in ciel vedute

Tutta dispiegheran la lor possanza;

E scender giù nel core udrai repente

Nuove fino a quel dì, tema, e speranza.

E allor fra l’altra gente

Pur griderai: Mirate, ov’io sto fiso,

Pria che ’l ciel si ritolga il suo bel viso.

XI.

Ed oh quanta laggiù gloria t’aspetta,

Quel dì, che dopo lungo attender grave

S’incontreranno i vostri lumi insieme!

Fuoco uscirà di pura luce eletta

De gli occhi suoi, che scorrerà soave

Dell’alma tua fin nelle parti estreme.

Ogni sguardo di lei d’amor fia seme,

In ciò serbando il suo costume antico.

Ma tu già sei nel mondo, e qui ben mille

Altre cose vedrai, che a te non dico.

Allor dalle pupille

Mi sparve, e di star meco a lui non piacque.

Deh perchè mai sì tosto e sparve, e tacque?

Nella fiera di Parnaso hanno maraviglioso spaccio le poetiche opinioni di Platone [97], e principalmente se n’addobbano gl’innamorati di quella repubblica. Eccone una, su cui fonda mille bellissimi sogni questo poeta, immaginando egli con nobiltà, e spiegando con robustezza di stile l’origine del suo, dice egli, non terreno amore. Moltissimi lampi d’Ingegno, molta magnificenza di pensieri, e di figure, costantemente accompagnano la fabbrica di questo componimento, in cui la terza stanza è piena d’immagini veramente ardite, ma secondo il mio parere felicemente ardite. Si contengono ancora nella decima, e undecima, alcuni vaghissimi colori, i quali congiunti con altri bei pregi di questa canzone, debbono assaissimo raccomandarla ai lettori.

Di Annibal Caro

Donna, qual mi fuss’io, qual mi sentissi,

Quando primiero in voi quest’occhi apersi,

Ridir non so; ma i vostri io non soffersi,

Ancor che di mirarli appena ardissi.

Ben li tenn’io nel bianco avorio fissi

Di quella mano, a cui me stesso offersi,

E nel candido seno, ov’io gl’immersi;

E gran cose nel cor tacendo dissi.

Arsi, alsi; osai, temei; duolo, e diletto

Presi di voi; spregiai, posi in obblio

Tutte l’altre, ch’io vidi e prima, e poi.

Con ogni senso Amor, con ogni affetto

Mi fece vostro, e tal, ch’io non disio,

E non penso, e non sono, altro che voi.

Del medesimo

In voi mi trasformai, di voi mi vissi,

Dal dì che pria vi scorsi, e vostri fersi

I miei pensieri, e non da me diversi:

Sì vosco ogn’atto, ogni potenza unissi.

Tal, per disio di voi, da me partissi [98]

Il cuor, ch’ebbe per gioia anco il dolersi,

Finchè non piacque a i miei Fati perversi,

Che da voi lunge, e da me stesso io gissi.

Or lasso, e di me privo, e dell’aspetto

Vostro, come son voi? dove son’io?

Solingo, e cieco, e fuor d’ambedue noi?

Come sol col pensar s’empie il difetto [99]

Di voi, di me, del doppio esilio mio

Gran miracoli, Amor, son pure i tuoi!

Questi due sono sonetti d’un gusto particolare, sono robustissimi, e fanno gran viaggio senza stento, e senza affettazione alcuna. Ciò, che n’accresce non poco il merito, si è la difficultà delle rime, che tuttavia sono le stesse in ambedue, anzi in un terzo sonetto da me tralasciato. A pochi verrebbe fatto, dopo aver’eletto sì fatti ceppi, di spiegare con tanta forza, e naturalezza tanti concetti. Qui perciò si vede mirabilmente esequito quel precetto dato a’ poeti, e particolarmente a chi fa sonetti, cioè: Sien padroni i pensier, serve le rime. [100]Come sol col pensier s’empie il difetto. Molto giudiziosamente osserva, e dice di non saper’intendere, come essendo egli privo del suo cuore, e privo di lei, e lungi dall’uno e dall’altro, nondimeno i suoi pensieri, o sia l’immaginazione sua gli compensino una sì grave mancanza. Ma non so nè pur’io intendere, come acconciamente s’accordi quel difetto col doppio esilio, parendomi, che il difetto, o sia la mancanza, di voi e di me, sia ben detto, ma non già forse il difetto, o sia la mancanza del doppio esilio.

D’Angelo Di Costanzo

Mal fu per me quel dì, che l’infinita

Vostra beltà mirando, io non m’accorsi,

Ch’Amor, venuto ne’ vostr’occhi a porsi,

Cercava di furarmi indi la vita.

L’Alma infelice, a contemplarvi uscita,

Da quel vivo splendor non sapea torsi,

Nè sentia ’l cuor, che da’ sì fieri morsi

Punto, chiedea nel suo silenzio aita.

Ma nel vostro sparir, tosto fu certa

Del suo gran danno, che tornando al core,

Non trovò, qual solea, la porta aperta.

E venne a voi; ma ’l vostro empio rigore

Non la raccolse: ond’or (Nè so se ’l merta)

In voi non vive, e in me di vita è fuore.

Ben tirato e forte secondo il costume del suo autore, è il presente sonetto, in cui la fantasia va eccellentemente sponendo il principio d’un’innamoramento. Chi s’intende delle opinioni Platoniche, maggiormente gusta somiglianti bellissime dipinture poetiche.

Del March. Cornelio Bentivoglio

L’Anima bella, che del vero Eliso [101]

Al par dell’alba a visitarmi scende,

Di così intensa luce adorna splende,

Ch’appena io riconosco il primo viso.

Pur con l’usato, e placido sorriso

Prima m’affida, indi per man mi prende,

E parla al cor, cui dolcemente accende

Dell’immensa beltà del Paradiso.

In lei parte ne veggo; e già lo stesso

Io più non sono; e già parmi aver l’ale;

E già le spiego per volarle appresso.

Ma sì ratta s’invola, e al ciel risale,

Ch’io mi rimango; e dal mio peso oppresso

Torno a piombar nel carcere mortale.

Una dolcezza assai sensibile di pensieri, e di parole, una rara franchezza nel verseggiare, e una giudiziosa armonia di concetti naturali e ingegnosi, mi dilettano sommamente, allorchè leggo questo sonetto. Ma fra l’altre cose dee piacere assaissimo ad ognuno il principio del primo terzetto, che è mirabile, sì per se stesso, e sì per ragione del passaggio spiritoso, che quivi si mira.

Del Petrarca

In qual parte del cielo, in quale idea

Era l’esempio, onde Natura tolse

Quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse

Mostrar quaggiù, quanto lassù potea?

Qual Ninfa in fonti, in selve mai qual

Dea chiome d’oro sì fino all’aura sciolse?

Quando un cuor tante in se virtuti accolse,

Benchè la somma è di mia morte rea?

Per divina bellezza indarno mira,

Chi gli occhi di costei giammai non vide,

Come soavemente ella gli gira.

Non sa, come Amor sana, e come ancide,

Chi non sa, come dolce ella sospira,

E come dolce parla, e dolce ride. [102]

Sonetto veramente splendido, non meno per la magnificenza de’ quadernari, che per la tenerezza de’ ternari, e scuopre da per tutto una fantasia bollente, per l’affetto amoroso, mentre usa tante vivaci figure, e sentimenti ingegnosamente affettuosi. ... Benchè la somma ec. Il senso riesce a prima vista alquanto scuro. Può spiegarsi in molte guise; ma in tutte quante sarà sempre bellissimo, perchè vero, e inaspettato, questo pensiero.

Di Carlo Maria Maggi

Rotto dall’onde umane, ignudo, e lasso

Sovra il lacero legno alfin m’assido,

E ad ogn’altro nocchier da lungi grido,

Che in tal mare ogni parte è mortal passo;

Ch’ogni dì vi s’incontra infame un sasso, [103]

Per cui di mille stragi è sparso il lido;

Che nell’ira è crudel, nel riso è infido,

Tempeste ha l’alto, e pien di secche è il basso.

Io, che troppo il provai, perchè l’orgoglio

Per tante prede ancor non cresca all’empio,

A chi dietro mi vien mostro lo scoglio.

Ben s’impara pietà dal proprio scempio.

Perch’altri non si perda, alto mi doglio:

A chi non ode il duol, parli l’esempio.

Massiccio, di bellezza originale, e di una incomparabile gravità è questo sonetto. Io il ripongo fra gli ottimi. Non è da tutti il potere, e saper pensare sì forte, e spiegar poscia sì poeticamente, e sì tersamente pensieri cotanto gravi.

La Siringa

Egloga dell’ab. Vincenzo Leonio

Negli eccelsi d’Arcadia ombrosi monti,

Fra le Ninfe più caste ebbe il soggiorno

Siringa, che il natal trasse da i fonti.

Costei del cuor, di pure voglie adorno,

Solo a Diana ogni pensier rivolto,

Godea seguir le vaghe fere intorno.

Aveano a gara nel purpureo volto

Tutti uniti le Grazie i doni loro:

Amor tutto il suo bello avea raccolto.

Era alla diva del vergineo coro

In tutto egual; se non ch’usar solea

Questa l’arco di corno, e quella d’oro.

Per lei ciascun nume selvaggio ardea;

Ma tutti, or colla fuga, ora col dardo

Tutti scherniti ella più volte avea.

Un dì furtivo Pan pria collo sguardo,

Poi coll’orme seguilla, e giunto appresso,

Per te, gridò, per te languisco, ed ardo.

Cerva mai non fuggì dal segno espresso

Di vicino levrier con piè men lenti,

Valli, monti, e sentier cangiando spesso;

Come la Ninfa dalle brame ardenti

Dell’arcadico dio ratta si toglie,

Al primo suon de gli amorosi accenti.

La fuga intanto nel suo viso accoglie

Più vaghe rose; e ’l venticel, che spira

D’incontro a lei, l’oro del crin discioglie.

La segue Pan dovunque il piè raggira,

Tanto veloce più, quanto maggiore

Vede farsi quel bel, per cui sospira.

Per dare ad or’ad or nuovo vigore,

E nuova lena all’affannate piante,

Sprona la speme l’un, l’altra il timore;

Fin ch’ella del Ladon corrersi avante

L’onde rimira, e i fuggitivi passi

Quinci ’l fiume arrestar, quindi l’amante.

Chiede allora con prieghi umili, e bassi

Allo stuol delle Naiadi sorelle,

Che ’l suo fior Verginal perir non lassi.

Le sembianze primiere, queste, e belle

Ecco tutte sparire all’improvviso,

E le membra vestir forme novelle.

Davanti a gli occhi dello Dio deriso,

Nel suol subitamente il piè s’asconde,

S’allunga il fianco, e il petto, e il collo, e il viso.

L’arco, e gli strali, e l’auree chiome bionde,

Il bianco cinto, e la cerulea vesta

Cangiarsi in verdi scorze, e in lunghe fronde.

Fassi alfin lieve canna, in cui non resta

Vestigio alcun della bellezza antica;

Ma pure in Pan più chiaro ardor si desta.

Che scosso il cavo sen dall’aura amica

Forma un soave, e lamentevol suono,

Che l’interno dolor par, che ridica;

Onde egli preso da quel dolce tuono,

Un’instrumento flebil ne compose;

E disse: Or vani gli amor miei non sono.

Sette canne ineguali in ordin pose;

E a queste colla cera aggiunte insieme

Il prisco nome di Siringa impose.

Poi ricercando colle labbra estreme

Da i fiori lor l’armoniose note,

Col fiato or l’uno, or l’altro informa, e preme.

Le melodie, fin’a quel giorno ignote,

Correr senno da i boschi augelli, e fere,

Restar l’aure sospese, e l’onde immote.

Poichè il rustico Dio lungo piacere

Trasse dal suon novello, in cui raccolse

L’alta armonia delle celesti sfere;

In un canto concorde al fin disciolse

Lieto le voci, e dell’età futura

Più d’un’arcano in questi detti involse.

Ben puoi, d’amor nemica acerba, e dura,

Ratta fuggirmi; e pria ch’esser mia sposa,

Ben puoi, Ninfa crudel, cangiar natura;

Ma non potrai per voglia aspra, e ritrosa,

Una favilla pur spegner di quella,

Che per te m’arde il cuor, fiamma amorosa.

Se dianzi all’occhio eri leggiadra, e bella,

Or sei bella, e leggiadra alla mia mente;

E canna or t’amo, se t’amai donzella.

Tu con quest’armonia sarai possente,

Mercè di stelle al mio desire amiche,

Ritornar l’allegrezza al suol dolente.

Tu più soavi le campagne apriche

A i pingui armenti; tu de’ miei pastori

Men gravi renderai l’aspre fatiche.

Accordando a’ tuoi numeri sonori

Quei, ch’io lor detterò, semplici carmi,

Avranno essi nel canto i primi onori.

Ma qual da lungi or veggo, o veder parmi

Tra folta nebbia, furibondo stuolo

Tutt’Arcadia ingombrar di fiamme, e d’armi?

Per far stragi, e ruine in questo suolo,

Barbare schiere, il sanguinoso Marte

Vi trasse in van dall’agghiacciato polo.

Ecco risorger con mirabil’arte

L’Arcadia mia, dopo mill’anni e mille

Più che mai fortunata in altra parte.

Sotto stelle più placide, e tranquille

Passeran questi monti, e questi fiumi,

Queste selve, quest’antri, e queste ville.

Quai splenderan tra loro ardenti lumi!

Quai leggi insieme unite a libertate!

Quali in rustico stato alti costumi!

O sempre al ciel dilette alme contrade,

Tornerà in voi l’aurea stagion, qual’era

Nel dolce tempo della prima etade.

Ma chi fia quel pastor, ch’infra la schiera

De gli altri or tanto si solleva, quanto

Tra i fiori il pino erge la fronte altera?

O qual diadema maestoso, e santo

Gli orna la chioma, onde di tutti è duce?

O qual veste al mio ciglio ignoto ammanto?

Fa tutto il gregge biancheggiar di luce,

Ch’egli del prato in vece, e del ruscello,

Soavemente verso il ciel conduce.

Da qual recise mai stranio arboscello

Quell’aurea verga, ond’ei cuopre, e difende

L’orto, e l’occaso, e questo polo, e quello?

Infelici occhi miei, chi vi contende

Fissar lo sguardo in esso? Ah che da vui

Tanto si vede men, quanto più splende.

Le luci adunque rivolgete a lui,

Che va sì ben con giovinetto piede

Seguendo da vicino i passi sui.

Mirate quanto colla mente eccede

I confini, ch’a lui l’età prescrive:

Mirate qual’al fior frutto precede.

Quelle, ch’alme Virtù celesti, e dive,

Formangli al biondo crin verdi ghirlande

Del Tebro, e del Metauro in su le rive,

Son premio del sudor, che largo ei spande

Di Minerva, e d’Astrea ne i dotti campi,

Ove va di trionfi altero, e grande.

Quel ricco manto, che di chiari lampi

Splende, quantunque non fornito ancora,

E par, che con diletto arda, ed avvampi,

A lui s’intesse, e s’orna, e si colora

Delle grane più vive, onde s’accenda

L’Idalia rosa in terra, e in ciel l’aurora.

Deh quel giorno dal Gange omai risplenda,

Quel giorno, in cui la maestà latina

Della spoglia reale adorno il renda.

L’augusta fronte, oh come lieta inchina

Del chiaro ingegno all’ammirabil prove

La gran  città delle  città Reina!

Divota gli offre Arcadia in forme nuove

Gli antichi giuochi, che già un tempo offerse

La Grecia a Febo, ed a Nettuno, e a Giove.

Già del barbaro nome, onde sofferse

Sì acerbe ingiurie il Tebro, e lunghi affanni,

L’odio vetusto in puro amor converse;

Poichè spera a ragion dopo tant’anni,

Che un novello Annibal colle bell’opre

Tutti restauri dell’antico i danni.

Ma già più dell’usato a me si scopre

Quanto con denso impenetrabil velo

L’età futura a gli occhi altrui ricopre.

Son giunto pur’alfin, son giunto al cielo

E ciò, ch’entro i suoi abissi io veggo aperto,

A te, casta Siringa, a te rivelo.

Veggo, che più d’un glorioso serto

Di propria mano alle sue chiome intesse,

E d’altro, che di fronde, adorna il merto:

Veggo, che un giorno per quell’orme istesse,

Che da gli anni più verdi a calcar prese,

E trova ognor di maggior luce impresse;

Sì, veggo sì... ma perchè a udirlo intese

Correan ninfe, e pastori, a cui non piacque

Far del destin tutto il voler palese,

Ruppe nel mezzo il canto, e il meglio tacque.

Fra l’egloghe di buon sapore credo ben’io, ch’egli s’abbia ad annoverar la presente. Vaga ne è l’invenzione, e si scuopre giudizioso artifizio nell’introdurre a favellar d’argomento più che pastorale un Dio, cioè quel medesimo Dio, che è poeticamente venerato dall’Accademia de gli Arcadi, e nell’interrompere con accorta grazia o le lodi del regnante Pontefice, o sul fine le predizioni per lo suo dignissimo nipote. Quello, che ancor può dilettarci, si è la bellezza non pomposa, ma naturale, pura, e numerosa dello stile, che qui s’adopera. Non ne appare già la finezza a gli occhi di tutti, ma non per questo è meno da stimarsi; anzi è talora questa forma di poetare più prezzata nel tribunale de’ lettori dilicati, i quali quanto più vi affisano lo sguardo, tanto più ne intendono la gentilezza.

Di Silvio Stampiglia

Sorge tra i sassi limpido un ruscello,

E di correre al Mar solo ha disio;

Nè ’l bosco, o’l prato è di ritegno al rio,

Benchè ameno sia questo, e quel sia bello.

Ad ogni mirto, ad ogni fior novello

Par ch’esso dica in suo linguaggio Addio.

Alfin con lamentevol mormorio,

Giunto nel Mar, tutto si perde in quello.

Tal’io, che fido adoro in due pupille

Quanto di vago mai san far gli Dei,

Miro sol di passaggio e Clori e Fille.

Tornan sempre a Dorinda i pensier miei [104],

Benchè li volga a mille Ninfe e mille,

Ed in vederla poi mi perdo in lei.

Comparazion gentile, gentilmente esposta, e con egual felicità applicata al soggetto si è questa. Forse ancora quadrerebbe meglio il chiamar qui non lamentevole, ma dilettevole, o festevole, o altra simile cosa il mormorio del ruscello, per far sempre più intendere così il desiderio, che ha l’uno di correre al Mare, come il piacere che ha l’amante Poeta in rivedere la sua donna, e in pensare a lei.

Di Torquato Tasso [105]

Vuol, che l’ami costei; ma duro freno

Mi pone ancor d’aspro silenzio.

Or quale Avrò da lei, se non conosce il male,

O medicina, o refrigerio almeno?

E come esser potrà, ch’ardendo il seno

Non si dimostri il mio dolor mortale;

Nè risplenda la fiamma a quella eguale,

Che accende i monti in riva al Mar Tirreno?

Tacer ben posso, e tacerò. Ch’io toglia

Sangue alle piaghe, e luce al vivo foco,

Non brami già, questa è impossibil voglia.

Troppo spinse pungenti a dentro i colpi,

E troppo ardore accolse in picciol loco.

Se apparirà, Natura, e sè, n’incolpi.

Ingegnosamente argomenta il Poeta, e il suo argomento nobilmente amplificato giunge a formare un sonetto dignissimo di lui, e massimamente bello ne’ Terzetti. ... Nè risplenda la fiamma ec. Se volesse il Poeta far qui la sua fiamma eguale o pari a quella di Mongibello, e d’altri monti, sarei vicino a condannar l’Iperboli sua come troppo ardita, e affettata. Mi fo più tosto a credere, che eguale sia posto in vece di dire alla guisa e somiglianza di quella, che accende i monti. Nel qual caso paragona egli solamente le fiamme nella maniera, forza, e natura, ch’esse tutte hanno di manifestarsi al di fuori, se ardono al di dentro .... Tacer ben posso, e tacerò. Ma s’egli ha fermato di voler tacere, e dice di poter tacere, come chiama appresso una impossibil voglia, cioè un voler l’impossibile, quel pretendersi da lui il silenzio; mentre il silenzio è il vero segreto, perchè non appaia il sangue delle piaghe amorose, o la luce del fuoco amoroso? Ma vuol’egli dire, che anche tacendo, mal grado suo trapelerà questo sangue o fuoco per lo colore, per gli atti, e per gli occhi.

Del Cardinale Benedetto Panfilio

Poveri fior! destra crudel vi toglie,

V’espone al foco, e in un cristal vi chiude,

Chi può veder le vïolette ignude

Disfarsi in onda, e incenerir le foglie?

Al giglio, all’amaranto il crin si toglie,

Per compiacer voglie superbe, e crude:

E giunto appena aprile in gioventude,

In lagrime odorose altrui si scoglie.

Al tormento gentil di fiamma lieve

Lasciando va nel distillato argento

La rosa il foco, il gelsomin la neve.

Oh di lusso crudel rio pensamento!

Per far lascivo un crin, vuoi far più breve

Quella vita, che dura un sol momento.

L’amenità di questo componimento, che nel suo genere è leggiadrissimo, nasce dal suggetto ameno, ma incomparabilmente più dalla grazia, e dall’artifizio, con cui è ricamato. Hanno le traslazioni un brio vivace, ma che diletta, non offende la vista. Gentilissima è la chiusa, e dilettevolmente compie questa fiorita dipintura. Dal facile uso di rime non facili viene ancora accresciuta la vaghezza di tutto il sonetto.

Del Marchese Giovangioseffo Orsi

Donna crudele, omai son giunto a segno,

Che di chiederti un guardo io pur non oso.

Sol talvolta improvviso, o da te ascoso,

Tuo malgrado rapirne alcun m’ingegno.

Pure anche in ciò t’offendo, e prendi a sdegno,

S’io traggo da’ tuoi lumi esca e riposo,

E s’in virtù di tal cibo amoroso

Quasi di furto in vita io mi mantegno.

Benchè, nè furto è ’l mio, nè lor si toglie

Del suo splendor, mentre spargendo il vanno;

E ’l guardo mio gli avanzi altrui raccoglie.

Qual’Avaro è giammai, cui rechi affanno

(Sia quant’esser si può d’ingorde voglie)

Ch’altri viva del suo senza suo danno?

Il Petrarca nella canzone, che incomincia Ben mi credea passar mio tempo omai, dicendo che da gli occhi di Laura egli va involando or’uno ed ora un altro sguardo, e che di ciò insieme si nutrica ed arde, finalmente così ragiona:

Però s’io mi procaccio

 Quinci e quinci alimenti al viver curto,

Se vuol dir, che sia furto,

Sì ricca Donna deve esser contenta,

S’altri vive del suo, ch’ella nol senta.

Ora io non dubito, che da questi versi non sieno stati tratti i semi del presente sonetto; anzi io a posta il rapporto, affinchè si vegga, con quanta grazia sia amplificato, adornato, e converso in un sonetto l’ingegnoso sentimento del Petrarca, e ciò serva d’esempio a chi vuol convertire in uso proprio le ricchezze altrui. Per altro, considerando in se stesso il presente componimento, è facile il sentirne la bellezza. Poichè grave è la descrizione chiusa ne’ due quadernari; nobilmente ingegnosi sono i due terzetti; e il tutto viene esposto con invidiabile facilità e chiarezza.

Di Torquato Tasso

Amore alma è del mondo [106], Amore è mente,

Che volge in ciel per corso obliquo il sole,

E de gli erranti Dei l’alte carole

Rende al celeste suon veloci, e lente.

L’aria, l’acqua, la terra, e ’l foco ardente

Misto a’ gran membri dell’immensa mole

Nudre il suo spirto; e s’uom s’allegra, o duole,

Ei n’è cagione, o speri anco, o pavente.

Pur, benchè tutto crei, tutto governi,

E per tutto risplenda, e in tutto spiri,

Più spiega in noi di sua possanza Amore;

E disdegnando i cerchi alti, e superni,

Posto ha la seggia sua ne’ dolci giri

De’ be’ vostr’occhi, e ’l tempio ha nel mio core.

Nobile al maggior segno è questo sonetto per la gravissima e poetica esposizione delle opinioni Platoniche, per la maestrevole condotta, per la splendida conchiusione. ... E s’uom s’allegra, o, duole ec. Ciò è cavato dalle viscere della vera filosofia, la quale c’insegna, altro non essere il dolore, la speranza, la paura, e tutte l’altre passioni dell’uomo, che Amore travestito in varie maniere.

Dell’Abate Vincenzo Leonio [107]

Non ride fior nel prato, onda non fugge,

Non scioglie il volo augel, non spira vento,

Cui piangendo io non dica ogni momento

Quell’acerbo dolor, che il cor mi fugge.

Ma quando a lei, che mi diletta, e strugge,

L’amoroso disio narrare io tento,

Appena articolato il primo accento,

Spaventata la voce al sen rifugge.

Così Amor, ch’ogni strazio ha in me raccolto,

Ferimmi; e la ferita a lei, che sola

Potria sanarla, palesar m’è tolto.

Ah che giammai non formerò parola;

Poichè l’alma, in veder l’amato volto,

Il mio core abbandona, e a lei sen vola.

Chiunque gusta (e la gustano tutti gl’ingegni dilicati) una soave andatura di versi, e una pompa naturale di sensi, talor’avvivata da qualche figurato colore, non potrà non sentire assai diletto in leggere il presente sonetto. Questa artifiziosa purità constituisce anch’ella una bellissima spezie di stile, e spira una grazia, non sentita già da tutti, ma da tutti i migliori sommamente gradita.

Dell’Abate Alessandro Guidi

Per l’Urna eretta nella Basilica Vaticana

alle ceneri di Cristina Regina di Svezia

I.

Benchè tu spazi nel gran giorno eterno, [108]

E la tua mente entro i piacer del cielo

A tuo senno conduci, alta Reina,

Pur talor della luce apri il bel velo,

E non ti rechi a scherno

Volger lo sguardo alla  città Latina.

Il tuo pensiero volentieri inchina

Di veder lei, che ti compose l’ali,

Onde lieta salisti a i sommi giri;

E, se fra noi qui miri

Chiuse in nudo terren l’ossa reali,

Non disdegnosa il tuo sereno offendi,

Contenta di veder l’estinte spoglie

Entro l’auguste soglie,

Ch’ancora in ciel di venerare intendi.

Però che la grand’ombra ivi s’accoglie

De’ campioni di Dio, che tu seguisti,

E che splender fur visti

Sovra strade di sangue, e di martiro,

Allor che ’l varco a nostra Fede apriro.

II.

Quando giungesse in ciel cura mortale,

Io temerei, non ti destasse a sdegno

L’urna, che al cener tuo Roma prepara.

Se già schernisti la fortuna, e ’l regno,

E l’aura trionfale:

Come pompa di marmi or ti fia cara?

E se tua vista a misurare impara

Con altri sguardi oggi il cammin del sole,

Ed ombra il suolo, e l’ocean ti sembra:

Con quai sembianti e membra

T’apparirà questa novella mole?

E poichè ’l mondo, e sua figura parte;

E sai, che morte estinguerà l’aurora;

E ’l tempo stesso ancora

Vedrà sue penne incenerite, e sparte;

E tu presso il gran Dio farai dimora

Entro gli abissi d’immortal sereno:

Come di gloria pieno

Non mirerai con gioco, e con sorriso,

Ne’ nostri bronzi il tuo gran nome inciso?

III.

Pur, se appressarsi al tuo stellante trono

Fosse concesso alle innocenti Muse,

Che un tempo fur tra tue delizie in terra;

Nè temesser cader vinte, e confuse

Dell’alte sfere al suono,

Ed al fulgor, che ’l volto tuo diserra,

Forse dirian, che inaspettata guerra

Muovi al tempio di Pier, che tanto onori;

E che sebben di gloriosi fasti

Il Vatican fregiasti,

Ora in parte gli adombri i suoi splendori;

Che mentre in ciel ripugni al bel pensiero,

Ch’egli ha d’ornar l’incenerito manto,

A lui si toglie il vanto

D’aggiunger luce al suo felice Impero;

Che Roma carca di sospiri intanto

La nobil guancia di rossor si tinge,

E in suo cor si dipinge

Le querele d’Europa, e già si sente

Sonar fama d’ingrata entro la mente.

IV.

Ma tu, Reina, sofferir non devi,

Che sorga infin dalle rimote arene

Voce, che porti alla tua Roma oltraggio.

Fornir gli estremi ufizi a lei conviene.

Or tu l’urna ricevi,

E tu l’accogli con sereno raggio.

E giacchè dal mortale aspro viaggio

Sei giunta in parte, ove col ver ti siedi,

E puoi fissare, e sostenere il ciglio

Entro il divin consiglio,

In cui l’ordin del mondo impresso vedi:

Tu segui il corso del celeste lume,

Che dal suo grembo al Quirinal discende,

E vedrai, come accende

Nel sovrano pastor voglie, e costume.

L’onor de’ marmi, che innalzar t’intende

Oggi Innocenzo, concepir le stelle;

E son tutte le belle

Opre, di cui Roma s’adorna, e veste,

Figlie di lui, d’origine celeste.

V.

Già sente a tergo i corridor veloci

Della novella etate, il secol nostro;

E già pensa deporre il fren dell’ore.

E già di gigli inghirlandata e d’ostro

Presso l’indiche foci

Attende la bell’alba il nuovo onore.

E quegli, incontro al suo fatale orrore,

Intrepido sostiene il grande editto,

Che ancor cadendo eternerà se stesso;

Però ch’ei porta impresso

Nella sua fronte il tuo gran nome invitto.

E quella, che sul Gange al corso è desta,

Sorgerà lieta al grande ufizio intenta,

Sol di mirar contenta

L’urna real, che al cener tuo s’appresta.

Non è, non è tua bella luce spenta;

Che i tuoi gran Genj a i sacri marmi intorno

Faranno anco soggiorno.

Ed oh quante faville ancor feconde

D’alta pietà la bella polve asconde!

VI.

Verran sul Tebro gli Etiopi, e gl’Indi,

E di barbare bende avvolti i crini

I re dell’Asia alla bell’urna innanzi.

Da lei spirar vedran lampi divini,

E nuove cure, e quindi

Sorgere il vero da’ tuoi sacri avanzi,

Il mondo avrà, che sospirò poc’anzi,

Insin dall’ombra tua nuovo intelletto;

E quel, che soggiogasti, orrido inganno

Avrà il secondo affanno,

O la tua luce accoglierà nel petto.

Deporran l’aste, e i sanguinosi acciari

A piè della grand’urna i re guerrieri,

E i feroci pensieri

Di dar freno alle terre, e legge a i mari.

Non mireran ne’ sospirati imperi

Più l’antiche lusinghe, e’l primo volto;

Che da’ tuoi raggi accolto

Il lor desio prenderà a sdegno il suolo,

E spiegherà sol per le stelle il volo.

Ove questa canzone si mettesse a fronte delle ode più riguardevoli dell’antichità greca o latina, io direi per lo meno, che niuna quantunque bellissima le anderebbe avanti. In essa io sento un’incredibile novità, un sublime inusitato, un poetico straordinario, ma però non eccedente i confini del bello. Spezialmente ammiro lo splendore della elocuzione, nato dalla nobile e fissa Immaginazione, con cui ha il poeta figurati in sua mente gli oggetti tutti, e gli ha ora con tanta forza di metafore, e d’altre figure animati, ora con tanta maestà espressi, che sensibilmente il nostro pensiero si solleva a mirar questi oggetti, e a lui quasi non sembra d’udire linguaggio umano. Immagina egli, che Cristina possa non gradire il nuovo sepolcro, a lei innalzato sul fine del secolo prossimo passato. Poscia con pellegrine riflessioni, e mirabili concetti dimostra, che non le dee dispiacere; e va egli nel medesimo tempo artifiziosamente spargendo lodi tanto della morta Reina, quanto del sommo Pontefice allora vivente. Sono le tre prime stanze, e principalmente la terza, assaissimo belle; nondimeno ancor più belle, e splendide mi paiono le tre seguenti. Nella quarta è un’immagine pellegrina quella, che incomincia Seguita il corso ec. L’altre due stanze sono sì piene d’estro, sì poetiche, e maestose, che lasciano o debbono lasciar sul fine i lettori pieni d’una bella estasi. A me non finisce di piacere nella stanza I quel non ti rechi a scherno, in vece di non ti rechi a scorno, non ti rechi a vile, non isdegni. No so, se ad altri finirà di piacere il verso 12 della medesima stanza

Non disdegnosa il tuo sereno offendi,

per cagione di quel Non congiunto con disdegnosa, il quale fa a prima vista equivoco il senso; o pure nella stanza III quel verso

Ora in parte gli adombri i suoi splendori,

per dire, tu gl’impedisci il divenir più glorioso, che non era. Ma questi o non sono difetti, o sono difetti di niun momento, che non guastano la bellezza, e perfezione del tutto. Per altro qui si può ammirare la finitezza d’ogni senso, d’ogni verso, d’ogni parola, e l’insolita armonia del verseggiare, pregi propri di questo fortunato autore.

D’Angelo Di Costanzo

Mentre a mirar la vera, ed infinita

Vostra beltà, che all’altre il pregio ha tolto,

Tenea con gli occhi ogni pensier rivolto,

E solo indi traea salute, e vita;

Con l’alma in tal piacer tutta invaghita

Contemplar non potea quel, che più molto

È da stimare, al vago, e divin volto

L’alta prudenza, ed onestate unita.

Or rimaso al partir de’ vostri rai

Cieco di fuore, aperto l’occhio interno,

Veggio, ch’è ’l men di voi quel, che mirai [109].

E sì leggiadra dentro vi discerno,

Ch’ardisco dir, che non uscio giammai

Più bel lavor di man del mastro eterno.

Potrebbe porsi fra gli ottimi. Certo degna è di gran lode non tanto la novità dell’argomento, quanto la forza ingegnosa del discorso, e la pienezza di tanti sensi veri e sodi, che sono tutti con istraordinaria felicità uniti e guidati come antecedenti a formar la leggiadrissima esagerazione della chiusa. In somma costui ragiona, e nobilmente ragiona; nè sono i suoi versi un vistoso festone di frondi, ma un gruppo delizioso di frutti egualmente saporiti e belli.

D’Ippolito Cardinale De’ Medici, o Di Claudio Tolomei

Quando al mio ben fortuna empia e molesta

Ciò, che d’amaro avea, tutto mi porse,

Che ’n diverse contrade ambidue torse,

Me grave, e lento, e voi leggiera, e presta;

Con voi l’alma mia venne, e lasciò questa

Spoglia allor fredda, e di suo stato in forse;

Ma da voi un’immagine in me corse [110],

Che nuovo spirto entro ’l mio petto innesta.

Questa in vece dell’alma ognor vien meco,

E mi mantiene. Ah fosse a voi sì caro

Il cor già mio, come a me questa piace.

E n’è ben degno; poscia ch’Amor cieco

Largo del mio, troppo del vostro avaro,

Sì lo trasforma in voi, che vostro il face.

Merita questo sonetto d’essere annoverato, se non fra i primi, almeno fra i vicini a i primi, e certo fra i sonetti più vigorosi. Ci è ingegno, ci è fantasia, ci è raziocinio filosofico, e il tutto con gravità singolare e con ornamento poetico è artifiziosamente spiegato.

Di Vittoria Colonna

al Bembo, che non aveva composto versi per la morte di suo marito

Ahi quanto fu al mio sol contrario il fato [111],

Che con l’alta virtù de’ raggi suoi

Pria non v’accese: che mill’anni, e poi

Voi sareste più chiaro, ei più lodato.

Il Nome suo col vostro stile ornato,

Che fa scorno a gli antichi, invidia a noi,

A mal grado del tempo avreste voi

Dal secondo morir sempre guardato.

Potess’io almen mandar nel vostro petto

L’ardor, ch’io sento, o voi nel mio l’ingegno,

Per far la rima a quel gran merto eguale;

Che così temo, il ciel non prenda a sdegno

Voi, perchè preso avete altro soggetto,

Me, che ardisco parlar d’un lume tale.

Basterebbe questo sonetto per farci fede, se già non ne fossimo certi, del felice ingegno della Marchesana di Pescara. Certo che noi possiamo qui ammirare una sodissima architettura, che ingegnosamente lega insieme l’encomio sì del Bembo, come del defunto Marchese. Lo stile è nobilmente chiaro, modestamente acuto, ed il componimento tutto sì giudiziosamente condotto, che gl’ingegni mezzani un somigliante non ne farebbono, e i sublimi si pregerebbono d’averlo fatto.

Di Gabriello Simeoni

al sepolcro di Dante

Spirto divin, di cui la bella Flora

Or pregia quel, che già teneva a vile,

Il chiaro nome tuo, l’opra sottile,

Che lei di gloria, e te di vita onora;

Ecco me lasso, a te simile ancora

Nel cercar nova patria, e cangiar stile:

Che Invidia ogni alma nobile, e gentile

Così persegue fino all’ultima ora.

Dogliamci insieme. Tu se’ in grembo a Giove;

Io giunto in tempo sì perverso, e duro,

Che assai meglio saria non esser nato.

E facciam fede al secolo futuro,

Tu qui con l’ossa, io con la vita altrove,

Ch’uom di virtù poco alla Patria è grato [112].

Toltone il pungolo della chiusa, da cui prescindo, mi par degno di molta lode. Piano è lo stile, ma da una certa natural bellezza e soavità sostenuto. Facili sono i pensieri; ma teneri, ma ben tessuti, ma forti nella loro nativa semplicità. Supponendosi il poeta in Ravenna, potrebbe dar fastidio ad alcuno quell’io con la vita altrove; ma non mancheranno vie di salvarlo.

Di Francesco Coppetta

Porta il buon villanel da strania riva [113]

Sovra gli omeri suoi pianta novella,

E col favor della più bassa stella

Fa che ritorni nel suo campo, e viva.

Indi il sole, e la pioggia, e l’aura estiva

L’adorna, e pasce, e la fa lieta, e bella.

Gode il cultore, e sè felice appella,

Che delle sue fatiche il premio arriva.

Ma i pomi un tempo a lui serbati, e cari,

Rapace mano in breve spazio coglie:

Tanta è la copia de gl’ingordi avari!

Così, lasso, in un giorno altri mi toglie

Il dolce frutto di tant’anni amari;

Et io rimango ad adorar le foglie.

Squisitissimo senza fallo è il presente sonetto, e a me sembra uno de gli ottimi. Quanto più considero l’impareggiabile sua purità, la vivace leggiadria, con cui si dipinge la comparazione, e la mirabile applicazione di questa al suggetto, che il poeta si propone: tanto più mi par bello, e mi diletta. La sentenza improvvisa, che chiude il primo ternario, ha una forza dilicatissima. La chiusa dell’altro ha una vaghezza pura e luminosa, che lascia dopo di se piacere non ordinario in qualunque persona di perfetto gusto, che l’ascolti, o legga.

Del Dottore Gioseffantonio Vaccari

Io giuro per l’eterne alte faville,

Ond’usciron le mie fiamme immortali:

Giuro per l’aureo crin, per le tranquille

Luci amorose al viver mio fatali.

Ch’io vidi, o donna, io vidi a mille a mille

Muover da’ bei vostr’occhi e fiamme e strali,

E coteste vid’io crude pupille [114]

Tante vibrarmi al cor piaghe mortali.

Or chi potea sottrarsi a i dardi, al fuoco,

Che i vostri fulminaro a gli occhi miei

Senza temprar di lor virtute un poco?

Gitta, Amor, gitta l’arco; e le costei

Armi feroce impugna; e udrem fra poco

Tutti al tuo carro avvinti uomini, e Dei.

Le molte figure poetiche, e spiritose, che qui s’incontrano, ben’ordinate, e maneggiate con gentilezza e vigore, mi fanno piacere e stimare a dismisura il presente sonetto. L’estro ci si sente da per tutto, e particolarmente nell’ultimo terzetto, cioè in quell’improvviso rivolgimento del parlare ad Amore. Lascio altri pregi o di stile, o di metodo, che non sì facilmente si osservano in moltissimi altri componimenti di questa Raccolta. Il Guidiccione ha un bel sonetto, che comincia: Io giuro Amor per la tua face eterna. Forse ad imitazione d’esso fu composto il presente.

Del Dottore Eustachio Manfredi.

Monacandosi la Sig. N. N.

I.

Donna ne gli occhi vostri [115]

Tanta, e sì chiara ardea

Maravigliosa altera luce onesta,

Che agevolmente uom ravvisar potea,

Quanta parte di cielo in voi si chiude,

E seco dir: non mortal cosa è questa.

Ora si manifesta

Quell’eccelsa virtude

Nel bel consiglio, che vi guida a i chiostri;

Ma perchè i sensi nostri

Son ciechi incontro al vero,

Non lesse uman pensiero

Ciò, che dicean que’ duo bei lumi accesi.

Io gli vidi, e gl’intesi

Mercè di chi innalzommi: e dirò cose

Note a me solo, e al vulgo ignaro ascose.

II.

Quando piacque a Natura

Di far sue prove estreme

Nell’ordir di vostr’alma il casto ammanto,

Ella, ed Amor si consigliaro insieme,

Siccome in opra di comune onore,

Maravigliando pur di poter tanto.

Crescea ’l lavoro intanto

Di lor speme maggiore,

E col lavoro al par crescea la cura.

Finchè l’alta fattura

Piacque all’Anima altera,

La qual pronta, e leggiera

Di mano a Dio, lui ringraziando, uscia;

E raccogliea per via

Di questa sfera discendendo in quella,

Ciò ch’arde di più puro in ogni stella.

III.

Tosto che vide il mondo,

L’Angelica sembianza,

Ch’avea l’anima bella entro il bel velo:

Ecco, gridò, la gloria, e la speranza

Dell’età nostra, ecco la bella immago

Sì lungamente meditata in cielo.

E in ciò dire ogni stelo

Si fea più verde, e vago,

E l’aer più sereno, e più giocondo.

Felice il suol, cui ’l pondo

Premea del bel piè bianco,

O del giovenil fianco,

O percotea lo sfavillar de gli occhi;

Ch’ivi i fior visti, o tocchi

Intendean lor bellezza, e che que’ rai

Movean più d’alto, che dal Sole assai.

IV.

Stavasi vostra mente

Paga intanto, e serena

D’alto mirando in noi la sua virtute.

Vedea quanta dolcezza, e quanta pena

Destasse in ogni petto a lei rivolto,

E udia sospiri, e tronche voci, e mute;

E per nostra salute

Crescea grazie al bel volto,

Ora inchinando il chiaro sguardo ardente,

Ora soavemente

Rivolgendolo fiso

Contra dell’altrui viso,

Quasi col dir: mirate, alme, mirate

In me che sia beltate,

Che per guida di voi scelta son’io,

E a ben seguirmi condurrovvi in Dio.

V.

Quall’io mi fessi allora,

Quando il leggiadro aspetto

Pien di sua luce a gli occhi miei s’offrio,

Amor, tu ’l sai, che il debile intelletto

Al piacer confortando, in lei mi festi

Veder ciò, che vedem tu solo, ed io;

E additasti al cor mio,

In quai modi celesti

Costei l’alme solleva, e le innamora.

Ma più d’Amore ancora

Ben voi stesse il sapere,

Luci beate, e liete,

Ch’io vidi or sopra me volgersi altere

A guardar suo potere

Or di pietate in dolce atto far mostra,

Senza discender dalla gloria vostra.

VI.

Ed ecco intanto accesa

D’alme faville, e nuove,

Costei corre a compir l’alto disegno.

Vedi, amor, quanta in lei dolcezza piove,

Qual si fa ’l Paradiso, e qual ne resta

Il basso mondo, che di lei fu indegno.

Vedi il beato Regno

Qual luogo alto le appresta,

E in lei dal cielo ogni pupilla intesa

Confortarla all’impresa.

Odi gli spirti casti

Gridarle: assai tardasti;

Ascendi, o fra di noi tanto aspettata

Felice alma ben nata,

Si volge ella a dir pur, ch’altri la segua,

Poi si mesce fra i lampi, e si dilegua.

Canzon, se d’ardir troppo altri ti sgrida,

Dilli, che a te non creda;

Ma venga, infin che puote egli, e la veda.

Gran dilicatezza scorgo io in questo ottimo componimento, e giudizio finissimo nel suo autore. È facile a tutti il vedere, ch’egli non s’è fatto scrupolo d’arricchirsi delle spoglie del Petrarca, e di usarne eziandio de’ versi interi. Ma non tutti giungeranno a scorgere il merito, che è in questo medesimo furto, se pure si può così appellare l’ornarsi dell’altrui senza nascondere l’ornamento, e col mostrarne palesemente l’obbligazione al primo padrone. Consiste questo merito e nell’avere scelto il meglio, e nell’averlo mirabilmente innestato. Senza nondimeno por mente a questo, tutte sono virtù proprie dell’autore la nobile Invenzione, la costante leggiadria, e la limpidezza e grazia dello stile terso e vivace, che riluce in ogni parte della canzone. La seconda stanza è un tessuto d’immagini vaghissime; e può dirsi lo stesso ancora della seguente. Più ancora di tutte sono gentili le ultime due, e segnatamente in esse gli ultimi versi. Io più volentieri avrei lasciato questo componimento senza il commiato, cioè senza i tre versi della chiusa, per timore, che a qualche persona non assai pratica de gli anacronismi poetici non paia strano, come dopo essersi detto, che questa donna si è dileguata da gli occhi del mondo, la canzone, in cui ciò s’è raccontato come avvenimento già passato, la canzone stessa, dico, abbia da invitar’altri a venire a veder costei, quasi questa donna non si fosse peranche dileguata.

Della March. Petronilla Paolini Massimi

Pugnar ben spesso entro il mio petto io sento [116]

Bella speranza, e rio timore insieme;

E vorria l’uno eterno il mio tormento,

L’altra già spento il duol, ch’il cor mi preme.

Temi, quel fier mi dice; e s’io consento,

Tosto, spera, gridar s’ode la speme;

Ma se sperare io vo’ solo un momento,

Nella stessa speranza il mio cor teme.

Mie sventure per l’uno escono in campo,

Mia costanza per l’altra; e fan battaglia

Aspra così, ch’indarno io cerco scampo.

Dir non so già, chi mai di lor prevaglia:

So ben, ch’or gelo, ahi lassa, ed ora avvampo;

E sempre un rio pensier m’ange, e travaglia.

Felicemente qui veggio spiegato il contrasto di due contrari affetti con gravissimi sentimenti, con gran possesso nelle rime, e con bella franchezza e forza poetica da per tutto. Dirò ancora, che il primo terzetto ha un non so che d’eminente sopra il resto; e conchiuderò essere questo un componimento, che per la qualità di chi lo fece arreca non poco splendore all’età nostra.

