Lodovico Antonio Muratori

Della perfetta poesia italiana

1672-1750

Edizione di riferimento:

Della perfetta poesia italiana, spiegata e dimostrata con varie osservazioni da Ludovico Antonio Muratori con le annotazioni critiche di Anton Maria Salvini, dalla Società Tipografica dei Classici Italiani, Milano 1821.

Indice

CAPITOLO I.

Utile e diletto si debbono arrecar dalla poesia. Talor basta il diletto, ma il diletto sano. Utile necessario ne’ grandi poemi Come s’abbia a lavorare la nobile e perfetta poesia. Omero ed altri in ciò ripresi.

CAPITOLO II.

Cercasi la ragione perchè poco per l’ordinario si apprezzi la poesia, e poco sieno fortunati i poeti. Difetti di questi dalla parte del corpo. Poeti prudenti ancor felici. Imperfezioni loro dalla parte dellanima. Follia de’ poeti innamorati. Malizia grave d’alcuni altri vanamente scusata.

CAPITOLO III.

Della malizia leggiera de’ poeti. Amori trattati in versi. Quanto biasimevoli negli autori, e perniziosi alla repubblica. Sentimento poco lodevole del Bembo.

CAPITOLO IV.

De’ difetti d’ignoranza ne’ poeti Division d’essa. Altra dalla natura, altra ha origine dal poco studio. Ignoranza sforzata. Drammi musicali da chi e quando introdotti in Italia. Musica d’essi pregiudiziale alla poesia.

CAPITOLO V.

De difetti che possono osservarsi ne’ moderni drammi. Loro musica perniziosa ai costumi. Riprovata ancor dagli antichi. Poesia serva della musica. Non ottenersi per mezzo d’essi drammi il fine della tragedia. Altri difetti della poesia teatrale, e vari inverisimili.

CAPITOLO VI.

Della necessità di riformar la poesia teatrale. Alcune correzioni proposte. Costume poco lodevole di alcuni Tragici. Temperamento nell’introduzion degli amori. Difetti delle moderne commedie. Quanto dannoso ai costumi il Molière. Altre correzioni del teatro.

CAPITOLO VII.

Degli argomenti della lirica. Amor donnesco falsamente creduto il più ampio suggetto dei componimenti lirici. Altri amori più vasti, e particolarmente quel di Dio e delle virtù. Loro nobiltà. Origine della lirica, e riforma di essa fatta dagl’Italiani. Argomenti non ancor ben trattati. Inni, apologi, favolette, satire. Arti varie. Difetto di Dante. Accrescimento dell’erario poetico.

CAPITOLO VIII.

Della lingua italiana. Pregio di chi ben usa le lingue. Lingua volgare diversa dalla gramaticale. Sentenza di Dante confermata. Utilità di chi studia le lingue. Vocabolario della Crusca lodato. Non essere il secolo d’oro della nostra lingua quel del Boccaccio. Difetti degli antichi. Contrassegni della perfezion d’una lingua. Secolo d’oro dell’idioma italiano dopo il 1500. Opinione del Salviati disaminata. Lingua de’ moderni più da imitarsi, e necessità di studiarla.

CAPITOLO IX.

Si difende la lingua italiana dalle opposizioni di un certo scrittore di Dialoghi Diminutivi ingiustamente derisi. Propri ancor della greca e latina favella. Terminazioni e varia musica delle parole italiane. Lingua nostra non amante delle antitesi, o de’ giuochi di parole. Iperboli e tropi senza ragion condannati. Uso de superlativi e delle metafore difeso.

CAPITOLO X.

Trasposizion delle parole nelle lingue se biasimevole, o lodevole. Pronunziazione della favella d’Italia. S’ella sia molle ed effemminata. Dolcezza virile d’essa. Conformità della lingua italiana e latina. Esagerazioni del Censore. Paragone della lingua franzese colla nostra. Obbligazioni della prima alla seconda.

CAPITOLO ULTIMO

Epilogo dell’Opera e perfezione del buon gusto poetico.

LIBRO TERZO

CAPITOLO PRIMO

Utile, e diletto si debbono arrecar dalla poesia. Talor basta il diletto,

ma il diletto sano. Utile necessario ne’ grandi Poemi. Come s’abbia

a lavorare la nobile, e perfetta poesia. Omero, ed altri in ciò ripresi.

Io mi son posto alle volte, o Illustriss. ed Eccellentiss. Signor March. Alessandro Botta-Adorno, a considerar fra me stesso, da qual fonte proceda e la gentilezza de’ costumi, e la soavità del conversare, e la vivacità de’ ragionamenti, che in voi oltre a molte altre invidiabili doti s’ammirano, e con cui fate, che il nome vostro sia conosciuto da tanti, e che chiunque vi conosce ancor vi riverisca ed ami. Certamente, nol niego, il nobilissimo vostro legnaggio può avervi fornito di un sì riguardevole corteggio di pregi. In voi co i semi della vita saranno passati i semi di quelle rare virtù, per cui ne’ secoli addietro tanti vostri Antenati ora prudenti Dogi, ora prodi guerrieri, ora famosi Letterati, o nel governo della Repubblica Genovese, o nella difesa dello Stato di Milano sotto i primi suoi Duchi o sotto i Re delle Spagne, giunsero a formare una delle più maestose e gloriose piante d’Italia, di cui siete ora un così degno germoglio. Ma tuttochè io veneri voi per lo splendore de’ vostri Natali, pure perdonatemi, se più volentieri da un’altra cagione che da questa io vo’ credere originato lo splendore delle vostre amabili maniere di vivere. Non a un dono della Fortuna, che tale appunto è il nascere di sangue Nobile, e molto più d’ereditar col sangue gl’indole generosa de’ Maggiori, ma all’industria e cura di voi medesimo, cioè ad un proprio merito vostro, mi giova attribuire quella dolce concordia di belle opere e di parole, con cui legate a voi gli animi altrui.

Le belle Lettere, che non per altro furono chiamate umane, se non perchè inspirano l’umanità e la gentilezza in chi le apprende e coltiva: quelle furono, che apprese e coltivate da voi, principalmente vi dettarono, e vi dettano i più fini assiomi dell’arte di farsi amare. Ove queste non avessero dirozzato e ingentilito l’animo vostro, e levatagli la naturale salvatichezza a tutti comune, chi sa che ancor voi non foste incorso nella disavventura de’ buoni terreni, quali benchè privilegiati dalla natura, se non sono dall’arte ammaestrati, e di nobile semenza provveduti, solamente producono o ignobili erbe, o vilissimi bronchi? Nelle civili conversazioni e nel commerzio del mondo chi porta costumi aspri e dispiacevoli, nè fa condire con qualche buon sapore i ragionamenti suoi, costui anche non volendo confessa, che i paesi delle Muse non sono a lui meno incogniti, che quei della vastissima Tartaria. Aggiungete ora voi questa, poco bensì osservata, ma pure tanto preziosa utilità alle altre, che in voi ridondano dallo studio delle lettere amene. Poi lasciatemi conchiudere, che queste non hanno avuta poca parte nel farvi compiuto cavaliere, e nel perfezionare in voi l’aurea lega di tutte quelle illustri virtù, per cui la vostra nobiltà, sì distinta per se stessa da tante altre, può ora gareggiar colle prime. Ma doppoichè abbiamo lievemente accennata una delle utilità rimote, che si traggono da sì fatti studi, tempo è che voi meco passiate a rimirarne dell’altre, che sono più proprie ed essenziali all’arte de’ poeti, anzi una delle cagioni finali della miglior poesia.

Imperocchè i Ragionamenti miei altro finqui non hanno inteso, che discoprir le virtù, e i vizi della poesia, considerandola in se stessa, e come arte fabbricante, intenta ad apportar diletto. Il che facendo io, mi sono studiato di condurre i lettori a comprendere in parte qual sia l’interna, ed immediata perfezion di quest’arte. Ora è necessario considerarla, come parte della filosofia  morale, e della politica, cioè come arte, che dee parimente essere utile, e indirizzata al bene della Repubblica. Sotto la qual considerazione più volentieri da alcuni essa vuol nominarsi non poesia, ma poetica. Io nulladimeno continuerò a chiamarla poesia, siccome ho fatto finqui, poco importando al proposito nostro l’usare una sì fatta distinzion di nomi, posciachè abbastanza s’intende, ch’io parlo di quell’arte, che fa versi, e poemi. E ben fra gli scrittori è stata gran contesa intorno allo stabilire, qual sia il fin di tale arte, sostenendo alcuni, che sia il diletto; ed altri l’utile; o pur l’uno, e l’altro insieme, servendo non per decidere, ma per continuar la lite, que’ due versi d’Orazio:

Aut prodesse volunt, aut delectare Poetæ;

Aut simul, et jucunda, et idonea dicere vitæ.

Per quanto a me ne pare, e per quanto s’è detto altrove, può una tal quistione ridursi a i due principi testè accennati, e brevemente decidersi in questa maniera. O si considera la poesia come poesia, ed arte fabbricante i suoi idoli: e allora il suo vero, ed immediato fine si è l’apportar diletto; e di ciò s’è per noi ragionato. O noi consideriamo la poesia, come arte suggetta alla politica, e come parte, o ministra della filosofia de’ costumi: e l’utile allora ha da chiamarsi il suo vero, e proprio fine, dovendo tutte le arti giovare all’uomo, cioè le nobili all’animo, e le meccaniche al corpo. E perchè niun’arte può esentarsi da questa suggezione alla politica, la quale indirizza tutti gli studi, ed ogni arte al buon governo, e alla felicità de’ cittadini, per conseguente dovrà la poesia sempre aver per fine oltre al diletto, ancor l’utile. Sicchè il prossimo, immediato, ed essenzial fine de’ poeti è il dilettare; il secondario è il giovare a i loro ascoltanti, e lettori. La poesia dunque per giungere alla più alta sua cima, avrà non solamente da rappresentare il vero più maraviglioso, nuovo, e pellegrino della natura; ma eziandio da cercare attentamente il buono profittevole all’umana Repubblica. Questa lega del vero, e del buono, qualor si truovi ne’ poemi, e sia maneggiata da una feconda fantasia, e da un fortunato ingegno, e le assista il giudizio, essa formerà quel compiuto bello, che si richiede all’intera perfezione della poesia, e che dal mentovato Orazio fu ristretto in quel verso:

Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci.

Essendo poi il dilettare l’essenzial fine de’ poeti, come non dee mettersi in dubbio da chi ben pesa le cose, per conseguenza errano coloro, a’ quali par sufficiente il solo giovare. E dirò più avanti, portar’io opinione, che non sia sì fattamente necessario alla poesia l’apportare utilità, che ancor non si possa alle volte meritare il nome di buon poeta col solo diletto. Perchè però non argomentasse taluno, che con tal sentenza s’allentassero troppo le briglie alla licenza poetica, egli convien meglio divisare ciò, che da noi s’intende. Per diletto io qui prendo, non tutti i movimenti allegri dell’animo nostro, i quali son talora generati dalla virtù, e talora dal vizio; ma quel solo, che nasce dentro di noi dall’imparare, vedere, e possedere qualche oggetto, non ripugnante alla naturale onestà dell’uomo. Troppo si disconviene ad anima ragionevole, e alla nobiltà della nostra natura quel diletto, che trae la origine sua dal vizio, e da gli sregolati appetiti. Qualora dunque noi, men severi d’alcuni altri autori, diciamo che talvolta basta alla poesia il dilettar solamente, intendiamo sempre, che questo diletto abbia da essere pudico, sano, e virtuoso, e da indirizzarsi all’onesta ricreazione de’ cittadini; e debba lasciarsi reggere dalla diritta ragione, dalla filosofia  morale, e dalla politica. In ciò meco s’accordano ancor tutti quegli, che pongono per solo fine della poesia il dilettare. Ed è manifesta la ragion di ciò. Se il diletto cercato dal poeta non ascolta le leggi della facoltà civile, egli può troppo disordinar l’appetito, e recar nocumento gravissimo al vivere virtuoso; adunque come degno di biasimo, e pericoloso, non dee sofferirsi nelle ben regolate città.

Da ciò segue, che i piccioli poemi, quali sono quei della lirica, cioè ode,  sonetti, epigrammi, elegie, madriali, e altri, siccome bene spesso non lasciano d’essere vaghissimi, e di gran pregio in poesia, benchè loro manchi l’invenzione della favola, e de’ costumi, così obbligati non sono ad apportar sempre utilità, bastando, che producano il solo diletto. Ma questo diletto, se non è di giovamento, almeno dovrà non essere di nocumento. Ci contentiamo de’ soli fiori, atti, se non a saziar la fame, a ricrear la vista; purchè l’odor greve d’essi non infetti l’odorato, e non ci faccia dolere il capo. Alcuni argomenti ci sono, i quali trattati dal poeta diletteranno assaissimo, tuttochè non abbiano forza di giovare al lettore. Non li rifiutiamo, come disutili, e mal fatti componimenti; perchè conseguiscono il fine immediato della poesia, cioè il diletto, nè s’oppongono al fine della politica, e filosofia  morale. Ed oltre a ciò il diletto medesimo, che da essi è prodotto, viene ad essere in qualche maniera di utilità alla Repubblica, ricreandosi col mezzo d’esso gli animi de’ cittadini; non altrimenti, che si faccia dalla musica, e da altre arti, le quali son giovevoli al pubblico, benchè destinate al solo ufizio di recar diletto.

Dissi, che talvolta si può; ma non dissi, che ancor si debba, e molto meno che sempre si possa in poesia cercare il solo diletto, quando anche questa dilettazione non fosse nociva a’ buoni costumi. Primieramente a i soli componimenti lirici si stende questo privilegio; poichè ne’ grandi, cioè nel poema eroico, nella tragedia, nella commedia (che veramente sono le principali fatture dell’arte poetica) e nella satira, hanno per legge i buoni poeti di procurar non meno il dilettevole, che l’utile. Ha da essere il poema eroico una nobile scuola di chi legge, per imparare il virtuoso amor della gloria, della fortezza, e delle onorate imprese. Nella tragedia si hanno da studiare le varietà dell’umane vicende; e col terrore, e colla compassione purgar gli affetti del popolo; e spaventare i potenti dal mal fare coll’esempio de gli altri caduti in estrema miseria. Nè la commedia altro ha da essere, che una rappresentazione de’ difetti delle basse persone, e uno specchio della vita privata; affinchè i padri di famiglia, e il popolo imparino a reggere le lor case, a correggere i propri difetti, e a contentarsi dello stato loro. Senza questo non riputiamo degni di lode simili parti delle Muse; e troppo si tradirebbe l’intenzione della filosofia, e della politica, le quali per tal fine instituirono una volta, ed ora permettono sì fatti poemi, quando essi non fossero di giovamento veruno al pubblico.

Secondariamente si ponga pure, che senza biasimo possano i poeti al solo diletto indirizzare i lor versi; non lo debbono però essi fare per quel primo principio delle operazioni umane; che tutto, per quanto si può, dee tendere, e condursi alla maggior perfezione. Ora da niuno si dubita, che tanto più preziosa, perfetta, e compiuta non sia la poesia, quanto più benefizio ella apporta alla Repubblica. Se dunque da lei, non solamente ricreando col diletto, ma eziandio migliorando coll’utilità gli animi nostri, maggior benefizio si arrecherà, che solamente dilettando: chi non vede, che il perfetto poeta, per conseguir somma lode, ha unitamente da studiarsi di generare utilità, e diletto? Io sto per dire, che con poca accortezza verrebbe da’ poeti l’arte loro abbassata, qualora essi o la riputassero, o la volessero destinata a dilettar solamente. In tal maniera ella non sarebbe, che un giuoco, siccome appunto per tale va nominandola Jacopo Mazzoni; ed entrerebbe in ischiera con altre arti, che non sono di gran pregio nella Repubblica. Laddove se la poesia è, come noi la vogliamo, e come dovrebbe essere per consentimento di tutti i saggi, figliuola, o ministra della filosofia  morale, maestra de’ buoni costumi, e giovevole alla vita civile: bisogna confessarla arte nobilissima, degna d’onori singolari, e necessaria non men di sua madre a i popoli ben regolati. Anzi la poesia in qualche prerogativa è superiore alla stessa filosofia, e ad altre scienze, ed arti. Queste per l’ordinario non sogliono, e non possono recar benefizio, che a pochi felici Ingegni, i quali divorano mille fatiche per impararle, non essendo ciò permesso alla maggior parte del popolo. Per lo contrario la poesia (emulata in ciò dall’oratoria) adattandosi ad ogni qualità, e condizion di persone, puo ammaestrar del pari la rozza plebe, e gli uomini più dotti, introducendo in tutti con accorto, onesto, ed utilissimo intertenimento l’amore della virtù, l’odio de’ vizi. Senza spendere sudori (e quello, ch’è più mirabile) senza accorgersi di studiare, può dall’ascoltare, o leggere poemi ben fatti, e spezialmente dalla tragedia, e commedia, qualunque persona trarre la cotanto necessaria purgazione de gli affetti; e con singolar godimento sì da gli esempi, come da’ sentimenti, che l’eccellente poeta racchiude in versi, bere il sugo della miglior filosofia, cioè il buon governo de’ popoli, della fantasia, e di se stesso.

Difficilmente potrà non conoscersi la verità di queste cose da chi si regge co’ lumi d’una purgata ragione, e sa che per meritare il titolo di buon cittadino, dee l’uomo, non solamente astenersi dal nuocere, ma proccurar di giovare alla sua città. Adunque considerandosi la poesia non tanto come arte fabbricante, ed in se stessa, quanto come arte subordinata alla politica, convien confessare, che il bello d’essa consiste nel vero, o Verisimile maraviglioso, e nuovo della natura, dipinto, e rappresentato con vivi colori per dilettare; e nel buono, cioè nell’onesto, espresso nelle azioni, ne’ costumi, e Sentimenti, in guisa che quindi gli uomini apprendano ad amar la virtù, ad abborrire il vizio. O non sarà buono, ed eccellente poeta, o non sarà almen perfettissimo, chiunque sopra queste due basi non fabbrica. E di qui dobbiamo trarre due nobilissime leggi, dalla prima delle quali niun poeta bramoso del vero onore potrà mai, e dalla seconda non dovrà quasi mai sottrarsi. La prima si è, che dovendo il diletto della poesia contener sanità, non si può senza commettere sacrilegio contra la facoltà civile, e contra la buona filosofia, apportar diletto con argomenti men che onesti, e lodevoli, i quali rechino danno a gli altrui costumi. La seconda è, che per quanto sia possibile si dee destramente impastare la poesia di cose, e di sentimenti, che mirabilmente cagionino oltre ad un singolar diletto una riguardevole utilità ne gli altri cittadini; facendo il poeta ne’ suoi componimenti sentir l’odore dell’uomo dabbene, senza che punto vi si veggia l’aria de’ predicatori. Perciò ben si guarderanno i saggi, ed ottimi poeti di rappresentare immagini oscene; di dipingere i vizi con livrea vaga, ed amabile, o pur d’insegnarli; di dileggiar le virtù, e la religione; o di mostrar con velenosa malizia l’una e l’altre conculcate da’ vizi trionfanti, e impuniti.

Alle regole di questo bello poetico non posero mente alcuni de’ più rinomati scrittori, tanto nella presente, come nelle passate età. Ed in questo senza dubbio errò con tutta la sua divinità il principe de gli epici greci, fingendo nell’Iliade, che Giove minacciasse di battere Giunone sua moglie; che Venere fosse ferita in una mano da Diomede, e colta dal marito nell’atto dell’adulterio; che gli Dei combattessero fra loro, non men de’ greci, e troiani, ed altre simili strane avventure. Diasi pure a Varrone, a Plutarco, e ad altri partigiani d’Omero, che bastasse, per favoleggiar de gli Dei in tal guisa, la rozzezza del popolo, a cui riuscivano probabili, verisimili, e dilettevoli queste immagini; e si studino pure essi di coprir sì sconce invenzioni col velo dell’allegoria. Non può negarsi contuttociò, che Omero (se pure fu il primo a così favoleggiar de gli Dei) non peccasse contra il buono, cioè che con tali favole non pregiudicasse al bene della Repubblica, spacciando tante viltà, ed empietà de gli Dei, onde ne diveniva ridicola, sciocca, ed abbominevole quella, ch’era bensì tale, ma ch’essi pur credevano vera, e buona religione. Certo è, come sanno i dotti, che per questa cagione fu Omero altamente biasimato da gli stessi antichi Gentili, e fu perciò sbandito dalla Repubblica ideal di Platone. Celebre altresì, ed ingegnosa in tal proposito è la sentenza di Longino, che alla Sez. 7 del Subl. così parla: Ομηρος γάρ μοι δοхεῖ‚ παραδιδοὺς τράυματα‚ θεῶν Ϛάσεις‚ τιμωρίας‚ δάхρυα‚ δεσμὰ‚ πάϑη πάμϕυρια‚ τοὺς μὲν ἐπίτῶν ἰλαχῶν ἀνϑρωπον‚ ὂτον ἐπί τῇ δυνάμει‚ Θεοὺς πεποιηхὲναι‚ τοὺς Θεοὺςδὲ ἀνθρὼπως. Quando Omero ci riferisce le ferite, le discordie, le lacrime, le prigionie e le molte altre passioni de gli Dei, parmi ch’egli si studi a tutto potere di far tanti Dei di quegli uomini, che assediarono Troia, e fare per lo contrario de gli Dei tanti uomini. La qual bellissima sentenza fu prima da Tullio adombrata nel 1 lib. delle Quist. Tuscul. ove dice: Fingebat hæc Homerus, et humana ad Deos transferebat: divina mallem ad nos. [1]

Del pari con Omero si debbono condannar tutti coloro, che ne gli antichi tempi a Giove, a Mercurio, e a gli altri lor Numi furono i primi ad attribuire adulteri, ladronecci, e simili enormi vizi. Poichè quantunque si fosse creduto da que’ primi poeti, che Giove, e gli altri Dei fossero stati prima uomini, come di fatto il furono; pure da che la stolta opinion popolare gli aveva alzati al grado, e alla natura divina, dicevolmente non si potevano fingere in essi cotante iniquità, e vili operazioni, per non nuocere al credito della lor religione. Poco poi giova il dire collo Speroni, che Omero non men de gli altri saggi conoscendo la falsità de gli Dei, e riputandoli demoni, destramente s’ingegnò di screditarli in tal guisa, e di renderli ridicoli appresso il popolo. Quando anche potesse provarsi vera questa intenzion d’Omero, il che, se non è impossibile, certo è assai difficile, nondimeno egli avrebbe forte nociuto a i suoi cittadini. Poichè non bastavano in guisa veruna i suoi versi per disingannar l’ignorante, e credula gente; ma potevano solo operare, che laddove per avventura il popolo adorava, e credeva gli Dei non suggetti alle umane passioni, da lì innanzi gli adorasse, e credesse nello stesso tempo capaci di tutte le debolezze nostre: cosa che maggiormente avrebbe guasto, non sanato l’intelletto di quelle infelici persone. Che se il popolo credeva prima di Omero, che si dessero ne gli Dei tante ribalderie, o sciocchezze: altro non fece il poeta, che sempre più fermar loro in capo questa sì sciocca opinione. In tal caso però si vuol confessare, che questa colpa si dovea attribuire alla religione stolta, e non ad Omero. E ciò basta eziandio per provare, che non bene operò Omero, quando anche sotto simili parabole, ed allegorie avesse naturale, perchè sì fatte allegorie potevano sempre più corrompere la credenza de’ popoli, come in effetto avvenne, essendosi credute vere, e adorate le malvagità di que’ ciechi numi per molti secoli appresso.

Volesse però Dio, che ne’ soli Gentili avesse trovato de gli amadori l’abuso mentovato della poesia; nè si fosse anche steso per la cristiana repubblica, e per la lingua italiana. Pur troppo alcuni de’ nostri ancor più riguardevoli poeti sonsi cotanto lasciati trasportare dalla brama di dilettar le genti, che poco o nulla han curato di recar loro giovamento; anzi hanno essi talvolta nociuto e tuttavia nuocono a chi gusta la lettura de’ loro versi. Nondimeno oggidì s’è ancora in questo assai riformata la nostra poesia, reggendosi con maggiore onestà le Muse italiane. Si è conosciuto per pruova, che si può sommamente dilettare il popolo, senza ricorrere ad argomenti marineschi, e poco onesti, e senza solleticar con dolce troppo pericoloso la nostra guasta natura. E se in tal maniera da tutti si coltiverà l’Arte poetica; s’ella sarà, come di fatto ella dovrebbe essere, una delle ministre, e delle braccia della moral filosofia; se da lei s’introduranno per mezzo del dilettevole nel cuore umano gl’insegnamenti migliori della vita civile: egli è manifesto, ch’essa meriterà gran lode, e sarà da prezzarsi assaissimo nella Repubblica. Tale appunto la vollero Platone, Temistio, Strabone, e mille altri saggi scrittori, assomigliandola ad una soave medicina; perch’ella fu infin dal suo nascimento destinata a purgar gli animi infermi, e a risanarli, con far loro dolcemente gustare gli esempi, e le regole del ben vivere. Conchiudiamo dunque, che il perfetto poeta ha in tutti i suoi versi da farsi conoscere uomo di virtuosi costumi; che la perfezione del buon gusto, e del bello poetico non solamente consiste nel dir cose nuove, e maravigliose, e nel dilettare con vive dipinture; ma ancora nel giovare col buono, e coll’onesto; e che la poesia, non che stimabile, necessaria diverrebbe tra gli uomini, quando ella altro non fosse, che la stessa moral filosofia, travestita in abito ameno, e dilettevole: Sic honor, et nomen divinis vatibus, atque carminibus veniet, finirò colle parole d’Orazio, il quale, come dianzi dicemmo, non men di noi porta opinione, che in questa nobile unione dell’utile, e del dilettevole consista la perfezione della poesia, e la gloria principal de’ poeti.

CAPITOLO SECONDO

Cercasi la ragione, perchè poco per l’ordinario si apprezzi la poesia,

e poco sieno fortunati i poeti. Difetti di questi dalla parte del Corpo.

Poeti prudenti ancor felici. Imperfezioni loro dalla parte dell’Anima.

Follia de’ poeti innamorati. malizia grave d’alcuni altri vanamente scusata.

Stabilite da noi queste cose intorno alla perfetta poesia, passiamo ora a cercare, perchè sì a’ giorni nostri, come ne’ tempi antichi si sia tenuta in poca riputazione dalle genti l’arte de’ poeti; e perchè de i professori di quest’arte da noi supposta giovevole, e necessaria alla Repubblica, non molto conto si faccia da i più de gli uomini. Certo egli pare, che tutto il premio de’ poeti sempre consista nella sola sterilissima ricompensa della lode; e laddove le altre scienze, e arti sono sommamente premiate; o non mai, o rade volte vediamo, che i poeti per la sola poesia pervengano ad una comoda, e onorata fortuna. Sono sedici secoli, che si rinfacciava a i poeti questa medesima disavventura, scrivendo colui che compose il dialogo delle cagioni della corrotta eloquenza in questa maniera: Carmina, et versus neque dignitatem ullam auctoribus suis conciliant, neque utilitates alunt: voluptatem autem brevem, laudem inanem, et infructuosam consequuntur. Filippo Imperadore anch’egli con pubblico editto comandò, che i poeti fossero privi di que’ privilegi, che godevano le altre arti liberali. Dirò di più, che oggidì e il volgo, e non poca gente savia reputano, se non vil mestiere, almeno applicazione vana, e studio leggiero quel de’ poeti, e quel conversare unicamente, e continuamente colle Muse. Altro titolo al più al più non danno essi alla poesia, che quello di belle lettere, lasciando quel di buone lettere ad altre scienze, ed arti più fortunate. E noi sappiamo, che lo stesso cavalier Guarino, il qual pure col mezzo de’ suoi versi giunse a conseguire l’immortalità del nome, abborriva il titolo di poeta, quasichè un tal carattere troppo disconvenisse a persona consecrata a gli affari politici. Adunque sia necessario, che noi disaminiamo, se con ragione, o a torto sia così sconciamente vilipesa, e poco apprezzata la poesia.

Per soddisfare a tal quistione, e per ben discernere le cagioni, per cui fu, ed è anche oggidì riputata un’arte vana, e leggiera quella de’ poeti, debbo prima chieder perdono a i poeti medesimi, e pregarli, che non si rechino ad offesa alcuna, s’io sarà costretto a scoprire i loro difetti. Imperciocchè non per colpa sua, ma per quella de’ suoi professori la poesia è condotta ad un sì manifesto, e quasi universale discredito. Il perchè stimo io necessaria cosa il trattar di questi difetti, sì acciocchè impari taluno a non imputare all’Arte le imperfezioni, che solamente sono di chi la professa; e sì ancora affinchè da tali difetti nell’avvenire si guardi chiunque aspira alla gloria di vero, e perfetto poeta. Confesso ben’io, che per mancamento ancora di chi non è poeta, e vuol portar giudizio di quest’arte, e parimente per l’altrui ignoranza, e invidia, essa non è secondo il suo merito tenuta in pregio. Ma la principal cagione di questo avvilimento si vuol’attribuire a i medesimi poeti, i quali bene spesso dan fondamento al volgo di proverbiarli, e schernirli, e di condannare (benchè ciò scioccamente si faccia) la stessa poesia. Che ciò sia vero, non difficilmente potrà conoscersi dalle pruove, ch’ora son per recarne.

Di due specie sono a mio credere i difetti de’ poeti. Altri vengono dal temperamento naturale, e dalla parte del corpo; altri dall’appetito, e dalla parte dell’anima. Coloro, che dalla natura son lavorati per divenir poeti, ed hanno da lei ricevuto inclinazione, e vera abilità a quest’arte, ordinariamente sono di temperamento focoso, svegliato, e collerico. La lor fantasia è velocissima, e con empito raggira le immagine sue. Son pieni di spiriti sottili, mobili, e rigogliosi. E perchè l’umor malinconico acceso dal collerico, secondo l’opinione d’alcuni, suol facilmente condurre l’uomo al furor poetico, perciò ne gli eccellenti poeti suole accoppiarsi l’uno e l’altro umore in gran copia, e formare in tal maniera il temperamento loro. Alle fantasie pigre, a gl’ingegni tardi, ai temperamenti flemmatici, e solamente malinconici, non si aperse giammai Parnaso. È necessario, che i poeti sieno vivacissimi, che l’anima loro [2] sia rapita, quando uopo il richiede, dal furore, e s’avvicini in certa guisa all’estasi, ed astrazion naturale, per non dire alla mania. Chi ha queste qualità, e un temperamento sì fatto, è nato, non già poeta, ma bensì abile, e disposto a divenir poeta; e in questo senso abbiamo da intendere il noto assioma: che i poeti nascono, e gli oratori si fanno; essendo pur troppo certo, che niun poeta colla sola natura è giunto giammai ad acquistar vera lode in versi, e che fa di mestiere a ciascuno l’adoperare studio, e fatica incredibile per divenir glorioso in poesia.

Ora questo focoso, collerico, e malinconico temperamento può, e sovente suol trasportare i poeti ad azioni poco sagge, poco lodevoli. La focosità li rende volubili, incostanti ne’ desideri, inquieti nelle operazioni, e poco tolleranti sì della buona, come della rea fortuna. Dalla collera altresì vien loro inspirato, non già valor militare, (conciossiacosachè lo sdegno de’ poeti per l’ordinario non è molto coraggioso, nè ha gran genio di rendersi famoso in mezzo alle zuffe, bastando loro il rimirarle da lungi, e cantarle) ma un talento di pungere altrui, di mordere, o di vendicarsi coll’armi poetiche, cioè colla satira, non perdonando sì facilmente le ingiurie, onde fu detto:

[3] Un poeta irritato è una gran bestia.

E il Maggi in un suo Capitolo così scrisse:

Parmi, che udissi dire infin da gli avoli,

che nobili, fantastici, e poeti

trattati colle brusche son diavoli.

Dalla malinconia finalmente, madre delle chimere, son renduti i poeti sospettosi, paurosi, astratti; e alle volte non sono stati lungi dall’essere creduti pazzi, e furiosi, come sappiamo che avvenne al Tasso nostro, e per relazion d’Aristotele anche a Maraco Siracusano, e ad altri poeti.

Da questi difetti, che sogliono, o possono accompagnare il natural temperamento de’ poeti, nacque principalmente per mio credere l’infelice, e compassionevole stato di fortuna, in cui tanti poeti, ancor più famosi, o giacquero, o caddero. Quante follie, quante ridicole stravaganze, quanti peccati d’imprudenza, d’incostanza, di troppa sincerità, e libertà, non si sono in tal sorta di gente mirati? S’io volessi qui tesserne il catalogo, abuserei la pazienza, e l’erudizione de’ miei lettori, a’ quali son note le avventure de gli antichi, e ancor de’ meno antichi poeti. Diceva per ischerzo il mentovato Maggi ciò, che pur troppo non rade volte accadde daddovero:

Esser privato un misero poeta

Di guai non puote, e di follie non vuole.

Quindi è, che un prelato di consumata prudenza, e di rara sperienza ne gli affari del mondo, consigliava i principi a valersi bensì, ma non a fidarsi troppo de’ begl’ingegni nel maneggiar negozi; perciocchè l’empito, e il fuoco de’ lor temperamenti nel più bello delle speranze, e della messe, li fa spesse volte cadere in isconci errori, e perdere il frutto in un momento di quanto s’era dianzi con lunga fatica felicemente da essi operato. Egli è poi sentenza manifesta di Platone nel principio del Teeteto, che gli uomini acuti, ed ingegnosi per lo più cadono in empiti, ed eccessi di collera; e come navi senza ritegno si lasciano condurre dalla gagliarda passione. E nel vero la prudenza, la costanza, e quella sodezza paziente, che è cotanto necessaria a gli uomini grandi, e savi nel governo civile, e nelle umane operazioni, non così agevolmente si suol trovare ne’ cervelli impazienti, ignei, e fantastici, quali ordinariamente si veggiono essere i poeti. Eccovi dunque la prima cagione, per cui i professori della poesia non sogliono pervenire a grandi fortune; anzi talora cadono in istato miserabile, e sono sì spesso accusati di vanità, di leggerezza. Nè questo difetto, come ognun vede, può, o dee attribuirsi alla poesia, essendo imperfezione, non dell’arte, ma di chi è di lei studioso. Quando anche tal sorta di gente non avesse coltivato l’arte poetica, essa per cagione del suo temperamento non avrebbe saputo o prendere per gli crini, o conservar presa, per lungo tempo la sorte.

Per altro coloro, che seppero ben temperare colla prudenza, colla fermezza dell’animo, e colla modestia il temperamento poetico, salirono in alto, e vi si conservarono, gustando in vita un agiatissimo stato di fortuna, e il saporito premio della gloria. Così Virgilio, Orazio, Lucilio, Arato, Sofocle, ed altri non ebbero gran ragione di lagnarsi della lor fortuna. Per le quali cose hanno ben da por mente coloro, che dedicano se stessi alle Muse, e alla profession di poeta, se il temperamento loro si faccia suggetti a cadere in somiglianti eccessi, affin di porvi il necessario compenso. La prudenza, nutrice di tutte l’altre virtù, dee porsi in guardia del fuoco dato loro dalla natura. Si vuol’unire allo studio poetico non solamente la cognizione, ma la pratica della moral filosofia; essendo quella necessaria per divenir poeta, e questa per divenir saggio poeta, cioè per accoppiare insieme due pregi, che non così spesso si sogliono veder congiunti. E così per l’appunto fecero, e fanno molti valentissimi poeti oggidì viventi, i nomi de’ quali per non offendere disavvedutamente la modestia loro, io non voglio qui rammentare. Quantunque in essi l’uso della poesia sommamente s’ammiri, e si scorga in essi il temperamento proprio de’ poeti, contuttociò dalla severità delle virtù questo è sì fattamente rintuzzato, e tenuto in briglia, che difficilmente in essi troviamo alcuno di que’ peccati, ne’ quali caddero non pochi de’ vecchi poeti. Finalmente questo igneo, e bizzarro temperamento poetico può gastigarsi, e si lascia reggere dalla virtù. E dove questo gli avvenga, esso è più stimabile, e più frutti produce, che tutti gli altri temperamenti opposti, da’ quali senza gran fatica non si può togliere l’irresolutezza, la soverchia lentezza, l’ostinazione, ed altri somiglianti difetti.

Vengasi ora alle imperfezioni de’ poeti, le quali possono osservarsi per parte dell’Anima, cioè nell’appetito loro. Avendo essi il temperamento, che dianzi descrivemmo, non è maraviglia, se molti ancor valenti si lasciarono trasportare fuor de’ confini della diritta ragione dall’irascibile, ma più dalla concupiscibile. Se noi volessimo prestar fede a Lope di Vega, Apollo era un giorno montato in grand’ira, perchè il chiamassero dio de’ poeti; e fra l’altre cagioni, ch’egli apportava per non voler tal grado, una era questa:

Que me llaman a mi Dios de poetas?

Ay tal desgracia, ay tanta desventura,

Ay semejante aggravio?

Y me llaman su Rey: Yo Rey de locos,

Muchos en quantitad, en virtud pocos?

Yo Rey de hombres sobervios, arrogantes etc.

Cioè dice egli: E che? mi chiamano Dio de’ poeti? Può darsi maggior disavventura, maggiore oltraggio? E mi chiamano Re loro: Io Re di pazzi, molti in numero, pochi in virtù Io Re d’uomini superbi, arroganti ec. Lamentandosi poscia Apollo di ciò col vecchio Caronte, ritrovò, che i poeti de’ secoli antecedenti soggiornavano tutti all’Inferno, per cagion de’ lor vizi. Ma il buon Lope, siccome poeta, merita forse pochissima fede in questo racconto; e al più al più si potrebbe fargli la grazia di ristringere la credenza di quanto egli disse, a i poeti di qualche Nazione straniera, non dovendolo noi supporre ben’informato del merito, che hanno i poeti d’Italia. Perciò io non oserò punto dire, che nella Repubblica de’ morti poeti la maggior parte di loro fosse viziosa; e che i vizi de’ Professori servissero a dar poco buona estimazione all’Arte, quasichè fossero difetti della poesia quelli, ch’erano propri di chi la coltivava. Dirò bensì, che radi sono stati que’ poeti, i quali dall’Appetito concupiscibile non sieno stati precipitati in mille fanciullaggini, e leggerezze. Per non cercare lungi da’ secoli nostri un Anacreonte, una Saffo, un Ovidio, un Catullo, un Tibullo, un Properzio, un Gallo, e mille altri famosi dell’antichità; che non ci contano le Storie Italiane de’ nostri più riguardevoli poeti? Chi non sa, quanto abbiano vaneggiato i due Principi della lirica, e dell’epica italiana, cioè il Petrarca, e il Tasso? A chi sono ignote le avventure del Bembo, del Casa, del Molza, del Marino, e quasi dissi di tutti gli altri, che hanno illustrata l’Italica poesia? L’Amore disordinato dietro a i terreni oggetti, a cui si diedero in preda questi grandi uomini, fece lor perdere almeno in apparenza il senno, e parerli gente di cervello sventato e leggiero alla maggior parte delle persone prudenti. Ma (ciò, che più ha dello strano) ove gli altri proccurano almeno di coprir cautamente gli errori propri, i poeti per lo contrario stimarono gloria il pubblicarli, e il cantarli con empierne i poemi, e i libri interi. Nè già favoleggiavano essi, ma scrivevano una pura storia, allorchè confessavano di perdere, e d’aver perduto il senno per cagione di questo smoderato affetto. Chi sa, che poderoso tiranno sia l’amore di concupiscenza, non ha difficultà di dar fede all’Ariosto, allorchè egli in un principio di canto, cioè in un luogo, ove suol’essere molto veritiero, di se medesimo con questi per altro leggiadrissimi versi ragiona alla sua donna.

Chi salirà per me, madonna, in cielo

A riportarne il mio perduto ingegno?

Che, poichè uscì de’ be’ vostr’occhi il telo,

Che ’l cor mi fisse, ognor perdendo io vegno.

Nè di tanta jattura mi querelo,

Purchè non cresca, ma stia a questo segno:

Ch’io dubito, se più si va scemando,

Divenir tal, qual’ho descritto Orlando.

Per riaver l’ingegno mio m’è avviso,

Che non bisogna, ch’io per l’aria poggi

Nel cerchio della Luna, o in Paradiso;

Che ’l mio non credo, che tant’alto alloggi.

Ne’ bei vostr’occhi, e nel sereno viso

Se ne va errando ec.

Con questo, o somigliante linguaggio palesano altri poeti il delirio loro, e le imperfezioni proprie; e in tal confessione, come io diceva, senza timore di far loro torto, si possono creder veraci i meschini. Ora quantunque il vaneggiar per Amore non sia una disavventura propria de’ soli poeti, e si miri in tante altre persone; tuttavia sì perchè fu quasi universale in tutti i poeti del Secolo, e sì perchè costoro si paoneggiarono in certa guisa, per essere così conci: egli è sembrato alle genti, che niuno più de’ poeti cadesse nel ridicolo di questa Passione. E forse più d’uno s’era ne gli anni addietro persuaso, che non si potesse in Italia essere poeta senza essere, o almen senza fingere d’essere innamorato; avendo io conosciuto persone, che non furono mai prese da tal follia, e pure tutto giorno componeano versi amorosi, quasichè questa fosse la livrea di Parnaso. Dal che molti argomentarono, che la poesia ripiena di tanti amorosi vaneggiamenti fosse un’Arte vana, delirante, di poco peso, e talor dannosa, come quella che persuade coll’esempio, e col diletto fa piacere sì fatti deliri, esaltando, ed accreditando ancor talvolta i vizi più neri. Ma s’ingannarono forte somiglianti Giudici, perchè non è vero primieramente, che chiunque è poeta sia parimente preso dalle amorose fiamme; e io potrei mostrarne prontamente non pochi. In secondo luogo avvegnachè molti poeti empiano i lor versi di queste follie, pure non dee ciò dirsi difetto della poesia, ma de’ soli suoi professori, i quali abusano l’arte con farla servire alle loro sregolate passioni, laddove dalla Facoltà Civile, e dalla natura essa era destinata al pubblico bene. Ancor la rettorica è uno studio utilissimo, onesto, necessario alla repubblica. Se però qualche malvagio oratore, o Sofista mal si serve di quest’arte, o persuadendo con essa le opere viziose, o lodando gli scellerati, o in altra maniera; non dee perciò essa biasimarsi, ma bensì l’orator vizioso, che volge in danno del pubblico una arte, la qual dovrebbe solamente servir di profitto. Lo stesso pure tutto giorno può avvenire, ed avviene ancor delle scienze, ed arti più riguardevoli, come della teologia, giurisprudenza, medicina, e somiglianti, le quali non perdono il pregio loro, perchè alcuni le abusino.

Ed eccoci a poco a poco pervenuti a scorgere, per qual cagione principalmente non sia apprezzata secondo il dovere la poesia, anzi perchè la vilipendano tante persone. Da’ medesimi poeti ella è tradita, ella è oltraggiata, ed avvilita; onde non è da stupirsi punto, se oggidì non s’ha, o in altri tempi non s’ebbe, nè per lei, nè per gli suoi professori la stima dovuta. Da che i difetti de’ poeti son passati nella stessa poesia, non si mira più in essa lo splendore di prima, o non se ne cava quell’utile onesto, per cui ella fu anticamente instituita; anzi talora ne vien grave danno alla repubblica. Importa dunque assaissimo a’ poeti il conoscere, per quali vie, ed in qual maniera egli tradiscano l’arte loro, acciocchè, se sia possibile, correggano i propri difetti, e servano meglio in avvenire al fine della poesia, cioè alla pubblica utilità, con che potrà riacquistarsi l’estimazione propria d’essi, e propria dell’arte. Non essendo altro, o non dovendo esser la poesia (come s’è detto) che una filosofia  morale, spogliata per quanto si può della sua austerità, e renduta dolce, e dilettevole al popolo: suo fine per conseguente ancora dee essere il giovare a i lettori, e uditori col mezzo d’un sano diletto.

Ma per far più chiaramente comprendere le piaghe della poesia, diciamo, che in due maniere si sono allontanati, e si possono allontanar dal fine di questa bell’arte i suoi cultori: o per malizia, o per ignoranza. La malizia di nuovo può dividersi in due spezie, cioè in malizia grave, e degna di pena; e in malizia leggiera, e meritevole di scusa. Incominciam dalla prima. Peccarono manifestamente di malizia grave coloro, che ne’ lor versi lodarono i vizi, insegnarono le operazioni malvage, e riprovarono le virtuose. Di tal sorta di poeti che gran numero non produsse il gentilesmo? Non rammenterò Batalo Efesino, Sotade Candiotto, Ermesianatte, Emiteone, ed altri Autori con gli abbominevoli versi loro sepolti nell’obblio. Solamente dirò d’Anacreonte, il quale non contento di avere spesa la sua vita in ubbriachezze, e disonestissimi amori, studiossi ancora di commendarne l’uso ne’ suoi Poemetti. Che non fece l’empio Lucrezio, l’impudica Saffo, Catullo, Orazio, Ovidio, Marziale, e tanti altri del gregge d’Epicuro, de’ quali tuttavia restano le Opere troppo atte a corrompere i buoni costumi? Lo stesso Virgilio, modestissimo altrove, in alcuna però dell’egloghe sue non conservò il virginal rossore, tuttochè anche in queste possa dirsi modestissimo in paragon de gli altri. E il buon Platone anch’egli, se vogliam credere a Diogene Laerzio, che rapporta alcuni versi di lui, non si fece conoscere per prudente, e grave Filosofo, allorchè volle diventar poeta. Che se volessimo annoverare i poeti Italiani, rei di simile vizio, non sì tosto ci sbrigheremmo dal tessere il loro Catalogo. Basterammi il solo Cavalier Marino. Autore che dalla natura ebbe dono di molte belle qualità per divenir glorioso poeta, ma che ingratamente le spese in descrivere vilissimi amori, e in farli piacere ad altrui. Io non so già, nè voglio far tampoco, in questo Libro la figura di zelante Predicator Cristiano. Voglio considerar solamente i nostri poeti, come onesti cittadini, e parte della Repubblica umana. Senza dubbio non v’ha apparenza veruna, che i disonesti versi del Marino rechino profitto a i Lettori, o possano servire per migliorare i costumi, o per prendere abborrimento al vizio. Anzi per lo contrario certa cosa è, che chiunque vuole abbeverarsi a queste acque, facilmente può lordarsi nel fango, onde sono attorniate. Almeno i giovanetti innocenti fan quivi incautamente naufragio. E forse non minor danno apportano in alcun luogo il Furioso dell’Ariosto, la Tragicommedia del Guarino, ed altri componimenti de’ più famosi Autori.

Ciò posto, chi non vede, e non confessa, che la costoro malizia è degna di pena, è detestabile, essendo la lor poesia consigliatamente rivolta a corrompere i buoni costumi, e a nuocere al buon Governo della Civil Facoltà? È altresì evidente, che sì fatti Poemi oscurano la fama de’ propri Autori. Dicano pure a lor talento questi poeti con Marziale:

Lasciva est nobis pagina, vita proba est.

e con Ovidio:

Crede mihi: distant mores a carmine nostro:

Vita verecunda est, Musa jocosa mea est.

Nec liber indicium est animi; sed honesta voluntas

Plurima mulcendis auribus apta refert.

Primieramente non si vorrà loro dar fede, perchè il fatto grida altamente contra [4] la protestazione; e non si vuol credere a loro, siccome non si crede a i pretesi Riformati, che spacciano per uomo di purissimi costumi Teodoro Beza, uno de’ lor Patriarchi, il quale pubblicò moltissimi versi teneri, e lascivissimi al pari di quei di Catullo, e d’Ovidio. Poscia una tale scusa non toglie il danno, che da loro in effetto si cagiona al pubblico Bene. Lo stesso Ovidio prega altrove le Vestali, e le caste Matrone, di non leggere i suoi versi, conoscendo la sfacciatezza d’essi, cioè l’error proprio.

Este procul vittæ tenues, insigne pudoris,

Quæque tegis medios, instita longa, pedes.

Finalmente la poesia per colpa di costoro perde la sua dignità, la sua riputazione, abborrendola, o dovendola abborrire le persone oneste, perchè la scorgono maestra non delle virtù, come dovrebbe essere, ma de’ vizi più laidi, e pericolosi alla santità de’ costumi. Dalle quali cose può comprendersi, quanta ingiuria da’ viziosi poeti si faccia all’Arte loro, e con quanta ragione si debbano essi cacciar fuori delle ben regolate Repubbliche, siccome non si sofferivano per testimonio di Plutarco in quella de gli Spartani. Sieno quant’esser si vogliono leggiadrissimi, e pieni di bellezza poetica i versi; ove il lor bello non è congiunto col buono; ov’essi offendano l’onestà, la virtù, la religione del pubblico: nè possono dirsi perfetti poemi, nè debbono comportarsi dalla facoltà civile. Il perchè troppo giustamente è ancor vietata oggidì da i supremi tribunali della Chiesa cattolica la lettura di que’ poeti, che dimenticarono d’essere Cristiani, e con grave malizia abusarono la poesia per servire a i propri vizi.

CAPITOLO TERZO

Della malizia leggiera de’ poeti. amori trattati in versi.

Quanto biasimevoli ne gli Autori, e perniziosi

alla Repubblica. Sentimento poco lodevole del Bembo.

Ma siccome non ci ha persona onesta, e gentile, e virtuosa tra i poeti medesimi, la qual non condanni coloro, che sì gravemente offendono la Repubblica, e la poesia, insegnando, o lodando in versi le operazioni viziose; così pochi per contrario son quegli, che condannino i poeti, allorch’essi peccano solamente di malizia leggiera, e scusabile. Per colpevoli di tal malizia intendo io que’ poeti, che prendono per argomento de’ lor versi i propri terreni, e bassi innamoramenti. Spiacerà forse a taluno questa mia proposizione, essendo già da molti secoli il regno di tali amori divenuto quasi l’unico suggetto della lirica poesia tanto in Italia, quanto fuori d’Italia. Ma sono per avventura sì chiare le ragioni, le quali possono addursi contra quest’uso, e per dir meglio abuso, che non è difficile il far loro confessare, che in qualche maniera son rei questi tali poeti; e che da ciò nasce non poco dispregio, o almen fama di vanità, e leggerezza alla nostra poesia. Già si son posti in ischiera con chi pecca di malizia grave coloro, che troppo vilmente trattano amori in versi. Ma oggidì son rari in Italia sì fatti poeti, e pare che più non s’odano  sonetti sopra i baci, e in lode d’alcuni poco onesti oggetti, da che la scuola marinesca ha ceduto, come ragion voleva, lo scettro, e l’imperio alla petrarchesca, e ad altre non men lodevoli forme di poetare. Sicchè si ristringe il ragionamento nostro a chiunque tratta amori, che paiono, e forse sono onesti; e ne tratta con maniera onesta senza mostrare schifezza veruna del senso; poichè peccano ancor costoro di malizia, però scusabile, e leggiera in paragon dell’altra.

A gli antichi Siciliani, e Provenzali, quindi al rimanente dell’Italia, e massimamente alla Toscana (che ci diede tanto tempo fa i Danti, il Petrarca, Cino, e altri valenti poeti) si dee l’onore d’avere introdotta, e nobilmente coltivata questa pudica forma di cantar gli amori del mondo, cotanto differente dalla sensuale de’ Greci, e Latini. Nè può negarsi, che in comparazione de’ Gentili non sieno degni di maggior lode o di minor biasimo i poeti moderni. Tuttavia se noi consideriamo la lirica Italiana così ripiena di questi amorosi argomenti, non potremo non confessare in lei qualche difetto; sì perchè nuoce alla riputazione dell’universal poesia; e sì perchè, o direttamente, o almeno indirettamente è dannosa alla Repubblica. In pruova di ciò, che altro mai sono gli argomenti dell’Amor terreno verso le Donne, tuttochè trattati con grande onestà, se non deliri, e follie dell’uomo vinto dalla passione soverchia? E non è egli vero, che l’uomo preso da questo gagliardo, affetto, perde in parte l’uso della ragione, cioè della nostra Reina, e si pone in una poco gloriosa schiavitù, lasciando il freno de’ propri pensieri, e voleri, in mano d’una femmina? Può egli negarsi, che questi Amanti, in quantunque onesti, e volti ad onesto fine, spesse fiate non cadano in fanciullaggini, e scioccherie, divenendo essi la favola del volgo, e facendo gitto della Prudenza, e de’ propositi più ragionevoli? Se taluno avesse scrupolo di confessare questa manifesta Verità, e d’affermare per certissimo quel Proverbio applicato da gli sciocchi Gentili a i loro Dei, che Amare, et sapere vix Deo conceditur; parlerà per lui con sincerità maggiore il Petrarca, poeta, il cui Amore si suppone, che fosse onestissimo, e certamente fu sposto con istile, e forma onestissima. Egli prima chiamerà l’innamoramento suo un giovenile errore, e ne dimanderà perdono alla gente. Poscia confesserà, ch’egli fu per gran tempo la favola del popol tutto; e ch’egli è preso da tarda vergogna.

Ma ben veggio or, siccome al popol tutto

Favola fui gran tempo: onde sovente

Di me medesmo meco mi vergogno.

E del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,

E ’l pentirsi ec.

In cento altri luoghi si duole il buon Petrarca del suo vaneggiare, ma spezialmente nella Canzone: Io vo pensando, e nel pensier m’assale; e in quell’altra: Quell’antico mio dolce empio Signore. [5] Anzi questo è il comun linguaggio del Bembo, dell’Ariosto, del Tasso, del Costanzo, e in una parola di tutti i poeti, supposti ancora i più pudichi, ed onesti; accordandosi tutti fedelmente in affermare, che l’affetto loro li fa divenir folli, degni di riso, e li tormenta peggio, che non farebbe un dispietato Tiranno. E non si creda già, che o per vaghezza poetica, o per libertà di fingere, e mentire, così ragionino; e che non sentano tutte le pene, e le angosce descritte in versi. I meschini, allorchè confessano di bramar la morte, di essere nel fuoco, d’essere straziati da mille passioni diverse, e d’obbliar le leggi del Cielo, sono talvolta più Istorici, che poeti; e le loro Metafore, ed Iperboli fanno fede autentica della vera lor miseria, e pazzia. Tali sono i frutti del terreno Amore, provati pur troppo da chi non sa guardarsene, e descritti in Rime.

Ora empiendosi la lirica poesia di sì fatti vaneggiamenti, e di tante follie, per conseguenza ella perde la sua dignità, e nobiltà, divenendo effemminata, e vile, perchè serve solamente a cantare, e descrivere tutte le sciocchezze di questi sì onesti Amanti. Se la Storia unicamente, o per lo più, s’impiegasse a narrar solamente gli amori umani, come in Olanda, e in Francia si fa tuttavia da certe persone, che compongono Mercuri Galanti, Romanzetti, Intrighi amorosi, e somiglianti bagattelle: non perderebbe la Storia il suo pregio? non comincerebbe ella a riputarsi un’Arte vana, e frivola? Così i poeti, che non contenti di pargoleggiar per amore, se ne vantano eziandio, mettendo in versi, e pubblicando sì spesso le loro miserie, e follie volontarie; oltre al perder’essi la propria estimazione, ed acquistar nome di gente forsennata, e leggiera, comunicano la lor disavventura alla stessa poesia con farla vilmente ministra di questo ridicolo affetto della Terra. Mi perdoneranno i poeti, s’io sì francamente vo toccando le loro piaghe; poichè il desiderio di vedere in convenevole stima, e in alto pregio sempre più riposta l’Arte, ch’essi professano, e che per essi è già cotanto riformata, mi fa parlare in tal guisa. Egli pur troppo parmi, che la lirica Italiana condannata dalla maggior parte de’ morti poeti a trattare i terreni amori sia perciò anche oggidì con qualche fondamento dileggiata, o almen dalle genti non apprezzata secondo il suo merito. Da niun Cittadino onorato, da niun saggio amator delle lettere dovrebbono più sofferirsi o almeno lodarsi troppo quelle adunanze pubbliche, ed erudite, che Accademie si chiamano, dove in soli argomenti amorosi si spende tutta l’occupazion poetica, mancando senza dubbio in esse e la gravità di chi dice, e l’utilità di chi ascolta. Che se vorran pure i poeti seguire a logorar sì malamente il tempo, non dovran poi adirarsi, se la poesia a gli occhi del pubblico sembrerà una ridicola, e lasciva fante, non un’onesta, e grave matrona; e se non giungeranno essi a conseguire una soda riputazione, ovvero un’orrevole, ed agiata fortuna.

Dalle quali cose può dirsi ancor provata l’altra proposizione: cioè che la poesia per cagione de gli argomenti amorosi è divenuta, o direttamente, o almeno indirettamente dannosa, e disutile alla Repubblica, e alla Facoltà Civile. Nulladimeno aggiungiamone ancora una pruova. Certo è, che quantunque la poesia, trattata con maniera sì onesta, a molti non paia dannosa, pure può parer tale a persone più gravi, e austere, che non son’io. Imperciocchè non avendo buona parte di sì fatti versi altro fie, che quel di espugnare l’onestà, e la virtuosa costanza altrui: come non potranno chiamarsi nocivi al buon Governo Civile? Forse il Petrarca stesso, i cui affetti furono creduti cotanto onesti, in più d’un luogo delle sue Rime, s’oppone alla pia credenza di chi lo venera, e massimamente ove si duole di quell’ardor fallace, il quale, come egli dice,

Durò molt’anni in aspettando un giorno,

Che per nostra salute unqua non venne.

Il medesimo può raccorsi dalle Rime di tanti altri poeti, non men del Petrarca onesti nello Stile, i quali si lagnano dell’altrui Modestia, ch’essi appellano Crudeltà, e tutto giorno van chiedendo mercede. Che se tali versi furono, e son l’armi per vincere la virtù del debole sesso, possono conseguentemente condannarsi come cosa dannosa ai cittadini delle ben regolate Repubbliche. Ma ponghiamo, che purissimo sia il fine, e l’affetto di questi poeti; servendo però i lor versi d’esempio all’incauta, ed innocente gioventù, facilmente la rimuovono da i proponimenti gravi, e le fanno credere dolci, gloriosi, e leciti i deliri della passione amorosa. Adunque la lirica ripiena delle follie de gli Amanti del Mondo, avvegnachè di onesti sentimenti armata, può recar danno all’innocenza, e alla tenera virtù de’ giovani. Ove da’ poeti si narrassero le lor follie amorose, e si riprovassero da i medesimi nel tempo stesso, potrebbe la gente concepirne qualche abborrimento, ed imparare a fuggirle. Ma non le descrivono costoro per l’ordinario, se non affine di riportarne o profitto appresso all’oggetto da loro amato, o lode, e fama appresso i Lettori. Perciò da tali esempi si confortano gli altri non a fuggire, ma più tosto a seguire la lor pazzia, massimamente descrivendo talvolta i poeti come una felicissima passione, e un mezzo Paradiso la fortuna del loro affetto verso i terreni oggetti. Giunse il Bembo infin’a dire questo disordinato ed empio sentimento:

E s’io potessi un dì per mia ventura

Queste due luci desiose in lei

Fermar, quant’io vorrei;

Su nel Cielo non è Spirto Beato,

Con ch’io cangiassi il mio felice stato.

Nel che di gran lunga meno ardito s’era dimostrato il Petrarca nella Canzone 2 de gli Occhi, benchè dicesse:

Nè mai stato gioioso

Amore, o la volubile Fortuna

Diedero a chi più fur nel mondo amici,

Ch’io nol cangiassi ad una

Rivolta d’occhi ec.

Adunque, se queste ed altre somiglianti leggerezze continuamente s’odono dalla nostra lirica, non hanno poca ragione tanti Saggi, e il volgo medesimo di chiamar la poesia un’Arte dannosa, vana, e di niuna importanza, o pure di sbandirla dalle città, e adunanze prudenti. Essendo questa destinata dalla politica al giovamento del Pubblico per mezzo d’un onesto dilettare, ove più non porti alcuna utilità, anzi ove da lei s’operi l’opposto, o divien degna di rimproveri, o merita d’essere tenuta in pochissimo conto dalle savie persone. Nè sufficiente scusa dee riputarsi il dire, che basti alla poesia il dilettare; poichè il diletto stesso, come dianzi dicemmo, non ha direttamente, o indirettamente da essere velenoso. Quando esso abbia forza di nuocere a gli animi, già dalla diritta ragione, e dalla politica s’è fulminato contra d’esso il bando. Anche il resto dell’Arti, principalmente per fine il dilettare, dalla gente savia son condannate, allorchè non è sano, onesto, e giovevole il diletto, ch’elle debbono apportare. Osservisi la musica, tanto stimabile, perchè dall’incanto suo s’acquetano i turbamenti de gli animi, si scacciano le cure, e si ricreano le genti dopo la fatica. S’ella s’effemmina, come a’ nostri giorni è in parte avvenuto; s’ella introduce per mezzo d’una dilettazione soverchia ne gli ascoltanti la mollezza, e la lascivia, perde tutta la sua nobiltà, e giustamente viene ripresa da i Filosofi, e da i più prudenti legislatori. Perciò la musica appellata cromatica fu da gli antichi riprovata, come nociva a i cittadini. Si contentino dunque i poeti lirici, ch’io nomini difetto loro il far servire la poesia a gli argomenti amorosi. E questo difetto, perchè commesso dalla volontà, non dall’intelletto, può dirsi peccato di malizia, leggiera però, e scusabile in paragon di quella grave, di cui peccarono gli antichi poeti, apertamente disonesti, e viziosi in tal sorta di suggetto. Non si lagnino parimente, se non di se stessi, quando rimirano dileggiata, e tenuta da tante persone in vil conto l’arte loro, avvenendo ciò per colpa d’essi, e non già della poesia, che o richiede maggior sodezza d’argomenti; o almeno dee porgere un sano diletto, e un onesto giovamento al Pubblico. Perchè nulladimeno s’avvisano alcuni, che gli amori terreni sieno il più fecondo, e vasto suggetto, che possa aver la lirica, io mi riserbo il disaminare, e riprovare la costoro opinione, dappoichè avrò prima dimostrato, quali sieno i difetti d’Ignoranza ne’ Professori della poesia.

CAPITOLO QUARTO

De i Difetti d’Ignoranza ne’ poeti. Division d’essa. Altra dalla natura,

altra ha origine dal poco studio. ignoranza sforzata. drammi musicali

da chi, e quando introdotti in Italia. musica d’essi pregiudiziale alla poesia.

Possiamo dividere in tre spezie l’ignoranza, che porta nocumento alla riputazione, e gloria della poesia. Altra nasce dalla natura, altra dal poco studio, ed altra finalmente dal pessimo gusto de’ tempi. La prima ignoranza si scorge in coloro, che dalla natura non riceverono in dono quel temperamento d’umori, e quelle doti d’ingegno, e fantasia, che son d’uopo a gli uomini per divenir poeti. Chiamansi costoro nati aversis Musis; e per qualunque studio, ch’essi facciano, mai non sapranno trovar la via d’entrare in Parnaso. Contuttociò se verrà loro talento di compor versi, e poemi, oltre al divenire eglino stessi ridicoli, sottoporranno eziandio la poesia al pericolo d’essere motteggiata, e derisa. Ed è ben cosa considerabile, che non ci è verun’arte, in cui più facilmente ciascuno si persuada di poter fare figura, quanto nella poetica. Stimasi, che l’aver salutato da lungi le scuole dell’umanità, che una leggier tintura di lettere, e il saper’accozzare insieme quattro rime, basti per poter pretendere una patente d’Apollo. Quindi è poi, che nascono tanti scipiti, sciocchi, ed ignominiosi componimenti, che tutto giorno imbrattano le stampe, e servono di trastullo, più che le Gazzette, e i foglietti, alla gente curiosa. Dalla Repubblica poetica non dovrebbe già comportarsi sì fatto abuso; ed io le persuaderei, che porgesse finalmente un memoriale al mentovato Apollo, acciocchè egli costituisse qualche maestrato in tutte le città, da cui si avesse cura, che non uscissero mai alla luce versi cotanto vergognosi, e ridicoli. E in vero sì sconci componimenti, de’ quali sono sì spesso condannate a lordarsi le carte, non solo avviliscono, ed oscurano il merito, e lo splendore della poesia, ma recano ancor gran disonore alle città, ove si soffre la loro pubblicazione. Per maggiormente però accendere i popoli ad apportar questo rimedio all’ardita balordaggine de’ poetastri, vorrei, senza timore d’offendere la dilicatezza, e la serietà de’ miei lettori, poter rapportare un qualche saggio di que’ versi, che ora condanno. Ma troppo facile a tutti è il ritrovarne de’ simili; onde basterà l’aver solo additata la piaga.

Dall’ignoranza naturale passiamo a quella, che nasce dal poco studio. Cadono in questo difetto coloro, che hanno bensì dalla natura vivo Ingegno, e fantasia felice, e perciò gran disposizione alla poesia; ma non istudiano quanto è necessario per divenir buoni poeti, o studiano sol quello, che può farli essere cattivi poeti. Per cagion di tale ignoranza molti non pervengono che alla sola mediocrità; e molti per lo contrario stimando d’esser giunti alla cima di Parnaso, rimangono infelicemente scherniti, allorchè si veggono saliti sopra un monte, abitato bensì da non pochi, ma non mai conosciuto dalle Muse, e situato fuori della giurisdizion d’Apollo. Sì de gli uni, come de gli altri non è poca la turba; e il difetto di queste genti concorre anch’esso a far poco stimabile appo il volgo la povera poesia. Quantunque nelle altre arti non si passi oltre alla mediocrità, pure la mediocrità non dispiace; ed è pagata bensì con lodi mediocri, ma però è lodata. Per disavventura alla sola poesia pare vietata da’ migliori maestri la mediocrità, non lodandosi punto, o non leggendosi, anzi più tosto schernendosi i poeti mediocri. Notissimi sono in tal proposito i versi d’Orazio

.    .    .    .    .    .    .     .   mediocribus esse poëtis

Non Dii, non homines, non conoscere columnæ.

E l’Autore del dialogo delle cagioni della corrotta eloquenza anch’egli scrisse: che mediocres poëtas nemo novit, bonos pauci. Ora essendo numerosissimo, in paragon de gli eccellenti, il popolo di questi poeti, contenti della sola mediocrità, e non ristando essi d’empiere le stampe de’ lor versi, e di grossi libri ancora: si danno molti a credere, che poco sia da prezzarsi la ricolta general di Parnaso, essendovi il loglio, e la vena in sì gran quantità, e apparendovi sì poco il frumento.

Non ha veramente ragione il volgo di argomentare in tal guisa, e di motteggiar la poesia per così aspra fortuna; dovendosi la lode almeno a chi la merita, e compensandosi da un sol poeta eccellente la disavventura di mille altri non eccellenti. Contuttociò sia bene ammonire questi sì fatti poeti, acciocchè pongano studio maggiore nell’apprender l’arte; se pure son tirati dal desiderio d’acquistar gloria in questo esercizio, e se amano di recar’eziandio colle lor fatiche onore all’Arte, ch’egli professano. Che se o per timore della fatica, o per altra ventura non giungeranno essi ad occupar qualche riguardevole seggio in Parnaso, non si vuol perciò biasimare la loro impresa; non dovendo tutti gli uomini, o non volendo essi, o non potendo perfettamente attendere a tale studio; ed essendo per altro lecito a chichesia l’averne appreso, senza ingolfarvisi dentro, quello che basta per servire alla propria ricreazione. A egli altri poscia, che per non buon cammino fan viaggio verso Parnaso, e studiano sol quello, che può farli divenir cattivi poeti, abbiam pronto il rimedio. In vece di seguir ciecamente un Marino, un Tesauro, un Fra Ciro di Pers, un Gioseffo Batista, ed altri somiglianti maestri del gusto non buono, pongansi dietro all’orme de’ nobili poeti, bevano i veri precetti da i più famosi espositori della poetica, de’ quali ha tanta abbondanza l’Italia nostra. In tal guisa potranno essi cacciar da se l’Ignoranza, da cui eglino per disgrazia punto non riconoscono d’essere occupati. Coloro finalmente che non ebbero dalla natura il necessario talento per esser poeti, dovranno amorevolmente consigliarsi a rivolgere altrove i lor pensieri, e a cercar gloria in altri paesi, posciachè niuna fortuna possono sperare in quel delle Muse. [6]

Resta l’ultima spezie d’ignoranza, che da noi si disse nascere dal pessimo gusto de’ tempi, e possiamo appellarla ignoranza sforzata. Dico sforzata, poichè per servire all’altrui volontà, e al genio de’ tempi, che corrono, fa di mestiere, che ancor la gente più dotta comparisca Ignorante. Ora questo difetto spezialmente si scorge nella poesia drammatica, che oggidì comunemente s’usa in Italia, e fuori dell’Italia, avendo noi perduto l’onesto profitto, che dovrebbe trarsi dall’udir le tragedie, e commedie, da che si sono introdotti in Italia i drammi per musica. Quando questo costume penetrasse ne’ nostri teatri, è assai manifesto, sapendo noi, che ciò avvenne verso il fine del Secolo sedicesimo. Non è già sì certo, chi ne sia stato l’Autore. Il Signor Baillet ne’ suoi libri intitolati Jugemens des Sçavans ragionando di Ottavio Rinuccini, parla in questa maniera: Si crede, ch’egli sia stato il ristauratore de’ drammi musicali in Italia, cioè dell’antica maniera di rappresentare in musica le commedie, le tragedie, e gli altri componimenti drammatici. Copiò lo scrittor franzese questa sentenza da GianNicio Eritreo, o sia Giovanni Vettorio de’ Rossi, che nella sua Pinacoteca, o Galleria, così aveva lasciato scritto: Veterem, ac multorum seculorum spatio intermissum comoedias, et tragoedias in scenis ad tibias vel fides decantandi morem revocavit magna ex parte Octavius Rinuccinus nobilis poeta florentinus, quamquam hanc sibi laudem vindicare videatur Æmilius Cavalerius, patricius romanus, ac musicus elegantissimus. In quanto al dire, che il Rinuccini, o Emilio del cavaliere fossero i primi ad unir la musica alla rappresentazione de’ drammi Italiani: certo è, che il Rinuccini se ne diede il vanto nella dedicatoria, ch’egli verso il 1600 fece dell’Euridice suo dramma a Maria de’ Medici Reina di Francia. Mi ha però fatto osservare l’Ab. Giusto Fontanini in una lettera scrittami su questo proposito, che infin verso il 1480 si cominciarono in Roma a rappresentar tragedie in musica dal Sulpizio; e che questo autore medesimo n’è testimonio nella Dedicatoria delle sue Annotazioni a Vitruvio, presentate al cardinale Riario Nipote di Sisto IV. Ancora Bergomi Botta avendo accolto in casa sua a Tortona Galeazzo, ed Isabella d’Aragona Duchi di Milano, diede loro per intertenimento una Rappresentazione per musica, la quale è descritta da Tristano Calchi nella sua Storia. Confessa tuttavia il medesimo Ab. Fontanini, che non avendo queste Rappresentazioni avuta molta sembianza di drammi, può continuarsi a chiamare il Rinuccini primiero Autore della musica Teatrale, da cui s’accompagnano i moderni drammi. [7]

Ma, poichè si tratta di gloria, siami lecito il dire, che una tale invenzione, almen per quello che s’aspetta alla musica de gli strumenti, si dee più tosto attribuire ad Orazio Vecchi cittadin modenese. Fu costui uomo valentissimo sì nella poesia, come nella musica, ed io nelle Memorie de gli Scrittori Modenesi, che ho raccolte, tengo il catalogo di tutte le Opere da lui composte, molte delle quali sono ancora stampate. Ora questo valentuomo prima del Rinuccini insegnò la maniera di rappresentare i mentovati drammi, [8] e pieno d’anni, e di gloria se ne morì in Patria l’Anno 1605. Rimane tuttavia un testimonio autentico di tal fatto ne’ Chiostri de’ PP. Carmelitani di questa città inciso in marmo, cioè l’Iscrizione sepolcrale a lui fatta. Eccola interamente copiata per soddisfare alla curiosità de’ Lettori.

D. O. M.

Horatius . Vecchius . qui . novis . tum .

Musicis . tum . poeticis . rebus . inve

niendis . ita . floruit . ut . omnia

omnium . temporum . ingenia . facile

superarit . hoc . tumulo

quiescens . excitatricem . ex

pectat . tubam.

Hic . Octavio . Farnesio . Archiducique

Ferdinando . Austriæ . carissimus,

quum . harmoniam . primus . Comicæ . fa

cultati . conjunxisset . totum . ter

rarum . orbem . in . sui . admirationem

traxit . Tandem . pluribus . in . Ec

clesiis . sacris . Choris Præfectus . et

a . Rodulpho . Imp . accersitus

ingravescente . jam . ætate . recusato

munere . Sereniss . Duci . Cæsari . Esten

si . propria . in patria . inserviens

Angelicis . concentibus . præfi

ciendus . decessit

MDCV . die . XIX . Men.

Februarii.

In quanto poscia al dirsi dal Rossi, e dallo scrittor franzese, che il Rinuccini restituì l’uso antico di recitare in musica i drammi, io non saprei accordarmi con chiunque affermasse, che anticamente le tragedie, e commedie si cantassero colla musica stessa, e nella stessa guisa, che oggidì far vediamo. Anzi sto io per dire, che si facesse una gran ferita alla poesia, e che i teatri italiani cominciassero a perdere la speranza di guadagnar la vera gloria, allorchè i musicali drammi si diedero a regnar fra noi altri. Certo è, che la dolcezza della musica fece poi parere al popolo cotanto saporita questa invenzione, che a poco a poco giunse ad occupar tutto il genio delle città; ed oggidì si crede il più nobile, il più dolce, per non dire l’unico intertenimento, e sollazzo de’ cittadini l’udire un dramma recitato, cioè cantato da’ musici. Avvezzatosi il gusto delle genti a questo cibo, e perdutosi il sapore de gli altri componimenti teatrali; si è la commedia data in preda a chi non sa farci ridere, se non con isconci motti, con disonesti equivochi, e con invenzioni sciocche, ridicole, e vergognose. La tragedia anche essa, perchè vestita con troppa serietà, e non dilettante gli orecchi per mezzo della musica, è abborrita come madre dell’Ipocondria, e nutrice de’ tristi pensieri. Il perchè furono, e son tuttavia costretti ancora i valenti poeti, se pur vogliono comparire co’ lor versi in teatro, a tessere solamente drammi musicali; non potendo in altra maniera sperar di piacere al popolo; non essendoci più chi loro imponga la fabbrica delle vere, e perfette commedie, o tragedie senza la musica. Ma che il soverchio uso di questi moderni drammi sia di poco utile, e forse di molto danno alle ben regolate città; ch’esso apporti poco onore alla poesia, e (ciò, ch’è peggio) rubi tutto quel gran profitto, che una volta solevano, e potrebbono ancora oggidì recarci i poeti co’ veri, e perfetti componimenti drammatici, agevolmente, credo io, potrà dimostrarsi. E ben lo conoscono i migliori poeti d’Italia; ma per servire al gusto de’ tempi, soffrono questa sforzata ignoranza, non volendo logorare il cervello in compor vere tragedie, e commedie, le quali non troverebbono forse o chi le recitasse, o chi di buona voglia volesse ascoltarle. Quindi è, che debbono attribuirsi, anzi che a’ poeti, alla corrutela de’ tempi, e al non buon gusto del popolo, tutti i difetti de’ moderni teatri. A me dunque, che mosso dal solo desiderio di vedere un giorno la poesia non solo purgata da’ suoi difetti, ma riposta nella primiera gloria, e per conseguente divenuta utilissima alle adunanze de’ buoni cittadini; a me, dico, sia lecito, e necessario ancora lo scoprire tutti gl’inconvenienti, e danni, che mi paiono seguire dallo smoderato uso de’ mentovati drammi. Confesso ben’anch’io, non essere i moderni drammi per l’ordinario, se non tragedie vestite della musica. Ma perchè mi pare a dismisura mutato sotto questo abito il sembiante vero delle tragedie, tali non oserei quasi chiamarle, non si convenendo loro, anzi abborrendosi da loro (se pure han da essere perfette) la musica, quale a’ nostri giorni s’usa.

CAPITOLO QUINTO

De’ difetti, che possono osservarsi ne’ moderni drammi. Loro musica

perniziosa a i costumi. Riprovata ancor da gli antichi. Poesia serva

della musica. Non ottenersi per mezzo d’essi drammi il fine

della tragedia. Altri difetti della poesia teatrale, e vari Inverisimili.

Quanto curiosa a trattarsi, tanto difficile a sciogliersi è una quistione assai dibattuta, cioè se le tragedie e commedie antiche non solamente ne’ cori, ma ancora ne gli atti si cantassero interamente, e con musica vera. Ciò che possa dirsi o conghietturarsi in questo proposito, io l’ho sposto in una lunga dissertazione, la quale non ha potuto aver luogo nella presente opera. Mi basterà per ora di dire, che quando anche fosse vero, che quei drammi affatto si cantassero, non perciò la moderna musica teatrale potrebbe sperare dall’autorità de gli antichi discolpa o difesa. Primieramente egli è certo, che la musica di allora era troppo differente da quella d’oggidì. L’Abate Giusto Fontanini, a cui non dispiace l’opinione, che interamente le tragedie, e commedie si cantassero una volta, pure mi scrive queste parole in una sua eruditissima lettera: In quanto alla musica de’ moderni drammi, non credo, che ad alcuno possa venire in mente, ch’ella abbia simiglianza colla musica antica, la quale era tutta grave, e scientifica. E come pure ci fosse qualcuno, che lo credesse, ei potrà facilmente sgannarsi in leggendo le opere del Galilei, e del Doni. Secondariamente quando anche ciò non fosse certo, egli non si può negare, che la musica teatrale de’ nostri tempi non si sia condotta ad una smoderata effemminatezza, onde ella più tosto è atta a corrompere gli animi de gli uditori, che a purgarli, e migliorarli, come dall’antica musica si faceva. E questo è il primo difetto de’ moderni drammi; nè sarebbe necessario lo stendersi molto in portarne le pruove; e in riprovarlo, se l’affare non fosse di gran premura. Ognuno sa e sente, che movimenti si cagionino dentro di lui in udire valenti musici nel teatro. Il canto loro sempre inspira una certa mollezza, e dolcezza, che segretamente serve a sempre più far vile, e dedito a’ bassi amori il popolo, bevendo esso la languidezza affettata delle voci, e gustando gli affetti più vili, conditi dalla melodia non sana. Che direbbe mai il divino Platone, se oggidì potesse udire la musica de’ nostri teatri; egli, che ne’ libri della Repubblica tanto biasimò quella, che a’ suoi tempi spirava alquanto di mollezza, considerandola come infinitamente perniziosa a i buoni costumi de’ cittadini? E pure tutta la musica de gli antichi, benchè molle, non poteva mai paragonarsi a quella de’ moderni, la quale [9] per esser forse, come io credo, lavorata con maggior contrappunto, che non fu l’antica, da ogni lato spira effemminatezza, ed infetta i teatri. Da questi non si partono giammai gli spettatori pieni di gravità, o di nobili affetti; ma solamente di una femminil tenerezza, indegna de gli animi virili, e delle savie, e valorose persone.

Benchè però appo gli antichi forse mai non giungesse a tanto artifizio di contrappunto, com’è giunta oggidì, la musica; tuttavia è testimonio Cicerone nel 2 Lib. delle Leggi, che molte città della Grecia per avere abbandonata la gravità, e severità della musica, ed essersi date alla molle, ed effemminata, divennero piene di vizi, e d’un lusso vilissimo. Lagnasi egli ancora, che in Roma più non si servasse quella virile, e soda melodia, che a’ tempi di Livio Andronico, e di Nevio era in uso. Ma dopo Cicerone crebbe ancor più nell’ozio de’ Romani l’abuso. Quintiliano avendo sommamente commendato (come in effetto è da commendarsi) l’uso della musica, soggiunge poscia, ch’egli non loda già, e non consiglia quella musica, che si ammetteva allora ne’ teatri, perchè essa toglieva a’ Romani quel poco di coraggio, di spirito, e di valor virile, che loro per avventura era rimaso. Ma lodarsi da lui quella, con cui si cantavano una volta le lodi de gli Eroi, e con cui cantavano gli stessi Eroi, e quella che molto vale per muovere, e placare gli affetti de gli uomini. Son queste le sue parole nel lib. 1 cap. 10. Profitendum puto, non hanc a me præcipi musicam, quæ nunc in Scenis effeminata, et impudicis Modis fracta, non ex parte minima, si quid in nobis virilis roboris manebat, excidit; sed qua laudes fortium canebantur, quaque et ipsi fortes canebant: nec psalteria, et spadicas, etiam virginibus probis recusanda; sed cognitionem rationis quæ ad movendos, leniendosque affectus plurimum valet. I Ditirambi, i Nomi, i Cori, i Cantici ed altrettali Poesie, che allora si cantavano in teatro, ritenevano una melodia simile a quella, che regna oggidì ne’ nostri teatri. Ciò si biasima dal prudente Quintiliano, e si piange da Plutarco nel Trattato della musica. Quivi scrive questo dottissimo e gravissimo Autore, che i Greci più antichi non conobbero la musica Teatrale; ma che spesero tutto lo studio della musica nell’onorar gli Dei, nel cantar le lodi loro, o le azioni de gli uomini forti, e gloriosi, ammaestrando in cotal guisa i giovanetti. Soggiunge, che a’ suoi tempi s’era tanto mutata la cosa, che più non si sentiva nominare, nè si studiava la musica inventata per profitto de’ giovani; e che chiunque voleva apprendere musica, solamente abbracciava quella, che serviva a i teatri. Ma prima aveva detto il medesimo Autore il suo parere intorno alla musica Teatrale de’ suoi tempi con queste parole: Venerabile in tutto è la musica, siccome invenzion de gli Dei. Usaronla decorosamente gli antichi al pari di tutte le altre professioni. Ma gli uomini del nostro tempo, rifiutando tutto ciò, ch’ella ha di venerabile, per quella viril musica, e divina, e a gli Dei cara, l’effemminata e garrula ne’ teatri introducono: musica di quella guisa appunto, di cui Platone nel terzo de’ Governi si lagna. In non minori querele prorompe Ateneo nel cap. 13 lib. 14 per questa medesima cagione.

Che se da’ savi antichi fu cotanto biasimata, come corrompitrice del popolo, quella musica effemminata, e dissoluta, quanto più ora si dee condannar la moderna, che forse senza paragone è più molle, e tenera, e che fa più molli, e lascivi i suoi uditori? O venga poi questa effemminatezza dal soverchio uso delle Crome, e Semicrome, e delle minutissime note, dalle quali si rompe la gravità del canto; o nasca dalle voci de’ Recitanti, le quali o naturalmente, o per arte, son quasi tutte donnesche, e per conseguenza inspirano troppa tenerezza, e languidezza ne gli animi de gli ascoltanti; o proceda essa dall’uso delle ariette ne’ drammi, le quali solleticano con diletto smoderato chiunque le ascolta, o da i versi, che contengono sovente poco onestà, per non dir molta lascivia; o dalla introduzione delle cantatrici ne’ teatri; o pure da tutte queste cagioni unite insieme: Certo è, che la moderna musica de’ teatri è sommamente dannosa a i costumi del popolo, divenendo questo sempre più vile, e volto alla lascivia, in ascoltarla. Più non si studia quell’arte, che, come dianzi affermò Quintiliano, e si attesta da tutti gli antichi scrittori, insegnava a muovere, temperare, e mitigar col canto gli affetti dell’uomo. Tutta la cura si pone in dilettare gli orecchi; e il pessimo gusto de’ tempi nè pur soffre que’ drammi, ove la musica non sia molto allegra, molle, e tenera. Negat Plato (son parole di Boezio nel lib. 1 cap. 1 della musica) esse ullam tantam morum in Republica labem, quam paulatim de pudenti, ac modesta musica invertere. Statim enim idem quoque audientium animos pati, paulatimque discedere, nullumque honesti, ac recti retinere vestigium, si vel per lasciviores Modos inverecundum aliquid, vel per asperiores ferox, atque immane mentibus illabatur. Ma verranno ancora tempi più saggi (così mi fo io a sperare) che riformeranno la musica, e le renderanno la sua maestà, e quell’onesto decoro, di cui ella ha tanto bisogno per darci un sano diletto. Si ubbidiranno i zelanti pastori della Chiesa di Dio, che tante volte hanno sbandita quella musica, che da’ tetri è arditamente penetrata ne’ sacri templi, e quivi sotto il manto della divozione signoreggia, non ornando, ma infettando la gravità delle divine lodi, e spezialmente alcuni sacri poemi, che si appellano oratorii. Con tal moderazione, e riforma diverrà la musica utilissima al popolo, e grata al sommo Dio, da cui, e per onore di cui ella è stata inventata; essendo veramente la musica in se stessa una divina, soavissima, e lodevolissima cosa.

