Lodovico Antonio Muratori

1672-1750

Della perfetta poesia italiana

ed. 1821

Edizione di riferimento:

Della perfetta poesia italiana, spiegata e dimostrata con varie osservazioni da Ludovico Antonio Muratori con le annotazioni critiche di Anton Maria Salvini, dalla Societ?Tipografica dei Classici Italiani, Milano 1821.

Indice Libro Secondo

Capitolo primo

Capitolo secondo

Capitolo terzo

Capitolo quarto

Capitolo quinto

Capitolo sesto

Capitolo settimo

Capitolo ottavo

Capitolo nono

Capitolo decimo

Capitolo undicesimo

Capitolo dodicesimo

Capitolo tredicesimo

Capitolo quattordicesimo

Capitolo quindicesimo

Capitolo sedicesimo

Capitolo diciassettesimo

Capitolo diciottesimo

LIBRO SECONDO

CAPITOLO PRIMO

Dell?ingegno, e delle immagini intellettuali, e ingegnose. Legami di tutte le cose. Virt?

dell?ingegno in raccoglierli. Pallavicino lodato, e difeso. Immagini di simiglianza.

Varie maniere di adoperarle, e vari esempi. Formazion delle metafore.

Tesauro ripreso. Passo d?Aristotele disaminato, e ragioni de? suoi spositore non approvate.

Dovendo io nel presente Libro favellar dell?ingegno e del giudizio, doti richieste alla perfetta poesia, non posso far di meno di non congratularmi con esso voi, o Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor March. Alessandro Botta Adorno, e con meco stesso ancora. Con voi, perch?la benignit? della Natura v?abbia cos?largamente d?esse provveduto; e meco, perch?a? miei libri sia toccato in sorte un s?ingegnoso e giudizioso protettore, quale voi siete. Ma molto pi?dovr?io rallegrarmi un giorno con esso voi, quando l?ingegno e il giudizio vostro, gi?nelle prime citt?d?Italia affinato, prender?forza anche dall?et?cresciuta, e passer?da gli studi ameni allo studio de gli onori civili, de? quali bench?la nascita vostra v?abbia cotanto arricchito, pure la nascita stessa vi obbliga di sempre pi?accrescere il capitale, non per vanit?ed ambizione, ma per onesta gloria, e per pi?ampio esercizio delle virt?acquistate. Allora, quantunque in teatro differente, risplender?via pi? come spero, l?acutezza e prudenza della mente vostra, e a voi crescendo gli ornamenti, crescer?a me pure la consolazione di rimirarvi maggiormente glorioso. Mentre adunque con tali desideri ed auguri sprono il vostro nobilissimo ingegno a pi?eccelsi viaggi, il mio intanto seguir?ad esercitarsi in un campo minore, pi?consapevole a quella quieta filosofia, di cui mi glorio, e son pago.

Dico adunque, che dopo aver ragionato della fantasia, cio? di una delle pi?fornite guardarobe, dalle quali prende tanti addobbi, e ricche masserizie la mente de? poeti, tempo ?di passare a favellar dell?ingegno, il quale da noi si pose per l?altro non men dovizioso erario delle Muse. N? m?affaticher?io per esporre compiutamente colla scorta de? filosofi, che cosa egli sia, bastandomi solo accennarne, quanto mi parr?necessario al nostro instituto, e quanto ho io osservato per me stesso intorno alla sua natura. L?ingegno secondo la mia sentenza altro non ?se non quella virt? e forza attiva, con cui l?intelletto raccoglie, unisce, e ritruova le simiglianze, le relazioni, e le ragioni delle cose. Per intendere questa, qualunque ella sia, diffinizione, convien meco osservare, che in due maniere spezialmente pu? dall?intelletto esercitarsi la sua virt? e forza, da noi appellata ingegno: o col penetrar nell?interno delle cose, e comprendere la ragione, qualit? e natura loro; o col volar velocemente su mille differenti, e lontani oggetti, e quindi raccogliere le simiglianze, le corrispondenze, e i legami, che han fra loro questi diversi oggetti. Chi sa nella prima guisa operare col suo intelletto, da me si chiama dotato d?ingegno penetrante, ed acuto; che nell?altra, pu?dirsi provveduto d?ingegno vasto. Ora da amendue queste operazioni dell?intelletto, come da due ricchissimi fonti, nascono concetti bellissimi, e nobili sentimenti per adornare la poesia. Cominciamo dal raccoglimento delle simiglianze, e proccuriam di mostrare, come ci?si faccia dall?intelletto.

Chiunque ben porr?mente a gli oggetti, ond??composta la gran repubblica de? tre mondi, scorger?di leggieri, che tutti, quantunque sieno, o paiano s?lontani, e diversi, anzi sovente contrari fra di loro, pure sono in qualche parte, e per alcuna loro qualit? e ragione simili, e concordi insieme. Nulla ci ? dico, che per qualche rispetto, corrispondenza, ragione, qualit? legame; sia di cagione, o d?effetto; di proporzione, o sproporzione; d?amist? o nimist? non comunichi con un altro oggetto, anzi con tutte le altre cose create. Diversissimi di natura son fra loro uno scoglio, e una donna; pure se questa ?dotata d?una severa onest? e valorosamente resiste a gli assalti di chi l?ama, eccola somigliante ad uno scoglio, che con egual resistenza si ride de gli assalti impetuosi dell?onde. Sembra, che l?Altare, e il Tribunal de? Giudici sieno cose fra lor s?diverse, che niun rispetto abbiano l?una all?altra. Tuttavia convengono in questo, che all?Altare rifuggono gli infelici per chiedere aiuto da Dio; e al tribunale rifuggono gl?ingiuriati per dimandar aiuto al giudice. Parimente son lontanissimi oggetti fra loro la folgore, e un uomo: se per?questi sia prode capitano, e forte guerriero, eccovi ch?egli si scorge simile colle sue azioni ad un fulmine, portando entrambi gran rovina, e strage, ovunque passan. Lo stesso pu?dirsi di tutte le cose, onde ?composta l?universit?del mondo. E nel vero non pu? abbastanza ammirarsi, e commendarsi la bella armonia, e concordia, che ?fra tante, e s?diverse parti dell?universo, veggendosi le stesse, che paiono, e son fra loro contrarie, in qualche maniera collegate insieme, o per qualche relazione, o per qualche qualit? dipendenza, rispetto, e per la loro stessa contrariet? laonde il fuoco, e l?acqua cotanto fra lor nemici pure s?accordano nell?essere, secondo la sentenza d?Aristotele, elementi, e nel conservare il pi? basso de i tre Mondi, e in altre moltissime ragioni di simiglianza. In una parola: i tre mondi possono chiamarsi un gran libro, pieno d?infiniti differenti caratteri, i quali possono accozzarsi, e unirsi insieme da gl?ingegni, e trarne maravigliose figure, che prima non s?erano per altri osservate. Ora quegl?intelletti, che dalla Natura benefica trassero un ingegno vasto, corrono velocemente co? lor pensieri per l?ampio giro de i tre mondi, e trascelgono le simiglianze de gli oggetti a guisa d?api, formandone poscia pellegrini concetti.

Cose lontanissime fra loro senza dubbio sono il sole, i venti, l?erbe, l?intelletto, le parole, i pesci, le onde. Nulladimeno il Petrarca nel Son. 182 par.1 trov?un?azione, o supposta avventura, per cui son fra loro simili, e vicine. Anzi fra tutti, e la sua donna scoperse un?altra simiglianza, come ci fan vedere i versi, ov?egli cos?parla:

Come natura al ciel, la Luna, e ?l Sole,

All?aere i venti, alla terra erbe, e fronde,

All?uomo l?intelletto, e le parole,

Ed al mar ritogliesse i pesci, e l?onde;

Tanto, e pi?sien le cose oscure, e sole,

Se morte gli occhi suoi chiude, ed asconde.

Avvegnach?pi?tosto alla fantasia, che all?intelletto debba attribuirsi questa immagine del poeta, pure mi giova recarne qua l?esempio, affinch?si scorga, come s?lontani, e diversi oggetti sieno fra loro, e con Laura somiglianti. La stessa deformit? che si cagionerebbe in Cielo, togliendone la Luna, e il Sole; nell?aria, togliendone i venti; nella terra, togliendone l?erbe, e frondi ecc. la stessa dice il poeta, anzi maggiore avverrebbe nel mondo, se la Morte ne rapisse Laura. Da questa forza dunque d?accoppiare, o ritrovar le simiglianze delle cose, credo io, che possa riconoscersi, quali sieno gl?ingegni vasti. Imperocch?chiunque ha tal velocit? forza, ed ampiezza di pensieri, che possa per tanti lontanissimi oggetti trascorrere, e prenderne per uso suo le simiglianze, poco o nulla da altri osservate, o trovate, certamente si dovr?dire, che la virt?del suo intelletto, o per dir meglio che l?ingegno suo ?pi?vasto, che quello di tanti altri. A gli occhi interni della anima avviene lo stesso, che a gli esterni del corpo. Noi miriamo con l?occhio corporeo ad un tempo stesso mille differenti oggetti visibili, grandi, piccoli, bianchi, neri, vicini, lontani; perch?questi tramandando linee innumerabili verso la pupilla del nostro occhio, se nulla non s?oppone per via, la feriscono, e v?imprimono l?immagine de gl?oggetti rimirati. Chi ha miglior occhio, e pi?forte potenza visiva, riguarda eziandio, e conosce pi?de gli altri le cose lontane. Che se taluno vede meno dell?altro, il difetto non ?ne gli oggetti, i quali tramandano sempre (se non v?ha qualche impedimento fra mezzo) le linee loro in distanza quasi infinita, ma nell?occhio, che ha poca forza. Perci?affine di riguardare gli oggetti pi?lontani, sogliamo aiutar la vista co i cannocchiali. Nella stessa guisa opera l?occhio interno dell?anima, cio?l?intelletto nel rimirar le s?lontane, e differenti parti de? Regni della Natura. Possono davanti a lui presentarsi le cose tutte, se non vogliam dire, ch?egli co? suoi pensieri pu?correre per tutte le cose con incredibile velocit? e ad un tempo medesimo veder quelle simiglianze che abbiamo detto essere fra tutti gli oggetti, quantunque fra lor diversissimi, e lontani. Per questa cagione solea dire il Card. Sforza Pallavicino, e l?aveva egli imparato da Aristotele: che indizio di grande ingegno ?il trovar bellissime, e nuove similitudini, o comparazioni, che ?quanto il dire, saper trovare, ed accoppiare le simiglianze delle cose. E queste simiglianze poi dall?intelletto ritrovate, raccolte, ed accoppiate, da noi si vogliono chiamare immagini intellettuali, o ingegnose, a differenza delle immagini della fantasia: non gi?perch?la fantasia nulla serva all?intelletto nel ritrovamento, e nell?unione delle simiglianze; ma perch?pi?propria dell?intelletto ci par questa operazione, comparendo queste immagini vere, o verisimili dirittamente all?intelletto medesimo. La fantasia a lui rappresenta gli oggetti fra loro diversissimi, e lontani; egli affisandovi lo sguardo ne raccoglie quanto veramente v?ha di somigliante fra loro; e bench?a lui sembri di volar co? pensieri per l?ampio universo, pure non esce di casa, e solamente corre per gli oggetti compresi nella fantasia.

Adunque convien meglio cercare, perch?sieno s?da stimarsi, e come servano alla bellezza de? ragionamenti queste simiglianze accoppiate, o vogliamo dirle immagini intellettuali, o ingegnose. Certo ?(cominciamo da qualche esempio) che nobilissimo dee parere a chi ha buon gusto, il sentimento, con cui il sopraddetto Cardinal Pallavicino commenda le virt?del P. Muzio Vitelleschi Preposto Generale della Compagnia di Ges? Lo sdegno, dice egli nella dedicatoria de? libri del Bene, passione quasi indivisibile dall?ordinaria delicatezza della potenza, parve bandito dal vostro cuore, e dal vostro aspetto, non meno che i turbini da quel monte, il quale per la vicinanza col Cielo fu quasi col suo nome istesso dal Cielo. La ragione, per cui sia bello questo sentimento, parmi tale. Contengono queste parole un gruppo d?immagini tutte nobili, e nuove. Il dirsi, che lo sdegno ?passione indivisibile dalla potenza, o sia dal cuor de? potenti, e che la potenza ?dilicata, sono immagini (non ostante la metafora) intellettuali di riflessione, di cui abbiam riserbato a parlare, quando mostreremo come si penetri dall?intelletto nell?interno delle cose, e come se ne raccolgano le ragioni. Aggiungere, che questo sdegno parve sbandito dal cuor, e dall?aspetto del Vitelleschi, come appunto sono i turbini dal Monte Olimpo, ?anch?esso (senza far caso della metafora) un?immagine Intellettuale, cio?un accoppiamento della simiglianza, che l?intelletto ha rinvenuto fra quel famoso monte, e il Vitelleschi. Conchiudere, che quel monte per la vicinanza col cielo fu quasi adottato col suo nome stesso dal cielo, essendosi il cielo da gli antichi ancora chiamato Olimpo, ?una immagine della fantasia, a cui parve, che alla guisa de gli uomini si adottasse l?Olimpo dal Cielo. Ma fermiamoci ora sull?immagine intellettuale, che ci fa conoscere la simiglianza scoperta fra un monte, ed un uomo, fra l?Olimpo, e il P. Vitelleschi, cio?fra due s?lontani, e differenti oggetti. Su questa sola simiglianza presa da oggetto nobile, e glorioso (come ordinariamente si dee fare, perch?il prenderla da oggetto vile, e sordido, rende bruttissimo il sentimento, ed avvilisce le cose) fu questa simiglianza, dico, la quale a i lettori giunge improvvisa, n?forse mai si sarebbe da loro trovata, e immaginata, si fonda la bellezza di una tale immagine. Il farci apprendere con ci?una verit?nuova, ?cagione del diletto, che noi prendiamo in udir sentimento s?fatto. Prima d?abbandonare il Cardinal Pallavicino mi sia lecito osservare, se con ragione si sia censurata un?altra similitudine da lui pure adoperata in altra Dedicatoria. Inviando egli il Trattato dello Stile a Monsignor Rinuccini Arcivescovo di Fermo, loda nella lettera alcuni libri composti da quel prelato, e dice fra l?altre cose: Il sentir materie cos? aride, cos?austere, cos?digiune, trattate con tanta copia di pellegrini concetti, con tanta soavit?di Stile, con tanta lautezza d?ornamenti, e di figure, fummi oggetto di pi?alto stupore, che non sarebbono i deliziosi giardini fabbricati su gli ermi scogli dall?arte de? Negromanti. Questa immagine di comparazione si crede poco felice del P. Bouhours, non avendovi, dice egli, relazione, e simiglianza fra un Mago, e un Vescovo; e dicendosi disavvedutamente, che ne? componimenti di quel Prelato v?era pi?apparenza, che fondo, e sodezza, perch?i giardini, e i palagi incantati nulla han di vero, e reale, e sono una pura illusione. Ma per verit?[1], che le ragioni recate da questo Censore a me paiono al pari de? giardini incantati aeree, insussistenti, e vane. Non han le comparazioni, come si suol dire, da correre con tutti i piedi, in guisa che la cose comparate abbiano in tutto e per tutto da esser somiglianti fra loro. Basta che si assomiglino le azioni, sulle quali si fonda la comparazione. Dice per esempio Virgilio nel 9 dell?Eneide, che Pandaro chiudendo le porte della Citt?non s?avvide d?avervi chiuso ancor Turno.

Demens, qui Rutul? in medio non agmine

Regem Viderit irrumpentem, ultroque incluserit urbi,

Immanem veluti pecora inter inertia Tigrim.

Simile ?l?azion di Turno, che ?chiuso nella Citt? e quivi fa grande strage de? Troiani, a quella d?una Tigre, che disavvedutamente ? chiusa in un ovile, e quivi uccide l?impaurito armento. Ci?basta perch?sia ben fondata la comparazione. Che se alcuno volesse riprovarla, quasich?senza pensarvi dica Virgilio, che i Troiani eran gente vilissima, e timidissima, essendo tali le pecore; e che Turno mostr?poco valore combattendo quivi, egli potrebbe per avventura svegliare il riso delle persone dotte, le quali sanno, che le cose comparate non richiedono proporzione in tutte le parti, ma debbono solamente averla nell?azione, per cui son paragonate, come ampiamente pruova Suida nella parola Paradigma; e l?Autore della Rettor. ad Erennio, ed ultimamente ha provato con molta autorit?il Marchese Giovan Gioseffo Orsi nelle sue Considerazioni sopra la Maniera di ben pensare. Ora non ?egli certo, ch?io mi stupirei non poco, se mirassi sopra uno scoglio, e sopra una balza dirupata un bellissimo, e delizioso giardino, fabbricato quivi da qualche mago? Non ?vero altres? che il Pallavicino si stupisce forte in vedendo una materia secca, e sterile, ornata dal Rinuccini con tanti pellegrini concetti? Ecco le azioni, su cui si fonda la comparazione, somigliantissime. Non ?poi necessario, che l?uno, e l?altro stupore nascano da una cosa reale, essendo sempre vero, che in tutte e due le azioni vi ?ragione giusta di stupirsi, bench?un?illusione cagioni il primo stupore, e una cosa reale il secondo. N?con maggior felicit? dice il mentovato censore, che non passava relazione, e simiglianza fra un Vescovo, ed un mago. Perciocch?nulla ci ? secondoch?detto abbiamo, che non abbia qualche relazione, e simiglianza con infiniti altri lontanissimi oggetti; e le comparazioni appunto son bellissime, allorch?si prendono da cose, che paiono affatto dissomiglianti fra loro. Che simiglianza ?fra Pirro, giovane valorosissimo, e un serpente? fra un fiume, ed un guerriero? e fra cento altri differentissimi oggetti? E pure fra questi si scuoprono mille simiglianze, e se ne son formate mille belle comparazioni da valenti poeti. Senza che, ove mai paragon?il Pallavicino con un mago un Vescovo. Non considera egli in questo luogo Mons. Rinuccini, come Vescovo, ma come scrittore d?un libro. E fra un mago, e uno scrittore, dansi molte vere simiglianze, come appunto son quelle, che amendue possono cagionar maraviglia, e diletto coll?opere loro, e far deliziosa questi una materia arida, austera, e digiuna, quegli una orrida balza.

Ma passiamo a cercar le ragioni universali, per cui le immagini di simiglianza debbono piacerci. Naturalmente gli uomini portano un gagliardo appetito d?imparare, e non se ne saziano mai. Ora quando si spone qualche sentimento, ove sieno simiglianze accoppiate, in vece d?apprendere un oggetto solo, ne apprendono due, e cos?han pi?ragione di rallegrarsi. Oltre a questo piace all?uditore lo scorgere senza fatica, e studio, come sieno fra lor concordi, corrispondenti, e somiglianti gli oggetti, che prima gli pareano s?lontani, e differenti fra loro. Laonde non pu? non congratularsi con seco stesso, per aver tanto facilmente appresa una verit? a cui non sarebbe egli mai, o almeno non senza gran fatica, giunto. E non pu? non lodar eziandio l?Autore, che colla vastit?del suo ingegno, e con una, per dir cos? presta scorsa in paesi diversi ha scoperto, e raccolto quanto v?era di somigliante fra s?lontane parti. Molto pi?ragionevolmente ancora paiono belle, e ci dilettano quelle immagini, le quali san servire la stessa simiglianza alla spiegazione del sentimento, lasciando che l?uditore per se stesso intenda quello, che non si dice, o pi?di quel, che si dice. Poteva per esempio il Petrarca, volendo lodar la sua donna, contentarsi di dire, che ella in giungendo fra le altre donne, quantunque si fossero leggiadre, e belle, facea sparire colla sua la loro belt? E questo sentimento senza dubbio sarebbe stato nobile, e pellegrino, facendo la fantasia comprendere, quanta fosse la bellezza di Laura, e pi?ancora quanto fosse gagliardo l?affetto del Petrarca, a cui niun?altra donna in comparazion di Laura potea parer leggiadra, e bella. Contuttoci?l?ingegno del poeta vuole accrescere la bellezza del sentimento, porgendolo a gli uditori per via d?una simiglianza presa da maestoso oggetto. Dice adunque cos?

Tra quantunque leggiadre donne, e belle

Giunga costei, che al mondo non ha pare,

Col suo bel viso suol dell?altre fare

Quel, che fa il d?delle minori stelle.

Dopo aver detto il poeta, che Laura non ha chi al mondo le sia uguale in belt?(che ?un?Iperbole vaghissima, e piena di verit?in bocca d?un Amante) segue egli a dire, che questa fa, in comparir col suo bel viso fra le altre belle donne, ci?che il giorno, o vogliam dire il sole, fa delle altre stelle minori, cio?che Laura fa sparir la loro bellezza: nel che tacitamente e con novit?la paragona al sole, accrescendo per mezzo della simiglianza presa da s?nobile oggetto la gloria di Laura. Bench?per?le sue parole significhino tal cosa, pure apertamente non l?esprimono: onde l?uditore ha l?obbligazione, e il diletto d?intendere quello, che non si dice, e di comprendere da se stesso la significazion del vero a bello studio alquanto celata, affinch?gli altri abbiano il piacer di trovarla.

Ecco dunque, perch?ci piacciano le immagini intellettuali, o ingegnose di questa fatta. E da ci? intendiamo, che saran sempre pi?belle queste immagini, quanto pi?da oggetti fra lor lontani, e nobili, e belli si prenderanno le simiglianze, e quanto pi? saranno queste nuove, e non aspettate, essendo la novit?madre della maraviglia, e del diletto. N?gi?s?avvisasse taluno, che questo fonte delle immagini ingegnose fosse poco abbondante, e che il poeta usandone spesso corresse pericolo d?annoiar gli uditori. Tante sono, e s?varie, le maniere, in cui le simiglianze possono, e sogliono usarsi, che perci?facile ?a i poeti il trarne gran copia di concetti, senza timor di tediarci. In due per?maggiormente le veggiamo adoperate. La prima ? quando si adoperano per solo ornamento, affine di spiegar meglio un?altra cosa, o dipingerla, ed imprimerla pi?forte con tal?aiuto nella mente altrui, sicch?senza nuocere al senso possa poi levarsene cotale ornamento. Chiamansi allora comparazioni, facendosi paragone fra una cosa, e un?altra. Tale ?quella sempre bella dell?Ariosto nel Can. 19 del Furioso (bench?quasi copiata da un?altra di Stazio [2]) dove a Medoro, che vorrebbe da? nemici difender la sua vita, e nel medesimo tempo non sa scostarsi dall?amato cadavero del suo Re, si paragona con queste parola un?Orsa.

Com?Orsa, che l?alpestre cacciatore

Nella pietrosa tana assalit?abbia,

Sta sopra i figli con incerto core,

E freme in suono di piet? e di rabbia.

Ira la invita, e natural furore

A spiegar l?unghie, e insanguinar le labbia:

Amor la intenerisce, e la ritira

A riguardar a i figli in mezzo l?ira.

Son pieni di tali comparazioni gli antichi poeti, e spezialmente Omero; e non men felici nell?uso loro furono mai sempre i nostri poeti italiani. Ve ne ha delle ingegnose, e vivissime in Dante. Tale ?quella celebre nel Purgatorio.

Come le pecorelle escon del chiuso

Ad una, a due, a tre; e l?altre stanno

Timidette atterrando l?occhio, e ?l muso

E ci? che fa la prima, e l?altre fanno,

Addossandosi a lei, s?ella s?arresta,

Semplici, e quete; e lo perch?non sanno.

In altro luogo dice egli:

[3] Cos?per entro loro schiera bruna

S?ammusa l?una con l?altra formica,

Forse a spiar lor via, e lor fortuna.

Anche il nostro Maggi fu molto felice nell?usarle, e nel descriverle. Eccovi come egli paragona ad una madre il pietoso Redentor nostro, che trattien le folgori vicine a scagliarsi contra de? peccatori.

Cos?tenera madre,

Che sopra il figlio vede

Correr con ira il genitor da lungi.

Tutta col seno il pargoletto, cuopre.

Ed all?alzata sferza

Oppon la destra, il caro sguardo, e il grido.

Indi rivolta al Figlio

A dimandar merc? dolce il conforta:

E traendolo poscia a i pi?paterni,

Bench?pendente ancora

Infra la pertinacia, e ?l pentimento,

Di lui, che tento a ravvedersi torna,

Le voci aita, e ?l pentimento adorna.

In altro luogo dipinge mirabilmente un?altra azione d?un figlioletto in questa comparazione.

Tal cresciuto Bambin, se Madre accorta

Si tinge d?alo?le poppe amate,

Piange incontro a lei luci sdegnate.

Pur bramando, e sdegnando ancor vi porta

Tra dispetto, e disio, labbra ostinate;

E mentre alcuna stilla ancor ne tira,

Tra il dolore, e ?l piacer, sugge, e s?adira.

Avea Dante formata quest?altra non men vaga delle prime.

E come quei, che con lena affannata

Uscito fuor del pelago alla riva,

Si volge all?acqua perigliosa, e guata.

Anche il Maggi in un sol verso leggiadramente l?us? dicendo:

E stassi ripensando al suo periglio,

Qual chi camp?dall?onda, e all?onda mira.

Un altro Autore italiano, di cui abbiam molti Libri di Lettere stampate, assomiglia ad un Lione Carlo V il quale non si movea punto al vedersi armate contra in un tempo medesimo la Francia, la Turchia, ed altre potenze [4]. Somiglia, dice, un Leone circondato da i cani, dalle arme, e da i Pastori; che per propria generosit?di natura sprezza gli spiedi, e i dardi, che se gli avventano, difendendosi solamente col terrore de gli occhi. Le ultime parole, fatte vaghissime dalla fantasia, furono poscia da un poeta rinomato poste cos?in versi, col?ove descrive un cignale assalito da? cani:

Senza pur adoprar le zanne orrende.

Sol col terror de gli occhi ei si difende,

Per ottener per?pi?sicuramente plauso, e dilettar gli uditori coll?uso di tali comparazioni, sogliono i pi?ingegnosi, ed accorti poeti prenderle, come dicemmo, da lontani oggetti, e da qualche azione meno osservata, o assai difficile a ben descriversi in versi, non ignorando essi, che ci?porta seco singolar novit? e che giustamente fu scritto da Quintiliano nel cap. 3 lib. 8 che la similitudine quo longius petita est, hoc plus affert novitatis, atque inexpectata magis est. Trovatasi da loro questa impensata simiglianza, la raccomandano poscia alla famiglia, affinch?ella fissando bene il guardo nelle circostanze formi l?immagine viva, e faccia coll?evidenza quasi veder le cose a gli uditori. Lavorate appunto con tal gusto son le comparazioni di sopra accennate; e nel numero d?esse ripongo ancor queste del Dottore Pietro Jacopo Martelli. Introducendo egli in una canzone Virgilio a parlare, premette la scusa del proprio ardire, e dice fra l?altre cose:

Far?qual Pastorel, che attento ascolte

Nella Citt?sacro Orator famoso:

Riede tutto pensoso

Con le udite parole in mente accolte,

Et alla famigliuola ascoltatrice

Rozze le dice s? ma pur le dice.

In altro luogo descrive una Ninfa, che senza avvedersene si truova innamorata.

N?del crescere in lei l?Amor novello

Quella misera Ninfa allor s?avvide,

Pi?di quel che s?accorga il Villanello

Dell?aprirsi d?un Fior, che chiuso ei vide.

Vuol mirarlo fiorir: vicino a quello

Con ostinata attenzion s?asside,

Guarda, riguarda, et alla fin schernito

Non lo scorge fiorir, ma sol fiorito.

In un sonetto di lontananza dopo aver cercata la sua Ninfa da per tutto, egli truova d?averla in se stesso, e chiude il componimento con questo terzetto.

Tal fanciul, che smarrita aver si crede,

Treccia di fior, cerca, ricerca: ah stolto,

Che d?averla sul capo alfin s?avvede.

L?altra maniera d?usar le simiglianze ?quando s?innestano non in guisa di comparazioni pure, e dirette, che potrebbono senza pregiudizio del ragionamento levarsi via, ma indirettamente come cosa intrinseca di quel sentimento, che si propone. Ci?si fa, allorch?per ispiegare, o provar una cosa, ci vagliamo della simiglianza di un?altra. Il Card. Pallavicino nel cap. 9 del Trat. dello Stile, mostrando l?utilit? che si tira dal buon?uso delle comparazioni, fa che il medesimo suo consiglio ci serva d?un lodevole esempio. Non dee (sono le sue parole) il filosofo usarle senza utilit?di maggior chiarezza, e solo per lusso d?ingegno: adirandosi il lettore, che la guida gli faccia allungar la via, non a fin di condurlo per la pi?piana, ma solo per fargli veder le ricchezze delle sue possessioni. Eccovi come una simiglianza mirabilmente pruova, e spiega il proposto concetto, senza adoperar le proprie parole. Us?anche il Petrarca un?immagine in questo genere nobilissima. Rende egli ragione, perch?s?cocentemente cominciasse ad amar la sua donna, e va descrivendo le bellezze in lei osservate la prima volta, che la vide, nel qual proposito la sua fantasia lavor?questa vaga immagine:

Non era l?andar suo cosa mortale,

Ma d?angelica forma; e le parole

Sonavan?altro, che pur voce umana.

Quindi passa a render anche ragione, perch?egli seguisse ad amarla con egual fervore, quantunque per qualche infermit?(come io mi immagino) fosse di molto scemata la sua bellezza. La ragione, che egli adduce, altro non ? che una rarissima, e non osservata simiglianza.

Uno spirto celeste, un vivo Sole

Fu quel ch?io vidi, e se non fosse or tale,

Piaga per allentar d?arco non sana.

Siccome non ?in poter d?un uomo ferito da una freccia il tosto guarire, perch?l?arco si rallenti, e pi?non iscagli saette; cos?non era in poter del Petrarca il guarir dalla ferita amorosa, bench?diminuita fusse la belt?di Laura, che la cagion? Sicch?per mezzo d?una s?leggiadra simiglianza spieg?il Petrarca il suo sentimento, dandogli col suo ingegno novit? e lasciando a gli uditori il gusto di giugnere con lieve studio al significato proprio. Altrove apporta la ragione, per cui a Laura ancor giovane poco dispiacesse il morire; e questa ?una similitudine.

Che gentil pianta in arido terreno

Par che si disconvenga; e per?lieta

Naturalmente quindi si diparte.

La fantasia per?(il che spesso accade) anch?essa ?concorsa a far pi?gentile questo pensiero, attribuendo alla pianta il senso dell?allegrezza. Che se cercheremo, ove sia fondata la bellezza d?una immagine adoperata dal Tasso, vedremo che due simiglianze le hanno data l?anima. Descrivendo questi la belt? e il valor di Rinaldo cos?parla.

Se ?l miri fulminar tra l?armi avvolto,

Marte il diresti, Amor, se scopre il volto.

Maravigliosa nel vero ?questa immagine, s?perch?brevemente ?esposta, s?perch?la simiglianza ?presa da oggetti maestosi, quali sono Marte, ed amore, bench?Numi finti. Se il Tasso puramente, e senza queste simiglianze avesse rappresentato il suo sentimento con dire; che se tu rimiri in battaglia Rinaldo, lo scorgi valorosissimo; se il miri in volto, lo scorgi bellissimo: certamente in tal guisa il pensiero non sarebbe pi?maraviglioso, n?nuovo, e non porterebbe seco eminente leggiadria. Laddove nell?altra guisa, cio?per l?unione delle simiglianze, riesce bellissimo. E ci? fa sovvenirmi di Omero, che nel lib. 7 dell?Iliade nobilmente paragona a Marte il suo Aiace:

Aὐτὰρ ἐπεδὴ πάντα περὶ χροι ἔσσατο τένχη,

Σένατ? ἔπειϑ?  οἷως τε πελώριος ἔρχεται Aρης.

Poich?cinto dell?armi il corpo egli ebbe,

Qual si muove il gran Marte, anch?ei si mosse.

Il che fu pure espresso dal medesimo Tasso in altri versi.

Ma conciossiacosach?nella immagine soprammentovata del Tasso, la fantasia abbia la sua parte per cagion della metafora, diciamo, che si sogliono usar le simiglianze anche in quest?altra guisa, cio?col trasportare il nome dell?oggetto simile in un altro oggetto. A questi s?fatti accoppiamenti, e trasporti comunemente diamo il nome di metafore, o traslazioni; e in effetto altro non son queste, che simiglianze, e comparazioni compendiate; e ognuno scorge di leggieri, che dalle similitudini finqui descritte passano i poeti a formar le traslazioni senza fatica. Chi dice: Rinaldo ?in armi valoroso, come lo stesso Marte, usa la simiglianza puramente, e fa servirla per sola comparazione, che immagine fu appellata da? Greci. Ma chi passa pi? oltre, e dice: Rinaldo in battaglia ?un Marte, ecco la medesima simiglianza usata col trasporto del nome dell?oggetto rassomigliato nell?altro oggetto. Queste traslazioni per?debbono dirsi immagini non dell?intelletto, ma bens?della fantasia, perch?dirittamente non contengono il vero proprio dell?intelletto. Perch??Verissimo secondo l?intelletto, che Rinaldo ? somigliante a Marte, perci?propriamente attribuiamo all?intelletto la prima immagine. Ma la seconda appare solamente vera alla fantasia, e per tal cagione l?appelliamo fantastica. Adunque appartien prima all?intelletto, o vogliam dire all?ingegno il ritrovar simiglianza fra gli oggetti; e su questo fondamento poscia pu?la fantasia appoggiare le immagini sue. Cos?l?intelletto riconosce fra loro somiglianti il lusso, e il ladro, posciach?ambi rubano in casa de? ricchi, onde con verit?pu?dire: che il lusso ?come il ladro. Ma la fantasia maggiormente s?inoltra, e dice che in fatti il lusso ?un ladro. Questo sentimento appunto con gran gentilezza fu espresso da un de? pi? eloquenti Oratori d?Italia in tal maniera: Il lusso ?un ladro dimestico, il quale con licenza de? padroni, che l?introducono in casa, ruba assaissimo. Per la stessa cagione ?nobilissimo un terzetto di Dante nell?undecimo del Purgat. l?dove per descriver la fama, scuopre la simiglianza, che passa tra essa, e il vento, esprimendola in guisa di metafora.

Non ?il mondan romore altro che un fiato

Di vento [5], ch?or vien quinci, ed or vien quindi,

E muta nome, perch?muta lato.

Dalle quali cose noi apprendiam sempre pi?la differenza, che passa fra le immagini fantastiche, e le intellettuali. Quelle dirittamente son false all?intelletto, bench?indirettamente, cio?nel significato loro, ei le conosca per vere. Queste son dirittamente vere, e tali compariscono al nostro intelletto. Oltre a ci?intendiamo il viaggio, che fa l?anima nostra nel formar le immagini. Scopertasi dall?intelletto qualche corrispondenza, o simiglianza fra due oggetti, se ne forma una immagine vera Intellettuale, qual sarebbe il dire: L?oro ?come i servi, da? quali trae gran bene, chi sa lor comandare, gran male chi si lascia dominar da essi. Questa immagine medesima, che come ognun vede ?verissima a dirittura, pu?abbracciarsi poscia dalla fantasia, e divenire immagine fantastica, come avverr?dicendosi con acutezza: L?oro ? ottimo servo, pessimo padrone. Non ?dirittamente vera all?intelletto questa altra immagine, ma solo indirettamente fa conoscere la verit? Appresso pu? dilatarsi la traslazione suddetta, e formarsene una pi?distesa immagine Fantastica, dicendosi per esempio: Oro, tu mantieni in mia casa una guerra continua, tu disturbi i miei sonni; e laddove tu dovresti farla meco da servidore, la fai da padrone ecc. In fine possono talmente dilatarsi queste immagini Fantastiche, col fingere anima, e corpo ne gli affetti, ne? vizi, nelle virt? e in mille altre cose inanimate, che talvolta giungano ad empiere un intiero poemetto. Sicch?le metafore, e altre vaghissime immagini della fantasia hanno il lor fondamento sopra queste simiglianze, che l?intelletto veloce, e vasto va raccogliendo da i vari, e lontani oggetti.

Potrebbesi comporre un compiuto volume intorno alle sole metafore, tanto ?copioso l?argomento loro, e traendosi quindi la bellezza, e l?anima d?infiniti sentimenti. Ma io mi rimarr? di parlarne, bastandomi l?avere accennato questa s?ampia, ed usata maniera di adoperar le simiglianze, e rimettendo il lettore a quanto ne hanno acconciamente i maestri dell?eloquenza trattato ne? libri loro. Solamente reputo necessario il far avvisati i giovani, che in ci?molto non si fidino alla scorta, a gl?insegnamenti, ed esempi del Tesauro, il quale forse pi?di tutti copiosamente, ma senza fallo men bene di tutti, ha ragionato delle metafore nel suo cannocchiale aristotelico, almen per quello che riguarda gli esempi. Io per me credo, che difficilmente possano da chi ha buon gusto approvarsene molte, ch?egli appruova; come per esempio: Che le gocce di sangue sudate da Cristo nell?Orto furono tanti globi, anzi mondi, sotto il peso de? quali il divino Atlante gemeva. Che l?ape ?un?Amazzone alata, una tromba, e Maga volante, una viva faretra di dardi. Che l?ambra ?un fuoco agghiacciato, una luce viscosa, un oro fragile. Che il rusignolo ?un organo senza canne, e l?organo un rusignuol senza penne. Il che mi fa sovvenire altre non men gentili metafore composte da un poeta corrompitor famoso della poesia italiana, voglio dire del Cavalier Marino, sopra uno de? mentovati uccelletti. Farei torto a que? versi, non rapportandoli.

Chi creder? che forze accoglier possa

Animetta s?picciola cotante;

E celar tra le vene, e dentro l?ossa

Tanta dolcezza un atomo sonante?

O ch?altro sia, che la liev? aura mossa

Una voce pennuta, un suon volante,

E vestito di penne un vivo fiato,

Una piuma canora, un canto alato?

N?pur crederei, che piacessero a? saggi

Intendenti queste due altre metafore [6] del Tesauro, cio? che le nevi son freddi gigli dell?Alpi, e i gigli animate nevi de gli orti.

Il Tesauro per?fonda queste ultime sull?esempio di Aristotele, il quale nella poetica, e nella rettorica dice, avervi analogia, o proporzione, e simiglianza fra la tazza di Bacco, e lo scudo di Marte; onde permette a? poeti il nominar la tazza scudo di Bacco, e lo scudo tazza di Marte. Son queste le parole delle poetica: Oἷον ὁμοιως ἔχει ϕιαλη πρὸς Διόνυσον, ϰαὶ ἀσπίς πρὸς Aρην, ἐρεῖ τοὶνυν ϰαὶ τὴν ἁσπίδα ϕιαλης Aρεως, ϰαὶ ϕιαλην ἁσπίδα Διονύσου. Simile proporzione, e riguardo ha la Fiala a Bacco, e lo Scudo a Marte: dir?adunque il poeta e lo Scudo Fiala di Marte, e la Fiala Scudo di Bacco. Ma io  certamente confesso in questo luogo la mia ignoranza, non men che il mio ardire; e voglio credere pi?tosto errore in me stesso, che in Aristotele: quando confesser? che n?pur questo esempio d?Aristotele mi pu? piacere. La ragione, per cui tale metafora sia disgustosa al mio palato, non s? facilmente pu?da me spiegarsi; tuttavia mi studier?di rapportarla in qualche maniera. Le simiglianze, che l?intelletto osserva tra gli oggetti, e che servono alla fantasia per formarne qualche immagine, o metafora, debbono esser tali, che da gli uditori tosto, o almen senza molta meditazione, e fatica, s?abbiano da poter ravvisare, e intendere. Perci?vaghissime ci sembrano le altre due traslazioni recate poco appresso per esempio dallo stesso Aristotele, o cio?il nominar la sera vecchiezza del giorno, e la vecchiezza sera della vita. Certo ? che immantenente si scorge la simiglianza, che ?fra la sera, e la vecchiezza, conoscendosi, che l?una ?il tempo vicino al fine del giorno, e l?altra il tempo vicino al fin della vita. N?v?ha persona s?poco intendente del bel dire, che udendo nominar la sera della vita non comprendesse parlarsi della vecchiezza, e udendo nominar la vecchiezza del giorno, non conoscesse, che si parla della sera. Ma ci?non avverrebbe, credo io, se da qualche poeta si nominasse la tazza, o per meglio dire, il fiasco di Marte [7], e lo scudo di Bacco; imperciocch?o non s?intenderebbe punto, o solo con istento s?indovinerebbe, che la prima traslazione significhi lo scudo di Marte, e la seconda il fiasco, o la tazza di Bacco. Immagini ciascuno di trovare in qualche componimento o l?una o l?altra di queste metafore, e ponga mente, se pur potesse comprenderne il suo significato senza usar la notizia avutane dal filosofo Greco. N?viene altronde la difficult? d?intendere queste due metafore, se non dalla poca simiglianza, che ?fra lo scudo di Marte, e la tazza di Bacco. Essa non pu?mai, o non pu?senza grande stento scoprirsi da gli uditori. Veggiamo, qual simiglianza ritruovi l?intelletto d?Aristotele fra questi due oggetti.

Dicono alcuni comentatori, fra? quali ?il Robortello, che convengono, e son fra lor simiglianti la tazza, e lo scudo, perch?ambi son propri, e convenienti ad una persona, quella a Bacco, e questo a Marte. Ma s?leggiera ?tal somiglianza, che nulla pi? poich? n?la tazza ?s?propria di Bacco, n?lo scudo convien tanto a Marte, che non possano e l?una, e l?altro dirsi propri di altre persone; non essendo essi cos? propri a Bacco, e a Marte, come ?il fulmine a Giove, la clava ad Ercole, e il tirso a Bacco medesimo. Che se bastasse questa tale propriet?per fondare una metafora, sarebbe lecito il chiamar lo scudo sampogna di Marte, e la sampogna scudo di Pan; la clava tazza d?Ercole, e la tazza clava di Bacco: essendo queste cose proprie di que? personaggi. Aggiungono altri sponitori, e spezialmente il Piccolomini, che cos?la Tazza ?arnese, ed instrumento di Bacco, come lo scudo ?strumento, ed arnese di Marte, e che su questo rispetto ?fondata la metafora. Ma perch?la lancia eziandio ? instrumento di Marte, e pur sarebbe una sconcia metafora il chiamar la tazza lancia di Bacco, convien che costoro di nuovo abbiano ricorso ad altra cagione, e v?aggiungano la simiglianza, che ?fra la tazza, e lo Scudo per cagione della ritondit? e cupezza. Contuttoci?ne pur questo basta. Certo ? che il tirso, e la lancia convengono insieme, perch?sono instrumenti, l?un di Bacco, l?altra di Marte, e sono ancor per la figura simiglianti, come si pu? intender da Virgilio nell?Egl. 5 ove chiama i tirsi aste,

Et foliis lentas intexere mollibus hastas.

e da Ovidio parimente, che scrisse:

Ut quas pampinea tetigisse bicorniger hasta

Creditur.

Nulladimeno poco buona metafora mi parrebbe il chiamar lancia di Bacco il tirso, e tirso di Marte la lancia. Direi altres? che non potesse chiamarsi caduceo di Marte la lancia, n?il caduceo lancia di Mercurio, bench?sieno ambedue strumenti propri di que? personaggi, e simili nella figura. E la ragione si ? perch? troppo nell?azione, e nel ministero, per cui sono instituiti, disconvengono fra loro il caduceo di Mercurio, e la lancia di Marte. Che se potesse provarsi (come par che si possa coll?autorit?di Macrobio, e Diodoro) che il tirso a Bacco servisse nella medesima guisa, che la lancia serve a Marte, cio?per combattere: allora poi la simiglianza ancor del ministerio porgerebbe ragionevol fondamento alla metafora, e potrebbe nomarsi lancia di Bacco il tirso, e tirso di Marte la lancia.

Adunque per ben fondar traslazioni s?fatte, ?d?uopo che oltre alla simiglianza della figura vi sia quella del ministerio, e dell?azione. E se n?avvide il nostro Lodovico Castelvetro, uomo acutissimo, e degno d?eterna lode. Perci?s?avvis?egli di dire, che lo scudo di Marte, e il fiasco di Bacco son fra lor simiglianti nell?ufizio, e nell?operare, perch?quello difende Marte dalle ferite, e l?altro difende Bacco dalla sete. Ma vince l?amore della verit? A me troppo ingegnosa, e poco sicura pare questa ragione del Castelvetro. Se bastasse una tal simiglianza per ben fondare una metafora, potrebbe il fiasco chiamarsi eziandio elmo, o corazza di Bacco, essendo che non men queste armi sono arnesi di Marte, e il difendono dalle ferite, che il fiasco sia arnese di Bacco, e il difenda altres?dalla sete. Ci?non potendosi, convien per conseguente dire, che zoppichi da qualche lato la simiglianza immaginata dal Castelvetro. Ed ecco appunto, ove sta nascoso l?equivoco. vero ?propriamente, che lo Scudo difende Marte da i colpi nemici, e che questo ?l?uficio, e il ministerio dello Scudo; ma non ?vero propriamente, che il Fiasco difenda Bacco dalla sete. L?ufizio del Fiasco ?contenere il vino, e portarlo alla bocca di chi bee, o al pi?smorzar la sete (bench?ci?sia propriamente dalla sete, ? detto non proprio, ma traslato, o Metaforico). Non ?dunque proporzionata la simiglianza d?azione fra questi due oggetti, essendo propria l?azione dell?uno, e Metaforica quella dell?altro. N?si pu?acconciamente far fondamento sopra una metafora; altrimenti non vi sarebbe oggetto, da cui non potessimo trar s?fatte simiglianze per formar Traslazioni.

Il perch?ci par di trovare in questa metafora di proporzione (cos?la chiama Aristotele) due difetti, l?uno per?cagionato dall?altro. Il primo si ?il non avere la tazza, e lo scudo, simiglianza fra loro d?azione, e d?ufizio; poich?l?uno serve a Marte per difenderlo dalle ferite, e l?altro a Bacco per contenere il vino, che egli vuol bere; quello ? instrumento, con cui ci difendiamo, e questa, con cui beviamo. Una tal simiglianza era troppo necessaria, per ben fondare la traslazione; ed io voglio ben credere, che per questo medesimo difetto non sia buona, e proporzionata un?altra metafora, che un dottissimo scrittore poco fa menzionato propone per esempio di ben fatta. Dice egli, che siccome il freno regge il cavallo, cos?il timone governa la nave, e perci?possiam dire freno della nave il timone, e timon del cavallo il freno. Ma, se ben si considera, non ?assai simigliante l?ufizio, e l?azione di questi due oggetti. Serve il freno al cavallo per arrestarlo, e temperar l?empito suo nel corso. Serve il timone alla nave per volgerla da qualche lato, o condurla dirittamente. Sicch?altro ? l?ufizio del freno rispetto al cavallo, altro quello del timone rispetto alla nave; e perci?io non oserei almen dire per freno il timon del cavallo. Che se il freno serve ancora al cavallo, per volgerlo da questa parte, e da quella, come serve il timone alla nave: tuttavia intendendosi da gli uditori, quando si nomina il freno, il solo suo proprio ufizio, che ?quel d?arrestare, o temperar il corso del cavallo, non pu?tosto comprendersi proporzione fra lui, e il timone. E di fatto quando noi diciam raffrenare, por freno, tenere a freno, rallentar il freno, intendiamo solamente la azion del reprimere, o concedere la carriera a qualche cosa. Nulla dico, mancar la simiglianza di figura, la quale dovrebbe aiutar la metafora del freno, e del timone, e la quale trovandosi unitamente colla simiglianza del ministerio fra i legni, che reggono una carrozza, e una nave, fa che ragionevolmente l?uno e l?altro portino il medesimo nome di timone.