Di Pietro Antonio Bernardoni

Qualor di nuovo, e sovruman splendore

In me Nice rivolge i lumi ardenti,

Nè degnando mirar sull’altre genti

Tutto prova in me solo il suo valore;

Ognun de’ guardi suoi mi passa al core

Per la via, che ben sanno i rai lucenti;

E giunto a lui, con non so quali accenti

Si ferma seco a ragionar d’amore [117].

E solo Amor, che in compagnia di quelli

M’entrò nel sen, potria ridire altrui

Di quai gran cose ognun di lor favelli.

Già nol poss’io: poichè in mirar que’ dui

Fonti della mia fiamma, occhi sì belli,

In lor fuori di me rapito io fui.

Secondo il mio gusto è eccellente, e vagamente intrecciato e condotto questo sonetto. Bellissimo è il fine del primo quadernario; più bello ancora tutto il primo terzetto. Forse potrebbe alcuno restar dubbioso, non intendendo, come il poeta sia rapito fuori di sè, e come l’anima sua voli a gli occhi altrui, mentre egli suppone d’averla tuttavia in petto, allor che dice, che i guardi passati dentro al suo cuore in compagnia d’Amore, si fermano quivi a ragionar con esso cuore. Intorno a ciò si dee por mente, che la fantasia poetica descrive qui un’inganno, che veramente accade in simili casi. Quando taluno mira fiso l’oggetto amato, a lui pare d’essere fuor di se stesso, e d’aver tutta l’anima, e i pensieri in quell’oggetto. E pure nel medesimo tempo egli sente in suo cuore una straordinaria dolcezza, ed ogni più soave movimento dell’affetto amoroso. Non è già vera la prima parte, perciocchè l’anima è più che mai nell’amante, e si pasce ella, e si bea nel contemplare dentro la sua giurisdizione l’immagine della cosa amata, che venne a lei riportata da gli occhi. Ma perchè pare diversamente all’immaginativa, potenza che prende spesso l’apparenza per verità, e perchè si dice, che l’anima è più, dov’ella ama, che dov’ella anima: perciò con bizzarria poetica va ella descrivendo ciò, che i Platonici, ed altri poeti hanno prima d’ora immaginato e detto, in parlando delle gravi faccende d’amore.

Del March. Giovangioseffo Orsi

Io grido ad alta voce, e i miei lamenti

Ode ragion contro ad amor tiranno;

Però s’accinge in mio soccorso, e fanno

Guerra tra loro, ambo a vittoria intenti.

Poi, s’a me par, che amor sue forze allenti,

Quasi m’incresca il fin del dolce affanno,

Allor celatamente, e con inganno,

Io fo cenno al crudel, che non paventi.

Ma questa in me, siasi viltade o frode,

Ragion discopre: indi con suo cordoglio

M’abbandona per sempre, e più non m’ode.

Che se poi d’ora innanzi ancor mi doglio,

Sa che ’l faccio per vezzo, e ch’amor gode

Signoria nel mio cor, sol perch’io voglio.

Difficilmente l’immaginativa potea far sensibile con più grazia, ed esprimere con più evidenza e chiarezza un vero veduto solo dalla potenza superiore. Noi qui lo miriamo quasi con gli occhi: e tanto vezzosa secondo il gusto greco è questa invenzione, tanto viva e ben contornata ne è la dipintura, che nel genere venusto insieme e grave possiam dare uno de’ più onorevoli posti al presente sonetto, nel quale massimamente riluce il secondo quadernario.

Di Antonio Ongaro

Fiume, che all’onde tue ninfe, e pastori,

Inviti con soave mormorio,

Col cui consiglio il suo bel crin vid’io

Spesso Fillide mia cinger di fiori.

S’a’ tuoi cristalli in su gli estivi ardori

Sovente accrebbi lagrimando un rio,

Mostrami per pietà l’idolo mio

Nel tuo fugace argento, ond’io l’adori.

Ahi tu me’l nieghi? Io credea crudi i mari,

I fiumi no: Ma tu dallo splendore,

Che in te si specchia, ad esser crudo impari.

Prodigo a te del pianto, a lei del core,

Fui, lasso, e sono: e voi mi siete avari

Tu della bella immago, ella d’amore.

Era ne’ tempi addietro, ed è tuttavia stimato assaissimo questo sonetto; e merita forse d’esserlo, quantunque possano i dilicati giudizi ritrovarci dentro certe cosette da non contentarsene molto. Limpido, e vago è il primo quadernario. Nel secondo si piantano due proposizioni, che raggruppate servono poscia a far la chiusa ingegnosa. La prima, cioè quella d’aver col pianto accresciuto il rio, può passar per buona, benchè non nuova, e certo oggidì triviale. L’altra, cioè la preghiera al fiume, che mostri l’immagine dell’oggetto amato, può parere un bel fragile vetro, non una soda gemma, ad occhi purgati. Imperciocchè non appare fondamento bastante, per cui la fantasia possa chiedere tal grazia a quelle acque, dalle quali è impossibile, che si ritenga l’immagine altrui, massimamente conoscendosi da lei medesima, che sono un fugace argento. E se il povero fiume non può per impossibilità compiacere al poeta, molto meno sarà convenevole quel dar tosto in escandescenza, e chiamarlo crudele ed avaro con quella introduzione io credea crudi i mari, che anch’essa è di suono alquanto cruda. Oltre a ciò la ragion di chiedere al fiume questo idolo vano, riesce fredda, perchè non per altro si chiede, che per adorarlo. E pure, per far queste idolatrie, gli amanti non hanno bisogno di far gran viaggio, essendo che in lor cuore, o sia nella lor fantasia hanno l’immagine della cosa amata. Finalmente quell’imparare ad essere crudo dallo splendore, che in lui si specchia, potrebbe dubitarsi da alcuno, se fosse venuto da buona miniera. Che se hanno polso tali opposizioni, ognun vede, che la chiusa perde le basi, sulle quali s’appoggiava la sua bellezza, e che questo sonetto non è quell’oro, ch’egli pareva.

Dell’Ab. Antonio Maria Salvini

Qual’edera serpendo Amor mi prese [118]

Colle robuste sue tenaci braccia,

E tanto intorno rigoglioso ascese,

Che tutta mi velò l’antica faccia.

Vago in vista, e fiorito egli mi rese,

E colle frondi sue avvien ch’io piaccia:

Ma se poi l’occhio alcun più adentro stese,

Scorge, com’ei mi roda, e mi disfaccia.

Ei mi ricerca le midolle, e l’ossa;

E sue radici fitte in mezzo al core

Esercitan furtive ogni lor possa:

E già ’n più parti n’han cacciato fuore

Gli spirti, e ’l sangue, ed ogni virtù scossa;

Tal ch’io non già, ma in me sol vive Amore.

Grande è la gentilezza, con cui è pensata, ma non è minore la felicità, con cui viene esposta e condotta sino al fine questa comparazione, o per meglio dire, questa vivace allegoria. Da lei, e spezialmente ne’ due terzetti, spira anche una certa novità poetica, la quale sommamente condisce tutto il sonetto, e seriamente diletta chiunque il legge.

Di Francesco Coppetta

Manda il proprio ritratto alla sua donna

Se dalla mano, ond’io fui preso, e vinto,

Fossi scolpito nel cor vostro anch’io,

Come voi siete dentro al petto mio,

Non manderei me stesso a voi dipinto.

Or, se v’annoia il vero, almeno il finto,

Che sempre tace in atto umile, e pio,

Mi ritolga talor dal cieco obblio,

Là dove m’ha vostra bellezza spinto [119].

E contemplando nel suo volto spesso

I miei gravi martiri, e ’l chiuso foco,

Qualch’ombra di pietade in voi sì desti.

Ma, se ciò non mi fia da voi concesso,

Convien che manchi il vivo a poco a poco,

E l’immagine solo a voi ne resti.

E come amante, e come poeta, sapea costui fare delle belle finezze. Argomenta egli in suo prò con garbo maraviglioso; e le sue riflessioni mi paiono molto acute, e nel medesimo tempo molto naturali e dilicate, per muovere altrui a pietà. Merita eziandio d’essere osservata, e altamente stimata la connessione artifiziosa di tutte le parti, e un’invidiabile chiarezza, e purità, che signoreggia nel tutto. È sonetto finalmente, che se non è de’ primi, s’accosta a i primi. ... Là dove m’ha vostra bellezza spinto. Per me avrei detto più volentieri vostra alterezza, che vostra bellezza, essendo più convenevole, che costei, non perchè bella, ma perchè altiera, abbia dimenticato l’amante poeta.

Di Francesco De Lemene

Deh mirate, o verginelle,

Come pura ne innamora

Fresca rosa in su l’aurora [120],

E imparate ad esser belle.

Vuol di spine esser’armata

La beltà, ch’è don del cielo;

E modesta sul suo stelo

Men veduta è più pregiata.

Di qual gioia empie le spiagge

Del giardin tutte fiorite!

Par, che parli: or voi l’udite

E imparate ad esser sagge.

Quanto godo (ella ragiona)

Nel veder ch’ognun m’inchina,

E per farmi lor regina

Tutti i fior mi fan corona!

A me cede i primi onori,

Dolcemente pallidetta,

Benchè sia la Violetta

Primogenita de’ fiori.

Gelsomin, ligustro, e giglio

Gareggiar con me non vuole.

Più dell’alba è bello il sole,

Più del bianco il mio vermiglio.

Al vermiglio mio sembiante,

Che ’l credea del sole un raggio,

Un mattin del primo maggio

Volse Clizia il guardo amante.

Tutti i fior del regno mio

Osservar l’amante fiore;

E scoprendo il vago errore

Riser tutti, e risi anch’io.

Allor fu, che fatta altera

S’adornò del nostro riso,

E mostrò più lieto il viso

La ridente primavera.

Sul mattin dolce cantando

Mi salutan gli augelletti;

E si senton ruscelletti,

Che mi lodan mormorando.

Venticelli innamorati

De’ lor fiati fan sospiri:

Io co i grati miei respiri

Fo poi dolci i lor fiati.

Ma che parlo, ahi folle, ahi lassa,

D’un gioir, ch’è sì fugace?

Il mio bel, che tanto piace,

È balen, che splende, e passa.

Tramontar col sole il miro,

Se col sol nascendo ei sorge;

E sparire il ciel lo scorge

Del grand’occhio ad un sol giro.

So ben’io, quanto sia frale

La bellezza, onde mi fregio;

Ma god’io d’un più bel pregio

Glorioso, ed immortale.

Qual gioir più grande, o come

Spererò sorte più rara

A Maria son tanto cara,

Che Maria prende il mio nome.

E se ’l Mondo, allor che brama

Da Maria pietosa aita,

Con più nomi a se l’invita,

Col mio nome ancor la chiama.

Ella poi, che così degna.

Umil regna in tanta gloria,

D’esser rosa in ciel si gloria,

E il mio nome non isdegna.

Or morir se in terra io scerno

Tosto il fral delle mie foglie,

Per Maria, che in se lo toglie,

È il mio nome in cielo eterno.

Verginelle, al vostro orecchio

Bei pensieri il fior consiglia.

Or’a voi, se a voi somiglia,

Sia la rosa immago, e specchio,

E tu, Vergine pietosa,

A’ mortali il guardo piega;

E consola chi ti prega

Col bel nome della rosa.

Ha, chiunque legge questa canzonetta, da chiedere in suo cuore a se medesimo, se gli basterebbe l’animo di comporne una simile, non che una più bella. Credo, che non molti confesseranno in se stessi tanta possanza. Molto più credo, che sì questi, come gli altri confesseran volentieri, che o sia per l’invenzione, o sia per gli pensieri, questo è uno de’ più gentili, de’ più puri, e de’ più vaghi componimenti, che s’abbia questa Raccolta. Perciocchè ogni quadernario ha la sua particolar bellezza, io non mi stendo a lodar più l’uno che l’altro, massimamente potendo ciascuno sentir per se stesso l’evidenza di questo bello sì dilettevole.

Del Petrarca

Stiamo, Amore, a veder la gloria nostra,

Cose sopra natura altere, e nuove.

Vedi ben, quanta in lei dolcezza piove:

Vedi lume, che ’l Cielo in Terra mostra.

Vedi, quant’arte indora, e imperla, e mostra,

L’abito eletto, e mai non visto altrove;

Che dolcemente i piedi, e gli occhi muove

Per questa di bei colli ombrosa chiostra.

L’erbetta verde, e i fior di color mille

Sparsi sotto quell’elce antiqua, e negra

Pregan pur, che ’l bel piè li prema, e tocchi [121].

E ’l Ciel di vaghe, e lucide faville

S’accende intorno, e in vista si rallegra

D’esser fatto seren da sì begli occhi.

Nell’estasi amorosa, in cui si trovava il Petrarca, fu composto questo sonetto, che è sublimissimo insieme ed ameno, quanto mai si possa. Fa questa affettuosa estasi, che l’ultimo terzetto, quantunque sì arditamente splendido, ci appaia bellissimo. Ma infinitamente leggiadra, e più sicuramente bella si è l’immagine del primo terzetto; siccome l’entrata medesima del sonetto ha un non so che di sì spiritoso, magnifico, e nuovo, che rapisce tosto chi legge, empiendoci di un vaghissimo stupore. Che resta dunque a dire, se non che questo è un de’ migliori, ch’io m’abbia qua raunati, essendo anche se non il più bello, uno de’ più belli, che abbia composto il Petrarca?

Di Benedetto Menzini

Quel Capro maledetto ha preso in uso

Gir tra le viti; e sempre in lor s’impaccia.

Deh, per farlo scordar di simil traccia,

Dagli d’un sasso tra le corna, e ’l muso.

Se Bacco il guata, ei scenderà ben giuso

Da quel suo carro, a cui le Tigri allaccia.

Più feroce lo sdegno oltre si caccia,

Quand’è con quel suo vin misto, e confuso.

Fa di scacciarlo, Elpin; fa che non stenda

Maligno il dente, e più non roda in vetta

L’uve nascenti, ed il lor Nume offenda.

Di lui so ben, che un dì l’Altar l’aspetta [122]:

Ma Bacco è da temer, che ancor non prenda

Del capro insieme, e del Pastor vendetta.

Ancor questo, ma per differenti ragioni, è di gusto finissimo; e io volentieri lo annovero tra i perfetti di questa Raccolta. Mirisi che pellegrino ci è dentro. E questo pellegrino altro non è, che il miglior sapore de gli antichi lirici greci, e l’artifizio di far comparire il basso e il vile con aria di nobiltà. Pongasi mente, quanto sia soda e viva l’imitazion del costume; che felice bizzarria sia quella delle rime e delle frasi; e come sia nuova, e forte, e ben collegata col resto la chiusa. Di somigliante gusto e di tali parti sanissimi vorrei vedere l’Italica poesia alquanto più ricca.

Di Francesco Redi

CHI è costei che tanto orgoglio mena,

Tinta di rabbia, di dispetto, e d’ira,

Che la speme in amor dietro si tira,

E la bella pietà strette in catena?

Chi è Costei, che di furor sì piena

Fulmini avventa, quando gli occhi gira,

E ad ogni petto, che per lei sospira,

Il sangue fa tremar dentro ogni vena?

Chi è costei, che più crudel che Morte,

Disprezzando ugualmente uomini e Dei,

Muove guerra del ciel fin sulle porte?

Risponde il crudo amor: Questa è colei,

Che per tua dura inevitabil sorte

Eternamente idolatrar tu dei.

Farei scommessa, che molti non giungono a sentire il pregio, e la beltà di questo sonetto. Io vorrei, che costoro ponessero ben mente, quanto poeticamente, vagamente, e magnificamente sia qui descritta, e si faccia comprendere un’altiera femminile bellezza. Vorrei, che osservassero un finimento singolar dello stile; ma sopra tutto la nobile figura Sospensione, chi guida sino al fine attoniti i lettori, e poi si scioglie con una inaspettata risposta. Questa medesima risposta, o chiusa, è lavorata con incredibile ascoso artifizio sì nelle parole, come nel senso. Anche il primo terzetto (considerandolo sempre secondo l’opinion de’ Gentili) è non temerariamente spiritoso. Quando ciò si contempli, ed intenda, confesseranno meco costoro, che il presente sonetto non è inferiore ad alcuno de’ più pregiati, che qui s’ammirino.

Del P. G. B. P.

Genova mia [123], se con asciutto ciglio

Lacero, e guasto il tuo bel corpo io miro,

Non è poca pietà d’ingrato figlio,

Ma ribello mi sembra ogni sospiro.

La maestà di tue ruine ammiro,

Trofei della Costanza, e del Consiglio;

Ovunque io volgo il passo, o ’l guardo io giro,

Incontro il tuo Valor nel tuo periglio.

Più val d’ogni vittoria un bel soffrire;

E contro ai fieri alta vendetta fai

Col vederti distrutta, e nol sentire.

Anzi girar la Libertà mirai,

E baciar lieta ogni ruina, e dire:

Ruine sì, ma Servitù non mai.

Consiste la beltà maestosa di questo componimento, che a me pare di rara eccellenza, ne’ molti ingegnosi pensieri, che riccamente l’addobbano, senza però cadere in quello sfoggiato lusso d’acutezze troppo vistose, in cui si cadeva nel secolo prossimo passato. Nobilmente poetico è lo stile, col quale si rappresentano qui verità gravissime, cavate con perfetto discorso dall’interno della materia. Ma fra l’altre cose maggiormente riluce la viva immagine fantastica, con cui si termina questo lavoro. ... Ma ribello mi sembra ec. Dopo essersi detto non è poca pietà d’ingrato figlio, aspettava l’orecchio una costruzion differente da questa. Ma di simili non molto ordinati legamenti del parlare ce n’ha mille esempi ne’ più rinomati scrittori. ... Col vederti distrutta ec. Non so, se possa parere a taluno, che qui si dica troppo. Imperciocchè non è virtù ne’ forti il non sentir le disavventure, ma il sentirle, e tollerarle; e questa insensibilità è difetto, non gloria, ne gli uomini. Tuttavia ognun vede, voler qui il poeta solamente dire, che la sua  città mostra di non sentire la sua distruzione: e ciò ingegnosamente si chiama far vendetta di chi l’ha distrutta. È fondato il concetto sulla massima del magnanimo di fare una bella e generosa vendetta del torto col disprezzarlo, e con ciò non sentirlo. Laonde fu detto, che l’ingiuria non cade nell’uomo sapiente, perchè essa non fa in lui impression di dolore.

Di Luigi Tansillo

Amor m’impenna l’ale, e tanto in alto

Le spiega l’amoroso mio pensiero,

Che d’ora in ora sormontando io spero

Alle porte del ciel dar nuovo assalto.

Temo, qualor più guardo, il vol tropp’alto;

Ond’ei mi grida, e mi promette altero,

Che se dal nobil corso io cado, e pero,

L’onor fia eterno, se mortale è il salto.

Che s’altri, cui desio simil compunse,

Diè nome eterno al mar col suo morire,

Ove l’ardite penne il sol disgiunse;

Il mondo ancor di te potrà ben dire:

Questi aspirò alle stelle; e, s’ei non giunse,

La vita venne men, ma non l’ardire.

Del Medesimo

Poichè spiegate ho l’ale al bel disio,

Quanto più sotto ’l piè l’aria mi scorgo,

Più le superbe penne al vento porgo,

E spregio il mondo, e verso ’l ciel m’invio.

Nè del figliuol di Dedalo il fin rio

Fa che più pieghi; anzi via più risorgo.

Ch’io cadrò morto a terra, ben m’accorgo:

Ma qual vita pareggia il morir mio?

La voce del mio cuor per l’aria sento:

Ove mi porti temerario? china;

Che raro è senza duol troppo ardimento.

Non temer, rispond’io, l’alta rovina;

Fendi secur le nubi, e muor contento [124]

Se ’l ciel sì illustre morte ne destina.

Volea dire costui, che s’era imbarcato in un Amor troppo alto, e s’andava facendo coraggio. Egregiamente, e con maniera affatto poetica, egli ha soddisfatto al suo proponimento in questi due sonetti, il secondo de’ quali, più ancora del primo, a me sembra eccellente cosa, e spezialmente nel primo suo quadernario, che contiene una magnificenza vivissima.

Di Gabriello Chiabrera

Quando l’alba in Orïente

L’almo Sol s’appresta a scorgere,

Già dal mar la veggiam sorgere,

Cinta in gonna rilucente,

Onde lampi si diffondono,

Che le stelle in cielo ascondono.

Rose, Gigli almi immortali

Sfavillando il crine adornano,

Il crin d’oro, onde s’aggiornano

L’atre notti de’ mortali;

E fresch’aure intorno volano,

Che gli spirti egri consolano.

Nel bel carro a maraviglia

Son rubin, che l’aria accendono.

I destrier non men risplendono [125]

D’aureo morso, e d’aurea briglia;

E nitrendo a gir s’apprestano,

E con l’unghia il ciel calpestano.

Con la manca ella gli sferza,

Pur co i fren, che scossi ondeggiano;

E se lenti unqua vaneggiano,

Con la destra alza la sferza.

Essi allor, che scoppiar l’odono,

Per la via gir se ne godono.

Sì di fregi alta, e pomposa,

Va per strade, che s’infiorano;

Va su nembi, che s’indorano,

Rugiadosa, luminosa.

L’altre Dee, che la rimirano,

Per invidia ne sospirano.

E benchè qual più s’apprezza

Per beltate all’alba inchinasi,

Non per questo ella avvicinasi

Di mia donna alla bellezza:

I suoi pregi, alba, t’oscurano:

Tutte l’alme accese il giurano.

Sicuramente doveva questo poeta essere innamorato dell’alba. Egli la fa spesso entrare in ballo, siccome si vedrà in altri suoi poemi fuori di questa raccolta. Ma tuttavia ciò egli fa sempre con diversa nobiltà e vaghezza. Apparirà questo suo pregio ancora ne’ presenti versi, che sono ricchi d’ornamento. Eroico insieme ed ameno.

Del Conte Carlo De’ Dottori [126]

Per un Ritratto gioiellato di Leopoldo Primo Imperadore

Gemme, che appena ardete intorno a queste

Del monarca german luci dipinte,

E pur d’indico sole i rai suggeste

Lunga stagione a nuda rupe avvinte;

Ditemi, e come tollerar potreste

Le vere, se v’abbagliano le finte?

Ma il prezzo è nel difetto; e voi terreste,

Prima ch’esser lontane, esser’estinte.

Non vel recate, o belle gemme, a scorno;

Che luce, ancorchè nobile, terrena

A celeste fulgor non dura intorno.

Quando avverrà, che lucida, e serena

La vera immago al Cielo ascenda un giorno,

Arder vedrete ancor le stelle appena.

Non per esempio d’un ottimo sonetto rapporto io il presente, ma per far meglio conoscere a chi legge, ciò che una volta da me giovinetto si credeva prezioso, e si crederà forse tuttavia da altri al pari di me poco cauti. Certo è, che qui si veggono alcuni spiritosi lampi di figure, di sensi, e di frasi. Ma da per tutto ci è un pericoloso ardire della fantasia, dal quale eccesso studiosamente si guardano tutti i giudizi dilicati. Meritano ancora osservazione que’ due versi. Ma il prezzo è nel difetto; e voi torreste, Prima ch’esser lontane, esser’estinte, i quali sono si tenebrosi, che nulla più. Vuol forse dire il poeta: L’essere voi lungi dal vero Augusto, fa che siate ancora apprezzate; ma voi amareste meglio l’essere presso a lui, quando anche doveste perdere il vostro splendore. Vuol, dico, forse dire così; imperocchè la sforzata brevità delle sue parole non lascia a me nè pur francamente indovinare ciò, ch’egli si dica.

Di Carlo Maria Maggi

Mentre aspetta l’Italia i venti fieri,

E già mormora il tuon nel nuvol cieco,

In chiaro stil fieri presagi io reco,

E pur’anco non desto i suoi nocchieri.

La Misera ha ben’anco i remi interi,

Ma fortuna, e valor non son più seco;

E vuol l’ira crudel del destin bieco,

Ch’ognun prevegga i mali, e ognun disperi.

Ma, purchè l’altrui nave il vento opprima,

Che poi minacci a noi, questo si sprezza,

Quasi sol sia perire il perir prima.

Darsi pensier della comun salvezza

La moderna viltà periglio stima:

E par ventura il non aver fortezza.

Dello stesso

Lungi vedete il torbido torrente, [127]

Ch’urta i ripari, e le campagne inonda,

E delle stragi altrui gonfio, e crescente,

Torce su i vostri campi i sassi, e l’onda.

E pur’altri di voi sta negligente

Su i disarmati lidi, altri il feconda,

Sperando, che in passar l’onda nocente

Qualche sterpo s’accresca alla sua sponda.

Apprestategli pur la spiaggia amica,

Tosto piena infedel fia che vi guasti

I nuovi acquisti, e poi la riva antica.

Or che oppor si dovrian saldi contrasti,

Accusando si sta forte nimica:

Par che nel mal comune il piagner basti.

Questa maniera di trattare in versi la politica, e gli affari civili, ha una bellezza originale, una dilettevole novità, e una forza incredibile. Il velo maestoso di questa allegoria è così trasparente, e leggiadro, che ogni lettore non rozzo ne raccoglie il vero nascoso, e seco stesso poi si rallegra per la sua penetrazione, senza accorgersi, che l’artifizio del poeta l’ha in ciò di molto aiutato. Non mi fo io scrupolo di pronunziare, che il secondo di questi sonetti per la sua ingegnosa nobiltà può agguagliarsi a gli ottimi di questa adunanza. Il Guidiccione e il Chiabrera ne hanno de i bellissimi in questo genere.

Di Bernardo Accolti Fiorentino

Niobe son. Legga mia sorte dura

Chi miser’è, e non chi mai si dolse.

Sette, e sette figliuoi mi diè Natura,

E sette, e sette un giorno sol mi tolse.

Poscia fu al marmo il marmo sepoltura,

Perchè ’l Ciel me Regina in pietra volse;

E se non credi, apri ’l sepolcro basso,

Cener non troverai, ma sasso in sasso.

Non basta al dolor mio d’un’uom l’etate,

Non al pianger mille occhi, e mille fronti.

Più ruina è, dov’è più potestate,

Perchè ’l mar fa fortuna, e non le fonti.

Ben pare in me, che le saette irate

Non dan ne’colli, ma ne gli alti monti.

Re padre, Re fratel, Duca in consorte

Ebbi in tre anni, e tre rapì la morte.

Disse Amor, fuggend’io con passi lenti

Di Giulia in selva addormentata l’orme,

Tu temi aperti gli occhi suoi potenti,

Perchè gli temi, or che gli ha chiusi, e dorme?

Risposi allora: Ardon le fiamme ardenti

Palesi, ascose, ed in tutte le forme;

O vegghi, o dorma, lei temer bisogna:

Desta pensa il mio mal, dormendo il sogna.

Gridava Amore: Io son stimato poco;

Anch’io un Tempio tra i mortai vorrei.

Onde a lui Citerea: tuo tempio è in loco,

Che forza ad adorarti uomini, e Dei.

Allora il Dio dell’amoroso foco

Disse: Madre, contenta i pensier miei;

Dimmi, qual loco hai per mio tempio tolto?

Rispose Vener: Di Giovanna il volto.

Ad imitazione de gli epigrammi latini credo io fatte le presenti ottave. S’è studiato il poeta di ristringere in due versi italiani quel senso, che naturalmente empierebbe due latini, benchè molto più capaci sieno i secondi, che i primi; ma non gli è riuscito sempre di farlo con garbo, e senza stento. Egli ha usate quelle acutezze, che piacquero forte a Marziale, nè posso io dire, che dispiacciano a me, perchè certo non disdicono a questi poemetti. Qualunque però sia tal sorta di componimenti, ho voluto darne un saggio a i lettori, i quali non lasceran d’ammirare l’ingegno dell’autore in questi suoi aspri versi. Di miglior metallo parmi il secondo epigramma, che il primo. Sommamente bella e mirabile è la sentenza del terzo e quarto verso; e qui la stringata brevità giova a far più belli i concetti. L’invenzione dell’ultime due ottave anche essa merita non poco lode, contenendo vivacità, e molto buono rinchiuso in molto poco sito. Più ancora della quarta, il cui principio sente di prosa, mi diletta la vaghezza della terza, e massimamente la sua chiusa assai spiritosa e galante.

Di Monsignor Della Casa

A Venezia

Questi Palazzi, e queste Logge or colte

D’ostri, e di marmi, e di figure elette

Fur poche e basse case insieme accolte,

Deserti lidi, e povere Isolette.

Ma genti ardite, d’ogni vizio sciolte,

Premeano il Mar con picciole barchette;

Che qui, non per domar Provincie molte,

Ma fuggir servitù, s’eran ristrette.

Non era ambizion ne’ petti loro;

Ma il mentire abborrian più che la morte;

Nè in lor regnava ingorda fame d’oro.

Se ’l Ciel v’ha dato più beata sorte:

Non sian quelle Virtù, che tanto onoro,

Dalle nuove ricchezze oppresse, e morte.

Benchè questo sonetto sia attribuito a Monsignor della Casa, io non giurerei, che fusse di lui: tanto è differente questo placido stile dal suo, che ordinariamente ha dell’aspro, e del disdegnoso. Di fatto io nol ritruovo fra le sue rime stampate, se non in una sola edizione, ove nulladimeno è posto in disparte fra que’ versi, de’ quali c’è dubbio, o certezza, che non ne sia padre il Casa. Ma nulla a noi dee importar di sapere, chi sia l’artefice, bastandoci d’intendere, se sia buono il lavoro. E di questo se non è autore il Casa, certo egli meritava d’esserlo. Al mio giudizio forse non sottoscriveranno certi cervelli gagliardi, i quali amano solamente di passeggiar sulle nuvole a cavallo di Pegaso, e mireranno probabilmente questo sonetto con occhio sprezzante, qual cosa smunta, mediocre, e per poco da nulla. Ma chiunque ha ottimo discernimento del bello della natura, non avrà difficultà di confessare, che questo è uno de’ più gentili, squisiti, e dilicati componimenti, che qui si leggano. Ammirerà egli un’aurea semplicità una nobile ed impareggiabile purità e chiarezza in tutti questi versi, che non fanno pompa, ma però soavemente rapiscono con segreta forza chi legge. Questa dilicatezza è non tanto nelle parole, e frasi, quanto ne’ sensi, i quali con natural vaghezza conducono ad una non aspettata chiusa. Non è da tutti il sentir la finezza di sì fatte opere. Ma pruovi chi non la sente, o la sprezza, s’egli sa farne altrettanto.

Dell’avvocato Giovambatista Zappi

Quel dì, che al soglio il gran Clemente ascese,

La fama era sul Tebro, e alzossi a volo,

E disse, che l’udì questo e quel polo:

Adesso è il tempo delle grandi imprese.

E disse al ciel d’Italia: or più l’offese

Non temerai dell’inimico stuolo.

Giunse al Tamigi, e disse: in sì bel suolo

Torni la fe sul trono, onde discese.

Indi al cielo de’ Traci il cammin torse

Dicendo: or renderete, empi guerrieri,

La sacra tomba; io già non parlo in forse.

Stanca tornò del Tebro a i lidi alteri;

Ma vergognossi, o grande Alban, che scorse

Grandi più de’ suoi detti i tuoi pensieri.

All’altezza del suggetto corrisponde mirabilmente la sublimità di questo sonetto. Un’eroica magnificenza appare in tutto il disegno, in tutti gli ornamenti. Nell’ultime parole del primo ternario può ammirarsi un’enfasi rara, e in tutto il seguente un’ingegnosissima correzione, che dice di gran cose mostrando di non dirle.

Di Lorenzo De’ Medici

P dolce sonno, o placida quiete

Giammai chiuse occhi, o più begli occhi mai,

Quanto quel, che adombrò li santi rai

Dell’amorose luci altere, e liete.

E mentre ster così chiuse, e secrete,

Amor, del tuo valor perdesti assai:

Che l’imperio, e la forza, che tu hai,

La bella vista par ti preste, e viete.

Alta, e frondosa quercia, ch’interponi

Le frondi tra i begli occhi, e Febei raggi,

E somministri l’ombra al bel sopore;

Non temer, benchè Giove irato tuoni,

Non temer sopra te più folgor caggi:

Ma aspetta in cambio sguardi, e stral d’Amore.

Se l’ultimo verso con altra grazia e altra leggiadria di senso desse congedo a chi legge, forse questo sarebbe uno de’ lodevoli ed eleganti componimenti, che qui si leggessero, non ostante qualche trascuraggine nella favella. È da lodarsi l’astuzia di coloro, che serbano il buono e il meglio a gli ultimi versi delle stanze, de’ quadernari, de’ terzetti, e molto più al fine di tutto il componimento. Ma il non farlo non è delitto. Delitto bensì, o almen difetto potrà essere il disgustar sul fine i lettori con languidezza, oscurità, o altro vizio de’ pensieri; poich’essi allora più che mai debbono mandarsi via contenti di se stessi, e del poeta. Per altro io scorgo qui alcune figure vivissime, che mi rapiscono. Risplendono queste massimamente ne’ quadernari, benchè io ritruovi anche nel primo terzetto delle forme di dir poetico, le quali mi paiono gentilissime. In somma con tutti i suoi difetti questo è componimento da pregiarsi assaissimo. È oro di miniera, mischiato con rozza terra; ma sempre è oro.

Del Dottore Pierjacopo Martello

in morte di Prospero Malvezzi

I.

Tacer non posso, e favellar pavento,

Tanto della mia lingua è il duol maggiore,

Or che mi sforza il core,

Elpino, a dir della tua spenta etate.

Nulla è quel, che dir vaglio, a quel che sento.

Ma voi, che al violento impeto,

Affetti, ora ubbidir mi fate,

Voi le fredde mie voci anco infocate,

Siate meno ingegnosi, e più sinceri.

Dove parla il dolore,

Sta la vostra beltà nell’esser veri.

Affetti, eccoci all’urna; e la disciolta

Anima pura ecco dal ciel n’ascolta.

II.

Il dì, ch’ella a noi scese, era la stella,

Che sola, ultima e prima, in ciel si vede,

De i due Gemelli al piede,

Per implorarne al concepir d’Elpino

L’influenza a’ poeti amica, e bella.

Ei fu concetto in quella,

E il vital raggio in quell’umor, vicino

Nel sen materno a divenir bambino,

Spirti mettea d’inevitabil foco,

Che quasi in propria fede

Nel core, anche non core, avean già loco, [128]

Impazienti a risvegliarvi appresso

Il bel furor dell’immortal Permesso.

III.

Ma chiusa l’alma in sua prigion gentile

Non in tutto obbliò le patrie sfere,

E nelle sue primiere

Note accennò, com’ella avea ne’ cieli

Appresso un suon, che qui non ha simile.

Facean per tutto aprile,

Dov’ei calcava, alti de’ fior gli steli;

Soavi più le pecorelle i beli

Scioglieano intorno al pastorel fanciullo;

L’aure, i boschi, le fere

D’ascoltarlo vicino avean trastullo;

E su quei faggi, a cui sedeasi a canto,

Venian più dolci i rusignuoli al canto.

IV.

Ma giunto poscia a quell’età, che vita

Può dirsi vera, e noi fa noti a noi,

Ninfe, ditelo voi,

S’alcun pastor lo somigliò giammai?

Dillo, o già tanto in queste selve udita

Ninfa da lui seguita,

Lilla gentil, che più dell’altre il sai.

Non rispondermi già col pianto a i rai;

Ma se quel cor tu penetrasti a dentro,

Racconta i pregi suoi,

E che bei sensi ei vi movea per entro.

Dillo: or morte lo tolse, e per tua doglia

Più non hai gelosia, ch’altra tel toglia.

V.

E noi siam quei, che il pazzo vulgo acclama

Quai sacre teste, e ch’abbiam Nume in mente?

Spirto chiudrem possente

A torre altri da morte, e noi morremo?

Per me rinuncio all’Apollinea fama,

Se chi a vita richiama

Altrui, giunge poi esso al guado estremo.

D’Orfeo, di Lino in su i gran carmi io tremo,

Qualor penso, che nudi erran fra l’ombre;

E che d’Elpin giacente,

Benchè del nome suo le selve ingombre,

Quel che qui l’alma ad aspettar dimora,

Empie brev’urna, e non ben l’empie ancora.

VI.

Ahi madre, a cui la moribonda occhiata,

Ch’ultima fu, di sostener convenne!

Ahi Lilla, allor che svenne,

Lilla, fra sposa e vedova, infelice!

Ecco Ninfe, dicea, la fortunata:

Ecco nè pur mi guata,

Ecco un misero addio nè pur mi dice

Questi, onde un tempo io mi vantai felice.

Udì quell’alma il lamentar, cred’io,

Onde arrestò le penne

Su le tremule labbra a dirle addio.

Diè Lilla un bacio a gli aliti fugaci:

Io sento anche nel cor scoppiar que’ baci.

VII.

Me, cui pria di morir con man tremante

Strinse la destra il pastorello amico,

Qual lasciò il duol, non dico,

Nè di tanto ridir mia lingua impetra:

Ben l’intende per prova un’alma amante.

Intanto i rii, le piante,

L’aure abborro, la greggia, e sin la cetra.

Quanto ho più di delizie, è questa pietra,

A cui d’intorno ad intrecciar rimango

Scelti su colle aprico

Allori, e mirti; e canto sì, non piango;

Ma con afflitta e arida pupilla

I suoi dolori io non invidio a Lilla.

Fra i componimenti, che sono da commendarsi per la tenerezza ed eloquenza dell’affetto, io giudico questo al pari d’ogni altro felice. Dentro vi si sente novità poetica di concetti, e di figure, e le quattro ultime stanze contengono virtù pellegrine, risplendendo anche in esse più che altra cosa gli ultimi versi. Potrebbe forse talun dubitare, se nella stanza I quel rivolgersi a ragionar con gli affetti sia assai dilicato, non perchè sieno poco verisimili sì fatte apostrofi anche a gli affetti, veggendone noi parecchi esempi altrove, ma per cagione del dirsi loro

Siate meno ingegnosi, e più sinceri.

Dove parla il dolore,

Sta la vostra beltà nell’esser veri:

Imperciocchè lasciando stare, che anche i pensieri ingegnosi nell’affetto, quando sono ben fatti, contengono il lor verisimile, o vero: non dee mai il poeta far sospettare, ch’egli dica meno che il vero. E poscia pare superfluo, o nocivo il ricordare a gli affetti la sincerità, non potendo essi altrimenti parlare, se veramente vengono dal cuore, come suppone ora che vengano i suoi questo poeta. L’insegnar loro a parlar così, è un’artifizio, che fa in qualche guisa conchiudere: adunque il poeta non parla di cuore. Ma possiamo rispondere, non volersi qui dir’altro, se non che si vuol’esprimere puramente l’affetto, senza lasciar campo all’Ingegno d’addobbarlo: il che sicuramente conviene al dolore. E al più al più potrebbe desiderarsi, che in vece d’esser sinceri si fosse detto esser puri.

Di Filippo Alberti

Taci, prendi in man l’arco,

Che la mia bella fera

Il mattino, e la sera,

Qua se ne viene: ecco i vestigi, e ’l varco.

Eccola (oimè) drizzale un dardo al core,

Tira, deh tira, Amore,

Ah ben se’ cieco: hai me ferito, ed ella

Si rinselva, fuggendo, intatta, e snella.

Di Remigio Fiorentino

Quanto di me più fortunate siete,

Onde felici e chiare,

Che correndone al mare

La Ninfa mia vedrete!

Quanto beate poi

Queste lagrime son, ch’io verso in voi!

Che trovandola scalza, ov’ella siede,

Le baceran così correndo il piede.

Oh piangess’io almen tanto,

Che mi cangiassi in pianto;

Ch’io pure a riveder con voi vorrei

Quella bella cagion de’ pianti miei.

Il primo madrigale è composto con una grazia e vivacità singolare. Non c’è parola, che non sia un bel colore. Pare che nè una di più, nè una di meno, si richiedesse al compimento di questa vaga dipintura. Non ha forse minor bellezza del primo il secondo. La loro leggiadria è tanto sensibile, che non occorre altro cannocchiale per discernerla.

Dell’Avvocato Giovambatista Zappi

Cento vezzosi pargoletti Amori

Stavano un dì scherzando in riso, e in gioco.

Un di lor cominciò: si voli un poco.

Dove? un rispose; ed egli: in volto a Clori.

Disse; e volaron tutti al mio bel foco,

Qual nuvol d’Api al più gentil de’ fiori.

Chi ’l crin, chi ’l labbro tumidetto in fuori,

E chi questo si prese, e chi quel loco.

Bel vedere il mio ben d’Amori pieno!

Dui con le faci eran ne gli occhi, e dui

Sedean con l’arco in sul ciglio sereno.

Era tra questi un amorino, a cui

Mancò la gota, e ’l labbro, e cadde in seno.

Disse a gli altri: chi sta meglio di nui?

Senza fallo è questo uno de’ più luminosi, gentili, e dilettevoli sonetti di questo libro. Tutto porta un color pellegrino; tutto spira soavità e tenerezza; tutto è originale; e in tutto si scorge una mirabile franchezza, e naturalezza. Amenissimo è il principio del primo terzetto; ed è sommamente bella e viva la chiusa. Potrebbe per ischerzo opporre alcuno, che questi Amorini si dipingono straordinariamente pigmei, perchè non più grandi dell’api: cosa contraria all’idea, che comunemente si ha di loro, apprendendogli noi come fanciulletti di proporzionata statura; e cosa contraria all’idea, che ce ne dà lo stesso poeta, rappresentadoli pargoletti, e armati d’arco e di faci. Ma si risponderebbe, che i poeti dicono tutto dì, che Amore alberga nel loro cuore, e ha il nido ne gli occhi della loro donna. Disse Orazio, e prima di lui Sofocle, che Amore si riposava nelle guance d’una femmina. E più apertamente ne parlò il Tasso nell’Atto 2 Sc. 1 dell’Aminta, ove dice:

Ma qual cosa è più picciola d’Amore?

Se in ogni breve spazio entra, e s’asconde

In ogni breve spazio; or sotto all’ombra

Delle palpebre, or tra’ minuti rivi

D’un biondo crine ec.

Laonde senza nè pur citare il gran privilegio del Quidlibet audendi, ognuno conoscerà, che questa immagine sussiste, massimamente veggendosi con essa rappresentato vezzosissimamente un vero: cioè che questa donna è tutta amori, o vogliam dire è tutta amabile.

Del sen. Gregorio Casali

Fra quante unqua vestir terreno ammanto

(Sia con pace di voi, Donne gentili)

Donna non vide Amor bella mai tanto,

Nè di forme sì elette e signorili,

Come Costei, ch’ebbe infra l’altre il vanto,

Qual Rosa altera infra Viole umili,

Così che l’altre fur belle sol quanto [129]

Erano in qualche parte a lei simili.

Sen duole Amore e con Amor si duole

Natura ancor; poichè nè pria, nè poi

Ebber bellezze, o avran sì chiare e sole.

Vita traeano i fior da gli occhi suoi,

Luce il meriggio, e n’avea invidia il Sole.

Ah quanto abbiam perduto Amore, e noi!

Mi pare molto felice l’entrata di questo sonetto, e molto spiritosa la legatura del primo col secondo quadernario. I pensieri, e le frasi tutte sono con magnificenza leggiadre. Non ci è parola, che non serva felicemente al suggetto. La chiusa affettuosa, che risplende per una grazia e figura naturale, ferisce, non con ardire, ma con dilicatezza i lettori. Per lo contrario sono delle più audaci immagini, che s’abbia la poesia, quelle del penultimo, e dell’antepenultimo verso. Nè può dubitarsi, che non sieno ben fatte. Potrebbe solo cercarsi, ma con difficultà decidersi che se fosse stato meglio l’usarne dette meno ardite in questo luogo, stante il carattere più placido, che ha tutto il resto del componimento, e principalmente il primo terzetto, alle cui Immagini soavi, sicuramente più dei suddetti due versi, corrisponde la chiusa.

Di Lorenzo De’ Medici

Spesso mi torna a mente, anzi giammai

Non può partir dalla memoria mia,

L’abito, e ’l tempo, e ’l luogo, dove pria

La mia donna gentil fiso mirai.

Quel, che paresse allora, Amor tu ’l sai,

Che non lei sempre fosti in compagnia:

Quanto vaga, gentil, leggiadra, e pia,

Non si può dir, nè immaginare assai.

Quando sopra i nevosi, ed alti monti

Apollo spande il suo bel lume adorno,

Tali i crin suoi sopra la bianca gonna.

Il tempo, e ’l luogo non convien ch’io conti:

Che dov’è sì bel sole, è sempre giorno,

E Paradiso, ov’è sì bella donna. [130]

Certi lampi d’ingegno pellegrini e vivaci si possono osservare in questo sonetto, che sottosopra meritano applauso singolare. Io lo porrei ancora fra gli ottimi, se la chiusa, che è piena d’una mirabile novità, reggesse alla coppella: il che io ho cercato nel lib. II cap. V di questa opera. Potrebbe ancora mettersi in dubbio, se la comparazione adoperata nel primo Terzetto sia in tutto e per tutto acconcia e leggiadra. Poichè i raggi del sole sparsi sulla neve de’ monti non ci fanno propriamente mirare un aureo colore sopra il bianco, come fanno i crini biondi sopra abito bianco. Nondimeno essendo vero, che una certa luce si raccoglie dalla neve percossa dal sole, potrà dirsi, che qui solamente si vuol disegnare quel risalto, che facevano i capelli di costei sul candor delle vesti.

Di Francesco Redi

Quasi un popol selvaggio, entro del cuore

Vivean liberi, e sciolti i miei pensieri;

E in rozza libertade incolti e fieri,

Nè meno il nome conoscean d’Amore.

Amor si mosse a conquistargli; e ’l fiore

Spinse de’ forti suoi primi guerrieri;

E de gl’ignoti inospiti sentieri

Superò coraggioso il grande orrore.

Venne, e vinse pugnando: e la conquista

A voi, donna gentil, diede in governo,

A voi, per cui tutte sue glorie acquista.

Voi dirozzaste del mio cuor l’interno;

Ond’io contento e internamente, e in vista,

L’antica libertà mi prendo e scherno.

Merita ammirazione in questo sonetto la veramente poetica descrizione di chi comincia ad innamorarsi. Ciò così leggiadramente viene esposto dalla fantasia, e miniato con artifizio sì magnifico, e melodia sì dolce nel numero, che questo componimento almeno s’avvicina ai più belli e a gli ottimi di questa raccolta, se non vogliam dire, che li pareggi, alla quale opinione io non saprei oppormi.

Del Cavalier Guarino

Dov’hai tu nido, Amore?

Nel seno di Madonna? o nel mio core?

S’io miro, come splendi,

Sei tutto in quel bel volto;

Ma se poi come impiaghi, e come accendi,

Sei tutto in me raccolto.

Deh se mostrar le maraviglie vuoi

Del tuo potere in noi,

Talor cangia ricetto,

Ed entra a me nel viso, a lei nel petto.

Dello Stesso

Un amoroso Agone

È fatta la mia vita; i miei pensieri

Son tanti alati Arcieri,

Tutti di saettar vaghi, e possenti.