Ed ecco il primo difetto de’ moderni drammi, che per avventura è il più considerabile, benchè il meno osservato. A questo vorrebbono altri aggiungere il gravissimo danno, che viene alle città per cagione de gli stessi professori della musica, i costumi de’ quali talor nel sesso migliore, e spesso nel debole, s’accordano colla lascivia, ed effemminatezza del canto, non senza dispiacere de gli uomini pii, e de’ savi cittadini. Ma perchè questi non sono propriamente difetti della musica, o de’ drammi, io m’astengo dal parlarne. Passiamo adunque ad altri difetti, considerando la poesia, di cui son composti i drammi. Nè si creda già, ch’io voglia motteggiare i poeti, se con esso loro mi condolgo, perchè l’arte, che egli professano, oggidì sia condannata a servire al teatro. Con sì poco onore, anzi con tanto loro discredito, ciò si fa ne’ tempi nostri, ch’io sto per dire, essersi la poesia vilmente posta in catene; e laddove la musica una volta era serva, e ministra di lei, ora la poesia è serva della musica. Se ciò da noi si provasse, non so, qual riputazione, e gloria sperassero i poeti dal comporre questi drammi sì armoniosi. Ma nulla è più evidente, quanto che la poesia ubbidisce oggi, e non comanda alla musica. Primieramente fuori del teatro si suol prescrivere al poeta il numero, e la qualità de musici. Si vuole, che a talento del maestro della musica egli componga, muti, aggiunga, o levi le ariette, e i recitativi. Anzi ogni attore si attribuisce l’autorità di comandare al poeta, e di chiedergli secondo la sua propria immaginazione i versi. Per lo più fa d’uopo il ben compartire le parti del dramma; e dividere geometricamente i versi, acciocchè non si lagni alcun Recitante, quasichè a lui si sia data parte o minore, o di forza inferiore a quella de gli altri. Sicchè, non come l’Arte richiede, e l’argomento, ma come desidera la musica, son costretti i poeti a tessere, e vestire i drammi loro. Aggiungasi, che per ubbidire a’ padroni del teatro si dee talvolta accomodar l’invenzione, e i versi a qualche macchina, o scena, che per forza si vuol’introdurre, e far vedere al popolo. Tutto questo però potrebbe di leggieri comportarsi. Ma in iscena poi qual’uso, qual gloria mai rimane alla poesia? Vero è, che si recitano i versi; ma in guisa che il canto, o l’ignoranza de’ musici recitanti non ne lascia quasi mai intendere il senso, e bene spesso nè pur le parole, alterando, e trasfigurando le vocali: la qual cosa da alcuni maestri è stimata vezzo, e chiamasi [10] cantare dittongato, quasi non solo la gramatica, ma la musica ancora abbia i suoi dittonghi [11]. Se non si avesse davanti a gli occhi stampato ciò, che si canta, io son certo, che l’uditorio punto non comprenderebbe, qual’azione, qual suggetto si rappresentasse in scena. Mancando all’uditore il libricciuolo (come suol chiamarsi) dell’opera, egli non vede, e non ascolta, se non alcuni musici, che ora escono, ed entrano, ed ora l’uno, ora l’altro cantano, senza poter punto discernere le cose, che da lor si cantano, o il gruppo, o lo scioglimento della favola. Adunque la musica è quella, che suole, e vuole far ne’ drammi la sua comparsa; nè ad altro si ricerca oggidì ne’ teatri la poesia, che per servire alla musica di mezzo, e di strumento, laddove ella soleva, e doveva essere il fine principale. E in effetto il gusto de’ tempi nostri ha costituito l’essenza tutta di questi drammi nella musica, e a perfezion loro nella scelta di valorosi cantanti. Per udir questa sola si corre a i teatri, e non già per gustare la fatica del poeta, i cui versi appena si degnano d’un guardo sul libro, e possono in certa maniera dirsi non recitati, perchè recitati da chi non li sa, e quasi direi non li può per cagion del canto moderno fare intendere al popolo. Oltre a ciò è manifesta cosa, che quel dramma è più glorioso, e stimato, a cui per cagion della musica è toccata la ventura di maggiormente dilettare il popolo. Nulla poi si bada, se la favola, e i versi del poeta sieno eccellenti, o degni di riso. Perciò si son veduti parecchi drammi tessuti da i più valenti poeti rimaner senza plauso; e questo essersi conceduto ad altri, ch’erano sconciamente nella poesia difettosi. Anzi non s’amano troppo da’ maestri della musica que’ drammi, che sono molto studiati, e contengono sentimenti ingegnosi, perchè a i versi, e alle ariette di questi non si sa così facilmente adattar la musica. Si vorrebbono solo parole dolci, e sonanti; poco importando, anzi molto giovando a i sopraddetti maestri, se le ariette son prive di sentimenti forti, e d’ingegnose riflessioni [12], purchè abbiano belle, ed armoniose parole. Ma per verità io non so dar torto alla pretensione di tal gente, poichè, se ne’ drammi si studia solamente, o almeno principalmente il diletto della musica, ragion vuole, che il poeta prendendo a comporli, componga secondo il gusto, e il bisogno della musica, non secondo il suo talento, ed ingegno; e che egli serva, non comandi.

Ciò posto, non avremo gran difficultà a trarne due conseguenze. La prima è; che i poeti non possono comporre cosa perfetta in genere di tragedia, tessendo sì fatti drammi. La seconda sarà: che, quando anche si componga un perfetto dramma, ove egli sia cantato in teatro, come oggidì si pratica, non si otterrà con esso il fine della tragedia. Parrà la prima conseguenza alquanto dubbiosa; ma come mai potranno i poeti in tali componimenti usar le regole dell’Arte loro, e seguir la forza del proprio ingegno, s’eglino son costretti a servire, e ubbidire alla musica? Dall’imperio di questa si pongono mille ceppi, ed ostacoli alla poesia. Se il poeta, per servire a i musici, e a’ padroni del teatro è sforzato ad introdurre personaggi posticci, e non necessari; s’egli ha da dividere le scene, e i versi, come richiedono gli attori, non come insegna l’arte, e l’argomento; s’egli finalmente ha da cangiare, aggiungere, e levare i versi secondo il talento altrui: come può egli mai sperare di far cosa perfetta in genere di tragedia? Ma si dee ancora aggiungere, che la forzata suggezione della poesia alla musica fa cadere in moltissimi stenti, improprietà, ed inverisimili il povero componimento. Non poca gente del dramma si occupa dalle ariette, cioè da parole non necessarie; altra ne occupano que’ versi, che per compiacere altrui è sovente costretto il poeta ad innestarvi, e che pure sono superflui. Appresso dovendosi molto studiare la brevità, affinchè non sia nel recitare i drammi eterna la musica, riman poco luogo al poeta di spiegare i concetti, che son necessari alla favola. E perciò bisogna affogar le azioni, parlar laconico smoderatamente, ristringere in poco ciò, che il verisimile vorrebbe, che si dicesse con molte parole; onde non si può condurre la favola col dovuto decoro, e co’ necessari ragionamenti al fine. È giunto insino a tal segno il gusto moderno, che come cosa tediosa non sa sofferirsi da molti il recitativo, benchè in questo, e non nelle ariette, consista l’intrecciatura, la condotta, e l’essenza della favola. Se si misurano queste immaginarie tragedie colle vere, non v’ha fra loro simiglianza veruna. Cercano bensì alcuni di porre qualche rimedio a questa poco lodevole, e stentata brevità, stampando più versi di quei, che si debbono recitar da’ musici. Ma è con ciò confessano il difetto, e l’inverisimile, che succede in recitare il dramma, e in cui si cade per dover servire alla musica; nè tolgono perciò il male, poichè questi versi amplificano solamente il sentimento di quei, che si cantano, e nulla aggiungono alla favola, dovendo tutto il filo d’essa chiudersi ne’ pochi versi, che s’hanno a cantare. Che più? Questo non lasciare al poeta convenevole tempo da spiegar le cose, è cagione alle volte, che lo scioglimento della favola sia precipitato, e non verisimile, facendo di mestiere il risparmio delle parole, e che taccia il poeta, se i musici han da tacere una volta. L’unir poscia, come per comandamento altrui si fa talvolta, qualche personaggio ridicolo, e vile alle persone eroiche di questi drammi, chi non vede, essere questa una improprietà, che non dee sì di leggieri comportarsi nelle vere tragedie da chi sa le regole della buona poesia? Dal che possiamo raccogliere, che tessendo con sì fatti lacci, e secondo il gusto moderno un dramma, non potrà mai pervernirsi, come non s’è ancor pervenuto, a far componimento perfetto, in genere di tragedia. E questa disavventura meglio di noi la sperimenta, e confessa chiunque è solito esercitarsi in comporre tal sorta di Poemi.

Ponghiamo però, che talun giungesse a fare un componimento, e dramma perfetto. Contuttociò, cantandosi questo, il poeta non conseguirà giammai il fine della tragedia, e dell’Arte. Imperciocchè nè il terrore, nè la compassione, anzi niun nobile affetto si sveglia nell’uditore, allorchè si cantano i drammi. Può il poeta studiarsi, quanto egli vuole, di muovere gli affetti co’ suoi versi, e coll’invenzione della favola; e gli succederà forse di muoverli, se il suo dramma sarà solamente letto. Ma non isperi già d’ottener questo vanto dalla scena; poichè la lunghezza, e qualità del canto moderno, come ancor la sua inverisimiglianza fa languire tutti gli affetti, e toglie loro l’anima affatto, come la sperienza ci mostra. La musica, non v’ha dubbio, è possente per se stessa a muovere le passioni; e l’antica storia narra alcuni miracoli di questa tal virtù. Noi altresì talor sentiamo, che i sentimenti affettuosi, e forti, cantati da qualche musico valoroso ci toccano più gagliardamente il cuore, che se fossero solo recitati. Ma ordinariamente ne’ drammi la musica non produce questo riguardevole effetto, sì per suo mancamento, come per quello de’ cantanti medesimi. O non istudiasi, o non si usa oggidì quella musica, la quale fa muovere gli affetti; e forse ancor la scienza se n’è perduta, non conoscendosi più se non i soli de’ modi, o tuoni frigio, lidio, eolico, dorico, ipofrigio, e simili. Con gran cura da gli antichi s’imparava l’arte di questi modi, e per essa agevolmente si destavano, o calmavano i differenti affetti di chi ascoltava. Ora si vuol solo dilettar l’orecchio; e per avventura non si sa far’altro, studiandosi solamente in questo, nè della parte curativa, e ammaestrativa per via de gli affetti, prendendo cura alcuno, ed essendo resuscitata la sola pratica, scompagnata dalla scienza armonica. Che se ci ha tuttavia qualche intendente maestro (alcun de’ quali io conosco) da cui si sappia ben’accordare la musica all’affetto chiuso ne’ versi, per lo più è tradita la sua fatica, non men che l’intenzione del poeta, da i cantanti. Pochi fra loro intendono la forza delle parole; più pochi son quegli, che sappiano esprimerla. Pongono essi ogni cura nell’artifizio del cantare. Quello del ben recitare, che è molto differente, ed è cotanto necessario per ben rappresentare le cose, e gli affetti, punto da loro non si studia.

Almeno però usassero eglino l’azion naturale. Ma questa ancora vien da lor dispregiata, mirandosi tante volte questi virtuosi Istrioni con isconcia libertà far mille bagattelle in palco, quando il suggetto della favola, e il rispetto dovuto a gli uditori chiederebbe gravità, e maggior pensiero a quanto da loro si canta, per vestirsi de gli affetti, ed imitare, e assomigliare la verità. Sicchè unendosi coll’ignoranza quasi universale de’ musici la loro (per non dir’altro) poca attenzione; aggiungendosi ancora la non molta abilità della moderna musica per isvegliare secondo l’esigenza gli affetti: che miracolo è, se ne’ drammi più non si sente il movimento delle passioni, che pure cotanto si ricerca dalle vere tragedie? Così non facevano anticamente gli attori scenici, i quali per testimonio di Tullio, di Quintiliano, e d’altri scrittori, sappiamo che incredibilmente s’affaticavano per ben’imparar l’arte del recitare, e perciò riuscivano maravigliosi nell’azione. Oltre a ciò per cagion del cantar moderno si perde, e si corrompe in iscena tutta la forza, e l’intenzione della poesia, essendo poco naturale, e molto inverisimile quel canto. Alla lirica, e ad altri poemi naturalmente si congiunge la musica, perchè non s’imitano quivi gli uomini in azione, o in faccende. Ma nella tragedia, e commedia imitando gli attori gente affaccendata, e rappresentando il più naturalmente che si può le persone, quali verisimilmente elle sono, operano, e parlano in mezzo alle faccende, non può mai convenire una tal musica a i ragionamenti loro. Chiamansi costoro propriamente imitatori; ed è loro obbligazione il fingere, o vestir così bene il personaggio, e le azioni, che paia a gli uditori di veder personaggi non supposti, ma effettivi, ed ascoltar cose vere, non finte. Ora quando mai si veggiono gli uomini cantare in mezzo alle faccende, e trattando gravi affari? È egli mai verisimile fra le genti, che una persona in collera, piena di dolori, e d’affanno, o narrante seriamente, e daddovero i suoi negozi, possa cantare? E se ciò non è verisimile fra le genti, come il sarà nella Scena, ove s’ha da imitare, il più che sia possibile, la natura, e la verità delle azioni, e de’ costumi dell’uomo? Certamente, se punto ci fermassimo a considerare il teatro, più tosto a riso, che ad altro, ci moverebbe il rimirar costoro, che prendono a contraffare, e rappresentar gravi persone, le quali trattano materie di Stato, ordiscono tradimenti, assalti, e guerre, vanno alla morte; o si lamentano, e piangono qualche gran disavventura; o fanno altre simili azioni: e pure nel medesimo punto cantano dolcemente, gorgheggiano, e con somma pace sciolgono un lunghissimo, e soave trillo. Ora non è questo uno smentire, un riprovar colle opere, o coll’azione, quanto si dice colle parole? Come mai può dirsi, che recitandosi, e rappresentandosi in tal maniera i ragionamenti vicendevoli, e i costumi de gli uomini, s’imiti la Verità, e la natura? E questa considerazione appunto, che caderebbe eziandio sopra i drammi de gli antichi, qualora si fossero nella stessa guisa e al pari de’ moderni anch’essi cantanti, mi ha sempre fatto credere, che quegli diversamente si cantassero, sapendosi con quanta cura l’antica tragedia imitasse, e contraffacesse la natura.

È cresciuto ancor di più l’inverisimile ne’ nostri teatri, dappoichè si sono introdotte ne’ drammi le ariette, o Canzonette, di cui non ci ha cosa più impropria, e contraria all’imitazione. Tralascio la qualità de’ versi e de’ Ritmi, o numeri, che non saprebbono mai confarsi alla tragedia imitatrice de’ vicendevoli ragionamenti de gli uomini, e alla gravità di quella; e dico solo, che troppo sconcio inverisimile è il voler contraffare, e imitar veri personaggi, e poi interrompere i lor colloqui più seri, e affaccendati con simiglianti ariette, dovendo intanto l’altro Attore starsene ozioso, e mutolo, ascoltando la bella melodia dell’altro, quanto la natura della faccenda, e del parlar civile, chiede ch’egli continui il ragionamento preso. E chi vide mai persona, che nel famigliar discorso andasse [13] ripetendo e cantando più volte la medesima parola, il medesimo sentimento, come avvien nelle ariette? Ma che più ridicola cosa ci è di quel mirar due persone, che fanno un duello cantando? che si preparano alla morte, o piangono qualche fiera disgrazia con una soave, e tranquillissima arietta? che si fermano tanto tempo a replicar la musica, e le parole d’una di queste canzonette, allorchè il suggetto porta necessità di partirsi in fretta, e di non perdere tempo in ciarle? Se questi non sono strani solecismi in genere d’imitazione, quali mai meriteranno tal nome? Senza però ch’io spenda più parole, ben sa, e conosce chiunque intende sì fatta materia, quanti inconvenienti, ed inverisimili accadano per cagione di queste ariette, anzi di questo canto ne’ drammi. Non ci stupiremo dunque, se le moderne favole, tuttochè ben composte, non risveglino le varie passioni nell’animo degli uditori; poichè non solamente cotanti inverisimili, da i quali è corrotto il costume, tolgono l’autorità, e la probabilità a gli affetti rappresentati, ma la lunghezza, e troppa improprietà del canto delle ariette, rende languida la passione, o ne smorza tutto quel poco, che prima per avventura s’era acceso ne gli uditori [14]. Chi canta con tanto riposo, e con sì studiata melodia i suoi affari, le sue disavventure, i suoi sdegni, non ci può mai parere, ch’egli parli daddovero; e perciò non può vivamente muoverci, e toccarci il cuore. Nulla dico della sconvenevolezza delle voci, mentre le parti principali si vogliono rappresentare da i Soprani, intantochè gli Eroi della Scena, in vece d’avere una virile, e gravissima voce, sconciamente compariscono parlanti [15] con una mollissima, e femminile. Ecco adunque in mezzo a tanti difetti de’ drammi perduto il fine della vera tragedia, che è quello di muovere, e di purgar le passioni dell’uomo. Questo bensì ordinariamente s’ottiene dalle tragedie ben fatte, e ben recitate senza canto; mostrandoci la sperienza, che si partono da esse gli uditori pieni di compassione, di terrore, di sdegno, e d’altri affetti. E nulladimeno queste oggidì o non si curano, o non s’amano, avendo la musica, e i drammi occupato l’imperio.

Tuttavia poichè da’ moderni drammi non si può sperare il fine, e il frutto, che dovrebbe arrecarci quella tal poesia, ottenessero almen’essi l’unico loro, o principal fine, che è quello di dilettarci col canto. Ma in ciò pure sono essi difettosi, potendosi per l’ordinario dire, che maggiore del diletto è il tedio, cui sperimenta la gente in udirli. Cagione di ciò è l’eternità della musica, spendendosi almen tre ore, spesse volte quattro, e ancor cinque, o sei, in rappresentare un dramma [16]. Quantunque sia la musica una soavissima cosa, ella però soggiace alla disavventura delle altre cose dolci, nate per dilettare i sensi, che presto generano sazietà. Non ci è vivanda più sazievole del mele, e del latte. E che la musica, come tutte le cose, e tutte le vivande, annoi, e sazi, il dice facetamente nel Pluto Aristofane, che il trasse da Omero. L’orecchio, alla soddisfazione di cui tende unicamente la musical dolcezza, se n’empie tutto in breve; e poscia a poco a poco gli comincia a divenire amaro quel dolce, perchè la troppa continuazione del medesimo sapore più non truova l’appetito, o il gusto disposto a riceverlo; nè si può andare empiendo ciò, che già si è più d’una volta riempiuto. Le vere tragedie per lo contrario ben recitate sogliono tener ben’attenti gli ascoltanti, nè possono di leggieri partorir tedio, perchè il diletto loro è volto, ed indirizzato alla soddisfazione non dell’orecchio, ma dell’animo, il cui albergo è vastissimo; e perchè oltre a ciò coll’insegnare, e col muovere i differenti affetti, contengono la varietà madre del diletto. Vario è (non può negarsi) anche il canto de gl’Istrioni; ma questa varietà si ristringe a generare un sol piacere, e movimento in un solo senso dell’uomo; e perciò facilmente ne nasce la sazietà. Quindi è poi, che ben di rado, e non mai, può reggere alcuno ad ascoltar con attenzione un dramma intero, massimamente dopo averlo udito una volta, e molto più se la musica, o i musici non sono eccellenti. Si va solamente raccogliendo l’attenzione, allorchè dee cantarsi qualche accreditata Arietta. Quindi è ancora, che si sono introdotti ne’ teatri i giuochi pubblici, e un continuo ciarlar de’ vicini; cercando ciascuno qualche maniera di difendersi dall’ozio, e dal tedio, che si pruova in udire la rincrescevole, e smoderata lunghezza della musica. Ora che ricreazione, che diletto è mai quello de’ nostri famosi drammi, se in mezzo ad essi fa di mestiere all’uditore di ricrearsi, e cercar’altri diletti? Sicchè i drammi, oltre al non essere molto utili, sono ancor poco dilettevoli al popolo.

Io lascio poi considerare a più alti, e saggi riformatori l’abuso delle soverchie spese, che si sono o dall’ambizione, o dal merito de’ cantanti oggidì introdotte, per rappresentar questi musicali componimenti. Basterà forse per discolpa de’ nostri giorni l’esempio de gli antichi, i quali ancor più smoderatamente spendevano in cotali rappresentazioni. È però vero, che da’ saggi nè pure allora fu approvato [17] un tal dispendio; e per parere di Plutarco nel libro intitolato: Se gli Ateniesi in arme, o in lettere, fossero più gloriosi, molto ben disse uno Spartano: Che gravemente peccavamo gli Ateniesi, consumando le cose serie in bagattelle, cioè prodigamente gittando nel teatro la spesa, e il mantenimento di grandi Armate; poichè, se si volesse levar il conto di quanto si sia speso da gli Ateniesi in rappresentar ciascuna favola, apparirebbe essersi da loro fatta più spesa nelle Baccanti, nelle Fenisse, ne gli Edipi, nella Medea, e nell’Elettra, che nelle guerre avute per la libertà, per l’imperio, contra de’ barbari. Ma quanti altri difetti, ed inverisimili non si osservano in questi drammi? Tali sono quell’introdursi una, e talor due donne travestite da uomo, che non sono mai (se non quando il poeta ne ha bisogno) scoperte per donne, quantunque conversino famigliarmente con gli uomini. Convien ben dire, che i personaggi imitati, e contraffatti nella Scena sieno sempliciotti, e lavorati all’antica, non accorgendosi mai della truffa donnesca nè all’udire la voce, nè al vedere il volto, la corporatura, e i passi femminili. La malizia de’ nostri tempi è ben più accorta. Essa agevolmente scoprirebbe l’inganno. Può però essere, che naturalmente avvenga in teatro, che una Donna travestita sia lungo tempo tenuta per un’Uomo, essendo quivi de gli uomini, che paiono, e pure non son Donne. Ma temo forte, che una sì fatta scusa non sia dalle genti dotte approvata, dovendosi dalla tragedia imitare i costumi ordinari della natura, e non i Solecismi dell’Arte. Nè pur verisimile è in questi drammi spesse volte quel non riconoscersi per quello, ch’egli è, un personaggio notissimo, come un figliuolo, una sorella, una moglie, solamente perch’esso ha cangiato panni, o per qualche tempo non s’è lasciato vedere. Gran riguardi, e molte circostanze hanno da concorrere, acciocchè sia verisimile questa felicità di non essere, in praticando co’ suoi più famigliari, mai ravvisato. Ridicola cosa poi può sembrare a taluno quel rimirare alle volte un personaggio drammatico, che in qualche giardino, o prigione dice di voler prendere sonno; ed appena s’è posto a sedere, che il buon Sonno tutto cortese, punto non ispaventato dalla grave agitazion d’animo, in cui poco dianzi era quel personaggio, subitamente gl’investe gli occhi. Nè molti momenti passano, che i Sogni canori anch’essi si traggono avanti; e s’ode quel personaggio addormentato, e sognante, soavemente cantar le sue pene, e sognando nominar quella persona, ch’egli ama, e che il poeta con gran carità, ed accortezza fa quivi prontamente sopravvenire.

Credo altresì, che troppo non paia probabile ai buoni Intendenti ne’ drammi, che tratto tratto gli Amanti si vogliano uccidere, perchè non sono assai felici le loro faccende; e che tanti Principi, e Regnanti di Scena rinunzino allegramente per cagion d’Amore al regno, o cerchino di saziar colla morte loro la crudeltà delle Donne. Io non so veramente, se ne’ tempi antichi signoreggiasse un tal costume. So bene, che a’ giorni nostri i Principi, e i Monarchi, anzi tutti gli Amanti con molta cura si guardano da somigliante furore, o mania. Me n’assicura anche il Maggi, il quale in tal proposito Dice,

.   .   .   .   .  che quell’amor tanto cocente

Nell’alme de’ regnanti or più non s’usa.

Che il re nell’apparenza ha più ritegno;

E benchè egli abbia il dolce foco in seno,

Per la cara beltà non gioca il regno.

Che fra le regie cure ha il tempo ameno,

Ove allegrando il cuor fino ad un segno

Cuopre assai, piange poco, e spende meno.

Anch’io l’appruovo appieno.

Le lor cure d’amor son più rimesse:

La smania de’ regnanti e l’interesse.

Nè pure è molto da commendarsi l’uso costante de’ drammi di cangiar le scene; sì perchè non rade volte in luoghi inverisimili, ed impropri disavvedutamente, o per forza s’introducono i personaggi, come ancora perchè la perfezione della tragedia richiede per quanto si può l’unità del luogo, ed una sola scena. Che se volessimo entrare in un vasto pelago, potremmo considerare i moltissimi, e sconci inverisimili, che si commettono, e si son commessi ne’ drammi, da che vi ebbero luogo gli equivochi de’ ritratti, delle lettere [18], de gli abiti, delle spade, e altre sì fatte cose. Pare oggidì, che più non abbia credito cotal mercanzia, benchè essa dopo essere passata dalla Spagna in Italia si fosse renduta non poco padrona del teatro sì nelle tragedie, come nelle Commedie prosaiche. Per altro, male impiegato non sarebbe un lungo ragionamento per maggiormente confondere l’eccesso di questi Equivochi, che per l’ordinario mai non si accordano col Verisimile. Intanto o si debba una sì gran folla di difetti, de’ quali abbondano i drammi, attribuire all’Ignoranza naturale d’alcuni poeti; o pure il pessimo gusto de’ Tempi ciò richieda, per servire al quale son costretti i poeti a serrar gli occhi, e soffrire tanti inconvenienti: può, se non erro, finalmente conchiudersi, che i moderni drammi, considerati in genere di poesia rappresentativa, e di tragedia, sono un mostro, e un’unione di mille inverisimili. Da essi niuna utilità, anzi gravissimi danni si recano al popolo; nè può tampoco da loro sperarsi quel diletto, per cui principalmente, o unicamente sono inventati. Contuttociò regnano questi drammi; e la gente condotta o dalla pompa de gli apparati, o dall’uso, o dall’approvazione de’ Grandi, o dalla speranza d’udir musici valenti, o da altri più segreti, e non molto onesti vantaggi, vi concorre a mirarli, e se non si cangiano tempi, e gusti, seguirà tuttavia ad onorar con plauso, non men vile che ingiusto, così accreditati spettacoli.

CAPITOLO SESTO

Dalla necessità di riformar la poesia Teatrale. Alcune correzioni

proposte. Costume poco lodevole d’alcuni Tragici. Temperamento

nell’introduzionde gli amori. Difetti delle moderne Commedie.

Quanto dannoso a’ costumi il Moliere. Altre correzioni del teatro.

Se non apportassero i drammi tanto danno alla poesia, di cui tratto la causa, forse avrei col silenzio potuto rispettare la lor fortunata maestà. Ma è troppo manifesto, che per cagione dell’uso loro soverchio la vera, ed utile teatral poesia non si coltiva, non si stima, e non si può condurre a perfezione. Già s’è provato, che per mille ostacoli, ed inconvenienti non può il buon poeta soddisfare all’Arte col tessere drammi. E a questa mia opinione sottoscriveranno forse tutti gl’Intendenti migliori, se al sapere avranno accoppiata la sincerità, come l’ha veramente il Sig. Apostolo Zeno. Avvegnachè sia questi un riguardevole componitore di drammi, pure in una sua lettera mi scrisse egli una volta queste parole, che son degne d’essere qui rapportate: Circa i drammi, per dir sinceramente il mio sentimento, tuttocchè ne abbia molti composti, sono il primo a darne il voto della condanna. Il lungo esercizio mi ha fatto conoscere, che dove non si dà in molti abusi, perdesi il primo fine di tali componimenti, che è il diletto. Più che si vuol star sulle regole, più si dispiace; e se il libretto ha qualche lodatore, la scena ha poco concorso. Non son diversi da questi i sentimenti dell’Ab. de’ Crescimbeni nella sua erudita Istoria della Volg. Poes. lib. 1 pag. 71 e ne’ Coment. alla medesima Istoria lib. 1 cap. 12. Quantunque poi non manchino all’Italia nobilissime tragedie, tuttavia stimo di non errar dicendo, che nel secolo prossimo passato si sarebbe potuto maggiormente perfezionar l’arte, e la tessitura loro, e che ora l’Italia ne avrebbe maggiore abbondanza, se la tirrannia de’ drammi musicali non avesse occupato le migliori penne, o fatto perdere la voglia di compor tragedie vere, giacchè il plauso dovuto a queste, tutto per l’addietro si spendeva in incensar la musica delle non leggittime tragedie, siccome oggidì si dura a spendere. Quindi è, che il teatro italiano finora non sa ripigliare l’antica sua dignità; nè per avventura la ripiglierà, finchè la magia della musica non cessi alquanto. Nè può già dirsi, che gl’Istrioni pubblici, da’ quali senza canto si recitano per l’Italia tragedie, e commedie, mantengano l’onore de’ nostri teatri. Mille difetti pur si truovano fra costoro; e il principale fra essi è la disonestà de’ lor motti, non sapendo l’ignoranza di cotal gente svegliare il riso per l’ordinario, che con freddi equivochi, con riflessioni, ed arguzie lorde, indegne d’essere udite da civili persone, e che non fanno ridere bene spesso se non la gente sciocca. Sono poi le commedie, che da loro si rappresentano, un mescuglio per lo più d’inverisimili, e di sole buffonerie l’una all’altra appiccate per far ridere in qualche maniera i loro ascoltanti. Anzi le tragedie stesse perdono la lor gravità, recitate da questi attori, non solendo essi, o non volendo rappresentarle senza mischiarvi personaggi piacevoli, e comici.

Grave necessità perciò hanno gl’Italiani teatri d’essere corretti, e riformati, acciocchè la poesia teatrale ricoveri l’antico suo splendore. Ma perchè il desiderarsi da me, che si conservi il teatro, può per avventura dispiacere ad alcuni saggi, sapendo essi, che dal zelo de’ sacri canoni, e da gli scritti de’ padri più gravi sempre si sono riprovati, e condannati simiglianti spettacoli, mi sia lecito dire, che troppo severa, ed aspra sarebbe questa sentenza, se non fosse temperata da una distinzion necessaria. Cade la mentovata condannagione sopra quelle teatrali rappresentazioni, che son nocive ai buoni costumi. Non può, essa cader sopra l’altre, che giovano, e servono per migliorar le genti. Ora quando si riformi, e si risani la poesia de’ teatri, non può immaginarsi, quanta utilità possa ritrarne il popolo. Io non son già del parere del Sig. Hedelin d’Aubignac, autor franzese, che nel suo Libro intitolato la Pratique du Théâtre mostrò di credere, essere più necessarie, ed utili al rozzo popolo sì fatte rappresentazioni, che non sono le cristiane prediche; perciocchè, dice egli, dalle anime volgari non si sanno comprendere i ragionamenti del pergamo sostenuti dalle ragioni, e dall’autorità, ma bensì gli esempi, e i consigli pratici, che si rappresentano dalla scena. Può desiderarsi maggior finezza di giudizio, e di pietà in chi parla così. Tuttavia francamente oso affermare, che fra tutti i pubblici spettacoli, approvati dalla politica, e dalla  morale per ricreazione de’ popoli, il più profittevole, e quasi direi il più dilettevole, è quel delle tragedie, e commedie; purchè queste sieno composte secondo le regole, che loro e dalla fantasia  morale, e dalla poetica sono prescritte, e purchè sieno recitate da valorosi attori. Nelle ben regolate città, non v’ha dubbio, debbonsi concedere al popolo alcuni onesti intertenimenti, che servono di sollievo alle fatiche, e col diletto restituiscano a gli animi annoiati dalle faccende la vivacità primiera. Ma qual ricreazione può mai compararsi a quella di una commedia, e tragedia ben fatta? Non il solo diletto, ma l’utile ancora da queste si ricava, o mirando gli esempi altrui come uno specchio delle nostre azioni, e fortune, o imparando a correggere i propri costumi dal contemplar quei della scena, o bevendo molti bei ricordi morali, onde vanno i migliori poeti spruzzando i loro componimenti. Può divenire, in una parola, il teatro una dilettevole scuola de’ buoni costumi, e una soave cattedra di lezioni morali. Sicchè non solamente non gitterebbe il tempo, ma farebbe un singolar benefizio alla cristiana repubblica, chi prendesse la cura di riformar pienamente il teatro, acciocchè in un medesimo tempo recasse diletto, e sanità a gli animi de gli ascoltanti. Fu conosciuta l’importanza di questo affare dal famoso Cardinale di Richelieu, e meditava egli di trarlo a fine; ma un sì bel disegno insieme colla sua vita mancò. Prima del Richelieu, cioè l’Anno 1598 aveva Angelo Ingegneri dottamente accennate alcune correzioni del teatro in un ragionamento intitolato Della poesia rappresentativa, e del modo di rappresentar le favole sceniche. Ma troppo corta è quella operetta, come ancor quelle di molti maestri della poetica per un sì gran bisogno; laonde riman tuttavia un bel campo da coltivare a chi volesse in tutte le sue parti correggere, e migliorar’il teatro. In quanto a me non avendo assai tempo da spendere in tale argomento, in cui forse ancor troppo mi sono arrestato, mi contenterò di brevemente sporre alcuni miei sentimenti intorno a questa riforma.

Per quello, che appartiene a i drammi, benchè da essi niuna utilità si rechi al pubblico, io non son tanto indiscreto, e crudele, che ne desideri affatto sbandito l’uso, stimando io, e predicando la musica per uno de’ più onesti, e soavi piaceri, che s’abbia la terra. Ma lo vorrei bensì moderato, in guisa tale che si lasciasse luogo a più utili rappresentazioni teatrali. Sarebbe d’uopo toglierne i moltissimi abusi, che vi si permettono; e far la musica più onesta, facile, e corta, onde partissero gli uditori dal teatro con fame, e non con sazietà; prender favole di non molto viluppo, ma più tosto semplici, e verisimili, aiutandole poscia colla novità delle macchine, delle comparse, de i balli, de gl’intermezzi, e di altre simili cose, che dilettano ancora la vista; e finalmente servire colle parole, e co’ versi alla musica, giacchè in sì fatti componimenti essa principalmente si cerca, e s’apprezza. In somma, se non si possono i drammi far’utili alle ben regolate città, almen si facciano non dannosi; e proccurisi, che sia sano, ed onesto quel diletto, che da loro s’aspetta. E ciò basti intorno a i drammi, lasciando io più tosto la cura di correggerli a chi è pratico della musica, perchè debbo parlar della poesia, non serva, ma regnante, quale è quella delle vere tragedie, e commedie recitate senza musica. Prima però di passare avanti, non voglio lasciar di dire, che siccome ne’ tempi antichi la tragedia non isdegnò la compagnia della musica, così credo io, che oggidì pure assaissimo piacerebbe questa medesima unione, se alle tragedie recitate senza canto si congiungessero i cori, che da valenti musici fossero poi cantati. Altrettanto si fece, allorchè per ordine della Serenissima Casa di Este si recitarono nella Corte di Ferrara il Sagrifizio del Beccari, l’Egle del Giraldi, l’Arettusa del Lollio, l’Aminta del Tasso, ove i cori si cantavano in musica; Dal che stimano alcuni, che s’imparasse la maniera d’unire interamente co’ drammi la musica. Ora questi cori tragici dovrebbono contener le lodi della virtù, e de’ virtuosi; condannare i vizi; confortare i miseri; lagnarsi delle loro disavventure; rallegrarsi co’ felici per cagion della virtù, sostenendo sempre il carattere della gravità, necessaria alla tragedia. Così fecero gli antichi; ed Orazio nella poetica lo comanda. A questi cori dovrebbe unirsi la musica or lamentevole, or giuliva, or mischiata, secondo il diverso argomento d’essi. Non può dirsi, quanto sollievo, e piacere si recherebbe a gli animi de gli uditori, che talora si stancano, o s’empiono troppo de’ gagliardi affetti, che la tragedia imprime, e vogliono prender fiato, e riposo al fine de gli atti.

Quantunque poi le tragedie, e Commedie in prosa, non ostante il precetto d’Aristotele, e l’esempio de gli antichi, facciano maravigliosi effetti, e ben recitate muovano assaissimo l’animo de gli uditori: tuttavia porto opinione, che il verso a questi componimenti sia, se non assolutamente necessario, almeno di grande aiuto, e decoro. Il verso ben recitato contiene una segreta nobile attrattiva oltre alla sua palese armonia, che sommamente diletta, e senza dubbio accresce alla tragedia la sua natia gravità. Io non saprei dissentire dal dottissimo autore delle Considerazioni sopra la maniera di ben pensare, il quale stima affatto convenevoli alla poesia rappresentativa i versi d’undici sillabe mischiati con quei di sette. Contuttociò potrebbe ancor farsi la pruova, se altra sorta di versi meglio corrispondesse al bisogno; o almen dovrebbe prendersi guardia di non cader con l’uso di quelli nell’armonia della lirica, siccome ad alcuni poeti è spesse volte avvenuto. Si ha ancora da considerare, se le rime si potessero quivi, o di quando in quando, o regolatamente, permettere, essendo certo per isperienza, ch’esse danno almeno ne gli altri componimenti maravigliosa vaghezza, forza, ed anima a i concetti, e a’ versi delle moderne lingue. Si scostano esse, non può negarsi, dal parlare ordinario della gente, e alcune tragedie rimate hanno finora ottenuto poco plauso, anzi sono abborrite da molti uomini dotti. Ma se si ritrovasse la vera maniera di usar questo condimento nelle tragedie, e vi si avvezzasse l’orecchio de gli ascoltanti, può essere, che niun conto si tenesse del pericolo dell’inverisimiglianza. Gli antichi, e i moderni hanno usato nelle tragedie, e commedie i giambi, e altri versi, i quali senza dubbio ne’ ragionamenti famigliari non s’udirono mai, nè s’odono continuati E si salva un tale inverisimil col solo osservare, che talvolta in parlando si fan de i versi. E perchè non possiamo non dire il medesimo delle rime, molte delle quali senza badarvi a noi pure cadono di bocca ne’ ragionamenti vicendevoli? Certo è, che i Franzesi non pongono mente a questo scrupoloso riguardo; e credo, che le tragedie loro senza sì fatto aiuto piacerebbono molto meno.

Ma venendo al massiccio della tragedia, cioè alla constituzione della favola, al costume, alla sentenza, e alla favella, parti di qualità nella tragedia, egli è necessario d’aver sempre avanti a gli occhi ciò, che Aristotele, i suoi sponitori, ed altri valentuomini maestri della poetica in questo proposito hanno diffusamente scritto. Col filo, ch’essi ci hanno lasciato, potrà sicuramente farsi viaggio. A gl’insegnamenti loro si vuol congiungere l’attenta considerazione de’ migliori esempi, cioè delle tragedie più perfette, o per dir meglio men difettose, che finora si son poste alla luce, studiandole, e imitandole, e quel che più importa, scegliendo il meglio da ciascheduna d’esse. Molte ne ha degne d’esser lette la Grecia, alcune il linguaggio latino, altre ha l’italiano, e altre ancora il franzese. Ancorchè innumerabili sieno i peccati, che possono commettersi nel comporre una tragedia, pure non sì agevolmente peccherà chi ben possiede le regole, e gusta le opere de’ migliori poeti. Eleggerà costui argomenti illustri, nè si perderà a volergli inviluppar di soverchio (vizio usato del secolo scorso) acciocchè mentre si cerca il molto maraviglioso, non s’inciampi o disavvedutamente, o per forza nel poco verisimile, e non convenga sciogliere senza decoro tanti modi sul fine. Qui più che altrove s’ha da mettere in opera la grand’arte di svegliar gli affetti; nel che parmi, ch’Euripide sia superiore a gli altri antichi tragici [19]. Il voler nella tragedia solamente parlare all’ingegno, o sia all’intelletto con bei sentimenti, con ingegnosi, e raddoppiati intrecci, stanca l’uditore, e il fa talvolta dormire. Bisogna assalirgli il cuore, muovere le sue passioni; e allora potran le scene promettersi una costante attenzione, un plauso comune. Appresso per quanto sia possibile si debbono rigorosamente osservare le unità d’azione, di tempo, e di luogo. I soliloqui eziandio non paiono oggidì molto lodevoli; ed è certamente da fuggirsi l’uso loro, quando non isforzi qualche necessità, posciachè si sono introdotti i confidenti, gli amici, ed altre persone, alle quali si racconta ciò che, una volta si sarebbe sposto in un soliloquio. Che una persona parli fra se stessa con voce alta, è sempre un’inverisimile, tollerato però dalla scena con altri di questa fatta, per far’intendere a gli ascoltanti ciò, che rumina in suo cuore quella persona, come ancor si fa ne gli a parte. Ma quando questo inverisimile possa schivarsi, ottimo consiglio sarà l’astenersene. Ha parimente bisogno di gran riguardo quel dover dare contezza a gli uditori delle cose dianzi avvenute, o pur de’ personaggi, che vengono in scena. Non osservano i poco giudiziosi, quanto sia inverisimile, che una persona racconti ad un’altra ciò, che da ambedue o necessariamente, o probabilmente si dovea già sapere. Più ancora è alle volte improbabile quell’udirsi un personaggio, che in un soliloquio comincia a dire, chi egli è, o quali azioni egli ha fatto, quando però costui non parli coll’uditorio, il che può avvenire in un prologo, ma non dee permettersi nelle scene de i drammi.

Non occorre però, ch’io passi innanzi in questa materia, avvendo abbastanza scritto molti saggi maestri le Regole della tragedia condiserata come poesia. Non si son già peranche pienamente divisate quelle della tragedia considerata come rappresentazione regolata dalla politica, e indirizzata all’utile de’ cittadini. A ciò dovrebbono ben por mente i Riformatori del teatro, nè permettere, che la tragedia, inspirasse l’amor del vizio, o l’insegnasse; dovendo essere ufizio d’essa il commendar la virtù, e l’instillarla soavemente nel cuore de gli ascoltanti. Può ben quivi la virtù rappresentarsi talvolta infelice, e per lo contrario il vizioso comparirvi non punito prontamente dal cielo. Ma nel medesimo tempo si può, anzi si dee far conoscere destramente, che tuttavia bellissima, e degna d’essere anteposta ad ogni altra temporale felicità, è la virtù; siccome ancora, che i viziosi son gastigati dal loro medesimo rimorso; e che paiono felici, ma in sustanza sono infelicissimi. Contro a questo precetto peccano ancora coloro, che nelle tragedie ci rappresentano le viltà, e leggerezze de gli uomini grandi, e di chi ha più obbligazione d’essere, o comparir virtuoso, come azioni gloriose, e non biasimevoli; onde si confortano disavvedutamente gli spettatori e sofferirle poi volentieri o in altri, o in loro stessi. Non son già esenti da questo difetto gl’Italiani, ma in ciò, se non erro, parmi che più spesse volte possa formarsi processo addosso a i poeti franzesi, ancorchè loro abbia tante obbligazioni il moderno teatro. Fra essi o pochissime, o niuna tragedia v’ha, che non contenga bassi amori; e per lo più gli eroi principali della favola s’introducono deliranti, ed avviliti per questa passione. Ma ciò forse non sarebbe sì grave peccato contra la facoltà civile, se da loro in guisa tale si dipingessero questi amori, che ben ne conoscessero gli uditori la viltà, e imparassero ad obborrirli, con vederli dal poeta per bocca altrui biasimati, e sposti con colori di dispregio. Il peggio è, che sovente se ne apprende l’uso da chi nol conosce; si comincia ad approvarne il dolce da chi dianzi l’abborriva; e si consola chi già n’era infettato; non parendo cosa vile, e indegna di prudenti, e nobili persone il coltivar quell’affetto, da cui tanti principi, ed eroi son vinti, e che quivi è rappresentato lodevole, degno delle anime grandi, e soave, tuttochè questo conduca gli uomini a perdere la prudenza, e seco l’altre virtù. Su questi amori per l’ordinario si fonda, e intorno a questi s’aggira l’argomento delle tragedie franzesi; anzi non vi si rappresenta alcun fatto preso dalle storie, in cui non si fingano vari amori, e non s’attribuisca a questa passione la principale origine di tutte le azioni tragiche. Nulla poi importa, se quegli eroi o per testimonio de gli antichi, o per fama comune, operarono per altro fine, o se furono persone gravi, prudenti, e lontani da somiglianti leggerezze. Se vogliono que’ famosi personaggi comparir sul teatro franzese, bisogna che si vestano secondo il gusto, e il rito moderno, cioè che prendano costumi teneri, e galanti, rinunzino allo stoicismo, che troppo era in credito a i tempi loro, e lascino la gravità, che pure è dote propria delle anime nobili, e che rappresentata più gioverebbe a gli ascoltanti moderni. Le imprese più gravi, funeste, e tragiche de i Curiazi, e Orazi; di Cinna al tempo d’Augusto; d’Eteocle, e Polinice; di Britannico; di Pirro figliuol d’Achille; e infin de’ santi martiri, o pendono da qualche amore, o sono con esso lui mischiate. Così appunto molti Romanzieri, e spezialmente i moderni, veruna impresa, quantunque grave, non raccontano, nè descrivono verun principe, o monarca, eziandio vivente, senza fingervi mille bassi amori, mille intrighi amorosi.

Ma, come dicemmo, questi costumi amorosi delle persone illustri nella tragedia non sono talvolta verisimili, perchè troppo contrari all’idea, e opinione, che di que’ personaggi o la fama, o l’Istoria ci han fatto concepire. Non può per esempio facilmente parermi, che Britannico ucciso in età di 14 anni potesse, o sapesse con tanta eloquenza, con sì accorta politica, e con finezze ancor rare in uomini addottrinati dalla lunga età in amore, coltivare, e trattar la passione, che in lui ha finto il poeta. Molto meno ci parrà probabile, dopo aver letto le antiche tragedie, che Pirro, ed Ulisse in mezzo alle rovine ancor fumanti di Troia, in mezzo a i cadaveri, e alle lagrime di tanti prigioni, e miseri Troiani, ardano sì caldamente d’amore, il primo per Andromaca, il secondo per Polissena. È veramente un bel piacere l’udire i tenerissimi ragionamenti, le gelosie, le paure, le languidezze di que’ poveri Eroi, sì mal conci da Cupido. Ma con pace del Signor Pradon un tal costume non si adatta molto al luogo pieno di stragi, di miserie, d’incendi; non al tempo, che richiedeva pensieri gravi; non alla virtù, e alla nota serietà di que’ due personaggi, sapendosi, che almeno Ulisse era un uomo assennato, non un giovanastro leggier di cervello; o parendo almeno, che in quella sì funesta occasione dovessero ambedue astenersi dal vaneggiar cotanto. Con prudenza, e gravità maggiore senza dubbio si trattò da gli antichi Tragici questo medesimo argomento; nè la morte di Polissena, e d’Astianatte fu da loro attribuita alle amorose rabbie, o gelosie di Pirro, e d’Ulisse, ma bensì ad un politico timor de’ Greci. Oltrechè non è molto probabile, che questi due appassionati Eroi sì tardi veggiano la maniera di consolar le loro fiamme col salvar la vita a Polissena, e al mentovato Astianatte. Molto prima si dovea, almen dall’accorto Ulisse, ritrovare un sì fatto spediente, che per altro era facilisimo a immaginarsi. Quello però, che più importa all’instituto nostro, si è, che molto in tal maniera si nuoce a i costumi de gli spettatori, ai quali in vece d’inspirarsi per mezzo delle tragedie l’amor della gloria, e delle virtù, solamente s’insegnano amori di senso, e dolcissimi, ed acutissimi colloqui amorosi, quali appunto si richieggono per nudrir daddovero il commercio d’una sì soave, ma sì poco saggia passione. Da ciò con gran cura si guardavano gli antichi poeti, conoscendo essi il grave danno, che venir ne poteva al popolo, a cui si persuade agevolmente la lascivia, e molto più ne’ tempi nostri, ne’ quali è fallito in tanta riputazione quel, che si chiama galantiare [20]. Nè avrebbono essi (tanto per servare il costume eroico, quanto per non provvedere i deboli d’una forte autorità) osato rappresentare il grande Alessandro gravemente occupato in affari amorosi per una principessa indiana; non avrebbono sì minutamente descritto i teneri complimenti, i sospiri, le bagattelle di un’eroe sì glorioso; nè creduto verisimile, ch’egli nel calore delle battaglie, e nel furore della vittoria sì soavemente avesse tenuto i suoi pensieri fissi nell’oggetto amato. Molto più però sarebbe lor sembrato un costume improbabile, e poco eroico il fare un Efestione ambasciadore amoroso (per non usare un più proprio vocabolo) d’Alessandro suo padrone. Può essere, che i moderni costumi, assai differenti da gli antichi, facciano parere a taluno sì fatte invenzioni non prive del necessario verisimile, nè perniziose al popolo. Ma che che sia, certo egli è, che nelle antiche tragedie i vizi, e le follie de’ grandi si rappresentavano con neri colori, e dal coro si biasimavano, acciocchè il popolo imparasse ad abborrirli.

Perchè però non si credesse, ch’io per poca amorevolezza riprovassi ne’ poeti franzesi, gente, a cui torno a dire che hanno grande obbligazione i moderni teatri, un tal difetto, come proprio di loro; non ci graverà l’udire un de’ loro più accreditati nazionali, cioè il P. Rapino, che nelle Riflessioni sopra la poetica di questi tempi scrive in questa maniera: La tragedia ha cominciato a degenerare; ci siamo a poco a poco avvezzati a veder gli Eroi accesi d’altro amore, che di quel della gloria, tal che tutti i grandi uomini dell’antichità hanno perduto il carattere della gravità nelle nostre mani. Segue egli parimente a dire: I nostri poeti non han creduto di poter dilettare nel teatro, se non con sentimenti dolci, e teneri; nel che per avventura essi hanno avuta qualche ragione; perchè di fatto le passioni, che si rappresentano, divengono scipite, e di niun sapore, se non sono fondate sopra sentimenti conformi a quei de gli spettatori. Questo è quello, che obbliga i nostri poeti a privilegiar cotanto la galanteria ne’ teatri, e a raggirar tutti gli argomenti sopra tenerezze smoderate, per maggiormente piacere alle Donne, le quali son divenute arbitre di queste ricreazioni, ed hanno usurpata la giurisdizione di giudicarne. Non so, se la Francia sarà molto obbligata alla gentil satiretta del P. Rapino, che per iscusare un difetto de’ poeti, francamente ne accusa un altro, confessando e il troppo galante genio de’ suoi, e la troppa autorità femminile, per piacere a cui convien vestire infino il teatro alla Moda. So bene, che se ciò è vero, mi condolgo pure con que’ poeti, i quali sono al pari de’ nostri da una sforzata ignoranza condotti ad errare.

Quando però io condanno gli amori nelle tragedie, non intendo già di volerneli affatto sbanditi. Non son cotanto severo, nè sì contrario al genio de’ tempi; e se si vuole, dirò eziandio, che non è da biasimarsi affatto il costume di temperare la soverchia severità delle tragedie coll’amenità de gli amori. Ma ne vorrei bensì moderato l’uso, o bramerei almeno, che la tragedia sempre non avesse bisogno di raggirarsi per teneri, o bassi amori, come avviene oggidì. E perchè non possono rappresentarsi li eroi, e le nobili persone operanti per altre macchine, che per quelle di Cupido? Non ci son’eglino tanti altri amori, quel della virtù, della gloria, del regnare, e somiglianti, che furono, e saran sempre una feconda miniera di tragici argomenti? Perchè ristringersi così sovente al solo amore del senso? Ma, egli mi dice, nel Can. 3 della sua poetica il Sig. Boileau, la sensibile dipintura di questa Passione è la via più sicura per toccare il cuor della gente.

De cette passion la sensible peinture

Est pour aller au coeur la route la plus sûre.

Ciò da me non si niega; ma per questa ragione appunto non si dee così ampiamente, come egli fa, concederne l’uso alla scena; imperciocchè essendo inclinati pur troppo gli uomini a questa passione, che par sì dolce, e sì naturale ad essi, se ne invogliano di leggieri; o pur cresce in loro il desiderio di un’affetto, il quale può bensì non essere vizio, ma non può non essere bene spesso una follia, e una leggerezza poco lodevole. Che se il medesimo Sig. Boileau ripruova quegli autori, che rendono il vizio amabile a gli occhi de’ lor lettori.

Aux yeux de leurs lecteurs rendent le vice aimable;

perchè si ha da permettere a costoro il rappresentarci l’amorosa passione, tanto dolce, e tanto amabile? Non è egli facilissima cosa, che piaccia a gli uditori una passione, che vien dipinta, non come una debolezza umana, ma come una virtù? Quindi è, che prudentemente il medesimo Autore dopo aver conceduto al teatro gli amori, dopo essersi contentato, che gli Eroi si fingano innamorati, vuole che l’Amor loro conservi la gravità, nè s’intenerisca al pari del Pastorale, e del Romanzesco; e che spesso combattuto da i rimorsi comparisca una debolezza, non una virtù.

Et que l’amour souvent de remors combattu

Paroisse une foiblesse, et non une vertu.

Colle quali parole tacitamente senza dubbio furono da lui condannati alcuni suoi nazionali, che nelle tragedie disavvedutamente conducono la gente all’effemminatezza, e persuadono gli amori col rappresentarli sì dilettevoli, sì teneri, e sì propri di tutti gli uomini grandi. Aggiungasi finalmente, che il basso amore non ha quella aria di gravità, e maestà, che richiedesi dalla tragedia. Egli con seco porta un non so che di ridicolo, di piacevole, di puerile, e in somma un tal’abito, che non si convien molto alla serietà della tragedia, nè alla gravità de gli eroi. Perciò gli antichi lo permisero di buona voglia alla commedia, non l’usarono nelle tragedie. Da queste si vuol’inspirare nel popolo il terrore, la compassione, l’amor delle azioni eroiche, e virtuose, e l’abborrimento de’ vizi, e delle altre umane leggerezze. Ciò non otterrà la tragedia piena d’amori, di ragionamenti tenerissimi, e di lezioni amorose; nè per mezzo d’essa risvegliaransi nel cuore de gli spettatori que’ sani affetti, che per purgare gli animi si ricercano ne’ componimenti tragici.

Della commedia poi non sono men’evidenti, anzi son più dannosi al tempo nostro i difetti. In Italia non senza nostra vergogna s’è per poco spento affatto il costume di comporle in versi, da che si è in esse introdotta la mescolanza di tanti dialetti della lingua italiana. A me già non dispiace l’uso di questi, ma solamente la sua conseguenza, cioè il doversi perciò far la commedia tutta in prosa; perciocchè non si fa poi da gli autori porre in versi una Babilonia [21] di tanti, e sì differenti linguaggi. Sarebbe nulladimeno assai comportabile questa commedia prosaica, se tanto non peccasse contro alle regole principali del buon teatro. Consiste oggidì non poca parte di queste commedie in atti buffoneschi, e in isconci intrecci, anzi viluppi di azioni ridicole, in cui non troviamo un briciolo di quel verisimile, che è tanto necessario alla favola. Essendosi dato il teatro in mano di gente ignorante, questa pone tutta la sua cura in far ridere; ed altra maniera, come dianzi dicemmo, non han costoro per ciò conseguire, che l’usar’equivochi laidi, e poco onesti; il far degli atteggiamenti giocosi, delle beffe, de’ travestimenti, e somiglianti buffonerie, lazzi da loro nominate, le quali non rade volte son fredde, scipite, e troppo note, e per lo più sono improbabili, slegate, e tali, che non potrebbono mai avvenir daddovero. Il peggio si è, che sogliono queste sì fatte commedie nuocere gravemente a i costumi del popolo, e alle anime innocenti. Perciò non si suole in Italia permettere ad onesti giovanetti, e molto meno alle zittelle [22] l’accostarsi al teatro pubblico, da cui s’imparano solamente affetti, o motti, disonesti, e viziosi. Quindi è parimente, che i più zelanti scrittori, e tutti i predicatori del Vangelo con troppa ragione han combattuto sì spesso, e tuttavia declamano contra gli abusi de’ moderni teatri. Son questi abbastanza noti, e perciò non mi stendo a descriverli, nè a condannarli. Sa ognuno, quanto grande sia la necessità di riformare in questa parte del teatro Italiano. Nè minore l’han forse altre Nazioni, tuttochè si pregino i Franzesi d’aver condotta la commedia ad una alta perfezione, e sia il Moliere un valentissimo autore. Certo è, che per conto della poesia le commedie di questo scrittore sono ben sovente difettose, non essendosi egli curato molto d’Aristotele, nè de gli altri maestri della poetica, purchè gli venisse fatto di piacere a i suoi spettatori. Lo stesso Signor Boileau ne è testimonio. Ma per quel che appartiene a i costumi, più francamente può dirsi, che niun commediante, o componitor di commedie ha nociuto, e nuoce più del Moliere a quel popolo, che può oggidì ben gustarle. Non ha egli perseguitato i vizi de’ privati, come dovrebbe far la commedia, con mettergli in derisione, ma gli ha insegnati. Inspirasi da lui in tutte l’opere sue un certo amore della libertà mondana, cioè di quella maniera di vivere, che è contraria alle massime del Vangelo. Nella sua scuola s’apprende il più dannoso galantiare con mille furberie, e malizie amorose; si deridono continuamente le diligenze usate da i genitori per difendere i figliuoli dal vizio; e col motivo di screditare la falsa divozione, vi si mette in ridicolo ancor la vera. Non è solamente mio questo avviso, ma de gli stessi più savi, e dotti Franzesi, fra i quali il Signor Baillet nel Tomo 4 della sua opera intitolata Jugemens des Sçavans confessa, che il Moliere è uno de’ più pericolosi nemici, che il secolo, o sia il mondo abbia svegliato contra la Chiesa di Dio. Aggiunge: che il suo Tartuffo è una delle più scandalose, e ardite commedie, che si veggiano. Dice ancora: che i difetti da lui ripresi altro non sono, che certe maniere esteriori di conversar nel mondo, come le affettazioni ridicole de gli uomini, lo spacciar la sua nobiltà, l’amar il soverchio le mode, il credersi persona dotta, ed altre sì fatte bagattelle, le quali veramente egli ha poste in briglia. Per altro, che i vizi veri dell’animo non solo non si sono da lui assaliti, ma si son più tosto persuasi. Simili sentimenti intorno al Moliere possono leggersi nel libricciuolo intitolato Maximes, et reflexions sur la Comédie composto dal chiarissimo Bossuet Vescovo di Meaux. Altri son di parere, che nelle più delle sue Commedie sieno sparsi con maniera finissima semi d’irriverenza alla religione, ed ascoso un gran veleno per condur le genti a vivere senza timor del cielo secondo le proprie voglie: la qual medesima pestilenza confessiamo ancor noi altri Italiani chiusa nel Decameron non purgato del nostro Boccaccio. Anzi giungono alcuni a sospettare, che dal Moliere non fosse ben conosciuto chi governa il mondo, e il cielo. Posto ciò, non rimane a’ Franzesi gran luogo di credere, che il teatro loro sia bastevolmente riformato, o provveduto di perfette commedie, almen per conto del Moliere, nel quale Autore per altro bisogna riconoscere una singolar felicità per far ridere il popolo. Tutte poi le censure, che cadono contra questo scrittore, sono ancora dirizzate contro a gli altri Autori di commedie, da’ quali si nuoce a bello studio, o disavvedutamente al pubblico Bene. Di costoro ne ha veduti, e ne vede tuttavia non pochi l’Italia; e quello, ch’è più degno di pianto, li soffre, e li loda eziandio. Ma l’instituto mio non mi permette l’occupare una materia, che già s’è pienamente trattata dal P. Domenico Ottonelli, dal P. Alberto Draghi, dal Principe di Conty, dal Sig. Nicole, dal Sig. Voysin, dal mentovato Monsig. Bossuet Vescovo di Meaux, e da molti altri Autori, come ancora da i predicatori Cristiani. Perciò passo ad aggiungere alcune altre osservazioni al modello, secondo il quale parmi che si avesse da riformare il teatro.

Dappoichè ben si è studiata la poetica, dovrebbe scegliersi dalla storia un’argomento vero per le tragedie, lontano però da i nostri tempi; sia di fin lieto, o funesto, non importa, essendo l’uno e l’altro permesso. Poscia pulir questo, accrescer colla finzione il suo maraviglioso, ma senza mai perdere di vista il verisimile. Studiarsi molto, che i versi, onde si vuol composta la tragedia, sieno di stile maestoso, ma però diversi da gli epici, e più da i lirici, dovendo i tragici rassomigliare alquanto il vicendevole ragionamento de gli uomini, e imitar la natura. Il perchè non molto sono acconce a questi drammi le troppe trasposizioni delle parole, acciocchè non peni la gente a capire il senso de’ versi recitati. Appresso ha da essere la principal cura quella di muovere gli affetti, e, spezialmente lo spavento, e la compassione. Un tal vantaggio appunto ricercavano dalle lor tragedie le antiche Repubbliche. Ma non è minore per mio credere, anzi è più da apprezzarsi quello di assuefare il detto popolo ad aver paura dell’infelice fine de gli ambiziosi, e tristi; e a compatire quel de’ buoni. Se si mira in iscena un Potente, un Monarca, il quale trasportato, anche disavvedutamente, dall’ambizione, lascivia, crudeltà, o da altro vizio, precipiti da uno stato felice in un’infelice, si muove il terrore ne gli spettatori, ma un terror sano, che pone loro in odio il vizio, imparando essi a temere nello stato proprio una somigliante pena, poichè nè pure i Grandi ne vanno esenti. Per lo contrario veggendosi una persona da un’alto grado di potenza per qualche difetto, o disavventura cadere in miseria, svegliasi nel popolo la compassione, ma una compassione sana, la qual conduce all’amore della virtù, e alla tolleranza delle proprie sciagure, mirandosi che le disgrazie toccano anche a i Buoni, quantunque posti in alto e invidiabile stato; e che i Buoni han sempre la gran fortuna d’essere almen compatiti nelle loro miserie. Perciò la tragedia sempre con neri colori ha da dipingere i costumi del vizioso, e rappresentarli abbominevoli. Che se i Cattivi felici talvolta non si fan comparire puniti, almeno si detestino i lor vizi destramente, e facciasi conoscere, che in costoro non è felicità nè vera, nè durabile; e che ben tosto dalla divina Giustizia verrà la loro malvagità gastigata. Con ciò fortemente la Scena inspirerà ne gli uditori l’abborrimento alle azioni viziose; e parte per timor della pena, parte per fuggire il biasimo universale, così ben rappresentato dalla favola, possono gli uomini condursi a migliorare i loro costumi. Così parimenti le persone virtuose, che si rappresentano dalla tragedia, e cadono per qualche leggier colpa, o disavventura in istato infelice, debbono dipingersi con avvenenti colori, acciocchè nelle loro stesse sciagure si veggia tuttavia l’amabile volto della virtù, e s’insegni alla gente a sofferir con pace le proprie miserie, e ad amar sempre più le opere virtuose; giacchè la virtù [23] in ogni stato di fortuna si ravvisa sempre bella, ed invidiabile. Oltre a ciò si dovranno far riprovare le operazioni de’ malvagi per bocca de gli altri personaggi virtuosi. Se non altro, può farsi vedere il vizioso stesso, combattuto da i rimorsi nell’atto stesso di operar male, e di cadere in qualche follia, poco degna d’un uomo saggio, ed onorato. Porrà il poeta ne’ luoghi acconci, e a tempo qualche morale sentenza, che serva di ammaestramento a gli spettatori; farà ben’accortamente, e senza affettazione il panegirico della virtù, inspirando la moderazion de gli affetti, non già colla persuasione de gli argomenti (il che è proprio de gli oratori) ma colla muta eloquenza de’ fatti, ed esempi altrui, (sieno buoni, o rei) e piangendo con segretissimo artifizio nel cuore di chi ascolta, i semi della  morale, senza che niuno s’accorga di fare un somigliante studio.

Sembra tuttavia, che più che alla tragedia necessari sieno alla commedia questi consigli. Dico perciò, che in essa non si vuol sofferire l’uso de’ motti lascivi, e de gli equivochi lordi; non il porre in discredito la pietà, la continenza, e modestia sì de gli uomini, come delle donne, e molto meno il persuader con ragioni la libertà del senso, e la soddisfazione de gli appetiti mal sani; non il burlarsi de’ genitori, che prendano gran cura dell’onestà, e buona educazione de’ lor figliuoli; non l’insegnare stratagemmi, e malizie per ingannare i mariti; non il far cotanti sconci colloqui d’amore fra gl’innamorati. In una parola, si vuole schivar tutto ciò, che può recar danno ai buoni costumi. E ciò facilmente avverrà, quando si proponga il poeta comico di parlare a persone oneste, e virtuose, tali però, che possano di leggieri gustare il vizio, e divenir cattive. Plauto, Aristofane, Terenzio, se alle altre virtù delle lor commedie avessero congiunto ancor la modestia, e la verecondia, maggior commendazione meriterebbero a’ nostri tempi. Per isvegliare il riso, la via lodevole, e sicura, si è quella di ben rappresentare nel più eminente lor grado i costumi popolari, cioè un uomo parlatore, un’avaro, un geloso, un temerario, un cortigianello, un vantatore, una donna vana, un servo sciocco, un giudice interessato, un procuratore ignorante, un’astuto artigiano, e tante altre maniere di costumi, che tutto giorno si mirano fra gli uomini di basso stato. La rappresentazione di tali qualità, e questo vivamente dipingere i difetti, le affettazioni, e i vizi delle private persone, maravigliosamente ricrea, e fa ridere gli spettatori. A ciò si dee congiungere una satira non velenosa, ma dolce, ed amena, che non punga sull’osso, lavorata con motti, e riflessioni acute, frizzanti, ed ingegnose. Proprio della gente ignorante è il saper solamente far ridere con disoneste Immagini, e con laidi sensi. La sperienza poi ci mostra, che nel dipingere i costumi, e difetti popolari, come ancor nell’usare dilicatamente la satira, consiste il vero condimento della commedia. Ma siccome le donne vane, i cortigiani affettati, i gran parlatori, e simili persone, mirando così bene contraffatto dalla commedia, e messo in derisione il costume loro, imparano a correggersi, e ad astenersene; così tutti gli altri vizi, come la disonestà, la soverchia licenza delle donne in conversare, le truffe de’ servidori, de’ figliuoli, delle mogli, l’amor de’ duelli, l’arte d’arricchirsi vilmente, e con danno altrui, il ruffianesimo, ed altre mille azioni biasimevoli, che possono rappresentarsi, talmente debbono dall’accorto, e virtuoso poeta esprimersi, che gli spettatori sieno mossi ad obborrirle, non ad invogliarsene. Io non credo già, che un tal frutto possa raccogliersi dal Pastor Fido, componimento degno bensì di gran lode, ma diffettoso nel fin politico del vero teatro, cioè nel giovare al popolo, veggendosi quivi non riprovata, ma persuasa da i consigli d’una Corisca, dall’esempio di Dorinda, e da altri non pochi ragionamenti tanto più perniziosi, quanto più teneri, l’impudicizia, e la follia de’ bassi amori. Altresì, per esempio, non potrà commendarsi il Moliere, che nella commedia intitolata l’Avaro ci rappresenta in tal guisa un figliuolo disubbidiente al padre, che facilmente può condurre i giovani malvagi a dilettarsi, e confermarsi nel medesimo vizio.

Tanto poi la commedia, quanto la tragedia hanno gravissima necessità di valenti istrioni, o recitanti, se nel teatro han veramente da recar diletto al popolo. Dalla viva azione, o pronuziazion di costoro pende la maggior parte del piacer teatrale, dando essi anima alle bagattelle, non che a i gagliardi affetti, a gl’ingegnosi sentimenti, alle facezie; e potendo essi colla forza dell’imitazione far piangere, far ridere, spaventare, e rallegrare secondo le occasioni la gente, che ascolta. Se gl’istrioni son languidi, se affettati, se non sanno l’arte del recitare, ancor le più riguardevoli tragedie, o commedie servono di noia, non di piacere a gli spettatori. Dovrebbe studiarsi da loro questa arte, atteso massimamente che dall’ignoranza, o dal poco studio d’essa nasce un altro difetto, cioè il non recitarsi quasi più in Italia commedie, e tragedie in versi. Costoro, parte perchè non intendono il senso poetico, e gramaticale, parte perchè non sanno dove far le posature necessarie della voce, dove troncare i versi, e profferirli con armonia naturale senza parer che cantino, poco ben riescono in recitar le favole, che non sono in prosa. E pure non può dirsi, quanta grazia, e nobiltà s’accresca dal verso a i componimenti teatrali.

Scegliendosi dunque valorosi recitanti per rappresentar le tragedie, e commedie, composte in versi da felicissimi Ingegni, ove si sieno, per quanto si può, servate le regole della poetica, ove siasi studiato di apportare il maggior diletto, e profitto possibile a gli uditori; può, credo io, sicuramente dirsi, che non v’abbia uno spettacolo civile, e una ricreazione pubblica più da stimarsi, e più dilettevole di questa. E di ciò ne ho io veduta un’autentica pruova in Milano, allorchè vi si rappresentavano le commedie milanesi del Maggi; per udir le quali concorreva co’ nobili a gara tutto il rimanente della città, dimenticandosi allora, ne più curandosi i drammi musicali, come ancora ogni altro intertenimento più caro. Nè senza ragione: poichè l’ascoltarle era un continuo ridere onesto, che faceva nel medesimo tempo imparare la correzion de’ costumi, e prendere abborrimento alle azioni malvage. Erano quelle commedie un gruppo di lezioni morali, e di utilissimi esempi, condite però con sì amena satira, con motti cotanto ingegnosi, e piacevoli, con sì viva imitazione de’ costumi popolari, che sempre facendo ridere, sempre ancora inspiravano l’amore della virtù. Tali noi brameremmo le rappresentazioni teatrali. E in tal guisa l’arte de’ poeti con sua gloria, e senza timore di pentimento servirebbe al teatro; e diverrebbe utilissima, anzi necessaria alle ben regolate repubbliche. Ma tanti difetti della poesia drammatica per l’ordinario procedono dal non essere i poeti assai addottorati nella scuola dell’uomo dabbene. Datemi un poeta, che possegga il sodo patrimonio della virtù  morale, non col solo intelletto, ma col cuore eziandio: egli senza avvedersene comporrà i suoi poemi, quali si bramano dalla vera politica; poichè o rappresenti egli costumi buoni, o ne dipinga de i rei, sempre nelle sue pennellate si scoprirà il colore dell’uomo dabbene, e del cittadino onorato. Non voglio però lasciar di dire, che si dovrebbe commettere a i soli poeti valentissimi, e a gl’ingegni migliori il tessere le tragedie, e commedie, che s’hanno a recitare in pubblico; e queste sole dovrebbono aver luogo ne’ nostri teatri. È un’abuso il permettere, che gl’istrioni, uomini per l’ordinario ignoranti, recitino quel solo, che loro piace; e portino talvolta alla scena il solo suggetto, come lo chiamano, cioè la sola ossatura delle commedie, che poscia all’improvviso, è da loro vestita colle parole. Quindi nascono mille scipitezze, mille disoneste, e ridicole freddure, e altri moltissimi incomodi. Toccherebbe a i principi, e a i prudenti maestrati il determinar, quali componimenti si dovessero permettere sul teatro, e far comporre nuove tragedie, e commedie a chi avesse felicità in somigliante mestiere. Anzi, se a’ poeti non bastasse per premio la sola gloria, converrebbe far loro animo con più sensibili ricompense, e si dovrebbono spronare colla veduta di qualche maggior premio a questa impresa; come si faceva con Terenzio, e con gli antichi poeti; come s’è ancor fatto col franzese Cornelio, anzi tuttavia si fa in Francia, affinchè la speranza dell’utile accenda maggiormente gl’Ingegni. Non sarebbe di poca gloria a i principi l’aver provveduto il teatro di tali componimenti. Cotanto si gitta per far tessere, e rappresentare i drammi musicali, componimenti senza fallo poco giovevoli alle città: perchè non potrebbe usarsi qualche liberalità per aver nobili, e purgate tragedie, e Commedie, le quali ogni anno potrebbonsi le stesse rappresentar sul teatro con sì onesta, e profittevole ricreazione de’ cittadini? E ciò basti intorno alla poesia Teatrale, a cui più che ad ogni altra è necessaria una gran purga, e Riforma, non tanto per bene del pubblico, quanto per gloria della poesia, la quale in Italia non ha peranche avuto Professore, a cui si debba il Principato, e la lode di poeta perfetto, nel compor tragedie, e Commedie. Questa Corona è tuttavia pendente, e gli amatori dell’Italica poesia dovrebbono studiarsi a gara per occuparla. Muovansi adunque ad una tale impresa gl’Ingegni valorosi, sudino, s’affrettino, ed empiano finalmente una Sedia, che promette sicuramente un nome eterno a chi saprà conquistarla.

CAPITOLO SETTIMO

De gli argomenti della lirica. Amor donnesco falsamente creduto il più ampio

 suggetto de’ componimenti lirici. Altri amori più vasti, e particolarmente

quel di Dio, e delle virtù. Loro nobiltà. Origine della lirica, e Riforma

d’essa fatta da gl’Italiani. Argomenti non ancor ben trattati. Inni, apologi,

favolette, satire, arti varie. Difetto di Dante. Accrescimento dell’erario poetico.

Abbiamo fin qui riserbato di rispondere a certuni, i quali si persuadono, come già osservammo, che i terreni amori sieno l’argomento più vasto, e fecondo, che s’abbia la lirica. E l’opinion di costoro è avvalorata sì dalla sperienza, come dalla ragione. In quanto alla prima noi in effetto vediamo, che Dante, e spezialmente il Petrarca trattarono il soggetto Amoroso con tanta varietà, e gloria, nel che sono essi di poi stati continuamente imitati da’ Franzesi e da gli Spagnuoli nel rinovellamento della lor poesia, e nella sola Italia da infiniti poeti, che hanno composto, e stampato moltissimi libri di poesie amorose, senza che siasi ancor seccata la sorgente, ed esausta la materia. La ragion poscia si è, perchè l’Amore è la passione più universale, e più propria di tutti gli uomini, da lui nascendo tutte l’altre passioni. E perciocchè le operazioni, e i movimenti d’amore son quasi innumerabili, agevolmente perciò possono le Muse ritrovare in lui sempre mai pensieri, e suggetti nuovi. Ma non si avvede chiunque parla in questa maniera, ch’egli fabbrica sopra un evidente equivoco. Imperciocchè si crede egli, col provar l’ampiezza, e fecondità dell’amore universale, di provare eziandio ugualmente ampio, e fecondo l’Amore in particolare, cioè l’amor, che si porta al debole sesso. Non può già porsi in dubbio, che l’amore non sia padre di tutti gli affetti; anzi con ragione insegna la miglior filosofia, non essere tutti gli altri affetti, che un amore travestito in varie guise. Egli è la miniera, come delle grandi opere, così de’ bei pensieri; da lui sempre nascono vari, e pellegrini argomenti; e confesso anch’io, che la lirica non può trovar fonte migliore di questo per dissetarsi. Vero parimente si può credere quanto scrive Platone, cioè che Amore è padre della filosofia, della poesia, anzi di tutte l’arti, e scienze. Ma questo amor generale si divide in molte spezie, e si dirama in cento, e mille ruscelli. Altro è amor soprannaturale, e divino; altro amor naturale, ed umano; altro amor bestiale, che ancor di senso può appellarsi. E per discendere alle spezie più minute, ci ha l’amore detto d’amicizia, l’amore della virtù, della gloria, dell’oro, de’ vizi, di regnare, e in somma quanti sono gli oggetti, che possono colla lor bellezza, e bontà apparente, o vera, piacere all’uomo, altrettanti ancora sono gli amori.

Sicchè una sola particella di questa universal passione rimane a coloro, che per oggetto de’ lor desideri, ed affetti si propongono solamente la bellezza d’una donna. E questo amore per l’ordinario, se sottilmente si disamina, altro non è, che Amor ferino e di senso, cioè quello, di cui fu gentilmente scritto:

Ei nacque d’ozio, e di lascivia umana,

Nudrito di pensier dolci, e soavi,

Fatto signore, e Dio da gente vana.

Vero è, che quasi sempre gl’innamorati poeti si servono d’altri amori come di spezioso pretesto, dicendo d’amar le virtù, e le sole Bellezze dell’animo; anzi giungono, se loro si dà fede, a tanta modestia, e pietà, di studiar nelle Bellezze d’una Donna quelle di Dio, e d’imparar nell’amore d’una creatura ad amare il Creatore, ascendendo per la scala platonica dal bello del mondo a quello della prima cagione,

Per le cose create,

che son scala al fattor chi ben l’estima.

Questi però nel vero son vaghi [24] concetti, ma poetici, e perciò sospetti di qualche finzione; e lo stesso Petrarca afferma, che l’opere sue furono contrarie a questa plausibile opinione. Tuttavia si vuole ancor credere in questo a i nostri poeti, massimamente ragionando noi di coloro, che ne’ lor versi non ammettono lordi pensieri, ed usano gran modestia, e onestà nel pubblicar le loro dolci amorose follie. Ma con ciò, confessano essi, che per ben compor versi, non può l’Ingegno, nè dee fermarsi nella sola considerazion della Donna, come Donna, convenendogli alzarsi più alto, e mendicar bellezza, o abbondanza di poetici Pensieri da più gloriosa sorgente, e sopra il fango terreno. Oltre a ciò questo Amore portato al sesso debole non può dirsi che non sia molto angusto, e ristretto, se si paragona con altri oggetti più vasti, ne’ quali può terminar l’Amore de gli Uomini, come sono Iddio, e le virtù. Consiste l’ampiezza tutta de gli argomenti amorosi nel commendar le doti sì esterne, come interne d’una Donna, e in descrivere minutamente tutti i movimenti cagionati dalla considerazione di esse nell’animo dell’Amante. Ma ciò è pochissimo, rispetto all’amor divino, e a quello delle virtù; essendo infinitamente bello Iddio, essendo ancor bellissime le virtù; onde porgono maggior campo a i lodatori, e si possono cagionar nell’animo di chi veramente ama questi bellissimi oggetti, molto più grandi, molto più spessi, e senza dubbio molto più nobili movimenti, che non può avvenire nell’amor d’una femmina. Dissi, che possono cagionarsi nell’animo di chi veramente ami Dio, e le virtù; poichè per questo sol difetto non si conosce ordinariamente la vastità de gli argomenti poetici, che possono sempre nascere dalla considerazione di Dio, e delle virtù. Perchè di fatto l’umana leggerezza spende i suoi pensieri, ed affetti dietro al debole sesso, perciò sembra a gl’innamorati poeti [25], che da questo Amore più che da ogni altro venga la fecondità del poetare. Fa lor credere la fantasia [26], tutta occupata da un sì basso oggetto, che quivi si chiuda tutto il bello del mondo; perciò nella persona da loro amata attentamente osservano tutte le azioni ancor più leggiere [27], tutti i movimenti de gli occhi, de’ piedi, del corpo, e ciascuna parola dell’oggetto amato; ascoltan pur minutamente il linguaggio, e i movimenti del proprio cuore; e ponendo tutto questo in versi, par loro, che un tale affetto sia sempre fecondo di nuovi pensieri, e di pellegrine invenzioni [28].

Ma contuttociò se si considera la gran massa delle poesie liriche stampate in questo argomento, si troverà per isperienza, che in un campo non molto vasto si vanno aggirando gl’innamorati poeti. Questo quasi tutto s’era prima occupato dal grande ingegno del Petrarca; ed è poscia convenuto infino a i migliori, che dopo lui hanno scritto versi amorosi, o copiare, o travestire in qualche altra maniera i medesimi concetti, e sentimenti di quel maestro: il che appunto è un camminare senza far viaggio. Dura oggidì ancora lo stesso costume (quando pur si voglia onestamente trattar questo suggetto) nè si sa dopo tanto studio, dopo tante pruove scoprir via nuova, o argomenti nuovi; benchè si vanti così secondo, e vasto da’ poeti questo ignobile amore, e benchè il cuore sì gagliardamente aiuti l’ingegno. Per lo contrario non si conosce abbastanza, quanto sia vasto campo da far versi quello dell’amor di Dio, e delle virtù, prima perchè non s’è ancor ben trattata questa materia, che da pochi valorosi poeti, onde non son peranche battute, o aperte le strade tutte, per le quali senza fatica si portino le Muse; e secondariamente perchè al pari de gli oggetti terreni non s’ama Dio, nè la virtù, che pure sono i due oggetti propri dell’amore dell’uomo. Non si vuol por fatica per ben trattare un argomento sì grande, passando per così dire il freddo del cuore a smorzar lo spiritoso fuoco dell’ingegno. Se si fosse usata, o in avvenir si usasse nel coltivar questi altri suggetti tanta cura, quanta s’è posta finora nel trattare i bassi amori, sentirebbe l’italica poesia, quanto più sia dovizioso d’acque, e ricco quel fonte, che non è questo. Imperciocchè, quanto al lodare, sarebbe una sciocchezza il solo immaginarsi, che maggior campo avesse l’ingegno poetico di lodare una donna, che il nostro gran Dio. Egli ha in se stesso tutto il bello, tutto il buono, e ciò potria bastare per tessergli infinite lodi. Ma essendosi la sua immensa bellezza, e bontà ancor diffusa, e sempre diffondendosi per tutte le parti del mondo, per tante, e sì varie creature, quali sono l’uomo stesso, le anime sensitive, e vegetative, le stelle, il mare, i campi, e tutte l’altre fatture della natura, o dell’arte, non è egli manifesto, che dismisurato è il campo di lodar Dio, potendo lodarsi in tutte le cose create da lui? Tutto ci parla di lui, tutto può condurci a lui. Bisogna eziandio confessare, che innumerabili sono i movimenti dell’animo nostro, considerati secondo l’ultimo fine, che ci aspetta o nella beata, o nella penosa eternità. Questi si pruovano, o possono osservarsi in tutte le proprie azioni da chiunque ha cura dell’anima sua, e pesa punto gli affari della vita futura, non men che la buona condotta della presente. Quando si voglia ben’osservare, e poscia esporre in versi tutti questi movimenti o di pentimento, o di timore, o di disinganno, o di confidanza, o di tenerezza, o di sdegno, o di desiderio, o di tepidezza, e altre simiglianti scorse dell’amore verso Dio, o lungi da Dio, si scorgerà quanti e vaghi, e diversi, e nuovi, e nobili argomenti avrà la poesia per esercitarsi, senza ricorrere a i vili, e pericolosi del mondo. Altrettanto a proporzione può dirsi dell’amore della virtù, la quale in tante guise muove gli animi nostri, e può persuadersi ad altrui, e lodarsi, o per se stessa, o come sparsa nelle persone sante, nelle forti, nelle prudenti, ne’ buoni principi, ne gli onesti amici, e in altri, senza che il poeta si ristringa a lodarla in una sola femmina, che ordinariamente non ha se non poche, e talor niuna di quelle virtù, che in lei sogna l’innamorato poeta. Ma è necessario per toccar con mano questa verità l’essere uomo dabbene, cioè amar Dio, e amar la virtù. Posto questo nobilissimo amore, è impossibile, che gl’ingegni grandi non discuoprano infiniti, e sempre nuovi argomenti, e non confessino, che questi due gloriosi amori sono di gran lunga più fecondi, e vasti, e ancor più poetici del basso amore. Ma i poeti del mondo, come se fossero tanti struzzoli, e non aquile, hanno l’ali bensì, ma in tutto altro se ne vagliono, che per alzarsi a volo. La natura alzò loro la faccia, affinchè mirassero in alto, ed essi tuttavia vanno colla testa china: il che fece dire a Dante nel Purgat. questi nobili versi:

Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira,

Mostrandovi le sue bellezze eterne;

E l’occhio vostro pur’a terra mira.

Quantunque poi non sapesse taluno conoscere, che in paragon de’ mentovati amori è angusto e infecondo l’amor profano, egli non potrà almen dubitare, che in genere di nobiltà questo non sia vilissimo, rispetto a gli altri, che son d’origine celesti; e nobilissimi. Da gli uni l’animo si solleva in alto, cioè verso quel fine, per cui fu creato. Dall’altro si rapisce ben sovente il senno a gli uomini; onde oltre al perdere di mira il cielo, ancora acquistano gli amanti poeti il nome di persone vaneggianti, e leggiere. Per questo sol motivo dovrebbono i saggi poeti amar meno gli argomenti amorosi finora usati, e volgersi con più cura a coltivar quegli altri, che senza dubbio recheran loro più pura, e stabile gloria. Molto più dovrebbero confortarsi a questa impresa, essendo evidentissimo, secondochè si può intendere da gli antichi autori, che ne’ primi tempi fu inventata la lirica per cantare inni a Dio, o le azioni gloriose de gli eroi, e de gli altri uomini prodi. Mosè, Davide, Salomone, e simili patriarchi, e profeti furono i poeti primieri; e ci restano ancora i divini cantici da loro scritti in versi, come sappiamo per testimonio di S. Girolamo, e d’altri Santi Padri. Da questi sublimi maestri appresero l’arte del poetare i Gentili, ed anch’essi l’impiegarono in lodar gli Dei, da lor creduti veri, sì ne’ sacrifizi, come in tutte le feste, o pompe sacre; onde nacquero tanti nomi, peani, ditirambi, inni, iporchemi, e altri poemi sì fatti, che tutti erano indirizzati a commendar gli Dei, a cantar le loro azioni, e a chiedere l’aiuto loro. Abbiamo tuttavia gl’inni di Callimaco, ed altri, che sono attribuiti ad Omero, e ad Orfeo; sappiamo ancora, che infiniti ne sono stati sepolti dal tempo. Appresso consisteva l’altro uso della poesia lirica in lodare, e cantar le imprese de gli uomini forti, de’ buoni principi, e di tutti i cittadini virtuosi. Poco ci rimane di Pindaro in paragone di quanto egli scrisse; e pure altro egli non iscrisse, che lodi o de gli Dei, o de gli uomini gloriosi, come aveano ancor fatto prima di lui altri poeti saggi. Dal che appare, che la poesia ne’ suoi principi maravigliosamente serviva al bene della repubblica, inspirando l’amore, e la venerazion de gli Dei, benchè falsi, e l’amore della virtù, e incitandosi con quegli encomi le persone al culto divino, e all’esercizio della fortezza, e dell’altre azioni virtuose. Da’ poeti viziosissimi, e perduti dietro alle schifezze del senso, cominciò di poi a corrompersi la nobile poesia lirica. In vece di usarla nell’onorar Dio, la costrinsero costoro ad aiutar le proprie malvage passioni, e ad incensar le creature, delle quali fecero, e fan tuttavia i poeti alcune Divinità, e alcuni idoli con ribrezzo della diritta ragione. Nè alla detta poesia si restituirà tampoco a’ nostri tempi la dignità, e la riputazione, quando si continui a farla servire a i soli non molto gloriosi amori del Mondo.

Può imitarsi (e io consiglio ad imitarlo) mai sempre il Petrarca, principe de’ Lirici italiani; ma nello stile, e ne’ pensieri. Non ci è obbligazione veruna d’imitare eziandio l’argomento de’ suoi versi, il quale in fine fu da lui stesso riprovato, e riconosciuto per una grave follia, e per un giovenile errore. Anzi egli si rivolge nell’età matura a compor versi gravi, e ad illustrar la filosofia cristiana, come altresì fece il Tasso, Ottavio Rinuccini, Ansaldo Ceba, il Maggi, il Lemene, il Desportes, il Cornelio, il Brebeuf, e altri, che alquanto tardi riconobbero la sciocchezza de gli argomenti amorosi, e si diedero finalmente a compor poesie sacre, e morali. Ma, egli può dir taluno, questo argomento non si disdice almeno a i poeti giovani. Dopo il bollore della gioventù potranno poi essi spendere il talento poetico in trattar materie sode; e in cotal guisa il poetare si andrà adattando alle stagioni dell’uomo. Chi così ragionasse non mostrerebbe grande abbondanza di prudenza; perocchè non è egli meglio imitare il Petrarca prudente, che delirante? Perchè seguirlo in una cosa, che fu da lui stesso, e da tutti i saggi col tempo condannata? Perchè prepararsi un pentimento per la vecchiaia, e intanto guadagnarsi credito di vanità, e leggerezza ne gli anni teneri? Se in altri suggetti, che nell’Amoroso, non potesse la poesia sbizzarrirsi, o i poeti acquistar nome, ancor si vorrebbe lor perdonare il tanto affetto verso alcuni più fecondi, e vasti; perchè dunque sì ostinatamente, e ciecamente aggirarsi intorno a quel solo? Formisi un confronto fra l’argomento de’ bassi amori con altri suggetti, e massimamente col Sacro, e  morale. Il primo non è secondo il fine della poesia lirica; non è nobile per l’ordinario, non utile a chi legge, anzi è per lo contrario nocivo alla Repubblica; acquista nome di vani, e folli a’ suoi Professori; suol’essere seguito dal pentimento, avendolo i migliori poeti Cristiani coll’esempio loro, almen nella vecchiaia, condannato; e finalmente non porta più novità, anzi è per avventura esausto, non udendosi oramai che i medesimi sentimenti del Petrarca, e ancor talora mal travestiti. Dallo altro canto gli argomenti Sacri, o Morali, e tutti quelli, che riguardano l’encomio, o la sposizione delle virtù, e de’ Virtuosi, il biasimo de’ vizi, la natura, le arti ec. sono secondo il fine della poesia lirica, nobilissimi, utilissimi alle genti, grati al Cielo, gloriosi per gli poeti, lontani dal cagionar pentimento, non ancor ben trattati, e per conseguente capaci di molta novittà. In tal confronto non ho dubbio, che chiunque ha sano giudizio non confessi, che per compor versi Lirici l’argomento de gli amori donneschi è di gran lunga inferiore a gli altri, e che non debbono cotanto affezionarsi a lui gl’Italiani poeti.