L?altro difetto, conseguente al primo, nella metafora dello scudo, e della tazza, ?il non far tosto comprendere a gli uditori ci? che vogliono significar la tazza di Marte, e lo scudo di Bacco. Nelle belle metafore il nome trasportato ci conduce per la chiarezza della simiglianza a facilmente intendere l?altra cosa. Per esempio questi nomi d?occaso, e di morte posti in metafora ci fan tosto conoscere il vero. Chiamandosi da noi occaso della vita la morte, questo occaso ci riduce subito a memoria il giorno, che finisce, e la vita, che finisce; e chiamandosi l?occaso del sole morte del giorno, immantenente comprendiamo il giorno, che finisce. Ma ci?non accade, quando si nomini tazza di Marte uno scudo, perch?la tazza non ci conduce a memoria Bacco, non essendo essa tanto propria di lui, che non convenga ad altri. E lo stesso dee dirsi dello scudo di Bacco, il quale Scudo, per esser proprio di molte persone, non ci fa sovvenir di Marte. Evvi dunque tra la metafora dello scudo, e della tazza, e fra l?altra dell?occaso, e della morte, questa differenza: L?occaso, e la morte convengono insieme nell?azione, cio?nell?essere il fine, questa della vita, e quella del giorno; e oltre a ci?tosto ci fan sovvenire della vita, o del giorno, che vanno a finire. Ma lo scudo, e la tazza non son fra loro simili, se non nella figura (e questa simiglianza non basta) e oltre a ci? non ci fan sovvenire dell?oggetto, da cui son presi, cio?di Marte, o di Bacco. Finalmente io dico, che al pi?potrebbe una di queste metafore acconciarsi col continuarla, dicendo (in veder per?prima una tazza): Ecco lo scudo, con cui Bacco si difende dalla sete. In veder poi uno scudo, parmi difficilissimo, che mai si possa con leggiadria nominar tazza, o fiasco, perch?fra il fiasco, o sia fra la tazza, e lo scudo non so trovar simiglianza veruna bastevole a trasportare il nome della prima al secondo. Ma troppo omai ci siam perduti intorno alle metafore, che sono immagini fantastiche, e di cui conveniva trattar nel Libro passato. Ritorniamo dunque al proposito.

CAPITOLO SECONDO

Delle immagini intellettuali di Relazione.

Loro esempi Valor di Pindaro, e sua difesa. Economia d?una sua Canzone.

Vedutosi da noi, come le simiglianze scoperte dall?intelletto fra le cose ancor lontanissime, e diverse, danno l?essere a vari nobilissimi, e vaghi sentimenti, o vogliam dire immagini ingegnose: ora ? necessario osservar pi?minutamente, che oltre alle simiglianze ci sono altri infiniti rispetti, dipendenze, e per cos?dire legami tra le cose dell?universo, su? quali si fondano moltissime altre immagini dell?intelletto. Alcuni di questi legami, che relazioni possiamo appellare, sono s?manifesti, che ogni rozza persona pu?scorgerli. Altri sono pi?ascosi, e meno osservati. Chi parla d?un principe grande, e valoroso, facilmente sa, che hanno rispetto, relazione, legame con lui i superbi palagi, le ricchezze, i popoli suoi sudditi, le citt? i soldati, i nemici, gli avi gloriosi, ed altri s?fatti oggetti. Ma non sapr? per cagion d?esempio, s?agevolmente, che abbiano legame con quel principe il cielo, le Muse, i monti, gli eroi dell?antichit? e simili ancor pi?diversi, e lontani oggetti. Volendosi dunque lodare un virtuoso, e valoroso Principe da un poeta, potr?venirgli in mente: Che ne gli alti palagi, e ne? suoi ricchi arredi si pu?leggere la di lui maest? che i popoli suggetti godono di fatto quell?aurea Et? che gli antichi sognarono; che sotto la sua condotta non v??si difficile impresa guerriera, di cui non si promettano vittoria i suoi soldati; che i nemici stessi col timore confessano la gloria, e la virt?d?un principe s? prode; ed altre simili immagini figliuole dell?intelletto, alle quali concorrer?con qualche ornamento ancor la fantasia, in osservando i legami di tanti altri oggetti col mentovato principe. Perloch?noi diciamo, che il ben conoscere le tante relazioni, che passano fra tutte quante le cose, ?un ricchissimo fonte, da cui sogliono trarsi molti belli, e nuovi sentimenti sopra qualunque materia. E nel vero l?intelletto, o la mente nostra, ?una potenza grande, ed universale, che pu?stendersi con linee infinite per infiniti oggetti s?passati, e presenti, come futuri. Pu?esso disaminare, e raccogliere tutte le relazioni; e i legami pi?acconci, che sieno tra quegli oggetti, e quello, ch?egli ha preso a trattare in versi. Chi ?dotato d?ingegno pi?vasto scorrer? pi?lungi, e trover?fra le cose legami nobilissimi, e non mai osservati per altro intelletto, onde former?immagini maravigliose, e dilettevoli, perch? novissime, e punto non aspettate. N?solamente sono utili, ma sono ancor necessarie queste scorse dell?intelletto per ben trattare un argomento; poich? gli argomenti ordinariamente non son per se stessi cotanto ricchi, e fecondi, che possano somministrare all?intelletto del poeta molti concetti. Conviene perci? che egli per necessit?cominci ad uscir fuori delle viscere, e del centro, per dir cos? della materia e a girarle intorno col trascegliere que? legami, che hanno con esso lei le altre cose.

Ma conciossiach?di sopra si sia da noi favellato de? voli poetici, abbiam quivi ancora in parte disegnata quest?azione dell?intelletto, non essendo le operazioni della fantasia poetica disgiunte da quelle dell?intelletto, e servendosi altres?l?intelletto della fantasia per raccogliere i legami degli oggetti. Nulladimeno perch?ne? voli poetici le immagini ora sono propriamente concepute dalla fantasia, e ora dall?intelletto, come pu?apertamente vedersi nella canzone del Petrarca da me rapportata, la quale comincia:

Che debbo far? che mi consigli, amore?

perci?in questo luogo mi sar? lecito aggiungere qualche preciso esempio intorno al raccoglimento delle relazioni, e de? legami, fatto dal solo intelletto; mostrando nel medesimo tempo, come la fantasia unitamente con lui ne tragga profitto. Qualora dunque i poeti, spezialmente lirici, prendono a trattare un qualche argomento, in due maniere sogliono essi considerarlo: o in se stesso, o colle relazioni, che hanno con lui mille altre cose. Nella prima cercano le bellezze interne della materia, nell?altra le esterne; e s?delle une, come dell?altre si vagliono per adornare i lor componimenti. Consistono le bellezze esterne in ritrovare i legami suddetti, e le relazioni, che hanno gli oggetti esterni col suggetto preso. Di queste, o l?intelletto che le ha scoperte, o la fantasia se ne serve, per formarne immagini o intellettuali, o pur fantastiche, siccome faremo apparire con gli esempi, tratti da due nobilissime canzoni dell?Ab. Alessandro Guidi. Vuol?egli provar nella prima, che alla Accademia de gli Arcadi erano necessarie le leggi, e ponsi a ragionar dell?et?dell?oro. Certo ? che da altri ingegni non potr?agevolmente rinvenirsi o legame, o almen quel leggiadro legame che egli truova tra questi due oggetti. Eccovi come egli ne parla. ?costume de gli altri poeti l?annoverar fra le loro Istorie quella dell?et?dell?oro; ma egli inaspettatamente comincia a dire, che non si vide giammai questa s?felice et? e che solamente i nostri desideri l?han renduta famosa.

Io non adombro il vero [8]

Con lusinghieri accenti:

La bella et?dell?oro unqua non venne.

Nacque da nostre menti

Entro il vago pensiero,

E nel nostro desio chiara divenne.

Poscia rende ragione di ci?con dire, che in ogni tempo vissero de gli scellerati, i quali meritarono co? lor vizi d?esser puniti dal cielo, laonde aggiunge:

Or, se del Fato infra i tesor felici

Il Secol d?or si serba,

Certo so ben, che non apparve ancora

Un lampo sol della sua prima aurora.

Dal che segue secondo la mente del poeta, che in ogni tempo fu necessario il raffrenar colle leggi la perversa inclinazione de gli uomini. Questo ?il non aspettato legame, che ha l?argomento preso dal poeta coll?et?dell?oro. Nerone altres? e Romolo paiono, e son due oggetti lontanissimi dal provar la necessit?delle leggi, e perci?disgiunti dal suggetto proposto. Pure scorgendosi dal poeta, che il primo dopo cinque anni d?un virtuoso, e lodevole governo, si cambi?in fiero tiranno; e il secondo, quantunque professasse vita pastorale, che ?quanto il dire innocenza di costumi, e cuor mansueto, nulladimeno assalito dall?ambizione giunse a svenare il fratello: quindi prende argomento l?intelletto per provare la necessit?delle leggi in ogni stato, affinch?non si lusinghino i supposti pastori dell?Arcadia di poter senza leggi menar vita innocente, e pura.

Nell?altra Canzone sopra il Sepolcro della Reina di Svezia, possiamo ammirar le immagini maestose ritrovate dall?intelletto e adoperate dalla fantasia. Con quel Sepolcro osserva il poeta, che hanno relazione e il Secolo, che finisce, e il Secolo, che comincia. Immagina perci?la fantasia, che il primo incontrer?con intrepidezza la morte, sapendo egli che per cagion di questo Sepolcro viver?eterna la sua memoria. Parle appresso, che lieto abbia da nascer l?altro, perch?potr?mirar l?urna alzata a Cristina. Dopo aver dunque proposto con singolar maest?queste Fantastiche immagini.

Gi?sente a tergo i corridor veloci

Della novella etade il secol nostro.

E gi?di gigli inghirlandata, e d?ostro

Presso l?Indiche foci

Attende la bell?alba il nuovo onore.

Dice del secolo cadente:

E quegli incontra il suo fatale orrore,

E intrepido sostiene il grande editto,

Che ancor cadendo eterner?se stesso;

Per?ch?ei porta impresso

Nella sua fronte il tuo gran nome invitto.

Aggiunge, parlando dell?aurora del nuovo secolo:

E quella, che sul Gange al corso ?desta,

Sorger?lieta al grand?ufizio intenta,

Sol di mirar contenta

L?Urna Real, che al Cener tuo s?appresta.

E qual relazione, e legame sapranno mai discoprire gl?ingegni mediocri fra questo sepolcro, e i re barbari, e i popoli gentili dell?Etiopia, dell?India, dell?Asia? E pure eccovi qual legame fra loro si scuopra dalla mente vasta del poeta.

Verran sul Tebro gli Etiopi, e gl?Indi,

E di barbare bende avvolti i crini

I re dell?Asia alla bell?urna innanzi.

Da lei spirar vedran lampi divini,

E nuove cure, e quindi

Sorgere il vero da? tuoi sacri avanzi.

Deporran l?aste, e i sanguinosi acciari

A pi?della grand?urna i re guerrieri,

E i feroci pensieri

Di dar freno alle terre, e legge a i mari.

Non mireran ne? sospirati imperi

Pi?l?antiche lusinghe, e ?l primo volto;

Che da? tuoi raggi accolto

Il lor desio prender?a sdegno il suolo.

E spiegher?sol per le stelle il volo.

In questa maniera volano i pensieri poetici per cento lontani e diversi oggetti, ritrovando in essi, e trascegliendo da essi i legami pi?nobili, e meno osservati per formarne bellissime, e nuove immagini ora coll?intelletto, ora colla fantasia, appartenenti all?argomento proposto. E vaglia il vero, senza l?osservazione di tai legami non si comprenderanno mai bene le bellezze, che pur son tante, ne? versi di Pindaro. vero ? che per ben gustar quel poeta, converrebbe posseder pienamente l?erudizione, e la lingua greca, non giungendo le traduzioni, che finora se ne son fatte, a rappresentare la forza, leggiadria, e vivezza di quel vasto ingegno, n?la magnificenza, il numero, e la disposizion delle sue parole. Certamente non poca obbligazione abbiamo all?Adimari, che gi?ne traslat? l?opere in versi Italiani, e dottissimamente le coment? Ma si vuol confessare ancora, che l?essersi egli voluto astringere alla legge delle stanze, e alla dura necessit?delle rime, gli fece talora con poca fedelt? sovente con poca felicit? comunicare alla nostra favella i bellissimi, e difficilissimi sensi del greco poeta. Con tutto per?il difetto delle traslazioni gi?fattene, potran gli ingegni migliori in qualche parte gustare il genio di Pindaro, ponendo ben mente a i legami, ch?egli ne? suoi poetici voli scuopre fra lontanissime cose, e fa servire all?ornamento de? suggetti, che ei tratta. Chi a ci?non ha riguardo, disavvedutamente si conduce a sottoscrivere l?opinione del Sig. Perrault [9] autore franzese, il quale ne? suoi Paralleli Tom. 1 pag. 235 e Tom. 3 pag. 163 e 184 crede, e scrive, che Pindaro ?un oscurissimo, un confuso, e uno spiritato verseggiatore. Pindaro, dice egli, ?uno scrittore, che non ha alcuna bellezza, o alcun merito, siccome pieno d?oscurit? il quale non ?in pregio se non presso a un certo numero di dotti, che il leggono senza intenderlo, e che non sanno altro, che raccogliere alcune miserabili sentenze, delle quali ha seminate le opere sue. Ma questa sentenza, come pronunziata da un Giudice non abbastanza intendente del Greco Idioma, giustamente merit?i rimproveri del chiarissimo Sig. Boileau. E posciach?fa questo Autore manifestamente apparire l?ingiustizia dell?indiscreto Giudice, a cui paiono scipiti, e privi di connessione, e relazione i primi versi della prima Ode Pindarica, a me pur giova di qui rapportare alcuni de? legami, che parmi di ravvisare in quell?Ode medesima.

Quivi prende il poeta a lodare Jerone Re di Siracusa, il quale era stato vincitore nel corso de? cavalli ne? Giuochi Olimpici. Comincia adunque l?oda con maniera ingegnosa, cio?col trovar legame fra que? giuochi, e l?acqua, e l?oro, considerando questi s?diversi oggetti come corrispondenti a cagion dell?utilit?ed eccellenza loro. E dice, che se volesse cantare le maraviglie della natura canterebbe l?acqua, e l?oro, due cose tanto utili ed eccellenti al mondo. Ma che avendo deliberato di cantare le azioni de gli uomini, non v?ha cosa pi?illustre, ed eminente de? Giuochi Olimpici. Ecco i suoi versi da me, senza dilungarmi dal poeta, volgarizzati.

[10] Ottima ?l?acqua; e l?oro,

Come riluce il fuoco

Infra i notturni orrori,

Tal fra superbi arredi anch?ei risplende:

Pure, o mio cor, poich?disio ti prende

Di consecrare alle battaglie il canto,

Come non v?ha di giorno

Ne? deserti del Cielo

Astro del Sol pi?luminoso, e bello,

Cos?non mirerai sopra la Terra

Dell?Olimpica pugna altra maggiore.

D?Inni famosi essa argomento grande

Porge a i pi?dotti ingegni ecc.

Bench?non possa abbastanza colla mia traslazione farsi comprendere la bellezza dell?originale, contuttoci?che maestose, e nuove immagini non ci fanno osservare queste rozze parole, vedendosi legati insieme l?acqua, l?oro, il fuoco, il sole, e i giuochi olimpici? Al Sig. Boileau sembra con ragione una nobilissima immagine della fantasia quel nominarsi i deserti del cielo, perch?in effetto chi non sa, di qual numero infinito di stelle sia popolato il cielo in tempo di notte? e qual vasta solitudine per lo contrario non vi si miri al comparir del sole?

Segue poscia Pindaro a cantare le virt?d?Jerone; e qui non fermandosi, con vaga fantasia comanda alla Musa, o all?animo suo,

Che la dorica cetra appesa a un chiodo

Omai distacchi,

per cantar gli onori di Pisa (citt? ove si celebravano i giuochi) e le glorie del cavallo ferenico, col quale aveva Jerone riportata vittoria. Quindi egli vola a cantar le azioni di Pelope figliuol di Tantalo, e vi spende la maggior parte dell?ode. Il che pu?parere una digressione non solo soverchia, ma disgiunta affatto dall?argomento, ch?egli s?era proposto. Ma dee giudicarne altrimenti chi porr?mente al disegno del poeta. Vuol?egli mostrare Jerone glorioso per la vittoria ottenuta a Pisa ne? giuochi olimpici, e lo dimostra in dicendo, che quel combattimento in que? tempi era il pi?rinomato, e maestoso fra tutti. Si fa perci?a narrare la gloriosa origine loro, e l?attribuisce a Pelope, nulla parlando d?Ercole, a cui altri ne danno l?onore. Pure perch?in biasimo di Pelope aveano i pi?antichi poeti inventate molte favole con dir, che Tantalo suo padre il pose cotto in tavola a gli Dei, onde gli fu da Cerere mangiata una spalla, e convenne poscia a Giove darne a lui una d?avorio, e ritornarlo in vita; si conosce il giudizioso Pindato obbligato di difendere la verit? non men che la riputazion di Pelope, e di suo padre, e di far meglio apparire la nobile maniera, con cui furono instituiti i Giuochi di Pisa. Francamente perci?ripruova egli l?opinion de gli altri poeti, e modestamente condanna l?ardir loro nell?avere immaginate cose s?sconce de gli Eroi, e de gli Dei. E nel vero questo artifizio ?maraviglioso, e non aspettato da i lettori, i quali avvezzi ad udir favole strane da? poeti, e a far plauso ad esse, restano sorpresi dallo stupore in udir la nuova sincerit? e modestia di questo poeta, che con arte maggiore s?oppone all?ardito favoleggiare de gli altri. Nasce da ci?gran venerazione verso di Pindaro, il quale non perci?si rimane di favoleggiar anch?egli, bench?con pi?nobilt? sopra le avventure di Pelope, e di suo Padre. Con artifizio eguale vedemmo dianzi, che cant?l?Ab. Guidi intorno all?Et?dell?oro, favola s?celebre, ed usata comunemente da? vecchi poeti. Dice adunque Pindaro fra l?altre cose:

So che per arte de? poeti illustri

Di diletto immortal s?empion le genti.

E i lor canori accenti

Acquistan fede, e nobilt?alle cose.

Ma, sia con pace de? sublimi ingegni,

Pi?senno mostreran l?et?venture,

Schernendo i sogni, onde or le Muse han vanto.

E certo ragion vuole,

Che in parlar de gli Dei sia saggio il canto.

Dunque, o figliuol di Tantalo famoso,

Per eternar tue belle imprese in versi,

Io l?orme sdegner?segnate avanti ecc.

Quindi segue il poeta a narrar le avventure di Pelope, dicendo, che in un convito fatto da Tantalo a gli Dei, Nettuno, scorta la leggiadria del giovinetto Pelope, rapillo, e trasportollo in Cielo a servir Giove. Non veggendolo pi?comparire, alcuni invidiosi sparsero voce, ch?egli in quel convito avesse saziata la fame de gli Dei; e qui condanna il poeta per falsa una opinione s?disdicevole alla virt?de? Numi, e difende con verisimile invenzione la fama di Tantalo. Scende appresso a raccontare il ritorno di Pelope in Terra, e come egli coll?aiuto di Nettuno riport?vittoria in Elide, o Pisa, ottenendo perci?in isposa Ippodamia figliuola d?Enomao Re di quella contrada. Colle quali cose avendo il poeta mostrate le glorie di Pelope institutor de? Giuochi Olimpici, e la bella origine loro; accennato eziandio il pregio singolare, che in que? combattimenti conseguivano i vincitori, di nuovo torna a commendare le virt? e le gloriose azioni del suo Jerone. Gli fa coraggiosamente sapere, che gli Dei hanno eletta la sua cetera, acciocch?ne divenga egli immortale; e gli fa sperare intanto Inni pi?maestosi, e soavi.

Ed ecco in compendio la prima ode pindarica, in cui chi ben fisser?il guardo, ritrover?felicissimi voli della fantasia, e dell?ingegno poetico, e in mezzo a questi un maraviglioso, e nuovo legame d?oggetti lontani, i quali tutti servono all?intenzion del poeta bramoso di lodar Jerone, e di far comparire la nobilt?de? giuochi olimpici. vero ?(torno di nuovo a dirlo) che senza una grande sperienza dell?idioma greco, e dell?erudizion di que? tempi, non si possono abbastanza comprendere le bellezze di questo poeta, il quale da me quantunque poco fornito di questi due aiuti vien creduto un de? pi?mirabili, e vasti ingegni, che vantar possa la Grecia antica. E confesso altres? che a me pare potersi ancor trovare qualche ode sua, in cui peneran molto gli stessi pi? acuti ingegni per discoprire i legamenti delle immagini, comparendo esse talvolta smoderatamente sciolte, e lontane dall?argomento proposto. E ci?bastar potr?intorno a i legami, e alle relazioni, che si scuoprono da? poetici ingegni fra diversissimi oggetti, e donde si traggono molte nobili, e pellegrine immagini. Solamente non voglio lasciar dire, che nel numero de? legami Ingegnosi, per mezzo de? quali si pu?argomentare il grande ingegno d?alcuno, s?hanno in certa guisa da riporre ancor quelli, che s?usano in prosa, da gli oratori spezialmente, e da gli Scrittori di pistole, quando essi passano col ragionamento da un oggetto lontano, e da una proposizion ben lontana in un?altra, e legano in tal maniera le proposizioni, e le cose, che pi?non paiono disgiunte, ma connesse, e collegate. Questi legami comunemente hanno il nome di passaggi, o transizioni, e talora ve n?ha de? maravigliosi, e leggiadri, che portano sommo diletto a gli uditori, poich?non si credevano essi, che fra s?differenti proposizioni passasse connessione alcuna. Se a? valorosi Oratori si porr?ben mente, noi ne troveremo assaissimi esempi, laonde io mi rimango di portarne alcuno.

CAPITOLO TERZO

Delle immagini ingegnose di riflessione. Esempi del Petrarca, del Tansillo,

del Tasso, d?Euripide, ed altri. Gnomi, o sentenze, ed uso loro.

Acutezze, e concetti diversi. Difetti delle riflessioni.

Si ?detto di sopra, non parere a noi l?ingegno umano altra cosa, che quella virt? e forza attiva, con cui l?intelletto ritruova, e raccoglie o le simiglianze, o le relazioni, o le ragioni interne delle cose. Gi? delle due prime abbiam ragionato. Passiamo ora all?altra virt?dell?intelletto, cio?al raccoglimento, o scoprimento delle ragioni, dal che secondo la nostra opinione si argomenta la penetrazione, ed acutezza dell?ingegno. Sembra bens? questo ufizio proprio de? logici, e filosofi; ma pure egli ?ancor de? poeti, anzi de gli oratori, e di qualunque altro scrittore; poich?non tanto i poeti, quanto il rimanente de gli scrittori han bisogno di logica e di filosofia per penetrare nel midollo delle cose, e per ben ragionare. Ci ?solamente questa differenza, che il filosofo cerca per l?ordinario la vera, e certa ragion delle cose, e si contenta di nudamente sporla a? suoi uditori; laddove gli oratori, e molto pi?i poeti cercano ancora, e spacciano volentieri, oltre alle vere, le verisimili, credibili, e probabili ragioni, e queste son da loro abbellite, e adornate, servendo bene spesso per fondamento d?immagini Ingegnosissime. Con vocabolo poco bens?noto a i nostri vecchi, ma per?oggid?assai noto, ed acconcio a spiegare la considerazione, o contemplazione, che fa l?intelletto sopra le cose, io chiamo riflessioni s?fatte considerazioni. Pensieri comunemente ancora son chiamate, e potrebbono forse appellarsi in Greco νοήματα. Per saper dunque, che sieno queste riflessioni, si dee prima notare, che sempre o non sanno, o non vogliono, o non possono, e si pu?aggiungere, non debbono i poeti vestire i lor componimenti con immagini fantastiche, e col raccoglimento delle simiglianze, e relazioni. Eglino perci?ricorrono ad un altro Fonte, che ? quello delle riflessioni, ed osservazioni. Si formano queste dall?intelletto nostro, allorch?misurando, e penetrando colla sua acutezza l?interno, e la natura delle azioni, de? costumi, e in una parola di tutte le cose, scopriamo in esse delle verit? le quali o non cos?agevolmente si scoprirebbero da altri ingegni, o non s?aspettano da gli uditori, e lettori. Queste verit? perch? scoperte per via della considerazione, e riflessione dell?intelletto, prendono lo stesso nome, e chiamansi riflessioni. Quanto pi?elle son nobili, pellegrine, leggiadre, e nuove, tanto pi?dilettano chi le ascolta, o legge.

Immagine per esempio nuova, e nobilissima di riflessione, accompagnata per?da qualche colore della fantasia, ?quella, con cui il Petrarca loda gli occhi onesti, e bellissimi della sua donna nella Canzone 8 par. 1 ove cos?ragiona.

Luci beate, e liete,

Se non che il veder voi stesse v??tolto:

Ma quante volte a me vi rivolgete,

Conoscete in altrui quel, che voi siete.

Segue poscia a meglio spiegare il sentimento suo.

Se a voi fosse s?nota

La divina incredibile bellezza,

Di ch?io ragiono, come a chi la mira;

Misurata allegrezza

 Non avria ?l cor ecc.

Qui considera il poeta, che gli occhi di Laura sono (quanto per??permesso in Terra) beati, cio?pieni di somma felicit? per due cagioni: prima perch?alberga in loro tanta belt? ed allegrezza, segni di beatitudine; secondariamente perch?empiono di somma felicit?chiunque li mira, non potendo questa felicit?darsi altrui, se non da chi la possiede, siccome egli disse nel Son. 70 par. 2.

Beata se?, che puoi beare altrui

Con la tua vista . . . . . .

Ma cresce di poi la forza della riflessione, ritrovando il poeta, che alla beatitudine de gli occhi di Laura manca un non so che, cio?il non poter gli occhi rimirar se stessi; certo essendo, che crescerebbe la lor felicit?se potessero mirar la propria bellezza, cagion di beatitudine a qualunque altro li guarda. Rinviene per?l?ingegnoso, ed innamorato poeta qualche compenso a un tal difetto; imperciocch?quantunque non sia permesso a gli occhi di Laura il rimirar la vaghezza propria, possono per? argomentarla da gli effetti da loro cagionati nel medesimo Petrarca, cio? dall?indicibile contentezza, ch?ei pruova in riguardarli, e dal violento affetto, che essi in lui producono. Sicch?dice loro:

Ma quante volte a me vi rivolgete,

Conoscete in altrui quel, che voi siete.

Ecco dunque, come il poeta ha scoperto le ascose ragioni vere, o verisimili, e probabili di questo oggetto, e con immagine pellegrina di riflessione ha lodati gli occhi di Laura. Non ?men nobile, e preziosa quell?altra immagine, che egli forma coll?augurarsi la morte, per poter salire al Cielo, ove da gli occhi di Laura argomenta quanto belle deggiano essere l?altre fatture di Dio. Son questi i versi.

Io penso, se l?suso,

Onde ?l Motor eterno delle stella

Degn?mostrar del suo lavoro in Terra,

Son l?altre opre s?belle;

Aprasi la prigione, ov? io son chiuso,

E che ?l cammino a tal vita mi serra.

Non ?difficile il ravvisare la bellezza di questa immagine, o riflessione. Penetrando il poeta col suo acuto ingegno nelle viscere di questo argomento, ne cava egli una verit?strana, e maravigliosa, qual??il dire: Che la gran belt?de gli occhi di Laura facea desiderar la morte a lui stesso. Ci?giunge inaspettato; e pure egli ?vero, per la nobile ragione, ch?egli n?adduce.

A noi parimente dovr?piacer di molto un?altra immagine di Luigi Tansillo un de? riguardevoli poeti della nostra Italia. Nella Canzone, che comincia

Nessun di libert?visse mai lieto,

va egli dipingendo la crudelt? della sua donna, e riflettendo in questa maniera.

Dal crudo giorno, che a lasciar me stesso,

Ed a seguir voi, donna, incominciai,

In s?lungo cammin tutto il passato

Cercando a passo a passo, altro error mai

Non mi si potria dir, ch?abbia commesso,

Se non d?avervi oltra il dovere amato.

Se pur questo peccato,

(Dove vostra Belt?mi sforza, e mena)

Merita qualche pena,

Ogn?altra, fuorch?voi, dar la dovria;

Che ben cruda saria

Questa legge, e rubella di ragione,

Se punisse il peccar chi n?? cagione.

Senza dubbio l?ingegno del Tansillo ben penetrando nell?interno della proposizione da lui presa, vi trov?questa bella, e nuova ragione di convincere la sua donna di crudelt? Credo per? che il Petrarca, da cui gli altri poeti seguaci dell?Amor profano han preso, e continuamente prendono tanti concetti, porgesse almeno il seme a questo del Tansillo; poich?nel son. amore, io fallo, e veggio il mio fallire, confessando il soverchio affetto, ch?egli portava a Laura, e per cagion di cui talvolta commettea de? falli, avverte, che ai celesti, e rari doni, che ha in se Madonna, e all?eccesso della sua bellezza, che lo sforzava, doveansi attribuir questi falli; onde ingegnosamente rivolgendosi ad amore, egli dice:

. . . . . . or fa almen, ch?ella il senta,

E le mie colpe a se stessa perdoni.

Ed ?ancor questa una vaga immagine di riflessione, a cui vo? qui congiungere un?altra del Tasso, che pu?gareggiar in bellezza con quante finqui si sono da noi osservate. Riflette egli sulle azioni passate d?Armida, e scuopre, che l?amore da lei portato ad altri fu solamente un effetto della sua superbia, e un amore di se medesima. Descrivendola dunque allorch?Rinaldo si fuggiva da? suoi lacci, cos?parla nel Cant. 16 della Gerus. alla Stanza 38. E perch?la detta Stanza mi pare straordinariamente bella, tutta io voglio qui rapportarla.

Corre, e non ha d?onor cura, o ritegno.

Ahi dove or sono i suoi trionfi, e i vanti?

Costei d?Amor, quanto egli ?grande, il Regno

Volse, e rivolse sol col cenno avanti,

E cos?pari al fasto ebbe lo sdegno,

Ch?am?d?essere amata, odi?gli amanti.

Se grad?sola, e fuor di se in altrui

Sol qualche effetto de? begli occhi sui.

In questi due ultimi versi si contiene la nobile immagine di riflessione, ch?io andava commendando, avendo in essi il Tasso esposta una verit?pellegrina, e ascosa, da lui con ingegnosa riflessione scoperta nelle azioni d?Armida. Aggiungasi un?altra bella riflession del Petrarca, l?dove sponendo la crudelt?della sua donna dice:

Ed ha s?egual?alle bellezze orgoglio,

Che di piacere altrui par che le spiaccia.

Da questi esempi gi?credo io palesato, quali sieno le immagini di riflessione, e ci? che io col nome loro intenda. Ora passo a dire, che s?ampio, e dovizioso si ?questo fonte, che non solamente i poeti, ma tutti gli altri scrittori bevono comunemente ad esso. Ci?talora per necessit? ed anche talor per vaghezza, ed ornamento de? ragionamenti suol farsi; perciocch? le riflessioni quando son nobili, e pellegrine, portano con seco il maraviglioso, e mille altre doti. riflessione assai ingegnosa parmi (per addurne qualche esempio) quella del vecchio Plinio, che dopo aver osservata la vita di Vespasiano s?avanti all?Imperio, come nell?Imperio stesso, ne trasse poi questo nobile sentimento: Nec quidquam mutavit: in te fortun?amplitudo, nisi ut prodesse tantum dem posses, et velles. Eccovi una riflessione, cio?una verit?eminente, cavata fuori del suggetto dall?ingegno di Plinio non poeta. Possono, dissi, queste immagini di riflessione esser comuni alla oratoria, e ad altre scritture; ma perch?non v?ha componitore, che pi?del poeta cerchi il maraviglioso, perci?a lui pi?che ad altri ?necessario, ed utile l?uso loro. Che poi in esse chiudasi ben sovente il mirabile, facilmente si scorge, altro non essendo elle, che verit?pellegrine, le quali erano ascose nella materia, n? si sarebbero trovate, o non erano almeno aspettate da gli uditori; sicch? scoperte dall?ingegno nostro escono alla luce piene di novit? e capaci di svegliar lo stupore. Chi ode la morte del picciolo Astianatte da tagli per comandamento de? Greci, ne attribuisce la cagione alla crudelt?de? vincitori. Ma Andromaca sua madre presso ad Euripide nelle Troadi riflettendovi sopra, scuopre un?altra cagione di tal morte, ed empie il maggior tenerezza, e maraviglia chi ascolta. In questa guisa ella parla al figliuolo:

Ω ϕὶλατατ? ὦ περισσὰ τιμητεὶς τέϰνον

Θανῆ πρὸς ἐχϑρῶν, μητὲρ ἀϑλίαν λιπών.

[11]  H τοῦ πατρὸς δὲ σ?ἐυγένεἰ ἀποϰτενεῖ,

H τοῖσιν ἄλλοις γίνεται σωτηρὶα.

O figlio amato, ed onorato tanto,

Per man del fier nemico

Tu caderai, me qui lasciando in pianto.

Ma quel che pi?mi pesa,

La nobilt?t?uccider?del padre,

Che fu a tant? altri scudo.

Strano ci sembra, e nuovo, che la nobilt? e il valor d?Ettore uccidesse Astianatte suo figliuolo. Pure chi ben considera la cagione, per cui fu ucciso il nobile fanciullo, scuopre che appunto ?l?accennata dalla madre sua; perciocch?temendo i Greci, che nel figliuolo risorgesse la virt?del padre, vollero colla sua morte provvedere alla propria salvezza. Questa verit?dunque giunge nuova, e mirabile a gli uditori, che attendeano forse il contrario.

Non minor novit?parimente appare in un verso di Publio Mimo, il quale facendo riflessione sopra gli Avari, ingegnosamente raccoglie questa verit? cio?

Tam deest Avaro quod habet, quam quod non habet.

Perch?gli avari non usano ci? che posseggono, tenendolo sepolto nelle casse, o sotterra, pu?dirsi con verit? che manca loro tanto quello, che hanno, quanto ci? che non hanno. A questa verit? pochi sarebber giunti coll?ingegno proprio. E posciach?s?fatta sentenza ci si ?presentata davanti, aggiungiamo, altro non essere le proposizioni morali, appellate da Greci γνωμαι, gnome, e da noi sentenze, che immagini di riflessione. Si riflette dall?intelletto su moltissimi oggetti particolari, e da questi si cava una verit?universale o certa, o probabile, e verisimile, che quanto pi??nuova, e nobile, tanto pi?diletta chiunque l?ascolta. Dalla considerazione di varie ricche, ed avvenenti Donne il Satirico passa a formar queste due sentenze:

Intolerabilius nihil est, quam femina dives.

. . . . . . Rara est concordia form?

Atque pudiciti?. . . . . .

E queste son due verit?universali scoperte dall?ingegno del poeta. Cos?dal considerare gli effetti della collera nacquero al nostro poeta questi tre bellissimi versi:

Ira ?breve furore, e chi nol frena

?furor lungo, che ?l suo possessore

Spesso a vergogna, e talor mena a morte.

Anche il Conte di Villamediana dopo aver ben fatta riflessione sopra gli effetti dell?amor profano, e della bellezza, cos?ragiona:

Amor no guarda ley: que la hermosura

Es licita violencia, y tirania,

Que obliga con lo mismo, que maltrata.

amore non guarda leggi; che la bellezza ?una lecita violenza, e tirannia, che ci piace collo stesso maltrattarci. Di somiglianti immagini di riflessione, o sieno sentenze, sono aspersi i componimenti di tutti i migliori poeti. Dico aspersi, non ripieni, poich?i prudenti le usano con giudiziosa parsimonia, sapendo che esse pi?al filosofo morale, che al poeta si convengono, e che sono gemme, delle quali si pu?gentilmente adornare, ma non si dee prodigamente caricare il corpo de? componimenti poetici. Ove per?il poeta prendesse per argomento la stessa filosofia de? costumi, non v?ha dubbio, che allora in maggior copia le potr? egli mettere in opera, cos?comportando la gravit?del suggetto. Tanto fecero i pi?riguardevoli poeti della Grecia, come appare dal Poema di Esiodo intitolato Le Opere, e i Giorni, da i componimenti di Teognide, Focilide, Tirteo, Solone, Simonide, e d?altri molti, delle spoglie de? quali lo Stobeo ha cotanto arricchita la sua Guardaroba. E cos?pure a? nostri giorni ha fatto con lode il Maggi, l?dove ha trattate le materie morali in versi.

S?io poi volessi ingolfarmi nelle immagini di riflessione, mi si aprirebbe davanti un vasto mare, che tale appunto ?quel de? Concetti, e delle Acutezze. Altro non sono i Concetti, secondoch?stima il Pallavicino nel Tratt. dello Stile, che osservazioni, e riflessioni maravigliose raccolte in un detto breve. E conciossiach?da moltissimi fonti nascano, e in mille guise s?adoperino queste ingegnose riflessioni, pu?ancora conoscersi quanto sia spazioso il campo delle immagini di riflessione. Ma io, tra perch?in un altro capitolo avr?alquanto da favellarne, e perch?da scrittori eccellenti s?? ampiamente trattata somigliante materia; volentieri mi sbrigher?per ora da essa con poche pennellate. In due maniere suole operar l?intelletto, o l?ingegno nostro, proponendo le riflessioni, ed osservazioni pellegrine da lui fatte sopra gli oggetti. O le palesa egli col naturale apparato delle necessarie, e proprie parole, mostrando la bellezza pura della materia. O le ammanta con abito nuovo di parole piccanti, brevi, metaforiche, facendo comparir la forza, e l?industria dell?artifizio suo. Una riflessione della prima maniera si ?quella bellissima di Tullio: Neque gravem mortem accidere forti viro posse, neque immaturam Consulari, neque miseram sapienti. Esempio dell?altra sar?il detto d?un valoroso predicatore, il quale favellando della sinderesi disse: Che il peccato nel mondo pu?ben mancare di Giudice, ma non d?accusatore. Le prime riflessioni son proprie dello stil maturo, e per l?ordinario quelle di Virgilio, di Cicerone, e de gli altri autori del secolo d?Augusto, si debbono collocare sotto questa bandiera. Il pregio, perch?men pomposo dell?altre, e perch?pi? virile, e pi?naturale, bench?sovente accompagnato da gran finezza d?artifizio ascoso, appresso i buoni intendenti si mantiene, e manterr?sempre in somma riputazione. Udiamone ancor qualche esempio dal menzionato Cicerone. In quel nobile panegirico, che egli fa di C. Cesare, cio?nell?orazione per M. Marcello, cos?ragiona: Nihil habet, C?ar, nec fortuna tua maius, quam ut possis, nec tua natura melius, quam ut velis conservare quamplurimos. Appresso dopo avere con finissima adulazione detto, che la vita di Cesare era pi?che mai necessaria per ben della Repubblica, soggiunge: Itaque illam tuam pr?larissimam, et sapientissimam vocem invitus audivi: satis te diu vel naturae vixisse, vel glori? Satis, si ita vis, natur?fortasse; addo etiam, si placet, glori? at, quod maximum est, patri?certe parum. Ancor nell?Orazione contra L. Pisone favellando egli del medesimo Cesare, in tal guisa ne parla: Perfecit ille, ut si montes resedissent, amnes exaruissem, non natur?pr?idio, sed victoria sua, rebusque gestis Italiam munitam haberemus. Non son lavorate n?con pomposo artifizio, n?con palese acutezza, s?fatte riflessioni; ma portano una certa aria naturale, che le fa eziandio esser pi?nobili, essendosi contentato l?ingegno di scoprir s?belle, e sublimi verit?nella materia, senza poi averne voluto formare un piccante concetto.

Delle seconde riflessioni (che ingegnose con privilegio da esse usurpato sogliono propriamente appellarsi, come ancor pi?precisamente concetti, ed acutezze) atteso che pi?evidente ne ?lo splendore, perci??pi?facile a ravvisarsi la loro bellezza. L?ingegno poetico adopera tutte le sue forze, e tutto l?artifizio a lui possibile, perch?queste riflessioni o compariscono ancor pi?maravigliose di quel che sono, o feriscono colla loro acutezza l?intelletto altrui. E ci?da esso per varie vie suol farsi. O col mostrare, che in un medesimo oggetto si verichino due proposizioni opposte, e contradittorie; o con discoprire qualche verit?inaspettata, e talor contraria a quanto si figuravano di dover udire gli ascoltanti; o col consegnare la riflessione alla fantasia, affinch?questa potenza con qualche spiritosa metafora, ed immagine le dia un abito nuovo, e mirabile, o col dire in poche, ma pregnanti, ed acute parole ci? che naturalmente si dovrebbe spiegar con molte, a simiglianza de? chimici, che in poche gocce di spiritosa quintessenza ristringono tutta la forza d?una copiosa medicina; o in altre maniere. E in alcune poi di queste riflessioni, che concetti chiamiamo, si scorge ora pi?ora meno la pompa dell?Artifizio. Vivissimamente descrive il vecchio Plinio nel lib. 9 cap. 35 della Storia Naturale una propriet?della madreperla con tali parole: Concha ipsa, quum manum videt, comprimit sese, operitque opes suas, gnara propter illas se peti, manumque si pr?eniat, acie sua abscindit, null?justiore poen? et aliis munita suppliciis. Senza pompa, e con molta purit?dice Plinio, che non pu? la madreperla con pi?giusta pena punire i suoi insidiatori, quanto con tagliar loro la mano rapace. Avrebbe l?artifizio ambizioso d?alcun altro autore lavorata con pi?manifesta acutezza, e maraviglia il medesimo sentimento, con dire: che la conchiglia rapisce il suo rapitore, e con far apparire molti altri contrapposti. Cos?manifestissimo ?l?artificio, con cui il soprammentovato Conte di Villamediana concettizz?sopra gli occhi della sua donna, perch?un? insieme e il contrapposto, e una spiritosa brevit?di parole. Francelinda, egli dice, i cui occhi sono e la mia colpa, e la mia discolpa.

Francelinda, cuyos ojos

Mi culpa, y disculpa son.

Pu?ancora osservarsi un?immagine di riflessione alquanto somigliante a questa in quel verso del Petrarca, ov?egli chiama Laura.

Cagion sola, e riposo de? miei affanni.

Non mi stendo a caricar maggiormente il libro d?altri esempi s?delle une, come dell?altre immagini di riflessione, perch?non ? difficile il ritrovarne in tutti i poeti di gusto squisito, e di ingegno penetrante, ed acuto. Ma n?tutte le immagini dell?intelletto sempre son belle, n?tutte le belle da per tutto, e sempre possono usarsi con gloria da i giudiziosi poeti. Per questa cagione sia d?uopo sapere, in quali difetti sogliano urtare le immagini suddette, e come possano divenire sconce, e sparute, non seguendo la natura del retto ragionamento, a migliorar la quale, e non ad offenderla, elle sono indirizzate dall?arte poetica. Due, per quanto a me sembra, son le cagioni principali, per cui queste immagini possono contener difetto, ed oltraggiar la natura. La prima si ?l?esser prive del vero interno, e reale; il che avviene, quando elle si fondano sul sofisma, e sul falso. L?altra cagione ?il non esser verisimili alle persone, che parlano. A questi due difetti delle immagini possiamo anche aggiungere il terzo, cio? l?affettazione; e questo consiste nel far le immagini troppo ingegnose, pensate, e sottili, per troppo studio di dir cose nuove, di dirle con gran novit? e di far comparire l?ingegno. E comech?io sappia, che questo ultimo vizio non va quasi mai disgiunto da i due primi, tuttavia per maggior chiarezza mi far? lecito il distinguerlo da gli altri, e il ragionarne con un capitolo a parte. Disaminiamo dunque partitamente questi tre difetti delle immagini, cio?il falso, l?inverisimile, e l?affettazione, incominciando dal primo.

CAPITOLO QUARTO

Del vero, e del falso delle immagini. Quali di queste sieno fondate sul falso.

 Epigramma del Grozio. Concetti del P. le Moyne. Come si conosca il vero,

e il falso de? pensieri. Sofismi ingegnosi. Origine loro. Marino condannato.

Concetti del Tesauro, e d?altri, posti alla coppella.

Non sar?la prima volta, che noi diremo, cercarsi naturalmente il vero dall?intelletto nostro, ed essere il vero, o verisimile il principal fondamento del bello. Adunque acciocch?le immagini di riflessione contengono il bello, converr? che sieno anch?esse fondate sul vero. Ma perch? le immagini della fantasia non lasciano d?esser belle, quantunque si ravvisino agevolmente per false, abbiam detto, che ancor le stesse immagini fantastiche hanno la obbligazion d?insegnare alla nostra mente un qualche vero, o verisimile reale, travestito col falso. Le immagini intellettuali, e ingegnose, per lo contrario non solamente rappresentano qualche vero, o verisimile reale, ma eziandio l?esprimono per mezzo del vero, con far che le parole sieno un verace, e puro esterno Ritratto di quelle verit? e ragioni interne, che l?intelletto nostro dirittamente argomentando ha scoperte, e concepute. Velleio Paterculo nel lib. 1 delle sue Storie favellando di Codro Re d?Atene, il quale travestitosi a posta, per non essere conosciuto, volentieri per la salute della Repubblica si lasci?uccidere, scrisse in questa maniera: Codrum cum morte aeterna gloria, Athenienses sequuta victoria est. Quis eum non miretur, qui illis artibus mortem qu?ierit, quibus ab ignavis vita queri solet? Eccovi una immagine intellettuale di simiglianza, in cui sta il vero interno e reale, e questo ancora ?espresso con verissime parole. Non v?ha persona, che non conosca esser vera questa simiglianza di Codro valorosissimo eroe co? pi?codardi. Ragionevolmente poi si desta la maraviglia nostra in ci? udire, perch?apprendiamo una cosa nuova, qual??appunto il cercarsi da un uomo, anzi da un Re la morte col medesimo ardore, con cui continuamente vediamo, che gli altri la fuggono. Ora un tal vero, o verisimile sempre ?necessario alle immagini intellettuali, acciocch?possa veramente cavarsene un giusto diletto. Nondimeno egli non basta, come altrove s??detto, il proporre all?intelletto nostro il solo verisimile, o vero, s?egli ancora non ?congiunto colla novit? e col maraviglioso, due condimenti, che ci rendono gratissima la verit? Ma essendo che non ?s?facile, che l?ingegno ritruovi in ogni suggetto ragioni ascose, e verit?interne s?nuove, e belle, che cagionino questa desiderata maraviglia, e allegrezza in udirle, e impararle, si credettero alcuni di poter ottenere un s?riguardevole pregio colla sola apparenza del maraviglioso, riputando, questa sufficiente per dilettare i loro lettori. E apparenza sola, o ombra del maraviglioso diciamo esser quella, che ?fondata su ragioni sofistiche, simili alla moneta falsa, il cui valore consiste nel parere, non nell?essere internamente buona. N?altrimenti, che la moneta falsa ha talvolta spaccio per l?ignoranza di chi la riceve, ancor questa moneta falsa de gl?ingegni cominci?pur troppo a piacere ad alcuni scrittori, a lodarsi, e a spacciarsi come preziosa, ed eguale in bont?alla vera. Quindi ebbe origine il regno de? concetti, delle arguzie, ed acutezze, de gli equivochi, e motti ingegnosi, e d?altre immagini, che in apparenza contengono il maraviglioso, ma in sostanza, e internamente bene spesso ne son prive, perch?loro manca il vero interno, su cui si fonda la vera Bellezza delle immagini. Non ?peranche abbastanza rovinato questo infelice regno, e si difende tuttavia bench?noi ne tenteremo l?intera distruzione, coll?andar proponendo, e scoparendo l?inganno, in cui si trova chi usa immagini intellettuali fondate sul falso.

Si pensano dunque costoro di poter destare la maraviglia, e il diletto per questa via; e pure certissima cosa ? ch?egli non hanno da sperare un tal?effetto. La soda maraviglia, e il vero diletto non possono svegliarsi nell?animo nostro, se non da quelle verit? e ragioni, che ci compariscono realmente nuove, e belle, o sieno queste rappresentate con parole proprie, o pur vestite con ammanto capriccioso dall?altrui fantasia. Una delle pi?sublimi, e nobili immagini intellettuali, che si sieno mai concepute, ?per mio credere quella di S. Agostino nel lib. 4 cap. 9 delle Confessioni. Parla egli in tal modo al nostro immenso Dio: Te nemo amittit, nisi qui te dimittit. Et qui dimittit, quo it, aut quo fugit, nisi a te placido ad te iratum? Te non perde, se non chi t?abbandona. E chi t?abbandona, ove sen va egli, ove se ne fugge, se non da te placido a te sdegnato? Eccovi un maestoso, e ingegnoso pensiero, che spiega l?immensit?di Dio. Dicesi ben da noi cieche, e rozze creature, che noi abbandoniamo Dio, che Dio si parte da noi; e ci figuriamo questa separazione, e abbandonamento, come se un Principe, o un amico scacciasse da se un suo servo, o un altro amico. Ma non si d?in effetto questo abbandonamento fra Dio, e i peccatori, perch?sempre siamo con lui, e in lui, e sotto di lui. Se giusti, siamo in lui amico nostro, e placido verso di noi; se peccatori, siamo in lui nemico nostro, e sdegnato contra di noi. Questa verit?osservata dall?acutissimo ingegno del S. Dottore, essendo realmente nuova, e maravigliosa, con gran ragione ci par bellissima, e diletta chiunque l?ascolta, rallegrandosi ciascuno d?aver appreso un lume s?nobile, e grande, qual??questo. E cos?avverr?in cento altri simili esempi, ne? quali si conoscer? che giustamente l?intelletto nostro ?costretto a stupirsi, e a sentir piacere.