Ciascun mi fa sentire,

Come ha strali pungenti;

Ciascun vittoria attende, e nel ferire

Mostra forza, ed ingegno;

Il campo loro è questo petto, il segno

È il cor costante, e forte;

E ’l pregio di chi vince è la mia morte [131].

Possiamo contrapporre questi due madrigali a i più leggiadri epigrammi de’ Greci antichi, ed essi fortemente sosterranno il pregio della nostra volgar poesia. Sono felicissimi, amenissimi, e di squisito sapore, per l’invenzione, per la vivacità, e per la limpidezza, che da per tutto si scorge.

Di Carlo Maria Maggi

Alla Maestà Cristianissima di Luigi XIV

I.

Del gran Luigi al formidabil nome,

A cui già il mondo è poco,

Non sono io quel, che or tenti

D’innalzar temerario il canto roco.

Sacro spirto m’infiamma, e non so come

Vuol, ch’io spieghi alle genti

Maggiori di mia musa i suoi gran sensi.

Da me sol vuole ubbidïenza, e core;

Altra umana ragion non vuol, ch’io pensi.

Al Dio del sacro ardore

Dunque ubbidir conviensi.

Rozzo, e audace parrò; ma zelo sia

Della sua gloria il non curar la mia.

II.

Bellicose provincie, e rocche orrende,

Già de’ più prodi inciampo,

Un raggio sol costaro

Della mente regal, dell’armi un lampo.

A varie, ed alte imprese appena intende,

Che allor veloce al paro

Dell’eroico pensier vien la vittoria.

Ad alma, che tant’opra, e tanto vede,

Come ponno indugiar fortuna, e gloria?

Questo potrà far fede

All’immortal memoria,

Che, se fu della Francia il ciel possente,

Fu Luigi a quel ciel fulmine, e mente.

III.

Mente, del suo gran mondo ancor più grande,

Che quivi immensa, ed una,

Qual punto all’ampia sfera

Stende linee infinite, e in se le aduna,

Mille influenze in mille parti spande;

E in ogni parte è intera,

Come altrove non sia, sua provvidenza,

Empie la saggia, e la paterna cura,

Di coraggio e d’amor l’ubbidienza.

Dan legge alla ventura

Vigilanza, e potenza;

Onde dir puote il trionfante giglio:

Serve mia gran fortuna a un gran consiglio.

IV.

A tanti per lo mar pini guerrieri,

A tanti in tante sponde

Saggi ministri, e armati,

Imperi, armi, alimenti ei sol diffonde.

Son destin delle genti i suoi pensieri;

Da lui pendono i fati,

E le paci de’ regni, e i gran litigi.

Ei fa fiorir sul glorioso stelo

Bella in ogni terren la fior di Ligi;

Ad ogni stranio cielo

Alma grande è Luigi;

Onde nell’opre a sì grand’alma figlie

Sono necessità le maraviglie.

V.

Necessità, che de’ suggetti ingegni

L’alto spirto vivace,

Benchè nato al comando,

Serva alle guerre sue con tanta pace;

Che dalle sfide, e da’ privati sdegni

Sia ritratto ogni brando,

E solo de’ suoi cenni ei l’innamori;

Che delle glorie sue fosse la prima

Soggiogarsi de’ suoi le spade, e i cuori;

Ch’egli virtude imprima

Ne’ più feroci ardori:

Più lo tema il più forte, e a chi lo regge

Serva con tanto ardor, con tanta legge.

VI.

Necessità, che qualor sembra immoto

L’orrido ciel nevoso,

E la natura ancora

Di sua fecondità prende riposo,

Dal sommo lor pianeta abbiano il moto

Più vigoroso allora

Le schiere sue per le più dure imprese.

Rigor di verno i gigli suoi non sanno

Ch’egli di gloria il loro cielo accese.

Dal suo cor, non dall’anno

Sempre i suoi tempi ei prese.

Per maturar gli allori a’ suoi campioni,

Disciplina, e valor son le stagioni.

VII.

Or quindi avvien, che invan sue forze accoglia,

E a contrastarlo intento

Invan conspiri il norte,

Dell’Europa, e dell’Asia alto spavento;

E che saggio non solo ei lo discioglia,

Ma pur l’incontri, e forte

Il torrente ei respinga, e asciughi il letto;

Che magnanimo opponga alla gran mole

Con coraggio il saper, con senno il petto;

E sembri dir, qual sole

Col più sereno aspetto,

Di mille nembi al dissipato stuolo:

Fu mia bella vittoria il vincer solo.

VIII.

Regni, e  città, che al Vincitor già femmo

Lungo contrasto, e fiero,

Al destino, alla forza

A prezzo di gran sangue alfin si diero;

Più prode è il suo Voler, che l’altrui guerra;

Fin le Vittorie sforza,

E al già vinto Signor torna ogni terra.

Egli sa fulminar solo col tuono;

Più prode è il suo Voler, che l’altrui guerra;

Anzi pur senza il suono

Delle sue trombe atterra.

Sommo, e usato valor sol giunge a tanto:

Vincer solo col grido è il maggior vanto.

IX.

Ma non son questi i più sublimi effetti

De’ cenni suoi temuti;

Anco il fatal confine

A Nettuno, e a Cibelle avvien, che muti.

Ecco in seno alla Francia or son costretti

 Con l’onde pellegrine

Abboccarsi il Tirreno, e l’Oceano.

La Grecia vantatrice il picciol tratto

Tentò cavar del suo Corinto invano;

Omai Luigi ha tratto

Mare a mar più lontano:

Quasi sua forza, e suo saper profondo

Sia migliorar la simmetria del mondo.

X.

Ben vide il Creator, pria che a quell’acque

Fosse il confin prescritto,

Da que’ duo mari uniti

Qual potea ritornar gloria, e profitto,

Pur la parola onnipotente ei tacque,

E l’unir mai que’ liti

Parve a potenza umana esser vietato.

Dell’universo agevolar le fedi

A te, Luigi, ha il Creator serbato;

Onde, signor, ben vedi,

Di quanto ei ti vuol grato,

E che in goder de’ benefizi esperto,

Usi le grazie a fecondar il merto.

XI.

Quindi infiammi il gran zelo, onde il tuo regno

L’ugonotta gramigna

Tanto omai si calpesta,

Che sbarbicata alfin più non v’alligna.

Credi, Signor, tu vinci in questo segno;

Oltre a quei, che t’appresta

Più bei trionfi il Campidoglio eterno,

Sono alle guerre tue fauste le stelle,

Perchè tua maggior guerra è con l’Inferno.

Quindi più ferme e belle

Le tue grandezze io scerno.

Pestilenza de’ regni è ogn’empia setta,

Nè arricchisce pastor con greggia infetta.

XII.

Qual fu giubilo in ciel, qualor ti vide

Con le zelanti insegne

Mostrar l’ire celesti,

De’ suoi ribelli alle paludi indegne!

Qualor del Reno in su le rive infide

Portasti l’armi, e festi

Tornar la mitra in su gli antichi altari!

Questi sono i trofei d’ogni altra palma

In vera eternità più fermi, e chiari.

Dillo pur tu, grand’alma,

Se a ripensar son cari;

Dì tu, quanto sia dolce a’ prodi eroi,

Dire all’onnipotenza: Io vinco a voi.

XIII.

Ma fra sì lieti applausi ahi qual tristezza

L’alto gioir mi scema?

Oimè, Italia fa bella

Par che a tue spade impallidisca, e gema.

Tu vedi sbigottir di tua grandezza

La grande, (ah non più quella)

Al cui nome tremò l’ultima tile.

Soffri, invitto signor, ch’io ti ricordi,

Che già fu ne’ trionfi a te simile.

Non mosse i Goti ingordi

L’argomento gentile;

Ma ben destan sovente in gran virtute

Magnanima pietà le gran cadute.

XIV.

Fu glorïosa, e sua potenza avea

Sì ferme, ampie radici,

Che potea più costanti

Sostener gli aquiloni a lei nemici.

Ma il Ciel, che di quell’armi altro intendea,

A’ gran Vicari, e santi

Volle, che fosse alfin placida reggia.

Già terribil Regina, or dolce madre,

Con armi di pietà per noi guerreggia;

Già temendo tue squadre

Par che dal ciel la chieggia.

Deh qual gloria fia mai, che vien cada

Disarmata innocente a sì gran spada?

XV.

Or ben potria delle battaglie il Dio

Intenerito a’ prieghi

De’ templi a lui diletti,

Prenderne la difesa, e tu nol nieghi.

Deh chi gli vieta, il bel valor natio

De gl’italici petti

Nel periglio comun far che risorga?

Comun periglio a riunirsi invita

La più vil turba, ove perir si scorga.

Fia, che l’Italia unita

Del suo poter s’accorga.

A gran virtù, che fu dall’ozio oppressa,

Torna il coraggio a ravvisar se stessa.

XVI.

Potrian Furie maligne, allor che intendi

Alla guerra lontana,

Contro destarti un giorno

Qualche de’ regni tuoi parte men sana.

O de gli emuli tuoi subiti incendi

Potria destarti intorno

Chi veglia alla vendetta, e i tempi mira.

Nuovi conquisti son; più d’un vicino

Le sue ville fumanti ancor sospira.

Potria cangiar destino

Chi su le sfere il gira:

Forse impresa non v’ha, che tanti punga,

E più potenze in gelosia congiunga.

XVII.

Già provocata, il so, l’ira celeste

Chiamò l’Orsa gelata

A disertar talvolta

Gli orti lascivi alla provincia ingrata.

Ma su quelle fu poi barbare teste

L’ira fatal rivolta;

Corresse i figli, e dissipò gl’infidi.

Gridò pietà l’Italia; il Ciel riflette;

Spezzò i flagelli, e consolò que’ gridi.

Gran tempo ei non permette,

Che il predator v’annidi.

Sono dell’amor suo fati sicuri,

Che la sua cara in servitù non duri.

XVIII.

Ma il benefico Dio, che a te destina

Le vittorie fatali,

Già non cred’io, che intenda

La grand’anima tua vincer co’ mali.

Quella, ond’ei la creò, tempra sì fina

Ben so quanto la renda

Indomita al timor, pronta a pietade.

Chiede la pace a te,

Chi ’l tutto puote,

Per l’italiche sue care contrade.

Ferma, signor, divote

Al suo voler le spade;

Gli rinunzia il trionfo a te concesso;

Vinci i regni per te, per Lui te stesso.

XIX.

Tempo verrà, che in su la fredda etade,

Quando s’apprestan l’alme

Al gran giudizio estremo,

Farai seco ragion delle tue palme.

Tante, che il tuo gran zelo ha consecrato

Al vincitor supremo,

Deh quanto allor fian dolci al rammentarsi!

Ma non ricordi a te l’Italia esangue,

Donne rapite, incolti campi, ed arsi,

Infra le fiamme, e ’l sangue,

Tetti rubati, e sparsi.

Gran giustizia ci vuol, perchè discolpe

La funesta cagion di tante colpe.

XX.

Non dico io già, che su la Senna i brandi

Pendano neghittosi,

E il lor vigore ardito

Della tua greggia un dì turbi i riposi;

Mancan forse le imprese e sante, e grandi,

Onde il don sì gradito

Di questa pace il tuo gran Dio compense?

Mira i sette Trioni; ah son pur quivi

Della vigna di Dio le stragi immense.

La pura fè s’avvivi,

Che l’impietà vi spense;

Sia tua l’impresa, e potrai dir vincendo:

A chi gloria mi diè, la gloria io rendo.

XXI.

Il gran regno vicin, d’angioli avante

Patria felice, e fida,

Omai dell’empia Dite

Misera spiaggia, a te soccorso grida.

Del peccato d’un re con tante, e tante

Anime al Ciel rapite,

Soffrirai, che la pena ancor si porti?

All’impresa potrian destar la Francia

La vicina potenza, e i vecchi torti;

Ma la tua nobil lancia

Sol Dio muova, e conforti:

Nè venga il zel d’umani sensi misto

A falsar la pietà del gran conquisto.

XXII.

De’ rubelli di Pier l’asilo impuro

Ah troppo all’Alpi invitte

Contamina le falde,

E aspetta sol da te le sue sconfitte.

Per pochi legni tuoi viste non furo

Su le torri più salde

D’Abido, e Sesto inorridir le lune?

Quasi ne teme ancor l’ultimo scempio

Quel fiero dell’Europa orror comune.

Che fia, se contro all’empio

I tuoi fulmini adune,

Mentre il solo tonar di tue galee

Scosse le fondamenta alle moschee?

XXIII.

Par, che nel mare ogni rapace antenna

Del tuo valor si lagni,

E di Cristo i seguaci

Possa toglier tu solo a i sozzi bagni.

I legni son della tua prode

Ardenna alto terror de’ Traci;

Palpita il gran tiranno alle tue vele.

Togli, ah togli, Signor, le sacre terre,

E il Sepolcro adorato a quel crudele.

Dal Cielo alle tue guerre

Verrà campion Michele,

Finchè di Cristo in su la tomba ei scriva

Al gran Luigi un sempiterno viva.

In questo sontuosissimo panegirico di Luigi il Grande s’uniscono tante virtù, che può esso con ragione annoverarsi tra i migliori componimenti di questa raccolta. Avvegnachè la sua lunghezza (qualità nociva a moltissime cose) si stenda per tante stanze, tuttavia è così ben rinforzata dalla varietà delle cose, dalla pienezza de’ concetti, che i leggitori si conducono al fine senza stanchezza. Qui principalmente è degno di somma lode l’artifizio, con cui si fa strada il poeta per ragionare a sì glorioso Monarca di punti assai dilicati, col conciliarsene prima la benevolenza. Ed è parimente ammirabile la finezza e novità, con cui egli tratta in versi gli affari politici della guerra passata, e vuol muovere altrui a pietà dell’Italia. Più palesemente qui che altrove fa egli sentire l’ardita, ma non però mai troppo ardita, sublimità de’ suoi pensieri, ne’ quali e l’ingegno fecondo, e la fantasia vigorosa hanno sparsa gran novità, e scoperto un rarissimo fondo di soda morale, e d’altre dottrine. In somma io spero, che chi non è cieco adoratore d’un solo de’ tanti gusti perfetti, onde abbonda la poesia, serberà anche lodi non ordinarie per questo, il quale per la sua perfezione sicuramente le merita. In quanto ad alcune opposizioni fatte una volta a questa canzone, assai per quanto mi avviso le ho disciolte nella Vita del Maggi stesso. Qui mi sia lecito di aggiungere, che un certo Arcade, di cui ho letta un’introduzione alla prima radunanza della Colonia Arcadica veronese, potea parlare di lui con riguardo maggiore. Dice, che parlando in generale del suo carattere, egli non è da imitarsi; per aversi, o sia per essersi ingannato in alcuni punti troppo essenziali della poesia, come egli stesso non molti mesi prima della sua morte gli confermò con quella candidezza, che molto più volea de’ suoi versi. Non dirò che questa supposta confessione del Maggi più propriamente si potesse attribuire alla sua umiltà, che alla sua candidezza. Nè tampoco sosterrò, che universalmente il suo carattere sia da imitarsi, perchè certo chi è seguace di Pindaro, e d’Anacreonte, ed è invaghito solamente delle immagini ed invenzioni spiritose della fantasia, non molto ritroverà in lui da imitare. Ma dirò bensì, che siccome tanti componimenti del Petrarca, e de’ suoi discepoli, e tanti altri stili non lasciano d’esser poetici e lodevoli quantunque non lavorati alla Pindarica, nè animati dalla fantasia, così non lascia quello del Maggi d’essere nel genere suo poetico e nobile. Vari stili possono darsi, vari caratteri, e varie idee di poesia. L’un carattere sarà più poetico, più dilettevole dell’altro; ma ognuno meriterà lode, e imitatori, purchè sia sano, purchè non asciutto, e non guasto da altri peccati. E quello del Maggi senza dubbio è sanissimo, ed è pienissimo di buon sugo, cosa sovente ben più dilettevole, e degna d’imitazione e di lode, che il voto d’alcuni altri stili, e poeti più strepitosi. Senza che, a gli argomenti gravissimi da lui trattati, non per vanità di dilettare la sola fantasia, ma per investire il cuore, pascere l’intelletto, e vincere la volontà altrui, ben si conveniva la gravità del suo carattere. Laonde non si sa intendere, come possa dirsi, ch’egli s’ingannasse in alcuni punti troppo essenziali della poesia. Prima di pronunziare così universali sentenze, gioverebbe riflettere, che non è per l’ordinario buona ragione di condannare altrui il dire: Costui non ha fatto, come quell’altro; adunque ha errato. Molto meno poscia parrebbe convenevole il sentenziare così universalmente contra del Maggi, autore, che ha trattato differenti materie, ed ha usato differenti Stili, e caratteri, con felicità e novità particolare.

Di Bernardo Rota

Era la notte, e di fin’oro adorno

Donna gentil pingea vago lavoro,

E seco delle Grazie intorno il coro

Colmo sedea di maraviglia, e scorno;

Feano i begli occhi a se medesimi giorno [132],

Di natura, e d’amor pompa, e tesoro;

La man talor sul crespo e più bell’oro

Vibrava ardendo, e saettando intorno.

Io già di marmo il gran miracol fiso

Bevea con gli occhi, e dentro il marmo avea

Parte delle saette, e dell’ardore;

Quando udì dir [133]: Costui certo credea

In Terra star; nè sa, che ’l Paradiso,

Ovunque è sol costei, regni, ed amore.

C’è materia e per chi vuol lodare, e per chi vuol biasimare, questo sonetto, da me qui rapportato a posta, perchè ha un non so che tolto dall’antecedente. In due diverse edizioni è diverso. Io confrontando le mutazioni per benefizio de’ giovani. ... Donna gentil pingea. Più empie l’orecchio nell’altra edizione il dirsi Pingea Donna gentil; ma qui il senso è più chiaro. ... E seco delle Grazie ec. È immagine spiritosa e bella. Per lo contrario nell’altra edizione questi due versi, il primo per oscurità, il secondo per mal garbo mi paiono meschini. Eccoli

Parea fuggir dal velo il primo alloro,

E restar Febo pien d’angoscia e scorno.

Feano i begli occhi a se medesmi giorno. Alla parola giorno s’aggiunge l’articolo il nell’altra edizione. È concetto ardito, o per meglio dire mancante del vero interno, quando per avventura costei non avesse gli occhi di Tiberio. ... Io già di marmo il gran miracol fiso. Leggesi nell’altra: Io già di marmo que’ begli atti fiso. Splendidamente ciò è detto nell’una e nell’altra guisa. Ma l’aggiungere nell’altro verso quel dentro il marmo in vece, credo io, di dire dentro lo stupore, mi par cosa dura nel suo genere al pari del marmo. ... Quando udì’ dir ec. Temeraria e stolta riesce questa chiusa per cagione di quel sol, che non si legge nell’altra edizione. È eziandio confusa in qualche maniera la struttura; e quel quand’udì dir, fa poco buon suono. Per lo contrario potrà piacer di molto la chiusa così ardita dell’altro testo, che è tale:

Quando udì’ dir; Quel misero credea

In Terra star; nè sa, che in tutto è fuore

Del Mondo, chi talor vede il suo viso.

Di Francesco De Lemene

Poichè salisti, ove ogni mente aspira,

Donna, in me col mio duolo io mi concentro:

Anzi più forsennato in me non entro,

Che cercandoti ancor l’Alma delira [134].

Ben di lassù, come il mio cor sospira,

Senza chinar lo sguardo, il vedi dentro

A quell’immenso indivisibil centro,

Intorno a cui l’Eternità si gira.

Ma perchè di quell’Alme in Dio beate

Affetto uman non può turbar la pace,

Il mio dolor non ti può far pietate.

Pur m’è caro il dolor, che si mi sface;

Che se tu ’l miri in quella gran beltate,

Senz’esser cruda, il mio dolor ti piace.

Sente molto adentro nella teologia e filosofia, chi compone sonetti con sentimenti sì forti, e pieni d’un vero sublimissimo e inusitato. Eccellentissimo poeta è poscia, chi con tanta chiarezza e leggiadria chiude in versi questo vero, il quale per se stesso ha non poco del rigido e del ritroso, e perciò è difficile a dimesticarsi, e ad esporsi con chiarezza in rime. Dico pertanto, essere questo componimento uno de gli ottimi, che s’incontrino in questa raccolta. Ma non è ottimo, se non a gli ottimi cervelli, poichè i poco addottrinati, e gl’Ingegni leggieri, non giungendo a penetrar nel fondo della sentenza, troppo difficilmente possono sentirne il bello

Dell’avvocato Giovambatista Zappi

Poich’ebbe il gran Subieschi alle rapine

D’Asia sottratto il combattuto impero;

E più sicuro, e più temuto alfine

Rese a Cesare il foglio, il foglio a Piero;

Vieni d’alloro a coronarti il crine,

Diceva il Tebro all’immortal guerriero:

Aspettan le famose onde latine

L’ultimo onor da un tuo trionfo altero.

Ah no, diceva il Ciel, gran Re, c’hai doma

L’empia nemica Luna, e i fasti sui:

Vieni a cinger di stelle in ciel la chioma.

L’Eroe, che non potea partirsi in dui [135],

Prese la via del Cielo; e alla gran Roma

Mandò la sposa a trionfar per lui.

Non saprei dar se non lodi, e lodi singolari a questo sonetto, ch’io reputo perfettamente bello, ingegnoso, e sublime. Gl’intelletti più vigorosi potranno qui ravvisare un’invidiabile vastità, forza, e industria di fantasia. Questa potenza, per celebrar l’arrivo a Roma della vivente vedova Reina, è volata ad oggetti lontani, conducendosi poscia mirabilmente per quegli a formar l’inaspettata nobilissima conchiusion del sonetto. Lascio di additare, perchè assai palese, la rara e splendida franchezza del dire in rima ciò, che il poeta vuol dire; e solamente aggiungo, che sì fatti componimenti più facilmente possono ammirarsi, che imitarsi.

Di Giusto De’ Conti

Chi è costei, che nostra etate adorna

Di tante meraviglie, e di valore,

E in forma umana, in compagnia d’Amore

Fra noi mortali come Dea soggiorna?

Di senno, e di beltà dal ciel s’adorna,

Qual spirto ignudo, e sciolto d’ogni errore;

E per destin la degna a tanto onore

Natura, che a mirarla pur ritorna.

In lei quel poco lume è tutto accolto,

E quel poco splendor, che a’ giorni nostri

Sopra noi cade da benigne stelle.

Tal, che ’l maestro de’ stellati chiostri [136]

Si lauda, rimirando nel bel volto,

Che fe’ già di sua man cose sì belle.

Molti bei pensieri del Petrarca son qui accozzati, ma in differente prospettiva, e con grazia non poca uniti. L’entrata del sonetto è una figura spiritosa; e tale ancora dovette giudicarla il Redi, come appare da un suo sonetto qua rapportato. Squisito è tutto il primo quadernario. Ma nel secondo io mi truovo alquanto al buio in que’ versi:

E per destin la degna a tanto onore

Natura, che a mirarla pur ritorna.

Non veggio, come qui c’entri acconciamente il destino. Per altro il senso è buono, e vuol dir questo:

E Natura, che alzolla a tanto onore,

Stupida a rimirarla pur ritorna.

Del march. Cornelio Bentivoglio

Ecco Amore: ecco Amor [137]. Sia vostro incarco,

Occhi, chiudere il passo al Nume audace,

Che a turbarmi del sen la cara pace

Sen vien di sdegni, e di saette carco.

Ecco Amore: ecco Amor. Vedete l’arco,

Che mai non erra, e la sanguigna face:

Già la scuote, la vibra, e già mi sface.

Occhi, ah voi non chiudeste a tempo il varco.

Ei già mi porta al sen crudele affanno,

E dell’error, ch’è vostro, o lumi, intanto

Il tormentato cor risente il danno.

Ma d’irne impuni non avrete il vanto;

Poichè, in questo sol giusto, Amor tiranno,

Se il core al fuoco, e voi condanna al pianto.

Da quel sonetto del Petrarca, il cui principio è: Occhi piangete, accompagnate il core, Che del vostro fallir morte sostene ec. è preso il seme di questo sonetto. E prima ancor del Petrarca avea detto Guido Guinizello: Dice lo core a gli occhi: per voi moro. Gli occhi dicono al cor: tu n’hai disfatti. Con vivacità impareggiabile la Fantasia maneggia questo argomento, mettendoci sotto gli occhi con Figure forzose tutta questa spiritosa pittura, e trasparendo da per tutto l’Ingegno e l’economia. Io, se pur mi ponessi in cuore di trovar qui cosa, che affatto non mi piacesse, potrei solamente dire, che nel secondo verso fa duro suono la parola chiudere dopo gli occhi; e che il terzo anch’esso appare snervato per cagion dell’aggiunto cara, in cui luogo meglio sarebbe stato lunga, o altro simile epiteto; e che forse non assai gentili son quelle forme risente il danno, e d’irne impuni. Ma queste minuzie dovrebbono parer difetti solamente a chi suol mettere tutto il capitale de’ suoi versi nelle belle frasi e parole, e non nella bontà e bellezza de’ sensi.

Di Luigi Tansillo

Felice l’alma, che per voi respira,

Porte di perle, e di rubini ardenti [138],

E gli onesti sospiri, e i dolci accenti,

Che per sentier sì dolce Amor ritira.

Felice l’aura, che soave spira

Per sì fiorita valle, e l’aria, e i venti

Veste d’onor. Felici i bei concenti,

Che suonan dentro, e fuor tolgono ogn’ira.

Felice il bel tacer, che s’imprigiona

Entro a sì belle mura; e il dolce riso,

Che di sì ricche gemme s’incorona.

Ma più felice me, che intento, e fiso

Al bel, che splende, all’armonia, che suona,

Gli orecchi ho in cielo, e gli occhi in paradiso.

A prima vista non finiva di piacermi questo sonetto, e nol finirà nè pure ad altri. Contuttociò ho conchiuso, che è nel suo genere degno di molta stima. Vuoi costui lodare la bocca della sua donna; e ciò fornisce egli con un’ardita splendidezza di spesse metafore, e con gran pompa di concetti. Io tuttavia non oserei chiamare la bocca una valle fiorita, perchè non ravviso molta proporzione fra questi due oggetti. Mi farei anche scrupolo di dire, che l’aura da costei respirata veste d’onore l’aria e i venti. ... Gli orecchi ho in cielo, e gli occhi in paradiso. Prende forse per cielo i cieli materiali, che in girando mandano fuori un suono armonioso secondo i sogni di Pitagora; e intende per paradiso un luogo di delizie: il che può avvertirsi, affinchè prendendo l’uno e l’altro per la medesima cosa, un d’essi non ci paia qui fare una disutile figura.

Del Sen. Vincenzo Da Filicaia

I.

Padre del Ciel, che con l’acuto, altero

Onnipotente sguardo

Nel più profondo de’ pensier penetri,

Pria che a te scocchi dal mio petto il dardo

Di questi bassi metri,

Volgomi a te, che sei del mio pensiero

Segno, saetta, e arciero.

Tu nuovo ardor mi spira, e tu la mano

Porgimi all’opra; ch’io di te dir cose

Voglio a tutt’altri ascose,

E un sì geloso arcano

Palesare alla fama, onde non roco

Ne corra il grido, e manchi al grido il loco.

II.

Signor, soffri ch’io parli; ah pria ch’io pera,

Soffri ch’io parli, e poi

Di questa fragil tela il fil recidi.

Vo’, che sappia ogni piaggia i favor tuoi;

E vo’, che a tutti i lidi

Ne porti ogni aura la notizia intera,

Mirabile, ma vera.

Se non trasse il mio stil da ignobil vena

Sensi, e parole, e s’io cantai sublime,

Tu desti alle mie rime

Polso, ardimento, e lena;

Tuo fu lo spirto. Or sarà mai, ch’io prenda?

Per me l’onore, e a chi me ’l diè nol renda?

III.

Grandi, e varie di Marte opre cantai,

Ed ebbi ardir cantando

D’agguagliar fra le trombe il suon dell’armi.

Cantai dell’Asia, e dell’Europa il brando

Di sangue asperso; e i carmi

Or di vendetta, or di pietade armai.

Piansi, e ’l pianto asciugai

Quel dì, che i Traci alto valor consunse;

E sì forte cantai, ch’andonne il grido

Dal freddo all’arso lido,

Dal Gange al Tago; e giunse

A me suon fiacco di ventosa lode,

Che pria di giugner passa, e più non s’ode.

IV.

Ma chi la voce, e chi prestommi il suono,

E come far poteo

Uom sì basso, e inesperto opra cotanta?

Tu, cui musica tromba il ciel si feo,

Che le tue glorie canta;

Tu, cui servono i venti, e di cui sono

Voce i tremoti, e ’l tuono;

Tu donasti a me spirto, e lingua, e stile.

Così da minutissima scintilla

Gran fiamma esce, e sfavilla;

Così vapor sottile

Salendo in alto, ivi s’accende, e fassi

Folgore, e par che ’l mondo arda, e fracassi.

V.

Sul romper dell’aurora, allor che l’alma

Il nettare giocondo

Bee di tua grazia, e ’l divin seme accoglie;

Oh quante volte in un pensier profondo

Dalle superne foglie

A me scendesti, e nell’interna calma

Dell’Amor tuo la salma

Mi diè piume a volar per quella guisa,

Che son le vele alle fugaci antenne

Peso non già, ma penne!

Oh come allor divisa

Da se la mente volò in parte, ov’ebbe

L’esilio a grado, e in se tornar le increbbe!

VI.

Dico Signor, che qual da i fondi algosi

Saglie a fior d’acqua, e beve

Marina conca le rugiade, ond’ella

Le perle a concepir sugo riceve:

Tal’io la dolce, e bella

Pioggia serena allor de gli amorosi

Tuoi spirti a ber mi posi,

E n’empiei l’assetato arso desio.

Ma siccome del ciel la perla è figlia,

Non già di sua conchiglia;

Così lo stil, che mio

Sembra, mio non è già: gli accenti miei

Han da te seme, e tu l’autor ne sei.

VII.

M’oda il ciel, m’oda il mondo, odanmi i venti,

E sull’alata schiena

Portin mie voci ad ogni estranio clima.

Scrivasi in ogni tronco, e in ogni arena,

Che quanto io spiego in rima

È sol tuo dono, e che di questi accenti,

Ch’io pubblico alle genti,

Da te la forza, e da te ’l suon discende.

In simil guisa, ancorchè scura e bruna

Sia da per se la luna,

Col non suo lume splende;

E in simil guisa l’oziosa cote

Il ferro aguzza, e far da se nol puote.

VIII.

Ed oh fosse il mio canto al zelo uguale,

E come in petto il chiudo,

Così ancor potess’io chiuderlo in carte.

Ch’uom non fu al mondo di pietà sì nudo,

Che non sentisse in parte

Dell’amoroso tuo possente strale

La puntura vitale. Del lor

Capo a difesa, e per tuo onore

Tutte armeriansi le cristiane membra;

E quei, che ghiaccio sembra,

Tutto arderia d’amore.

Nascer vedrei sul campo armate torme,

E desteriasi alto valor, che dorme.

IX.

Vedrei, dal Carro alle Colonne, unita

Contro l’Acheo Tiranno

La Cattolica Europa imprender guerra,

E aprir le piaghe, e giugner danno a danno,

E stender l’empio a terra.

Vedrei la feritrice Asia ferita

Vile ancella schernita,

Mostrarsi a dito; e raccorciar la chioma

A maniera servil Colei, che tanto

Fu grande, e si diè vanto

D’abbatter Vienna, e Roma;

Nè a mezzo verno di Bizzanzio il muro

Fora al barbaro Re schermo sicuro.

X.

Ma se ancor le Cristiane armi disciolte

Bella union non lega,

Perchè a risponder la discordia è sorda:

Muovi tu, Padre, e intenerisci, e piega

E in un volere accorda

 L’Alme tra mille alti litigi involte.

Fa che ’l mio dir s’ascolte,

Fin dove ha l’Orto, e dove ha ’l Sol l’Occaso.

Cangia in tromba la cetra, e qui sonora

Rendila, e se finora

Del Celste Parnaso

L’un giogo a me tu desti, or fa ch’io segga

Ancor sull’altro, ed amendue possegga.

XI.

Fa, che in voce converso entro le sorde

Fedeli orecchie io suoni,

Forte gridando pace, pace, pace;

E i prodi svegli, e i vili accenda, e sproni

Incontro al fiero Trace;

E strida sì, che ’l Cristian Mondo assorde.

Allor dirò: l’ingorde

Ire freninsi, o Regi, e l’odio spento

Non più giudice ferro, empio, omicida,

Vostre liti decida.

A che gittare al vento

Vostri nobili sdegni, e tanto umano

Cristiano sangue ir consumando in vano?

XII.

Ite, dirò, dove di Dio, pugnando,

La gran causa si tratta:

Il vuol ragione, e coscienza il vuole,

L’empio, che tanto ardì, s’urti, e s’abbatta:

Con simili parole

Tonerò sempre infin ch’io vivo, e quando

N’andrò di vita in bando,

Forse uscirà dall’ossa mie meschine

L’usato suono; ond’io quaggiù ramingo

Spirto ignudo solingo

Fin de’ secoli al fine

Alzerò voce, ch’ogni voce eccede,

Pace, pace, gridando, amore, e fede.

XIII.

Ben sai, Signor, che a chiederti la cetra

Nè guiderdon terreno,

Nè mercenaria lode unqua mi trasse.

Io tradir le tue glorie? Ah dal mio seno

Fuggan cure sì basse.

Sol per vibrar colpi di lodi all’Etra

Tolsi all’Ebrea faretra L’auree quadrella.

Or pria che morte chiuda

Questi occhi miei, s’è tuo voler, ch’io canti,

Ecco al tuo piè davanti

Mia coscienza ignuda:

Altr’io, che te, non bramo; e tu mel credi,

Che ’l cuor ne gli occhi, e ne i sospir mi vedi.

XIV.

Te sol bramai finora, e te sol bramo;

E te, che fai le mie

Mute labbra eloquenti, amo, e ringrazio.

Te, che sai tutte del ben far le vie,

Chi di laudar fia sazio?

Dunque se ne’ miei versi ognor ti chiamo,

Forse (oh che spero!) all’amo,

E alla dolc’esca del tuo santo Nome

Prenderò l’alme; e cieco io sia,

Mostrerò lor la via

Del cielo, appunto come notturno

Passeggier, che altrui disgombra

Col lume il buio, e pur cammina all’ombra.

XV.

Questa nata di pianto, a pianger nata

Supplice umil canzone

Ti porgo intanto, e ti consagro in voto.

Tu, Signor, la divulga, e fa ragione

Al tuo valor, che noto esser pur dee.

D’ogni opra mia passata

Scordati, e sol mirata

Da te sia questa. Oh non indarno spese

Vigilie mie, se nel gran dì tremendo

Queste rime leggendo,

Venga, dirai cortese,

Venga meco a regnar chi, mentre visse

Sol col mio sangue, e col suo pianto scrisse.

L’ottimo stile, con cui è lavorata questa canzone, può chiamarsi originale. L’orecchio, e più la mente de i Lettori se ne sentono dolcemente riempiuti. Singolare si è la fecondità de’ pensieri, e quando si crede, che il suggetto, o il verso non possano più portare altri sensi, ecco ne spuntano, e scorgano l’un dietro all’altro impensatamente de i nuovi e diversi. Difficilmente si può con pienezza maggiore di cose o trattarsi, o amplificarsi qualunque argomento. Appresso mirabilmente mi diletta il sublime, che in tante parti riluce, l’andamento maestoso, la vaghezza delle comparazioni e d’altre figure ingegnose, la franchezza delle rime, e i legamenti della varia materia. Dal che, senza ch’io il dica, dee ciascuno argomentare, in quale schiera io riponga un sì nobile componimento.

Del March. Giovanni Rangone

Quel nodo, ch’ordì Amor sì strettamente

Intorno al cor, lo sdegno mi rallenta,

E se fia, ch’umil priego al Ciel si senta,

Vedrollo un dì spezzato interamente.

Quel vel, che m’annebbiò gli occhi, e la mente.

Ora di più celarmi indarno tenta

La cara Libertà, che si presenta,

Benchè da lungi, a me soavemente.

Ecco già s’avvicina: oh com’è bella!

Ed io cangiarla in servitù potei;

Tanto mi fu nemica la mia stella!

Ma come, s’appressarmi io tento a lei,

Ella mi fugge? Ah tuttavia ribella Ragion,

Sdegno impotente, e sordi Dei!

Il pregio di questo sonetto è una segreta artifiziosa dilicatezza, che assaissimo diletterà chiunque con finissimo gusto prenderà a contemplarlo nelle sue pari, e nel suo tutto. Quantunque consigliatamente l’autore abbia usato in rima tre avverbi di quattro e cinque sillabe l’uno, affine, credo io, d’accordare il suon dimesso de’ versi col senso non pomposo de’ pensieri: io non entrerei mallevadore, che a tutti dovesse piacerne l’uso. Stimo bensì, che l’ultimo d’essi, cioè il soavemente, sarà approvato da tutti gl’ingegni dilicati, siccome quello, che mirabilmente serve a condire la soave immagine della Libertà, che si presenta da lungi. Questa sì tenera immagine passa ne’ seguenti terzetti, i quali son pieni d’affetto, pieni di giudizio, e terminati da una bellissima esclamazione.

Del Dott. Eustachio Manfredi

Poichè di morte in preda avrem lasciate

Madonna, ed io nostre caduche spoglie,

E il vel deposto, che veder ci toglie

L’alme nell’esser lor nude, e svelate;

Tutta scoprendo io allor sua crudeltate,

Ella tutto l’ardor, ch’in me s’accoglie,

Prender dovrianci alfin contrarie voglie,

Me tardo sdegno, e lei tarda pietate.

Se non ch’io forse nell’eterno pianto,

Pena al mio ardir, scender dovendo, ed ella

Tornar sul cielo a gli altri Angeli a canto,

Vista laggiù fra i rei questa ribella

Alma, abborrir vie più dovrammi, io tanto

Struggermi più, quanto allor fia più bella.

Io non so, se questo poeta sia veramente innamorato, perciocchè ci sono alcuni, che fanno gli spasimati in Parnaso, affin solamente di poter comporre de’ bei versi. Ma s’egli è tale (che non sarebbe gran miracolo) io so, ch’egli si dà qui a divedere per più scaltrito, che non fu il Costanzo, da cui vedemmo trattato il medesimo argomento. Con buona pace del Costanzo, e del Marino, che posero le loro donne a casa di Satanasso, qui appare e più dilicatezza poetica, e maggior finezza d’Amante. ... Pena al mio ardir. È sì modesto e dabbene questo poeta, che per suo ardire non può intendersi altro, se non l’avere ardito d’amar questa donna. Se ciò sia delitto, che meriti sì fiero gastigo, io mi rimetto alla filosofia poetica, e a chi s’intende di sì fatto mestiere. Egli è tuttavia probabile, che il poeta medesimo non creda tanto; ma che essendo arso e cotto di una donna superba, vada accattando qualche benigna occhiata da lei con questa sì sfoggiata umiltà. La conchiusione di queste serie riflessioni si è, che il sonetto è cosa eccellente.

Di Pietro Barignano

Ove fra bei pensier, forse d’amore,

La bella Donna mia sola sedea,

Un intenso desir tratto m’avea,

Pur com’uom, ch’arda, e nol dimostri fuore:

Io, perchè d’altro non appago il core,

Da’ suoi begli occhi i miei non rivolgea,

E con quella virtù, ch’indi movea,

Sentia me far di me stesso maggiore.

Intanto non potendo in me aver loco

Gran parte del piacer, che al cor mi corse,

Accolto in un sospir fuora sen venne.

Et ella al suon, che di me ben s’accorse,

Con vago impallidir d’onesto fuoco

Disse: Teco ardo, e più non le convenne.

Ancor qui io riconosco una rara dilicatezza. Lo stile è piano e tenue, cioè senza pompa, e senza apparente studio. Ma bisogna leggere con attenzione, e più d’una volta, questo sonetto. Bisogna considerare, come è ben tirato, come gentilmente miniato, e quanto leggiadra è la sua chiusa. Allora poco mancherà, che nol chiamiamo nel suo genere un de gli ottimi di questa raccolta. E sicuramente poi lo giudicheremo vicino a gli ottimi.

Del Cavalier Guarino

In lode di Ferdinando Gran Duca di Toscana

Sono le tue grandezze, o gran Ferrando,

Maggior del grido, e tu maggior di loro,

Che vinci ogni grandezza, ogni tesoro,

Te di te stesso, e de’ tuoi fregi ornando.

Tu di caduco onor gloria sdegnando,

Benchè t’adorni il crin porpora, ed oro,

Ti vai d’opre tessendo altro lavoro

Per farti eterno, eterne cose oprando.

Così fai guerra al tempo, e in pace siedi

Regnator glorioso, e di quel pondo

Solo tu degno, onde va curvo Atlante.

Quanto il Sol vede, hai di te fatto amante,

E monarca de gli animi possiedi

Con freno Etruria, e con la fama il mondo.

Possono tutti sentire il grande e l’eroico di questo componimento, perchè l’ingegno non si nasconde punto, ma fa palesemente una nobile pompa di se stesso. Nel primo ternario vuol dire colla favola d’Atlante, che Ferdinando è degno di governar tutta la terra. Gli antichi però ci rappresentano Atlante sostenitor del cielo, non della terra. L’ultimo ternario è degno di gran plauso per la splendidezza e maestà de’ pensieri.

Di Carlo Maria Maggi

A Francesco de Lemene eletto Oratore di Lodi

O Gran Lemene, or che Orator vi fe’

Meritamente l’inclita  città,

Io vi voglio insegnar, come si fa

Ad essere Orator d’Ora pro me.

Tener l’arbitrio in credito si de’,

E in ozio non lasciar l’autorità,

Con chi vi può scoprir fare a metà,

E i furti intitolar col ben del Re.

Non provocar chi sa, soffrir chi può,

Lo stomacato far dell’oggidì,

Santo nel poco, e ne’ bei colpi no.

Su i libri faticar così così,

E saper dire a tempo a chi pregò

Il no con grazia, e con profitto il sì.

Ottimo e finissimo si è nel suo genere questo sonetto. Nè con più acutezza, nè con più sagacità si potea fare una satira a i costumi di certe persone del tempo antico. Mille saette si scagliano in pochi versi, e tutte con grazia originale.

Di Lorenzo Bellini

Ahimè ch’io veggio il carro, e la catena,

Ond’io n’andrò nel gran trionfo avvinto;

Già ’l collo mio di sua baldanza scinto,

Giro di ferro vil stringe, ed affrena.

E la Superba il carro in giro mena,

Ove il popol più denso insulti al vinto:

E trascinato, e d’ignominia cinto,

Fammi l’empia ad altrui favola, e scena.

Quindi mi tragge in ismarrito speco,

Ove implacabil regno have vendetta

Fra strida disperate in aer cieco.

E col superbo piè m’urta, e mi getta

Dinanzi a lei, con cui rimango; e seco

Chi può pensar, qual crudeltà m’aspetta!

In altro gusto ancor questo è sonetto nobilissimo, e di originale bellezza. Incomincia con figura mirabile; segue con impareggiabile evidenza, dipingendo il trionfo della crudel sua donna; e finisce congedando i lettori con estasi ed ammirazione. Indarno si troverà altri per rappresentarci più vivamente, e più poeticamente con immagini fantastiche la fierezza e superbia d’una femmina amata. E mettasi a ridere, quanto ella vuole, madonna Filosofia [139], in mirar quanti visacci, e udir quanto fracasso danno delle lor bagatelle i Poeti innamorati; ch’ella non ci ha per ora da entrare con quel suo specchio, e ha da lasciar che i meschini voghino a lor talento, purchè voghino con bizzarria, e frullino e sognino vegliando, purchè i lor sogni sieno vaghissimi e nuovi.

Dell’Ab. Benedetto Menzini

O Voi, che Amor schernite,

Donzelle, udite, udite

Quel che l’altr’ieri avvenne.

Amor cinto di penne

Fu fatto prigioniere

Da belle donne altiere,

Che, con dure ritorte

Le braccia al tergo attorte

A quel meschin legaro.

Aimè qual pianto amaro

Scendea dal volto al petto

Di fino avorio schietto!

In ripensando io tremo,

Come da duolo estremo

Ei fosse vinto e preso;

Perchè vilmente offeso

Ad or ad or tra via

Il cattivel languia.

E quelle micidiali

Gli spennachiavan l’ali,

E del crin, che splendea

Com’oro, e che scendea

Sovra le spalle ignude,

Quelle superbe e crude

Faceano oltraggio indegno.

Al fin colme di sdegno

A un’elce, che sorgea,

E ramose stendea

Le dure braccia al cielo,

Ivi senza alcun velo

L’affissero repente,

E vel lasciar pendente.

Chi non saria d’orrore

Morto, in vedere Amore,

Amore alma del mondo,

Amor, che fa giocondo

Il ciel, la terra, e ’l mare,

Languire in pene amare?

Ma sua virtù infinita

Alla cadente vita

Accorse, e i lacci sciolse,

E ratto indi si tolse.

Poscia contro costoro

Armò due dardi: un d’oro,

E l’altro era impiombato.

Con quello il manco lato

(Arti ascose ed ultrici)

Pungeva alle infelici,

Acciò che amasser sempre.

Ma con diverse tempre [140]

Pungea ’l core a gli amanti,

Acciò che per l’avanti

Per sì diverse tempre

Essi le odiasser sempre.

Or voi, che amor schernite,

Belle fanciulle udite.

Ei con le sue saette

È pronto alle vendette.

È presa da un bellissimo poemetto d’Ausonio parte di questa invenzione, ed è sposta con molta novità e gentilezza, in guisa tale che può sentirne molto diletto chiunque la legge, ma più chiunque ha purgatissimo gusto.

Del Petrarca

Quel che d’odore, e di color vincea [141]

L’odorifero, e lucido Orïente,

Frutti, fiori, erbe, e frondi, onde il Ponente

D’ogni rara eccellenza il pregio avea,

Dolce mio lauro, ove abitar solea

Ogni bellezza, ogni virtute ardente,

Vedeva alla sua ombra onestamente

Il mio signor sedersi, e la mia Dea.

Ancora io ’l nido di pensieri eletti

Posi in quell’alma pianta; e ’n foco, e ’n gielo

Tremando, ardendo, assai felice fui.

Pieno era ’l mondo de’ suo’ onor perfetti,

Allor che Dio, per adornarne il cielo,

La si ritolse, e cosa era da lui.