E già parmi, che l’Età nostra fortunatamente abbia cominciato a conoscere, e praticar questa Verità; e che la lirica ripigli a poco a poco il suo primiero splendore. Sonsi già trattati felicemente, e con gran novità a’ nostri giorni i suggetti sacri, e morali, da due valentissimi Ingegni Maggi, e Lemene. Gli eroici parimente si sono con fortunata novità illustrati dall’Ab. Alessandro Guidi, e dal Senator Vincenzo da Filicaia, per tacere di tanti altri. Per cura eziandio del Marchese GiovanGioseffo Orsi, e dell’Ab. GiovamMario de’ Crescimbeni hanno le Accademie Bolognese, e Romana prodotti bellissimi componimenti in lode di gran Principi, e spezialmente del regnante Pontefice Clemente XI. A me dunque altro non resta ora, che l’aggiungere sproni a chi corre con tanta felicità ad impiegar la lirica Italiana in argomenti gravi, utili, e gloriosi. Che se si mirerà il libricciuolo intitolato l’Arte d’amar Dio, composto in Bologna, pochi anni sono, da i Signori Carlo Antonio Bedori, Conte Angelo Sacchi, e Dottore Pier Jacopo Martello, da quel poco apparirà, quanto le Muse possano sperare da’ sacri argomenti. E chi prendesse a trattar pienamente quella stessa materia, impinguandola con varietà d’invenzioni, di personaggi, di Storiette amene, son certo, che ne formerebbe un poema pellegrino, più grato a mio giudizio, e a giudizio di tutti più utile d’un Adone, e d’altri sì fatti poemi del secolo. Se altresì alla lingua nostra si partorisse un poema, qual’è il composto dal P. Ceva col titolo di Puer Jesus, siami lecito dire, che noi averemmo un’opera d’ornamento singolare alla nostra favella. Signoreggi dunque una volta ne gl’Italici versi il vero bello; abbia pur luogo in esso l’amore (io nol vieto) ma l’amor divino, ed eroico, l’amor delle virtù, l’amor purgato, onesto, e sodo; non il fanciullesco, non il vile verso il debole sesso, in cui sempre appare o sospetto di vizio, o certezza di follia. Più ancor di quel che conviene, ha l’Italia trattato i bassi amori; ne ha riempiuto, infino a saziarci, e farci nausea, tutto Parnaso. Ciò le basti: conduca oramai per altre vie gl’ingegni poetici a conseguir l’immortalità del nome.

E per divisare alcuna di quelle strade, che il poeta può battere per condursi felicemente alla gloria, mi giova aggiungere, che ci resta tuttavia qualche argomento non ancor pienamente, e con tutta dignità trattato nel nostro linguaggio. Potrebbono primieramente occupare il pensiero di qualche valoroso poeta gl’Inni sacri, nel comporre i quali per le lor sognate Deità cotanto s’adoperarono i Greci poeti, e che poi dal Nazianzeno, da Sinesio, da Prudenzio, da i Santi Ilario, Ambrosio, e Paolino, da Venanzio Fortunato, e altri Santi poeti Greci, e Latini, anche moderni, furono composti e consecrati al culto del vero Dio, e all’onore de’ suoi gloriosi Servi. Non son già pochi fra gl’Italiani coloro, che in questo nobile impiego abbiano finora santificate le loro Muse. Il Chiabrera ne compose alcuni colla sua solita leggiadria, e a’ nostri giorni felicemente ha speso molta fatica il Sig. Loreto Mattei in traslatar gl’Inni della Chiesa. Ma non è veruno, ch’io sappia, peranche aggiunto alla cima del sacro Monte, e resta in ciò tuttavia qualche riguardevole Alloro disoccupato per gli poeti d’Italia. Ed esso è riserbato a quegli, che a sì gloriosa impresa porteranno gran pietà, e sapranno con fecondissima fantasia, tenerezza, maestà, e decoro esprimere in versi le lodi di chi è il fonte d’ogni beatitudine, e di chi è da lui fatto eternamente beato. Parmi eziandio, che all’Italica favella manchino i Fasti Ecclesiastici, tuttochè Giovanni Canale gli abbia descritti, e il Cardinale Sforza Pallavicino, quando era giovinetto, si mettesse ad innalzarne la fabbrica. Non sarebbe in verità poco pagato lo studio di colui; che trattasse e sapesse ben trattare questa materia, quando egli pervenisse ad ottener la gloria da Ovidio riportata nel comporre i Fasti della sciocca Gentilità.

Che se vuol passarsi da i sacri a i profani argomenti, può tuttavia desiderarsi nel Parnaso d’Italia qualche eccellente poeta, che alla guisa di Fedro liberto d’Augusto, e d’Avieno, chiuda in versi alcune brevissime, e gentilissime favolette. Così fatto argomento fece risonare nel secolo prossimo passato fra i poeti Franzesi il nome del Sig. della Fontana, autore però non modesto abbastanza per oneste persone. Ora in tali Favolette non solamente io richiedo ogni possibile onestà, pregio che per obbligazione debbono aver tutti gli uomini d’onore; ma vorrei, che con opera tale si spiegasse tutta, o in gran parte la filosofia de’ costumi, e la pratica della vita civile. In qualche maniera si mira ideata questa, che può chiamarsi filosofia d’Immagini, nelle favole dell’acutissimo Esopo; ed io porto opinione, che sommamente utile, non men che dilettevole sarebbe una tal fatica nella nostra lingua. O s’inventassero, o si prendessero da’ vecchi Autori le Favolette; o fossero queste Apologi di bruti, d’uccelli, e d’altre simili cose; o Parabole, o Storiette d’azioni, e ragionamenti o veri, o finti: potrebbero tutte agevolmente contenere un qualche nobilissimo insegnamento per la Vita civile, e apportar maraviglioso diletto. Ma sarebbe singolarmente necessario, che ad una vivacissima, e spiritosa fantasia si commettesse questo affare, onde fossero le Immagini sempre mai con fecondità capricciosa inventate, e con ingegnosa forza di vivi colori espresse. E conciossiachè la varietà è una possente raccomandazione di tutte l’opere belle, dovrebbe essa farsi campeggiare in questa, col cangiar sovente suggetto, e col fuggire la simiglianza delle azioni, de’ ragionamenti, delle introduzioni, e de’ personaggi. Dovrebbonsi adoperare vari stili, ora l’affettuoso, il tenero, il dolce, ora il grave, ed Eroico, ora l’acuto, e piccante, ora l’insegnativo, e sentenzioso, e simili; come pure tutti que’ diversi metri, e quelle tante fogge di versi, delle quali è feconda la nosta favella, ora sponendo con molti, ora con pochi versi una intera Favoletta; in guisa che l’altrui appetito non potesse mai saziarsi, ma sempre maggiormente dilettarsi colla varietà de’ cibi, e colla comodità di cangiar saporetti. Una ben differente, ma però ingegnosissima, e misteriosa filosofia pratica, si è a’ nostri giorni rappresentata mirabilmente in prosa da un famoso Letterato di Francia col Romanzo intitolato le Avventure di Telemaco, da cui con rara loro dilettazione possono i Lettori trarre utilissimi consigli per ben reggere se stessi, e per ben governare altrui. Chi perciò in somigliante maniera, ma però in versi, e in un Poema ancor continuato, a cui servisse d’orditura qualche Fatto vero, ed Istorico, o pur favoloso, sapesse leggiadramente intessere queste vaghe Immagini di pratica filosofia, oltre al giovare assaissimo alla Repubblica, e apportarle gran diletto, occuperebbe ancora fra i nostri poeti un seggio finora vacante.

Altrove s’è detto, che il nostro teatro non è peranche arricchito di perfettissimi componimenti comici, e tragici, e che si potrebbe in tal navigazione sperar molta gloria da i nostri poeti. Lasciando perciò di più parlarne, soggiungo ora, che lo stesso potrebbe avvenir della satira. Non è l’italico idioma nel trattar questa materia finora giunto a toccar le Colonne d’Ercole; nè può esso vantar de gli Orazi, e nè pur de’ Giovenali, avvegnachè le satire dell’Ariosto sieno assai commendabili, e piacciano forte le facete del Berni e d’altri parecchi autori. Verisimilmente però noi ora non porteremmo invidia a i Latini, se quel valentuomo, che col finto nome di Settano ha composto, non ha molto, alcune bellissime satire, più tosto avesse voluto adoperare in esse il suo materno, che il latino linguaggio, e come ragion voleva, avesse usato minor mordacità, e maggior modestia ne’ motti. Ma non difficile il saper la cagione, perchè in Italia la tragedia, la commedia, e la satira non si sieno condotte ad una gloriosa maturità. Alle prime è mancato lo sprone, spendendosi ora tutte le ricompense, e gli applausi dietro alla musica Teatrale; e alla seconda si è posto un gagliardissimo, freno dalle leggi divine, e umane. Questa per soverchio timore, e quelle per mancamento di speranza non si sono innalzate. Nulladimeno qualor la Satira, che veramente oggidì è assediata da parecchi pericoli, si volesse trattar colle regole de gli uomini d’onore, io non so vedere, perch’ella non potesse francamente comparire in pubblico. Ha il satirico da porre in versi, non tutto ciò, ch’egli sa, ma tutto quello, che onoratamente si può. Non ferir determinate persone, e molto meno i principi, che oltre all’essere di genio dilicatissimo, esigono rispetto da tutti gl’inferiori; non offendere la modestia con oscene parole, con disonesti racconti; non mettere in canzone le sacre cose, nè mordere que’ biasimevoli costumi, i quali benchè sieno de’ Religiosi, e non della Religione, pure ne gl’ignoranti, e sciocchi imprimono qualche non buon concetto della Religion medesima; ha in una parola il Satirico da operare in guisa, che non si possa mai dire.

Ch’egli d’ognun voglia scoprir gli altari,

Nè che tutti rubato e del Pistoia,

E di Pietro Aretino abbia gl’armari.

Anzi non dovendo l’uomo conoscente del giusto, e studioso del verace onore, giammai mordere altrui, solamente per mordere, affine di non incorrere nell’infamia di maldicente, e maligno, ragion vuole, che nella satira per quanto sia possibile, si conservi la Carità cristiana, e che si faccia la guerra a i vizi, non a i viziosi. Perchè tutti siamo naturalmente ambiziosi, tutti ancora naturalmente amiamo la satira, sia questa o da noi, o da altri maneggiata, sol però contra i difetti altrui; perchè ci piace di veder gli altri dalla sferza poetica umiliati, e renduti nel paragone inferiori a noi stessi. A questo vilissimo affetto non ha da servir la satira. Il suo vero fine è quello di correggere dolcemente i vizi altrui, e di gentilmente mordere, movendo ne’ lettori un innocente riso. Perciò le punture poetiche non hanno da penetrare insino al sangue, e son vietati dalla miglior filosofia que’ ciechi fedenti di scimitarra, che si scaricano contra chiunque s’incontra. Dee la satira più tosto essere un giuoco di spada, il quale apporti diletto, non una sanguinosa battaglia, che spiri dispiacevole orrore. Sempre dunque si tratterà senza rischio veruno, e con gloria molta quest’arte, quando col suo piccante, ed acuto, si congiunga la gentilezza, e la dilicatezza del mordere; quando si tratti con giovialità pacifica la sferza, burlando, e scherzando, come per l’ordinario suol fare il giudizioso Orazio; non con isdegno, e viso brusco, siccome fa Giovenale, e più di lui il Rosa. Egli è certissimo, che

.    .    .    .    .    . Ridiculum, acri

Fortius, et melius magnas plerumque secat res.

E una sì bella, e fina, ma rara, virtù parmi che si ritruovi nelle Satire Franzesi del Sig. Boileau, il quale però prese a schernire più i difetti piccioli, che i vizi del secolo. Parmi ancora, che la medesima finezza di mordere con grazia, senza lasciar lividore nelle genti morse, apertamente si miri nelle Satirette piacevoli del Maggi, come nella sua Vita accennai. E in ciò buon discepolo suo è stato, ed è a mio credere l’Abate Francesco Puricelli, di cui abbiamo alcune poesie in questo genere molto galanti. [29]

Sì gagliarde son le ragioni, che l’acutissimo Castelvetro, e dopo lui alcuni altri autori han pubblicate per provare, che le scienze, e le arti non debbono, o possono esser materia, o suggetto di poesia, che non oserei oppormi a cotal sentenza; quantunque di sommo peso mi paiano ancor le ragioni recate in contrario dal dottissimo Francesco Patrizi nel lib. 6, 7 e altrove della poetica disputata. Nulladimeno quando il ben accorto poeta sapesse, non colla maniera scolastica, ma con amena, e differente manifattura trattar le dette scienze, ed arti; quando egli sapesse in versi renderle chiare, e intelligibili allo stesso rozzo popolo; e finalmente quando egli congiungesse alla materia gran novità d’artifizio, e d’invenzione, onde l’opera sua divenisse molto dilettevole: io non sarei tanto scortese, che volessi affatto escludere dalla Repubblica de’ poeti questo ingegnoso artefice. Porto perciò opinione, che in due maniere si potesse dar quest’aria poetica, e forza di dilettare a gli argomenti suddetti. O con trattarli ordinatamente, come fece Virgilio la Coltivazion della terra, e di quando in quando, anzi ben sovente, mischiarvi de gli episodi, delle favolette, delle storiette, e altre utili, e dilettevoli invenzioni della poetica fantasia, convenienti al suggetto, come han fatto felicissimamente in versi latini il Fracastoro, e il P. Rapino. O pure (e tal modo sarebbe via più poetico dell’altro) con inventare, o scegliere consigliatamente qualche fatto, ed avvenimento, in cui secondo le diverse congiunture, ed azioni s’innestasse quell’arte, o scienza, che fosse proposta, senza che il poeta mostrasse di trattarla ex proposito. Così qualora volesse farsi un poema sopra la coltivazion de’ campi, de gli orti, de’ fiori, o de gli agrumi; sopra la caccia sì delle fiere, come de gli uccelli, o sopra la pescagione; o pur trattare in versi la Teologia, la filosofia naturale, o  morale, come ancor la geografia, l’astronomia, l’arte militare, la nautica, le leggi de’ popoli, ed altre simili scienze, ed arti, converrebbe secondo questa Idea immaginare, o pur trovare qualche azione umana dilettevole, e capace di servire per sì fatto modo all’intenzion del poeta, che egli vi potesse acconciamente inserir quell’arte, o scienza, ch’egli avesse presa a trattare. Poi dovrebbesi accoppiare alla Materia somma chiarezza, ugual varietà, e abbondanza di gentili invenzioni. Io so, che il Bembo nelle sue Prose, e altri valentuomini han biasimato Dante, perchè mentre egli nel suo Poema ha voluto mostrar d’essere di ciascuna delle sette arti, e della filosofia, e di tutte le Cristiane cose maestro, men sommo, e men perfetto poscia è stato nella poesia. Ma se, come altrove abbiam detto, avesse voluto Dante adoperare alquanto più l’ingegno amatorio, e si fosse studiato di chiaramente dipingere que’ pezzi d’arti, e scienze, che egli andava incastrando nel suo poema, io vo ragionevolmente credendo, ch’egli non solo avrebbe schivata somigliante accusa, ma si sarebbe ancor guadagnata in ciò gran lode, e lode d’eccellentissimo poeta. Si può comparir Filosofo, Teologo, e maestro dell’Arti tutte in poesia, e nel medesimo tempo essere buon poeta, purchè s’adornino con bizzarra novità, e si trattino in tal maniera le cose, che lo stesso popolo senza pena possa comprenderle, e comprendendole sentirne diletto. La maniera dunque di trattar sì fatte materie in poesia ha ben da essere differente da quella, con cui si trattano sopra la Cattedra. La poesia le dee dipingere con vaghissimo stile, con ingegnose, e fantastiche invenzioni, e dar loro un color dilettevole, che sommamente faccia piacerle ancora a i meno Intendenti. Che se la Materia non è capace di questi ornamenti, il Poeta volentieri l’abbandona, seguendo il consiglio d’Orazio:

.   .   .   .   .   . Et quæ

Desperat, tractata nitescere posse, relinquit.

Non si convengono perciò alla poesia i termini scolastici, e quel linguaggio particolar delle scuole, parte nato dall’ignoranza de’ secoli trapassati, e parte instituito dall’intemperanza de’ peripatetici dopo il 1200 per brevemente esprimere la sottigliezza de’ loro interni concetti; poichè non essendo questo intelligibile al popolo, a cui principalmente s’affaticano i poeti di piacere, non può per conseguente arrecare altro che noia, e dispetto. Si abborrisce ancora per la medesima ragione dalla poesia, tanto la metafisica, quanto la mattematica speculativa, l’aritmetica, la geometria, e simili arti, che non si possono con sensibili colori, e parole intelligibile dipingere al popolo. Le altre scienze, ed arti per lo contrario son vedute con buon’occhio da’ poeti, e da’ lettori de’ poemi, quando però sieno vestite con grazia, chiarezza, e leggiadria dall’ingegno amatorio. Se il Comento è lor necessario, facilmente si smarrisce tutto il merito, e la bellezza loro in versi. E volesse Dio, che il mentovato Dante avesse a ciò posto mente. Troppo egli appare alle volte oscuro, non al sol rozzo volgo, ma eziandio a gl’intendenti medesimi, usando il barbaro linguaggio delle scuole, sommamente disdicevole al genio della poesia. Nel che indarno per mio giudizio s’affatica il Mazzoni di difenderlo nel lib. 5 cap. 3 della difesa, inutilmente provando, che la filosofia sta bene colla poesia, e che senza essa nulla varrebbono i versi. Questo non è il difetto di Dante, ma bensì l’aver trattato molte cose Filosofiche, e dottrinali in versi con termini Scolastici, e barbari, con sensi oscuri, e per modo di disputa, come s’egli fusse stato in una scuola di qualche Peripatetico, e non tra le amenità di Parnaso. Che se trattandosi nella maniera da noi poco fa divisata le Scienze, e l’Arti, persisterà tuttavia qualcuno in dire, che non perciò potrà conseguirsi il titolo di vero poeta, ripugnando a ciò il silenzio, e forse le parole d’Aristotele: io il pregherò di leggere la Deca della poetica disputata del sopra menzionato Francesco Patrizi, ove per avventura potrebbe cangiar’opinione. E finalmente non sarà se non bene, ch’egli produca in mezzo qualche fede giurata del medesimo Aristotele, per cui si faccia palese, ch’egli abbia escluso dal regno poetico tali componimenti, avvegnachè possano arrecar gran diletto, col contenere una lodevole invenzione, e finzione, e coll’essere ne’ sentimenti, nella favola, e nel fondo dell’opera affatto poetici. Alcuni scrittori esclusi dal numero de’ perfetti poeti, come Esiodo, Lucrezio, Manilio, Lucano, e i loro simili, altro non fecero, che mettere puramente in versi la storia naturale e altre scienze, o avvenimenti istorici, onde meritarono presso alcuni il solo nome di verseggiatori. Noi richiediamo invenzione, finzioni, e altri diversi condimenti in cotali materie. Non caderebbe dunque sopra sì fatti disegni l’Aristotelica censura; e finalmente non si ha sempre torto, qualor non si segue l’opinion d’Aristotele.

Quante altre maniere d’accrescere l’erario del Parnaso Italiano ci sieno, più facile sarà a i sublimi, e fortunati Ingegni il conoscerlo in pratica, che a me il divisarlo in teorica. Stendendosi la vista de’ grandi uomini per gl’immensi spazi del bello, possono essi discoprir miniere preziosissime non ancor toccate da alcuno, e trovar paesi nuovi, incogniti all’antichità medesima. Non si conobbero da gli antichi poeti i drammi pastorali: contuttociò i nostri Italiani, e più di tutti la mente vasta di Torquato Tasso penetrò sì avanti per tal cammino, che forse non lasciò a i posteri speranza di avanzarlo. Pareva altresì, che non dovesse mai l’Italia moderna pervenire alla gloria dell’antica Italia, e della Grecia nell’epico poema; e pure il Tasso medesimo, se non uguagliò Virgilio, almeno vi s’appressò non poco; e certamente si lasciò addietro in molte cose il divino Omero. Ancora Dante, il Petrarca, il Chiabrera, il Tassoni, il Maggi, e altri gloriosi eroi dell’Italica poesia, o scopersero nuovi mondi, o fecero comuni alla nostra lingua i pregi delle antiche, tanto adoperarono co’ lor valorosi ingegni. Altrettanto ancora saranno i successori nostri, se d’uguali forze saran provveduti; e se dalla servile imitazion de’ vecchi sapranno felicemente passare alla gloria di nuovi inventori, avendo sempre davanti gli occhi la riflessione saggia di Quintiliano, che nihil crescit sola imitatione. Ma si richiede coraggio in sì fatta impresa.

Non molto cammino potran far coloro, che spaventati dal mirar la gloriosa carriera de’ primi, sempre si faran tenere, per dir così, dalla balia per le maniche del saio. Bisogna sciogliere da se stesso i passi, tendere in alto, scoprir nuove strade, in guisa però, che volendo abbandonare il sentiero de gli antenati non ci conduca la troppo ambiziosa, e mal’accorta fantasia ad un funesto naufragio, come tante volte avviene, ed è avvenuto nel secolo trapassato a più d’uno. Quando anche non venga fatto a gl’ingegni valorosi di toccar la cima del monte, altius tamen ibunt (dirò con Quintiliano) qui ad summa nitentur, quam qui præsumta desperatione quò velint evadendi, protinus circa ima substiterint. E ciò, che dico dell’arricchire il Parnaso d’Italia coll’invenzione di nuovi suggetti, e poemi, si dee stendere parimente allo stile. Nella lirica è ottimo quello del Petrarca, e come tale da noi si venera; ma non è il solo ottimo. Altri sentieri ci sono, altri se ne possono scoprire, degni di non minor commendazione; e quando altro non ci fosse, almeno l’anacreontico, e pindarico, tuttochè molto differenti, possono mettere in dubbio la palma. Nè la riverenza de primi maestri ha da porre in ceppi l’altrui valentia. Anzi, perchè essi pure divennero famosi con ispiegar le penne colà, dove niuno era peran che salito, noi imitando questo lor fortunato ardire, dobbiamo studiarci d’accrescere nuova gloria al secolo, e di conseguir lode più tosto di primi capitani, che di fedeli seguaci.

CAPITOLO OTTAVO

Della lingua Italiana. Pregio di chi ben’usa le Lingue. lingua Volgare diversa

dalla Gramaticale. Sentenza di Dante confermata. Utilità di chi studia le Lingue.

 Vocabolario della Crusca lodato. Non essere il secolo d’oro della nostra lingua

quel del Boccaccio. Difetti de gli antichi. Contrassegni della perfezion d’una

Lingua. Secolo d’oro dell’Idioma Italiano dopo il 1500. Opinione del Salviati

 disaminata. lingua de’ moderni più da imitarsi, e necessità di studiarla.

Alla perfezione della poesia concorre non poco, e suol’essere di sommo ornamento il buon’uso delle Lingue. Perciò farei torto al desiderio, che ho di veder perfezionata la poesia d’Italia, se non favellassi ancora del nostro linguaggio. E primieramente bisogna confessare, che non è ugualmente gran lode il saper ben parlare, e scrivere Italiano, come è gran biasimo il non saperlo. Così diceva Cicerone della lingua latina: Non tam præclarum est scire latine, quam turpe nescire. L’obbligazione, che tutti hanno di ben sapere la loro lingua, diminuisce in parte il merito del saperla. Sembra nondimeno, che a’ nostri giorni non debba riputarsi poco pregio fra gl’Italiani questa conoscenza, da che nel secolo prossimo passato non pochi furono coloro, che la trascurarono, e oggidì ancora non pochi fanno lo stesso. E questa medesima ragione fece pur dire al mentovato Cicerone, che nel suo tempo il ben parlar latino era molto da commendarsi. Ipsum Latine loqui est in magna laude ponendum, sed non tam sua sponte, quam quod est a plerisque neglectum. Per gloria dunque, ma più per obbligazione han da coltivare i poeti, o per dir meglio ogni scrittore italiano, lo studio della lingua nostra. E certamente non è egli gran viltà, che taluno si metta a scrivere nel proprio suo linguaggio senza saperlo? Quando questo bel pregio manchi a i nostri Versi, anzi ad ogni Prosa, nè quelli, nè questa saranno giammai riputati perfetti. Imperciocchè io ben concedo, che per cagione della materia, e del massiccio delle cose, non per la cultura delle lingue gli scrittori divengono gloriosi. Soleva ancor dire il Card. Sforza Pallavicino: ch’egli non faceva gran conto del linguaggio o barbaro, o nobile, o scorretto, o forbito; poichè quando anche Aristotele avesse scritto in lingua bergamasca, egli meriterebbe d’esser più letto, che qualunque altro, che avesse scritto con più riguardevole, e pulita favella. Ma si vuol’ancora concedere, che molto minor merito ha chiunque solamente sa distendere in carta un perfetto ragionamento, che non ha chi eziandio sa stenderlo con linguaggio corretto, e nobile. Nè lo stesso Aristotele, se in lingua bergamasca avesse dettato i suoi libri, sarebbe letto con tanta cura da gli uomini in quello Idioma, quando i medesimi suoi sentimenti, e libri si potessero leggere in altra lingua più nobile, e pulita, nè sì rozza, come quella di Bergamo. Altro dunque non intese il Pallavicino, se non che principalmente si dee stimare il valor della materia scritta. Ma non negò egli, che non crescesse il pregio della detta materia, se questa ancora si trattasse con purgata, elegante, ed eccellente favella. E che questo fosse il suo sentimento, lo mostrò col proprio esempio, avendo, come ognun sa, scritto con assai leggiadria, e osservazion della lingua italiana l’opere sue volgari. Sicchè fa bensì di mestiere a gli scrittori lo studiare il massiccio delle cose, ma però senza trascurar l’ornamento esterior della lingua. Non può dirsi, quanta nobiltà, e vaghezza ricevano le materie dal buon’uso delle parole, e delle frasi. Questo solo fa talvolta avvenenti, leggiadri, e preziosi i versi, come si pare in alcuni del Petrarca, i quali non del senso, ma dalle gentilissime sue locuzioni riconoscono la lor bellezza. Per lo contrario, mancando il condimento della lingua, molto men piacciono a chi ha buon gusto i versi, tuttochè ingegnosi, e con buona vena composti. Gran fastidio altresì pruovano gl’Intendenti saggi, allorchè prendono a leggere qualche dotto componimento, se si avvengono tratto tratto in parole straniere, barbare, o troppo plebee, cioè in barbarismi, o pure in isconcordanze, o sia in solecismi.

Nè già s’avvisasse alcuno, che per ben’iscrivere in italiano bastasse apprendere la lingua nostra o dalla balia, o dall’uso del favellar civile. Vi si richiede ancora non solamente la lettura de’ più scelti, e puri scrittori, che s’abbia l’idioma italico; ma lo studio eziandio delle regole gramaticali. Senza questi aiuti infin gli stessi toscani non possono aspirare alla gloria di scriver bene, quantunque la natura dia loro col latte un linguaggio, che più d’ogni altro in Italia alla perfezione s’accosta. Ciò si confessa da i medesimi, e spezialmente da Benedetto Varchi, il quale essendo Consolo dell’Accademia Fiorentina in una sua orazione così lasciò scritto: Non vorrei già, che alcuno di voi credesse, che a noi nati, ed allevati in Firenze, per succiare insieme col latte dalle balie, e dalle madri la nostra lingua, non facesse mestiero di studiarla altramente (come molti falsamente si persuadono). Conciosia che per lo non vi metter noi nè studio veruno, nè diligenza, semo molte volte (oh nostro non men danno, che biasimo!) barbari, e forestieri nella nostra lingua medesima. E questa questa sola è la cagione, che gli strani, i quali siccome in maggiore stima la tengono, e assai più conto ne fanno di noi medesimi, così vi spendono intorno molto più tempo, e fatica, non pure la scrivono meglio, ma ancora (vagliami il vero) più correttamente la favellano, che noi stessi non facciamo. Che se tanta necessità di studiar la lingua hanno i fiorentini, e toscani stessi, cotanto privilegiati dalla natura: quanto più ne avranno coloro, che nascono in città, o provincie d’Italia, ove son corrotti, rozzi, e difettosi i dialetti della lingua, e dalle balie questi soli s’insegnano? Si ha dunque da ricorrere allo studio delle regole grammaticali [30], e alla lettura de’ migliori maestri, o autori del linguaggio italiano, affine di conseguire il bel pregio di scrivere pulitamente in esso.

E tanto più stimo io di dover raccomandare a gl’Italiani tutti lo studio della gramatica nostra, quanto più mi par vera l’opinion di Dante [31] nel libro intitolato de Vulgari Eloquio sive idiomate o sia della volgare eloquenza. Divide egli in due specie il parlar d’Italia [32]: cioè in quello, che senza altra regola, imitando la balia, s’apprende, e può chiamarsi Volgare; e nella Gramatica, le cui regole se non per ispazio di tempo, e con molto studio non si possono apprendere. E il simile dice egli che avvenne della lingua de’ Greci, e d’altri. Segue poscia a dire, che l’Italia è principalmente divisa in tredici volgari, ognun de’ quali è differente dall’altro. Anzi aggiunge, potersi affermare, che non solamente una provincia dall’altra, ma una città dall’altra, e una parte della città da un’altra è differente nel parlar volgare. Appresso ci fa saper questo autore, che in niuna delle mentovate favelle Volgari consiste il vero, ed eccellente parlar d’Italia, dovendo questo esser comune a tutti gl’italiani, e privo di difetti: le quali due condizioni non si verificano in alcun volgar parlare d’Italia, e nè pure in quel de’ Toscani. Perciò Dante finalmente conchiude con dire: che il vero linguaggio italiano, da lui chiamato volgare illustre, cardinale, aulico, e cortigiano [33], in Italia è quello, il quale è di tutte le città Italiane, e non pare, che sia di niuna: col quale i volgari di tutte le città d’Italia si hanno a misurare, ponderare, e comparare. Un solo dunque è il vero, ed eccellente linguaggio d’Italia, che proprio è ancora di tutti gl’Italiani, e si è usato [34] (siccome afferma il medesimo Dante) da tutti gl’illustri scrittori, che in varie provincie d’Italia han composto o versi, o prose; laonde ragionevolmente può appellarsi parlare italiano, siccome ancora toscano suole appellarsi per altre giuste cagioni. Hanno ben le città della Toscana, e spezialmente Firenze il bel privilegio d’avere un leggiadrissimo volgare, il quale men de gli altri volgari d’Italia è imperfetto, e che più facilmente de gli altri può condursi a perfezione; ma non perciò la lor favella (cioè il moderno loro dialetto) è quella eccellente, che hanno da usar gl’Italiani [35] avendo anch’essa bisogno, benchè men dell’altre [36] d’essere purgata, nè bastando essa per iscrivere con lode. Ora questo commun parlare italiano [37] può chiamarsi gramaticale [38]; ed è un solo per tutta l’Italia, perchè in tanti diversi luoghi d’Italia è sempre una sola, e costante conformità di parlare, e scrivere, per cagione della gramatica. Questo dunque si ha necessariamente a studiar da tutti [39], come comune a tutti gl’Italiani, e come quello, che da ciascuno si adopera nelle scritture, nelle prediche, ne’ pubblici ragionamenti, e che in ogni Provincia, città, e luogo d’Italia è inteso ancor dalle genti più idiote. Per bene scrivere, o favellare in esso ad ogni persona fa di mestiere lo studio, affinchè il dialetto proprio della sua provincia, e città si purghi [40]; nel che più fatica per l’ordinario si dura da chi più è nato lungi dal cuor dell’Italia, cioè dalla Toscana, Provincia, che più d’ogni altra s’avvicina a questo comune, ed italian linguaggio [41].

Ma egli dirà taluno [42], che non è opera di Dante il Libro della Volgare eloquenza, pubblicato una volta dal Trissino, come in effetto fu detto da più d’uno, e spezialmente dal soprammentovato Benedetto Varchi [43], il quale nel dialogo intitolato l’Ercolano crede, che questa sia un’opera indegna non che di Dante, d’ogni persona ancorchè mezzanamente letterata. Ciò nondimeno poco importa. Ancorchè, per avventura non ne fosse autore quel valentuomo, l’opinione però da noi poc’anzi rapportata era degna di lui; ed è almen certo, che Dante fece un libretto, che l’intitolò de Vulgari eloquentia [44], ove con forte, e adorno Latino, e belle ragioni riprova tutti i volgari d’Italia [45]; così scrive Giovanni Villani nel lib. 9 capitolo 135 della sua Storia. E nel vero non so intendere, come il Varchi si francamente affermi, che il libro della Volgare eloquenza non è di Dante, e adduca fra l’altre la seguente ragione, così scrivendo: Primieramente egli (cioè l’Autore del mentovato libro) dice nel primo Capitolo, che i Romani, e anco i Greci avevano due parlari, uno volgare, il quale senza regole imitando la Balia s’apprendeva; e un Gramaticale, il quale se non per ispazio di tempo, e assiduità di studi si poteva apprendere ec. Non so immaginare, come alcuno si possa dare a vedere di far credere a chiunque si sia, che i Romani favellassero Toscanamente, come facciamo noi, e poi scrivessero in Latino, o che i Greci avessero altra lingua che la Greca. Travide senza dubbio il Varchi [46], uomo per altro dottissimo, in leggendo il Trattato della Volgare eloquenza; perchè non disse mai Dante (o qualunque sia quell’Autore) che i Latini favellassero Toscanamente, come si fa oggidì in Toscana, e poi scrivessero in Latino. Molto men disse, che i Greci avessero altra lingua, che la Greca. Io per altro son di parere, che ancor la lingua de’ Latini, e Greci si dividesse in sue spezie, non men della nostra italiana. La prima era volgare, cioè usata dal volgo, dal popolo, appresa dalle Balie, e suggetta a barbarismi, e solecismi. L’altra era gramaticale, cioè imparata collo studio, e propria delle persone letterate. L’una e l’altra però era Latina, siccome Greco era il linguaggio de’ Greci, tuttochè si dividesse anch’esso in volgare, e gramaticale. Ora da niuno erudito dovrebbe dubitarsi di questa verità.

Imperciocchè poco dopo la morte d’Ennio poeta, siccome ne fa fede Svetonio nel libro de gl’illustri gramatici, un certo Crate o Cratete Mallote introdusse in Roma lo studio della Gramatica [47]. Crebbe poscia a dismisura la riputazion di quest’arte; onde a’ tempi di Cicerone, e prima ancora, davasi gran salario a chi n’era maestro. Post hoc, son parole del sopraddetto Svetonio, magis ac magis et gratia, et cura artis increvit, ut ne clarissimi qui dem viri abstinuerint, quo minus et ipsi aliquid de ea scriberent, utque temporibus quibusdam super viginti celebres Scholæ fuisse in Urbe tradantur [48]: pretia Grammaticorum tanta, mercedesque tam magnæ, ut constet, Lutatium Daphnidem duecentis millibus nummûm Q. Catulo emtum etc. Doveva di fatto ciascun Romano apprender quest’Arte, affine di saper pulitamente parlare il Latino linguaggio, anzi per saper parlare Latino, perchè rozzo, corrotto, e intorbidato da barbarismi, e solecismi era quello, che s’usava dal minuto popolo. Come dianzi vedemmo, è testimonio Cicerone [49], che a’ suoi giorni la maggior parte de’ Romani curava poco un sì necessario studio; e che il saper parlare Latino era perciò divenuto un bel pregio. Ipsum latine loqui (udiamo di nuovo le sue parole) est in magna laude ponendum, sed non tam sua sponte quam quod est a plerisque neglectum. Non enim tam præclarum est scire latine, quam turpe nescire; neque tam id mihi Oratoris boni, quam Civis Romani proprium videtur. Se il medesimo linguaggio, che col latte beveano i Romani, fosse stato puro, non avrebbero essi avuta obbligazione di adoperarvi cotanto studio intorno, come era necessario per divenir buon’Oratore, e per esser tenuto Cittadin Romano. E perchè avrebbe Ovidio consigliato a i suoi Romani l’apprendere la lingua Greca, e Latina, se fosse lor bastata la Volgar materna [50]?

Nec levis ingenuas pectus coluisse per artes

Cura sit, et linguas edidicisse duas.

Non dovea certo essere purgato, e lodevole l’usato Volgar linguaggio de’ Romani: altrimenti non si sarebbero da Tullio lodati sì spesso quegli Oratori, che sapevano favellar Latino. Fuit in Catulo (dice egli nel Bruto) fermo Latinus; quæ laus dicendi non mediocris ab Oratoribus plerisque neglecta est. E appresso ragionando egli del vecchio M. Antonio, dice: che gli mancò la gloria di parlar pulitamente Latino, benchè non parlasse molto corrottamente, come dovea fare il volgo. Diligenter loquendi laude caruit; neque tamen est admodum inquinate loquutus. Ma più apertamente di tutti Quintiliano afferma nel cap. 6 lib. 1, che il volgo Romano parlava barbaramente, e che perciò non si dovea da esso prendere l’uso del parlare, ma bensì dal consentimento de’ Letterati. Non si quid (sono sue parole) vitiose multis insederit, pro regula sermonis accipiendum erit. Nam, (ut transeam quemadmodum vulgo imperiti loquuntur) tota sæpe Theatra, et omnem Circi turbam exclamasse barbare scimus. Ergo consuetudinem sermonis vocabo consensum eruditorum. Fu ancor da un certo antico Zoilo ripreso quel verso di Virgilio: Dic mihi Damoeta, cujum pecus? an Meliboei? quasi non fosse Latina parola, quel cujum. E la Satira fu da colui espressa in questi due versi.

Dic mihi Damoeta, cujum pecus? Anne Latinum?

Non: Verum Ægonis. Nostri sic rure loquuntur.

Potrebbe parimente coll’autorità di Varrone, di Columella, di Vitruvio, di Plauto, di Valerio Massimo, d’A. Gellio, e con altri passi di Cicerone confermarsi questa sentenza. Adunque il vero linguaggio latino era quello, che si apprendeva non dalle balie, ma si usava dalle persone letterate, lasciandosi al volgo quell’altro, che abbondava di barbarismi, e solecismi. Ed è ben da osservarsi, che la lingua gramaticale, o sia de gli eruditi, propriamente soleva chiamarsi Latina; e non si diceva, che alcun parlasse Latino, quando egli prima non avea studiata, ed appresa la detta lingua gramaticale [51]. Ciò appare dalle riferite parole di Cicerone, altro non intendendo egli col dire Latine loqui, scire Latine, sermo Latinus, che questa favella propria de’ Letterati, di cui Cesare stesso dovette fare un trattato, sapendo noi per testimonianza di Tullio, che egli de ratione Latine loquendi accuratissime scripsit. Aggiungiamo a ciò un passo del 4 lib. della Rettor. ad Erennio, dove spiegando quell’Autore, che sia Latinità, così scrive: Latinitas est, quæ sermonem purum conservat, ab omni vitio remotum. Vitia in sermone, quo minus is Latinus sit, duo possunt esse: Soloecismus, et Barbarismus ec. Hæc qua ratione vitare possimus, in arte Grammatica dilucide discemus. Eccovi che propriamente per linguaggio latino s’intendeva l’imparato collo studio della grammatica. In apprender questa non aveva Cecilio per avventura consumato gran tempo [52], perchè Cicerone scrivendo ad Attico, ne parla in tal guisa: Sequutusque sum, non dico Cæcilium (malus enim auctor Latinitatis est) sed Terentium. Nella stessa maniera, tuttochè il volgar linguaggio di ogni città d’Italia nomar si possa italiano [53], pure propriamente per linguaggio italiano s’intende quel gramaticale, che da i letterati s’adopera, ed è comune a tutti gl’Italiani studiosi [54].

Dalle quali cose può maggiormente comprendersi, quanto sia necessario a noi tutti lo studio della gramatica [55], e de’ più purgati autori, non solamente per fuggire il biasimo di parlare, e scriver male, ma per ottener la gloria di scrivere, e parlar bene la lingua nostra. Senza un tale studio nè si schivano i solecismi, e barbarismi; nè può la prosa, o il verso seco portar leggiadria. Ora due sono i frutti, che si cavano dalla gramatica, cioè quello di saper ben pronunziar le parole, o di usarle senza difetto. E l’altro consiste nel saper leggiadramente scrivere. Certo è, che ne’ tempi nostri, ne’ quali si è tornato a coltivar la lingua [56], reca noia qualche Lombardo, che sul pergamo non sa pronunziare il C. dicendo in vece di certo, perciò, nocivo [57], pace: zerto, perziò, nozivo, paze; o chi poi pronunzia per C que’ vocaboli, che s’han da pronunziare con CH, come ciesa, ciostro, occi, riciede, ciave, in vece di chiesa, [58] chiostro, occhi, richiede, chiave; ovvero pronunzia ghiaccio, ghiande, come se fossero scritte giaccio, giande; o legge trono, e simili, che hanno l’O largo, come se l’avessero stretto; ovver costo [59], e simili, che hanno l’O stretto, come se l’avessero largo; o pronunzia andavamo, [60] portavate, e simili persone plurali de’ Verbi colla penultima breve, il che fanno molte città d’Italia, in vece di pronunziarle colla penultima lunga, siccome fanno i migliori; o pur legge le parole rifiuto, vita, cosa, andremo, reca, temo, numi, parentela, querela, e simili, come se fossero scritti così: rifiutto, vitta, cossa, andremmo, recca, temmo, nummi, parentella, querella, [61] e altri sì fatti errori di pronunziazione. Mal parimente si soffre chi scrive noi amassimo, scrivessimo, [62] per dire amammo, legemmo; ovvero io amarò, [63] io amavo, noi amaressimo, in vece di amerò, e di amava, e di noi amaremmo; quantunque l’uso del primo abbia la autorità de’ Sanesi; l’altro paia tollerabile, perchè fa schivar talor gli equivochi; e il terzo non si abborrisca da qualche letterato. Molto men si vuol perdonare a chi parlando nel caso dativo d’una femmina, le dà l’articolo del maschio, come sarebbe il dire parlandosi di Roma: Cesare gli tolse la libertà, in vece di dire le tolse. O parlando nel dativo del più, scrive: Annibale sconfisse i Romani, e gli apportò infiniti danni, dovendosi dire: e loro apportò infiniti danni. O pure usare in caso nominativo lui, lei, loro, che solamente son casi obliqui; o voi insegnavi, leggevi, per insegnavate, leggevate; o quivi, che è lo stesso che ivi, in vece di qui; o ci di una cosa, che è fuori del luogo, dove si parla, o scrive; e vi di una cosa, che è nel luogo, dove si parla, o scrive; o puote presente in vece di potè passato, e puole in vece di puote. Sono altresì biasimati coloro, che dicono: Eglino studiorono, mandorono per mandarono, e studiarono; e che scrivono gl’altri, gl’odori, gl’uomini, per gli altri, gli odori, gli uomini; ovvero dicono: che colui abbi per abbia; o che i popoli rendino, voglino, invece di rendano, e vogliano; erono, per erano; veddi, o viddi, in vece di vidi; una sol volta [64] per una sola volta; ovvero usano il pronome suo, parlandosi di più, come: s’ascoltino gli uomini prudenti, perchè il suo consiglio val molto, in vece di dire: il lor consiglio; o non mettono il lo, e gli avanti alle parole, che cominciano per due consonanti, la prima delle quali sia un S, dicendo il scettro, il scolare, i scrittori, de’ studi, a i stupori, in vece di dir lo scettro, lo scolare, gli scrittori, de gli studi, a gli stupori; e simili altri errori, ne’ quali tutto giorno cade, chi non ha pur beuto i primi principi della gramatica italiana.

E questo è il primo frutto, che dallo studio d’essa gramatica si raccoglie, cioè lo schivar gli errori. Ma non basta il parlare, o scrivere senza errori, bisogna oltre a ciò per meritar lode saper favellare, e scrivere con leggiadria. Ed ecco il secondo frutto, che s’ottiene sì dalla gramatica, e sì dalla lettura de’ migliori [65] che hanno scritto in lingua italiana. Questa leggiadria consiste nell’uso de’ buoni vocaboli; e non solo in questo (potendo essere italiani tutti i vocaboli d’una scrittura, e pur non essere italiana la scrittura) ma nell’usar eziandio le forme di dire Italiane, che ancor si chiamano frasi, e locuzioni. Alle orecchie de gl’intendenti reca pur gran fastidio l’udir talora, che ne’ pubblici ragionamenti si adoperi qualunque parola, o frase vien sulla lingua del dicitore, punto non badando egli, se queste sieno italiane, o pur pellegrine. E chiamo pellegrine tutte quelle, che dal consentimento de’ Letterati più riguardevoli non sono approvate, o per dir così canonizzate; sieno esse o greche, o latine, o franzesi, o spagnuole, o pure ancor prese da i vari dialetti della lingua italiana. Il vero linguaggio d’Italia ha le sue locuzioni [66] e i suoi vocaboli. Gran viltà, gran pigrizia è abbandonar le sue ricchezze, per usar le straniere. E suole per l’ordinario un tal difetto solamente osservarsi in chi pone tutto il suo studio nell’apprendere le lingue forestiere, senza molto curarsi di saper la propria. Non si biasima già, anzi si reputa degno di gran lode, chi può posseder molti linguaggi; ma siccome senza disonore si può non imparare gli stranieri, così non si può senza vituperio ignorare il proprio. Quelli ci son d’ornamento; ma questo è a noi necessario. Laonde mi sia lecito dire, che via maggior profitto si recherebbe al pubblico da chi ha cura in Italia d’ammaestrar nelle lettere la gioventù, se nell’insegnar la lingua latina si volesse, o sapesse nel medesimo [67] tempo insegnar l’italiana. Il lodevolissimo sì, ma troppo zelo d’instruire i giovani nel linguaggio latino giunge a segno di non permetter loro l’esercizio dell’italiano, e di lasciarsi uscir delle pubbliche scuole ignorantissimi della lor favella natia. Da ciò nasce un gravissimo danno; ed è, che poscia crescendo ne’ giovani l’età, e dandosi eglino allo studio delle scienze, più non soffre loro il cuore di ritornare alla gramatica, e di abbassarsi ad apprendere la lingua. Proprio de gli anni teneri è un sì fatto studio; e perciò dovrebbe con quel della lingua latina congiungersi l’altro dell’italiano. Così appunto costumavano i Romani, facendo insegnare in un medesimo tempo a i lor figliuoli la greca, e la latina, come Quintiliano nel cap. 2 lib. 1, ed altri Autori fanno fede. E perchè mai non può servarsi anche oggidì nelle pubbliche scuole la stessa usanza? Insegnasi pure il latino linguaggio, ma non si trascuri l’italiano; affinchè i giovani per divenir dotti in una lingua straniera, e morta, non sieno sempre barbari, e stranieri nella propria, e viva loro favella.

Nè a’ tempi nostri è difficile il ben’apprendere la nostra lingua, dappoichè tanti valentuomini dopo il Bembo han faticato per illustrarla, avendo o composti parecchi libri di gramatica, o usatala in trattar tutte l’arti, e le scienze, o raccolte in vocabolari quasi tutte le voci, quasi tutte le frasi più gentili ed eleganti, che s’abbia la lingua. Nel che merita assaissimo d’essere commendata la diligenza de gli Accademici della Crusca, per opera de’ quali abbiamo un sì ricco Vocabolario, che può servir di scorta a chiunque brama di leggiadramente scrivere, e parlare in italiano. Ed io non so punto approvare la ritrosia d’alcuni, che non solamente sdegnano d’accordarsi colle leggi di quella dotta, e famosa Accademia, ma per poco l’accusano eziandio d’alterigia, quasi col suo Vocabolario ell’abbia inteso di farsi per forza l’arbitra dell’italiana favella, e voglia porre in credito ora il rancidume d’alcuni vecchi autori, ora certe voci, e locuzioni proprie del solo popolo di Firenze. Ma poco giuste nel vero son le querele di costoro. Se nel Vocabolario della Crusca son raccolte non poche parole disusate, rozze, e barbare, che si scontrano per le scritture de’ vecchi autori, ciò necessariamente dovea farsi per ispiegarle, e non già per consigliarne l’uso, come chiaramente protesta l’Accademia medesima. Così ne’ Vocabolari latini si rapportano i rancidumi d’Ennio, di Plauto, e d’altri antichi, acciocchè se n’intenda il senso ne’ libri già fatti, non perchè in iscrivendo latino, queste s’adoperino. Parimente son registrate nel vocabolario [68] suddetto alcune voci talvolta, e modi di favellare propri del solo volgo di Firenze, perchè mancano gli esempi de’ letterati per ispiegar qualche cosa. Nè dee sdegnar taluno che ove manchi l’autorità de i dotti, più tosto si proponga l’uso del parlar Fiorentino, che alcun’altro, essendo finalmente quel dialetto il più gentile, il più nobile, e il men corrotto fra gli altri dialetti d’Italia; e noi da esso riconosciamo il meglio della nostra lingua. E non per questo s’attribuisce quell’Accademia una piena, e sovrana signoria sopra la lingua italiana [69]. Era troppo necessario all’Italia un tal vocabolario, in cui si adunassero, e spiegassero le voci, e locuzioni più belle, più usate, e più pure della nostra lingua; e per mezzo di cui si ponesse freno a certi scrittori, che si fan lecito scrivere, e favellare senza veruna scelta di vocaboli, e frasi italiane. E a chi meglio si conveniva il compor questa opera, che a’ Toscani, e spezialmente a’ Fiorentini? la provincia, e la città de’ quali oltre la leggiadria del dialetto ha la gloria d’aver prodotto i migliori padri della lingua; onde altro non fanno i moderni Fiorentini, che continuar’ad illustrare, pulire, ed arricchire quel linguaggio, a cui gli antenati loro diedero tanto splendore, e possiam dire la vita. Non s’era peranche da altri letterati con eguale studio impresa questa sì necessaria fatica; e noi l’avremmo lodata in altri [70], se fosse stato possibile, ch’altri l’avessero così acconciamente e fondatamente compilata: perchè or non soffrirla, o perchè biasimarla, solo per essere fatta d’un’Accademia cotanto riguardevole della Toscana? Finalmente non ha secondochè io m’immagino giammai inteso l’Accademia di mettere in ceppi, o di ristrignere l’autorità de gli altri Letterati, che scrivono italiano, al solo vocabolario suo; sapendo ella benissimo, che loro è permesso d’usar talvolta vocaboli nuovi [71], e locuzioni di nuovo frabbricate, purchè ciò si faccia, non colla licenza, necessariamente usata da i primi padri della lingua, ma con parsimonia, e discrezione, e co’ riguardi convenevoli; cioè purchè sieno le voci, e frasi, o addomesticate alquanto, dall’uso della Nazione Italiana, o necessarie, o più intelligibili, più significanti, armoniose, e leggiadre, che non son le finora usate; e purchè si cavino con grazia dalla lingua latina, madre, e nutrice dell’italiana, o dall’altre lingue sorelle di questa. Così hanno sempre fatto i migliori scrittori; e tale fu eziondio l’usanza de’ più saggi latini, essendo in questo proposito famosi i versi d’Orazio, dove egli così scrive:

Et nova, fictaque nuper habebunt verba fidem, si

Græco fonte cadant,

con quel che segue. In tal guisa s’arricchiscono le lingue. Nè la nostra è ancor giunta a tal ricchezza, che possa uguagliar la greca, e la latina, o debba contentarsi delle sole voci, e forme di dire, che son raccolte nel Vocabolario, e molto men di quelle sole, che usò il Petrarca, e il Boccaccio, i quali certamente non poterono nominar tutte le cose, nè scrivere tutti i vocaboli d’Italia, nè pensarono tutti quegli infiniti, e vari concetti, che poteano cadere in mente di loro stessi, non che di tutti gli altri uomini dopo loro nati, e che hanno da nascere. E di fatto ci fa sperar la medesima Accademia un altro vocabolario assai più ricco, e più copioso de gli stampati finora, conoscendo ella, che non son peranche adunate in un corpo tutte le ricchezze della nostra lingua.

Ragion dunque vuole, che s’ami, stimi, e lodi la diligenza, e fatica della dottissima Accademia della Crusca, siccome quella, che sicuramente è il miglior tribunale dell’italica favella. Dee parimente desiderarsi, che tutti gl’Italiani, amanti delle lettere [72] gareggiano con esso lei nel maggiormente coltivare, nobilitare, ed arricchir questa lingua. E tale senza dubbio è il desiderio di lei. Che se in quegli eruditi Accademici pur volesse cercarsi qualche cosa da riprendere, altro per avventura non si potrebbe notare in essi, che la soverchia modestia. Imperciocchè per solo eccessi di questa virtù [73] egli non vogliono conoscere il valor proprio, e si fanno a credere, che l’italiana favella sia men perfetta, men pura, e meno stimabile ne’ tempi nostri, paragonata a quella, che s’usava nel secolo quattordicesimo, appellato perciò da loro il secolo d’Oro. Ma potevano per mio credere il cavalier Salviati, e gli altri, che compilarono il Vocabolario sì vecchio, come nuovo della Crusca, essere meno modesti, ed aver migliore opinione del secolo, in cui viveano. Si ha bensì da commendare il merito de gli antichi; ma non si dee, per innalzar quegli, abbassare, ed avvilire il pregio de’ moderni. Poichè ben pesandosi la gloria de gli uni, e de gli altri, si può di leggieri comprendere, che non men da quelli, che da questi s’è perfezionata la lingua italiana. Potevasi [74] da quei valentuomini Fiorentini molto commendare il merito de gli autori, che dall’anno 1300 in fino al 1400 scrissero in italiano, perchè essi nel vero furono i padri della lingua, e per tali da noi debbono venerarsi. Ma non poteano sì francamente affermare, che con esso loro nascesse, e ancor cadesse la perfezione della detta lingua; ristringendo in un secolo solo [75] anzi nella sola vita del Boccaccio, la riputazione dell’Italico parlare; e mostrando con ciò di credere, che oggidì per iscrivere, e parlar con lode, sia non che utile, ancor necessario il copiare [76] affatto il linguaggio di Dante, del Boccaccio, e de gli altri vecchi [77], benchè in molte cose assai dispiacente a gli orecchi, e alla leggiadria de’ moderni. Perocchè, se diritto si giudica, altra lode [78] non è dovuta a Dante, al Petrarca, al Boccaccio, e a tutti que’ venerabili padri; che quella, che si diede ad Andronico, Ennio, Catone, Plauto, Cecilio, Fabio Pittore, C. Fannio, Pacuvio, Terenzio, Lucilio; e da altri vecchi scrittori della lingua latina.

Che ciò sia vero, può con alcune ragioni da noi provarsi; e ci sarà profittevole tal pruova, acciocchè sappiamo qual sia maggiore il merito de gli antichi, o de’ moderni Scrittori, e quai di loro sieno più volentieri da imitarsi, e acciocchè non c’inganniamo nell’adorar troppo ciecamente le ceneri de’ nostri Antenati. Primieramente adunque diciamo, che non ci ha Scrittor veruno Italiano del secolo quattordicesimo, il quale pienamente sia da imitarsi nella lingua, trattone il gentilissimo Petrarca, nelle cui Opere tuttavia (e spezialmente ne’ Trionfi) [79] sono sparsi alcuni vocaboli, che oggidì non sarebbono molto approvati, o tollerati. Dante, i Villani, il Crescenzi, Fazio de gli Uberti, Franco Sacchetti, Ricordano Malaspina, Bono Giamboni, Fra Giordano, e simili altri autori di quel secolo supposto d’oro [80], non vanno senza molti solecismi, e senza moltissimi barbarismi di lingua, che forse allora tali non erano, o non parvero, perchè non era ancor formata la gramatica, ma che ora il sono, e sarebbono intollerabili nelle moderne scritture. Usano eziandio parole, e forme di dire, che oggidì riescono pedantesche, rozze, e Latine; e in una parola, col molto lor frumento hanno mischiata non poca quantità di loglio. Il Boccaccio medesimo [81] ne’ suoi libri ove più, ove meno, anch’egli partecipò della disavventura comune al suo secolo. Nel Decamerone, o sia nelle cento Novelle (che per la lingua, e per altre virtù dello stile sono un prezioso erario dell’Idioma nostro, ma per la materia sono altrettanto biasimevoli, e vergognose) truovasi un gran numero di voci [82], e locuzioni, che senza timore di farsi beffare, niuno a’ nostri giorni, oserebbe adoperare ne’ suoi ragionamenti, o scritti. Ed è ben da osservarsi che queste novelle sembrano composte dal Boccaccio non attempato, ma giovane; perciocchè il Petrarca in una pistola, ch’egli scrive al medesimo Boccaccio, e che da me si è veduta in istampa non solo, ma ancor MS. in un codice antico dell’Ambrosiana, dice d’aver letto quel libro, e va scusando la poca onestà del novellar boccaccevole coll’età giovenile, in cui era l’autore, quando le scrisse. Delectatus sum, ecco le parole del Petrarca, in ipso transitu, et si quid lasciviæ liberioris occurreret, excusabat ætas tua tunc quum id scriberes. Ma dal Boccaccio stesso, miglior testimonio, possiamo raccogliere, che tal non fusse l’età sua. Nella Fiammetta poi, nel Filocolo, nel Corbaccio, nell’Ameto, nell’Urbano, nel Filostrato, nella Teseide, nel Ninfal Fiesolano [83], e in altre Opere Italiane, alcuna delle quali fu composta dal Boccaccio più avanzato nell’età, e consumato nello studio della lingua, egli appare talvolta un maestro tanto infelice dell’Italico parlare, che gli stessi compilatori del Vocabolario della Crusca si fanno scrupolo di citarne, e adoperarne l’autorità, confessando talmente difettosi que’ libri nelle voci, nella tela delle parole, e nel numero, che purgata orecchia non li può sofferire.

Ciò posto, chi mai ragionevolmente si persuaderà, che l’Italiano Idioma fosse pervenuto in que’ tempi al più alto grado della sua perfezione, quando fra coloro, che allor l’usarono, o niuno, o quasi niuno si mostra, che sia senza macchie, anzi (per dir meglio) che non abbia moltissime macchie (che tali almen sarebbono chiamate ne’ libri de’ moderni) potendosi contar fra quegli antichi Scrittori alcuno sì pieno di rancidume, e d’altri difetti, che nulla più? Veggasi per lo contrario, se ne gli Scrittori del Secolo d’oro della lingua Latina appaiano le medesime imperfezioni; se truovinsi parole o frasi da riprovarsi e fuggirsi, nelle molte, e varie Opere di Cicerone [84], d’Orazio, Virgilio, Lucrezio, Catullo, Tibullo, Properzio, Cesare, Sallustio, Cornelio Nipote, Livio, e di tanti altri Autori, che vissero in quel secolo fortunato. Certo che no. Segno è dunque, che ne’ tempi del Boccaccio non potè la Favella Italiana essere ancor giunta al colmo della sua perfezione, e bellezza. Perciò può giustamente ancor dirsi, che nel medesimo stato fosse allor la nostra lingua, in cui fu la Latina a’ tempi di Plauto, Ennio, Pacuvio, Terenzio [85], cioè non ancor pienamente purgata, non pulita abbastanza; e ch’essa dopo l’Anno 1500 solamente cominciasse a perfezionarsi, come parimente avvenne alla Latina nel solo secolo di Cicerone. Oltre a ciò niuno scrittor prudente ci è oggidì, che stimi cosa o lecita, o degna di lode l’adoperar tutte le parole, e maniere di dire, che si usarono da gli Autori del secolo quattordicesimo; come fa talvolta ne’ suoi libri Lionardo da Capova [86]. Per consentimento di tutti i saggi si debbono elegger le voci più pure, le locuzioni più leggiadre di que’ padri dell’italico idioma, e non toccare il lor rancidiume. Altrettanto ancor facevano i Romani scrittori al tempo di Cesare, e di Tullio; e chi altrimenti operò, fu dileggiato da tutti.

Secondariamente le lingue allora più sono salite in alto pregio, quando elle hanno avuto più scrittori eccellenti, che con esse abbiano trattato tutte le scienze, e le arti. Contuttochè Omero, Esiodo, Orfeo, Lino, e altri valenti autori avessero sì felicemente scritto in Greco, pure non giunse giammai quell’Idioma alla sua perfezione, e gloria, se non in quel tempo, in cui fiorirono Platone, Aristotele, Isocrate, Demostene, Eschine, Sofocle, Euripide, Aristofane, Teofrasto, Senofonte, e mille altri famosi Greci, che trattarono, e coltivarono tutte l’arti, e le scienze. Non fu differente la fortuna del linguaggio latino. Al secolo di Tullio, in cui vissero tanti gloriosi scrittori, toccò l’onore d’averlo perfezionato, quantunque ne’ secoli avanti non pochi valentuomini avessero acquistata gran lode in iscrivendo latino, e si stimassero, e tuttavia si stimino cotanto per cagion della lingua le opere di Plauto, e Terenzio. Certo è, che si credette una volta da i Romani: Musas Plautino sermone loquuturas fuisse, si Latine loqui vellent. Sappiamo altresì che da A. Gellio [87] è chiamato Plautus homo Linguæ, atque elegantiæ in verbis Latinæ princeps; e altrove Linguæ Latinæ decus. Terenzio parimente fu da Cesare appellato puri sermonis amator; e Tullio lodò in lui elegantiam sermonis, per tacer tanti altri, che sommamente lodarono la favella di questi Autori. Certo è ancora, che da i libri di que’ primi Latini si trasse la gramatica latina, e non da quelli di Cicerone, Virgilio, ed Orazio. Ma ciò non ostante l’aureo secolo dell’Idioma Latino si ristringe all’età di Giulio Cesare, e d’Augusto suo successore. Ora venendo alla lingua italiana, è cosa palese, che in quel secolo riputato d’oro ella non ebbe autori eccellenti, se non Dante, il Petrarca, e il Boccaccio, i quali pure non trattarono materie gravi, ne scienze, e ristrinsero i lor felici ingegni ad argomenti leggieri. Non meritando i libri de’ Villani [88] di essere proposti per idea delle buone Istorie, perch’essi più per le cose, che per la dicitura, e per altre virtù, sono da prezzarsi; può dirsi, che mancarono in quel secolo alla lingua nell’arte istorica valenti scrittori. Le altre spezie della poesia, cioè l’epopeia, la tragedia, la commedia, la satira ec. la gramatica, la musica, l’astronomia, e le altre discipline mattematiche, la teologia, la filosofia  morale, e naturale, e l’oratoria, e per poco tutte l’altre scienze, ed arti, o non furono per alcuno coltivate, o pur da rozzi scrittori infelicemente comparvero registrate ne’ libri. Anzi sembrò, che in quel secolo non osassero gli studiosi impiegar la lingua nostra in materie gravi, essendo infin’allor durata l’autorità della latina, che si usava in tutte le scritture, e nelle stesse lettere famigliari. Il perchè non si veggiono libri composti in italiano a que’ tempi, che oggidì si leggano, o si vogliano leggere, se non son le poesie d’alcuni, e il Decameron del Boccaccio. E se così, è come non può negarsi, potrà egli mai con ragione affermarsi, che il secolo decimoquarto [89] fusse il più glorioso, e perfetto per la nostra lingua? Gli autori grandi, e gl’ingegni eminenti, son quegli, che dan vita, e perfezione alle lingue, non l’ignoranza, e la barbarie de’ tempi, in cui senza dubbio era sepolta l’età del Boccaccio.

In terzo luogo [90] pare, che non potesse mai nel secolo mentovato essere giunta al non più oltre l’italiana favella, sapendosi, che non n’erano peranche stabilite le regole; non era formata la sua gramatica; e ciascuno usava a suo talento locuzioni, e parole straniere, plebee, rozze, senza conoscere quei, che ora sono a noi solecismi, e barbarismi, ch’egli in iscrivendo o parlando commettea. Quindi nacquero tutti que’ difetti di lingua, che si osservano ne’ libri di que’ tempi, non potendosi ben parlare, o scrivere, senza il fondamento della gramatica, e senza sapere ciò ch’è virtù, o vizio nella favella. Nè vale il dire, che ancor con solecismi [91] si può puramente in qualunque linguaggio scrivere, essendo i soli barbarismi contrari alla purità delle lingue; poichè in ogni lingua è vero ciò, che fu scritto dall’autor della Rettorica ad Erennio nel lib. 4 Latinitas (torno a riferir le sue parole) est, quæ sermonem purum conservat ab omni vitio remotum. Vitia in sermone, quominus Latinus sit, duo possunt esse, Soloecismus, et Barbarismus. In quarto luogo nè pur fu in quel secolo purgata l’ortografia [92]. Si scrivevano con somma confusion le parole, senza le necessarie lettere, o pur con altre non necessarie, in maniera che, qualor si leggono i manuscritti di quella età, bisogna confessare, che le italiane scritture erano allora molto lontane in questa parte dalla lor perfezione. Il medesimo ancora avvenne alle latine, prima che Cicerone, e gli altri suoi contemporanei [93] dessero loro l’ultima mano. Aggiungasi finalmente, che le lingue han bisogno di lunghissimo tempo per conseguire la lor perfezione, come si vede nella Greca, e Latina; laonde può parere inverisimile, che l’Italiana potesse in un secolo, anzi durante la sola vita del Boccaccio, quasi nascere, acquistar corpo, e giungere alla sua più alta perfezione, massimamente sapendosi quanto grande, e universale fosse la rozzezza, ed ignoranza di que’ tempi. Finalmente merita particolar considerazione ciò, che il Petrarca vecchio scrive al Boccaccio suo grande amico, e anche esso attempato, intorno allo Stile Volgare, o sia intorno allo scrivere in lingua Italiana. Ecco le sue parole prese dalla pistola 3 del lib. 5 delle Senili: Mihi aliquando mens fuerat, totum huic vulgari studio tempus dare, quod stylus altior Latinus eo usque priscis ingeniis cultus esset, ut pene jam nihil nostra ope, vel cujuslibet addi posset; At hic modo inventus, adhuc recens, vastatoribus crebris, ac raro squallidus colono, magni se vel ornamenti capacem ostenderet, vel augmenti. Quid vis? Hac spe tractus, simulque stimulis actus adolescentiæ, magnum eo in genere opus incoeperam; jactisque jam quasi ædificii fundamentis calcem, ac lapides, et ligna congresseram; dum ad nostram ætatem respiciens et superbiæ matrem, et ignaviæ etc, intellexi tandem molli limo, instabili arena perdi operam; meque, et laborem meum laceratum iri. Tanquam ergo qui currens calle medio colubrum offendit, substiti; et consilium aliud, ut spero, rectius, atquealtius arripui; quamvis sparsa illa, et brevia, atque vulgaria jam, ut dixi, non mea amplius, sed vulgi potius facta essent. Poscia si volge a declamar contra l’ignoranza, la superbia, e i vizi del secolo suo. Le quali cose da lui scritte in tempo, che già le sue Rime, quelle di Dante, e tutte le Opere migliori del Boccaccio erano pubblicate, assai palesemente dimostrano, come allora stesse l’idioma italiano. Perciocchè dicesi lo Stile Volgare modo inventus, adhuc recens, cioè poco fa nato, e ancor bambino; vastatoribus crebris, ac raro squallidus colono [94], rozzo, squallido; perchè pochi lo coltivavano bene, molti lo trattavano male; magni ornamenti, vel augmenti capax, e facevasi conoscer capace di molto accrescimento, ed ornamento.

Per lo contrario chi vorrà credere, che sia andata dopo il secolo quindicesimo sempre più declinando, e mancando la bellezza, e perfezione dell’italica favella? Non ci è persona letterata, che non sappia essersi ravvivato in Italia lo studio delle belle, e buone lettere, principalmente a’ tempi di Leon X, ed essere poi questo da lì avanti cresciuto a tal segno, che non si può punto paragonare il secolo del 1300 a i due ultimamente scorsi. Trattone il Petrarca, ingegno veramente maraviglioso, come dalle sue opere italiane, e latine si scorge, ed accentuati pure il Boccaccio, e Dante, e qualchedun altro, non ha quel secolo, chiamato d’oro [95], alcun eccellente autore, che abbia meritato l’eternità; laddove infiniti, per dir così, dopo il 1500 ne può mostrar la lingua italiana, da’ quali si son felicemente trattate le scienze, e l’arti tutte. Per valor di costoro è salito in sommo pregio appresso le straniere nazioni dell’italico idioma, cioè lo strumento, con cui si sono esposte e descritte le suddette scienze ed arti; sonsi sbandite, e più non si soffrono tante parole, che forse una volta furono in pregio, ma ora sono da noi tenute per barbare [96], e pedantesche, tante maniere di dire intricate, rozze, oscure, e latine, che tratto tratto s’incontrano per le scritture antiche; s’è coltivata, e ridotta la lingua sotto le sue regole; sonsi composti più vocabolari, e gramatiche; s’è insegnata l’ortografia: onde ben si scorge, che l’Italia tanto per l’arti, e scienze, quanto per l’idioma ne’ due prossimi passati secoli è più che mai fiorita. Vero è, che noi abbiam tratte e dobbiam trarre le regole della lingua da i primi, che scrissero in lingua italiana. Ma così ancora fecero i latini, senza che ciò togliesse la maggior gloria al secolo di Giulio Cesare. Vero è, che dal 1620 in circa fino al 1680 il gusto Marinesco [97], fra gli altri danni da esso recato all’Italia, ebbe ancor per compagno il poco studio della lingua; ma ciò non fu generalmente, nè da per tutto; perchè nè pure allora mancarono valentissimi, e leggiadrissimi scrittori; e a’ nostri tempi s’è ravvivato più che mai col buon gusto della poesia ancor quello della nostra lingua.

L’unica ragion dunque, per cui argomentano alcuni, che dopo il 1400 [98] cominciasse a declinar l’Italica favella, e a perdere la sua perfezione, consiste in dire: che in vece de’ vecchi buoni vocaboli, e modi leggiadri di dire se ne sono dappoi introdotti de’ nuovi, e tanti in numero, che il favellare, e lo scrivere ancor de’ più lodati Autori è divenuto men significante, men breve, men chiaro, men bello, men vago, men dolce, e men puro, che quel non era, che si parlava, e si scriveva nel tempo del Boccaccio. Così scrive il Cav. Salviati nel 3 libr. cap. 3 de gli Avvertim. della lingua. Ma tanti stimatissimi versi, tanti nobilissimi libri composti ne’ due ultimi passati secoli da uomini eccellentissimi, in tutte l’arti, e le scienze, possono ben tosto farci apparir mal fondata, e strana la proposta di questo autore. Prima però di negargli credenza, vediamo le ragioni da lui apportate in pruova di questa sua opinione. Ma per buona ventura il Salviati niuna ne arreca, facendosi forse a credere [99], che basti l’affermazione sua, o pur che ciascuno se ne possa per se stesso avvedere. Solamente rapporta egli un saggio di un’antica Operetta, in cui può (come egli si persuade) apparire, che in comparazione della moderna fu maravigliosamente più efficace, più bella, breve, chiara, dolce, vaga, pura, e leggiadra la dicitura de gli Scrittori del Secolo d’oro. Eccovi alcuni di que’ detti scelti. I. Come bella, e come splendiente gemma di costumi è vergogna. II. Ella è verga, e sconfiggitrice de’ mali. III. Guardiana di fama, onore di vita, sedia di vertude, e di vertude primizia, lode di natura, e segreto di tutta onestà. IV. Armamento è di dirittura lo dispiacere a’ rei. V. Non ci diamo troppo ne’ nostri intendimenti, e rangole, trappassiamo in quelle cose, in che gli accidenti ci menano. VI. Neente vale apparare le cose, che far si debbano, e non farle. VII. leggiamo d’alquanti, ch’erano nelle mani molto gottosi, e di grandi podagre ne’ piedi molto infermi, e furono isbanditi, e loro beni piuvicati, sì che vennero a sottile mensa, e poveri cibi, e per questo guerirono. VIII. Molti hoe io veduti, che parlando hanno favellato, ma appena vidi mai niuno, che favellasse tacendo. IX. Niuna cosa puote essere più sicura, che commettere tutto a colui, che si convegna dare. X. Grande meravigliamento dell’uomo, che parla copioso, e savio. XI. Molle è il colpo dell’appensato male. XII. La figliuola traeva la poppa, e coll’aiuto del latte alleggeriva della fame della sua madre. XIII. Quando le virtù sottane e sono fortemente occupate, le sovrane se ne’ impediscono. Se tali sono i più vaghi parlari, che trascelse da quel Libro il Salviati, che saranno giammai gli altri, che egli avvedutamente ommise? Nè si vuol già considerar la materia di queste sentenze; ma la sola maniera, con cui sono Italianamente espresse. Ora io sto per dire, che il medesimo Salviati, sì gran veneratore dell’antichità, non si sarebbe attentato d’usar tutti i vocaboli, e tutte le forme di parlare, che qui si leggono. Almeno oggidì poca lode conseguirebbe [100] chi scrivesse, o dicesse splendiente; verga di disciplina; vertude, neente; armamento di dirittura; non ci diamo troppo ne’ nostri intendimenti, e rangole; di grandi podagre ne’ piedi molto infermi; beni piuvicati per pubblicati; hoe io; meravigliamento; appensato; Vertù sottane ec. Parrebbono oggidì sentenze oscurissime [101], e forse il parvero anche ne’ tempi antichi, la quinta, l’ottava, la nona, la dodicesima; e finalmente ne’ giorni nostri da più d’uno si potrebbono dire le medesime cose con maggior chiarezza [102], brevità, efficacia, dolcezza, e leggiadria. Che se poscia volessimo ancor noi da gli scrittori moderni raccogliere altri si fatti esempli, moltissimi ne avremmo facilmente più preziosi, e di gran lunga superiori a quei de gli antichi, o almeno a quei, che qui si son rapportati.

Ristringesi adunque tutta la ragione del Cav. Salviati al dire, che per essersi introdotte da gli scrittori, e dal popolo tante parole, tanti modi barbari, e pedanteschi, s’è a poco a poco imbrattato, e intorbidato il nostro idioma, siccome per la medesima cagione cominciò a corrompersi, e a declinare quel de’ Romani. Anzi va immaginando questo Autore, che al solo risorgimento della lingua latina, avvenuto non guari dopo la morte del Boccaccio, debba attribuirsi la caduta della lingua italiana, essendo in questa passati moltissimi vocaboli, e modi di favellare, propri dell’altra. Con buona pace però di sì dotto scrittore, poca, per non dir niuna, simiglianza passa fra i tempi corrotti dell’idioma latino, e i due trapassati secoli. Cominciò quello a cadere dopo la morte d’Augusto, perchè mancarono a Roma colla libertà o i grandi o i purgati ingegni, nè più vi si videro quegli eccellenti oratori, poeti, storici, e letterati, che vide il regno d’Augusto. S’aggiunse lo straordinario numero delle genti straniere, e barbare, che tributarie del Romano Imperio continuamente concorrevano a Roma, quivi dimoravano, e di leggieri col Barbaro lor parlare corrompevano quello de’ vincitori. Quindi sensibilmente si cangiarono i puri vocaboli, e le belle forme di dire, prima da i Latini usate, e in vece loro si sostituirono senza necessità veruna moltissime altre voci nuove, e straniere. Ora niuna di queste disavventure [103] è avvenuta all’Italia ne’ due secoli passati. Anzi, come sopra dicemmo, sono in tal tempo fioriti maravigliosi scrittori, ed ingegni; e s’è restituito lo splendore all’arti, e alle scienze, che nel secolo del Boccaccio miseramente giacevan sepolte [104]. Non si è riempiuta l’Italia di nazioni barbare, in guisa che la lor compagnia abbia potuto intorbidar la purità della lingua nostra. Nè tampoco il risorgimento della latina arrecò pregiudizio all’italiana [105], essendo più tosto vero, che meglio, e men rozzamente per l’ordinario hanno scritto nell’Italico Idioma quegli, che più perfettamente possedevano il latino, siccome nel Petrarca, nel Boccaccio, nel Passavanti, nel Sannazzaro, nel Bembo, in Monsignor della Casa, nel Pigna, nel Muzio, nello Sperone, in Claudio Tolomei, nel Giraldi, nel Castelvetro, e nel Caro, ne’ due Tassi, nel Card. Pallavicino, nel Segneri, nel Maggi, e in altri Autori può scorgersi. Perchè costoro conosceano, quanta cura fosse necessaria per bene scrivere Latino, altrettanta ancor ne poneano per ben’iscrivere Italiano, senza che si confondessero le ricchezze dell’un linguaggio con quelle dell’altro; il che del pari avvenne, quando la lingua latina fu maggiormente in fiore, perchè allora più che mai si coltivò [106], e si usò in Roma la lingua greca. E coloro, che oggidì scrivendo, o parlando usano voci barbare, e pedantesche, per lo più son quegli, che hanno appreso il solo rozzo, e barbaro latino [107] de’ legisti, e de’ filosofi peripatetici. Da questo sì fatto latino [108] nacque più tosto la gran copia delle parole (che ora a noi paiono Fidenziane, e che scomunicate il Tassoni appella), sparse nella maggior parte de gli Scrittori; che vissero prima del 1500, perchè allora sol questo sì guasto Latino si studiava, ed era nel secolo del Boccaccio talmente in uso, che la maggior parte degli Italiani per iscrivere si valeva d’esso, e non già dell’Idioma nostro. Il Petrarca dal suo canto lo purgò non poco; ma non fu seguito da gli altri.

Che se dopo la morte del Boccaccio si sono aggiunti alla lingua molti vocaboli, e non poche locuzioni nuove: tanto è lontano, che la lingua possa perciò dirsi intorbidata, che più tosto dee confessarsi, esserne ella rimasa maggiormente arricchita [109], inleggiadrita, e nobilitata. Perocchè tanto le voci, quanto le forme di dire, introdotte da i più giudiziosi, e ingegnosi moderni, sono o necessarie, o molto significanti, e leggiadre, o cavate con giudizio dalla lingua latina, e dall’altre, che sono sorelle dell’italiana. Altrettanto ancora si fece nel secolo supposto d’oro, in cui gli scrittori e dalla stessa latina, e dalla provenzale, e da i vari dialetti d’Italia presero non pochi vocaboli, e modi di parlare, e li fecero divenir propri dell’italiana. Che ciò si facesse dal Boccaccio, e dal Petrarca, lo attesta lo stesso Salviati, così scrivendo: Nel vero il Boccaccio accrebbe molto la massa delle parole, e per se stesso fermò molti parlari, come fatto aveva il Petrarca. Perchè mai vorrebbe negarsi questa medesima autorità in una lingua viva, e che dopo il 1500 è divenuta più gloriosa, ed è stata più coltivata, che non fu ne’ tempi del Boccaccio, da tanti valorosi uomini vivuti ne’ due trapassati, e viventi nel moderno secolo, i quali in sapere, e studio superano di gran lunga tutti coloro, che scrissero nel secolo quattordicesimo. È questo un privilegio delle Lingue viventi, siccome di sopra cel fece intendere Orazio, avvegnachè l’usarlo richieda ora molti riguardi, e maggior parsimonia, che ne’ primi secoli di questa lingua. Nè veruno eccellente Autore si è mai fatto scrupolo di usar voci, e maniere nuove di dire, quando le ha conosciute o addimesticate alquanto dall’uso, o necessarie alla lingua, o più intese, o più leggiadre, o più significanti delle antiche, e quando le ha trovate confacevoli al genio dell’Idioma da lui praticato. Finalmente la lingua Latina è madre dell’Italiana, e ne sarà nutrice, finchè questa più non abbia bisogno del suo latte. Non era già la Greca ugualmente madre della Latina, come questa è dell’Italiana; e pure moltissime locuzioni, o frasi, moltissime parole passarono dal Greco nel Latino Idioma, quando questo anche maggiormente fioriva. Io son poi certo, che se prendessimo a disaminare alcuni de gli Scrittori del Secolo decimo quarto, facilmente apparirebbe, che in loro più che ne’ moderni si truovano vocaboli, e modi di favellare Latini, orridi, barbari, e scipiti. Basta leggerli, e prender le mosse dal mezzo del cammini di nostra vita, ove son mille e mille [110] rancidumi, e vocaboli affatto Latini, crudi, e oscuri, condannati dal Bembo stesso [111], e da altri letterati, parte de’ quali ha raccolto Benedetto Fioretti, o sia Udeno Nisieli ne’ suoi proginnasmi, e da’ quali certamente si guarda oggidì chiunque ha punto studiata la lingua italiana. Più parsimonia, e maggior giudizio nell’introdur nuove parole, nuove locuzioni, hanno dimostrato i migliori scrittori [112] de gli ultimi due secoli; laonde può dirsi che la lingua nostra non solamente dopo la morte del Boccaccio non è caduta, ma si è sempre più perfezionata, illustrata, arricchita; ed essere quel secolo chiamato d’oro un sogno della nostra modestia [113], e uno smoderato incenso da noi dato al merito de gli antichi [114]. Da loro senza dubbio s’hanno a prendere le regole della gramatica nostra, e infinite belle frasi o forme di dire; all’autorità loro eziandio si dee bene spesso più tosto ricorrere, che a quella del volgo moderno, e de’ moderni scrittori per bene scrivere: ma non perciò possono essi pretendere il principato; nè noi dobbiamo alla cieca usare tutte le parole, e frasi da gli antichi usate, richiedendosi il discernimento, e il consentimento de i dotti poscia vivuti, i quali hanno accettato o non accettato le merci lasciate a noi da gli antichi ne’ libri, o passate a’ nostri tempi ne i vivi dialetti. Ancor Cicerone, e i Latini per iscrivere con leggiadria, e regolatamente la lingua loro, facevano gran conto dell’autorità d’Ennio [115], di Plauto, di Catone, e d’altri vecchi; nè lasciò per questo di dirsi [116], che solo nel tempo di Tullio era l’idioma latino pervenuto alla sua perfezione; e i Latini di quel tempo si astenevano anch’essi dall’adoperar moltissime voci, costruzioni, e locuzioni d’Ennio, di Plauto, di Catone ec.

Ma forse noi spendiamo le parole indarno, volendo [117] il Salviati solamente provare: che in Firenze si parla oggi manco bene [118], che non si parlava nel tempo del Boccaccio. Ciò liberamente se gli può concedere, potendo essere avvenuto, che il Dialetto del popolo Fiorentino sia alquanto scaduto; ma non già, che il linguaggio Italiano, cioè quel de’ valenti Letterati sì Fiorentini, come delle altre Provincie d’Italia, sia divenuto men chiaro, men puro, men leggiadro, men significante, che l’usato nel secolo del Boccaccio. Posto dunque, che la lingua nostra non conseguisse la sua virilità, e il maggior suo lume nel secolo mentovato, secolo d’ignoranza [119]: più volentieri, e più ragionevolmente ci appiglieremo all’opinione del Cardinale Sforza Pallavicino, il quale nel cap. 27 del Trattato dello stile così ragiona: Quanto ha rispetto all’Idioma Italiano, io non mi soscrivo a que’ valentuomini, i quali esortan di scrivere secondo l’uso della Toscana. del 1300 al 1400; quasichè davanti la nostra lingua fosse troppo fanciulla, [120] e che dappoi non si conservasse vergine. Lo stesso affatto, e colle stesse ragioni fu già riputato in Roma di quel favellare, ch’era vivuto nell’età di Scipione, e d’Ennio. E Tullio, non ch’altri, ne formò un simil giudizio, o almen così finse a cagion di non irritare contra di se la turba, la quale per non ammirare i contemporanei vuol sempre che sieno adorati i cadaveri. E pur la sentenza di tutta la posterità sovrapose intorno a ciò la dicitura di Cicerone alla sentenza di Cicerone. Potrei rapportare altri scrittori di molto grido, che furono di questo parere, e s’opposero al supposto secolo d’oro; ma ci basterà la sentenza manifesta di Lorenzo de’ Medici, che fiorì verso il fine del secolo quindicesimo, cioè prima del 1500. Nel Comento, ch’egli stesso fece alle sue Rime, ragionando della lingua volgare così appellata da tutti gli antichi per distinguerla dalla latina, scrive in questa maniera: Forse saranno ancor scritte in questa lingua cose sottili, e importanti, e degne d’esser lette, massime perchè infino ad ora si può dire l’adolescenza di questa lingua [121], perchè ognora si fa più elegante, e gentile; e potrebbe facilmente nella gioventù, e adulta età sua venire ancora in maggior perfezione ec. Questa sua profezia si è verificata finora, e maggiormente ancora potrà verificarsi, quando gl’ingegni italiani rivolgono lo studio loro a sempre più coltivare, arricchire, e ingentilire la lingua nostra. Può essa tuttavia ricevere compimento, e perfezione, poichè non è vecchia cadente, ma robusta donna sul più bel fior de gli anni.

Volesse pur Dio (mi sia lecito ridirlo) che nelle pubbliche scuole si cominciasse una volta a ben’insegnarla [122] unitamente colla latina a i nostri giovani, e a farne loro conoscere per tempo la bellezza. Io confesso nel vero una singolare stima, un’affettuosa venerazione alla greca, e alla latina favella; nè soffro volentieri coloro, che portati da soverchio amore de’ tempi presenti osano pareggiare, non che anteporre a quelle due sì feconde, maestose, e gloriose lingue la nostra, o la franzese. Contuttociò sempre mi è piaciuto, e più che mai reputo lodevole il consiglio d’alcuni saggi uomini sì della passata, come della presente età, i quali vorrebbono, che più tosto nella nostra Italiana, che in altra lingua si scrivesse oggidì, e si trattassero in essa tutte l’arti, e le scienze [123]. Chiunque ama l’onor dell’Italia, e la gloria de’ nostri tempi, dovrebbe di leggieri comprendere l’onestà, l’utilità, la necessità di questo consiglio. Se noi col nostro usato, e proprio Idioma scrivessimo, tutti coloro, che o non possono, o non vogliono ora, sgomentati dalla fatica, apprender la lingua latina, potrebbono tuttavia divenir dotti, e letterati, e agevolmente imparar gli ammaestramenti della vita, parte della teologia, la natural filosofia, le leggi divine, e umane, le storie, le varie arti, e in somma tutto ciò, che con sì gran sudore convien mendicare dalle lingue straniere. Crescerebbe parimente fuori d’Italia il pregio della nostra lingua; e siccome per tutte le provincie dell’Europa, e in altre parti della terra ella oggidì si studia, e con piacere si parla, molto più ciò si farebbe, ove maggiore utilità trar se ne potesse per la copia delle cose per mezzo di lei pubblicate. Ed è ben più facile alle altre Nazioni l’apprendere questa, che altra lingua, non tanto perchè essa è la più legittima figliuola della latina, quanto per altri riguardi ancora, che non concorrono in altri Idiomi. Usarono i Greci, e i Latini, anzi tutte l’altre nazioni il proprio lor linguaggio in iscrivendo; perchè non può, o per dir meglio, perchè non dee farsi da noi pure lo stesso? E perchè mai tanto studio per illustrare, o coltivar la lingua Latina, che finalmente, benchè nata in Italia, pure oggidì è lingua morta, e straniera a gl’Italiani medesimi, e costa sì gran fatica a chi vuole apprenderla, non che a chi vuol con leggiadria ne’ suoi scritti usarla? Apprendasi pure il latino idioma: io non voglio per questo, che l’Italia impigrisca, o si contenti del proprio volgare; anzi tengo per necessario a ciascun letterato l’impararlo, ma non già bene spesso lo scrivere in quello. Il primo non è difficile, ma bensì difficilissima è la seconda impresa, non potendosi questa fornir con gloria senza un’incredibile studio. Nell’uso dunque dovrebbe, più che altra lingua, amarsi l’Italica nostra, per noi senza fallo molto più facile; a questa proccurarsi ogni onore, essendo noi più a lei, che alle altre Lingue obbligati; di essa valersi in qualunque materia, e in trattar quasi tutte le scienze; in essa finalmente traslatarsi le più degne fatiche de’ Greci, e de’ Latini, come dopo il 1500 si diedero a fare parecchi valentuomini, l’esempio de’ quali non fu poi seguitato, e come a’ nostri giorni ha fatto di molti Greci poeti l’Ab. Antonio Maria Salvini, uomo dottissimo spezialmente nella greca ed italiana favella. Non è poca ingratitudine il dispregiare un sì riguardevole, e fortunato Idioma, in cui tutti abbiamo interesse. Oggidì ancora poco ci servirebbe la lingua latina, se gli antichi Romani avessero solamente adorata la greca. Nè già mancarono in Roma, vivendo Cicerone, alcuni, che riprovavano l’usar la lingua latina in iscrivere argomenti gravi, amando coloro la greca, siccome oggidì noi amiam la latina. Ma e con gagliarde ragioni, e col proprio esempio s’oppose a quegl’ingiusti, ed ingrati censori il mentovato Cicerone; come può vedersi nel primo libro de’ fini; e fu da tutta la posterità approvato, e seguito il suo prudente consiglio. Parmi perciò degno non sol di lode, ma d’invidia il costume de’ moderni Franzesi, ed Inglesi, che a tutto lor potere, e con somma concordia si studiano di propagar la riputazione del proprio lor linguaggio, scrivendo in esso quasi tutte l’Opere loro. E perchè non vorran fare lo stesso gl’Italiani [124], la lingua de’ quali ha altre prerogative, che non ha l’inglese, e con pace di un certo dialogista, non è inferiore alla franzese, anzi può facilmente provarsi superiore?