Ma per lo contrario se le riflessioni, e immagini intellettuali contengono il falso, cio?se le ragioni osservate dall?ingegno sono sofistiche, e internamente non vere, non verisimili: qual maraviglia, e diletto potr?venirne all?intelletto sano? Che dilettazione potr?egli trarne, s?egli tosto vede, che nulla pi?impara di quel, che avanti sapeva? anzi, che dispiacere non dee provare questa potenza, scorgendosi beffata da chi seriamente gli promettea d?insegnargli una rara, e nuova verit? Facciamone la pruova. Ugone Grozio, uomo per altro di sublime giudizio, e ingegno, ?autore d?un epigramma in lode della famosa Giovanna d?Arco, detta comunemente la Pulzella d?Orleans, che mor?condannata al fuoco. L?epigramma ? questo.

Gallica non umquam peritur?laudis Amazon,

Virgo intacta viris, sed metuenda viris.

Cuius non oculis sedet Venus, atque upido,

Sed Mars, atque Horror, sanguine ?ue vices.

H? est, cui Salic?ieges, cui patria sese

Debet, et in veras reddita sceptra manus.

Nec fas est de morte queri: namque ignea tota

Aut numquam, aut solo debuit igne mori.

La ragion trovata nell?ultimo distico da questo poeta, per cui non ci abbia da parer n?grave, n?crudele la morte, che fu costretta a soffrir quella valorosa donzella, ?questa. Ella era tutta di fuoco: adunque o non dovea giammai morire; o pur dovendo morire, ci? non doveva accaderle, che nel solo fuoco. E argomento in vero ci doverebbe essere di gran maraviglia l?intendere una ragione, che ci parea impossibile da trovarsi, per mezzo di cui appaia non crudele, ma naturale, e propria la morte di quella vergine, quando noi la tenevamo per troppo barbara, e non meritata. Ma l?intelletto nostro ben facilmente s?avvede, essere sofistica, e falsa la ragione addottaci dal Grozio; poich?l?essere tutta fuoco altro non vuol dire, se non che quella donzella era piena di vivacit? di spirito, e di valore. Ora che ha che far con questo esser piena di vivacit? e valore, il morir nel fuoco, onde non abbia da parerci fiera la morte a lei data? O fosse ella stata fatta morir nell?acqua, o sopra un patibolo, o nel fuoco, certo ?che l?intelletto fondatamente crederebbe tal morte violenta, e tuttavia l?abbominerebbe. Sicch? ov??quella maraviglia, che volea destarsi dal poeta collo scoprimento di una s? ascosa ragione? Ov??quella dilettazione, che prende l?intelletto sano dall?imparare una cosa ignota, e quel vero, che tanto gli piace, se nulla di nuovo si pu?apprendere da questa riflession del poeta?

In proposito di questo fuoco mi sovviene un somigliante concetto del P. Pietro le Moyne, Autore assai stimato in Francia per lo poema intitolato il S. Luigi. In un sonetto da lui composto per una dipintura, dove si miravano Clelia, e le romane, che dal Campo di Porsenna fuggirono a Roma passando a nuoto il Tevere, dice a quelle fuggitive Bellezze, che non temano gi?d?affogarsi, perch?al cospetto loro gli strali della morte per riverenza si son fermati, e dalle lor fiamme erano per consumarsi quelle Acque.

Ne craignez point la mort, fugitives Beautez:

[12] Devant vous de respect ses traits sont arr?ez;

Et ces eaux de vos feux vont ?re consum?s.

Aggiunge di poi, che ancor ci? non ostante non potevano elle perire, perch?erano animate dal pennello di Vignon; e ci? ch??da lui animato, ?esente dalla morte.

Sans tout ce charme encor ne pourriez vous perir:

Du pinceau de Vignon vous ?es anim?s,

Et tout ce qu?il anime, est exempt de mourir.

Questo pu? dirsi un mescuglio di riflessioni fondate sul falso. Gi?si preparava l?intelletto nostro allo stupore, e al diletto di apprendere una ragione, per cui non dovessero quelle vergini temer di morire notando; ma rimane egli schernito in iscoprendo immantenente, che quel fuoco, il qual dovea consumare l?acque del fiume, altro non ? se non la vivacit? e il coraggio di Clelia, e delle compagne. Ora questo coraggio nulla poteva giovar loro, e l?acqua senza essere consumata da quel fantastico fuoco le avrebbe senza dubbio affogate, s?elleno per avventura non avessero ben saputo notare. Scopertosi dunque dall?intelletto agevolmente, quanto frivola ragione sia questa per promettere alle romane un sicuro scampo: non maraviglia, non dilettazione, ma sdegno da noi si concepisce contra il malizioso, o poco saputo poeta, che ci ha in tal guisa burlato. Altrettanto pu?dirsi dell?altra immagine. Tosto si comprende il sofisma di chi promette a quelle donzelle, che non moriranno, perch?le ha dipinte il Vignon. L?animare col pennello qualche cosa, in linguaggio proprio significa ben dipingerla. Ma questo non toglie, che quella cosa naturalmente non muoia, o non sia morta: e questo privilegio appunto di non morir naturalmente si era dal poeta promesso alle fuggitive romane. Il medesimo autore in un altro sonetto sopra Lucrezia Romana dipinta in atto di uccidersi, dopo aver detto, che tutti i saggi hanno ammirata, e lodata la morte di lei, fa dirle: A che mi han servito cotanti onori, s?oggi la mia sventura ? condannata per un misfatto? Duolsene la mia grand?ombra, e per non soffrire una s?nera macchia, anche in questa dipintura mi d?la morte.

Mais de quoy m?ont servy tant de marques d?honneur?

Aujourduy l?on erige en crime mon malheur,

Et sans droit le procez est fait ?ma memoire.

Ma grande ombre en gemit, et s?en plaint ?mon sort

Et pour ne souffrir point une tache si noire,

Encore en ce tableau je me donne la mort.

Sar?facile a? lettori ingegnosi ravvisare la falsit?di una tale immagine, essendo assai manifesta. Piacemi ancora di lasciar giudicare a loro un concetto d?un poeta italiano, che mi pare oltre modo bizzarro. Parla egli d?Adamo, il quale si credeva di diventar un Dio, bench?si conoscesse fabbricato di fango; e alludendo a Giove, che si suppone da? favoleggiatori nato in Creta, o Re di Creta, ne forma questa novissima, e pellegrina immagine.

Tutt?altro, fuorch?terra, egli ha per meta:

Un Giove esser gli par, perch??di creta.

Ma qual via sicura ci ?per conoscere, quando il vero, o il falso serva di fondamento a? concetti? L?unica via ?quella del discorso, o vogliam dire dell?argomentare, e del pensar con un sillogismo il valore delle riflessioni. Tuttoch?non vi si ponga mente, l?intelletto nostro usa continuamente la logica [13] naturale, o artifiziale, e argomentando con mirabile prestezza, scuopre il vero e il falso delle sue, e delle altrui riflessioni. Disaminiamo dunque in tal maniera un luogo d?un panegirista italiano. Chi potesse portar ragione provante, che si d?nelle disavventure un diletto, e un contento maggior di quello, che si sente nelle felicit? certamente ci farebbe stupire coll?insegnarci una s? nuova, ed impensata cosa. Tanto appunto si vuol persuadere a noi altri col seguente pensiero. Io ardirei dire, che le disavventure affettano qualche sorta di contento superiore a quello delle felicit? Sono anche esse superbe, e la loro ambizione forse non ?considerata, perch?non si teme ecc. Un infelice vuol per s?i sentimenti pi?teneri della Natura, e i pi?vicini all?amore, e alla beneficenza; e spesso, quando non pu?le mani, chiama in aiuto le lagrime, e con questo dolce privilegio cava da gli uomini un tributo ecc. I fortunati solo sono scopo dell?invidia, e della censura ecc. Forse ci saran di quegli, a? quali parr?bellissima questa riflessione, e tale a me pareva una volta. N?pu?negarsi, che l?Autor non mostri un ingegno ben grande. Ma se da noi si misurer?questa ragione, si trover?fabbricata sul falso. Gl?infelici, dice questo scrittore, guadagnano il compatimento altrui: i fortunati si tiran dietro l?altrui censura, ed invidia. Ma ?maggior contento, e diletto il vedersi compatito, che invidiato. Adunque gl?infelici han qualche sorta di contento superiore a quel de? felici. La prima parte dell?argomento, ancorch?spesse fiate non sia vera, perch?v?ha de? miseri, che non son compatiti, e de? felici, che non son censurati, e invidiati, pure si concede per vera. Ma la seconda ? falsa; imperciocch?l?altrui compatimento non toglie le miserie a gl?infelici, onde costoro non cessano punto di dolersi, o di sentir la cagione di dolersi, perch?sieno compatiti da tutta la gente. Porge bens?alle volte l?altrui compassione qualche sollievo a gl?infelici, veggendo essi riconosciuta ancor da gli altri l?ingiustizia con loro usata (per dir cos? dalla fortuna. Ma questo alleggiamento non ?mai uguale, non che superiore al contento, che nello stato loro godono ordinariamente i felici; poich?non lasciano essi di gustare i beni della lor felicit? bench?sappiano d?essere invidiati, e censurati. Perci?suol comunemente dirsi: ?meglio essere invidiato, che compatito; e il disse prima di noi Pindaro in quelle parole:

Κρήσσων γὰρ οἰντιρμῶν ϕϑόνος

Meglio ?movere invidia, che pietate.

N?spendo pi?parole per dimostrare la Falsit?di questa minore, la quale ?cagione, che ancor la conseguenza dell?argomento sia mal fondata, e falsa. Sicch?l?intelletto nostro dopo avere scoperto, che nella riflession recata non si contien vero, o verisimile interno, ragionevolmente non pu?sentir maraviglia, e dilettazione in impararla. Pongasi parimenti in bilancia una riflessione d?Antonio Musa, rapportata, e biasimata dal vecchio Seneca. Quidquid avium, diceva egli, volitat, quidquid piscium natat, quidquid ferarum discurrit, nostris sepelitur ventribus. Qu?e nunc, cur subito moriamur? Mortibus vivimus. Formiamone un sillogismo. Si pasce l?uomo d?uccelli, di pesci, e di fiere, cio?di carni morte. Ma noi viviamo in tal guisa di tante morti, e queste morti, di cui s?empie il ventricolo, possono, o debbono cagionar la morte dell?uomo. Dunque non ? maraviglia, se muore ben presto l?uomo. Diasi per vera la maggiore. Poscia diciamo, che la minore ?troppo manifestamente falsa, e ridicola; perch?le morti, o sieno le carni morte, di cui si ciba, e alimenta l?uomo, naturalmente servono a farlo vivere, e non morire. N?le carni morte sono, o possono chiamarsi morti; n?sono in genere di cibo diverse dal pane, da? frutti, e da altre simili cose. Adunque falsissima ?la conseguenza, essendo falsissima, e ridicola la ragione, che le serviva di fondameno.

Per le quali cose noi intendiamo, che le riflessioni, o immagini intellettuali, e ingegnose, quando non son fondate sul vero, altro non son che sofismi, e argomenti sofistici. Contengono questi la verit?in apparenza, ma nell?interno si discoprono agevolmente per falsi dall?ingegno penetrante; e possono perci?assomigliarsi a que? vetri, o cristalli, che volgarmente [14] noi chiamiamo birilli, i quali in apparenza paiono diamanti, rubini, e smeraldi, ma non hanno la virt?interna di queste pietre preziose. Per lo contrario le belle immagini intellettuali fondate sul vero sono diamanti, che reggono al martello, e che hanno internamente ancora il valore. Certa cosa ? poi, che i sofismi naturalmente dispiacciono, e debbono dispiacere all?intelletto sano, il cui pascolo ?la sola verit? il cui diletto consiste nell?imparare il vero. Sente ogni potenza conoscitiva gran dispetto, allorch?si cerca di farla cadere in giudizio falso; poich?il giudicar male, e l?essere ingannato denota debolezza d?intendimento, e povert?di lume interno. Le metafore, e l?altre immagini della fantasia, tuttoch?paiano tendere ad ingannarci col proporci cose false, pure non c?ingannano, come s??detto altrove. Non cade allora l?intelletto nostro in alcun falso giudizio, imperocch? da quel falso propostogli dalla fantasia egli suol raccogliere il vero; ed ? speziale il suo godimento nell?acquisto, che gli sopravviene improvviso d?una verit?riguardevole scoperta dalla sua penetrante virt?visiva. Ma questi birilli altro non han di vero, che un poco di leggiera apparenza, la qual si dilegua ben tosto, rimanendo l?intelletto senza messe d?alcuna bella verit? e perci?senza diletto veruno.

Per disavventura nostra per? siccome non ci ?cosa tanto bella, che non dispiaccia a qualcuno, cos?non ci ? cosa tanto brutta, che non ritruovi qualche amadore al mondo. ?avvenuto perci? che questi falsi concetti cominciarono, quando anche la romana potenza fioriva, a piacere a pi?d?uno. Marziale, piacevolissimo, ed acutissimo poeta, pi?di tutti i suoi antecessori diede credito a questa falsa moneta, essendo fra moltissime gemme, ch?egli ci ha lasciato, mischiati non pochi di questi birilli. E non ?da maravigliarsi, che tal mercanzia avesse spaccio, e si lodasse da molti; imperocch?s?fatte immagini a chi ne mira la sola superfizie, ed apparenza, compariscono belle, portando la livrea della verit? e svegliando facilmente la maraviglia in chi non sa penetrare nel fondo loro. Osservisi, come il mentovato Marziale formi un distico sopra un certo Fannio, che s?era volontariamente ucciso da se stesso per non cadere in man de? nemici.

Hostem quum fugeret, se Fannius ipse peremit.

Heic, rogo, non furor est, ne moriare, mori?

A prima vista certo ? che parr?scimunito, furioso, e pazzo costui, che per non essere ucciso si uccide; e tale senza dubbio ?secondo i lumi della nostra santa Fede. Ma questa ragione presso i Gentili era solamente vera in apparenza, poich?non ?cosa da furioso il voler morire con una presta morte, affine di non provarne una penosissima, e ignominiosa per man de? nemici; e di risparmiar mille tormenti, che prima di farlo morire gli avrebbon coloro potuto far patire; o per isfuggire la dura schiavit?appresa pi?dolorosa della stessa morte; e per non dare questo gusto al nimico di farlo prigioniero. Ecco adunque non vera la ragione, per cui dal poeta si volea far credere Fannio un pazzo furioso. Ma questa immagine, non affatto fondata sul falso, pu?dirsi bellissima in paragon di quelle, che cominciarono ad infettare la poesia Italiana, e che furono chiamate vivezze, acutezze, concetti, la maggior parte delle quali ?appoggiata manifestamente sul falso. Avr?circa un secolo, che si diede ampia licenza a queste merci d?entrar nel nostro Parnaso; n?creder? d?errare, attribuendone al Cavalier Marino, l?invenzione non gi? ma la promozione, ed introduzione, e l?uso loro troppo frequente in ogni componimento ancor serio. L?autorit?di costui, che possedeva, e mostrava (non pu?negarsi) molte virt?poetiche ne? suoi versi, e che in essi lasci?de i pezzi maravigliosi, trasse una copiosa schiera d?imitatori; e perch?pi??il popolo sempre de gl?ignoranti, che quel de i dotti, piacque assaissimo un s?fatto stile in tal guisa, che occup?il primo seggio nella Repubblica poetica de gl?Italiani. Io non sapr?mai perdonare a Claudio Achillini, che scrivendo al medesimo Cavalier Marino, cos?vilmente gli diede l?incenso. Nella pi?pura parte (sono le sue parole) dell?anima mia sta viva questa opinione, che voi siate il maggior poeta di quanti ne nascessero o tra? Toscani, o tra? Latini, o tra? Greci, o tra gli Egizi, o tra? Caldei, o tra gli Ebrei. Quasi l?Achillini intendesse i versi de gli Egizi, Arabi, Caldei, Ebrei, anzi de? Greci, per far paragone con loro di quei del Marino, e dar la palma a questi. Ma l?Achillini era anch?egli di gusto pi?tosto Marinesco, che altro; e perci?si vuol compatire la sua cecit? bench?congiunta ad una sfacciata adulazione. Per anni parecchi ?stata in gran credito la Scuola Marinesca, tuttoch?le s?opponessero o coll?esempio loro, o con sode ragioni molti valentuomini, e spezialmente Matteo Pellegrini Bolognese l?Anno 1639 col suo dottissimo Trattato delle Acutezze, e il Cardinale Sforza Pallavicino con quel Dello Stile. Ma da molti anni in qua essendosi accordati i migliori ingegni d?Italia per isbandire que? pensieri ingegnosi, che non han per fondamento il vero, s?? ridotta a pochi giovani mal?accorti, o vecchi tenacissimi dell?antico linguaggio la monarchia del gusto cattivo. O con isdegno, o con riso s?intendono ora le acutezze, e i concetti falsi, avendo finalmente la ragione, la verit? e il buon gusto riportata vittoria, e trionfato nelle Accademie Italiane.

Contuttoci? poich?il desiderio di giovare altrui mi ha fatto imprendere questa fatica, sar?parimente lecito a me di perseguitar le reliquie di una peste letteraria, che va ripullulando ne? versi, e nelle prose d?alcuni; e massimamente perch?vivono ancora col benefizio delle stampe coloro, che o in teorica, o in pratica fondarono il barbaro regno di questi falsi pensieri. Poca obbligazione in verit?ha la Spagna a Baldassar Graziano, che nel suo Trattato delle Acutezze ha posto in s?gran riputazione questo meschinissimo Stile. Pochissima ancor noi ne abbiamo ad Emanuel Tesauro, che n?abbia co? suoi libri, e sopra tutto col Cannocchiale Aristotelico autenticato l?uso. Questi autori, ingegni per altro felicissimi, hanno oltra il dovere guasta, e corrotta la natura della vera eloquenza, e della buona poesia, quando pi?si vantavano d?averla aiutata. N?per mio consiglio si dovrebbe permettere a? giovani la lettura di s?fatti maestri, e poeti; anzi dovrebbonsi loro biasimare, e porre in discredito somiglianti libri, e particolarmente le poesie del Marino, non gi?perch?(torno a dirlo) non abbia questi molte doti poetiche, e gli altri non porgano precetti utilissimi, e rare osservazioni, ma perch?pi?facilmente si beono i loro dolci vizi, che le loro virt? da chi non ha purgato giudizio, o una buona scorta, e non ha prima riempiuto la mente sua di que gran lumi, che ci ha lasciati la sapienza de gli antichi, e de? moderni migliori.

E conciossiach?abbiam detto, che la falsit? di questi concetti si scuopre misurandoli colle regole della logica, e della ragione argomentante, ora conviene pi?apertamente scoprir la piaga, e far vedere a gli amadori di s?sconcio gusto, sopra qual fallace fondamento ordinariamente vada lavorando sofismi l?intelletto loro. Ci?si fa col fabbricar sopra le immagini fantastiche, e prendere per vero intellettuale, e reale, ci? che ?solamente vero, o verisimile alla fantasia, mischiando insieme, e confondendo i parti dell?una, e dell?altra Potenza. Quindi nascono mille antitesi, o contrapposti, mille acutezze, e concetti falsi, che secondo il Tesauro destano singolar maraviglia, e diletto in chi gli ode, secondo noi solamente son buoni da svegliare il riso. Eccovi per esempio, come va egli concettizzando sopra questa proposizione, cio?Magdalena Christum amat, eiusque pedes lacrymis rigat. Comincia egli ad osservar, che l?amore si chiama fuoco, e le lagrime acqua, onde parla in tal guisa. Quid hoc prodigii? Aqua, et Flamma discordes olim rivales, socordes modo contubernales in Magdalen?oculis convivunt? Apage te flebilis amatrix Magdalena, pedes istos ne vel aduras, vel mergas. Fallor, jam merserat, ni flammis undas exsiccasset: adusserat, nisi unda temperasset incendium. Fontem anhelas, Viator? ad Magdalen? oculos diverte frigidam propinant [15]. Pastor ignem quaeris? ad eosdem oculos diverte: ferulam inflammabis. Unis in oculis fontem habes, et facem; ac ne desit utilitati miraculum [16], ex aqua ignem elicies, aquam ex igne. Audieram ?n? in monte [17] impunita cum nivibus incendia colludere: fidem astruit fabuloso Monti Magdalen? oculus. H? defuit portentis appendix, ut rivuli flammis, flamma rivulis aleretur ecc. Bastino queste poche righe per ricreazion de? miei lettori, da? quali certamente non si dovrebbe poter frenare il riso, in udir concetti, che noi ben vogliamo, senza chiederne licenza, francamente chiamar fanciulleschi. Per me, in vece del riso, mi sento occupar da qualche stupore, come sieno piaciute una volta, e possano tuttavia piacere ad alcuno, s?sciocche immagini. Ora tutta questa macchina in altro non si fonda, che sopra due immagini della fantasia, cio?sopra due metafore. ?somigliante in molte cose al fuoco la passion d?amore, perch?consuma alle volte gli amanti, perch?li riempie di spiriti caldi, e inquieti, e perch?a gli amanti sembra di portare internamente del fuoco, che gli abbruci. Adunque dice la fantasia: che l?amore ?un fuoco. Udendo noi medesimamente, che tra gli occhi d?uno, che pianga, e tra un fonte d?acqua, ci ?gran simiglianza, dalla fantasia si dice: che gli occhi son fonti di lagrime, e d?acqua. Queste due immagini son vere, o verisimili alla fantasia, e ci?basta per fondamento della lor bellezza: ma non son vere, n?verisimili all?intelletto, ov?ei ne consideri il senso diritto. Perci?pu?ben la ragione contentarsi, che la fantasia chiami fuoco l?amore, e gli occhi una fontana; ma non gi? che queste immagini si prendano come dirittamente vere secondo l?intelletto, e che vi si fabbrichi sopra un sillogismo, che ?tutto ragionamento dell?intelletto, non della fantasia. Ma coloro, che van cercando concetti, ordinariamente inciampano in questo errore, ponendo le immagini della fantasia per fondamento di quelle dell?intelletto. Eccone la pruova.

Amore ?un fuoco, dice il Tesauro, e gli occhi piangenti son due fontane. Proprio del fuoco ?l?abbruciare, proprio delle fonti ? tramandar acqua. Maddalena dunque, che ne gli occhi ha l?amore, e il pianto, e che lava i piedi a Cristo, potr?bruciarli, e sommergerli: pedes istos ne vel aduras, vel mergas. Tutto il maraviglioso di questa immagine, o di tal conseguenza, ?fondato sopra la proposizione conceputa dalla fantasia, e sopra un?immagine, che solamente ?vera a questa potenza. Se l?intelletto vuol valersene per fondamento di qualche suo raziocinio, evidente cosa ? ch?egli adopera un fondamento falsissimo, e che da ci?nasce un puro, e scipito sofisma, il quale agevolmente si scioglie in questa maniera. L?amore ?un fuoco: naturale, ?falso: immaginato dalla fantasia, ?vero. Ma proprio del fuoco ? l?abbruciare: del fuoco naturale, ?vero: del fuoco solamente immaginato dalla fantasia, ?falso. Dunque l?amor di Maddalena piangente potr?bruciare i piedi al Redentore: ?falsissima la conseguenza, perch?l?amor di Maddalena ?fuoco solamente immaginato dalla fantasia, e non naturale. Ben concediamo (pu?dirsi al Tesauro) che la sua fantasia immagini l?amor come fuoco, e lo chiami tale; ma come vuoi tu poscia supporre, in argomentando, per proposizione vera secondo l?intelletto quella, ch??solo vera, o verisimile alla fantasia? Ma cresce ancora l?imprudente ardire d?alcuni, i quali spesse fiate adoperano proposizioni, che non son pur vere, o verisimili alla stessa fantasia, per premesse di qualche maravigliosa conseguenza. Tali son quelle, che si formano amplificando di soverchio le immagini fantastiche, e lavorando metafora sopra metafora. Sanamente, e verisimilmente sembra alla fantasia, che le lagrime sieno acqua. Ma se si amplifica questa traslazione, e se si fa questo argomento; Le lagrime son?acqua. Il ghiaccio, e la neve sono anch?essi acqua. Dunque le lagrime son ghiaccio, e neve: eccovi quella proposizione, che era dianzi vera, o verisimile alla fantasia, diviene a lei ancora inverisimile, non comparendo pi?come cosa verisimile a questa potenza, che le lagrime sieno ghiaccio, e neve. Ci?posto, sarebbe cosa maravigliosa, e strana il veder le nevi, e il ghiaccio famigliarmente conversar con gl?incendi, e col fuoco. Ma negli occhi di Maddalena dimesticamente albergano amore, e lagrime, cio?fuoco, e ghiaccio, incendi, e nevi. Adunque ecco ne gli occhi di Maddalena una mirabil cosa. Audieram ?neo in monte impunita cum nivibus incendia colludere: fidem astruit fabuloso monti Magdalen?oculus. La minore di questo argomento non ?solamente falsa secondo l?intelletto, ma ella ?tale ancora secondo la fantasia, a cui non pu?parer vero, o verisimile, che le lagrime sieno ghiacci, e nevi, non iscorgendosi veruna riguardevole simiglianza fra questi oggetti. Doppiamente adunque ?ridicola, e falsa questa premessa, da cui pende tutta la conseguenza, e la maraviglia, che lo scrittore volea risvegliar ne? suoi uditori. Ma veggasi infin dove giunga questa infelice arte di concettizzare, e d?amplificar traslazioni sopra traslazioni. Non contento il Tesauro d?aver fatto due fonti de gli occhi di Maddalena, passa a farne due stufe, e bagni, invitando poscia i malati, e i cagionevoli della persona a quivi ricuperar la salute. Vos ergo, debiles, morbidique [18], ad ista Vaporaria Leucadio fonte salubriora balneator Amor accersit. Io sto quasi per dire, che non possa udirsi concetto pi?sconcio, e disordinato di questo, avvegnach?seco gareggi di maggioranza l?altra immagine recata di sopra, dove s?invita il Pastore ad accender ne gli occhi di Maddalena la sua fiaccola, o il suo bastone. Pastor ignem qu?is? ad eosdem oculos diverte: ferulam inflammabis.

Non farei fine giammai, se volessi rapportar tutti i ridicoli, e strani concetti, che il Tesauro, infelice maestro, e sponitore de? precetti aristotelici, ha posti alla luce in tante sue opere. Da lui dunque per ora mi parto, ma non gi?dal suggetto finqui divisato della Maddalena, volendo io colle regole proposte ancor disaminare la chiusa d?un sonetto, la quale una volta parve a moltissimi (e per avventura pare anch? oggi a taluno) maravigliosa, e sovrumana. Si parla di lei quando lav?colle lagrime, e coi capelli asciug?i piedi al Salvatore.

Se il crine ?un Tago, e son due soli i lumi,

Non vide mai maggior prodigio il cielo:

Bagnar co? soli, e rasciugar co? fiumi.

Avendovi per cagion del colore simiglianza tra il crine biondo, e l?oro, alla fantasia ragionevolmente sembra, che i capelli biondi sieno d?oro; onde il Petrarca parlando di Laura, che tesseva una ghirlanda a? suoi capelli, disse ch?ella andava

Tessendo un cerchio all?oro terso, e crespo.

Amplificandosi poi da taluno questa metafora, si giunge a dire, che i capelli sono un fiume d?oro, perch?sono simili in qualche maniera alle onde d?un fiume. Ma ci?n?pur basta all?ardire di alcun altro, il quale avendo inteso dire, che il fiume Tago ha le arene d?oro, e pensando che per significare un fiume d?oro possa adoperarsi il nome del Tago, si val dello stesso nome per dinotar il biondo crine d?una donna, e lo chiama un Tago colla medesima sciocchezza, con cui un altro poeta nomin? il nero crine notte filata. Come tutti veggiono, la soprammentovata traslazione ?arditissima, e sconcia, perch?fondata sopra un?altra non meno ardita; ed ?non solamente falsa, e inverisimile all?intelletto, ma ?tale parimente alla fantasia. Non truova pi?questa Potenza alcuna probabile simiglianza fra il Tago, e il crine, onde possa parerle verisimilmente il crine un Tago, perch?in fine il Tago ?fiume, che non ha le onde d?oro, ma solo si dice, che ha la rena leggermente spruzzata d?oro. Il da noi altre volte nominato Conte di Villamediana ha un sentimento ben piacevole in questo proposito. Per lodar una dama, che si pettinava stando al sole, dice che ella con un dorato vascello di candido metallo solcava bei golfi; e che la mano all?argento, i suoi capelli faceano vergogna a i raggi del Sole.

Al Sol Nise surcava golfos bellos

Con dorado baxel de metal cano.

Afrenta de la plata era su mano,

Y afrenta de los rayos sus cabellos.

Finisce poscia il sonetto dicendo, che que? capelli erano catene, e reti per prendere chi volea fuggire, e che erano onde tremanti d?oro tempestoso, e cieli navigati.

En red, que prende mas al que se escapa,

Cadenas son, de oro proceloso

Tremulas ondas, navegados Cielos.

Ma tornando al proposto concetto, sembra con ragione alla fantasia, che i begli occhi d?una femmina sieno due soli [19], poich?risplendono, tramandano raggi, n?si possono mirar fiso; perci?pu?dire, che gli occhi sono due soli. Dopo essersi fabbricate queste due immagini Fantastiche, l?una delle quali ?disordinata, e sconcia, l?altra ?con qualche ragione immaginata, passa il poeta a formar questo Argomento, credendosi di lasciar estatici gli uditori con s?mirabil concetto. Il crine di Maddalena ? un Tago, o fiume doro: gli occhi suoi son due soli. Ella con gli occhi bagna, e col crine rasciuga i piedi a Cristo. Dunque veggiamo un fiume, che rasciuga, e i soli, che bagnano. Ma che il sole bagni, e un fiume rasciughi, ? il maggior prodigio, che si sia mai veduto. Dunque nell?azione di Maddalena si mira un incredibile prodigio. Chi ?di grazia s?povero di senno, che volesse maravigliarsi, se io con tale argomento tentassi di provargli, che ci? fosse il pi?gran miracolo del mondo? Troppo tosto scorgerebbe ciascuno la falsit?del sofisma [20], e si riderebbe di me, che pensava di poter destare il suo stupore per mezzo d?un tale inganno. Tutti confesserebbono, che sarebbe un miracolo il vedere un fiume naturale, che asciugasse, e il sol naturale, che bagnasse. Ma conoscendo tutti, che il crine, e gli occhi di Maddalena non sono un fiume vero, n?soli naturali, ma immaginari, perci?non ci pare alcun miracolo, anzi ci par cosa ordinaria, e naturale, che questo fiume fantastico asciughi, e che bagnino questi soli finti. Adunque tutta la macchina alzata dall?ingegno per isvegliar la maraviglia ne gli uditori, va tutta per terra, e fa solamente riderci per avere scoperta o l?ignoranza, o la malizia di chi volea con s?manifesti sofismi condurci a stupire.

CAPITOLO QUINTO

Osservazioni intorno al ben formar le immagini. Inganno di chi forma Concetti

 Falsi. Errori del Marino, del Malerbe, e d?altri. Luogo del Tasso disaminato.

 Pensiero del Petrarca difeso. Altro sentimento suo, come ancor del Costanzo, e

di Lorenzo de? Medici poco lodevoli. Sofismi Ingegnosi abborriti dallo Stile serio,

conceduti al piacevole. Cicerone, e Plutarco accordati in un differente giudizio.

Dalle cose finqui dette io raccolgo alcune osservazioni necessarie per ben fabbricare le immagini intellettuali, e ancor quelle della fantasia. La prima si ?che le riflessioni dell?intelletto, le quali altro non sono, che un tacito sillogismo, debbono esser fondate su proposizioni, e premesse vere, o verisimili secondo l?intelletto, non su premesse vere, o Verisimili solamente secondo la fantasia. Altrimenti il sillogismo sar?sofistico, e le riflessioni, o immagini intellettuali non avranno il vero interno, e reale, tanto necessario alla bellezza loro. Concede l?intelletto alla fantasia il formar quelle immagini, che a lei son verisimili, e probabili; ma non vuole egli valersene poscia per base de? suoi raziocinii, e discorsi serii, perch?il diritto lor senso manifestamente si conosce per falso. La seconda osservazione si ? che le traslazioni stesse debbono esser modeste, non troppo amplificate, n?pu? fabbricarsi una traslazione sopra traslazione; imperciocch?ci? che prima era verisimile, o vero alla fantasia, diviene a lei stessa inverisimile, e falso. Altrove abbiam rapportato la fredda metafora del Tesauro per significar le gocce di sangue sudate da Cristo nell?Orto. Perch?le gocce sono somiglianti per la figura a i piccioli globi, le chiama egli globi di sangue. Di poi amplificando la traslazione, e scorgendo, che a i piccioli globi ?in qualche maniera somigliante il mondo per la sua figura, sulla prima traslazione egli ne fonda un?altra, e giunge a dire, che que? globi di sangue erano tanti mondi. Questa nel vero ?una disordinata metafora; ma si lavor?dal Tesauro per fondarvi sopra due piacevolissimi, e manifestamente falsi concetti. E qual maraviglia, dice egli, se Cristo sofferiva tanta agonia, mentre sosteneva il peso di tanti mondi? N?si finisce la faccenda, che questo Autore formando di Cristo un favoloso Atlante, qual gemito, soggiunge, qual agonia non soffr?questo divino Atlante vero figliuolo del Cielo, e della Terra, cio?di Dio, e di donna, carco di tanti globi, e tanti mondi? Nulla parlo, ch?egli supponga Atlante sostenitor del mondo, cio?della terra, come egli mostra d?intendere, quando gli antichi finsero, ch?egli sostenesse il cielo. Ma dico bene, che non pu?esser maggiore l?intemperanza, e l?arditezza del Tesauro in fabbricar metafore sopra metafore, e poi nuovi concetti, e strane riflessioni sopra metafore [21].

La terza osservazione, che ? forse la pi?necessaria, si ? Che quando la fantasia avr?formata qualche immagine, o traslazione con giusto fondamento, non potr?poscia il poeta, se non scioccamente, attribuire all?oggetto metaforico, e traslato, le altre operazioni, e qualit?dell?oggetto proprio, quasi che per essersi trasferito il nome di una cosa ad un?altra, fosse lecito anche il trasferire ogni suo effetto, ogni sua propriet? e qualit?naturale; o come se la traslazione pi?non fusse immagine della fantasia, ma l?oggetto vero, di cui s??trasferito il vocabolo. E questo ?l?errore, ove per l?ordinario cadono gli amadori de? concetti falsi, per isperanza di cagionar maraviglia in chi legge. Egli ?vero, che v?ha qualche simiglianza fra l?amore, e il fuoco; e perci?l?amore si chiama ragionevolmente un fuoco della fantasia. Ma stolta cosa ?dappoi l?attribuire all?amore, o sia a questo fuoco immaginario tutte le qualit?naturali del fuoco vero, non potendosi dire, che l?amore chiamato fuoco possa asciugare, scottare, ed ammorzarsi con acqua, come accade al fuoco naturale. Il perch?poteva il Tesauro lasciar di temere, che l?amore abitante ne gli occhi di Maddalena abbruciasse i piedi al Salvatore, o che le lagrime gliele affogassero; perch? questi sono effetti del fuoco vero, e de? veri fiumi, non del fuoco, e de? fiumi solamente immaginati dalla fantasia. Anche il Marino avrebbe mostrato pi? giudizio, se lodando una dipintura di Cornelio Fiammingo, rappresentante la caduta di Fetonte, non avesse detto:

Che se, come al garzon, la vita avessi

Dato alla fiamma: ancor di nuovo avrebbe

Non che le tele, incenerito il mondo.

Perciocch? quantunque si dica metaforicamente, che un dipintore d?vita alle cose, non si possono poi attribuire a questa vita immaginaria, o metaforica tutte le azioni, e gli effetti della Vita naturale, e vera. Onde siccome la vita immaginaria data dal dipintore a Fetonte non gli bastava per muoversi, e cadere, come quando egli era naturalmente vivo: cos?non potea bastare al fuoco, per incenerir di nuovo il mondo, che il pittore gli desse la sola vita immaginaria. E molto pi? chiaramente si scorge un tale inganno, allorch?s?amplificano di soverchio le traslazioni, e si fan diventare iperboli ardite. I sospiri per esempio sono in qualche parte somiglianti al vento. Ma se amplificheremo questa metafora, e faremo, che i sospiri anch?essi abbiano la forza de? veri venti, de gli aquiloni, e de gli Austri, l?immagine fondatavi sopra sar?molto biasimevole. Per tal cagione giustamente ci dispiacciono le iperboli del Malerbe nel Poemetto delle Lagrime di S. Pietro, ove dice: Che i gridi di quel Santo Penitente furono tuoni, e i sospiri furono venti, che fecero guerra alle querce. Soggiunge ancora, che i suoi pianti s?assomigliavano ad un torrente, che occupa tutte le campagne vicine, e vuol far diventare l?universo un eemento solo.

C?est alors ques ses cris en tonnerre s??latent;

Ses so?irs se sont vens, qui les ch?es combattent;

Et ses pleurs, qui tant? descendoient mollement,

Ressemblent un torrent, qui des hautes montagnes

Ravageant, et noyant les voisines compagnes

Veut que tout l?univers ne soit qu? un element.

Ma che diremo noi di que? poeti, che dopo aver chiamata la lor donna un sole, a questo sole fantastico appropriano tutti gli effetti del sol naturale, come se quella donna fosse un sol vero, e non immaginato dalla sola fantasia? Nel vero io temo forte, che eglino alle volte eccedano i termini dovuti del verisimile. Perci??nato a me, e pu?nascere ad altri qualche sospetto intorno ad una leggiadrissima riflessione di Lorenzo de? Medici. Va egli considerando in un sonetto l?abito, di cui era adorna la sua donna, e il luogo, e il tempo, ch?egli la prima volta la rimir? Dopo aver favellato dell?abito, chiude con questo sentimento il sonetto.

Il tempo, e ?l luogo non convien ch?io conti:

Che dov??s?bel sole, ?sempre giorno,

E Paradiso, ov??s?bella donna.

Nulla ragiono dell?ultimo verso, che ?gentile, ben sapendo i prudenti lettori, che la parola Paradiso ha qui da intendersi per un luogo terreno di somma felicit? e il Petrarca appunto, per significar l?anima sua, che usciva per andarsene a Laura, disse:

Dal cor l?anima stanca si scompagna

Per gir nel Paradiso suo terreno.

Parlo dell?altra immagine, in cui il poeta dice: Che per necessit?era giorno, quando ei vide la sua donna, perch?ella ?un sole, e dov??il sole, non fa mai notte. Prima per?di portarne sentenza, sia buon consiglio il premettere alcuni pi?chiari documenti, la notizia de? quali servir?di scorta, e di lume in avvenire per dar giudizio d?altri veri, o falsi concetti.

Quando la fantasia poetica ha trovata qualche simiglianza fra due oggetti, ella fondatamente ne forma una metafora col trasportare il nome d?un oggetto nell?altro, come quando chiama la giovent?primavera dell?uomo, o pur la primavera giovent?dell?anno. Pu?propagarsi una tal traslazione, e attribuirsi alla giovent? o primavera metaforica qualche effetto, e qualit?della vera giovent? e primavera, ma con una condizione, cio?che questi effetti, e qualit?si prendano anch?essi in senso metaforico, e non gi?per vere cose, e che la metafora sia continuata sopra quelle qualit? o quegli effetti somiglianti, che hanno dato fondamento alla prima metafora, e non passi sopra altre qualit?dissomiglianti di quegli oggetti. Possiam per esempio dire: Che la primavera dell?uomo fa spuntar sul volto i fiori della bellezza, fa verdeggiar mille pensieri di gloria nell?animo, e sperar messe, e frutti di virt? che si veggono rose, e gigli nel viso d?un giovane, e simili traslazioni. Ora questi effetti, che son propri della primavera dell?anno, solamente possono convenire in maniera metaforica alla primavera dell?uomo, cio?alla giovent? e non come effetti propri, e naturali; e in questa parte ?simile la giovent?alla primavera. Sarebbe perci?errore l?attribuire alla giovent?fiori veri, gigli, e rose vere, quasi la giovent?non fosse una metaforica, ma una real primavera. Se perci?sopra questi fiori traslati si fondasse qualche concetto, come sarebbe il dire: ?miracolo, come le Api non vengano a coglier mele, o rugiada da i bellissimi fiori, che si mirano nel volto di quella giovane; ovvero: venite, o api, a succiar mele da questi fiori; o come scrisse un valente poeta, cio?il Signor de Lemene:

. . . . . . Ite, volate

A quel labbro, a quel seno, api ingegnose;

Per fabbricar dolcezze, ite, svenate

Di quel sen, di quel labbro e gigli, e rose.

Se si fabbricasse, dico, un somigliante concetto, ci sarebbe fondato sul falso, perch?i Fiori del labbro, e del seno non son veri, ma fantastici; e da fiori immaginari non possono per conseguente l?api raccogliere il mele. vero ? che il Tasso nell?Aminta At. 1 Sc. 2 concep?una immagine, che pare la medesima. Narra lo stesso Aminta la puntura fatta da un?ape nelle guance di filli con queste parole:

Quando un?ape ingegnosa, che cogliendo

Sen giva il mel per que? campi fioriti,

Alle guance di Fillide volando

Alle guance vermiglie, come Rosa,

Le morse, e le rimorse avidamente,

Che alla similitudine ingannata

Forse un Fior le credette.

Ma questo sentimento ?molto diverso da quei, che abbiam recati per esempio. Imperciocch?non suppone Aminta, che i fiori immaginari delle guance di Filli fossero Fiori naturali, ma che s?ingannasse l?ape in crederli tali: il che pu?parer vero alla fantasia d?Aminta. Laddove chi invita l?api a succiar mele da i fiori, che son nelle guance di Filli, suppone, che sien veri, e naturali questi fiori fantastici, e su questa Falsit?si fonda egli il concetto suo. Senza che, quando anche l?immagine del Tasso potesse vacillare, quel forse la sostiene, e abbastanza la scusa. Comunque per?possa giudicarsi de? versi riferiti, a me rimane qualche difficult?sopra la puntura fatta dall?ape nelle guance di Filli. Poich?se l?ape ingannata dalla simiglianza era volata quivi, credendole un fiore, per qual cagione dovea poi pungerle con tanta avidit? e fierezza? Non sogliono, per quanto io mi do a credere, questi innocenti Insetti offender s?barbaramente i fiori, ma sol con dilicatezza succiarne la rugiada. Oltre a ci?non ?proprio delle pecchie il mordere colla bocca, ma bens?il pungere con l?ago: onde non potea succedere all?ape, descritta da Aminta in atto di succiar colla bocca i Fiori, ci? che avvenne al cinghiale, il qual portato da un pazzo furore, volendo baciar Adone, il fer?co? denti, come leggiadramente finse Teocrito. N?forse giover?per iscusa il dirsi da Virgilio nel quarto della Georgica, in parlando delle api: Illis ira modum supra est, l??ue venenum Morsibus inspirant. Qui figuratamente, non propriamente, s?attribuisce il mordere all?api. Questa parola significa la ferita, ch?elle fanno col pungiglione della coda, e non colla bocca, siccome si raccoglie ancor delle seguenti parole: et spicula coeca relinquunt. Ma questo mio scrupolo si toglier?facilmente da chi ha pi?senno di me, siccome tante altre obbiezioni fatte contra la bellezza di quella pastorale si sono eruditamente sciolte dall?Ab. Giusto Fontanini dottissimo scrittore nel suo Aminta difeso. Non voglio per?tacere, che questa immagine piacque non poco al Tasso, avendola altrove adoperata senza il forse, cio?in un sonetto, l?argomento di cui ?tale: Chiama felice un?Ape, la quale avea morso un labbro della sua donna. Pu?leggersi fra le sue rime stampate.

Ritornando adunque al proposito, dico essere ottima traslazione il chiamare scoglio un uomo forte nell?avversit? e una donna, che ?costante nell?onest? o che non vuol?amar chi l?ama. Ottimamente ancora si dir? che l?uomo forte ?immobile fra le tempeste della fortuna, e che resiste all?empito de? flutti, con cui vorrebbono atterrarlo i mali. Simili cose proporzionatamente ci ?permesso di dire d?un?onesta donna. E in ci?la traslazione ?sempre con verisimiglianza conservata. Ma si uscir?ben fuori del diritto sentiero, se attribuiremo a questo Immaginario scoglio le qualit?medesime dello scoglio naturale, e sopra vi fonderemo qualche concetto, come se quell?uomo forte, e quella donna costante fossero un vero, e naturale scoglio. Non sia perci?lecito ad un poeta il dire della sua donna, come disse un poeta drammatico.

Ma se scoglio ?colei; come mi fugge?

Lo stupirsi, che uno scoglio ci fugga, sarebbe giusto, se vedessimo fuggir da noi un naturale scoglio, proprio di cui ?l?essere immobile; ma non gi?vedendo uno scoglio immaginario, quale una donna sembra alla fantasia d?un amante. Nella qual?immagine manifestamente scorgiamo, che il poeta fabbrica sul falso, prendendo per vero scoglio quello, ch??solamente fantastico. Prese pure per una vera, e non immaginaria faretra di strali, e saette, gli occhi della sua donna quel poeta spagnuolo, che li chiese in prestito a lei per uccidere un suo nemico. Ma forse costui scherzava. E per questa cagione il Maggi dalla sua Griselda, Tragedia composta da lui molto giovane, cancell?alcuni versi, che la stessa Griselda diceva al servidore venuto per comandamento del marito ad ucciderla alla campagna. Diceva ella cos?

Non voler, che le belve

Di Griselda portando il morto core,

Vi guastin colle zanne

Il sembiante gentil del tuo Signore.

Oltre all?essere questa immagine alquanto ricercata in quella congiuntura, essa ?ancor lavorata sul falso. ? bella traslazione il dire, che Griselda innamorata del marito ne porti impresso nel cuore il sembiante. Ma se si temer? che i lupi guastino colle zanne questo sembiante, questo ingegnoso timore ci riuscir? per non dir ridicolo, almen poco saggio; poich?possono ben le fiere offender coll?unghie un sembiante vero, e naturale, ma non gi?un lavorato dalla sola nostra fantasia.

Per propagare adunque le metafore con buon gusto, ?necessario, che l?oggetto metaforico non si prenda giammai, come se fusse proprio, e reale. Laonde non potranno mai attribuirglisi se non metaforicamente, e sotto il velo dell?allegoria, gli effetti, e le qualit?dell?oggetto, da cui si prende la traslazione. Si suol riputar bello il sonetto del Petrarca, ove egli descrive lo stato dell?innamorata anima sua sotto la metafora, ed allegoria d?una nave. Propaga egli questa metafora; ma tutti gli effetti, e le azioni da lui attribuite a quella immaginaria nave sono metaforiche anch?esse.

Passa la nave mia colma d?obblio

Per aspro mare a mezza notte il verno,

Infra Scilla, e Cariddi; e al governo

Siede il Signore, anzi il nemico mio ecc.

Quivi per venti prende i sospiri, per pioggia le lagrime, per Castore, e Polluce gli occhi di Laura, e simili altre cose, che continuano sempre la metafora, non intendendo giammai per vera nave quella, ch?era solo immaginata dalla sua fantasia. Colla stessa allegoria ancor Tullio dipinse lo stato de? difensori della Romana libert?nel bollor delle guerre civili; e ne fece pure buon?uso Orazio nell?ode 14 del lib. 10. Potrebbe qualche bello ingegno fondar un Concetto sopra questa Nave Immaginaria, e farci maravigliare, dicendo: Che prima in mezzo alla terra, cio?ne? campi di Farsalia fece naufragio la nave della Repubblica Romana, e che finalmente fin?di sommergersi in mare per la Vittoria Aziaca riportata da Augusto contra M. Antonio: ma che non ?da stupirsi di questa ultima disgrazia, perch?tutte le Navi sdruscite ordinariamente son preda dell?onde. E chi non vede, che sciocca sarebbe una somigliante immagine? Perch?s?attribuirebbe ad una fantastica, e finta nave quella disavventura, ch??propria solamente delle vere navi, come s?anch?ella fosse una vera nave. La traslazione adunque, ed allegoria, continuata, e non altrimenti, far?che sieno ben fondati, e belli simili concetti. E noi per questo ci asterremo dal chiamar falsa una immagine del mentovato Petrarca nel Son. 119 par. 1 ov?egli manda i suoi caldi sospiri a rompere il ghiaccio, di cui era cinto il cuor di Laura, e che le vietava l?aver compassione di lui.