Inciampano i lettori nel primo quadernario, ove con più gentilezza e chiarezza avrebbe potuto dire il poeta, che Laura colla sua bellezza superava tutte le più belle cose dell’Oriente, in guisa tale che l’Occidente, ov’ella vivea, portava per cagion di lei il pregio d’ogni eccellenza. Più ancora inciampano nell’altro quadernario, non sapendosi intendere, come sotto quel lauro, per cui senza fallo è disegnata Laura, si faccia poi sedere la medesima Laura disegnata appresso col nome di dea. Mentre i lettori, per non restare al buio, corrono a consigliarsi colle battaglie de gli espositori del Petrarca, io posatamente dico, che queste tenebre, quantunque forse ingegnosissime, non sono sì per poco da comportarsi o lodarsi nella perfetta poesia, la quale ammette bensì volentieri un velo davanti a i suoi bellissimi concetti, ma un velo trasparente, non una cortina densissima. E perchè dunque mettere in mostra questo lavorio di bellezza tanto mascherata, e dubbiosa? Perchè il suo fine è uno de’ più squisiti e leggiadri pensieri, che abbia detto il Petrarca, e ch’altri possa giammai concepire.

Di Francesco De Lemene

Al gioco della cieca Amor giocando,

Prima la sorte vuol, ch’ad esso tocchi

Di gir nel mezzo, e di bendarsi gli occhi.

Or’ecco, che vagando Amor bendato

Vi cerca in ogni lato.

Oimè, guardate ognun, che non vi prenda;

Perchè, tolta la benda

Allor da gli occhi suoi,

Vi accecherà col bendar gli occhi a voi.

Dell’Avvocato Giovambatista Zappi

Manca ad Acon la destra, a Leonilla

La sinistra pupilla;

E ognun d’essi è bastante

Vincere i numi col gentil sembiante.

Vago fanciul, quell’unica tua stella

Dona alla madre bella: così tutto l’onore

Ella avrà di Ciprigna, e tu d’Amore.

Nacque il primo madrigale in Italia; il secondo ci fu traspiantato di Grecia. Ambedue sono leggiadrissimi per la loro invenzione, e per la loro purità. Nel secondo la parola destra a prima vista forse non lascerà di botto intendere il senso ad alcuni poco attenti, siccome quella, che comunemente significa la mano destra, e qui vuol, esprimere la pupilla destra; ma seguendo così appresso la sinistra pupilla, poco dovrebbe durar ne’ lettori l’equivoco preso.

Di Francesco Redi

Aperto aveva il parlamento Amore [142]

Nella solita sua rigida corte,

E già fremean sulle ferrate porte

L’usate guardie a risvegliar terrore.

Sedea quel superbissimo Signore

Sovra un trofeo di strali; e l’empia Morte

Gli stava al fianco, e la contraria Sorte

E ’l sospiro, e ’l lamento appo il Dolore.

Io mesto vi fui tratto, e prigioniero;

Ma quegli, allor che in me le luci affisse,

Mise uno strido dispietato, e fiero.

E poscia aprì l’enfiate labbia, e disse:

Provi ’l rigor costui del nostro impero.

E il fato in marmo il gran decreto scrisse.

Avendo io altrove a sufficienza commendati di molti altri sonetti di somigliante architettura e finezza, non mi stendo a far l’encomio di questo, che ben lo merita grande. Solamente avrei desiderato, che il poeta avesse in qualche maniera accennata la ragione, perchè Amore mettesse uno strido sì dispietato alla sua comparsa, e perchè con tanta rabbia il condannasse a patir tanti mali: Perciocchè hanno opinione alcuni, ch’egli non usi così barbaro trattamento con tutti coloro, che gli capitano sotto l’unghie. Perciò potea dire il poeta o d’aver fino a quell’ora dispregiata la terribile divinità di Cupido, o d’essere fuggito dalle prigioni di questo tiranno, o altra simile ragione in poche parole. Può parimente maravigliarsi taluno, come questo Autore, che certo avea gran dominio sopra le Rime, siccome appare da altri suoi versi, così spesso usi ne’ suoi sonetti la rima ore, tanto cara a i principianti, perchè tanto facile. Ma l’essere da lui adoperata questa rima con sì manifesta naturalezza e grazia, fa che amiamo, non che tolleriamo in lui ciò, che in altri sarebbe indizio di qualche debolezza.

Di Carlo Maria Maggi

Scioglie Eurilla dal lido. Io corro, e stolto:

Grido all’onde, che fare? Una risponde

Io, che la prima ho ’l tuo bel nume accolto,

Grata di sì bel don bacio le sponde.

Dimando all’altra: Allor che ’l pin fu sciolto,

Mostrò le luci al dipartir gioconde?

E l’altra dice: Anzi serena il volto

Fece tacer’il vento, e rider l’onde.

Viene un’altra, e m’afferma: Or la vid’io

Empier di gelosia le ninfe algose,

Mentre sul mare i suoi begli occhi aprio.

Dico a questa: E per me nulla t’impose?

Disse almen la crudel di dirmi: Addio?

Passò l’onda villana, e non rispose.

Questo è uno de’ più gentili sonetti, ch’io m’abbia letti, e che dee annoverarsi fra gli ottimi da me raccolti. Tutto è nuovo; tutta la favoletta è con facilità insieme e con vivezza mirabile esposta. La chiusa spezialmente, che giunge inaspettata, ha un non so che di pellegrino e d’elegante, che infinitamente diletta.

Di Lorenzo De’ Medici

Io ti lasciai pur qui quel lieto giorno

Con Amore, e Madonna, anima mia:

Lei con Amor parlando se ne gìa

Sì dolcemente, allor che ti sviorno.

Lasso or piangendo, e sospirando torno

Al loco, ove da me fuggisti pria;

Nè te, nè la tua bella compagnia

Riveder posso, ovunque miro intorno.

Ben guardo, ove la terra è più fiorita,

L’aer fatto più chiar da quella vista,

Ch’or fa del mondo un’altra parte lieta.

E fra me dico: Quinci sei fuggita

Con Amore, e Madonna, anima trista;

Ma il bel cammino a me mio destin vieta.

Alcune grazie nuove, e sopra tutto una certa dolcezza di pensieri, talmente s’uniscono in questo sonetto, ch’io non ho voluto ommetterlo, quantunque mi sembri assai discosto da gli ottimi. Il dire lei per ella, e sviorno per sviarono, o non sono errori, perchè hanno de gli esempi, o sono errori perdonabili al quindicesimo secolo, che fu negligente nello studio della lingua italiana.

Di Monsignor Della Casa

Cura, che di timor ti nutri, e cresci,

E più temendo maggior forza acquisti,

E mentre con la fiamma il gielo mesci,

Tutto il regno d’Amor turbi, e contristi;

Poichè in brev’ora entro al mio dolce hai misti

Tutti gli amari tuoi, del mio cor’esci;

Torna a Cocito, a i lagrimosi, e tristi

Campi d’Inferno, ivi a te stessa incresci. I

vi senza riposo i giorni mena,

Senza sonno le notti; ivi ti duoli

Non men di dubbia, che di certa pena.

Vattene. A che più fera, che non suoli,

Se ’l tuo venen m’è corso in ogni vena,

Con nuove larve a me ritorni, e voli?

È sonetto famoso, e con gran ragione famoso per la sua perfezione, e bellezza. Il filosofo e il poeta si sono accordati per qui descrivere, e sgridare con gravità e vivezza maravigliosa il mostro della gelosia. Componimenti di tanto nerbo non escono se non di mano di valenti artefici. Presso altri autori si possono vedere le opposizioni e le difese, che si son fatte a questo, qualora ne fosse desideroso chi legge.

Del Dottore Gioseffantonio Vaccari

Inno per S. Filippo Neri

Tessiam serto d’alloro

Di puri gigli adorno,

Lieti cantando intorno

Alla sacr’urna d’oro,

Che chiude in breve loco

Reliquie d’un gran foco.

O santo, o santo Amore,

Santo Amor del gran Neri,

Tu voci, atti, e pensieri

Purga, e accendi in tuo ardore:

Santo Amor scendi a nui,

Ch’a te diam lode in Lui.

Ben sei d’invidia degna

Città de i Fior Reïna,

Non perch’Arno t’inchina,

Non perchè da te vegna

Su per lo Ciel tal canto,

Che n’hai sovr’oltre il vanto.

Ma perchè tu nudristi

Sì bel Giglio in suo stelo,

Onde mar, terra, e cielo

D’un santo odore empisti:

ciel, terra, e mar t’inchina,  

città de i Fior Reïna.

Le algose altere corna

Fuor del natio costume

Piega il Tebro al tuo fiume,

Poi lieto al mar sen torna.

Arno doglioso il mira,

E il suo Neri sospira.

Il Neri, che dal grande

Sacro suo cener vivo,

Celeste argenteo rivo

Di maraviglie spande;

Rivo, che più e più abbonda,

E in Val di Tebro inonda.

Io vidi, io vidi (ahi vista!)

L’ira del Ciel sotterra

Muover mugghiando in guerra

Ad atro vapor mista;

E al muover suo, dal fondo

Tremar per tema il mondo.

Il vasto aere io vidi

Fosco ardendo e vermiglio

Minacciarmi periglio;

E udii sospiri e gridi,

E voce udii vicina,

Voce d’alta rovina.

Deh gran Neri, pon mente

A Italia Italia bella

Ah non più Italia bella!

Mesta Italia dolente,

Che chiama irta le chiome

Te, piangendo, per nome.

Vedila, oimè, che giace:

Vedi, che Marte insano

Spinge al bel crin la mano;

Ella sel mira, e tace:

Tien fissi al cielo i guardi,

Pentita sì, ma tardi.

Vedila, e me poi vedi,

Che in mar dubbio vorace,

Corsi nocchiero audace,

E vela al vento diedi,

Seguendo orma di luce,

Che per ombra traluce.

Aimè all’onde in me volte,

Aimè al turbin sonante,

Aimè al vento incostante

Manco. Nè v’è chi ascolte

Mia flebil voce e lassa.

Guarda taluno, e passa.

Tu, gran Filippo, stringi

Del fatal pino il morso,

E ad altro Porto il corso

Securamente spingi:

E avrai sul Porto il voto

D’un nuovo inno divoto.

Richiedono gl’inni gran forza d’estro, figure, immagini, e forme di dire splendide e varie, con salti e conversioni animose, e in una parola tutto il grande, e il mirabile, che possa dare la poesia lirica e ditirambica a i suoi parti per lodar qualche degno oggetto. Questa bella unione di pregi ritruovo io nel presente perfetti o nobili componimenti, che qui si leggano. È da desiderarsi, che l’Italia, non assai ricca d’inni somiglianti, più sollecitamente da qui innanzi v’attenda, prima per onorare il sommo Dio, e i Santi suoi servi, e poscia per propria riputazione e gloria.

Dell’Avvocato Giovambatista Zappi

Amo Leucippe. Ella non sa, non ode

I miei sospiri; io pur l’amo costante;

Che in lei pietà non amo, amo le sante

Luci; e non cerco amor, ma gloria, e lode.

E l’amo ancor che ’l suo destin l’annode

Con sacro laccio a più felice amante:

Che ’l men di sua bellezza è il bel sembiante,

Et io non amo in lei quel, ch’altri gode.

E l’amerò, quando l’età men verde

Fia che al seno, ed al volto i fior le toglia:

Ch’amo quel bello in lei, che mai non perde.

E l’amerò, quand’anche orrido avello

Chiuderà in sen l’informe arida spoglia:

Che allor quel, ch’amo in lei, sarà più bello.

Chi vorrà contar questo sonetto fra i più belli di questa Raccolta, non avrà da me contrasto. Parmi, che ben sel meriti l’artifiziosa e pellegrina gradazione e concatenazione, che s’adopera per ispiegare, e ingrandir sempre più la purità di questo amore. Ci è oltre a ciò gran ricchezza di riflessioni ingegnose, ma nobili, ma piene d’una bella verità. E parlo di quella interna verità, che è ne’ sensi, prescindendo dalla Verità, che può essere e non essere nel cuore di chi ha conceputo tai sensi; conciossiachè la dottrina Platonica [143], per quanto credono alcuni, o non fu inventata per gli uomini del mondo, e molto meno per gli poeti, ma per una Repubblica ideale, che è fuori del mondo, o fu immaginata solamente per dare una bell’aria a i versi, e un bel colore all’affetto de gli amanti più destri ed accorti.

Del Cavalier Marino

Ove ch’io vada, ove ch’io stia talora

In ombrosa valletta, o in piaggia aprica,

La sospirata mia dolce nemica

Sempre m’è innanzi; onde convien, ch’io mora.

Quel tenace pensier, che m’innamora,

Per rinfrescar la mia ferita antica

L’appresenta a quest’occhi, e par, che dica:

Io da te lunge, e tu pur vivi ancora?

Intanto verso ognor larghe, e profonde

Vene di pianto, e vo di passo in passo

Parlando a i fiori, all’erbe [144], a gli antri, all’onde.

Poscia in me torno, e dico: ahi folle, ahi lasso,

E chi m’ascolta qui? chi mi risponde?

Miser, che quello è un tronco, e questo è un sasso.

Ha questa volta il Marino fortunatamente urtato nel buono [145]. Pensa egli qui assai dilicatamente. Con economia, con dolcezza, con attilatura vien condotto dal principio al fine il sonetto; e l’affetto è ben vestito dalle immagini vaghe della fantasia giudiziosamente delirante. Nulla in somma ci truovo io, che non debba piacere a gl’intelletti migliori.

Dell’abate Vincenzo Leonio

Dietro l’ali, d’Amor, che lo desvia,

en vola il mio pensier sì d’improvviso,

Ch’io non sento il partir, finchè a quel viso,

Ove il volo ei drizzò, giunto non sia.

Chiamollo allor: ma della Donna mia

L’alta bellezza egli è a mirar sì fiso,

Involandone un guardo, un detto, un riso,

Che non m’ascolta, ed il ritorno obblia.

Alfin lo sgrido. Ei senza far difesa

Mi guarda, e un riso lusinghier discioglie,

E ridendo i suoi furti a me palesa.

Tal piacer la mia mente indi raccoglie,

Che dal desio di nuove prede accesa

Tutta in mille pensier l’Alma si scioglie.

Graziosissima dipintura è quella, che fa qui la limpida fantasia del poeta d’un vero, che spesso accade a gli amanti. Corre qualche lor pensiero, ancor quando essi non vogliono, all’oggetto amato. Fanno eglino forza per disviarlo; ma la dilettazione indotta da questo primo pensiero è talora sì forte, che tira seco tutti gli altri pensieri; e l’anima tutta allora si perde nella contemplazione del dilettevole oggetto. Ciò esquisitamente ci si rappresenta dal pennello poetico con soavità di contorno, e con vivace tenerezza e venustà di colori.

Di Antonio Tibaldeo

Chi non sa, come surga primavera [146]

Al maggior verno; come il corso a i venti

Si toglia, al ciel la nube, a gli serpenti

L’aspro venen, le tenebre alla sera;

Chi non sa, come una più alpestre fera

Si plachi; come il mar tranquil diventi,

Quando è più in furia; e come i corpi spenti

Resumer possan la sua forza intera;

Fermi l’occhio nel lume di costei:

Dentro v’è Amor, che non sa stare altrove,

Superbo minacciando uomini, e Dei.

Quando in donna fur mai grazie sì nuove?

Ma pensa quel che fa, parlando lei,

Se sol col guardo suo fa tante prove.

Non è poco risalto de’ sonetti ottimi il confronto de i men buoni, ed è utile a i giovani il discernere gli uni e gli altri. In questo, che è d’autore del secolo quindicesimo, può nascere sospetto, che i due quadernari fossero composti per lodar qualche persona degna d’essere canonizzata, e poscia senza considerazione appiccati ad un suggetto profano. Altrimenti converrebbe dire, che l’immaginativa di questo poeta fosse più che poeticamente delirante. So ch’egli intenderà di parlar sempre metaforicamente; ma sì fatte metafore non sono ben preparate o condite per sì fatto argomento, e tante esagerazioni mal si attaccano ai due seguenti terzetti. Questi per lo contrario sono spiritosissimi, e pieni d’un’ingegnoso brio; e se non per altro, per cagion d’essi ha meritato il componimento d’avere ingresso nella presente Raccolta.

Di Francesco De Lemene

Tirsi, e Filli

Tir.      Io voglio amarti, ma

Fil.                                           Ma che? ma che?

Tir.      Non te la voglio dir.

Fil.                                           Perchè, perchè?

Tir.      Forse ti sdegnarai.

Fil.      No, non mi sdegno mai.

Tir.      Dunque te la dirò.

Fil.      Dilla una volta, oimè.

Tir.      Voglio amarti; ma so...

Fil.      Che sai?

Tir.                    So, che giurasti altrui la fè.

Fil.      Giurerolla anco a te.

Tir.     E questo si può fare?

Fil.      È giustizia in amore il riamare.

 a

due

 Dunque in amor, se d’esser giusto brama,

 Giuri ogni cor di riamar chi l’ama.

  Direi molto, ma non direi abbastanza, in lode di questo madrigale. Ci è dentro una grazia inusitata per cagion della figura sospensione, che non può non sentirsi anche da i cervelli più ruvidi e rozzi. L’invenzione è leggiadrissima; nè potea questo dialogo esprimersi con più naturalezza e chiarezza.

Di Carlo Maria Maggi

Dal pellegrin, che torna al suo soggiorno,

E con lo stanco piè posa ogni cura,

Ridir si fanno i fidi amici intorno

Dell’aspre vie la più lontana, e dura.

Dal mio cor, che a se stesso or fa ritorno,

Così dimando anch’io la ria ventura,

In cui fallaci il raggiraro un giorno

Nella men saggia età speme, e paura.

In vece di risposta egli sospira,

E stassi ripensando al suo periglio,

Quel chi campò dall’onda, e all’onda mira [147].

Pur col pensier del sostenuto esiglio

Ristringo il freno all’appetito, e all’ira.

Che ’l pro de’ mali è migliorar consiglio.

Può stare questo sonetto morale a fronte d’ogni altro migliore, che qui si legga. Tutto è poetico, tutto è pieno di cose, e di cose felicemente e sodamente espresse. Quantunque sia assai nobile la comparazione del primo quadernario, pure è avanzata in bellezza da quell’altra vivissima, che stretta in un sol verso chiude il primo terzetto.

Di Gabriello Chiabrera

Sopra l’Assunzione di Maria

I.

Quando nel grembo al mar terge la fronte,

Dal fosco della notte apparir suole

Dietro a bell’alba il sole,

D’ammirabili raggi amabil fonte;

E gir su ruote di ceruleo smalto

Fulgido, splendentissimo per l’alto.

II.

Gli sparsi per lo ciel lampi focosi

Ammira il mondo, che poggiarlo scorge.

E, se giammai risorge

L’alma fenice de gli odor famosi,

E per l’aure d’Arabia il corso piglia,

Sua beltate a mirar, qual meraviglia!

III.

Stellata di bell’ôr l’albor dell’ali

Il rinovato sen d’ostro colora,

E della folta indora

Coda le piume a bella neve eguale,

E la fronte di rose aurea risplende:

E tale al ciel dall’arsa tomba scende.

IV.

Santa, che d’ogni onor porti corona,

Vergine, il veggio, i paragon son vili;

Ma delle voci umíli

Al suon discorde, al roco dir perdona,

Che ’l colmo de’ tuoi pregi alti, infiniti,

Muro mi fa, benchè a parlar m’inviti.

V.

E chi potria giammai, quando beata

Maria saliva al grande impero eterno,

Dir del campo superno

Per suo trionfo la milizia armata?

Le tante insegne gloriose, e i tanti

D’inclite trombe insuperabil canti?

VI.

Quanti son cerchi nell’Olimpo ardenti,

Per estrema letizia alto sonaro;

E tutti allor più chiaro

Vibraro suo fulgor gli astri lucenti;

E per l’eteree piaggie oltre il costume

Rise seren d’inestimabil lume.

VII.

Et Ella ornando, ovunque impresse il piede,

I fiammeggianti calli, iva sublime

Oltra l’eccelse cime

Del cielo eccelso all’infalibil fede,

Ove il sommo Signor seco l’accolse,

E la voce immortal così disciolse.

VIII.

Prendi scettro, e corona; e l’universo

Qual di regina a’ cenni tuoi si pieghi;

Nè sparga indarno i prieghi

Il tuo fedele, a te pregar converso;

E la tua destra a i peccator gl’immensi

Nostri tesori a tuo voler dispensi.

IX.

Così fermava. E qual trascorsa etate

Non vide poi su tribolata gente

Dalla sua man clemente

Ismisurata traboccar pietate?

E benchè posto di miserie in fondo,

Non sollevarsi, e ricrearsi il mondo?

 Chi vuol sentire un estro non ordinario, e mirare un componimento inusitatamente poetico, legga questa canzone. Niuno ha saputo meglio di questo autore usare splendidissimi epiteti, o aggiunti delle cose; niuno dare alle cose medesime, tuttochè triviali, un’aria di grandezza e novità, e ciò spezialmente colla forza delle locuzioni magnifiche; niuno far versi più armonici, e più maestosamente arditi. Gli si convien bene il nome di Pindaro Italiano [148]. Il tutto appare nel componimento presente, che a me sembra bellissimo, e tale dovrebbe parere a qualunque Intendente di poesia, di dipintura, e di musica.

Di Lodovico Paterno

Dio, che infinito in infinito movi [149]

Non mosso; ed increato e festi, e fai;

Dio, ch’in abisso, e ’n terra, e ’n ciel ti trovi;

E ’n te cielo, e ’n te terra, e ’n te abiss’hai;

Dio, che mai non invecchi, e innovi mai;

E quel, ch’è, quel, che fu, quel, che fia, provi;

Nè mai suggetto a tempi o vecchi, o novi,

Te stesso contemplando il tutto sai;

Ineffabil virtù, splendore interno,

Ch’empi, ed allumi il benedetto chiostro;

Sol, che riscaldi, e infiammi e buoni e rei;

Tanto più grande all’intelletto nostro,

Immortale, invisibile, ed eterno,

Quanto che non compreso, il tutto sei.

Grande e perfetto sonetto è questo nel genere suo. Quanto più si contempla, tanto più appare la somma difficultà, che avrà provato costui per chiudere in quattordici versi tanta materia, tanta dottrina, e per ispiegarla con tanta chiarezza, facilità, e forza. È lavoro in conclusione, che può lasciar dopo di se non poco stupore in chiunque vorrà attentamente pesarlo, quando anche non approvasse quel provi del sesto verso. Un sonetto egualmente bello in eguale argomento si osserva nel Dio del Lemene.

Di Torquato Tasso

Ne gli anni acerbi tuoi purpurea rosa

Sembravi tu, ch’a i rai tiepidi allora

Non apre il sen, ma nel suo verde ancora

Verginella s’asconde, e vergognosa.

O più tosto parei (che mortal cosa

Non s’assomiglia a te) celeste aurora,

Che imperla le campagne, e i monti indora,

Lucida il bel sereno, e rugiadosa.

Or la men verde età nulla a te toglie [150];

Nè te, benchè negletta, in manto adorno

Giovinetta beltà vince, o pareggia.

Così più vago è il fior, poichè le spoglie

Spiega odorate; e ’l sol nel mezzo giorno

Via più che nel mattin luce, e fiammeggia.

Nello stile ameno è amenissimo. Ci è dentro una dolcezza inestimabile, e una vaghezza dilicata de i due bellissimi oggetti, a’ quali costei si paragona in ambedue gli stati dell’età sua, servendo questi a dare non men principio, che fine al sonetto. Giungerà all’orecchio de’ poco pratici alquanto strana la parola parei in vece di parevi, ma non a chi è versato nella lettura de’ migliori poeti. Nel secondo verso non finisce di piacermi quel che allora per allora che. Ma il Tasso ne avea forse osservati gli esempi. A tutta prima io sospettava, che dovesse scriversi all’ora, e forse così va scritto.

Di Francesco Coppetta

Perchè sacrar non posso altari, e tempi,

Alato veglio, all’opre tue sì grandi?

Tu già le forze in quel bel viso spandi,

Che fe’ di noi sì dolorosi scempi.

Tu della mia vendetta i voti adempi [151];

L’alterezza, e l’orgoglio a terra mandi;

Tu solo sforzi Amore, e gli comandi,

Che disciolga i miei lacci indegni, ed empi.

Tu quello or puoi, che la ragion non valse,

Non amico ricordo, arte, o consiglio,

Non giusto sdegno d’infinite offese.

Tu l’Alma acqueti, che tant’arse, ed alse;

La quale, or tolta da mortal periglio,

Teco alza il volo a più leggiadre imprese.

A me piace assaissimo. Forse non è de’ primi; ma certamente non è de i mezzani di questa Raccolta. Nulla ci è che non sia ben pensato, e nulla, che non sia con robustezza, e con maniera ben poetica espresso. Maestrevole e svelta mi pare l’entrata del sonetto con quella ingegnosa apostrofe al tempo; e nobilissima si è eziandio la chiusa, benchè non sia secondo il genio di que’ cervelli del secolo prossimo passato, i quali stimavano solamente le acutezze.

Dell’abate Alessandro Guidi

Non è costei dalla più bella idea,

Che lassù splenda, a noi discesa in terra;

Ma tutto il bel, che nel suo volto serra [152],

Sol dal mio forte immaginar si crea.

Io la cinsi di gloria, e fatta ho Dea;

E in guiderdon le mie speranze atterra.

Lei posi in regno, e me rivolge in guerra,

E del mio pianto, e di mia morte è rea.

Tal forza acquista un amoroso inganno:

E amar conviemmi, ed odiar dovrei,

Come il popolo oppresso odia il tiranno.

Arte infelice è il fabbricarsi i Dei.

Io conosco l’errore, e piango il danno,

Poichè mia colpa è il crudo oprar di lei.

Osservisi un poco, che bella novità si presenta all’intelletto nostro nel primo quadernario. Deriva questa dall’avere osservato una verità, che può essere palese a tutti gli amanti, se fanno riflessione a gli effetti della lor forte passione; e pure non è da loro giammai considerata. Non s’accorgono, dico, i sempliciotti, che quella, che par loro straordinaria beltà dell’oggetto amato, non è tale in effetto, ma è un bell’idolo fabbricato solamente dalla loro innamorata fantasia. Lo sdegno ha pur finalmente aperti gli occhi a questo poeta, e glie l’ha fatta dire piana e schietta. In ciò dunque consiste il pellegrino del primo quadernario, e a così bel principio corrisponde il resto della tela, che è splendida per nobili concetti, e ricamata con vario ornamento, non già di belle inutili parole, ma di sensi massicci. Et in somma sonetto da riporsi fra i più degni di questo libro.

Di Gabriello Chiabrera

Dico alle Muse: Dite,

O Dee qual cosa alla mia Dea somiglia?

Elle dicon allor: l’alba vermiglia,

Il sol, che a mezzo dì vibri splendore,

Il bell’espero e sera infra le stelle.

Queste immagini a me paion men belle;

Onde riprego Amore,

Che per sua gloria a figurarla muova;

E cosa, che lei sembri,

Amor non truova.

Di Torquato Tasso

Grechin, che su la Reggia

Stai della mia Reina,

La qual’è bella più di Proserpina;

Non vengo per furarti,

E non ho la catena

Da condurti legato in altre parti.

Dunque non latrar più, lo sdegno affrena,

E lasciami passar sicuramente,

Che non t’oda la gente.

Taci, Grechin, deh taci;

E prendi questa offella [153], e questi baci.

Nel primo madrigale, che è d’ottimo artifizio, si fa intendere, senza dirlo, la bellezza non ordinaria d’una donna, e massimamente con quell’enfasi vaghissima, e dolce dell’ultimo verso. In quanto al secondo madrigale, ben fece il Tasso a mortificare quell’importun di Grechino col regalo d’un’offella, perchè può dubitarsi, che il solo poetico complimento così tosto non gli avesse turata la bocca. Ma se quel picciolo cerbero si fosse inteso di poesia, sono ben poi certo, che sarebbe rimaso più incantato da i vezzi di questo madrigale sommamente leggiadro, che dalle altre cortesie dell’accorto poeta.

Di Francesco De Lemene

Tirsi, e Lilla.

Tir.         Ciò, che pensando vai,

        Ninfa pensosa, io so.

Lil.          Questa bella saria.

Tir.                                          Che sì?

Lil.                                                       Che no?

   Or dillo, se lo sai.

Tir.          Pensi, crudel, di non amarmi mai.

Lil.          Ciò, che pensi, o Pastore, anch’io così

  Ti voglio indovinar.

Tir.                               Che no?

Lil.                                              Che sì?

Tir.          Indovinalo un poco.

Lil.          Pensi sempre di me prenderti gioco.

Tir.         Tu menti.

Lil.                           Menti tu.

Tir.         Tal non è.

Lil.                            Tal non fu

Tir.

Lil.

il mio pensiero O Lilla

    "           "        O Tirsi

Tir.         Io t’amo daddovero.

Lil.         Ardo anch’io, se tu ardi.

a

due

Oh felici siam noi, se siam bugiardi.

Non potea farsi un madrigale, e un dialoghetto con maggior venustà e limpidezza di questa. L’invenzione, i pensieri, le figure, spirano tutti una maravigliosa grazia, e una novità, che non ha pari.

Del Senatore Vincenzo Da Filicaia

In lode della B. Umiliana de’ Cerchi

I.

Antica Età, che nell’oscuro seno

L’altrui grand’opre, e i furti tuoi nascondi,

S’io fissar posso almeno

Un poetico sguardo entro i confusi

Abissi tuoi profondi,

E a poco a poco diradar le folte

Tue caligini antiche; io le sepolte

Prede vo’ trar dal sen dell’ombre, e i chiusi

Tesori tuoi, malgrado tuo, mostrarte;

E quale il volger della luna i fondi

Del mar ne disasconde

Collo scemar dell’onde,

Tal’io scemando al ver sua lode in parte,

Vo’ di tante tue spoglie almen quell’una

Scoprir, che ’l pregio in se dell’altre aduna.

II.

Scoprir vo’ quella, che da te si vela

Colle tue, tenebre ma dentro i suoi

Raggi assai più si cela;

Quella gran donna, di cui giunge appena

Un debil suono a noi

(Colpa, e vergogna de i toscani inchiostri);

E pur d’inclita stirpe in questi inchiostri

Nacque, e su questa del bell’Arno amena

Riva crebbe, e qui visse, e qui

Ah rea patria, sel soffri, empia, sel vuoi!

Forse siccome i foschi

Sagrati orror dei boschi

L’Istro già di mirar mai non ardìo;

Così de’ pregi di costei l’ascosa

Divina parte alcun mirar non osa?

III.

Ma tempo è omai, che ’l tenebroso velo

Antico io squarci, e la sepolta luce

Mostri all’aperto cielo.

Ecco l’aere, devoto i suoi vagiti

Accoglie: ecco riluce

In lei lo spirto de’ grand’avi egregi.

Oh come par, che a se dia legge, e spregi

L’oro, e le pompe, e ’l suo Fattore imiti

E con piè giovinetto il duro, ed erto

Poggio sormonti, che a Virtù conduce!

Come del mondo a i vezzi

Magnanimi disprezzi

Par ch’ella opponga; e qual non ben esperto

Guerriero, in finta pugna or s’ammaestri,

Onde po’ in campo a ben pugnar s’addestri!

IV.

Chiusa in se stessa, e d’umiltade armata

Già ’l reo consorte a tollerar s’appresta,

E amante non amata

Già dell’ingiurie sue s’adorna, e fregia;

E con gran cuor l’infesta

Sua sorte affronta, e del suo duol si pasce.

Già dell’un male al piè l’altro rinasce,

Ed ella il vede, e i suoi dispregi spregia,

E soffrendo, il soffrir cangia in natura.

Misera sposa, e figlia, a cui non resta

Conforto altro nel duolo,

Che ’l suo sconforto solo!

Misera sposa, e figlia, in cui con dura

Legge, cangiato in tirannia l’impero,

Lo sposo, e ’l padre incrudelir potero!

V.

Ecco in vedova gonna al patrio tetto

Torna, e tutte tornar l’istesse pene

Mira sott’altro aspetto.

Ecco in Dio più s’interna; e appunto quali

Del mar lungo l’arene

Fan gli alcioni al freddo tempo il nido,

Tal’ella in quel, che non ha fondo, e lido,

Mar d’aspri affanni, e d’angosciosi mali,

Santi pensier concepe, e santi elice

Atti di fè, di carità, di speme.

Chiusa in solinga torre

Ecco già schiva, e abborre

Il cieco mondo: ecco in prigion felice

Sprigiona l’alma, e con servil catena

Dell’alma i moti ubbidienti affrena.

VI.

Sacro furor non spiri a me dall’etra

Celeste Apollo mai, nè mai risponda

A me quest’aurea cetra,

S’io men del ver non scrivo.

E qual fia mai D’alto parlar faconda

Copia, che basti a divisar, com’ella

Di se gentil nemica, in se flagella

Colpe non sue? Come a’ diurni rai

L’ombre, orando, congiunge; e le più sante

Virtù tra i fior d’alta umiltà profonda,

Ape amorosa liba?

Come d’ambrosia ciba

I famelici spirti a Dio davante;

E come amor, di cibo in vece, a i lassi

Membri sostegno, ed alimento fassi?

VII.

Non, s’io tutto nel dir m’accenda, e tuoni

Con cento bocche, e fulmini eloquenti

Dal petto mio sprigioni,

Dir poria, con quai forze il gran nemico

Di tutte umane genti

A lei fa guerra. Con sembianze orrende

Or le s’avventa, or si ritira, e tende

Occulte insidie, qual sagace antico

Campion, che adopri ora quest’arte, or quella,

E del nuocer le vie tenti, e ritenti.

Quindi all’estreme prove

Tutto l’Inferno ei muove.

Quanto può vecchio sdegno, ira novella,

Quanto invidia, e dolor, qui tutto impiega,

E rabbia seco, e crudeltà fan lega.

VIII.

Ma chi m’apre, a mirar l’aspra tenzone,

Gli occhi dell’Alma? Io veggio, o veder parmi

Dall’eterea magione

Scender campion celesti: odo in sonoro

Armonïoso carme

Cantar belliche trombe. Altri l’avversa

Oste assalta, sbaraglia, urta, e riversa:

Altri serto di palme, altri d’alloro

Porge all’invitta donna, e in suon di laude

Narra, che ’l senno, e l’umiltà sur l’arme,

Ond’ella, in varie guise

Dell’Ombre il Re conquise,

Dell’Ombre il Re, che al gran trionfo applaude,

E con affetti, or di stupore, or d’ira

La sua gran vincitrice odia, ed ammira.

IX.

Ristringetevi tutte in un sol guardo,

Virtù dell’alma, or che l’eterno Sole

Sì da vicino io guardo.

Non di se stesso alteramente adorno,

Nè già qual’esser suole

Cinto di rai, ma sotto umane forme

Gentil fanciullo, ed a fanciul conforme,

L’abito, i passi, e ’l volto: a lei d’intorno

Placido ei scherza, e le fa vezzi, e mille

Dolci d’amor le porge atti, e parole,

Dolce ridendo. Ed essa,

Che al suo desir s’appressa,

Più langue, e brama; e par, che in pianto stille

Suoi puri affetti, e sol di pura gioia

Nella sua vita immortalmente muoia.

X.

Ma in atto langue sì gentil, che pare

Lieto in essa il dolor, l’affanno dolce.

Ah se udiss’io le care

Voci, onde lei la gran Reina, e Donna

Del Ciel, consola, e molce:

Udirei cose da far gire i monti,

E stare i fiumi, anzi tornare a i fonti.

Ella il pianto le asciuga, ella colonna

Le fa del braccio, ella il febbrile ardore

Tempra, e lei di sua man sostenta, e folce.

Indi a smorzare un poco

Di sua gran sete il foco

Tazza le porge d’immortal liquore.

Celeste manna, che adempir sue voglie

Può sola, e in se tutti i sapori accoglie.

XI.

Quanto se’ ricca, o prisca etate, e quanto

Invidïosa, o non curante sei,

Che te celar puoi tanto!

Ma non vo’ già, che appo l’età futura

Sien di silenzio rei

Questi mei carmi. Oda ogni secol, quanti,

E quai già fur di sì gran Donna i vanti.

Oda, quanto a Dio piacque, e quanta cura,

E quanto studio in abbellirla ei pose,

E quai virtù le aggiunse, allor che a lei

Nel Sol, che in Umbria nacque,

Fissar lo sguardo piacque.

Oda poi l’ambasciate alte famose

De i sacri Spirti, ond’Ei de’ più sovrani

Misteri occulti a lei svelò gli arcani.

XII.

E dell’alma i mirabili divorzi

Per man d’Amor dal mortal nodo sciolta

Sappia, e gli alti consorzi,

Ch’ebbe anzi tempo, col suo Amante eterno

In santi lacci avvolta.

Sappia, che qual di fuor traspira, e fuma

Odor, che bolle, e ’l vaso suo profuma,

Tal sempre a lei l’odor celeste interno

Traspirò fuori; e come a noi traluce

Entro le nubi il Sol, sì a lei talvolta

Della bell’alma il lume

Oltre l’uman costume

Mille intorno spiegò linee di luce,

Raggi forse di quella, onde l’oscuro

De i pensier vide, e presagì ’l futuro.

XIII.

Sappia, che pronto altrui sussidio porse

Ne i casi estremi, e con veloce aita

I preghi altrui precorse.

Sappia, che a tor le sue ragioni a Morte

Non pur ritenne in vita,

Ma rinverdir sul secco tronco feo

Di vita i rami, e ravvivar poteo

L’estinta figlia. Or chi mi dà sì forte

Spirto canoro, che per tanta via

Porti a i dì, che verran, l’ampia infinita

Storia di quel, ch’io lasso,

E sol trascorro, e passo?

Altri ciò tenti, e tutte al vento dia

L’ampie vele del dir; ch’io di sì vasto

Pelago i flutti a valicar non basto.

XIV.

Altri diran con più robusto metro

L’opre più illustri, e a guerreggiar con gli anni,

Arme, com’io, di vetro

Non avranno. Dorransi altri, che bello

Si feo de’ nostri danni

Il Cielo allor, ch’invida morte acerba

Svelse costei, che ancor fioriva, e in erba

Nostra speme recise. Estro novello

Sveglierà tutte allor le Muse al canto;

E sospir mille della fè su i vanni

Tra le preghiere, e i voti

Dei i popoli devoti

Al Ciel n’andranno. Io per mia gloria, e vanto

Il tributo, dirò, primo a lei porsi,

E in sì gran campo il primo aringo io corsi.

XV.

Futura età, mentr’oggi a te consegno

Queste mie rime, ond’io gran Donna onoro,

A lei l’ossequio, a te fè mantegno.

Ma se le corde d’oro

Morte non rompe, e se di vita indegno

Non è ’l mio stil, quand’io di lei ragiono:

N’udirai forse in altra lingua il suono.

A quanto altrove ho detto intorno all’ottimo sapore d’altre canzoni sorelle di questa, io non ho ora altro da aggiungere. Ancor qui si mira il medesimo fiume, che scorre con fecondità e piena mirabile, e arricchisce tutto quanto il paese, ch’ei tocca. Spiritosissimo è il principio, e son lavorati con dilettevole varietà i principi delle altre stanze, prendendo il poeta di tempo in tempo nuovi rinforzi nella lunghezza del viaggio, e interrompendo con raro giudizio la serie della sua narrazione. Qui l’ingegno brilla forse più scopertamente, che in altri del medesimo autore; ma non però in guisa che la maestà dello stile punto se n’offenda. È canzone in somma, che anch’essa per l’entusiasmo continuato, per la sua splendida pienezza, e per gli ornamenti nobilmente poetici, se ben si contempla, può mettere spavento a moltissimi, e invidia a tutti.

Del Petrarca

Solo, e pensoso i più deserti campi

Vo misurando a passi tardi, e lenti;

E gli occhi porto per fuggire intenti,

Ove vestigio uman la rena stampi.

Altro schermo non trovo, che mi scampi

Dal manifesto accorger delle genti;

Perchè ne gli atti d’allegrezza spenti

Di fuor si legge, com’io dentro avvampi.

Sicch’io mi credo omai, che monti, e piagge,

E fiumi, e selve sappian di che tempre

Sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur si aspre vie, nè sì selvagge

Cercar non so, che Amor non venga sempre

Ragionando con meco, e io con lui.

Uno de’ più robusti e ben guidati sonetti del Petrarca si è questo; laonde un riguardevole sito gli si conviene in questa Raccolta. L’ultimo terzetto contiene un’immagine amenissima, che inaspettatamente condisce e tempra la maestosa gravità de’ sensi antecedenti.

Di Benedetto Menzini

Mentre io dormia sotto quell’elce ombrosa,

Parvemi, disse Alcon, per l’onde chiare

Gir navigando, donde il sole appare

Sin dove stanco in grembo al mar si posa.

E a me, soggiunse Elpin, nella fumosa

Fucina di Vulcan parve d’entrare,

E prender’armi d’artifizio rare,

Grand’elmo, e spada ardente, e fulminosa.

Sorrise Uranio, che per entro vede

Gli altrui pensier col senno; e in questi accenti

Proruppe, ed acquistò credenza, e fede.

Siate o pastori, a quella cura intenti,

Che ’l giusto Ciel dispensator vi diede,

E sognerete sol greggi, ed armenti [154].

Altrove abbiamo osservato e altamente lodato questa sorta di gusto nuovo ed ottimo. Qui basterà dire, che ancora il presente sonetto è perfettamente bello nel genere suo, e ch’esso entra in ischiera co’ primi del nostro libro. Tanto merita che si dica e un vero nobilissimo, e un fortissimo stile, che qui si truovano felicemente congiunti. Gran perdita fece l’italica poesia nella morte di questo autore avvenuta l’Anno 1704.

Del Marchese Giovangioseffo Orsi

L’Amar non si divieta [155]. Alma ben nata

Nata è sol per amar, ma degno oggetto.

Ella però, pria, che da lei sia eletto,

Se stessa estimi, e i pregi ond’ella è ornata.

Qualor correr vegg’io da forsennata

Alma immortal dietro un mortale aspetto,

Parmi di rozzo schiavo a lei suggetto

Veder donna reale innamorata.

Ami l’anima un’alma, e ammiri in essa

Egual bellezza, egual splendor natio:

L’amar fra i pari è libertà concessa.

Pur se l’anima nutre un bel desio

D’amar fuor di se stessa, e di se stessa

Cosa d’amor più degna: ami sol Dio.

Con ragioni sodissime, ingegnose, e felicemente spiegate dissuade il poeta all’anima l’amor vile de’ corpi, le persuade il nobile de gli spiriti suoi pari, e con artifiziosa gradazione alzandosi la conduce finalmente al solo nobilissimo di Dio. È sonetto invidiabilmente bello; ed è bellissimo sopra tutto il secondo quadernario. Potrebbe dirsi, che l’anima invaghita del corpo altrui, si chiama poco acconciamente innamorata d’uno schiavo a lei suggetto, per non essere in alcuna maniera suggetto il corpo amato all’anima dell’amante. Ma lasciando stare, che in generale per cagion dell’ordine è ogni corpo suggetto alle anime ragionevoli, basta dire, che qui la comparazione è adoperata per ispiegar l’abbassamento d’un’anima immortale, che lascia rapirsi da bellezza mortale: il che vivamente ci è posto sotto gli occhi dalla somiglianza d’una reina innamorata d’un vile schiavo. Non occorre poscia, che la comparazione corra con tutti i piedi. – Fuor di sè stessa. Credo che ognuno intenda, dirsi qui, che se pur l’anima vuole amar cosa fuori della spezie sua, cioè non amar altre anime ragionevoli, e amar cosa più amabile, che non è un’altra anima, ella ha da amare il solo Dio. Forse potrebbe ad alcun dispiacere il mirar due genitivi dependenti dalla parola degna; ma e presso i latini, e presso gli italiani, si truovano esempi simili.

Di Girolamo Preti

Qui fu quella d’imperio antica Sede [156],

Temuta in pace, e trionfante in guerra;

Fu: perch’altro, che il loco, or non si vede.

Quella, che Roma fu, giace sotterra.

Queste, cui l’erba copre, e calca il piede,

Fur moli al ciel vicine, ed or son terra.

Roma, che il mondo vinse, al tempo cede,

Che i piani innalza, e che l’altezze atterra.

Roma in Roma non è Vulcano, e Marte

La grandezza di Roma a Roma han tolta,

Struggendo l’opre e di natura, e d’arte.

Voltò sossopra il mondo, e ’n polve è volta:

E fra queste rovine a terra sparte

In se stessa cadèo morta, e sepolta.

Nello stile pomposamente ingegnoso ed acuto è bellissimo il presente sonetto, nè sdegneranno i migliori di vederselo uguagliato. Più nobil principio non se gli potea dare de’ due primi versi. Da per tutto si scorge magnificenza e splendidezza di concetti sommamente lodevoli nel genere loro, e vigorosamente esprimenti le rovine dell’antica Roma. Che se a qualche intelletto di gusto differente, e più riservato, e dilicato di questo, non piacesse un sì fatto stile: sarà un’atto di carità di fargli una lezion morale sopra i danni, che apporta il soverchio amore delle sue particolari opinioni.

Dell’Ab. Giovammario De’ Crescimbeni

A N.S. Clemente XI

Consecrazione de’ Giuochi Olimpici celebrati in Arcadia l’Olimpiade DCXX

G splende il chiaro giorno [157],

Che d’Alfeo sulle rive

L’onor portò della palestra Elea:

Ma non s’odono intorno

Strider le ruote Argive,

Nè fere il segno aspra saetta Achea.

Sol di gloria Febea

Vaghi facciam con rime elette e rare

Dotte contese, e gare.

Bello è il veder per l’etra

Volar disco pesante;

Bello è il veder duo

Lottator feroci. Ma di famosa cetra,

Cetra dolce sonante,

È più bello l’udir le sagge voci.

De gl’ingegni veloci

È più bello l’udir la nobil’arte

In erudito Marte.

Non orna Arcadia, è vero,

Il crin de’ figli suoi

Di verdi fronde di selvaggia uliva;

Nè di Giove il pensiero

Si volge a’ nostri eroi,

Di Giove, cui suoi

Giuochi Elide offriva.

Ma noi di bella e viva

Gloria cingiam la fronte; e nostre prove

Anch’esse hanno il lor Giove.

O saggio, o gran Clemente,

Sommo Padre e Signore,

Che del mondo e del Cielo il fren governi:

Tu, che tra noi sovente,

Spargesti almo splendore,

Sendo custode de’ tesori eterni:

Tu da i seggi superni,

Ove sull’ali di Virtù salisti,

Ne guarda, e tu n’assisti.

O vero Giove, o degno

Di Piero inclito erede,

Gran Vicedio, che in Vaticano imperi:

A te del nostro ingegno

Sull’ara della Fede

Oggi tutti sacriamo i bei pensieri.

Tu gli accetta, ed alteri

Andremo allora, e baldanzosi, e lieti,

Vie più che i Greci atleti.

Non fia già nostro vanto

Cercar palme e corone

Tra’ folli sogni dell’Ascrea pendice.

Sol per te scioglie il canto,

E sol fia che risuone

Delle tue geste il nostro

Agon felice. O beato, cui lice

Toccar la meta di sì eccelso oggetto

Col chiaro canto eletto!