CAPITOLO NONO

Si difende la lingua Italiana dalle opposizioni di un certo Scrittore di Dialoghi.

 diminutivi ingiustamente derisi. Propri ancor della Greca, e Latina Favella.

 Terminazioni, e varia musica delle parole Italiane. lingua nostra non amante

 delle Antitesi, o di giuochi di parole. Iperboli e Tropi senza ragion condannati.

Uso de’ superlativi, e delle Metafore difeso.

E conciossiachè noi favelliamo delle Lingue, mi sia lecito ricreare alquanto sul fine i miei Lettori coll’esporre alcuno di quegli argomenti, che il poco fa nominato Dialogista Franzese apportò in commendazion della propria lingua, e in dispregio della nostra; massimamente non essendoci stato verun de’ nostri dopo tanti anni, che quell’opera è pubblicata, il quale abbia alzato lo scudo in difesa della patria. Non ci dispiacerà d’udire, con quanta modestia, e verità parli dell’idioma italiano un giudice straniero; e non sarà poco profitto il comprendere le ragioni, per cui egli afferma, che la nostra lingua è infinitamente inferiore alla franzese. Che se io in questo argomento porterò opinion diversa da quella del Dialogista, spero bene, ch’ogni lettore provveduto di senno, e amante del giusto saprà e vorrà conoscere, che colla mia opinione puo accordarsi, e di fatto s’accorda il rispetto da me dovuto e professato alla stessa lingua e nazion franzese, e a chi per ragione dell’instituto ha interesse nella riputazione del dialogista medesimo. Queste sono placide battaglie. Con piacere e profitto del pubblico moltissime se ne mirano tutto dì, e spezialmente in Francia, e intorno alla stessa lingua franzese. Laonde sono io ben certo, che se non con profitto, se non con piacere, almeno senza dispiacere si mirerà questo mio piacevole combattimento da quella gente, la quale oggidì non è men gloriosa per avere un Re gloriosissimo, e per aver prodotto e produrre tanti eccellenti ingegni nelle lettere, e per aver cotanto illustrato e renduto famoso il suo linguaggio, che per amare l’equità e la giustizia.

Ciò posto io dico, che dopo avere il suddetto Dialogista osservato un difetto della lingua spagnuola, consistente ne’ vocaboli troppo risonanti, pomposi, pieni di fasto, di vanità, e di falsa maestà, passa egli ad amorevolmente avvertire ancor gl’italiani di que’ difetti, ch’egli ha scoperto nella nostra lingua. Confessa ingenuamente, che in lei non si truova l’orgoglio, e la vana grandezza della spagnuola ma non può dissimulare, che anch’essa cade; in un altro difetto, e nell’opposta estremità, cioè nel giochevole, allontanandosi dalla gravità, e dal fasto. Ci ha, dice egli, cosa men seria di que’ diminutivi, che le son tanto famigliari? Non si direbbe egli, che essa intende di far ridere con quei fanciulletto, fanciullino; bambino, bambinello, bambinelluccio; buometto, buomicino, buomicello; dottoretto, dottorino, dottorello, dottoruzzo; vecchino, vecchietto, vecchiettino, vecchiuzzo, vecchierello? Ecco l’unica ragione, con cui pruova questo scrittore, che all’idioma nostro manchi la gravità. Noi primieramente gli siamo obbligati, perchè egli abbia donato alla lingua italiana alcuni altri diminutivi, che ella per avventura non sapea d’avere, quali sono bambinelluccio, buometto, buomicino, buomicello, dottorino, dottoruzzo, vecchino, vecchiettino, i quali vocaboli non per tanto noi non avremmo difficultà d’usare in componimenti giocosi. Poscia in secondo luogo noi maggiormente siamo a lui obbligati, perchè ci ha insegnato una nuova guisa di ben’argomentare, finora da noi, e da’ logici stessi, probabilmente ignorata. La lingua italiana (eccovi come ragiona questo valentuomo) ha molti nomi diminutivi, che fanno ridere. Adunque la lingua italiana non è grave, non maestosa, non seria come la franzese, che non ha questi diminutivi. Io nondimeno mi fo a credere, che nè in Francia pure sia per avere spaccio questa logica nuova. Perciocchè può l’italico idioma avere i suoi diminutivi, e far con essi ridere; e contuttociò essere maestoso, grave, serio, come qualunque altro linguaggio. Se la nostra lingua altro non usasse che diminutivi, e questi tanto nelle materie gravi, quanto nelle giocose; e se fosse ancor vero, che questi diminutivi fossero solamente atti a risvegliare il riso, avrebbe lo scrittor franzese avuto qualche fondamento di dire, che l’italiana lingua non è maestosa, non seria al pari della sua. Ma evidente cosa è, che trattando argomenti gravi noi non usiamo, se non pochissimi diminutivi, e bene spesso niuno. Altresì è manifesto, che i nostri diminutivi non sono solamente atti a far ridere; perchè ve n’ha di quelli (e la maggior parte son di tal fatta) che servono allo stil tenero, dolce, e galante, come sarebbe il dire fanciulletto, verginella, tenerello, ruscelletto, leggiadretto, semplicetta, garzoncello, e simili, che apertamente son lontani dal muovere a riso. Altri poscia ci sono, che s’adoperano da noi nello stil giocoso, e per dileggiare alcuno, come sarebbe il dire uomicciuolo, uomicciotto, uomicciattolo, vecchietto, tristanzuolo, donnetta, donnicciuola, tisicuzzo, e simili. Ora non è egli ridicola cosa l’affermare, che la lingua nostra non sia dotata di vera gravità, e serietà, perch’essa, allorchè vuol far ridere, ha ed usa vocaboli giocosi, e propri per isvegliare il riso, cioè per ottenere il fin proposto? Pretenderebbe egli forse questo censore, che da gl’italiani con gravità di vocaboli si parlasse, allorchè studiarono essi l’opposto per muovere altrui a riso? Doveva egli provare, che all’italico Idioma per favellare con serietà, e trattar materie gravi, mancano vocaboli maestosi, e locuzioni gravi. Ma egli ha sol provato, che noi volendo far ridere abbiamo, e possiamo usar nomi, che veramente son giocosi, e svegliano il riso. E ciò, se diritto si giudica, è un confessare disavvedutamente la ricchezza, e per conseguente un pregio, una virtù dell’Italica lingua, la quale per lo stil grave, e serio ha i suoi propri vocaboli (e tali sono quasi tutti gl’innumerabili, di cui essa è provveduta) e ne ha parimente de gli altri, che son propri dello stil giocoso, e ridevole.

Che se il Censore parlava pur da senno contra del nostro idioma l’italiana, ma sopra la greca eziandio, e sopra la latina, avendo osservato, che si poteva la sua lingua esaltare non solamente sopra l’italiana, ma sopra la greca eziandio, e sopra la latina, avendo queste due lingue per lor disavventura, forse più dell’italiana, i diminutivi medesimi, cioè lo stesso supposto difetto, di cui egli accusa la sola Italiana. Poteva egli facilmente ricordarsi, che i latini anch’essi dicono puerulus, puellus, puella, puellula, pupulus, agellus, corculum, flosculus, anicula, grandiusculus, igniculus, ocellus, vulpecula, ratiuncula, græculus, e mille altri sì fatti, de’ quali parla Prisciano lib. 3 della Gramat. Diomede lib. 1 Alcuino, ed altri; e de’ quali tutto giorno troviamo esempi in leggendo i Latini. I Greci anch’essi al pari de gli altri hanno i lor diminutivi, e dicono Βάϰχων un piccolo Bacco, Διονῦς un picciolo Dionisio, o Bacco, μωρίων un pazzarello, ϰρηνις un fonticello, παιδίσϰος, un fanciulletto, παιδίον un pargoletto, παιδὰριον un bambolino, βρεϕὺλλιον un bambinello, e moltissimi somiglianti. Ma con accortezza maggiore volle il Dialogista non ricordarsi di questi diminutivi, perchè ben conosceva il manifesto pericolo di acquistar poca lode, ov’egli avesse affermato esser difetto ne’ Latini, e Greci l’uso de’ nomi diminutivi; e perciò doversi a que’ maestosi linguaggi almeno in questa parte anteporre il franzese. Che s’egli non osò condannare i Greci, e Latini, come ha poscia in una causa, che è comune ad essi, e a gl’Italiani, voluto solamente contra de gli ultimi pronunziar sì animosamente questa sentenza? Svegliano forse più riso i diminutivi italiani, che i latini? Certo, che no; perchè non consiste la forza del far ridere nel suono delle parole (altrimenti non sarebbe serio alcun vocabolo Italiano, che terminasse in etto, ino, atto, ello, ola, come appunto soglion terminare i diminutivi nostri), ma consiste questa forza nella significazione interna de i detti diminutivi; e per questo significando tanto gli italiani, quanto i latini, e i greci, la medesima cosa, possono egualmente farci ridere. Noi per esempio diciamo uomicciuolo, uomicciato, uomicciatolo; e i Latini humunculus, homuncio, homulus, homullulus; e i Greci ὰνδρίον, ἀνδράριον, ἀνδρίσϰος, ἀνϑρώπιον, ἀνϑρωπαριον, ἀνϑρωπίσϰος; noi donnicciuola, i Latini muliercula, i Greci γύναιον; noi vecchierello, i Latini, vetulus, e i Greci γερόντιον ec. Se questi diminutivi son fatti, ed usati per dileggiare alcuno, possono far ridere in tutte le Lingue. Se composti per lo stile tenero, e dolce, o per altro fine, portano parimente serietà in tutti e tre i mentovati linguaggi. Tanto è dunque lungi dal potersi provare, che sia vizio dell’Idioma Italiano l’uso de i diminutivi, che più tosto convien confessare, ciò essere una virtù, un privilegio proprio delle più nobili, ricche, e famose lingue. Ancor dee confessarsi, che questo autore in vece di far comparire maestosa, e grave più dell’italiana la lingua franzese, ha pubblicata contra suo volere per molto povera la sua in paragon della nostra; scoprendo a chi nol sapea, che i Franzesi non hanno diminutivi, e ch’essi con due, o più parole debbono talvolta esprimere ciò, che da gl’Italiani, da i Latini, e da i Greci si può significar con una sola.

Più apparenza di ragione porta l’altro difetto, che dal mentovato Autore appresso viene attribuito alla lingua italiana [125]. Ajoutez à cela les mêmes terminaisons, qui reviennent si souvent, et qui font une rime perpetuelle dans la prose. Le discours est quelquefois tout en A, et quelquefois tout en O: ou du moins les O, et les A se suivent de si près, qu’ils è touffent le son des I, et des E, qui le leur côtè font aussi en quelques autres endroits une musique malplaisante. Aggiugnete, dice egli, a questo le medesime terminazioni, che ritornano sì spesso, e che fanno una rima continua nelle prose. Il ragionamento è talvolta tutto in A, altre volte è tutto in O; o almeno gli O, e gli A l’un l’altro si seguono sì da vicino, che opprimono il suono de gl’I, e de gli E, i quali eziandio dal canto loro fanno in altri luoghi una molto dispiacevole musica. Se chi parla in tal guisa fosse stato men novizio nella favella nostra, avrebbe egli potuto di leggieri comprendere ancor l’insussistenza di questo secondo rimprovero. Anch’io, perchè son novizio nella lingua franzese, o pure perchè quello scrittore, per altro leggiadrissimo tra’ Franzesi, non seppe in questo luogo abbastanza spiegarsi, confesso di non saper discernere, che mai intenda egli di dire scrivendo: che gli O, e gli A si seguono tanto dappresso, ch’essi opprimono, o tolgono il suono de gl’I, e de gli E. Non so, dissi, quel ch’egli intenda di dire, perchè niun’italiano s’accorge dell’oppressione fatta a que’ poveri E, ed I, avendo anch’essi al pari de gli A, e de gli O autorità, suono, e forza nel ragionamento Italiano. Ma ponghiamo pure, che il favellar di noi altri alle volte sia tutto in A, e tutto altre volte in O (il che per necessità non avvien quasi mai, o con qualche leggiere avvertenza di chi scrive sempre si schiva) non perciò può dirsi, che s’odano le medesime terminazioni delle parole, e molto meno, che s’oda una rima continua nelle prose. L’italica favella ha bensì tutti i suoi vocaboli, finiti regolarmente in una delle cinque vocali, o per dir meglio in quattro sole, perchè i terminanti in V paiono più tosto voci accorciate, come virtù da virtute, fu da fue, più da piue. Ma perchè due, o più parole sieno terminate in A, ovvero in O, da ciò non segue, che abbiano il medesimo suono della terminazione, o formino rima fra loro. Sapeva pure lo scrittor franzese, che l’italiano idioma usa tre accenti al pari de’ Latini, e Greci. Un di questi siede nell’antepenultima sillaba (lascio, che ci son delle parole, che lo hanno ancora avanti all’antepenultima, poco ciò importando per ora) e fa la parola sdrucciola, come óttimo, grandíssimi, dimóstrano. L’altro siede nella penultima, come sènso, misúra, corrégge. E il terzo finalmente nell’ultima, come bontá, virtú, amó, partí. Ora affinchè fra due parole si dia simiglianza di suono, convien, che ambedue sieno somiglianti nella vocale, che porta l’accento, e in tutte le lettere (se ve ne ha) che seguono dopo alla vocale accentata. Così tíngono, e spíngono, tósto, e compósto, separó, e giuró hanno fra lor simiglianza di suono, che Rima si appella forse dal Greco nome ρυϑμὸς, ritmo. Per lo contrario, quantunque due parole sieno terminate per esempio in O, perciò non avranno il medesimo suono, quando esse ancor non abbiano simiglianza nella Vocale accentata, e nelle lettere (se ce ne sono) dopo lei seguenti. Di fatto qual simiglianza di suono è fra spingono, e composto; fra giurò, e tingono; fra tosto, e separò? Niuna al sicuro, come ancora si scorge in maestà, confonda, lucidissima, in utile, mercè, oppone, e simili, perchè tutte hanno differente l’accento e la voce fa la sua posatura sopra differenti vocali. Il perchè, ove si dicesse: l’altissima vostra maestà confonda la Grecia rubella, un suon vario, e differente, non una rima perpetua, s’ascolta. Ciò parimente avviene fra le parole, che hanno bensì il medesimo accento, e son terminate nella vocale stessa; ma non hanno la medesima Vocale accentata. Diversamente suonano alle orecchie nostre sènso, udìto, palàto, gùsto, oppòngo, perchè il suon della voce fermandosi ancora sulla vocale penultima accentata, ch’è differente dall’ultima, vario anch’esso per conseguenza diviene. Sicchè quantunque fosse vero, che un periodo Italiano alle volte si costituisse di sole parole terminanti in A, ovvero in O (dal che facilmente, e naturalmente ognun si guarda) contuttociò il suon delle parole riesce vario per lo differente riposo della voce sopra le vocali, o per la differenza delle stesse vocali accentate; nè s’ode una perpetua, e continua rima nelle prose Italiane, come si diede a credere lo scrittor franzese.

Ma per avventura egli è degno di scusa, poichè le orecchie franzesi non possono sì agevolmente immaginar l’armonia del nostro idioma, essendo quelle avvezzate ad un’altra musica. Nella franzese ogni parola terminata in A, I, O, V non si pronunzia se non coll’accento nella stessa ultima vocale; e l’altra vocale E posta nel fin delle voci, o apertamente non si pronunzia, o si pronunzia anche essa coll’accento: onde leggono essi regolarmente vertu, quasi, trouva, e simili truvá, casì, vertù, come ancora amitiè, veritè ec. Anzi può dirsi, che la lor lingua propriamente non abbia, che un solo accento, perchè la lor voce in pronunziando ogni parola solamente fa forza, e si riposa sull’ultima sillaba, come s’ode, allorchè dicono seront, reflexion, lendemain, Ocean, etranger, rèpondit, grandeur ec. E non udendosi l’E finale delle rime femminine franzesi, allorchè si pronunziano, non può propriamente dirsi, che l’accento sieda nella penultima, perchè quella penultima nel pronunziare diviene in certa guisa l’ultima Vocale. A tal musica essendo i Franzesi avvezzi, quando poscia cominciano ad apprendere, e leggere l’Italiano, non è poco piacere l’udirli pronunziare le nostre voci secondo l’usanza loro, e dire in vece di Mondo, Vossignoria, bellissimo, tutti, vengono, Mondò, Vossignorià, bellissimò, tuttì, vengonò, come se fossero parole accentate nell’ultima; stentando essi a riposar la voce sull’antepenultima, o penultima, e a condur dolcemente la voce all’ultima vocale. Quasi direbbe alcuno, che non dovea sapere il nostro Censore altrimenti pronunziare le italiane voci, che colla grazia suddetta, e nella maniera divisata. E così pronunziandole, non ha egli torto affatto in dicendo, che s’ode una continua rima nelle prose nostre. Ma essendo ben differente la pronunziazione de gl’Italiani, non sarebbe stato se non bene il consigliarlo ad informarsene dalla bocca stessa di qualche Italiano natio. Avrebbe egli allora appreso, che ancor noi non men de’ Franzesi abbiamo per regola, e costume, di schivar le rime, e la simiglianza loro nelle nostre prose: E ciò senza pensarci, o con leggieri attenzione si schiva. Che noi languidamente (e meno ancora, che in leggendo le voci Latine) pronunziamo l’ultima vocale de’ nostri vocaboli, se pure questa non è accentata; e che la voce spesso si ferma sull’antepenultima, ma più sovente sulla penultima: onde è sempre vario il suono delle parole, non accadendo se non rade volte, che queste sieno ugualmente accentate, ugualmente terminanti, e delle medesime lettere, e vocali nell’ultima, e penultima sillaba ugualmente provvedute. Oltre a ciò gli sarebbe stato palese, che per fuggire talora qualche simiglianza di suono fra le parole, o per sostener maggiormente i periodi, e la varietà dell’armonia nel favellar, le voci nostre possono terminarsi in consonanti liquide, cioè in L.M.N.R., e sono appunto così terminati parecchi de’ nostri monosillabi; che abbiam l’uso di mangiar molte vocali sul fin delle parole, allorchè seguono vocali nella parola vicina; onde non solamente in vocali, ma in quasi tutte l’altre consonanti possono terminarsi, allorchè leggiamo, i vocaboli italiani, come dicendo: senz’altro, poich’egli, quand’il cielo, e simili. Che molte parole nostre son terminate in dittonghi, come AI, EI, OI ec. il suono de’ quali è differente da quel delle sole vocali. E che finalmente le parole sdrucciole mischiate coll’altre, che portano sulla penultima, e sull’ultima l’accento, fanno continua diversità di suono, e di melodia nelle prose, e ne’ versi italiani.

Tutto questo è manifestissimo a chiunque ben conosce la lingua nostra; e perchè forse lo scrittor franzese non pose somma cura nell’impararla, egli può meritar qualche scusa parlandone (benchè con tanta franchezza) in tal guisa. Non so già, com’egli potrà meritarla per quello, che segue a leggersi. Di più, dice egli, la lingua Italiana ama estremamente i giuochi di parole, le antitesi, e le descrizioni. Ella giuoca, e scherza anche alle volte nelle materie più gravi, e più sode. Io parlo dell’italiana, e della spagnuola tali, quali sono oggidì ne gli Autori moderni, che sono in pregio nell’Italia, e nella Spagna. Poscia volgendosi a lodar la lingua franzese, fra l’altre cose dice: ch’essa è nemica de’ giuochi di parole, e di quelle picciole allusioni, che tanto s’amano dall’italiana. Se l’idioma franzese avesse molti scrittori, che francamente spacciassero sofismi, vorrei anch’io secondo questa nuova dialettica formare un somigliante argomento: La lingua franzese ama i sofismi; adunque essa è un’infelice, e sciocca lingua. Ma son certo, che argomentando in tal guisa inviterei ben da lungi le fischiate; poichè quando anche vi fossero molti scrittori franzesi, che usassero sofistici argomenti, ed opinioni sconce, non sarebbe perciò mai vero, che la nobilissima lingua loro amasse i sofismi, e molto meno che a lei si convenisse il nome di sciocca. A chiunque ha fior di giudizio è nota la cagion di ciò. Imperciocchè lo spacciare sofismi è difetto de gl’ingegni, non delle lingue; è vizio di chi pensa, e parla, non del linguaggio, con cui si parla. Sono le lingue ministre affatto indifferenti dell’uomo, affinchè esso per mezzo loro spieghi gl’interni suoi concetti. Se questi son ridicoli, e scipiti, o se son gravi, e ingegnosi, il biasimo, e la lode è dovuta non alla lingua, cioè allo strumento, con cui si spiegano, ma bensì alla mente, che sì fatti li concepì. Ma il nostro Censore non si fa punto scrupolo di confondere gli scrittori, e la lingua, lo strumento, e chi l’usa. Concediamo pure, che quando si scrivevano da lui queste cose, a più d’uno piacessero in Italia le antitesi, i falsi concetti, le picciole allusioni a i nomi, e altre simili bagattelle, merce per molti secoli incognita a gl’italici scrittori, ed oggidì più che mai screditata presso di noi altri. Da ciò solamente segue, che in Italia si fosse perduto da molti il buon gusto dell’eloquenza, ma non già che la lingua italiana si fosse mutata, e avesse vestito nuove inclinazioni. Altrimenti non alla sola nostra lingua, ma eziandio alla franzese, e latina, si sarebbe nel prossimo passato secolo potuto attribuire la colpa medesima; essendo certo, che allora sì ne’ versi, come nelle prose Latine molto volentieri si seminavano le Antitesi, e altri giuochi di parole. E che un’eguale influsso corresse allora sotto il Ciel Franzese, ne fanno fede i libri di quel tempo, e spezialmente il Sig. Boileau nel Can. 2 della poetica, ov’egli confessa: che le acutezze s’impadronirono della Francia; che il lor numero impetuoso inondò il Parnaso, – leur nombre impetueux inonda le Parnasse;che la prosa non men de’ versi le accolse, – la prose les reçeut aussi bien que les vers; e che i madrigali, i  sonetti, le elegie, le tragedie, le prediche non andavano senza il condimento di queste bagattelle. Ma contuttochè gli scrittori franzesi allora usassero comunemente somiglianti false bellezze, pure sarebbe stato poco giudizioso chi per tal cagione avesse osato condannar le lingue latina, e franzese, quasi l’inclinazion loro, e non più tosto il pessimo gusto de gl’Ingegni, amasse, e spacciasse ne’ componimenti la lieve marcatanzia delle allusioni, delle antitesi, delle acutezze. Se non vorrà darsi il titolo di poco giudizioso al nostro Censore, uomo, che certamente tale non fu non solo per confessione mia, ma per consentimento di molti valentuomini, perch’egli abbia accusata del madesimo peccato l’italica favella, quando sol doveva, e poteva incolparne il gusto de gli scrittori: non potrà negarsegli almen quello di poco buon filosofo in questo luogo, non conoscendo egli troppo le cagioni dalle cose, nè la natura delle lingue, che pure poco men che a tutti è manifestamente palese.

Come disutili adunque si hanno da riguardar le ingegnose ragioni, ch’egli declamando segue a dire contro alla nostra lingua, cioè: ch’ella è somigliante a que’ fantastici dipintori, i quali sogliono più seguire il proprio capriccio, che imitar la natura; o per meglio dire, non potendo giugnere a questa imitazione, in cui consiste la perfezion delle lingue, come ancor quella della Pittura: essa ricorre all’artifizio, e fa quasi come quel dipintor novizio, che non potendo esprimere le grazie, e la vaghezza d’Elena, s’avvisò di mettere molt’oro nella tela: il che fece dire al suo maestro, ch’egli l’avea fatta ricca, non avendola potuto far bella. Perciocchè non potendo la lingua Italiana dare alle cose una certa aria, e bellezza, che loro è propria, le adorna, e le arricchisce quanto ella può; ma questi ornamenti, e ricchezze sì fatte non son vere bellezze ec. Fabbrica egli tuttavia sulla medesima rena, e lavorando sopra lo stesso Equivoco, ingrandisce via più quell’ombra, o fantasima, ch’egli poco avvedutamente s’è posta in capo. Ma questa svanisce, e va la fabbrica per terra, ove punto si consideri, che l’abbellir troppo, e caricar di falsi ornamenti le cose, non vien dalla lingua, ma dall’Ingegno, e dal poco buon gusto de gli scrittori. Per altro, che l’italico idioma non possa giugnere ad imitar la natura, e ch’esso non possa dare alle cose l’aria, e la vaghezza lor propria, e convenevole, col medesimo fondamento si dice, con cui direi anch’io, per lodare il nostro Dialogista, ch’egli era poco animoso scrittore; essendo l’una, e l’altra di queste proposizioni smentita da i fatti. Non ci ha persona punto pratica de gli scrittori nostri, la quale non sappia, quanto essi ed abbiano potuto, e possano colla lingua italiana imitar la natura, e dipinger le cose co’ propri colori. Se in ciò taluno o eccede, o manca, egli è il reo, non già la lingua. Da questa si somministrano i colori convenevoli: colpa è poi del dipintore, s’egli o non sa, o non sa moderatamente valersene.

Benchè nondimeno ci concedesse benignamente il nostro Censore, che la lingua de gl’italiani potesse naturalmente anch’essa esprimere, e rappresentar le cose; contuttociò egli le antepone la propria lingua, sostenendo ch’essa ha il primo luogo in sì fatta virtù. Ed hanno ben molto da consolarsi gl’italiani, perchè in questo non eccettua egli nè pur la greca, e la latina, volendo ch’esse ancora cedano alla franzese la palma. Non ci è altra lingua (sono sue parole) che la franzese, la qual sappia ben copiar la natura e che esprima le cose precisamente, com’elle sono. Udiamone di grazia le ragioni. Ella non ama, dice egli, l’esagerazioni, perchè alterano la verità; e da ciò vien senza fallo, ch’essa non ha verun di que’ termini, che s’appellano superlativi ec. La nostra lingua parimente non usa le iperboli, se non molto sobriamente, perchè son figure nemiche della verità; nel che partecipa essa del nostro genio franco, e sincero, che non può soffrire la falsità, e la bugia ec. Non si può far di meno di non ravvisare a queste parole la somma pietà di questo buon giudice, facendosi egli scrupolo di approvare infin quelle bugie, che finora si sono permesse, e lodate nella elocuzion poetica, ed oratoria, e delle quali non solamente gli scrittori di tutte le nazioni, ma le medesime sante Scritture assai liberamente si valsero. Da che però egli stima una singolar dote d’un linguaggio l’essere privo di superlativi, e d’iperboli; e da che egli tien per difetto ciò, che tutti han finora giudicato che fosse ornamento, non sarebbe stato se non ben fatto, ch’egli avesse consigliata la sua nazione a fuggire, in ragionando, o scrivendo, a tutto potere non solamente le iperboli, ma le metafore ancora, le sinecdochi, e altre simili figure, o tropi; perchè certamente si altera ancor da queste la verità, altro elle non essendo, che falsità, e menzogne. Ma se questo scrupoloso Consigliere avesse sbandito da tutte le Prose, e poesie franzesi queste figure: e chi non vede, ch’egli in vece di aggiungere nuovi fregi alla sua lingua, poco saggiamente l’avrebbe spogliata eziandio di quei, ch’ella portava? Certamente i Greci, i Latini, e tutte l’altre Nazioni hanno finora creduto, che le iperboli, e altre somiglianti figure fossero ornamenti de’ versi, non figure nemiche della verità; nè cadde loro giammai in pensiero, che ciò potesse alterar la verità, e offender la natura, come avvisa il mentovato critico. Ora egli mi sembra ben probabile, che più tosto questo novello censore, che tanti altri valentuomini dell’antichità abbiano errato. E in effetto, non che i Greci, e Latini, tutta la Francia moderna ben sa, che queste bugie son lecite, anzi lodevolissime ne’ versi, a i quali son riserbate; e perciò tutti i poeti Franzesi le usano, senza che s’avvisi alcuno adoperandole di ribellarsi al genio della Nazione, tanto nemica della bugia, e del falso. Che se i poeti della Francia con sobrietà le adoperano, sanno ciò, che la poetica eziandio de gl’Italiani costuma, ed insegna, non dovendosi queste se non con parsimonia usar da qualunque poeta. Nè questa sobrietà de’ Franzesi nasce, come dicevamo, dal credere, che s’offenda la verità; perchè in tal maniera non ne dovrebbono pur’una usare, affine di non commettere giammai contro alla verità un tal sacrilegio; ma nasce dal buon gusto poetico, il quale ove più, ove meno, si vale di questa moneta.

Io però disavvedutamente mi lascio condur fuori di sentiero da questo scrittore; e non m’avveggio, che inutilmente ripruovo un argomento mal fondato, e inutilmente da lui rapportato per provar la maggioranza della sua Favella, almeno in una parte. Imperocchè l’uso delle Iperboli nulla ha che far colle Lingue; ma bensì coll’elocuzione poetica, di cui non voglio parlar’io, nè doveva parlar’egli, essendo ciò fuori del suo proposito. Poteva egli con maggior cautela contentarsi d’aver solamente osservato, che l’idioma suo non ammetteva superlativi; poichè ciò veramente si conviene all’argomento, ch’ei tratta; e qui poteva egli fondare un pregio particolar della sua lingua, mostrandola sì nemica delle esagerazioni, come quelle, che alterano la verità. Dissi ch’egli poteva con maggior cautela propor questa sola osservazione; ma non dissi con maggior ragione. Imperciocchè altro ci vuole per provarci, che i superlativi sieno esagerazioni, e che si alteri con essi la verità. Questi sì fatti nomi altro non sono, altro non significano, che qualche cosa più del positivo, solamente accrescendo la mezzana qualità de gli oggetti. S’io nomino saporito un frutto, se bello un fiore, se alta una casa, fo intendere un sapore, una bellezza, una altezza mediocre, e ordinaria in quegli oggetti. Dicendo poscia un frutto saporitissimo, un fior bellissimo, una casa altissima, solamente significo un sapore, una bellezza, un’altezza più che mediocre, e non ordinaria di quelle cose, come se dicessi quel frutto è più saporito dell’ordinario ec. E perciò usarono molti scrittori latini, ed italiani [126], di antepor talvolta a gli stessi superlativi un molto, un assai, un più, allorchè vollero far qualche esagerazione, e mostrar l’eccesso di qualche cosa, mostrando che i superlativi poco sopravanzano la forza de’ positivi. Sono poi necessari, o almeno utilissimi questi superlativi alle lingue, perch’essi con una sola parola esprimono le qualità o accresciute, o diminuite delle cose, essendo certo, che ogni qualità riceve il più, e il meno. Ma che vo io affaticandomi? Non ha forse l’idioma franzese i suoi superlativi [127], ch’esso forma col mettere un tres avanti al positivo, come tres beau, tres excellent, tres curieux, tres bon? Sì, ch’esso gli ha; superlativi gli appella; non men del nostro linguaggio gli adopera; e lo stesso significa appo i franzesi questa maniera di dire, che i superlativi de’ greci, de’ latini, de gl’italiani. Mostrisi di grazia, qual differenza ci sia fra i nostri, e i suoi superlativi. Una sola, se pur dobbiamo accennarla, ce ne ha per avventura; ed è, che i Franzesi con due parole, noi con una sola, esprimiamo la medesima cosa. Il che certo essendo, non so perchè il Censore volesse toccar questa corda; poichè ciò forse è un palesar la sua lingua inferiore in questo paragone all’italiana. Molto meno intendo, come egli con tanta franchezza potesse affermare, che l’essere la sua lingua troppo nimica delle esagerazioni, senza dubbio era la cagione, per cui mancavano ad essa i superlativi, e per cui si condannavano grandissime, bellissime, e altre somiglianti voci, usate da qualche franzese. Quantunque io non abbastanza intenda quell’idioma, e massimamente in comparazione di lui, che da’ suoi è riputato con ragione un de’ migliori maestri della favella franzese; pure oserei quasi con più giusta confidenza dire, che non per altra cagione si sbandiscono da quella lingua tali superlativi, se non perchè non appariva necessità veruna d’introdurvi questa nuova maniera di superlativi, da che gli antichi avevano in altra guisa soddisfatto. O pure perch’essi poco si acconciano alla natura di quella lingua. Non si soffrono da lei parole brevi, o sdrucciole, cioè che abbiano accento nell’antepenultima; ma solamente le lunghe. Ora i superlativi presi o dalla lingua latina, o dalla nostra, ancorchè si possano pronunziar lunghi nella penultima, tuttavia ritengono una tal cadenza di brevità, che non molto propriamente si fanno udire pronunziati alla franzese. Aggiungasi, che gli addiettivi di quella lingua sono spesse volte in tal guisa terminati, che di molti non si sarebbe potuto formare il superlativo secondo la forma nostra. Il perchè cosa è più regolare, e più acconcia alla lingua franzese fu creduto l’usare in vece de’ nostri superlativi la maniera di dire sopra di noi mentovata, che in fatti è il medesimo nostro superlativo, espresso con due parole.

Va poi questo scrittore esaltando a suo talento la lingua franzese, perchè ella non adopera le metafore, se non quando non può far di meno, o quando i vocaboli traslati son divenuti propri. Stima egli perciò difetto ne’ franzesi l’usar traslazioni senza necessità; e in effetto soggiunge queste altre parole: Egli è certo, che lo stil metaforico non è buono fra noi nè in prosa, nè in verso. Ma certissimo egli è ancora, che con queste parole il nostro Censore senza veruna parzialità condanna tutti gli altri scrittori, che hanno grido in Francia, non eccettuando il Malerbe, il Voiture, il Balzac, Pietro Cornelio, il Racine, il Boileau ec. niun de’ quali fu esente da quel difetto, che qui si ripruova, perchè tutti senza necessità hanno usate le Traslazioni. Io lascio a i Franzesi medesimi la cura di difendersi dalla sentenza del loro nazionale, e di cercare, se in ciò sieno giustamente ripresi. Quanto è a gl’italiani, so che riderebbono, se taluno osasse riprenderli, perchè talvolta usino le Metafore, potendone far di meno. Sanno essi, che tutta l’antichità, e tutte l’altre Nazioni tengono opinion contraria. Anzi a troppo grandi strettezze, e ad uno stile poco elegante, e poco sollevato, si ridurrebbe la Prosa, non che la poesia de’ Franzesi medesimi, quando non fosse in altra maniera, che nella divisata dal Dialogista, permesso a i Franzesi di usar le metafore. Ciò sarebbe uno spogliar lo stile d’un grande, e necessario ornamento. Laonde par tanto lungi dal potersi dire, che fosse cosa gloriosa alla lingua franzese l’astenersi da tutte le metafore non necessarie, che più tosto converrebbe confessar difetto in lei, se oltre alle necessarie non potesse ella valersi ancor delle altre, che solamente servono per ornamento dello stile. Ma forse lo stesso panegirista della lingua franzese cambiò, senza pensarvi, sentenza poco appresso, e contentossi, che ancora i suoi nazionali godessero il privilegio de gl’Italiani, de’ Greci, e de’ Latini; perchè aggiunge: che non può la lingua suddetta sopra tutto soffrir le metafore troppo ardite; onde essa le sceglie con grande avvertenza, non le cava troppo da lungi, e parimente non le conduce troppo lontano, ma insino ad un termine convenevole. E ben poteva egli godersi questa gloria in pace; ma ciò non bastò al suo zelo, volendo egli, che un tal pregio talmente sia proprio della sua lingua, che a niun’altra delle vicine possa attribuirsi. Perciò seguita egli a dire: Nel che la lingua franzese è ancor ben differente dalle sue vicine, le quali conducono sempre le cose a qualche estremo. Perchè, s’elle per esempio fansi a trattar alcuna volta d’Amore, non lasciano di prender tosto per lo Faro la fiaccola di Cupido; per istella polare gli occhi della Beltà, di cui elle parlano ec. Finalmente dice: che queste Metafore continuate, o queste Allegorie, che son le delizie de gli Spagnuoli, e de gl’Italiani, son Figure stravaganti presso a’ Franzesi. Bisogna senza dubbio, che questo scrittore non sia di stirpe Franzese, scrivendo in sì fatta maniera. Egli stesso è testimonio, che per essere i Franzesi giurati nemici della falsità, e delle menzogne, non sanno sofferir le esagerazioni, perchè da queste si altera la verità. Ora come potrà mai egli mostrare, che in molti luoghi, ma spezialmente in questo, non abbia egli medesimo formate delle esagerazioni? Molto, credo io, sarebbe egli intrigato a sostener come cosa vera, e certa, quella ch’ei va dicendo, cioè: che le lingue italiana, e spagnuola portano sempre le cose a qualche estremo, quasichè mai non uscisse fuori del capo de’ nostri autori metafora alcuna modesta, e moderata. Non dovette però sembrare a lui stesso di parlare in questo luogo con soverchia esagerazione; poichè gli esempi da lui citati per avventura gli parvero bastevoli a provar la sua sì franca proposta. Nè io vo’ fargli torto col credere, che egli ancor qui esagerasse, inventando col suo cervello i medesimi esempi, o almeno alterandoli, per farli comparir più ridicoli. Liberalmente credo, che s’egli stesso non avrà trovato ne’ libri de gli italiani quella fiaccola d’amore divenuta un faro, potrà almeno un di que’ Dialogisti averla udita dalla bocca di qualche italiano innamorato. Ma, quando anche ciò sia vero, che vuol’egli mai provare con questi esempi? Forse, che tutti gl’italiani parlino sempre così, o non sappino parlare in altra guisa? Penerebbe a crederlo, non che ogni uomo intendente, chi non avesse pur letto alcun libro italiano. Forse, che i suoi nazionali mai non cadono in sì stravolte metafore? Mi perdonino i benigni lettori franzesi, s’io penso, che tale non sia l’intenzione di lui, potendosi di leggieri far palese con parecchi esempi, che ancora i franzesi sono, e possono essere tuttavia rei della medesima colpa. Adunque altro non volle intendere, se non che qualche Italiano talor concepisce disordinate metafore. Ma, ciò conceduto, non potrà egli per questo mai conchiudere, se non con una logica strana, che gl’Italiani sempre cadono in qualche estremo. Noi altresì, non men de’ Franzesi, condanniamo le metafore troppo ardite, e troppo da lungi cavate; lodiamo sol quelle, che si formano secondo i consigli della buona rettorica. Le metafore continuate, o sieno le allegorie da noi s’adoperano di rado; nè queste son le nostre delizie, com’egli esagera, se non quando son fabbricate con ottimo gusto: nel qual caso crediamo più gloria l’usarle con tutti gli antichi Latini, e Greci, che l’abborrirle come figure stravaganti, e biasimevoli, con alcun troppo dilicato Censore de’ nostri tempi. Ma io di nuovo m’avveggio di gittar le parole, e i passi, nel seguir le pedate di questo scrittore, il quale avvisandosi di parlar delle lingue, di tutt’altro parla; appartenendo all’elocuzione, non alla lingua, alla rettorica, non alla gramatica, il formar buone, o cattive metafore. Son però tanto dilettevoli tutte le osservazioni di questo autore, quantunque poco utili all’argomento da lui preso, che se gli può perdonar ben volentieri il suo aggirarsi, e il trar noi pure fuor di cammino.

CAPITOLO DECIMO

Trasposizion delle parole nelle lingue se biasimevole o lodevole. Pronunziazion

della favella d’Italia, Se ella sia molle, ed effemminata. Dolcezza virile d’essa.

 Conformità della lingua italiana, e latina. Esagerazioni del Censore. Paragone

 della lingua franzese colla nostra. Obbligazione della prima alla seconda.

Segue il Dialogista narrar le glorie della lingua franzese. Ecco le sue parole: La lingua franzese è forse la sola, che segua esattamente l’ordine naturale, ed esprima i pensieri, come appunto nascono a noi nella mente. I Greci, e i Latini hanno un giro sregolato. Affin di trovare il numero, e la cadenza da lor cercata con somma cura, travolgono l’ordine, con cui immaginiam le cose. Il nominativo, che ha da essere primo nel regionamento secondo la regola del giudizio, si truova quasi sempre nel mezzo, o nel fine. Gli Italiani, e gli Spagnuoli fan quasi lo stesso, consistendo in parte l’eleganza di queste lingue nell’accennata disposizion capricciosa, o più tosto in questo disordine, e strano trasponimento di parole. Non ci è, che la lingua franzese, che segua le pedate della natura; ed ella non ha se non da seguirla fedelmente per trovare il numero, e l’armonia, che le altre lingue non incontrano, se non confodendo l’ordine naturale. Oh qui sì, che il nostro autore incomincia a battere il buon sentiero, osservando ciò, che veramente appartiene alla lingua, e non all’elocuzione. Nè dee qui lasciarsi di commendare la modestia, e liberalità sua, perchè quantunque confessi d’aver fatta questa osservazione molto tempo avanti, e per conseguente non fosse egli molto obbligato a far parte di questa sua lode ad altrui, contuttociò afferma, che lo stesso era già stato osservato ancora da un valentuomo ne’ ragionamenti stampati con questo titolo: Les avantages de la langue françoise sur la langue latine. [128] Autore di questo libro fu il Sig. Laboureur, e il nostro Dialogista stimò cosa superflua il nominarlo, come ancora il citarlo in altri luoghi, benchè ne copiasse molti sentimenti. Ma venghiamo al proposito. Che la lingua franzese in effetto servi l’ordine divisato, è assai manifesto. Ma non è ugualmente manifesto, che questo in tutto sia l’ordine naturale, veggendosi, che alcuni altri popoli della terra, e spezialmente gli Ebrei, usano un ordine alquanto differente; e pur la lingua ebraica è la più naturale, ed è probabilmente madre dell’altre tutte. Pongasi ciò nulladimeno per cosa certa. Altro è poscia il mostrare una proprietà dell’idioma franzese; altro è il volere, che questa proprietà sia una prerogativa sopra le altre lingue. E non sa egli questo Scrittore, che l’arte migliora, e perfeziona spesse fiate la natura? Ora ciò si fa pur nelle Lingue. Ricevono esse dall’arte gramatica e migliore armonia, e maggior dolcezza, o gravità, ed altre virtù, che loro non diede la natura. E appunto il cangiarsi dall’arte il natural ordine delle parole, e l’artifiziosamente trasporle, fa così maestose, armoniche, soavi le lingue greca, e latina, che niuna delle moderne lingue può paragonarsi con loro, e forse molto men la franzese. Adunque apportando l’Arte maggior benefizio in quegl’idiomi, che non apporta la sola natura nel franzese, non può ragionevolmente chiamarsi l’ultimo più fortunato de’ primi; siccome non può dirsi più stimabile de maestosi Giardini di Versaglie, figliuoli dell’Arte, una campagna, tuttochè provveduta dalla natura di bei prati, di arbori fronzuti, e di ruscelli d’acqua. Affinchè la lingua franzese in questa parte potesse anteporsi alla Greca, e Latina, converrebbe ch’ella seguendo, come fa la natura, avesse la stessa armonia, che l’altre due lingue ottengono dall’arte. Ma non ha essa questo gran privilegio; anzi è da alcuni creduta sì poco armoniosa, e può, se loro diam fede, giungere all’altezza dell’Epopeia; riuscendo essa languida, e meschina di suono, come hanno osservato il Vossio nel Trattato del Canto de’ Poemi, l’Ab. Danet nella Prefazione al suo Dizionario Franzese, e un altro Autore della Nazion medesima nella Bibliot. univ. del Clerc Tom. 7 del 1687. Può ben dirsi, che i versi, e le prose Franzesi hanno più chiarezza de’ Greci, e Latini nel filo delle parole; ma nè pur questa può dirsi una prerogativa de’ Franzesi, perchè la trasposizion delle parole ben fatta nelle altre Lingue, non toglie loro la necessaria chiarezza. E avvegnachè sia vero, che la trasposizione sia apportatrice di tenebre, tuttavia queste tenebre, se son con giudizio prodotte, diventano virtù; siccome è virtù nello stile il saper con ingegnosa oscurità coprire i sentimenti, non amando noi sempre d’udire ogni cosa espressa colle sue comuni, proprie, e naturali parole. Anzi chi ben lo considera, facilmente comprenderà, che la lingua franzese, non potendo usar trasposizioni, è priva d’un benefizio. Per ben comporre un Poema, e una Orazione, egli è necessario, o almen convenevole, che non solamente i sentimenti, o sia l’elocuzione, ma eziandio le parole, i periodi, e l’ordine del parlare sieno differenti da quei del volgo acciocchè più maestoso, nuovo, nobile, e mirabile comparisca il linguaggio poetico, e Oratorio. Facevasi questo da i Greci e Latini, le prose, e poesie de’ quali sì ne’ sentimenti, e nelle Figure, come nell’armonia, o vogliam dire nel numero, nella maestà, nell’ordine delle parole s’allontanava dal volgo; e questo trasponimento di parole studiato, e maestoso, contavasi fra le belle figure col nome d’Hyperbaton. Ma benchè possano i poeti, ed oratori franzesi nell’elocuzione alzarsi sopra il popolo; non è però loro permessa la medesima fortuna nell’ordine delle parole nel numero, e nella maestà de’ periodi, dovendo l’oratore, e lo stesso poeta seguir l’ordine naturale. Questo, essendo comune al volgo, è ancor cagione, che i periodi altro numero non sogliano avere, che il triviale, e usato dal popolo. Si sforzano i poeti bensì di allontanarsi da questo ordine naturale, per dar più maestà a i lor versi, facendo con ciò conoscere quanto più s’abbia da prezzar l’ordine artifiziale; ma per necessità non possono molto dilungarsi colla trasposizione dell’ordine tenuto dal volgo, per non cadere in molti equivochi. Sicchè io non oserei molto vantare questa proprietà della lingua franzese; perchè in comparazion delle altre lingue può essere più tosto creduta difetto, e povertà, che prerogativa, e ricchezza; massimamente sapendosi che non per amor della chiarezza, ma per timore dell’oscurità viziosa, ella è costretta a seguir pianamente, e fedelmente la natura. Anzi se volesse l’italica favella in ciò dir le sue ragioni, e se valesse l’opinione dello scrittor franzese, ella potrebbe anteporsi a tutte l’altre lingue. Poichè seguendo il solo natural’ordine delle parole, ella porta seco una singolare armonia, come appare ne’ prosatori, ne’ periodi de’ quali benchè pochissimi trasponimenti si facciano, pure un maestoso numero si fa sentire, maggiore eziandio, che nelle prose franzesi. Ne’ versi poi col traspor le parole ci avviciniamo non poco al costume de’ Greci, e Latini; abbiamo l’epica gravità; e superiamo [129] per quanto a noi pare, in dolcezza, armonia, e maestà i versi franzesi. Laonde potremmo dire ancora noi, se volessimo farla da Giudice e parte, che la nostra lingua tien ciò, che la favella franzese, e le altre han di lodevole in questa parte, senza avere ciò, che par difetto nelle medesime.

Seguitando adunque i passi del nostro Scrittore, noi impariamo, che le lingue spagnuola, ed italiana giunsero appena nate alla lor perfezione; ed essendo queste dappoi cadute dalla lor primiera purità non possono per conseguente paragonarsi oggidì alla franzese moderna, la quale ora è più che mai perfetta. Aggiunge poscia questo autore le seguenti parole: Io conosco pochi autori moderni oltramontani [130], che abbiano il valor de’ Villani, de’ Petrarchi, e de’ Boccacci. Vorrei però io farci scommessa, che questo Autore si sarebbe trovato alquanto avviluppato in rispondere, se colto all’improvviso fosse stato citato a render su due piedi conto della Storia de’ Villani. Egli probabilmente non conobbe, che per fama, e per relazione di qualche altro libro una tale storia. Udì egli per avventura, o lesse, che le opere de’ mentovati scrittori son pregiatissime per la lingua, poichè composte in quel secolo, che alcuni con più modestia che ragione appellano d’oro. Ciò gli bastò per dire: ch’egli non conosceva scrittore italiano oggidì, che valesse il Petrarca, il Boccaccio, e i Villani; quasich’egli attentamente avesse letto i primi, e non ignorasse alcun de’ secondi. Ma se per maggiore cautela avesse egli voluto pur leggere la Storia de’ Villani, e altri Autori di quel secolo; ho ben’io molta speranza, che egli avesse confessato, che la lingua italiana non giunse in que’ tempi alla sua perfezione [131]; o almeno ch’ella non è caduta da quel grado di onore, e di bellezza, ch’egli s’immaginò. Convien però passar’oltre, avendo noi trattata abbastanza una tal quistione di sopra.

Merita bensì attenta considerazione ciò, che il nostro Censore va dicendo appresso: Ma non avete voi, così egli ragiona, altresì osservato, che di tutte le pronunziazioni la nostra è la più naturale, ed unica? I Chinesi, e quasi tutti i popoli dell’Asia cantano; i Tedeschi ragliano; gli Spagnuoli declamano (con che significano i Franzesi il recitar le tragedie in palco); gl’Italiani sospirano; gli Inglesi fischiano. Non ci ha propriamente, che i Franzesi, i quali parlino. A questa sentenza io potrei opporre quella d’un altro autor franzese, che l’Anno 1668 stampò in Colonia un libro in 12 con questo titolo: Carte Géographique de la Cour, sotto nome del Sig. Rabutin. Quivi divisandosi la differenza, che è fra le cinque principali lingue d’Europa, si dice: que l’Allemand hurle, l’Anglois pleure, le François chante, l’Italien joüe la farce, e l’Espagnol parle. Che il Tedesco urla, l’Inglese piange, il Franzese canta, l’Italiano buffoneggia, e lo Spagnuolo parla. Ma io fin qui ho supposto non gittato il tempo nel considerar le ragioni, che questo scrittore apporta in discredito della lingua italiana, perchè mi pareva pure, che il buon Censore seriamente parlasse; e riputavasi da me in certa guisa atto di carità il disingannare un uomo tanto accreditato fra’ suoi, e traviato apertamente dalla passione. Quando ecco m’avveggio andar’io, e non egli errato; poichè finalmente il valenteuomo ci fa sapere la sua intenzione, e conoscere, ch’egli sol per ischerzo, e non seriamente (quantunque sembrasse il contrario) ha preso a perseguitar le lingue vicine. Non potendo egli più sostener la maschera della serietà, qui fa palese il suo piacevole, e Comico genio; e confessa che più per far ridere, che per deridere, ha finqui ragionato contra l’italico idioma. Ed io veramente giuro, che vedendo con tanta gentilezza, e con un motto sì arguto assalita la riputazione de gl’Italiani, più in questo, che ne gli altri luoghi, in vece di adirarmi, ho riso. Quello però, che può parerci più strano, si è, che non avendo il nostro autore giammai raggiunta la verità quando più seriamente faceva egli vista di cercarla; ora scherzando l’ha mirabilmente colpita. Non so già dire, se altri popoli declamino, o sembrino recitare in palco allorchè parlano; o se fischino, o se raglino. So bene, ch’egli è pur troppo vero, che gl’Italiani parlando sospirano. E se allo scrittor franzese, perchè scherza, e a me non si volesse credere, almen si creda al nostro Petrarca, il quale sul bel principio de’ suoi versi confessa, che il suono delle sue parole Italiane altro non era, che suon di sospiri.

Voi, ch’ascoltate in Rime sparse il suono

Di quei sospiri, ond’io nodriva il core ec.

E più manifestamente altrove chiama egli sospiri tutte le sue parole.

S’io avessi pensato, che sì care

Fosser le voci de’ sospir mie’ in Rima ec.

Doveva egli ancora parlar sospirando, allorchè scrisse:

Quando io muovo i sospiri a chiamar voi ec.

Così pure in altri luoghi; nè sol’egli, ma moltissimi altri poeti di Italia confessarono, ch’egli sospiravan parlando. Tutto ciò fu verisimilmente osservato dal Dialogista, in udire i ragionamenti di qualche Italiano mal concio [132] al pari del Petrarca, i quali sicuramente dovevano essere corteggiati da una gran folla di sospiri. Ed eccovi il manifesto fondamento dell’ingegnoso motto, con cui questo Autore scherza intorno al parlare, o al pronunziar de gl’Italiani, dicendo, ch’essi parlando sospirano. Ma con sua buona pace può parere troppo crudele, e alquanto tirannico questo suo non volere, che i poveri amanti d’Italia possano confondere co’ sospiri le parole. Tuttavia, posciachè in Francia dee sembrar forse o strana cosa, o difetto, che gl’innamorati sospirino; affinchè non sieno per l’avvenire con tanta ragion motteggiati da altre persone gl’Italiani, io consiglio i nostri o a non più innamorarsi, o almeno a strozzare i sospiri, quando fossero presi da quel tiranno d’amore, o da altre violente passioni. Egli è chiarissima cosa, che usando sì fatta cautela non potrà più dirsi, che pure un’Italiano parlando sospiri.

Intanto, poichè, s’è per noi scoperto, che in questo dialogo studia, e brama il nostro Autore di scherzar con piacevoli motti, non ci dispiaccia d’udire, com’egli motteggi eziandio i suoi Nazionali con dire, che propriamente i soli Franzesi parlano. Il n’y a proprement, que les François, qui parlent. [133] E vuol egli, come io penso, dire, che siccome alcuni Italiani (cioè gl’innamorati) hanno il vizio di parlar sospirando, così alcuni Franzesi hanno quello di parlar molto; laonde in paragon de gli altri popoli men loquaci, può acutamente dire quel Censore, che i soli Franzesi parlano. Tale, dico, e non altra, m’avviso, che sia la sua mente; poichè se per parlare volesse egli mai per avventura intendere il pronunziar naturalmente le parole, sarebbe opinione troppo sconcia, e riprovata dalla sperienza, il voler sostenere, che i soli Franzesi, e non gl’Italiani ancora, pronunziassero naturalmente la loro lingua. Non può essere caduta in pensiero a questo Scrittore, uomo giudizioso, una così fatta sentenza. Nè il credo io sì dimenticato di se medesimo, che abbia inteso d’apportarne una pruova col soggiungere: E di ciò in parte è cagione il non mettersi da’ Franzesi alcun’accento sopra le sillabe, che precedono la penultima; perchè da tali accenti si vieta, che il ragionamento non sia continuato in un medesimo suono. Se ciò fosse vero, potrebbe ancor provarsi, che propriamente i Greci, e i Latini non parlassero, perchè non men dell’Italiano avevano gl’Idiomi loro gran copia di vocaboli accentati nell’antepenultima, cioè di parole sdrucciole. Ora non sarebbe egli una strana opinione il credere, che perciò i Greci, e i Latini propriamente non parlassero, ne pronunziassero naturalmente il loro linguaggio? Io non voglio fermarmi più su questa materia. Solamente dirò, sapersi da noi tutti, che in Italia, in Francia, e in Ispagna, alcune città, e Provincie con leggiadria maravigliosa, e con gran naturalezza, altre men gentilmente, ed altre in fine con dispiacevole tuono, pronunziano la lingua loro. Sicchè il pronunziar naturalmente, e con suono continuato una lingua nobile, e dolce, quali sono le tre divisate, non vien propriamente dalle parole, o da gli accenti della lingua, ma da una disposizione, e grazia particolare, e da un’abito proprio di chi la pronunzia; essendo sempre un medesimo linguaggio quello, che da gli uni è pronunziato con somma grazia, e naturalezza, e da gli altri con ingrata, e spiacente armonia.

Ma non perdiamo di vista il Censore, la cui accortezza ben sapea, quanto giovi nel suo paese, perchè un libro abbia credito, il guadagnar la benevolenza d’un certo tribunale, che altrove s’è per noi veduto ritener grande autorità sopra le letture amene. Segue egli dunque in tal maniera a descriver le glorie della lingua franzese. Onde viene, che le donne in Francia parlano sì bene? Non vien egli ciò, perch’elle naturalmente parlano, e senza studio veruno? Non può negarsi, replicò Aristo. Nulla ci è di più acconcio, di più proprio, e di più naturale, che il linguaggio della maggior parte delle donne franzesi. Se la natura stessa volesse parlare, io credo, ch’ella prenderebbe in prestito la lor lingua per naturalmente parlare. Chi prenderà un giorno a far delle Annotazioni erudite alle opere di questo scrittore, potrà qui far pompa d’erudizione con dire, che questo gentil concetto è fatto ad imitazion de gli antichi, i quali scrissero, che se gli Dei avessero voluto parlare, avrebbono usata la lingua di Platone, di Plauto, e d’altri simili valentuomini. Ma io dirò prima d’essi, ch’egli è molto probabile, che alla natura giammai non venga talento, e voglia di parlare; massimamente sapendosi, che ella non avendo lingua, e altre membra umane, come si supponea che l’avessero gli Dei, si truoverebbe molto imbrogliata, quando volesse eseguire un tal pensiero. Laonde non si potrà tanto facilmente scorgere alla pruova, di qual linguaggio se Francese, o Italiano, o Greco ella più tosto volesse valersi per ben parlare. In quantunque favella però Costei ragionasse, si può credere, ch’ella potrebbe, e saprebbe naturalmente parlare, appartenendo a lei il fare, che le fortunate Donne di Francia parlino sì naturalmente. Vero è, ch’io non le darei consiglio d’usar quel linguaggio corrotto, e vizioso di alcune donne, le quali tuttochè sieno Franzesi, pure nelle conversazioni tratto tratto parlano con espressioni straordinarie, e ripetono cento volte una parola, che appena è nata, non essendovi cosa, che più di questa apporti noia a i saggi uditori. Così altrove afferma lo stesso Dialogista; non sarebbe se non bene il prevenir la natura con tale avviso, acciocchè, se pur si risolvesse una volta di parlare, disavvedutamente non prendesse in prestito la lor sì noiosa favella. Per altro, volendo il Censore, che la bellezza del favellar Franzese abbia tutta la sua perfezione in bocca delle Donne, perchè queste parlano, benchè senza studio, più propriamente, acconciamente, e naturalmente, che non fanno gli uomini, bisogna confessare, che in ciò l’Italia è vinta dalla Francia. Quantunque le femmine Italiane parlino alle volte con gran proprietà, pure non possono giungere alla fortuna d’essere elleno l’Idea del ben parlare, ma lasciano questa cura, e gloria a gli uomini. Così pur fecero [134] ne gli antichi tempi le Greche, e le Romane. Può contarsi per miracolo, e per un rarissimo pregio della sola Francia, che quivi il sesso debole [135] sia quel, che dia la norma del bene, acconciamente, e naturalmente parlare al sesso più nobile; come ancora, che le decisioni sopra il ben compor le tragedie più dal primo, che dal secondo s’aspettino, siccome altrove imparammo dal P. Rapino.

Egli è però vero, che se ben si considera la lingua franzese, dee naturalmente avvenire, che più de gli uomini le donne sieno proprie per ben favellare in essa. Una singolar proprietà di quel linguaggio si è l’esser molle, tenero, affettuoso, e maravigliosamente acconcio [136] per ben esprimere, e trattare i grandi affari amorosi. Perciò in Francia al sesso molle, e tenero si conviene, ed è naturale la lingua franzese, che al sesso virile tutto guerriero, valoroso, e consecrato alla gloria dell’armi. Nè dimenticò il Censore di osservare questa sì stimabile prerogativa della sua favella, perciocchè scrisse egli in questa maniera: Diciamo ancora, aggiunse Eugenio, che la lingua franzese ha una forza particolare per esprimere i più teneri sentimenti del cuore. Ciò appare infine nelle nostre canzoni, che sono sì affettuose, e tenere. In queste ha più parte il cuore che l’ingegno, ancorchè sieno infinitamente ingegnose; laddove la maggior parte delle italiane, e delle spagnuole è piena d’oscurità, di confusione, e di gonfiezza, non mancando mai il sole, e le stelle d’aver luogo in loro. Io direi quasi, che la nostra lingua è la lingua del cuore; e che le altre son più proprie per esprimere i concetti dell’immaginazione, che quei dell’animo. Il cuore non sente ciò, ch’elle dicono, ed elle non dicono punto ciò, che sente il cuore. Quando io non sapessi per testimonio del medesimo nostro Censore, che di là da i monti si abborrisce l’udire, non che il fare delle esagerazioni, vorrei quasi affermare, che un’esagerazione dello stesso autore si è il dire: che le canzoni franzesi sono infinitamente ingegnose, tuttochè l’ingegno abbia minor parte in esse, che il cuore. Più grave esagerazione io chiamerei il dire: che le più delle canzoni italiane son piene de galimatias, et de Phebus, [137] cioè di oscurità, e di gonfiezza, e che il sole e le stelle non lasciano mai d’entrarvi. E finalmente più di tutte mi parrebbe una smoderata esagerazione quell’affermare: che nelle altre lingue il cuore non sente ciò, ch’elle dicono; ed elle non dicono ciò, che si sente dal cuore. Ma non ardisco di dirlo; perchè verrei contra mia voglia a pubblicare altrui per millantatore d’una virtù, di cui egli stesso è privo. Altresì accuserei a mio dispetto quel valentuomo di qualche altro difetto, non vedendo egli, o non volendo vedere, che ancor la lingua italiana mantiene una stretta, e amichevole corrispondenza fra l’ingegno, e il cuore; laonde tutti i concetti del cuore da lei s’esprimono, e dal cuore si sentono tutte l’espressioni della lingua. Non sia però, se non bene, ricordare a questo scrittore, che le stelle, e il sole, da che Apollo, cioè il sole medesimo, cominciò a regnare in Parnaso, ebbero ampio privilegio di poter entrare nelle canzoni, senza timor di perdere la buona grazia del Censore franzese. Che se pure questi pianeti in Italia troppo abusassero la licenza loro conceduta (il che non è vero) non perciò si può incolpare la lingua italiana, ma bensì la povertà d’alcuni poeti, che altrove non sanno fondare i loro concetti. Come tante altre fiate s’è detto, non si debbono attribuire alla lingua i difetti, e le virtù, che alla sola elocuzione, ed eloquenza si convengono.

Ma ripigliando il nostro filo, e considerando le parole del nostro autore testè riferite, dee confessarsi, ch’egli non potea con più modestia, e leggiadria farci sapere, che la lingua franzese è la lingua de gl’innamorati; e ch’essa è veramente nata per servire a tal sorta di gente. Certo è, ch’egli non intende altra cosa; e io n’era prima d’ora persuaso dalla confessione ancor d’alcuni italiani, che affermano, aver quella lingua una grazia, e proprietà particolare per ben trattare, tanto in iscrivendo, quanto ne’ famigliari colloqui, le faccende amorose. Ciò posto, veramente felice potrebbe dirsi la nazion franzese, perch’ella sola ha la lingua del cuore. Può nondimeno essere, che l’altre Nazioni poco si lagnino della lor disavventura; e se l’Italia non ha il linguaggio sì tenero, molle, e proprio per gli amori, come si suppone che l’abbiano i Franzesi, può ella contentarsi d’averlo grave, maestoso, virile, e proprio per affari di maggior conseguenza.

Per nostra disavventura però il sempre mentovato autore non vuol concedere nè pur questa poca gloria alla lingua italiana. Imperocchè volendo egli provare, che la brevità è una prerogativa propria della lingua Franzese, e che in questa virtù ella singolarmente avanza tutte le altre Lingue (proposizione, che da gl’Italiani, e più da i Greci, e Latini difficilmente sarà tenuta per vera) dice, che ciò è naturale ad essa, perchè per l’ordinario il linguaggio segue la disposizion de gli Animi, e ciascuna Nazione ha sempre parlato secondo l’inclinazione propria. I Greci, ch’erano gente pulita, e voluttuosa, avevano un linguaggio dolce, e dilicato. I Romani, che aspiravano alla sola gloria, e pareano sol nati per governare, avevano un linguaggio nobile, ed augusto. Il linguaggio degli Spagnuoli s’accorda colla lor gravità, e mostra un’aria di superbia, comune a tutta la Nazione. I Tedeschi hanno una lingua rozza, e grossolana. Gl’Italiani una molle, ed effemminata, secondo il temperamento, e i costumi de’ lor paesi. In altro luogo dice egli: che la lingua franzese non ha nè la durezza della tedesca, nè la mollezza dell’italiana. Che il temperamento, e i costumi de gl’Italiani si dicono molli, ed effemminati, può parere strano a chi ben conosce il mondo; ma più strano ancora parrà l’udirlo dire a chi alberga tra Garona e ’l monte. Non è già l’Italia armata di costumi sì pudichi, e severi, che non senta anch’essa i mali, comuni ad altre Nazioni. Ma ella non può dirsi tanto immersa nell’intemperanza, nel lusso, e nella mollezza del vivere, che propriamente a noi si convenga, il titolo di effemminati. Io non voglio già paragonare i nostri co i costumi d’altre Nazioni; perchè, contra qualunque parte cadesse la sentenza, io ne avrei dispiacere. Solamente mi basterà di dire, che quando anche il temperamento, e i costumi de gl’Italiani fossero oggidì molli, ed effemminati, quali si vogliono far credere, tuttavia poco propriamente dir si potrebbe, che la nostra lingua ha da esser tale anch’essa. Nulla meno, che molle, ed effemminata era l’Italia, anzi ella era piena di barbarie, di guerre, di fierezza, quando il nostro moderno idioma nacque, crebbe, e pervenne a molta perfezione [138], come è palese per le antiche Storie. Tuttochè poscia col tempo si fossero cangiati i costumi de gl’Italiani, non s’è perciò mutata la loro lingua; nè per conseguenza può ella essersi effemminata. Vero è, che il Censore ha una possente autorità dal suo canto, facendoci egli sapere, che Carlo V diceva: que s’il vouloit parler aux Dames, il parleroit Italien; que s’il vouloit parler aux hommes, il parleroit François; que s’il vouloit parler à son cheval, il parleroit Allemand; et que s’il vouloit parler à Dieu, il parleroit Espagnol. Cioè: Che s’egli volesse parlare alle Dame, parlerebbe Italiano; se a gli uomini, parlerebbe Franzese; se al suo Cavallo, parlerebbe Tedesco; e se a Dio, parlerebbe Spagnuolo. Noi avremo avuta grande obbligazione, a questo autore; s’egli avesse citato alcun libro [139], da cui si raccogliesse questa bella notizia. Io non so veramente con qual fondamento potesse Carlo V giudicare delle lingue straniere. Ben so per testimonio di Pietro Messia, che egli non soleva leggere, se non tre libri, cioè il Cortigiano del Conte Baldassar Castiglioni, le Opere del Macchiavelli [140], e quella di Polibio, i quai libri avea fatto egli traslatare nella sua propria lingua, perchè non si sarebbono da lui altramente ben’intesi. Il perchè non poteva egli essere buon giudice dell’italico idioma. Ma s’egli nel vero portò giudizio della nostra lingua, si contenti il Critico Franzese, ch’io alla sua semplice affermazione opponga la fama contraria, che di ciò corre per l’Italia tutta; volendosi da’ nostri costantemente, che quel grande Imperadore appellasse linguaggio de gli uomini l’italico nostro, e linguaggio fatto per le donne quel della Francia. Finchè altra maggiore autorità non atterri questa comune credenza, noi volentieri la riputeremo più fondata d’ogni altra, massimamente essendoci forse scrittori, che l’attestano, e sapendosi per confessione del medesimo Dialogista, che la franzese è la lingua del cuore, e che non ci è lingua più felice di quella per far l’amore. Più tosto dunque con una sì felice lingua, che coll’italiana, avrebbe detto Carlo V doversi parlare alle Dame, non solendosi con queste per l’ordinario trattar altri affari, che appunto quelli del cuore. E che egli ancora di fatto così stimasse, può raccogliersi dal testimonio non parziale d’un Autor Franzese, che l’anno 1683 diede alla luce in Anversa un libro in 12 intitolato Les bons mots, et les belles Actions de l’Empereur Charles V. Dice costui, che plusieurs divisent les langues de cette sorte. Ils disent, que nous devons parler Espagnol avec Dieu à cause de l’excellence de cette Langue; Italien avec les Princes; François avec le femmes, qui ont de la complaisance pour cette Langue ec. Molti dividono le Lingue in questa maniera. Dicono, che dobbiam parlare Spagnuolo con Dio a cagion dell’eccellenza di questa lingua; Italiano co i Principi; Franzese colle Donne, per la compiacenza, ch’esse hanno di questa lingua ec.

Nulladimeno parmi d’intendere in qualche maniera la cagione, per cui si spacciò dal Censore la lingua nostra per effemminata, e molle. Aveva egli per avventura letto, o pure osservato per isperienza, che l’italico idioma è dolcissimo, perchè quasi tutte le sue parole son terminate in qualche vocale; laonde il suono del ragionamento, non interrotto da consonanti finali, continua sempre con soavità uguale. Quindi s’avvisò egli di poter dire, che la lingua nostra, essendo sì dolce, conseguentemente ancora è molle, o donnesca. Ma doveva questo uomo erudito ricordarsi d’avere affermato nel dialogo medesimo, che il linguaggio de’ Greci è dilicato, e pien di dolcezza, e che un Greco avea la lingua di mele. Poteva parimente aggiungere ciò, che in questo proposito fu scritto da Quintiliano nel cap. 10 lib. 12. Ora essendo cosa certa, che la lingua Greca, avvegnachè sì dolce, si è sempre stimata superiore in fecondità, in forza, in armonia, e ancora in maestà alla lingua latina; certo ancora dee essere, che una lingua può esser dolcissima senza essere effemminata; e che la dolcezza può far lega nelle lingue colla maestà, e colle altre virtù del parlare. In effetto la lingua Italiana è dolce, nè lascia nel medesimo tempo d’essere maestosa, risonante, e piena d’una virile armonia. Ciò si scorge ne’ periodi de’ nostri oratori, e storici; e ne gli endecasillabi, o versi eroici, co’ quali compariscono sì maestose le ottave rime, le canzoni, e altri poemi nostri. Nè a somigliante maestà, se vuol confessarsi il vero, può pervenir la lingua franzese, quantunque ell’abbia congiunta insieme la maestà della lingua Latina, e la dolcezza della lingua Greca, come afferma il Critico suddetto con una esagerazione, che forse non è la più modesta di quel suo modestissimo dialogo. Che se volessi anch’io argomentare alla guisa di questo Censore, potrei dire; che a gl’italiani sembra veramente molle, ed effemminata la dolcezza della lingua Franzese, in udendola pronunziata non dalle sole donne, ma da gli uomini stessi di Francia. Quella maniera di pronunziare il cha, che ec. come in chaleur; il ja, je ec. come in amais; il ge, e gi; l’S, i due V differenti; il dittongo eu, e altre simili tenerezze dell’idioma franzese, appresso gl’italiani fanno un suono sì molle, che nulla più. Ma che che ne paia all’orecchie italiane, io so, che non vorrà consentire la nobilissima nazion franzese, che la lor lingua, per essere così dolce, meriti il titolo di molle, ed effemminata. E se ciò da loro può giustamente pretendersi in una lingua, che pare ad alcuni inferiore alla nostra in maestà, e magnificenza di suono: quanto più ragionevolmente potremo noi pretendere, che l’italiana, benchè sì dolce, non possa dirsi effemminata, e molle?

E forse che pensando a queste ragioni il valentuomo franzese, e avvedendosi, che le finqui da lui recate son poco valevoli a riportar vittoria, meglio stimò il cangiar batteria, e riporre tutta la speranza di vincere ne’ suoi leggiadrissimi motti, i quali però possono sembrare a taluno disutili sforzi d’una poco buona causa. Dice egli dunque: Che il linguaggio italiano è simigliante a que’ ruscelli, che dilettevolmente van giocando, e serpeggiando nelle praterie piene di fiori; i quali però alle volte cotanto si gonfiano, che inondano tutta la campagna. Che per lo contrario la lingua franzese è come i bei fiumi, che arricchiscono tutti i luoghi, per dove passano; e senza essere nè lenti, nè rapidi, conducono maestosamente le loro acque, e hanno mai sempre un corso eguale. Ma ciò è poco. Più gentilmente segue egli a parlare: la langue espagnole est une orgueilleuse, qui le porte haut, qui se pique de grandeur, qui aime le faste, et l’excès en toutes choses. La langue italienne est une coquette toûjours parèe, et toûjours fardèe, qui ne cherche qu’à plaire, et qui se plaist beaucoup à la bagatelle. Cioè: La lingua spagnuola è un’orgogliosa, di genio altiero, che vuol comparir grande, ama il fasto, e l’eccesso in ogni cosa. L’italiana è una cochetta, o vanerella, sempre addobbata, e sempre imbellettata, che si studia di solamente piacere ad altrui, e che molto ama le bagattelle. Aggiunge poscia il ritratto della lingua franzese, dicendo, ch’ella est une prude, mais une prude agreable, qui toute sage, er toute modeste qu’elle est, n’a rien de rude, ni de farouche. È una Matrona, ma una Matrona avvenente, la quale è insieme savia e modesta, nè ha punto dell’aspro, nè del fiero. Eccovi come parla de gl’italiani questa savia, e modesta matrona per bocca del suo scrittore. Certamente all’udire una decision tale, non si dovrebbe egli credere, che l’Idioma italiano fosse il più infelice, e ridicolo di tutti gli altri? che le scritture italiane tutte fossero imbellettate, nè fossero capaci d’altra bellezza, che di questa apparente, e vergognosa? o pure che gl’italiani avessero la disavventura di non potere colla lor lingua trattar cose gravi, e parlar seriamente? Ma per buona ventura egli è manifesto, non dirò a’ Franzesi, ma a qualunque persona conoscente dell’Italia, che la nostra lingua è dotata d’una rara bellezza [141], ch’ella non ha bisogno di belletti, o di soverchi ornamenti; ch’ella al pari d’ogni altra abborrisce le bagattelle, siccome il dimostrano tanti libri in essa composti. Perciò siami lecito il dire, che parlando sì sconciamente dell’idioma nostro questa matrona franzese, ella non si è, almeno in questo luogo, fatta conoscere per tanto savia, modesta, e nimica delle esagerazioni, come la suppone il suo valoroso partigiano. Ma che sto io accusando la da me stimatissima lingua franzese, perchè chi di lei si vale, vada sparlando dell’italico idioma? Non si potrebbe se non scioccamente attribuire a lei questa colpa; perchè la medesima lingua franzese era in se stessa disposta, e pronta a lodar gl’Italiani, purchè a tal fine l’avesse fatta servire il mentovato Censore. Alla volontà dunque di questo scrittore, non alla lingua franzese, per necessità si dee ascrivere il merito di sì francamente dileggiar gli Italiani; e io meriterei d’essere schernito, ove non distinguessi ciò, ch’è proprio della lingua, e ciò, ch’è proprio de’ suoi scrittori. Così non ha già fatto il nostro autore, avendo egli secondo il suo solito nè pur qui distinta la natura della lingua italiana da i vizi, di chi l’usa in iscrivere. In questa rete si va egli sempre più coraggiosamente inviluppando, nè ancor comprende, che l’adornar troppo i versi, e le prose; il cercar solo di piacere; e l’amare i concetti falsi, e le bagattelle, non può dirsi vizio di lingua, ma d’elocuzione, e di buon gusto; e che tal biasimo non cade sopra la favella, ma solo sopra chiunque non sa ben servirsi di lei. Adunque poco ben detto è: che la lingua Italiana è una vanerella, sempre addobbata, sempre imbellettata. Ella, anzi tutte le lingue, servono al genio de gli scrittori, nè da loro stesse giammai pende il portar la sembianza matronale, o pur la contraria, nè il perdersi in mezzo a i fiori, ovvero il servar sempre un’eguaglianza, e una maestà medesima. Può la lingua franzese anch’essa (e ciò talvolta avviene) essere adoperata da scrittori sciocchi, e tuttavia nel tempo stesso ritener la sua bellezza, purchè lo scrittore sappia ben la gramatica, e le belle frasi di quella, nulla nocendo a lei le sciocchezze de’ concetti, o dell’argomento. Si può, dico, usare un linguaggio bellissimo con buone frasi, e parole scelte, e scriver con esso pensieri scipiti. Siccome per lo contrario si possono dettar nobili, naturali, e gravi pensieri in un linguaggio rozzo, grossolano, e infelice, o pure in uno de’ più accreditati linguaggi, ma con parole improprie, con locuzioni stravolte.

Colpa è dunque de gli scrittori il non sapere ben valersi delle Lingue; e questi soli, non l’italica favella, si dovean’accusare dal nostro autore. Può però essere, che veramente intendesse egli di dir così, e di proverbiare gl’ingegni italiani, perchè non sanno scrivere senza troppo adornare, e senza imbellettar sempre le opere loro. Ma parlando anche in questa maniera, ed entrando in una quistione assai diversa da quella, ch’egli avea per le mani, si sarebbe egli di leggieri potuto convincere o di troppa esagerazione, o di poca letteratura, essendo almen certo per testimonio de gli stessi autori franzesi, che dal 1500 insino al 1600 fu l’Italia provveduta di leggiadrissimi, e chiarissimi scrittori. Anzi nel secolo, in cui scriveva il nostro Censore, e di cui solo voglio pur creder’io, che egli parlasse, fiorirono di nobilissimi scrittori in Italia, i quali senza usar belletto felicemente composero nella nostra lingua. Ora dunque come poteva egli dire, che l’opere de gl’ingegni italiani sempre sono imbellettate, e che gl’Italiani amano solamente le frascherie? Che se ciò ragionevolmente da lui non potea dirsi, perchè prima del 1600 e di poi ancora, l’Italia ha partorito scrittori lontanissimi da tal vizio; senza dubbio con molto minor ragione potè egli attribuire alla lingua italiana (che ne’ due secoli passati è sempre stata la medesima) un difetto, che è solamente de gli scrittori, e non di tutti gli scrittori, ma di alcuni, che vissero dopo il 1600. Quando altro non si dica da questo Censore, noi continueremo francamente a chiamar la lingua nostra nobile, maestosa, dolce, ed acconcia a trattar tutti gli argomenti con gloria; nè punto la crederemo quale se l’è figurata l’ingegnosa eloquenza del critico franzese. Che se scorgeremo qualche scrittore Italiano, che sia tuttavia innamorato de’ concetti falsi, delle frascherie; che adorni troppo, ed imbelletti le sue Scritture; e che non abbia insomma il buon gusto: noi compatiremo la sua disgrazia, o pure col critico nostro l’accoglieremo colle risa. Ma non confonderemo giammai la causa di lui con quella dell’Idioma, come disavvedutamente, o a bello studio fa l’autor franzese, il quale prendendo a ragionar del linguaggio, e del parlare, lo crede la stessa cosa coll’elocuzione, e colla sentenza.

Ma ritornerà probabilmente a rimettersi in tuono il Censore, e restituirà con altre parole la fama da lui tolta alla nostra lingua. Perciò ascoltiamo ciò, che seguono a dire i suoi Dialogisti. La lingua (così parla un d’essi) che oggidì s’adopera in Italia, è tanto men simile a quella dell’antica Roma, quanto più si scorge, ch’ella ne è una corruzione [142]. E s’ella in qualche cosa la somiglia, non è tal simiglianza, come quella, che è tra una figliuola, e una madre, ma più tosto come quella, che è fra l’uomo, e le scimie, senza che queste abbiano la qualità, e la natura dell’uomo. Questa ombra di simiglianza è più tosto un difetto, che una perfezione. Sarebbono men deformi, e men ridicole le scimie, s’elle punto non fossero a noi somiglianti. Poteva aggiungere in questo proposito l’erudito Dialogista quel verso d’Ennio, citato da Cicerone nel lib. 1 della Nat. de gli Dei:

Simia quam similis turpissima bestia nobis!

Ma senza perdersi in erudizioni, e senza far gran complimenti, colle parole riferite risponde egli all’altro Dialogista, al quale innocentemente era scappato detto, ch’egli credeva, aver la lingua italiana più della franzese conformità, e simiglianza colla lingua latina. E ben si meritava costui una risposta sì risentita, perchè senza por mente, ch’egli era franzese, avea potuto sospettare, che il suo nativo idioma fosse in qualche pregio superato dall’italiano. Molto più ancora si doveva punire il temerario sospetto del medesimo Dialogista, perch’egli sopra queste due ragioni l’aveva fondato. Cioè si stimava da lui più conforme, e somigliante alla latina l’italica favella, prima perchè questa lingua ha ritenuto la maggior parte delle terminazioni latine: il che detto con tanta esagerazione non può essere se non falso, come ogni persona provveduta d’orecchie può facilmente avvedersene; e secondariamente perchè ella in tutta l’Italia è succeduta alla lingua de gli antichi Romani: il che solo non può punto servire a provar l’opinione da lui conceputa, come ogni buon logico può tosto comprendere in osservando tante altre lingue, che sono succedute alle antiche, e che tuttavia son diversissime da quelle. Perciò avea bene l’uno de’ Dialogisti ragion di confondere con una risposta, anzi che no, alquanto duretta la credenza dell’altro, che non assai fondatamente argomentava in favor della lingua Italiana. Certamente, se avessi potuto, avrei consigliato quest’ultimo a non parlare in tal guisa. Ma s’io non ho potuto impedir la proposta sua, potè bene l’autor de’ dialoghi impedir la risposta di quel Dialogista, e consigliarlo a non rispondere sì aspramente contro alla lingua Italiana. Perciocchè qual ragione poteva egli mai avere di chiamar questa lingua una bertuccia? e d’affaticarsi eziandio per far conoscere (quasichè non fosse ben nota) la sparutezza di questo animale, acciocchè maggiormente comparisse deforme, e ridicolo ciò, che ad esso si paragonava? Due conformità possono avere i moderni italiani con gli antichi latini. L’una per cagion del linguaggio, o sia del parlare; e l’altra per ragion dell’ingegno, della dicitura, o sia del pensare. Può la prima conformità consistere nella dolcezza, nella maestà, nell’armonia, nell’abbondanza delle parole, nelle or terminazioni, nella or lunghezza, e brevità, o nella chiarezza, e nobiltà delle frasi, e in altre simili cose. La seconda conformità può consistere nella leggiadria, e purità dell’elocuzione, nel giudizioso legamento delle cose, nel prudentemente ritrovare, e maneggiare gli argomenti, le ragioni: in una parola in quel, che chiamasi oggidì buon gusto. Ora egli è certo, che della prima conformità, cioè di quella, che è fra i linguaggi, ragionava l’uno de’ Dialogisti, perchè in pruova della sua opinione recò, non molto saggiamente, la simiglianza delle terminazioni fra le parole italiane, e latine. E non s’ingannava egli in credere più conforme l’italico linguaggio al latino, che non è il franzese. Ma l’altro Dialogista, sbrigandosi da tal quistione col chiamar gentilmente la lingua nostra simile alla latina, come son le scimie somiglianti a gli uomini, cioè con darle il titolo di sparutissima, e ridicola lingua; non so con qual connessione mettesi a rispondere intorno all’altra conformità, di cui punto non si parlava, e conchiude: che gl’ingegni franzesi son più, che gl’italiani, simili a gli antichi latini per cagione del buon gusto loro, della lor leggiadria, e dilicatezza in iscrivere. Non è già cosa nuova, che da questi due Dialogisti si confondano insieme le lingue, e gl’ingegni; perchè presso che tutti gli argomenti, co’ quali qui si combatte contra de gl’italiani, s’aggirano su questo continuo equivoco. Egli può bensì parere alquanto strano, che lo scrittore de i dialoghi, uomo sì avvezzo, come egli di se stesso afferma, a conversar con persone gentili, cortesi, e nobili, dalle quali s’apprende non solo il parlar pulito, ma il trattare con umanità; non riprendesse quel suo amico, se non di poco giudizio, perchè rispose sì fuor di proposito, almeno d’inciviltà, avendo egli senza alcuna ragione, o per dir meglio contra tutte le ragioni, sparlato d’una lingua, che finalmente ha qualche merito fra le Lingue moderne. Perchè però io m’avviso che l’Autor Franzese a bello studio adoperasse la simiglianza delle bertucce solamente per far ridere i suoi Lettori, e non per dileggiare gl’Italiani, ancor’io col riso applaudendo al suo piacevol genio, seguiterò a gustare altri suoi pellegrini scherzi.