Ite caldi sospiri al freddo cuore,

Rompete il ghiaccio, che piet?contende.

Se il Petrarca prendesse l?aggiunto di caldo in sentimento proprio, cio?di cosa che ha calore, e poi sperasse, che questo calor vero, e naturale potesse rompere il ghiaccio Immaginario del cuor di Laura, certamente condannerei di falsit?il concetto. Posciach?poco avvedutamente attribuirebbe al ghiaccio fantastico una qualit? propria solamente de? veri ghiacci, ch??quella dell?essere disfatti dal calore, e fuoco naturale. Ma egli appella caldi i sospiri metaforicamente, cio? affettuosi, nel qual senso il Boccaccio nella Nov. 77 disse. Lo Scolare lieto procedette a pi?caldi prieghi [22]. Ci?posto, la metafora, ed Allegoria acconciamente vuol dire: O miei affettuosi sospiri; fatevi udire a Madonna, acciocch?ella, udendovi, scacci dal suo duro cuore l?ostinazione, e impari ad aver piet?di me, significando colla metafora del ghiaccio la costanza di Laura in non volerlo amare. Con questa osservazione credo io che possa rispondersi all?acutissimo nostro Tassoni, il quale mi par che condanni questa immagine, poich?scherzando scrive nelle sue Annotazioni cos? Viemmi da ridere, che mentre sto qui scrivendo, nell?osteria della Fortuna, s??gelata tutta questa marina, e tutto questo stagno di Martega di sorte, ch?egli ci vorr?altro che sospiri a rompere il ghiaccio per uscirne. vero ? che il calor de? sospiri non ?molto abile a romper il ghiaccio naturale, ma i sospiri affettuosi possono aver forza di rompere il ghiaccio metaforico, cio?l?ostinazion d?una donna. Non avrei gi? voluto, che Angelo di Costanzo, s?valoroso poeta, dopo aver detto, ch?egli un giorno per giuoco fu bagnato da una donna, e che allora s?innamor?forte di lei, avesse poi chiuso cos?un sonetto [23]:

Quinci si vede ben, s?esser pu?loco

Dall?insidie d?Amor giammai sicuro,

S?ancor nell?acque ir suole ascoso il foco.

Prende egli quivi per fuoco l?amore. Ma certamente non ?cosa maravigliosa, che uno sia preso da questo fuoco fantastico nell?acque. Bens?il sarebbe, se il fuoco vero stesse veramente ascoso nell?acque. Bramerei perci?maggior verit? e bellezza interna in questo Concetto, come ancor in quel del Petrarca, col?dove egli pregando Apollo, che conservi un Lauro piantato, ed equivocando con questo Nome, e quel di Laura, cos?termina il Son. 26 [24].

S?vedrem poi per meraviglia insieme

Seder la donna nostra sopra l?erba,

E far delle sue braccia a se stess?ombra.

A chi mira, non la corteccia di questo sentimento, ma le sue viscere, non parr?punto oggetto di stupore, che Laura faccia delle sue braccia a se stessa ombra, poich?altro non significano tai parole, se non che Laura sederebbe all?ombra di quell?alloro; e questo non puo cagionar maraviglia.

Dopo s?lunga scorsa, accostiamoci finalmente all?immagine da noi proposta di Lorenzo de? Medici, il quale ragiona in tal modo.

Il tempo, e ?l luogo non convien ch?io conti;

Che dov??s?bel sole, ?sempre giorno,

E Paradiso, ov??s?bella donna.

Ch?egli in questo sonetto parli del giorno vero, e naturale, mi par manifesto. ?altres?evidente, ch?egli attribuisce al sole immaginario, cio?alla sua donna, la virt?di far giorno naturale, ovunque ella soggiorni. Ma chi non vede, esser falso, che un sole immaginato dalla fantasia faccia giorno naturale, come fa il vero, e natural principe de? pianeti? Adunque il concetto ?fondato sul falso, essendo ragionamento poco buono il dire: Non occorre ch?io cerchi, che tempo fosse quello, in cui la prima volta io mirai quella donna, se giorno, o notte. Gi?so ch?era di giorno, poich?dove ?costei, ?sempre giorno naturale. Per la stessa ragione ?falso il concetto d?un autor franzese, il quale dice, che le stella non osavano comparir in cielo, vedendo un di questi soli immaginari.

Les estoilles n?osoient paro?re

En voyant ce soleil.

Sarebbe un sentimento ben conceputo, se per istelle s?intendessero altre donne di minor bellezza; ma l?autore parla delle vere stella, e fa che il sole fantastico abbia la virt?del sole reale. Che se Marziale nell?Epigr. 21 lib. 28 cos?parla a Domiziano:

jam, C?ar, vel nocte veni: stent astra licebit:

Non deerit populo, te veniente, dies.

egli si vuol?intendere metaforicamente questo giorno. Cio?dice il poeta; bench?sia di notte, pure venendo tu, o Cesare, tanti saranno i lumi, e i fuochi di gioia fatti dal popolo, che parr?giorno. Ma se volle con linguaggio adulatorio dire, che Domiziano era un sole, e che perci?ovunque egli fusse stato, sarebbesi veduto il giorno, io congiungerei questo concetto con altri, che Marziale fond?sul falso, e che non debbono esser da noi imitati in argomento serio. Anche il Petrarca molte fiate us?la metafora del sole (renduta oramai troppo triviale fra? poeti) per significar la sua donna, e a questo sole metaforico attribu? effetti mirabili, come pu?vedersi nel son. 182 e 216 della par. 1. [25] Ma quelle sue sono pure, e leggiadre immagini della fantasia innamorata, e delirante a cui pare di vedere, che il sol naturale sia men bello di Laura, e che il cielo stesso se ne innamori. N?su questa metafora l?intelletto del Petrarca fonda alcun ragionamento, come si fa da altri poeti. Parimente una pura, e semplice immagine della sua fantasia fu quella, dov?egli cos?parl?di Laura morta:

Veggendo a? colli oscura notte intorno,

Onde prendesti al Ciel l?ultimo volo,

E dove gli occhi tuoi solean far giorno.

E per maggiormente accertarsi di questo, come ancora per conoscer da qui innanzi, se si ?mal fabbricato sopra le metafore, noi ci varremo di questa regola. Tolgasi la metafora, e in vece d?essa pongasi il significato proprio. Se il concetto ?tuttavia vero, e sussiste: allora sar?ben lavorato; se falso, l?intelletto aveva preso abbaglio. Dicasi per esempio, in vece di Sole, bella donna in que? versi di Lorenzo de? Medici, e se ne formi questo sentimento: Non voglio cercar, che tempo fusse, quando io la prima volta rimirai costei; perch?dov??s?bella donna, ? sempre giorno. Eccovi un ragionamento falso, non essendo vero, ch?ove ?una donna bella, quivi per necessit?sia giorno, potendo ancora esser notte, e notte oscura. Cos?pu?dirsi dell?altro concetto del Costanzo. Per lo contrario spogliandosi della metafora i due versi del Petrarca prima disaminati, la lor bellezza, e la verit?del sentimento sussiste: Ite, o affettuosi sospiri, al non amante cuore di Laura; scacciatene quell?ostinazione, che non le lascia aver piet?di me. Ancor ne gli ultimi tre versi del medesimo poeta apparir?il vero, volendo egli colle traslazioni della notte, e del giorno, farci intendere, che a lui pareano pieni di malinconia, e spogliati d?ogni bellezza que? luoghi, che dianzi vivendo Laura erano s?lieti, e vaghi.

Un?altra osservazione finalmente dobbiam raccogliere da quanto s??finqui detto intorno alla natura delle immagini fondate sul falso. Cio? che questi ingegnosi sofismi non hanno da sofferirsi ne? componimenti serii, e che appena si potran permettere a gli argomenti piacevoli, e ridicoli. Imperciocch?il fine de? concetti ben fatti nelle materie non ridicole ?di svegliar la maraviglia in chi legge, e per conseguenza quel diletto nobile, che prendiamo dall?imparar qualche cosa, o ragione, che prima non sapevamo, o non avevamo giammai veduta s?vagamente, e vivamente abbigliata. Ora i sofismi, tuttoch?ingegnosi, come vedemmo, non possono cagionar lo stupore, scoprendosi facilmente il loro inganno, e nulla imparandosi pi?di quello, che si sapea. Anzi si sdegna l?intelletto nostro in vedendo, che lo scrittore ha voluto ingannarlo con sofistici ragionamenti, e ci ha supposti capaci d?essere da lui ingannati. O pure ci moviamo a ridere, perch? facilmente scopriamo la malizia, per altro ingegnosa, di chi voleva ingannarci. Adunque non debbono tai concetti aver luogo ne? componimenti serii, proprio de? quali non ?destar il riso. Per lo contrario nelle materie piacevoli, e quando si vuol far ridere, potranno aver luogo; perch?accorgendoci noi agevolmente dell?agguato, che a bello studio ci avea teso il piacevole scrittore col suo sofisma, ridiamo della sua malizia, e ci rallegriamo con esso noi per avere coll?acutezza del nostro intendimento scoperta la frode, e la rete. Per questa cagione molte acutezze di Marziale non lasciano d?esser belle, e gentili, ancorch?manchi loro l?interna verit? essendo elleno solamente indirizzate a farci ridere. Eccovi come piacevolmente con uno di questi concetti fondati sul falso egli rende ragione, perch?un certo Lentino non potesse cacciarsi di dosso la febbre. [26] Cotesta tua febbre, dice egli, ?portata agiatamente in sedia, si pasce di cibi squisiti, beve eccellenti vini, respira odori soavi, e dorme in letti di porpora: a chi vuoi tu ch?ella sen vada, essendo s?ben trattata, e provveduta di tante delizie dal corpo tuo?

Quare tam multis a te, Lentine, diebus

Non abeat febris, qu?is, et usque gemis.

Gestatur tecum sella, pariterque lavatur;

Coenat boletos, ostrea, sumen, aprum ecc.

Circumfusa rosis, et nigra recumbit amomo,

Dormit et in pluma, purpureoque thoro.

Quum sit ei pulchre, tam belle vivat apud te:

Ad quemnam potius vis tua febris eat?

Facilmente potea Lentino rispondere a questo ingegnoso sofisma, e dire: egli non ?vero, che la febbre mia goda queste delizie. Il mio corpo le gode, e non essa; onde falsa ?la tua conseguenza. E in effetto il dire, che la febbre stia, ed alberghi s? agiatamente con Lentino, ?una bella immagine della fantasia. E se l?intelletto vuol farla servire per fondamento di qualche sua riflessione, e come premessa ad un sillogismo, egli forma un puro sofisma. Ma contuttoci?in argomento piacevole ?gentilissima questa immagine, e in udirla m?immagino io, che lo stesso Lentino, non che altre persone, dovettero porsi a ridere.

E qui si presenta a noi la via di conciliare insieme due grandi uomini dell?antichit? cio?Cicerone, e Plutarco, i quali sopra un sentimento medesimo furono di parere differentissimo. Rapportasi dal primo, e da lui si commenda nel lib. 2 della Nat. de gli Dei, una riflessione di Timeo Storico, il qual disse: Non essere da maravigliarsi, che si fosse bruciato il Tempio di Diana in Efeso, poich?in quella medesima notte Diana (Dea che anche si finge assistente a i parti delle Donne) volle intervenire a quel d?Olimpiade, e alla nascita d?Alessandro il Grande, e perci?non era in casa. Concinne, ut multa, Tim?s; qui quum in Historia dixisset, qua nocte natus Alexander esset, e?em Dian?Ephesi?Templum deflagravisse, adjunxit, minime id esse mirandum, quod Diana, quum in partu Olympiadis adesse voluisset, abfuisset domo. Per lo contrario giudic?Plutarco s?fredda una tal riflessione, da lui attribuita non a Timeo, ma ad Egesia, che scherzando giunse a dire, ch?essa era bastante a smorzar le fiamme del Tempio. Ecco le sue parole nella Vita d?Alessandro. Dopo aver detto, ch?egli nacque il terzo giorno di Ecatombeone, aggiugne: ϰαϑ? ἡν ἡμέραν ec. Cio? Nel qual giorno si abbruci?il Tempio di Diana Efesina, come Egesia Magnesio esclam? La cui esclamazione ?cos?fredda, che avrebbe potuto estinguere quell?incendio; imperciocch?dice, che egli non fu miracolo, se quel Tempio fu bruciato, mentre la Dea era tutta occupata in assistere alla nascita d?Alessandro. [27] Sonosi molto affaticati i Critici per conciliare queste due contrarie opinioni, parendo loro strano, che due s?giudiziosi scrittori sieno cotanto fra loro discordi nel giudicare d?una medesima cosa. Ma noi, secondo la osservazione fatta di sopra, agevolmente accorderemo la lite, e diremo, che tanto la sentenza di Cicerone, quanto quella di Plutarco sono giustissime, e ragionevoli. Certo ? che la mentovata riflessione ?fondata sul falso; perciocch?per opinione de gli stessi Gentili Diana poteva ad un tempo medesimo difendere il suo Tempio dalle fiamme, e assistere al parto d?Olimpiade. Non era perci?lecito d?adoperare in argomento serio questo ingegnoso sofisma. E Plutarco appunto considerandolo, come tale, e vedendolo usato in componimento serio da Egesia, con ragione lo condann? Ma da Tullio fu considerata questa riflessione, non come seria, ma come piacevole, e detta a posta da Timeo per uno scherzo, e col fine di far ridere. E perch?nelle riflessioni ridicole, e piacevoli, come dicemmo, non si richiede s?scrupolosamente il vero interno, perci?Tullio la riput?ben fatta. [28] N?voglio che si creda a me solo, che tal fosse il pensiero di Cicerone; ma che si creda a lui stesso. Vuol?egli nell?accennato libro dimostrare, che le tante Deit?inventate da gli antichi poeti son tutte favolose, sognate, e non sussistenti. Non vedete voi, dice egli, come delle cose naturali, bene, e utilmente ritrovate, si sono serviti gli antichi per formarne de gli Dei immaginari, e finti? Quindi son poi nate cotante false opinioni, errori grossissimi, e superstizioni ridicole, e sciocche. Ora in tal proposito cita Cicerone consigliatamente il concetto di Timeo, come un piacevole scherzo, per dimostrare come ancor quello storico gentilmente motteggiando avea posto in discredito la finta Deit?di Diana. [29] N?questo scherzo fu empio in bocca dello storico, o di Tullio, come talun si crede, poich?gli uomini saggi fra gli antichi si rideano di que? supposti Dei, e portavano opinione ben differente da quella del volgo, e fra costoro era Cicerone certamente un de? primi.

Oltre a ci? che lo Scrittor Latino considerasse la riflessione di Timeo solamente come piacevole, e non seria, le stesse sue parole ne fan testimonio. Dice, che Timeo concinne parl?in tal congiuntura; e questo vocabolo non vuol solo significar ornatamente, ma ancora giochevolmente, e con ischerzo, facezia, e galanteria. Favellando egli altrove del medesimo Timeo, dice che usa tanto i sentimenti gravi, e severi, quanto i piacevoli, graziosi, e galanti. Genera Asiatic? dictionis (son le parole di Tullio nel Bruto) duo sunt: Unum sententiosum, et argutum, sententiis non tam gravibus, et severis, quam concinnis, et venustis, qualis in Istoria Tim?s. Spieg?eziandio nell?Oratore il senso della parola concinnus per faceto, e piacevole. Alii in eadem jejunitate concinniores, idest faceti, florentes etiam, et leviter ornati. Aringando poscia contra L. Pisone, per dileggiarlo disse: Ut es homo facetus, ad persuadendum concinnus. Finalmente nel lib. 3 dell?Orat. dicendo, che lo stil fiorito, galante, e piacevole presto sazia nelle materie sode, pronunzia queste parole. Hoc minus in oratione miramur, concinnam, distinctam, ornatam, festivam, sine intermissione, sine reprehensione, sine varietate, quamvis claris sit coloribus picta vel Poesis, vel Oratio, non posse in delectatione esse diuturna: atque eo, citius in Oratoris, aut in Po?? concinnis, ac fuco offenditur ecc. Ancora Orazio per esprimere un uomo d?ingegno ameno, e grazioso nel conversar con gli amici, il chiam?concinnus amicis. Ma pi?manifestamente di tutti Cornificio, o per dir meglio l?ancora ignoto autor della Rettorica ad Erennio nel 4 lib. dimostr?la significazione di questa voce. Dopo aver egli sposta l?annominazione, o paranomasia, che ?quello scherzo di parole, di cui i piccioli ingegni del secolo passato empievano, come di tante gemme, i loro componimenti, osserva che una tal mercatanzia serve pi?per dilettar la gente, che per ornar la verit? Laonde condanna egli s?fatti scherzi usati spesso, come ornamenti contrari alla gravit?dell?orazione, e noiosi all?uditore; perch? segue poscia a dire, est in his lepos, et festivitas, non dignitas, neque pulchritudo. Quare qu?sunt ampla, et pulchra, diu placere possunt: qu?lepida, et concinna, cito satietate afficiunt aurium sensum fastidiosissimum. Nel che si vede, che lepidus, concinnus, festivitas, e lepos si prendono nel medesimo senso, e tutti significano lo scherzare, l?esser piacevole, e in una parola il parlar non serio.

Bastano queste autorit?per farci conoscere, che Cicerone lod?come uno scherzo piccante, non come una riflessione seria, il sentimento di Timeo, autore assai persuaso della falsit? de gli Dei, e solito forse a sparger di questi motti arguti, e graziosi la storia, ch?egli compose. Falsissima altres??l?immagine usata da Plutarco per riprovare il sentimento d?Egesia, mentre egli dice, ch?esso era bastante col suo freddo a smorzar l?incendio del tempio. Ma perch?Plutarco volle motteggiare, e dire uno scherzo anch?egli, perci?la Falsit?non toglie la vaghezza alla censura, e non ha errato un s?gran filosofo, condannando l?errore altrui. Meriterebbon lode parimente due versi del Girone poeta spagnuolo, tuttoch? appoggiati alla Falsit? ov?essi fossero stati adoperati in componimento non sacro, e non serio, e non nella Passione di Cristo. Li riferisce, e li loda perci?con poca ragione Baldassar Graziano nel Disc. 3 delle Acutezze con tali parole: Girone, acutissimo poeta, nel Poema della Passione, quando giunge alla negazion di Pietro dice:

Non avia de cantar el gallo

Viendo tan grande gallina.

Cio? non dovea cantar il gallo, vedendo s?grande gallina? significando colla metafora della Gallina la timidit?di S. Pietro. Ma de? motti ridicoli, e piacevoli, e delle licenze permesse a s?fatto stile, pienamente altri han favellato, onde io mi rimango di parlarne, conchiudendo solamente, che in componimenti sodi biasimevole cosa ?il lavorar sul falso, e che infelice impresa ?il voler cavare il maraviglioso, fuorch?dal vero, e dal verisimile.

CAPITOLO SESTO

Del verisimile, e dell?inverisimile delle immagini. Due spezie di verisimile. Poeta dirittamente,

o indirettamente parlante. Sua libert? e riguardi. Passi del Bonarelli, di Pietro Cornelio,

Virgilio, Lucano, e d?altri, posti all?esame. Versi di Virgilio difesi. Ariosto, Pradon,

ed altri degni di censura. Seneca difeso. Differenza tra un pensiero ingegnoso,

e la maniera ingegnosa  d?esprimerlo. Sentimenti del Cornelio, del Tasso, di S. Agostino,

e d?altri poeti,  messi in bilancia. Immagine del Guarino liberata dall?altrui censura.

La principal base, su cui si fonda la bellezza delle immagini intellettuali, ?il vero, o pure il verisimile interno. Ma n?pur questo sovente basta, affinch?le riflessioni, e i Concetti dell?intelletto possano chiamarsi compiutamente Belli. ?ancor necessario, che essi contengano un?altra sorta di verisimile, a cui daremo il nome di relativo, perch?ha Relazione a chi parla. Questo pu?considerarsi in due guise. Altro ?il verisimile conveniente alla qualit? alla condizione, e al grado di chi parla; altro ?il verisimile conveniente all?affetto, e alle passioni, che regnano, o si suppongono in chi parla. Per quel, che riguarda i sentimenti Verisimili alla condizion di chi parla, e chi non sa, che le riflessioni, ed immagini, le quali cadranno in mente ad un pastore, sempre allevato fra? boschi, e lungi dalle citt? hanno da essere differenti da quelle, che si concepiranno, o possono concepire da un cittadino, da un guerriero, da un eroe, da un principe? Altrimenti parler?un servo, altrimenti un cavaliere, altrimenti un giovane, altrimenti un vecchio. Sono in questo proposito assai noti i versi d?Orazio. Ma perch?ci?riguarda i costumi de? personaggi, de? quali ampiamente han ragionato molti valentuomini, e maestri della poetica, da? libri loro potr?facilmente ogni lettore berne i precetti, senza ch?io pomposamente qui li ripeta.

Passo dunque all?altra considerazione del verisimile conveniente all?affetto delle persone, che parlano. Altre immagini si convengono a chi s?introduce a parlare, per cos?dire, a sangue freddo, altre a chi ? o si rappresenta commosso da qualche violenta passione. Altrimenti ragiona chi parla con sentimenti ben pensati, e meditati; altrimenti chi si finge parlare all?improvviso, e con ragionamento continuato, come si fa nelle civili conversazioni. Ma egli si dee confessare il vero: quanto ?facile il riconoscere un sentimento, che contenga l?interno vero, altrettanto ?difficile il giudicare di questo verisimile. Una riflessione, ed immagine, o intellettuale, o fantastica sar?da uno riputata Verisimile al personaggio parlante, la quale da un altro sar?condannata per improbabile, ed inverisimile. Il giudizio ?il solo giudice competente di s?fatto verisimile. E conciossiach?le leggi, e le regole del giudizio sieno infinite, e si cangino ad ogni momento secondo le circostanze, e la variet?delle cose, perci?troppo difficile cosa ?il proporre una regola certa, con cui si possa in ogni sentimento, e costume de? personaggi poetici francamente portar sentenza intorno al verisimile, e Inverisimile. Contuttoci?porremo cura di aiutar in qualche guisa anche in questo il natural giudizio de gli uomini, e de? poeti.

E prima d?imprendere il viaggio, convien ridursi a mente quell?utile avvertimento datoci nel Dial. 3 della Repub. dal divino Platone. Io ti fo sapere, dice egli, che la poesia, e il favoleggiare, o interamente si rappresenta con imitare; e ci?accade nella tragedia, e nella commedia: o si rappresenta col solo parlar del poeta; il che spezialmente avviene ne? ditirambi: o nell?una, e nell?altra maniera, come appare ne gli eroici, e in altri poemi. E vuol egli dire (come poscia accenn?nella poetica ancora il suo discepolo Aristotele) che in tre maniere si suol rappresentare la poesia. La prima ? quando il poeta mostra di punto non parlare, ma introduce persone, che parlino sempre; il che si pratica nella tragedia, e commedia, e in alcune Egloghe, ove solamente gl?interlocutori favellano, senza che il poeta scuopra se stesso, e parli. Nella seconda maniera il poeta solo parla, senza introdurre altre persone parlanti, come avviene per l?ordinario nelle satire, ne? ditirambi, e ne? componimenti lirici, ne? quali solamente il poeta ragiona. La terza maniera partecipa delle altre due, ed ?quando ora parla il poeta come storico, ora finge, ch?altre persone parlino; e ci?si fa ordinariamente ne? poemi eroici, e talora nelle egloghe, e in altri poemi lirici. Il che essendo, noi possiam dire, che i poeti in due maniere sogliono rappresentar la poesia, o con parlar eglino stessi, o coll?introdurre persone, che parlino. Ora quando essi parlano, io dico, che i lor sentimenti, bench?studiati, ed Ingegnosi assai, son facilmente verisimili a loro, o sieno queste immagini fantastiche, o sieno riflessioni, e concetti intellettuali. Allora dico, e l?ingegno, e la fantasia possono a lor talento sbizzarrirsi, purch?le immagini da lor formate contengano il vero interno, non sieno troppo oscure, o disordinate, e non abbiano altri di que? difetti, che sogliono contaminar la bellezza del ragionamento poetico. Quando poscia il poeta introdurr?persone, che parlino, siccome dicemmo avvenire, sempre ne? drammi, spesse volte ne? poemi eroici, e talvolta ne? lirici, allora i sentimenti posti in bocca a que? personaggi potran facilmente essere inverisimili, se il poeta non pone freno alla fantasia, e agli empiti dell?ingegno, e se prudentemente non considera la natura, le circostanze, le passioni di quelle persone, e se non veste i loro panni.

Disaminiamo prima la libert? de? poeti, quando essi parlano. Dissi, che facilmente son verisimili a loro le immagini intellettuali, quantunque ingegnose, e molto pensate, come ancor le fantastiche, tuttoch?straordinarie talvolta, bizzarre ed ardite. Imperciocch? il ragionamento loro si suppone molto pensato, e meditato, onde l?ingegno pu? far naturalmente delle riflessioni acutissime, meditando egli allora con agio le cose. Supposta eziandio la lor fantasia agitata da qualche gagliardo affetto, o per arte, o per natura in essi risvegliato, pu?ella probabilmente ben ruminare gli oggetti, e concepire a sua voglia immagini strane, e capricciose. Di fatto se si osserveranno le poesie di tanti eccellenti autori, e massimamente de? lirici, s?incontreranno mille ingegnosissime riflessioni, e spiritose immagini della fantasia. Per lo contrario le immagini, che si pongono da? poeti in bocca d?altre persone, affinch?sieno verisimili, ?necessario che imitino la natura, e l?affetto, e il costume di quelle tali persone. Ed essendo che il ragionarnento de gli uomini continuato, ed improvviso, non d?tempo all?ingegno, o alla fantasia, di far tutte le riflessioni, di concepir tutte le immagini, che potrebbono uscir della loro mente, se con agio meditassero le cose; quindi ? che s?l?una come l?altra potenza hanno da tenersi con molto maggior riguardo in briglia. Pu?per esempio dubitarsi da taluno, se sieno verisimili in bocca di Aminta Pastore questi versi, che si leggono nella Sc. 4 A. 1 della Filli di Sciro. Dopo aver egli detto, che andr?seguendo la sua Ninfa, dovunque ella sen fugga, segue a dire:

Godr?di gir lambendo,

L?ve tu poni il piede:

Conoscerollo a i fiori,

Ove saran pi?folti.

Godr?di sugger l?aria,

Che bacia il tuo bel volto:

Conoscerollo all?aure,

Ove saran pi?dolci.

Queste immagini, dico, figliuole della fantasia, possono a taluno parere inverisimili in Aminta, non solendo gli uomini verisimilmente in ragionamento improvviso, e non istudiato, parlar con immagini cotanto studiate, e con deliri tanto Ingegnosi. Che se un poeta parlasse egli stesso a dirittura in qualche sonetto, e rappresentasse le medesime vaghe immagini, niuno potrebbe allora dubitar della loro verisimiglianza. Cos?parmi, che sarebbe lodevole in un componimento pastorale il parlare in tal guisa.

Ond?? che in questo colle fortunato

Pi?folti i fior, l?erba pi?verde io miro?

E pi?dolce de? Zeffiri il respiro,

E lieto ride il suol pi?dell?usato?

Qui certo fu la Ninfa mia poc?anzi:

Il suo venir senton le cose tutte ecc.

Cos?non v?ha chi ripruovi il Petrarca, allorch?dice di Laura:

Costei, che co? begli occhi le campagne

Accende, e con le piante l?erbe infiora.

Ancora il Tasso leggiadramente in un sonetto rapport?la stessa immagine fantastica, dicendo:

Colei che sovra ogni altra amo, ed onoro,

Fiori coglier vid?io su questa riva;

Ma non tanti la man cogliea di loro,

Quanti fra l?erbe il bianco pi?n?apriva.

Fu parimente da Antonio Ongaro in un altro sonetto adoperato il medesimo sentimento (e probabilmente lo copi? questi dal Tasso)

Allor la mia bellissima Licori

Sul Tebro al suo bel crin vil fregio ordiva;

Ma non cogliea, cantando, tanti fiori,

Quanti con gli occhi, e col bel pi?apriva.

Ora altra ragione esserci non pu? perch?la stessa immagine fantastica possa dubitarsi inverisimile in bocca del pastore introdotto dal Bonarelli, e sia poi verisimile, e bella in bocca di questi altri poeti; se non che il poeta, quando egli dirittamente ragiona, vien supposto che pensi, e ripensi con agio ad ogni sua immagine, e scelga con istudio dalla fantasia commossa que? fantasmi, che gli sembrano pi?vaghi, e leggiadri. Laddove il pastore, introdotto a parlar dal poeta, si dee supporre che parli all?improvviso, con sentimenti naturali, e senza tempo di meditare, e pulir con grande Artifizio le immagini sue. Non ?pertanto verisimile, che i sentimenti suoi sieno cotanto studiati, ed ornati, come ?verisimile, che possano esser quegli di chi agiatamente gli concepisce, gli rumina, e sceglie. All?esempio da noi recato d?una immagine fantastica aggiungiamone un altro d?immagine intellettuale. Nella Rodoguna tragedia di Pietro Cornelio, Seleuco lagnandosi con Antioco suo fratello, perch?Rodoguna da ambedue amata avesse loro chiesta la morte di Cleopatra lor madre, dice che ella dopo un s?fiero comandamento ? fuggita dalla lor presenza. Allora Antioco riflette, e dice, che colei appunto ha operato da Parta (era sorella del Re de? Parti Rodoguna) mentre fugge, trafiggendo loro il cuore.

Sel.  Elle nous fuit, mon Frere, apr? cette rigueur

Ant.  Elle fuit, mais en Parthe, en nous per?nt le coeur.

Questo riflettere al costume de? Parti, che ancor fuggendo lanciavano frecce contro a? nemici, e l?applicar questa erudizione all?immaginaria ferita, fatta nel cuor di que? due Principi dal comandamento di Rodoguna, non ?giammai verisimile, n?naturale in bocca d?Antioco, essendo affettata, o troppo studiata, n?potendo probabilmente sovvenire a chi parla con affetto senza tempo di ruminar molto le cose. Ma potrebbe forse questa medesima immagine divenir verisimile, e naturale in un poeta, che parlasse a dirittura egli stesso, e volesse concettizzare intorno alla mentovata azione di Rodoguna.

La libert?per? che abbiam detto conceduta a? poeti, quando parlano immediatamente, non toglie, che le loro immagini, quantunque per altro belle, non sieno talvolta inverisimili. E perci? non ho detto, che sempre, ma che facilmente possono comparir verisimili. Perciocch?le immagini straordinarie della fantasia, e i rapimenti son ben verisimili ne? poeti lirici, ma talvolta nol saranno dentro gli eroici. E la ragione s??da noi prodotta altre volte, cio?perch?il poeta lirico ? agitato da maggior furore, e da pi?gagliardi affetti, onde naturalmente, e verisimilmente si lascia trasportare dalla fantasia capricciosa; ma l?epico imitando gli storici (e in fatti l?eroico poema ?una storia poetica) e non supponendosi egualmente passionato, dee mostrare modestia, e maturit?maggiore di pensieri, e per conseguente non pu?adoperar tutti i deliri della sua fantasia. Ci?non ostante, sempre ?vero, che nel formar le immagini s?di fantasia, come d?ingegno, pi?ampia libert?ha il poeta parlante immediatamente, che le persone da lui introdotte a parlare. E perch?noi abbiam presa la ragion di questa diversit?dal considerare la natura di chi parla, diciamo appunto, non esserci altra regola per dar giudizio di questo verisimile, che la considerazione della natura. Cio?a dire, bisogna che l?intelletto consideri la natura di chi parla, e che il poeta immagini d?esser egli la stessa persona, che ?da lui introdotta a parlare. Se il diritto giudizio dir? che que? sentimenti naturalmente si concepirebbono allora da quella persona, potr?stimarli verisimili. Se al contrario scorger? che una persona parlando famigliarmente, e all?improvviso, non pu?probabilmente formar quelle immagini, dovr?egli rifiutarle come inverisimili. Chi per cagion d?esempio considera quell?improvvisa, e tenerissima immagine, con cui Enea nel 2 dell?Eneide si rivolge a parlar colle ceneri di Troia, vedr? che naturalissima ?quella conversione fantastica a cose inanimate, e lontane. Dice egli cos? [30]

Iliaci cineres, et flamma extrema meorum,

Testor, in occasu vestro nec tela, nec ullas

Vitavisse vices Dana?, et si fata fuissent,

Ut caderem, meruisse manu . . . . .

L?affetto grande, con cui parla questo eroe, fa che egli naturalmente corra colla fantasia a favellar colle ceneri de? suoi, e della sua citt? e perci?questa immagine ?verisimile, ed ?nel medesimo tempo una delle pi?affettuose, e tenere espressioni, che si sieno mai udite.

Quando per?noi diciamo, che la Natura da noi considerata in ogni occasione ?il giudice sicuro del verisimile, non intendiamo gi?di dire, che al poeta basti l?imitar la Natura imperfetta, e parlar appunto, come ordinariamente gli uomini parlano. Noi vogliamo ch?egli perfezioni la natura, e parli, come meglio dovrebbono, o potrebbono le genti. E ci?si fa in due maniere. Prima finge egli le persone, introdotte a ragionare in versi, le pi? perfette, che naturalmente nel genere loro possano darsi. E allora concepisce, e sceglie tutti i pi?belli, i pi?nobili pensieri, che verisimilmente possano cadere in mente di quelle persone supposte perfette. Secondariamente veste con colori poetici, e adorna con belle frasi tutti que? sentimenti, ch?egli ha immaginato convenevoli a quei personaggi. Se s?introduce un pastore, un soldato, un principe, un innamorato, uno sdegnato, un timoroso, un vile: ciascun di costoro dovr?dal poeta supporsi eccellente, e perfetto nel suo genere, e di ottimo ingegno per ben?esprimere ognuno la sua passione proporzionatamente secondo il suo grado. Poscia quelle immagini pi?belle, pi?nuove, che uscirebbono della bocca di que? personaggi con frase non molto ornata, come tutto giorno accade ne? ragionamenti famigliari, potranno dal poeta abbigliarsi, e adornarsi con frasi leggiadre, e col convenevole ornamento poetico. Ci? presupposto sempre, dovr?poi badarsi alla natura di chi parla, e alle sue passioni, ben considerando, se in quella persona, supposta perfetta nel suo genere, sieno verisimili quelle ingegnose immagini, e se all?affetto d?essa ben si convengano que? deliri della fantasia; o pur se il ragionamento d?essa appaia troppo studiato, e troppo pensato.

Non son gi?fondati sul falso, anzi hanno un color nobilissimo quei, che Lucano pose in bocca di Cesare nel lib. 5 della Farsalia. Col pensiero di passare il mare una notte era quel gran capitano entrato in una barchetta; e perch?temeva il povero nocchiero della tempesta, che gi?cominciava a fremere, cos?finge Lucano, che Cesare gli parlasse:

. . . . . . . Italiam si Coelo auctore recusas;

Me pete. Sola tibi caussa h? est justa timoris,

Vectorem non nosse tuum; quem Numina nunquam

Destituunt, de quo male tunc Fortuna meretur,

Quum post vota venit. Medias perrumpe procellas.

Tutel?secure me? Coeli iste, fretique,

Non puppis nostr? labor est. Hanc C?are pressam

A fluctu defendet onus, nec longa furori

Ventorum s?o dabitur mora: proderit undis

Ista ratis ecc. Quid tanta strage paretur,

Ignoras? qu?it pelagi, Coelique tumultu

Quid pr?tet Fortuna mihi ecc.

Ma questi concetti, che a me pareano maravigliosi una volta, e sono in effetto ingegnosissimi, ora non mi paiono troppo verisimili in bocca di Cesare. Vi ha dentro, per quanto a me ne sembra, un non so che di Capaneo, di Rodomonte, e di capitano Spavento. M?immagino io, che Cesare uomo, consapevole bens?della sua gran fortuna, ma tuttavia prudente e non millantatore, dovesse verisimilmente favellar con sentimenti meno iperbolici, e meno ancora studiati. Non mi par, dico, probabile, ch?egli dicesse: Va pure avanti: Se li proibisce il Cielo, tel comando io. Tu giustamente hai paura, perch?non conosci chi t?impone di continuar il viaggio. Me non abbandonano mai gli Dei; e mi chiamo offeso dalla fortuna, allorch?ella aspetta, per favorirmi, ch?io abbia prima desiderato i suoi favori. Questa ? agitazione dell?aria, e del mare, non della nostra navicella. Contra di loro, e non contra di questa, combatte il vento. L?incarco di Cesare la difender?dalle onde; anzi questa medesima barca liberer?le onde dalla tirannia de? venti. Vuoi tu sapere, perch?si sia svegliata s?gran tempesta? Con tanto tumulto dell?aria, e del mare, vuol la Fortuna maggiormente accreditarsi meco col farmi de? benefizi, quando pi?potrebbe nuocermi. Certamente li pi?di questi concetti son poco verisimili in Cesare, il quale da gli Storici sappiamo, che in quella congiuntura naturalmente, e ingegnosamente ancora, disse: Su pure, buon uomo, segui arditamente il viaggio, e non temer di nulla. Tu conduci teco Cesare, e la fortuna di Cesare. Se Lucano in componendo questi versi avesse di quando in quando interrogato se stesso con dire: ?egli verisimile, che questo saggio eroe potesse, o dovesse allora parlar con tanto studio, e s?gran temerit? Forse avrebbe quel poeta conceputo sentimenti men declamatorii, e pi? naturali, come sempre suol far Virgilio, il quale nell?osservazion della natura, e nel formar verisimili i pensieri de? suoi personaggi, pu?chiamarsi maraviglioso, e impeccabile.

E in questo proposito ben volentieri avrei appreso dal P. Bouhours la ragione, per cui egli molto non approvasse quel luogo, dove da Virgilio ?introdotto Mezenzio a parlar col suo cavallo, prima di morire. Omero, dice questo Censore, l?ha ben fatto; ma il poeta Latino potea rimanersi di copiarlo in questa parte. Io per lo contrario stimo s?verisimile un tal ragionamento in quella congiuntura, che nulla pi? Era questo un cavallo carissimo a Mezenzio, anzi la cosa pi?amata, che gli restasse dopo la morte del figliuolo. Se lo fa egli condur davanti, e pien di rabbia, di dolore, di disperazione gli parla, come se quella fiera potesse intenderlo:

. . . . . . . Equum duci jubet. Hoc decus illi,

Hoc solamen erat: bellis hoc victor abibat

Omnibus. Alloquitur moerentem, et talibus insit:

Rh?e diu (res si qua diu mortalibus ulla est)

Viximus. Ec.

Tutto giorno parlano le genti a? lor cani, ai cavalli, e ad altri animali, quasi che avessero intendimento: quanto pi?naturalmente pot?farlo Mezenzio agitato dalla passione, e con un destriero tanto da lui amato? In mezzo ai gagliardi affetti si parla insino alle cose prive d?anima sensitiva; e chi avesse disavvedutamente con una spada ucciso un suo amico, naturalmente gitterebbe quel ferro, e gli parlerebbe dicendo: Vattene, barbara spada. Tu sei stata ministra del pi? orrido misfatto, che mai si commettesse. [31] Potrebbe sfogar con lei il suo sdegno, il suo dolore, come se quel ferro inanimato fosse colpevole, e intendesse chi parla. Cos?una delle pi?belle immagini del medesimo Virgilio ?sempre stata riputata quella, dove Didone fa la tenera apostrofe:

Dulces exuvi? dum fata, Deusque sinebant.

Laddove dunque si consideri la sola Natura, noi scopriremo affatto verisimile la parlata di Mezenzio al cavallo, e tale ancor chiameremo quella, che nel Can. 45 del Furioso fa Ruggiero disperato al suo destriero Frontino. Solamente potrebbe desiderarsi, che l?Ariosto avesse in quel luogo fatto il suo eroe meno erudito. E ben diversi da Omero in tal parte sono questi due poeti, poich?egli non contento d?introdurre Achille a parlar co? suoi cavalli, fa ancora che questi parlino anch?essi, e gli rispondano nel lib. 19 dell?Iliade: cosa, che non ?molto verisimile, [32] bench?si dica dal poeta, che Giunone diede lor la voce. Oggid?ci?non si sofferirebbe, come n?pur l?introdurre Cavalli a piangere a caldi occhi per la morte d?alcuno, il che si fece dallo stesso Omero nel libro 17 e poscia da Virgilio.

Molto pi?poi manifestamente scorgeremo l?Inverisimile in un ragionamento, che da non so qual poeta franzese ?posto in bocca ad un pastore in certo componimento assai stimato. Dice questo ingegnoso pastorello alla sua Ninfa: che le catene son l?oggetto della sua ambizione; e che la prega di volergliele concedere o per grazia, o per gastigo, o come pietosa amante, o come giudicessa spietata. La supplica, di arrestar con queste catene un Amante, o legar un colpevole, e di dargli quella fortuna, ch?egli ha meritato con un eccesso d?amore, o di temerit?

O? des fers sont l?objet de mon ambition.

Accordez m?en par grace, ou par punition;

Favorable ma?resse, ou juge impitoyable,

Arr?ez un amant, ou liez un compable.

Et me donnez le sort, qu?enfin j? ay merit?

Par un excez d?amoir, ou de temerit?

Non possono verisimilmente, e naturalmente cader in pensiero ad un pastore s?fatti sentimenti. La sua semplicit?naturale, e il ragionamento forse improvviso, non gli permettono di trovar tanti concetti sottili, ne? quali chiaramente si vede lo studio, e il troppo riflettere, e meditar del poeta. Quando seriamente si parla, e si espone un qualche affetto, se ben vi si porr?mente, non potr?mai la natura dar luogo a tante continuate sottigliezze d?ingegno; e perci?queste si riconoscono tosto per inverisimili ancor nelle persone introdotte dal poeta a parlare, bench?si fingano pi?perfette dell?ordinario.

Ma non mai apparir?s?bene l?inverisimiglianza delle immagini, quanto allorch?saran fondate sul falso. Se n?avvedranno allora anche i meno intendenti. Io per me non saprei, come scusare il soprammentovato Ariosto, che nel 23 del suo Furioso introduce Orlando in mezzo ad un altissimo dolore, non essendo egli ancor divenuto pazzo, a favellar cos?

Questi che indizio fan del mio tormento,

Sospir non sono, n?i sospir son tali.

Quelli han tregua talora, io mai non sento,

Che ?l petto mio men la sua pena esali.

Amor, che m?arde il cor, fa questo vento,

Mentre dibatte intorno al foco l?ali.

Amor, con che miracolo lo fai,

Che in foco il tenghi, e nol consumi mai?

Eccovi un mescuglio d?immagini fantastiche, ed intellettuali; ed eccovi l?intelletto, che fonda sopra i deliri dell?altra potenza, e sopra il falso delle immagini fantastiche, le sue riflessioni. Eccovi in somma un giuoco d?ingegno, per formare il quale si scorge che il poeta ha molto studiato. Ma un tal ragionamento non e mai verisimile in persona addolorata. Immagini ciascuno d?esser tale, e poi interroghi ben?attentamente se stesso, dicendo: Potrei parlar io in tal guisa? Quando non fossi pazzo, potrebbemi cadere in mente allora, che amore battendo l?ali intorno al fuoco del mio cuore cagionasse quel vento, e che non fossero sospiri veri i miei? N?pur molto naturali sono i concetti di quell?altra ottava, in cui dice il medesimo Orlando:

Queste non son pi?lagrime, che fuore

Stillo da gli occhi con s?larga vena.

Non suppliron le lagrime al dolore:

Finir, che a mezzo era il dolore appena. [33]

Dal foco spinto ora il vitale umore

Fugge per quella via, che a gli occhi mena;

Et ?quel, che si versa, e trarr?insieme

Il dolore, e la vita all?ore estreme.

Su queste due Ottave non dee probabilmente esser fondata l?opinione d?Udeno Nisieli, il quale nel Tom. 4 Proginn. 71 scrive cos? Il lamento d?Orlando nel Can. 23 ?tale, che chi non sentir?intenerirsi, non avr?cuore; chi non pianger? sar?senz?occhi. ?tale, che in un medesimo tenore si vede il parlare e puro, e figurato, e concettoso, e affettuosissimo, e nell?affetto la ragione amplificativa. Perocch?prima dice, che il suo non ?pianto, ma umore stillato per gli occhi dal fuoco amoroso ecc. Egli ?ben certo, che alcuni bellissimi sentimenti ha in quel luogo l?Ariosto, ma tali non sono i da noi rapportati, come ne pur quell?umore stillato per gli occhi dal fuoco amoroso; il che mi fa dubitare, che de gli occhi d?Orlando non uscissero lagrime, ma acqua di rose, e viole, per non dir altro, e pi?tosto mi muove a riso, che a piangere, bench?io sia provveduto d?occhi al pari d?Udeno Nisieli. Ma l?Ariosto rappresentando quell?eroe, che comincia ad impazzire, stim?forse lecito l?attribuirgli queste fanciullesche immagini.

N?pure saprei lodare Pietro Cornelio nella Sc. 1 A. 1 dell?Eraclio, ove fa dire a Foca Tiranno, ch?egli avea fatto uccidere Eraclio ancora bambino, e che trapassandosi il petto all?infelice Principe, se ne fece uscir pi?latte, che sangue.

Il n?avoit que six mois, et luy per?nt le flanc

On en fit degoutter plus de lait, que de sang.

Nulla dico della storia fieramente falsificata dal poeta in questa supposta uccisione d?Eraclio, ma solamente considero la riflessione suddetta, la quale non pu?credersi verisimile in Foca parlante con seriet? come appare dal contesto de gli altri versi. Potrebbe solo permettersi in un personaggio, che scherzasse, e motteggiasse. Molto meno per? di tutti questi pensieri dovr?piacerci quello di un moderno autore, il quale in un dramma pastorale introduce Licisco a parlare in tal guisa.

Prima d?uscire alla terribil caccia,

Vorrei Clizia veder; ch?io vorrei meglio

Imparare a ferir da? suoi begli occhi.

Non ?per?mai tanto difficile il dar giudizio del verisimile ne? sentimenti delle persone introdotte dal poeta a parlare, quanto allorch?queste si rappresentano agitate da qualche gagliardo affetto. Certo ? che le passioni dell?uomo oltre al commuover forte le immagini della fantasia, muovono ancor tutti gli spiriti dell?intelletto, svegliando gl?ingegni anche per l?ordinario addormentati. Udiamo talvolta da persone rozze, e villane, quando elleno son prese da un gran dolore, da un violento sdegno, o da un amore intenso, ingegnosissimi sentimenti, riflessioni acute, e nobilissime figure oratorie, che senza la commozion de gli affetti non avremmo giammai da loro udite. L?Anima nostra allora ?tutta in armi, adopera tutte le sue forze, cerca tutte le ragioni, per le quali nello sdegno possa vendicarsi, nell?amore ottener la cosa amata, nella paura difendersi da qualche male, e proporzionatamente ne gli altri affetti o farsi felice, o guardarsi da qualche infelicit? Quindi, regnando quella passione dentro noi, naturalmente possiam concepire concetti ingegnosi, e siccome Ovidio disse, che l?amore era ingegnoso, cos? noi diremo lo stesso di tutte quante le passioni, e massimamente delle pi? gagliarde. Quid enim aliud est causs? dice Quintiliano nel cap. 3 lib. 6, ut lugentes utique in recenti dolore disertissime qu?am exclamare videantur, et ira nonnumquam indoctis quoque eloquentiam faciat, quam quod illis inest vis mentis, et veritas ipsa morum? Contuttoci?nulla ?pi?facile, quanto il porre in bocca alle persone appassionate sentimenti, Inverisimili appunto, perch?troppo sottili, troppo ingegnosi: e in questo errore cadono ancora oggid?non pochi poeti. Noi pertanto, affin di porgere a i giovani qualche filo, con cui si conducano in s?intrigato Laberinto, gli condurremo a rimirar pi?dappresso la natura, maestra vera, ed unica del verisimile.

C?insegna dunque la sperienza, che chi parla all?improvviso nel bollor di qualche passione, o poco, o nulla bada a dir le cose ingegnosamente, ma solo a dir cose, e ragioni s?naturali come utili alla sua causa. Voglio dire, che quella stessa passione, la quale risveglia nella mente nostra concetti bellissimi, pellegrini, ed acuti, non ci d?tempo, e non ci permette d?esporre que? medesimi sentimenti con maniera molto ingegnosa, contentandosi ella di profferirli, quali nacquero improvvisamente nel cuore, o sia nella mente. Laonde non si dovran comportare ne? ragionamenti di chi ?agitato dall?affetto le antitesi, [34] o i contrapposti, gli equivochi, e molto meno tutti quegli altri acuti pensieri, che sono ordinariamente falsi, ed affettati quando anche il poeta parla egli stesso, e non fa parlare altrui. Simili giuochi ingegnosi sono per lo pi? Inverisimili, e freddi (per dir cos? nel fervor delle passioni. Il Pradon nella sua Troade At. 3 Sc. 1 ci rappresenta Andromaca, la quale nascondendo Astianatte suo figliuolo nel sepolcro del Padre, cos?parla.