Se alla bella umiltate,

Che nel sacrato trono

Teco regnando a’ tuoi pensier sovrasta,

Le lodi non son grate,

Le chiederem perdono:

Ma all’alta Provvidenza ella contrasta.

Poichè se ’l Ciel la vasta

Tua mente scelse al grand’onor, che godi,

Le tue di Dio son lodi.

Perchè lo stile di questa canzone non ha il risalto di spiritose figure, e di pensieri vivacemente ingegnosi, non ne apparirà così tosto la bellezza. Ma vari sono gli stili; e in ogni stile può ritrovarsi l’ottimo. Chi sa ritrovarlo in un solo, e non ne gli altri ancora, accusa se stesso di vista ben corta, nè peranche ha compresa la vasta idea del bello. Ora nel componimento presente s’hanno da osservare una nobile fluidità di sensi, di frasi, e di parole, pensieri sanissimi, e ingegnosamente concatenati, e bei passaggi da i Giuochi antichi a i moderni, e al moderno lor protettore. Questa modestia, questo andamento di versi, che sono chiari senza essere bassi, sono sollevati senza essere rigogliosi, constituiscono lo stile mezzano di questa canzone, che s’adatta alla profession Pastorale, e sente non poco del sapor della Grecia. Laonde a chiunque è provveduto d’ottimo e universale gusto, non potrà non piacere assaissimo nel suo genere e massimamente piacerà l’ultima stanza, la quale è sommamente bella in comparazion dell’altre.

Di Carlo Maria Maggi

Col guardo in terra, e co’ sospiri in Croce [158]

A Gesù, che tradii, torno dolente,

E lo stesso pensar, quanto è clemente,

È delle colpe mie flagello atroce.

Egli, che offeso ancor d’amor si cuoce,

Mi fa sentir, con che pietà mi sente,

E mi stringe un dolor così possente,

Che più varco non han sospiro, e voce.

Dalla strettezza, onde più forza prende,

Scoppia un gruppo d’affetti, e dice cose,

Ch’ancor più di me stesso il Cielo intende.

Segue pioggia di lagrime amorose:

S’allarga il cuore, e con dolcezza attende

A custodir ciò, che Gesù rispose.

Chi ben porrà mente alla pienezza, forza, e condotta di questo sonetto, confesserà meco senza difficultà, ch’esso è uno de gli ottimi. Questo è sapor pellegrino. Un’enfasi mirabile sta nell’ultimo verso del primo terzetto, una gran tenerezza nell’altro. ... Co’ sospiri in Croce. Vuol dire, ch’egli sospira verso la Croce, e so che tutti l’intendono; ma non so, se tutti approveranno la maniera dello spiegarsi.

Del Dottore Antonio Gatti

Mentre un lupo beveva ingordo e rio [159]

A un ruscello, che a noi scorre vicino,

Tirsi, più sotto a lui giugner vid’io

Un innocente e candido agnellino.

Ma tratto appena un sorso ebbe il meschino,

 Che udì il lupo gridar: mi turbi il rio.

Ed ei: com’esser può, se il cristallino

Fonte dal labbro tuo discende al mio?

Pur gli rispose il fiero: un mese e sei

Sono, che m’offendesti. Allora io nato,

Disse l’agnel, non era; e ciò non fei.

Dunque fu il Padre tuo, soggiunse; e irato

Sbranollo, o Tirsi. Ah contra i forti e rei

Non val ragione in povertà di stato.

È traduzione d’un favoletta latina di Fedro, traduzione anch’essa del noto sì, ma sempre ingegnoso apologo d’Esopo. La chiarezza, e naturalezza, con cui si esprime un tal fatto, e si fanno parlare i dialogisti, meritano lode singolare. E questi appunto sono i pregi, che in simili componimenti principalmente s’attendono. Lascio decidere ad altri, se sia assai elegante forma quella del terzo verso più sotto a lui in vece di dire nella parte più bassa del rio. E solamente considero nel fine del primo ternario quell’aggiunta di e ciò non fei, la qual forse potrà parere superflua ad alcuno. Ma si potrà rispondere, voler l’agnello dire (e facilmente s’intende che il dice) che quando anche fosse vero, ch’egli prima di quel tempo fosse nato, pure egli non avea commesso il delitto appostogli. Il che non solo non è superfluo, ma viene ad accrescere la forza della sua difesa.

Di Filippo Leers

S’è ver, che a un tempo il vostro core, e ’l mio,

Amor legò d’una gentil catena,

Se d’una face, e d’un’istessa vena

La nostra fiamma, e ’l nostro pianto uscio:

Com’è, ch’or gli occhi miei son fatti un rio,

E i vostri asciutti nel vedermi in pena?

Com’io di fuoco, e voi di ghiaccio piena?

Come voi sciolta, e prigionier son’io?

Nuovo inganno d’Amor [160]. Perch’ei mi volse

Trar senza guerra in servitute avvinto,

Ambo legò, me tenne, e voi disciolse.

Folle, che da furor contra me spinto,

Mentre un nodo disfece, e l’altro avvolse,

Per voi me vinse, ed ei da voi fu vinto.

Assai felicemente son pensati, ed esposti, e corrispondono l’uno all’altro i sinonimi de’ quadernari; nè tali contrapposti (perchè di sensi, non di parole) offendono il lettore, anzi più tosto il dilettano, siccome già avvezzo ad udirli nelle rime del Petrarca, e in altri autori. Contengono i ternari molte belle sottigliezze. Ma perchè talora avviene, che i pensieri sottili, indizi per altro di mente acuta, sono più ammirati da chi meno gl’intende: io non so se taluno, per ammirar giustamente questi, potesse desiderare d’intendere prima: Perchè si chiami nuovo l’inganno d’Amore, non essendosi detto, ch’egli altre volte abbia, o si sia ingannato (equivoche ancora sono alquanto le parole). E perchè si dimandi folle e vinto da costei Amore, dopo essersi detto, che il medesimo Amore ha disciolto e disfatto per se stesso il nodo, con cui egli l’avea legata. Ci saranno le sue ragioni, potrebbe dir taluno; ma bisognerebbe, che non difficilmente apparissero ancora a chi legge, affinchè egli o troppo non avesse a faticare per ritrovarle, o non desiderasse per maggior sua comodità un qualche comento.

Di Annibal Caro

I.

Nell’apparir del giorno

Vid’io (chiusi ancor gli occhi) entr’una luce,

Ch’avea del cielo i maggior lumi spenti,

Una Donna Real, che come duce

Traea schiera d’intorno,

E cantando venia con dolci accenti:

Oh fortunate genti,

S’oggi in pregio tra voi

Fosse la mia virtute,

Com’era al tempo de gli antichi eroi!

Che se tra ghiande, e acque, e pelli irsute

Beata si vivea l’inopia loro,

Qual vi darian per me gioia, e salute,

Un vero secol d’oro?

II.

Quando l’eterno Amore

Creò la luna, e ’l sole, e l’altre stelle,

Nacqu’io nel grembo all’alta sua bontate.

L’alme virtuti, e l’opre ardite, e belle,

Mi sono figlie, o suore;

Perchè meco, o di me tutte son nate.

Ma di più degnitate

Son’io. Io son del cielo

La prima meraviglia.

E quando Dio pietà vi mostra, e zelo,

Me sol vagheggia, e meco si consiglia,

Che son più cara, e più simile a lui.

E che tien caro? e che gli rassomiglia [161],

Più che ’l giovare altrui?

III.

Io son, che giovo, ed amo,

E dispenso le grazie di lassuso,

Siccome piace a Lui, che le destina.

Già venni in terra; e Pluto, ch’era chiuso,

V’apersi, e tenni in Samo

Lei per mia serva, ch’era in ciel reina.

Ma ’l furto, e la rapina,

L’amor dell’oro ingordo

Trasser fin da Cocito

Le Furie, e ’l lezzo, onde malvagio, e lordo

Divenne il mondo, e ’l mio nome schernito;

Sì ch’io n’ebbi ira, e fei ritorno a Dio.

Or mi riduce a voi cortese invito

D’un caro amante mio.

IV.

Per amor d’uno io vegno

A star con voi, ch’or sotto umana veste

Simile a Dio siede beato, e bea.

Dal Ciel discese, e quanto ha del celeste

Questo vil basso regno,

L’ha da lui, che n’ha quanto il ciel n’avea.

Pallade, e Citerea

Di caduco, e d’eterno

Onore il seno, e ’l volto

Gli ornaro, e io le man gli empio, e governo.

Così ciò, ch’è da voi mirato, e colto,

O che da noi diriva, o che in voi sorge,

Ha fortuna, e virtute in lui raccolto,

Et egli altrui ne porge.

V.

Se ne prendeste esempio,

Come n’avete, avaro volgo, aita,

E voi tra voi vi sovverreste a pruova;

E non avria questa terrena vita

L’amaro, il sozzo, e l’empio,

Onde in continuo affanno si ritruova.

Quel, che diletta, e giova,

Saria vostro costume;

Nè del più, nè del meno

Doglia, o desio, ch’or par che vi consume,

Turberia ’l vostro, nè l’altrui sereno.

Regneria sempre meco amor verace,

E pura fede, e fora il mondo pieno

Di letizia, e di pace.

VI.

Ma verrà tempo ancora,

Che con soave imperio al viver vostro

Farà del suo costume eterna legge.

Ecco, che già di bisso ornata, e d’ostro

La desiata aurora

Di sì bel giorno in fronte gli si legge.

Ecco già folce, e regge

Il cielo. Ecco che doma

I mostri. Oh sante, oh rare

Sue prove! Oh bella Italia, oh bella Roma!

Or sì vegg’io quanto circonda il mare

Aureo tutto, e pien dell’opre antiche.

Adoratelo meco, anime chiare,

E di virtute amiche.

VII.

Così disse, canzone;

E del suo ricco grembo,

Che giammai non si serra,

Sparse ancor sopra me di gigli un nembo.

Poi con la schiera sua, quanto il sol erra,

E dall’un polo all’altro si distese.

Io gli occhi apersi; e riconobbi in terra

La gloria di Farnese.

Ottima canzone è questa, e delle prime del presente libro. Vuole colui lodare il suo Mecenate, e adopera un’invenzione sommamente poetica e magnifica, introducendo in una visione a ragionar di lui la virtù (per quanto io credo) della beneficenza, ch’egli spezialmente voleva esaltare. Ora tutto l’argomento è trattato con maniera sublime, con estro nobilissimo, con vivacità, e con gran pulizia di forme di dire. Altrove ho rapportato e lodato come cosa preziosa la stanza sesta. Aggiungo ora, che il fin della canzone ritien la medesima forza, e inspira ad altrui quell’estasi, che in se provava il poeta. Decideranno altri, se sia più ardito che non si conviene, il pensiero espresso in quel verso

L’ha da lui, che n’ha quanto il ciel n’avea.

Io per me tengo questa per un’iperbole alquanto empia.

Il Fonte deluso

Idillio latino Del P. Tommaso Ceva,

tradotto dal Padre Giovam Batista Pastorino,

e dedicato al Signor Paris Maria Salvago

I.

Non più soffrendo un puro amabil rio

La sua culla natìa d’alpestre sasso;

Vago di libertà, dal seno uscìo

Della rupe materna, e scese al basso.

Di cercar l’alto Mar cieco desio

L’invita e sprona ad affrettare il passo,

Per mirar di Nettuno i campi ondosi,

E delle Dee marine i tetti algosi.

II.

Dunque per sassi, e per alpine rupi

Giorno e notte cammina; e rovinoso

Precipita per balze e per dirupi:

E senza darsi mai pace o riposo

Fra romiti silenzi orrendi e cupi

Corre di selve il torto calle ombroso

Fin che del mare alla bramata riva,

Dopo lungo girar, festoso arriva.

III.

Misero lui! quando col ciel confine

Vide l’immenso orribile elemento;

E quando alto mugghiar l’onde vicine,

E rotto udì fischiar fra l’onde il vento;

E quando le spumose acque marine

Giunse a toccar con piè sospeso e lento;

E quando al falso flutto un bacio ei diede:

Ben si pentì, ben ritrar volle il piede.

IV.

Quanto potèo la bocca indietro volse,

Quanto potèo sputò l’amaro flutto,

Quanto potèo dall’onda il piè rivolse,

E le guance rigò d’amaro lutto.

A quante in terra e in mar Dive si dolse?

E quante ei ne chiamò, ma senza frutto?

A Nerina, ad Effira, ad Anfitrite

Mille voci mandò, ma non udite.

V.

Gridava in suo linguaggio, o Galatea,

O Ciprigna gentil dal mare uscita,

Di chi ben piange almo conforto, e Dea,

O bella Dori, o Re del mare, aita!

Ma le querele il misero perdea.

Che per l’aria ogni voce era smarrita.

Ahi che farà? Verrà di nuovo a i prieghi?

Ma non sarà che i fieri Numi ei pieghi.

VI.

Ciò che solo può far pria di languire,

E ciò che solo al disperato resta,

Con lenti passi e tortuose spire

Va per l’arena, e quanto può, s’arresta:

Ed intoppi cercando al suo morire

Di quà di là fugge dall’onda infesta:

Nè potendo schivar che non sia spento,

Ha per qualche guadagno il morir lento.

VII.

Stolto che volli, ei dice, e qual m’è nato

Amor insano, e qual’error m’ha scorto?

E che può mai, crudo ladron spietato,

Picciolo rivo, e solo, e mal’accorto,

Nelle tue braccia, e nel tuo regno entrato?

Mentre così piangea, dal mare absorto

Mischiò col salso umor l’onda d’argento,

E la vità finì col suo lamento.

VIII.

Questi, Paride mio, che piango e scrivo,

Nol conoscete ancor deluso Fonte?

Di Pulcifera nostra è questi il rivo;

Che sceso dal paterno alpestre monte,

Quanto lacero più, tanto più vivo,

Al ligustico mar volge la fronte;

E per l’amena e flessuosa valle

Fra ghiaie e sassi apre a sua morte il calle.

IX.

Meschin! pria di morir potesse almanco

I palagi e le ville in suo viaggio

Dell’Arena mirar, che siede al fianco,

Per conforto gentil del suo passaggio!

Certo a perdersi in mare andria più franco,

Se di tante delizie avesse un saggio:

E col piacer di sì beata sorte

Faria dolce il dolor della sua morte.

X.

E meglio ancor del suo morir la pena

L’infelice ruscel temprar potria,

Se fra’ palagi della ricca arena

Quella stanza gentil mirasse pria,

Ove con voi sedendo i giorni mena,

La scienza, che gli astri attenta spia;

E scender fa nelle sue reti belle

I viaggi del sole, e delle stelle.

XI.

Dolce mirar (ma dove l’occhio intenda)

Astrolabi e quadranti in alto appesi

Far che in due crune un simil raggio scenda;

E vetri in lunghe canne al cielo intesi

Far che vicino ogn’astro a noi discenda;

E sfere e globi, e mille dotti arnesi,

Onde nobile ingegno alza la faccia,

E va di stelle, e non di fiere, in traccia.

XII.

Dolce mirar, quando col ciel voi siete,

E sovra il volgo vil v’alzate a volo.

Or sottilmente a misurar prendete

Quanto dall’orizzonte ascenda il polo;

Or nel suo bel meriggio il sol cogliete

Con la scorta gentil d’un raggio solo:

Ora sferzate a dire i lor segreti

Al vostro sguardo i medicei pianeti.

XIII.

Quando l’ingrata luna eclissa il sole

A mezzo un mondo, e piange egra natura,

E quando la terrena invida mole

Il fraterno splendore a Cintia fura,

Notar attento i gran deliquj suole

Vostro sguardo sagace, e li misura:

Ond’è mirabil vostro alto costume

Far vostra luce un’eclissato lume.

XIV.

E ben vi fate, onde v’onora

Il caro al Vatican saggio Bianchini;

E vostro nome, e vostro ingegno adora

Degno del gran Luigi il gran Cassini,

Del cui saver la fame è sì sonora,

Che lo porta del sole oltre i confini:

E quante Anime belle, e dotti eroi

Han commerzio col ciel, l’hanno con voi.

XV.

Ma, signor, quanto poche e quanto rade

Son l’alme intente a sì gentil lavoro!

Oh vergogna, oh rossor di nostra etade,

Che sì scarse erge al cielo anime d’oro!

Nelle belle d’Italia alme contrade

Qual vaghezza di stelle, e qual d’alloro?

Oggi sol l’oro è in pregio; e ’l volgo dice:

Una ricca ignoranza è assai felice.

XVI.

Passar la notte in giuoco, in sonno il giorno,

Versar in regie mense ampi tesori,

Girar sul cocchio a lenti passi intorno,

Aria cercando, ed adescando amori:

Queste son l’arti, onde va l’uomo adorno,

Questi gli studi, onde virtù s’onori:

Et avran le scienze a gran favore,

Se l’esser dotto, oggi non è rossore.

XVII.

Ma ritornando al misero ruscello;

Se pria d’andar’in gola al mar vorace,

Mirasse il vicin vostro e dolce ostello,

A morte andria con più conforto e pace.

Ma pur ci lascia un documento bello

Nell’atto del morire il rio fugace:

Che viva di suo stato alma contenta;

Che chi vuol farsi un mar, nulla diventa.

Grande è il merito de’ traduttori, quando questi felicemente esequiscono le leggi della buona traduzione [162]. Io, che di questa sorta di lavoro volea pur dare un saggio, ho ben creduto, che la presente possa servire di nobile esempio all’italica poesia. Ora la sua bellezza consiste nell’avere non solo con fedeltà, ma con tale franchezza e leggiadria d’espressioni, e di rime, portato nella nostra lingua l’invenzione fantastica, e le belle Immagini del componimento latino, ch’essa pare non una copia, ma un’esquisito originale, in cui per la maestà risplende spezialmente la terza stanza. Termina la versione nel fin della nona. L’aggiunta fattale contiene anch’essa de i bellissimi pregi. Sopra tutto è altamente da stimarsi la facilità, con cui si descrivono tanto gli strumenti, quanto le operazioni dell’astronomia: cosa ben difficile a farsi in versi, almeno con egual gentilezza. Oltre a ciò in forma spiritosa e arguta sono terminate tutte le seguenti stanze. La tredicesima finisce con questi versi.

Onde è mirabil vostro alto costume

Far vostra luce un’eclissato lume.

 Perchè la metafora della luce esprime un vero, cioè la fama acquistatasi dal cavaliere colle osservazioni esatte delle eclissi, e può senza molto studio venire in mente al poeta questo ingegnoso contrapposto: esso probabilmente non dovrebbe parere affettato, cioè a dire alquanto ricercato in tal congiuntura.

Del Cavalier Guarino

A gli Accademici Innominati di Parma nell’entrare in quella Accademia

Stilla in parte dell’Alpe orrida, e dura,

Poca sì, ma ben nata, e lucid’onda,

E sterpi, e sassi inutilmente inonda,

Senz’onor, senza nome, incolta, oscura;

Finchè l’accoglie altrui pietosa cura

O in terma, o in foro, o in piaggia, e la circonda

D’illustri marmi, e rende alta, e feconda,

E chiara d’arte più, che di natura.

Tal nel suo nido il mio negletto ingegno,

Finqui d’errore, or Pellegrin di gloria,

Spirti famosi, al vostro albergo scende.

Ove de’ vostr fregi è fatto degno

D’essere a parte, e se n’adorna, e gloria,

Nè senza nome Innominato splende.

Se al pari de’ quadernari, che mi paiono veramente nobili e sensati, mi piacessero i Ternari, farei gran festa a questo componimento. Ma quell’aver voluto particolarizzare e individuare nell’argomento (il che suole per l’ordinario essere molto lodevole) qui ha fatto uscir fuori certe allusioni, e concetti intorno a que’ nomi di Pellegrino, e Innominato, ch’io non voglio già biasimare ma nè pur so commendare. Nulladimeno sottosopra è parto degno del suo autore, e può con gloria comparire su questo teatro.

D’Angelo Di Costanzo

Credo, che a voi parrà, fiamma mia viva,

Che sien le mie parole o false, o stolte,

Perch’abbia di morir detto più volte

Senza rimedio alcuno, e poi pur viva.

Per queste vostre luci, ond’io gioiva

Tanto, quanto piango or, che mi son tolte,

Vi giuro, e così ’l cielo un dì m’ascolte,

E da sì fiero mar mi scorga a riva:

Com’io sento talor porsi in cammino [163]

Per uscir l’alma; e poscia, o sia ’l diletto,

Che prova nel morire, o sia ’l destino,

Si ferma (io non so come) in mezzo al petto.

Ma pur le tien l’assedio sì vicino

Morte, accampata al mio già morto aspetto.

In somma costui lavora di pianta, facendo quasi sempre vedere un non so che di nuovo, e di non più veduto ne’ suoi componimenti, che sono di lena e di gusto distinto da gli altri. A pochi è dato il cominciar sempre con sì franca entrata, e il tirar poscia con tanta maestria un sonetto, argomentando ingegnosamente, e affettuosamente in suo prò, e dichiarando facilmente gli argomenti con sì bel giro di frasi, e naturalezza di rime. – Ma pur le tien l’assedio sì vicino. Pare che dovesse dire: Ma pur le tien l’assedio ognor vicino; perocchè per cagione di quel sì egli sembra a i lettori, che non sia finito il senso, benchè sia terminato il sonetto. – Morte accampata ec. È pensier bellissimo, ma a prima vista è alquanto strana la maniera dello spiegarlo. Vuol dunque dire, che al calore, e al viso egli parea morto, e che la morte non era ancor penetrata al di dentro.

Di Carlo Maria Maggi

Ha buon tempo Monsignore

A volere i sonettini,

E non sa, ch’io son Lettore,

Segretario de’ confini.

Con sua pace non discerne

Fra ’l buon tempo, e il ministero,

Ch’ogni dì spiego il Gretsero [164],

E che fo consulte eterne.

È ben ver, ch’attendo poco

Alla scuola, ed al senato;

E che mostro al corso, al gioco

Vanità di sfaccendato.

De’ presenti, e bei successi

Vo cogliendo le memorie,

Ed interpreto le istorie,

Che dipingon su i calessi.

Queste alfin sono materie

Confacenti alla salute.

Le canzoni, e le minute

Senza soldi son miserie.

Ho una lite, e con passione

La racconto con diversi.

Già mandai la citazione

Mezza prosa, e mezza versi.

Il Causidico mi tedia

Con quegli atti così inetti:

Se non modera i precetti,

Lo vo’ por nella commedia.

L’Avvocato m’inquïeta

Co’ sofismi testuali.

I dottori, e i tribunali

Fan vendetta del poeta.

Ognun ride, ognuno è vago

Di vedermi con martoro;

Ed io rido più di loro,

Che gli stanco, e non li pago.

Voi direte, c’ho promesso,

Che il mancare è un’indecenza.

Dato il primo, e non concesso,

Negherò la conseguenza.

Benchè paia un po’ indiscreto,

Vo’ risponder puntuale,

Qual ministro di Casale

Co i progetti sul tapeto.

È una gran comodità

Quel pagar col signor sì.

Quando poi viene quel dì,

Vi si pensa, e non si fa.

Su la prima il dir di no

È una pessima creanza;

Se poi muta circostanza,

Anco il sì mutar si può.

Son bandite dalle scuole

Le sentenze rigorose;

Quando mutansi le cose,

Pur si mutan le parole.

Sento dire all’oratorio,

Come il mondo è un’incostante,

Perchè detti di diamante,

Quando il mondo è transitorio?

Io co i dotti osservar soglio,

Che le voci han varie tempre.

Signor sì vuol dire: Or voglio,

Ma non dice: Vorrò sempre.

È la voce segno a placito,

Nè significa a dispetto.

Per mio ben ch’io manchi al retto,

L’insegnò Cornelio Tacito.

Al suo mal non può obbligarsi

L’uomo nè in voce, nè in scritture.

Il ben proprio è jus naturæ,

Nè può mai rinunciarsi.

Il mio caso è disputabile,

Ha per se molti dottori,

Ed almeno in foro fori

È sentenza assai probabile.

Quanto poscia a quel negozio,

Che si chiama la coscienza,

Parlerem con maggior’ozio,

Troverem qualche sentenza.

Vuolsi aver discrezïone

Col ministro, e con la dama;

V’è il ripiego, che si chiama

Regolar l’intenzïone.

Sempre in dubbio si pronuncia

In favorem libertatis.

Sempre è leso chi rinuncia.

Et pro nunc sint ista satis.

Questa maniera di trattar nel medesimo tempo con tanta gentilezza ed acutezza lo Stil piacevole e satirico, fu sempre da me stimata dilicatissima, e contiene secondo il mio gusto un’insuperabile grazia. Porto speranza, che dall’opinione mia non discorderanno gli altri, in mirando questo esempio, la cui tessitura è leggiadrissima, i cui motti sono soavemente pungenti, ed ingegnosi, e con gran facilità espressi.

Di Francesco De Lemene

In Giardin, ch’avea dipinto

La Natura in vaga scena,

Discorrean della lor pena

Una Rosa, ed un Giacinto.

Di quest’Aure ivi presenti

Mi diss’una in sua favella,

Che in tal guisa e Questo, e Quella

Intrecciavano i tormenti.

Piangi, o Rosa? E tu sospiri,

O Giacinto? Ahi duolo! Ahi morte!

Qual destin? qual dura sorte?

Onde il pianto? onde i sospiri?

Ti dirò la doglia acerba,

Onde, o Rosa, io sto languendo;

Che dal seno al labbro uscendo

Spesso il duol si disacerba.

Spiegherò la doglia anch’io,

Che trafigge il mio pensiero;

Perchè dica il passeggiero,

Se v’ha duol simile al mio.

Dunque, o Rosa, in dolci metri

La cagion spiega del pianto.

Parla tu, Giacinto. Intanto

Fia, ch’io tregua al pianto impetri.

Se, Regina, è tuo diletto,

Rinovare il duol mi piace.

Odi me. Del Sol seguace

Fui fra tanti il più diletto.

Ne’ suoi giri il divin Sole,

O se il giogo al monte indora,

O se l’Horto egli colora,

Per compagno ognor mi vuole.

Che più dir? De’ raggi amati

Mi colmai la cieca mente;

Perchè trassi riverente

Nel suo sen sonni beati.

Picciol lobo (ah pomo ingrato!)

Perchè a me la morte diede,

Or morir per me si vede

Di me il Sole innamorato.

Quindi io spiego in queste foglie

Con un’ahi, che n’esce fuori,

Il dolor de’ suoi dolori,

E le sue nelle mie doglie.

O Giacinto, io con fatica

Dirò il duol, che mi tormenta.

Ho ben’alma, che lo senta,

Ma non lingua, che lo dica.

Tu lo mira. Ho molle il ciglio

Di rugiada lagrimosa,

Come madre dolorosa,

Che perduto abbia il suo figlio.

Volgi il guardo, ahi per pietade,

A mirar vergine afflitta:

Vedi pur, che m’han trafitta,

Non so dir se spine, o spade.

Come tu, di macchia oscura

Io non ho le foglie impresse;

Perchè il Sol per sua m’elesse,

E mi volle tutta pura.

Ma quel Sol, che mi dà vita,

È lo stesso, che m’uccide;

Che da me l’alma divide,

Se da me vuol far partita.

Quand’ei nasce, oh me felice!

Son tra i fior la fortunata,

E mi dice ognun beata;

Ma se muore, oh me infelice!

Ei nell’Orto, ed io nell’Horto,

Quando spunta, allora io spunto;

Ma, l’occaso ad ambi giunto,

Muoro anch’io, quand’egli è morto.

Qual con nuovo oscuro velo

Atra notte il mondo serra?

Qual tremor scuote la terra?

Qual’orrore ingombra il cielo? Ahi.

Tramonta il sol, che adoro.

Or contempla il mio martire:

Anch’io muoro al suo morire.

Muoro, ahi lassa. Ahi lassa, muoro.

Qui gelò la Rosa, e svenne,

E cadea già sul terreno,

Ma, qual figlio, entro il suo seno

Il Giacinto la sostenne.

Or se sola sì funesta

Di pietà, d’orror v’ingombra,

Che fia poi, se colta ogn’ombra,

Un bel ver si manifesta?

Finger volli, e finsi solo

Per pietà de’ vostri affetti;

E ’l coprii con duo fioretti,

Per mostrar men fero il duolo.

Questi or vuol la cetra mia

Disvelar pietosi inganni.

Il Giacinto era Giovanni,

E la Rosa era Maria.

Gentilissima è tutta questa favoletta. Mille grazie vi son dentro, e tutta quella amenità, che può avere la mestizia dell’argomento sacro. Nè lascerà d’essere una sommamente poetica e bella finzione, quand’anche ne paressero alcune cosette non ben convenire alla allegoria de’ fiori.

Di Celso Cittadini

Amor, che ’l real seggio, e la corona [165]

Entro al seren de’ bei vostri occhi tiene,

E quindi sparge in me cotanto bene,

Ch’a seguirlo ognor più m’infiamma, e sprona;

Spesso move sua Corte, e sua persona,

E altiero nel mio cor dritto sen viene,

Come in suo albergo, e i passi ivi ritiene;

Ivi s’asside, e a’ pensier miei ragiona.

E da ciascun di loro intender vuole,

Che più di bel s’abbia notato in voi,

Od in atti cortesi, od in parole.

Rispondon tutti ad una voce: noi

Rimaniam ciechi a’ raggi di quel Sole.

Chi può ciò, ch’ei non vede, ridir poi?

Ove si consideri la venustà dell’invenzione, dee molto commendarsi la fantasia di questo poeta. Ove si osservi la chiarezza e sodezza dello stile, con cui tutto il sonetto vien tratto a fine, merita non minor lode il suo autore. Finalmente questo sonetto fa una bella e nobile figura, e più bella ancor la farebbe, se non fosse in mezzo a tanti altri o simili a lui d’argomento, e d’invenzione, o di nerbo maggiore.

Di Baldassare Stampa.

Felice cuor, che vinto dal disio

Da me partisti, e seguitando Amore,

Che ti condusse del mio albergo fuore,

Nel dolce albergo entrasti, ond’egli uscìo.

Se ti ricordi, che pur fosti mio,

Quando, lasso, io vivea tempo migliore,

Ascolta i prieghi miei, che ’l fero ardore

Mi detta, e l’aspro affanno acerbo, e rio,

Poichè venir non posso, ove tu sei,

E siccome tu prima in me ti stavi,

Così in te starmi ore tranquille, e liete [166];

Dì, raccontando il mio tormento a lei:

Non più, Donna, per voi dolore aggravi

Il fedel, ch’io reggeva, or voi reggete.

È sonetto, che con un bel quadernario incomincia assai felicemente, e ha fine abbastanza corrispondente al principio. Nel mezzo può notarsi alquanto di voto in quelle parole e l’aspro affanno acerbo e rio. Non è errore, ma non è nè anche cosa lodevole. – Così in te starmi ec. Bisogna dire, che costui avesse un cuore ben dismisurato, e più che gigantesco, s’egli stesso potea star nel proprio cuore. Ragion voleva, che si dicesse più tosto così star teco; o per meglio dire presso a te, o altra simile cosa. Può essere ancora, che se più minutamente si guarda questo concetto, si truovi poco legittimo, anche secondo i primi principi della poesia platonica. Perchè o parla del corpo; e questo era superfluo il dire che non potea star nel cuore. O intende il suo animo, e pensiero; e niuno gli vietava il volarsene colà. Ma passiamo avanti.

Dell’Ab. Benedetto Menzini

Strofe I

Io per me sento

Dolce nel cuor conforto,

Qualor bella Virtù veggio trascorrere

Un mar di guai, nè disperar del porto,

Che questo è del valor saldo argomento

Saper precorrere

Con la speme del Ben l’ira de’ Mali;

E saper come di volubil’ali

Armansi i Beni ancora. Nè gli uni, e gli altri han piede

Su ferma sede,

Nè fanno eterna qui tra noi dimora.

Antistrofe I

Prospere cose

Non empian dunque l’Alma

Di superbi pensier, di voglie indomite;

Che può ben tosto imperversar la calma,

E nel porto destarsi onde orgogliose.

Il Bene è fomite

Di più fiere talvolta aspre sventure.

Nocchier, che l’acque si credea secure,

Con fronte afflitta e mesta Mira il battuto legno,

Cui mal può ingegno,

Ritor da i flutti, e dalla rea tempesta.

Epodo I

I Duci eccelsi e i Regi

D’alti dispregi

Vedrai tal volta eredi.

Mite, ed aspro destino: un’altro intanto

Sorge dal pianto,

E splende in ricchi arredi.

Strofe II

Così al pensiero

S’apre Liceo, che insegna,

Che ’l Mondo è d’opre e di costume instabile.

Domani andrai cinto di lieta insegna,

S’oggi il destin ti si mostrò severo.

Invarïabile

Nulla non è tra noi; e ’l Male, e’l Bene

Con alterne vicende or cede, or viene;

Come vaga, incostante

All’arenosa sponda

Incalza un’onda

L’altra, che lieve a lei volgeasi avante.

Antistrofe II

Qual guerrier forte,

Conviene armarsi in campo

Nella sorte felice, e nell’asprissima;

Che l’una e l’altra è d’uman cuore inciampo,

E nell’una e nell’altra è vita, e morte.

Benchè fierissima

Grandine scenda a flagellargli il fianco,

Delle sue selve portator non stanco

Stassi Apennin frondoso;

E nel suo verde manto

Attende intanto

Di nuovo a i danni suoi Borea nevoso.

Epodo II

Dunque nell’alma un tempio

Al chiaro esempio

Di natura erger voglio;

E diversi tra lor stringer non meno

Con giusto freno

Vil timor, fiero orgoglio.

Strofe III

Sotto le Alpine nevi si stan sepolti

Semi, che al suolo gli arator commisero.

Che dirai nel vedere i campi incolti

Sotto il rigor delle gelate brine?

Non dir, che misero

Sia quel terreno, ed infelici i solchi,

Cui tanto i forti travagliar bifolchi

Con le dure armi loro.

L’orrida neve, e ’l gelo,

Sott’aspro velo

Serbano ascoso agli arator tesoro.

Antistrofe III

Cerere bella,

Avrai sul crin ghirlanda

Delle spiche, che ormai la falce chiedono.

Mira, come biondeggia, e qual tramanda

I suoi fulgidi rai messe novella.

Ahimè: si vedono

Orridi nembi, e per l’aerea chiostra

Protervi, imperiosi, armansi in giostra.

Nè fa la vaga auretta,

Qual pria, cortesi inviti;

Ma oltraggio aspetta In sul fiorir dell’odorate viti.

Epodo III

O sieno i verdi colli

Floridi e molli,

Hai di temer cagione.

O se d’erbette e fior nuda è la piaggia:

L’aspra e selvaggia

Sembianza un dì depone.

Non solamente è lavorato alla greca il metro di questo componimento, ma anche i suoi sentimenti hanno il buon sapore della Grecia antica. Stile sodo, stile dogmatico, ma però felicemente poetico. Comparazioni assai leggiadre, poeticamente usate ed esposte per pruova del tema preso. Ma questa forma di dire non ferisce di primo lancio gli occhi. È ella perciò men bella? Molti sogliono ammirare le statue antiche, dispregiar le moderne. Segno, che non s’intendono dell’arte. Perchè se ben conoscessero la bellezza di quelle, facilmente ravviserebbero anche il merito di queste. Lo stesso sia detto de i versi.

Di Lionardo Cominelli

All’Eroe Trivigian. Con ciglia immote

In questo nome, o pellegrin, t’affisa;

Numera immensi titoli, e ravvisa

Meriti smisurati in poche note.

Palme, spoglie, trionfi, archi, e trofei

Qui riconosci, e porpore, e corone;

In questo semideo ti si propone

Quasi una gerarchia di semidei.

Que’ tanti, che di luce empion le carte,

Suoi famosi, e magnanimi antenati,

Con vantaggio di gloria in lui rinati.

Sembran venir delle sue glorie a parte.

Fingiti di vederli, assisi in soglio

Librar consigli, e maturar decreti,

E con placidi influssi, e mansueti

Torre al Benaco il procelloso orgoglio.

Certo chi lui contempla, e degnamente

L’opere ne bilancia, e ne misura,

Dirà: sì bel tessuto alta fattura

Esser dee di più menti in una mente.

Ordinò la giustizia alla clemenza,

Fece suoi benefizi anco i rigori;

Temè d’esser temuto, e i suoi timori

Infusero coraggio all’innocenza.

S’adirò, ma senz’ira. Al pentimento

Gran parte della pena ognor commise:

E destando il rimorso, in nuove guise

Fe’ cader l’ardimento all’ardimento.

Che più far si potea? Parte del trono

Alla pietà, parte ne diede al zelo.

La bella libertà, ch’è don del cielo,

Si fe’ più bella in divenir suo dono.

Vuoi tu saper, s’ei fu discreto? Impose

A se pria le sue leggi, e poi le diede,

Se grave? se benigno? In una sede

Amor del pari, e maestà compose.

Raro vanto in chi regna, e più che umano,

Fra contrarie virtù torre ogni lite,

Esporre al mondo in bel commerzio unite

Le doti di privato, e di sovrano.

Appena il crederai: ma s’il pensiero

Puoi colà sollevar, dove Amor sale,

Vedrai la felicissima e vitale

Necessità di sì mirabil vero.

Amò regnando, e da cagion sì degna

Pullulò necessaria ogni virtude.

La somma de’ suoi pregi in ciò si chiude,

Che di lui potè dirsi: È Amor, che regna.

Poco ei regnò: ma d’acquistar fu degno

Per poco che regnasse eterna fama.

Resta ancor dopo il regno a chi ben’ama

Nell’ampiezza dell’alme un più bel regno.

Regni pur, regni il trivigiano, e passi

Immortalato a’ secoli futuri:

Regni nell’alme, e nelle Lingue, e duri

Coronato, e regnante anco ne’ sassi.

Sul bellissimo orror d’un paragone

A ferrei colpi d’erudito stile

Così scriver volea donna gentile,

Ch’al merto è premio, e alla fatica è sprone.

Gloria da noi s’appella. Ha per iscorte

Le virtù fortunate, e per custodi. E i rochi

Applausi, e le canore lodi,

E le gride festive a lei fan corte.

Fra’ seguaci legittimi una schiera

Di bugie lusinghiere anco si caccia.

Ma col guardo le fulmina, e minaccia,

Verità venerabile, e severa.

Animose speranze, alti desiri

Fanno di qua di là tumulto, e mischia.

Freme addietro l’invidia, e non s’arrischia

Sì da presso mirar, ch’altri la miri.

Di cigni ufficïosi, e di sirene

S’udia da lunge un’armonia gioconda.

Del nome trivigian piena era l’onda,

Del nome trivigian l’aure eran piene.

Ad eternar l’eternità de’ marmi

Con sì bel nome era la donna accinta:

E sbracciata sul gombito, e succinta

Esortava al ferir la mano, e l’armi.

Parean le punte ambiziose, e vaghe

Di spuntarsi a vicenda in quel lavoro.

Parea la pietra al martellar sonoro

Stender le membra, ed accettar le piaghe.

Or mentre le potenze avea qui fisse,

E pur già ripensando a’ suoi pensieri:

Sentì nuovo pensier, che de’ primieri

Generò pentimento, e tra se disse.

Sconsigliata che tenti? A pietra muta

D’un semideo raccomandarsi il nome?

Volgiti attorno. Oh quante pietre! Oh come

La memoria de’ nomi hanno perduta!

Le falsarie del pari, e le innocenti

Furo a ragion dal trivigian distrutte.

Falsarie erano molte, e parean tutte

Nel ludibrio del merto indifferenti.

Ei fe’ giustizia. E se gli elogi altrui

Di condannar, di fulminar costuma,

Come può sofferir ch’io qui presuma

Temeraria animar gli elogi sui?

Nol soffrirà; ne ’l dee soffrir; non lece.

Legge sovrana, e rigorosa il vieta.

E modestia magnanima, e discreta

Sostien di legge in sì bel cuor la vece.

Mentre a ciò pensa, ecco dal ciel si scaglia,

E l’elogio di man le strappa Amore.

A me l’opera, disse, a me l’onore.

Disse; e ne’ Cuori in un balen l’intaglia.

È questo un elogio del Signor Domenico Trivigiani nobile veneto, e capitano della riviera di Salò. Io, il rapporto, acciochè abbiano i lettori un saggio d’una particolar maniera di comporre, che anch’essa ha il suo merito particolare. Assaissimo a me piace, e dovrebbe piacere assaissimo anche a tutti la forma di questi versi, consistente in un dir conciso, in pensieri acuti e sodi, e in sentenze vere, ingegnosamente e succintamente esposte. Oltre all’ingegno l’immaginativa ha dal suo canto contribuito alla loro vaghezza in diverse guise, ma principalmente coll’Invenzione, cioè coll’introdurre la gloria a formar questo elogio, e a volerlo incidere in marmo, e dappoichè ella s’è pentita di questa determinazione, col rappresentarci Amore, che l’incide ne’ cuori del popolo. Forse a qualche dilicato potran parere assai ardite alcune espressioni, o non assai poetiche alcune voci. Ma per mio credere non così giudicheranno i più de gl’intendenti della poesia, o almen perdoneranno i pochi nei di qualche parte alla molta bellezza di questo tutto.

Di Alessandro Tassoni

Questa mummia col fiato, in cui natura

L’arte imitò d’un’uom di carta pesta,

Che par muover le mani, e i piedi a sesta,

Per forza d’ingegnosa architettura;

Di Filippo da Narni è la figura,

Che non portò giammai scarpa, nè vesta,

Che fosser nuove, o cappel nuovo in testa;

E cento mila scudi ha sull’usura.

Vedilo col mantel spelato e rotto,

Ch’ei stesso di fil bianco ha ricucito,

E la gonella del Piovano Arlotto.

Chi volesse saper, di ch’è il vestito,

Che già quattordici anni ei porta sotto:

Non troverìa del primo drappo un dito.

Ei mangia pan bollito,

E talora un quattrin di caldearrosto,

E ’l Natale e la Pasqua un’uovo tosto.

Alcuni sonetti mss. assai piacevoli e mordenti noi abbiamo di quel bizzarro ingegno del Tassoni. Da gli altri, che modeste orecchie non soffrirebbono volentieri, ho io tratto il presente, perchè mi sembra un’onesto insieme e felicissimo ritratto d’un vecchio avaro. I colori tutti son vivi, ogni parola è esprimente; e con Iperboli così ingegnose, e stile sì spedito ci vien rappresentato costui, ch’io avrei scrupolo, se non riponessi nella schiera de’ migliori questo sonetto.

Di M. Pietro Bembo

I.

Alma cortese, che dal mondo errante

Partendo nella tua più verde etade,

Hai me lasciato eternamente in doglia;

Dalle sempre beate alme contrade,

Ov’or dimori cara a quell’Amante,

Che più temer non puoi, che ti si toglia;

Risguarda in Terra, e mira, u’ la tua spoglia

Chiude un bel sasso; e me, che ’l marmo asciutto

Vedrai bagnar, te richiamando, ascolta.

Però che chiusa, e tolta

L’alta pura dolcezza, e rotto in tutto

Fu ’l più fido sostegno al viver mio,

Frate, quel dì, che te n’andasti a volo.

Da indi in quà nè lieto, nè securo

Non ebbi un giorno mai, nè d’aver curo:

Anzi mi pento esser rimasto solo,

Che son venuto, senza te, in obblio

Di me medesmo; e per te solo er’io

Caro a me stesso. Or teco ogni mia gioia

È spenta, e non so già, perch’io non muoia.

II.

Raro pungente stral di ria fortuna

Fe’ sì profonda, e sì mortal ferita.

Quanto questo, onde ’l Ciel volle piagarme.

Rimedio alcun da rallegrar la vita

Non chiude tutto ’l cerchio della Luna,

Che del mio duol bastasse a consolarme.

Siccome non potea grave appressarme,

Allor ch’io partia teco i miei pensieri

Tutti, e tu meco i tuoi sì dolcemente;

Così non ho dolente

A questo tempo, in che mi fide, o speri,

Che un sol piacer m’apporte in tanti affanni.

E non si vide mai perduta nave

Fra duri scogli a mezza notte il verno

Spinta dal vento errar senza governo,

Che non sia la mia vita ancor più grave;

E s’ella non si tronca a mezzo gli anni,

Forse avverrà, perch’io pianga i miei danni

Più lungamente, e sieno in mille carte

I miei lamenti, e le tue lode sparte.

III.

Dinanzi a te partiva ira, e tormento,

Come parte ombra all’apparir del sole;

Tu mi tornavi in dolce ogni altro amaro,

O pur con l’aura delle tue parole

Sgombravi d’ogni nebbia in un momento

Lo cor, cui dopo te nulla fu caro,

Nè mai volle al suo scampo altro riparo,

Mentre aver si poteo, che la tua fronte,

E l’amico fedel saggio consiglio.

Perso, bianco, vermiglio

Color non mostrò mai vetro, nè fonte

Così puro il suo vago erboso fondo,

Com’io ne gli occhi tuoi leggeva espressa

Ogni mia doglia sempre, ogni sospetto:

Così dolci sospir, sì caro affetto

Delle mie forme la tua guancia impressa

Portavi, anzi pur l’alma, e ’l cor profondo.

Or, quanto a me, non ha più un bene il Mondo,

E tutto quel di lui, che giova, e piace,

Ad un col tuo mortal sotterra giace.

IV.

Quasi Stella del Polo chiara, e ferma

Nelle fortune mie si gravi, e ’l porto

Fosti dell’alma travagliata, e stanca;

La mia sola difesa, e ’l mio conforto

Contra le noie della vita inferma,

Che a mezzo il corso assai spesso ne manca.

E quando il verno le campagne imbianca,

E quando il maggior dì fende il terreno,

In ogni rischio, in ogni dubbia via,

Fidata compagnia

Tenesti il viver mio lieto, e sereno,

Che mesto, e tenebroso fora stato,

E sarà, Frate, senza te mai sempre.

Oh disavventurosa acerba sorte!

Oh dispietata intempestiva morte!

Oh mie cangiate, e dolorose tempre!

Qual fu già, lasso, e qual’ora è ’l mio stato?

Tu ’l sai, che, poichè a me ti sei celato,

Nè di qua rivederti ho più speranza,

Altro che pianto, e duol, nulla m’avanza.

V.

Tu m’hai lasciato senza sole i giorni,

Le notti senza stelle, e grave, ed egro

Tutto questo, ond’io parlo, ond’io respiro;

La Terra scossa, e ’l ciel turbato, e negro;

E pien di mille oltraggi, e mille scorni

Mi sembra in ogni parte, quant’io miro.

Valor, e cortesia si dipartiro

Nel tuo partire; e ’l Mondo infermo giacque,

E Virtù spense i suoi più chiari lumi;

E le fontane, e i fiumi

Negar la vena antica, e l’usate acque;

E gli augelletti abbandonaro il canto;

E l’erbe, e i fior lasciar nude le piagge,

Nè più di fronde il bosco si consperse.