Noi (sono parole del solito Scrittore) ritenendo le parole Latine, abbiamo abbandonata la terminazion latina, che è rimasa a gli italiani, e spagnuoli. Nel che sono essi, come schiavi, che portano sempre il segno, e la livrea del loro padrone. Ma noi siamo come persone, che godono un’intiera libertà. Avendo noi tolto alla lingua nostra questa sensibile simiglianza, che le sue vicine han col Latino, noi abbiam fatta a noi stessi in certa maniera una lingua, che ha più apparenza d’essere stata formata da un popolo libero, che d’essere nata in servitù. Benchè tanto non paia, pur non è men piacevole dell’altre questa osservazione. Si era finora creduto, che le lingue italiana, franzese, e spagnuola fossero figliuole della latina, perchè queste veramente nacquero da lei, e trassero da lei gran parte delle parole, e delle locuzioni oggidì usate. Lo stesso Censore l’aveva apertamente confessato della franzese, con istimar ciò ancora un bel pregio; e aveva poi soggiunto, che queste tre lingue sono sorelle, benchè non si somiglino fra loro, ed abbiano inclinazioni contrarie; nè potersi precisamente dire, qual fosse di queste tre la primogenita. Ma ecco, io non so come, scuopresi dal medesimo autore, che l’italiana, in vece d’essere Figliuola, è una miserabile schiava della lingua latina. Così con nuova agnizione, e con vago, ed improvviso cambiamento di fortuna va l’autor franzese ricreando i lettori nella giocosa commedia delle lingue, da lui rappresentata. Può ben però essere, che egli venga fatto di muovere altrui a riso, come suol desiderar la commedia, ma non già di farsi credere molto intendente componitor di commedie. Imperciocchè, se pure si volea fingere, qualunque ella sia, questa agnizione, il verisimile, e la ragion richiedea, che l’Italiana più tosto, che la franzese, si ravvisasse figliuola della lingua Latina, essendo manifesto, che l’italiana, oltre all’aver comuni colla franzese i vocaboli latini, ha poscia di più alcune terminazioni latine, ritiene in molti luoghi la trasposizion delle parole, i vocaboli accentati nell’antepenultima, l’armonia, la maestà de’ versi, e de’ periodi, e altre qualità, le quali più lei, che la franzese, possono conoscere nata dalla latina. Richiedeva dunque il Verisimile, che cercandosi di due favelle qual fosse la figliuola, e quale la schiava, quella si credesse figliuola, che ha più dell’altra i lineamenti della madre, come senza dubbio ne ha l’italiana. Oltre a ciò non si sa egli, che la nostra lingua è l’erede più prossima, e naturale della latina, regnando essa in quella medesima provincia, in quello stesso trono, in cui fiorì la madre? Perchè dunque avrà questa da assomigliarsi a gli schiavi, e credere in vece di lei la franzese vera figliuola, che di gran lunga meno dell’italiana somiglia la madre latina? Ma comechè io con più ragione potessi conchiudere, che la lingua franzese in paragon della nostra sia una schiava della latina, pure io so, che da’ saggi franzesi non mi si comporterebbe, ch’io tale appellassi la lingua loro. E non avrebbero il torto. Perchè sapendosi da ognuno, che la favella franzese è veramente nata dalla latina, troppo errerebbe chi cercasse di torle tal gloria, e di spacciarla per una schiava, col solamente dimostrare, ch’essa men dell’italiana si assomiglia alla madre. Ciò posto, come sarà poi da lodarsi, chi afferma, che la lingua italiana è schiava, non figliuola della latina, toccandosi con mano, che anch’ella da lei nacque, e che ancor più della franzese ne ritien le fattezze? Se queste due lingue reputano lor pregio il serbar tante parole, e frasi latine; perchè dee poi contarsi per vituperio dell’Italiana il conservare ancora alcune terminazioni latine? Han forse il privilegio d’esser belle, e leggiadre le parole, tuttochè prese dal linguaggio latino, perchè il franzese le adopera? e per lo contrario han forse la disgrazia d’essere deformi le terminazioni, benchè prese dal Latino, perchè le usa, non la lingua franzese, ma la sola italiana? Senza che, vergognavasi forse la lingua latina, ed era ella forse una schiava della greca, perchè per parere ancora del nostro Censore non solamente nacque da lei, ma ritenne ancora non poche terminazioni della stessa sua madre? E sto a vedere, che l’italica in avvenire anteporrà alla sua lingua Comune il dialetto lombardo, perchè questo avvicinandosi assaissimo alle terminazioni franzesi, e allontanandosi dalle latine, risparmierà a noi altri il disonore d’essere, o parere schiavi de’ Latini, già tanto tempo fa privati del governo del mondo.

Io nel vero, se il critico nostro fosse egli autore di sì fatti argomenti contro alla lingua italiana, vorrei condolermene con esso lui. Ma mi sono io finalmente avveduto, ch’egli non è il colpevole, ma bensì que’ due suoi Dialogisti, i quali, siccome giovani, probabilmente non erano peranche provveduti di gran senno, e di lunga vista; e l’autore volle rappresentargli quali erano, non quali potevano, o dovevano essere. O pur costoro vollero più tosto fare in un dialogo un panegirico, che tessere un’istoria filosofica delle lingue moderne. Perciò può loro comportarsi il dire in altri luoghi: Che la lingua franzese ha qualche cosa di singolare, e di straordinario, che la dee preservar dalla corruzione, alla quale son suggette le altre lingue. Essersi guasta, e corrotta la lingua latina per cagione del gran concorso a Roma delle nazioni barbare, o straniere, e dell’inondazion de’ Goti, o de gli altri popoli settentrionali in Italia. Ma non doversi temere dalla lingua franzese una tal disavventura; perchè l’affetto, che tutti gli altri popoli portano ad essa, ci può assicurare, ch’eglino punto non la guasteranno. E la sperienza ci fa vedere, che le differenti Nazioni, le quali da tutte le parti giungono a Parigi, vogliono più tosto dimenticare la lor lingua naturale, che corrompere la nostra. Le quali cose con altre, che seguono, se fossero state dette fuori d’un panegirico, e a sangue freddo, non so come potessero mantenersi vere alle pruove. È però vero, che qualche cosa di più fu detta da un altro autor franzese, il quale nell’anno 1688 stampò in Parigi un libro così intitolato: Nouvelles observations, ou Guerre Civile des François sur la Langue. Ancorchè nè pur questo autore goda il privilegio de gli oratori, tuttavia dice egli, che la lingua franzese o per un certo destino, o pure per cagion del suo merito ha ottenuto una monarchia universale non solamente sopra tutte l’altre lingue, ma ancor sopra tutte le altre Nazioni. Ciò, ch’egli soggiunge appresso, da me volentieri si tace, perchè so, che non dee pur piacere alla prudenza, e modestia de gli altri letterati di Francia. Seguitiam dunque ad accennare qualche altra osservazione de i due discepoli del nostro Censore. Aggiungono essi: che i Persiani studiano il linguaggio franzese con un ardore incredibile ec. Che se questa non è ancor la lingua di tutti i popoli del mondo, ella però merita d’esserlo ec. Ch’ella è così armonica, o numerosa, come le lingue antiche ec. Che nulla v’è di più dilettevole a gli orecchi dell’E muta di cui son prive tutte l’altre lingue, e in cui è terminata la maggior parte delle voci franzesi ec. Che le piacevolezze, e i disordini della lingua Franzese sono per dir così come quelli de gli uomini savi, che giammai non dimenticano se stessi, nè operano contro al decoro, qualunque libertà essi prendano. Nelle nostre bagattelle, nelle nostre follie ingegnose, e in tutto il giocoso, che nobiltà, che grandezza, che giudizio non si scorge? Certamente, per dire un sol motto sopra questa ultima osservazione, io conosco de’ franzesi, i quali di fatto hanno la gloria d’essere giudiziosissimi ancor nel giocoso, e nelle bagattelle; ma io all’ingegno, e giudizio particolare di loro stessi, non alla lingua da loro usata, attribuisco un tal pregio. Poichè altresì m’immagino, che ve n’abbia de gli altri, a i quali anche nel ragionar serio scappino disavvedutamente di bocca ridicole inezie; e pure si servono anch’essi della lingua franzese. Ommetto poscia alcune altre somiglianti forme di parlare, le quali si vogliono sofferire in un panegirico, e in bocca di persone giovani, quantunque non contengano molta verità. Solamente però mi sia lecito di dire, che quando anche fosse vero tutto ciò, che da loro si rapporta o in commendazione dell’idioma franzese, o in biasimo de gli altri, tuttavia l’urbanità richiedea, che con maggior modestia, e cortesia si parlasse di tutti gli altri popoli, da’ quali (secondochè affermano que’ due Dialogisti) si porta sì grande affezione alla lingua, e Nazion franzese. Ma quanto più dovea servarsi questa discrezione, ora che, s’io mal non m’appongo, appare, che nè tante lodi proprie, nè tanti biasimi d’altrui sono fondati sul vero? Potevano eglino a lor senno esaltar la propria lingua, e descrivere il genio, e le virtù non solamente di lei, ma de gli Ingegni, che spezialmente ne’ due secoli prossimi passati ha la Francia prodotti, e saranno senza dubbio l’ammirazione di tutti i secoli avvenire. Noi liberalmente avremmo potuto o credere, o far vista di credere tutto; avvegnachè da loro la lingua, e gl’ingegni franzesi fossero stati descritti, come Ciro da Senofonte, cioè non come sono tutti, ma quali dovrebbono essere tutti. Ciò parve poca gloria della lor Nazione a que’ giovani Dialogisti. Vollero eziandio dileggiar gl’ingegni, e gl’idiomi stranieri; affinchè maggiormente comparisse la propria ricchezza, e maestà, in faccia all’altrui povertà, e bassezza.

Io per me non oserei giammai schernire, e vilipendere i Franzesi, o sia per la loro lingua, o sia per gl’ingegni loro; perchè crederei di non potere agevolmente giudicar della prima, e di non dover condannare senza distinzione i secondi. E pur’egli può parere, che la lingua franzese in paragon dell’Italiana sia alquanto povera di vocaboli, e locuzioni [143]. Il che parimente sembrò certissimo a un di quegli autori franzesi, di cui abbiam fatta menzione di sopra, e che fu riferito nel Tomo 7 della Biblot. Univers. l’anno 1687 dove si possono leggere le pruove di questo. Può parere altresì, che quella lingua abbia appetto alla nostra minore armonia, e minor maestà; che sia difetto in essa quel non potere allontanarsi dall’ordine naturale; quel tutto giorno ricevere sensibili cangiamenti; quell’avere la maggior parte delle sue voci di una sillaba sola, o di due, se vuole attendersi la loro pronunziazione; quello in certa maniera non usare, in pronunziando, che un solo accento, il qual sempre si posa nell’ultima sillaba pronunziata (perchè le Rime femminine, cioè le parole terminate nell’E muta, benchè paiano aver l’accento nella penultima, pure non profferendosi quell’E, propriamente si possono dire anch’esse accentate nell’ultima sillaba); e finalmente non meritar lode quell’essere priva di parole brevi, o sdrucciole, con cui i Greci, i Latini, e gl’Italiani variano cotanto, e rendono sì armoniosi i loro ragionamenti. Per altra parte è certo, che i pìù dotti nella favella franzese son fra loro continuamente discordi, approvandosi da gli uni, condannandosi da gli altri moltissime voci, e locuzioni praticate dal volgo, o adoperate da gli Scrittori. Per tal cagione l’autore delle Nuove Osservazioni dianzi da noi mentovato intitolò il suo Libro Guerra Civile de’ Franzesi; e poscia derise i tre più gravi maestri di quella lingua il Vaugelas, il Menagio, e il P. Bouhours, paragonandoli a i tre inesorabili Giudici dell’Inferno, Eaco, Radamanto, e Minos. Noi sappiamo ancora, che sono ben parecchi i libri pubblicati da’ Franzesi contra il Vocabolario della loro Accademia, e contra quello del Sig. Furetiere; laonde non sa intendersi, come sia sì perfetta quella lingua [144], di cui non è ancor certo il sistema, e che qualche Scrittore si crede oggidì via più impoverita di vocaboli, ch’ella si fosse ne’ tempi addietro. Oltre a ciò è noto, che alcuni Franzesi, e infin lo stesso Censore, confessano sinceramente, non poter la loro lingua alzarsi alla maestà, e fortuna dell’Epico Poema; anzi il Malerbe Autore sì stimato in Franzia diceva: che la poesia Franzese (per difetto, come io m’immagino, della lingua) non era propria che a far delle Canzonette popolari; que la Poësie Françoise n’ètoit propre que pour des chansons, et des Vaudevilles. Così afferma l’Ab. Menagio nelle Annotazioni da lui fatte all’Opere dello stesso Malerbe.

Contuttociò, e con altre cose, che potrebbono considerarsi, e ch’io voglio tralasciare, torno a dire, che non mi porrei a condannare con universali sentenze o la lingua, o gli scrittori della Francia, e molto meno a dileggiarli [145]. Amo, e stimo la prima che ci ha dato tante belle Opere, e che da me si crede capace di cose maggiori; distinguo poscia i secondi in buoni, e cattivi, siccome si dee fare eziandio in Italia, augurando a i cattivi migliore intelletto, e rallegrandomi co’ buoni per la lor fortuna, e virtù. Molto però più amo, e venero la Nazion Franzese, perchè universalmente lo Idioma Italiano è amato, ed apprezzato in Francia. Nè si fanno già scrupolo que’ valentuomini di confessar l’obbligazione, che ha la lor lingua alla nostra; e un certo Autore, che pubblicò l’anno 1673 un Libro intitolato: De la connoissance des bons Livres, nel cap. 4 ove tratta della maniera di ben parlare, e scrivere nella lingua Franzese, favella in tal guisa: Dappoichè gl’Italiani furono ricevuti in Francia sotto i Re Carlo VIII Lodovico XII Francesco I e Arrigo II essi fecero cangiar la lingua Franzese più d’un terzo. Truovasi pure stampato l’anno 1583 un libro, il cui titolo è questo: Deux Dialogues du nouveau Langage François Italianizè, ou autrement dèguisè entre les Courtisans du temps. Quivi l’autore, cioè il famoso Arrigo Stefano, pretende di mostrare che quasi tutto il linguaggio franzese s’è formato con quel d’Italia, non solamente per le parole toltene di peso, ma per aver tutte l’altre da gl’Italiani ricevuto addolcimento, o qualche nuova pronunziazione. Quanto poi sia da’ Franzesi oggidì stimata la lingua nostra, può scorgersi dalle opere italiane composte da due valorosi scrittori di quella Nazione. Uno di essi è il soprammentovato Ab. Menagio, Accademico della Crusca, autore delle Origini della lingua Italiana, e d’altre gentilissime prose, e ancor di molti versi nel medesimo nostro linguaggio. L’altro è il Chiarissimo Ab. Regnier Desmarais, che con leggiadria maravigliosa ha tradotto in versi italiani le Poesie d’Anacreonte. Dice questo autore nella prefazione al detto suo libro: Non è però, che quel ch’io ho fatto così a caso, non l’avessi anche fatto per elezione, e a bello studio, ogni volta che deliberatamente mi fossi dato a tradurre Anacreonte in Volgar lingua, sì per l’abbondanza, forza, brevità, e sonorità della Toscana, non inferiore forse in questo alla Greca, come per la corrispondenza, e conformità de’ metri fra l’una, e l’altra. Con somiglianti sentimenti parlano gli altri più saggi franzesi in lode della nostra lingua, ben sapendo, che ancor l’Italia loro corrisponde, con amare, e commendare la lingua franzese. M’immagino io perciò, che a lor muova la collera, siccome a noi muove il riso, quell’udire alcuni, i quali avvisandosi di apportar gran nome alla lor nazione, e favella, disavvedutamente le tirano addosso l’odio altrui, perchè non sanno lodarla senza mille esagerazioni, o senza offendere la gloria de’ vicini, e insieme la verità medesima. Per altro può essere, che l’Italia non conosca oggidì abbastanza e la propria infelicità, e l’altrui fortuna; pure ella non sa credere ciò che uscì di bocca a que’ due Dialogisti in un altro luogo. Potrebbe dirsi (così favellano essi) che tutto l’ingegno, e tutta la scienza del mondo è oggidì ristretta tra i franzesi; e che tutti gli altri popoli son barbari in lor comparazione. Egli non è una prerogativa, e un merito in Francia l’aver’ingegno, e giudizio; perchè tutti i Franzesi ne hanno. Fra loro non c’è persona, la quale, purchè abbia avuto un poco d’educazione, non parli bene, non iscriva con leggiadria. Il numero de’ buoni Autori, e de’ componitori di belle cose è Infinito in Francia ec. Così parlano due Franzesi, ma senza la modestia, e la prudenza de’ veri Franzesi. Questi due pregi probabilmente non si sarebbono desiderati in chi gl’introduce a parlare, s’egli in età più matura avesse preso a comporre quel dialogo, e a trattar questo argomento. Intanto però non dovrà dispiacere ad alcuno conoscente de i diritti della natura e della Giustizia, che io abbia in qualche guisa difeso la lingua Italiana dalle animose censure altrui, e ch’io persuada a gl’Ingegni della nostra Nazione il difenderla ancor meglio di me, non con altro, che colla bellezza e perfezione de’ loro libri. 826

CAPITOLO ULTIMO

Epilogo dell’Opera, e perfezione del Buon gusto poetico

Raccogliendo finalmente le vele, sia bene disaminar le merci, che per avventura abbiamo raccolte nella nostra navigazione. Il perfetto buon gusto poetico è quello, che conosce, e gusta, e molto più quello, che sa mettere in opera tutto il bello, e tutte le perfezioni della poesia. Ora le perfezioni, e il Bello della poesia possono in due maniere considerarsi, ponendo mente, alle due differenti vedute di quest’arte. Imperocchè o si riguarda la poetica per se stessa, e come arte fabbricante: e allora consiste la sua perfezione in porger diletto alle genti. O si contempla come arte subordinata alla politica, e filosofia  morale: e allora è riposta l’eccellenza sua nel recare ancora utilità a gli uomini. Perchè poi l’arte de’ poeti non lascia mai d’essere suggetta alla mentovata filosofia, e politica, per questo il bello, e la perfezion maggiore della poesia consisterà tanto nel generar diletto, quanto nell’essere d’utilità a i cittadini. O per lo meno dovrà questo diletto, figliuolo della poesia, non essere pernizioso alla Repubblica. Si apporterà profitto da’ poemi, quando per mezzo d’essi acconciamente, e fortemente s’instilli, e si imprima nel cuore de gli uomini l’amor delle virtù, l’odio de’ vizi. Il che si esequisce o con vivamente dipingere gli altrui costumi buoni, o rei; o col rappresentar favole, fatti, ed imprese d’uomini viziosi, e virtuosi, con sentimenti sì dicevoli, e con tai colori, che si conducano, come per occulta virtù, e con una spinta segreta, le genti a volere, o ad abborrire ciò, che si dee seguire, o fuggire nella vita civile, regolata dalla diritta ragione. Che se talvolta vorremo permettere a’ poeti il recar solamente diletto, richiederà la perfezione poetica, che questa dilettazione sia sana, e lungi dal pericolo d’avvelenare gli animi altrui. Per la qual cosa chiamiamo imperfettissima quella poesia, che rappresenterà dolci i vizi, deriderà le virtù, ed insegnerà, non che farà piacere al popolo, i dannosi, malvagi, e disonesti affetti.

Appresso consistendo la perfezione della poesia considerata in se stessa nel risvegliar diletto, gli sforzi tutti del poetico magisterio si debbono indirizzare a questo bersaglio. Ma l’intelletto dell’uomo non può provar diletto, fuorchè dal vero, ch’è il suo pascolo saporito. L’unica via adunque di dilettare ne’ poemi seri si è quella del dipingere, e di tutte le cose contenute nel vastissimo seno de i tre mondi, e regni della natura. Questo vero poscia o effettivamente sia, o sia avvenuto, ovvero sia potuto, o dovuto essere, o avvenire, ha forza di piacere all’intelletto nostro, contentandosi questa potenza del solo probabile, possibile, credibile, e verisimile, il quale non è falso, ed è compreso dentro alla circonferenza del vero. Ma non ogni vero è capace di dilettar l’intelletto, siccome non ogni oggetto sensibile è atto a dilettare il senso; e questo diletto nasce, non dal vero, perchè naturalmente ogni vero può, o dee piacere, ma bensì da una svogliatezza, e da una lodevole ambizione dell’animo nostro, il quale con piacere non abbraccia le verità comunali, triviali, e già da lui conosciute. Adunque resta, che gli avvenimenti, costumi, e sentimenti, anzi qualunque cosa si vuol dipingere in versi, debbiano portar con seco novità, e maraviglia: essendo allora certissimo, che produrran diletto. Perocchè per isperienza sappiamo, rallegrarsi l’intelletto nostro, ove egli impari; ed egli sempre impara, qualor conosce verità, ed oggetti nuovi, e maravigliosi.

Ora in due maniere può il vero contener novità, e svegliare stupore; cioè o per cagion della materia, o per aiuto dell’artifizio. Se le cose dipinte dal poeta saranno per se stesse nuove, e mirabili, diremo, che dalla materia nasce lo stupore, e per conseguente il diletto. Per contrario se le verità, e cose rappresentate dal poeta saran plebee, triviali, e notissime; e contuttociò egli le esprime con tal vivezza, forza, e ornamento, che rapisca: allora dall’artifizio procederà la maraviglia, la novità, la virtù del dilettarci. Posto ciò, sia primieramente cura particolar de’ poeti lo scoprir tutto quel nuovo, e mirabile, che può trovarsi nella materia, col rappresentar le cose, più tosto come doveano, o poteano essere, e accadere, che come sono, o di fatto accaddero, contenendosi sempre mai dentro i confini del verisimile, cioè del vero universale, e guardandosi dal contrariare sfacciatamente alla natura, alla storia, e alla volgar credenza. Secondariamente per dar novità alle cose, e alle verità, che ne son bisognose, userà egli tutte le forze dell’artifizio poetico, il quale doppiamente può dar loro questo sì prezioso colore. O con tale energia, ed evidenza ci fa egli veder dipinte le cose, che quantunque sieno queste comunali, e note, pure infinitamente piacciono per la vivezza della dipintura. O pure si vestono dall’artifizio i sentimenti , e le azioni con un sì pellegrino, e vago ammanto, che ci appaiono piene di novità: il che si compie dall’acutezza dell’Ingegno, che con brevi, o leggiadri, o piccanti, e spiritosi concetti esprime le cose; ovvero dalla fecondità, e da i capricciosi e bei deliri della fantasia, la quale con traslazioni, allegorie, parabole, e altre immagini, o invenzioni di maggior mole, dà un’aria nuova, e inaspettata a gli oggetti, ch’erano incapaci di cagionar movimento ne gli animi nostri.

All’ingegno pertanto, e alla fantasia appartiene come il ritrovare materia nuova, e mirabile, così il farla divenir tale per mezzo dell’artifizio. Un vasto, ed acuto Ingegno, una chiara, veloce, e feconda fantasia son quelle due potenze, che collegate insieme, per varie, e differenti strade ci guidano a far mirabili i nostri poemi, e ad incantare co’ lor trovati l’animo de gli ascoltanti, e lettori. Felice quel poeta, che dalla natura ne fu con parzialità provveduto. Ma di gran lunga più felice, chi ad un grande, e filosofico ingegno, e ad una fertile, e vivace immaginazione congiunto avrà un dilicatissimo, e purgatissimo giudizio. La lega di queste tre potenze è quella, ch’è necessaria per formare il perfettissimo poeta; servendo le due prime per trovare, e dipingere il nuovo, e il maraviglioso ne’ versi, e l’altra assistendo come capo a quelle due braccia. Possono di leggieri e l’ingegno, e la fantasia traboccare, col passare, o per empito soverchio, o per debolezza oltra gli estremi del bello poetico, cioè traendo ridicole gemme dalla miniera del falso, o col cadere ne’ deformi vizi dell’affettazione, e della siccità. Porge loro prontamente soccorso il giudizio, il quale misurando colle leggi del decoro, e coll’attenta osservazione del verisimile, e della natura, quel che si conviene a gli argomenti, non permette all’altre due potenze l’eccedere, e il mancar tra via. Che se finalmente il massiccio della poesia, consistente nel buon’uso delle mentovate Potenze, sarà accompagnato da quell’esteriore bensì, ma lodevolissimo ornamento delle forme di dire, e delle parole della più purgata lingua, in cui si scrivono i versi, allora noi avremo il non più oltre della poesia. A questa compiuta perfezione ha da tendere, chiunque vuol conseguire per mezzo delle Muse l’immortalità del nome. E vi potrà pervenire colui, che oltre alla naturale abilità per divenir gran poeta userà l’attenta lettura de’ migliori poeti, e de’ maestri della poetica, studierà l’arte, e le scienze, avrà buon fondo della vera filosofia, e perfettamente gusterà le regole del buon gusto [146] di cui in parte e abbastanza s’è finqui ragionato.

FINE DEL LIBRO TERZO

Note

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[1] Del pari con Omero si debbono condannar tutti coloro ec. Insigne sopra questo particolare, e degno di qualche riflessione è un passo di Salustio filosofo Cinico, messo fuori da Leone Allacci, del libro intitolato περὶ θεῶν ϰαὶ ϰοσμου al cap. 3 in fine. A’λλὰ δια τί μοιχἐιας ϰαὶ ϰλοτας; ec. Cioè: Or perchè gli adulterii, i furti, le prigionie de’ genitori, dissero nelle favole, con tutta l’altra stranezza e stravaganza? Certamente è ciò da maravigliarsi: affinchè per la stravaganza e sciocchezza apparente, tosto l’animo le narrazioni stimi cortine e velami, e il vero pensi essere arcana cosa ed ascosa. Eraclide Pontico nel dot tissimo libro delle Allegorie d’Omero, dice che Omero, come un pittore delle passioni umane, allegoricamente gli umani accidenti mette in nome di Dii. πατῶν οἷως ἀντρωπίνῶν ὥσπερῖ ζὼγράϕος Ομηρός εσιν. αλληγοριϰῶς τόσυμβαινον ἡμὶν θεῶν περὶϑεὶς ονομασιν. E altrove: τίς οἰω ὀυτω μέμῃνεν ec. Cioè: chi adunque è così pazzo, che introduca gli Dei a combattere tra di loro? Omero fisicamente queste cose per via di allegoria teologizzando. Per lo contrario per mostrare lo scandolo e ’l malvagio esempio che poteano partorire le favole disoneste, si potrebbe portare quel giovane di Terenzio, importato da S. Agostino nelle Confessioni. che nel guardare una pittura di Giove adultero, si stimolava a simile eccesso con dire; Quel che fanno gli Dei, io omiciattolo non farò?

[2] Che l’anima loro sia rapita dal furore: Platone nel Fedro, trattando dei furori: πρίτη δέ ατό Μυτῶν. Cioè: Il terzo, invasamento delle Muse e furore, prendendo tenera ed accessibile anima (io leggo ἕυβατον. L’α e l’ευ, cioè l’α e l’εν ne’ Mss. si scambiano) svegliando e infuriando, sì nelle Ode, come nell’altre sorte di poesia, infinite gesta degli antichi ornando, i posteri ammaestra. Ma chi senza furore alle poetiche porte delle Muse perviene, persuaso di potere a sufficienza per arte divenir poeta, ed egli si rimane imperfetto, e la poesia del savio da quella dei deliranti viene oscurata, e in faccia di quella sparisce e dileguasi.

[3] Un poeta irritato è una gran bestia: Fu detto: genus irritabile Vatum. Del non istuzzicare i poeti, perciocché a lodare e a biasimare sono fierissimi. Platone nel Minos, ovvero della Legge, verso la fine.

[4] Contral a protestazione: Tutti gli esempi che adduce d’antichi il P. Bartoldi contro coll’accusativo, sono falsi; perciocché egli gli ha cavati dalle stampe, e stampe cattive de’ nostri autori toscani. E i testi a penna de’ quali in Firenze ha gran copia, dicono altrimenti; cioè contro a, ovvero contra. E così il povero Padre s’inganna; e chiunque prenderà a scriver regole di questa nostra volgar lingua, come non è fornito di manoscritti. Nel Convivio di Dante si troierà lui nel retto; e il manoscritto dice egli. Nulla cosa per niuna cosa. E perchè a chi soprantese alla stampa quel nulla addiettivo non piaceva, lo cambiò sempre in alcuno, dicendo alcuna cosa; e poi non si avvide di mettere un non; e così riformando nullo in alcuno, fece dire per tutto, tutto il contrario. Non lo può dire, se non chi ha trangugiato la dura fatica del confrontare, che miseria sia questa. Il nullo questo correttore o corruttore non lo volle a nulla, e lo trasfigurò sempre in alcuno, senza porci la necessaria particella negativa, perchè equivalesse al nullo. O va, fidati delle stampe.

[5] Non occorre mendicare esempi del pentimento che ebbe il Petrarca, del suo amore, dalle Rime, quando ne fece il pover’uomo un libro a posta, intitolato Secretum, ove se ne confessa pubblicamente; e S. Agostino quivi, come una persona del dialogo, introdotto, lo confessa e lo disinganna.

[6] Per questo vien proverbiato da alcuni Tullio; ma s’egli poetò, poetò per suo spasso; e per gli suoi tempi non son tanto cattivi versi quegli, quanto uom gli fa. Ma la sua prosa gli ha buttati in terra. Così è avvenuto al nostro Boccaccio; che i suoi versi non son nè pure degnati d’una misera occhiata. E non dico il Ninfale Fiesolano, ch’ ei fece da giovane, ma il Filostrato e la Teseide non son poemi così dispregevoli, se non altro, per la proprietà maravigliosa e pel fatto della lingua, che a razzolargli se ne cavano tesori: che poi finalmente egli è il medesimo Boccaccio. Ma questo fare che hanno gli uomini, di approvare questa cosa, riprovare quell’altra, per l’ambizione che ognuno ha di saper giudicare, fa che rimangano indietro molte cose, e si perdano, dalle quali si potrebbe trarre non ordinario profitto. Così è avvenuto degli antichi poeti e scrittori latini, i frammenti, de’ quali son preziosi, e veggiamo quanto servano a illustrare la lingua più di quel che facciano talora i più puliti e i più eloquenti, che hanno dato cagione che quegli altri si dimentichino. De’ versi di Cicerone parla il gravissimo scrittore Plutarco nella Vita del medesimo: γενόμενος δ᾿ὄσπερ ὁ Πλατων con quel che segue. E però Cicerone a’ suoi tempi, per testimonianza di Plutarco uomo di giudizio giustissimo, che ne dovea avere documenti maggiori che non n’abbiam noi, era non solo oratore, ma ottimo poeta riputato, finchè la gloria di molti felici spiriti in poesia, che vennero appresso, fece sparire quella di Cicerone in tal facoltà. Cicerone si sentiva da fanciullo portato, siccome all’altre belle cose, così alla poesia: perchè non seguire quel bell’impeto? Cresciuto, perchè non in qualche maniera fomentarlo, e per sollievo di se medesimo, e per acquistare e conservarsi lo spirito e la bizzarria per la prosa? Ma la natura umana invidiosa, veggendo uno eccellente in una cosa, non gli vuol concedere nè pure un tantino nell’altra, e vuol consolare la pena che sente nel dare il primato in quella, coll’abbassarlo del tutto in questa, e farlo privo di giudizio, come se fosse in nostra elezione rattenere gl’impeti poetici che talora ci vengono. Orazio bene consiglia a non si mettere, se uno non vi ha naturale inclinazione, nè disposizione, o a non imprendere poema, se uno non ha pesato ben bene le sue forze, se ha caro di fare cosa che viva. Ma non esclude che un pover’uomo per suo divertimento sentendosi spinto a poetare, e per esercitazion sua, come fece Cicerone, nol possa e nol debba fare. Se ben si riguarda, i versi della traduzion d’Arato non son dispregevoli.

[7] Quando si dice che uno fu inventore d’una tal facoltà, non si vuol dire che innanzi a lui non fossero artefici di quella professione. Ma perchè quegli accese un nuovo lume in quell’arte, talché fece sparire tutti quelli che erano stati innanzi a lui, si dice inventore. A alcuni Italiani ha generato invidia il dirsi da’ Fiorentini Giotto inventore della pittura; e così i Bolognesi, e altri hanno mostrato avere avuto ancor essi in quei tempi, e innanzi ancora, pittori. E de’ Fiorentini medesimi vi ha avuto chi ha mostrato pittori di questa stessa città innanzi a Giotto, credendo così di atterrare questa fama. Ma mi si mostri, chi in quei tempi avesse il grido che ebbe Giotto, celebrato, se non altro, negli scritti immortali de’ tre primi toscani maestri, Dante, Petrarca e Boccaccio; e chi fosse chiamato per tutto, e adoperato, come egli? Certo niuno mi si mostrerà. Adunque egli è stimato l’inventore della pittura, cioè il ristoratore primo della medesima. Del resto, mentre ci è stata la religione, che è connaturale cosa all’uomo, sempre si è dipinto e sempre si sono fatte immagini. Così sempre si è cantato e rappresentato poesie drammatiche col canto. La Favola d’Orfeo del Poliziano fu accompagnata da strumenti. Le rappresentazioni spirituali, che in gran copia nell’antico si facevano in versi, non può fare che fossero prive di canto adatto e di suono. Ma il mettere ornate favole, come l’Euridice, in nuovo stile di vaga musica, allora fu cosa nuova. E perciocché forse, come è credibile, quella favola, così cantata, dovette avere il primo grido, quantunque ve ne potesse essere alcun’altra, o innanzi., o in quel tempo, in sì fatto modo cantata: si potè dire, essere ella stata la prima che si recitasse, come allora dicevano, cantando. E ciò dalla fama della favola, o dalla nuova maniera di mettere in musica, potè nascere. E non è maraviglia che nello stesso tempo, o in quel torno, in varii luoghi la stessa invenzione, senza sapere un dell’altro, possa essere stata messa in opera, e che ad ambe le città e di Modona e di Firenze si debba lo stesso pregio. Forse le commedie che il Vecchi compose in musica, servirono per l’Arciduca e per l’Imperatore; e non si recitarono qua in Italia, comunque sia, è una bella memoria, ed è stato bene farla comune. Iacopo Peri, pare a me che mettesse in musica l’Euridice del Rinuccini, e che si recitasse in casa di Iacopo Corsi gentiluomo amicissimo del Chiabrera, e che almanco in Firenze fosse la prima che si recitasse tutta in musica.

[8] drammi: Sarebbe, secondo la sua origine greca, a dire con una M sola; ma secondo l’uso toscano diciam drammi. Così Bartolommeo, Matematico, Pittagora, Strattagemma, dicesi in toscano, raddoppiando la lettera; e, per dirla all’ebraica, daghessandola.

[9] Per esser forse, come io credo, lavorata con maggior contrappunto, che non fu l’antica: Se s’intende dell’antica, de’ tempi bassi, dal rinnovamento, che ne fece Guido monaco aretino, lo concedo. Se si intende dell’antica, che fiorì nelll’antica Grecia, ove tutti i galantuomini studiavano musica e sapeano di musica, talché  fu messo a vergogna a Temistocle, cittadino insigne in Atene, il non saper sonare (che perciò fu riputato mal pulito ed ignorante ) il niego. Se si potessero sentire le loro musiche, come si mirano e s’ammirano oggi le loro statue, chiunque porta diversa opinione, io mi penso che si ricrederebbe. Solamente il genere enarmonico fa vedere la sottigliezza degl’ingegni greci nella musica, nello sminuzzare il tuono o voce in quattro parti: che però per la sua difficoltà e studio era fino appresso agli antichi andato in disuso, come testifica Plutarco nel libro della Musica, ed è stato richiamato a’ tempi nostri dal già Francesco Nigitti celebre musico fiorentino, ed organista del nostro Duomo, che inventò, e costrusse un cembalo, o strumento di tasti, a quattro ordini o palchi, detto da lui strumento omnisono, ove ogni tuono è diviso in quattro particelle, ed è tenuto in casa, e sonato dal suo degno discepolo e successore e sacerdote fiorentino Giovam-Maria Casini, cappellano della serenissima principessa di Toscana, Violante Beatrice di Baviera. Gli scritti degli antichi, la moltiplicata degli strumenti di corde e di fiato, l’esercizio e studio di questa arte appresso loro riputatissima, i premi e gli onori che la nutrivano, e tutte quelle ragioni addotte da GiovamBattista Doni gentiluomo fiorentino nel suo aureo e elegantissimo trattato de Praestantia veteris musicae, che quivi si posson vedere, fanno che si possa francamente opinare sopra di questo. I cori degli antichi si poteano per avventura dire più semplici e manco artifiziosi dei nostri; poiché non erano in concerto, nè in contrappunto, ma tutti cantavano insieme sulla stessa nota: il che era però più naturale e più verisimile, come si fa oggi da noi nel canto fermo. Ma questa semplicità era compensata da altre finezze che non abbiam noi. Questa musica odierna viene da’ tempi barbari, e fu prima del mille, o in circa, rappiastrata sull’antico da quel Guido d’Arezzo soprannominato.

[10] Cantare dittongato: In oltre, quel dare a una sillaba tanti tempi, quanti ne portano le tante note che vanno strascinando un passaggio, laddove gli antichi, conformandosi colla Metrica, gliele davano due, se era lunga; se breve, uno (cosa considerata come enormissima dal Doni nel sopraccitato libro) fa che uno mal prenda tutta la parola, e in que’ trilli o gruppi e passaggi smarrito e confuso, perda di traccia le parole, e così travii dall’intelligenza.

[11] Se non si avesse davanti gli occhi stampato ciò che si canta: Qui mi verrebbe in acconcio di dire, che siccome rozza e imperfetta era quella pittura negli antichissimi tempi, ne’ quali, per testimonio d’Eliano, facea di mestieri di scrivere sotto alle figure: questo è un cane, questo un cavallo: così imperfetta fosse quella recitazione che per essere intesa, avesse bisogno d’esser letta.

[12] Purché abbiano belle ed armoniose. parole: Avrei aggiunto la ragione; cioè: Che quel che fa bene per la poesia, come l’aspro talora e l’austero, per ingrandire lo stile, o per accomodarsi al soggetto che si ha tra mano, riesce scomodissimo per la musica, che è tutta dolce, smaccata e cascante di vezzi.

[13] Ripetendo più volte ec.: Se la repetizion musica si contenesse dentro i termini naturali, com’è si contiene la repetizione poetica e rettorica, che non passa le due ordinariamente, e al più al più arriva fino alle tre volte, come S. Pietro presso Dante nel Paradiso al canto xxvii:

Quegli che usurpa in terra il luogo mio,

Il luogo mio, il luogo mio, che vaca

Nella presenza del Figliuol d’Iddio :

e Cicerone scrivendo a Quinto: Mi frater, mi frater, mi frater: pur pure, uno ci potrebbe stare. Ma quel variare così vocem prodigaliter unam, è cosa troppo sconcertata e fuori del naturale. La gratia usata oltre al convenevole, diventa disgrazia.

[14] Chi canta con tanto riposo ec.: Persio nella satira 1, come ho notato di sopra :

.   .   .   .   .  Cantas, quum te fracta in trabe pictum

Exportes numero?     .     .     .   porti il voto e canti?

E quivi sopra :   .    .    .    Cantet si naufragus assem

Protulerim?  .    .    .    .   e se scappato

Un dal naufragio canti, io trarrò fuore

Misera crazia .   .   .   .

[15] Con una mollissima e femminile: S. Cipriano nel lib. II delle Pistole, epist. I, trattando dell’abuso de’ teatri: Evirantur mares; omnis honor et vigor sexus enervati corporis dedecore emollitur: plusque illic placet, quisquis virum in feminam magis fregerit.

[16] Quantunque sia, la musica una soavissima cosa ec. che presto generano sazietà: Ciò mi fa ricordare d’un piacevole passo d’Aristofane nel Pluto, ove Cremilo vecchio e Clarione, che noi diremmo Cariino, cioè schiavo della provincia di Caria, fanno a gara a commendare e incensare Pluto, lo Iddio delle ricchezze; delle quali tante lodi Pluto ammirato esclama:

Πλουτος.  Ε᾽ γὡ τοσαῦτα δινατός ἐιμ᾽εῖς ῶν ποιεῖν.

con quel che segue. Il qual passo estratto dalla mia traduzione, dice così:

Pluto: io tante cose vaglio a fare solo?

Cremilo: E, per Giove, di queste anco più molte,

Talchè niun di te fia stucco mai:

Poiché viene in fastidio ogni altra cosa:

Amore.

Car.                          Pane.

Crem.                                 Musica.

Car.                                                   Treggea.

Crem.        Onor.

Car.                      Stiacciate.

Crem.                                     Virtù.

Car.           Fichi secchi.

Crem.      Ambizion.

Car.                               Torta.

Crem.                                       Capitanato,

Car.          Lenti.

Crem.                  Di te niun fu pien giammai.

Ma se alcun prenda tredici talenti,

Sedici, molto più di prender brama.

E se di questi vegna a capo, vuolne

Quaranta, o due vita essergli morte.

Pluto          Dir bene, a me voi mi parete assai.

Ma d’una cosa sola i’ ho paura.

con quel che segue. Questa è una faceta parafrasi  e que’ versi d’Omero dell’ Iliade al tredicesimo.

Πάντων μὲν ϰὸρος ἐσὶ ec.

Di tutte cose al fin noia si genera,

Ancor del sonno e dell’amore ancora,

Del dolce canto e del danzar gentile:

Delle quai cose l’uom più tosto brama

Trarsi la voglia, che di guerra. E pure

Non saziansi i Troiani di battaglia.

[ 17] Che da’ saggi nè pure allora fu approvato ec.: Demostene nella prima Olinthiaca persuade il popolo ateniese a far diventare le pecunie teoriche (cioè assegnate al popolo per le feste e per gli spettacoli, per poter comprare il luogo da sedere ne’ teatri) atratiotiche, cioè militari, o vogliam dire, convertirle in uso di guerra per gli urgenti bisogni della repubblica.

[18] Gli equivoci de’ ritratti, delle lettere ec. Il canonico Menzini nella Poetica lib, 2 con satirica acrimonia:

E qui non si convien che addietro i’ lassi

Ch’ oggi senza la lettera o ’l ritratto,

Non par che alcuna per commedia passi.

Quando Don Cucco appare, e mostra in atto

Che simil cosa egli ha nella bisaccia,

Per non veder, nel mio mantel m’appiatto.

[19] Nel che pormi che Euripide sia superiore agli altri antichi Tragici: Quintiliano lib. x dopo avere lasciato indeciso chi sia poeta migliore, in diversa strada di dire, o Sofocle o Euripide, così ragiona d’Euripide: In affectibus vero cum omnibus mirus, tum in iis, qui miseratione constant, facile praecipuus et admirandus maxime est.

[20] Galantiare. Dallo spagnuolo galantear noi Fiorentini abbiamo anco in oggi ritenuta questa voce. Con vocabolo nuovo si dice qui convenientemente cicisbeare, quasi dallo sbearcisi, dallo strabearcisi; e cicisbei, i galanti, o quei che fanno il galante e ’l servitore di dame. Ma è vocabolo da non si mettere in nobile ed ornata scrittura. Gli antichi, dal provenzale, diceano donneare, quasi dameggiare, dicendosi allora donna quel che oggi si dice damare (l’uno e l’altro dal latino domina ). E Dante non solo usò questa parola nel Poema, in cui per la materia sovente aspra e satirica usa rime ancora aspre e satiriche; ma anche nelle Rime, ove egli, come Lirico, usa maggiore e a quella poesia confacevole soavità.

Per donneare a guisa di leggiadro.

Donneare è voce antiquata e dismessa: cicisbeare, voce di poco introdotta, poco leggiadra, e più burlesca che seria. Resta il galantiare, che è bella, e presa dallo spagnuolo, pur si dice e intendesi. Galanteo, usato da altri, qui non si dice, e non par molto leggiadra.

[21] Babilonia: L’idiotismo fiorentino, Babbillonia. Ma ciò sia per non detto: che questa il Muzio appellerebbe in suo linguaggio fiorentinaria ; e Babilonia è buono.

[22] Alle zitelle: Il toscano proprio è fanciulle; il nobile donzelle. Del resto zitelle ancora può benissimo dirsi.

[23] Giacchè la virtù: I nostri antichi diceano volentieri da che: Non biasimo per questo giaccia, il quale è dell’uso; ma anche l’ usare talvolta da che non mi dispiace.

[24] Questi nel vero son vaghi concetti, ma poetici: Lessere vaghi e poetici non toglie loro l’essere filosofici insieme e teologici. E ancorchè si possa sospettare in alcuni, che gli spacciano, che non sempre la lingua s’accordi col cuore, pure la dottrina in se è vera e buona. E se gli uomini, comechè la virtù è rara e difficile, non operano in quella diritta, guisa, non è però ch’egli non dovessero così operare. E il poeta insegna, non come comunemente si fa, ma come si dovrebbe fare tirando al migliore e al più perfetto. S. Agostino sopra il salmo xxxix. Disce. amare in creatura Creatorem et in factura factorem; ne tentate quod ab illo factum est, et amittas eum a quo et ipse factus est. Nella scala un non si ferma su i gradi, ma cerca d’andare avanti, finchè pervenga al somm. L’amore verso le belle persone è così sensibile e naturale, che malamente si può torre dal mondo. Trattarlo teneramente e carnalmente, come i poeti dei Gentili, a noi si disdice: appresso a’ quali Gentili pur si trova alcun vestigio dell’amore dell’animo, superiore a quello del corpo. Properzio:

Haec sed forma mei pars est extrema furoris,

Sunt malora, quibus, Basse, perire juvat.

L’essere rapito dall’amore divino, non è se non frutto di lunghe meditazioni e di fervente pratica del medesimo; e richiede maggior maturità e sodezza, che non è quella della gioventù, nazione per l’impeto e per lo spirito atta principalmente alla poesia, il cui furore dall’amatorio molte volte è inspirato. Adunque per condizionare in meglio questa fiera, universale e connaturale passione, che da visibili oggetti e a noi somiglianti si desta e accendevi, non pare che resti altra via, che dell’amore civile, umano, onesto, gentile, cavalleresco, filosofico, o come il vogliamo appellare, di mezzo tra ’l ferino e brutale, e ’l sublime e divino. Se la virtù, diceva il buon Socrate, si potesse vedere con gli occhi corporali, sveglierebbe di sè stessa, ne’ petti degli uomini, maravigliosi gli amori. Quasi volesse dire: Bella è la virtù, e bella d’una bellezza superiore a tutte quante le belle bellezze corporee; e a quegli felici intelletti sol nota, che sanno in lei fissare lo sguardo. Ma perciocchè la sua bellezza non consiste in lineamenti proporzionati, nè in soavità di colore, e sotto ai sentimenti non cade; per questo non trova amadori; e moltissimi la corporale bellezza, che pure di dignità e di pregio non ha che fare colla sua, solamente va cercando ed amando. Non dovendo adunque la facoltà politica, a cui la poetica, come particella di quella, è sottoposta e subordinata, nè potendo stirpare l’amore, indifferente cosa ed equivoca, e che può essere, secondo che è usato, e buono e tristo, e bello e sozzo: dee con ogni industria, e per tutte le vie possibili e opportune, correggerlo, temperarlo, ordinarlo e dirigerlo, e renderlo utile, o almanco meno dannoso. E una di queste vie è l’arte della filosofia, che prescrive regole d’onestamente amare, che loda i virtuosi amanti e gentili; i viziosi e i villani biasima, e la natura migliora e raddirizza; e la poesia le viene in aiuto; e, come sua ministra, i dettami di lei ascolta, e sotto al dolce delle parole dà a bere giovevoli sentimenti. Che se il Petrarca confessa, le sue opere essere state contrarie a questa plausibile opinione, e del suo giovenile errore si pente: ciò dee essere un salubre ammestramento, per non s’ingolfare troppo nell’amore, e d’averlo sempre in sospetto; perciocchè facilmente, invece di salire, egli discende; ed è un affetto di difficil maneggio: ma non dee però spaventare in maniera, che se uno per giovenil brio e per gentil vaghezza si sente tratto a comporre in amore, non possa spiegare con avvenenza e misura casti insieme e teneri sentimenti.

S. Agostino ne’ dottissimi libri della Trinità, Alla fine del lib. viii, riconosce la scala di questi tre amori, del corpo, dell’anima, delle cose superiori, ovvero di Dio; ravvisando in esse tre cose, l’amante, l’amato e l’amore, che poi sono una; perciocchè ciò che ama, è una medesima cosa con ciò che è amato; e tutto questo è amore. Laonde vi scorge una immagine e un vestigio, un’ombra dell’adorabile Trinità. Ecco le sue parole: Quid est autem dilectio, vel charitas, quam tantopere scriptura divina laudat, et praedicat, nisi amor boni? Amor autem alicujus amantis est, et amore aliquid amatur. Ecce tria sunt, amans, et quod amatur, et amor. Quid est ergo amor, nisi quaedam vita duo aliqua copulans, vel copulare appetens, amantem scilicet et quod amatur? Et hoc etiam in extremis carnalibusque amoribus ita est. Sed ut aliquid purius et liquidius hauriamus, calcata carne ascendamus ad animum. Quid amat animus in amico, nisi animum? Et illic igitur tria sunt, amans, et quod amatur, et amor. Restat etiam hinc ascendere, et superius ista quaerere, quantum homini datur. ϰατὰ τὸ δυνατὸν  ἀνϑρώπῳ per parlar con Platone, nella definizione della filosofia, ch’ella sia un assomigliamento a Dio, per quanto è possibile all’uomo. Il ragionamento che fa Diotima di Mantinea, filosofa e teologhessa, maestra come di Socrate, presso Platone nel Simposio, mostra chiaramente che l’uomo non dee in una creatura coll’amore fermarsi; ma considerando che tutte le bellezze che in questo e in quel corpo si ritrovano, sono tra di loro sorelle, staccare la fissazione da quell’una, e la bellezza in ispecie contemplare; e scemando e rallentando la voga e la vemenza verso l’amato a principio individuo (che vuol dire, restituirsi quanto prima alla libertà e all’indifferenza) alzarsi alla specie, poi passare al genere più incorporeo della bellezza, che ne’ bei costumi, usi, esercizi, instituti e leggi si trova, talchè picciola cosa venga sempre più a stimarsi quella del corpo. E dagli esercizi e instituti salire alle scienze; acciocchè nella bellezza di quelle ravvisando omai, molto bello, non più serva, come schiavo, amando una misera creatura! o professione, o esercizio! vilmente e grettamente; ma rivolto al gran mare del bello, e in esso contemplando molti e bei discorsi e magnifici, e gli generi e pensieri in abbondante e ricca filosofia, finchè qui corroborato e cresciuto, una tale scienza rimiri sola e una di questo bello. Veggiasi il resto dell’orazione di Diotima; perciocchè è divinissimo. Secondo questa dottrina Platone bellamente distacca dall’amor fiero e fisso, e cambia gentilmente, senza ch’e’ paia suo fatto, l’oggetto e la materia d’amare. Vuole, che se uno viene ad amare, si disinnamori, con fargli lasciare il primo amore, e attaccarlo a altri, e a altri amori più belli, più puri e più sodi. E venendo il primo e basso amore dalla ammirazione della bellezza corporale, scema egli l’apprensione di questa bellezza, acciocchè non se ne faccia quel tanto caso che se ne fa; la fa, apparire abbietta e vile, in comparazione di altre bellezze maggiori; e così togliendo l’ammirazione di quella, ne viene nello stesso tempo a togliere anche l’amore. Orazio moralissimamente:

Nil admirari prope res est una, Numici,

Solaque, quae possit facere et servare beatum.

Niente ammirare, cioè, non amar niente appassionata mente. Quel primo amore adunque sia un primo rudimento e un tirocinio per la scienza universale del bello: non diventi esercito quello, nè professione; poichè l’esercizio e la professione amatoria ha da essere intorno a altre bellezze, che non son carne, nè sangue; bellezze pure e schiette, che coll’occhio solo della mente si scuoprono e si vagheggiano. Le prime regole (diceva uno agli avanzati nella gramatica) non servon più. Sono come le centine o ponti, quando è alzata la volta. Così l’amore tirocinio alla filosofia. Ma perciocchè qoueste bellezze d’un ordine superiore non sono evidenti, come le corporee, perciò diceva, come di sopra s’è accennato, Socrate: Che la bellezza della sapienza e della virtù, se con occhi corporali rimirar si potesse, amori di sè ecciterebbe mirabili. A questo sentimento adattai io già le terzine d’un mio sonetto, che dicon così.

Ah se corpo prendesse almo celeste,

Bella virtù, ch’è sì nascosa a noi:

Di lei quanto, o mortali, accesi andreste!

Tutte vedriansi al sol degli occhi suoi

Rapite l’alme; e quelle forme e queste,

Cui tanto amaron pria, disprezzar poi.

[25] Perciò sembra agl’innamorati poeti ec.: Dove uno studia, e dove uno medita e s’esercita, e fissamente si rigira col pensamento, quivi gli abbonderanno i concetti, e dietro ai concetti ne verranno in gran copia le parole. Così se i pensieri e ’l meditare si vogesse ad altro, feconda e ricca diverrebbe questa materia, e lavorata e culta; laddove per lo non pensarvi, e non vi meditare, sterile e soda si rimane, ed inculta. E dagl’ingegni poetici e filosofici, che ultimamente la sacra e devota poesia han coltivato, e coltivano manifestamente, si scorse che miniera feconda e inesausta questa materia sia. Teofrasto presso lo Stobeo nel cap. 62, domandato che fosse l’amore, rispose: Passione d’anima scioperata ed oziosa, πάϑος ψυχῆς σχολαζύσης. Colla fantasia oziosa, tutta piena d’ammirazione dell’amata bellezza, all’amante ogni gesto, ogni moto, ogni azione della sua donna par bella, come agl’atenei, o vogliam dire, a chi s’è sparso il fiele, ogni cosa par gialla. Properzio: Maxima de nihilo nascitur Historia. E, Tum vero longas condimus Iliados.

[26] Fa lor credere la fantasia ec.: Tibullo:

Non haec Calliope, non haec mihi cantat Apollo

Ingenium nobis ipsa puella facit.

Il che mi pare che fosse imitato in alcun luogo dal Testi. E il Petrarca, che dovea avere in mente quel passo del salmo terra sine aqua tibi, disse:

Io per me son quasi un terreno asciutto,

Colto da voi, e il pregio è vostro in tutto.

[27] Attentamente osservano tutte le azioni più leggiere ec.: Tibullo:

Seu fudit crines: fusis decet esse capillis.

Seu compsit: comptis est veneranda comis.

Giungono ancora gli amanti a essere estatici e visionari. Il Petrarca nella canzone Di pensier in pensier:

Io l’ho più volte (or chi fia che me’l creda?)

Nell’acqua chiara e sopra l’erba verde

Veduta viva, e nel troncon d’un faggio.

E appresso:

E quanto ’n più selvaggio

Loco mi trovo, e ’n più deserto lido,

Tanto più bella il mio pensier l’adombra.

Queste estasi e queste visioni, e la fecondità e abbondevolezza di pensieri seguirebbero, e molto più nell’amor sacro e divino, da chi esercitandovisi e coltivandolo, e colla meditazione avvalorando la Fede, nella poesia di più alto argomento s’esercitasse. Il Petrarca:

Siccome eterna vita è veder Dio,

Ne più si brama, nè bramar più lice;

Così me, Donna, il voi veder, felice

Fa in questo breve e frale viver mio.

La diritta maniera sarebbe stata, non dalla considerazione della beatitudine eterna, che consiste nella visione di Dio, scendere alla breve beatitudine e caduca della vista della sua donna, ma abbandonando questa, da questa a quella salire. Plotino al contrario, della sesta Enneade, o Novena, al lib. 9 in fine, per dare ad Abradere il contento e l’appagamento dell’anima nella considerasione di Dio, e nell’amore suo,  prende l’esempio dai comuni umani amori; acciocchè uno creda a chi ha provato quell’altro, e se n’invogli; e lasciando i terreni amori, s’appigli al celeste. E secondo l’opinion Platonica della preesistenza delle anime, dice che l’anima, posta nel suo naturale stato, ella è innamorata di Dio, bramando d’unirsi, come fanciulla innamorata d’un bello, per bello amore. Qui io traduco alquanto diversamente dal Ficino, che disse: Deo commisceri desiderans, quasi pulchram virginitatem honesto affectans amore. Il resto è questo: ἐρᾱ οῦῶν ϕύσιν ἔχουσα ψυχὴ φεοῦ, ἐναϑῆνα ϑελουσα ὢσπερ πραϑένος ϰαλοῦ πρὸς ϰαλόν ρωτα. Ma quando poi (segue egli) l’anima venuta nella generazione (cioè discesa nel corpo) sia come da chieste di pretendenti sedotta, principiando un altro mortale amore, per ritrovarsi lontana dal padre, è svillaneggiata e stuprata. Poscia recatasi in odio le villanie e gli stupri di qua, purificandosi da queste macchie, e al padre di nuovo tornando, sta contenta e paga. E a chi questo contento è incognito, sì se lo immagini dagli amori di qua, che cosa sia l’ottenere quelle cose che uno massimamente ama, e consideri che queste cose che s’amano, mortali sono e dannose, e amori d’immagmi, e che scadono e cangiansi; poichè non erano quello, che è veramente l’amato, il vero e real vago, non il ben nostro, non quello che cerchiamo, a cui uom può unirsi, participandolo e realmente avendolo, non l’abbracciando colle carni per di fuori. Chi lo sa, sa quel ch’io dico, che l’anima ha allora un’altra vita, e nell’andare a lui, e nell’accostarsegli omai, e parteciparne, talchè dalla propria disposizione conosce che le è presente il dispensiere della verace vita, e non ha bisogno d’altra cosa più. Così Plotino. E però gli amanti volgari ne’ loro abbracciamenti s’ affannano e s’ arrabbiano.

Nequicquam, quoniam nihil inde abradere possunt

Nec penetrare et abire in corpus corpore toto.

come dice Lucrezio nel quarto. Ma qui il semplice e puro spirito tocca lo spirito, e in quello s’unisce e riposa, senza che le carni gli diano impedimento. O fassi tutt’uno, come seguita lo stesso Plotino a dire, il veggente col veduto, talchè il suo non è più vedere, ma un farsi il veduto stesso.

[28] Il furor amatorio va del pari col furor poetico. Or siccome il poeta non si direbbe furioso, ma inspirato, così anche l’amadore. Talchè quando il Petrarca disse:

Quella, c’al mondo sì famosa e chiara

Fe’ la sua gran virtute e ’l furor mio ;

non credo già che intendesse e la mia pazzia; mentre non poteva essere stimata tale da un amante di sì gran virtute; ma semplicemente il mio innamoramnto. Così Properzio, lib. 1 ad Bassum, quando disse:

Haec sed forma mei pars est extrema furoris;

Sunt majora, quibus, Basse, perire juvat.

lngenuus color et multis decus artibus:

non volle mica dare a conoscere il suo amore per un furore, cioè follia; mentre la bellezza dice che era la minima dote della sua donna, e che in essa vi avea cose maggiori da innamorare, cioè la sua schiettezza e la sua virtù, e sapere in molte cose. So bene che nel cap. I d’Amore il Petrarca disse del casto Ipolito tentato da Fedra:

Udito hai ragionar d’un che non volse

Consentir al furor della matrigna.

E che dell’appetito carnale, pel quale vanno in amore tutti gli animali, Virgilio disse nella Georgica:

In furias, ignemque ruunt; amor omnibus idem.

E Lucrezio nel quarto, che arriva anche a chiamarlo Rabbia:

Parva fit ardoris violenti pausa parumper ;

Inde redit rabies eadem, et furor ille revidit.

Ma di onesto furore certamente non intese il Petrarca nel sopraddetto passo, quando disse; la sua gran virtute e ’l furor mio; perciocchè l’ amore inspirato dalla virtù non è mai furore bestiale, ma fu giudicato dai filosofi furor divino. Platone nel Fedro pone due spezie di furori, uno per umane malattie, l’altro per divina emozione, e uscita dalle consuete leggi. Мανιας δέ γε ἐίδη δύο. τὲν μὲν ὑπὸ νοσημὰτων άνϑρωπίνων. τὴν δὲ ὺπὸ ϑείας έξαλλαγῆς τῶν ἐιωυϑὸτων νομὶνων γῆγιομἐνην. E dei quattro furori, o afflati divini, ch’egli poscia va ponendo, cioè: d’ Apollo, la facoltà divinatoria; di Bacco, la mistica; delle Muse, la poetica d’amore, l’amatoria: mette il furore amatorio per lo migliore. Avrei dunque dedotto non da furore parola equivoca, e che trattandosi di amore onesto e virtuoso, può, anzi dee essere interpetrata in meglio; ma da altri luoghi il ravvedimento e ’l disinganno del Petrarca,  come da quel verso notissimo:

In sul mio primo giovenile errore,

che il Petrarca ha messo nel sonetto proemiale, perchè a tutti fosse palese il suo pentimento.

[29] In materia di satira giudiziosa e piacevole, è eccellente a’ nostri giorni ne’ suoi Capitoli burleschi Giovani-Battista Fagiuoli fiorentino.

[30] Si ha dunque da ricorrere allo studio delle regole grarnaticali ec.: Le regole gramaticali del linguaggio italiano tutte son tratte dagli autori toscani o italiani, che parlavan toscano, nel 1300, quando non solo gli autori, ma tutti quei del volgo, parlavano puro e corretto, come si può vedere da chi che sia ne’ Mss. del 1300. E da questi unicamente le trasse il Bembo, e dopo lui tutti i gramatici italiani finora. I migliori maestri e autori del linguaggio italiano sono i tre maestri, Dante, Petrarca e Boccaccio, per tali dal Bembo veneziano, dall’Alunno ferrarese e dagli altri italiani, riconosciuti. E da questi, e da quel tempo unico di nostra lingua, cioè del 1300, nel quale si scriveva da tutti senta sconcordanze, si sono tratte le regole del ben parlare, fino a che non venga nuova gramatica che autorizzi l’incertezza delle coniugazioni e dei tempi, la quale non si trova in niun’altra lingua. Poichè i Francesi e gli Spagnuoli le coniugazioni loro hanno certe e fisse, e noi no, se non in quanto studiamo le gramatiche; e soli quelli del 1300 le avevano, e parlavano bene, e senza solecismi propri di tutti i secoli susseguenti, senza che vi fusse alcuna gramatica la quale solamente allora comparisce quando la lingua è scaduta, e ci è bisogno di rimetterla su, come fece il Bembo, che liberò la lingua italiana dall’imbarbarimento del 400 con rimontare alle pure fonti del 300. Questo secolo del 300, netto, e esente ogni macchia di solecismi, non s’è mai più veduto in viso. Ma quando dico del 300, intendo de’ testi scritti a penna, poichè gli stampati non sogliono esser gran fatto sicuri; che ognuno ha voluto guastare quel che non intende, rimodernare e correggere, credendo di fare più intelligibili e leggibili, e in conseguenza più spacciabili i libri. E molte volte i libri che son buoni pe’ dotti, non son buoni per gli stampatori; perciocchè i dotti son pochi, ed essi han bisogno dei più , per venderne maggior numero.

[31] Che Dante facesse un libro o trattato latino, come il Boccaccio dice nella Vita del medesimo Dante, de Vulgari Eloquentia, non fa che quello dato fuori dal Corbinelli, intitolato de Vulgari Eloquio, sive Idiomate, stampato in Parigi nel 1577, sia l’istesso, tradotto dal Trissino, secondo che pare che stimi il Corbinelli. Il manuscritto uscì dalla libreria del Corbinelli, e da lui è detto antico ed unico. Sicchè credendosi per vero e legittimo parto di Dante, alla sola fede del Corbinelli si dee stare. Quei che danno eccezione al Simbolo di S. Atanasio, dicono, se ben mi ricordo, che vi è un passo che pare che oppugni l’eresia da’ Monotheliti, che fu più secoli dopo. Così direi io, per mettere in dubbio, se non altro, l’autorità di questo libro: ch’egli vi ha cosa appartenente a quistioni nate dopo più secoli, quando il comporre in volgare tra i dotti s’era più messo in uso, e che la critica vi s’era aggiunta. Tre Fiorentini, l’autorità de’ quali non è così disprezzabile, insigni pe’ loro componimenti che sono alla luce, questo libro hanno per ispurio, e con salde ragioni lo provano. Il primo è Lodovico Martelli in una sua lettera, stampata in Fiorenza, al cardinal Ridotti, che è una Risposta alla Epistola del Trissino delle lettere nuovamente aggiunte. L’altro è Benedetto Varchi nel Dialogo intitolato L’Ercolano. E il terzo don Vincenzo Borghini rapportato ivi dal detto Varchi. Il Martelli trall’altre dice: E qui parrà forse nuovo a costoro, che io così risoluto mi opponga a quello ch’ei dicono, che ha lasciato scritto Dante nel suo libro de Vulgari Eloquio. Alli quali io vorrei ben dire, ch’io vorrei altro segnale, che il titolo, a farmi certo che così fatta opera di Dante sia ec. E appresso: E non si trova che altrove nè Dante ned’altri ricordi la cortigiana lingua. Per certo, egli ne dovea fare ricordo. Egli appresso viene a dire le ragioni che il muovono τρὸς τὸαϑῆισαι quel libro; come sarebbe che egli non parli niente di questa sua lingua cortigiana nel Convivio, ove a lungo si scusa perchè abbia fatto quel contento, non come si solea fare, in latino, ma in volgare; e a pieno tratta di essa lingua volgare. E ’l biasimare manucare e introcque, come vocaboli fiorentini. (E di vero questo introcque apparisce nel primo verso del Pataffio di ser Brunetto, Mss. appresso di me, che io feci copiare con alcune mie osservazioni, e mandai a monsignore Severolo, prelato, oltre all’altre insigni sue doti, della lingua nostra amantissimo. E io per me credo che sia fatto dal latino inter hoc, in questo, e in questo mentre. Il primo verso di questo Pataffio (intitolato così, io mi penso, perchè essendo tessuto tutto di gerghi e vocaboli fiorentini anticati forse anco allora in parte e dismessi, somigli gli antichi epitaffi) è questo: squasimoddeo, introcque e a fusone. La prima voce vale: scusimi Deo, cioè Dio; e dicesi, quando si vede qualche cosa strana, e che cum venia dicenda est. Introcque, in questo mentre. A fusone, franzese, a foison, quasi ad effusionem, in copia. Giovanni Villani; E giavellotti a fusone. La parentesi è un poco lunga; ma ho fatto per dare un saggio di onesto libro del maestro di Dante). Ora, per tornare, il biasimare il vocabolo manucare, come fiorentino plebeo, e poi metterlo in una canzone: Con gli denti d’amor già mi manuca; e introcque, porlo nella commedia: Noi parlavamo e andavamo introcque, quantunque egli l’ abbia intitolata Commedia, per potere per avventura usare stile e parole non illustri, nè proprie del Tragico; che perciò il poema di Virgilio egli chiama Tragedia, per lo stile illustre: pare che repugni al biasimare questo vocabolo, che positivamente egli qui fa. Lo stesso dice il Varchi a carte 332 del suo dialogo Ercolano. E prima a carte 47 fa dire al Caro: C Io per me , senza volerne udir più, mi risolvo e conchiuggo che quell’opera non sia di Dante, Poscia a Annibal Caro il medesimo Varchi sogghigne: V. E. così dicono e credono molti altri; e quello che muove me grandissimamente, è l’autorità del molto reverendo don Vincenzio Borghini priore dello spedale degli Innocenti, il quale essendo dottissimo e d’ottimo giudizio, così nella lingua greca, come nella latina, ha nondimeno letto e osservato con lungo e incredibile studio le cose toscane, e l’antichità di Firenze diligentissimamente, e fatto sopra i poeti, e in spezielità (dee dire e in ispezieltà) sopra Dante incomparabile studio, nè può per verso alcuno recarsi a credere che cotale opera sia di Dante; anzi o si ride, o si maraviglia di chi anche lo dice: come quegli che, oltre le cagioni dette, afferma non solo non aver mai potuto vedere, nè manco udito, che uomo del mondo veduto mai abbia, per moltissima diligenza che usata se ne sia, il proprio libro latino, come fu composto da Dante: onde quando e’ non ci fusse altro rispetto (dice egli, che mille ce ne sono) l’averlo colui così a bella posta celato, farà sempre con ogni buona ragione sospettare ciascuno che o e’ l’abbia tutto finto a gusto suo, pigliando qualche accidente, e mescolandovi qualche parola di quei tempi, per meglio farlo parere altrui di Dante; o che se pure e’ l’ebbe mai, egli l’abbia anco mandato fuora, come è tornato bene a lui, e non come egli stava. Così il Varchi, il cui Ercolano uscì alle belle stampe de’ Giunti in Fiorenza l’anno 1570. E l’anno 1577 il Corbinelli mandò fuora l’originale, detto da lui vetustum et unicum di Dante, de Vulvari Eloquentia in Parigi. Usa parole strane, come nel lib. i, cap. 1, potionare, che si trova però anche usata da Svetonio, per quel che i Francesi dicono empoisonner, dare una pozione o beveraggio avvelenato, avvelenare. Il volgarizzamento stampato in Ferrara del 1583, dar aere dee dire dar bere, o dare a bere. Nel lib. 2, cap. 4° principio: Quandoquidem apotiavimus, extricantes qui sint aulico digni vulgari. Il volgarizzamento: Dapoichè havemo districando approvato, quali uomini siano degni del volgare aulico. Mostra l’interpetre d’aver letto approbavimus. Ma io penso che sia voce fatta dal francese èpuiser, malamente barbarizzata; che se s’avesse avuto a mettere in buon latino barbaro, io l’avrei detta non apotiare, ma exputeare, quasi spozzare, cioè votare pozzo. Il buon latino, exhaurire, il franzese odierno, èpuiser o vuider. Se avesse voluto dire appoggiare, appuyer, confermare, stabilire: avrebbe detto adpodiavimus, voce barbara formata dalla buona latina. podium per luogo rilevato, da cui poggio. Qui s’adatta più l’èpuisames, che l’appuyames. Nel cap. 7 del lib. 2 ove la traduzione dice: alcuni irsuti e rabbuffati riconosciamo (parla de’ vocaboli), il testo ha: quaedam hirsuta et reburra sentimus che pare che sia similmente fatto dal franzese. Du-Fresne nel Glossario alla voce Reburrus, Galli dicimus rebursos, qui ont les cheveux rebourses, vel rebroussez. Talchè potrebbe parere il libro forgé en France. In più luoghi, come nei cap. 10 e 17 del lib. 1, nel cap. 2 del lib. 2, non si vede nominare col proprio nome di Dante, ma circoscrivasi con quello di Amico di Cino. Pare che sia fatto a posta, avendo chi il finse, non istimato dicevole che egli addirittura, lodandosi, si nominasse. Pure nel penultimo cap. del 2 libro palesemente si cita, scordatosi del soprannome postosi di Amico di Cino. Dalla Francia sono usciti in questi ultimi tempi due antichi similmente e unici manoscritti, l’uno di Lattanzio Firmiano de mortibus Persecutorum, citato da S. Girolamo nel Catalogo degli scrittori ecclesiastici, e fino a ora invano desiderato, dalla biblioteca copiosissima di Colbert pubblicato dal Baluzio; e fu tradotto galantemente in franzese, e giustissimamente in inglese. E lo stile latino candido e facondo, e le particolarità istoriche, che vi sono, l’hanno fatto credere per legittimo. L’altro è frammenti di Petronio, trovati, si dice, in mano ad un rinnegato greco a Belgrado nel 1688 e dati fuori colla traduzione e con annotazioni da monsù Nodot a Colonia nel 1694. Nella lettera dedicatoria a monsù Charpentier, direttore dell’Accademia franzese, il pubblicatore di questi frammenti, che riempiono le lagune di Petronio, dice: Je ne crojs pas que nos Critiques osent s’elever contre cet enfans legitimes, à l’exemple de Messieurs de Valois et de Vuangenseil, qui se liguerent pour disputer sans aucun fondement la legitimation du fragment trouvè a Trau en Dalmatica il y a environ 27 ans, soutenant qu’il avoit été composé par un faux Petrone. Non, dis-je, ils n’entreprendront point d’attaquer ceux cy; ils auroient le chagrin de se vouloir confondre, par l’uniformité du style, par le même esprit qui conduit cet ouvrage, et par les propres phrases et les mêmes expressions de l’autheur. Vous le reconnoitrez d’abord, Monsieur, vous qui le cherissez et entendez parfaitement. Questo è un cantare la vittoria, come si dice, innanzi alla Rotta, e senza che se ne apporti una minima prova, volere che altri lo creda colla semplice parola. Quello che indusse il Valesio a censurare il Frammento Tragurino, come supposto, indurrà, credo io, chiunque senza prevenzione leggerà questi frammenti di Belgrado, a credere ch’ei sieno illegittimi; perciocchè non hanno l’aria, nè il carattere di Petronio, nobile, saporito, frizzante. Vi sono de’ barbarismi, come curiositas, che i buoni Latini prendono per sottigliezza, o sottile e diligente ricerca, ἀϰρὶβεια, preso qui per quel che i Franzesi dicono curieusité, e noi curiosità. Repudiata propositione, accepta propositione; la proposition rejettèe, la proposition acceptèe. Ascylto mentem declaravi, quae multum placuit. Basta; la frase è per tutto pedestre e poco latina, e non ci va altro che confrontare l’antico con questo novello posticcio Petronio, e sarà chiarissimo ciò ch’io dico. Prima adunque di fondare la sua intenzione sopra autorità tratte da questo libro de Vulgari Eloquentia, essendo così controverso, bisognerebbe legittimarlo con rispondere alle obbiezioni che gli son fatte, e con provare che egli veramente sia tale, quale s’intitola. Anche il libro de Consolatione di Cicerone portava il titolo d’un vero libro, e fu riprovato e creduto del Sigonio. Ma quando anche il libro fosse di Dante, ci è da opporre Dante a Dante medesimo: il quale oltre il parlar tosco e la loquela fiorentina, menzionati nella sua maggior opera, egli si mostra avere scritto non in questo volgare, cardinale, aulico, e, come egli lo chiama curiale, cioè cortese, ma nel volgare toscano e fiorentino.

[32] Divide egli in due spezie il parlar d’Italia ec.: Il Testo così dice: Vulgarem locutionem asserimus, quam sine omni regula, nutricem imitantes, accepimus. Est et inde alia locutio secundaria nobis, quam Romani Grammaticam vocaverunt. Hanc quidem secundariam Graeci habent, et alii, sed non omnes. Vi sono alcune lingue, o vogliam dire nazioni che hanno la lingua volgare, cioè quella che da loro si parla comunemente, e la litterale, che si conserva ne’ libri, e che s’impara con regola; e chi la parlava, si diceva parlare per gramatica. Così gli Arabi, i Siri, i Greci, i quali ultimi hanno l’antica che si chiama da loro hellinica, e la moderna che si dice greco volgare, e chiamasi da loro romaica, cioè greca dei tempi bassi, ne’ quali, trasferitosi l’imperio da Roma a Costantinopoli, i Greci si cominciarono a domandare ῥομαῖοι, onde alla Tracia venne il nome di Romania. Quindi prese uno sbaglio grandissimo un grand’uomo, che disse che la Chiesa Siriaca avea presi molti riti dalla Chiesa Romana, quando dovea dire, come è la verità, dalla Chiesa Greca; ingannato dalla voce Romani, che avea messa in sua lingua un Patriarca Caldeo. Dalla corruzione della latina, siccome vennero altri volgari, come lo spagnuolo, che il suo volgare chiama perciò romance, cioè romanismo; e il franzese: così l’italiano. I primi racconti, che non in latino, ma nelle lingue volgari si fecero, per questo furono detti Romanzi. E a me venne in certo modo da ridere una volta, che in una Dottrina Cristiana in ispagnuolo, dopo aver messa l’Avemmaria in latino, poi veniva il titolo» Ave Maria era romance: che a noi romanzo suona composizion favolosa, e a loro lingua volgare È curiosa l’intitolazione del Volgarizzamento antico delle Vite di Plutarco, MS. appresso di me. Qui comincia la Cronica di Plutarco, la quale fue traslatata di di gramatica greca in volgare greco in Rodi per uno filosofo greco chiamato Domitio Talodiqui; e di greco fu traslatata in aragonese per uno frate predicatore vescovo di Tudernopoli, molto sufficiente greco e cherico in diverse iscienze (cherico volea dire letterato siccome laico, idiota) e grande istoriografo esperto in diverse lingue ec. Gramatica presso a’ nostri antichi volea dire il latino, come si può vedere nel Vocabolario; e l’opponevano al volgare. Ecco quel che vuol dire Dante: Noi Latini, o Italiani, abbiamo due lingue: una volgare, la quale apprendiamo senza regola alcuna dalle balie; e questa è la nostra primiera lingua. L’altra latina, la quale si chiama gramatica, e s’impara con regola; e questa è secondaria a noi, perciocchè s’impara dopo. Ora di questi due parlari, dice il volgare essere più nobile (vuol dire da preferirsi all’altro) sì perchè fu il primo che fosse dall’umana generazione usato; sì eziandio perchè di esso (ha da dire, come osserva anco il Varchi, con esso) tutto il mondo ragiona. Prova il maggior pregio di quello dall’anteriorità, essendo il primo a parlarsi dagli uomini, e tutti lo parlano; laddove la gramatica e il latino non lo parlano tutti. Soggiugne poi altra ragione, perchè il volgare sia più nobile del latino; perchè quello è naturale a noi, questo artificiale. Le quali ragioni dice anche nel Convivio. Questa è la pura e vera intelligenza di questo testo. Di qui apparisce svanire quella prima obbiezione che diede a questo trattato il Varchi, quasi l’autore di esso avesse detta una stravaganza, e in conseguenza non esser Dante; cioè, che la lingua toscana anticamente si parlasse dai Romani, come facciamo noi, e che poi scrivessero in latino o che i Greci avessero altra lingua , che la greca. La lingua latina naturale, cioè quella che si apprendeva da’ Latini dalla balia, è più nobile della volgare; ma la volgare, in riguardo che è la prima che si parli dall’umana generazione, cioè dagli uomini che la parlano, e è comune a tutti, viene a essere per accidente più nobile della latina che non è parlata e non s’intende da tutti, e la quale non è più a noi lingua naturale, ma è divenuta lingua artificiale. Di qui in secondo luogo si raccoglie, che questo secondo parlare, chiamato gramatica, non è il parlare naturale italiano ripulito colle regole di essa lingua italiana, ma è il latino, che s’apprende per regola, e non dalla balia, come quell’altro. In questo stesso trattato, lib. 2, cap. 11, secondo che è stato tradotto, leggiamo: Nè è da lasciare da parte, che noi pigliamo i piedi al contrario di quello che fanno i poeti regolati; perciocchè essi fanno il verso di piedi, e noi diciamo farsi i piedi di versi. Ecco come per poeti regolati intende i Latini, che scrivono e che compongono per regole, o vogliam dire per gramatica. Atteso questo, che è detto qui sopra, non si può trarre argomento per esortare a studiare la gramatica della lingua italiana, toscana o volgare, da questo testo. E altrove lib. 3 , cap. 7 :. Honorificabilitudinitate in volgare per dodici sillabe si compie in gramatica per tredici, in due obliqui, cioè in latino nel dativo e ablativo.

[33] Aulico e cortigiano.: Cortigiano in italiano è lo stesso che aulico; ma curialis, che è la parola qui nel testo usata, oltre al significato di cortigiano, vale cortese; poichè era stimato che dalla corte non solo si apparasse la politezza de’ costumi e delLe maniere, onde la cortesia si disse; ma anche alla lingua si desse lustro e pulimento. Lib. 1 , cap. 18. Est etiam merito curiale dicendum, quia curialitas nil aliud est, quam librata regula eorum, quae peragenda sunt. Appresso noi, senza addurre gli esempli di curialis per cortese, che sono nel Glossario del Du-Fresne, tutto giorno si dice: Verba curialia non obligant. Cioè: le parole di cortesia, o di semplice complimento e cirimonia, non inducono obbligatione. Parlare dunque cortese sarebbe opposto al villano, come χαρὶεις opposto a ϕορτιχὸς, come ἀσεῖος opposto a ἀργοῖχος) il parlar pulito al rozzo, il civile al salvatico, il leggiadro al malgrazioso, il gentile al plebeo.

[34] E si è usato ( siccome afferma il medesimo Dante ) da tutti gl’ illustri scrittori che in varie provincie d’Italia han composto o versi o prose.: E quali sono, per l’amor di Dio, questi illustri scrittori che in varie provincie d’Italia hanno nel volgare, non che illustre, ma plebeo, a tempo di Dante composto, e massime prose? De’ rimatori antichi se ne contano: che tutti componevano secondo il dialetto toscano massimamente, o secondo il proprio di sua terra, o provenzaleggiavano. Delle prose ci sono alcune lettere inedite di Fra Guittone presso gli eredi di Francesco Redi; ma questo Fra Guittone era plebeo nella costruzione e ne’ vocaboli, secondo il giudizio dell’autore del trattato de Vulgari eloquenlia, lib. 2, cap: 6. Desistant ergo ignorantiae sectatores Guidonem Aretinum  et quosdam alios extollentes, numquam in vocabulis et constructione desuetos plebescere. Guido Giudice dalle Colonne di Messina scrisse nel 1200 il libro de Bello Troiano, cavandolo da Ditte Cretense, e quello che abbiamo, non è composizion sua, ma volgarizzamento verisimilmente fatto nel 1300, siccome il Volgarizzamento del Crescenzio, malamente creduto componimento di esso Piero de’ Crescenza, che il fece in latino, ed è stampato in Basilea. Sicchè in prosa volgare si può dire che quasi niuno al tempo di Dante si trovasse che scrivesse, non essendo ancora in credito la lingua volgare, e scrivendo i dotti in latino, e facendo i comenti in latino: che perciò egli così accuratamente si scusa nel suo Convivio, d’aver voluto fare il comento alle sue canzoni, più tosto che in latino, in volgare. E da questo luogo ancora si potrebbe trarre argomento, il libro de Vulgari eloquentia essere stato finto, poichè pare che supponga già per tutto essersi cominciato a scrivere in prosa volgare: il che è cosa de’ tempi sotto a Dante, non di quegli di Dante.

[35] Ma non perciò la lor favella è quella eccellente che han da usare gl’Italiani ec: Mostrimi in qual altra favella scrivessero i tre maestri, da’ quali si sono tratte le regole della gramatica e del bel dire, di consentimento di tutti i buoni Italiani. Anche l’attico linguaggio e l’attica maniera avevano bisogno d’essere usati con giudizio: che perciò nel Lessifane e nel Maestro degli oratori del facetissimo Luciano sono uccellati gli affettati dicitori, e amatori di viete e rancide parole; e gli oratori che diceano di seguire lo stile attico, come falsi attici, sono dileggiati da Cicerone. Ma non per questo, perciocchè ci voleva giudizio e cautela ad usarlo, l’idioma attico non era l’eccellente e ’l migliore; e colui meglio greco parlava, che parlava era attico. Niuna lingua permette ch’ella sia, basta a scrivervi con lode; perciocchè vi vuole sempre il giudizio, che è una cosa che niuna lingua dà ma bisogna apporvelo per di fuora. La scelta delle parole è necessaria, e la maniera del legarle: la qual cosa non si può avere dalla lingua, che le dà tutte in massa; e ogni cosa è insieme, come nel caos d’Anassagora, πἀντα ὁμοῦ. V è d’ uopo ό Νοῦς l’intelletto distinguitore.

[36] Se la favella toscana e fiorentina ha bisogno, men dell’altre, d’essere purgata, le altre favelle e dialetti d’Italia non hanno bisogno punto d’essere purgati, poichè, non son buoni nè accettati per iscrivere in essi. Niuno scriverà in bergamasco, nè in bolognese. In fiorentino si può scrivere.

[37] Ora questo comun parlare italiano.: Come può esser comune quel che non si parta da niun popolo particolare? E nel quale, se non s’ ha riguardo, può sempre entrare qualche voce o maniera de’ diati rifiutati, e che non hanno avuto scrittori, e perciò non sono dal consenso degl’Italiani accettati, i quali da que’ gloriosi, che fama diedero al nostro volgare nel 1300, trassero le regole, e della lingua fiorentina, essendo essi pure Italiani, e avendo il loro dialetto particolare, si fecero discepoli.

[38] Questo comun parlare italiano può chiamarsi gramaticale.: Già si è mostrato di sopra, l’autore dd trattato de Vulgari Eloquentia per parlare gramaticale non avere altro inteso, che il parlare latino, a differenza del volgare. Del resto, siccome Lodovico Martelli nella sua Epistola contra ’l Trissino, disse scherzando che non sapeva dove si trovasse questa cortigia, da cui s’era detto il parlare cortigiano; volendo con questo scherzo seriamente inferire che la lingua o dialetto ha da denominarsi, da un paese vero e reale in cui popolarmente e comunemente si parli, così io non senza rammarico dell’animo mio domanderò: Ove è questa Italia? quella Italia, corpo contenuto già da un solo spirito, perciocchè sotto un sol dominio non ci è più, quando tutti in essa parlavano la lingua del popolo dominante. La scaduta dell’Imperio Romano, le invasioni de’ Barbari, il lungo possesso de’ Longobardi, che alla Lombardia, bella e buona parte di essa, per memoria lasciarono il nome; e la divisione e sminuzzamento in tanti e sì vari dominii e co’ verni, sono state le cagioni della tanta divisione delle sue favelle, dal latino idioma, che tutta la possedeva quando era sotto un dominio solo, in varie guise, storte ed alterate. Tralle quali la Toscana, forse manco posseduta dalle nazioni barbare per lo suo magro terreno, δὶα τό λεπτόγεων, come era appunto quello dell’Attica secondo Tucidide, patì ancora minore alterazione: laonde le sue voci si mantennero più intere, più pure e sonore. D’un corpo adunque di così divulse membra, nè da un solo spinto dominatore animato, non si può dire che v’abbia vero e comune parlare. Perciocchè ognuno parla il suo proprio dialetto; e questo parlare italiano è più ideale e fattizio per avventura, che reale e sussistente. Il parlare volgare è quello che s’impara dalla balia, secondo il libro de Vulgari Eloquenza. Il parlare italiano non s’impara dalla balia; conciossiachè ognuno impara il suo dialetto particolare, e il parlare italiano si suppone il comune. Adunque non si dà volgare italiano, se non per arte; e l’arte non fa il parlare, ma la natura. E il fare i dialetti, alla natura s’aspetta e non all’ arte. L’arte, e lo studio e l’esercizio e le regole e la gramatica ripuliscono e illustrano i dialetti già fatti, ma non ne fanno dei nuovi. Che perciò il dialetto comune, impropiamente, e ϰαταχρηςιχῶς, o vogliam dire abusivamente, è chiamato dialetto; non si parlando dalla nascita, da niun popolo: in che pare che consista l’essenza e proprietà del linguaggio. I Greci, perchè non erano sotto un solo dominio, ma divisi in più regni e governi, con un solo nome non si nominavano: come si vede presso Omero, che ora Achei, ora Argei, cioè Argivi o Danai gli nomina, dai popoli principali; e poi da’ popoli particolari della Tessaglia Hellenes si denominarono i Greci tutti. Così il comporre in rima italiana, poichè ella fu coltivata a principio molto, e con grido, dai Siciliani, fu chiamato comporre siciliano. Così il comporre in prosa e poesia italiana, poichè massimamente da due insigni poeti e da uno insigne prosatore toscani, fra tanti altri in quel felice e unico secolo, corretto e emendato, del 1300 fu l’una e l’altra coltivata, si potrà, e forse si dovrà dire comporre toscano, anzi che no. Che, con tutti gli svantaggi del falso e incerto coniugare e de’ solecismi, che dopo al milletrecento corruppero l’uso corrente del parlare italiano, e non ne andò esente da questo contagio anche il toscano (checchè se ne fosse la cagione) il toscano dialetto ha avuto per universal consenso il pregio sopra tutti gli altri d’Italia, che non hanno avuto scrittori. Essendo pertanto scaduto da quella purità d’oro del 1500, venne sul principio del 1500 il gran giudicio del Bembo a dar regole della toscana e fiorentina lingua, prendendole da i fiorentini autori, e da i toscani ancora e italiani che in toscano in quel beato secolo scrissero. E sempre si è seguitato così a studiare il toscano, e a far grammatiche sulla lingua e su gli autori toscani. Non fu il Salviati fiorentino che fissò quel secolo, fu il Bembo veneziano. La lingua s’è arricchita ne’ due passati secoli di scrittori di grido in ogni facoltà e scienza; ma lingua, come lingua, non è tornata mai a parlarsi con quella universale emendatezza e nettezza, e candore con cui si parlava nel 1500.

[39] Questo dunque s’ha necessariamente a studiare da tutti ec.: Come si può studiare da tutti questo italiano parlare, se le gramatiche tutte non sono dell’italiano, ma del toscano? Quanto alle parole, si sa che

Multa renascentur, quae jam cecidere, cadentque

Quae nunc sunt in honore vocabula, quum volet usus,

Quem penes arbitrium est, et jus et norma loquendi.