Dans un sepulchre affreux je l?enferme vivant;

Et par une aventure incroyable, ino?e,

Dans le sein de la mort je conserve sa vie.

In uno spaventevole sepolcro, dice ella, io il rinchiudo ancor vivo; e con una avventura incredibile, e non pi?udita, io conservo nel sen della morte la sua vita. Non pu?dubitarsi, che questo poeta non abbia qui inteso di far ben capire il suo grande ingegno, e di svegliar lo stupore ne gli ascoltanti, riflettendo come un prodigio, che la vita si conservi in sen della morte. Ma per sua disavventura non pu?egli primieramente cagionar maraviglia, conoscendosi da chi che sia, che il celarsi d?una persona viva in un sepolcro, non ?avvenimento miracoloso, ma naturalissimo, e facilissimo. Secondariamente non serve all?affetto d?Andromaca, ma lo tradisce, facendo che ella con tanta inverisimiglianza si perda a fare un concetto, e a studiare il contrapposto fra la morte, e la vita.

Non ?per? che talvolta ancora non possano esser naturali i contrapposti nell?affetto gagliardo. E saranno tali, qualor nascano dalla stessa materia, e si conoscano scoperti dall?effetto medesimo, non ricercati dall?ingegno. Prima del Pradon fece Seneca dire dalla sua Andromaca il seguente ingegnoso pensiero ad Astianatte:

 .  .  .  .  .  .  Fata si miseros juvant,

Habes salutem. Fata si vitam negant,

Habes sepulcrum  .  .  .

In ci?noi non iscorgiamo pompa d?ingegno, ma la naturale eloquenza della passione, e una verisimile, e vera immagine della natura. Parimente se Ecuba dopo l?incendio di Troia si lagnasse, che rimanesse tuttavia insepolto il suo marito Priamo, e non ci fusse chi bruciasse il suo cadavero secondo i riti di que? tempi, egli mi par verisimile, ch?ella potesse parlar nella guisa, in cui la fa appunto parlare il mentovato Seneca nella sc. 1 della Troade: [35]

. . . . . . . Ille tot Regum parens

Caret sepulcro Priamus, et flamma indiget,

Ardente Troj? . . . . . .

Se stiamo per?al giudizio dell?autore della maniera di ben pensare, questa mancanza di fuoco, mentre arde Troia, ?troppo ricercata, e non ?verisimile. Ma convien por mente, che il sentimento di Ecuba ?verissimo per ogni parte, n?vi entra alcuna immagine della fantasia, o traslazione, come nell?accennato sentimento del Pradon, in cui ?traslato quel sen della morte, e su cui dal poeta si fabbrica il concetto. Rimase in vero Priamo per qualche tempo senza sepolcro, e senza essere bruciato, onde il principe de? poeti Latini:

H? finis Priami fatorum ecc. Jacet ingens litore truncus,

Avulsumque humeris caput, et sine nomine corpus.

Naturalissimo era altres? che Ecuba secondo il costume de? Gentili contasse per una somma disavventura il veder, che non vi fosse persona, la qual seppellisse Priamo, o abbruciasse il cadavero suo, potendosi almen questo ultimo ufizio fornire con tanta facilit? e comodit? ardendo tuttavia la Citt?di Troia. S?ella dunque dice per maggiormente far intendere le sue gravi sciagure: Ecco l?Priamo, padre di tanti Re, che non ?ancor sepolto, e ha bisogno d?un poco di fuoco per essere bruciato; quando arde una intera citt?/i>; o pure per dirlo colle parole del Maggi.

Per dare anco a Giunon s?cruda gioia,

Manca a Priamo il rogo, ardendo Troia.

noi non osserviamo, che l?ingegno abbia molto studiato per trovar questa spezie di contrapposto; ma conosciamo anzi, che la passione ha naturalmente ritrovato il concetto vero, e naturalmente ancora l?ha sposto. Sarebbe stato il sentimento inverisimile, e sarebbesi scorto lo studio dell?ingegno, s?ella avesse curato di far comparire il contrapposto, dicendo con un poeta moderno:

Ille parens Regum (quis crederet?) ultima passus,

Igne caret, quo non Ilios igne caret.

Ma l?Ecuba di Seneca non affetta questa ricercata acutezza, come l?Andromaca del Pradon. ?per altro assai da stimarsi l?erudizione del Censor Franzese, il quale in questo proposito cita i versi di un altro poeta, cio?

. . . . . . Priamumque in litore truncum,

 Cui non Troja rogus . . . . . .

E soggiunge, che quel poeta gli par ben pi?saggio, e men giovane di Seneca. Egli per?gioc?alquanto ad indovinare, profferendo cotal sentenza senza saper di chi fossero questi versi, citati dal Farnabio nelle annotazioni a Seneca. E fu nostra disavventura, ch?egli non sapesse, che Manilio ne fu l?Autore nel lib. 4 ove dice:

Quid numerem eversas urbes, Regumque ruinas?

Inque rogo Cresum, Priamumque in litore truncum,

Cui nec Troja rogus? . . . . . .

Imperocch?avrebbe egli osservato, che quel Nec muta non poco il senso, e gli sarebbe forse paruto men saggio di Seneca lo stesso Manilio, in qual segue a parlare di questo tuono:

. . . . . . Quid Xersem, majus et ipso

Naufragium pelago? . . . . . .

Certamente questo naufragio di Serse pi?grande del mare stesso meritava qualche sua riflessione.

[36] Ma dopo questa scorsa torniamo a i nostri alloggiamenti, e studiamoci di spiegar meglio la differenza, che ?tra un pensiero ingegnoso, e la maniera ingegnosa d?esprimere un pensiero ingegnoso, posciach?dicemmo trovarsi naturalmente de i pensieri ingegnosissimi ne? grandi affetti, ma non essere verisimile la maniera troppo ingegnosa dell?esporli. Quando la passione signoreggia nell?uomo, come per esempio il dolor gagliardo, allora agitandosi tutta l?anima facilmente per nostro avviso si concepiscono ragioni acutissime, si penetra nel fondo delle cose, si uniscono mille differenti lontani oggetti; in una parola, possono verisimilmente le passioni produr bellissime, e ingegnose immagini. Prodotte queste, l?anima nostra, suole subitamente, e con empito esprimerle per mezzo delle parole, essendo ella ansiosissima di far capire a chi l?interroga, e parla seco, tutte le ragioni della sua causa, e la violenza dell?affetto regnante. Perci?vediamo, che l?arte pi?naturale del dolore per ispiegar se stesso, ?il non aver arte, o almeno il non dimostrarla. In maximo dolore nulla est observatio artis, dicea Quintiliano. Quali nascono le immagini, tali ei le partorisce, cio?semplici, e naturali, non volendo, o per dir meglio non potendo la forza dell?affanno ornarle, e fermarsi a prender consiglio dall?ingegno per dire Ingegnosamente le cose pensate. L?anima allora solamente pensa a dimostrar l?affetto, non a palesar l?ingegno. ?per mio credere Ingegnosissima, e tenerissima l?immagine, che in un gran dolore si concep?da Giulia, madre di Geta, e madre ancora, non matrigna, come alcuni scrivono, d?Antonino Caracalla. Era venuto pensiero a questi due Cesari di partir fra loro l?Imperio Romano per quetar le discordie nate, e per impedir quello, che poscia avvenne, essendo stato dal medesimo fratello ucciso l?ancor fanciullo Geta. Gi?s?era quasi diliberata la divisione. L?Europa ad Antonino, l?Asia si destinava a Geta; quando Giulia afflittissima in mirar l?odio fraterno cos?loro parl? Terram quidem, et mare, o filii, jam invenistis quo pacto dividatis, et continentem utramque, ut dicitis, Pontici discriminant fluctus. Matrem vero quonam modo dividetis? Quonam modo infelix ego distribuar inter utrumque vestrum? Queste son parole d?Erodiano nel lib. 4 delle Storie, traslate leggiadramente da Angelo Poliziano. Ora non pu?negarsi, che non sia Ingegnosissima questa immagine. E pure tutti la conoscono per naturale, e verisimile in una madre amantissima, non avendo punto studiato l?ingegno per ornarla molto, e per dirla acutamente. Laonde chi l?ode, non bada all?ingegno, che ?veramente nascoso nel pensiero, ma bada alla sola tenerezza dell?affetto, che qui mirabilmente si scuopre, e vuol farsi intendere.

Per lo contrario un pensiero ingegnoso si pu?esprimere con maniera ingegnosa, e ci?avviene, quando l?ingegno adorna quel pensiero, lo veste col contrapposto, colle traslazioni, lo sottilizza, e lo fa divenire un?acutezza, in guisa tale che l?immagine conceputa dall?affetto esce fuori, non pi? come era avanti, semplice, e naturale, ma abbigliata capricciosamente, e con una veste molto artifiziosa. Questa maniera dunque tanto ingegnosa d?esprimere, e vestire i pensieri figliuoli della passion violenta, diciamo ragionevolmente, non essere bene spesso convenevole, n?verisimile in chi ? supposto dal poeta parlare all?improvviso. Imperciocch?mentre l?affetto regna nell?uomo, e l?anima sta tutta intenta a sporre la sua causa, l?ingegno non ha tempo, n?luogo di abbellir pomposamente i pensieri. Egli allora ?servo della passione; e la passione vuol in quel tumulto manifestar se stessa, non le ricchezze dell?ingegno. Naturali perci? e verisimili nell?affetto gagliardo non saranno i soverchi ornamenti, le traslazioni ricercate, i giuochi delle parole, gli equivochi, le acutezze, i concetti acuti, e studiati, e in somma il voler dire con troppa finezza i pensieri. Prima di noi consigli?Aristotele nella poetica l?usar nelle parti oziose de? poemi, ἐν τοῖς ἀργοῖς μέρεσὶ, ogni possibile ornamento; ma negli affetti ci avvisa, che s?fatti ricami disconvengono forte: ἀποϰρύπτει γὰρ λαμπρὰ λέξις τὰ ἥϑη, ϰαὶ τὰς διανοίας: poich?un parlar s?luminoso adombra i costumi, e i sentimenti. Ci?altres? fu da Ermogene osservato. E in effetto si contempli una qualche immagine sposta con maniera ingegnosa: noi ci accorgiamo immantenente, che il poeta ha voluto mostrar l?ingegno suo, ed ha affettata quella acutezza, e ricercate quelle traslazioni, o que? troppi ornamenti, affinch?si lodi la felicit?del suo ingegno. Nel che senza dubbio costui dimentica il fine proposto, che ? quello di ben esprimere l?affetto della persona introdotta a parlare, e non ha davanti a gli occhi la Natura, la quale ?semplice nel palesar le immagini partorite dalla passione. Si perdono allora gli uditori a contemplar le bellezze non della natura, ma dell?arte; non dell?affetto, che si rappresenta, ma dell?ingegno, che concettizza.

Con tali misure se noi passiamo a dar giudizio delle immagini, noi ne troveremo forse non poche, le quali saran da noi riprovate, come Inverisimili, improbabili, e non naturali ne? personaggi introdotti a favellare in versi con passioni gagliarde. ?famoso un luogo di Pietro Cornelio nella Sc. 3 At. 3 del Cid, e come una rarissima cosa ? stato in molte lingue tradotto. Chimene, o vogliam dire Cimene, lagnandosi per la morte del padre ucciso da Rodrigo suo amatissimo Amante, e per l?obbligazione, che le correa di vendicarla, cos?ragiona:

Pleurez, pleurez, mes yeux, et fondez vous en eau;

La moiti?de ma vie a mis l?autre au tombeau,

Et m?oblige ?vanger apr? ce coup funeste

Celle, que je plus, sur celle, qui me reste.

Piangete, dice ella, piangete, miei occhi, e disfatevi in acqua; la met?della mia vita ha posta l?altra nel sepolcro, e dopo un s?funesto colpo mi obbliga a vendicar quella, ch?io pi?non ho, colla morte di quella, che ancor mi resta. Egli bisogna confessare il vero: questo sentimento scuopre una gran felicit?d?ingegno nel poeta, e con ragione gli uditori si sentono toccati dal diletto in ascoltarlo. Ma appunto l?evidente ingegno, che si scorge dentro l?immagine stessa, sa ch?ella non sia molto verisimile nel dolor di Cimene. In primo luogo potrebbe considerarsi qualche confusion di gramatica nel senso, perch?non par detto con molta leggiadria: la met?della mia vita ha ucciso l?altra, e mi obbliga a vendicar quella met? ch?io non ho pi? colla morte di quella, che mi resta, che ?lo stesso che dire: Rodrigo m?obbliga a vendicar colla morte di Rodrigo la morte di mio padre, invece di dir colla morte di s?stesso. Era forse ancor pi? acconcio il dire, che la parte, che pi?non v?era, cio?il padre, l?obbligava a cercar vendetta contro a quella, che le restava. Ma lasciando queste minuzie, non ci accorgiamo noi, quanto studio ha fatto l?ingegno per far divenire maraviglioso questo concetto, per dirlo con acutezza, e per vestire con ornamento frizzante un pensier naturale, conceputo dal dolore? Il sentimento di Cimene detto con semplicit??presso a poco tale: Piangete pure miei occhi: ben sel merita la mia sciagura. Rodrigo, persona da me tanto amata, mi ha ucciso il padre, persona egualmente a me cara. Ed ora per maggior mia disavventura l?onore mi sforza a cercar la vendetta, e la morte altres?di Rodrigo. Ma questo pensiero s?semplice non sarebbe paruto maraviglioso; onde il poeta sforzossi di lavorarlo con maniera s?ingegnosa, ed acuta, che potesse ferir gli uditori, ed empierli di maraviglia. Osserv?dunque, che una persona amatissima metaforicamente ?chiamata met?dell?anima nostra. Conceputa questa metafora, o immagine fantastica, l?intelletto poscia vi fabbric?sopra le sue riflessioni, e facendo che Rodrigo, e il padre fossero due met?della vita di Cimene, tanto s?aggir? che gli venne fatto di trovar un mirabile concetto, e que? contrapposti, cio?che una met?della vita ha morto l?altra, e che si ha da vendicar quella parte di vita, che pi?non si ha, colla morte di quella, che tuttavia si ha. Ma egli ?Inverisimile, e improbabile, che il dolor verace di Cimene, parlando all?improvviso, fosse cotanto ingegnoso nello spiegarsi, e lasciasse voglia, e tempo all?ingegno di addobbar con tanta finezza il concetto. Senza che, potrebbe ancor dubitarsi da taluno, se la traslazione in questo pensiero usata fosse abbastanza acconcia. S??finora detto vagamente d?una persona da noi amata, ch?essa ?la met?dell?anima nostra; onde Aristotele, scrisse, che l?amicizia era una sola anima abitante in due corpi, ed Orazio chiam?Virgilio Anim?dimidium me?/i>. Non ?gi?certo, se con egual vaghezza possano chiamarsi due met?dell?anima mia due persone ad un tempo stesso a me care. Poich?se io dico, che le due met?dell?anima mia vivono in quelle due persone, qual parte d?anima suppongo io rimasta a me stesso? O parea dunque meglio appellare in questo luogo parti, e non met?dell?anima, que? due amati oggetti, potendo le parti essere tre, e non potendo le met?esser che due. O se fosse risposto, che Cimene vivea coll?anima di Rodrigo, e del padre, e che pi?tosto ella vivea con due vite, e s?aggiungessero altre sottigliezze della filosofia platonica, e poetica, converr?ben dire, che il dolor di Cimene fosse pi?erudito, ed ingegnoso, che non si conveniva al verisimile. Che se mi dir? taluno: onde ? che tanta gente, e ancor tanti dotti fan plauso ai mentovati versi di Pietro Cornelio? Rispondo, essersi da noi detto, che i pensieri possono esser belli senza essere tuttavia verisimili; e questo concetto pu?ancor chiamarsi ingegnosissimo, e bello, tuttoch?non sia verisimile. Fermansi dunque gli uditori a contemplarvi dentro il felice ingegno del poeta, nulla poscia badando, se tal?immagine sia verisimile, o inverisimile in tal congiuntura. Pruovano costoro diletto, e si sentono muovere dall?acutezza, con cui ?sposto il sentimento. Quindi ? ch?essi lodano l?ingegnoso poeta, senza osservare, o sapere ci?che l?arte vera della poesia, e la natura richiederebbono allora dal poeta. Ma chi fa le leggi della poetica, e della natura, facilmente scorge per Inverisimile quel pensiero, e grida, che in una fabbrica s?maestosa, e grande, non dee permettersi un ornamento s?minuto, e studiato; e che le passioni tanto non istudiano per parlar con ingegno. Trattasi qui di far conoscere, non l?acutezza del poeta, ma l?affetto natural di Cimene; e chi ben rappresenta l?affetto proposto, ottiene il fin dell?arte, e fa pi?felicemente comparir il suo ingegno appresso le persone intendenti. E questo si ?il difetto ancor d?uomini grandi in lettere, e d?ingegni singolari. Purch?mostrino la loro acutezza, purch?incantino l?uditore coll?acuto lor dire, ed ottengano quel gran premio, che suol darsi loro da chi non cerca il fondo delle cose, dicendo: oh che bel concetto! oh che ingegnoso pensiero! si credono d?aver pienamente soddisfatto all?arte. Ci?non basta al perfetto poeta. Egli ha da studiar la natura, ha da perfezionarla, non da imbellettarla; onde non saran compiutamente belli i suoi concetti, se non saranno verisimili, e conformi all?affetto, e alla natura di chi ?da lui introdotto a parlare. Se a ci?non si pon mente, pu? ben?allora il poeta promettersi la lode d?uomo ingegnoso, ma non isperar quella di giudizioso. Non segue per?da questo, che s?abbiano da chiamar privi di giudizio, e di buon gusto e Pietro Cornelio, e que? grandi poeti, che per avventura inciampano una qualche volta in tal difetto. I loro peccati son rari, e questi medesimi sono, per cos?dire, ancor maestosi, e belli, peccando eglino solamente per soverchia bellezza, e per cercar troppo il sublime, o la maraviglia, onde meritano scusa, e perdono. Sopra di ci?non sar?inutil cosa il vedere quanto lasci?scritto Longino nel capitolo 32 del Sublime, ove riconosce anch?egli, e scusa difetti somiglianti in Omero, Demostene, Platone, e in altri famosi scrittori.

Ma conciossiach?si sia da noi detto, che il sentimento di Pietro Cornelio ci par troppo studiato, e inverisimile nel dolor di Cimene; senza adoperar molte parole, diremo pure, non parerci molto naturale in bocca d?Armida, agitata da gagliardissimi affetti, una poco diversa immagine. Fuggivasi da lei l?amato Rinaldo. Ella raggiuntolo presso al lido,

Forsennata gridava: O tu, che porte

Parte teco di me, parte ne lassi,

O prendi l?una, o rendi l?altra, o morte

D?insieme ad ambe: arresta, arresta i passi.

Molti altri pensieri detti da Armida, e risposti da Rinaldo in tal congiuntura, sono senza fallo naturalissimi, e nello stesso tempo ingegnosissimi. Ma questo principio a chi bene il considera, e veste la persona d?Armida, parr?troppo Ingegnosamente detto, e non molto dicevole alla passion violenta, la quale non pu?verisimilmente, n?suol fermarsi cotanto sopra una metafora, e cavarne cotante acutezze. Poteva il Tasso qui ricordarsi di quanto egli scrisse nel Disc. 3 dell?Arte Poet. e spezialmente del poema eroico. L?affetto, dice egli, richiede purit? e semplicit?di concetti, e propriet?d?elocuzioni, perch?in tal guisa ?Verisimile, che ragioni uno, che ? pieno d?affanno, o di timore, o d?altra simile perturbazione; ed oltre che i soverchi lumi, ed ornamenti di stile non so lo adombrano, ma impediscono, e smorzano l?affetto. Se questo gran poeta avesse un poco pi?messo in opera questo suo fondatissimo consiglio, egli sarebbe stato pi?vigoroso, che per l?ordinario non ? in muovere gli affetti. Ma alcune fiate si lasci?condurre dal suo secondo ingegno a voler essere in mezzo alle passioni oltre al convenevole ingegnoso; laonde non sempre soddisfece bastevolmente a gli argomenti. Quello, che parmi pi?degno d?osservazione, si ?che il miracoloso ingegno di S. Agostino sottilizz? e raffin?troppo in un simile suggetto un suo pensiero. E pure egli stesso immediatamente parla, e non introduce altre persone, come fanno i due mentovati poeti. Narra egli, e piange la morte d?un amico suo nel cap. 6 lib. 4 delle Conf. e dice cos? Bene quidam dixit de amico suo, dimidium anim?me? Nam ego sensi animam neam, et animam illius unam fuisse animam in duobus corporibus; et ideo mihi horrori erat vita, quia nolebam dimidius vivere; et ideo forte mori metuebam, ne totus ille moreretur, quem multum amaveram. Ma il santo Dottore, come altri ancora hanno osservato, nel cap. 6 lib. 2 delle Ritrattazioni, riconosce per una leggiera declamazione, e per un?inezia il medesimo concetto, bench?lo stimi in qualche guisa moderato, e consolato da quel forse. In quarto libro, cos?egli scrive, quum de amici morte animi mei miseriam confiterer, dicens quod anima nostra una quodammodo facta fuerat ex duabus, Et ideo, inquam, forte mori metuebam, ne totus ille moreretur, quem multum amaveram. Qu?mihi quasi declamatio levis, quam gravis confessio videtur, quamvis utcumque temperata sit h? ineptia in eo, quod additum est, forte.

Avranno osservato i lettori, che ne gli esempi rapportati l?intelletto, o l?ingegno han lavorato sopra le metafore, cio?sopra le immagini della fantasia; e perci?non compariscono assai verisimili per le persone parlanti, e passionate, simili studiati pensieri. Questo in effetto ?un segno per conoscere l?inverisimile. vero ? che la fantasia ?forte commossa ne gli affetti, e ch?ella pu?produr delle immagini assai spiritose, e bizzarre. Ma non saranno mai queste verisimili, ove appaiano troppo ardite, e disordinate, e quando sopra d?esse fabbrichi l?intelletto. Noi perci?continuiamo il processo addosso alla Cimene di Pietro Cornelio, la quale nella Sc. 8 At. 2 del Cid chiedendo giustizia al Re per la morte del padre, gli dice d?aver con gli occhi propri veduto uscir della ferita il sangue paterno: quel sangue, che tante volte, aggiunge ella, ha guardato le vostre mura, e vi ha guadagnato le vittorie; quel sangue, il quale tuttoch?uscito fuma ancor per isdegno di vedersi sparso per altro motivo, che per servire a voi.

Ce sang, qui tout sorty fume encor de couroux

De se voir repandu pour d?autres, que pour vous.

Io non so, se avessi comportato una somigliante immagine in un declamatore, non che in una persona rappresentata piena di un verace, e naturale affetto. Sonsi accordati e la fantasia, e l?ingegno per concepire questo ardito, ed inverisimile sentimento. Il medesimo difetto potr?osservarsi in un pensiero attribuito ad Ecuba dal Sig. Pradon nell?Att. 1 Sc. 1 della Troade: Questi tempii, ella dice, che i loro Dei non hanno osato difendere, altro pi?non sono, che un mucchio di fumo, e di cenere, i cui turbini lanciandosi fino al Cielo, s?ingegnano di vendicar il torto lor fatto da gli Dei nell?abbandonarli.

Ces Temples, que leurs Dieux n?ont pas os?defendre,

Ne sont plus qu?un amas de fum?, et de cendre,

De qui les tourbillons s?elan?nt jusqu?aux Cieux

Taschent de les vanger de l?abandon des Dieux.

Potr?dispiacere ad alcuni un sentimento s?empio, e sacrilego secondo la teologia de? Pagani, perch?posto in bocca di Ecuba, il cui carattere ?ben differente da quel d?un Mezenzio, e d?un Capaneo. Io per?non ripruovo per questo s?fatta immagine, potendo simili pensieri essere ancor verisimili in una persona cieca per lo sdegno, e agitata dalla disperazione. Solo non saprei sofferirla, perch?ella ha tutta l?aria dell?inverisimile. Pu?parere bens?alla fantasia, che i turbini del fumo ascendano altissimo, e si pu?giungere insino a dire, ch?essi pervengano al cielo. Ma non pu?gi?sembrarci, che questo fumo intenda di vendicare i tempi, e, di far guerra a quegli Dei, da? quali furono abbandonati. Non ha l?ingegno alcun buon fondamento, e se vogliam dire la fantasia apparenza veruna d?immaginar questo desiderio di vendetta ne? nuvoli di fumo, che si lanciano verso il cielo. Se pure non vuol dirsi, che il fumo, e la cenere poteano affumicar le camere celesti, o accecare i poveri Dei, che per avventura s?affacciassero a i balconi del cielo. Adunque tuttoch?Ecuba mirasse il fumo alzarsi tant?alto, non ?credibile, e verisimile, che a lei cadesse in mente una s?disordinata sentenza.

Questi turbini di fumo, che fan guerra a gli Dei, mi fan sovvenire d?un altro quasi somigliante semtimento del Guarino, ove parla d?Encelado, o sia Tifeo giacente sotto il Monte Etna in Sicilia. Nel Prologo del Pastor fido cos?parla Alfeo.

L?dove sotto alla gran mole Etnea,

Non so se fulminato, o fulminante,

Vibra il fiero gigante

Contra ?l nemico ciel fiamme di sdegno.

Se noi crediamo all?autore della maniera di ben pensare, dee questa immagine riputarsi affettata, cio?non verisimile, non naturale. Noi per?citando al Tribunal della Natura questa opinione, dubitiamo forte (siccome n?ha ancora dubitato prima di noi il dottissimo Sig. Marchese Giovan?Gioseffo Orsi nelle Considerazioni intorno alla stessa Maniera di ben pensare) che il Censore non si sia consigliato pi?col suo capriccio, che colla ragione, in dar s?fatta sentenza. Un grande aiuto per conoscere, se le immagini della fantasia son verisimili, ordinate, e naturali, ?quello di por mente, se la fantasia ha fondamento verisimile di concepir quell?immagine, e se l?intelletto ha ragionevole fondamento anch?egli d?approvarla. Vediamo dunque, se un personaggio pagano, quale dal Guarino ? supposto Alfeo introdotto a dir quelle parole nel Prologo, avesse opinione di cos?immaginare. Presso a? Gentili era sparsa opinione, che i terribili effetti dell?Etna fussero cagionati da un dismisurato gigante, che colto da un fulmine giacesse sotto quel monte, rovesciatogli addosso da Giove. S?sconcia opinione passava per istoria, ed era accettata almeno dal volgo per vera al pari d?altre sciocche finzioni dell?antichit? N?solamente si credea, che quel gigante vivesse tuttavia, ma che non cedesse, e resistesse ancora a Giove, minacciandolo, e facendogli guerra con gittar fuoco, e fiamme contra del Ciel. Filostrato oltre al farci fede di questa popolar credenza nel lib. 5 cap. 5 della Vita di \Apollonio Tianeo, afferma eziandio nel lib. 2 delle immagini la resistenza, e le minacce di quel maraviglioso mostro, dicendo: γίγαντα μὲν βεβλῆσϑαί ποτε ἐνταῦϑτα: δυσϑνοῦντι δὲ ἀυτῶ τὴν νῆσον ἐπενεχϑῆναι δεσμοῦ ἕνεϰεν. εἴϰειν δὲ μή πω αὐτὸν ἀναμὰϰεσται ὑπὸ τῆ γῆ ὄντα, ϰαὶ τὸ πῆρ τοῦτο σὐν ἀπειλῆ ἐϰπνεῖν. Cio? Che un gigante fu quivi per forza cacciato una volta, e che non morendo, gli fu a guisa d?una prigione posta addosso quell?isola; ma ch?egli non cede peranche, e tuttavia sotterra di nuovo guerreggia, e minacciando spira, e gitta quel fuoco. Aggiunge poscia Filostrato, che chi mira la cima di quel Monte, si figura di vedere una gran battaglia. Ovidio anch?egli nel lib. 5 delle Metamor. parla cos?

Nititur ille quidem, tentatque resurgere s?e.

Degravat ?na caput, sub qua resupinus arenas

Ejectat, flammamque fero vomit ore Tiphoeus ecc.

Cos?pure scrissero Valerio Flacco nel 2 de gli Argonauti, Eschilo nel Prometeo, ed altri poeti. Figuriamoci dunque, che un gentile parli del Monte Etna, e che non solamente creda, che il Gigante quivi rinserrato sia vivo, ma ch?egli tuttavia continui secondo il suo potere a guerreggiar con Giove: che cosa pi?verisimile pu?presentarsi alla sua fantasia, che il dubitare, se colui sia fulminato, o fulminante, mirandosi che le fiamme da lui gittate ascendono terribilmente in alto verso il Cielo? E forse che la fantasia non ha fondamento d?immaginar, che quel fuoco ascenda al Cielo? A Virgilio, uomo di purgatissima fantasia, parve certamente che salissero infino alle stelle. Cos?egli nel 3 dell?Eneide

. . . . . . . horrificis juxta tonat ?na ruinis:

Interdumque atram prorumpit ad ?hera nubem

Turbine fumantem piceo, et candente favilla,

Attollitque globos flammarum, et Sidera lambit.

Lo stesso fu detto, e pi? arditamente, da Claudiano nel primo del Ratto.

Nunc movet indigenas nimbos, piceaque gravatum

Foedat nube diem, nunc motibus Astra lacessit

Terrificis . . . . . .

E prima di loro scrisse Lucrezio nel lib. 1 che l?Etna di nuovo portava al Cielo i fulmini.

Ad Coelumque ferat flamma? fulgura rursum.

Adunque se naturalmente pare alla fantasia, che salgano insino al Cielo i fuochi dell?Etna, e se supponsi da un Pagano, che tal fuoco sia scagliato tuttavia dal Gigante contra il Cielo, conosciamo, che facilmente, e senza studio pu?tosto venir dubbio ad un personaggio Pagano, se il Gigante, che vibra Contra il nemico Ciel fiamme di sdegno. sia fulminato, o pur s?egli ancora gitti de i fulmini. N?per verit?si desidera modestia nell?Iperbole del Guarini; imperciocch?gli altri poeti di sopra mentovati dicono assolutamente, che il Monte Etna vibra le infiammate sue folgori contro al Cielo, e pi?apertamente ancor lo disse Petronio nel Poemetto della Guerra Civile:

. . . . . . Jamque ?na voratur

Ignibus insolitis, et in ?hera Fulmina mittit.

Ma il Guarino, maggior modestia usando, solamente ne dubita. Non dice, che il Gigante fulmini veramente il Cielo; ma che scagliando contra di esso quelle fiamme, pu?parere, o dubitarsi, che anche egli sia fulminante.

Non so, se fulminato, o fulminante.

Dalle quali cose si comprende, come sia differente l?immagine del Guarino dalla riferita del Pradon. La prima ha fondamenti verisimili per nascere nella fantasia, e per essere approvata dall?intelletto, e non ?conceputa nel bollor di qualche passione; laddove l?altra non ha verun probabile fondamento, o verisimile apparenza.

CAPITOLO SETTIMO

Verisimile delle immagini ne gli argomenti amorosi. ingegno, e fantasia agitati

dall?amore. Luoghi del Tasso, e del Bonarelli disaminati. Riguardi necessari a? poeti. Vari

pensieri del Racine, e di Pietro Cornelio poco applauditi. Difesa d?un sentimento del Tasso.

 

Ne? versi de? poeti amanti noi ritroveremo ben delle immagini, che ci parranno assai strane, ingegnose, e bizzarre; onde facil cosa sia il non saper prontamente giudicare, se queste sieno ancor verisimili. Giover?pertanto il fare qualche precisa osservazione sopra questo argomento. E primieramente a me pare, che siccome l?amore ?il capo, e il pi?riguardevole, e il pi?possente, e il pi?fiero de gli affetti, cos?egli abbia maggiori privilegi nel formar le immagini, e che queste bench?ingegnosissime, e spiegate talvolta con maniera ingegnosa, possano tuttavia chiamarsi verisimili. Sembra ad un amante profano di ardere, di morire, d?essere imprigionato, di non aver pi? cuore. La cosa amata gli pare un sole, anzi pi?bella del sol medesimo, e d?ogni altra cosa. Egli la chiama sua vita, sua anima, e giura d?aver pi?amore egli, che tutti gli altri uomini. Insomma le sue parole sono stravaganti, ridicole, e ordinariamente Iperboliche, inspirandosi tutte le maggiori pazzie alla fantasia ubbriaca del violento affetto, senza lasciarsi luogo all?imperio della ragione. Anzi per lo pi? quando l?amore ?sensuale, e vizioso, non ci ha eccesso, in cui egli non cada, collegandosi con lui tutte le altre passioni, dolore, sdegno, disperazione, timore, e altri simili volontari carnefici. Per dir tutto in una parola, fra i veri pazzi, e costoro, non v?ha altra differenza, se non che i primi si tengono incatenati, e i secondi liberamente passeggiano sciolti, avvegnach?si credano anch?essi nella loro opinione pi?incatenati, che alcun?altra persona. Essendo l?anima in tale stato, certo ? che possono da lei concepirsi immagini strane, capricciose, e ardite, le quali tuttavia saran convenevoli ad essa; onde non ci ?forse affetto, in cui pi?difficilmente, che in questo, possa darsi giudizio del verisimile, e dell?inverisimile, parlisi delle immagini fantastiche, o ancor delle intellettuali. Oltre a ci?questa passione in un?ora cangia mille volte il viso, mentre or si dimostra ingegnosa, ora stupida; or piange, or si rallegra; or d?nelle furie, ora ?piacevole, e scherza con parole, e motti ingegnosi. Che se l?amante ha veramente ingegno, egli volentieri parlando lo scuopre, e vuol comparire eloquente, sopra tutto allorch?parla all?oggetto amato, poich?cerca tutte le vie di farsi apprezzare, e di farsi creder degno dell?amore altrui. E in ci?l?amore ?ben diverso dal dolore. Questo prende solamente cura di far conoscere se medesimo; e quello si studia eziandio di palesar l?ingegno, giovando pure lo scoprimento di tal pregio a i suoi disegni. Non si stima veramente assai addolorato chi va cercando concetti, ed acutezze, per esprimere il suo dolore; ma si dee bens?riputar vero amadore ancora colui, che procura di comparir dotato di bello, e acuto ingegno davanti alla persona amata.

Ci?posto, come verit?tutto giorno autenticata dalla sperienza, gran ragione ci vuole per condannar come Inverisimile un sentimento d?una persona innamorata introdotta dal poeta a parlare, quando ella non sia presa dal dolore nel medesimo tempo. Bens?potr? condannar per altre cagioni questo sentimento, cio?o perch?fondato sul falso, o perch?troppo ricercato, sofistico, oscuro ecc. ma perch?esso appaia molto ingegnoso, o spiegato con maniera ingegnosa, difficilmente potrem chiamarlo inverisimile. Abbiamo altrove commendato que? versi del Petrarca sopra gli occhi di Laura:

Luci beate, e liete,

Se non che il veder voi stesse v??tolto,

Questo medesimo sentimento in altra guisa vien dal Tasso adoperato, e fatto dire a Rinaldo cos?parlante ad Armida.

Volgi, dicea, deh volgi, il cavaliero,

A me quegli occhi, onde beata bei ecc.

Deh poich?sdegni me, com?egli ?vago

Mirar tu almen potessi il proprio volto:

Che ?l guardo tuo, ch?altrove non ?pago,

Gioirebbe felice in se rivolto.

Che che ne paia ad altrui, a me non pu?parere affettata, ed inverisimile questa immagine in Rinaldo. Essa ?manifestamente fondata sul vero; ?cavata dalle interne viscere della materia; non ?spiegata con maniera troppo ingegnosa, non avendovi acutezza, n?contrapposti, n?traslazioni, sulle quali s?aggiri la bellezza del sentimento. Il puro senso ?questo: Deh Armida, se tu potessi rimirare il proprio volto, vedresti pure una maravigliosa bellezza. Non puoi appagarti riguardando altre cose; ma se ti fosse permesso di contemplar te stessa, veggendoti s?straordinariamente bella, ti chiameresti pur felice! Tale son?io, perch?ti rimiro ecc. Se si veste dal poeta con frase poetica questo sentimento, che ?naturale, ed affatto verisimile in un amante, a cui pare incredibile la bellezza dell?oggetto amato: eccovi una nobile, e vaga immagine Intellettuale, ingegnosa bens? ma non ispiegata con maniera troppo ingegnosa, e perci?verisimile nell?innamorato Rinaldo.

Che se noi precisamente parliam delle immagini fantastiche, egli non v?ha passione, che s?naturalmente ne sia feconda come l?amore. La potenza immaginante ?tutta piena dell?oggetto amato, e sta quasi in continuo moto, ruminando la belt?di esso, e le maniere di farsi amare; onde facilmente forma infiniti vaghissimi deliri. L?oggetto amato diviene allora s?bello, e grande a questa potenza, che l?amante comincia a crederlo di gran lunga pi?perfetto, che prima non gli sembrava; e di qui nasce quell?immaginare, che la bellezza amata sia cagione, e fonte di tutte l?altre belle cose, di tutti gli effetti pi?riguardevoli della natura, e che ella sia il maggior bene, e la pi?nobil cosa, che si veggia nel mondo inferiore. Questi, ed altri somiglianti deliri vengono dalla fantasia, che nell?amore tien quasi sempre le briglie dell?Anima, e non lascia regnar la Ragione. Perci?? leggiadra, e verisimile in bocca di Menalca presso a Teocrito nell?Idilio 8 [37] quella immagine, ove dice, che tutte le cose si vestono di primavera, tutte le campagne fioriscono, quando la sua bella Ninfa se ne vien col? e che partendosi lei, si seccano l?erbe. Con una somigliante immagine Dafni risponde a Menalca negli altri versi. Virgilio parimente copiando nell?Egloga 7 i sensi di Teocrito fa dire a Coridone, che partendosi Alessi, infino i fiumi si veggiono seccare.

Omnia tunc rident: at si formosus Alexis

Montibus his abeat, videas et flumina sicca.

A cui risponde Titiro:

Aret ager, vitio moriens sitit aeris herba ecc.

Phyllidis adventu nostr?nemus omne virebit,

Jupiter et l?o descendet plurimus imbri.

Ad imitazion de? quai versi anche il Petrarca disse de gli occhi di Laura.

Fugge al vostro apparire angoscia, e noia,

E nel vostro partir tornano insieme.

E qui non ci dispiacer?di ripetere, e chiamar di nuovo sotto l?esame alcuni versi del Bonarelli nella Sc. 4 At. 1 della Filli di Sciro. Noi dicemmo, che possono da taluno credersi poco naturali, e men verisimili; e di fatto cos?ne giudica l?autor franzese della maniera di ben pensare. Aminta dopo essere per tre mesi a cagion delle ferite stato in letto, esce finalmente alla campagna, e tutto solo va ripensando a Celia, da lui altamente amata, e che per tanto tempo non s?era lasciata da lui vedere, anzi il fuggiva. Tra l?altre cose dice, che la seguir? ovunque ella vada.

Godr?pur di seguire, ancorch? in vano,

Del leggiadretto pi?l?orme fugaci.

Godr?di gir lambendo

L?ve tu poni il piede:

Conoscerollo a i fiori,

Ove saran pi?folti.

Godr?di sugger l?aria,

Che bacia il tuo bel volto:

Conoscerollo all?aure,

Ove saran pi?dolci ecc.

Io per me non oserei s? francamente condannar questa immagine, per altro gi?difesa dall?Autore delle considerazioni intorno alla maniera di ben pensare. Imperciocch? secondo le cose dette avanti, essendo verisimile alla fantasia d?un pastore innamorato, che tutti i fiori, e la bellezza delle campagne venga dalla presenza della sua Ninfa, non dee per conseguenza parerci troppo studiato, ornato; ed inverisimile il pensiero d?Aminta, alla cui fantasia si rappresenta lo stesso. Anche il Petrarca nel Son. 172 leggiadramente prima del Bonarelli preg?il Rodano, che avanti di giungere al mare si fermasse, ov?egli scorgesse l?erba pi?verde, e l?aria pi?serena, perch?quivi era Laura il suo sole, e che a lei baciasse il piede, e la mano in suo nome. Comech?sia pi?ardita questa immagine, pure io son certo, che a tutti parr?gentilissima, e verisimile, onde il medesimo dovrebbe pur dirsi di quella del Bonarelli. Ma si pu?forse opporre, che il Petrarca parla a dirittura, n?introduce altri a parlare all?improvviso; e che i pastori di Teocrito, e di Virgilio cantano, e non favellano famigliarmente. Il cantar loro ?lo stesso, come se fossero poeti immediatamente parlanti; onde lor si conviene maggior libert?d?immaginare, che a quegli, che sono introdotti a favellar dimesticamente fra loro. Ci?e vero, ma fa d?uopo ancora osservare, come il Bonarelli ci rappresenti il suo Aminta. Ce lo fa egli vedere in un delirio amoroso, e ragionante fra se stesso, non con altre persone, in un soliloquio. Ora in tale stato la fantasia si lascia liberamente portare ad immaginar leggiadre, belle, e spiritose pazzie, poco badandosi dall?intelletto, s?ella s?inganni. Senza che, quando noi parliamo internamente fra noi stessi (come fa in effetto Aminta, bench?si faccia udire al popolo quel suo ragionamento interno per una licenza introdotta da? poeti, ed approvata nel teatro) non avendovi persona, che ascoltando ne dia, per cos?dir, suggezione, la fantasia volentieri vaneggia, e liberamente delira. Ci?si scorge per isperienza non solo ne gli amanti, ma negli avari, ed in chi ?preso da vaste speranze di crescere in fortuna; perch?allora la fantasia dolcemente sogna vegliando, e s?immagina mille dilettevoli, e strane cose, che parlandosi con altrui, verisimilmente poi non si direbbero, per non acquistar titolo di pazzo. Cos?la fantasia d?Aminta in un soliloquio, essendo rapita da un amoroso delirio immagina di poter conoscere, ove sar?passata Celia, in veggendo quivi pi?folti i fiori, in sentendo l?aria pi?dolce. Segue con altre immagini a delirare, ma poi ravvedendosi alquanto lo intelletto de? vaneggiamenti della fantasia, dice appresso:

Ma stolto, invan raggiro

Gli occhi al Cielo, alla Terra.

Veggio ben gigli, e rose, e veggio il Sole:

 Ma Celia non appare.

Comunque per?voglia giudicarsi di questo passo, a me pare almen certo, che con minore fondamento il P. Bouhours riprovasse alcuni altri versi del Bonarelli, trattandosi da Inverisimili, ed affettati al par de? primi. Temendo Melisso, padre supposto di Clori, o sia di Filli, ch?essa di nuovo sia scoperta da i Turchi, la persuade a mischiarsi coll?altre Ninfe, con dire:

Perch?fra l?altre in torma

Se ti veggono i Traci,

Sarai men conosciuta.

Poi soggiunge, che tuttavia teme, che la sua non ordinaria belt?la scuopra.

Ma da quegli occhi tuoi non so qual luce,

Che in altrui non si vede,

Troppo viva risplende: a tanto lume

Non potrai star nascosa.

Se questo sentimento ?affettato, quali sono mai i naturali? Il senso puro de? versi ?tale: Ma tu hai ne gli occhi un certo brio una certa vivacit? che non si mira nelle altre; onde sarai tosto osservata, e scoperta. Il perch?segue a dirle, ch?ella sciogliendosi intorno alla fronte i capelli proccuri d?adombrar le sue belle sembianze

Fa che quasi per vezzo

Sparso intorno alta fronte il crin disciolto

Le tue belle sembianze

Vada in parte adombrando.

Tanto porrai men dessa,

Quanto parrai men bella.

Io non so credere, che il censor franzese potesse giudicare inverisimile il sentimento, quale da me si ?posta in prosa, poich?egli pure lod? come ragion volea, non poco l?immagine attribuita da Terenzio ad un giovane, il quale cercando, e non trovando certa bella donna da lui fervidamente amata, cos?ragiona:

Ubi qu?am? ubi investigem? quem perconter? quam insistam viam?

Incertus sum. Un h? spes est: ubi, ubi est [38], diu celari non potest.

Aggiunge il detto censore, che non v?ha sentimento pi? natural di questo, essendo proprio d?una gran bellezza il tirare a se gli occhi di tutti, e di risplendere. Sicch?la ragione, per cui pot?parergli affettato, e non verisimile il sentimento, qual??ne? versi, proceder?da quelle traslazioni luce, lume e risplendere; quasich?a questo lume Immaginario s?attribuisca la virt?del lume vero, che ?quella di non poter nascondersi al guardo altrui. Ma s?egli condann?per questo il Bonarelli, si contenti, ch?io dica per ischerzo, ch?egli mostr?di non vederci molto di tanta luce. Sono semplici, naturali, anzi direi oggi mai triviali queste metafore; (e le adopereremmo con tutta libert?nel ragionamento famigliare ancor noi) n?su loro si fonda il concetto. Ci?secondo la regola altre volte da noi proposta si conosce, ponendosi invece delle traslazioni il significato proprio del sentimento. A chi non parr?un concetto verisimile, e naturale il dire: tu porti ne gli occhi una tal vaghezza spiritosa, che non potrai celarti fra l?altre Ninfe? Vestasi ora questo senso con frase poetica, e il brio, la vivacit? e la spiritosa vaghezza si chiamino luce, lume, e splendor de gli occhi: noi diremo lo stesso, ma pi?ornatamente, e con frase non volgare, secondoch?han da fare i poeti. Adunque fondandosi non sulla metafora, ma sulla propriet? e sul vero interno della materia la belt?del pensiero: sussistendo questa, ancor senza le metafore; n?scherzando punto il pastore su quella luce, n?su quel lume: chi non vede che il sentimento ? verisimile, e vero, poich?supponiam come cosa certa, che Clori fosse una bellissima Ninfa, e pi?bella di tutte l?altre di quella contrada, onde sarebbe stata di leggieri osservata fra l?altre? E qui convien ben dire, che non pot?il critico franzese sceglier luogo men proprio di questo per profferire una modestissima sentenza contra i poeti Italiani, dicendo egli, dopo aver citati i versi del Bonarelli. Eccovi delle galanterie, alle quali non pens?mai Terenzio. Ma per disavventura questi s?ameni pensieri son pieni d?affettazione, ed io punto non me ne stupisco. I poeti italiani non son molto naturali: essi imbellettano ogni cosa. Voila bien des gentilesses, ?quoy Terence n?a point pens? mais par malheur ces jolies pense? sont pleines d?affectation; et je ne m?en ?onne pas. Les Po?es Italiens ne sont gueres naturels; ils fardent tout. N?pur luogo proprio era questo di citar nel margine del libro contra il Bonarelli ci? che Quintiliano scrisse nel lib. 8 cap. 5 delle Instit. Orat. Minuti, corruptique sensiculi, et extra rem petiti. A chi non ?palese, che mal si conf? l?osservazione di Quintiliano a i citati versi?

Bench?per?l?amore sia una passione, la qual pi? dell?altre goda privilegi ampi nel concepire le immagini s?della fantasia, come dell?ingegno, non per questo se gli dee lasciar la briglia sul collo. Gran giudizio, e riguardo han da usare i poeti nel far trattare ancor questo affetto, alle persone, ch?essi introducono a parlate; n?tutto ci? che pu?cadere in mente a gli amanti forsennati, si dee porre in versi, formando costoro talvolta delle sciocche, ridicole, e disordinate immagini. Considerer?sempre il poeta, se quel personaggio in mezzo all?affetto gagliardo, e ragionante all?improvviso con altre persone, naturalmente, e verisimilmente possa ritrovar quelle acutezze, quegli scherzi, e vestir con artifizio s?studiato, e con maniera tanto ingegnosa i suoi pensieri. Perloch?di quando in quando chi fa versi interrogher?se stesso, e dir? S?io fussi la tal persona, posta nel tale affetto, e in quella congiuntura, potrei parlar io in questa guisa? studierei cotanto per dir con acutezza questo pensiero? o pure lo esprimerei con maniera pi?semplice? Mi permetterebbe egli la passione tanto artifizio? Queste, ed altre s?fatte interrogazioni far?il poeta giudizioso a se medesimo in tutti gli affetti, di cui veste i suoi personaggi, avendo sempre davanti a gli occhi la Natura, la qual si dee da lui imitare, e perfezionare, non confondere, ed opprimere co? soverchi ornamenti dell?arte. Avverr?dunque talvolta, che trattandosi ancora gli argomenti amorosi, caderanno le persone introdotte a parlare nel difetto dell?inverisimile, perch?si lasceran trasportare dall?empito, e dalla libidine dell?ingegno loro, oltre a i confini della verisimiglianza. E ci?si scorgera, qualora essi con troppo studio avran cercato le metafore, i contrapposti, gli equivochi, le Acutezze, e le riflessioni pomposamente acute, e sulle traslazioni avran fondato concetti intellettuali, confondendo il proprio, e il traslato, per cavarne un capriccioso, acuto, ed ornato sentimento.