Parnaso un nembo eterno ricoperse.

E i Lauri diventar querce selvagge;

E ’l cantar delle Dee già lieto tanto

Uscì doglioso, e lamentevol pianto;

E fu più volte in mesta voce udito

Dir tutto il colle: O Bembo, ove se’ ito?

VI.

Sovra il tuo sacro, ed onorato busto

Cadde grave a se stesso il padre antico,

Lacero il petto, e pien di morte il volto.

E disse: Ahi sordo, e di pietà nemico

Destin predace, e rio, destino ingiusto,

Destino a impoverirmi in tutto vôlto;

Perchè più tosto me non hai disciolto

Da questo grave mio tenace incarco

Più che non lece, e più ch’io non vorrei,

Dando a lui gli anni miei,

Che del suo lieve innanzi tempo hai scarco?

Lasso, allor potev’io morir felice,

Or vivo sol per dar’al mondo esempio,

Quanto è ’l peggio, far qui più lungo indugio,

S’uom de’ perdere in breve il suo refugio

Dolce, e poi rimanere a pena, e scempio.

Oh vecchiezza ostinata, ed infelice,

A che mi serbi ancor nuda radice,

Se ’l tronco, in cui fioriva la mia speme,

È secco, e gelo eterno il cinge, e preme?

VII.

Qual pianser già le triste, e pie sorelle,

Cui le treccie in sul Po tenera fronde,

E l’altre membra un duro legno avvolse;

Tal con li scogli, e con l’aure, e con l’onde

Misera, e con le genti, e con le stelle,

Del tuo ratto fuggir la tua si dolse.

 Per duol Timavo indietro si rivolse,

E vider Manto i boschi, e le campagne

Errar con li occhi rugiadosi, e molli.

Adria le rive, e i colli,

Per tutto, ove ’l suo mar sospira, e piagne,

Percosse in vista oltra l’usato offesa;

Tal che a noia, e disdegno ebbi me stesso.

E se non fosse, che maggior paura

Frenò l’ardir, con morte accerba, e dura,

Alla qual fui molte fiate appresso,

D’uscir d’affanno avrei corta via presa.

Or chiamo (e non so fare altra difesa)

Pur lui, che l’ombra sua lasciando meco,

Di me la viva e miglior parte ha seco.

VIII.

Che con l’altra restai morto in quel punto,

Ch’io sentii morir lui, che fu ’l suo core;

Nè son buon d’altro, che da tragger guai.

Tregua non voglio aver col mio dolore,

Infin ch’io sia dal giorno ultimo giunto;

E tanto il piangerò, quant’io l’amai.

Deh perchè innanzi a lui non mi spogliai

La mortal gonna, s’io me ’n vestii prima?

S’al viver fui veloce, perchè tardo

Sono al morire? Un dardo

Almeno avesse, ed una stessa lima

Parimente ambo noi trafitto, e roso:

Che siccome un voler sempre ne tenne

Vivendo, così spenti ancor n’avesse

Un’ora, ed un sepolcro ne chiudesse.

E se questo al suo tempo, e quel non venne;

Nè spero de li affanni alcun riposo;

Aprasi per men danno all’angoscioso

Carcere mio rinchiuso omai la porta;

Et esso all’uscir fuor sia la mia scorta.

IX.

E guidemi per man, che sa il cammino

Di gire al cielo; e nella terza spera

M’impetri dal Signor appo se loco.

Ivi non corre il dì verso la sera,

Nè le notti sen van contra il mattino.

Ivi il caso non puo molto, nè poco;

Di tema gelo mai, di desir fuoco

Gli animi non raffredda, e non riscalda;

Nè tormenta dolor, nè versa inganno.

Ciascuno in quello scanno

Vive, e pasce di gioia pura, e salda

In eterno, fuor d’ira, e d’ogni oltraggio,

Che preparato gli ha la sua virtute.

Chi mi dà il grembo pien di rose, e mirto,

Sì ch’io sparga la tomba, o sacro spirto?

Che quale a’ tuoi più fosti o di salute,

O di trastullo a gli altri, o buono, o saggio,

Non saprei dir; ma chiaro, e dolce raggio

Giugnesti in questa fosca etate acerba,

Che tutti i frutti suoi consuma in erba.

X.

Se, come già ti calse, ora ti cale

Di me, pon dal Ciel mente, com’io vivo

Dopo ’l tuo occaso in tenebre, e in martiri.

Te la tua morte, più che pria, fè vivo;

Anzi eri morto, or sei fatto immortale.

Me di lagrime albergo, e di sospiri

Fa la mia vita; e tutti i miei desiri

Sono di morte; e sol quanto m’incresce,

È ch’io non vo più tosto al fin, ch’io bramo.

Non sostien verde ramo

De’ nostri campi augello, e non han pesce

Tutte queste limose, e torte rive,

Nè presso, o lunge a sì celato scoglio

Filo d’alga percuote onda marina,

Nè sì riposta fronda il vento inclina,

Che non sia testimon del mio cordoglio.

Tu, Re del Ciel, cui nulla circonscrive,

Manda alcun delle schiere elette, e dive,

Di su da quei splendori giù in quest’ombre,

Che di sì dura vita omai mi sgombre.

XI.

Canzon, qui vedi un tempio a canto al mare,

E genti in lunga pompa, e gemme, ed ostro,

E cerchi, e mete, e cento palme d’oro.

A lui, ch’io in Terra amava, in Cielo adoro,

Dirai: così v’onora il Secol nostro.

Mentre udirà querele oscure, e chiare Morte;

Amor fiamme avrà dolci, e amare;

Mentre spiegherà ’l Sol dorate chiome:

Sempre sarà lodato il vostro nome.

Per una canzone funebre questa ha dei pregi singolari, e può servire d’esempio ad altre. Somma gravità ne’ pensieri e nel metro. Rara leggiadria nelle frasi, e incomparabile affetto ne’ sentimenti e nelle figure. Si osservi bene questo affetto; si osservino le nobili esagerazioni del dolore, parte naturalmente vere, parte poeticamente verisimili; alcuni bei interrompimenti; un’ordinato disordine di concetti, ingegnosi nello stesso tempo e tenerissimi. Forse a qualche spasimato dello stile acuto, delle parole sonanti, e delle metafore ardite, parrà o poco spiritosa, o lunghetta anzi che no questa canzone. Ad altri sembrerà di trovar qualche voto in certi luoghi, cioè amplificazioni, e ripetizioni di sentimenti già detti avanti, e spezialmente nella stanza V. Ma il parlar poetico permette ed esige alcune cose; ed altre ne porta naturalmente la doglia, eloquente ancora nel ripetere i suoi mali. Vero è, che il nostro Tassoni [167] non ebbe difficoltà di dire, che questa canzone si potrebbe chiamar la bandiera del sarto del Piovano Arlotto, fatta di pezze rubate. E io non niego, che al Bembo, tuttochè grand’uomo ed eccellente ingegno, non si convenga talora la nota esclamazione del servum pecus, e talora eziandio qualche altro titolo men tollerabile. Ma io qui non cerco il merito de li Autori. Cerco quello de’ componimenti; e questo può essere ancor grande, quando le pezze rubate sono di buon panno, e ben commesse. Le prime cinque stanze mi paiono belle; più belle ancora mi paiono le cinque altre, e la loro chiusa.

Di Gabriello Chiabrera

I.

Vagheggiando le bell’onde,

Sulle sponde

D’Ippocrene io mi giacea:

Quando a me sull’auree penne

Se ne venne

L’almo augel di Citerea.

II.

E mi disse: Or tu, che tanto

Di bel canto

Onorasti almi guerrieri,

Perchè par, che non ti caglia

La battaglia,

Ch’io già diedi a’ tuoi pensieri?

III.

Io temprai con dolci sguardi

I miei dardi,

E ne venni a scherzar teco.

Ora tu di gioco aspersi

Tempra i versi,

E ne vieni a scherzar meco.

IV.

Sì dicea ridendo Amore.

Or qual core

Scarso a lui fia de’ suoi carmi?

Ad Amor nulla si nieghi:

Ei fa prieghi,

E sforzar potria con l’armi.

Hanno i versi di questo poeta e nell’eroico stile, e nell’anacreontico, una bellezza originale, benchè v’abbia talora delle cose non finite, e de’ versi da non contentarsene. Eccone un’esempio di questa, e nelle seguenti canzonette, l’amenità, e gentilezza poetica delle quali può soavemente dilettar chi che sia. Qui l’invenzione è leggiadra, e senza fallo la chiusa è sommamente galante e bella.

Del Medesimo

I.

Belle rose porporine, [168]

Che tra spine

Sull’aurora non aprite,

Ma ministre de gli amori

Bei tesori

Di bei denti custodite;

II.

Dite rose prezïose,

Amorose,

Dite, ond’è, che s’io m’affiso

Nel bel guardo vivo ardente,

Voi repente

Disciogliete un bel sorriso?

III.

È ciò forse per aita

Di mia vita,

Che non regge alle vostr’ire?

O pur’è, perchè voi siete

Tutte liete,

Me mirando in sul morire?

IV.

Belle rose (o feritate,

O pietate

Del sì far la cagion sia)

Io vo’ dire in novi modi

Vostre lodi: Ma ridete tuttavia.

V.

Se bel rio, se bella auretta

Tra l’erbetta

Sul mattin mormorando erra;

Se di fiori un praticello

Si fa bello;

Noi diciam: ride la terra.

VI.

Quando avvien, che un zeffiretto

Per diletto

Bagni i piè nell’onde chiare,

Sicchè l’acqua sull’arena

Scherzi appena;

Noi diciam, che ride il mare.

VII.

Se giammai tra fior vermigli,

Se tra gigli

Veste l’alba un’aureo velo,

E su rote di zaffiro

Muove in giro,

Noi diciam, che ride il cielo.

VIII.

Ben’è ver, quando è giocondo,

Ride il Mondo;

Ride il Ciel, quand’è gioioso;

Ben’è ver: ma non san poi

Come voi

Fare un riso grazïoso.

Parla il poeta alla bocca della sua donna, che ridea. Se con occhio non frettoloso andrà chi legge contemplando a parte per parte questo componimento, e principalmente le quattro ultime strofe, si sentirà così dilettevolmente preso da tanti amenissimi oggetti vivacemente dipinti, che gli parrà di trovarsi in mezzo a i veri. Ammirerà egli oltre a ciò la facilità di dire, con tanta purità di frasi e rime, tante cose, e in versi tanto corti.

Del Medesimo

I.

Se ’l mio Sol vien, che dimori

Tra gli Amori,

Sol per lei soavi arcieri

E riponga un core anciso

Con bel riso

Sulla cima de’ piaceri;

II.

Tale appar, che chi la mira

La desira

Ad ognor sì gioiosetta,

E non sa viste sperare

Così care,

Benchè Amor gliele prometta.

III.

Ma se poi chiude le perle,

Che a vederle

Ne porgean tal meraviglia,

E del guardo i raggi ardenti

Tiene intenti,

Qual chi seco si consiglia;

IV.

Allor subito si vede,

Che le siede

Sul bel viso un bell’orgoglio:

Non orgoglio, ah chi poria

Lingua mia

Farti dir ciò, che dir voglio?

V.

S’avvien, ch’Euro dolcemente

D’Occidente

Spieghi piume peregrine,

E co’ piè vestigie imprima

Sulla cima

Delle piane onde marine;

VI.

Ben sonando il mare ondeggia,

E biancheggia,

Ma nel sen non sveglia l’ire.

Quel sonar non è disdegno;

Sol fa segno

Ch’ei può farsi riverire.

VII.

Tal diviene il dolce aspetto

Rigidetto,

E non dà pena, o tormento;

Quel rigor non è fierezza;

È bellezza,

Che minaccia l’ardimento.

VIII.

È l’asprezza mansueta,

E sì lieta

In sull’aria del bel viso,

Che ne mette ogni desio

In obblio

La letizia del bel riso.

Bellissime sono le tre prime stanze; ma sopra tutte bella sì è la quarta per la tenera correzione, che si fa quivi, e poscia per la franchezza, con cui passa il poeta nella quinta a spiegarsi per mezzo d’una vivissima similitudine. E appunto questa maestrevole franchezza è uno de’ più rari, ma meno osservati pregi di questo autore, il quale con tratti di pennello risoluto e pronto crea e dispone tutte le cose con dilicata bizzarria, essendo un’ordine e legamento artifiziosissimo quello, che talvolta sembra un disordine a i poco intendenti.

Dell’avvocato Giovambatista Zappi

Presso è il dì, che, cangiato il destin rio,

Quel volto io rivedrò di neve e fiori;

Rivedrò que’ begli occhi, e in que’ splendori

L’alma mia, che di là mai non partio.

Giunger già parmi, e dirle: amata Clori.

Odo il risponder dolce: o Tirsi mio.

Rileggendoci in fronte i nostri amori,

Che bel pianto faremo e Clori, ed io!

Ella dirà: dov’è quel gruppo adorno

De’ miei crin, ch’al partire io ti donai?

Ed io: miralo, o bella, al braccio intorno.

Io dirò le mie pene, ella i suoi guai.

Vieni ad udirci, Amor, vieni in quel giorno:

Qualche nuovo sospiro imparerai.

Va riposto fra gli ottimi; anzi fra gli ottimi ha pochi pari. Mira, che tenerezza e dolcezza appare in tutto, e spezialmente nel secondo quadernario, e quanto sieno a un tempo stesso naturali, e facili, e facilmente espressi questi sì affettuosi pensieri. Chi più s’intende di poesia, sa che nulla v’ha di più difficile, che il comporre con tanta facilità e naturalezza di sensi e di frasi. Ma i due ultimi versi più d’ogni altra cosa mi rapiscono. Quel rivolgere inaspettatamente il ragionamento ad Amore, quel replicar sì soavemente la parola vieni, e immaginare così dolce il rivedersi e parlarsi di questi due amanti, che Amore possa impararne de i sospiri, e delle tenerezze nuove, non può non appellarsi un pezzo incomparabile di lavoro poetico.

Del Sen. Vincenzo Da Filicaia

Italia, Italia, o tu, cui diè la sorte

Dono infelice di bellezza, ond’hai

Funesta dote d’infiniti guai,

Che in fronte scritti per gran doglia porte;

Deh fossi tu men bella, o almen più forte,

Onde assai più ti paventasse, o assai

T’amasse men, chi del tuo bello a i rai [169]

Par che si strugga, e pur ti sfida a morte.

Ch’or già dall’Alpi io non vedrei torrenti

Scender d’armati, e del tuo sangue tinta

Bever l’onda del Po gallici armenti.

Nè te vedrei del non tuo ferro cinta

Pugnar col braccio di straniere genti,

Per servir sempre o vincitrice, o vinta.

Fu composto questo sonetto per le guerre passate, ed è senza fallo uno di quelli, che son perfetti ed ottimi, e che sopra moltissimi altri a me piacciono. Bisogna ben, che abbia uno sventurato o rozzissimo ingegno, chi non sente la nobiltà maestosa di questi pensieri. L’intrecciatura generale di tutta la composizione, e la particolare de’ sensi del secondo quadernario, sono di raro artifizio. Ma il tutto è vinto in bellezza dall’ultimo ternario, siccome quello, che contiene un Vero nobilissimo, e sposto mirabilmente in forma ingegnosa. Tanto piacque anche in Francia un sì bel componimento, che l’Abate Regnier, dottissimo scrittore, e non men famoso nella franzese, che nell’italica lingua, volle farne una traduzione latina, corrispondente in bellezza allo stesso originale. – Chi del tuo bello a i rai ec. Non saprei rendere ragione, perchè non finisca di piacermi questa forma di dire. Forse la truovo io più convenevole ad argomento amoroso, che a questo eroico. Forse ancora dice più di quello, che dir si dovrebbe. Ma è probabile, ch’altri di gusto più fino del mio giudichino diversamente; poichè in fine il Poeta vuol qui esprimere l’amore sviscerato, che portano alcuni a questa Donna Reale per farsene possessori; e certo con questa maniera di dire l’esprime.

IL FINE

AGGIUNTA AL LIBRO QUARTO

L’AUTORE

Dopo avere finita la stampa di questa mia Opera, mi capitò alle mani una picciola raccolta di Sonetti dell’ avvoc. Giovan-Batista Zappi E perchè alcuni d’essi, già pubblicati in questa Opera, quivi si leggevano e più corretti e più limati: io che so quanta stima facciano i letterati d’ogni componimento di quel valentuomo, ho ben creduto di far loro piacere col ristampare i medesimi Sonetti. Anzi non contento di ciò, ne aggiungo alcuni altri dell’ autore medesimo, lavorati anch’essi con singolare maestria poetica. Lascerò a’ miei lettori il gusto di considerarne per se stessi ogni grazia, e di pesarne partitamente il merito; poichè siccome a tali componimenti io conosco superflue le mie lodi, così ne confesso ben anche difficile la censura.

Per un Oratorio del Emin. Ottoboni intitolato,

 la Giuditta.

Alla pag. 125.

Alfin col teschio d’atro sangue intriso

Tornò la gran Giuditta; e ognun dicea:

Viva l’Eroe. Nulla di donna avea,

Fuorchè ’l tessuto inganno e ’l vago viso.

Corser le verginelle al lieto avviso;

Chi ’l pie, chi ’l manto di baciar godea:

La destra no, ch’ ognun di lei temea

Per la memoria di quel mostro ucciso.

Cento Profeti alla gran Donna intorno

Andrà, dicean, chiara di te memoria,

Finchè ’l Sol porti e ovunque porti il giorno.

Forte ella fu nell’immortai vittoria,

Ma fu più forte allor che fe’ ritorno:

Stavasi tutta umile in tanta gloria.

Alla pag. 192.

Quel dì che al soglio il gran Clemente ascese,

La Fama era sul Tebro, e alzossi a volo,

E disse, che l’udì questo e quel Polo:

Adesso è il tempo delle grandi imprese.

E disse al Ciel d’Italia: Or più l’offese

Non temerai dell’ inimico stuolo.

Giunse al Tamigi, e disse: In sì bel suolo

Torni la Fè sul trono, onde discese.

Indi al Cielo de’ Traci il cammin torse,

Dicendo: Or renderete, empi guerrieri,

La sacra Tomba; io già non parlo in forse

Stanca tornò del Tebro ai lidi alteri;

Ma si arrossì, Santo Pastor, che scorse

Grandi più de’ suoi detti i tuoi pensieri.

Per la venuta a Roma della Regina Vedova di Polonia..

Alla pag. 316.

Poichè dell’empio Trace alle rapine

Tolse il Sarmata Eròe l’Austria e l’Impero;

E più sicuro e più temuto alfine

Rese a Cesare il soglio, il soglio a Piero;

Vieni d’alloro a coronarti il crine,

Diceva il Tebro all’immortai guerriero:

Aspettan le famose onde Latine

L’ultimo onor da un tuo trionfo intero

No, disse il Ciel; tu c’hai sconfitto e doma

L’Asia, o gran Re, ne’ maggior fasti sui,

Vieni a cinger di stelle in Ciel la chioma.

L’ Eroe, che non potea partirsi in dui,

Prese la via del Cielo, e alla gran Roma

Mandò la sposa a trionfar per lui.

Alla pag. 216

Ardo per Filli. Ella non sa, non ode

I miei sospiri; io pur l’amo costante;

Che in lei pietà non curo; amo le sante

Luci, e non cerco amor, ma gloria e lode.

E l’ amo ancor che ’l suo destin l’ annode

Con sacro laccio a più felice amante:

Che ’l men di sua bellezza è il bel sembiante,

Et io non amo in lei quel ch’ altri gode.

E l’ amerò, quando l’età men verde

Fia che al seno et al volto i fior le toglia:

Ch’ amo quel bello in lèi che mai non perde.

E l’ amerò, quand’ anche orrido avello

Chiuderà in sen l’informe arida spoglia:

Che allor quel ch’amo in lei, sarà più bello.

Alla pag. 208:

Presso è il dì che, cangiato il destin rio,

Rivedrò ’l viso che fa invidia a i fiori,

Rivedrò quei begli occhi, e in quei splendori

L’ alma mia, che di là mai non partio.

Giunger già parmi, e dirle: O fida Clori

Odo il risponder dolce: O Tirsi mio.

Rileggendoci in fronte i nostri amori,

Che bel pianto faremo e Clori ed io!

Ella dirà: Dov’è quel gruppo adorno

De’ miei crin ch al partire io ti donai?

Ed io: Miralo, o bella, al braccio intorno.

Diremo, io le mie pene, ella i suoi guai.

Vieni ad udirci, Amor, vieni in quel giorno:

Qualche nuovo sospiro imparerai.

Raffaello d’Urbino dipinto da lui medesimo, nel Palazzo Vaticano.

Questi è il gran Raffaello. Ecco l’idea

Del nobil genio e del bel volto, in cui,

Tanto Natura de suoi don ponea,

Quanto egli, tolse a lei de’ pregi sui.

Un giorno ei qui, che preso a sdegno avea

Sempre far sulle tele eterno altrui,

Pinse sè stesso; e pinger non potea

Prodigio che maggior fosse di lui.

Quando poi Morte il doppio volto e vago

Vide; sospeso il negro arco fatale,

Qual, disse, è il finto e il vero? e quali impiago?

Impiaga questo inutil manto e frale,

L’Alma rispose, e non toccar l’Immago;

Ciascuna di noi due nacque immortale.

Cercandosi nella Ragunanza degli Arcadi di qual fronda o di qual fiore

 dovesse farsi corona ad Alnano Sommo Pastore.

Per far serti ad Alnano, io veggio ir pronte

L’ Arcadi squadre in queste parti e in quelle,

E chi di gigli il prato; e chi di belle

Viole spoglia il margine del fonte.

Come nascono i fiori in piaggia, o in monte,

Se nascesser così nel suol le stelle,

Anch’ io farei ghirlanda, e sol con elle

Cinger vorrei la gloriosa frnte

Ma poichè aprii fiori e non stelle apporta,

Nè basta o lauro, o palma a i sommi eroi,

Non che il bel giglio, o la viola smorta,

Le tue virtuti, Alnano, i pregi tuoi

A te farari ghirlanda: il Sol non porta

Altra corona, che de’ raggi suoi.

- -

Due Ninfe, emule al volto e alla favella,

Muovon del pari il piè, muovono il canto;

Vaghe così, che l’ una all’ altra a canto

Rosa con rosa par, stella con stella.

Non sai se quella a questa, o questa a quella

Toglia o non toglia di beltade il vanto;

E puoi ben dir: Null’altra è bella tanto:

Ma non puoi dir di lor: Questa è più bella.

Se innanzi al Pastorello in Ida assiso

Simil coppia giungea, Vener non fora

La vincitrice al paragon del viso.

Ma qual di queste avrebbe vinto allora?

Nol so: Paride il pomo avria diviso,

O la gran lite penderebbe ancora.

- -

In quella età ch’io misurar solea

Me col mio capro, e ’l capro era maggiore;

Io amava Clori, che insin da quell’ore

Maraviglia, e non Donna, a me parea.

Un dì le dissi: Io t’amo; e ’l disse il core;

Poichè tanto la lingua non sapea;

Ed ella un bacio diemmi, e mi dicea:

Pargoletto, ah non sai che cosa è Amore.

Ella d’altri s’accese, altri di Lei;

Io poi giunsi all’età ch’uom s’innamora;

L’ età de gl’infelici affanni miei:

Clori or mi sprezza, io l’ amo insin d’allora.

Non si ricorda del mio amor Costei;

Io mi ricordo di quel bacio ancora.

- -

Dalla più pura e più leggiadra stella,

Ch’empiea tutti di luce i regni sui,

Ne scelse Iddio là più bell’alma, e quella

Mandò quaggiuso ad abitar tra nui.

Ma poi crebbe sì vaga e tanto bella,

Ch’ ei disse: Ah non è più degna di vui;

E la tolse a’ profani, e in sacra cella

Per sè la chiuse; e cosa era da Lui.

Vago il mirarla; or che fra velo e velo

Tramanda un lume da’ begli occhi fuore,

Come di Sol, tra nube e nube, in cielo.

Fora cieco ogni sguardo , arso ogni core

Al raggio, al lampo, alle faville, al telo,

Se in parte non coprìa tanto splendore.

IL MOSÈ

Colosso di marmo, famosissima scultura di Michel Angelo nel tempio di S. Pietro in Vincoli.

Cui è costui che in dura pietra scolto

Siede gigante, e le più illustri e conte

Copie dell’ arte avanza, e ha vive e pronte

Le labbia sì, che le parole ascolto?

Questi è Mosè: ben mel diceva il folto

Onor del mento, e ’l doppio raggio in fronte;

Questi è Mosè, quando scendea dal monte,

E gran parte del Nume avea nel volto.

Tal era allor, quando con piè non lasso

Scorse i lunghi deserti; e tal nell’ora

Che aperse i mari, e poi ne chiuse il passo.

Qual oggi assiso in maestà si onora,

Tal era il Duce; e quale è il duro sasso,

Tal era il cor di Faraone allora.

Pel modestissimo sepolcro che Innocenzo xii vivente

pose a sè stesso dirimpetto al sontuosa monumento della Contessa Matilde in Vaticano.

Quando Matilde al suo sepolcro a canto

La mesta d’Innocenzo urna scoprio:

Ahimè il buon Padre ( e interrompea col pianto

Gli accenti) ahimè, dicea, ch’egli morio;

Or chi l’impero, e chi la gloria e il vanto

Sì ben custodirà del dono mio?

E in qual parte del cielo eccelsa tanto

N’andò, che ia eie! nè meno or lo veggio?

Così dicea la Real Donna, e il duolo

Crescea, mirando l’urna umile, incolta,

Benchè superba del gran nome sola

Non lungi era la Fama, e disse: Ascolta,

Non ti lagnar; vive Innocenzo, e solo

La pompa di sa stesso ha qui sepolta.

Note

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[1] Il Tassoni non si può gran fatto commendare nelle sue osservazioni sopra il Petrarca; perchè se si fusse contenuto nella pura e seriosa critica, avrebbe fatto molto bene; ma il pigliar di mira il Petrarca per iscreditarlo e metterlo in ridicolo, a me non pare, a dire il mio parere colla solita mia sincerità, che ciò meriti l’approvazione de’ letterati. Che il Tassoni fusse un ingegno straordinario e fornito di giudizio, non si può negare, e le sue molte opere lo attestano. Le osservazioni sopra il Vocabolario della Crusca, le quali, come uno degli Accademici, era tenuto a fare, mostrano quel ch’ei valesse nella critica; e sono da valersene. Ma non per questo, per tutto egli accerta. Nella prima carta di esse ragionando sopra una particella del Boccaccio, cioè sopra un si, se ci vada l’accento, o no; dice che non ci va, perchè tutti i libri stampati e scritti a penna non l’hanno; ma i libri scritti a penna non hanno accenti; non si può dunque dalla mancanza d’un accento argumentare da quelli ch’ e’ non vi vadia. Ma alla voce contento, sostantivo, cita la Teseide stampata del Boccaccio in una ottava, ove una rima non s’ accorda coll’altre due; e compatisce il Boccaccio; come che gli autori ancora di grido sien soggetti, come gli altri uomini, ad errori. Ma se avesse veduto i manoscritti della Teseide (poichè le stampe sono da’ ritoccatori tutte guaste) avrebbe veduto tutte le sue rime dell’ottava conformi. Alla voce errare, piglia questo verbo attivamente, e dice che gli Accademici non l’osservarono, citando Virgilio manoscritto, ove è detto l’errare l’ampie pianure del mare; e pure una presso che minima riflessione bastava a vedere che questo passo rispondeva a quello vastam, maris aequor arandum; e che errare dovea conciarsi in arare. Pure, come ho detto, questo libro ha la sua utilità; ma quello sopra il Petrarca fa più tosto danno che pro, conciossiachè toglie l’amore e la stima a uno che è già stato giudicato dal mondo, e non senza ragione, uno de’ primi autori di lingua nostra, e ’l maggior Lirico dell’Italia; onde il Tassoni si può chiamare il Petrarchomastix, del Petrarca il flagello. Non troppo bella accoglienza fu fatta negli antichi tempi ai censori d’Omero; e di quei di Virgilio non si sa nè anche il nome e non perchè sieno incriticabili, nè perchè anche non sia permesso ai loro comentatori dire liberamente il lor parere; ma il fanno con modo e con rispetto. Nell’Accademia della Crusca si criticano e si difendono componimenti poetici d’Accademici, taciuto il nome, per dar maggior libertà alla critica, la quale in questi si può più praticare innocentemente senza attaccare quei che son le colonne della favella; che se queste crollano e van giù, l’edifizio che sopra da giudiziosi autori vi fu fatto, rovina. Se la regola è torta, come si potrà far nulla di buono? Del resto ogni secolo può entrare in bizzarria dell’essere il migliore ; e poca reverenza s’avrà all’antichità; il che è parte, secondo Quintiliano, di buon costume.

[2] Il sonetto del Coppetta, Mentre qual servo afflitto e fuggitivo, piace tutto, fuorchè l’ultimo verso. Perchè ciò? Perchè, ogni cosa sono immagini, e tutto è fantasioso. L’ultimo verso, perchè è naturale e non ha immagine, è deriso, Nel medesimo modo, in un sonetto del Petrarca che dice verso la fine; E tristi auguri e sogni e pensier negri M’hanno assalito: queste immagini rapiscono l’autore della Perfetta Poesia; ma quello che segue e finisce il sonetto, dicendo: e piaccia a Dio che ’n vano; dice egli che ’l fa partire pieno di sonno. E pure è un sentimento affettuoso, grave, natio, simile a quello di Tibullo: ne sint insomnia vera. Non è sempre bene che l’orazione cresca e rinforzi; anzi che le bizzarre immagini finiscano in un verso, manco poetico e più umano, pare che sia secondo natura, che appresso il moto tende alla quiete.

[3] In questo sonetto del P. Pastorini, vivacissimo e fioritissimo ingegno, il maggior Tosco, s’intende quello imitato dal Maggi, cioè il maggior Lirico Tosco; non il maggior Epico, che è Dante. Tra questi due grand’uomini non ci ha da essere lite.

[4] È giusto il giudicio sopra il sonetto del marchese Orsi con bella unione ingegnosamente condotto. Il pensiero è antico, ma nuovo qui nel maneggiarlo, e non tanto immaginario; perchè le creature sono scala al Fattor chi ben l’estima, e come immagini del Creatore son fatte per salire occasionalmente, quando che sia, alla contemplazione del prototipo, o, per dir meglio, del Creatore; non che le ragionevoli creature, ma eziandio le irragionevoli ancora che tutte narrano la gloria sua; e le cose invisibili di Dio per quelle cose che fatte sono, si rimirano. Benissimo l’autore del sonetto non ha voluto mutare la frase del Petrarca che disse di queste terrene sembianze: Che son scala al Fattor, chi ben le stima. Ed egli: Fu sua pietà che di sue luci sante Nel puro raggio a me la scala offrio. Ora, siccome chi sale il primo scalino d’una scala, non si ferma in quello, ma passa al secondo, dal secondo al terzo, finchè arrivi al sommo, e questo è il verace uso della scala; così Platone vuole che la prima bellezza, in cui uno s’ avviene, non fermi, nè fissi l’uomo in maniera che non si progredisca avante; ma presa occasione da quella particolare, l’uomo vadia all’universale bellezza de’ corpi, poi passi a quella delle anime, delle virtù e simili, universalizzando e spiritualizzando, avvezzandosi con forte animo ad astrarsi dagl’individui e da particolari oggetti per salire alle idee e agli universali ; finchè si giunga a quel Bello eh’ è sopra ogni bello. Che quando uno v’ è giunto, non ama e non apprezza più quello che tanto amava prima ed apprezzava; e solo quello gli piace, il sommo Bello che trapassa tutte l’altre bellezze, e sormontale, e col suo lume immortale le soverchia e le cuopre; talchè come allo sfolgorar del sole le stelle spariscono, cosi le terrene e caduche bellezze, all’apparire di quella sovracceleste ed eterna, dispaiono. Questo è il sentimento Platonico non tanto osservato, seguito poi dall’acutissimo Plotino, che per tutto ne’ suoi libri prescrive: che si lascino le immagini, si trapassino i sensi, e fino si salga sopra i discorsi e ragionamenti tutti dell’anima; e fatta ella tutta intelletto, si faccia tutt’uno, con quell’uno che è eminentemente e fontanalmente tutte le cose, talchè il veggente dal veduto non si distingua. Dice nella fine, che siccome chi tende a vedere un principe e parlargli, non si ferma nel suo palazzo a vedere le pitture e le statue, ma passa via e quelle lascia, per giugnere all’audienza; così l’anima non dee fermarsi in queste cose, se non per passaggio, per arrivare più velocemente che si possa (per servirmi delle parole di Plotino) a quello spettacolo intimo. Questi sono i misteri della Platonica amatoria filosofia, e non che uno s’ abbia a fissare in amando tutto il tempo di sua vita una creatura , senza mal cercare di levarsi a migliore e più sublime, e più conveniente e più bello senza comparazione, e più amabile oggetto. Scala non è dunque questa del tutto immaginata, ma presa pel suo verso e non abusata, viene ad essere assai vicina a’ buoni e non adulterati e falsi mistici; e alla dottrina de’ nostri contemplativi, che fino dalle cose irrazionali prendono continuo motivo ed occasione beata di portarsi in Dio, e dalla moltitudine delle cose di qua giù ridursi all’uno di lassù anagogicamente. Come che la santità di nostra religione abbonisce da quello sfacciato amore disonesto e carnale, quale professavano i poeti idolatri e gentili; trovarono modo i nostri poeti di velare, se non altro, la loro passione, e coonestarla almeno con queste specie Platoniche, quantunque, per avventura immaginarie, almanco bene immaginate. Il nostro Petrarca uomo da bene, piissimo e religiosissimo, come appare da tutti i suoi scritti latini, e massimamente a chi da quegli raccoglierà la sua vita, ebbe scrupolo in questo suo amore; e perciò per isgravio di sua coscienza, e per ammaestramento de’ posteri, compose in latino un libro intitolato il Segreto; nel quale egli si confessa a S. Agostino, Platonico d’affezione, come erano i primi antichi Padri, e spiegagli e gli apre tutti i più segreti nascondigli del suo cuore in proposito del suo amore e come egli si lusingava e adulavasi nella sua passione, S. Agostino gli porge il disinganno, e gli applica co’ suoi insegnamenti una cristiana e salutevole medicina. Si può far più da un buon uomo e Cristiano? Pure tante quistioni ci sono e vi saranno sopra questo suo amore, senza conclusione e con tedio e sfinimento di chi legge. Eh, andate al libro del Segreto, e chiariretevi. Ma questo libro è segreto ed arcano da vero, perciocchè gli uomini hanno un fare, che quando uno autore ha preso grido in un’opera, non leggono le altre; e pur ciò sarebbe necessario per più informarsi del genio e delle qualità dell’autore. Così si legge il Decamerone; la poesia del Boccaccio, a cui si dee la terza laurea, nè pure d’una occhiata si degna, e marcisce nella polvere: e nello stesso modo il Canzoniere del Petrarca è letto, ma le opere latine, tanto piene di spirito e di moralità e di stile in que’ tempi rarissimo, è come se al mondo non fossero: e tra queste è il sopradetto libro del Segreto che purga e giustifica l’anima di sì grand’uomo, e toglie via ogni importuna disputazione che sopra il suo amore si faccia.

[5] Angelo di Costanzo io l’ho sentito sommamente e universalmente lodare, eziandio da noi altri Toscani. E perché non si dee fare, seguendo la buona maniera di poetare, essendo chiaro, nobile, giudicioso?

[6] E alla perfezione loro non truovo che manchi se non un oggetto più degno che non è la femmina bellezza: Anzi essere l’oggetto delle sue canzoni dette le sorelle, la femminil bellezza, è appunto la sua perfezione. Poichè la fantasia è mossa più da queste cose sensibili e piacenti, che dalle invisibili ed astratte, le quali in sè stesse sono le vere e le perfette esserne, laddove queste nostre sono ombre e svanite orme di quelle. Anzi l’amore stesso divino, di cui niuna cosa è più perfetta, bisogna che accatti nella poesia le immagini da questi nostri bassi amori terreni; poichè uomini siamo, e abbiamo l’immaginazione ripiena di queste cose umane e mortali, dalle quali ci solleviamo alle divine e immortali. E più toccano queste che quelle l’ordinaria fantasia e la comune immaginazione degli uomini, e nella fantasia regna la poesia, facoltà imitatrice. Un teologo vide una volta il famoso ditirambo del Redi, e disse che quello ingegno sarebbe stato meglio impiegato se si fosse volto a mettere in versi cose più alte e teologiche. Tutto bene: ma non sarebbero state cose così adatte alla poesia; che benchè sia (come dottamente dice l’autore di questa opera della Perfetta Poesia italiana) porzione della politica, e si debba indirizzare a giovare, tuttavia la sua maniera e ’l suo modo è di dilettare; e le materie ai sensi e alla fantasia dilettose ed amene volentieri ella abbraccia, e volentieri in queste è udita.

[7] Perchè la vita è breve: l’oscurità certamente si dee fuggire, e non si può difendere, nè salvare, quando questo difetto in qualsisia ancora grande autore si mostri. Ma talora l’oscurità è ingegnosa, per fare dal fumo apparire luce e dalle tenebre chiarore: o pure involge le cose e l’offusca per farle parere più mirabili. E ne’ principii sembra che uno sia portato dall’estro, quando non così subito s’ arriva il sentimento: e all’uso di Pindaro, un poco d’intralciamento, massime ne’ principii delle canzoni, non faccia male: perchè sono come tanti ricercari prima di venire alla sinfonia e sonata: ἀνεβὰλλτο ϰαλὸν ἀεί δειν differiva il bel cantare, disse Omero; cioè principiava il musico a ricercare le corde e a passeggiarle, avanti di venire a cantare.

[8] Vostro gentile sdegno Forse ch’allor mia indegnitade offende: cioè il mio non esser degno di cantare sì alte e sì divine cose. S’abbassa il poeta e s’umilia, naturalmente e fuor di figura, e a guisa d’innamorato.

[9] Però forse è remota Dal vigor natura che v’apre e gira:: cioè la divina bellezza di ch’io ragiono; dal vigor naturale, cioè dalla vostra potenza visiva. Voi, occhi, non vi potete vedere, perchè se voi vi Vedeste, v’innamorereste oltre misura di voi medesimi. Tutto è piano a chi per poco vi fa riflessione.

[10] È pianissimo ancora il sentimento, che l’angoscia e noia che fuggono all’apparire di madonna Laura, nel suo partire, tornino insieme; ma che la memoria innamorata chiude loro la porta in faccia, perchè non entrino. Le parti estreme sono le celle diretane del capo, ove abita la memoria.

[11] La stessa morbidezza di cuore che fa inclinare allo amore, come osservò Bacone da Verulamio, fa inclinare ancora alla pietà; e non è meraviglia che in un cuore pio per altro e divoto come quello del Petrarca, trall’amoroso furore provasse talora qualche lucido intervallo di devozione; e dalla bellezza della creatura passasse a considerare la bellezza del Creatore, e il lume di quegli occhi gli servisse di traccia per accendergli e avviargli, se fusse possibile, un più bel fuoco. Gli occhi di bella e pudica femmina possono bene raffrenare la voglia d’ ardito amante, e inspirargli sentimenti di virtù e d’ onore. Non l’ho per cosa tanto impossibile, nè tanto fuor di natura.

[12] Onde dì e notte si rinversa il gran disio per isfogare il petto: Si rinversa, ed è lo stesso che si roverscia, cioè piove dirottamente. Noi, una dirotta pioggia, diciamo un rovescio d’acqua. Nella mia traduzione della favola d’Ero e Leandro, attribuita a Museo:

 Molti in gola scorrean rovesci d’acqua,

E il vasto sale con mal pro bevea.

Rovesci d’acqua, χὺσεις ὐδάτων. Così la postema del dolore (per usare la similitudine d’Achille Tazio) rotta si rovesciava in pianto.

[13] Poichè per mio destino: In questa terza canzone sopra gli occhi non mi par mica così stanco il poeta; anzi da questo principio, in cui si vede, come alla pindarica, saltare d’una cosa in un’altra, sembra bene che senta l’amore, e sia preso da furore poetico che accompagna l’amatorio; e da quello prende lena e vigore.

[14] Non mia, ma di pietà la faccia amica: Non può cadere in alcuno il sospetto che pietà alluda al nome di Petrarca. E poi pietra, come cosa dura, è opposto a pietà ch’è cosa tenera. Quei poeti e compositori che sono arrivati a superare l’invidia, non amano scherzi, nè equivoci puerili, nè altre moderne arguzie: ma son giunti a quel primo posto, e vi si mantengono per quel gran segreto di unire la virtù della semplicità alla maestà, e la schiettezza alla grandezza.

[15] Dico: se in quella etate ec: Non è mala riflessione quella che condanna il periodo troppo lungo, alla fine del quale uno giunga poco meno che sfiatato: e secondo l’insegnamento di Demetrio e della natura stessa, il periodo dee essere respirabile. Ma dall’altra parte una tale tollerabile lunghezza forma la magnificenza, e fa quello effetto che nelle reali vestimenta lo strascico. Qui però mi pare che, se bene il periodo sta in sospeso, si fermi, ed abbia una certa, se non totale, almanco parziale e convenevol posa in quelle parole che hanno data occasione al motto dell’Accademia della Crusca. Il più bel fior ne colse; e mi pare che il periodo fatto dal sentimento sia bene spazieggiato. In questo negozio di fare più lungo o breve il periodo, non s’ ha da imitare il Petrarca, ma la natura.

[16] E quel poco ch’io sono, Mi fa di loro una perpetua norma: Orazio: quod spiro et placeo, si placeo, tuum est. Mi fa; cioè mi costituisce, mi fa essere una perpetua norma, cioè una legge, una maniera d’ essere governata da quegli occhi; una norma non regolante, ma regolata, come la regola o squadra Lesbia, di cui Aristotele nel quinto della Morale, che s’accomodava alle cose, e non era fissa, ma mobile. Questa è la mia esposizione, senza vedere alcuno espositore.

[17] Tutti gli altri diletti: Si taccia questo passo di tautologia, con dire. Ha detto di sopra lo stesso con altre parole: se con altre parole, verrà a parer altro, come una carne dello stesso animale cucinata in varie guise e con diversi addobbi.

[18] E ’l batter gli occhi miei non fosse spesso: Cioè io la guardassi fisamente, e come noi volgarmente, per bella espressione, dichiamo: senza batter occhio; alla qual nostra maniera di dire, animata, risponde perfettamente il greco avverbio: ᾶσϰαρδαμυντὶ.

[19] E vivo del desir, ec. se vuol dire: questo desiderio mi mantiene in vita, benchè io non isperi di mai fornirlo, egli vivea ben di poco: Poveri innamorati, come son sottoposti a essere scherniti. Il Petrarca pentito il disse: Ma ben veggi’ or , sì come al popol tutto Favola fui gran tempo: Orazio: Fabula quanta fui! Ma si vede che egli sarà favola ancora per l’avvenire. Il verso, E vivo del desir fuor di speranza, ha il sentimento pianissimo: cioè passò la vita, pascendomi d’un desiderio ch’è vano e vòto di speranza. Il dire, fuori di speranza del desire, è uno sponimento non naturale; non lo vuole il poeta, non lo soffre la lingua.

[20] Nella stanza vi della 3 canzone degli Occhi che comincia: Lasso che desiando, non so rinvenirvi oscurità veruna: bensì una certa circumduzione di parole ingegnosa e forte, ma nello stesso tempo chiara e sublime, e rappresentante la forza della fantasia per amore esaltata. Non vi ha bisogno di cemento, nè di espositori, i quali talora intorbidano l’acqua chiara, e fanno che quello che alla semplice lettura s’intendeva, caricato e affogato dai loro cementi, non s’intende più.

[21] So che è comune opinione che i comentatori facciano spesso dire agli autori cose che gli stessi non aveano mai pensate: ma ciò si dee intendere sanamente, e, come noi in bassa e volgar maniera diciamo, cum grano salis: poichè siccome il nostro senatore Pier Vettori quel verso di Dante maraviglioso I’ non morì e non rimasi vivo, espose con uno simile di tragico poeta greco, al quale certamente Dante non avea mai potuto alludere; così io qui potrei illustrare il natural sentimento dello accidente solito tra gli altri sintomi avvenire ai malati del gravissimo mal d’amore, cioè dello annodarsi la lingua, espresso così bene dal Petrarca, con addurre quello della poetessa Saffo nella famosa canzone conservataci da Longino: Αλλὰ γλώσσα μὲν δέδεται: cioè, ma la lingua è legata; che Catullo tradusse: Lingua sed torpet: e il nostro poeta lo descrive graziosamente, come un nodo che Amore circondi alla sua lingua.

[22] Non è cerimonia, o riverenza quella che fa lodare universalmente il Petrarca, ma la sua inimitabile naturalezza, e una viva pittura e vera dell’amorosa passione, non ritrovabile per avventura gran fatto in altri, che vogliono ornarla, o più tosto caricarla con artificii e con belletti.

[23] Il Petrarca non so che parli da Sfinge, se non in quella canzone fatta a posta per non essere inteso: Mai più non vo’ cantar com’io soleva.

[24] Or ch’è ben stolto, io dico Colui che per viltà ritorte rifiuta: Tutto ciò che si fa male, o non si fa bene, è stoltizia. Tutti gli errori sono stoltizie: Gli Stoici, come erano usciti dalla idea di quel loro sapiente, tutti gli altri chiamavano άϕρονας: senza cervello. È frequentissimo Vuso di dare di stolto, appresso i poeti. Esiodo Nηπιοι οὺδ᾿ ἰσασιν ὃπςο πλεον ῆμιον παντος. Stolti non san ch’è metà più del tutto. Presso Omero frequentissimamente altresì, e Virgilio di Salmoneo lib. 6. Demens, qui nimbos et non imitabile fulmen, Aere et cornipedum cursu simularat equorum. Sicchè questo Demens e quello νήπιος, e questo Stolto sono acclamazioni di vituperio che si fanno a quelli che vituperevolmente adoperano: riducendosi le virtù a sapere, come voleva Socrate, i vizi; e le male opere si riducono a stoltezza. Il dire che è vile quegli che per timor morte rifiuta, non è tanto bello adunque, quanto il dire che è stolto.

[25] Il portare poi una cosa per via di gnome e sentenza ha sempre più peso; e posta in fine è una gravissima chiusa. Il Serafino imita il Petrarca che disse, a modo di sentenza:

Che bel fin fa chi ben amando more.

[26] Il primo albor non appariva ancora ec: Novella leggiadria e un nuovo lustro a un antico pensiero diede col suo mirabile ed ingegnoso sonetto il signor Manfredi, non meno dotto nelle scienze più nobili, che grazioso e giudicioso nella più scelta poesia, nel qui allegato sonetto. Il pensiero primo fu di Quinto Catulo citato da Cicerone, il cui epigramma fu questo.