Si sa, come diceva Cesare, insolens verbum, tamquam scopulum, fugiendum: nel che peccano Napoletani e altri, che facendo la lingua toscana come morta, usano senza discrezione parole dismesse, viete, rancide, purchè si trovino ne’ nostri autori. Altri, non pesando di quali autori sieno gli esempli che si portano nel Vocabolario, se del 300, se del 400, se di prosa, se di verso, se di antichi soli o di soli moderni, o se de gli uni e de gli altri insieme, se di componitori o di volgarizzatori (che alla necessità del tradurre molte cose si permettono, al comporre no) se esempli unici o molti (che gli unici son sempre o sospetti, o malsicuri) se di voci tratte e prese in presto da altre lingue, o pure native del paese: senza far niuna di queste riflessioni necessarissime in tutte quante le sorte di vocabolari, stimando che tutto ciò che è posto nel Vocabolario, si possa a buona equità e a chius’occhi usare; e che ogni voce, che sia messa quivi, sia, per così dire, consecrata e canonizzata, e per fina e reale riposta: indistintamente l’usano, e fanno, come si suol dire, d’ogni erba fascio. E alle volte alcuni di tutte voci toscane, da per sè ciascuna considerata, formano un discorso barbarissimo, non ne facendo buon uso nella legatura e composizione di esse, e peccando nella scelta. È da vedersi la lettera dedicatoria del Vocabolario della seconda edizione stampato in Venezia, e dedicato al duca di Parma. Per questa Ariosto e molti altri gloriosi spiriti italiani fecero grata dimora in Firenze, per apprendere il genio e l’uso e ’l maneggio delle voci toscane. Che alcuni de’ nostri, per avere cacciato tropp’oltre e inculcato questo vantaggio della dimora in Firenze, e fattala apparire come necessaria, si sono tirati addosso e concitati invidia. Per fuggir fatica, cosa bramata comunemente da gli uomini, due diverse strade, ma che tutte conducono al medesimo fine, si sono prese in questo particolare della nostra lingua. Gli uni l’han fatta morta, e l’han ristretta a quel buon tempo nel quale per comun consentimento fiorì. Gli altri considerano quel tempo, come di lingua nascente; e dicono che è giunta alla maturità e perfezione nel nostro. I primi si liberano dal considerarne l’uso presente toscano, e dal raccoglierlo o dai moderni migliori scrittori, o dalle bocche de gli eruditi, e dal consentimento del miglior popolo. Basta che studino ne’ libri di quel secolo, e ne richiamino in vita le maniere, e le frasi e le voci. I secondi, posti in maggior libertà, co’ privilegi dati ampiamente al comun parlare italiano, riveriscono e venerano quei primi maestri e padri della lingua; ma gli lasciano stare nel lor secolo, senza che s’impaccin molto del nostro. Così con unguenti e con lodi, come fa d’Omero Platone, gli licenziano. Ma nè anche nelle lingue morte, e che più non si parlano, come è la latina, è lecito l’usare tutte le voci, com’egli viene. Le Plautine molte non son da usarsi. Anche chi usasse il postquam per quoniam di Terenzio pulitissimo scrittore, parrebbe che avesse barbaramente messo in latino il toscano poichè. E’ vi vogliono sempre per ben comporre in una lingua, con tutte le facilità che uno si proccuri, avvertenze infinite. E bisogna avere conversato famigliarmente con gli autori che ne’ libri la parlano ancora, e parlerannola. Non minore difficoltà s’incontra nell’usare la maggior libertà di parlare, con praticare autori di ogni secolo, e di più paesi, che tutti hanno a casa loro strani e barbari dialetti, de’ quali, sotto l’ombra di comune dialetto italiano, ne può scappare sempre alcun poco, e macchiare quel candore e quella purità di dire che è stata finora tenuta comunemente e che si scorge anche, per poco che uno vi si ausi, ne gli autori del secolo stimato non senza qualche ragione il migliore, dal quale si prendono le coniugazioni e il buon uso delle frasi, e, se non altro, il corretto linguaggio. Ma che fiori anco di leggiadro e gentil parlare non vi si riconoscono? Chi attentamente gli legge a gli rilegge, sa quel ch’io dico. E perciocchè alcuni grandi ingegni, seminando per entro i loro scritti ammirabili, come il cardinale Pallavicino nella Storia del Concilio, non col pugno, ma col sacco, alcune toscane grazie in oggi dismesse, non ne riportarono per questo conto nè da gl’Italiani applauso, nè da’ Toscani medesimi; essendo sempre cosa a tutti spiacente e onerosa l’affettazione; io mi credo che loro venisse in odio, e a dispetto avessero lo studio fin allora nelle toscane cose impiegato, e si volgessero a fare onesto nuovo sistema; stimando quella fatica buttata, e gittando la colpa di loro medesimi, che non ne avevano fatto buon uso, su ’l secolo in cui quegli autori fiorirono, e aprendo una nuova strada più agevole e libera di comporre, e, per così dire, senza pastoie. Il nuovo sistema è di spossessare quel vecchio secolo dell’onore della migliore e più scelta lingua, e di metterne in possesso i due prossimi passati, ergendo in signore questo chiamato da loro comune dialetto italiano, che, per dir vero, è una fantasima di dialetto, non vero e proprio dialetto; siccome fantasima fu quella lingua ellenistica, a cui fu fatto dal Salmasio il funerale.

[40] Affinchè il dialetto proprio della sua provinvia e città si purghi.: Cioè, si tolga via, fuorchè il toscano, il quale è l’unico, regolato tra i volgari d’Italia, come tra gli altri lo Sperone confessa nel Dialogo delle Lingue.

[41] Toscana provincia che più d’ogni altra s’avvicina a questo comune ed italian linguaggio.: Tutta al contrario l’istoria converti, per parlare coll’Ariosto. Toscana, a cui, più che a nessun altro volgare d’Italia, s’avvicina questo comune ed italiano linguaggio, se così s’ha a dire. Niuna altra lingua ben regolata ha l’Italia (dice il Bembo appresso lo Speroni nel sopraccitato dialogo) se non quell’una di cui vi parlo. E in fine del dialogo dice lo stesso Bembo, principal personaggio del dialogo: Che se voglia vi verrà mai di comporre o canzoni, o novelle al modo vostro, cioè in lingua che sia diversa dalla toscana, e senza imitare il Petrarca o il Boccaccio, per avventura voi sarete buon cortigiano, ma poeta o oratore non mai (Trattavasi del parlar cortigiano, e particolarmente della corte di Roma) Onde tanto di voi si ragionerà; e sarete conosciuto dal mondo, quanto la vita vi durerà, e non più; conciossiachè la vostra lingua romana abbia virtù in farvi più tosto grazioso, che glorioso. Fin qui lo Sperone. Questa eresia, o fazione del preferire la lingua della corte, leccata e artificiata, alla pura e natia del buon paese, era venuta ad infettare anco la Francia, come testimonia Arrigo Stefano nel libretto franzese, De la conformitè du langage françois avec le grec, ove dice: Mais avant qu’entrer en matiere, je veulx bien advertir les Lecteurs, que mon intention n’est pas de parler de ce langage francois bigarré, et qui change tous les jours de livrée, selon que la fantasie prend ou à monsieur le Courtisan, ou à messieurs du Palais, de l’accoustrer (ecco il parlare cortigiano, cioè curiale, della corte e della curia). E poco appresso: De quel françois doncques enten-je parler? Du pur et simple, n’ayeant rien de fard, ni d’affectation: le quel monsieur le Courtisan n’a point encores changé à sa guise, et qui ne tient rien d’emprunt des langues modernes. Il parlar cortigiano è in tutte parti volatile, capriccioso, bizzarro e mutabile e il toscano, semplice, puro e schietto, quale lo ci ha dato quella età, che per la sua semplicità somiglia l’aurea, è saldo, fermo e stabile; e non fiorisce oggi, domani sfiorisce; ma, come i buoni vini e generosi, regge al tempo, bene aetatem fert. Chi brama l’eternità in sue scritture, la quale viene in grandissima parte dal condimento, e, per così dire, dal balsamo della lingua, bisogna attaccarsi al toscano, che è l’unico parlare regolato d’Italia, e che ha avuto a principio, quando singolarmente ei fioria, nobilissimi scrittori, che gli han data una tal fama, che niuna età delle lodi di quelli, e della lingua loro, si tacerà giammai.

[42] Ma egli dirà taluno, che non è opera di Dante ec.: E quasi taluno. Tutti i Fiorentini, nemine excepto. Il Gelli, il Fioretti, o Nisieli, ne’ Proginnasmi, Lodovico Martelli, il Varchi e don Vincenzo Borghini. E ’l Salviati medesimo questo libro più tosto nega, che appruova essere di Dante, degli Avvertimenti vol. 1, pag. 150 e 151: quantunque il signor abate Fontanini, dell’Aminta difeso cap. 11, metta il Salviati dalla schiera di quegli che non negano esser di Dante il detto libro, non ponendo mente, che laddove egli ne parla, non è il Salviati, ma i contrari, in bocca de’ quali egli mette quelle parole che si servono dell’autorità di quel libro, e che lo stimavano legittimo.

[43] Il Varchi stimò quella opera non degna di Dante, per l’incongruenze che ci scorgeva, e che egli medesimo accenna, e acciocchè altri non gli creda sopra la sua nuda parola, ne mette alcune pruove, il fare una cosa, e dirne un’altra, è una contraddizione indegna di galantuomo. Così avrebbe fatto Dante, se quel libro è suo. Per tutto aver parlato tosco e fiorentino; e in conseguenza approvato, e messo in opera questo parlare, e mostratosi natio della sua nobil patria; e poi in ultimo ridettosi, e biasimato quello che con tanta sua lode avea praticato, e rinnegato quel bello stile che per la sua confession propia gli avea fatto onore! Oh, dirà alcuno, egli avea dell’amaro contra quel popolo, che, come egli dice, gli s’era fatto, per suo ben far, nimico. Ma non era questa la maniera di ricattarsi con tanto svantaggio e vergogna sua, mostrando d’aver seguito quello stile ch’ei non dovea. Dante veramente era bisbetico, e, come Giovanni Villani dice, a guisa di filosofo malgrazioso; ma gli doveva bastare d’essersela presa contra i vizi e contra le corruttele de’ cittadini del suo tempo. Che ci aveva che fare il pigliarsela contra la propria loquela, che già l’aveva renduto al mondo sì manifesto e sì chiaro?

[44] Che Dante facesse quel trattato De Vulgari Eloquentia, l’attesta anche il Boccaccio nella Vita del medesimo Dante verso la fine. Sapevalo il Varchi ancora. Ma qui non si tratta, se Dante facesse un tal libro, o no. Si tratta, se quel libro che il Trissino diede fuora tradotto con questo titolo, e che poi dopo la morte del Varchi fu pubblicato in Parigi dal Corbinelli nel latino, come testo unico, sia quello propio citato dal Boccaccio e dal Villani, o pure di qualche bello spirito, che ne’ tempi che queste dispute bollivano, se si doveva chiamare la lingua volgare italiana o toscana, l’avesse o supposto o alterato, o per esercizio d’ingegno, con alcuna pratica di provenzali poeti e di Siciliani, fattovi sopra a indovinare, sulla notizia e lume, dell’argomento del libro datone dal Villani il quale non voglio che lo facciam giudice del forte e adorno latino, come egli dice, nel quale secondo lui era dettato quel libro perciocchè il Villani era buono e veritiero, ma idiota. Una ambasciata fatta per messer Tommaso Corsini in gramatica con molto alti Latini, si dice, nel titolo del cap. 106 del lib. xxi, che fu fatta volgarizzare, non si dice che egli la volgarizzasse. Ci sono più barbarismi e più orribili, che non sono nella Monarchia, libro in cui Dante asserisce e difende l’unità dell’imperio, e come Ghibellino favorisce e accresce le ragioni dell’imperio. Laonde non pare che dall’uniformità dello stile, come vuole il sig. abate Fontanini, si possa trarre grande argumento della legittimità del libro. Qui ci è potionare, apotiavimus, spatulas podiavimus, per appoggiammo le spalle e hirsuta et rebursa, per irsuti e rabbuffati; ed altre strane e barbare voci, le quali non pare, per quel ch’io mi ricordo, d’aver letto nella Monarchia, che manoscritta si conserva, annessa alle opere latine del Petrarca, nella famosissima libreria Medicea di S. Lorenzo, e sembrano anzi caricature di chi voglia fingere.

[45] Ripruova tutti i volgari d’Italia.: Chiosa acutamente il Nisieli, che verisimilmente Dante riprovasse tutti i volgari d’Italia, fuorchè quell’uno fiorentino, o toscano, ch’egli ha seguito, vol. 5, proginnasma 27. E meritamente (dice il Nisieli chiosando il Villani) e con molta ragione; poichè tutti gli scrittori antichi, benchì stranieri quanto alla città di Firenze, comunemente dettarono sempre le scritture loro in lingua fiorentina, cioè confacevoli a quella nella quale scrissero Dante, il Petrarca, il Boccaccio, il Villani, e simili. Sicchè il riprovare tutti i volgari d’Italia. incluso anche il fiorentino, non pare, secondo queso Critico e secondo la verità, probabile in Dante. Adunque non è tanto malfondato il sospetto che un tal libro non sia quello di Dante.

[46] Travide senza dubbio il Forchi ec.: Questo è vero; perciocchè dalle parole dell’autore del libro della Volgare Eloquenza non si ricava che i Latini favellassero toscanamente, come si fa oggidì in Toscana, e poi scrivessero in latino. Molto men disse che i Greci avessero altra lingua che la greca. Ma non disse nè anche che la lingua de’ Greci si dividesse in due spezie, non men della nostra italiana. L’ una e l’altra di queste spiegazioni è falsa. La vera e legittima si è, che una locuzione è volgare, cioè quella che s’impara senza regola dalla balia; l’altra è la latina, che s’impara con regola da’ maestri. Similmente ci è la gramatica greca, cioè la lingua litterale greca, detta ellinica; e la greca volgare, detta romaica. Al tempo di Dante non vi erano regole gramaticali formate per la lingua volgare. Parlavasi così naturalmente bene. Quando si cominciò poi a parlar male, ci fu bisogno della gramatica.

[47] Introdusse in Roma lo studio della gramatica.: Svetonio dice di lui: Primus igitur, quantum opinamur, studium grammaticae in urbem intulit Crates Mallotes Aristarchi aequalis, che Svida nella voce Κράτης dice σύγχρονος ᾿Αριστάρχον. Questi faceva quel che faceva Aristarco. Emendava e sponeva Omero. Pubblicò la correzione de’ due poemi del medesimo, διόρφωσον ᾿Іλιαδος ϰαὶ ᾿Οδυσσείας. Laonde per soprannome fu chiamato l’Omerico, e il Critico, secondo che ne fa fede lo stesso Svida. Egli mandato ambasciadore al senato da Attalo re, come dice il sopracitato Svetonio, essendosi nel Rione Palatino, cascato in una buca di fogna, rotta una gamba, e obbligato a stare in casa e in letto, fece sovente, per tutto il tempo della sua ambasciata e cura, moltissime ἀχροασεις, cioè lezioni; ac nostris, soggiunge, exemplo fuit ad imitandum. Costui era uomo greco, venuto la prima volta a Roma, e in conseguenza non sapeva lingua latina. Suo esercizio era il correggere e sporre Omero, e gli altri poeti greci. Le sue lezioni son dimandate con titolo greco ἀχροασεις: segno che le faceva e recitava nella sua lingua. Ora quel passo: Primus studium grammaticae in urbem intulit, si dee intendere della gramatica universale, cioè di sporre, correggere, puntare e virgolare, e dividere in sezioni i poemi; e ciò faceva egli su i suoi poeti greci, e particolarmente sopra Omero; e col suo esempio mosse a farlo i Romani sopra i loro. Hactenus tamen imitati, ut carmina partati adhuc divulgata etc. La gramatica, quella che fu bisogno alla lingua volgare caduta in solecismi, per raddrizzarla, non era di bisogno ai Latini nel tempo che la lingua fioriva. Questi illustri gramatici di Svetonio si vede che sono stati quasi tutti schiavi compri, e poi affrancati da’ lor padroni, come mostra il loro doppio nome, o triplicato; de’ quali nomi l’ultimo è greco, cioè il loro antico, propio e naturale, il prenome, e il primo nome, posto in secondo luogo, avendolo dal manomettente, è quello che nella servitù era a loro unico nome, dopo la manumissione, servendo di terzo nome, ovvero di cognome. Così essendo Greci, faceano le loro lezioni sopra autori greci; e quegli sponevano ai Romani, come fanno i nostri maestri di gramatica sopra i Latini; e tenevano insomma lezione di greco. E quando erano allevati in Roma, e stativi lungo tempo, poteano anco insegnare alcun poco di latino, spiegando i poeti e storici loro, come si dice dal medesimo Svetonio di Atteio per soprannome il Filologo, o l’Umanista, o l’Universale, chiamato da noi nobilis grammaticus latinus, se bene era nato in Atene. E rapportasi un pezzo di sua lettera a Lelio Erma, altro liberto e gramatico, che dice: Se in graecis literis magnum processum habere, et in latinis nonnullum. Il maggior fondamento di questi gramatici era sul greco, e alcun poco talora sul latino. Così i maestri di rettorica in Roma ordinariamente declamavano in greco. Un certo Lucio Plotio Gallo, dice Cicerone che si ricordava, quando era bambino, primum latine docere coepisse. E che andando alle sue lezioni moltissima gente, Cicerone si doleva di non vi potere andare, perchè i vecchi e dotti non volevano. Continebar autem, dice egli, doctissimorum hominum auctoritate, qui existimabant, Graecis exercitationibus ali melius ingenia posse. Quei che chiamavano retori latini, furono per editto censorio di Roma scacciati: il quale editto è rapportato da Gellio e da Svetonio de claris Rhetoribus nel Proemio; ove nota che la rettorica presso i Romani, come la gramatica, fu ricevuta con difficultà, anzi che no. I Romani siccome la medicina, così nè anche esercitavano o professavano gramatica; e erano per lo più schiavi e liberti greci, tanto nell’una che nell’altra professione. Lo Spon nelle Ricerche d’Antichità s’inganna a partito, volendo mostrare che la medicina, come arte nobile, era esercitata da gentiluomini romani; poichè quelle memorie e inscrizioni di medici, ch’ei cita, tutte hanno tre nomi, è vero, come i Romani; ma il cognome, o terzo nome, è greco, cioè proprio di quel medico, gli altri due acquistati dal padrone per lo benefizio della manomissione. Non avevano bisogno i Romani di studiare le coniugazioni della loro lingua, come abbiamo noi; e cagion n’è la caduta ch’ella fece nel 1400; della qual caduta non s’è mai rilevata, nè si può rilevare senza la gramatica, la quale è stabilita per comun consentimento d’Italia, e approvazione di tutti i secoli dal 1300 in qua, sulle regole tratte dagli autori toscani, che scrissero in quel tempo unico che la lingua si parlava dal comun popolo, e dai dotti ancora, corretta. Del resto si sa che il parlare che i Greci eternano ἰδιωτιχὸς ci è sempre stato. Ogni lingua ha le voci basse, triviali, del minuto popolo, vili, sordide; e le maniere di dire oscure e plebee: e dall’altra banda le voci nobili, belle, grandi, illustri. E perciò è necessario la natural gramatica del giudizio, che ne facciia quella scelta giusta e propria, tanto lodata e raccomandata dai maestri di rettorica; e che si può ben dire, ma non si può insegnare. Ma non per questo si fanno due fazioni di lingue in un medesimo popolo, cioè di lingua volgare e di lingua gramaticale quasi il popolo parli una lingua, i nobili e gli eruditi un’altra. È la medesima lingua parlata meglio e peggio; ma non muta massa e sostanza. Muta ben sostanza, quando la sua corruzione giugne a tal segno che se ne forma da quella un’altra diversa, come è avvenuto nelle tre volgari lingue sorelle; franzese, spagnuola e italiana; che si posson intendere, e non intendere la lingua madre. Così è avvenuto nella greca litterale, o ellinica, che dal suo guastamento e mescolamento d’altri linguaggi ha generata la greca romaica, ovvero greca volgare; che l’una di queste lingue, come ben distingue l’autore del libro de Vulgari Eloquentia, si dice volgare, l’altra si chiama gramaticale. E sono due lingue formate; perciocchè tutt’e due hanno popoli che le parlano; l’ellinica, il popolo de’ morti greci e nelle memorie e ne’ libri; la romaica, il popolo de’ Greci viventi nelle loro bocche. Il parlar latino bene e pulito, siccome il parlar greco bene, che Aristotele chiama ἐλληνιζειν consisteva nella scelta e proprietà delle parole, e nella naturalezza delle maniere e delle frasi. Parlare colla lingua, che è sempre, del popolo, perchè egli n’ha la balia; ma in guisa che si parli sopra il popolo; popolarmente, in quanto il popolo fornisce le voci; non popolarmente, in quanto dalla massa si scelgono le più appropriate e le più nobili. Questo è il difficile accoppiamento che nel suo Oratore chiedeva Cicerone, e che egli metteva in pratica; e questo è quello che fa la gloria del dire, e dona eternità agli scritti. Quando l’oratore in questa maniera ragiona, l’uditore ha da pensare di potervi giugnere anch’ esso a ragionare in quel modo, e gli ha a parere cosa facile; ma alla prova, egli conoscerà ciò essere difficilissimo.

[48] Super viginti celebres scholae fuisse in Urbe traduntur.: Scuole di gramatici in Roma sopra venti, ma di gramatici liberti, che vuol dire nativi di Grecia o di Soria, e simili, i quali insegnavano la gramatica greca, e non la latina; o più s’impacciavano di quella, che di questa. Che se lo studio che si faceva da loro sopra Omero, fosse stato fatto, per esempio, sopra Ennio, e sopra gli altri antichi poeti e storici latini, non si sarebbero perduti, come si sono. I gramatici latini, che hanno dato le regole, e disteso le coniugazioni, sono fioriti dopo il cadimento, della lingua, siccome i gramatici, che hanno date le regole, e distese le coniugazioni della lingua volgare, sono stati dopo che la lingua era scaduta, e che si parlava colle sconcordanze, e co’ solecismi durati e veglianti dal 1400 in qua; per isbarbare la mala gramigna de’ quali è bisognato lo studio della gramatica italiana, o vogliam dire toscana, non vi essendo in Italia altra lingua pura, che si parli dal popolo e s’apprenda dalla balia, che la toscana. La francese e la spagnuola, per opera delle coniugazioni, tutte parlano corretto, e a una stessa guisa in cui la nazione ha concordato; nè si leggono mai le loro coniugazioni incerte, vaghe e alterate, come nell’italiana, ove è chi dice amassimo in vece di amammo; feciamo in vece di facemmo; voi facessi in vece di faceste; amorno, in vece di amarono; facevo, dicevo, in vece di io faceva, io diceva. E così in questo punto, che tanto importa del coniugar bene, e avere le coniugazioni fisse e accordate, le altre due lingue volgari, rispetto alla latina, cioè la franzese e la spagnuola, ci vantaggiano, nè bisogno hanno, come noi Italiani tutti, e Toscani ancora e fiorentini, di gramatica della lingua nostra, per fissare le coniugazioni, le quali si traggono da niuni altri scrittori, che da quelli toscani, o di nazione o di lingua, che scrissero nel secolo purissimo del 1300, in cui, come dalle nostre fiorentine domestiche e comuni scritture di que’ tempi appare, tutti parlavano correttamente a una stessa guisa; che perciò fu dal Bembo, e col Bembo da tutta Italia stimato il buon secolo della nostra lingua, sì per la correzione, sì anco per lo gran lume che in quella accesero i tre primi maestri e padri di quella. Or questo secolo per la sua schiettezza di bel gentil parlare, e per l’aurea semplicità e bontà della favella, è chiamato d’Oro. Che l’età dell’oro non fu mica per gli ornamenti e per gli lussi così chiamata; ma per quella semplice ingenuità che fu seppellita con esso lei, e più non comparì al mondo. Chi nella lettura degli autori di quel secolo è esercitato, sa quel ch’io dico. Ma come dice Luca Olstenio bibliotecario della Vaticana, in certe note ch’ei fece, dando giudizio de’ manuscritti più rari della libreria Medicea Laurenziana, venendo a alcuni testi a penna di Proclo sopra più Dialoghi di Platone inediti, fatti copiare con esattissima diligenza dal gran Lorenzo de’ Medici; e dicendo che meriterebbero la luce, conchiude che bisogna aspettare un altro Lorenzo, perchè non sunt haec publici sapori». Così chi non viene con un rispettoso, utilissimo e necessario prejugè a leggere gli antichi maestri, non potrà gustargli, nè trarne frutto. Tosto che sentirà una parola che in oggi non s’usi, esclamerà, noi parlar meglio di loro; e non s’avvede che allora, che era corrente, era bella e buona, e con giudizio talora si può in uso richiamare. Ne penetri un poco la forza, ne assaggi l’origine, veda con qual altra novella, che gareggi con quella, si può scambiare. Per alcune voci e maniere dismesse, che chi le usasse senza giudizio, e à outrance, sarebbe ridicolo o affettato, ne troverà infinite, che anco in oggi usate, farieno un giuoco mirabile; e di quelle che cascan tuttora dalla bocca del nostro popolo; e son gioie, che per l’abbondanza trascuriamo e calpestiamo; e delle quali avvertiti ci fanno i buoni antichi, che ne’ loro scritti ne han fatta conserva: così accordandosi col vecchio tempo il novello, e l’uno tacendo all’altro testimonianza, e prendendo da loro scambievol luce.

[49] Quando Cicerone, e gli altri raccomandano il parlar latino ai Latini nati, e parlanti dalla nascita la lingua latina, non credo che avesser bisogno, come abbiam bisogno noi altri Italiani, d’andare a scuola della propia lingua, e imparane dagli autori del buon secolo, cioè del 1500, le coniugazioni e le concordanze. Nè credo già che il minuto popolo facesse quei solecismi che fanno nel parlare i migliori ancora odierni Italiani, Toscani, Fiorentini, che tutti perciò hanno bisogno di studiare su quell’unico secolo, in cui, lasciando stare quella inarrivabile purità e forza, si parlava, se non altro, corretto. Ma raccomandavano lo studio del parlare latino; perchè non si credessero che a dir bene bastasse la propria lingua, benchè bellissima, senz’altro studio che quello appreso dalla balia, dalla casa e dalla conversazione con gli uomini del paese. Perciocchè si può pigliare de’ vizi; e non a caso è virtute, anzi è a bell’arte. Era d’uopo lo studiare gli antichi poeti e scrittoiri d’istorie, ogni sorta d’autori rivoltare; e da tutti, come ape ingegnosa, ora su questo, ora su quel fiore posandosi, come dice Isocrate a Demonico, da tutte bande raccogliere il buono; scegliere da tutta la massa della lingua le parole, e lo guise di parlare più giuste, più calzanti, più pregne, più proprie. In somma tra gli scritti de’ buoni vecchi, che sono depositari delle ricchezze della lingua, trascegliere il migliore; e fin nel pattume ripescare le perle, come disse e fece d’Ennio Virgilio. Che quantunque alcuni di loro rozzi e mal adorni nelle altre doti del dire, pure in quella della proprietà e purità sono maravigliosi. Il linguaggio che bevevano col latte i Romani, era puro; ma il puro si può purificar sempre più.

[50] La lingua, che apprendevano dalla balia e dalla madre i Romani, non era volgare materna, in quel sentimento che noi diciamo lingua volgare la nostra, rispetto alla latina, che son due lingue diverse; ma era lingua latina della fina e della buona; ma che però a perfezionarsi, e a far le maraviglie che ella faceva negli oratori, avea d’uopo di lustro e di pulimento. Il linguaggio latino era tutt’uno; quel del popolo, e quel de’ letterati; ma i letterati si servivano in guisa del linguaggio avuto dal popolo, che non parlavano come il popolo.

[51] E non si diceva che alcun parlasse latino, quando egli prima non avea studiata ed appresa la detta lingua gramaticale.: Le gentildonne romane, che non andavano a scuola a imparare la lor lingua, parlavano ottimamente latino, conservandone l’antica schietttezza e purità, e parlavano senza studio la lingua gramaticale.

[52] In apprender questa (gramatica) non aveva Cecilio per avventura consumato gran tempo.: A tempo di Cecilio non vi erano maestri di gramatica latina. Parlavano naturalmente bene; ma per una tale affettazione, come facevano i nostri Toscani delle voci provenzali o francesche, usavano di mescolare gli antichissimi autori latini delle voci greche, particolarmente i comici che traducevano e pigliavano i soggetti dal greco. Svetonio nel libro de illustribus Gramaticis: Siquidem antiquissimi doctorum quidem et poëtae et oratores semigraeci erant. In Plauto si veggiono molte voci greche: Basilicè, dierectus da διάῤῥεϰτος quasi degno di scoppiare, e altre. E fino in Terenzio elegantissimo e pulitissimo, dicam per διχην, causa. Ma Cecilio forse ne dovea abbondare di questi grecismi, da’ quali si astenne Terenzio; e però fu detto da Cicerone in paragone di Terenzio, malus auctor latinitatis.

[53] Tuttochè il volgar linguaggio di ogni città d’Italia nomar si possa italiano.: Se italiano è quel linguaggio di cui si servono comunemente tutti gli Italiani, il volgar linguaggio d’ogni città d’Italia, cioè di ciascuna città in particolare, non si potrà nomare italiano. II dialetto de’ Greci appellato comune non è il composto de’ quattro principali dialetti, come il tetrapharmacon, composizione di quattro medicamenti, come vuole Giovanni Filopono nel libro de’ Dialetti! ma è quello di cui tutti comunemente si servono, e perciò detto comune. Per linguaggio italiano non pare che s’intenda quello che dai letterati s’adopera, perchè i letterati son pochi, e i pochi sono opposti τοῖς πολλοῖς al volgo, al popolo, alla moltitudine; e lingue sono del popolo, che le parla. Il linguaggio italiano gramaticale è il latino. Il linguaggio italiano volgare contraddistinto dal latino, che non ha più volgo alcuno che lo parli, e è linguaggio di pochi e letterati; cioè il linguaggio comune d’Italia, cioè quello del quale comunemente si sono serviti finora e si servono gl’Italiani; è il toscano linguaggio, unico regolato e che solo ha avuti scrittori riputati; il quale, prendendo anche alcuna volta da’ vicini dialetti e d’Italia e di Francia, con regola e con giudizio, non resta d’essere toscano; denominato così dalla maggior parte e migliore delle voci e maniere che lo compongono. E questo medesimo si può ragionevolmente addimandare anche italiano; perciocchè gli Italiani questo comunemente usano, e in questo scrivono, quando vogliono scrivere all’eternità; e quel libro che è per vivere, aver dee spirito e genio toscano, siccome l’esperienza di tutti i secoli e ’l consentimento d’Italia il mostra. Nella stessa maniera dai gramatici greci si vede notata la stessa voce per attica e per comune; per due riguardi, dalla nascita attica; dall’uso di tutti, comune.

[54] Per linguaggio italiano s’intende quel gramaticale che dai letterati s’adopera, ed è comune a tutti gl’Italiani studiosi.: Il linguaggio gramaticale, cioè regolato e corretto, che dai letterati nello scrivere volgarmente s’adopera, è il toscano; perchè le regole e la gramatica italiana è fatta su gli autori di quel paese. Per linguaggio italiano s’intende, secondo il supposto che qui vien portato, il gramaticale, e questo gramaticale si è mostrato evidentemente essere il toscano; adunque il linguaggio italiano, o comune è il toscano; siccome attico e comune viene ad essere quasi lo stesso.

[55] È necessario a noi tutti lo studio della gramatica,: cioè della gramatica toscana, essendo finora questa unicamente in possesso, finoacchè non ne venga un’altra d’altra parte d’Italia, che autorizzi tutte lo stravaganze che gareggiano colla stravaganza de’ climi della medesima, che in poco spazio sono variissimi E de’ più purgati autori, cioè toscani, o che parlano toscano. La lingua nostra, cioè comune e italiana, la quale allora si parla e si scrive meglio, quanto più ha in sè del toscano, che, come si dice, è il meglio e ’l fiore di quella. Senza un tale studio, cioè della unica gramatica toscana, non si schivano i solecismi, fissando ella le coniugazioni, e prendendo le regole del parlare dai suoi autori o toscani, o parlanti toscano.

[56] Ne’ tempi nostri, ne’ quali si è tornato a coltivar la lingua.: E quando s’era egli dismesso? Parmi che dal Bembo in qua, che diede le regole della lingua toscana e fiorentina, egli Veneziano, per ammaestramento de’ Fiorentini medesimi, insegnando loro la lor propria lingua, e per ammaestramento degli altri Italiani, non si sia fatto altro da chi ha voluto nome nello scriver volgare, che coltivare la buona lingua italiana, cioè toscana.

[57] L’impaniare la lingua nelle voci certo (che gli antichi, per disegnare più l’invischiata pronunzia, scrivevano cierto) perciò, nocivo, dalla maggior parte d’Italia, nè da’ Franzesi ancora, nè dagli Spagnuoli, si fa, che davanti all’E e all’I il C pronunziano. Il dialetto comune a molte e molte città d’Italia dice zerto, perziò, nozivo, paze con seta ottusa e dolce. Nè anche i Greci medesimi, se al nome della lettera K, che essi κάππα con forte guisa pronunziano, e all’uso odierno loro, non hanno questa impaniatura del Ci, che così chiamano questa lettera i Fiorentini; gli altri Toscani, come gli Aretini e tutti gl’Italiani, dicono alla latina Ce. Laonde, dove i Latini abecedarium, i Toscani e gl’Italiani abbeccè i Fiorentini soli dicono abbiccì, quasi da’ primi elementi mostrando siccome la pronunzia particolarissima, così particolarissima la lingua. I Greci adunque Kιϰέρων pronunciano chicheron; Θεσσαλονὶκη, Tessalonichi; onde per apocope, e troncamento da capo, Salonicchi; imitati dai Romani nel dire a viso di uomo ponzante, come era quello di Domiziano; granducca, per schivare la gorgia fiorentina granducha. Vedesi perciò che il dare la pronuncia del Ci alle voci certo, perciò, nocivo, pace, la quale pare più piana e più conforme forse alta pronunzia del Ce latino, e che conservi più la virtù della segnata lettera, senza trasfigurarsi, e passare in suono d’altra non segnata; questo è proprio de’ Toscani, la pronunzia de’ quali, dal comune consentimento dell’altra Italia, come migliore è seguíta, E l’essere seguíta sopra tutte, e preferita all’altre, la loro pronuncia, dà segno che la loro favella ancora, la quale dalla pronunzia non va disgiunta.

[58] Anacarsi filosofo della Scizia sentendoti dagli Ateniesi vituperare la sua hngua e pronunzia, come barbara, dicea loro: Io son barbaro a voi; e voi siete barbari a me. Non ci è maggior ragione che s’abbia a dire più tosto chiesa, che ciesa; occhi, che occi e se non che l’una maniera è toscana, l’altra no.

[59] Costo: i Fiorentini dicono consto. Così proposto; quando è nome di dignità? quasi volendo che vi si ravvisi l’origine latina, consto, constas e praepositus, che si sentono profferire da noi coll’O aperto. Cosi trono si pronunzia come thronus da noi in latino, che il pronunziamo come se fosse ϑρῶνος, e non ϑρόνος, come egli è. Proposta il dicono coll’O piccolo, e il grande usano di rado.

[60] Molte città d’Italia si dice che pronunciano andávamo, portávate colla penultima, breve. Adunque queste molte città d’Italia hanno da riformare la loro pronunzia sulla pronunzia toscana; perciocchè la gramatica della lingua italiana, come tante volte s’è detto, non è altro che toscana, e da Toscani, o toscanisti autori fatta e compilata, e dal rimanente di tutta Italia accettata, e vegliante ancora, senza che altra gramatica d’altra lingua particolare di città o regione d’Italia sia mai comparsa, nè si speri anco che abbia a comparire. Andavámo e portaváte seguitano la pronunzia della loro origine latina, ibámus, portabátis. Dante ne fa chiara fede in quel verso Inf. 20 :

Sì mi parlava, e andavamo introcque,

in cui sull’ottava sillaba posando l’accento, fa migliore suono. Con tutto ciò, l’uso ha prevaluto tra i Toscani, che si dica andávamo; perciocchè così dicendo, coll’antepenultima acuta, la pronunzia ne viene più spedita, e non tanto pingue e tarda, come in andavámo, che, non so come, ha un suono spiacevole a’ nostri orecchi. E occorrendo questa parola e simili di dirsi spesso, la ragione e l’analogia n’ha tocche dall’uso, che è il padrone e ’l maestro del favellare, il qual uso non manca della sua ragione. Usum loquendi populo concessi, dice il Maestro della romana eloquenza, scientiam mihi reservavi. So che s’avrebbe a dire andavámo; ma dico andávamo. E il simile fanno molte città d’Italia, seguendo in questo il buon uso toscano, che così pronunzia, andávamo, e non andavámo, che è di un suono vasto o spiacente; e mosse per avventura da quella stessa ragione del miglior suono che muover dovette i Toscani a mutare contra la regola, e a fare questo solecismo di pronunzia. Portaváte però dai Toscani così si pronunzia, e non portávate; perciochè la ragione movente a concedere all’andavámo, di potersi e doversi profferire andávamo, perchè egli occorreva spesso d’usare questa forma di verbo, non milita nel portaváte il quale in parlando non si usa, dicendosi in quel cambio portavi, da che il tu aureo degli antichi si trasformò nel ragionare colle persone, nel voi ferreo e barbaro de’ moderni. Essendo adunque per comune accordo inteso da tutti, che quando io volgo il discorso a una sola persona, dicendo voi (come se fossero più, quasi che un parli a tutte le qualità della medesima, come sua compagnia e corte) io intendo di dire in sostanza ciò che i buoni antichi dicevano tu: non si è mutato il portavi in portavate, più riguardando al midollo, che alla corteccia, di questo nostro voi. Talchè il portávate, escluso da’ familiari ragionamenti e dal parlare, è solo riserbato alle scritture nobili. Andávamo adunque dirà il toscano, e chi il vorrà seguire: ma non dirà portávate. L’uso è padrone di far solecismi non solo nella pronunzia, ma, quel che è più, nella lingua, come, per esempio, i Franzesi in vece di dire ma ame, sa Altesse, come l’analogia e la concordanza richiederebbe, dicono con orrendo solecismo, ma introdotto e autorizzato dall’uso, e confermato dal consenso degli scrittori, mon ame, son Altesse. Il governo principale delle lingue è del popolo; ma bisogni che alle riforme ch’ei fa, eruditorum consensus accedat, che è il senato che conferma i plebisciti. L’uso popolare guasta le regole ordinariamente per tre motivi: di miglior suono, di distinzione e di comodità. Egli pertanto fa la sua legge a parte: ma a voler che vaglia universalmente, bisogna che sia passata in senato, cioè tra ’l corpo dei letterati, i quali in materia di pronunzia, quando hanno tutto il popolo contro, bisogna che cedano; poichè le più bocche vincono. Ma allorchè si tratta d’innovare in materia di lingua, che è cosa più d’intelletto che di bocca, qui si procede più maturamente, particolarmente in riguardo ai solecismi, i quali introdotti dal popolo per que’ tre capi che ho detto, sono più secoli che in certo modo gli attende a proporre, perchè passino; ma il senato, che non vuole le novità, gli ha esclusi sempre e gli escluderà sempre, come pregiudiciali alle leggi fondamentali dello Stalo, da’ nostri Toscani maggiori fondato. Per esempio, per discorrere de’ solecismi che fa tutt’ora in parlando il popolo fiorentino; e quando dico popolo, intendo il minuto popolo, i cittadini e i nobili (e ciò io qui laccio per non parere troppo parziale della mia città), gli antichi nostri, perciocchè il nostro mai corrisponde all’umquam dei Latini, volendo esprimere il numquam diceano mai non, non mai. Ma perciocchè questo non non faceva presa col mai, tentò di farne una sola voce, come i Latini, che delle due non umquam n’aveano fatto una, cioè numquam, leggiadra e comoda: così non si potendo fare del mai non, o non mai, accorciando in no mai) o cosa simile, non essendoci vocali tali che potessero fare un buon tutto: ricorse il nostro popolo, per dir anche la sua ragione, come per necessità, a licenziare quel non, e fare che il mai avesse la significanza di non mai, supplendovi quasi la negativa, e facendovela sottontendere il sentimento medesimo, venuto in soccorso. Passò questa riforma tra ’l popolo; ma non ebbe mai la conferma del senato, io faceva, io diceva, costantemente i nostri antichi Toscani. Ciò pareva confondersi con quegli faceva, quegli diceva. Per maggior chiarezza, luce e distinzione, s’accordò il popolo a’ dire io facevo, io dicevo; e tanta forza ebbe questo motivo, che ridicolo e affettato sarebbe chi in parlando, o in iscrivendo lettere famigliari, o in bocca a basse persone comiche, dicesse io faceva, io diceva. Alcuni de’ nostri ancora la stimeranno libera eleganza, e non necessaria maniera di gramatica e di lingua. Pure l’autorità di quegli antichi Toscani del secol buono, e le gramatiche, che si sono fatte tutte sulle loro testimonianze, hanno fatto sì che gli Amphictioni della lingua, o vogliano dire i presidenti di quella, cioè gli eruditi di Toscana e d’Italia, non l’hanno ammessa. Con un semplice gli il significare a lui, a lei, loro accusativo e loro dativo, pare al nostro popolo una gran bella comodità e risparmio, quantunque ne vadia al di sotto la chiarezza e la distinzione. Ma perchè gli antichi usarono gli per significare solamente a lui, e loro accusativo; e per significare a lei, si valevano del le (più distintamente in questo, de’ Franzesi, presso a’ quali luy vale tanto a lui , quanto a lei, cioè, tanto gli, quanto le), e quando volevano dire illis e sempre diceano loro, tennero dall’uso di questi contra l’abuso e la corruttela del popolo. Al contrario molte cose contra l’etimologia, o analogia, introdotte, il senato gliele passò e passa, riconoscendo la maestà e la balia della lingua, che risiede principalmente nel popolo.

[61] Sciboleth pronunziato diversamente da quello che pronunziavano i Galaaditi, cioè siboleth, costò la vita agli Ephratei, là sul passo del fiume Giordano, sotto al giudice Iefte, come si legge ne’ Giudici al cap. xii. Così queste minutezze di pronunzia costituiscono, per così dire, i diversi popoli. Così le voci con lettere scempie, o raddoppiate, e rinforzate colla pronunzia, e, come i gramatici ebrei dicono, daghesciate, fanno la diversità de’ dialetti, de’ quali il toscano è quell’unico in cui si scrive da chi vuole scrivere bene italiano. Rifiutto, vitta, cossa, querella, eccetera, non sono errori di pronunziazione, perciocchè così porta il dialetto di quelle città e di quella regione d’Italia, in cui usano sì fatte voci; e in quel dialetto son parlate con grazia; e si spatrierebbe in certo modo chi dicesse altrimenti, mentre non avesse in quella medesima città o paese il consenso de gli eruditi e de’ migliori. Ma perchè onesto dialetto o proprietà di linguaggio d’Italia non ha avuti scrittori, come ebbe presso i Greci l’ionico e ’l dorico: per questo è riprovato; e si chiama errore, perchè è contrario al dialetto toscano, il quale ha avuto unicamente scrittori, e che, per essere dai buoni scrittori d’Italia solo ricevuto, meritamente si può chiamare dialetto italiano, dialetto comune e universale.

[62] Amassimo, scrivessimo dicono in corte di Roma, e a Siena, invece di amammo, scrivemmo, non so perchè; confondendo l’amassemus de’ Latini, donde è fatto, coll’amavimus de’ medesimi, forse perchè dovette alle loro orecchie dispiacere quelle due MM. Ma da orrecchio toscano non si può soffrire, e in conseguenza dal buono orecchio italiano. Il dialetto sanese è riprovato dal dialetto fiorentino, il quale è abbracciato per tutto. E per opera di coniugazioni regolate il secolo del 1300 è a maestro, e maestro unico e sempiterno, nel quale que’ tre gloriosi Fiorentini fiorirono, che tanto onore fecero alla italica lingua, o vogliam dire alla toscana, cui tralle lingue si può dire, come tralle città dice di Fiorenza il Boccaccio: tra tutte l’Italiche bellissima.

[63] Amarò per amerò amava di dire il nostro Varchi, indotto, cred’io, dall’origine di essa voce, che tanto vale quanto amare ho, ho ad amate; e gli antichissimi amaraggio, cioè a amore haggio Ma ei non considerò che le voci in composizione non durano le medesime, che quando sono semplici e di per sè; ma patiscono alterazione nel mescolarsi. Così facetum fa inficetum; facio, inficio; sapio, desipio. E la vocale A, che è di gran suono e richiede a profferirsi forza, attaccandosi una voce coll’altre, e facendo un verso che si trasforma in vocale di più gentile e sottil suono. Così amare ho fa amerò, smorzandosi il molto suono della sillaba seconda di amare, dalla forza e virtù dell’O accentato, e sminuendosi e passando nel suono, più piacevole dell’E stretta, che in questa guisa fa migliore compositura, e più liscia, e più a profferirsi acconcia. Io amava, io diceva, che il provenzale dice in ia, come sentia, volia, ha dalla sua lo spagnuolo, e ’l provenzale e l’origine latina. Il dialetto del Borgo a S. Sepolcro nell’Umbria si conforma col toscano del 1300 che così parlava, e sull’autorità del quale son fabbricate le buone gramatiche. Amaressimo è un ripiego per quelli che dicono amassimo invece di amammo, i quali dell’ameremmo, amaremus, e dell’amassimo, amassemus, fanno un mescuglio. Il toscano dialetto, usato da gli scrittori nostri, è più regolato; e perciò è stato abbracciato da chi ama di parlar e scrivere nel miglior dialetto d’Italia. Questa confusione di tempi nel coniugare, e d’altri solecismi, i quali, non men de gli altri, infettano il parlar de’ Fiorentini, è tolta via da’ medesimi Fiorentini, cioè da quei gloriosi che scrissero nel 1300. Adunque a quel secolo unicamente, per una sì necessaria perfezione di nostra lingua, si vuol ricorrere. Tralascio il parlare netto, espressivo, evidente, sublime, forte. Chi dica a’ Fiorentini ancora, e insegna loro che il dir regolato è bello, e amarono, e non amorono; abbia quegli, e non abbi; rendano, non rendino; e le altre corrette maniere, e ricevute da’ dotti, di parlare: chi? Il secolo felice e aureo del 1300.

[64] Una sol volta mi pare che si sostenga, cioè una solo volta, cioè una volta solamente: ma è bene astenersene, non vi avendo esempli. Il pronome suo, parlandosi di più, ha più d’uno esempio nel Vocabolo, siccome suus in latino, forse per eorum. Ma non si deono così di facile imitare. In dire il scettro per lo scettro, de’ stupori per degli stupori, chi ha bevuto i primi principi di qualche gramatica italiana, ci può cadere; ma non già chi ha appresa la gramatica buona italiana, cioè la toscana, e, quel che più importa, ha conversato con gli autori toscani del buon secolo; non del buon secolo accreditato dal Tesauro tres mechant auteur, ma di quello accreditato dal cardinale Bembo, la cui autorità chi anteponesse anche a quella del cardinale Pallavicino, non credo che facesse male. Guardisi chi ha scritto meglio in materia di lingua.

[65] Migliori che abbiano scritto in lingua italiana eccellente, cioè in lingua toscana, sono quei gloriosi del 1300, che sono gli esemplari della lingua, i quali si può dire alle genti studiose di scriver bene nella nostra lingua:

Nocturna versate manu, versate diurna.

Non serve parlar corretto, e schivare i solecismi. Bisogna parlar puro, e schivare i barbarismi, e empiersi di forme di dire leggiadre, e nobili e spieganti. Di queste abbondevolmente ne fornisce quel benedetto secolo, in cui l’universale della Toscana, e di chiunque il suo parlare imitava, parlava non solo regolato, ma puro. Alla quale regolatezza e purità i tre primi nostri maestri aggiunsero anche, se s’ha da dire il vero, il sapere e l’eloquenza.

[66] Il vero linguaggio d’Italia ha le sue locuzioni e i suoi vocaboli: Il vero linguaggio d’Italia, cioè il toscano regolatore del comun linguaggio d’Italia, che tanto sarà migliore, quanto più sarà toscano, secondo gl’insegnamenti e la pratica dei dotti di tutti i secoli.

[67] Nel medesimo tempo che s’insegna la latina, insegnare l’italiana, non da gli autori de gli ultimi secoli, ancorchè ottimi, ma da que’ primi del 1300, siccome la ’nsegnò il Bembo. Intendesi colle sue distinzioni e cautele, e con insegnare il buon uso conente, Ma quegli non vanno perduti mai di vista. Sono i fondamenti della lingua. Il non permettere l’esercizio dell’italiano a chi studia il latino, ha per fine di fondare prima nella lingua delle scienze nella lingua della religione; nella lingua, colla quale i dotti parlano a tutto il mondo; nella lingua, senza la quale non si perviene a gran segno nella volgare. E perchè i giovani s’applicherebbero più volentieri a comporre nella propria nativa, come stimata da loro cosa più agevole, che in una remota e straniera; per questo i maestri latini gli tengono in freno, perchè acerbi ancora del latino non volino all’italiano, il quale, quando avran fatto nel latino buon fondamento, possono a lor bell’agio adornare e ripulire. Potrebbero bene insegnar loro a parlare corretto più che fosse possibile quell’italiano che s’impiega da gl’Italiani nel tradurre dal latino.

[68] Il Vocabolario è tesoro di tutte le voci antiche, moderne, di prosa, di verso, illustri, basse, serie, burlesche, capricciose. E va maneggiato con discernimento e con iscelta. I modi di favellare propri del solo volgo di Firenze aiutano talora l’intelligenza degli scrittori nobili; e in giocoso componimento possono utilmente essere impiegati, o servire per le origini e etimologie.

[69] Niuna Accademia si può attribuire piena e sovrana signoria sopra una lingua L’uso del popolo, che la parla è il sovrano padrone. I dotti e gli scelti possono bensì mantenerla, illustrarla, pulirla ed accrescerla.

[70] E noi l’avremmo lodata in altri: Altri per avventura non l’avrebbe potuta fare questa fatica del vocabolario, senza venire a Firenze, e impratichirsi e de’ testi a penna e del dialetto. Poichè, trattandoli di sporre e dichiarare voci di autori fiorentini, e che si protestano chi di scrivere in istile umilissimo fiorentino, come nelle Novelle il Boccaccio; chi afferma di sembrare fiorentino, quando è udito, e che chi sua loquela lo fa manifesto; e quell’altro, che dice:

Fiorenza avria forse oggi il suo poeta,

non si poteva una tanta, e varia e così forte impresa condurre, se non da i natii di quella nobil patria, madre e nudrice della più netta e della più gentil favella d’Italia. Per esempio, Dante Inf. 32:

Là dove i peccatori stanno freschi,

detto ironicamente, spiegalo l’idiotismo fiorentino voi state fresco. Non si fanno i Fiorentini e i Toscani maestri della lingua volgare. È la medesima lingua toscana e fiorentina che è stata costituita maestra da i dotti italiani.

[71] Più sono le cose che le parole. Ciò mostrò Aristotele in una lingua ricchissima e abbondantissima, qual era la sua, e inventò nuovi vocaboli, E così la volgare italiana, che è lingua viva, trattandosi in essa varie scienze e facoltadi, si può da gl’ingegni, che vengono di mano in mano, accrescere, illustrare ed arricchire. Ma è ben vero che cose nuove si possono anche talora due colle parole usate, e le cose antiche con maniere nuove, purchè tutto sia regolato dal giudizio.

[72] Dee pure desiderarsi che tutti gl’Italiani amanti delle lettere gareggino con esso lei (L’Accademia della Crusca ) nel maggiormente coltivare, nobilitare ed arricchir questa lingua: Ma sia la gara nel comporre, e nel superarsi nella gloria dello scrivere. ῎Αγαθὴ δ᾽ἔρις ἤδε Βροτοῖσιν, per parlare con Esiodo. Questa è la buona lite, l’emulazione nel comporre in volgare italiano, e nel divenire in quello eccellenti. Poco importa il nome. La lingua latina è detta dal Lazio, in cui già si parlava. L’italiano, il franzese, lo spagnuolo, il tedesco, il fiammingo, l’olandese, l’inglese, lo scozzese, il danese, il pollacco se la fa sua; e così è comune, ed è posta in mezzo a tutti; e chi bene in essa scrive, colui se l’appropria. Per questa via (cioè col pregio delle loro scritture) di torcene la maggioranza hanno studiato i migliori, dice il Salviati negli Avvertimenti, lib. 2.

[73] È stato sempre solito che i Gramatici spongano gli antichi, e di quelli faccian più conto, che dei moderni, ancorchè famosi: laonde fu notato Quinto Cecilio Liberto gramatico, il quale oriundo d’Epiro, non ostante insegnava in latino, non come gli altri in greco, ch’egli leggesse i poeti moderni, e spiegasse Vergilio. Di lui parla Svetonio de illustribus Grammaticis, dicendo: Primus dicitur latine ex tempore disputasse, primusque Virgilium, et alias poetas novo perlegere (leggo praelègere) coepisse: quod etiam Domitii Marsi versiculus indicat.

Epirota tenellorum nutricula vatum:

che è un verso minchionatorio, quasi facesse una cosa che non convenisse.

 L’Albanese Messer de’ tenerini

Poeti meschinetta allevatrice.

Veggiansi gli antichi gramatici latini, ancora de’ tempi più bassi. Non citano se non gli antichissimi. Vanno alla prima sorgente. Non degnano i moderni. Non per modestia adunque soverchia il fecero i nostri; ma perchè così era il dovere, e perchè avevano quei motivi di farlo, che si son detti.

[74] Potevasi ec. molto commendare il merito degli autori che dall’anno 1300 ec.: Certo la diligenza in quegli autori non è da considerarsi, non che da ammendarsi. E che diligenza usavano ne’ quaderni de’ conti, che per la bontà e purità della lingua pur son citabili? Nelle cronache dettate senza alcuno ornamento, salvo che quel nudo della purità? Quelle belle frasi, quelle maniere di dire toccanti, esprimenti, le raccoglievano sul suo; le produceva il terreno, e quella stagione da sè, senza studio, senza fatica; perciocchè naturalmente e comunemente la lingua si parlava bene; e bene in guisa, che tutta la diligenza de’ moderni non arriva (opera di lingua) a quella inaffettata negligenza degli antichi. Sovvienimi di quel che dice Terenzio, pulitissimo scrittore de’ suoi tempi, che avrebbe potuto competere con quegli antichi, nel Prologo dell’Andria.

 Faciunt nae intelligendo, ut nihil intelligant;

 Qui quum hunc accusant, Naevium, Plautum, Ennium

 Accusant: quos hic noster authores habet,

 Quorum aemulari exoptat negligentiam,

 Potius quam istorum obscuram diligentiam, obscuram,

 che non sale in chiarezza ed in fama. Tanta era la reverenza che l’elegantissimo autore portava a quei vecchi; ed egli era d’un secolo purgatissimo per la lingua. Ma per tornare al proposito: degli autori che si citano del 1300, i più non posero nello scrivere diligenza; e pur son puri, e pur sono eleganti; perciocchè così portava quel tempo. Poteasi dire con Tibullo:

 Ipsae mella dabant quercus, ultroque ferebant

 Obvia securis ubera lactis oves.

 E con Ovidio:

 Ipsa quoque immunis, rastroque intacta, nec ullis

 Saucia vomeribus per se dabat omnia tellus.

 che il prese da Esiodo ὲσθλὰ δὲ πάντα, ec., cioè secondo il mio volgarizzamento:

 Non avean d’alcun bene carestia;

 E ’l frutto ne portava l’alma terra

 Da sè naturalmente, e molto e ricco.

 Quei la roba godeano in santa pace,

  Senza un rumor, con molti beni appresso.

 Così era appunto il secolo del 1300 aureo tutto, e nella sua semplicità ricchissimo.

[75] Ristringendo in un secolo solo, anzi nella sola vita del Boccaccio, la riputazione dell’italico parlare ec.: Che gl’ingegni eminenti fioriscano in tal tempo ristretta, e quasi non escano d’un certo spazio d’anni, l’osservò Velleio Paterculo ne’ Greci e ne’ Romani. Or perchè ciò che suole avvenire, non può essere avvenuto? E che la eccellenza della lingua nostra giugnesse per mezzo de’ tre lumi di quella a tal punto nel 1300, che (come che le cose dell’ingegno umano, quantunque smisurate, pur sono finite) non abbia lasciato gran luogo ai posteri di passarlo? Velleio versa la fine del lib. I. Quis enim abunde mirari potest, quod eminentissima cujusque professionis ingenia, in eam formam, et in idem artati temporis congruens spatium etc. Una, neque multorum annorum spatio divisa aetas per divini spiritus viros Aeschylum, Sophoclem, Euripidem, illustravit Tragoedias; una priscam illam et veterem sub Cratino, Aristophane, et Eupolide Comoediam, ac novam Menandrus, aequalesque ejus aetatis, magis quam operis, Philemon, et Diphilus, et invenere intra paucissimos annos, neque imitanda reliquere etc. Neque hoc in Graecis quam in Romanis evenit magis etc. E conchiude tutto il discorso con questa sentenza: Eminentia cujusque operis artissimis temporwn claustris circumdata. Io voglio che il credere il Boccaccio singolare nella prosa, Dante sommo nella fantasia e nella vivezza delle espressioni, il Petrarca gentilissimo e tenerissimo, e che questi sieno maestri di lingua impareggiabili, e a’ quali non ne verranno, nè sien venuti de’ simili; che il Boccaccio sia il disertissimus Italorum, quot sunt, quotque fuere,  quotque post aliis erunt in annis, come nei viglietto poetico di ringraziamento dice all’oratore Tullio il poeta Catullo, sieno tutte visioni; e che il Bembo e il Salviati con tutta la grande schiera degl’Italiani loro seguaci, e ammiratori e imitatori de’ primi nostri da tutto il mondo eternamente celebrati autori, si sieno ingannati, che non abbiano fatta giustizia al loro secolo, dovendo pigliare da quello le regole della granitica e il bello stile, non da quell’antico e stantio; che la vera luce della verità cortesemente si sia comunicata al Tesauro, al Pallavicino, in questi ultimi tempi: io voglio creder tutto. Ma pure l’universale de’ dotti di questi medesimi preferiti secoli non s’inganna, che quelli cercato ha sempre di studiare e d’imitare. Che il Boccaccio faccia egli solo la riputazione dell’italica lingua, è invidiosa cosa il dire; ma potrebbe anche darsi il caso che e’ fosse vero. E non è cosa nuova che un uomo solo venga in tanta eccellenza in una facoltà, che dopo lui non se ne trovi uno simile. Può esser di no, ma può essere anche di sì. Questi casi si posson dare, nè sono nuovi in natura. Velleio Paterculo nel lib. I. Clarissimum deinde Homeri illuxit ingenium, sine exemplo maximum, qui magnitudine operum et fulgore carminum solus appellare poèta meruit; in quo hoc maximum est, quod neque ante illum, quem ille imtaretur, neque post illum, qui eum imitari posset, inventus est etc. Chiunque questa ultima cosa neque ante illum etc. dicesse di Dante, forse non andrebbe gran fatto lontano dal vero Paolo Beni nell’Anticrusca volendo mostrare Claudio Tolomei superiore al Boccaccio, e nel riprendere e uccellare che ci fa del medesimo, mostrandosi sì male intelligente della nostra lingua, è degno più di compassione che d’altro.

[76] Il copiare affatto il linguaggio degli autori è sempre vizio; l’usare parole dispiacenti, e che il presente tempo ripudia, è affettazione e mala imitazione, che i Greci chiamano ϰαχοζηλίαν. Ma l’imitare gli antichi, che han parlato bene, fu sempre lode; e l’usare le loro parole nobili, pure, vaghe, leggiadre, e che non disconvengono anche al corrente secolo, e le antiche ancora a tempo e luogo richiamare in vita, purchè tutto con sobrietà e con giudicio si adoperi, non fia di biasimo.

[77] I Rimatori antichi, i Danti da Maiano, i Fra Guittoni, il B. Jacopone da Todi, sono i vieti e i rancidi. Ma non già Dante Alighieri, e molto meno gli altri due, Petrarca e Boccaccio, che sono cultissimi. Dio buono! Il Petrarca leggiadrissimo, graziosissinio, nelle canzoni eccellentissimo; ammirato ed imitato da tutti quanti quegli che han poetato in rima volgare italiana, e degli altri volgari d’Europa, riporlo tra quei vecchi decrepiti e squarquoi, che exporrecto trutinantur verba labello! per usare la frase di Persio. La regina Cristina di Svezia dicea di lui: ch’egli era stato grandissimo filosofo, grandissimo innamorato e grandissimo poeta; e la regina, e per sua natura, e per la pratica co’ primi letterati, dava nel segno co’ suoi giudizi.

[78] Altra lode non è dovuta a Dante, ec.: Tutto ciò pare tolto dal Tesauro, autore di corrottissimo stile, di guastissima erudizione, di depravatissimo giudicio. Delle figure ingeniose (che i Toscani e gl’Italiani migliori direbbero ingegnose) al cap. 6, ove parla delle età della lingua italica, dopo avere comparato lo stile degli autori del 1200 allo stile delle xii Tavole, che non so quanto la comparazion corra, essendo quelle leggi, come si riconosce da frammenti, dettate in buon latino; sogghigna: Fiorì poscia la sua giovinezza circa l’anno mccc, nel secolo del Dante, del Petrarca e del Boccaccio. Del Dante, vorrebbe dire del libro di Dante, del poema di Dante; ma non già s’intenderebbe dai Toscani Dante, nome d’uomo, accorciato, come in que’ tempi usava, da Durante, lo stesso di Dorando. È così bisognava dire, nel secolo di Dante; poichè Dante non è cognome, come Petrarca (detto così più nobilmente da ser Petracco o Petraccolo, suo padre) nè come Boccaccio, che così comunemente da noi si dice: che il suo casato era de’ Chellini. E perciò il del va bene al Petrarca e al Boccaccio, perchè son cognomi, ma non già a Dante, che è nome, a cui si vuole il di, e non il del. Li quali, segue, possiam paragonare ad Ennio, Cecilio e Plauto. Tre, e tre: ottimamente. Ma vorrei sapere, o conte Emanuello; singola singulis referendo, come questo paragone vada ordinato. Infino che Dante si paragoni ad Ennio, ella può stare: Ennius ingenio maximus arte rudis, disse Ovidio. Così in paragon del Petrarca, da tutti stimato gentilissimo, Dante è riputato rancido, salvatico rozzo. Ma che Cecilio e Plauto, che son due comici, l’uno si paragoni a quello, che altrove si dice principe della poesia lirica italiana, e l’altro a un prosatore; io non intendo. Parmi un comparare, come diciamo noi, il campanile del nostro Duomo colla settimana santa. Pure le facezie di Plauto possono avere qualche rapporto co’ motti della sollazzevole brigata, cui induce a novellare il Boccaccio; ma Cecilio, ditemi per vostra fè, o Conte, che ha che fare col Petrarca? Forse perchè da Cicerone in alcun luogo, se ben mi ricordo, è chiamato malus latinitatis auctor, sarà il Petrarca malvagio autore di toscanità? Dice appresso, che il Petrarca per le poetiche licenze (n’ha pure poche) e per le reliquie dell’idiotismo antico, sparte ne’ suoi manoscritti, è da paragonare a Cecilio più facilmente che a Virgilio. Poichè per cagione del latino, che più generalmente s’apprendea, si pedanteggiava così nella lingua, come nella maniera dello scrivere, ma non sono pedanteschi glossemi (come egli impropriamente dice, non sapendo che cosa si voglia dire glossemi) del Petrarca e del Boccaccio, o, come egli dice, per maggiore toscana eleganza, del Boccacci. Delle penne poi de’ segretari, che corrompono ogni cosa, mescolando parole cortigiane e forestiere, è veramente da fare gran conto, e da contrapporle alle feconde lingue degli oratori romani, e da mettere la lor lingua al di sopra di quella de’ Danti e de’ Boccacci. Talchè per ben parlare toscano, conclude, più non è mestier di bere ad Arno. Noi abbiamo un proverbio, dinotante una precisa urgentissima necessità: Bisogna bere, o affogare. Così potrebbe per avventura alcun dire: Bisogna a chi vuole scrivere bene in volgare, bere ad Arno, o affogare; studiare la gramatica toscana, fatta su gli autori fiorentini, e i medesimi fiorentini autori; o essere d’oscuro nome, e nella dimenticanza sommerso. Così fecero gli Ariosti, i Tassi, i Guerini, e tutti quelli che co’ loro scritti si sono guadagnati eterna fama; e fino il Marino medesimo, che egli prepone all’Ariosto, e chiamalo la Sirena marina, quasi ci sieno delle Sirene di lago o di fiume. E in questo giudizio ch’ei dà del Marino, siccome in ogni altro, mostra egli la sua gran perizia e finezza; e s’accredita maggiormente per la sua bella e vaga distinzione delle etadi della lingua italiana. Quanto al non esser più mestiere di bere ad Arno, anche il Muzio baldanzosamente in un suo sonetto lo dice: Che non i fiumi Toschi, ma l’arte, il ciel ec. Ma dove si fonda ciò? Udiamo. Il Bembo e ’l Dolce Veneziani hanno dato precetti gramaticali della lingua toscana; adunque non s’ha a pigliarli da’ Fiorentini. Sopra quali autori, se non Fiorentini, principalmente hanno edificata la loro arte gramaticale? La loro gramatica è gramatica della lingua fiorentina, la quale esalta per tutte le sue prose il giudiciosissimo Bembo. Il Bembo e ’l Dolce bevvero ad Arno necessariamente; e i nobili Epici bergamasco e ferrarese ad Arno pur bevvero. Catullo era di Verona, Properzio di Bevagna nell’Umbria, Ennio de’ Rudii nella Calabria, Virgilio Mantovano del villaggio di Ande: tutti bevvero al Tevere, a voler parlar bene in lingua latina e romana.

Anche il sig. abate Fontanini dell’Aminta difeso al cap. xi riferisce l’opinione di Agnolo dalla Noce, che la lingua volgare non sia nata in Firenze o in Toscana, bensì in tutta l’Italia, e specialmente nella Gallia Cisalpina, ma che la perfezione e gli abbellimenti della medesima si abbiano a riconoscere dai Toscani, che con istudio maraviglioso le tolsero via la ruggine della barbarie, rendendola più leggiadra nelle loro repubbliche, mentre l’aristocrazia e la democrazia sono le nutrici dell’eloquenza: talmente che lo splendor suo si debba a i Toscani, e sopra tutto a’ Fiorentini, i quali però non crede che possano darle giustamente il lor nome, quando non lo hanno dato nè i Romani alla latina, nè gli Ateniesi alla greca, ancorchè l’una avesse avuta la sua perfezione in Roma, e l’altra in Atene. Fin qui il sig. Fontanini. Il parere di Agnolo dalla Noce è un parere che non può trovare contraddittore, e mi pare fondato sopra incontrastabile verità. Le medesime cagioni che corruppero la lingua latina in Toscana, le medesime la corruppero in Lombardia e nelle altri parti d’Italia, non essendo più una, che un’altra, esente dalla universale inondazione de’ Goti e de’ Longobardi. Ogni città d’Italia corruppe il latino a suo modo; e in quanto al tempo, che ci sia disputa di precedenza; e che tutti i vari volgari delle città e regioni d’Italia sieno nati ad un parto, e sono come tante lingue gemelle, figliuole tutte della latina mescolatasi col linguaggio de’ barbari conquistatori Ma tra queste sorelle, benchè non abbiano vantaggio di nascita, in quanto al tempo, ci può essere alcuna che dalla nascita abbia sortito privilegio di maggior bellezza dell’altre, e che somigli più a madre, quando era bella. E se a nessuna s’ha da dare questa dote di maggior bellezza, non credo che sarà stimata troppa parzialità per la mia patria il dire che ciò si dee dare, o, per dir meglio, riconoscere nella lingua della Toscana, la quale per essere montuosa e sterile, fu meno soggetta alla dimora de’ barbari, e patì nella lingua minore alterazione; laonde le sue voci sono più intere, la pronunzia più ampia, più chiara e distinta, e meno serrata. Io udii dire da un vecchio gentiluomo della mia città, che nel sacro Concilio di Trento avendosi a leggere in pubblico a tutti i Padri di tante e sì diverse nazioni le deliberazioni fatte, sceglievano Braccio Martelli vescovo di Fiesole, poi di Lecce, per farle intendere da tutti. Così era intelligibile il latino in bocca toscana. Del resto la lingua latina i Greci tutti comunemente appellano dalla città in cui più pulitamente si parlava, lingua romana τὴν ῾Ρωμαῖϰὴν διὰλεϰτον. Mario Vittorino sul principio della Gramatica : Latinitas est observatio incorrupte loquendi secundum romanam linguam. Lo stesso per appunto dice nel lib. 2 Diomede; e tutti e due questi gramatici son riportati dal Nisieli, lib. 5, proginnasma 27, intitolato: Lingua nostra se dee appellarsi o italiana, o toscana, o fiorentina. A i quali vi aggiugne la gravissima autorità del gran critico e maestro di rettorica Quintiliano. Verba omnia , et vox hujus alumnum Urbis oleant, ut oratio plane romana videatur, non civitate donata. Non si troverà forse διαλεϰτος, o γλῶσσα Α᾽θηναία, perciocchè nè anche gli antichi dicevano γυνὴ Α᾽θηναία femmina ateniese, per non chiamare le maritate col nome della Vergine Dea, cioè di Pallade, detta anticamente Α᾽θηναία. anche da’ prosatori, poi Α᾽θηνᾶ, quando le donne (come appresso Perecrate comico) si cominciarono anche a chiamare Α᾽θηναίαι. Ora esse si chiamavano Α᾽ττιϰαί, per non profanare in soggetti mortali il nome della Dea Padrona, che avea dato il nome alla città. Di ciò a lungo Eustazio, che il gran comento feo, nel primo dell’Iliade, ove rapporta l’aforismo di antichi gramatici: Α᾽ατιϰον Α᾽θηναίαν γυναῖϰα ε᾽ιπεῖν . Il dire la donna atenea, cioè ateniese, attico non è. Lo stesso replica e conferma sopra il terzo dell’Odissea; e lo Scoliaste d’Aristofane altresì ne gli Uccelli. Laonde non è maraviglia, se non si trovi nominata precisamente lingua ateniese, ma lingua attica, o pur semplicemente atthide, intendendoci, siccome terra o campagna, così anche lingua. Che dal testo d’Apuleo, che dice: In Atthide primis pueritiae stipendiis merui, non si cava, come vorrebbe il Nisieli al detto proginnasma 27, che egli dica di avere appresa la lingua in Atene; poichè Attide non è Atene, ma l’Attica. E da Filostrato nelle Vite de’ Sofisti Lib. 2  nella Vita d’Erode Attico citato pur qui dal Nisieli, si raccoglie più tosto l’Attica fra terra, che la città d’Atene essere acconcia per imparare la lingua; perciocchè, come quivi dice un certo Agathione ad Erode, gli Ateniesi per occasion del porto mescolandosi colla pratica de’ forestieri, e comprando schiavi di Tracia e di Ponto, e d’altre nazioni barbare, da’ quali i fanciulli ateniesi erano condotti a scuola, come si vede nel Liside di Platone verso la fine, e da loro allevati, che perciò si diceano Pedagogi; guastavano anzi qualche poco la natia purità della lingua, che e contribuissero al bello e gentil parlare. E per questo ήμεσόγεια ἕϕητῆς ᾽Αττιϰης ἀγαθὸν διδασϰαλεῖν ἀνδρι βουλομένῳ διαλέγεσθαι. L’Attica mediterranea è buona scuola all’uom che vuole parlar la lingua. Più puntuale è il passo d’Aristide nella Orazione Panatenaica, citata dal medesimo Benedetto Fioretti, ovvero Udeno Nisieli, nel sopraddetto proginnasma, ove in proposito della lingua dice della città d’Atene queste formali parole; ἐιλιϰρὶνῆ δὲ ϰαὶ ϰαϑαρὰν ϰαὶ ἅλυπον ϰαὶ παράδειγμα πὰσης τῆς ῾Ελληνιϰῆς ὁμιλὶας ϕωνὴν ε᾽ισενέγϰαθο. Pura lingua e netta, e aggradevole, esempio d’ogni favella greca, produsse. Così la lingua fiorentina, che è l’attica della Toscana riputata, si può a buona equità domandare esempio d’ogni favella d’Italia, e Fiorenza la produttrice e l’introduttrice di questa lingua: e siccome Atene fu detta la Grecia della Grecia, così a titolo della lingua potrebbe non ingiustamente appellarsi l’Italia dell’Italia, essendo la sua lingua il fiore e l’esempio dell’altre. Certamente niuna altra è in Italia che più s’accosti alla lingua de’ nostri più rinomati scrittori, nè vi è altra città, che Fiorenza, la quale naturalmente la parli.

Segue il sig. abate Giusto Fontanini dell’Aminta difeso al cap. xi. Anche Baldassar Castiglione nel lib. 1 del suo perfettissimo Cortigiano tiene che la nostra lingua sia nata in tutta Italia. Verissimo, ma non egualmente nata, nata nel medesimo tempo, ma non colla medesima prerogativa di natural bontà e bellezza; la quale natural bontà e bellezza, portata seco dalla nascita, ha fatto sì che ella è stata più amata e coltivata delle altre favelle d’Italia, le quali, come si vede, non hanno avuto scrittori; perciocchè non sono state capaci d’essere coltivate e abbellite, come la toscana. La greca aveva infiniti dialetti; ma pochi arrivarono a esser famosi, e ad avere scrittori; perciocchè non tutte le favelle sono aggradevole nè tutte sono capaci d’essere messe in iscrittura, per l’insuavità del suono, per la rozzezza de gli accenti, per lo soverchio mozzamento delle voci, e per altri difetti naturali.

E poi non solamente in Toscana, ma in tutta l’Italia perfezionata ec. Non vorrei parere troppo appassionato per quei tre gloriosi maestri che portarono la lingua a sì illustre segno, che da loro le regole e le maniere del ben parlare tuttavia si traggono. Non hanno avuto pari nella proprietà, e purità e sincerità dello stile. Adunque si può dire, atteso massimamente il vantaggio della nascita e del secolo in cui tutti, anche gl’idioti, parlavano corretto, che non solo coltivassero, ma perfezionassero ancora la lingua; e come tali, fanno e faranno mai sempre autorità, e saranno, come esempi, posti a tutte le genti che in puro e corretto stile vogliono scrivere all’eternità. E guai alla lingua italiana, quando sarà perduta affatto a que’ primi padri la reverenza. Darassi in una Babilonia di stili e di favelle orribile; ognun farà testo nella lingua; inonderanno i solecismi; e si farà un gergo e un mescuglio barbarissimo. Io non dico questo, perchè mi dia a credere, essere così sfruttata la natura, che sempre non possa produrre maggiori e maggiori ingegni in qualsisia facoltà. Ma si vede però che a certe angustie di tempi e di paesi ha voluto la Provvidenza ristrignere, per le occasioni e incontri di cose che si son dati allora, e non dopo, la sua liberalità. Gli esempi son troppo noti. I letterati sono comuni ad ogni paese: chi il nega? Chi nega che non possano anche crasso sub aëre nasci i Pindari e i Democriti? Lo spirito, l’ingegno, la vivacità, la perspicacia, il giudicio, lo ’ntelletto, sono frutte che nascono, e nascer possono in ogni terreno. Ma la lingua migliore d’un paese non nasce per tutti i luoghi di quel paese; nasce in un solo e determinato luogo; e da quel solo e determinato luogo le altre parti e luoghi di quel paese pigliano l’innanzi e l’esempio, e su quell’ unico modello formano, puliscono, e migliorano la loro propria e natia, per lo più rozza e malgraziosa favella. L’attica nella greca, la romana nella latina, la castigliana nella spagnuola, la parigina o d’Orleans, nella franzese, la sassonica nella tedesca, sono le lingue migliori; e chi bene vuole scrivere, scrive in quelle. Tuti s’accordano a pregiarle e stimarle. Solo la toscana, che senza controversia è la migliore, anzi la sola d’Italia, a cui si dia pregio della più bella, e che ha popolo particolare che naturalmente la parla, incontra difficultà ne gli altri Italiani, che malamente soffrono questo primato; e quello che a lei a principio di comune consentimento diedero, a lei vorrebber ritogliere, fui per dire, poco grati discepoli. Non contenti d’avere tra i loro, epici, tragici, lirici, comici, satirici incomparabili, scrittori di prosa ammirabili, e tutt’ora produrre parti d’ingegno vivacissimi e sublimissimi, pare che vogliano ancora levare ai Toscani quel poco, che a loro restava, del pregio della lingua, il cui possesso, goduto da essi per tanto tempo, si credeano in eterno assicurato, per essere il lor paese la patria e il nido di essa lingua, e de’ tre illustri scrittori, tenuti fino adesso maestri di quella. Così appresso a poco si querelò Apollonio di Molone, maestro di rettorica in Rodi, allorachè avendo udito nella sua scuola declamare in greco Cicerone, e tutti gli altri facendogli applauso, egli solo, tra le voci de gli acclamanti, mesto, in silenzio, e con gli occhi in terra confitti stava. Addimandato, qual cagione fosse di sua tristezza e di suo silenzio, alla fine esclamò: Dolgomi della sciagura della Grecia, a cui i Romani, dopo avere tolta la libertà e il paese, quel solo pregio, che ci era rimato, dell’eloquenza e del dire, questo ancora, a quel ch’io veggio, ci vengono a torre. Ciò racconta Plutarco nella Vita del Romano Oratore.

Del resto, per tornare omai donde m’era dipartito, la lingua sassonica è e si può addimandare tedesca; la castigliana, spagnuola; e così medesimamente la toscana, italiana; e tanto saranno migliori i dialetti tedesco, spagnuolo, italiano, quanto s’ accosteranno più al dialetto sassonico, castigliano, toscano, che sono gli esempi e i modelli del comun dialetto di quelle nazioni. Che gli autori, anche fuori di Toscana possano essere autori di toscanità, e come tali citati, io nol nego, ancorchè manchino del vantaggio della nascita, che è un gran punto in materia di lingua, che di qui venne la distinzione degli Attici e degli Atticisti, de’ Greci e de’ Grecisti, o Ellenisti; non perchè tutti non parlassero attico e greco, ma perchè gli Attici il parlavano naturalmente, essendo del paese, e ci aggiugnevano lo studio, necessario a perfezionare la natural dote: gli Atticisti per solo studio parlavano attico, come nati fuori dell’Attica, e perciò gli Attici sono più puri, più schietti e naturali negli scritti loro; gli Atticisti, quantunque pulitissimi, pur sentono per lo più dell’artifizio; e scuopronsi per forestieri, come giusto, Teofrasto da quella vecchia ateniese, ancorchè lungo tempo fosse dimorato in Atene, e, come Aristotele e altri, fattasi domestica e familiare la lingua. Nè perciò si nega che collo studio, e colla imitazione e diligenza, e col fino e purgato giudicio, non possano giugnere a segno di potere essere scambiati da i fini e nativi Attici, come Eliano Romano e il Soriano Luciano. Così gli Ellenisti, che ne’ tempi più bassi in Soria e in Egitto, sotto ai Re Greci, greco a loro parlavano, da i Greci anticamente nati erano distinti; talchè vi ebbe chi a tempo del Salmasio cacciò fuori l’opinione del dialetto ellenistico (che tali erano chiamati gli Ebrei di que’ paesi, che la Bibbia ancora in greco tradotta nelle sinagoghe leggevano, come si trae da una Novella di Giustiniano) nel qual dialetto fosse scritto il Testamento Nuovo. Opposesi gagliardamente con acutissime e accuratissime scritture a questa nuova opinione il Salmasio, mostrando l’insussistenza di quel nuovo imaginario dialetto; e parte colle ragioni, parte coll’acerbità della satira, sconfisse quel nuovo mostro, e disfece.

Avendo adunque i Toscani due vantaggi per la lingua, la nascita e lo studio; gli altri, uno, cioè lo studio solamente: pare che l’autorità de’ primi debba esser prima; dei secondi, seconda. Laonde i tre illustri maestri, Toscani e di nascita e di studio, vanno innanzi a tutti, e sono per autorità reverendi. I forestieri in secondo luogo si citano, ma che sono come Toscani, perciocchè parlan toscano, e sono stati, per così dire, naturalizzati.

Ma pure consideriamo un poco, per nostro esercizio, questi autori forestieri, che il sig. Fontanini dice essere citati nel Vocabolario. Si cita, dice egli, de’ tempi antichi la Rettorica di Cicerone. che fu volgarizzata da Galeotto Guidotti cavalier bolognese nel 1257, e dedicata a Manfredi re di Sicilia, della quale Rettorica parla il Salviati nel vol. I degli Avvertimenti pag. 125, e fu ristampata in Bologna nel 1658, in 12. Io non so come l’autore di questa Rettorica s’intitoli in questa modernissima edizione di Bologna; perchè il Salviati nel luogo qui sopra citato allega una vechissima stampa, che non Galeotto Guidotti cavalier bolognese lo nomina , ma Padre Maestro Guidotto, o Galeotto di Bologna. I cavalieri nell’antico, come è noto, si chiamavano messeri; i teologi, come anche in oggi, maestri; e scrivendosi messere colla lettera iniziale della parola solamente, e maestro con un picciolo o sopra l’M, può essere che ciò abbia fatto luogo a qualche equivoco. Perciò nel citarlo diversamente dal Salviati, questo affare andava appurato. La copia a penna, di cui ragiona il Salviati, dice che è, Come accade quasi sempre in questi libri di lingua, più corretta delle stampe, e di quella antichissima con titolo di Padre Maestro Guidotto, e di quella ristampata in Lione dietro all’ Etica di ser Brunetto, ma senza titolo, e che il Salviati ha riconosciuto essere la medesima. Dice quella d’antica stampa, scorrettissima di tutte, in tanto che in altro linguaggio, dice egli, si può dir quasi che sia trasfigurata, benchè nè anche questa a penna crediam legittima in tutto, se nell’età del re Manfredi e pur vero che dettata fosse primis primieramente. Dubita il Salviati, e dubito anch’io, se nell’età del re Manfredi fosse dettata quella Rettorica primieramente. Ma egli dubita dalle scorrette maniere di parlare che vi ravvisavano, e che a lui pareano proprie d’altro assai più basso secolo, come sarebbe a dire, del 1400. Che però tosto soggiugne: ma trasformavansi questi libri ogni giorno, e ogni copiatore cercava di fargli suoi, con quel che segue. Io dubito per un altro verso, e più forte, che e’ mi pare di poter dire che nel secolo del 1200 ci fosse bensì qualche poeta italiano, ma prosatore no. Che tutti in quel secolo i letterati scrivessero e comentassero in latino, e che tardi si cominciasse a scrivere in prosa volgare, come non istimata lingua di letterati. Quindi con tanta squisita accuratezza si scusa Dante nel Convivio di non fare il comento alle sue canzoni in latino, ma in volgare. Così è verisimilissimo che l’autore dedicasse al re Manfredi la sua opera in latino, e che poi nel 1300 fosse, come tanti altri libri, volgarizzata.

Quanto al Milione di Marco Polo Veneziano, io non ho veduto il Vossio, e non so, se mettendolo tra gli storici latini, egli stimi che quell’opera non in volgare, ma in latino fosse dettata dall’autore. Ma e’ non pare che resti alcun dubbio ch’egli non la scrivesse in volgare dal libro latino d’antica stampa in Venezia, che comincia: Librum prudentis, honorabilis, ac fidelissimi viri Domini marci Pauli de Veneciis, de condicionibus Orientalium, ab eo in vulgari editum et conscriptum, compellor ego Frater Franciscus Pepuri de Bononia Fratrum Praedicatorum a plerisque Patribus et dominis meis veridica, seu verifica, et fideli translacione de vulgari ad latinum reducere. E a questa traduzione di Fr. Francesco de’ Peppori o Peppoli di Bologna, è annesso: Itinerarius a terra Angliae in partes Hicrosolymitanas, et in ulteriores, transmarinas, editus primo in lingua gallicana a Domino Joanne de Mandeville milite suo auctore anno Incarnationis Domini mccclv in Civitate Leodiensi, et paulo post in eadem Civitate translatus in dictam formam latinam. Un libro del viaggio d’Inghilterra in Gerusalemme, e nelle parti d’oltremare, pubblicato prima in lingua francesca da messere Giovanni di Mandevilla cavaliere l’anno 1355 in Liege, e poco dopo nella medesima città in lingua latina traslatato. E nell’ anno 1370 dice il Salviati che il Milione di messer Marco Polo fu traslatato in latino, di cui crede essere volgarizzamento quello che si legge stampato nel secondo libro delle Navigazioni, cioè del Rannusio, per essere d’altra dettatura che quello della copia a penna di Gio. Batista Strozzi, lodato da lui altamente e per antichità di favella, e per purità e bellezza di parate e di modi. E dice, che ce ne ha una copia, che fu dello Stradino (che era un certo Domenico Mazzuoli, ameno e erudito uomo, e buono raccoglitore di toscani manoscritti, caro al gran duca Cosimo Primo di questo nome, il quale per l’autorità che aveva, e reverenza tralla nobile gioventù, e per la sua piacevolezza, era detto il Padre Stradino) antica e corretta oltre modo; ma le manca, dice egli, il principio parimente e la fine. Senza il principio parimente e senza la fine, è una copia a penna presso il sig. Guido de’ Ricci gentiluomo fiorentino, avuta da un suo antico Guido; anzi è un Compendio del medesimo Milione, a cui sono annesse le lettere di Amerigo Vespucci, che alla nuova parte di mondo diè il nome. Comincia: Narraci nobile huomo messer Marcho Veniziano la conformità de’ costumi, ochupazioni, e modi di diverse genti, e molte e diverse province. Ed è carattere del 1500 a principio, perciocchè, come ho detto, annesse vi sono le lettere del Vespucci, che contengono le relazioni de’ suoi Viaggi in data del 1499. Il manoscritto del Milione citato dal Vocabolario si conserva tra altri molti manoscritti toscani, raccolti da Pier del Nero, in casa dei signori Guadagni, che dal palazzo loro posto allato alla Residenza dell’opera del Duomo di Firenze, a distinzione d’altri della medesima prosapia, si domandano i Guadagni dell’Opera. Ho notato di mia mano, e l’ho cavato non so donde, nel principio della traduzione latina stampata del Milione, che in Venezia, dietro al teatro di S. Giovanni Grisostomo, vi ha la corte Milione di casa Polo; perciocchè, dicono, tornato alla patria, a chi l’interrogava delle ricchezze e altre condizioni della Tartaria, rispondeva: Milioni, Milioni. Ma più verisimile mi sembra che tale nome imponesse al libro il padre suo e autore, per esser quivi notate molte migliaia di miglia, e immenso spazio di paese colle sue giornate e miglia descritto. Il Sansovino dice nella sua Venezia, che Marco Polo acquistasse questo cognome di Milione per le ricchezze portate con lui nel suo ritorno. Ne ho veduto un volgarizzamento in lingua veneziana antico, in cui al cap. 23 del lib. primo, ove lo stampato latino dice: sed comedunt pisces salices, dactilia, et sepas. E la sua vivanda si è dàtali, et tonina salada, e zevóle, et agli: donde si emenda la traduzion latina che dee dire pisces salitos, dactilos, alia et cepas. Poco appresso: et elli non abitano in le cittade de instade per lo gran calore; elli vanno a li suoi broli. Il latinizzamento in illis viridariis in aestate habitant: che propriamente Broglio vale Giardino da περιβολιον diminutivo di περιβολος luogo chiuso intorno intorno; e da περιβολος fu fatto Brolo, che usò Dante, Purg. 19. Ma di gigli Di sopra il capo non facean brolo. Gl’interpetri spongono corona, ghirlanda; ma questo è il proprio, e qui Dante parla figurato, chiamando la corona di gigli un giardino. Poco sotto: l’è tale usanza in questa terra, che morto lo marito, la moier lo piange per infino a quattro anni ogni dì una fiada. Io non ho questo Milione in lingua veneziana appresso di me; ma ne ho notati in postilla al mio libro latino vari passi, che mi fanno testimonianza ch’io o manuscritto o stampato, l’aveva veduto. Da ciò che s’è detto fin qui, io vo non del tutto inverisimilmente opinando che questo nobil uomo da Ca Polo facesse la sua relazione in volgare della sua patria intorno alla fine del 1200, poscia a mezzo il milletrecento fosse messa in latino, e intorno a questo tempo passasse in Toscana.