Certamente per tal cagione a me paiono difettosi, cio?inverisimili alcuni versi del Racine posti da lui in bocca a Tassilo nella Sc. 1 A. 1 dell?Alessandro. Cleofila sua sorella va persuadendolo ad accettar l?amicizia d?Alessandro. Ricusa Tassilo, e dice di non volerle acconsentire, perch?egli ama la Reina Assiana, donna che non pu? sofferir di vedere i Macedoni impadronirsi dell?India. Eccovi come ragiona Tassilo. I begli occhi d?Assiana, inimici della Pace, armano tutte le loro attrattive contra il vostro Alessandro. Essendo ella Reina di tutti i cuori, pone ogni cosa in armi, alfin di conservare quella libert? ch??distrutta da gl?incanti della sua bellezza. Ella ha rossore delle catene preparate a questi paesi, e non saprebbe sofferirci altri Tiranni, che gli occhi propri.

Les beaux yeux d?Axiane, ennemis de la Paix,

Contre v?re Alexandre arment tous leurs attraits.

Reyne de tous les coeurs, elle met tout en armes

Pour cette libert? que d?ruisent ses charmes;

Elle rougit des fers, qu?on apporte en ces lieux,

Et n?y s?uroit souffrir de Tyrans, que ses yeux.

Troppo nel vero ?bello questo concetto, ed ?troppo ingegnosa la maniera, con cui si spiega; e perci?non ? naturale, n?verisimile. Questi occhi nemici della pace o vera de? regni, o immaginaria de? cuori, che armano tutte le lor forze per unir nemici veri, e reali a? danni d?Alessandro; questa Reina, che vuol conservar coll?armi la stessa libert?ch?ella distrugge colla sua bellezza; e che confonde la libert? vera coll?immaginaria, o traslata, e i tiran inveri co? fantastici. Questi contrapposti, dico, e queste ricercate, ed acute riflessioni non son punto naturali, e verisimili, perch?son troppo ingegnose. Nell?Andromaca pure, tragedia del medesimo autore, alla Sc. 4 At. 1 Pirro innamorato d?Andromaca le parla, bench?pien di dolore, in tal guisa: Io soffro ora tutti i mali, che feci a Troia. Son vinto, carico di catene, consumato da dolori, e abbruciato da pi? fiamme, ch?io non accesi.

Je souffre tous les maux, que j?ay faits devant Troye.

Vaincu, charg?de fers, de regrets consum?

Br?e de plus de feux, que je n?en ay allum?

Il sentimento ?ben pensato, ma spiegato in guisa troppo ingegnosa; avendo il poeta con evidente studio ricercate le catene vere, e il fuoco vero, e real di Troia, per unirli colle catene fantastiche, e coll?immaginario fuoco dell?amante, per trarne poscia un bel concetto.

Di tali pensieri troppo ingegnosi, ed inverisimili, non leggier copia potrebbe raccogliersi dalle tragedie di Pietro Cornelio, uomo bens?dotato di singolare, e fecondissimo ingegno, ma non abbastanza ritenuto. Egli lascia non rade volte le redini a questa potenza, come ancora alla fantasia, senza molto considerare il verisimile, e senza avvedersi, ch?egli in vece di far naturali ragionamenti cade in declamazioni da scuola, poco dicevoli alla tragedia. Scegliamo qualche esempio di quelle, che meno son da gli altri osservate. Nella tragedia intitolata l?Orazio verso il fine, il vecchio Orazio alla presenza del Re difende il figliuolo, glorioso bens?per la vittoria riportata contra i Curiazi, ma reo per avere uccisa Cammilla sua sorella. Risponde molte cose a Valerio, cavalier romano, che senza essere congiunto di sangue alla famiglia de gli Orazi, pure incitava il Re a punire l?uccisor di Cammilla. Chi non ?parente, dice egli, d?Orazio mio figliuolo non pu?fare ingiuria a i lauri immortali, che gli cingono la fronte. Quindi si volge immediatamente con estro pi? Scolastico, che naturale, a parlar co? lauri stessi nella seguente maniera. O lauri, sacrati rami, che siete minacciati d?esser ridotti in polvere, voi, che guardate la sua testa dai fulmini, l?abbandonerete voi all?infame coltello, con cui il carnefice tronca la vita a i malvagi?

Qui n?est point de son sang ne peut faire d?affront

Aux lauriers immortales, qui lui ceigent le front.

Lauriers, sacrez rameaux, qu?on veut reduire en poudre,

Vous, qui mettez sa t?e ?couvert de la foudre,

L?abbandonerez-vous ?l?infame co?eau,

Qui fait choir les m?hans sous la main d?un bourreau?

Parr?bellissimo a certuni questo pensiero. E pure se si misurer?colla regola del verisimile, e della natura, si scoprir? che questa immagine ha odore di declamazione, e che non ?propria al vecchio Orazio. Il suo ragionamento improvviso, e serio, il suo affetto gagliardo, non comportavano ch?egli concettizzasse in tal guisa, parlando con gli allori immaginati, e alludendo alla favolosa virt?de gli allori veri. Nella Sc. 2 A. 1 del Cinna Fulvia dissuade Emilia dal costringere Cinna a vendicar la morte del Padre con quella d?Augusto, mostrandole evidente la rovina di questo suo amante. Risponde Emilia, ch?ella ben vede il pericolo di Cinna, e che questo solo le fa spavento. Poscia incontanente si volge a parlar colla sua passione in tal guisa:

Tout beau, ma passion, deviens un peu moins forte:

Tu vois bien des hazard, ils sont grands, mais m?importe ecc.

Va piano, o mia passione, divieni un poco men forte. Tu vedi ben de? pericoli, e questi son grandi; ma nulla importa ecc. Io non ho dubbio alcuno, che se si fosse fatta questa Apostrofe da un poeta dirittamente parlante, o dalla stessa Emilia in un Soliloquio, essa non meritasse giustamente il titolo di Verisimile, e leggiadra. E mi sovviene d?averne letta una somigliante presso il Malerbe, che mi piacque assaissimo. Fra l?altre cose dette in un Lamento per lontananza, vi s?incontrano queste:

Peut-?re qu?? cette heure

Que je languis, so?ire, et pleure,

De tristesse me consumant;

Elle qui n?a souci de moy, ni de mes larmes,

E?talle ses beautez, fait montre de ses charmes,

Et met en ses filets quelque nouvelle amant.

Tout beau, pens?s melancoliques,

Auteurs d?avantures tragiques,

De quoy m?osezvous discourir?

Ne s?vez-vous pas bien, que je br?e pour elle,

Et que me la bl?er, c?est me faire mourir?

Il genio galante del Malerbe, il non parlar egli con altri, ma con se stesso, mi fanno parere vaghissima, e verisimile affatto questa apostrofe. Ma non mi par gi?tale quella del Cornelio; poich?parlando Emilia con Fulvia, verisimilmente, e giusta la natura del ragionamento famigliare non poteva ella volgersi a parlar colla sua passione. Interroghi ognun se stesso, e dica, se posto in quella congiuntura, in quell?affetto, avrebbe potuto naturalmente ragionar cos? Io per me stimo di no. Il medesimo Cornelio nella Sc. 5 At. 5 della Medea fa giungere Giasone, ove si moriva Creusa avvelenata dall?empia Medea. Tuttoch?egli non si supponga instrutto delle cagioni, per cui Creusa ?moribonda, e non sappia la qualit?del male, pure ex abrupto comincia a dire:

Ne t?en va pas, belle ame, attens encor un peu,

Et le sang de Med? ?eindra tout ce feu.

Prens le triste plaisir de voir punir son crime,

De te voir immoler cette infame victime;

Et que ce Scorpion sur la playe ?ras?

Fournisse le remede au mal, qu?il a caus?

Non andartene, o bell?anima, aspetta ancora un poco; e il sangue di Medea estinguer?tutta questa fiamma. Prendi il tristo piacere di veder punito il suo misfatto, e immolata questa vittima infame; e aspetta che questo Scorpione schiacciato sopra la piaga sani quel male, ch?egli ha cagionato. A me non pu?punto piacere questo sangue, che ha da estinguere il fuoco immaginario di Creusa, n?la tanta erudizion di Giasone, il quale nel tempo, ch?egli doveva essere agitatissimo da gli affetti, verisimilmente non potea pensare alla virt?de gli scorpioni.

Chiudiamo il ragionamento de? verisimili con dire, che avremmo desiderato maggior fondamento nell?autore della maniera di ben pensare, quando egli condanna come inverisimile, e poco naturale una immagine del Tasso nell?At. 2 Sc. 2 dell?Aminta. Dafne donna vecchia va dicendo a Tirsi d?avere un giorno mirata Silvia, che soletta in disparte s?ornava di fiori.

Or prendeva un ligustro, ora una rosa,

E l?accostava al bel candido collo,

Alle guance vermiglie; e de? colori

Fea paragone; e poi, siccome lieta

Della vittoria, lampeggiava un riso,

Che parea che dicesse: Io pur vi vinco,

N?porto voi per ornamento mio,

Ma porto voi sol per vergogna vostra,

Perch?si veggia quanto mi cedete.

La ragione arrecata dal critico, per riprovar questi ultimi versi, ?tale. Una pastorella non la tante riflessioni sopra il suo adornarsi. I fiori sono suoi ornamenti naturali: ella se ne adorna, quando vuol comparire pi?dell?ordinario acconcia; ma non pensa a far loro vergogna. Se il poeta avesse posto in bocca della stessa Silvia, quando ella s?adornava co? fiori, una tal riflessione, sottoscriverei anch?io a questa sentenza. Ma dovea por mente il critico, che il Tasso non attribuisce tal pensiero a Silvia, ma bens?alla sola Dafne ragionante di Silvia. Quanto poi sia verisimile in Dafne il suddetto sentimento, agevolmente pu?apparire, quando s?osservi la sua intenzione. Vuol costei persuadere a Tirsi, che Silvia non ? semplicetta, come egli la crede, e ch?ella pure usa ogni arte per comparir bella, pregiandosi d?esser tale, e di guadagnar molti Amanti. In pruova di ci? gli conta d?averla il giorno avanti furtivamente guatata, mentre ella s?adornava di fiori. Descrive gli atti in lei osservati, che ben davano a divedere, quanto ella si compiacesse di se medesima, riguardandosi nell?acqua tanto avvenente. Quindi narra, come ella disponesse il crine, il velo, i fiori, e avendo fatta osservazione, che Silvia rideva in accostando i fiori al volto, Dafne interpreta quel suo riso, come un atto di compiacenza, e di vanagloria, dicendo che parea, che Silvia con quel sogghigno dicesse a fiori:

.   .   .   .   .   .   Io pur vi vinco,

N?porto voi per ornamento mio,

Ma porto voi sol per vergogna vostra,

Perch?si veggia quanto mi cedete.

Non suppone dunque il poeta, che Silvia cos?parlasse, ma solamente ci?s?immagina da Dafne, che in certa maniera scherzando fa il comento, e la glosa al riso di Silvia. Ora questo interpretar le azioni mute, e gli atti altrui, tutto giorno avviene ancor ne? ragionamenti famigliari. Anzi interpretiamo ancor lo stesso silenzio delle cose prive d?anima, parendo alla fantasia nostra, ch?esse parlino secondo l?affetto da noi supposto in loro; e perci?da i rettorici l?interpretazione ?collocata fra le figure ingegnose. Cos? credendosi, o fingendosi da Dafne, che Silvia fosse astuta, superba, e vanerella, parvele che il riso in lei osservato significasse la vanagloria, e l?ambizione, che ella provava in rimirarsi pi?colorita, e bella de? fiori. Per la qual cosa mal si appone, chi giudica Inverisimile questa bella immagine del Tasso; e il Sig. di Fontenelle, uomo per altro di buon gusto, potea nel suo ragionamento sopra la natura dell?egloga usar pi?riguardo nell?approvar la sentenza del P. Bouhours; bench?egli confessi, che toltone quanto ?scritto dal detto Censore, questa ?una delle pi?dilettevoli cose, e meglio dipinte, ch?egli abbia mai ritrovato. Poteva eziandio il detto Sig. di Fontenelle o cancellare, o moderar quelle parole, che egli quinci prese motivo di dire, non so se con gran ragione, so bene che con non molta modestia, parlando de? poeti Italiani. Si pu?/i>, dice egli, risparmiar la briga di leggere le Opere del Guarino, del Bonarelli, e del Marino, per isperanza di trovarvi dentro qualche cosa di Pastorale, perch?il sentimento di Silvia (doveva egli dire di Dafne) ?la cosa pi?semplice del mondo in paragon di quelle, onde son pieni questi autori.

 CAPITOLO OTTAVO

Dell?affermazioni de? pensieri troppo raffinati, e ricercati. .

Esempli di Petronio, Marziale, e d?altri. Sottili sentimenti de? poeti

spagnuoli. Versi del Bembo in quella favella. Vizio dell?oscurit?

Fra le immagini, che da me si son citate come Inverisimili, ve ne sar?qualcuna, la quale non meriter?pure d?esser adoperata da? poeti, quando ancora parlano essi a dirittura, e senza introdurre altre persone a parlare. E la ragione di sbandirle si ? perch?son troppo ricercate, e raffinate. Questo ?il terzo difetto principale, che pu?osservarsi nelle riflessioni, o vogliam dire nelle immagini intellettuali, e talora eziandio nelle fantastiche. Nominasi affettazione, e comech?non vada costei quasi mai disgiunta dal sofisma, o dall?inverisimile, contuttoci?affinch?pi? distintamente se ne conosca la bruttezza, io ho voluto tenerne ragionamento a parte. Per troppo ricercato adunque, e raffinato, noi chiamiamo quel sentimento, per trovare il quale studia troppo l?ingegno, o la fantasia, mostrando queste due potenze l?ambizion di scoprire ragioni straordinarie, e lontane dall?Idea comune de gli uomini. Sanno certuni, essere indizio di mente vasta, e penetrante, o di felice ingegno, lo scoprire le pi?belle verit?interne, e le men note ragioni delle cose, dilettandosi con tal novit?moltissimo gli animi de gli uditori. E in ci?credere non errano. Ma costoro abusano poscia il consiglio, e ingannati dall?apparenza del bello, per volersi troppo guardare dall?essere triviali, cadono nel contrario estremo, che ?quello d?esser troppo ingegnosi, sottili, e di affettare la novit?in tutti i pensieri. Si fanno essi scrupolo di dire un sentimento, e una ragione, che possa venire in mente ad altri; e quasich?non sia bello, se non ci? ch??lontano dall?idea, che gli uomini han delle cose, fabbricano con sottigliezza d?ingegno ragioni, e immagini stranissime, ed ignote alla repubblica de? veri saggi. Ma conciossiach?i pensieri di questi sfrenati ingegni sieno troppo metafisici, e sottili, non hanno perci?vera sodezza, e ben contemplati da gli occhi dell?intelletto sano, si mirano esser tutti lavorati d?aria, e non aver fondamento, su cui si possano reggere. Nel che senza dubbio la natura in certa guisa patisce, e si chiama offesa in veggendo, che gli uomini, curando poco le belle verit?interne da lei somministrate, si volgono a ragioni inverisimili, sofistiche, e false; come si chiamerebbe offeso un signor grande, il quale offerisce a gli amici suoi qualche sontuosissimo, e comodo palagio con deliziosi giardini per lor diporto, ed eglino quivi non volessero arrestarsi, vogliosi solo di trovar que? giardini, e que? palagi favolosi, ed aerei, che si leggono ne gli sciocchi romanzi. Chi adunque troppo ricerca i pensieri, abbandona le belle verit? che gli somministra la natura; o pure imbellettando queste, fa loro cangiar s? fattamente viso, che pi?non paiono quelle di prima. E in questo ultimo principalmente consiste il vizio, che noi dimandiamo d?affettazione, essendo esso uno studio sforzato di abbellir oltre al dovere, e oltre alla verisimiglianza i concetti, e il parlare.

Altrove s??detto, quanto dispiacesse al vecchio Seneca il sentimento di Cestio declamatore, il quale per dissuadere Alessandro dal passar l?oceano, disse: Fremit Oceanus, quasi indignetur, quod terras relinquas. Eccovi una ragione affatto inverisimile all?intelletto, alla fantasia, alla natura. Poteva quel declamatore cavar dal mare mille naturali, e verissime ragioni per distornare Alessandro, come sarebbe: Che non dovea fidarsi la vita di s?gran principe ad un elemento s? feroce ed infedele; che le tempeste non avrebbono rispettata la maest?di lui, e simili cose. Ma stim?costui di mostrar pi?ingegno, cercando, e immaginando una ragione straordinaria. Passiamo ad altre immagini alquanto men palesemente viziose, cio?che portano qualche apparenza di bellezza. Tale si ?quella immagine d?un autore spagnuolo, che prega la morte a venir senza farsi sentire a torlo di vita, perch?il piacer di morire nol faccia viver di nuovo.

Ven Muerte tan escondida,

Que no te sienta venir;

Porque el plazer de el morir

No me torne a dar la vida.

Furono questi versi cos?portati in italiano da un amico mio.

Vieni pur, Morte gradita;

Ma si celi il tuo venire;

Che la gioia del morire

Non ritorni a pormi in vita.

Qui voi vedete la sottigliezza del pensiero, e che troppo ricercata, ed inverisimile si ?la ragione di pregar la morte a venir s?celatamente; sapendo ben tutti, che il piacere provato da un infelice nel sentirsi colto dalla morte, non pu?serbarlo in vita, e molto men risuscitarlo. E ci?mi fa sovvenir d?un simile sentimento in un?ottava siciliana, ch?io voglio qui rapportare per ricreazion di chi legge.

Morti, chi fai? chi aspetti a nu veniri?

Venimi, e duna fini a tanti guai.

Tu sula poi l?affanni mei finiri:

Morti, s?i n?hau bisognu, e tu lu sai.

Pir?ti prego assai, fammi un placiri,

Si hai da veniri, impruvisa verrai:

Perch?s?iu sapir? c?hau da muriri,

Dalla addigrezza nu murir? mai

Potr?pure chiamar alquanto ricercati i sentimenti d?uno spiritoso giovane poeta, il quale con alcune ragioni vuol mostrare, che Pompeo vinto fu o egualmente, o pi?glorioso di Cesare vincitore. Cos?dice egli:

Ma Pompeo non s?affligge; anzi lo sdegno

Del nemico destin chiama gran sorte:

Che se Cesare al ciel sembr?il men degno

Di sentir l?ira sua, parve il men forte,

Se trionf?Cesare in guerra, anch?esso

In se dom?con egual gloria il duolo.

Quegli vinse Pompeo, Pompeo se stesso;

D uo furo i vincitori, e il vinto un solo.

Segue poi a descriver la morte di Pompeo, ucciso per ordine di Tolomeo, e avendo letto, che pi?volte convenne al carnefice ferirlo, va cercandone le ragioni.

O che libera aver non pu? l?uscita

Per una sola piaga Alma s?grande.

O con industre crudeltade il fiero

Rallenta i colpi suoi nel forte petto,

Sol perch?vuole a poco a poco intero

Gustar del suo misfatto anche il diletto.

Chi ben contempla le ragioni qui addotte per dimostrar, che Pompeo chiamava gran sorte [39] la sua disavventura, o perch?tante volte fosse ferito dal carnefice, senza gran pena scorge, ch?elle son pi?ingegnose, che vere, o verisimili. L?ingegno appunto le ha ricercate con soverchio studio per dir cose straordinarie, e maravigliose; ma queste s?nuove ragioni giammai non nacquero nel regno della natura, ove ha luogo solamente il vero, e il verisimile: onde m?immagino, che ora non piaceranno al medesimo autore, pieno gi?di pensieri maturi. E posciach? abbiam parlato di Pompeo, avrebbe dovuto ancor dispiacere al tante volte menzionato Pietro Cornelio un sentimento apertamente troppo ricercato, ch?egli fa dire nella Sc. 2 At. 2 del Pompeo a chi racconta, come fu ucciso questo eroe. Erasi contentato Lucano di dire, che egli

Involvit vultus, atque indignatus apertum

Fortun?pr?ere caput, tunc lumina pressit.

Ma Pietro Cornelio cerca pi?nuove ragioni, perch?Pompeo involgesse il capo ne? panni, e chiudesse gli occhi.

Il d?aigne de voir le Ciel, qui le trahit,

De peur que d?un coup d?oeil contre une telle offense

Il ne semble implorer son aide, ou sa vangeance.

Sdegna di rimirar il cielo, che lo tradisce, per paura di non parere ch?egli con un?occhiata implori il suo aiuto, o la sua vendetta contra una tale offesa. Non ?mai propria d?un eroe, qual si dee supporre Pompeo; non ?naturale, ma empia, ed inverisimile questa ragione immaginata dal tragico franzese. Io so ben poi, che un bellissimo ingegno d?Italia non appruova ora un pensiero da lui posto in versi in et?giovenile. Due rivali, uno corrisposto, e l?altro no dall?amata, fan duello insieme. L?ultimo cos?parla:

Appunto io vo? morire; e m??pi? grato

Il mio tra ?l sangue tuo versar insieme,

Perch?col tuo confuso, un giorno ho speme,

Che dalla Bella tua sar? baciato.

Il desiderio dunque di scoprir pellegrine ragioni talora ce ne fa trovar di quelle, che son poi ridicole, perch?non contengono il vero, o il verisimile. In altra maniera ancor possono peccar gli scrittori: ed ?quando essi trovano bens?le verit?naturali, e le interne ragioni della materia, ma non parendo queste a loro assai maravigliose, s?affaticano a dismisura per accrescerle, ornarle, e dare ad esse nuova faccia col soverchio ingegno. Bel sentimento, non v?ha dubbio, sia il dire: che la maggior felicit?d?un popolo ?l?aver per suo monarca un principe virtuosissimo; e che le altre nazioni straniere non sanno che sia felicit?di servire, perch? non pruovano il dolcissimo giogo di questo regnante. Ma ci?parve sentimento triviale a D. Francesco de Quevedo, e perci?volle egli amplificarlo, e dire d?un certo principe, alla cui fronte la corona quanto il mare, e il sole circonda, che Dio gastiga que? popoli, che non son governati dal Principe suddetto, appunto con questo medesimo di non farli a lui suggetti.

A quella frente augusta, que corona

Quanto el mar cerca, quanto el Sol abriga;

Pues lo que no gobierna, lo castiga

Dios, con no sugetarlo a su persona.

Potrebbe per?forse questa immagine difendersi in qualche maniera come buona, e sofferirsi; ma non gi?molte altre, le quali raffinano tanto il pensier puro, e naturale, che lo guastano, massimamente quando non parla immediatamente il poeta, ma s?introducono sul Teatro le genti a parlare, perch?allora pi?che mai si vogliono attribuir loro naturali, e non ricercati pensieri. Osservisi, come Poro un de i Re dell?India si fa ragionare dal Sig. Racine nell?At. 2 Sc. 5 dell?Alessandro. Vuol questi dire ad Assiana da lui amata, che poich?ella solamente ama la Gloria, ha determinato di andare a divenir glorioso con una Vittoria, acciocch?ella si conduca poscia ad amarlo, e favella in tal guisa:

Et puisque mes so?irs s?expliquoient vainement

A ce coeur, que la Gloire occupe seulement,

Je m?en vais par l??lat, qu?une Victoire donne,

Attacher de si pr? la Gloire ?ma Personne,

Que je pourray peut-?re amener v?re coeur

De l?Amour de la Gloire ?l?Amour du Vainqueur.

E poich?/i>, dice egli, indarno parlavano i miei sospiri al vostro cuore occupato solamente dalla gloria, io me ne vo ad attaccar collo splendore, che nasce da una vittoria, s? da vicino la gloria alla mia persona, ch?io forse potr?condurre il vostro cuore dall?amor della gloria a quello del vincitore. Eccovi come ?divenuto stentato, ricercato, ed affettato per troppo sottilizzarlo questo sentimento. Il voler attaccar la gloria s?da vicino alla sua persona, affinch?il cuore d?Assiana sia forse di poi costretto a passar dall?amore della gloria all?amor del vincitore, non potea dirsi con pi?studio. Ma questo sforzato studio appunto ha guasto il pensiero, ch?era naturalmente bello. Un altro parimente assai affettato, ed inverisimile, se ben si pesano le circostanze della passione, si legge nella tragedia medesima A. 4 Sc. 2. Assiana credendo morto il Re Poro nella battaglia fatta con Alessandro il Grande, mentre si va nel suo dolore consigliando per non sopravvivere al defunto amante, si mette a rimproverare un tal fatto ad Alessandro, che sopraggiunge. E poich?egli si scusa d?aver cercata la morte di Poro, non per rivalit? ma per nobile desiderio di gloria, Assiana supponendo che Alessandro abbia riportata quella vittoria per tradimento, ed aiuto di Tassilo Re parimente dell?India, cos?ragiona:

Triomphez. Mais s?chez que Taxile en son coeur

Vous dispute d?a ce beau nom de Vainqueur;

Que le traistre se flatte avec quelque justice,

Que vous n?avez vaincu que par son artifice.

Et c?est ?ma douleur un spectacle assez doux

De le voir partager cette gloire avec vous.

Trionfate pure. Ma vi sia noto, che Tassilo in suo cuore vi contrasta questo bel nome di Vincitore, lusingandosi il traditore con qualche ragione, che l?artifizio suo v?abbia guadagnata la vittoria. Ed ?veramente uno spettacolo assai dolce al mio dolore il vedere, ch?egli entri con voi a parte di questa gloria. Doveva essere per verit?molto discreto in mezzo alle sue furie il dolor d?Assiana, s?esso la faceva parlare in tal guisa, e contentarsi d?una s?frivola consolazione, qual??questa. Dopo averci fatto udire poco avanti i suoi coraggiosi lamenti, e le sue disperazioni per la supposta morte di Poro, non si aspettava gi?da questa donna una riflessione cos?ingegnosa, e un s?lieve argomento di rallegrarsi. Ma io son certo, che al Racine vecchio, uomo di purgatissimo gusto, non dovette parer verisimile questo pensiero, caduto dalla penna del Racine giovane, e che egli in et?pi?saggia avrebbe fatto parlare Assiana con pi?sodi, e meno ingegnosi Concetti in mezzo a quella funesta congiuntura, ed agitazione d?affetti. Veggiasi pure, come ancora in Prosa ha un bel pensiero naturale perduta la sua bellezza a cagion del soverchio ornamento, e perch?s??troppo voluto amplificarlo, e sottilizzarlo. Quante volte (dice un panegirista d?un gran capitano) voi stesso nel passar che fate dalla contemplazione delle vostre grandi, et ordinate idee alla considerazion dell?eseguirle, rimirando, che fra l?una, e l?altra si frappone l?impotenza della natura debole, vi rimanete tutto malcontento nella cima pi? alta de? vostri pensieri, e sgridate la natura sempre inferiore a gli animi a voi simili! Nelle stesse azioni, nelle quali voi soddisfate l?espettazione del mondo, voi solo fra le comuni allegrezze rimanete il mal soddisfatto di voi stesso. Finqui il sentimento ?nobile, ed ?spiegato con maniera convenevole, onde io non saprei se non approvarlo. E poteva qui arrestarsi lo spiritoso autore; ma egli segue con queste altre parole. E chiamate colpa della vostra virt?il difetto della umana impotenza, e castigate in voi le imperfezioni della forza con que? dispiaceri, il di cui valore non ha prezzo, e co? quali soli punendovi stimate in qualche parte soddisfare a quelle colpe, di cui vi fa reo la grandezza della vostra anima.

Bench?noi poscia abbiamo con molti esempi altrove dimostrato, quanto sia pericoloso il fabbricar sopra le immagini fantastiche, qui pure vogliam rapportarne due, per gli quali appaia, che i poeti ancora in tal guisa possono essere affettati. Cadesi in tal peccato, allorch?l?ingegno vuol render ragione delle immagini lavorate dalla fantasia. Ora si osservi, perch?le stelle spariscano al comparir del sole. Il Racan l?immagin?con dire, che fuggivano per paura d?esser obbligate a corteggiare il sole.

Et devant le soleil tous les astres s?enfuyent

De peur d??re obligez de luy faire la cour.

Ancora un altro poeta franzese rende ragione, perch?l?aurora pianga, e sia rossa con dire alla sua donna: L?aurora non pu?rimirare senza piangere il tuo splendore, che la supera; e per cagion di questo affronto ella mostra s?poco il suo volto, e si deve arrossar di vergogna.

L?Aurore ne peut sans pleur voir

Ton ?lat, qui la surmonte;

C?est ?cause de cet affront,

Qu?elle monstre si peu son front,

Et qu?on la voit rougir de honte.

A me piacevano una volta questi pensieri, ma da che ho cominciato a pesarli sulle bilance del buon gusto, li ritruovo alquanto simili alla sopraccennata riflessione di Cestio, o almeno alquanto affettati. N?da altro procede per mio credere questa affettazione, se non da quel vedersi rendere una ricercata ragione d?un?immagine fantastica. Gentilmente immagina la fantasia, che le stelle fuggano, che l?aurora pianga, e che il mare frema, attribuendo essa umane azioni a queste cose inanimate. Ci?non ?vero secondo l?intelletto, ma vero, o verisimile alla fantasia, parendo a lei, che le stelle disparendo fuggano dal cielo; che cadendo la rugiada, allorch?nasce l?aurora, l?aurora stessa si sciolga in pianto, e si vergogni; e che il mare in tempesta sia sdegnato, e frema. Finqui la fantasia rettamente ha conceputo, e le metafore sono leggiadre. Ma se l?intelletto, ed ingegno vuol poscia recare qualche impensata ragione, perch?le stelle fuggano, l?aurora si vergogni, e pianga, e il mare frema: egli divien disavvedutamente ridicolo, perch?prende per una vera fuga, un vero pianto, un fremito vero, ci? ch??solamente finto dall?immaginazione, e va pur cercando, e sognando qualche straordinaria, e verisimil cagione d?un effetto ordinario, e d?un oggetto palesemente falso.

Chi poi bramasse di trovar gran copia di pensieri assai ricercati, raffinati, e sottili, non ha che da gittar gli occhi sopra le poesie di molti famosi autori spagnuoli. Potrebbe pascersi la curiosit?nelle opere del Gongora, del Villamediana, di Lope, e di D. Francesco de Quevedo. N?ci?si crede da qualcun di loro biasimevole, perch? essendo gl?ingegni spagnuoli naturalmente nello stesso ragionamento famigliare acutissimi, penetranti, e sottili, stimano essi per conseguente molto pi?lecito l?esser tali ne? versi, che sono un ragionamento studiato. Cercano essi perci? ragioni sottilissime, che noi chiameremmo bene spesso troppo acute, inverisimili, ed oscure, ma che tali forse non paiono ad essi. Mi immagino tuttavia, che n?pur da? poeti pi?valorosi di quella nazione sieno approvati certi sentimenti manifestamente sofistici, o troppo spiritosi; e certo dovean molto dispiacere a Garcilasso della Vega, autore d?ottimo gusto in quel Parnaso. E da chi potrebbero mai per nostra f?digerirsi sentimenti simili ad uno del suddetto Quevedo? Loda questi un Principe mirato a cavallo, e dopo aver detto assai bene, che quel generoso destriero in vece di ubbidire al vento, ch?egli vantava per padre, lo disfida al corso.

Al viento, que por padre blasonaba,

En vez de obedecerle, desafia.

Segue a dire, ch?egli si mostrava ferrato di Mercurio, o sia di Argento vivo, onde minacciava il terreno, e mostrava di ferirlo, o calcarlo col piede, ma non lo feriva in effetto; poich? sentendosi carico di s?gran maest? vide, e stim?eziandio la terra indegna di essere calcata.

Herrado de Mercurios se mostraba,

Si amenazaba el suelo, no le heria;

Porque de tanta Magestad cargado

Aun indigno le vi?de ser pisado.

E in proposito del gusto de gli spagnuoli mi si reca alla memoria un?osservazione curiosa, da me fatta una volta in un codice originale scritto a penna, ov?erano alcuni pochi versi spagnuoli di un famoso poeta italiano. Avendo io confrontati i tempi, i nomi, e la persona, a cui sono indirizzati, m?avvidi, che l?autore di essi fu il celebre M. Pietro Bembo, che poscia ricev?maggior lume dalla Porpora. Era egli giovane assai, quando scrisse tai versi per piacere ad una gran principessa di nazione spagnuola. Ora vest?egli cos?bene il genio della poesia spagnuola, che alcuni di que? versi possono parer troppo acutamente pensati, e non figliuoli di chi con tanta leggiadria scrisse in italiano. Non dovr?esser discaro a? miei leggitori, s?io ne rapporter?alcuni, bench?sieno il primo abbozzo, e non perfezionati dall?Autore.

Si mi mal no gradesceis,

Digo, que muy bien hazeis:

Pues mas que todas valeis,

Que mas que todos yo pene.

Se non gradite il mio male, confesso che molto ben fate; poich?voi pi?di tutte meritate, ch?io peni pi?di tutti. In altro luogo dice, che dove amore scrive il suo nome, e spiega le sue insegne, quivi non ?la vita, che vive, n?la morte, che ammazza. Aggiunge, che la forza d?amore ?s?grande, la sua legge ?s?temuta, che l?uomo vive della morte, e muore della vita. Conchiude finalmente, che amore allaccia, e scioglie, n?v?ha potere, che sia superiore al suo; che il suo volere, o per dir meglio il suo voler bene, ?quello, che uccide, e il dolore ? quel, che fa vivere.

Amor, que a?da, y desata,

No hai poder, que al suyo prive.

Su querer es lo que mata:

Y el dolor es lo que bive.

Altrove cos?parla:

No se, para que nac?

Pues en tal estremo est?

Que el bivir no quiero yo,

Y el morir no quiere a mi.

Non so mai, perch?io sia nato, poich?mi truovo in tale estremo, che il vivere nol voglio io, e il morire non vuol me. Ne tralascio alcuni altri lavorati parimenti con molta acutezza, e in luogo di essi ne rapporto altri pochi, i quali mi paiono assai leggiadri, e ingegnosi. Fa egli, credo io, cos?dire ad una lettera, o altra cosa inviata da lui alla sua donna. Io vengo da un tale,

Que es tan vuestro servidor,

Que en vuestro poder consiste

Su ventura,

Como en manos de el pintor

El pintar alegre, o triste

La figura.

Il quale vi ?tanto servidore, che tutta sta in poter vostro la sua fortuna, come in mano del dipintore il dipinger lieta, o mesta una figura. Dice parimente, che non si lagna de? dolori, ch?ei soffre per lei, poich?la cagion del penare ?guiderdon della pena.

Que la causa de el penar

Es galardon de la pena.

Volgendosi in altro luogo alla Morte, le ragiona in questa maniera.

O Muerte, que sueles ser

De todos mal recebida,

Agora puedes bolver

Mil angustias en plazer

Con tu penosa venida,

Y puesto que tu herida

A sotil muerte condena,

No es dolor, tan sin medida

El, que da fin a la vida,

Como el, que la tiene en pena.

O Morte, che mal volentieri suoli esser accolta da tutti, ora puoi cangiar mille miei affanni in un piacere colla tua venuta; e tuttoch?la tua ferita mi facesse provar una morte acuta, pure non ?dolore si smisurato quello, che d?fine alla vita, come quel che la tiene in pena. Sopra un ritratto della medesima principessa m?immagino io, ch?egli ponesse questi altri quattro versi Italiani.

Da quella, che nel cor scolpita porto,

Vi ritrasse il pittore,

Mentre per gli occhi fuore

Qual siete dentro, agevolmente ha scorto.

Leggesi pure nel suddetto manuscritto un madrigaletto composto, e scritto di man propria dalla stessa principessa spagnuola. I primi versi son tali.

Yo pienso, si me muriesse,

Y con mis males finasse

Desear,

Tan grande amor fenesciesse,

Que todo el mundo quedasse

Sin amar.

S?io morissi, e co? miei mali cessassero i miei desideri, io mi credo, che mancherebbe un amor s?grande, che tutto il mondo rimarebbe senza amore.

E ci?basti per memoria del gran Bembo, e per far conoscere, come egli avea presa l?aria spagnuola in compor versi. Prima per?di por fine al ragionamento delle immagini ricercate, ed affettate, non voglio lasciar di dire, che alcuni volendo alle volte sottilizzar troppo le cose, e vestirle, con brevit? con acutezza, con soverchi ornamenti, oscurano senza avvedersene sconciamente i lor pensieri, e li fan divenire ridicoli. E pure l?oscurit? o venga dal non sapersi spiegare, o venga dal troppo studio della brevit? ?un?affettazione, o vizio bruttissimo, da cui debbono con gran cura tenersi lontani tutti i leggiadri poeti, e scrittori; essendo per lo contrario la chiarezza a i sentimenti cos?necessaria, come la luce alle cose materiali, acciocch?si conosca la loro belt? Cavenda erit, scriveva Quintiliano nel lib. 4 cap. 2 qu?nimium corripientes omnia sequitur, obscuritas; nam supervacua cum t?io dicuntur, necessaria cum periculo subtrahuntur. Mi contenter?di recarne un solo esempio. L?Autore d?una orazione, recitata in lode del Sig. Girolamo Pesari Podest?di Bergamo, cos?ragiona. Questa ?una felice sventura nella Repubblica, non poter essere un poco pi?de gli altri senza dar nell?eroico. Non altrimenti ?a voi avvenuto nel governo di questa Patria. Trascendeste i limiti dell?ordinaria legge, e per esser pi?grande, daste nell?epico. Avete perci?spaventato il nostro amore, che non pu?misurare l?eroico della vostra virt? Le dignit?par che spaventino, perch?hanno del tragico; la vostra m?avanzo a dire, ch?abbia del tragico, perch?spaventa. E a dire il vero, come potremo coll?amarvi mostrare, qual voi foste verso de? popoli, s?eravate tutto di Noi, anche allor quando non eravamo di Voi? Operavate per nostro bene in quel tempo stesso, in cui stanchi dall?operare prendevano riposo gli affetti ecc. Eccovi come il voler pur dire ogni cosa con maniera acuta, e diversamente da quello, che potrebbe cader in mente ad altrui, ci fa spesso ricercar troppo gli ornamenti, e precipitare in una dispiacevolissima affettazione. I pensieri tutti prima debbono esser cavati dal Regno della natura, non da gli spazi immaginari, e metafisici dell?ingegno ambizioso. Debbonsi poi spiegar chiaramente, e vestir con ornamenti naturali, convenevoli, e modesti; non si vuol caricar di belletto il lor viso, non opprimere di nastri capricciosi, di troppi fiori, di troppe gemme la loro natural bellezza. Saggiamente in questo proposito scriveva il citato Quintiliano nel Proemio del lib. 8 che i pensieri pi?belli son quelli, che son pi?semplici, e naturali. Sunt optima, minime accersita, et simplicibus, atque ab ipsa veritate profectis similia. E il medesimo Autore appresso va riprovando i difetti, che noi finqui abbiamo accennati, con queste parole: Quod recte dici potest, circumimus amore verborum; et quod satis dictum est, repetimus; et quod uno verbo potest, pluribus oneramus; et pleraque significare melius putamus, quam dicere. Quid, quod nihil jam proprium placet, dum parum creditur disertum, quod et alius dixisset? E ci?basti intorno all?affettazione.

CAPITOLO NONO

Tre spezie d?ingegni, musico, amatorio, e filosofico. Antichi poeti italianini

 bisognosi de? due primi. Necessit? ed ufizio del filosofico. Difetto

del Marino. Filosofia morale, e logica necessarie a? poeti. Sentimenti d?alcuni

autori franzesi, e del Tasso, pesati. Oscurit? di Dante. Lega de i tre ingegni.

S??ragionato finora della fantasia, e dell?ingegno, e s?? dimostrato, quanto la virt?di queste due potenze sia necessaria per divenir glorioso poeta. Ora voglio aggiungere alcune altre osservazioni sopra l?ingegno, le quali per avventura potranno essere di non lieve utilit? Dico adunque, che a formare un poeta eccellente non solamente si richiede una pronta, chiara, e feconda fantasia, un acuto, e vivace ingegno; ma che ?ancor necessario quell?ingegno universale, il quale da me vuol chiamarsi filosofico. Ma per intendere, che cosa sia questo ingegno filosofico, bisogner?consigliarsi co? platonici, e spezialmente con Plotino, il quale nel lib. 3 Enneade 1 ci lasci?scritta una bella dottrina. Dice egli, che fra gli uomini si truovano tre, per cos?dire, spezie d?ingegni, cio?il musico, l?amatorio, e il filosofico. Tutti cercano, ed amano il bello; ma l?ingegno musico studia solamente il bello, che ?ne? suoni, ne? canti, ne? numeri, e in somma tutto ci? che porta seco l?armonia, e diletta l?udito, fuggendo esso la dissonanza, e tutto quel, che non ?armonioso. L?ingegno amatorio cerca il bello, che appaga, e diletta gli occhi, e si ferma sulla superfizie avvenente de? corpi. L?ingegno filosofico finalmente va in traccia anch?egli del bello, ma di quel bello, che ?incorporeo, n?s?vede, n?s?ode, ma solo si comprende coll?intelletto, il quale dalle cose udite, o vedute, intende le bellezze interne, e universali delle cose. Come queste tre maniere di contemplare, e cercar il bello, s?uniscano, o debbano unirsi dall?uomo, per poi giungere alla perfezione della filosofia, e all?intendimento delle cose divine, lascio che si dimostri da Plotino, e da gli altri platonici. A me solo giova di valermi di questa nobile dottrina, appropriandola a gl?ingegni poetici. Questi pure da me si dividono in tre ordini. Altri sono ingegni musici, altri amatorii, ed altri filosofici. A? poeti, che son dotati d?ingegno musico, piace l?armonia de? versi, e a questa principalmente intendono con lo sceglier le rime, le parole o pi?sonanti, dolci, maestose, o pur aspre, languide, terribili, siccome porta la natura dell?argomento, che trattano. Lo studio lor singolare consiste poi nel ben legarle insieme, nel trasporle, e collocarle in tal guisa, che la costruzione, e il senso non ne divengano stentati, od oscuri, e il verso empia d?armonia gli orecchi, portando all?anima le soavi bellezze della musica. D?ingegno amatorio son provveduti coloro, che si fermano sul bello superfizial delle cose, non penetrando nelle bellezze interne. Pongono essi gran cura delle belle, e vive descrizioni delle cose, nella scelta de gli epiteti, nell?ornamento, e cercano il minuto de gli oggetti, che han veduto, o si sono immaginati di vedere. Chiunque ha per ministra dell?ingegno suo una vigorosa, e fertile fantasia, e chi ha il dono della parola, cio?ha in sua mano, e facili tutte le rime, e spiega senza stento, e naturalmente tutto ci? che gli cade in animo, quantunque difficile, e strano, potr?dirsi dotato d?ingegno amatorio. Proprio in fine de gl?ingegni filosofici ?l?internarsi nelle cose, cavarne fuori le ragioni ascose, e le bellezze, alle quali non giunge il guardo corporeo, distinguere il vero dal falso, il sodo dal ridicolo, il bello verace dal finto, argomentando su qualsivoglia cosa, e concependo sentimenti nobili, pellegrini, dilicati, secondoch?ne d?campo la materia proposta. Sicch? l?ingegno musico provvede i versi d?armonia, di numero; l?amatorio d?loro l?ornamento, e pulisce la materia; il filosofico ritruova il fondo, e sceglie il sodo, e il bello interno della materia trattata in versi.

Ci?posto, diciamo che tutti e tre questi ingegni, ma spezialmente l?ultimo, son necessari per formare un compiuto poeta. E primieramente, se dobbiam confessare il vero, i primi, ed antichi rimatori d?Italia mostrarono gran povert?d?ingegno musico. Quando all?orecchio solo, il cui tribunale ?superbissimo, toccasse di dar sentenza sopra il merito loro, certamente sarebbero talvolta condannati alla pena di non esser letti. Ad ogni passo ne? lor versi inciampano i lettori in parole, e rime aspre, cadenti, plebee, desiderandovisi ben sovente il numero, [40] onde sembra a taluno di leggere non versi, ma prosa. Per questa cagione il Tasso in iscrivendo a Luca Scalabrino dicea per ischerzo: Io ho Dante, e l?Ariosto nel numero di coloro, che si lasciano cader le brache. E voleva dire, che non mettevano fatica, e studio veruno per sostenere il decoro, e la maest? poetica, trascurando eglino i versi numerosi, e le parole dicevoli al musico genio della poesia. Il Petrarca medesimo, contuttoch?migliorasse cotanto il numero poetico, e sia ordinariamente gentile, ed armonico, nulladimeno anch?egli non rade volte ha qualche odor di prosa, e non sostien coll?armonia necessaria i suoi nobili concetti. Non otterrebbe gran plauso a? nostri giorni chi usasse somiglianti versi:

Nemica naturalmente di pace.

Che di lagrime son fatti uscio, e varco.

Per?al mio parer non gli fu onore.

A Giudea s? tanto sovr?ogni stato.

Smarrir poria il suo natural corso.

Di simili versi, che o sentono della prosa, o sono infelici di numero, maggior copia s?incontra ne? Trionfi. Che se a qualche estimator del Petrarca piace ancora oggid?lo snervato suono, che talora si fa sentir ne? suoi versi, vuolsegli ricordare, In magnis (cos?Quintiliano scrivea nel lib. 10 cap. 2) quoque Auctoribus incidunt aliqua vitiosa, et a doctis etiam inter ipsos reprehensa. Et utinam tam, bona imitantes, melius dicerent, quam mala pejus dicunt. Quum horride, atque incomposite quidlibet, frigidum illud, et inane extulerunt, antiquis se pares credunt, qui carent cultu, atque sententiis. Eguale appunto a i migliori antichi si credea per questo d?essere un letterato, il quale invidiando la gloria, che si guadagnava da Carlo M. Maggi amico suo per mezzo della poesia, diedesi in et?gi?provetta a far versi alla maniera di Dante: il che fu a lui materia di poco onore, e di gran riso a gl?intendenti di tal professione. Il secolo nostro pu?dirsi fecondissimo d?ingegni musici in poesia, [41] cercando tutti al presente il numero, e l?armonia pi?nobile ne? versi loro, dappoich?se n??ancora insegnata, e pubblicata l?arte da scrittori dottissimi, e si leggono le rime del Tasso, del Chiabrera, del Marino, del Testi, e d?altri poeti eccellentissimi in questa virt?

Credo ancora, che nel Parnaso de? vecchi poeti italiani potesse maggiormente adoperarsi l?ingegno amatorio; imperciocch?noi miriamo spesso le poesie di quel tempo asciutte, secche, e smunte, senza ornamento di belle, e vive figure, con sentimenti poco spiegati, oscuri, e triviali, con descrizioni basse, e plebee. Da tali difetti si guarda chi ha l?ingegno amatorio, e nel Petrarca ben rade volte si potranno questi osservare. Ma ne son pieni i romanzieri, che prima del Boiardo, e dell?Ariosto composero versi in ottava rima, e lo stesso Boiardo bench?superasse di molto gli antichi, pure non fu pienamente fornito di somigliante ingegno. Per questa cagione ancora suole a parecchi dispiacer la lettura de? vecchi poeti. Crebbe di poi ne? rimatori del secolo sedicesimo la cura, e coltivazione dell?ingegno amatorio; cominci?ad addobbarsi meglio la poesia; a descriversi ogni cosa con pi?leggiadria, e vivezza; e ad accoppiar co? sentimenti poetici la nobilt? la chiarezza, e la dilicatezza: onde a quest?ora ?fertilissimo di s?fatti ingegni il Parnaso d?Italia.