Constiteram exorientem Auroram forte salutans,

Quum subito a laeva Roscius exoritur.

Pace mihi liceat, coelestes, dicere vestra;

Mortalis visus pulchrior esse Deo.

A gara imitarono questo pensiero il Petrarca, il Ronsardo, il Marino nelle Rime marittime, sonetto secondo, il Caro nel sonetto primo ed altri, ed ultimamente vestendolo tutto di nuovo leggiadramente il signor Manfredi.

[27] Il Tasso in tutte le cose, ma in particolare nelle canzoni, che sono il più alto genere di poesia, è incomparabile. Testimonio quella che comincia: Mentre che a venerar muovon le genti. Un’altra fatta a uno della real casa di Toscana, ove dice: Quinci Lorenzo e quinci Cosmo suone Alle tenere orecchie. Un’altra, nella quale fa uno scapponeo, come noi Fiorentini diciamo, alla Luna che volea scoprire il notturno amante. E quante mai sono? tutte nobili e degne di un tanto autore. Questa commendatissima dall’autore, io voglio con pace di esso alquanto considerare, e notarci,  se possibil è, qualche neo, il quale serva non ad oscurare, ma a fare risaltare più la sua bellezza. — O bel Colle, onde lite Tra la natura e l’arte Anzi giudice Amore incerta pende. Questo pensiero, che la natura litighi coll’arte, e che adhuc sub judice sit lis, pare un poco ricercato e sforzato; e non si sa anche sopra che verta il piato, se sopra il possesso di esso Colle, o sopra la bellezza e altre qualitadi sue. — Anzi giudice amore incerta pende. Questa frase, per voler dire, avanti ad Amore giudice, non pare così liscia, ponendosi anzi per dinanzi. — Qual giovinetta donna ec. Quello aver detto di sopra che il Colle dimostri, cioè mostri le spalle al sole, pare che lo figuri come robusto gigante. Così Virgilio nel primo dell’Eneide chiama certi banchi di mare, dorsum immane mari. Del Danubio ghiacciato Plinio nel Panegirico: Ingenita dorso bella transportat: Dopo queste spalle del Colle, viene appresso il bel seno che ha del carattere leggiadro, e la frondosa fronte che ha del carattere forte, e ha un non so che del torvo, qual si conviene a una selvosa montagna. Di poi comparisce la similitudine di giovinetta donna Che s’ infiori allo specchio or velo, or gonna. Se avesse detto sopra: Vaga montagna, la similitudine della giovinetta quadrerebbe più, accordandosi nel genere. Così molto più è bello il passo d’Omero γλαυϰή δες᾿ ἔτιϰτε ϑαλασσα: te partorì il ceruleo mare; che quello di Catullo imitato da lui nello Epitalamio di Peleo e di Tetide — Quod mare conceptum spumantibus expuit undis, conciossiachè nel greco è femminino il mare, come il franzese la mer: e così più le conviene il partorire — Come predando i fiori Sen van l’api ingegnose. Predare è alquanto caricato: quantunque alla moltitudine dell’api si dia nome di nazione o di popolo da Omero, e da Virgilio di esercito; e quantunque questi dicesse: convectant praedam delle formiche nel iv dell’Eneida, non si sarebbe arrischiato per avventura a dire: praedantur; poichè le metafore hanno i suoi confini. Si può dire: prata rident; ma non già pratorum risus, come vuole il Tesauro nel Cannocchiale. Spinosas Erycina serens in pectore curas, è detto elegantemente; ma lo Spinaio de’ pensieri, come disse un moderno autore, è maniera sgarbata. Virgilio delle Api — pdscuntur et arbuta passim. Lo stesso disse: aliae purissima mella stipante et liquido distendunt nectare cellas. Il Tasso dicendo: onde addolciscon poi le ricche celle, si tolse dalla maestà Virgiliana, che imita quella della natura; e non parlò proprio, poichè il riempiere di materia dolce, non è addolcire ne render dolce. — Tra vergognose e pallidette amanti Rose dico e vïole. Ut flos in septis secretus nascitur hortis, disse Catullo; e da quello l’Ariosto: La verginella è simile alla rosa, e il Tasso: Che tanto e bella più, quanto è più ascosa, ma il far la rosa vergognosa, perocch’ella è vermiglia, sente alquanto d’ardito; e nel medesimo modo perchè quell’ altro cantò: Et tinctus viola pallor amantium; il dire le viole pandette amanti, ha una metonimia sforzata, ed è un armarle di passione crudamente. — A cui madre è la Terra, e padre il Sole. Catullo più semplicemente: Mulcent aurae, firmat sol, educat imber; nella sopraddetta descrizione del fiore. Da Orazio alla Pindarica fu detto l’arbore del Pino, Sylvae filia nobilis. Ma dire che la Terra è la madre semplicemente, e il Sole il padre, non aggiugne niente di pregio a quella pianta di cui si parla, essendo ciò comune a tutte le piante, e pare una vana ostentazione di argutezza. Vide famoso Monte ire a diporto. Ire a diporto, frase corrispondente al franzese, aller à la promenade, è maniera toscana, ma prosaica e non poetica. — La madre di Cupido. Più grazioso Orazio: Mater saeva cupidinum; cruda madre degli Amori, essendovi degli Amori grandi e piccoli e di diverse nature. Che il Monte vegga ire a diporto, son figure, lo veggio, di dar anima alle cose inanimate; ma pure vi è del duro. — l’argentea faretra Cintia, nè l’elmo o l’asta Avea l’altra più casta. Odioso è il disputare della castità, e qui pare che si faccia Pallade più casta di Diana, alla quale forse prendendosi per la Luna, si può accoccare il fatto d’Endimione. — Ma in manto femminile. Non è gran cosa che le Dee, come femmine, vestissero da femmina. — Le ricchezze cogliean del lieto aprile. Et omnis copia narium, fu detto da Orazio con più semplicità. — E saettava a dentro  Il gran Dio dell’Inferno infino al centro. Non è nuova questa immagine, perchè è di Mosco nell’Amore fuggitivo, che Amore saetti Plutone. Il Poliziano il tradusse:

 .  .  .  .  .  .   Procul autem spicula torquet,

Torquet in umbriferumque Acheronta et regna silentum.

Ma dove mi trasporta ec. Correggesi, come il Petrarca: Dolor, perchè mi meni fuor di camino a dir quel che io non voglio? Dopo che ha detto che l’esempio di Proserpina rapita faccia accorta la Montagnetta lodata a custodire in sè la schiera pudica; poi desidera d’essere egli custode di quella. Ma questo sarebbe un dar la lattuga in guardia ai paperi, com’ è il nostro proverbio. L’ultima stanza è poetica, è incomparabile. L’Envoi, come dicono i Franzesi, o la licenza, come dichiamo noi, della canzone, è somigliante a quella del Petrarca, la quale però è molto più semplice. 

O poverella mia come se’ rozza !

 Credo che te ’l conoschi;

Rimanti in questi baschi.

[28] I Toscani dicono più volentieri sdegnosetta, sdegnosuccia, che sdegnosella. Questo diminutivo di questa terminazione non è tanto in uso. Pure non è disgradevole. Porpora et ostro. È vero che la vera e legittima porpora si cavava anticamente dall’Ostrica; quindi il nome d’ostro; ma poichè si cava il rosso colore anche dalla grana e da i vermicciuoli rossi, onde è detto il color vermiglio; può forse contrapporsi la porpora impropriamente e abusivamente presa all’ostro propriamente detto. — E sol per ingannarmi Amor m’ha mostro Rara beltà sotto sì bassa gonna. Il sentimento è piano, e non ha bisogno di comento. I rozzi panni m’hanno ingannato, perchè credendo che in quegli non potesse essere bellezza rara, mi son trovato fallito il mio pensiero, e sonne restato preso.

[29] Ch’usciano un poco al rozzo manto fuore: Dice il Censore che si sarebbe facilmente, e forse meglio, detto: del rozzo manto fuore: ma a voler dir così, bisognava racconciare il verso e farlo dire: Ch’usciano un po’ del rozzo manto fuore. Ma non si sarebbe potuto soffrire quel fiorentinismo po’ in vece di poco; perchè saria stata forma comica, o plebea, e non punto poetica; e dire: al rozzo manto fuore, è elegante maniera, e non offende il purgato orecchio italiano.

[30] Penna infelice ec: Questo non è de’ migliori sonetti di Angelo di Costanzo, spiritosissimo poeta Napoletano: come quello, mentre io scrivo di voi, e altri simili. — Vi sforza Amor, nostro mortal nimico. Pare un poco bassa questa frase. Un antico avrebbe detto: Sforzavi Amor, mortal nostro nimico. Che quel sostenimento di sillaba sulla sesta sede era a loro grazioso. Anche quello: abbiate cura, è toscano toscanissimo, ma non così elevato.  Culla e sepoltura ha del metaforico più che del naturale, che è quello carattere che regna negli affetti; perchè uno che usa queste frasi, non pare che parli da vero, e che loquatur magis poetice quam humane, come faceva Eumolpo presso Petronio. Non bisogna esigere ne’ sonetti, ne anche rimirar volentieri queste clausole che sentono dell’arguto, perchè dal rimirar volentieri, vengono a piacere fortemente, e dal piacere fortemente, si vengono ad esigere, come proprie di quel componimento, che senza questi frizzi par languido, e si smarrisce sempre più quella da Petronio lodata, grandis et pudica oratio; che sua pulchritudine exsurgit. Gli epigrammi greci parte son semplici che sono i più, conservando la loro origine primiera; parte arguti, ma d’un’argutezza solida, non puerile, nè ricercata; d’un garbo più catulliano, che d’una scurrilità Marzialesca.

[31] L’Oceano gran padre delle cose: Omero Ωϰεανόν τε Θεῶν γένεσιν, ϰαὶ μητέρα Θῆτιν. L’Ocean nascimento degli Iddii. E sì la loro genitrice Teti. Ma potrebbe parere ad alcuno questo verso umile e sprezzato.

[32] Quanta invidia (porto) a quell’anime che in sorte Hanno or sua santa e dolce compagnia, La qual io cercai sempre con tal brama: Questo ultimo verso del Petrarca pare prosaico e basso; ma se considereremo che quella voce tal è detta con più enfasi che ella per altro non comporta, e che sta non per τοιαύτη; ma per τηλἰϰη, o, τελιϰαύτη: e vale, che io cercai sempre con tanta brama, con sì gran desiderio , quale è stato il mio; vedremo agevolmente che il verso almeno non sarà di così piccol peso, come a prima fronte può mostrare; poichè quel cercai ha grandissima forza. Altrove: So della mia nemica cercar l’orme, E temer di trovarla. Aggiugnesi: sempre: e con accennare più di quello che si dice: con tal brama, cioè con un desiderio sì fatto, quale è noto a tutto il mondo che è stato il mio. Il desiderio eccessivo non può durar sempre; qui sta il bello; sempre e con tal brama. Ci era un mio amico che aveva in odio questa voce, Tale, nelle poesie; perchè non gli pareva che dicesse nulla di positivo. Ma pure Virgilio la frequenta: Quis talia fando temperet a lacrymis. E: talibus infit, non pare che dica, ma dice pur troppo con lasciare alla immaginazione quello che non si dice, ma si vuol che s’intenda.

[33] Per altro non è sonetto di gran polso: Un fiorentino direbbe: È un buon vinettino. Evvi non so quale poesia inglese, non so se sia del Walter, in cui ne’ due accidenti dell’uomo, di riso e di duolo, poichè tutt’e due queste passioni spremono le lagrime, si rappresentano queste lagrime in bella donna perle ridenti e perle piangenti; ma questo all’opposito è pensiero troppo astratto.

[34] Il conte Fulvio Testi è uno ingegnoso, dotto, eroico e moral lirico. Ha preso il più bel fiore dai buoni latini poeti. Quando apparì il suo stile, quella bella novità felicemente maneggiata prese tutti d’ammirazione, e nelle Accademie si durò un pezzo a sentirsi ode morali, e sopra soggetti eroici all’uso del Testi. Ora perchè tutta la gioventù era volta alla imitazione di quello, e si divezzava dal gusto di quei primi nostri, i quali le Muse lattaro più d’ altri mai; lo presero i vecchi, amatori di quell’aurea e grande insieme e natural maniera, non mica a vituperarlo, che ciò non merita, ma in un certo modo a dislodarlo; e a resistere in parte a quella voga d’ ammirazione nata dalla novità dello stile. Così avvenne al Marino, il quale, poeta acutissimo, fecondissimo, soavissimo, facendo del male per le sue talora troppo ricercate acutezze ed arguzie, non fu così lodato nè approvato; perciocchè, come di Seneca disse con severa critica Quintiliano, abundat dulcibus vitiis; e la naturale maestà del dire, e quello schietto sublime che forma, in tutti gl’idiomi, gli autori di prima riga, viene a toccarne: e perchè i giovani, non potendo a principio far da loro, e dovendo necessariamente cominciare dalla imitazione, debbono mettersi avanti qualcuno da imitare; bisogna che prendano gli ottimi e più corretti originali. Benchè vi sieno altri poeti e nel Lazio e nella Grecia, tutti ingegnosi, e ciascuno nel suo genere, mirabile ed eccellente; pure il giudizio della antichità non ha levato mai di posto e Virgilio ed Omero, modelli eterni della perfetta poesia per la maestà di dire.

[35] Essicator di tue gonfiezze agosto: Le due SS nostre rappresentano la X latina: come Alexander, Alessandro, e essempio, come dicevano gli antichi, e essequie; ma più comunemente con una sola S, esempio, esequie, escane e simili: così qui essiccator con due C, per non alterare il latino exiccator, donde e’ viene. Per altro non istarebbe male il dire italianamente asciugatoi. Pare che essiccatore abbia del Fidenzio, appresso cui un nocciolo di susina mangiata dal suo Amasio si descrive in questa forma:

Un intestino di pruna essiccato,

Reliquie della sua bocca decente.

Non è così della voce alieno, che si ritrova nell’ultimo verso della strofa quarta; poichè, quantunque sembri latina, pure è ben collocata, ed è come necessaria, rispondendo ella allo ὰλλότριος de’ Greci, e allo ageno degli Spagnuoli. — E questo Del tuo sol hai: tutto alieno è il resto.

[36] E in mistiche parole Alti sensi al vil volgo asconder suole: Oh quanto poetico è il passaggio! e quello, al vil volgo, quanto bene espresso nel suono che rappresenta con quelle due voci fitte alla mano che cominciano dall’V consonante, la forza dello sprezzo e del vilificamento, per così dire. Così l’asprezza dell’oggetto rappresentato si ravvisa in quei versi d’antico poeta citato da Tullio:

Haec omnia vidi inflammari;

Priamo vi vitam evitari.

E a chi ben considera la sustanza della sentenza contenuta, non fa pensare alla durezza d’un simil suono in quel verso gnomico o sentenziale del Petrarca: Che bel fin fa chi ben amando more. Poichè quella poca d’ asprezza che conferisce alla forza, a guisa che fanno i vini generosi la spuma, il sentimento medesimo se la mangia, ciò che disse delle voci antiche o basse il Davanzati sopra il Tacito da sè in lingua fiorentina tradotto.

[37] Coronato di lauro, e più di lume: Quel fare servire un verbo a due cose differenti tra loro, è una figura e una galanteria ricercata. Trovansene degli esempi, come presso Ovidio nelle Eroidi. — Mentis et vela et verba dedisti: vela queror reditu, verba carere fide. E Virgilio medesimo traducendo il verso d’Omero de’ cavalli di Reso:

λευϰότεροι χιόνος, ϑείειν δ᾿ἀνὲμοισιν ὄμοῖοι.

Bianchi qual neve, presti al par del vento: usò una stessa figura, dicendo,

Qui candore nives anteirent, cursibus Euros.

E in questo suo dire, quanto sopravanzò l’originai greco, coll’arguzia di un verbo servente a due cose disparate, e col mettere una sorta di vento per lo generale significato; tanto restò addietro nella semplicità grande e nella grandezza semplice, che è la dote degli antichi, per la quale superano e supereranno sempre in tutte le lingue i novelli.

[38] Mutar vicende e voglie, D’instabile fortuna è stabil arte: È preso da quel d’Ovidio pur detto della fortuna: et costans in levitate sua est. Così fa avvedutamente il Testi de’ fiori più belli de’ latini poeti che a sè ne fa corona.

[39] La storia d’Agatocle, re di Sicilia, che come figliuolo di vasaio voleva tra i suoi argenti vasi di terra eziamdio, per avere un ricordo continuo di sua bassa origine, è maravigliosamente applicata e trattata, siccome tutte le altre storie che seguono.

[40] Nella xiii strofa il Gigante è detto eruditamente e galantemente Parto vil della terra, poichè γιγας non è altro che γεγενής, in latino terrigena. E presso i Latini terrae filius si dice uno di oscura e ignobil nascita; laonde presso Giuvenale con oscurità dotta si legge: malim fraterculus esse gigantis.

[41] Fulminator mendace, Fulminato da senno in terra giace: Questi ricercati contrapposti sono (per parlare con la mia solita sincerità) freddure, particolarmente in cose atroci e in severità d’ammaestramento. Virgilio parlò altrimenti: Demens qui nimbos et non imitabile fulmen. Nel Pastor fido si legge: Non so se fulminante, o fulminato. Simile è quello nel Tasso? Sarò qual più vorrai, scudiere o scudo. Pare che queste arguzie tolgano della maestà, e raffreddino e indeboliscano la sentenza.

[42] Certo crederanno alcuni che senza scapito di questo componimento si fusse potuto omettere la dodicesima strofa colle due seguenti, perchè parrà loro che si senta nell’uso di quella erudizione, e nelle maniere d’esprimerla, qualche sapor pedantesco in bocca d’ Apollo: Io, quanto a me, non sono di questi tali. Gli Dei che sanno tutto, sanno anche le storie; e le storie non so che sieno cosa pedantesca; e l’inserire storie o favole concernenti al suo intento nelle ode, acquista loro grazia e maestà; come si vede in Pindaro, per un esempio, nella prima delle Olimpie, nella favola di Pelope. Inoltre il far parlare gli Dei è cosa da poesia lirica; come si riconosce in Orazio, in que’ versi: Gratum elocuta consiliantibus Junone Divis, con quel che segue; e finisce il poeta in tronco, per dir così, nella parlata di Giunone senza tornare, come dichiamo noi, a bomba. Lo che oggi parrebbe strano e vizioso ai delicati che vogliono ogni cosa finire; e non s’avveggono che il terminare così ex abrupto, sente del estro e del furore poetico; che è legge a sè stesso, e sormonta le regole, giusta la descrizione che Orazio fa di Pindaro:

Monte decurrens velut amnis, imbres

Quem super notas aluere ripas.

[43] I sonetti concatenati furono usati dallo incomparabil Bellini, nelle lodi del nostro buon poeta Menzini; e similmente dalla signora Selvaggia Borghini dama Pisana, e poetessa di robusta e gran maniera, nelle lodi del re di Francia Luigi XIV, e della serenissima Vittoria granduchessa di Toscana di gloriosa memoria, sua protettrice. Gli antichi ne facevano due di questi sonetti uniti tra loro, e ciò di rado. Una serie tale di più, sonetti si potrebbe addimandar una canzone, o poema di propria specie, del quale ogni strofa è un sonetto. — Morte che tanta di me parte prendi, E lasci l’altra del suo albergo fuore. Orazio, di Virgilio amico suo: et serves animae dimidium meae. Se intendesti giammai che cosa è amore. Il Petrarca nel sonetto proemiale. Ove sia chi per prova intenda amore. Ma nè d’erbe virtù, nè arte maga. Il Petrarca: E non già vertù d’erbe, o d’arte maga.

[44] Era già il tempo che del crin la neve: Orazio: et capitis nives. Morie non lei, ma la sua spoglia offese; cioè guastò, danneggiò.

[45] Non più vita mortai quid era innante: V. il Sogno di Scipione.

[46] Ahi come a filo debile s’attiene il viver nstro, ) Il Petrarca nella canzone: Sì è debile il filo a cui s’attiene La gravosa mia vita. Per suo retaggio il desiderio e ’l duolo. Orazio:

[47] Or chi fia che i men noti e i più sospetti Scogli mi mostri, onde la vita è piena;: Traiano Boccalini ne’ suoi Ragguagli di Parnasio dice che è difficile la navigazione per terra, ove gli scogli non sono antiveduti , ma nascono quando uno non se gli aspetta. — Purghi e rischiari e dia lor polso e lena. Il Petrarca nel sonetto, Onde colse Amor l’oro e di qual vena? dice, le brine Tenere e fresche, e diè lor polso e lena!

[48] Non son già molti i lampi dell’ingegno in questo sonetto, e pure non gli manca una maschia bellezza: dice il Censore. Ma per questo non gli manca una maschia bellezza, perchè non vi sono molti lampi d’ingegno (eclairs) I lampi hanno un lume, ma fuggitivo. La bellezza maschia regge e dura. In questo sonetto ci è l’affetto poco conosciuto dagl’ingegni critici, e l’affetto non vuol borie.

[49] Fuoco, cui spegner de’ miei pianti l’acque, Non potran mai, nè di sospiri il vento: Il Petrarca fu il primo che diede ardire a questa metafora, nel sonetto Piovommi amare lagrime dal viso Con un vento angoscioso di sospiri. E in quel sonetto di continuata allegoria che comincia: Passa la nave mia, vi si legge: La vela rompe un vento umido eterno Di sospir, di speranze e di desio: vento umido, cioè piovoso, per cagion del pianto, pioggia nata dalle esalazioni del desiderio e da’ vapori della speranza, chiamati sospiri. È curioso il sonetto fatto tra più altri in morte del cardinale Bembo da Domenico Veniero, che si legge nella raccolta di Rime scelte del Dolce; e tanto più è curioso questo sonetto, quanto nato in un secolo sobrio per lo più nello stile e petrarcheggiante. Gli altri del Veniero sopra il suddetto argomento sono dolci e moderati, nel comune stile che usava in quel tempo. Riserbò all’ultimo questo sonetto, come più strepitoso. Eccolo.

Per la morte del Bembo un sì gran pianto

Piovve dagli occhi dell’umana gente,

Ch’ era per affogar veracemente

Come in diluvio il mondo in ogni canto:

Se non traeva insieme il dolor tanto

Per bocca fuor d’ogni anima vivente

D’alti sospiri un Mongibello ardente,

Ch’asciugò d’ogni parte ove fu pianto.

Nè schivò meno il lagrimar profondo,

Che ’l foco de’ sospiri anco non fesse

Arder tutta la macchina del mondo.

Dio fu che l’un con l’altro mal corresse,

Perchè il primo miracolo, o il secondo

Non sorbisse la terra, o non l’ardesse.

È lavorato il concetto iperbolico con dicitura piana insieme e forte; e la grazia e facilità della espressione fa in un certo modo credibile l’incredibile, per usare la frase di Pindaro. Di simil fatta fu un epigramma maravigliosamente condotto del signor senatore da Filicaia, che si ritrova nella Relazione manoscritta delle pubbliche esequie della granduchessa Vittoria di Toscana fatta dal senatore Federigo de’ Ricci. — Fuoco cui spegner de’ miei pianti l’acque Non potran mai, nè ai sospiri il vento. Spegnere, cioè ammorzare, se non estinguere affatto, Due cose sono quelle, delle quali ci serviamo nello spegnere i grandi incendii: l’acqua e ’l vento veemente. E però non è del tutto assurda per l’allegoria la similitudine.

[50] Che se in quella t’amai, qual fonte in rivo, Amerò quella in te, quai rivo in fonte: Questa non è arguzia puerile, ma un concetto; sodo e virile. Pure la maniera, perchè ha l’apparenza d’ arguzia, e l’apparenze si deono anco fuggire, non è così da frequentarsi. Se si consideri il sonetto, non come poesia lirica, come pare che il nome mostri, ma come uno epigramma; questi, come ognun sa, sono di due generi, cioè semplici ed arguti. I semplici sentono più della loro orìgine e natural proprietà: gli arguti sentono più dell’arte, e dello ammanieramento. Marziale sta più dalla banda de i secondi; però talvolta dà nello scurrile e buffonesco, e nello affettato ridicolo Catullo sta dalla banda de i primi, e per questo è così lepido, è così venusto, tanto ne’ pensieri, quanto nello stile; e non manca d’ arguzia; ma la sua arguzia è più fina, più delicata, e non tanto sfacciata. Fu troppa severità quella del Navagero, il quale, come grande amadore della purità e del garbo della lingua latina, si dice che ogni anno nel dì della sua nascita abbruciasse quanti Marziali trovava, dicendo di fare un sacrificio alle Muse: conciossiachè Marziale è ingegnoso, erudito, spiritoso, fecondo, arguto; e queste non sono doti da disprezzare. Ma il Navagero faceva, credo, come Diogene, il quale difendeva qualche sua stranezza, con dire: fare egli da maestro di musica, il quale intuona una nota più alta, per fare scendere alla nota giusta Così vedendo che altri, tirato dalla novità che apparisce più dilettevole, lascia il buono e ’l bello e ’l naturale dell’ antico, volle in questo mostrare il suo purgato giudizio. Noi abbiamo un trito proverbio, o dettato che vogliate dire:

Chi lascia la via vecchia per la nuova

Spesse volte ingannato si ritrova.

Non dice sempre, ma spesse volte. Ci son de’ poeti, come de’ pittori più mani. Ma in tutte le cose quella che affigura più la natura, è la maniera più eccellehte. Così Virgilio, Omero per questa maestà della natura, benchè altri poeti dopo loro fiorissero, e buoni e pregevoli nel loro genere, pure furono e sono i primi, e saranno, e come di loro disse a loro rivolto, come a modelli eterni, un inglese poeta nell’arte del criticismo:

Nazïoni non nate i vostri nomi

Possenti soneranno; e a quelli plauso

Mondi faranno non trovati ancora.

Nell’Antologia si ravvisano epigrammi di doppio genere, e naturali ed arguti; ma in tutti campeggia la naturalezza, e, come i Franzesi dicono, naïvetè.

[51] E donde e dove, o Nise mia, sì sola?: Naturalissima entrata. Così nel principio del Liside di Platone: ω Σώϰρατες ἔϕη. ποῖ δή πορἐνη ϰαι τόιθέν  o Socrate, disse, dove vai, e donde? — Nise dalla città sen torna ai monti. Più proprio e più toscano sarebbe stato: Nise dalla città sen torna al monte, cioè alla montagna. Petrarca: Chiunque alberga tra Garonna e ’l monte. Ma so ben io, se ti specchiasti ai fonti. Ancor qui sarebbe stato più comodo il dire: ti specchiasti al fonte. Tibullo: et manibus puris sumite fontis aquam; l’acqua della fonte. Virgilio traendolo da Teocrito, dello specchiarsi nel male: Quum placidum ventis staret mare, Teocrito con maggior semplicità; δὲ γαλάνα. era bonaccia — A dispor quelle chiome, e il vel su quelle. Verso duro, e non così confacente allo stile bucolico, siccome altri versi che seguono, non paiono così lisci e correnti. — All’alte donne dal viso dipinto. È detto graziosamente. — Quand’ambi a fronte, a se le man fur tocchi: Si furono toccati la mano, si dice toscanamente; ma, a sè le man fur tocchi, no. Perchè il si e il mi, corrispondenti a latini sibi e mihi, non si possono sempre risolvere negli a me, a sè, come io mi penso. Quegli si pensa, non si può dire: Io a me penso; Quegli a sè pensa; che farebbe un altro significato. Dolce il mirar, come si fer con gli occhi! È alquanto intralciato: sarebbe più piano il dire, come essi fer. Ma in suo gioir modesta Lo ricopria sotto contrario aspetto. Il ricopria, sarebbe più soave. Teocrito spiegò questo mirabilmente nello Oaristi Oμμασιν αιδομὲνη. ϰαρδινι che io tradussi:

Vergognosa negli occhi, e nel cuor lieta.

 I suoi chinò la verginella al petto. Sarebbe per avventura stato meglio chinare gli occhi alla terra, che al petto, per non mostrarne di compiacersene. — Vibrò sua voce, cioè scagliò. Pare troppo caricato, e, come i Franzesi dicono: autrè. Ma compensò. Il dire: Ma sì gradì, sarebbe più piano e più proprio d’uno stile pastorale. — Col generoso argento, Onde ho colma la destra: imitato da quel di Virgilio— gravis aere domum mihi destra redibat. Ma in questo di Virgilio è più semplicità. — Recando guisa, onde cibarsi al fuoco. Se si dicesse: recando modo, onde cibarsi al fuoco, sarebbe più intelligibile. E la parola elegante guisa così, senza altra accompagnatura, riesce a un tratto nuova ed oscura. Cibarti al fuoco, è mangiare presso il fuoco. Ma ben poco ha bisogno, o senno ha poco. Quel seconde ha pare cacciato entro per ornare il verso, e farlo più pieno, e levarsi dalla homotonia; ma il dire non ostante; Ma ben poco ha bisogno, o senno poco, mi parrebbe più naturale e più vivo. — All’auree piazze. Questo è un epiteto nuovo per voler dir ricche. Aureum lacunar, disse Orazio: Aurea juvenum simulachra per aedes, disse Lucrezio, nel proprio. — Di là ’ve, per di là ove, è maniera crudetta anzi che no. Io parlo per ver dire; non per odio d’ altrui, nè per dispetto. — Col pensier sossopra: maniera buona italiana, ma non poetica, nè gentile. So che il Tasso l’adoprò a suo uopo, ma nello eroico. Il poema bucolico è un più morbido genere. — Nel rimirar quant’aria ancor divide: Il Petrarca. Quant’aria dal bel viso mi diparte? Come il tuo dal mio volto, il mio dal suo. Questo, pare un giochetto di parole, propio del carattere arguto, non del pastorale. – Ratto partì, siccome suol persona. Pare che voglia dire: siccome uom suole; siccome è solito. – Cosa che a immaginar mi fa paura: Dante : E nel pensier rinnova la paura. Non l’ir da pazze. Più dolce e più piano non ir. Lasciava dunque in sulla Tosca via Il cavaliere, in aspettando i rai? Qui i rai per gli occhi è una metonimia non so come fatta strana dal luogo, e dall’ occasione in cui ella è collocata. Lasciare gli occhi in sulla strada è una foggia d’espression cruda. — Oh eterni dì per chi dolente aspetta! Gli amanti, in aspettando; ἐυἤματι γεράσϰουσιν; pare che dica Teocrito; invecchiano in un giorno. Forte, ma altrettanto naturale espressione, simile alla nostra;

E pare un’ora mill’anni.

Ma ed ecco al fine. Questa ed pare intrusa. — Seggia frapposta agli animal, sembra scuro. — Della gran turba in carri d’oro unita. Carri d’oro, potrebbe parere carichi d’oro, cioè di pecunia. Carri aurati – sarebbe più poetico. — Qual villanella a coglier fonghi uscita. Il Toscano dice funghi, alla latina. E più proprio sarebbe: Qual villanella a cercar funghi uscita. Il cogliere è più proprio de’ fiori e dell’uva. Noi in proverbio d’una cosa che non si trova così facilmente dichiamo: Egli è come cercare de’ funghi. L’impaziente all’arrivar poi de la Aspettata beltà. Che l’Ariosto si prenda una simil licenza in un lungo poema si può passare, ma non so se in un piccolo e semplice, qual’è l’egloga, altri più di me severi il passeranno. — Dietro una macchia a ruminar si cela. Il latino ruminare, i nostri antichi diceano rugumare. E il nostro volgo ne ha fatto digrumare. Digrumare è plebeo, ruminare sente del latino: in questo caso non avrei scrupolo di servirmi di questo arcaismo: rugumare, che anche s’intende per discrezione, e non si discosta gran fatto dal latino, da cui ha la sua origine. — Falca e piani e dirupi. Dante, Petrarca e gli altri dissero varcare, quasi fosse preso da un Latino: varicari: onde si fece prevaricare. Noi dichiamo valico e valicare; ma non si è giunti a dire valcare. Bella, ancor dal viaggio i crin scomposti. Ancor, per ancorchè, è duro. — Egli all’orecchio, io non saprei ben cosa, Le susurrò. Cosa, in vece di Che cosa, è del dialetto romano, e i nostri migliori scrittori non l’hanno usato. — D’eccelsi aspetti, e poco men che eguali Alla donzella, eravi Ninfa. D’eccelsi sembianti, o d’eccelse sembianze; il plurale pel singolare in questa voce è in uso; ma non pare già, aspetti, in vece di aspetto, o sembiante. — Nel chiuso ovil con piene poppe. A dir: con piene mamme, accompagnerebbe più l’antecedente voce latina, ovile; e non verrebbe la frase tanto gravosa. Parrà forse che io mi sia troppo fermato sulla critica di questa egloga, ragionevolmente lodata dallo autore della Perfetta Poesia Italiana: ma in ciò ho seguito l’ingenuo mio costume, senza animosità o passione. E se per impossibile ella ci fosse, ne chieggo perdono, e dico che potrebbe essere per uno piccolo e nel fondo del cuore occultato e non avvertito sdegnuzzo, se m’è lecito il dirlo, conceputo contra il chiarissimo autore delle tragedie in nuovi versi alla franzese, dagli intendenti lodate sommamente e applaudite per le virtù che vi sono entro; poichè nella prefazione all’Alceste veggo dileggiato il mio amico Euripide nella tragedia del medesimo nome, col supposto che egli in quella introdotto abbia la morte a parlare, personaggio ideale, tra gli altri personaggi reali. Lo che se sia vero, è facile a ognuno di riscontrare e chiarirsene.

[52] In questo sonetto del signor Gigli ci si conosce il garbo de’ Toscani, e quanto la nostra lingua, siccome a tutte le materie, cosi sia alle piacevoli e giocose acconcissima. Che poi gli antichi ponessero un crivello o vaglio nel letto de’ nuovi sposi, non ho memoria d’aver letto; e gran piacere riceverei da chi me ne facesse vedere l’ autorità. Tra le cirimonie delle nozze, avendo a portare (per segno che le maritate hanno a guardare la casa e attendere a lavorare ), colum et jusum, dubito che non sia da alcuno quel colum non preso in femminino da colus, conocchia, ma in neutro colum, pevera, o vaso tessuto di vimini per colare il Vino. Ma questo pure non è a modo di vaglio.

[53] Il Casa, che fece pochi sonetti, gli fece, come si vede da’ suoi originali, con molta fatica, e v’andò su colla lima. Il Tasso ne fece molti, esercitando così la fecondità e la profondità del suo ingegno dotto ed ameno, e di vana e moltiplice erudizione; come, quegli che trall’altre avea e Platone e Dante studiato a fondo, e postillatigli. Forse gli dispiacque talora limae labor et mora. Ma tra questi molti ne fece degli incomparabili ; come quello delle divise di Carlo V. Di sostener qual grave incarco il mondo Il magnammo Carlo era omai stanco. Quell’altro quanto libero ne’ sentimenti: Odi Filli che tuona; a cui egli, come ripentito, satisfece con un sonetto di correzione. E quegli altri fatti nella sua disgrazia, maravigliosi. L’ultimo verso quanto è grave, tanto più che non ha la rima vicina! Oggi ha prevaluto la testura delle rime vicine ne’ terzetti, come più dolci, usata da alcuno degli antichi limatori, e a tutto pasto dai moderni, e come stabilita dall’uso. Properzio disse degli amanti che contano le loro avventure: Tum vero longas condimus Iliadas. E Boscano che introdusse il nostro sonetto nella lingua spagnuola, nel sonetto secondo: Yo traygo a qui la historia des mis males.

[54] Et egli: Ahi falso servo fuggitivo: Per un poeta di que’ tempi questa sarebbe troppa erudizione; servo scappato; lat. Servus fugitivus. Ma Messer Cino era legista, e poteva ben sapere e adoperare questo epiteto.

[55] Et ella: A sì gran piato Convien più tempo a dar sentenza vera: Petrarca: Piacemi aver vostre ragioni udite; Ma più tempo ci vuole a tanta lite; nella canzone del Piato. Questi poi snervati versi, o scaltre parole io non ravviso in questo sonetto, portato, come di Messer Cino, il quale so che dal Petrarca è chiamato, suo, e amoroso. E l’essere amico del Petrarca, e l’essere amoroso; non avrebbe a far fare i versi tanto snervati, nè così scabre parole, perciocchè amore è una passione tenera, delicata, gentile. Amor che al cor gerntil ratto s’apprende, disse il nostro amoroso Messer Dante. Se uno si prende la pena di guardare un poco ne’ sonetti di Messer Cino, non gli troverà cotanto ruvidi: ma ci vuole un poco di riverenza verso i padri nostri, e autori di quella bella lingua che ci fa onore. Questa schifiltà verso gli antichi ha fatto perdere molte belle cose tanto dei Latini, quanto dei nostri. Virgilio dal pattume d’Ennio ripescava le perle: Tullio era adoratore de’ poeti antichi, e da quel loro antico, benchè non si dipaia, credo che ne traesse suo pro. Hannosi da stimare i moderni, ma non disistimare gli antichi; nè si deono così facilmente deprimere e sotterrare; perciocchè, se non altro, ci scuoprono le prime orditure e i primi lineamenti delle lingue e dell’arti; e se ne vede il principio, che molto fa a ben intendere il progresso e la perfezione.

[56] È un gran Lucchese il Guidiccione, e meritamente onorato nella sua patria e fuori. In questo sonetto particolarmente mi gode l’animo per essere fatto sopra una bella Fiorentina. E l’aver preso motivo di quello da un simile del Petrarca, solamente non gli scema il pregio, ma gliel’accresce; siccome il ricordarsi d’Omero non fa danno a Virgilio in que’ tanti luoghi, dove egli l’ha imitato; ma fa vederne prima il giudizio nello aver saputo scegliere, e poi lo spirito nel sapere variamente e felicemente trattare e maneggiare lo stesso pensiero. Quel del Petrarca, Chi vuol veder quantunque può natura, è più affettuoso; questo del Guidiccione più sublime. Cercare per una cosa, non è maniera tanto oscura che non si possa arrivare; poichè si cerca per trovare, e il sottintendere trovare in chi cerca non è una elisse straordinaria.

[57] In me da quelle luci oneste e sante: Quello: luci sante, che è giustissimamente detto, cioè modeste, e che mettono in chi le mira, rispetto e riverenza, come si fa alle cose che hanno in sè santità, fu da chi non aveva sapore di poesia, nè di lingua, fatto mutare in un sonetto, per non so quale scrupolo, in luci tante. Da che si tratta di critica in questo trattato, ho voluto metter qui questo esempio di falsa critica, coll’occasione di questo bellissimo sonetto del signor Apostolo Zeno, poeta e istorico della Maestà dell’Imperatore, tanto benemerito delle lettere, e particolarmente dell’ italiana letteratura.

[58] Di condurre tutto il suo argomento in un solo periodo, ne sono gli esempli nel Petrarca, nel Casa, e nel Ringraziamento di Catullo a Cicerone.

[59] Beltà con leggiadria essersi unita: Parmi migliore armonia, che il dire: leggiadria con beltate. Primamente, essendo un sonetto, nobile, chiaro e naturale, beltate avrebbe più dell’antico, e per conseguente un non so che d’affettato, beltà allo scontro è più spedito e piano; ed è quella che fa la prima figura nell’unirsi e mescolarsi colla leggiadria; e però è bene porla in primo luogo; e leggiadria nella sesta sede e nel mezzo del verso fa un più armonioso suono con quelle più vocali, che beltate con una sola vocale, e di più in mezzo alla parola, con que’ due t che fanno un suono insoave. Demetrio e la natura insegna che più vocali insieme fanno dolcezza. — Avea stupor di contemplarla e gioco. Gioia è detta da gioco, e i gioielli il latino barbaro appella iocalia, Orazio di Venere: Quam Jocus circumvolat et Cupido; il riso, lo scherzo, la gioia.

[60] Mostrerebbe di non saper distinguere i sassi dal pane: Il nostro proverbio dice: il pane da sassi. I Latini: quid distent aera lupinis.

[61] Dico ad Amor: Perchè il tuo stral non spezza L’animato diaspro di costei?: Questo animato diaspro è una metafora poco consolata. Longino non la passerebbe; a cui par freddura il dire: Bibliotecha animata. Dante nelle Rime, quando disse: questa bella pietra; E veste sua persona d’un diaspro, fu più piacevole dell’espressione, ancorchè nel principio della canzone si fusse dichiarato di voler esser aspro nel suo parlare.

[62] Donne gentili, devote dimore, Che per la via, della pietà passate: Imitato da Dante :

O voi che per la via d’Amor passate,

Attendete, e guardate,

S’egli è dolore alcun, quanto ’l mio, grave.

[63] Di Rovaio, che sì fiero. Rovaio è il vento tramontano; quasi da un latino: Borearius. E mi martella. Virg. Boreae penetrabile frigus.

[64] Io son colei che ti diè tanta guerra. Ivi fra lor che il terzo cerchio serra, La rividi più bella e meno altera: I poeti sono una nazione bizzarra; e non si può da loro esigere uno stretto rigore, talchè non vi si senta niente di Paganesimo, essendo stati i primi esemplari e modelli di poesia i Pagani. Di qui è, che invocano le Muse come quelli; alludono a tavole di quelli; menzionano le loro Deità; in somma non si disfanno del linguaggio antico poetico, ancorchè sieno Cristiani: poichè quelle formole sono dalla grazia poetica ammorbidite, e hanno perduta la loro crudezza coll’essere tanto usate e logore. L’opinione, per esempio, de’ Platonici, della preesistenza dell’ anime, che seguitata da Origene, lo fa in questa parte eretico, adoprata da un poeta cristiano, che dice fingendo che il suo amore nacque in cielo trall’anime sua e dell’amata, e che poi le loro anime tuffatesi nel corpo, seguitarono ad amarsi, non solamente non è rigettata nè censurata, ma è graziosa, e ricevuta con plauso. Il senatore di Filicaia, uomo santissimo e religiosissimo, di questa opinione Platonica non ebbe scrupolo di servirsi ne’ sonetti maravigliosi, pur qui sopra registrati, in morte della signora Cammilla da Filicaia sua zia. L’obbiezione poi del mettere una cosa pagana degli amanti ricevuti nel ciel di Venere, e la resurrezione de’ corpi, articolo della nostra fede, nel medesimo sonetto, il che pare una cosa disconveniente, ed è come un mescolare gli Ebrei co’ Samaritani; questa obbiezione non si può negare che non sia di qualche peso: ma il poeta, interrompendo talora quegli suoi spiriti accensi, a sè ritorna; quella del terzo cielo è una scappata, una uscita non avvertita, che ha voluto licenziosamente a maniera di poeta assegnare dopo morte un luogo distinto agli amanti, come il boschetto negli Elisii piani, presso Virgilio; e l’aspettare l’anima di riunirsi al suo corpo, è una seria riflessione espressa dalla nostra santa credenza. Le Muse dicono, come dice Esiodo, delle cose vere, e delle false ancora, che somiglian le vere.

[65] Poco mancò ch’io non rimasi in cielo: Ho osservato che i sonetti che finiscono in una di queste parole, cielo, Dio, mondo, (perchè son parole significative di cose grandi, e il popolo guarda alla chiusa e alla voce finale del sonetto, considerato da quello come un epigramma arguto, e secondo l’idea Marzialesca) sogliono, dico, questi tali sonetti riportare applauso.

[66] Fortuna, io dissi, e volo e mano arresta: Arrestare il volo s’intende subito; perchè la fortuna è alata, di cui disse Orazio: Et celeres quatit pennas. — Ma la mano della fortuna non così a prima vista si comprende; alla quale poi si fa corrispondere la fede, siccome al volo la fuga. — E amor novello Non mostri ognora il tuo favor vagante. Questo è detto con franca felicità.

[67] Passa la nave mia: Questo sonetto del Petrarca è una allegoria continuata; e pare che gli abbia dato motivo quella ode di Orazio, allegoria pure continuata della nave; intendendo per avventura della repubblica, o di Bruto, a cui essa ode è indirizzata: O navis referent in mare te novi fluctus.

[68] Dicesi del sonetto: Passa la nave mia colma. d’obblio, ch’egli ha sopra tutto da capo a piedi un andar maestoso, che non è sì frequente nell’altre fatture del medesimo artefice. È trito il detto, che non ben convengono, nè in una sola residenza fanno dimora, la maestà e l’amore. Il Petrarca è tutto amore, e di quell’amor vero; e legittimo e naturale, non può avere gli ornamenti propri della Maestà. Amore, ce lo dipinsero gli antichi savi ignudo e fanciullo. Bisogna che anche il suo andamento l’appalesi per tale. Gli altri poeti son tutto spirito, il Petrarca è tutto cuore e bene i suoi versi sentono l’amore, e per questo saranno a guisa del Lauro da lui amato sempre verdi, e per qualsisia stagione foglia non perderanno. Segue il dotto Censore. A me non piace molto quel colma d’obblio, per dire che la sua nave, o sia l’anima sua, è dimentica di se stessa , o de’ passati pericoli. Sesto Empirico, che ha lasciato sì bei monumenti della filosofia degli Scettici, o vogliam dire Consideratori che ponendo in bilancia nelle quistioni filosofiche le ragioni di qua e di là, e vedendo che da niuna parte la bilancia pendeva, secondo il loro parere, faceano consistere il riposo dell’animo nel ritenere l’assentimento, che perciò furono soprannomati. eziamdio Ephectici, cioè i Ritenuti. Or questo Sesto Empirico, io diceva, usa questa maniera nello argomentare. O quello che da al tri si afferma, dice egli, con semplice affermazione si afferma, o con prova. Se con semplice affermazione, e allora un’altra contraria affermazione contrappongo; e, come noi dichiamo, cotanto vale l’altrui sì, quanto il mio no. Se poi si afferma la cosa rivestita di ragionamento e di prova, e allora altro ragionamento e altra prova io metto innanzi che faccia equilibrio e contrappeso. Così a uno assoluto altrui non piace, non sembra che possa farsi gran torto, da chi contrapponga un piace a me, se a voi non piace. Colma d’obblio: può forse aver riguardo ai versi de’ mannari, che sono andati in proverbio, che avidi del guadagno, si dimenticano della passata borrasca: Orazio: Mox reficit rates quassas, indocilis pauperiem pati. Al qual proposito la tenerezza verso un mio parto mi stringe a por qui il sonetto in alcune raccolte di rime stampato sopra la recidiva in amore.

Parte allegro nocchier dal patrio lito,

Per ritornar di ricche merci carco;

Ma di tempesta e di miserie incarco

L’aggrava, e torna poi tristo e pentito.

Fa santi voti al ciel lo sbigottito

Di non tentare il periglioso varco;

Ma viver non sapendo angusto e parco,

Racconcia il legno, e ’l mar risolca ardito.

L’aspra d’amore e fortunevol onda

In cui rimasi poco men che, absorto,

E la voragin sua, cieca e profonda,

Fatto m’avean del gran periglio accorto,

E non volta più amar; ma la gioconda

Speme m’assale, e fammi odiare il porto.