La fede del Bembo, che nel lib. 3 (dee dire 2) delle Prose, che cita Pier Crescenzi, come non volgarizzamento, ma componimento dell’autore, non è infallibile, perciocchè il Bembo facilmente non avrà veduto il testo latino che fu stampato in Basilea; e si vede a più d’un riscontro che il volgare, o, per dir meglio, i volgarizzamenti che molto variano, furono fatti da quello. Nè anche fa forza che il Redi nelle annotazioni al Ditirambo non dica, nel citarlo, il volgarizzamento del Crescenzio, ma Crescenzio. Poichè Bastiano de’ Rossi, cognominato lo ’Nferigno, Accademico della Crusca, nella prefazione a’ lettori del Crescenzio da lui rivisto e mandato fuori, dice: che alcuni luoghi forse ci si posson trovare scorretti nati dall’avere avuto il volgarizzatore il testo latino scorretto. Il libro è intitolato: Trattato dell’Agricoltura di Piero de’ Crescenti cittadino di Bologna, compilato da lui in latino ec. già traslatato nella favella fiorentina, e di nuovo rivisto e riscontro con testi a penna dallo ’Nferigno Accademico della Crusca. In Firenze mdcv, appresso Cosimo Giunti: che è una bellissima e nobilissima edizione. Dal medesimo Inferigno furono dati fuora in Firenze appresso i Giunti col Frullone, impresa dell’Accademia della Crusca, nel 1610 tre Trattati d’Albertano Giudice di Brescia (morali indirizzati a tre suoi figliuoli) scritti da lui in lingua latina dall’anno 1235 in fino all’anno 1246, e traslatati ne’ medesimi tempi in volgar fiorentino, riveduti con più testi a penna, e riscontri con lo stesso testo latino. Il latino manuscritto d’Albertano è nella libreria di S. Marco de’ Frati Predicatori in Firenze.

Gli Ammaestramenti degli Antichi, non quelli rimodernati, cioè guasti da Orazio Lombardelli sanese, ma quelli dati alla luce in Firenze dal Rifiorito Accademico della Crusca, rivisti e riscontrati con più testi (cioè da Francesco Ridolfi, che passò all’altra vita ultimamente a Napoli, nella qual città era stato in corte dell’eminentissimo Pignatelli arcivescovo, poi Innocenzo XII di gloriosa memoria), furono creduti dal Salviati, e dal Rossi nella prefazione al Crescenzio, dettati a principio in volgare, perchè non aveano veduto il testo latino, che si conserva tra i MS. dei signori Franceschi, gentiluomini fiorentini, eredi d’un Lorenzo Franceschi Accademico della Crusca, composto da un Fra Bartolommeo da San Concordio Pisano, poscia volgarizzato.

L’Arrighetto, di cui il Salviati negli Avvertimenti, buona scrittura del 1300, se non fosse stata la diligenza del nostro comune e eruditissimo amico, grande ornamento e oracolo delle lettere, signore Antonio Magliabechi, che avesse scoperto dalla libreria de’ Medici, esser egli un Arrigo Piovano da Settimello del contado di Firenze, che ebbe che dire col vescovo di Firenze, e per isfogo di sua passione fa nel 1300 una elegìa latina, che fu pubblicata dalle stampe oltramontane, buona per quei tempi e piena di spirito: si crederebbe ancora che fosse stata a principio dettata in volgare, e non tradotta dal latino.

Il Difenditore della Pace, ho trovato, che è un volgarizzamento d’un libro latino, Marsilii Patavini Defensor Pacis, dedicato a Ludovico Bavero, di cui l’autore seguì le parti; e poi messo in franzese, e quindi in toscano; e però pieno d’infinite voci franzesi, come trall’altre micieffo da mechef, e nella dedicatoria tranobile da tres-noble.

La Vita di Cristo ho similmente trovato essere volgarizzamento del libro di S. Bonaventura di questo titolo. Maestro Aldobrandino è volgarizzamento dal provenzale, e il provenzale è dal latino. Così le Pistole di Seneca, la prima Deca di T. Livio e Lucano, sono volgarizzamenti dal franzese o provenzale. Così faceano, in que’ tempi. Voglio dire che molte cose sono traduzioni; e non vi si facendo riflessione, si crede che sieno così a principio dagli autori dettate. Così Guido dalle Colonne, giudice messinese, dovette scrivere, come faceano in que’ tempi, in latino la Storia de Bello Trojano, cavata da Ditte Cretense e Darete Frigio, nell'antico falsificati, e poi in toscana lingua tradotti. E Bastiano de’ Rossi, siccome guardò bene il fatto suo ad animo riposato, nella celebre edizione fiorentina del Crescenzio, nel quale i passi, che nel latino stanno bene, e nel volgare stanno male, per non essere stato ben preso il latino, dimostrano chiarissimamente, il latino essere il testo, il volgare la traduzione: così si può credere che osservasse la medesima cosa nel Guido Giudice, e che si risolvesse con ragione a dire, aver egli scritto originalmente in latino, e in toscano esserne stato fatto il volgarizzamento: che il Salviati non avendo fatta questa necessaria disamina, no ’l disse volgarizzamento. Le autorità del Bembo, del Manuzio, del Salviati non fanno nulla. Qui vuole essere critica a fare questa decisione; e col prendersi la pena di confrontare il latino e ’l volgare, di ciò agevolmente si viene in chiaro. Io mi ricordo, che leggendo in Crescenzio, in non so quale edizione, ove tratta di palare le viti, il consiglio de’ pali, questa frase mi giunse nuova, e mi avvidi che veniva dal latino ausilium, che così dovea essere caratterizzato nel MS. preso per consilium. Dal che si veniva in cognizion manifesta, dallo sbaglio del volgare venuto dall’aver letto male in latino, e così in vece di aiuto di pali, aver detto consiglio di pali, quello essere volgarizzamento, non testo.

Quando i Religiosi di Porto Reale, nella prefazione alla Gramatica italiana, dicono, la nostra lingua dovere principalmente la sua origine a Brunetto Latini e a Dante, non vollero intendere che questi assolutamente fossero stati i primi a scrivere in quella; ma che furono i primi scrittori di fama e di rinomanza: nè vollero dire che essi creassero la lingua, perchè la lingua non è mai creata da uno, o da due, ma dalla moltitudine; ma dissero che doveva loro la sua origine, cioè l’origine della sua gloria e chiarezza. Innanzi a Brunetto Latini e a Dante, de’ quali fa onorata menzione il nostro Giovanni Villani, qual mai scrittore si nomina? Forse questi, che si suppongono dal sig. Fontanini scrittori in prosa volgare, quando furono in prosa latina? In proposito di Guido Giudice, non fa niente l’autorità di Paolo Manuzio nelle sue Lettere volgari, lib. 3, pag. 112 (dee dire 121) facc. 2. Io vorrei vedere, dice, l’Historia della Guerra Troiana, composta in lingua toscana da Guido Giudice, scrittore antico, e di età pari, e forse superiore al Boccaccio. Halla il sig. Castelvetro. Quando il Manuzio dice: io vorrei vedere, segno è che non l’aveva veduta. Che se l’avesse veduta, si sarebbe dalle prime pagine accorto, non esser quella, se non volgarizzamento. Sul falso supposto poi che le opere soprannominate sieno state scritte dai loro autori in lingua volgare, fabbrica il sig. Fontanini, e dice, ch’e’ bisogna dire, o che altri, o pure essi medesimi le abbbiano fatte anco latine. La qual conseguenza, se fosse vero quel supposto che non si prova, camminerebbe. La verità è, che essi le fecero latine, e che poi nel 1300 da qualche buon Toscano furono volgarizzate.

Che gli Accademici della Fucina tengano nella prefazione alla Storia di Guido Giudice, stampata in Napoli nel 1665, che Guido stesso la facesse e latina e volgare: bisogna vedere come e’ lo provano. Quegli Accademici della Fucina, essendo di Messina, aveano interesse nel dire la Storia di quel loro antico essere stata fatta da lui medesimo non solo in latino, ma in volgare. Ma per provarlo, non vogliono essere, come dal signor abate Fontanini si è fatto, autorità di scrittori di tempi tutti posteriori assai al tempo di Guido, Bembo, Manuzio, Salviati, il quale alla pagina citata 152, vol. 1 degli Avvertimenti, nominando i due Giudici da Messina, può intendere di Guido, come rimatore, della sua Storia non facendo altrove alcuna menzione. Vogliono essere ragioni. Il Mariana so che fece la Storia di Spagna in ispagnuolo; e per farla comune non solo a’ suoi, ma a tutto il mondo, egli medesimo fece la stessa in latino. Ma so anche che la Storia Veneziana, che compose il Bembo in latino, procurò egli che convertita fosse in volgare da persona intelligente e diligente, come egli in una sua lettera afferma; e mi pare che fosse messer Carlo Gualteruzzi da Fano. Or mentre non ce ne sia riscontro, io non crederò che lo stesso componga in una lingua, e poi si traduca da se medesimo in un’altra. Gli Accademici della Fucina o non avranno avuta la sorte di vedere il Guido Giudice stampato nel 1481, che son le prime stampe rarissime, e per ordinario molto scorrette non solo di ortografia, ma di lingua, particolarmente quelle che non son fiorentine. E così vollero il testo fiorentino di Guido Giudice, se non altro, quando anche disse il medesimo colla stampa di Venezia, per accreditare la edizione. Ma alla prova, chi si prenderà pena di confrontare l’antica e la novella stampa, quantunque io nè l’una nè l’altra abbia visto, ho l’ardire di dire che molto migliore, e più intera e più corretta, oltre alle minuzie d’ortografìa, sarà la novella fatta sul fiorentino manoscritto. Se l’Istoria di Guido Giudice fu terminata nel 1287, come si dice appiè dell’edizione spagnuola; e l’arcivescovo di Salerno messere Matteo della Porta, a cui istanza dice l’autore d’aver composto il primo libro della sua Storia, e non più, terminò di vivere secondo l’Ughelli nel 1272, adunque o l’edizione spagnuola, come è credibile, comprende tutta l’istoria, avendola l’autore seguitata dopo la morte dell’arcivescovo, a cui non aveva potuto fare altro che un libro; o pure non è quel primo libro solo, e non più, che egli asserisce aver composto a istanza del detto arcivescovo. Che l’arcivescovo morisse prima, non ha che fare che egli non potesse continuare la sua Storia, di cui il primo libro a istanza del medesimo avea cominciato. Il cominciare dal principio del mondo, cosa solita degl’istorici de’ tempi barbari (che per questo n’è venuto a noi in proverbio: il farsi da Adamo) come si vede nella Historia Francorum di S. Gregorio Turonense; e Giovanni Villani comincia dalla Torre di Babelle, mi dà indizio che la traduzione spagnuola sia tratta da testo più intero: che forse quel proemio, pigliato tanto da lontano, fu sottoposto, come superfluo stimato ed inutile, a essere tolto via. Non è maraviglia che in quell’anno 1287 si veda esser compiuto il testo latino e il vulgare, che nella Biblioteca Cesarea si trova voltato anco in lingua tedesca, al dire di Pier Lambecio. Perciocchè il vulgare è traduzione del latino; il latino fu compiuto nel 1287, e così il vulgare, come traduzione, non fa altro che rapportare quel tempo che ha trovato notato nel latino. Sarebbe stato Guido troppo valente a fare che il suo testo vulgare e la sua traduzione latina finissero per l’appunto nello stesso anno.

Il titolo curioso d’una guerra famosa, qual fu la Troiana, cavata da manoscritti latini, come di Ditte Cretense, in essa a ogni poco citato, alletti tutti a tradurla, siccome poi gli Spagnuoli e i Tedeschi, così a principio i Toscani, senza che l’autore avesse a durare questa doppia fatica.

Federico II come Tedesco, componendo in toscano, non credo che possa pretendere che la lingua in cui compose, sia tedesca. Così gli altri Italiani componendo in toscano, cioè in idioma particolare d’una regione d’Italia, non mi pare che possano pretendere di dirla assolutamente italiana, se non in quanto essi co!l’usarla la fanno di particolare, comune. Benvenuto da Imola so che fece il Lomento sopra Dante in latino; e si ritrova MS. nella Libreria famosissima Medicea in S. Lorenzo. Messere Jacopo della Lana, figliuolo di Fra Filippo frate Godente di Santa Maria, scrisse in volgar bolognese, come ha il Salviati negli Avvertimenti, vol. I, a carte 115. Non si fece adunque cittadin di Toscana, come il medesimo Salviati scrive vol. I, a carte 152. E mal fa a metterlo tra i forestieri che gareggiarono nel comporre co’ Fiorentini. Nella dedicatoria del Comento sopra Dante di detto messer Jacopo, stampato in Milano nel 1479, e citato dal medesimo Salviati, si legge: Sed Jacobus Laneus materna eadem et Bononiensi lingua superare est visus. Tutti quelli che a carte 152 cita il Salviati di forestieri, che hanno scritto nel buon secolo in toscano, sono rimatori; laonde quando nomina i due Giudici da Messina, intende in quanto alle rime, le quali facevano più pulite della prosa. Quei che scrivevano in prosa, o Bolognesi, o Veneziani, o altri d’Italia, scrivevano per lo più nel dialetto delle loro patrie, alquanto più corretto e rifiorito col toscano, come si può agevolmente vedere dalle cronache di quei tempi.

Che Niccolò Malpigli bolognese scrittore Apostolico sia autore d’un poema in terza rima a imitazione di Dante, che perchè tratta di quattro regni, de’ quali il primo è il regno d’Amore, è intitolato: Quatriregio ( ma ha da dire Quatriregnio , come allora scrivevano, cioè Quatriregno) e che ne sia stato attribuito falsamente l’onore a un altro autore in una stampa del 1511, lo dice il Bumaldi nel Vocabolista Bolognese, senza addurne pur una pruova; e chiama questo un furto solennissimo letterario fatto da uno stampatore. Quello che asserisce Antonio Bumaldi, ovvero Ovidio Montalbani bolognese, lo rapporta sulla semplice parola di lui il sig. abate Fontanini a cart. 269, con iscoprire di più un’altra edizione fatta in Firenze da Pier Pacini da Pescia del 1508, che quella citata dal Montalbani del 1511 è di Venezia, e ha per titolo Il Quatriregio (leggo Quatriregno) del decorso della vita umana, di messer Federico fratre del Ordine di Sancto Domenico, eximio maestro in Sacra Teologia, et già vescovo della ciptà di Foligno; il quale appella un falso titolo il sig. abate Fontanini, fondato sull’autorità senza prova del Montalbani, la qual prova pure era necessaria per levare il vescovo di possesso. Ora oltre al lodare in esso poema la casa de’ Trinci signori di Fuligno, e fargli venire da Troia; e lodare la città di Spello e di Fuligno, dicendo che Spello vuol dire Specchio (quasi Speglio) che è curiosa etimologia, quando viene dal suo nome antico Hispellum nel capitolo nono del quarto e ultimo Regno delle Virtù si scuopre per cittadino di Fuligno manifestissimamente. Poichè quivi la Prudentia, che è come la Beatrice di questo nuovo Dante, lo guida al monte Elicona, ove vede molti valenti poeti dell’antichità) e poi sale colla scorta della medesima Prudenzia al monte Parnaso, dove la scuola filosofica era, dice egli, dicendo appresso questi versi :

Mentre io sguardava a quelle grandi Scole,

Un ponea mente ad me con gli occhi fiso

Come che ( leggo chi ) ben conoscere altrui vole.

Et poi la bocca mosse un poco ad riso

Che fu cagion che lo splendor si accese,

Et inlustrogli più la faccia e ’l viso.

Allor Prudentia a me la man distese,

Dicendo: va; quell’è maestro Gentile ,

 Del luogo, onde tu se’ del tuo paese.

La experientia et lo ingegno sottile,

Crebbe nell’arte della medicina,

Et ciò che egli scripse in bello stile,

Dimostra questa luce, et sua dottrina.

Allor mi mossi, e andai verso lui,

Quando mi disse, vien, quella Regina.

O Patriota mio, splendor per cui

Gloria e fama acquista et mio Fuligno,

Dixi io a lui, quando appresso gli fui.

Qual grazia, o qual destin mi ha fatto degno

Che io ti vegha? oh quanto mi dilecta,

 Che io t’ho trovato in questo nobil regno.

Questo è quel Gentile Fulginate, medico famoso, che fiorì nel 1310, che scrisse moltissimi libri in medicina, e tra gli altri, Comentari sopra Avicenna in due tomi stampati in Pavia. Ecco adunque mantenuto il proprio autore in possesso, il cui poema, secondo il giudizio datone dal Corbinelli nella prefazione alla Bella mano di Giusto de’ Conti da Valdimontone, si stima non punto indegno d’ir dietro a Dante, a imitazione della cui Commedia egli è composto; longo sed proximus intervallo. Questo poena pure attribuisce a lui il nostro Ughelli nell’Italia Sacra ne’ vescovi di Fuligno; il quale fu del casato de’ Frezzi, casato credo io, venuto da Erici, accorciato dal genitivo latino, che serve in italiano di patronimico, Fedrici o Federici, e ’l Ci pronunziato con Zeta. Del resto Niccolò Malpiglio da Bologna, investito autore di questo poema dal Montatbani, si trova registrato nell’indice de’ Poeti italiani dell’Allacci.

Segue il sig. Fontanini: De meno amichi poi, si adducono dalla Crusca l’Ariosto e il Guarini da Ferrara, Baldassar Castiglione da Mantova, che il Menagio sopra l’Aminta dice Ferrarese per isbaglio; nello stesso modo che il medesimo Menagio nel libretto latino de Feminis Philosophis la signora Selvaggia Borghini, nobil filosofa e poetessa celebre italiana, dice Sanese, e non Pisana, quasi ingannato dalla nobilissima famiglia de’ Borghesi di Siena; Pietro Bembo veneziano ec. Questi si adducono in sussidio, perchè quei primi non poterono dire tutte le cose. Il Castiglione, che ha alcuna sua singolare opinione in materia di lingua, diversa da quella del Bembo, e di tutti gli altri dotti d’Italia, siccome non era nell’antico Vocabolario, forse non meritava d’essere messo anco in questo. Ma la sua gran qualità, e ’l suo ingegno e la sua fama han fatto, cred’io, passare sopra questo minuto e piccolo particolare rispetto. La sfolgorante poi gloria del Tasso, che non per disistima della nostra città, ma, a guisa che gli oratori fanno, fuor della causa ancora andò contra l’avversario, forse più che uopo non era, declamando, ogni antica ombra ricuopre. Gabriello Chiabrera, che la maniera Pindarica e Anacreontica seppe con sì bel giudicio e destrezza innestare sul toscano; e Paolo Segneri, pulitissimo e gastigatissimo dicitore, nostri cittadini si posson dire; poichè qua lungo tempo dimorarono, dalla corte reale di Toscana, che fu sempre dei grandi uomini conoscitrice e protettrice, accolti e trattenuti, l’amore e le delizie furono delle nostra nobiltà, e nella grazia e nella stima universale fiorirono. E quantunque il citare alcuni pochi viventi, tra’ quali il Segneri, non sia mancato chi abbia detto essere contra le regole e l’esempio degli antichi, che non solo niuno vivente, ma persone remote dalla presente loro età citarono; pure, se spassionatamente si riguarda, quando ciò di nobili e famosi scrittori si faccia, non torna male. Perciocchè le citazioni che dai viventi si traggono, sono tante testimonianze dell’uso corrente, e rappresentano lo stato ultimo della lingua, e possono dar lume, come si faccia buon uso di essa e degli antichi.

L’altercazione del Salviati nel cap. 21 del lib. I degli Avvertimenti, e tutto quel capitolo è all’uso degli oratori, quando, come si dice, piglian fuoco, pungente e acre; ma questa acrimonia fu spremuta dalla mordacità d’alcuni, contra i quali inveisce; ed in quei tempi fu necessaria contra que’ Cigni, e i loro simili, che non voleano i fiumi Toschi. Per altro il Salviati non era tanto indietro che non conoscesse, che ognuno che scrive bene in una lingua, è cittadino di quella; e alla fine della disputazion sua fa vedere l’onorata guerra che i forestieri ci han fatto, non colle vane dispute, ma colle scritture, non volendo torci il possesso del nome ma della cosa.

Il sig. Fontanini a carte 271. L’essere fi per figlio voce intera del Friuli, non fa ch’ella non sia la voce toscana figlio, o la latina filio, troncata, come ne’ casati fiorentini di antiche nobili famiglie si riconosce Fighinelfi, Firidolfi, Figiovanni, menzionate dal Malespini e da Giovanni Villani; cioè filii Ghinelfi, filii Rodulphi, filii Joannis, che nel casato pur fiorentino de’ Filipetri si riconosce come intero, cioè Filii Petri E in quello de’ Gianfigliazzi si ravvisa ’l Joannes e il filii Azzi, cioè figliuoli d’Azzo o Azzone, per quanto e’ pare. Ne’ casati fiorentini fu ricorso a questo fi per abbreviare, occorrendo di dirlo spesso, avendo a fare il patronimico origine de’ casati appresso tolte le nazioni; e poi fu anche tolto via questo fi così accorciato, e rimase il semplice genitivo latino, al quale vi si sottintende il filius, e i nostri casati fiorentini ne vennero, terminanti in I. Laonde quei moderni che anco in latino, per non gli alterar punto, gli scrivono così, come sono, si possono salvare con dire che vi s’intenda il filius, preso per discendente. Così Apollonius Molonis il maestro di rettorica in Rodi, appresso al quale studiò Cicerone, si diceva come filius Molonis, Α᾽πολλώνιος ό Μολωνος, che anche si disse Molo Μὼλων in retto. Così frate e suora, che occorre di premettere ai nomi di religiosi e di religiose, per comodità si accorciano in fra, e suor e sor. Il latino antico per voler dire Marci puer, disse Marcipor. Lo spagnuolo in composizione usa anch’esso talora hi accorciato e tronco da hijo, Hideputa e Hidalgo in antico spagnuolo, e in portughese Fidalgo, che mostra più la sua origine da filius, quasi fi dalgo, cioè filius alicujus: che può, cioè, mostrare di chi egli sia figliuolo, essendo ingenuo, e di legittimi parenti nato: che questa è la sua vera primiera origine e significanza. Il franzese ancora scrivendo fils, e profferendo fis, seguendo vocale; e seguendo consonante, viene anch’esso a fare fi. E da filio latino sotto caso, messo all’uso de Longobardi nel retto, i quali, come si vede nelle carte antiche di donazioni e d’altro, diceano: Manifestus sum ego Piero etc, ne venne il veneziano fio  e il friulese fi.

Ploia mise Dante due volte, e sempre nella rima, nel suo poema: ove osservo, che egli volendo dire molte e forti cose, per troppo di delicatezza non volle essere schiavo di quella, ma padroneggiarla. Laonde nel Comento dell’Inferno, che non so se sia di Piero figliuolo di Dante, citato nel Vocabolario, nella voce rima, si dice in questo proposito una cosa notabile. Lo scrittore, dice, udì dire a Dante, che mai rima no ’l trasse a dire altro, che quello che avea in suo proponimento. Perciò si servì egli di tutti i dialetti non sol d’Italia, ma d’Europa, i quali impiegò particolarmente in fine del verso, come a chi legge si fa manifestissimo. Del, resto il nostro pioggia, siccome è derivato dal latino pluvia, onde lo spagnuolo fece lluvia, il franzese pluye: così pare che venga, o, per dir meglio, si origini e derivisi più immediatamente da ploia; siccome da pluvico per metatesi, o trasposizion di lettere, fatto dal latino publicum, si fece l’antico toscano piurico; e simili. Che non si venne subito a formar la voce, che regna, senza uno o più passaggi di corrompimento.

Il sig. Montanini a carte 471. Adunque come si vuol comporre regole gramaticali ec. Di lingua toscana e fiorentina è stata fatta gramatica, non delle altre, e gli scrittori, non Toscani di nascita, sono stati Toscani di studio. Ha avuto l’accrescimento. E l’accrescimento e la perfezione. Perciocchè per opera di purità, e proprietà e regolatezza di lingua, non si esce del 1300. I due secoli ultimi sono stati fecondissimi in iscrittori gravissimi e onoratissimi. Ma il pregio della lingua buona e fina è di quel vecchio secolo. Il Guicciardini è incomparabilmente maggiore storico di Giovanni Villani; ma non è già più Toscano; siccome Tacito migliore istorico, per sentimenti e per virtù di storia, di Sisenna, di Celio, di Fabio Pittore: ma da questi antichi si traggono da’ gramatici le autorità, perciocchè di lingua più dura. E perche quivi è il dialetto e la pronunzia giudicata migliore. È il dialetto e la pronunzia migliore. Che l’esser migliore il dialetto, ha fondamento in natura, nè perchè egli sia tale giudicato, egli è migliore; ma perchè egli è migliore, è giudicato universalmente tale.

A carte 273. In Firenze, più che altrove, sono stati sempre degl’ingegni che l’hanno mantenuta ec. In Firenze è la cava e la miniera naturale di questa lingua, dagl’ingegni fiorentini illustrata, e da loro e dalla sua natural bontà, coll’armi della sua propia bellezza, difesa. Volgare fu detta a differenza della latina, la quale era stimata la sola lingua de’ dotti; e la lingua diritta e emendata del paese d’Italia; e questa nata dalla corruttela del volgo, e che era nelle bocche de gl’ illetterati e de gli idioti, si chiamò vulgare. Vulgar Lazio chiamò la lingua volgare nella Teseide, o altrove, il Boccaccio, cioè latino volgare.

A carte 275. E quantunque alcuni de’ sopraddetti autori non toscani soggiornassero qualche tempo in Firenze, come porta il Lenzoni, il Salviati ec. Che tutti finalmente ricorrono alle medesime armi. Quando vi ha una ragion buona e d’incontrastabile verità, ogni volta che fa bisogno, è da cacciarsi fuora e da sperimentarsi. E alla stessa obbiezione va data ta stessa risposta, quando ella è vera e fondata. Ad ogni modo non è da dirsi che vi stessero per conversare con la plebe ignorante, ma per usare con gli uomini letterati ec. Non tanto come letterati, ma come letterati di quella lingua, la quale è parlata dalla plebe e dal popolo in buona natural guisa, e poi con iscelta è regola da i letterati, i quali non fanno essa lingua a parte, ma maneggiano e usano quella del popolo. Non le diedero già a correggere (le opere loro) al vulgo imperito, ma sì bene a gli uomini dotti. Non solo come dotti assolutamente, ma conte dotti di quella lingua, la quale pare che per lo più abbia maggior vantaggio a intenderla, chi v’è nato. E dell’Ariosto vi è tradizione in Firenze, che egli stesse in Mercato vecchio a udire le maniere di dire della nostra plebe, dalle quali egli, che maraviglioso giudicio avea, scegliesse il migliore.

 A carte 274, Il Muzio nella Poetica:

 Ricorrerò ai maestri della lingua,

 Al buon Trifon Gabriello, al sagro Bembo.

 I due gentiluomini veneziani, maestri però non di lingua veneziana, nè italiana, ma toscana, anzi fiorentina) come vuole il Bembo.

A carte 275. Ne già per questo si dee riconoscere il pregio e la bellezza della Gerusalemme e dell’Eneide da quegli eruditi, nè da Varo, nè da Tucca. Certo, che Girolamo Mei gentiluomo dottissimo fiorentino in lettere greche e latine, lodato da Pier Vettori, nè Varo, nè Tucca, giudiciosissimi critici) ebbero spirito e ingegno da fare una Gerusalemme Liberata e una Eneide; ma poterono bene colle loro avvertenze e di lingua, e d’altro, purgarla da quelle macchie le quali per sè stesso ogni autore, benchè grande, non è abile a vedere. Nè deono da loro questi grandi poemi riconoscere il pregio, perciocchè questo vien dall’autore; ma bene qualche lustro e pulimento che a quelli possa esser venuto dalla critica. E un indotto ancora Fiorentino può dir qualche cosa a un dottissimo Italiano, che non potrà dire un altro, in materia di quella lingua che esso parla, e che gli altri apprendono e giudicano, siccome ella è, per migliore. Ma però tra i letterati della Corte d’Augusto. I quali letterati però, come s’è detto, non fanno una lingua a parte, ma si servono con iscelta e con regola di quella del popolo che la parla, e del quale è la balia della lingua. La Patavinità di Livio tacciata da Asinio Pollione forbito gentiluomo romano, è ben da farne caso; perciocchè è una critica singolare. E al vedere non sono stati il Lenzoni e il Dati fiorentini solamente a farne caso; perchè ne ha fatto caso il Pignoria, il Tommasini, il cardinal Noris; e più di tutti ne ha fatto caso il Morofio, che ne compilò un libro. Pollione, siccome tacciò, pare a me, Cicerone di Orator elumbis, cioè snervato; così dovè riconoscere in Livio un certo Padovanismo, cioè aria e maniera di dire non romana, o fosse nella locuzione, o fosse nella giacitura delle parole.

A carte 276. Gli Accademici della Crusca nell’accettare per maestri di lingua gli scrittori che non sono toscani. Non toscani, ma toscanizzati, parie che ban fatto la gramatica toscana, come il Bembo; parte componitori eccellenti ed illustri che, perchè quei tre primi non poterono dire ogni cosa, si citano in sussidio; e i quali tutti, tanto i gramatici, quanto gli scrittori, hanno attinto dalla prima e unica limpida sorgente di que gloriosi del 1300. Cicerone nel Bruto: Atque etiam apud Socios et Latinos, Oratores habiti sunt. Notisi, per l’amor di Dio, quell’Atque etiam, che Vuol dire: La cava degli oratori è in Roma; ma se vogliamo metterne fuori di Roma, dico che ancora nel Lazio e nell’Italia oratori furono riputati. Non dire fuere, ma habiti sunt; furono in credito d’oratori. Laonde pare, che siccome la civiltà romana de’ Socii e de’ Latini non era di così piena ragione e perfetta, come quella de’ cittadini romani, così nè anche il pregio della fina eloquenza. Quinctus Vetius Vetianus e Marsis, quem ipse cognovi, prudens vir et in dicendo brevis. La prudenza dell’oratore appartiene al ritrovare e al disporre. Narrava bene, e provava bene; ma mancava di copia, e d’amplificazione e d’ornamento. Io so che anche la brevità è virtù dell’elocuzione; e l’eloquenza spartana consisteva in quello: Παῦρα μὲν ἀλλὰ μάλα λιγέως. Ma egli sembra che più tosto ella spicchi nell’abbondanza, e, più che di Menelao, sia propria d’Ulisse, di cui lo stesso poeta disse: Kαὶ ἔπεα νιϕἀδεσσιν ἑοιϰότα χειμερίησιν. Quinctus, et Decimus Valerii, Sorani, vicini, et familiares mei, non tam in dicendo admirabiles, quam docti et graecis literis et latinis. Attribuisce a questi più dottrina che eloquenza. Non dice, non minus in dicendo; dice, non tam in dicendo. Segue: Cajus Rusticellus Bononiensis, et exercitatus, et natura volubilis. A guesto dà lode di buona pratica e d’ingegno versatile. Finalmente conchiude: Omnium autem eloquentissimus extra hanc Urbem: quasi la città di Roma fosse la madre dell’eloquenza e del dire. T. Betuccius Barrus Asculanus, cujus sunt aliquot Orationes Asculi habitae. Ora mi pare che Cicerone vada qui più ritenuto e più sobrio nell’ammettere altri oratori fuori di Roma, di quello che a prima fronte apparisca.

A carte 277. Carlo Lenzoni non sarebbe stato tanto ardito di spiegare cosa che Cicerone avesse confessato di non sapere, in proposito di quella urbanità romana. E dicendo che ella era la pronunzia, non recò spiegazion sua, ma di Cicerone medesimo nell’autorità immediatamente dal sig. abate Fontanini qui addotta; appresso la taccia data a quel buon gentiluomo, d’aver voluto fare il saccente, con mostrare di saperne più di Cicerone, col dire che cosa era quella urbanità, è quel colore e quell’aria di parlar romano, che egli non ispiega, contrapponendo alla ingenuità di Cicerone la poca modestia di quest’altro. Voglio che ciò il signor Fontanini non abbia inteso, reggendo che egli approva questa spiegazione di Carlo Lenzoni; e vi aggiugne anco un’altra sua, pur cavata dallo stesso Cicerone, della naturale e pura proprietà del parlare, ma la forma dello spiegarsi ha apparenza di biasimare il Lenzoni, cui in effetto approvava. E qui si potrebbe dire, siccome altrove, dove in sostanza e in realtà dà lodi, adorne in nuovi modi, che paiono calunnie e sono lodi. Quando Cicerone dice: nescio quo sapore vernacolo, non vuol dir mica ch’ei no ’l sapeva; perciocchè coll’andare avanti, viene a dire che egli, era la pronunzia, e ’l garbo della voce e dell’accento romano; ma quel Non so che è posto per un vezzo.

A carte 278. La pronunzia è da considerarsi non ne gli scrittori, ma ne gli oratori; ed è una parte della facoltà oratoria. Il parlar grave e nobile in tutti i secoli si è appreso da’ libri. Verissimo. E dalle bocche ancora de gli uomini che parlano il migliore dialetto, cioè dal popolo, da cui l’apprende la natural proprietà a forza delle voci; e da’ letterati, che ne fanno utile maneggio. Cicerone nel terzo de Oratore: Sed omnis elegantia (in questa ha più vantaggio chi n’ha il fondamento o ’l principio dalla nascita, quando vi aggiugne la necessaria cultura della lettura e dello studio, che chi non l’ha, per parlar puro e corretto) quamquam expolitur scientia literarum, tamen augetur legenda oratoribus et poëtis, quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt loqui nisi Latine. Questa eleganza di favella, ancorchè, dice egli, si ripulisca dal sapere e dalla gramatica, tuttavia si accresce e si perfeziona dalla lezione e pratica degli oratori e de’ poeti: che chi si sarà, avvezzo a conversare con quelli, non potrà, nè anche non volendo, non favellare latinamente: Di qui si cava che la gramatica ripulisce, e la lettura cresce la eleganza. La medesima urbanità, che avvertì Cicerone nella favella de’ letterati stranieri. Più chiaro e più proprio sarebbe stato il dire: che avverti Cicerone nella favella de’ letterati nativi della città di Roma, e non essere in quella de’ letterati stranieri. Poichè altrimenti questo modo di dire apparentemente è contra i Romani, quando in sustanza è per loro, e per la loro urbanità: dote unica, avvertita da Cicerone nella favella de’ letterati della città, come propio loro bel retaggio e patrimonio.

A carte 279. Il medesimo vizio della pronunzia, in riguardo a Toscani. Sarebbe più chiaro e meno equivoco: Il medesimo vizio della pronunzia, che non giugne a rappresentare giustamente quella de’ Toscani. Dal passo di Cicerone intorno alla suocera di Crasso si raccoglie, che siccome la lettura di Plauto faceva prò pe ’l latino, così l’ascoltare e ’l conversare non co’ letterati solamente, che alle volte per le troppe lettere, o per soverchia autorità che si prendono, possono alterare la purità e proprietà del parlare, quantunque d’altra parte l’arricchiscano col sapere, coll’ingegno e coll’eloquenza, ma ancora il praticare le nobili idiote persone, faceva allora per la lingua. E da Plauto, e da quegli altri Comici e Tragici latini antichi, de’ quali Cicerone era sì vago, che ne’ suoi libri moltissime testimonianze con gran sapore ne arreca, apprendeva Cicerone non lo stile oratorio, ma la virtù e significanza propia delle parole, per usarla a suo uopo e con efficacia.

A carte 280. Il Davanzati veramente non prese l’aria e il carattere di Tacito, che oltre ai sentimenti, e, quanto si può, anche alle parole, dee rappresentare, principalmente il traduttore. Rappresentò la brevità, ma non già la gravità, empiendo la sua traduzione d’idiotismi; ma egli ebbe in mente di sporre, come a pubblico mercato, quelle merci della lingua, perchè uno con discernimento e con iscelta se ne potesse servire. Perciocchè anche un idiotismo che in sè racchiugga gran forza di sentimento, quantunque così pretto fosse disdicente a nobile componimento, pure il saperlo, può dare lume tale a esprimerne in altre parole, o con fiancheggiarlo e consolarlo con altre forme più illustri, il nervo e l’energia. Siccome si è mantenuto con miglior dialetto ec. Siccome è nato, e si è mantenuto.

A carte 281. Quindi il Lenzoni non riconosce questi ornamenti urbani in altre scritture, che nelle famigliari e burlesche: La lingua fiorentina in questa parte somiglia l’attica piena di facezie e di sali, e acconcia al motteggiare e al proverbiare. E questa urbanità in questa sorta di componimenti più spicca ed ha luogo. Così della commedia romana parlando Quintiliano, disse che i Latini non asseguivano illam solis concessam Atticis Venerem; quantunque i sali d’Aristofane sian biasimati da Plutarco, come negri! e proposti quei di Menandro, come candidi; e Orazio si maraviglia perchè tanto gli antichi approvassero e lodassero li sali Plautini. Comunque sia, certo è che queste due lingue, e l’attica e la toscana, in questa parte sono graziosissime e fecondissime; e la sola fiorentina conta meriti eccellenti in varie sorte e stili di giocosa poesia: e oltre alli stampati, molti vanno attorno manoscritti. Essendo adunque il genio della lingua lieto, acuto, pronto, vivace, faceto, ciò influisce ancora a illuminare con furtiva e nascosa grazia anco i gravi, mobili e seriosi componimenti. Alla quale (piacevol ferma di poetare) tutto si diede (il Berni), perchè conosceva che il grave non era per lui ec. Del Berni si leggono stampate alcune elegie e epigrammi latini, insieme con altre del Varchi, pare a me, e dell’Ariosto; e non riusciva male anche nel serio. Era uomo di molte lettere e di molta dottrina, moralità e erudizione: delle quali sue doti e ne’ capitoli, dettati in istile che poi da lui si disse Bernesco, e nell’Orlando Innamorato rifatto, se ne scorge più d’un chiaro vestigio. Non si può adunque tanto dire che il grave non fusse per lui; ma che la sua inclinazione, o pure il genio di piacere a’ suoi signori, il portò a questo genere di poesia, in cui egli divenne eccellente.

A carte 283. I Religiosi di Portoreale, che hanno scritto che l’Accademia Fiorentina fosse formata tra persone particolari, non han traviato; perciocchè in origine egli fu così; e nacque da quella degli Umidi, come si può vedere dalle lettere di Niccolò Martelli; e della quale Accademia degli Umidi, che credo si ragunasse in casa di Domenico Mazzuoli, detto lo Stradino, se ne veggiono ancora le imprese co’ motti, dipinte intorno intorno nel fregio delle pareti della grande stanza nello Studio pubblico Fiorentino, donata all’Accademia Fiorentina dal gran duca Francesco; le quali imprese sono tutte tratte da cose Umide. Ed è vero ancora ciò che dice l’Adriani, che l’Accademia Fiorentina fusse eretta e instituita da Cosimo Primo; poichè egli l’arricchì di privilegi insigni, e volle che ella godesse i privilegi dell’antico Studio Fiorentino, e il consolo dell’Accademia avesse que’ medesimi privilegi che avea il rettore dello Studio, quando lo Studio era in piedi, innanzi ch’ ei fusse trasferito a Pisa. E questo si dichiara di fare il gran Cosimo, perchè la lingua toscana si coltivasse maggiormente, traducendo i migliori libri de’ Greci e Latini e scrivendo in essa. Del resto furono gli Accademici Umidi che si ragionavano in luogo privato, che poi ragunandosi in luogo pubblico, si dissero Accademici Fiorentini.

A carte 284. Onde la gloria della lingua e dell’eloquema divenne allor quasi propia de’ letterati fiorentini La gloria della lingua fu, ed è, e sarà sempre propria loro, per consentimento comune di tutti gli Italiani e delle altre nazioni d’Europa. La gloria poi dell’eloquenza è comune a tutti quegli che scrivono eloquentemente; e non è più de’ Toscani, che de’ non Toscani. Dopo tante e giuste lodi dell’Accademia Fiorentina, detta la Grande e la Sacra, si poteva soggiugnere alcuna cosa dell’Accademia della Crusca, nella quale sono annoverati tutti i nostri serenissimi principi; e uno sempre della casa reale di Toscana n’è il protettore, come oggi il serenissimo signor principe Giovanni Gastone, secondogenito del serenissimo gran duca nostro Signore, il quale in tutte le Accademie interviene, e ne’ solenni stravizzi che ogni anno di settembre, dopo una solenne pubblica Accademia, con regia lautezza e magnificenza si fanno. L’opera grande del Vocabolario l’ha renduta immortale. Queste osservazioni mi è paruto bene d’inserir qui, fatte sopra quella parte del libro del signor abate Fontanini, che parla della nostra lingua; tenendo egli apresso a poco la stessa opinione, che toglier vorrebbe questo unico proprio pregio della lingua ai Toscani.

Torniamo adunque al nostro libro, che abbiamo tralle mani, a carte 114, ove si nominano Andronico, Ennio, Plauto, Fabio Pittore ec. Questi vecchi scrittori in materia di lingua latina facevano più certa e indubitata autorità, che i moderni ornatissuni e eloquentissimi, e quegli da’ gramatici son citati, e non questi, chiamati da non so qual primario critico Auctores dubiae fidei. Così Sisenna, Celio da loro si citerà, e non Tacito; Lucilio più tosto e Ennio, che Virgilio. Gli antichi Toscani, oltre al merito d’una buona eloquenza secondo que’ tempi, hanno il singolar pregio della lingua pura e netta, che non era tanto pregio loro, quanto dell’età in cui vissero. I moderni hanno il merito di aggiugnere quel che mancò agli antichi, e maggior vastità di dottrina e d’erudizione, e altri ornamenti e lumi di nerboruta eloquenza, accresciuta dalla lettura e de’ Latini e de’ Greci; di arricchire, coll’occasione di trattare varie materie, di nuovi vocaboli e maniere la lingua. Ma quell’aurea schiettezza e quel gusto di favella, non di fuori portato, ma nato in casa, di quel beato e ricco secolo per la lingua del 1300 più non torna. E felice colui che più vi studia, e suo profitto ne trae, e fa un terzo che, tra ’l parlar de moderni e ’l sermon prisco, d’aggradevole compositura e mescolanza. Deesi la debita venerazione agli antichi, la giusta stima a’ moderni.

[79] Il Petrarca è detto gentilissimo, e poco sopra è relegato tra i Pacuvii e tra gli Ennii della lingua toscana. Non s’accordano queste cose. L’usare vocaboli che oggidì non sarebbono molto approvati o tollerati, non fa che un autore non sia purgato nella lingua, mentre que’ vocaboli erano correnti di quel tempo, come si prova dagli autori, per esempio di prosa, che usano comunemente di quelle voci che si crederebbono in Dante licenze, poetiche, o espresse dalla necessità della rima. Così Ennio e Plauto, ancorchè molte delle voci usate da loro, dismesse fossero, ed antiquate, non per questo restavano d’essere purgati nella lingua. Horatium Lyricum in Satiris vix agnoscas, dice il dottissimo Casaubono sopra Persio sat. I. Nella stessa guisa Dante, che nelle canzoni amorose è gentile, nella sua Commedia, che si può dire, quasi per tutto, una satira, è ruvido talora a bella posta, ed aspro; laddove l’amorosa materia del Petrarca, e la inclinazione sua e genio che tirava alla dolcezza, siccome si vede ne’ versi suoi latini, ne’ quali più a Claudiano è simile che a Virgilio, hanno fatto sì, che egli ha trascelte voci e maniere vaghe, e gentili e soavi, che anche in oggi usare si possono senza scrupolo. Ne’ Trionfi poi, materia più grave e più ampia, la invenzione dei quali prese egli, cred’io, da un poeta riportato da Lattanzio de falsa Religione lib. 1, cap. ii, che fece il Trionfo d’amore, non potè essere in alcune parti tanto gentile, quanto nel Canzoniere. E poi anche vogliono che non desse a quelli l’ultima mano. Giovanni Villani, toltone qualche parola francesca, che allorachè gli Angioini regnavano in Napoli, si dovette introdurre in Italia, e che non è poi, come in istrano terreno, allignata, è nettissimo e purgatissimo scrittore. Matteo a Filippo Villani non sono così purgati, nè così netti. Il Crescenzio è lodatissiino dal Bembo, che sapea quel che si dicea; ma, come volgarizzamento, è soggetto a avere qualche voce e maniera latina: che sempre alle traduzioni s’attacca alcun poco della lingua dell’originale. Così Bono Giamboni, traduttore pulitissimo, ma non senza i difetti delle traduzioni, massime di mie tempi. Il Tesoro di Ser Brunetto, opera lodata dal suo gran discepolo nel poema, fu dettato da lui in francese, com’egli medesimo attesta nel proemio, sì perchè egli era in Francia, sì perchè la parlatura francesca è più dilettevole e più comune (così il mio ms. in carta pecora) che tutti gli altri linguaggi. E nel testo citato dal Salviati, avuto dal Lasca., che così si chiamava tra gli Umidi Anton Francesco Grazzini, nella fine del primo capitolo dica egli che si leggono queste parole: e per meglio intenderla coloro che non sanno il francesco, si fue traslatato in nostro volgare latino per messer Bono Giamboni. Questi fu un nostro Fiorentino. Il testo francese è citato con numero di molti più libri che non sono nella traduzione, dal Du-Fresne nel Glossario medii et infimae latinitatis, e si conserva manoscritto in foglio in grande antico carattere nella libreria della Maestà Cristianissima del Re di Francia. Ora io non so perchè il Salviati dica che il Tesoro di Ser Brunetto sia composto nel provenzale, quando l’autore e ’l volgarizzatore dicono in francesco, se non perchè egli stima che l’antico francese fosse lo stesso che il provenzale. Ma non è così, perciocchè sono dialetti differentissimi; e chi se ne vuole chiarire, può leggere le Vite de’ Poeti Provenzali, scritte in lingua provenzale, gran parte delle quali si trova manuscritta in carta pecora, avanti alle rime de’ medesimi, nella famosissima libreria Medicea Laurenziana, tradotte poi in francese dal Nostradama, e dal franzese in italiano da Giovanni Giudici Aretino, stampate in Lione nel 1575. E nella medesima libreria può leggere il libro del Conquisto di Gerusalemme, citato da Giovanni Villani, grosso ms in carta pecora in forma di gran foglio, dettato in vecchio franzese linguaggio, di cui vi ha accanto, in foglio comune, un antico toscano volgarizzamento, il quale ho trovato essere per lo più traduzione dal latino dell’arcivescovo di Tiro Guglielmo, Il provenzale era un dialetto particolarissimo, differentissimo dal francesco. Ora, per tornare al proposito, è giustissimo il giudizio che dà di questo Volgarizzamento del Giamboni il cavalier Salviati negli Avvertimenti, lib. 2, cap. 12, il quale può servire per tutti i volgarizzatori. Le parole son belle e nette, e la lor giacitura assai vaga, Perciocchè tanto dalle parole franzesi, che tornano in nostra lingua, e volentieri l’ha abbracciate, o pure sono naturalmente all’una e all’altra comuni, perchè dal medesimo ceppo della lingua latina, quanto dalla giacitura semplice e piana, comune a tutt’e due i volgari. Il toscano non iscade, ma se ne rifa. Per esempio, assises, assise; creance, cognoissance, come allora scrivevano, credenza, cognoscenza; c’est a dire, cioè a dire; jugement, giudicamento. Nel proemio, mio bel dolce amico, mon bel o biaus, che così diceano, deus amis , in vece di ami. Ma troppo sarei lungo, se io volessi qui notare e confrontare il testo colla traduzione. Basta, che molto frutto da chi con avvertenza e colla debita riflessione questi volgarizzamenti legge (che per lo più dall’antico francese, anche de’ libri latini, come delle Pistole di Seneca, di Livio, di Lucano si faceano) si può trarre. Segue il Salviati: avvegnachè alquanto men semplice di quella del Villani. Se ne vede subito la ragione. Il Villani, scriveva liberamente, il Giamboni obbligatamente, e quel che è più, attaccatamente al testo, traducendo parola per parola per esser fedele: laonde qualche volta la giacitura delle parole non pare così nostrale e paesana, ma che senta alquanto dello straniero, e che, non sia così agevole e facile, ma duratta e sforzata. Ma molto certo, ed in ciò e ne’ vocaboli questo libro gli s’avvicina; che dubbio? Se Giovanni Villani fu studiosissimo del francesco, talchè non si astenne dall’usar voci francesche, che in quella età mi supponga che corressero, essendosi la nostra Repubblica per alcun prefisso tempo a loro data, e il re di Napoli Carlo d’Angiò essendo protettore de’ Guelfi in Itala, e la città e ’l nostro popolo essendo Guelfo e di voto di santa Chiesa. Cossì si trova nel Villani giavelotti a fusone, javelots a foison; covidoso, convoiteux, all’avvenente, secondo la pronunzia franzese, cioè secondo il convenente, scambiandosi nel significato l’Ad col con, cioè a proporzione; dammaggio da dommage, anticamente dammage, venendo da damnum; e che so io. Or chi per queste parole, che seminate allora nel nostro terreno, non son venute innnanzi e sonsi inaridite, ardirà di dire che Giovanni Villani non sia puro e purgato scrittore, o pieno di barbarismi? Chi di solecismi, sarebbe bestemmia il dire tanto di lui che degli altri di quel secolo. Trovasene bene alcuno in Franco Sacchetti; ma egli è del 1400, e però non dovea qui porsi in mazzo con Dante e co’ Villani e col Malaspina, che io direi Malespini ( che così egli alla fiorentina guisa s’intitola), il quale fu del secolo precedente al Villani, e perciò non così puro. Nel medesimo modo veggio sopra, messo Terenzio tra Pacuvio e Lucilio; egli pulitissimo scrittore, e le cui Commedie furono approvate e rivedute da gentiluomini forbitissimi suoi padroni, tra due de’ quali l’uno era stimato ruvido e vieto; Accius et quicquid Pacuviusque vomunt disse Marziale; e l’altro è semigreco, all’uso de’ vecchi Latini; e come Satirico, disgustoso ed aspro; e che dal lercissimo poeta Orazio si dice che facea dugento e più versi l’ora a piè zoppo, e che a guisa di gonfio torrente menava di molto loto e fanghiglia. Bisogna distinguere i tempi e gti autori, e pesarne le qualità, dopo avergli benbene praticati. E allora il giudizio è, per usare la frase spagnuola che tra noi s’è introdotta, accertato. Fra Giordano è autore di purgato e buono stile; ma perciocchè nelle Prediche, e ne’ Trattati spirituali, o sposizione della Scrittura, occorre di usare le parole latine medesime del divin Testo, come sacre e d’una santa efficacia; così gli autori di quelle e di questi sembreranno a chi non ne penetra necessità, pieni di barbarismi. Sarò contento di un solo esempio. Non erat ei locus in divertorio. Chi dicesse: non era a lui luogo in osteria, in albergo, direbbe due parole propie toscane, ma basse e triviali In ospizio: per ospizio intendiamo quello de’ Frati che non hanno convento in città, o quello de’ pellegrini che si ricevono allo spedale; talchè pare che volendo stare sul testo, non si possa far di meno di non usare la parola latina diversorio, siccome l’usò il Cavalca, non potendo scambiarsi con altra migliore e ancora di eguale significanza. Si sarebbe potuto direi non trovava albergo in niun luogo; non trovava alloggio: il sentimento starebbe saldo; ma non vi sarebbe l’espressione e la forza ch’è nel latino, in cui si dice che nel luogo pubblico, ove si raccettavano tutti universalmente, che stanchi dal viaggio volevano fermarsi, non vi era luogo per Nostro Signore. Sicchè fu giuoco forza servirsi della parola latina, volendo essere interpetre testuale e fedele, e maneggiare con religione la divina Scrittura: la qual fedeltà non consiste solo nel ritrarre il pensiero, ma ancora nel rapportarne le parole, col valor delle quali quel pensiero è improntato, e dalle parole spicca e risalta. Il nostro idioma è fatto scopertamente dal latino, più assai che non si vede fatto il latino dal greco. Ora se in esso era lecito prendere e derivare qualche parola dalla greca sorgente, purchè ciò si facesse con senno e con misura, molto più sia permesso di farlo nel nostro volgare, che è un latinesimo acconcio, e perciò dagli antichi detto volgare latino. E se si ha riguardo, molti più latinismi si troveranno per avventura negli autori de’ secoli prossimamente trascorsi, e molto maggior licenza di vocaboli che in quegli del 1300. E ciò, perchè essendo l’Italia aperta sempre alle straniere nazioni, quanto pitù si va in là, sempre più si mescola con altri linguaggi, e s’ allontana dalla limpidezza del primo fonte. Quindi è, che contuttochè uomini grandissimi, dottissimi, eloquentissimi in gran copia, di tutta Italia, abbiano conferito co’ loro scritti divini ed immortali al bene ed accrescimento della lingua italiana, pure quell’aurea, incorrotta, saporitissima, delicatissima purità non agguagliano; quel candore natio e schietto di voci nate e non fatte, quella nudità adorna sol di se stessa; quella naturale brillantissima leggiadria; quella efficace, animata, chiara, sugosa breviloquenza; quel colore ancora d’antico, che i pittori chiamano patina, e gli Attici negli scritti πίνον, che è, mi sia lecito il dire, un vago sucido e uno squallore venerabile. Quanto essi dunque riconosceranno questa dote di favella in que’ buoni antichi; e oltre al regolare su quelli il proprio parlare, sceglier sapranno le pure e nette voci, delle quali essi ne’ loro componimenti han fatto conserva e tesoro; tanto più si potranno eternità di nome promettere. Che non tanto le cose, quanto la lingua e quella che gli autori vivi mantiene e freschi, e per più e più secoli incorrotti. Or perchè tanto armarsi contro di noi, o signori italiani; e quella lingua, le cui ricchezze noi non conoscevamo, e che voi i primi avete posta in luce, e bella e cara rendutala, e in cui con tanta vostra gloria avete scritto, rinnegate ora, per così dire, e più non conoscerla? Non vogliate disputare del nome, quando del suggetto medesimo voi tenete così gloriosamente il possesso. Ella è toscana; ma non per questo resta d’essere italiana. Toscana la vuole la sua gramatica, i suoi primi famosi autori, il suo terreno, il suo cielo, che con più parzial cortesia l’ha riguardata, Ella è italiana; perciocchè voi foste i primieri che la regolaste, e precetti ne deste, e che tuttavia co’ rari e molti e maravigliosi componimenti vostri la coltivate e l’arricchite. I vostri natii dialetti vi costituiscono cittadini delle sole vostre città; il dialetto toscano, appreso da voi, ricevuto, abbracciato, vi fa cittadini d’Italia; poichè egli di particolare viene ad essere per le vostre diligenze comune; e l’Italia, di regione di più e stravaganti climi e lingue, che la moltitudine e stravaganza di quelli seguono, non più un paese in più città e domimi partito, ma una città sola a una sola lingua addiviene: il che non poco contribuisce a poter essere d’un solo spirito e d’un cuore per quell’antico valore riprendere, che negl’italici cuor non è ancor morto. Che non si può dire, quanto di comunione dell’idioma leghi in iscambievole carità, e sia come un simbolo e una tessera d’amicizia e di fratellanza. Il fare questa unità di lingua, che poi influisce nell’unità degli animi, necessaria al ben essere degli uomini, delle case e degli Stati, a voi tocca, o letterati, o dotti; de’ quali fertilissimo è stato sempre, ed è, e sarà quel bel paese ch’Appennin parte e ’l mar circonda e l’Alpe. Voi, col coltivarla, coll’esercitarla, con iscrivervi e trattarvi materie d’ogni ragione, necessaria la renderete, ed invidiabile alle altre nazioni, che vedendo in essa uscir tutt’ora alla luce libri pieni della gravità e del giudizio italiano, cresceranno le lor premure in apprenderla, e nostre coll’affezion si faranno e col genio, ed il bene e l’accrescimento nostro vorranno. Ma è omai tempo di raccogliere le vele e tornare a nostro proposito.

[80] E simili altri autori di quei secolo supposto d’ oro non vanno senza molti solecismi e senza moltissimi barbarismi. Questo è quello che si niega. Vuolsi provare. Molti paiono solecismi, e son grazie; molti barbarismi, e sono proprietà. L’uso è quello che salva tutti questi apparenti falli; l’uso del popolo, a cui si aggiunga il consentimento degli eruditi, dandogli peso e autorità, e facendolo correre. Moris est, per voler dire Mos est; e Venit in mentem Illius temporis, cioè, Venit in mentem illud tempus: sono in apparenza solecismi contra le regole, contro la costruzione, contra la ragione gramaticale. Pure il popolo latino questi solecismi, e simili infiniti, mise in uso; e dall’uso del popolo gli presero i buoni autori, che non per questo restano d’ essere latini. E in realtà sono leggiadrissime elissi e scorciatoie, per dir così, di parlare, curiose e vaghe. Poichè, quando dicono Moris est, intendono rei moris, cioè res more tradita, consueta res. Venit in mentem illius temporis, cioè negotium illius temporis. Ω  Ζεῦ Βασιλεῦ, τὸ ϰρῆμα τῶν νυϰτῶν ὄσον Απέρατον. ὁυδὲποτ᾿ ἡμέρα γενήσεται, nel principio delle Nuvole Aristofane, che il Mureto tradusse elegantissimamente nelle sue varie Lezioni.

 Rex Jupiter, quam immensa res est noctium!

Numquamne pulsa nocte nascetur dies?

E io nella mia traduzione di questa antica Commedia:

O Giove Re! La cosa d’este notti

Oh quanto è senza fin! non fia mai giorno?

La cosa di queste notti, è lo stesso che questa notte. Così tutto l’intero di quello Venit in mentem illius, temporis, si è: Venit in mentem res, negotium illius temporis. Ad Catonis, pare solecismo; ἐις Αδου, ad Plutonis. Ma vi s’intende aedes, domum. Triste lupus stabulis: disse Virgilio nella Buccolica. La concordanza sarebbe tristis; ma triste è quivi, in virtù, negotium triste, ϰαχὸν πρᾶγμα ὰνιαρὸν, cattiva e trista cosa, ròba dolorosa. Egli è cento anni ch’io non ho visto, cioè uno spazio, una misura di tempo, la quale è cento anni. Noi bassamente diciamo un corso di cent’anni; perciocchè quel cent’anni fa figura di singolare, ed è come se si dicesse, un centenario. Gli antichi diceano: Egli ha cent’anni cioè, il tempo ch’io intendo, ha cent’anni È da notare ciò che dice Stefano, o pure il suo compendiatore. Ermolao gramatico Bizantino., nel libro comunemente detto delle Città, ma che il Gronòvio da un manoscritto di Perugia trovò essere intitolato ἐθιϰῶν, cioè, de’ Nomi derivati da’ luoghi, alla voce Βότρυς, che vuole che Βότρυς, città della Fenicia, faccia il derivato suo Botryanos, e non Botryenos; e pare che condanni di gramatical fallo questa seconda voce. Contra lui l’eminentissimo Noris, grande splendore della sacra Porpora e ornamento della nostra Italia, oppone la medaglia de’ medesimi popoli, ove si dice a chiare note BOTPΥHNΩN, non già BOTPΥANΩN. Il sopraccitato cardinale de Epochis Syromacedonum alla dissertazione quarta, al paragrafo vii, all’epoca della città di Botrys: Stepanus V. Βότρυς scribit, erronee a Pausania ejus Urbis Gentile dici Βότρυηνος cum Βότρυανος scribendum esset etc. Eloquentemente e solidamente il dottissimo Noris ribatte il gramatico Stefano colla autorità della moneta. Ma guardiamo, se punto patito il gramatico si possa difendere. Βότρυς, dice egli, πολις ϕοινίϰης. ὁ πολίτες Βοτρυηνός, ὡς Παυσανίας παραλόχως. ἀπό γὰρ γενιϰῆς ϰαθαριενοὐσης, τὸ η ἔχει πρό τέλους. ὁϕεῖλοντὸα, ὡς Ολβιανὸς, Καρδιανὸς, Βοτρυς è città di Fenicia; il cittadino Botrieno , come usa Pausania, fuor di regola; poiché dal genitivo, che ha vocale netta (cioè non imbrattata, nè lorda di consonante, che standole appresso, con lei si mescoli, per partorir suono) ha l’Eta avanti alla fine (ovvero nella penultima) dovendo avere l’Alpha, come Olbianos, Cardianos, che sono i derivati dalle cittadi Olbia e Cardia. Παραλόγος adunque non pare che significhi erronee, ma bensì praeter rationem, contra analogiam. Talchè Stefano non vuol dire che parli male chi dice Botrienos, poichè egli parla coll’uso del paese, che è quello che vale e tiene: ma dice che un tal parlare non è secondo la regola, è fuori della diritta ragione gramaticale, che vorrebbe che non Botryenos si dicesse, ma Botryanos. Alla voce Αγϰύρας dice il medesimo Stefano in maniera che pare che il dire Botryenos lo stimi errore, e usa la parola ἀμάρτηται, cioè è errato.; ma può voler dire anche traviato: che ἀμαρτεῖν non solo peccare e errare significa, ma ancora traviare e smarrire la strada, aberrare. Presso al medesimo Stefano sono molti esempli, dove l’analogia vuole una cosa, ἡσυνήϑεια, ἔϑος, ότύπος, ἔπιχώξιος,   la consuetudine, l’uso e la forma di dire del paese, ne comandano un’altra; e la regola meritevolmente cede all’Uso signore. Ecco adunque come una voce o guisa di dire, considerata a rigor di gramatica, sarà solecismo o barbarismo che a riguardo dell’uso corrente del popolo, che s’è accordato a dire in quel modo, e degli scrittori che l’han seguitato, non è errore. Nella voce Γαζα, dopo aver detto che il derivato è Γοζαῖος, soggiugne: λεγονται ϰαὶ Γαζηνοὶ παραλόγως, che si dice Gazini o Gazeni: fuor di regola; e cita ancor qui Pausania. Ma questo non impedisce che e’ non ai possa dire, perciocchè ancora appresso quelli del paese si diceano Gaziti, λέγονται ϰαὶ Γαζῖτα παρὰ τοῖς εγχωρὶοις. Ecco tratto fuori il vero sentimento di Stefano, e mostrato come si può difendere in questo luogo questo insigne gramatico. Ma con tutto ciò savissimamente è rifiutato dal dottissimo Noris, poichè doveva egli soggiugnere che Botryenos si poteva dire ancora, secondo l’uso di dire del paese. E di vero questa era la forma o guisa Punica, la cui lingua, secondo S. Agostino, Hebraeae linguae maxime erat affinis; che terminando i masculimi in im, ne facesse la terminazione alla greca in νος. Così Philistiim Palaestini, Saracini e Saraceni e cento altri. Ma forse in questo, siccome in altri luoghi, sarà stato malconcio dall’Epitomatore, il quale trall’altre belle cose troncava le autorità portate per conferma dall’autore, come si raccoglie dai Frammenti dell’intero e legittimo Stefano, dati in luce da Abramo Berkelio. E avrà detto il genuino Stefano, potersi dire Botryenos e Botryanos; questo secondo la regola, quello secondo la consuetudine del paese; come appunto nella voce Γαγγρα, e Gangreo e Gangreno; e aggiugne, potersi dire l’uno e l’altro, come da Edessa, Edesseo e Edesseno, τῷ τῆς χὠρας χαὶ τῆς τηχνής, cioè col nome del paese e dell’arte; Gangreo, secondo l’arte gramaticale, Gangreno, secondo la desinenza del paese. Così nella voce Γαζα dice che la città di Gaza si chiamava anco Aza; e che così fino al suo tempo i Soriani appellavanla, non già, come egli afferma, da Azone figliuolo d’Ercole, ma dalla ebrea radice Aazan, roboravit, che pronunziata coll’Ain più aspro, direbbe Ngazan. Gaza adunque vale fortezza; e così fu detta voce persiana, tramandata ai Latini, per significare ricchezza; quasi podere nostro, e forza e facoltade. I Siri o Soriani la doveano questa lettera pronunziare più dolcemente e meno gutturalmente degli altri, e perciò quella loro città che forse gli altri Orientali, e da loro i Greci, chiamavano Gaza, i paesani chiamavano Aza. Laonde nella medaglia portata dal sopraddetto cardinale Noris di gloriosa memoria, nell’eruditissimo libro de’ Conti degli anni de’ Soriani Macedoni, ove è scritto AZA, io non estimo mancare lettera alcuna; che non pare anco che a principio vi sia spazio per altra lettera, e che sia, come Stefano dice, che i Soriani la chiamavano coll’Ain lene. Tutto questo discorso conchiude che nelle voci e nelle maniere l’uso principalmente dee considerarsi, ove quella lingua si parla, il quale molte volte è contra la ragione e la regola; e non subito correre a condannare una voce o una maniera che ora più non s’usi, di solecismo, o di barbarismo Ecco per esempio alcuni pongon per regola nel toscano, lo scostarsi dal latino. Questa regola in cento casi fallisce. Debole si scosta dal latino debilis, usato in poesia: Sì è debile il filo. Ma chi volesse dire con Giovanni Villani utole e nobole, per iscostarsi similmente dal latino, mal farebbe: che l’uso queste voci ha ripudiate. Singulare, particulare si trova negli antichi, anzi che particolare, singolare; e i nostri vecchi ancora durano a parlar così: siccome prudenzia, invece di prudenza, e simili. Licito per lecito parrà voce latina e pedantesca: pure è secondo la forma, o, come dice Stefano, τύπον, o vogliam dire stile fiorentino, dicendo la nostra plebe spiziale in luogo di speziale quello che vende le spezie e i medicamenti; sipoltura, filice, santa Filicita: ove si vede l’E del latino in queste prime sillabe fatto I. Così licito, sollicito, simplice, simplicità si leggono ne’ manoscritti, accordandosi col latino il genio del linguaggio fiorentino.

Dante volle compiacere gli altri linguaggi d’Italia, con usarne alcune voci, e trarne dal latino e farne da sè, perciocchè non voleva esser, come noi diciamo, fatto fare dalla rima, ma padroneggiarla. E per lo più le strane voci sono in rima. Dei molti solecismi e de’ moltissimi barbarismi che si dicono ritrovarsi in quei del 1300, i quali dal cardinal Bembo e dal resto dell’ Italia sono stati posti in possesso d’antori e maestri di lingua, se ne vorrebbe addurre alcuno. Perciocchè una semplice affermativa colla contraria negativa si distrugge. Bisognano adunque le pruove. Gli scrittori bene de’ due passati secoli, ancorchè ottimi, non ne andranno per avventura netti.

[81] Boccaccio medesimo ec. Il Decameron è stimato, e meritamente, l’opera più purgata, in materia di lingua, dell’altre del Boccaccio. Il Laberinto può starle appresso. Gli altri libri non sono tanto puri, particolarmente l’Ameto, pieno di latinismi, volendo introdurre nella nostra lingua l’uso de’ participi del presente: che se ella gli ammettesse un poco più, come la franzese, buon giuoco farebbe. Ma con tutto ciò egli è per tutto il Boccaccio, facondissimo uomo. Nè men nella poesia, che nella prosa, egli è il Boccaccio. Dal Filostrato e dalla Teseide suoi poemi si posson trarre molte buone cose per la lingua; e i versi e gli affetti e le cose non son così dispregevoli. Andavano più spogliati ch’e’ non sono stati. Ma vanno letti manoscritti. La Teseide stampata, di cui si servì il Tassoni nelle annotazioni al Vocabolario, è tutta guasta, e più non si riconosce da quel ch’ell’è ne’ testi a penna, fidi depositari delle antiche voci e maniere, e che agli autori conservan fede e lealtà; non così i correttori, anzi corruttori delle stampe. Voglio che per tutti mi bastino due: uno preso dalla voce scavalcare, l’altro della voce scontento. L’esempio di Giovanni Villani lib. 9. E fue sostenuto e ripinto gran pezzo e scavalcato in persona e ferito egli e più de’ suoi. Il mio ottimo ms. dice: Castruccio che per l’avvantaggio del poggio vedea tutto, pinse colle sue schiere contra i Fiorentini, e fu sostenuto e ripinto gran pezzo, e scavallato in persona, e fedito egli e più dei suoi.

E Boccaccio Teseide lib. 1, citato dal Tassoni, così:

Or così Teseo fieramente andando,

Co’ suoi compagni fra le donne ardite

Molte ne gía per terra scavalcando.

Il ms. de’ signori Compagni:

Così Teseo fieramente andando

Co’ suoi compagni infra le donne ardite,

Molte ne gía per terra iscavallando:

E lib. 2 , come lo cita il Tassoni:

Facean nell’armi i suoi stupende cose,

Contra nemici e forza e cor mostrando,

Nel campo quelle genti sì orgogliose,

Uccidendo, ferendo e scavalcando.

Il ms.                   E’ suoi facevan nell’armi gran cose,

Contro ai nemici gran forza mostrando,

E per lo scampo le genti orgogliose,

Uccidendo , ferendo e scavallando.

Scorge» benissimo che il correttore ha voluto rimodernare anco il numero, e farlo più sonoro e più pieno, guastando quella antica semplicità di cui egli non avea sapore.

L’esempio di scontento, che mi rimaneva a addurre, è veramente curioso. Il Tassoni dice : Addiettivo l’uso il Boccaccio, Teseide lib. 3, cor. 29.

Grandi erano i sospir, molti i tormenti 

D’amenduo, lo vedersi imprigionati;

Via più che mai facea loro sconienti 

L’essere a punto simile recati.

Dove ne’ versi che seguono (segue a dire il nostro Accademico) venne disavvedutamente a quel valentuomo messa una rima falsa.

Ognor più le pareva un giorno cento,

Che fossen morti, o quindi liberati.

Fossen non è toscano. Qui il Tassoni compatisce il Boccaccio; ma egli non ha bisogno di questa amorevole compassione; poichè l’ errore fu del correttore o rimodernatore, che avendo mutata la rima nel primo e terzo verso, di ento in enti, non si ricordò, o non gli venne fatto, e non gli fu così facile il mutarla, com’ei doveva, seguitando bravamente la sua sfacciataggine, anche nel quinto. Udiamo il ms. che libera il Boccaccio dalla compassione del Tassoni.

Grandi erano esospiri e il tormento

Di ciascheduno, e l’esser pregionati.

Così diceano allora; e pregione per prigione.

Vie più che mai faceva discontento

Ciascun di loro a tal punto recati.

Quell’avere a far la posa su ’l tal, sesta sede, non piacque al soprantendente. Mutollo.

Ed ogni giorno lor pareva cento,

Che fosser morti, o quindi liberati.

Chi badasse alle stampe, direbbe che il Boccaccio fa de’ solecismi, come fossen per fossero o fosseno. Ch’egli si dimentica la rima. Ma le stampe sono bugiarde, e più sono tenaci della vera lezione i manoscritti: i quali, quando si tratta di lingua e di dar regole e di criticare, vanno necessariamente praticati e consultati. Poca pratica mostra d’averne sul bel principio in questa opera il Tassoni; mentre esaminando il passo del Boccaccio Nov. 54. E si gli mandò dicendo ec., se quel si stia per sic, o per sibi, o vogliam dire per colll’accento, come vuole scriversi; o per si senza accento, particella riempitiva, trae argomento, che per non averlo trovato in altra guisa che senza accento, nelle copie stampate o fatte a penna, egli debba intendersi per si nel secondo modo: E non s’avvede questo valentuomo che le copie fatte a penna non hanno mai accenti, e così non si può dalla scrittura di quelle determinare, come egli vada inteso. Puossi bene dall’uso fiorentino, che non permette il dire in questo sentimento, si gli mandò; ma dice costantemente, se gli mandò; raccogliere che il Boccaccio, che scrisse quella celebrata opera in fiorentino, come egli si protesta, non intese nel secondo significato; perchè avrebbe detto, se gli mandò, o gli mandò; ma semplicemente nel primo, cioè, e se gli mandò dicendo; e così. E bene male a proposito accentato il a carte 54 delle annotazioni del medesimo Tassoni, nel passo d’una Novella, di Franco Sacchetti: e se mai sì fece un diluvio, da questa volta in là se ne fece quattro. Si fece, cioè factum fuit.

[82] Trovasi un gran numero di voci e di locuzioni che senza timore di farsi beffare, niuno a’ nostri giorni ec.: Più di tutti gli studi, vale il giudizio e ’l discernimento. Che molte di quelle usò il Boccaccio, adattandosi a i modi e alle voci de’ paesi di coloro de’ quali ragiona nelle Novelle. Così contraffà il Siciliano, il Veneziano, e simili. Quando dice de’ Borgognoni, usa la parola riottoso, antica francese, e va discorrendo; che questa materia sarebbe da lungo trattato. in oltre l’uso del popol fiorentino d’allora ha patito mutazione in alcune parti, siccome chi è nato qui, o dimorato, può agevolmente comprendere. Gli antichi diceano contastare (latino contestari, franzese contester). Noi oggi a dirla ci faremmo burlare, e si crederebbe che avessimo scambiato da contrastare.

[83] Il Ninfal Fiesolano fu composto da giovane, nè ha che fare con gli altri due poemi, Teseide e Filostrato. Il Corbaccio per purità e per grazia, e l’Urbano ancora, non ha che fare coll’Ameto; e il Filocolo e la Fiammetta sono dell’Ameto migliori. Il Salviati ne ha dato ottimo giudizio di tutti; e a lui mi rimetto.

[84] Cicerone, Orazio, Properzio.: Non son degnati da’ gramatici. Citano quei rancidi, quegli antichi, Lucilii, Ennii ec. e questi stimano ottimi autori di lingua. Vedansi Prisciano, Nonio ec.

[85] Ennio, Pacuvio, Terenzio.: Terenzio non va mescolato con quegli altri, nè messo in mazzo. Ennio, Pacuvio, Terenzio non facevano solecismi, nè barbarismi. Dante, il Boccaccio, e tutti quei del 1300 fanno, secondo il supposto, solecismi e barbarismi. Adunque Dante, il Boccaccio e tutti gli altri di quel secolo non possono essere paragonati con quelli. O se si paragonano, Ennio, Pacuvio, Terenzio, Plauto, erano ottimi autori di latinità, e così l’antichità gli stimò sempre: adunque Dante, il Boccaccio e gli altri sono attimi autori di toscanità; e così tutti gli stimano; e quei medesimi che danno loro addosso, si servono di loro per regolare la lingua e per comporre. Nel secolo di Cicerone si perfezionò l’eloquenza, ma non la lingua.

[86] Lionardo da Capova praticò col Boccaccio solo, cioè coll’uso del popol fiorentino di quel tempo, e ci bisogna alcun poco conversare col popolo, fiorentino di questo tempo, o immediatamente udendolo parlare, o mediatamente per via de gli scrittori fiorentini, o allevati in Firenze, per discernere quali voci anche in oggi si pratichino di quel secolo che sono le più; e quali sieno le dismesse. Alcuni Napolitani vorrebbero la lingua toscana lingua morta, per non avere la pena di studiare, se non i libri d’un solo secolo. Salustio fu criticato come allettatore di voci antiche. L’affettazione fia sempre vizio; ma non per questo si condannano gli autori antichi, come barbari e impuri.

[87] Specchiamoci in Aulo Gelilo, gramatico dottissimo Era dopo i tempi de’ Cesari, de’ Salustii, de’ Ciceroni: e pure fa questo elogio a Plauto: Plautus homo linguae, atque elegantiae in verbis latinae Princeps. Non dice Cicerone, ma Plauto Distingueva la lingua dalla eloquenza, il secol d’oro della lingua dal secol d’oro della eloquenza.

[88] Le storie de’ Villani, particolarmente di Giovanni, sono stimabilissime per la dicitura, e si possono paragonare a quelle di Fabio Pittore, di Sisenna, e degli altri purissimi Annalisti Romani. Per virtù istoriche, e per ornamento, e per eloquenza e gravità, il Guicciardini è migliore, ma non già per la purità della lingua, che in Giovanni Villani è maravigliosa oltre ogni credere. Nel Guicciardini notò pure il Muzio nelle Battaglie tante voci, secondo lui, barbare. Qui non si tratta di eloquenza; si tratta di purità e nettezza di lingua. Io per me stimo tutte le scritture di quel secolo, ancorchè rozze, ancorchè inculte, perciocchè tutte menano oro.

[89] Secolo decimo quarto, non glorioso e perfetto per la università della dottrina, dell’erudizione, delle notizie aggiunte dopo di altri lumi, fiori, gentilezze, sublimità di comporre; ma glorioso e perfetto quanto a una incontaminata e schietta e semplice purità, e bontà e bellezza di favella.

[90] In terzo luogo pare che non potesse mai nel secolo mentovato esser giunta al non più oltre l’italiana favella, sapendosi che non n’erano peranche stabilite le regole ec.: Il non essersi stabilite le regole nè poste in iscritto, e scrivendosi tuttavia da tutti e parrlandosi in quel tempo regolatamente (il che non si è poi più fatto ne’ secoli susseguenti, nè in Firenze, nè altrove) è segno che in quel tempo era giunta al non più oltre l’italiana favella; e non fa che le regole naturalmente non ci fussero. Prima una lingua fiorisce, e la fan fiorire gli autori che la mostrano e scuopronla; e poi se ne formano le regole. Anzi quando si fanno le regole, cattivo segno: è segno che la lingua non è più nella sua natural perfezione; è scaduta dal suo primo fiore e lustro; ha bisogno d’essere puntellata, perchè non finisca di rovinare. Quando Demostene faceva quelle belle orazioni, non vi avea gramatici che disteso avessero le coniugazioni de’ verbi; nè le regole per domande e risposte avea fatte alcun Crisolora. Nel tempo di Omero non vi era alcuna Poetica; ma tutte le Poetiche, e quella principale di Aristotile hanno prese da lui principalmente le regole tratte dalla lettura e osservazione su i migliori poeti. Così le gramatiche son sempre e hanno da essere sempre posteriori al tempo di quegli antichi, che come maestri di lingua sono citati nelle gramatiche. Del resto, se io leggo qualsisia manoscritto del 1300, o sia d’idiota, o sia di letterato, io lo trovo sempre più accordato, regolato e uniforme che non sono, con tutte le gramatiche, tutti gli odierni componimenti; e non veggio in loro questo usare a suo talento, come si suppone, locuzioni e parole straniere, plebee, rozze, senza conoscere i solecismi e barbarismi. Gli veggio molto uguali e corretti, come se tutti d’una bocca parlassero, e uno stile avessero: segno della bontà e purità del linguaggio, mantenuto schietto e sincero e non ancora imbastardito e guasto. Che per rimetterlo nella sua pristina limpidezza s’affaticavano poscia tutti i gramatici. Comincia prima il buon uso e ’l buon tempo d’una lingua; e quando ella ha presa buona formazione, e per pubblico tacito accordo del popolo, che naturalmente la parla, si è venuta a fare regolata e pulita, allora escono in campo gli scrittori che l’abbelliscono e le dan grido. Come sono le cose umane, quel felice tempo, che ricca messe di scrittori produsse, scade e non dura. Allora viene in soccorso la nazione de’ gramatici; e sponendo e chiosando gli antichi, e quegli avendo in riverenza, le buone regole del parlare ne trae; e viene, in quel modo che si puote, a rinnovellare e perpetuare quel tempo, e fare che i successori godano al possibile bello e intatto il glorioso retaggio della migliore e della più pulita favella.

[91] Con solecismi non si può puramente in qualunque linguaggio scrivere: perciocchè è peggior vizio del barbarismo il solecismo. Non si può dire peggio che sconcordanza, e fare le discordanze, scrivendo in volgare, cosa è vergognosissima. E perciò è necessario (massime a noi Fiorentini, che abbiamo nel nostro parlare ordinario familiari una mano di sconcordanze tramandateci dal secolo 1400 in cui si guastò la lingua, checchè cagion se ne fusse) il ricorrere alle gramatiche, e non avere baldanza per la massa naturale delle voci e de’ modi, che è ricca e leggiadra, poichè un solecismo che scappi in nobile e pensata scrittura, corrompe tutto.

[92] In quarto luogo nè pur fu in quel secolo purgata l’ortografia.: L’ortografia era bella e buona, e accomodata all’uso di que’ tempi. Non ci erano accenti nè apostrofi, i quali, benchè imbarazzi della scrittura, sono però imbarazzi che disbarazzano, e danno luce e distinzione. Ma non per questo chi scriveva non si lasciava intendere. La parola troncata dalla vocale finale mangiata dalla iniziale vocale della voce seguente, s’incorporava con quella, e faceva tutt’una voce, imitando in ciò la serrata pronunzia, come appunto si vede nelle inscrizioni greche, nelle quali all’uso antico, non così sottile e accurato, come il moderno, ma pure, non so come, più semplice e più magnifico, non compariscono nè apostrofi, nè spiriti, nè accenti; de’ quali non vi abbisognava nel tempo che fioriva la lingua e pronunzia greca; essendo poi venuti i gramatici a ritrovare quei segni, per perpetuare, e mantenere la vera pronunzia, che con tutta la loro diligenza non è riuscito. Io non ci ho dubbio cbe sia preferibile l’uso de gli apostrofi al non uso; poichè a chi non intende molto, nè molto è esercitato, può generare delle tenebre e delle confusioni. Il cavalier Patino, insigne antiquario, in una greca inscrizione, ove si leggeva ΔΙΩΝ, in vece di tradurre per quae, δἰᾧν, tradusse Dio, cioè Dione nome proprio: e di questi sbagli ne potrei contare moltissimi; siccome quegli nati dall’attaccarsi nelle lapide più parole insieme, senza fare spazio dall’una all’altra, come in uno epigramma greco, che si legge dietro al dottissimo libro di monsignor Ottavio Falconieri delle Inscrizioni Atletiche Farnesiane, ΣΕΙΟΒΟΗΘΕ, che erano due, cioè Tui, Boethe, se n’è fatta una sola nella traduzione (chiunque quello epigramma si traducesse) e detto Seioboethe, come se fosse Seioboeto, e non Boetho il proprio nome di quello scultore d’immaginette d’argento, lodato da Plinio. Il non usare adunque apostrofi, mancare de gli accenti, attaccare più parole insieme, son quelle cose che fanno pigliare in grandissima parte gli sbagli a chi non è molto avvertito nel maneggiare i manoscritti tanto greci che toscani. Ma non si può condannare quelll’uso, col quale sono scritti tanti preziosi avanzi della antichità, e dal quale noi possiamo trarre giuste e difficilissime confetture. E si dee aver grado a gli antichi di quella loro semplicità, la quale i moderni col distendere e segnare le voci in un modo, o in un altro, vengono a infrascare. Comunque sia, l’ortografia non ha che fare colla lingua. Anzi quando le lingue si parlavano e scrivevano bene, non ci era quella sottigliezza e distinzione di ortografia, che è nata dopo che elle sono scadute e tralignate dal primier lustro. Gli accenti e i punti sono stati in tutte lingue moderni, e inventati da’ gramatici per lo schiarimento de gli autori. Lontano era allora adunque l’italico idioma dalla perfezione dell’ortografia: lo voglio concedere: lontano dalla perfezione della lingua, nego.

[93] Cicerone, e gli altri suoi contemporanei non diedero l’ultima mano alla lingua latina. Il colmo e ’l fiocco, per così dire, della lingua greca e latina fa rinchiuso in una stessa età. Quando si cominciò a scrivere ornatamente in volgare, la lingua non era infante; avea più d’un secolo addosso; era già passata per più d’una trafila; s’era parlata e riparlata di molto tempo. Del resto il Petrarca chiama lo stile volgare di fresco trovata e recente, per rapporto alla lingua latina, che era verso di lui antichissima, e nella quale i letterati aveano durato a scrivere sino al suo tempo.

[94] Quando il Petrarca disse che lo stile volgare era raro squalidus colono, dicea vero; perchè oltre a Dante non ci era chi gli avesse dato lustro, nè era salito su egli colla gentilissima sua maniera, nè il suo scolare Boccaccio; o pure di poco eran saliti su, nè potevano vederne tutto l’effetto. E di fatto il Petrarca se ne maravigliò della fama che aveano incontrata fuori della sua espettazione le sue rime, e si può dire che in parte ne cominciasse a sentire quello scoppio che erano per far poi vie più grandissimo ne’ tempi avvenire. È noto il sonetto: S’i’ avessi creduto che sì care Fosser le voci de’ sospir miei in rima. E altrove e che de’ suoi detti si facean conserve in più d’un luogo. E Dante fu subito letto in istudi pubblici; e da per tutto contentato; e dal medesimo Boccaccio letto e sposto pubblicamente in Firenze. La Dea Maestà, per testimonianza d’Ovidio ne’ Fasti, lo stesso giorno ch’ ella nacque, fu grande. Così la comparsa che fece nel mondo la nostra lingua in persona di que’ tre primi autori, fu tale e tanta, che si può dire che quegli e primi fossero, e perfettissimi, come di Omero da Velleio fu detto.

[95] Il secolo d’oro non tanto è detto dall’eccellenza de gli autori, quanto dalla lingua, la quale allora correva, e fu da quegli parlata e scritta. L’essersi trattate ne’ secoli susseguenti le scienze e l’arti, non risuscita quella antica inimitabile purità, schiettezza e evidenza di dire.

[96] Oh in quanto a parole barbare, chi le vuol cercare col fuscellino, s’incontrano per tutto. Le gramatiche e le regole tutte son fondate su quel secalo decantato in oggi per barbaro del 1300, e i vocabolari ancora prendono da quello il più. Al tempo del Salviati, per confessione del medesimo, si lasciavano vedere le scritture senza errori di gramatica: mercè di que’ valentuomini che aveano riformata la lingua sul secolo del 1300, il quale sarà sempre il secolo regolatore, o, per dir meglio, la regola.