Ma n?l?amatorio, n?il musico bastano per dar l?ultima mano a i versi. ?di mestiere, che faccia lega con essi ancor l?ingegno filosofico, anzi senza di questo son quasi per dire, che nulla di buono, non che di perfetto, possa aspettarsi in poesia. N?per altro s?studiosamente si leggono, e piacciono assaissimo alla gente dotta molti poeti de? primi secoli, se non perch?riluce ne? lor componimenti questo s?stimabile ingegno. Penetravano essi co? lor pensieri nell?interno della materia, e scoprivano da per tutto bellissime verit? e sontuose ragioni, che poi servivano a rendere internamente bello, e pellegrino il lor lavorio. Nel solo affetto amoroso, che forn?ordinariamente d?argomento le rime loro, mostrarono essi quanto fosse in questa parte il proprio valore. Io certamente oso affermare, che gli antichi poeti Greci, e Latini, o sia perch?l?amore tanto celebrato da loro in versi avesse per fine la sola superfizie del bello, cio?i corpi, o sia perch?non penetrassero dentro a s?fatta materia, usarono quasi il solo ingegno amatorio, e musico nel trattar questo affetto, e ne toccarono la sola superfizie. Laddove i nostri Italiani merc?dell?ingegno filosofico scopersero tutte le midolle di tal passione, e ne trassero mille verit? ed immagini vaghissime, e gentili, che indarno si cercano fra le poesie de gli antichi. E quando attribuisco a i nostri italiani, e spezialmente al Petrarca, la gloria d?avere scoperto nell?argomento amoroso tante ricchezze per l?addietro incognite, non credo di far torto a i siciliani, o a? provenzali. A i primi, perch?il linguaggio da loro usato in versi non pu?dirsi differente dall?italiano, e perci?comune a loro ?la gloria della nostra nazione. A i secondi, perch?forse, giusta quel che ?detto altrove, furono posteriori a noi altri nel compor versi volgari, o perch?per sentenza del nostro Tassoni, [42] intendente del loro linguaggio, non si sollevarono molto da terra, e non sono di gran valore i loro componimenti. Ci?maggiormente potrebbe comprendersi da chi volesse por qualche studio nella lettura d?essi, trovandosi tuttavia in gran parte raccolti in un prezioso manuscritto gi?compilato l?Anno 1254 e conservato nella Biblioteca Estense. Questo ingegno filosofico presso a i poeti nostri si stese poscia ad altri argomenti, e a tutte le altre passioni, che fan coraggio, o guerra alle umane virt?

?superfluo per?il dimostrare, in quai suggetti si abbia pure da esercitare l?ingegno filosofico; imperciocch?in ogni parte de? componimenti poetici, e quasi sempre, ?necessario che questo si adoperi. Altrimenti i versi, quantunque sieno armonici, e portino una vaga livrea di colori, non ispereran di piacere a gl?intelletti gravi, e a i pi?saggi estimatori delle opere poetiche. Se si osserveranno le rime d?alcuni poetastri, e ancor di poeti rinomati, che nel secolo poco fa trapassato comparvero alla luce, noi non sapremo in esse ritrovar bene spesso questo filosofico ingegno. Le rime loro somigliano a gli abiti luminosi, e pomposi de? commedianti musici, che abbagliano la vista, e compariscono in lontananza preziosi, e pure son composti di vil tela, e d?oro falso. Avranno ben costoro posta tutta la lor cura nel coltivar gli altri due ingegni musico, e amatorio; numerosi, e gratissimi all?orecchio saranno i lor versi, vaghe le descrizioni, vive le traslazioni, e scelti con acutezza gli epiteti. Ma perch?i lor pensieri non hanno poi novit? e sodezza intrinseca, e perch?i lor versi non sanno molto dell?ingegno filosofico, si pu?dire, che lor manchi, se non l?essere, almeno la vera perfezion di poeta.

Che se ho da confessare liberamente il mio parere, stimo che nel numero di costoro abbia da riporsi il Cavalier Marino, poeta secondo la mia opinione non infimo tra gl?Italiani, e secondo la sua, e quella de? suoi seguaci il pi?ingegnoso, che abbia mai avuto l?Italia. Pu?ben darglisi lode, perch?egli fosse provveduto d?una feconda fantasia, d?una felicit? e chiarezza maravigliosa ne? suoi versi, e ancor d?altre doti degne d?invidia; ma ci?non ostante dee confessarsi, che tutto il suo forte era ne? due ingegni musico, ed amatorio, essendo egli stato assai povero del filosofico. E nel vero mi son meco stesso non poco rallegrato in vedendo, che il Cardinale Sforza Pallavicino, uomo veramente mirabile per lo suo filosofico ingegno, bench?talora non assai temperante per l?ingegno amatorio avea col suo migliore intelletto prevenuta la sentenza, ch?io porto, anzi s?era servito del medesimo nome d?ingegno filosofico. Dice egli nel libro intitolato Vindicationes ecc. parlando di questo poeta, le seguenti parole: Non implet ille quidem, ut ingenue fatear, aures meas. In numero lascivire mihi potius videtur, quam incedere; tum vero canoris nugis auditum fallere, non succo sententiarum, atque argutia animos pascere. Quas enim argutias promit, adulterinas, et tamquam supposititias promit, haud ingenuas, ac veras, et respectantis oculi acumen non formidantes. Ma per meglio significar la sua intenzione, aggiunge questo grave scrittore: Uno verbo: carebat Philosophico Ingenio, quod in poeta vehementer exigit Aristoteles. Non so trovare, dove ci?si dica da Aristotele, ma so bene, che il Marino merit?cotal censura. E quando si dice, che qualche poeta ?privo dell?ingegno filosofico, non s?intenda gi? ch?egli ne sia senza affatto, ma che per lo pi?i suoi versi l?accusano di tal difetto. Baster?affidare alquanto gli occhi interni dell?animo nelle opere sue, e tosto apparir? che egli forma bens? amene le descrizioni; sa con leggiadria chiudere, ed esprimere in versi tutto ci? che gli piace; ha le rime ubbidienti, e pronte, usando con felicit?ancor le pi?strane (a differenza d?altri, che solamente sanno valersi delle pi? facili, e non truovano agevolmente maniera di fare un sonetto, se da lor non s?adopera la rima -ore) pone sotto gli occhi vivamente le cose, fa versi numerosi, e dolci, e ha molte altre virt?proprie de i due primi ingegni. Ma i suoi concetti, e spezialmente nella Galleria opera scipita, si scopriran ridicoli, e privi di quel bello, che ?fondato sul vero. Si conoscer? che i suoi ragionamenti non eccedono il mediocre, ed usato saper de gli uomini, se non forse nello stil fiorito, e tenero, che pu?ottenersi quasi col solo aiuto dell?ingegno amatorio. In somma egli non passa oltre alla superfizie delle cose, ed ?talora un puerile poeta, avvegnach?talvolta ei voglia comparir teologo, filosofo, e maestro delle arti tutte. Lo stesso per consentimento ancora del P. Rapino si potr?dir del Teofilo poeta Franzese, non poco simile al nostro Marino, molte volte non essendo altro i componimenti d?ambedue, che

Versus inopes rerum, nug?ue canor?

Per lo contrario gl?ingegni filosofici colla felicit?dell?intelletto loro Penetrano nel fondo delle cose, scuoprono ancor le bellezze pi?ascose de gli oggetti, ed empiono di sugo qualunque lor componimento. I lor pensieri son fondati sul vero, e tali, che spesse volte dall?ordinario saper delle genti non si sarebbono conceputi. E non ?gi? ch?eglino perci?sprezzino que? sentimenti, che possono, o sogliono cader in mente ad altre persone, e al volgo stesso; ma questi pensieri ancora son da loro ingentiliti, e con novit? e grazia adornati, e sempre sono con dilicatezza scelti, non adoperati a caso, o per povert?d?ingegno. Per la qual cosa diciamo, che gl?ingegni musico, ed Amatorio sono sufficienti solamente a fare i versi numerosi, e a dar loro un ornamento superfiziale; e per conseguenza ch?egli ? necessario a chi desidera di divenir perfetto poeta, il congiungere a questi due ingegni anche il filosofico. Chi li possiede tutti e tre, pu?sperar l?immortalit?a i suoi versi, o almen di piacere a gl?intendenti migliori. Tali a me pare che sieno stati il Petrarca, il Bembo, Monsignor della Casa, Angelo di Costanzo, il Tasso, oltre ad altri poeti famosi della nostra Italia. Questi furono alberi bellissimi da vedere per le lor foglie, e per gli fiori, ma parimente utilissimi per le loro frutta. Laddove i dotati solamente de gli altri due ingegni son come i Platani, i quali rendono a? padroni il solo tributo dell?ombra, essendo il pregio d?essi tutto riposto nella sterile bellezza delle lor foglie. E di fatto in chi ?privo del filosofico ingegno noi troveremo assai del voto, e molte frondi, o cose superflue, usando essi gran copia di parole per ispiegare un sol concetto, e talvolta replicando lo stesso concetto pi?fiate con altre parole, senza che qualche gagliarda passione (a cui ci?si permette per natural privilegio) scusi il tanto ridir lo stesso. Sicch?spremendo i versi loro, poco sugo possiamo sperarne. Spremiamo per esempio questi d?un autore, per altro degno di somma lode, e che sicuramente non pu?dirsi altrove povero d?ingegno filosofico. Scrive egli cos?

A popolar l?Aganippea pendice

Corre turba mendica,

E beon labbra plebee l?Aonie fonti.

Quella di sacri allor selva felice,

Tanto al tuo crine amica,

Cerchia, ma con rossor, rustiche fronti;

E ne? gemini monti,

In cui Parnaso ha bipartito il giogo,

Sol scalza povert?degna aver luogo.

Tutto il sugo di questa numerosa stanza altro non ? se non che oggid?si d?allo studio della poesia la sola gente povera, e vile: il che gi?s?era proposto prima in tre altri versi nella strofa superiore:

Ond?? ch?oggi non sale

Fastosa nobilt?sull?erte cime,

N?pi?di cavaliere orma v?imprime?

Ci?con parole diverse, e risonanti si va ripetendo; e se tuttavia paresse ad alcuno ben atto per virt? dell?amplificazione, almen converr?ch?egli conceda, essere certamente una gran fronda quella, dove per significar in Parnaso s?adoperan questi due versi:

E ne? gemini monti,

In cui Parnaso ha bipartito il giogo.

Senza che, forse avrebbono altri avuto difficult?in dire, che lo alloro con rossore corona le rustiche fronti, essendo s?noto a tutti, che Omero, Pindaro, Esiodo, Virgilio, Terenzio, Plauto, Orazio, anzi quasi tutti i pi?famosi poeti non nacquero, ne furono cavalieri; onde l?alloro dovrebbe gi?aver deposto il rossore, e senza vergogna cingere anch?oggi la fronte de? poveri. Dall?altra parte il fondo, che han gl?ingegni filosofici, traspare da per tutto ne? lor versi, che son pieni di cose grandi, nobili, vaghissime, e diverse; per ispiegar le quali adoperano ordinariamente le sole parole necessarie, guardandosi dal superfluo, ove spesso inciampano gli altri due. Questi fanno, per dir cos? viaggio, laddove il solo Amatorio si arresta ad ogni passo cogliendo fioretti. Il buon Ovidio anch?egli talor lasciava trasportarsi in questo difetto.

Ma per meglio ancora intendere, come si conosca ne? poeti, e da loro s?adoperi l?ingegno filosofico, mi giova il distinguere due suoi ufizi. L?uno si ?quello di cavar fuori le ragioni, e le verit?da qualunque cosa in guisa tale, che poi compariscono tutti i ragionamenti impastati d?un certo sugo, che pasce mirabilmente l?intelletto di chi ascolta, o legge. L?altro ?quello di ben trattare gli affetti, e i costumi. Consiste il primo ufizio nella contemplazione, o speculazione, e il secondo pi?tosto nella pratica delle cose. Amendue queste virt?naturalmente si possono posseder da gli uomini senza lo studio delle scienze; ma perch?ci?riesce di rado, o almeno con molta imperfezione, perci?convien ricorrere allo aiuto delle scienze medesime, o pur della sola filosofia. Questa illustre scienza noi la dividiamo in tre diverse. Una pu?chiamarsi filosofia delle cose, o fisica, da cui si considera la natura. La seconda ?la filosofia della mente, appellata dialettica, o logica, e metafisica, da cui s?insegna la maniera di trovar la verit? E la terza pu? dirsi filosofia del cuore, che insegna il bene a gli uomini, e suole appellarsi morale. Ora le ultime due son del tutto necessarie a? poeti, e senza di queste scrisse ancor Cicerone a M. Bruto, che non poteva alcuno essere giammai vero eloquente. La logica, e seco la metafisica (purgate per?dalle superfluit? che han con loro mischiate i secoli rozzi) son quelle, che aiutano alla speculazione, e benargomentare, a ben dividere, e a ben legar le cose, e che ci fanno trovar le interne verit? e distinguer il bello vero dal falso. Colla filosofia poi del cuore si rendono atti i poeti a ragionar con fondamento delle passioni, de? costumi, e delle operazioni umane.

Oltre a quanto s??detto altrove della necessit? che hanno i poeti di ben saper la filosofia de? costumi, voglio qui aggiungere l?autorit?d?Orazio. Pensa egli che l?essere uom saputo, e dotto, sia principio, e fonte del ben comporre i versi. E tutto questo sapere secondo lui consiste nella conoscenza de? costumi, e de gli affetti, per apprendere i quali ci consiglia lo studio della filosofia platonica, o come egli dice, socratica. I suoi versi nella poetica furono cos?traslati in italiano dal canonico Giulio Cesare Grazzini.

Del perfetto compor principio, e fonte

Solo ?il saper; questo potran mostrarti

Di Socrate le carte illustri, e conte.

Dalle pi?erme allor deserte parti

Le parole verran spontaneamente

Con seguito pomposo a corteggiarti.

Colui, che apprese ben ci? che richiede

Della Patria il dovere, e qual serbarsi

Debba a gli amici inviolabil fede ecc.

Certo colui, che in simil guisa esperta

La mente avr? quale a ciascun conviene,

Render?sua ragion con legge certa.

Che se alla filosofia morale si porr?ben mente, imparando noi la natura, ed economia delle virt? e delle passioni, infinito sar?il giovamento, che ne trarremo per ben trattar tutte le imprese de gli uomini. Tosto penetrer?il guardo nostro nelle viscere de gli affetti, e si attribuiranno le parole, e i concetti convenevoli ora a gli eroi, ora alla gente bassa, ora al superbo, ora allo sdegnato, ora all?avaro, e a tutte le altre inclinazioni de gli uomini. Cos?troveremo sodezza, e valore intrinseco in tutti que? pensieri, che adoperer?il poeta, e non gi?il solo superfiziale ornamento.

Egli ?certo, che per difetto di filosofia morale talora dalla gente si lodano cose, che non meritano lode alcuna, anzi son biasimevoli; e per lo contrario non si fa gran conto di altre azioni, che pure son degne di gran commendazione. Peccano in ci?talvolta alcuni poeti, i quali prendendo a rappresentar le imprese, e i ragionamenti de gli eroi, lodano come segni, ed esempi di vera fortezza quei, che solamente sono d?audacia, e di temerit? Nel che siami lecito di dire, che non badarono molto a gl?insegnamenti della miglior filosofia due autori franzesi, il primo de? quali descrivendo il fatto d?arme di S. Lodovico a Taglieburg dice: ch?egli fece delle azioni, che sarebbono accusate di temerit? se il valor eroico non fosse infinitamente superiore a tutte le regole. Il fit des actions, qui seroient accus?s de temerit? si la vaillance hero?ue n??oit infiniment au dessus de toutes les r?les. L?altro, che ? un poeta, lodando il valore dell?esercito franzese nel passaggio del Reno, dice: che il nimico fulmina dalla riva i soldati a cavallo, che passano. Il fiume ? rapido, e le acque son gagliardamente agitate. Cosa capace di spaventare, se cosa alcuna potesse mettere spavento ne? Franzesi:

Orrendum! scirent si quicquam horrescere Galli.

Son rapportati dal P. Bouhours questi due sentimenti, come riflessioni vive, sensate, e leggiadre. Ma per disavventura tanto gli autori, quanto il lor panegirista presero per gran virt?l?ombra sola della virt? e credendosi di commendar il vero valore, lodarono la sola temerit? e l?audacia. Io non so come si possa dire, che il valore eroico sia superiore infinitamente a tutte le regole. La vera fortezza, cio?il valor de gli eroi, ha le sue leggi, le sue regole, e i suoi limiti, oltre a? quali non ?permesso di passare. Ove l?uomo veramente forte ecceda questi confini, cade in un de? due estremi viziosi, che assediano di l? e di qua la virt? divenendo temerario, e audace dalla parte dell?eccesso, e perdendo perci?il pregio della vera fortezza. Adunque la riflessione dello scrittor franzese al mentovato censore; ma realmente ?falsa, n?avrebbe in questa guisa parlato un intendente della buona filosofia. Altrettanto pure diremo dell?altro concetto. Stim?quel poeta di far comparire il gran valore della sua nazione, dicendo che non solamente la furia del Reno, ma niuna cosa ?bastante a farle paura. E pure con tal riflessione troppo generale disavvedutamente egli pot?chiamar temerari, audaci, e furiosi i suoi nazionali. Perciocch??certissima la sentenza d?Aristotele nel cap. 21 libro 1 de? grandi morali, ove egli cerca qual sia la vera fortezza, e mostra, non essere veramente forti coloro, che di nulla paventano. Porta egli per esempio chi non ha paura de? fulmini, e di tutti gli altri mali, e pericoli superiori alla condizione umana. Eἰ μή τις, dice egli, ϕοβεῖται βροντὰς, ἢ ἀστραπὰς ἢ ἄλλοτι ιῶν ὑπὲρ ἄνϑωπον ϕοβερῶν, οὐϰ ἀνδρεῖος, ἀλλὰ μαινόμενό τις. Se v?ha taluno, che non abbia paura de? tuoni, e de? fulmini, e d?altre s?fatte cose, che sono sopra la condizion de gli uomini, costui non sar?forte, ma furioso. Ci son dunque de? mali, e de? pericoli superiori alla natura umana, come i fulmini, i tremuoti, gl?incendi, le voragini, le tempeste. Chi non ha timor di questi, ?pazzo, ?furioso, ? temerario, non uomo forte; perch?il forte non pu?veramente meritar questo bel nome senza aver la prudenza, e senza usar la diritta ragione. Manca a i temerari, e furiosi questo lume, e perci?non temono quelle cose, che son terribili sopra la natura de gli uomini. Adunque gli uomini forti debbono anch?essi, quando conviene, aver paura, ma non perdere perci?la tolleranza, n? il decoro; e per conseguente non ?cosa molto gloriosa, n?riflessione assai ben fondata il dire, che i franzesi non sanno aver paura di un fiume precipitoso, anzi di nulla,

Horrendum! scirent si quicquam horrescere Galli.

In qualche maniera per?si potrebbe difendere questo sentimento, qualor s?interpretasse con tutta benignit? Ma non potr?gi?s? facilmente scusarsi un altro, che pure si rapporta, e si loda come un concetto ben?eroico dal suddetto Padre Bouhours. Con queste parole un famoso oratore fa, che i soldati franzesi parlino ad un lor valente capitano: Finch?questo grand?uomo, dicevano essi, ?alla nostra testa, noi non paventiamo n?gli uomini, n?gli elementi; e rinunziando la cura della nostra sicurezza all?esperienza, e all?intendimento di chi ne comanda, noi non pensiamo, che al nemico, e alla gloria. ? Tant que ce grand homme sera ? n?re t?e, nous ne craignons ni les hommes, ni les elemens; et d?harg? du soin de n?re suret?par l?experience, et par la capacit?du chef qui nous commande, nous ne songeons qu??l?ennemi, et a la gloire. Non dovrebbe rimaner molto obbligata a cotesto Oratore la Nazion Franzese, il cui vero valore ?noto a tutti, per essere introdotta a parlar col linguaggio de? Temerari, non de? veri Forti. Quel non temere n?gli uomini, n? gli Elementi, non pu?aver luogo, se non in bocca de gli Audaci, e de? Furiosi, i quali o non hanno, o si vantano di non aver timore delle cose terribili sopra la condizione umana. E non s?accorge egli di rappresentare i moderni Galli (gente senza fallo valorosa) come furono al tempo di Aristotele i Galli antichi, cio?non veramente Forti, perch?non temevano n?pur quelle cose, che l?uom Forte ha da temere? Eccovi le parole del filosofo nel cap. 10 lin. 3 dell?Etica a Nicomaco: εἴν δ? ἄν τις μαινόμενος, ἢ ἀαλγητος, εἰ μηϑὲν ϕοβοῖτο μήτε σεισμὸν, ϰύματα, ϰαϑάπερ ϕασὶ τοὺς Kελτούς. Potr?chiamarsi furioso e insensato chi non ha paura di cosa alcuna, n?del tremuoto, n?delle tempeste, come dicono essere i Galli. Parimente nel cap. 1 lib. 3 dell?Etica ad Eudemo torna egli a riprovare gli antichi Barbari, e nominatamente i Galli, i quali condotti da una furiosa Fortezza affrontavano que? pericoli, e mali, che la Ragione ci consiglia a temere. οἷον οι Κελτοὶ πρὸς τὰ  ϰύματα, ὅπλα ἀπαντῶσι λαβόντες∙ ϰαὶ ὅλως ἡ βαρβαριϰὴ ἀνδρεία μετὰ ϑυμοῦ έστιν. Siccome se i Galli coll?armi alla mano si portassero ad assalire una tempesta: la qual furiosa fortezza ?affatto propria de? Barbari. N?altrimenti parla de? medesimi Galli Eliano al lib. 12 cap. 23 della varia Istoria. Dopo le quali parole, se si pu? corrasi a lodare il sentimento dell?autor franzese, e a chiamar gente eroica quella, che si suppone non aver paura de gli elementi stessi.

Poteva almeno il P. Bouhours, prima di lodar cotanto questi concetti, ricordarsi di ci? ch?egli avea scritto intorno alla virt?eroica per condannarne uno del Tasso nel 19 Canto. Descrive questi la morte d?Argante, e dice:

Moriva Argante, e tal moria, qual visse:

Minacciava morendo, e non languia.

Superbi, formidabili, feroci

Gli ultimi moti fur, l?ultime voci.

Pare al critico suddetto molto inverisimile, che Argante non languisse, poich?gli eroi hanno bens? della costanza in morendo, ma il valor dell?animo non pu?impedire al corpo d?indebolirsi. Quel non languia riguardando il corpo esenta Argante da una legge comune a tutti, e distrugge l?esser dell?uomo, volendo troppo innalzar l?essere dell?eroe. Cos?egli ragiona. Ma quanto mal fondata ?la lode da lui data ai concetti, soprammentovati, altrettanto ?poco sussistente il biasimo, ch?egli d?al pensiero del Tasso. Noi possiamo sbrigarcene con un sol motto, facendogli sapere, che quel languia non si riferisce al corpo, ma all?Animo d?Argante; nel qual senso fu in pi?luoghi usato un tal vocabolo da Cicerone, da Sallustio, da Curzio, dal Petrarca, e da altri. Ponghiamo per? che debba riferirsi al corpo quel non languia. E quanti ci sono, che feriti a morte in qualche rabbioso combattimento, pur seguono ad offendere l?inimico, n? par, che perdano le forze del corpo, rimanendo poscia, senza sembrar di morire, in un momento senza voce, senza moto, senz?anima? Naturalissima cosa ?questa. Le piaghe son calde, gli spiriti son violentemente agitati dallo sdegno, o sia dal desiderio della vendetta, dal furore, dalla disperazione, e con maraviglioso sforzo tutti consumati, e spesi nell?azione violenta, all?improvviso abbandonano il corpo. Chi muore pieno di questi gagliardissimi affetti, come il lume della candela, si rinforza pi? e raccoglie tutte le sue forze, quando ?pi?presso a finire. Adunque dato ancora che il non languir d?Argante riguardasse le forze del corpo, ragionevolmente sarebbe detto, e farebbe intendersi, che non compariva ne? suoi atti sfinimento, o languidezza mortale, e che egli tuttavia con moti formidabili, e feroci si contorceva, minacciava, e tentava d?offender Tancredi. E cos?appunto non solo si pu? ma dee rappresentarsi l?atto del morire d?un uomo ferocissimo, il quale non muore consumato da lunga malattia, ma ferito, furioso, disperato, e che cerca di vendicarsi fino all?ultimo respiro. E come potrebbe dirsi verisimilmente, che

Superbi, formidabili, feroci

Gli ultimi moti fur, l?ultime voci,

se il poeta ci descrivesse Argante languido, svenuto, e privo di forze, come chi lungamente giaciuto infermo si muore? Approvando il censor questi due versi, ragion vuole, ch?ei non condanni l?altro. Ancora l?Ariosto saggiamente ci dipinse Rodomonte prostrato a terra, e pieno di ferite, a cui di forza una gran parte

La coscia, e ?l fianco aperto aveano tolto,

che tuttavia non isviene, non languisce, non vuole arrendersi, ma si torce, si dibatte, e vorrebbe pure offendere il vincitor Ruggiero.

Ma quel, che di morir manco paventa,

Che di mostrar viltade a un minim? atto,

Si torce, e scuote, e per por lui di sotto

Mette ogni suo vigor, n?gli fa motto.

Ma ripigliando il preso ragionamento, e passando dalla necessit? che hanno i poeti d?apprender la filosofia de? costumi, a quella della logica, dico che questa Arte, a cui va congiunta la metafisica, o sia essa collo studio appresa, o infusa nell?intelletto nostro dalla benefica natura, ?altres?necessaria per iscoprire i bei lumi, le nobili verit? e ragioni, che son come i metalli sepolte nelle miniere delle cose. Quando queste non si scuoprano, i pensieri, e sentimenti del poeta saranno superfizialmente belli, o fondati sul falso, o troppo volgari; e per conseguenza produrran poco diletto, e minor maraviglia. E se noi leggiamo versi composti da chi ?ricco d?ingegno filosofico, e sa ben usar la metafisica, e la logica, noi vi troviamo un certo massiccio, un certo trattar le cose con penetrar nel loro fondo, e midollo, e un dilicato, e segreto argomentar sopra esse, che ci mette sotto gli occhi tutto il bello interno della materia proposta. Veggiasi per esempio, come il poeta poco fa da noi difeso esponga nel Cap. 2 della Gerusalemme la azione di Sofronia, unendo egli maravigliosamente e la brevit? e il pensar da filosofo collo stile amatorio, e musico. In leggere questi versi dir?tosto ognuno, ch?egli ?un filosofo colui, che descrive una tale azione, perch?li sente pieni di sugo; mira con mirabile possesso, e dilicatezza toccate le interne ragioni, e verit?d?ogni atto; e in una parola conosce d?imparar molto, oltre ad un molto diletto. Ma prendiamo qualche minuto esempio per meglio comprendere il lavorio de? filosofici ingegni, penetranti coll?aiuto della logica nelle fibre de gli oggetti. Vaghissima nel vero, e piacevole immagine Intellettuale ?quella, con cui il Maggi risponde ad uno, il quale avea detto esser bella una reina:

Nel dire belle alle reine

Io per me vi penserei:

Son due cose assai vicine

Il dir belle, e il dir vorrei.

Non per altra cagione tanto piace questo pensiero, se non perch?l?intelletto ha scoperta una bella verit? ascosa, a cui la persona punto non pensava. Ci? che ? o sembra bello, naturalmente da tutti s?ama; e tutto ci? che s?ama, ancor si desidera, non essendo l?amore secondo gl?insegnamenti della filosofia platonica se non un desiderio del bello. Adunque ?lo stesso, o quasi lo stesso il dire: quella cosa ?bella, e il dire: io desidero, io vorrei quella cosa. Un?altra verit?scoperta da Plinio il vecchio empie di vaghezza un suo pensiero nel cap. 3 lib. 13 della St. Nat. Parla de gli unguenti odorosi, e dopo aver detto, che costava quattrocento denarii una libra di essi, aggiunge questa riflessione. Tanti emitur aliena voluptas! Non si osserva punto da chi tanto spende per ungersi d?unguenti odorosi, comprarsi da lui a s?caro prezzo non per se, ma per altrui il diletto; poich? siccome nota lo stesso Plinio, chi porta l?odore nol sente: etenim odorem qui gerit, non sentit. E questa verit?scopertaci dall?ingegno argomentante ci appare assai nuova, e perci? bellissima. Non minor dilettazione, e pi?maraviglia ancora ci porge nella Troade di Seneca l?udire Andromaca, la quale ad Ulisse, che a lei minaccia la morte, cos?risponde:

Si vis, Ulysse, cogere Andromacham metu,

Vitam minare:

e ne aggiunge appresso la ragione: Nam mori votum est mihi. Noi potremmo rapportar mille altre verit? che l?ingegno filosofico, ben?usando la logica, continuamente rinviene.

Egli ?ben poi vero, che questo ingegno senza essere corteggiato e soccorso da gli altri due, cio?dal musico, e dall?amatorio, non pu?dar l?ultima perfezione a i parti de? poeti. Le nobili, e ricondite dottrine, ch?egli scuopre, sopra tutto si debbono chiaramente spiegare, e vagamente adornare dall?Amatorio. Altrimenti le bellezze scoperte, quantunque internamente sieno preziose, non saranno per?da? riguardanti abbastanza prezzate per cagion della esterna loro troppo rozza apparenza. Cos? alla perfezion d?una dipintura non basta che le figure sieno immaginate con novit? e con tratti espressivi de gli affetti, che si voglion rappresentare dal dipintore, e poste sulla tela in qualche maniera. Ma richiedesi, che le dette figure sieno con somma proporzion disegnate (il che pu?riferirsi all?ingegno musico della pittura) e che i colori sieno anch?essi propri per far risaltare la bellezza del disegno, e per distinguere i contorni (il che s?aspetta all?ingegno amatorio della detta arte); onde il tutto di quella dipintura sia convenevolmente ornato, e possa piacere a chiunque la mira. Se dell?ingegno amatorio si fosse tenuto pi?conto da? nostri vecchi, e spezialmente dal gran filosofo Dante, non v?ha dubbio, che le opere loro ci sarebbon pi?care, e questi con pi?ragione avrebbe ottenuto il soprannome di Divino. Ma stimarono essi bastevole gloria il dire in versi nobilissime, e pellegrine cose, n?credettero difetto l?oscurit? onde son talvolta cinti i loro concetti; anzi forse riputarono virt?il lasciar la necessit?a chi legge di consigliarsi con qualche dotto Comento, qualor si vogliano intender que? versi, che per se stessi dovrebbono esser chiari. Certo io so, che Dante ben di ci?s?avvide, e che sotto i suoi versi strani volle a bello studio coprire altissime dottrine, laonde egli protest?di scrivere solamente a gl?intelletti migliori, dicendo: [43]

O voi, ch?avete gl?intelletti sani,

Mirate la dottrina, che s?asconde

Sotto il velame delli versi strani.

Ma probabilmente maggior gloria sarebbe a lui venuta, se avesse scritto quel poema in guisa, che ancor coloro potessero intenderlo, che non hanno studiato il barbaro linguaggio degli Scolastici. In fine il poeta dee parlar col popolo, e non co? soli Peripatetici, e farsi per quanto si pu?intendere senza le chiose altrui. Ora chi mai senza comento potr?comprendere la dottrina, che per altro ?bella, di queste parole poste dal mentovato poeta nel 18 del Purgatorio?

Ogni sustanzial forma, che setta

?da materia, ed ?con lei unita,

Specifica virt?ha in s?colletta.

La qual senza operar non ?sentita,

N?si dimostra, ma che per effetto,

Come per verdi fronde in piante vita.

Per?l? onde vegna l?intelletto

Delle prime notizie, uomo non sape,

E de? primi appetibili l?affetto;

Che sono in noi, siccome studio in ape

Di far lor mele: e questa prima voglia

Merto di lode, o di biasmo non cape.

Or perch?a questa ogni altra si raccoglia,

Innata v??la virt? che consiglia,

E dell?assenso dee tener la soglia ecc.

Mille s?fatti esempli si potrebbono trarre dalla Commedia di Dante, e dalle Rime di Guido Cavalcanti, dell?altro Dante da Maiano, di Girolamo Benivieni, e d?altri. E nel vero molto ? da dolersi, che le profonde Rime di questo ultimo, ripiene de? pi?nobili insegnamenti di Platone, sieno talvolta s?ruvide, s?poco gentili, e chiare, e s?prive de? vivaci dell?ingegno amatorio, che senza il Comento fatto sopra esse dall?autor medesimo, e da Giovanni Pico della Mirandola, sopra la Canzone, che comincia:

Amor, dalle cui man sospeso ? il freno,

o nulla, o troppo poco si possa comprendere della lor filosofica bellezza.

Torno per?a dire, ch?io credo, che que? valentuomini consigliatamente volessero comparire oscuri ne? lor versi, e che, se loro ne fosse venuto il talento, avrebbono con singolar chiarezza saputo esprimere i propri sentimenti. Ma non perci?sono essi in tal parte da imitarsi, e noi francamente possiam nominare corrotto il gusto di coloro, che tanto pi?stimano i versi, quanto maggiore ?la nebbia, onde sono attorniati, quasich?sia segno di gran sapere, e profondit?d?ingegno il parlar da oracolo, e il non lasciarsi intendere. Ha, non pu?negarsi, l?essere oscuro qualche apparenza di grandezza, perch?le cose sollevate, e non triviali, son per l?ordinario alquanto difficili, ed oscure. Manifesta cosa ?per? che reca seco un non so che di follia quell?ammirare ci? che punto non s?intende. Fu in questo proposito ben gentile, e piacevole una beffa ordita in Ferrara a questi amatori delle tenebre. Da un bell?ingegno si compose un sonetto, che nulla significava, e fattolo uscir sotto nome d?un famoso poeta, si diedero alcuni a comentarlo, e a sognarvi dentro le pi?pellegrine erudizioni, e i pi?bei concetti del mondo, in guisa che quantunque di poi si palesasse l?inganno, pochi di costoro vollero indursi a crederlo tale. Ci??riferito dal Giraldi ne? suoi Discorsi. Coloro per verit? che tanto gustano l?oscurit? e curano s?poco la chiarezza, meritano almen quel gastigo, di cui essi vanno in traccia. Non vogliono essere intesi? pu?farsi loro la grazia di non affaticarsi per intenderli, e per comprendere ci? che l?ingegno amatorio poteva, e doveva pi?chiaramente esprimere. E non s?avveggono questi oracoli, che si oltraggia da essi la natura della poesia, e del ragionamento? Debbono apportar diletto i lor versi: ma e come pu?dilettarne cosa, che non s?intenda, o pur che costi troppa fatica per volerla intendere? Ora noi, che per riverenza non accusiamo gi? ma n?pur lodiamo Dante per la sua oscurit? accuseremo bens?di pessimo gusto coloro [44], che amano pi?tosto, e lodano pi?la notte d?alcuni vecchi scrittori, che il giorno risplendente de? nuovi. Qu?est in hominibus, siami lecito lo sclamar con Tullio, tanta perversitas, ut, inventis frugibus, glande vescantur? Certo il Petrarca [45] uomo di filosofia, e d?ogni altra scienza ornato, meglio intese de? suoi antecessori il genio della poesia, e mostr?in fatti, ch?egli conoscea, quanto fosse necessario alle materie trattare in versi quel vaghissimo manto, di cui le suole adornare l?ingegno amatorio. Il perch?quasi sempre con grazia, quasi sempre con soavit? e chiarezza di frasi, e di parole, vest?i suoi nobilissimi concetti; e in ci?fu poscia imitato da i nostri migliori, siccome i Latini dopo il secolo d?Augusto presero ad imitare, non l?orrido stile d?Ennio, e di Lucilio, ma il leggiadro, limpido, nobile, e soave di Virgilio, di Catullo, di Tibullo, e d?Ovidio.

All?ingegno dunque amatorio si hanno da raccomandare le gravi dottrine, le pellegrine verit? e tutto il bello, che si scuopre dal filosofico nelle materie, affinch?sieno da esso pulite, ornate, espresse con chiarezza, e leggiadria, onde un lettore mezzanamente dotto possa capirne, e gustarne la bellezza. A lui appartiene il dar buona grazia, e lume alle materie gravi, e profonde, addimesticandole, per cos?dire, e riducendole come si pu?il meglio a tal chiarezza, che ancor ne godano i men letterati. E in questa operazione consiste principalmente a mio credere l?impiego e, il pregio de gl?ingegni amatorii, i quali perci?si studiano di condur le cose dall?intelletto al senso. Ci? che il filosofo discuopre nella miniera interna delle cose, bene spesso ?concetto Intellettuale, cio?verit?astratta, e per conseguenza non cade sotto i sensi dell?uomo. Ora queste virt?astratte, da noi sempre non s?amano, perch?non possono senza fatica intendersi; anzi gl?Intelletti mezzani talvolta n?pur con questa fatica pervengono all?intendimento d?esse. Per lo contrario agevolmente comprende la mente nostra ci? ch??solito di rappresentarsi a i sensi, come da? canali, per cui sono a lei portate d?ordinario le verit?delle cose. Adunque se le verit?astratte, e le bellezze rivelate dall?ingegno filosofico si possono dal poeta rappresentar con colori sensibili, avverr?senza dubbio che con facilit?dilettino la maggior parte di chi legge. Questi colori poi sensibili, e vivaci vengono dall?ingegno amatorio somministrati alle ruvide, e oscure verit?ritrovate dal filosofo, s? col chiamare in soccorso i bei sogni della fantasia, e s?coll?adoperar le parole, e le forme di dire pi?significanti, luminose, e chiare, che s?abbia la Lingua, in cui si parla, o scrive. Che se a i nobili trovati dell?ingegno filosofico, a i leggiadri ornamenti dell?amatorio congiunger?il poeta ancor la soavit?dell?ingegno musico, egli potr?promettersi di facilmente conseguir tutto il bello poetico. La bellezza in fatti consiste secondo la sentenza di Marsilio Ficino in tre cose, in proporzion di parti, in soavit?di colori, e in grandezza. Coll?ingegno musico s?ottien la prima, coll?amatorio la seconda, e la terza col filosofico. Nella lega di questi tre ingegni consiste l?ultima perfezion de? componimenti poetici, ed ella sicuramente pu?condurre i poeti all?immortalit?del nome, ove loro non manchi il giudizio, di cui ora passiamo a trattare.

CAPITOLO DECIMO

Del giudizio. virt?necessaria; ma difficult?d?insegnarla. Ufizio suo. Ovidio

 ripreso da Seneca. Avvedutezza, e dilicatezza di giudizio. Peccati contra

questa virt? Confini del bello scoperti dal giudizio. virt?della variet?

Un sublime ingegno, una felice fantasia son le due ali, che portano gli uomini all?eccellenza della poesia; ma per ben?usar di queste ali fa d?uopo, che la natura amorevolmente ci doni, o lo studio proccuri, ancora il giudizio. Questo in fatti ?il motor pi? riguardevole, e la virt?pi?nobile, che siede nella parte pi?limpida dell?anima nostra, abitando esso in noi come re, come giudice di tutte le azioni, e de? ragionamenti nostri, onde ha eziandio tratto con ragione il nome di giudizio. Ma quanto ?stimabile questa bella virt?altrettanto essa ?rara nel mondo; e perci?Platone nell?Alcib. 2 ebbe a dire, che infinita ?la schiera di coloro, che son privi di giudizio; e il Petrarca lo confess?anch?egli, scrivendo:

Or questo ?quel, che pi?ch?altro n?attrista,

Che i perfetti giudizi son s? rari.

Ancor nella vita civile suole, o dee stimarsi questo bel pregio pi?che gli altri, osservandosi, che pi?vale un mediocre sapere congiunto con gran giudizio, che un prodigioso sapere, e un ingegno straordinario, ma senza giudizio. Una tal verit?per?maggiormente si pruova ne gli studi delle lettere, e spezialmente nell?eloquenza, e nella poesia. Gi?s?? mostrato, in quali eccessi pu?cader la fantasia capricciosa, e l?ingegno ambizioso, quando continuamente non si consiglino con questa guida, con questo aio, il quale ha sempre da signoreggiare in ogni movimento dell?anima nostra. La prima potenza inventa mille mirabili azioni, e immagini, o intreccia mille gruppi di strani accidenti, e di operazioni umane. Scuopre la seconda nobilissimi, e nuovi sentimenti, e adorna la materia di pellegrini, e leggiadrissimi ricami. Ma s?aspetta poscia al giudizio l?economia poetica; l?accoppiare al maraviglioso il verisimile; lo scioglier con naturale, e credibile condotta i gruppi; il serbar da per tutto il decoro, e la modestia; l?osservare attentamente la natura; e il contener l?ingegno fra gli estremi viziosi, e lungi dall?affettazione, vizio, che appunto allora accade, come Quintiliano scrivea, quando ingenium judicio caret, et specie boni fallitur.

Adunque sia necessario dopo aver favellato dell?ingegno, e della fantasia, ch?io tratti qualche poco del giudizio, il quale con altri nomi suol pure chiamarsi prudenza, diritta ragione, e ancor talor buon gusto, ed ?una parte, virt? o potenza dell?intelletto medesimo. Dissi di trattarne qualche poco; posciach?si potrebbe spendere un intero libro intorno al giudizio, e non perci?compiutamente soddisfare alla vastit?del suggetto. Sono tante, s?mutabili, e s?varie le sue regole, che il suddetto Quintiliano confess?non potersi questo insegnar coll?arte, siccome non si pu?il gusto, e l?odore. Nec magis arte traditur, quam gustus, aut odor. E nel vero non ? men raro il conseguir dalla Natura questo pregio, che malagevole il darne precetti. E n??manifesta la ragione; poich?il giudizio ?una virt? che si fonda sulla considerazione de gl?individui, e delle cose particolari; e perch? queste son per cos?dire innumerabili, perci?innumerabili ancor sono le leggi, e le regole del giudizio. Permetter?per esempio il giudizio, e vorr? che in tal congiuntura, in tal tempo si dica un concetto, e si usi una immagine, la quale sar?bellissima in quel luogo, e tempo. Ma, cangiandosi congiuntura, e circostanza, diverr?sconcia, e deforme quella medesima immagine; e il giudizio non vorr?adoperarla, essendo le immagini, tuttoch?belle, a guisa de? contrapesi, che aiutano a segnar fedelmente le ore in un determinato orologio, e trasportati in un altro possono gravemente sconvolgere la sua dirittura. L?ingegno, e la fantasia soffrono le regole, e si governano con leggi universali, e generali. Non cos?il giudizio, che regola, e misura le sue sentenze secondo la disposizione de gl?individui, delle circostanze, e particolarit? usando continuamente nuove leggi, riflessioni, applicabili ad una, e non alle altre occasioni.

Bench?per?non possa darsi legge del giudizio, pure studiamoci di aiutare anche in questo i giovani, desiderosi di profitto. Si pu? descrivere il giudizio, per quanto riguarda la poesia, e l?eloquenza, con dire ch?esso ?quella virt?dell?intelletto, che c?insegna a fuggire, e tacere tutto ci? che disconviene, o pu?pregiudicare all?argomento da noi impreso, e a scegliere ci? che gli si conviene, o pu?giovargli; e ch?esso ?quel lume, che ci scuopre secondo le circostanze gli estremi, fra? quali sta il bello, o sia questo della favola, de? costumi, della sentenza, della favella; o sia delle parti, o pure del tutto de? componimenti. Quanto ?al primo ufizio di questa potenza maestra, immaginiamo qualche argomento, che il poeta, o l?oratore prendano a trattare, quegli in versi, e questi in prosa. Tra le infinite immagini, che potran pararsi davanti alla fantasia, o al secondo ingegno di costoro, dovr?il giudizio, ben considerando il fine di chi scrive, le circostanze, il decoro, e le qualit?della materia, elegger quelle, che son pi? nobili, pi?belle, e pi?convenevoli al suggetto, e parimente riprovar tutte l?altre, che o gli servono poco, o gli portano ancor pregiudizio, ben tenendo in freno la fecondit? e l?ambizione dell?altre due Potenze. In proposito di ci? scriveva Tullio le seguenti parole, ragionando dell?Oratore: JUDICIUM adhibebit, nec inveniet solum quid dicat, sed etiam expendet. Nihil enim feracius Ingeniis, iis pr?ertim, qu?disciplinis exculta sunt. Sed, ut segetes fecund? et uberes, non solum fruges, verum herbas etiam effundunt inimicissimas frugi bus; sic interdum ex iisdem locis, aut levia qu?am, aut caussis aliena, aut non utilia gignuntur. Quorum ab Oratoris JUDICIO delectus magnus habebitur. Aprir?dunque anche il poeta cent?occhi, stender? la vista per cento lati, mirando non men cautamente ci? ch?egli ha da fuggire, che attentamente ci? che deve abbracciare. Tutte le linee, ch?egli tira, vanno a toccar quel punto, che ha fisso davanti a gli occhi, cio?a dilettare, o persuadere. Si pesano da lui tutti i sensi, affinch?non sia equivoco in essi, n?risveglino qualche poco onesta immagine; cerca tutte le parole, e l?espressioni pi?nobili, e convenevoli, tutte le ragioni, e metafore pi? maestose, vive, chiare, dolci, e leggiadre; e talvolta fingendo d?essere un altro, interroga se stesso, e dice: S?io fossi il Petrarca, se Cicerone, se Virgilio, parlerei in questa maniera? O pur va dicendo: Se udissi in componimento altrui queste immagini, mi diletterebbono esse? Potrebbe egli approvarsi da me questa ragione, questo sentimento, s?altri me lo proponesse per dilettarmi, o persuadermi in questo suggetto? In somma non v??particolarit? e circostanza, che il giudizio acutamente non esamini, per conseguire il fine, ch?egli s??in prima proposto. A lui perci?propriamente s?appartiene la disposizione, l?ordine, e l?economia de? Poemi, e delle Orazioni, cio?quel mettere pi?in un luogo, che in un altro, una ragione, una riflessione, una figura, un?immagine Fantastica, amena, tenera, maestosa, o per convincere, o per muovere l?affetto, o per dilettare.

Miglior lume daremo a tali insegnamenti con qualche esempio. Fu con molta ragione censurato da Seneca nel 3 lib. delle Quist. Nat. Ovidio, perch?egli descrivendo il diluvio mischiasse ad alcune maestose immagini, degne veramente di quel terribile spettacolo, alcune altre, che fanciullesche possono appellarsi. Ingegniosissimus ille Poetarum, son le parole di Seneca, egregie pro magnitudine rei dixit:

Omnia pontus erant, deerant quoque litora ponto.

Nisi tantum impetum ingenii, et materi?ad pueriles ineptias reduxisset.

Nat lupus inter oves, fulvos vehit unda leones.

Non est res latis sobria lascivire, devorato orbe terrarm. Dixit ingentia, et tant? confusionis imaginem cepit, quum dixit:

 Expatiata ruunt per apertos flumina campos

. . . . . . . Press?ue labant sub gurgite turres.

Magnifice hoc, si non curavit, quid oves, et lupi faciant. [46] Poteva Seneca riprovare eziandio altri versi d?Ovidio in quella descrizione, e spezialmente col?dove dice, che taluno allora osservava o prendea de? pesci sulla cima degli olmi:

. . . . . . . Hic summa piscem deprendit in ulmo.

Non erano queste immagini assai maestose, e gravi per metterci sotto gli occhi quell?orribile scena, contenendo esse di fatto un non so che di puerile, e di piacevole. Perci?il giudizio attentamente dovea considerare, ch?esse nocevano all?argomento gravissimo, e per conseguente astenersene, abbracciandone altre pi?maravigliose, e convenevoli ad un s?lagrimevole, e spaventoso ritratto. Altres?per lo contrario, se noi tratteremo un argomento umile, e di poca levata, vorr?il giudizio, che non vi spendiamo immagini magnifiche, e strepitose, corrispondenti pi?ad eroico, tragico suggetto, che alla bassezza di quella materia. Ci?si disedirebbe ad essa, come la pesante clava d?Ercole, o la spada d?Orlando a un tenero fanciullo.