Or per tornare: La nave colma d’obblio; s’intendo l’anima d’uno amante, la quale tutta intesa nell’oggetto amato, nè di dentro sente, nè di fuor gran caldo; cioè nulla le cale degli altri oggetti fuori di quello, e così si può dire, nave carica d’una certa mercanzia che si domanda Dimenticanza tanto di sè che delle cose sue: laonde Properzio cantò dello amante: Et levibus curis. magna perire bona. Ha un sol pensiero di piacere all’ amata; tutto il resto ha per niente, astratto, estatico, per la troppa ammirazione della bellezza a lui cara, è imbarcato in Amore, e si lascia portar via, senza pensare a nulla che suo pro sia; altamente dimentico fin di sè stesso, essendosi perduto per cercar altr. — La vela rompe un vento umido eterno Di sospir, di speranza e di desio. Non sono, a mio parere, le speranze e il desio che rompano la vela, ma i sospiri nati dalle speranze e dal desio prodotti; i quali son paragonati a, un vento umido, gagliardo e continuo, che enfia e quasi spezza le vele. Il sospirare  i Greci ottimamente dicono στὲνειν, dalla angustia delle viscere, e dal sentirsi stringere il petto dal dolore; la cui strettura ed angoscia fa esalare i sospiri; i quali se bene sono alleviamento e sollievo e sfogo della passione, pure a lungo andare lasciano, la persona stanca ed oppressa. Quel rompe è detto energeticamente per voler dire, quasi fa scoppiar la vela per lo gran vento che tutt’ora l’empie e l’investe. La nebbia e l’umidore di sua natura rallenta e ammolla e allunga, e fa flosce e deboli le cose; ma per accidente è, che egli raccorci e induri, come nella fune, per la ravvoltatura e incatenatura delle parti, delle quali una non può allungarsi che non tiri a sè l’altra. Il Tassoni, che la troppa religiosità d’alcuni nello stimare ogni cosa del Petrarca, volle abbattere colla burla e colla beffa, dice: È de’ migliori senz’altro questo sonetto; ma non è già incomparabile, come lo tengono certi cervelli di formica, a’ quali le biche paion montagne. Non dirò che questo sonetto sia incomparabile, ma che è molto bello e artifizioso.

[69] Mirasi in questo componimento un palese, ma fortunatissimo sforzo d’ingegno: Mi dà fastidio quel palese, che risponderebbe per poco al lat. putidus e al nostro sfacciato. I concetti veri e sodi perdono della loro verità e della loro natia sodezza, ogni volta che hanno apparenza di ricercati e d’arguti. Il primo quadernario è bellissimo; nel secondo all’ultimo verso: Ch’ha sembianza d’ultrice e non d’offesa. Non so come una persona possa aver sembianza d’essere vendicatrice, e non aver sembianza d’essere offesa. La vendetta suppone l’offesa antecedente. Ma è quella figura όξύμωρος, lat. acutifatua. Le parole che fa Lucrezia, sanno di scuola e di lucerna: non rappresentano il valor romano in una femmina romana, e la sua parlata in un fatto così atroce ed esemplare si sfoga in una furia di contrapposti, che mostrano che uno scherza e non dice da vero. Persio, Sat. 1.

Fur es, ait Pedio: Pedius quid? crimina rasis

Librat in antithetis, doctas posuisse figuras

Laudatur: bellum hoc: hoc bellum? an Romule, ceves?

Men’moveat quippe, et cantet si naufragus, assem

Protulerim? cantas, cum fracta te in trabe pictum

Ex humeris portes? verum, nec nocte paratum

Plorabit, qui me volet incurvasse querela.

Se’ un ladro, a Pedio uom dice: e Pedio che?

Con contrapposti ei vien lisci a difendersi,

Che di qua, nè di là, pendano un pelo.

Lodasi, ch’ei maneggia le figure:

O questo è bello, bel? Dio ve ’l perdoni.

Me moveranne adunque, e, se scappato

Un dal naufragio canti, io trarrò fuore

Una misera crazia? pòrti il voto e canti?

Piagnerà vere e non studiate lagrime

Chi mi vorrà piegar con suo lamento.

I contrapposti sono belli e buoni; ma non erat hic locus.

[70] Ove di corso umano Nessun vestigio si vedeva impresso: Imitato da quel sonetto del Petrarca che comincia: Solo e pensoso i più deserti campi vo misurando: imitato questo dal Ronsardo. Seul et pensif. L’origine di questa espressione viene dall’alto, cioè da un bellissimo verso d’Omero, presso cui Bellerofonte è rappresentato: ὃν θυμον ϰατεδων πὰτον ὰντρώπον ἀλεείνων; tradotto a parola a parola maravigliosamente da Tullio. —Ipse suum cor edens, hominum vestigia vitans. La prima parte di questo verso ha espresso il Chiabrera con dire: — Distruggitore acerbo di me stesso. Suum ipsius cor edere, noi diciamo bassamente beccarsi il cervello; che va alla volta del medesimo sentimento.

[71] Caro alle muse: Orazio: Musis amicus.

[72] Sgombra, a Ninfa, l’asprezza : Non risplende taciuta alta bellezza: Con questa sentenza inaspettata come ha preso bene l’aria di Pindaro! Simile è quello d’ Orazio: Parum sepultae distat inertiae Celata virtus.

[73] Il sonetto del Tasso padre è (come sogliono essere i suoi, fatti in assai giovane età) nel genere leggiadro che i Greci dicono γλάϕερῶ; i Latini, elegante; ma la chiusa riesce gravissima; ed è uno epifonema nella sua naturalezza e semplicità di gran peso. — Nè più fia chi t’onore e chi ti pregi. Virgilio: Et quisquam Numen Junonis adoret? Quasi bei fior da freddo gelo tocchi: imitato da Dante. Quali i fioretti dal notturno gielo Chinati e chiusi poichè il Sol gl’imbianca ; con quel che segue;— Cosa non troverai che onor ti porte. Qui dice, delle cose. — Nè più fia chi t’onore, o chi ti pregi. Qui dice delle persone.

[74] Leon che l’ama, e per amarla stenta: Pare un po’ basso quello stenta, ma è calzantissimo. Erano meno colti i poeti del secolo quindicesimo, ma non mancavano talora di spirito nè di forza. Vedi i sonetti dell’Altissimo e del Canteo. È certo infusa. Concetto simile a quelli che si leggono ne’ tanti distiehi greci fatti sopra la Vitelletta di bronzo del famoso intagliatore Mirone.

[75] Ebbe Pigmalion quel che chieggo io: Il Petrarca; Pigmalion quanto lodar ti dei Nell’imagine sua, se mille volte N’avesti quel ch’i’ sol una vorrei.

[76] Di questo scelto spirito c’è, trall’altre, una nobilissima canzone in morte del Baron d’Aste, la quale è chiara insieme e alta.

[77] Però che tardi ancora e a gran fatica Sorge tra noi chi di corona è degno: Chi di corona sia degno, sarebbe l’ordinario tenore della prosa. Ma il porre ciò nell’indicativo fa più risaltare il verso, ed avvivalo.

[78] Salire il monte, si dice anche nell’uso d’oggi, ma montare, o poggiare il monte, non si direbbe.

[79] Il signor Vincenzio Leonio gentiluomo di Spoleti, Pastore Arcade e Accademico della Crusca, era di finissimo giudizio, e perciò riguardato in Roma come maestro.

[80] Sopra lo strano caso de’ due sposi Gio. Morosini e Teresa Trevisani, infermati e morti in uno stesso giorno, fece una nobile elegia il signor avvocato Francesco Forzoni Accolti, degno figliuolo del signor Pier Andrea , tutt’e due di felice memoria; e questa elegia si legge nella bella e copiosa Raccolta dei Poeti d’Italia latini che si stampa nella real stamperia in Firenze.

[81] L’istessa stella? ov’ambe avean saggiorno: I Platonici direbbero σὺννομον ἅσρον.

[82] Or s’io lo scaccio: Il cuore. Vedi presso Gellio l’antico epigramma che comincia: Aufúgit mî animus.

[83] Non è vino sfoggiato, ma si può ber volentieri: Certo, dopo i moscadi di Siracusa, vini delle Canarie e di S. Lorenzo, hanno qualche pregio ancora, que’ di Sciampagna e di Borgogna; anzi questi sono più amabili, perchè più pasteggiabili. Benchè non sia malvagía, è grato anche il moscadello di Castello. Il Varchi fu ingegno abbondevolissimo. Alcuni suoi sonetti pastorali non sono cattivi. E i versi nella traduzione del Boezio, ci è chi gli stima. Il suo andare ha del buono antico, e non è del comune odierno gusto.

[84] Cantiamo inni al gran Dio: Il salmo: Cantemus Domino, quoniam bonus. Inessicabil fiume. Inessiccabil.

[85] Ma perchè ’l gloriar se stesso e male: Cioè glorificare, μαϰαρίζειν: Lat. beatum praededicare. Cieco veggio quel ch’altri occulto ha in seno. Mosco nel famoso Amore scappato usa mirabilmente questi contrapposti. Nel corpo ignudo, ed è nel cuor coperto; e simili.

[86] Il madrigale del signor de Lemene è galantissimo.

[87] Questi versi sono una traduzione, non d’uno epigramma, come forse fu mandato scritto di Firenze, ma bensì d’un frammento, che ci ha conservato Ateneo, d’una commedia di Eubulo. — Ed io la buona Alceste. Avrebbe avuto a dire Alcesti ; come Teti da Alcestide e Tetide. L’ artificio comico è, che dopo la tirata di memoria d’accompagnare una buona con una rea femmina a quelle parole, Fedra alcun forse biasimerà, l’attore faccia un poco di pausa per vedere di contrapporre al solito, secondo la voga presa, a Fedra cattiva una femmina buona, e non la trovando, si faccia animo, con dire: ma fuvi In fè di Giove alcuna buona. Poi si fermi, per vedere di rinvenirla. Vedendo che non gli sovveniva, comincia a disperare, e interroga; come smarrito, sè medesimo, dicendo: E quale? o pure facendo questo col volto agli spettatori, per vedere se gliele suggerissero. Finalmente veduto il partito vinto e disperato del tutto, prorompe in quello epifonema:

Oimè! tosto le buono m’han lasciato,

E a dir restano ancor molte malvage.

Comincia a armeggiare; la memoria non l’aiuta: casca. I versi greci sono questi ch’ io porrò, perchè si vegga  fatica del volgarizzatore nel figurare ancora l’espressione, colla quale vien portato il sentimento, per quanto, è a lui possibile.

Ω Ζεῦ πολυτίμητ᾿. εἶτ᾿ ἐγώ ποτε ϰαϰος

Ερῶ γυναῖϰας. νὴ δὲ ἀπολοίμην ἅρα.

Πἀντων ᾄριστον ϰτημάτων. εἰ δ᾿ ἐγἰνετο

Καϰὴ γυνὴ Μηδεια. Πηνελοπεια δὲ

Μέγα πρἀγμἰ. ἠρεῖ τις ὠς Κλυταιμνήστρα ϰαϰὴ.

Αλϰηστην ἀντέθηϰα χρηστὴν. αλλ᾿ὶσως

Φαίδραν ερεῖ ϰαϰως τὶς. αλλα νὴ δὶα

Χρηστη τις ῆν μέντοι. τής, οἴμοι δεὶλαιος;

Ταχέως λε μἰ ἄὶ χρησται γυναῖϰες ἐπἐλιπον.

Τῶν δ᾿ἇυ πονηρῶν ἔτι λέγειν πολλας ἔχω.

Ateneo lib. xiv.

[88] Questo dottore Vaccari stette molto a Firenze, giovane di felicissimo spirito, d’ottimo gusto, di non ordinaria espettazione, se morte, che fura i migliori, non l’avesse tolto sul fiore degli anni suoi, in Ferrara sua patria. — Sdegno, della Ragion forte guerriero: L’ira ministra e esecutrice della ragione, secondo Aristotele. — Che in lucida arme di diamante avvolto. Orazio disse Marte: tunicâ tectum adamantina. Qui vale, di ferro, perchè tra il ferro ci è del lucido. — Ferocemente di battaglia in volto. Quell’avverbio in principio di verso fa bene, come in quel verso del Petrarca: Velatamente Amor l’arco riprese. Di battaglia in volto. È frase nuova e vaga. Noi in bassa proverbial maniera diciamo, ma a altro proposito, Fare il viso dell’arme, d’uno che minaccia colle sembianze un altro, e si mostra pronto a difendersi, e se bisogni anche assalirlo. Alle volte da queste maniere idiotiche e volgari si trae qualche buona immagine, e si vengono ad annobilire. — Non vedi Amore, che rubello e fiero. Rubello è toscana leggiadrissima voce. I nostri antichi diceano: Aver bando di rubello. E anche in oggi è rimasa la maniera proverbiale d’una cosa che poco s’apprezzi. Oh; che è roba di rubello? Poichè le robe dei ribelli, confiscate, si vendevano all’incanto, a quello prezzo che se ne trovava , e talora per vil pregio si liberavano e via si davano. — Stuol di pensieri; come esercito d’amori, e simili espressioni vaghe, e che sentono della grazia greca. — E la persegue furioso e stolta. Persegue è de’ buoni Toscani. Bella cosa è qui armare e incitare, τὸ τιμοειδι dell’anima contra, τὸ επιϑυμητιϰὄν; la quale fa contra la parte logica, o razionale di quella.

[89] Gran perdita abbiamo fatta nella morte del signor avvocato Zappi perchè i suoi componimenti sono fantasiosi e mirabili. — La destra no. Virg. Lumina, nam teneras arcehant vincula palmas. Stavasi tutta umile in tanta gloria. Il Petrarca: Umile in tanta gloria. Fia per purpurea penna; cioè dell’ Emin. Card. Pietro Ottoboni, che, come si dice qui, a tanti suoi pregi ha congiunto ancora quello d’essere eccellente poeta. Ne fa fede trall’altre la tragedia del David maravigliosamente condotta. Quando passò di Firenze, gli fu intagliata perciò da spiritoso giovane Fiorentino, de’ Vaggelli, una medaglia col rovescio di uno specchio ustorio che riceve il fuoco dal Sole con motto: Coelestis origo, tratto dall’intero verso di Virgilio: Igneus est olii vigor et Coelestis orige. Quanto alla purpurea penna, la può salvare Orazio che disse d’Augusto: purpureo bibit ore nectar.

[90] E parte ad or ad or si volge a tergo, Mirando s’io la seguo: Questa immagine fu benissimo messa in opra dall’ incomparabile padre Pastorini genovese della Compagnia di Gesù nel sonetto del libro del Petrarca donato al signor Carlo Maria Maggi di gloriosa memoria: E si volge a mirar, se ’l raggiugnete. Dice del Petrarca.

[91] Re grande e forte: È una canzone veramente regia, fatta dal Re della lira toscana, lume della nostra Italia, e ornamento già della porpora fiorentina.

[92] Al mondo, che per altro a me non piace: Il Petrarca nella canz. I degli Occhi. La vita, che per altro non m’è a grado. Con l’alma sicurtà dell’innocenza. Queste voci di più sillabe gettate là nella fine de’ versi, non so come, maneggiate dall’ingegno felice e fecondo di sodi e gravi sentimenti, del signor Maggi, vengono a formare magnificenza propria del dire sublime e sentenzioso.

[93] Il signor marchese Gio. Gioseffo Orsi è uno de’ rari spiriti della nostra Italia, e i suoi componimenti sono lavorati con estrema delicatezza e forza. Il sonetto della comparazione del Cavallo ch’erra disciolto e che brama di riavere il freno, come ornamento accostumato, è mirabile, e può illustrar questo.

[94] Il sonetto del marchese Ottavio Gonzaga ha accoppiato all’affettuoso il grande.

[95] Il sonetto del marchese Alessandro Botta Adorno, gentile quanto si possa mai, facile e nobile.

[96] Non è figlio di Sparta, e non è mio: Benissimo espresso dal greco.

[97] Platone fu meritamente chiamato l’Omero de’ filosofi, poichè siccome Omero tra i poeti, così egli tra i filosofi è l’eccellenza e la cima. I nostri poeti, adornando le loro poesie delle filosofiche opinioni di lui, hanno innalzata la poesia italiana a quel segno ch’ ella è, cominciando dagli antichi, e venendo ai moderni. Seguirono in ciò puntualmente l’ammaestramento del gran poeta Orazio nella sua Poetica: Rem tibi Socraticae poterunt ostendere chartae.

[98] Tal, per disio di voi, da me partissi Il cuor: L’antico epigramma presso Gellio: Aufugit mî animus.

[99] Come sol col pensar s’empie il difetto Di voi, di me, del doppio esilio mio?: S’empie, cioè s’adempie, cioè si supplisce. Il Petrarca: Soccorri all’alma desviata e frale; E ’l suo difetto di tua grazia adempi.

[100] Sien padroni i pensier, serve le rime: Piero figliuol di Dante disse che suo padre mai rima nol trasse a dire quello ch’ei non volea. Vedi il Vocabolario della Crusca alla voce Rima.

[101] L’anima bella, che dal vero Eliso: Sublime e felicissimo sonetto, come sono gli altri componimenti del signor marchese Cornelio Bentivogtio, che pensa forte e si spiega con accerto.

[102] E come dolce parla e dolce ride: Imitato dal notissimo passo d’Orazio: Dulce ridentem Lalagen amabo, Dulce loquentem. Saffo: Και γελώσας ιμερόεν ed amabil ridente.

[103] Ch’ogni dì vi s’incontra infame un sasso: Orazio: Infames scopulos Acroceraunia.

[104] Bel pensiero, bella similitudine e ben applicata è quella del sonetto del signor Stampiglia, e l’ultimo terzetto è incomparabile. Tornan sempre a Dorinda i pensier miei, Benchè ti volga a mille Ninfe e mille, Ed in vederla poi mi perdo in lei.

[105] Torquato Tasso in tutte le sue cose è ricco e profondo. Attualmente adesso si stampano le sue Opere in Firenze.

[106] Amore alma e del mondo: Bella entrata di sonetto. Πρὸσωπον τηλαυγὲς dice Pindaro: Splendida facciata di bello edilizio. Il nostro gentilissimo Redi: Musico è Amor, ne’ suoi sonetti che tutti spirano purità e grazia. — Misto a’ gran membri dell’immensa mole. Virgilio poeta Platonico:

Mens agitat molem. Spiritus intus alit.

[107] Non ride fior nel prato, onda non fugge: Virg. fugiens per gramina rivus. Ah che giammai non formerò parola, Poichè l’alma in veder l’amato volto Il mio core abbandona, e a lei sen vola. Non potea meglio affigurarsi l’estasi amorosa. Virg. Incipit effari, mediâque in voce resistit. Il Petrarca mirabilmente : Tanto le ho a dir, che incominciar non oso. Quell’altro: cadit alte sumpta querela.

[108] La canzone del sig. Guidi è piena d’immagini, che sono la favella sacra de’ poeti.

[109] Peggio ch’è’l men di voi quel che mirai: Properzio: Haec sed forma mei pars est extrema furoris: Sunt maiora, quibus, Basse, perire juvat. Meritamente di questo robusto poeta e leggiadro, Angelo di Costanzo, n’è fatta Raccolta di Rime stampata in Bologna, benemerita siccome di tutti gli studi, così della buona poesia italiana.

[110] Ma da voi un’immagine in me corse: ἐιδωλον

[111] Ahi quanto fu al mio sol contrario il fato: Che rime gentili! Che affetto! Che natural maestría: della incomparabile Vittoria Colonna! Non mancano nel nostro secolo nobili facitrici di toscana poesia, e trall’altre la sig. Selvaggia Borghini dama Pisana, e meritevolmente riposta dall’ Abate Menagio tralle donne ancora perite di filosofia.

[112] Gabriello Simeoni fiorentino dimorava in Lione di Francia, ove diede alla luce due opere. — Ch’uom di virtù poco alla patria e grato: cioè conforme al sacro detto: Nemo propheta acceptus in patria sua.

[113] Porta il Buon villanel: sonetto del Coppetta celebratissimo, di cui è proprio lo stile figurato, e nella sua sublimità leggiadro.

[114] Spiritosissimo, ed a sè simile il sig. Gioseffa Antonio Vaccari, la cui conversazione siccome mi era gioconda e amabilissima pel suo genio, pe ’l suo buon tratto, e per la nobile sua indole, così la perdita sarà sempre al mio cuore e a tutti i buoni dolorosissima. Quanto è vivace quella maniera, e che mette sotto gli occhi, e imprime la forza dell’affetto! E cotesto vid’io crude pupille. E appresso: Gitta Amor, gitta l’arco, e le costei Armi feroce impugna. Tibullo della sua Sulpizia:

Illius ex oculis, quum vult exurere Divos,

Accendit geminas lampadas acer Amor.

Si serve per fiaccole Amore degli occhi di Sulpizia. Le costei armi, e udrem, per toccare ancora queste minuzie, in vece delle armi di costei e di udiremo, non sentono il sapor di toscano? non odorano di quel timo Attico, come diceano i Greci? In somma per tutto vi si vede il poeta.

[115] Donna negli occhi vostri ec: Questa canzone è piena di lumi maravigliosi, ed è vaga insieme e magnifica. E quando comparì in Firenze, da tutti nella memoria se ne facea conserva.

[116] Il contrasto della tema e della speranza è, benissimo rappresentato: e la conchiusione del sonetto è gravissima.

[117] Il favellare degli occhi ne’ guardi passati al cuore, occhi, fonti della fiamma amorosa, e bel pensiero. E la conchiusione del sonetto è galantissima. E stata grave la perdita del sig. Bernardoni Poeta Cesareo, ma si ristora nella persona dello eloquente Padre Bernardoni, de’ PP. del Ben morire, insigne predicatore.

[118] Qual edera serpendo Amor mi prese: Avrebbe potuto dar motivo a questo sonetto Catullo in un suo epitalamio, quando disse allo sposo: Ac domum dominam voca Coniugis cupidam novi, Mentem amore revinciens, ut tenax hedera huc et huc arhorem implicat errans. Ma l’autore del sonetto, quando lo fece, a questa similitudine Catulliana non ci pensò; siccome nè anche al velare e coprire intorno intorno la mente l’amore – mentem amore revinciens: che risponde a quello del Greco Poeta, ἐρος ϕρένας ἀμϕιϰαλὺπτει. La mente vela intorno intorno Amore.

[119] Là dove m’ha vostra bellezza spinto: Vostra bellezza, cioè voi è la stessa perifrasi che Vostra Signoria, Vostra Altezza, Vostra Eccellenza: Βὶη ἐραϰλειν Αινειάν Βὶη. Robur Herculis, vis Aeneae, presso Omero.

[120] Dalla rosa prendevano i Gentili poeti occasione di meditare la brevità della vita, che sorta appena, languisce e casca; descrisse ancora l’uomo che così corto ha il tempo del suo vivere, il paziente Profeta, come un fiore che spunta ed è pesto. Ma l’occasione di meditare de’ Gentili era un conforto a studiarsi di rendere quei piaceri a’ quali la fiorita età gl’invitava. Laonde ne’ conviti ancora l’immagine di morte ponevano, come un ricordo del breve campar nostro, per potere impiegare il tempo in darsi buon tempo, e in godere e trionfare. È curiosa la fantasia di quell’ antico, che fa la morte tirar gli orecchi; cosa che facciamo noi nel giorno della nascita ogni anno ch’ella ricorre, come per un segno di ricordanza. Dice egli adunque:

Mors autem vellens, vivite, ait: venio.

Il vivere lo facevano un sinonimo di godere.

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus.

Da questo era detto convivium; perchè fosse una vita insieme: e noi dichiamo di chi si tratta bene, e fa buona tavola, far buona vita. Non ha dunque tanta ragione di boriarsi della sua lingua Cicerone, che alla greca, quando può, l’accocca bene e volentieri, dicendo, che meglio dicono i Latini convvium, che i Greci συμπὸσιον poichè migliore sia una vita insieme, che una bevuta. Tutte due le voci tendono a significare la stessa eosa del piacere. Ora il poeta morale e cristiano disprofana, per così dire, la rosa, siccome la morte, da questi voluttuarii sentimenti, e la consacra, e la graduisee, e ordinala a meditazioni più sane e migliori, come fa qui leggiadramente il sig. Francesco de Lemene. Men veduta e più pregiata. Catullo: Ut flos in septis secretus nascitur hortis. Fo poi dolci i lor fiati. Direi: Fo poi dolci i loro fiati. Poichè fiato, che viene dal lat. flatus, non pare che si possa fare di tre sillabe; come fiate, che vengono dal latina vices, barbaramente vicatae; spagnuolo antico, vegadas; franzese antico, fiées: che ora dicono quelli vezes, questi fois: il Petrarca, Mille fiate, o dolce mia guerriera. È un bellissimo e divoto e vago libretto quello  che de Lemene fece sapra i misteri del Rosario della Santissima Vergine, donde credo sia tratta la presente canzonetta.

[121] Pregan pur che il bel piè li prema, e tocchi: Il pregare dell’erba è rappresentato dal gentil latino Poeta:

Et sitiens Pluvio supplicat herba Jovi.

[122] Di lui so ben, che un dì l’altar l’aspetta: E noto il distico greco della vite rosa dalla capra, la quale le dice che roda tanto, che lasci un poco di racimolo, che serva a far tanto vino che basti, nel sacrifizio e nella libagione, a spargerli le corna.

[123] Genova mia: Questo principio somiglia quello del Petrarca: Italia mia; e dalle lettere singole, iniziali, prefisse al sonetto, si scorge essere di quel padre Pastorini, che non si può tanto nascondere che la luee del suo stile non lo manifesti. È sonetto grave e maraviglioso.

[124] Fendi secur le nubile muor contento: Quelle due voci tronche, secur e muor, fanno il verso aspro; e muor, per muori, è alquanto licenzioso, essendo solito troncarsi nella terza persona, e dirsi in vece di muore.

[125] I destrier non men risplendono D’aureo morso e d’aurea briglia: Ovidio nelle trasformazioni del carro del Sole: Temo aureus, aurea summae Curvatura rotae. Per la via gir se ne godono (i cavalli dell’Aurora) Omero: τώ δ᾿ὀυϰ ανεϰὸητη μετὲσθην, Illi autem non inviti volabant (equi.) L’alba e l’aurora non sono se non belli spettacoli del cielo; e non è maraviglia che un poeta che cerca le affinità, se n’innamori. Fu censurato il Casa d’usar troppo la similitudine del Pellegrino, e dal satirico Rosa i poeti per usare quella del sole.

Le metafore il sole han consumato.

Così è vero che trahit sua quemque voluptas.

[126] Questo e quel conte Carlo de’ Dottori, del quale è celebre l’Aristodemo, tragedia.

[127] Lungi vedete il torbido torrente: Sonetto lodatissimo dal Redi, ottimo conoscitore delle buone maniere di poesia.

[128] Nel core, anche non core: Forse; ancor non core. Facean per tutto aprile, Dov’ei calcava, alti de’ fior gli steli, Quicquid calcaveris hic rosa fiet — Non rispondermi già col pianto ai rai; cioè col pianto ai lumi, non pare cosi naturale. — Siate meno ingegnosi e più sinceri. Poichè nell’ingegno può esservi la finzione, e nel molto spirito poco cuore, e nell’arte non esservi la schiettezza.

[129] Così che l’altre fur belle sol quanto Erano in qualche parte a lei simíli: Questo così che in vece di siccome, o come antichi prosatori dissero: così come; i Franzesi, ainsi comme, che è l’intero: non mi sembra che troppo s’affaccia all’orecchio, e sia duro, e non così dai buoni usato. Trovasi sí che: talchè. Quei felici ardiri e splendidi. Vita traeano i fior dagli occhi suoi, Luce il meriggio, e n’avea invidia il Sole fan più risaltare la chiusa affettuosa e grave. — Ah quanto abbiam perduto Amore e noi! nel medesimo modo uscire da immagini fiere e posare in un affetto, ha molta natural grazia; siccome nel sonetto del Petrarca che comincia; Qual paura ho, quando mi torna in mente; Hor tristi, dice, augùri e sogni e pensier negri, Mi danno assalto or: piaccia a Dio che ’n vano. Questa chiusa che ad alcuni pare languida e dormigliosa, in apparenza, quanto in sustanza è vivace! perciocchè animata dall’affetto, e espressa dalla paura che ha data occasione al sonetto, e così lega col principio la fine. È la stessa natural paura che avea Tibullo, che diceva: ne sint insomnia vera. Pregava gl’Iddii che i sogni suoi mali non s’ avverassero. Non è necessario che nel fine sempre l’orazion cresca. Una chiusa posata mostra che l’uomo dice davvero; e fa veder nudo l’ affetto.

[130] E Paradiso, ov’è si bella donna: Omero d’Elena. Αινῶς ἀϕανάτῃσι ϑεῇς ἐις ὦπα ἕοιϰεν. Forte ella arieggia l’immortali Dee.

[131] E ’l pregio di chi vince è la mia morte: Le prixs, il premio.

[132] Fèano i begli occhi a sè medesmi giorno: Più forte che dire: a sè medesmi il giorno.

[133] Quando udì dir. Udì in vece d’udii non fa cattivo suono, perchè io udì’ dir ha la sillaba e la nota di’ appoggiata, e quegli udì dir ha la noia battuta; e questo farebbe più cattivo suono. Gli antichi non aveano tanta dilicatezza d’orecchio Lucrezio lib. i a Venere: fa dictis, Diva, leporem. Nella mia traduzione della Iliade non ho avuto scrupolo di fare il primo verso:

Le sdegno, o Dea, dì del Pelide Achille;

E potendo dire: L’ira, o Dea canta del Pelide Achille, non so come mi è piaciuto più il suddetto verso.

[134] Anzi più forsennato in me non entro: Pare dura espressione.

[135] L’eroe che non potea partirsi in dui: Pare strano il concetto e pericolante, ma è condito con grazia.

[136] Tal che ’l maestro de’ stellati chiostri: Siccome noi dichiamo, lo stellato: così li stellati, degli stellati. È duro il troncamento. L’entrata del sonetto è una entrata spiritosa, e tale ancora dovette giudicarla il Redi. Tutte e due, e ’l Conti e ’l Redi la trassero da quella stessa figura e maniera di dire che si legge nella Cantica. Quae est ista quae progreditur?

[137] Ecco Amore, ecco Amor: Sonetto spiritosissimo, e pieno di fantasia ingegnosa. Quel che si oppone intorno al suono, sia vostro incarco, Occhi, chiudere il passo, della parola chiudere dopo gli occhi, non fa forza, poichè essendoci necessariamente la distinzion della virgola, e della pronunzia dopo gli occhi, essendo vocativo, non si viene la seguente parola chiudere a serrare e unire con occhi. E chi, e chiù sono diversi suoni; e non è come: Achaica castra di Virgilio. Non avevano questa delicatezza, o superstizione d’orecchio gli antichi Quel verso di Cicerone tanto burlato:

O fortunatam natam me consule Romam,

se si fa la pausa naturale e necessaria dopo fortunatam, non fa cacofonia veruna; e va virgolato il verso così: O fortunatam, natam me consule, Romam. Pare al Censore quel verso: Che a turbarmi del sen la cara pace, sia snervato per conto dell’epiteto cara; e avrebbe voluto scambiarlo con altro, come sarebbe a dire lunga. Ma quanto vago, quanto bello, quanto proprio epiteto, quanto affettuoso, e quanto grande ancora nella sua semplicità è quello epiteto di cara pace? Quanto è prezioso! quanto caro ϕίλον πατὲρα ϕίληνἐς πατρἰδαγα γαἳαν. Omero sempre: il caro padre: la cara patria. Dopo il verso dolce e soave, Che a turbarmi del sen la cara pace, che bello spicco fa il susseguente, forte e terribile e strepitoso! Sen vien di sdegni e di saette carco. Risente il danno, in vece di sente il danno, ha alquanto del pellegrino, e della forma franzese, nella stessa guisa che il Petrarca disse:

Che non ben si ripente

Dell’un mal, chi all’altro s’apparecchia;

maniera non nostrale ma similmente francesca. — si ripente, per lo semplice si pente. Irne impuni. Non mi dispiacerebbe porre il puro avverbio latino, e dire irne impune, come si disse ab experto dal Petrarca. E impune possiede una gran forza. Non si dee mettere tutto il capitale nelle belle frasi e parole; poichè la bontà e bellezza de’ sentimenti dee principalmente attendersi; ma non si deono sprezzare nè anche quelle, nè eziamdio le minuzie intorno ad esse; perciocchè da tutto risulta la perfezione de’ componimenti.

[138] Porte di perle e di rubini ardenti: Per voler dire le labbra; certamente che non è venuto in capo a niun greco nè latino poeta. Ma la nostra poesia ammette già per antico uso queste licenze. — E gli onesti sospiri e i dolci accenti. Che per sentier sì dolce, Amor ritira. Ritira per tragge, non pare così proprio. — Per sì fiorita valle. La concavità della bocca, cui Galeno chiama antro ne’ maravigliosissimi libri dell’uso delle parti; e questa qui è detta Valle, perchè è posta tralle due montagnette delle guance. — E l’aria e i venti Veste d’onor. Il vestire è stata sempre elegantissima e graziosa e forte metafora. Omero nel V Iliade al primo. ἀνἀιδεὶην ἐπιείμενς d’imprudema rivestito, e simili. — Felice il bel tacer, che s’imprigiona Entro a sì belle mura. Plutarco περί ἀ δολεσχίας. della loquacità; dice che i denti son dati dalla natura per riparo della lingua, che abbia del ritegno e non iscorra. Omero, ποῖον σε ἔπος ϕὺγεν ἑρχὸς ὸδὸ των; qualis tibi vox effûgit septum dentium, Denti, mura di alabastro, perle orientali, sono le metafore dei nostri poeti.

[139] Anco i filosofi amano, e hanno composto libri dAmore per fino gli Stoici, come, appare da Laerzio.

[140] Quel che d’odore e di color vincea: Non ci è da inciampare per li lettori di questo primo quadernario; poichè il Petrarca vuol tenere coll’artifizio sospeso chi legge, fino al principio del secondo, ove si spiega di chi ha volute intendere nel primo, con dire sul bel principio di quello: Dolce mia Lauro. Così dal generale, rinvolto e scuro, sogliono i poeti passare al particolare, e sviluppare la prima proposizione, e chiarirla, eccitare la curiosità del lettore, e alquanto, per così dire, tormentarlo e martoriarlo, per poi contentarlo. Il fanno ancor gli oratori; e trall’altre, nel rivedere insieme col giudicioso e dotto ed amorevole Abate Torello la traduzione egregia franzese d’alcune orazioni di Demostene, fatta da suo fratello, nello esame rigoroso, che per ordine del medesimo ingegnoso traduttore si faceva, si veniva talora ad alcuni passi, ove l’oratore diceva la cosa in confuso, per poi immediatamente venire a spiegarla e schiarirla; ora il traduttore, vago della chiarezza, la schiariva prima del tempo da sè medesimo, e imbattendosi nello schiarimento susseguente dell’autore, e non volendo perderlo, lo veniva a tradurre, con ripetere la stessa cosa, anzi senza necessità ritradurla per quello anticipato suo schiarimento. Egli avvertito era di questa, e d’altre cose simili, come del variar la stessa voce ripetuta da Demostene per maggior forza, e sulla quale faceva il suo fondamento; e in questi passi si consigliava a non ischifare di servirsi due volte, o quanto bisognava, della medesima voce, perciocchè ciò non era meschinità, ma urgenza del negozio che si trattava. Conferenza giocondissima, esame utilissimo, esercizio amichevole e fruttuoso. Tenevasi davanti agli occhi il testo greco, e ’l francese volgarizzamento; facevasi la critica severissima, e i comuni nostri sentimenti o in franzese o in italiano, o ancora, quando bisognasse, in latino spiegavansi. Nominavami perciò (mi si perdoni, come a vecchio, questa vanità) son grande Aristarque, e diceva in una delle sue lettere piene di spirito, che il suo Demostene, secondo le nostre censure, l’avoit tout refondu e, come noi diremmo, rifatto e rigettato di nuovo. Ma prevenuto dalla morte non potè farlo. Ora per tornare al proposito; il Petrarca qui vuole dallo scuro venire al chiaro, e, per servirmi di ciò che in altro senso disse Orazio, ex fumo dare lucem. Descrisse le qualità eccellenti del suo Lauro, e poscia nominollo. Più strano pare veramente che sotto quel Lauro, inteso per Madonna Laura, egli vedesse sedersi il suo signore Amore, e la sua Dea, se per Dea, come è verisimile, intende la medesima M. Laura. Ma chi vuol dar legge ai poeti e ai poeti di questa sorta? Aristotile vede l’Odissea piena di assurditadi e di stravaganze; gliele perdona pella grazia con che Omero le condiziona e le addobba. Oltrechè in questo sonetto del Petrarca il Lauro non fa figura della sua Dea, ma di simbolo della sua Dea; come tutte le Deità hanno i suoi simboli che le dimostrano.

[141] Questi sonetti del Redi, per la purità e leggiadria, e per l’unione del pensiero, sono considerabilissimi ed eccellenti.

[142] Questi sonetti del Redi, per la purità e leggiadria, e per l’unione del pensiero, sono considerabilissimi ed eccellenti.

[143] Della dottrina Platonica è da vedere Santo Agostino, grande ammiratore di quella, nel libro ottavo della Citta di Dio. Qui pare che si confonda la dottrina Platonica in universale colla Repubblica di Platone in particolare, la quale, come egli medesimo pretese, fu un suo modello e un disegno fatto così per esercizio  come la Città che fece l’Ammannati, ponendo tutte le sue parti, per istudio d’architettura, in varii cartoni da me veduta.

[144] Parlando ai fiori, all’erbe: Virg. Eclog. 2: Ibi haec incondita solus Montibus et silvis studio jactabat inani.

[145] È un troppo bassamente sentire del Marino, con dire che questa volta ha fortunatamente urtato nel buono, quasi in lui il far bene sia a caso e per disgrazia.

[146] Il Tibaldeo ha i difetti del quindicesimo secolo nella locuzione. Tranquil per tranquillo, dura troncatura; Resumer, per ripigliare o riassumere, voce latina. Ma l’immaginativa è grande, i pensieri sublimi. Così nel Cariteo, ch’era della conversazione del Sannazzaro; e nel Sannazzaro medesimo.

[147] L’ultimo verso del primo terzetto qui lodato dee scriversi: Qual chi campò dall’onda e all’ onda mira: imitato da quel di Dante: Si volge all’acqua perigliosa e guata.

[148] La poesia del Chiabrera è poesia greca, cioè eccellente; ciò egli solea dire di tutte le belle cose, o pitture, o sculture eccellenti: è poesia greca.

[149] Dio che infinito in infinito movi Non mosso: Boezio — stabilisque manens das cuncta moveri. Primo Movente immobile. Aristotele nella Metafisica.

[150] Or la men verde età nulla a te toglie: Euripide diceva che delle belle persone non solamente la primavera, ma l’autunno ancora era bello. — Ch’a rai tepidi allora Non apre il sen. Che allora, non vale per allorchè: che sarebbe dura trasposizione, e la lingua non comporterebbela. Ma il che sta in vece di conciossiachè, imperocchè. Lat. namque.

[151] Tu detta mia vendetta i voti adempi: Imitato da quella ode d’Orazio: Audivere, – Lyce, Dî mea vota, Audivere, Lyce; fis anus. Il nostro secolo pare ripurgato dal genio di que’ cervelli del secolo prossimo passato, i quali stimavano solamente le acutezze; las agudegas, dice lo Spagnuolo; e di queste ne fa un libro il Graziano; les pointes d’esprit, dice il Franzese, e punns l’Inglese; onde il libro intitolato lo Spettatore burlandosi di queste inezie che guastano il buon senno, a uno de’ suoi leggiadri e giudiciosi e morali piccoli favellamenti nel suo grave inglese idioma, prepone, come suole il tema preso da Virgilio: Punica, se quantis attollet gloria rebus! travestendo con elegante parodia quella parola punica in punnica, con due N; per mostrare queste punte, cioè arguzie tanto esaltate, le quali, come Seneca dice de’ sottigliumi de’ suoi Stoici, sono simiglianti alle reste del frumento che sono acute sì, ma si spuntano, cioè non son sode e non reggono.

[152] Ma tutto il bel che nel suo volto serra Sol dal mio forte immaginar si crea: Certamente che le passioni vengono dalle opinioni e dalle fantasie; e però queste, come cattive radici ed erbe malnate, cercavano gli Stoici a tutto potere di svellere, e di nettarne il campo dell’anima. A uno che biasimava la dama d’un suo amico, come non bella; oh, rispose questi: Se la vedeste co’ miei occhi!

[153] E prendi questa offella: Offella appresso noi è una sorta di piccolo pasticetto; ma qui pare presa per un pezzo, o boccone di checchessia; alla latina. Virgilio: Melle soporatam et medicatis frugibus offam Obiicit al can Cerbero. Ma ben dice il censore che sarebbe bastato il canto del poeta a far tacere e addormentare il Cane, poichè di Cerbero ammuinato e preso dal canto disse Orazio: Demittit aures bellua centiceps.

[154] E sognerete sol greggi et armenti: Non uscire del suo mestiere. È da vedersi l’Ecloga pescatoria di Teocrito nel fine.

[155] L’amar non si divieta: A questo nobilissimo sonetto, secondo l’uso della Accademia della Crusca, fu fatta la critica che è stampata fralle Prose Accademiche d’Anton Maria Salvini, e una nobil difesa ne fu fatta dal marchese Lodovico Adimari, gentilissimo poeta, letterato gentiluomo e cortese, il quale fece fare al detto Salvini amicizia col dotto marchese Orsi, cavaliere di quelle belle e buone qualità che son note: e per questo alla felice memoria dell’Adimari il medesimo Salvini conserva obbligo particolare.

[156] Hoc quodcunque vides, hospes, quam maxima Roma est, Ante Phrygem Æneam collis et herba fuit. Properzio al contrario. Nobile è questo sonetto dei Preti, ed è pari alla materia. In altri sonetti per avventura egli si lascia portare dallo andazzo de’ suoi tempi, ma in questo conserva e dignità e grandezza.

[157] Bisogna render giustizia al merito di monsignor arciprete Crescimbeni, che ha coronata la nostra poesia di sì belle notizie e di sì giusti giudizi de’ nostri poeti, e tutto il giorno adorna il mondo di felici suoi parti d’ingegno e d’erudizione. Questa ode con que’ versetti alla Pindarica è lavorata ottimamente, con fortunata mischianza di semplice e di grande.

[158] Col guardo in terra e co’ sospiri hi croce: Se fosse assolutamente detto co* sospiri in croce, non s’intenderebbe il pensiero, ma precedendo. Col guardo in terra, cioè confitto, si dichiara quello che segue; co’sospiri in croce, cioè, fissi nella croce.

[159] Mentre un lupo beveva ingordo e rio A un ruscello che a noi scorre vicino, Tirsi, più sotto a lui giugner vid’io Un innocente e candido agnellino. Sotto a lui, non intenderei nella parte più bassa del rio, ma sotto a lui, cioè sotto il Lupo, vicino al Lupo.

[160] Filippo Leers, amicò del nostro fiorentino insigne poeta Benedetto Menzini, è un gentilissimo spirito, e amico delle Muse più leggiadre. I suoi sonetti sopra Polifemo sono graziosi; e al confronto di questi, quegli sopra lo stesso soggetto del sig. Abate Casaregi, uno de’ lettori di Filosofia morale in questo Studio di Firenze, sono sublimi e forti — Nuovo inganno d’Amor. Qui vale strano, stravagante. Folle si dice Amore , perchè incostante, e non si mantiene nella prima operazione fatta da lui, legando un a tempo due; e poi di onesti due sciogliendone uno, e l’altro tenendo ancora legato. Per questa leggerezza Amore è dipinto fanciullo. Properzio è da vedersi nella Elegia che comincia: Quicumque ille fuit, puerum qui pinxit Amorem. Per questo, perchè la donna amata vince Amore, che l’avea legata, Amore venne a discioglierla: non facendo egli niente, se la nostra volontà non ci concorre, facendosi egli forte sulla nostra fiacchezza.

[161]E che tien caro? e che gli rassomiglia più che ’l giovare altrui?: Che in vece di che cosa? rispondente al quid de’ Latini, è usato dagli antichi, ed è qui elegantemente adoprato. Simile è quella espressione di Teocrito nell’encomio sublimissimo del re Tolomeo, benefattore de’ poeti. — τὶδὲ ϰὰλλιον ἀνδρὶ ϰεν ἔιν. Ολβὶω ἤϰλὲος ἐσθλὸν ἐν ἀνθρὠποισιν ἁρέσθαι.

Che più bello a ricc’uomo avvenir puote

Che buona fama guadagnar nel mondo.

Così ciò ch’è da voi mirato e colto: Il Petrarca: Io per me son come un terreno asciutto Colto da voi. – L’ha da lui che n’ha quanto il Ciel n’avea: È un poco duro il verso e sforzato ma l’iperbole non è inconveniente al personaggio di cui si parla, personaggio per dignità santissimo, e la cui potestà è di ragion divina.

[162] Il Padre Pastorini tanto nelle composizioni, che nelle traduzioni, spiritoso e mirabile.

[163] Com’io sento talor porsi in cammino Per uscir l’alma: Nell’epigramma di Platone sopra Agatone. Ηλθεγὰρ ἡτλήμων. ὡς διαβησμένη.

[164] Ch’ogni dì spiego il Gretsero: Carlo Maria Maggi celebre amoroso, morale, eroico, poeta, lettore di lingua greca nelle scuole Palatine di Milano, segretario di Senato.

[165] Questo sonetto di Celso Cittadini, lettore pubblico della lingua toscana in Siena, è leggiadro e graziosissimo.

[166] Così in te starmi ore tranquille e liete: In vece di starmi teco l’ore e l’ore. E sopra, io vivea tempo migliore, sono maniere durette anzichè no.

[167] Il Tassoni è grande vilificatore delle buone cose, passando la canzone del Bembo per la morte di suo fratello per cosa eccellente.

[168] In questa canzonetta del Chiabrera, Belle rose porporine, vi è una grazia inimitabile.

[169] Chi del tuo bello a i rai: Intende degl’innamorati della bella Italia. Questo è quello che per mio esercizio mi è riuscito di distendere, conforme a i dettami del proprio cuore, intorno all’insigne Trattato della Perfetta Poesia Italiana, per vedere di cercare in compagnia del dottissimo suo autore, e sulle tracce del verisimile, la verità e ritrovarla, se possibil fosse ne’ suoi nascondigli. Non vi è cosa più profittevole della critica, quando ella sia fatta coll’unico oggetto di raffinare il proprio intendimento. Se vi è alcuna cosa in queste mie considerazioni, o lettore, abbine tutto il grado, a chi credendole non disutili al pubblico, mi ha benignamente confortato, benchè non fatte per questo fine, a pubblicarle, e vivi felice.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011