[97] Il gusto Marinesco non esce della poesia. Ma la corruttela nella prosa quanti hanno introdotto! A disfarsi del cattivo gusto, ci vuole quel secolo benedetto, Dante, Petrarca, Boccaccio, e quegli de gli altri secoli che dietro alle loro vestigia si sono alzati. Del resto se non si tien fermo il rispetto verso la reverenda autorità de’ nostri maggiori, ho paura che la lingua, in vece di crescere, anderà in declinazione e in rovina, tralle incertezze delle fluttuanti opinioni, non si sapendo a chi appigliarsi, si sarà tutti come nave in alto mare, a mezza notte, senza governo.

[98] L’italica favella non cominciò a declinare dopo il 1500 per l’introduzione solamente di vocaboli nuovi e tristi, ma principalmente per ismarrire le coniugazioni, e fare solecismi: che questa è l’importanza; i quali solecismi si sono tolti via nelle scritture per via delle gramatiche fatte sull’autorità di quei del 1300, che erano netti da queste nostre odierne sconcordanze. Gli stimatissimi versi, e tanti nobilissimi libri composti ne’ due ultimi secoli potrebbero far mentire il Salviati, se fossero esenti da quelle facete alle quali si vorrebbe sottoporre quello del 1300. Il Salviati si dice che in prova della sua opinione, niuna ragione ne arreca. Ne vorrei sentire arrecare alcuna in prova della contraria opinione. Qui si cammina per semplici affermazioni, Quod quisque juris in alterum statuerit, eo jure uti utatur vuole la legge e il dovere,

Ma più tempo ci vuole a tanta lite.

[99] Facendosi forse a credere (il Salviati) che basti l’affermazion sua ec.: Il metodo di disputare de gli scrittori, come si vede per tutto in Sesto Empirico, era questo. Disputando questi filosofi d’ogni cosa, pro e contro, e niente affermando; e ponendo la loro felicità nel sospendere e rattenere l’assentimento, che perciò oltre al nome di Scettici, cioè di Esaminativi, e di Pirronii, dal loro istitutore Pirrone, si dicevano Ephectici, o vogliami dire in nostra lingua i Ritenuti. Questi adunque fieri disputatori di tutto, e di nulla affermatori, soleano tenere questo ordine in disputare contra chicchesia. O la cosa che viene dall’altra parte affermata, viene affermata semplicemente, o con prova. Se semplicemente, a una semplice affermazione e nuda, altra contraria affermazione opponevano dicendo: come non si adducono prove, tanto ha a valere il vostro sì, che il mio no. Ma se voi poi, oltre all’affermare, venite colle prove e con gli argomenti: e allora noi contrapponghiamo altre prove, ed altri argomenti; e stando la cosa in bilancia, non penderemo più da una parte che da un’altra; e manterremoci in quel mezzo con una tranquillissima, dicevano essi, ataraxia, e noi potremmo dire imperturbabilità. Così si potrebbe dire a chiunque avanza una proposizione senza provarla punto nè poco, ma semplicemente pronunziandola, e vuole che gli si creda. Ma il Salviati nel lodare sommamente quel libretto degli Ammaestramenti degli Antichi, non mi pare che sia nel caso; poichè egli col recarne da quel libro, che non era allora stampato, nè in conseguenza per le mani di tutti gli esempli, viene a dare a intendere che non istima che basti la semplice affermazion sua; mentre per avvalorarla, trae alcune testimonianze fedelmente prodotte da quel medesimo libro. Ma ciò non è servito; poichè esse non paiono sufficienti, nè di fede degne a provare ciò che intende il Salviati e perchè alcune parole de’ testi portati dal Salviati, oggi non si direbbero; anzi chi le dicesse, si meriterebbe le fischiate, come allettatore di rancida antichità: si condanna il Salviati di poco discernimento, che un libro pieno di barbarismi abbia voluto cacciarci, come modello e esemplare di lingua, e per un capo d’opera, ovvero per un fino e maestro lavoro di toscanità. La stessa ragione militerebbe in Plauto, che per aver detto vostris e voltis, in cambio di vestris e vultis; donicum, antidhac per donec, antehac, e cento e cento altri vocaboli di quella venerabile antichità, dalla erudita posterità rifiutati, si avesse a dire non buono autore di latinità, ma barbaro e sozzo.

Multa renascentur quae jam cecidere, cadentque

Quae nunc sunt in honore vocabula.

Ogni età ha le sue parole, le quali vanno e vengono; e ognuno ha a parlare colle parole correnti; e quelle in quel tempo correvano. In Ennio vi è induperator; in Lucrezio potestur; nelle xii Tavole endo per in, dal greco ἕδον, e non già da ὲντὦ, come vuole nel suo Canocchiale il Tesauro, ed altre molte del loro secolo. Adunque non sono autori di buona latinità. Il nego. Nè anche tutte le parole di Cicerone hanno seguito i secoli succedenti a quello. Plinio, Quintiliano, Velleio in vece di praestantissimus, dicono eminentissimus; in vece di interea, amano di dire interim, perciocchè mi credo, fussero più in uso queste voci che quelle. Per questa ragione di non estimare autori buoni d’una lingua, se non quelli, le cui voci si possono tutte nel secolo di chi scrive, adoperare, non bisognerà stimare per tali, se non quelli dell’età in cui uno vive, di mano in mano: e che scrivano secondo la moda, la quale mutandosi ogni tant’anni, ogni tant’anni farà che si muti stile, e sempre si riformino gli antichi, come autori dell’usanza vecchia. E come mai si può trovare un autore di cui ogni voce, ogni maniera si possa in tutti i tempi sicuramente e alla cieca usare. Sarebbe troppo la bella cosa. Il giudizio che va adoperato, nella scelta principalmente delle parole si potrebbe andare a riporre. Ma per tornare onde ci dipartimmo, mi sovviene del Tassoni, il quale ne’ suoi Annali Ecclesiastici ms. al Baronio, come e’ può, non la risparmia. Trattandosi d’alcuni privilegi d’investiture ecclesiastiche pretesi da alcuni regni, egli è dalla banda del Baronio, e con esso lui favorisce e difende le ragioni della Chiesa. Ma pure in questo è contra il Baronio, che le prove che il Baronio adduce, il Tassoni non mena buone, e ne porta altre sue, come migliori. Non è in somma contro il Baronio nella sentenza, ma nel modo di provarla. Così io sono col Salviati nello stimare quel libro degli Avvertimenti; ma sarei contra lui nello scegliere da quello le testimonianze e le autorità per provarlo, perciocchè altre migliori si poteano scerre, e più belle. Ma il Salviati come penetrato tutto dall’ammirazione della purità e nettezza di quel libro, scelse quelle in cui si avveniva: stimando, che siccome a lui, che aveva fatto il gusto su gli antichi e su manoscritti toscani, piacevano, così dovessero piacere agli altri che non avevano la comodità, come egli, nè la voglia, nè l’esercizio; e non aveano quella fede e devozione alla buona e aurea antichità, che è necessaria, e usata d’aversi da quelli che ordinatamente e dalle sue sorgenti vogliono studiare le lingue. E forse anco credeva che a uno, come lui, versatissimo nella gramatica della sua lingua, si dovesse alcun poco credere, e pareva che questa autorità potesse egli sibi suo quodam jure vindicare. Ma da che la chiaroveggenza di questo secolo perspicacissimo e felicissimo, scopritore di nuovi mondi e sistemi in tutte le facoltà, tutto pieno di ragioni e di discorso  pulitissimo, delicatissimo, raffinatissimo, non lascia luogo a autorità, ma chiede e vuol ragioni: hai bel giudicare, o Salviati, e dar sentenza, per così dire, senza fare il motivo, che la tua non sentenza sarà giudicata, ma tenerezza.

Esaminiamo un poco i tuoi esempli portati da te di questo tuo tanto decantato libro degli Avvertimenti.

I. Come bella e come splendiente gemma di costumi e vergogna. Che cosa ci è, per l’ amor di Dio, di pellegrino in questo esemplo, se non la parola splendiente, della quale io non mi posso valere? E che scienza inutile è questa di apprendere parole che subito imparate mi conviene dimenticare. Questo vostro tesoro, o Toscani, per dire un proverbio greco, mi diventa carboni. Non ho bisogno di caricarmi la memoria di voci da non usarsi; o che leggendo cotesta sorta di libri da voi posta innanzi (come che secondo il fiorentino proverbio, a chi pratica col zoppo, gli se n’attacca) io, per voler essere troppo Toscano, venga ad esser barbaro, cioè non inteso da coloro a’ quali io scrivo.

Splendiente è voce tra gli altri usata da Giovanni Villani, alla cui purità il Salviati dice accostarsi questo libro. In alcun caso può parere più espressiva che splendente; come in Crescenzio lib. 4, cap. 19, ove, benchè due stampe di Venezia dicano resplendente, e la edizione di Firenze dello Inferigno, ovvero Bastiano de’ Rossi, abbia risplendiente; e così sia citato nel Vocabolario alla V. Risplendiente: pure mi piace, non so come, più la lezione di splendente, portata nel Vocabolario in questa voce. Dice adunque Crescenzio nel sopraccitato luogo, ove parla delle uve: Il loro granello sia dalla luce trasparente e splendiente: ove pare, o io m’inganno, che splendiente spieghi, più che splendente, il pellucidum dei Latini, e il διαϕανῆ de’ Greci, e ’l trasparente degl’Italiani, e ’l resplandeciente degli Spagnuoli; e come questo sia derivato non da splendente ma da splendescens che non è lo stesso, Giovanni Villani disse: splendiente di splendori, quasi radiis splendescens, coruscans, lib. xi, cap. 3. E vidi, colui medesimo splendiente di splendori al modo del balenare. Siccome adunque splendescens e coruscans non è la medesima di splendens, lucens; così splendiente, pronunziato disteso e di quattro sillabe, non è lo stesso, come a prima vista parrà, di splendente. Il saper questo forse non sarà affatto infruttuosa cosa, per poter questa voce, quandochè sia, a luogo e tempo richiamare. Come bella e come splendiente gemma di costumi è vergogna. È da notare la maniera di dire assoluta, e vergogna; e non è la vergogna, come comunemente si direbbe, la qual maniera per tutto quel libro è frequentissima, particolarmente nelle definizioni di virtù e di vizzi: maniera leggiadra, espressiva, viva e acconcia al parlare sugoso e sentenzioso; maniera usata assai nella loro feconda e ricca lingua dagl’Inglesi; e che si può utilmente, purchè non si faccia di soverchio, usare anche in oggi.

II. Ella è verga e sconfiggitrice de’ mali. Io non so considerare altro in quello esemplo, che la voce sconfiggitrice, la quale è galante, e ne insegna a formare delle altre simili. Il Boccaccio nel Laberinto, discorrendo delle femmine: Non favellatrici, ma seccatrici sono. Il che fu imitato dal Casa nel Galateo: Molte nazioni favellatrici e seccatrici, sicchè guai a quelle orecchie che elle assonnano. Il Bembo nel proemio elegantissimo delle sue dottissime Prose: Se la natura, monsignor Messer Giulio, delle mondane cose producitrice, e de’ suoi doni sopra esse dispensatrice; mostrò di questa desinenza di compiacersi nè più nè meno che Tullio nel quinto delle Tusculane: O vitae philosophia dux, o virtutis indagatrix, expultrixque vitiorum! O della vita guida, filosofia; o di virtù rintracciatrice e di vizzi discacciatrice! Questo sconfiggitrice non è come splendiente: si può ben usare con franchezza.

III Guardiana di fama, onore di vita, sedia di vertude, e di vertude primizia, lode di natura, e segreto di tutta onestà. Guardiano oggi si dice nella Religione di S. Francesco il superiore del convento; e in Firenze il superiore secolare delle spirituali confraternite o compagnie; e il custode degli armenti e delle gregge. Ed è la propria toscana parola che risponde alla latina custos. Sedia è la toscana che risponde alla latina sedes. E con tutto che anche in toscano ottimamente si dica custode e sede, pure guardiano e sedia è linguaggio più particolare del paese. Di tutta onestà, per significare d’ogni onestà, o pure d’intera e perfetta onestà; è maniera usatissima da tutti i nostri antichi, che il totz del provenzale e’ il todo dello spagnuolo e ’l tout del franzese vennero anch’essi a rappresentare. E voglio anche aggiugnere il πᾶς de’ Greci, πὰσῆ diremo noi, in tutta diligenza, prestissimamente.

IV. Armamento è di dirittura lo dispiacere a’ rei: Io credo che abbia a dire argomento è di dirittura: il che si convincerebbe dal latino, donde è preso. Fansi molti errori in questi volgarizzamenti a non riscontrare col latino. Il Tassoni nelle annotazioni al Vocabolario della Crusca alla V. Errore dice: È più strano errare il mare, per camminare, o andar per lo mare. Eneid. Virg. L’ampie piànora del mare ti conviene errare, esempio cavato dal Tassoni, dalla voce Plano nel Vocabolario, ove sta citato. Ma chi non vede che ponto si ricordi del vastum maris aequor arandum di Virgilio, Enei. lib. 2, che quello errare ha da dire orare? Il medesimo Tassoni alla V. Conserva (per non parere io di volere esercitare la censura più co’ forestieri che co’ nostri) esaminando la voce conserva, non si avvide che nell’esempio di Crescenzio, addotto dal Vocabolario, conserva non vuol dire luogo riposto per serbare le cose, ma serva compagna d’altri servi, συδούλην, che il testo latino chiama conservante. E questa censura gli avrebbe fatto più onore in quel luogo, che quella del cellarium, che per lo più s’intende d’acque, che può essere benissimo sbaglio di stampa; e che avesse a dire costellum, cioè conserva d’acqua; o pur il latino cellarium non vi andasse, essendo già stato detto di sopra, e quivi ripetuto falsamente. Alla voce Compresso l’esemplo di Crescenzio, 9. 60, Abbiano gli occhi pelosi e le mascella compresse, non significa quello che significa compresso appresso al Boccaccio, detto fiorentinamente per complesso, grosso, membruto: ma è il latino compressus, cioè sottile, basso, schiacciato, che è tutto il contrario di quello. Compressis malis, dice il latino, che è tratto da Varrone, lib. 2 de Re Rust. cap. 12, ove parla de’ segnali della bontà de’ buoi. Pilosis auribus, compressis malis subsimisve. Alla voce Crescenza l’esemplo di Livio: E così lo gittaro nella più presso crescenza del fiume (ove parla de’ gemelli) stimerebbe uno che volesse dire, dove il fiume è più grosso; e vuol dire vicino alla ripa, alla quale egli posa della terra posticcia. Il latino: in proxima alluvie, cioè dove il fiume cresce, cioè accresce la terra: che alluvies appunto è definita nelle Leggi Romane, incrementum latens, crescenza che si fa a poco a poco l’acqua sempre deponendo alla riva. Alla V. Focolare, l’esempio di Seneca, pistola 78. I. Focolari erano nell’antica edizione spiegati per alari, quando dal testo si vede che vuol dire gli scaldavivande, che sono piccoli focolari portatili. Tumultus coquorum est, ipsos cum obsoniis focos transferentium. Laonde l’antica spiegazione è stata meritamente nell’ultima edizione tolta via, con mettervi la propria e genuina. Alla lettera L si leggeva Lontanamento per Lontananza, e apportavasene un solo esempio del libro di Marsilio da Padova intitolato Defensor pacis, indirizzato a Ludovico Bavero, tradotto dal latino in francesco, e dal francesco in fiorentino (così si legge nel ms. Mediceo) per Lorenzo di Firenze cittadino. E notisi che nel 1300, e in quel torno, i nostri uomini quello che ora si dice italiano e toscano, diceano comunemente fiorentino, così astringendoli a dire la cosa stessa e ’l comune uso del parlare, prima che fossero insorte le fiere quistioni che sono venute dopo. E la lingua latina, perchè nata e parlata a principio nel solo Lazio, benchè si dilatasse per tutta l’Italia e fuori del Lazio, si durò a chiamare sempre lingua latina e lingua romana, ma non mai, almeno comunemente, lingua italica; e pure si parlava tanto bene nel Lazio, quanto fuori. Ma per tornare, l’esempio del Difenditore della pace, Chi contrasta alla possanza, egli contrasta al lontanamento di Dio, fu considerato savissimamente che fosse tratto da quel di S. Paolo, ad Rom. 13. Qui potestati Dei resistit, Dei ordinationi resistit; e in conseguenza che quel lontanamento avesse a dire ordinamento. E così nella seconda edizione la voce e l’esempio furono levati. I compilatori de’ lessici, de’ dizionari, de’ vocabolari hanno un gran fascio di cose alle mani; e non possono tutto vedere, e le tante e sì varie autorità esaminare. Mei Calepino si legge cremium per carne fritta nella padella, quasi ella avesse la derivazione da ϰρέας, quando questa voce significa tutte quelle aride cose, o brucioli, o scope, o stipa, o sermenti che si pongono per accendere e avvivare il fuoco, che i Bolognesi chiamano brusaia, e noi potremmo dire bruciaglia, e i Greci ϕρύγανον da (ϕρύγειν, latino torrere e ϕύγανα. I Latini da cremare dissero cremium. E così a questi secchi alimenti di fiamma sono paragonate l’ossa sue dal Re profeta. Κυμήνα, ας, è posto come vocabolo castrense, o militare, nel Lessico, con manifestissimo sbaglio, siccome mi fece osservare, quando fu qui in Fiorenza, il dottissimo e amabilissimo padre don Bernardo di Montfaucon; poichè il passo d’Arriano del passaggio d’Alessandro, che quivi si cita, ha ϰυμῄναν, participio neutro dell’aoristo, ἐϰύμενα, da ϰυμαὶνο, fluctuo, ϰυμῄναν τῆς ϕαλαγγος, l’ondeggiamento della falange: frase usata, cred’io, anche da Senofonte, di cui Arriano fu cotanto imitatore che n’ebbe il nome di Senofonte novello. E il Lessico d’un participio neutro ne fa un nome femminino, Da questo poco che io qui accenno, si può far ragione del molto, anzi moltissimo, bisogno che hanno i Vocabolari, immenso ed inesausto lavoro, d’essere ripurgati e rimondati. A questa pietosa opera s’accinse il Tassoni, e come quel letterato nobile ch’egli era e come Accademico della Crusca. E il simile altri Accademici hanno fatto e fanno, accrescendolo di altre voci e degli scrittori e dell’uso: che ne’ vocabolari di lingua viva non si finisce mai. Or per tornare al primo esempio, riscelto da quelli scelti dal cavalier Salviati del libro degli Ammaestramenti degli Antichi, egli ci è pel  fatto della lingua da notare la voce dirittura, colla quale gli antichi Toscani sprimevano la giustizia, siccome i Franzesi antichi con quella di droiture. E ciò è tolto da ἐυθύτης, rectitudo della Scrittura. Recti corde, ἐυθηῖς τῇ ϰαρδὶα, leali e diritti uomini. Diritto oggi si dice nell’uso del popolo per astuto, accorto; ma pure nell’uso degli scrittori si conserva diritto per giusto. La ragione o jus, in provenzale drez, come appare dal verso del maestro de’ Trovatori, Arnaldo Daniello, portato dal Petrarca. Drez et reson et qeu conte damors. Dritto e ragione è ch’ io canti d’amore. Il franzese droit, anticamente dret; lo spagnuolo derecho; il toscano il diritto, a cui si oppone il torto.

Non ci diamo troppo ne’ nostri intendimenti e rangole. Ne nous addonons pas; il contrario è sdarsi d’una cosa. Rangola, vecchia parola, credo che sia lo stesso che rancura, cioè ripensamento, dalle preposizioni re e in, e dal nome cura, pensiero; e che vada perciò profferita coll’accento nella penultima, rangòla. Così varrare fatto da varicare latino; il fiorentino dice valicare; e valico nome da varco. Franco Sacchetti nella Novella piacevolissima di Agnolo di ser Gherardo, vocato ser Benghi. Colicare per corcarsi, giacere in letto, francese coucher; benchè ciò sia dal latino collocare. E l’L si cangia dall’R agevolmente, come più dolce e facile a pronunziare. Rangòla adunque lo stesso che rancura, e per avventura rancore che si trova in antichi, in provenzale ricor, è lo stesso in certo modo che riccura, se dir si potesse, e paura lo stesso che l’antico franzese paor dal latino pavor, poi la peur. E rangola, rancura e rancore, non sono altro che una rinnovata e profonda cura, che si fa sentire addentro, per la quale uno viene a consumarsi e mangiarsi, per così dire, il cuore e beccarselo; onde ne nacque la favola de’ cuori de’ Tizii e de’ Prometei, che dagli avoltoi e dalle aquile, cioè da’ rimorsi della coscienza, tagliati rimettevano e rinnovavansi, a nuove morti perpetuamente risuscitando. È noto il verso d’Omero nell’Iliade al sesto, per Belloforonte: Ον θύμον ϰατέδων, πάτον ἀνθρώπον ἀλεείνων, cui Cicerone ad verbum elegantemente tradusse: Ipse suum cor edens, hominum vestigia vitans. E ’l nostro gentilissimo Lirico nel sonetto, lodato infin dal Tassoni, Mentre che il cor dagli amorosi vermi Fu consumato. In somma queste voci rangòla, che si disse anche rangolo, rancura , rancore, altro non importano che un ricordarsi e un ripensare. Ma rancore è un particolare risovvenirsi e un ricordarsi della ingiuria ricevuta, la qual sovvenenza è medicata dalla dimenticanza. Dante in quella nobilissima comparazione del Purgatorio al canto decimo:

Come per sostener solaio, o tetto,

Per mensola, talvolta una figura

Si vede giunger le ginocchia al petto;

La qual fa del non ver, vera rancura

Nascere a chi la vede: così fatti,

Vid’io color,  quando posi ben cura.

Rancura qui, a mio giudizio, non è tanto affanno, doglienza, compassione, siccome si spiega nel Vocabolario, quanto pensamento, pensiero, fantasia, immaginazione. L’esemplo portato de gli Ammaestramenti degli Antichi è preso da Seneca, de Tranquillitate animi,  siccome si dice, nell’edizione del Rifiorito, fatta in Firenze nel 1661, alla distinzion quarta, rubrica seconda, numero sesto, ed è citato nel Vocabolario alla voce Rangola. Dice adunque l’autore de gli Ammaestramenti, cioè Fra Bartolorameo da San Coocordio di Pisa, che gli compose in latino, e poi furono volgarizzati, Seneca de Tranquillitate animi; Non ci diamo troppo ne’ nostri intendimenti e Rangóle, trapassiamo in quelle cose, in che gli accidenti ci menano, Seneca de Tranquillitate al cap. 14 in principio: faciles etiam, nos facere debemus, ne nimis destinatis rebus indulgeamus; transeamus in ea, in quae nos casus deduxerit. Intendimenti e Rangóle sono le intenzioni e i fini che uno si prefigge nella mente d’arrivare a conseguire quella tal cosa; e le sollecitudini e i pensieri saldi e fissi che intorno a quella si pongono, pensandovi giorno e notte, abbandonandovisi e perdendovisi dietro colla destinazion fissa della mente e della volontà: cosa al vivere pacifico e queto perniziosissima, e nemicissima della tranquillità e del riposo, di cui in quell’aureo libro il maestro Seneca dona squisiti e ammirabili e utili ammaestramenti. Lo stesso volgarizzatore de gli Ammaestramenti usò anche la voce Rangólo, lo stesso che Rangóla, alla distinzione 27, rubrìca 2, numero 6, ed è citato l’esemplo nel Vocabolario, ma io il rapporterò qui più disteso; ed è più bello e molto migliore del sopraddetto portato dal Salviati, il quale non fece scelta più che tanto, credendo che tutto era puro, tutto era bello, e, come s’è detto, mise quegli esempli ne’ quali primamente s’avvenne. Dice adunque Bernardo ad Eugenio: O grandezza, croce de’ tuoi desideratori, come tutti gli tormenti, e a tutti piaci! niuna cosa più duramente affligge;  e niuna più molestamente tempesta; e appo i miseri mortali niuna cosa è più solenne che i Rangóli suoi. Puossi vedere in san Bernardo, de Consideratione ad Eugenium, qual voce latina risponda a quella Rangóli. Fra Guittone d’Arezzo, Fra Godente di Santa Maria, nelle lettere manoscritte che si conservano apresso il signor Balì Gregorio Redi, eruditissimo cavaliere, e degno nipote del signor Francesco Redi di felice ricordanza, citato dal Vocabolario in queste voci, usa Rangulo e Rangulare nella lettera 34: Rangulo pecuniale non t’abbandonerà mai vivo. Orazio: crescentem sequitur Cura pecuniam. E nella medesima lettera 34. E virtù seguendo, e rangulando quello, che portando non tolto potuto ti sia. Toglierei via quella parola potuto, perechè può esservi intrusa dalla vicina portando, leggendo tutto il passo così: E virtù seguendo, e rangulando quello, che portando non tolto ti sia; cioè la virtù, la quale è detta da Isocrate a Demonico ϰτῆμα ὰναϕαιρεόν o pure, che portando, non tolto esser potuto ti sia, cioè non ti sia potuto esser tolto.

VI. Niente vale apparare le cose che far si debbono, e non farle. Neente e più vicino all’origine latina ne, onde è fatto nella stessa guisa che chente da che, cioè quid. Così neuno da nec unusy che lo Spagnuolo dice ninguno, e poi da noi si disse niuno, siccome neente, niente. Apparare per imparare dicono gli scrittori anco in oggi elegantemente.

Nel VII esemplo è da considerare la voce isbanditi, fatta dalla latinobarbara exbanniti, lo stesso che banniti, e appresso noi banditi. Così birri diciamo, e sbirri; nè la S, che risponde alla latina ex, qui nega, ma accresce. Laonde non molto ragionevolmente si maraviglia il Muzio, nelle Battaglie, della parola dell’uso fiorentino sdimenticare usata dal Varchi nell’Ercolano, in luogo di dimenticare usata dal Boccaccio, e dall’uso ancora approvata; poichè egualmente questo uso approva l’altra. Così cancellare e scancellare si dice, e spasseggiare e passeggiare, benchè il Muzio non voglia. E in latino exosculari è accrescitivo, non negativo, di osculari: ne è detto nella stessa forma che exossare, cioè disossare. E expatiari è lo stesso che spatiari. Stimando adunque il Muzio mal detto sdimenticare, perciocchè non l’ha trovato nel Boccaccio, e che significhi naturalmente il contrario di dimenticare; non s’è avvisando del doppio uso della S preposta a molti verbi, derivata dall’ex de’ Latini, che ora è distruttivo, come in exossare, ora accrescitivo, come in exosculari, mostra, per troppa bramosia di contraddire, di essere poco pratico non solo della lingua italiana, ma della latina, e di tutte le altre ancora. Siccome quando biasima l’un l’altro detto in virtù d’avverbio per invicem, scambievolmente,- e in conseguenza non costruito. L’un l’altro, dice il Varchi, si portavano affezione; volendo che si costruisca e si dica l’uno all’altro. Id genus alia, sarebbe a dire, hujus generis alia; ma s’intende, secundum id genus alia. Che direbbe il Muzio se leggesse ne’ nostri manoscritti quello che ho osservato io e non è stato notato nel Vocabolario: Por mente coll’accusativo? cioè ponete mente la tal cosa. Non istimerebbe egli che ciò fosse un solennissimo solecismo? e che avesse secondo la costruzione e l’ordine gramaticale a dire: Ponete mente alla tal cosa? Avreilo detto anch’io; ma lo dicono i manoscritti troppe volte. Ora por mente in quel caso è un aggregato formale d’un verbo e d’un nome che corrisponde al latino animum avertere, onde si fece animadvertere. E siccome non si dice alicui rei animadvertere, ma aliquam rem animadvertere; così gli antichi, non, come oggi, dicevano porre mente alla tal cosa, ma porre mente la tal cosa. Porre alcuna mente, avea detto un buono e dotto Siciliano, per porre mente alquanto. Da lui consultato, gli dissi che questa forma non era toscana, nè italiana; conciossiachè por mente stava come un verbo, nè si potevano divegliere le sue parti. E che siccome i Latini non avrebbero detto animum aliquem advertere, ma paulisper animadvertere; così non parea potersi dire porre alcuna mente, ma por mente alquanto. Prima si parlò un pezzo la nostra lingua, prima che divenisse tale da potere essere considerata degna di scrivere in essa. Poi cominciarono i poeti tratti da bel furore, per fare intendere le loro fiamme alle loro amate, e i Romanzi a narrare cavalleresche e gentili imprese, per ammaestramento e diletto de’ volgari e degl’idioti. Che non era mica infante la lingua, quando sorsero que’ tre lumi della toscana favella. Avea durato a formarsi e a ragionarsi più secoli avanti, e volato avea più tempo per le nocche degli uomini; finchè da quei gran letterati di quella età vi si cominciò a scrivere. E questo cominciamento fu la sua gloria e la sua perfezione; fu una testimonianza pubblica e solenne del bel parlare netto e gentile di quello rozzo, e schietto e emendato, e perciò aureo secolo. Scaduta la lingua da quel lustro primiero, vennero poscia i gramatici a ripulirla, a riimitarla; e ne diedero regole e precetti, tratti da quel buon secolo, nel quale a bello nativo stile fioriva. Prima è l’uso del parlare; poscia l’uso dello scrivere; e finalmente ne viene la gramatica, la quale non fa regole per assoggettarvi e i passati e i presenti e i futuri; ma trae regole dagli antichi, trovando ragioni per salvare e spiegare i loro apparenti solecismi, cioè maniere accordate dall’uso, e però passate in leggi; e fa che da quegli a’ posteri sia trasmesso bello e netto di così nobil lingua il retaggio. Così prima furono, come altrove ho detto, i poeti, poi la Poetica; prima la natura, poi l’arte tratta da quella; la quale arte non distrugge la natura, ma la osserva e la segue; e osservandola e seguendola, la conserva; e conservandola, l’accresce e la migliora. La diligente osservazione della grande arte della natura è la più arte che sia.

XI. Molle è il colpo dell'appensato male. Noi abbiamo scarsezza di queste proposizioni, che aggiunte a’ verbi fanno mirabil giuoco presso i Greci e i Latini. Appensato per premeditato, quasi antipensato, sarebbe una parola da non disprezzare, e da rimetterla in uso giudiciosamente, e spiega. Questo passo si cita dall’autore degli Ammaestramenti come di Seneca a Lucilio, ma ve n’ha un simile pel libro de Tranquillitate animi cap. 11. Qucquid enim fieri potest, quasi futurum prospiciendo, malorum omnium impetus molliet. Conciossiachè ciò che può estere, quasi egli sia per essere, antivedendolo, di tutti i mali, i colpi e le voghe farà più molli e più piacevoli. Quello antivedere a immaginare avanti col pensiero ciò che può avvenire, viene espresso nobilmente colla voce appensare. Il medesimo autore distinzione 15, rubr. i, num. 5. Seneca de quatuor virtutibus. Appensatamente prometti, e più che quello che tu promettesti, fa.

Quanto è bello quello dell’esemplo xii La figliuola traeva la poppa, e coll’aiuto del latte alleggeriva della fame della sua madre. Valerio Massimo nel lib. 5,  cap. 4, de Pietate in parente, num, 7, donde è cavato questo esempio: Cum autem jam dies plures intercederent, secum ipse quaerens, quidnam esset, quod tamdiu sustentaretur, curiosius observata filia, animardvertit illam exerto ubere famem matris lactis sui subsidio lenientem. Exerto ubere; traeva la poppa. Famem matris lenientem; alleggeriva della fame. Forse ha dar dire alleggeriva la fame, ancorchè allegeriva della fame si possa intendere per alleggerire alcuna parte, o alcun poco, della molta e gran fame.

Finalmente nel XIII esempio ed ultimo di quegli portati qui, trascelti da quegli tutti del Stimato per esempli d’italiana infelice espressione, si vede ottimamente adoperato le virtù sottane e le sovrane, voci toscane toscanissime, rappresentanti propriissimamente le latine inferiores et superiores. Vertù oggi non si dice; e il dicevano gli antichi, nel che avevano dalla loro i Provenzali e i Franzesi; e il nostro basso popolo ancor oggi dice vertuoso e vertudioso; e le dame e i contadini, grandi conservatrici e conservadori dell’antichità del linguaggio, diceano anche vittoria. Laonde quel che in latino è Petrus Victorius, volgare è Pier Vettori. E ci è l’analogia delle altre voci; pochi siccome virga fa verga, viridis verde; con virtù vertù. Ma l’uso odierno più non l’ammette; al quale cede ogni, benchè fondatissima, analogia, come a signore che egli è delle lingue, e che fa e disfa, come a lui piace, e l’arte è sua servente, e non padrona. Sottano similmente l’uso l’ha ripudiato; e solamente l’ha condannato a significare la gonnella delle donne e de’ preti, detta la sottana, onde sottanella o sottano, spezie di sottane. Io con tutto ciò son di parere che se più d’uno si trovasse tra noi del nobil genio del Salviati, e che per amore alla lingua, e per la devozione alla toscana pura antichità, si mettesse a dar alla luce di quei tanti testi a penna che son citati nel Vocabolario, gran luce ne verrebbe agl’Italiani, che potrebbero in fonte riscontrare i luoghi citati, i volgarizzamenti confrontare con gli originali, e mille belle osservazioni e riflessioni fare, sì per l’analogia, come per la origine delle voci. Che ora (colpa della nostra etade) giacciano e giaceranno nelle tenebre e nell’obblio seppelliti, finchè non venga di tanto in tanto qualche buono spirito e studioso che dalla polvere e dalle tignuole, rovistandogli, gli scuota per qualche tempo e gli liberi.

[100] Poca lode conseguirebbe oggi, chi dicesse vertude, neente, piuvicati. Anzi biasimo non piccolo; perciocchè potendo dir virtude, niente, pubblicati. come s’usa di dire, sarebbe un malvagio imitatore della bella antichità, scegliendo da quella non l’eleganze, ma i rancidumi; poco ricordevole dell’avvertimento di Cesare, riportato da Agellio, che insolens verbum, tanquam scopulum fugiendmm. E di quell’altro, che bisogna vivere secondo i costumi antichi, ma servirsi delle parole presenti. Sfacciata saccenteria fora questa l’adoprare voci anticate. Gran cosa che gli uomini generalmente sono fuggifatica; non vorrebbero avere a scegliere, e bramerebbero, come si dice, la pappa smaltita. Vorrebbero autori da potere usare ogni lor voce, ogni maniera sicuramente e a chius’occhi. Ma quali son questi? La elezione delle voci, a chi compone, è indispensabile. Questa pena, o in un modo o in un altro, bisogna durarla: L’esserci seminate in alcuno buono antico scrittore toscano alcune voci che dall’uso d’oggi non sono accettate, non fa che quello scrittore sia da riprovarsi.

[101] Parrebbero oggidì sentenze oscurissime, e forse il parvero ne’ tempi antichi ec. L’oscurità che viene dalla scorrezione del testo, come sarebbe quella della quarta sentenza: Armamento è di dirittura lo dispiacere a’ rei: che ha da dire argomento, come io m’indovinava, e come ho poi riscontrato avere a dire, sul testo pubblicato in Firenze dal Rifiorito, sarà parata anche negli antichi tempi. L’oscurità che viene da una certa sostanza e brevità d’espressione, sugosa, secondo chi più o meno la penetra, sarà stata tale e nell’antico tempo e nel novello. La oscurità in oltre d’un motto pende dal recitarsi, che se ne fa, staccatamente dal testo: che letto in compagnia degli altri, che innanzi e dietro gli vanno, muta faccia, e di oscuro riesce chiarissimo. Quella oscurità poi che nasce oggi dalle parole non intese, perchè dismesse, non era nell’antico, quando queste medesime avevan corso, nè v’era duopo di spositore.

[102] Con maggior chiarezza si direbbero oggi queste cose, perciocchè con parlare depurato da quelle antiche voci che più per le bocche non volano. Con maggior brevità e efficacia, non credo, porciocchè quest’era il proprio carattere e la forma di dire de gli antichi, nel quale certo di molto vantaggiano i moderni. In questa dote ha spiccato moltissimo il Davanzati; perciocchè studiò molto su gli antichi, e sulla proprietà dell’uso moderno, e impiego a gran dovizia i laconismi tutti di nostra lingua. La dolcezza e leggiadria sempre apparisce più nella voci usate che nelle disusate, e in questa parte sarebbero i moderni superiori. Ma non so già, se prendendo la dolcezza e la leggiadria di nostra lingua assolutamente, e considerata colle regole di ciò che forma una tal nota e carattere, ciò sia del tutto vero. Per esempio, le virtù sovrane: è maniera dolce e leggiadra anco in oggi; le virtù sottane non è dolce nè leggiadra forma di dire, non perchè tale ella non sia in sè stessa, essendo composta di lettere e di sillabe di dolce suono; e che tale ella non fosse al suo tempo: ma perchè essendo condannata oggi a significar solo cose particolari e basse, non è più nobile, e in conseguenza è caduta dall’antica sua leggiadria. O cameretta che già fusti porto, disse il Petrarca. Se in oggi uno il dicesse, peccherebbe contro di decenza; poichè cameretta significa a noi il luogo che dal fare i suoi bisogni, come noi onestamente diciamo, cioè dal soddisfare alle corporali necessità, chiamiamo il necessario, siccome dalla necessità medesima, di cui egli era simbolo, da i Greci presso Svida alla, V. Άναγϰῖον si disse il virile. Diciamolo in oltre dalla onesta parola secessus, cioè ritiro, il cesso. E dalla comodità si dice anche destro. Il Berni al Fracastoro.

Eravi un cesso senza riverenza,

Un camerotto da destro, ordinario,

Dove il Messer faceva la credenza.

Dicesi in oltre dal fare i suoi agi l’agiamento, e atticamente l’agio, che il Tassoni nelle Annotazioni Vocabolario della Crusca, trasfigurando in aggio, malamente spone per atrio. Or perchè questa, o quella voce oggi più non si direbbbe, si dee dar di bianco a quegli autori, per altro puri e netti, ov’ella si trova? Ogni lingua che si parla, ancorchè nel tutto si conservi, pure nelle parti patisce sempre qnalche alterazione; e come un’ onda caccia l’ altra, così i giorni e le parole tra loro si cacciano. Orazio nell’Arte:

Ut silvae foliis pronos mutantur in annos,

Prima cadunt, ita verborum vetus interit aetas,

Et juvenum ritu florent modo nata vigentque

Debemur morti nos, nostraque ....

Come d’autunno si levan le foglie

L’una appresso dell’altra, infinchè ’l ramo

Vede alla terra tutte le sue spoglie.

Che vede leggono, e non rende, due miei mss. ed è maniera più poetica, dando così il poeta sentimento alla pianta; come Virgilio:

Miranturque novas frondes, et non sua poma.

E Dante , senza saperlo, s’ accorda con Omero, che disse:

Οἴη περ ϕυλλῶν γενεὴ τοιἡδε ϰαὶ ὰνδρων,

Qual delle foglie età, tal è degli uomini.

Ma le parole sono da più de gli uomini che le producono; perciocchè vivono più di quelli, e le morte talora si richiamano a nuova vita

Multa renascentur quae jam cecidere.

Cadute risuscitano, e tagliate rimettono. Se noi per troppa schifiltà, e soverchia delicatezza di stomaco, nauseiamo, per così dire, l’antiche voci, e per questo ci ributtiamo dalla lettura de gli antichi, che nella lingua furono i padri: male e rovina auguro io alla lingua; per mantenere la quale ed accrescere, tanti sudori sparsero, e tante vigilie impiegarono, a benefizio d’Italia e del mondo, que’ gloriosi di nostra patria che il Vocabolario della Crusca, cioè tesoro della nostra lingua, dottamente compilarono. Saranno da riformare le antiche moderne gramatiche, che tutte d’un comun volere le regole trassero e traggono da quegli antichi; e rifarsi di mano in mano sulla lingua che di dì in dì si muta, e dubbiosi ed incerti sempre fluttueranno, da ogni vento di opinione aggirati e intorno portati, senza gittare àncora, e senza afferrar porto; cioè senza aver fissato nè tempo, nè luogo, che sia centro e anima di questa benedetta lingua. Tutte l’altre sue sorelle l’avranno, senza che alcuno loro il contrasti; e la nostra, più delle altre infelice, ne sarà priva. No ’l facciamo di grazia, acciocchè non s’abbia a dire, le cose della lingua, quando appunto si crede che al più alto punto sien giunte,

In pejus ruere, et retro sublapsa referri.

Le antiche parole c’imprimano quella reverenza e quel sentimento di devozione che agli antichi imprimevano i luchi, o vogliam dire boschi sacri, ne’ quali l’orror medesimo facea religione.

Cadute risuscitano, e tagliate rimettono.

[103] D’un solo effetto possono esser più le cagioni. Voglio che quelle che corroppero la lingua latina, non abbiano corrotta la buona lingua volgare. Ma ci possono essere state dell’altre, come sarebbe, ognuno datosi a scrivere in essa, come seguì nel 1400, senza regola; e parlando in un tal quale italiano, senza studiare nella lingua migliore. Il fatto è, che dopo quel secolo del 1300 (checchè cagione ne fosse) come altrove s’è detto, si ingombrò, e fu pieno ogni cosa di solecismi e di barbarismi. Anzi non si aspettò nè anche la fine, poichè il Sacchetti, che pur fiorì appresso la metà del 1300, come quegli che morì nel 1394, o così, è più da annoverarsi tra quei del 400 che del 300. Laonde io guardando più allo stile che all’età, lo riposi con isbaglio in alcun luogo di queste mie Annotazioni tra quei del 1400. E Matteo Villani per riguardo di purità e di scelta di voci, e di nettezza di favella, rimane molto di sotto al suo fratello Giovanni scrittore d’aurea semplicità.

[104] L’essere fioriti maravigliosi scrittori ed ingegni ne’ due secoli passati, fa che s’è restituito lo splendore all’ arti e alle scienze, che nel secolo del Boccaccio miseramente giacevan sepolte. Ma ciò non fa necessariamente per l’affare della lingua. La quale veramente quanto più in essa da uomini dotti e in varie materie scientifiche si compone, viene notabilmente accresciuta. Ma una tal nativa grazia propria di certo tempo, in cui ella da tutti correttamente si favellava, forse che non s’ è ne’ tempi susseguenti mai più veduta in viso.

[105] La lingua latina non arreca pregiudizio alla italiana; e i migliori scrittori italiani hanno anco o ben composto altresì in latino, o studiatovi molto. Ma per accidente può avere questa buona madre alla sua diletta figliuola nocumento apportato, per avere di uomini talora, datisi unicamente a coltivare la latina, negligentato il coltivamento della volgare, restata perciò inculta e soda. Siccome veggiamo oggi che il darsi troppo alla volgare mortifica lo studio della latina.

[106] Più che mai si coltivò e si usò in Roma la purità della lingua greca. Parmi di avere letto che un letterato signore Napoletano di Casa Sanseverino, che si faceva addimandare Pomponio Leto, per non offuscare la limpidezza del linguaggio latino, in cui egti aveva sommo studio posto, non si curasse d’apprendere la lingua greca. Tuttavia è maggiore il vantaggio che si ritrae da quella perlo studio della latina, che non è lo svantaggio che per la schietta purità se ne potesse ricevere. Ma come son fatte le cose e gli uomini, non si può negare che la pratica con uno idioma non possa tanto o quanto alterare la beltà nuda e natia purezza dell’altro.

[107] Il latino barbaro de’ legisti e delle scuole, espresso in gran parte dalla necessità dello spiegarsi in cose nuove e non trattate da quegli antichi, può aver fatto del male alla purità di nostra lingua; ma ha fatto anche del bene. Perciocchè molte nostre vaghe e ricevute voci da quella corruttela e da quella feccia son generate: testimonio gli etimologisti e la verità.

[108] Da questo sì fatto latino nacque pur la gran copia delle parole che ora a noi paiono Fidenziane ec. I meravigliosi e leggiadri sonetti e altre poetiche fatture di Fidenzio non sono nate dal latino guasto e barbaro de’ legisti e delle scuole, ma dal latino puro e buono, affettatamente mescolato e alterato col volgare, per esprimere e ritrarre il carattere pedantesco. E quel libro, con sommo giudicio e altrettanta galanteria composto, vogliono che fosse lavoro di valente signore letterato, che a sovranissima dignità fu poi innalzato. Lo spargere nelle scritture latinismi, in quelli del 1400, fu errore del secolo e del volgo, che quello che non intende, suole stoltamente ammirare; e quando una composizione era carica d’affettate frasi latine, sembrava che più dalla bassezza del volgare idioma si allontanasse. Nè nel suo Ameto, ed in altri romanzi suoi, nè andò esente di questo vizio nel 1300 il Boccaccio, accomodandosi così al gusto del guasto mondo; laddove parlando schietto fiorentino, e in stile umilissimo, come egli dice, nelle Novelle, si guadagnò eterno nome e stima immortale nel giudicio de’ dotti e de’ letterati.

[109] La gran rimessa di vocaboli (atta alla lingua, dopo la morte del Boccaccio, non è necessario indizio dell’arricchimento e annobilimento di essa lingua. Come le voci sono introdotte e usate giudiciosamente, prese dal buon uso corrente, persuase dalla necessità, formate con espressione e con vaghezza, allora sono ricchezza. All’incontro, quando senza necessità sono prese da dialetti non approvati, o scambiate le pure e nobili del Boccaccio, che ancor oggi non disparirebbero, con altre del tempo presente, non così belle, nè così leggiadre: l’aggiunta e l’accrescimento è scemamento e povertà.

Licuit, semperque licebit

Sigmatum praesente nota producere nomen.

Non vi ha, chi lo neghi. Il Boccaccio non potè dire tutte le cose, nè tutte le voci usare. Ma sempre ritorna colà: che quella urbanità e quel sapore di toscano che si ravvisa nel Boccaccio, egli è a’ Toscani medesimi ancora, che in mezzo a quella lingua, ch’egli usò, nati sono, per avventura inimitabile.

[110] Il fare una lunga lista di voci latine, o straniere, o malsonanti, o malgraziose, come ha fatto il Nisieli di Dante e dell’Ariosto, autore a lui, ch’era Tassista, poco grato, non fa forza. Bisogna vedere quelle voci, legate coll’altre, che effetto e che romore fanno. Sciolte, non se ne può far giudizio. Il dire che in Dante vi abbia rancidumi, è uno anacronismo di critica. Poichè i rancidumi sono rispetto a noi, non rispetto a lui che viveva in secolo, che molte di quelle voci usavano, siccome ne fan fede gli scrittori contemporanei. A voler provare che Dante usasse alcuna parola rancida, bisognerebbe avere gran copia di scrittori un pezzo avanti a lui che usata l’avessero, e il riscontro degli scrittori coetanei di Dante che non l’avessero usata, ma in quella vece d’un’altra più nuova serviti si fossero. La lingua latina è madre dell’italiana. E per questo non è tanto errore l’usare talora voci latine, quando sono spieganti, come ha fatto Dante, e pel gran fascio della materia che aveva alle mani, e per padroneggiare la rima, siccome ei fece, per un singolar privilegio conceduto alla sublimità del suo ingegno; per la quale egli è simile in certa guisa a quel Pindaro, i cui voli niuno può senza pericolo emulare. I vocaboli oscuri di Dante sono oscuri a noi, non a quel tempo in cui scrisse. Rendonsi chiari per gli espositori e pe’ vocabolari, siccome quelli d’Omero per le glosse interlineari e marginali e degli altri poeti greci, i quali, come è appresso Cicerone, alia lingua videntur esse locuti. I vocaboli crudi saranno da lui adoperati, ove la materia cruda il richiederà; i dolci, ove sarà dolce; adattandogli egli mirabilmente, all’uso de’ gran poeti, alle materie ch’ei trattano, secondo che vedere Carlo Lenzoni ne’ suoi dottissimi Dialoghi in difesa della Lingua fiorentina e di Dante, stampati ia Firenze, nella giornata seconda. I vocaboli orridi in Dante saranno nell’Inferno e non nel Paradiso. I barbari non saranno mo tanti, nè tanto insopportabili, seminati con parca mano, nè saranno privi affatto di quella grazia che porta seco il nuovo e ’l pellegrino, τὸξένον. Scipiti saranno a quelli che non hanno fatto ancora il palato a quel gusto e a quel sapore di antico. Orridi e crudi saranno in Dante i vocaboli, quali si convengono allo stile satirico: Orazio nella Poetica:

Non ego inornata et dominantia nomina solum,

Verbaque, Pisones, Satyrarum scriptor, amabo.

Inornata. Ecco i vocaboli orridi, senza ornamento. Dominantia. Ecco i vocaboli che hanno balìa tra ’l popolo e autorità; vocaboli propri; τὰ ϰύρια ὀνὁματαϰαὶ ρήματα che talora questa tanta proprietà sembra crudezza. E sono convenienti al Satirografo.

[111] Vocaboli di Dante condannati dal Bembo stesso, e da altri letterati.: La Difesa di Dante contra ’l Casa si legge in una delle dottissime Veglie di Carlo Dati, che degne sarebbero della pubblica luce. E quanto al nominar drudo della Fede S. Domenico, si veggia il Redi nelle Annotazioni al Ditirambo; e intorno al chiamare il sole lucerna del mondo, l’acutissimo e dotto Castelvetro. Che con mostrare drudo significare nell’antico fino e leale amante, e lucerna essere lo stesso che luce, danno a vedere pericolosa cosa essere il correre a tacciare un vocabolo, quando uno non abbia in contanti, e, come si dice, su per le punte delle dita, il linguaggio di qua’ tempi. Così agrume, che oggi si piglia per pomi contenenti agro, come sarebbero limoni, aranci, cedri, lumie, melangole, e i nostri cedrati; nell’antico era agli e cipolle; e preso era per quel che dal forte sapore si direbbe fortume. Camangiare oggi è lo stesso che tutto ciò che si mangia col pane, e perciò detto companatico, in latino con voce greca obsonium, anticamente era l’erbaggio, l’olus, olera; ed era così detto, quasi mangiare del campo. Siccome cafaggio, una contrada di Firenze, campo del faggio, Camaiore celebre terra del Lucchese, campo maggiore, Careggi, villa nobilissima antica della real casa de’ Medici, ove que’ gloriosi e magnanimi ristoratori delle buone lettere Cosimo e Lorenzo co’ Ficini, e con Platone, e cotte Grazie e colle Muse, in compagnia villeggiavano, Campo Reggio. Pappalardo, che oggi vai ghiotto, (quasi da pappare il lardo, direbbe alcuno) presso gli antichi valea bacchettone, dall’antico franzese papelart. Filippo Mouskes nella Vita di S. Luigi, scritta in cobbole o coppiette di versi rimati all’usanza de’ Romani antichi, Germanici, Spagnuoli, Inglesi e Francesi, riportato dal du-Fresne nel Glossario, o vogliam dire Tesoro, alla V. Papelardus.

Mais li Beguin et Papelard

Furent encontré d’autre part.

Congiugne i Pappalardi co’ Beghini, così detti dall’abito bigio, ch’essi portavano, de’ quali vedi nelle Clementine, al titolo de Beguinis. E da questi si è fatto il francese bigot, e il nostro bacchettone. E Berghinella, definita nel Vocabolario femmina, plebea, di bassa condizione, e talora di non buona fama, è così detta, quasi beghinella, cioè picciola beghina. Questi adunque che riprendono Dante, pe’ vocaboli che ora non s’intendono, e più non usano, mi pare che tacciano come quei molti moderni, da’ quali, secondo che rapporta Roderigo Fonseca Portughese, primo lettore di medicina nello studio di Pisa, nel libro de tuenda sanitate, viene ripreso Galeno; perciocchè ne’ libri di questo argumento, cioè περι τῶνύγιειτῶν; ovvero  di ciò che appartiene alla parte della medicina che Preservativa si nomina, egli tratta di molte cose che oggi non sono più in uso come lauti bagni, fregagioni, unzioni e esercizi. Che prurito è questo di biasimare tutto ciò che non si conforma co’ nostri modi e non avere punto di aspetto per l’antichità: quasi gli antichi avessero a indovinare quello che era per usare in avvenire, e lasciando di descrivere ciò che usava a’ lor tempi, si avessero a porre a dipingere i nostri, che essi non conoscevano? Di qui son nate le tante critiche contra Omero.

[112] Questa medesima autorità di accrescere, come già fece il Boccaccio per testimonianza del Salviati, la massa delle parole, e formare per se stesso molti parlari, non si vuol negare a niuno in una lingua viva, il cui uso vegliante, e l’occasione di trattare varie e in questa lingua nuove materie, vaghe e nuove e necessarie forme di parlare a gran dovizia ne somministra. Contra il Bembo difende assai bene la causa di Dante, e contra il Tomitano ancora, il dotto nostro gentiluomo Carlo Lenzoni nella Difesa di Dante.

[113] Se quel secolo chiamato d’oro è stato un sogno della nostra modestia, il chiamare il buon secolo della lingua questo nostro, essendo noi nel medesimo tempo giudici e parte, potrà parere un eccesso della nostra presunzione. E ’l secolo che verrà, ci pagherà della stessa moneta; e prendendo ardire dalla reverenza nostra verso i nostri maggiori che il regno della lingua stabilirono, non saranno nè anche essi verso la nostra memoria pietosi; e da per loro si grideranno, e bandirannosi per li migliori e più puri favellatori.

[114] E uno smoderato incenso da noi dato al merito degli antichi.: Piacemi ciò che con molto discernimento e giudicio al suo solito dice in questo proposito de gli antichi Quintiliano, lib. x, cap. 1. Noi non dobbiamo alla cieca osare tutte le parole e frasi da gli antichi usate. Vero, verissimo. Non ci può essere verità più vera. Adunque non possono essi pretendere la patina, o, per dir meglio, la prerogativa, dal terreno, e dal cielo, e dalla stagione, in cui vissero, e l’avere, con tutta la tara delle voci da non usarsi, parlato candidamente e schiettamente nel loro nativo idioma: non lo concederei così agevolmente.

[115] Facevano gran conto della autorità d’Ennio, di Plauto ec.: Anzi facevano unico conto della autorità de gli scrittori antichi in materia di lingua; e a loro, nelle dispute di quella, ricorrevano.

[116] Non lasciò per questo di dirsi che solo nel tempo di Tullio era l’idioma latino pervenuto alla sua perfezione.: Non so chi allora lo si dicesse. Certo che queste disputazioni non parea che ci fossero. Ci è però sempre stato chi ha avuto poca divozione verso gli antichi suoi, come Orazio biasimatore a spada tratta di Lucilio, di Plauto e d’altri.

[117] Volendo il Salviati solamente provare che in Firenze si parla oggi manco bene che non si parlava ne’ tempi del Boccaccio.: Oh chi assapora i libri scritti a penna di quell’aureo secolo, lo sentirà senz’altro. Scaduto adunque il dialetto toscano, ch’è il fior dell’ italico, non so come questo non corra in questa parte la stessa fortuna. Non si nega che in tutti i tempi i buoni e sensati scrittori non parlino con energia, con vivezza; e aggiungo, con sublimità ancora e con isplendere; ma il candore, la purità, il garbo, e certa naturale semplicità e schiettezza d’una lingua, che sono doti e prerogative attaccate in tutti gli idiomi a certi determinati luoghi e tempi, non si rincontrano in ogni secolo.

[118] Se in Firenze si parla men bene che nel secolo del Boccaccio, io non crederei d’esser troppo presuntuoso a dire che nelle altre parti d’Italia, ove la lingua naturalmente, considerando ciascuno dialetto a parte, si parla peggio, non potesse parlarsi bene, se non riformandosi sul dialetto fiorentino parlato da i tre famosi nostri scrittori. Il linguaggio italiano non riparla correttamente, se non sulle regole stratte da gli scritti di quei gloriosi; e prima si disse fiorentino che italiano. Il linguaggio de’ letterati non può essere tanto particolare, che egli non prenda da quello del popolo, di cui propriamente sono i linguaggi. E ’l popolo pare che non usi in parlando oggi quella purità e proprietà che usava il popolo nel 1300, dal qual popolo trassero e scelsero le belle guise e voci quei tante volte soprammentovati scrittori nostri.

[119] Secolo d’ignoranza qui si dice quello del 1300. Certamente che non si erano scoperte peranco l’Indie, non la bussola da navigare, non i nuovi pianeti, non la stampa, non l’artiglieria s’ era trovata. Ma il tempo ha questo di proprio nel suo perpetuo flusso e riflusso, che molte cose fa venire a galla, e molte ancora sommmerge. Una di quelle cose che è, pare a me, poco meno che affogata e perduta, si è quello stile espressivo, forte e leggiadro, vivo, animato, che osarono tra tutti di quel felice tempo que’ tre famosi. E quando anche si tratti di sapere, non erano Dante, il Petrarca e il Boccaccio affatto affatto ignoranti. Del resto ho sentito battezzare con questo nome il secolo xi di nostra salute dagli eruditi. L’accrescimento de’ lumi e delle cognizioni è cosa distinta dal fatto della lingua.

[120] Quasi che davanti la nostra lingua fosse troppo fanciulla, e che dappoi non si conservasse vergine: Queste maniere di dire del Pallavicino, come questa, certamente dal 1300 al 1400 non si sarebbero sentite. Erano più rozzi e meno arguti gli antichi. E quell’altra, poco appresso: che la turba, per non ammirare i contemporanei, vuol sempre che sieno adorati i cadaveri; la critica del Greco Longino non la passerebbe; e questa frase la nominerebbe ϰυϰρα fredda, anzichè no; Segue il Pallavicino: E pur la sentenza di tutta la posterità sovrapose intorno a ciò la dicitura di Cicerone alla sentenza di Cicerone. Sovrapose per antipose non so quanto convenga alla purità e alla proprietà dello stile, quale è il suolo, e il fondamento delle altre virtù di quello, che alla purità e proprietà si sovrappongono. Il dire che Tullio nel parlare degli antichi non dicesse il suo vero sentimento, e non parlasse, come si dice, di cuore, è cosa calunniosa e da sofista.

[121] A tempo di Lorenzo de’ Medici, che nel commento alle sue Rime dice, che si poteva dire che, allora fosse l’adolescenza di questa lingua, si conosce che non era per anco venuto a chiarirsi come la cosa stava; lo che ha fatto ottimamente il Bembo, seguitato poi con tacito consenso da tutta Italia; ma forse era un poco guasto in questa parte dalle adulazioni di chi gli stava d’intorno, secondo il fato de’ gran signori; o più tosto seguitava il giudizio degli amici, cui l’amore fa spesso l’occhio ben sano vedere torto. Quel Giovanni Pico della Mirandola detto, con una appellazione d’un uccello più nobile, la Fenice degl’ingegni, non dubitò di dire in una sua Epistola, che Dante essendo buono solamente ne’ pensieri, e il Petrarca solamente andandosene in parole, Lorenzo aveva unito nelle sue rime e l’uno e l’altro, e tutt’e due in questa forma superato. E ’l Poliziano di quelle sue stanze, delle quali non s’erano vedute a quel tempo le più ornate e le più vistose, credo che si tenesse e che gli studi delle scienze, e della lingua latina e greca., che dopo tanti secoli sotto quella real famiglia risorse, facessero un poco spregiare gli antichi nostri, che di tanta dottrina e erudizione non erano corredati, e non fossero dopo que’ gran lumi della greca e della romana favella così peravventura letti, e assaporati e coltivati. Quantunque nel poema del Poliziano intitolato il Baliatico, che i Greci direbbero τροϕεῖα, ed egli in latino si compiacque di dire Nutricia, con molta lode fa entrare tra que’ gloriosi dell’antichità anche i nostri tre maestri sempre venerandi, a’ quali chi vuole scrivere nel miglior idioma italiano, cioè nel toscano, duopo è che ricorra:

Nec tamen Aligerum fraudarim hoc munere Dantem

Per Styga, per stellas, mediiqme per ardua montis

Pulchra Beatricis sub Virginis ora volantem;

Quique cupidineum repetit Petrarcha triumphum;

Et qui bisquinis centum argumenta diebus

Pingit, et obscuri qui semina monstrat amoris;

Unde sibi immensae veniunt praeconia laudis

Ingeniis opibusque potens Florentia mater.

[122] Volesse pur Dio ec. che nelle pubbliche scuole si cominciasse una volta a ben insegnarla.: Non si può ben insegnare questa benedetta lingua, o italiana o toscana, o volgare, e come si debba chiamare, se non ricorrendo a i fonti del parlare toscano, sul quale si sono fatte le regole della gramatica; cioè a i tre sopraddetti maestri, a quelli del loro secolo, la cui nativa bellezza e proprietà non può ridire chi non la prova; e a quei che gli hanno felicemente seguiti, con lasciare andare queste strane dispute, proprie della nostra Italia, non mai a memoria d’uomini in materia di lingua in altro paese fatte, o da farsi; e fermare una volta la residenza della lingua migliore in alcun luogo di quella tal regione: siccome per necessità di commercio, e per naturale buona maniera di governarsi hanno tutti gli altri paesi. La medesima lingua si dice con più larga e stretta appellazione così; senza mistero, e come vien fatto: siccome in questo sottoposto diagramma o laterculo si vede. 

Lingua Greca   Lingua Italica   Lingua Italiana

Attica             Latina               Toscana

Ateniese             Romana            Fiorentina.

[123] Questo esortare a scrivere le scienze e ogni cosa m nostra lingua, è cosa molto utile per accrescerne il lustro; e il nostro Dati perciò ne fece un erudito ragionamento, intitolato: Dell’obbligo del ben parlare la propria lingua. Romulo Amaseo al contrario fece due orazioni intitolate: De latinae linguae usu retinendo, e Aldo Manuzio il novello inveisce contra l’uso dello scrivere in volgare, in una sua Epistola. Quanto a me mi par che chi esorta a compone in italiano, faccia, non volendo, del danno; perchè gli uomini, che tutti sono fuggifatica, trascurano la lettura de’ libri latini per questo medesimo, perchè nelle accademie s’è introdotto parlare in volgare; e non avendo occasione di compor latino, nè anche si curano di leggere i libri maestri del ben dire e dell’eloquenza, che nelle repubbliche greche e latine, fioriva; e così non s’empiendo di buone idee, non possono nè anche trasfonderle nella lingua materna. E non ci essendo roba sotto, è vano lo strepito delle voci; e la roba la danno, come disse Orazio, le carte Socratiche, i greci e i latini, morali ed eloquenti libri. Perciò ben è da commendare l’Accademia nostra degli Apatisti: per tutto l’anno pubblicamente e latine e toscane composizioni si sentono, e chi dal greco nel latino, e dal latino nel toscano traduce, e tutto dì si scopre buona copia di buoni ingegni, e fiorentini e stranieri. Il disegno dello scrivere di tutte le scienze in volgare è bellissimo, è umanissimo. Ma sempre fia vero che non potremmo dispensarci d’infinità di termini di quelli già, per così dire, consacrati; e sempre queste scienze s’intenderanno meglio, se da’ Greci maestri e dalla lingua latina, lingua coomune dei dotti, come da loro fontana, le attigneremo. Le cose medesime e gli strumenti che di mano in mano si trovano per accrescere la scienza che tratta della maestà della natura, e per abbellire a illustrare l’arti, bisogna che si nominino con greci novelli nomi, come termometro, telescopio e simili, nomi incogniti agli antichi, siccome le cose che essi significano; e quella sola lingua, per le sue vocali, dittonghi, e brevi sillabe, e liquide lettere, e facili posizioni, si rende, coma il liquido e fluido d’Aristotile, εὺὸριστος, agevolmente terminabile, formabile, e a guisa di liquida cera modellabile; quella sola lingua de’ dotti greci è la sorgente inesausta di nuove voci significanti nuove case, e sarà sempre, finchè il mondo sarà mondo, per la ricca facilità di comporre per le cagione suddette le voci, delle parole da coniarsi novellamente la zecca, grande amore al sapere ci vuole, a leggere le traduzioni, eziandio ben fatte, perciocchè oltre allo spirito dell’ingegno degli autori che travasato perde sempre, hanno in loro a otta a otta dello sforzato e del non naturale che ributta la gente dal leggere, sicchè se uomo non si riduce a udire quelle bestie (come di Demostene disse Eschine in Rodi) colla loro propia bocca parlanti, in vano si spera di loro, di trarne frutto. Se i Latini, siccome negli ultimi tempi della Repubblica, aveano cominciato, così avessero proseguito via via, con belle frasi e per acconce maniere a mettere la filosofia in loro lingua (e di fatto alcuni pochi ancora sotto il principato seguitarono) non avrebbero mai fatto tanto colla loro industria, che non fosse sempre stato meglio il leggere quelle medesime materie trattate a principio in greco idioma, e venute in quello, per così dire, di getto. Oltrechè non è dovere che ti faccia questa onta all’antichità della quale chi è amante, mostra certamente un buon costume; che dopo averci ella insegnato quanto avea di buono, con mal contracambio si ponga da parte e si vadia alla volta di seppellire, per quanto è in noi, il greco e il latino, per ridurre ogni cosa italiano; poco meno che dicendo: Addio Greci, addio Latini; più non abbiam bisogno di voi. La nostra lingua sola basta a tutto. Il cielo e la natura sono in mezzo ed in comune a tutti. Per sapere e per dichiarare i nostri concetti serve l’ingegno, il comun senno, l’esperienza, l’uso, la ragione. Che lingue, che lingue, che più non si parlano? Sono giochetti di parole. A che caricarci la memoria di tanti suoni, quando con una sola maniera di dargli fuori, ognuno nella sua lingua, possiamo unicamente attendere a studiare il gran libro della natura, e quello spiegare e intendere colle sole poche cifre della lingua che apprendemmo dalle nutrici, e quel tempo che si logora a imparare parole, spenderlo a imparare cose; e di niuna cosa è, quanto del tempo, lo scialacquamento più lagrimevole. Lascio giudicare al discreto leggitore, quanto cattiva predica sarebbe questa e dannosa, per le funeste conseguenze, favorevoli, per dir così, a una universale caligine d’ignoranza. Gli uomini naturalmente fuggon fatica, come s’ è detto. E quando studiano e faticano, vogliono che quello studio e quella fatica loro frutti, o per l’interesse, o per l’ambizione. Veduto che solamente la propia loro lingua è in istima tra’ suoi, tra’ quali è utile l’essere in credito, trascurano quelle cose, delle quali non si fa uso, e che non si possono a’ tempi e con laude mostrare in quelle. Così saranno tanti, come noi sogliam dire, dottori volgari, con una falsa presunzione, che, risparmiato lo studio delle lingue, possano possedere le scienze. Disprezzeranno con ingratitudine la maestra antichità: e lasciati i ricchi e chiari fonti, andranno dietro a poveri e torbidi ruscelli: e non avranno la mente di quel perenne fiume di dottrina e d’eloquenza, inondata. Se poi ciascuno nelle lor patrie, seguendo questa dottrina, di mettere ogni cosa nella sua lingua, vorrà scrivere in quella, siccome fanno tutto giorno con felicissima riuscita mirabilmente e Francesi ed Inglesi (e di questi ultimi la poesia, se non altro, quanto è mirabile!), non si vede egli che e’ bisogna ancor trovar tempo per le loro leggiadre e valorose lingue apparare? Noi poi Italiani abbiam di più questo sopra l’altre nazioni, che la lingua latina, la lingua generale delle scienze, e propia nostra, in questo nostro paese nacque, in questo fiorì insieme coll’antico imperio del mondo. La lingua volgare italiana è un ramo di quella pianta, è una figliuola di quella madre. Oh che bel pregio unire l’una coll’altra, e tanto in quella, quanto in questa scrivere. E ben lo seppero fere tanti gloriosi Italiani, particolarmente del secolo decimosesto, che nelle due, per così dire, italiche lingue, antica e novella, latina e toscana, si segnalarono: e l’uno e l’altro studio congiunsero: e siccome Cicerone nel suo tempo semper cum Graecis Latina coniunxit, e del suo Consolato (come che era uomo borioso anzi che no) volle scrivere in greco per far le sue glorie più universali; così quegli felici spiriti ebbero onorata ambizione di mostrarsi e nel latino e nel volgare eccellenti. Gli studi generali ancor ritengono, e le scuole delle scienze conservano, e ciò per tutto ’l mondo, l’uso del parlare latino. Gii scienziati, per accomunarsi con bel traffico le cognizioni, in quello idioma scrivono. Scrivasi adunque nello italiano, ch’è ben ragione; ma non si dismetta di scrivere in latino! perchè dismettendosi lo scrivere, si dismette lo studiarvi (perchè l’uomo naturalmente, e come si vede, per esperienza, non vuol faticare in esse, che non ne possa far mostra, e farsene precisamente onore): dismesso lo studiare nel latino, si dismette molto più lo studiare nel greco: particolarmente in oggi che regnano ancora de’ Troiani (come erano chiamati quei che attaccati al solo latino, quando vennero gli esuli virtuosi della Grecia in Italia, erano nimici di quelli, e lo studio greco condannavano). Del resto l’amore ch’io porto alla mia lingua, è grandissimo, e è cosa da buon patriotto, quale ognuno si dee professar d’essere; e col naturale amore e pietà, della quale siamo tenuti alla patria, va in compagnia l’affezione alla lingua di quella; per la quale illustrare fa d’uopo necessariamente l’assiduo e diligente studio dell’altre. Laonde trovandomi io per la pubblica professione di lettere greche nello studio della mia patria, per più e più armi, fin dalla mia adolescenza nella cognizione di quel soavissimo idioma e facondissimo, esercitato, ho voluto i vantaggi della lingua italiana, che ho dalla nascita, insieme col continovato studio che io ci ho fatto, sperimentare, nel tradurre dal greco i loro poeti nei nostro toscano; lo che, se bene o male mi sia riuscito, non so, sarà degli altri il giudizio: questo io ben so, ch’ho avuta intenzione di giovare al pubblico con rappresentare in qualche modo agl’Italiani che non hanno avuto la sorte di vedere que’ begli originali nella sua lingua, le bellezze e l’eccellenze detta poesia greca, sperando che qualche poetico spirito valendosene con bel discernimento a suo pro vie maggiormente arricchisca e rivesta la poesia italiana di novello splendore, come hanno fatto i Latini, così i nostri imitando quei gloriosi.

[124] E perchè non vorran fare lo stesso gl’Italiani, la lingua de’ quali ec.: Ogni lingua ha qualche prerogativa particolare che non hanno l’altre, e coltivata risplende. Il Dialogista, di cui qui s’intende, che sopra l’altre due sorelle figliuole della latina esalta la sua franzese, poteva ben contentarsi di lodarla e dire ch’ella comunemente si parla e si scrive, e dal mondo è tenuta cara, senza abbassare le altre con maniera buffonesca e scurrile, poco dicevole a grave e letterato uomo. Alle ragioni colle ragioni si risponde; al riso con un contrarriso. Pure ha tanta bontà il chiarissimo e dotto Autore di questo libro, che si degna di farvi risposta, e stima che sia in difesa della patria, la quale punto non è offesa da simili svilitive maniere di procedere. Se avesse detto come Roberto Stefano in una sua gramatica, per esempio, che il finire l’italiana i nomi nelle vocali o e a, e simili, continuandogli, fa alquanto sazievole il suono, pur pure avrebbe detto qualche cosa; quantunque la risposta sia in pronto, che sta al componitore il disporre le voci in maniera con parte troncarle nella fine, ove si può fare, o tramezzarle, e in altra guisa tesserle, e unirle e comporre, che grate riescano all’ orecchie, delle quali il giudizio è delicatissimo. Lo che hanno saputo i buoni nostri ottimamente eseguire, come a ognuno, che pur una linea ne legga, è palese. Il riso è un meschino frutto dell’ingegno: tenuissimus ingenti fructus est risus, disse un gran maestro. E i diminutivi portati per mettere in ridicolo la nostra lingua fanno, per così dire, ridevole chi gli porta; mentre non osserva questa esser ricchezza anzi d’una lingua; e i Latini, e molto più i Greci esserne doviziosi: homo, homulus, homuncio ἅνθρωπον, ἀνθροπὶοϰος, ἀνδροπισϰἀριον, e va discorrendo. E benchè questi per lo più non abbian luogo in composizioni serie, pur nelle comiche han luogo. ϕειδιππίδιον, Σωϰρατίδιον, Fidippidino, Socratino, e mille altri usa il faceto Aristofane. E nella lingua stessa franzese, tanto matronale e casta, come la vanta il Dialogista, nell’antico vi era la forma particolare italiana de’ diminutivi, come, se non altro, si vede nel Ronsardo, poeta eccellente, ma che per cagione de’ suoi vocaboli, come dice un Satirico, aggrottescati, e per una certa svogliatura de’ suoi poco a lui grati, è posto a sedere, e non fa figura. Conciossiachè Rosignolet e Colombelle e Verdelet vi si legge, e in qualche cognome gentilizio per avventura questa forma vi si ravvisa. Il non avere presentemente forma particolare di diminutivi la lingua franzese, ma il servirsi delle voci piccolo e piccola, aggiunte alle voci, e ne’ peggiorativi l’usare grosso e grossa, o simili, è più tosto di povertà in questa parte, che di ricchezza. Ma non voglio più oltre spignere la rifutazion mia, mentre si può leggere nel presente libro terzo della Perfetta Poesia, pienissimamente e giudiciosissimamente fatta.

[125] Mi ridico ben qui di quel che ho detto poco sopra, che egli più gravemente potea opporre alla nostra lingua, dell’uso delle voci simili nelle terminazioni. Sbaglio ciò di mio memoria, per non aver letto di fresco quei Dialoghi: ma non per tanto non voglio cancellare quel che ho scritto; perciocchè quando non ci fusse altro, ci è il nome dell’Autore franzese antico ch’egli ha taciuto, autore di questa opposizione; e veramente questo è il costume del Dialogista, per non infruscare il discorso, e non imbrogliare il filo del suo ragionamento, il non citare donde prende; come fu mostrato in piccolo critico libretto franzese contra i suoi Dialoghi, ciò che il dotto Pasquier avea espresso nella lingua de’ suoi tempi, nelle sue ricerche, e perciò non tanto letto, aver egli spiegato nella più pura lingua moderna, della quale per gli suoi purgati scritti il sopraddetto Dialogista è benemerito.

[126] L’uso dell’aggiugnere le particelle caricature, o intensive a’ superlativi, non è solamente de’ latini e degl’italiani, ma dei greci scrittori comunemente, i quali prefiggono ῶς, e ἔπι ai loro superlativi, per crescere loro forza, e ῶς ἄρισος per quam optimus, molto bonissimo.

[127] Nel medesimo modo che si dice, la lingua franzese non avere superlativi, cioè propria forma di vocaboli superlativi; così udii dire che Monsù Menagio sopra l’Aminta avesse detto non avere superlativi la nostra; perciocchè in effetto ne accatta la forma e la desinenza da’ superlativi latini, già fatti nostri. La lingua greca si dice non avere ablativo; non lo ha con una precisa forma e particolare, ma in virtù lo ha e in equipollenza: la greca volgare non ha il dativo, ma si serve del genitivo per quello. L’ebrea il superlativo di propria forma non tiene, ma si serve del raddoppiare ’l positivo; e dice, come anche i Toscani: meod meod, cioè molto molto, per voler dire moltissimo. Quello che si spiega con una parola sola, è meglio che quello che si dice con due; perchè la brevità aggiunge forza; e però la lingua greca è eccellente per le sue composizioni di parole, poichè con una sola voce esprime quello che le altre bisogna che rendano per due.

[128] La disputa più vana e più odiosa è questa delle prerogative delle lingue, delle une sopra l’altre. L’ebrea ha particolarità e doti tali che non ha altra lingua. Belíbbe è tutta una parola che ne comprende tre; cioè in corde meo. Gli affissi, che sono tante vocali che fanno dire meus, eius , eorum e simili, le quali desinenze sono sazievoli nel latino e nel greco de’ salmi, sono in quella lingua graziosissime proprietà. Ne’ verbi dalle desinenze si vede, se si parla a uno, o a più; a maschi, o a femmine. La greca ha gli articoli che fanno un bellissimo giuoco e una attivissima distinzione. Di questi articoli manca la latina; per questo sarà ella una lingua imperfetta e affatto spregevole? Di questi articoli son dotate le lingue volgari d’Europa, le tre sorelle, figliuole della latina; e in questa parte superano la lor madre e posseggono la virtù della greca, ma mancano della terminazione diversa de’ casi, e per consequente non possono far di meno di non usare le particelle dinotanti i casi, come usa l’ebreo che, come noi, ha una sola desinenza de’ nomi nel singolare, un’altra sola nel plurale. La germanica e ha gli articoli e varie ancora le desinenze de’ casi. La costruzione piana e naturata è seguita dalla franzese, la quale molto usa di mettere prima il sustantivo, poi l’addiettivo, secondo l’ordine naturale, che prima è la sustanza, poi l’attributo e l’accidente di quella; e ciò fa ancora l’ebraica, semplice e primiera lingua. Le lingue germaniche al contrario amano di porre l’addiettivo avanti al sostantivo, ed ancor latina, per un certo vezzo e ammanieramento. Quelle medesime sono più delle altre felici e feconde nella composizione delle parole all’uso greco, chi il crederla? E a quello che la Grecia conseguisce per via di fluidità d’elementi, la Germania per un’altra strada arriva della brevità; perchè sarà una parola composta, per esempio, di tre sillabe, ognuna delle quali possiede il suo significato; come Herberstein: rupe del pomo dalla terra, ovvero, sasso delle fragole: e in ebraico, Michaël: o chi come Dio? La franzese e la spagnuola hanno per lo più la posa dell’accento sulla penultima, le germaniche lingue e l’inglese lo ritraggono all’uso de’ Greci sovente nell’antepenultima. Ogni lingua in somma ha qualche dote che non hanno le altre. Possiede più d’una voce che malamente con quella forza e con quella naturalezza e proprietà e leggiadria si potrà, o almanco in una equivalente voce, la altra lingua rappresentare. Ora per questo s’ha da fare una guerra? Troppo lieve cagione è questa. Ognuno cerchi d’allargare i confini della sua: stimi, ammiri ed onori quelle che hanno corso e voga nel mondo: quelle antiche erudite non trascuri. E tiratosi fuora da questa importuna disputazione, badi alle scienze, alle cognizioni, ai pensieri; che le parole ne verranno dietro, e si farà onore in tutti i linguaggi. Ha bisogno di stare in pace la repubblica delle lettere per attendere con fervore concorde ai suoi lavori. Purchè questi sien belli, non si guardi tanto agli strumenti che l’adoperano.

[129] Superiamo, per quanto a noi pare, i versi franzesi. Questi paragoni sono odiosi. E se fosse vero che in maestà superassimo i versi franzesi, perchè i vocaboli lunghi e distesi hanno più magnificenza e grandezza, come gli strascichi nelle vesti, e si vede nella lingua latina rispetto alla greca che sembra perciò più maestosa; tuttavia la componitura delle voci franzesi, per la loro brevità e velocità, fa un tessuto armonioso di una particolare armonia e dolcezza, ed ha il vantaggio di porre più cose in un verso. Chi volle che i Franzesi non avessero poesia, pare che volesse troppo; perciocché la poesia non consiste solamente in avere parole proprie sue, come quella dei greci poeti, che, come è appresso Tullio, videntur alia lingua esse locuti, ma nelle maniere, nello spinto, ne’ lumi e nelle vivezze e ne’ pensieri propri dello stile rimoto dal comune, equestre e sollevato.

[130] Io conosco pochi autori moderni oltramontani che abbiano il valor de’ Villani, de’ Petrarchi e de’ Boccacci. Queste sono parole del Dialogista francese; e in questo dire fa vergogna a qualche Italiano che non è di questo parere. È tacciato di non aver visto questi autori, e di dire queste cose, come sulla parola d’altri, o andarsene alle grida; perchè egli non saprebbe colto all’improvviso render conto del suo giudizio. Parmi che è meglio, in questa parte degli scrittori, non rifiutare l’opinione corrente, e come di quelli che sono intesi di queste materie, che il volersi singolarizzare con portare diversa opinione dalla già stabilita dai Critici più solenni, e che hanno esaminato a fondo e assaporato quel candore e quella non affettata semplicità che non tutti giungono a sentire. Non va la bisogna come nella filosofia naturale, che bisogna spogliarsi delle opinioni pregiudicate per rintracciare con sensate esperienze e coll’aiuto delle matematiche la verità. Qui si tratta della favella, e bisogna starsene al giudizio che ne han fatto gli uomini in simili cose versati. Qui veramente ha luogo il detto d’Aristotile, da alcuni a rovescio inteso, quasi egli approvi la credulità, che oportet discentem credere. Chi ha da imparare una lingua, bisogna che se ne stia al detto. Conciossiachè a pochi giovani la prima prima volta che leggono Cicerone e ’l Petrarca, piacerà loro quella maniera, perchè parrà loro troppo semplice e priva d’arguzie e di vivezza; ma se crederanno, intenderanno, d’uopo è che preceda la fede, e ne verrà poi l’intelligenza. Così questo franzese col solo prejugé avanza quelli che senza far conto della autorità de’ maggiori, dandosi la libertà di pensare a lor modo, non giudicano per avventura come uno nato in Italia, e intelligente delle natie bellezze della propria lingua, s’aspetterebbe che a giudicare avesse. Questa pregiudicata opinione è necessaria per profittare degli autori, lo so che Omero da tutta antichità, da tutti non solamente Greci, ma Latini, è venerato, come un nume di poesia. Io per vederla a prima vista difforme e diversa da alcune nostre delicatezze di stile, per non dire, superstizioni, ritrovandosi delle cose che non paiono convenirsi gran fatto al decoro, e repetizioni di parole, e altre cose sfuggite dai dopo nati, la condanno, la sprezzo. Fo male, perdone il profitto. La ragione qual è? Per non aver creduto a principio alla pubblica voce e fama, che non veniva da niente; mi sono privato della vera intelligenza e del buon gusto. Quello Zoilo che osò di biasimare Omero, fu a furia di popolo, se ben mi ricordo, rincorso, e fattogli rompere il collo dall’orlo d’un precipizio. Tanto era l’avversione degli antichi ai Critici poco discreti degli autori dalla fama, per così dire, canonizzati.

[131] Se l’Autore franzese avesse, dopo aver dato il suddetto parere, letto que’ tre maestri con quell’amore, con quella reverenza, e con quella docilità e con quella buona pregiudicata opinione che in simili cose è necessaria, non si sarebbe ridetto, nè si sarebbe partito del suo giudizio primo, che è conforme al giudizio di chi queste materie trattò a fondo, e conforme anche al comun senno, che la proprietà ama e la schiettezza, e gusta la luce e la candidezza d’una lingua. Tutto quello che si dice poi delle pronunzie delle altre nazioni dal Dialogista, sente del bizzarro e del ridicoloso, anzichè no, e non val la pena di rispondere.

[132] Il povero Petrarca non era tanto malconcio dall’ebrezza d’amore, quanto si suppone; perchè se era innamorato, non lasciava d’esser filosofo; e il poeta vuole anche accrescere, più che non sono, le passioni e gli affetti. Se fusse stato veramente concio, come si dice, non avrebbe potuto tanto comporre, e così bene; poichè la gran passione toglie il cervello, e fa uscire, come si dice, di scherma.

[133] Il Dialogista, che dice che i soli Franzesi parlino, vuol per conseguente che quegli di tutte l’altre nazioni sien bestie.

[134] Così pur fecero negli antichi tempi le Greche e le Romane.: La madre de’ Gracchi è lodatissima per lo schietto natural parlar nobile. E Saffo poetessa non solamente parlava bene, ma cantava e componeva maravigliosamente. Si mihi difficilis formam natura ne gavit (dice ella al suo Faone presso Ovidio) Ingenio formae damna rependo meae.

[135] Il sesso debole.: Questo è appresso i Latini, sequior sexus, presso i Franzesi, le beau sexe.

[136] Linguaggio francese qui è detto maravigliosamente acconcio per ben esprimere e trattare i grandi affari amorosi; ma qual è quel linguaggio che non sia acconcio a esprimere una passione così universale, e che tocca tutti?

Disces bonas artes, moneo, Romana Juventus,  

Non tantum trepidos ut tueare reos.

dice Ovidio; ma per saper dire quattro parole alla Dama, Catullo, Tibullo, Properzio, chiamati da Giuseppe Scaligero i Triumviri amorosi, nella loro per altro maestosa lingua son teneri e toccantissimi.

[137] Che in alcune delle canzoni italiane non ci sia de galimatias et de Phebus, non si può negare; ma non sono ne’ poeti migliori e stimati.

[138] Nel tempo che l’Italia era piena di guerre e di barbarie e di fierezza, il nostro idioma nacque, crebbe e pervenne a molta perfezione.: Io per me, che ho la mira a que’ tre, Dante, Petrarca e Boccaccio tante volte nominati e rinomati, direi, pervenne a tutta perfezione.

[139] Del giudizio di Carlo V delle lingue non occorre ricercarne alcun autore; l’autore è il volgo, e sono di quelle cose che si dicono per le pancacce.

[140] Le Opere del Macchiavelli.: Gli stranieri così pronunziano, e alcun Fiorentino ancora, nè mancò chi per derisione disse che questo storico fiorentino avea sino le macchie nel nome. Ma per verità il nome di sua nobile famiglia è Machiavelli, e lo mostra l’arma gentilizia medesima, che è una croce, cioè due linee larghe ad angoli retti incrociantisi, che a ciascuno de’ Quattro angoli hanno un chiodo. Quasi in casato voglia dire cattivi chiodi: Ma’ Chiavelli: mauvais claveaux.

[141] Che la lingua italiana per sua bellezza e bontà sia stimabilissima, testimonio ne fanno ampissimo i due spiriti franzesi mirabili, Monsù Menagio e Monsù l’abate Regnier, che tanta cura posero in quella, e particolarmente quest’ultimo che vi compose leggiadrissimamente. L’inglese Epico Milton non isdegnò anch’esso di scrivervi. Tanto ella ha d’incanto e di vezzo anche per gli stranieri, le lingue de’ quali sono nobilissime.

[142] Il Franzese, che dice che la lingua italiana si scorge essere corruzione della latina, non fa riflessione che corruzione della medesima latina è anche la sua? Donde ne venne il nome di Romanzo, che Romanico, cioè latino volgare linguaggio significa.

[143] Perchè la lingua franzese non è così doviziosa di vocaboli e di forme di dire, come l’italiana, per questo è più facile ad imparare, e per questo e più comune.

[144] Se la lingua franzese si argomenta che non sia perfetta, perchè non è certo ancor di quella il sistema, e vi ha delle guerre sopra di quella; si potrà dire che nè anche la lingua italiana sia nel nostro tempo perfetta; mentre altri col risuscitare contro essa le dette e ridette, e tante volte rigettate opinioni, fa essere il sistema di quella non ancor certo e sicuro, ma vacillare e fluttuare continuamente.

[145] L’Autore mostra il suo buono costume col non voler dare sentenze universali e diffinitive sopra la lingua franzese, e sopra gli scrittori di quella, e molto meno dileggiarli. Simil costume desidererei alcuna volta che egli servasse, sopra la nostra, e sopra i nostri più accreditati scrittori; cosa che non fecero sul povero Petrarca i Modanesi famosi critici Tassoni e Castelvetro.

[146] Questo, buon gusto è un nome venuto su ne’ nostri tempi; pare un nome vagante, e che non abbia certa e determinata sede, e che si rimetta al Non so che, e a una fortuna, e a un Accerto ingegno. Se vuol dire quello che gli antichi diceano, Giudizio, è buona cosa; e sotto un nuovo vocabolo dice il tutto.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011