Ma per discendere eziandio ad un esempio alquanto pi? palpabile, pongasi che noi prendiamo a lodare un glorioso Principe. Allora il giudizio non permetter? che nel suo Panegirico si mischiano quelle azioni, che son di poco onore, e molto men quelle, che son di biasimo a quel Principe, se pure non si trovassero tai Colori, e un Artifizio s?fino, che facesse divenir veramente materia di lode quello, che non era tale, anzi ragionevolmente potea biasimarsi. Cos?appunto fece un dotto autore, che in un?Orazione intitolata L?Oro pi?glorioso del Merito, prov? essere stato pi?degno di lode Sebastiano Soranzo per avere comprato, che per aver meritato il grado di Proccurator di S. Marco. Giudiziosamente consider?egli le circostanze di questa azione, cio?l?essere la Repubblica Veneziana allora in gravi bisogni di danaro per cagion della guerra; cercarsi da lei oro con offerir dignit? per non torlo a? sudditi col rigor delle imposte; che il Soranzo avrebbe potuto sperar lo stesso grado dopo qualche tempo dal merito proprio, e da quello della sua famiglia, senza spendere verun danaro. Queste, ed altre molte considerazioni fecero dire all?oratore; Che ne? bisogni della Repubblica era pi?glorioso fregio l?acquistar le eccelse dignit?con l?oro per aiutarla, che risparmiando gli averi aspettar le porpore da gli anni, e da non molte fatiche. Ma se il giudizio non avesse ben misurate tutte queste particolarit? certamente non avrebbe egli dovuto pubblicar come lode ci? che ordinariamente suol?essere poco glorioso alle genti. Quando dunque si vuol tessere il panegirico di taluno, ? cura del giudizio il pesar tutto quello, che pu?esser di gloria alla persona lodata, e ci?che pu?esserle ancor di vergogna, e di poco onore, anzi di tacer questo, e di valersi dell?altro. Che se pure si vogliono, o si debbono toccar certe azioni, che fora meglio passar sotto silenzio, assiste il giudizio all?ingegno, accioch?truovi un s?bell?artifizio, che possa coprire il difetto di quelle azioni, e porne solo in mostra la parte, ch??bella. Notissimo ? ma sempre bello da ricordarsi, quanto avvenne a que? tre dipintori, che dovean fare il ritratto d?Antigono, privo d?un occhio. I due primi il ritrassero in faccia, questi con farlo qual?era, cio?senza l?occhio, e quegli con rappresentarlo qual doveva essere, cio?con ambedue gli occhi sani. Pi?giudizio de gli altri dimostr?il terzo (era Apelle costui) col dipingere Antigono in profilo, e rappresentar solamente quella met?della faccia, ov?era l?occhio sano; onde fugg?la mostruosit?del primo, e l?adulazione del secondo ritratto.

Perci?oltre all?eloquenza in parlare, che tutto giorno si studia, dovrebbe ancora studiarsene un?altra, che pu?chiamarsi eloquenza in tacere. Quella ?figliuola dell?ingegno, e della fantasia; questa del giudizio. Consiste l?ufizio della prima nel dir tutto ci? che si pu?pensar di pi?forte, di pi?bello, di pi? nobile, per esprimere, e vestir l?argomento proposto. L?ufizio della seconda consiste nel non dire, cio?nell?ommettere tanto nell?invenzione, quanto ne? sentimenti tutto ci? che ?superfluo, o non convien colle persone, col luogo, col tempo, con gli affetti, colla materia, col dicitore. Dicebat Scaurus, cos?scriveva il vecchio Seneca, non minus magnam virtutem esse scire dicere, quam scire desinere. Una delle grandi virt?in somma, che non solo ne gli scrittori, ma nel civil commerzio de gli uomini dee tanto pi?stimarsi, quanto meno suol praticarsi, e studiarsi, ?quella del saper tacere, quella del non eccedere, quella del saper dire ci? che bisogna, e non pi? quella del sapere, ove si convenga ornamento alla materia, e ove no. In questa virt??sopra tutti maraviglioso il principe de? poeti latini, siccome d?essa ?talvolta bisognoso Ovidio, il quale, secondoch?fu osservato dal suddetto Seneca, per la troppa fecondit?del suo ingegno, e della sua fantasia, mostrava alle volte di non saper l?eloquenza del tacere, mentre andava replicando troppo un sentimento medesimo. Possono leggersi presso quell?antico censore gli esempi di questa intemperanza. Io in vece d?essi, uno solamente ne rapporter?assai somigliante di Pietro Cornelio, dotato anche egli di una troppo feconda fantasia. Nella Sc.2 At. 4 del Pompeo, temendo il Re Tolomeo, che Cesare non maltrattasse gli Egiziani per colpa sua, cos?favella:

Si Cesar les punit des crimes de leur Roy,

Toute l?ignominie en r?aillit sur moy;

Il me punit en eux; leur supplice est ma peine.

Se Cesare li gastiga per lo delitto commesso dal Re loro, tutta l?ignominia cade sopra di me; egli mi punisce in loro; il lor supplizio ?mia pena.

Ora questa bella virt?di temperanza, questo guardarsi dal non dir troppo, ma solamente quel che conviene, e il servar da per tutto attentissimamente il decoro, suole appellarsi dilicatezza di giudizio, pregio ben raro, ma necessario a chi vuol giungere all?ottimo. Ne ha bisogno chiunque scrive, e Tullio nell?Oratore a Bruto sommamente la commenda come cosa, pi?che ad altri, necessaria a gli oratori, e poeti. Da lei si considera scrupolosamente quel bello, che si conviene ad ogni determinato suggetto, e che da? Greci ?chiamato πρέπον; da i Latini, e da noi altri Decoro. E certamente gli animi nobili hanno un certo naturale affetto a tutto ci? ch?? leggiadro, e fatto con dilicatezza, e decoro, s?nelle umane operazioni, come ne? ragionamenti o improvvisi, o studiati. Odiano per lo contrario tutto ci? che altrimenti ?fatto, perch?non s?accorda colla bellezza, e leggiadria, di cui egli sono dotati. Hanno essi innato quell?amore del bello, e del decoro, che filocalia vien chiamata da i Greci, e di cui parl?S. Agostino nel cap. 3 lib. 2 contra gli accademici, appellandola sorella della filosofia, bench?egli poscia nelle Ritrattazioni non appruovi tal favoletta. A queste due sorelle per?alluse il Petrarca studiosissimo di S. Agostino nella Canzone, che comincia Una donna pi?bella assai che il Sole; del che non essendosi avveduti i suoi spositore, perci?si sono trovati alquanto intrigati nello spiegarne il senso. Chi dunque possiede questa filocalia, che veramente pu? dirsi figliuola del giudizio, ha un vivo amore del bello, e un?ardente brama di conseguire in ogni operazione, ragionamento, e fattura, un non so che di pellegrino, di gentile, di nobile; onde va sempre contemplando quel, ch??pi? bello, pi?convenevole, pi?dilicato, e perfetto, e fugge attentamente il contrario.

Per apportarne qualche esempio, peccano per mio parere contra il decoro, e contra la dilicatezza del giudizio coloro, che volendo lodar taluno, disavvedutamente si lasciano portare all?adulazione, e a dir cose poco verisimili della persona lodata. E come non si avvedrebbe il giudizio dello scrittore, se fosse veramente dilicato, ch?egli con lodare in tal guisa tradisce la propria causa? Chi adula, e spera di dover piacere con questa adulazione alla persona lodata, senza pensarvi ei la suppone viziosa, essendo vizio il dilettarsi di essere lodato colla bugia manifesta. Adunque il giudizio dilicato con gran riguardo, e artifizio ha da lavorar le lodi, per non cadere in una delle due, cio?o lodar poco bene, o lodar di soverchio. Quanto a me avrei desiderata questa Dilicatezza di giudizio prima in un orator franzese, poscia nel P. Boubours, allorch?quegli disse, e questi approv?un concetto, con cui si lodava il glorioso Regnante Monarca Luigi XIV. Chi non sa, dice quell?oratore, che egli avrebbe steso l?imperio franzese molto fuori delle nostre frontiere; s?egli avesse potuto in istendendo i confini della Francia stendere, ed accrescere nel medesimo tempo la sua gloria, la quale non pu?essere n?pi?soda, n?pi?pura, n?pi?luminosa? ? Qui ne s?it qu?il auroit pouss?l?empire fran?is bien audela de toutes nos frontieres, s?il avoit pu, en etendant les limites de la France, donner en m?e tems de l?etendu??sa gloire, qui ne peut ?re ni plus solide, ni plus pure, ni plus ?latante? E chi v?ha, direi anch?io, che non conosca, quanto sia falsa, e inverisimile la ragione recata da questo autore, per cui Luigi il Grande non abbia conquistato altri Paesi? Non ha, dice l?oratore, voluto accrescere l?imperio franzese, perch?non poteva accrescere la propria gloria. Tutti confessano gloriosissimo quel monarca; ma intendono ancora, che sarebbe cresciuta a dismisura la sua gloria, s?egli a guisa di Alessandro, di Cesare, e d?altri eroi avesse aggiunti alla Corona di Francia nuovi reami, o soggiogato l?oriente, ed altri paesi occupati da? Turchi, e da gli eretici. ?dunque un manifesto adulare il ragionare in tal guisa; e dovea supporre il giudizioso oratore, che un tal sentimento non potea piacere ad un Re s?virtuoso, e intendente, a cui troppo chiaramente ?palese, che questa frivola ragione non gli ha impedito lo stendere i confini del suo regno. Somma dilicatezza di giudizio ritruovo io bens?in un altro autor franzese, che trattava il medesimo argomento. La giustizia, dice egli, del nostro monarca ? il solo riparo, che possa opporsi alla velocit?delle sue conquiste. Essa ? quella, che gli ha tolte le armi di mano in mezzo alla stessa vittoria. ? Sa justice est le seul rempart, qu?on puisse opposer ?la ripidit?de ses conqu?es. Ce est elle, qui l?a desarm?dans les bras m?es de la victoire. Eccovi una lode giudiziosa, una ragion verisimile, per cui Luigi il Grande non istende i confini dell?imperio franzese. Nol fa egli, perch??giusto, e perch?non vuole occupar l?altrui senza ragione. Certo ? che la giustizia ?uno de? pregi principali del vivente Re Cristianissimo. Ma dato ancora (siami lecito il far questo falso supposto) ch?egli per avventura non fosse giusto, pur dovrebbe l?oratore supporlo tale senza pericolo di adularlo, essendo sempre vero, o almen verisimile, che un Re s?pieno di virt?abbia ancor questa. Ora, che ragione pi?gloriosa, e pi? verisimile di questa poteva recarsi, per cui quel gran monarca non faccia nuove conquiste? Laddove il dire, ch?egli non vuol?accrescere l?Imperio, perch?non pu?crescere la sua gloria, ?una ragione evidentemente falsa, che pu?far ridere gl?invidiosi della vera gloria di questo Eroe, scoprendosi per adulazion manifesta. Parimente mi par giudiziosa la ragione in tal proposito addotta da un altro panegirista del Re medesimo. Tali sono le sue parole. N?re invincible Monarque se seroit rendu ma?re de l?Europe, s?il n?eust mieux aim?joindre ?la gloire de pouvoir tout ce qu?il veut, celle de ne pas vouloir tout ce qu?il peut. ? Sarebbesi l?invincibile nostro Monarca impadronito dell?Europa, s?egli non avesse stimato meglio il congiungere alla gloria di poter tutto ci? ch?ei vuole, quella di non voler tutto ci? ch?egli pu?/i>.

La dilicatezza adunque del giudizio dee molto, in lodando altrui, guardarsi dal potere offendere coll?adulazione il vero. Solamente da chi ha questo bel pregio, si fornisce la difficile impresa del saper lodare con dilicatezza, cio?del saper con tale artifizio colorir la lode, ch?ella punto non abbia i lineamenti della sfacciataggine, e non offenda in guisa veruna la modestia di chi ?lodato, ma anzi gli piaccia di lodare senza parer di lodare. A tutti gli altri argomenti si stende poi la dilicatezza del giudizio, dovendo questa sovrana potenza considerar da per tutto non solamente quel, che si dee tacere, e quel che si pu?dire, ma ancor tutte le vie pi?segrete, e penetranti, e tutti gli artifizi pi?ascosi per ottenere il fine proposto. Questa virt? come s??detto, spezialmente riluce in Virgilio, uomo di mirabil giudizio, e nel principe della romana eloquenza. O voglia questo persuadere al Senato l?eleggere Pompeo per capitano, o lodar Cesare per la libert?restituita a Marcello, o difender Milone, o trattar qualunque altro suggetto: ogni sua linea, ogni suo colore tende giudiziosamente al fine proposto, n?v?ha parola, non che sentimento, che pregiudichi alla sua intenzione; anzi che mirabilmente non le conferisca.

Osserviamo ora l?altra operazion del giudizio, cio?lo scoprirci quali, secondo le circostanze, sieno gli estremi, fra? quali sta il bello. Ne abbiamo gi?favellato alquanto ne? apitoli superiori; ma qui si vogliono aggiugnere alcune altre osservazioni, perch?propriamente s?appartiene al giudizio l?assistere all?ingegno, e alla fantasia, affinch?le immagini da lor concepute non sieno disordinate, inverisimili, false, e troppo ricercate. Ha dunque il giudizio da signoreggiar nell?anima de? poeti; poich?guai a costoro, se o l?ingegno ambizioso, o la troppo bizzarra, e pazza fantasia vogliono tener le redini. Non potendo allora il giudizio (che ?una potenza per dir cos?riposata, e grave) esercitare il suo prudente governo, agevolmente la carriera poetica dall?empito delle due altre potenze ?trasportata fuor de? confini del bello. Che se si porr?mente a quegli, che solamente si studiano di far comparire l?eccellente loro ingegno, bisogner?ben confessare, ch?essi hanno qualche penuria di giudizio; e voglia Dio, che ne conoscano almeno il nome. Vuole cotal fatta d?uomini, ch?ogni sentimento sia un concetto acuto, ch?ogni parola sia una spiritosa metafora, un?ardita iperbole, che tutto spiri sottigliezza, e che si veggia in ogni cosa lo sforzo dell?ingegno. Dorme intanto il giudizio, onde non sanno essi distinguere, se ci?sia Verisimile in quella congiuntura, e se la traslazione, e le Iperboli sieno disordinate, e scipite, e n?pure se i concetti sieno fondati sul falso. Udiamo di grazia, con che ardita metafora cominci un poeta in un sonetto a far parlare Belisario cieco.

Due cadaveri ho in fronte; e chi gli estinse,

Colm?d?ombre di morte il mio soggiorno.

Ma perch?sol mezzo a morir m?astrinse,

Io son fuor de gli Elisi, e fuor del giorno.

Son per?meco, e godo. In me si strinse

Quanto mi dilat? gi?gli occhi intorno;

E fin di l?di quanto il braccio vinse

Mi fanno nel pensier l?Ombre ritorno.

Qui senza fallo voi scorgete un poderoso ingegno, ma cotanto in bal? di se stesso, che non lascia campo alcuno al giudizio di comparire in scena. Chi non s?avvede, che gli Occhi accecati poco acconciamente si chiamano due cadaveri? E chi non conosce tosto, come poco giudiziosamente ?detto chi gli estinse, senza aver nominato gli occhi, essendo impropriet?il dire, che s?estinguano i cadaveri? Tralascio altre osservazioni, che potrebbono farsi, e passo a i terzetti.

Crebbe la mente al mancar gli occhi; e ?l core,

Ch?or pi?vede con l?Alma, ammira, quanto

Gi?il guardo impicciolia, farsi maggiore.

Perder la luce fu un purgarmi.

Io vanto Il braccio istesso, il sen, l?arte, il valore.

Cesare non mi tolse altro, che il pianto.

Parr?con qualche ragione e spiritoso tutto il sonetto, e maraviglioso il suo fine. Ma se il giudizio vorr? meglio disaminar le cose, vi scoprir?de gli eccessi, e nell?ultimo concetto pi? apparenza di bellezza, che fondo. Egli non ?realmente vero, che a Belisario col privarlo della vista (se pur ne fu privato) solamente fosse tolto l?uso del pianto. Oltre a molti altri beni, che perdono gli uomini in perdere gli occhi, Belisario perdeva l?uso del suo braccio, e del suo valore, e un di que? mezzi, che son necessari per esser capitano d?eserciti. Un poeta dunque dotato di miglior giudizio non avrebbe approvato tante ingegnose immagini, e si sarebbe contentato nella chiusa del sonetto di svegliare minor maraviglia, ma con fondamento maggiore.

S??detto altrove, che il raro, e lo straordinario con gran ragione ci diletta, e piace. vero ?questo, ma verissimo ?altres? che il raro, e che lo straordinario ha i suoi confini; e tocca al giudizio il ben conoscerli. Sieno, quanto esser si vogliano, leggiadre, nobili, e ben fatte le immagini della fantasia, e dell?ingegno; pure alle volte saranno anch?esse di pregiudizio al ragionamento, quando sieno troppo ammassate, e scuoprano troppo lo studio dell?Autore, o non lascino luogo alle pure, semplici, e naturalissime espressioni, di cui naturalmente si forma il ragionar de gli uomini. Il bello stesso allora diviene spiacevole, come in un convito dispiacerebbe il soverchio uso de? dolci. Accader?parimente, che gl?ignoranti, talvolta paiano avere maggior fecondit?di fantasia, e pi?felicit?d?ingegno, perch?essi dicono tutto. Ma i veri dotti scelgono con giudizio solamente ci? che dee dirsi, e vanno misurati. Interdum, cos?dice Quintiliano cap. 13 lib. 2, videntur indocti copiam habere majorem, quod dicunt omnia: doctis est electio, et modus. Sanno i giudiziosi, che la fecondit?dello stile, la grandezza, e novit?delle immagini s?accordano con quella innata inclinazione, che noi abbiamo al Grande. Ma non perci?sprezzano i sentimenti puri, i concetti semplici, le figure naturali, e le maniere comuni di parlare; anzi pi? volentieri si valgono di queste, che dell?altre, in certe occasioni. Laddove gli altri men provveduti di giudizio, volendo da per tutto comparir grandi, abbracciano disavvedutamente la sola apparenza del grande con usare ornamenti falsi, o troppa abbondanza di veri. Opprimono costoro la materia con troppi pensieri, e i pensieri con troppe parole, fermandosi a leccare, e ripetere senza necessit?ogni cosa, che lor piace, ignorando quel bel consiglio di Cicerone: In omnibus rebus videndum est, quatenus. Etsi enim suus cuique modus est, tamen magis offendit nimium, quam parum. In quo Apelles pictores quoque eos peccare dicebat, qui non sentirent, quid esset satis.

Ha dunque il giudizio da distinguere quel, che basta, e quel, che si convien in ogni componimento, e sempre tener davanti a gli occhi dello scrittore i confini, ed estremi viziosi del bello, acciocch?la brevit? non cada nell?oscuro, l?ornato nell?affettazione, la fecondit?nel superfluo, lo spiritoso, e magnifico nel gonfio, la parsimonia nell?asciutto; e acciocch?ogni Invenzione, ed immagine sia ingegnosa senza essere troppo raffinata, sia modesta senza essere troppo volgare, sia nuova senza essere temeraria, sia maravigliosa senza essere inverisimile, sia sublime senza essere oscura. E perch?uno de? mezzi pi?efficaci per dilettar tanto i sensi corporei, quanto la potenza conoscitiva dell?anima, ?la variet? perci?il giudizio c?insegna lo spesso mutar tuono, il toccar varie corde, e voci, formandosi con ci?una musica veramente dilettevole all?intelletto nostro. Il sempre concettizzare, pronunziar acutezze, e sopra ogni cosa fermarsi a far riflessioni ingegnose, o traslazioni, ?un affogare a furia di latte, e mele l?altrui appetito. Quindi fu sempre costume de? giudiziosi poeti il trattare i suggetti da lor presi con variet? perpetua, mischiando ora le immagini fantastiche colle intellettuali, ora i concetti semplici co? metaforici, ora le frasi, e parole naturali, e pure, colle artifiziali, interrompendo i ragionamenti loro con mille diverse figure, il concetto delle quali adoperato a luogo e tempo, non istanca punto, e rapisce per forza l?animo de gli ascoltanti, e lettori. Oltre a ci?le azioni, e cose da essi rappresentate in lunghi poemi debbono esser varie, esponendo ora battaglie, morti, sacrifizi, giuochi, e assalti di citt? ora tempeste, carestie, incendi, e navigazioni, ora incanti, palagi, virt?eroiche, gelosie, paure, ambasciate, e intrecciando favolette amene, comparazioni vaghe, sentenze morali, esposizioni delle Arti, de? popoli, de? costumi, e mille altre diversissime cose con evidenza, con novit? e vaghezza. Far?in fine il prudente scrittore, che la materia, gli ornamenti, e addobbi de? Poemi sieno disposti alla guisa de? Giardini Reali, ne? quali tutto non ?fiori, tutto non ?prato; ma bens?una vaga unione di prati, di mille differenti fiori, d?erbe, di frutti, alberi, siepi, statue, boschi, fontane, viali, uccelletti, ruscelli, e altre simili cose con accorta maestria, e variet?mischiate: il che suol poscia mirabilmente dilettarci.

CAPITOLO UNDICESIMO

Aiuti per formare il giudizio. Come si giudichi de? famosi autori.

Merito de gli antichi, e moderni poeti. Opinioni del Perrault, e del Boileau

 disaminate. Tasso difeso dall?altrui censura. Bellezze dello stil di Virgilio.

A queste osservazioni generali sopra il giudizio, che ?il supremo tribunale, e giudice del bello, e del decoro, aggiungiamone ora un?altra, che potr?per avventura essere di qualche giovamento alla giovent? studiosa. Per quanto a me pare, una delle vie, anzi l?unica via per ben regolare, e formar il giudizio, si ?quella di leggere assai. Senza questo aiuto io reputo impossibile il conseguir quella rara virt? che abbiam chiamata dilicatezza di giudizio. Ora due spezie di autori debbono concorrere alla nostra lettura: altri di teorica, e altri di pratica. Quegli altrove da noi furono appellati scrittori di sterile buon gusto, e questi Scrittori di buon gusto fecondo. Fra i primi io pongo tutti i maestri s? dell?arte oratoria, come della poetica, s?antichi, come moderni, cio? Aristotele, Cicerone, Quintiliano, i due Dionigi, cio?quel di Alicarnasso e Longino, Ermogene, ed altri coi loro Comentatori. Si vogliono parimente congiungere a questo numero ancora i critici, che sono moltissimi, come lo Scaligero, il Castelvetro, il Mazzoni, il Tasso, Udeno Nisieli, il Tassoni, il P. Rapino, e tutti gli altri, che hanno scritto per impugnare, o per difender Dante, il Petrarca, il Tasso, il Guarino, il Marino, e altri autori tanto del nostro quanto de gli stranieri linguaggi. Servono mirabilmente gl?insegnamenti universali de gli uni, e le osservazioni particolari de gli altri a farci conoscere, quali sieno le virt? quali i difetti s?della poesia, come di tutti gli altri componimenti. Dall?unione di tante regole, e di tanti esempi facilmente si forma nella mente nostra un prudente tribunale, che pu?poscia discernere non solamente gli errori altrui, ma ancora i nostri.

Nel numero de? secondi autori, che dobbiam leggere per purgare il giudizio nostro, e sono quei di Pratica, entrano tutti i pi? riguardevoli Scrittori o di prosa, o di versi, Omero, Pindaro, Sofocle, Euripide, Anacreonte, Mosco, Teocrito, Bione, Demostene ecc. Cicerone, Virgilio, Ovidio, Terenzio, Orazio, Catullo, Tibullo, Properzio, con altri parecchi antichi, e moderni Latini; e Dante, il Petrarca, l?Ariosto, il Casa, il Tasso, il Guarino, il Bonarelli, il Chiabrera, ed altri molti o antichi o moderni, fra? quali annoveriamo ancora alcuni poeti franzesi, e spagnuoli; e spezialmente il Malherbe, il Racine, Pietro Cornelio, il Boileau, il Sig. de Fontenelle, e Garcilasso della Vega. vero ?per? che per ben profittar nella lettura di questi autori, fa di mestiere l?aver prima un qualche poco addottrinato, e dirozzato il giudizio dalla viva, o morta voce di qualche maestro valente in teorica. Altrimenti alcune volte ci accader?di non por mente all?ottimo, e alcune altre ci potr?piacere ancora il non buono. Senza un tal soccorso noi non sapremo n?pur discernere fra gli stessi autori quai sieno d?oro, e quali d?argento, quai purgatissimi, e quali meno purgati. Per altro ?una regola fondatissima, per ben giudicare ancor de? grandi uomini, il non credere perfetto tutto ci? che essi han detto. Non ?mio l?insegnamento, ma di Quintiliano nel cap. 1 lib. 1 cos?ragionante: Neque id statim legenti persuasum sit, omnia, qu?magni Auctores dixerint, utique esse perfecta. E ne porta egli la ragione. Nam et labuntur aliquando, et oneri cedunt, et indulgent ingeniorum suorum voluptati. Colle quali ultime parole significa egli quel difetto, che pi?volte abbiam detto scoprirsi ne gli uomini grandi, i quali si lasciano trasportare talvolta dall?empito dell?ingegno loro, senza ascoltare allora i consigli del giudizio. Segue a dire Quintiliano: Summi enim sunt, homines tamen: acciditque iis, qui quicquid apud illos repererunt, dicendi legem putant, ut deteriora imitentur (id enim est facilius), ac se abunde similes putent, si vitia magnorum consequantur. Con questa cautela dunque si debbono leggere tutti gli autori, quantunque venerabili per l?antichit? e famosi per lo costante plauso di molti secoli: cio?credere, che in tutti si pu?trovar qualche difetto, o cosa, che poteva esser meglio pensata. Sempre per?convien ricordarsi di quell?altro saggio consiglio, che soggiunge Quintiliano, cio?a dire, doversi usar modestia, e andar molto guardingo in riprendere gli autori grandi, acciocch?non condanniamo ci? che da noi non s?intende; ed esser meglio errar pi?tosto nel lasciarsi piacer tutte le cose loro, che nel riprovarne molte. Modeste tamen, et circumspecto judicio de tantis viris pronunciandum est, ne (quod plerisque accidit) damnent qu?non intelligunt. Ac si necesse est in alteram errare partem, omnia eorum legentibus placere, quam multa displicere maluerim.

Regolarmente ancora ?ben fondato il dire, che gli autori altamente lodati da altri grandi uomini, e che per un continuato consenso di tempi, e di secoli, furono sempre celebrati da i migliori ingegni, veramente s?han da credere scrittori di merito raro, da venerare, da leggere, e da imitare. Ha per?questa regola qualche eccezione. Il grande ossequio, mostrato da? popoli a i primi eccellenti poeti, ha forse troppo alle volte impegnata la posterit?nella venerazione delle opere loro. Se si avesse ora da premiare il merito d?Omero primo fra? greci, e di Dante primo fra gl?italiani, con qualche glorioso titolo, non mancherebbono genti di gran senno, e letteratura, che mal volentieri concederebbono loro il soprannome di poeti Divini, come per lo contrario non vi sarebbe alcuno s?temerario, che lo negasse a Virgilio. Confesso anch?io d?aver, non ha molto, riletta l?Iliade, e d?avervi osservate delle bellezze, che alcuni anni prima io non avea scoperte; ma mi ?paruto eziandio di ravvisarvi molti altri difetti, a? quali non aveva mai posto mente, e alcuni de? quali da me si toccheran pi?innanzi. Egli ha delle virt?mirabili, e supera in qualche cosa il medesimo Virgilio; ma le ha mischiate con molte debolezze, che debbono spiacere al buon gusto dell?Et?presente, e al giudizio purgato de? saggi, e spiacquero ancora a quello delle Et?passate, bench? s?incensasse cotanto. Che gran piacere avrei io di poter chiedere a Quintiliano, perch?egli s?assolutamente scrivesse nel lib. 10 cap. 1 le seguenti cose d?Omero! Humani ingenii excedit modum, ut magni sit viri virtutes ejus non ?ulatione, quod fieri non potest, sed intellectu sequi. Quando non ristringesse tutta questa smisurata lode al solo Stile d?Omero, che veramente ha dell?eroico, e del maestoso in alto grado, ho ben paura, che Quintiliano mal potesse sostenere in giudizio cotal sentenza.

Che se parliamo degli autori moderni in paragon de gli antichi greci, e latini, dovr?ben guardarsi il giudizio de? giovani studiosi da quel disordinato affetto, che lor mostra il Sig. Perrault autor franzese, il quale non avendo avuto scrupolo di anteporgli a tutti i pi?venerabili poeti, e scrittori dell?antichit? diede per mio credere a divedere, che molto egli non abbondava di quel pregio, di cui ora andiamo trattando. Questi ? se non erro, quell?autor medesimo, che trovava pi?sale, pi?dilicatezza di motteggiare, pi?forza, ed arte nelle Lettere Provinciali, che in tutti i Dialoghi di Platone, in tutti i ragionamenti di Tullo, e che protestava di sentir pi?diletto in leggendo certi dialoghi di Mondor, e di Tabarin, che in quei del mentovato Platone. Ma mentre taluno cerca di star lungi dall?estremo, ove lasci?portarsi il sig. Perrault, ponga cura di non cadere nell?opposto eccesso, in cui and?molto a rischio d?urtare il sig. Boileau, scrittore per altro di gusto, e giudizio purgatissimo. Venera egli all?incontro s?fattamente gli antichi poeti, che consumando dietro a quelli tutta la sua stima, [47] pare che poca a lui ne rimanga per gli moderni. Potevasi di fatto desiderare, ch?egli nel riprovar le malfondate opinioni del suddetto Perrault non avesse imposta a? suoi divoti l?obbligazione di adorare a chius?occhi gli antichi, e vietato il paragonare, non che l?antipor loro alcun de? moderni. ?ancora un difetto assai nocivo al buono uso del giudizio una tal passione, e in esso pure caddero altri valorosi scrittori, immaginantisi, come io sospetto, che sia contrassegno d?uomo erudito, e d?intendimento non volgare, il tenere in maggior pregio Omero, che Virgilio, e dar la palma a tutti i vecchi sopra i moderni autori. Se il Tribunale del buon gusto vuol dirittamente giudicare, dee sbandire s?fatti pregiudizi, e consigliarsi colla sola verit? Si vogliono venerare, e imitare gli antichi; ed ?poco saggio, anzi temerario, chi vuol condannare in tutto una s?gran fila di secoli, che hanno ammirato il merito di que? valenti poeti. Ma ci?non toglie la giurisdizione a? moderni di riconoscer que? difetti, da i quali non vanno esenti ancor gli antichi, purch?liberamente nel medesimo tempo gustino, e lodino le lor virt? e bellezze; e purch?sappiano adoperar le Regole della vera Critica. Poteva giustamente il Sig. Boileau sospendere questa giurisdizione ad alcuni temerari Critici, e particolarmente al Sig. Perrault, uomo non ben fornito delle qualit?d?ottimo Giudice, ma non dovea s?francamente stendere il suo divieto a tutti gli altri Scrittori. E per verit? ch?egli, scrivendo in tal maniera, non si ricord?allora d?aver tante volte letto Orazio. Dice questo giudizioso poeta nell?Epistol. 1 lib. 2 a Augusto, che non poco erra chi tanto ammira, e loda i vecchi poeti, che non gli darebbe l?animo d?antiporre, o paragonar loro alcun de? moderni. Aggiunge, che giudica prudentissimamente, ed ?solamente saggio chi crede con lui, che ne? vecchi autori s?incontrano di molti difetti.

Si veteres ita miratur, laudatque Poetas,

Ut nihil anteferat, nihil illis comparet, errat.

Si qu?am nimis antique, si pleraque dure,

Dicere credat eos, ignave multa: fatetur,

Et sapit, et mecum facit, et Jove judicat ?uo.

Pu?essere, che allora volesse Orazio colpire i soli vecchi latini; ma la sua regola dee servire per tutti. Si vuol rispettare l?antichit? e commendarne il valore, ma non dissimularne i difetti; e quando in paragone de gli antenati abbiano pi?merito i nipoti, perch?a questi s?ha da negar la vittoria? ?bellissima in somigliante proposito la sentenza del cristiano Cicerone, cio?di Lattanzio, nel lib. 2 cap. 8 delle Instit. Div. Sapientiam, dice egli, sibi adimunt, qui sine ullo Judicio inventa majorum probant, et ab aliis pecudum more ducuntur; sed hoc eos fallit, quod, Majorum nomine posito, non putant fieri posse, ut aut ipsi plus sapiant, quia Minores vocantur, aut illi desipuerint, quia Maiores nominantur.

Ma, risponde il sig. Boileau, che non hanno i moderni ancor conseguito il sigillo dell?antichit? cio? l?approvazione di molti secoli, come possono mostrarla i vecchi poeti; laonde il Racine, e Pietro Cornelio non si debbono paragonar con Sofocle, ed Euripide. Un autor vivente pu?avere abbagliati gli occhi del mondo letterato, e rapita una lode, che la Posterit?pi?giudiziosa, ed accorta gli negher? E ci?pruova egli colla fortuna del Balzac, e d?alcuni poeti Franzesi, e spezialmente del mentovato Pietro Cornelio, non trovandosi pi?chi legga i primi, e scoprendosi ora sempre pi?nuove debolezze nell?ultimo, bench?a? tempi loro fossero ammirati da tutti. Ben giudiziosa, e saggia si ?l?osservazione del sig. Boileau, e serve maravigliosamente per tener in freno certi cervelli deboli, e temerari, come suppone egli, e non ingiustamente, che fosse quello del menzionato sig. Perrault; ma non gi?per togliere l?autorit?di giudicare a gli uomini di purgato giudizio, e pratici delle regole della critica buona. Pu?il popolo, possono i poco accorti lasciarsi abbagliare o da qualche falso lume, o da qualche novit?di stile, o dall?affetto della nazione, e lodar perci?sopra il dovere un autore, il quale da? posteri pi?giudiziosi, e meno appassionati non sar?poi tenuto in gran pregio. Ma in questo errore non cader?chi ? provveduto de? veri lumi per ben giudicare, potendo questi misurar colle leggi sempre costanti del vero bello i componimenti s?de? moderni, come de gli antichi, e profferir sopra ciascuno la sua sentenza con modesta franchezza. E sto a vedere, che il sig. Boileau far?un processo contra Properzio, Ovidio, Giovenale, Lucano, e altri, che non aspettarono il sigillo dell?antichit? cio? il consenso di parecchi secoli per alzare alle stelle Virgilio, e per paragonarlo, e antiporlo eziandio all?antichissimo principe de gli Epici Greci. Certamente non ebbe Giovenale difficult?di dire nella Sat. 11

Conditor Iliados cantabitur, atque Maronis

Altisoni dubiam [48] facientia carmina palmam.

E molto pi?disse Properzio nell?Eleg. 34 lib. 2 bench?non fusse ancor pubblicata l?Eneide.

Qui nunc ?e?Troiani suscitat arma,

Jactaque Lavinis moenia litoribus ecc.

Cedite Romani Scriptores, cedite Graii:

Nescio quid majus nascitur Iliade.

Non aspettarono tanti altri valenti giudici questo sigillo dell?antichit?per lodare gli scrittori meritevoli; e se non si fosse cominciato per tempo e riconoscere, e a confessar liberamente, il merito de? grandi uomini, o avrebbono essi perduto il coraggio, o non si sarebbe continuato da? posteri a lavorar il sigillo, che desidera il Sig. Boileau. Anzi questo sigillo, o sia questa antica, e costante ammirazione delle opere di qualche scrittore antico, non ha impedito a? nostri giorni, e ne? due secoli passati, ne? quali s??affinato il gusto, e la critica, che non si scuoprano in que? s?lodati antichi molte macchie, forse non osservate per tanti secoli; e che giustamente non si biasimi alcuno di que? tanto incensati dalla venerazione de? secoli trapassati.

Non ci stupiremo dunque, se il soverchio ossequio, portato dal Sig. Boileau a gli antichi poeti, lo ha qualche volta spinto ad oltraggiar pi?del convenevole alcun de? moderni. Solamente ci potr?parere alquanto strano, ch?egli abbia nella Sat. 9 s?sconciamente parlato del Tasso, che di peggio non potea dirsi. Ecco i suoi versi.

Tous les jours ?la Cour un Sot de qualit?

Peut juger de travers avec impunit?

?Malherbe, ?Racan preferer Theophile,

Et le clinquant du Tasse ?tout l?or de Virgile.

Ogni giorno alla corte v?ha qualche nobile pazzo, che pu?con impunit?portare uno sciocco giudizio de gli autori, preferire il Teophilo al Malherbe, e al Racan; e antiporre l?orpello del Tasso a tutto l?oro di Virgilio. Il motto in vero parve assai bello, e merit?perci?d?essere copiato dal P. Bouhours, e incastrato come una gemma nel fine della Maniera di ben pensare. La buona opinione per? ch?io porto del Sig. Boileau, vuol bene ch?io prenda ad indovinar quello, ch?egli intese di dire con questi versi. Non oserei credere, che questo censore per sola invidia avesse voluto s? maltrattare la riputazione del Tasso quasich?a lui dispiacesse il mirar priva finora e la sua Lingua, e la sua nazione di quel pregio, che tocc?alla Grecia in un Omero, a i Latini in un Virgilio, e a gl?italiani nel Tasso. D?un s?vile affetto io nol reputo capace. Non so n?pure indurmi a credere, ch?egli non conoscesse, che nella Gerusalemme si contengono moltissime maravigliose virt? poetiche, le quali di lunga mano avanzano qualunque difetto possa o scoprirsi, o sognarsi in tutto quel Poema. Deve egli pur sapere, quante debolezze, ed errori appaiano dentro l?Iliade, e che tuttavia queste macchie son coperte, e compensate dal lume d?altre virt? onde non lascia perci?Omero d?esser Divino. Lo stesso signor Boileau confessa, che tutto ci? che Omero tocc? si convert? in oro. Se dunque non ?in questo valentuomo n?ignoranza, ne invidia, resta ch?egli altro ne? mentovati versi non abbia voluto condannare, se non coloro, che scioccamente osano antiporre, le clinquant du Tasse, cio?qualche pezzo del Tasso apparentemente bello, ma realmente, e internamente brutto, ? tout l?or de Virgile, cio?a tutto il bellissimo Poema di Virgilio. Nella qual sentenza egli ha seco prontamente concordi tutti gl?italiani, i quali come in ogni poeta, cos?nel Tasso, riconoscono, e confessano alcuni difetti. Li conosceva il Tasso medesimo, e quegli stessi, che pi?ora dispiacciono ai critici franzesi, furono a lui vivente, opposti da gl?italiani; e fra gli altri Cammillo Pellegrini gli fece questa opposizione: Dicono alcuni, che non convenga ad Armida, n?a Tancredi innamorati dire ne? lor lamenti parole cos? colte, e artifiziose. Ora certo ? che non potrebbe schivare il titolo di mentecatto chi preferisse le parti difettose del Tasso alle migliori di Virgilio, ed ha perci?gran ragione il critico di proverbiar coloro, che giudicavano in tal guisa. Ma quanto ?giusta una tal censura, altrettanto sarebbe ingiusta, e sconcia quell?altra, ove egli intendesse con que? suoi versi di dire: che il poema del Tasso in paragon dell?Eneide ?come l?orpello in comparazione dell?oro, cio?che la Gerusalemme sia un vilissimo, infelice, e sciocco poema, non d?altro ripieno, che dell?apparente bellezza dell?orpello; e che per lo contrario l?Eneide sia tutta oro. Non appruovo io gi?volentieri l?opinione di quegli, che antipongono il Tasso a Virgilio; perch?quantunque il nostro poeta abbia delle virt? che il rendono commendabile al pari di Virgilio, e possa dirsi, che in qualche cosa ei superi il medesimo Virgilio (come lo hanno dimostrato uomini di gran senno, e letteratura) contuttoci?egli ?inferiore per altre parti, n?si dee, n?si pu? preferire a quel fortunato poeta. Ma ci?non ostante sono in s?gran copia le virt?del Tasso; il merito suo ?s?conosciuto, e predicato da tutti i saggi; la sua gloria ?s?confessata per legittima da gli stessi Franzesi, che men prudente di chi antipone all?Eneide la Gerusalemme, sarebbe chi o credesse, o volesse far credere la Gerusalemme tutta orpello, tutta bellezze false, e tutta lumi apparenti, non veri. Non abbiamo gi?fondamento di sospettare un s? disordinato giudizio nel Sig. Boileau persona dottissima; e perci?mi fo a credere, niun?altra intenzione aver egli avuta, che la soprammentovata. Altro per appunto non suonano le sue parole, se non che stolti son coloro, che antipongono, a tutto il poema realmente bello di Virgilio alcune parti, che solamente in apparenza son belle nel Tasso.

La disputa finqui da noi agitata intorno a Virgilio, e al Tasso, e alla sentenza del signor Boileau, ci fa necessariamente passare a dire: che la sovrana perfezion del giudizio ?quella del saper conoscere in ogni autore tutto ci? ch??bello, e degno di lode, e tutto ci?ancora, che ? biasimevole. Della qual virt?perch?alcuni son privi, quindi ?che s?innamorano d?un solo autore, e spregiano tutti gli altri, non avendo essi incenso, che per quell?unico Idolo da lor venerato. Consumano alcuni tutta la loro stima dietro T. Livio, n?vogliano sofferir Velleio Paterculo, Tacito, ed altri Storici. Ad altri piace il solo Virgilio, n?san ritrovare alcuna virt?in Omero, in Lucano, in Ovidio, e simili. Pare cotanto eccellente ad altri il Petrarca, che appena degnano d?un guardo ci? che nella lirica non ha odore di petrarchesco. Ma proprio del giudizio vasto, e finissimo, si ?il distinguere i pregi d?ognuno, e nella diversit?de gli stili scoprir la diversit?del bello, a cui per mille differenti vie pu?pervenirsi.

Noi, per esempio, se attentamente consideriamo l?inarrivabile stile del menzionato Virgilio, ritroveremo ch?egli usa una semplice, e pura brevit?d?immagini, nelle quali non fa pompa l?ingegno, ma bens?un maraviglioso giudizio, che tien forte in briglia la fantasia, e l?ingegno. Suole quel divino poeta quasi sempre dipinger le cose con artifiziosa brevit? toccandole con pennellate da Maestro, senza molto fermarsi a segnar il minuto d?esse con minuti colori. Egli non dice per l?ordinario se non quello, ch??necessario a dirsi. Non fa mostra ambiziosa d?ornamenti, non si ferma a lambir le cose; ma contento d?avere con maest?accennate le bellezze del cammino, fa sempre viaggio, lasciando a chi con gli occhi interni dell?anima il segue, la dilettazion d?immaginare ancor pi?di quello, ch?egli dipinge. Ed ? ben differente la brevit?dello Stil Virgiliano dalla brevit?dello Stil Fiorito. Questa consiste per lo pi?non nel dire pochi sentimenti, ma nel dirli con poche parole, e in maniera pi?compendiosa di quella, che si tiene in adoperando il semplice, e naturale uso del ragionamento civile. Nel che son famosi presso i Latini Sallustio, e molto pi?di lui Tacito, Lucano, Seneca, Simmaco, gli Africani, ed altri, che affettarono d?essere brevi, affin di comparire acuti, e talvolta caddero in una poco lodevole oscurit? Laonde pu? taluno essere un gran parlatore, bench?usi questa s?fatta brevit? non dicendo egli per avventura meno d?un altro, ma ristringendo in men parole tutto quel molto, che si sarebbe detto con pi?da un altro parlatore. Cos?le abbreviature delle parole, o le note antiche di Tirone, e di Seneca non significano, e non contengono meno di quel, che conterrebbe, e significherebbe una ben distesa Scrittura. Ma la brevit?Virgiliana consiste nel dire con maniera naturale, e colle necessarie parole in guisa che non potr?da? ragionamenti di Virgilio levarsi cosa alcuna senza pregiudicare all?opera. In una parola, consiste questa impareggiabile brevit?in ci? che diceva Quintiliano nel lib. 4 capitolo 2 cio? non ut minus, sed ne plus dicatur, quam oporteat. E pochi son coloro che giungano a ben conoscere, non che ad imitare, questo rarissimo pregio di Virgilio.

Nulladimeno si vuol confessare il vero; con troppa indiscrezione pretendono alcuni, che chi non lavora i suoi versi con somigliante modestia d?ornamenti, e brevit?di Stile, meriti poca lode, anzi sia come reo d?intemperanza. Nel che animosamente da talun viene accusato il Tasso, quasi egli di troppi ornamenti, e concetti abbia non ornato, ma caricato la sua Gerusalemme. Acciocch?fondamento avesse una tale accusa, converrebbe prima provare, che all?eroico poema si disconvenisse lo stil fiorito: il che finora non s??avvisato alcun di poter fare, massimamente sapendosi per testimonio di Plutarco, che ne? poemi d?Omero, oltre a gli esempi di tutti gli stili grande, mezzano, e tenue, vi si truova frequentissimo lo stile fiorito, di cui terremo ragionamento a parte. Ora ha il Tasso imitata non poco la brevit?virgiliana, essendo manifesto, ch?egli poi ha voluto imitare ancora la parsimonia, e modestia Virgiliana ne gli ornamenti, avendo mischiato colla sublimit?del suo stile talor la fecondit?d?Omero, e talor le grazie d?Ovidio. Il che, se non ? pi?stimabile, e qualche fiata pi?plausibile, che la maniera Virgiliana, la quale per la sua modesta purit? e semplicit?non pu?giungere a piacere s? universalmente, come quest?altra. Anzi era persuaso il Tasso, per quanto si raccoglie da una sua lettera scritta a Scipion Gonzaga l?Anno 1575 che nella lingua italiana sia necessaria maggior copia d?ornamenti, che nella greca, e latina. E in questa sua opinione concorreva pure il Cav. Lionardo Salviati con altre dotte persone. Io non so, qual buona ragione avesser costoro di cos? credere; so bene, che ingiustissima, e mal fondata si ?una sentenza attribuita al Cardinal di Perrona, il qual diceva, parergli la Gerusalemme del Tasso pi? tosto una tela, o filza di epigrammi, che un epico poema, volendo significare, ch?essa ?piena d?acutezze, e di que? lumi, co? quali per l?ordinario si sogliono chiudere gli Epigrammi. Basta leggere la Gerusalemme per avvedersi della verit?di cotale opinione; chiaro essendo, che lo Stile ornato, che quivi s?adopera, ?diversissimo dalle acutezze de gli epigrammi; e che il Tasso non semin?s?fatti ornamenti a due mani, ma o gli and?spargendo nelle parti oziose del poema, che lo comportano, anzi lo richiedono, e dove l?ingegno pu?aver libert?di scoprir le sue miniere, e di mettere in mostra le proprie ricchezze. Vi avr?certo qualche luogo in quel poema, dove sarebbe stato miglior consiglio l?astenersi da gli ornamenti ingegnosi, come ne? lamenti di Tancredi, e in qualche altra parte piena d?affetto. Ma e pochissimi son questi luoghi, e si vuol perdonare questo s?rado eccesso a chi ?s?abbondante dell?altre virt? ricordandosi del noto verso: quandoque bonus dormitat Homerus. Non ha dunque il perfetto giudizio da riprovare un poeta, perch?egli abbia tenuto cammin differente da quello, che s??calcato da un altro poeta valentissimo, potendo ancor questo cammin differente aver le sue bellezze equivalenti a quelle dell?altro.

CAPITOLO DODICESIMO

Pratica del giudizio. Sonetto del Marino posto al cimento.

Si d?giudizio d?alcuni luoghi d?Omero.

Panegirico smoderato fatto a questo poeta da un moderno scrittore.

Tanto per conoscere i nostri, quanto per discoprire gli altrui difetti, ?necessario il buon?uso del giudizio; e questo consiste nel saper ben?applicare ai differenti casi, e oggetti le Regole del bello. Chi sa ben mettere in opera queste Regole senza lasciarsi abbagliare dalla superfizie, o sia dall?apparenza del bello, e sa penetrar nel fondo delle cose, tosto s?accorge se ne? componimenti v??ordine, ed armonia d?azioni, di costumi, di pensieri; e mancando questa proporzione, e disposizione, egli tosto ne sente noia, e dispetto. Ora utile impresa io reputo il mostrare in pratica le maniere d?esercitar questo giudizio, affinch?i meno esperti s?addestrino anch?essi a ravvisare in altrui le proprie macchie. Prendiamo dunque a disaminare un di que? Sonetti, che con ammirazione si leggevano una volta, e tuttavia si leggono con gusto da chi si lascia ciecamente condur dalla fama, e non passa dentro col guardo nelle viscere della materia. Ha goduto, e gode questa fortuna presso ad alcuni quello del Marino, intitolato Inferno amoroso, i cui primi versi son tali:

donna, siam rei di morte. Errasti, errai:

Di perdon non son degni i nostri errori.

Tu, che avventasti in me s?fieri ardori;

Io, che la fiamma a s?bel Sol furai.

Sono assai commendabili i tre primi versi, e si spiega felicemente in essi il sentimento dell?autore; ma se il giudizio si ferma a contemplare il quarto, pener?molto a soddisfarsene. Imperciocch?e che vuol mai egli significar questo poeta col dirsi reo, perch?fur?le fiamme a s?bel Sole? Appare ben tosto, che qui s?allude alla Favola di Prometeo, il quale rub?alquanto di fuoco al Sole per animare alcune statue di loto. Sullo scoprimento di questa erudizione fermandosi il poco avveduto lettore, senza altro cercare, stima bastevolmente bello il concetto. Ma se altri pi?curioso vorr?pur fare l?applicazione di questa favola alla mente del poeta, e chiedere, che significhi egli con tale allusione, e qual?errore si sia da lui commesso: o non sapr? se non con gran difficult? intendere, o bisogner?adoperarvi un lungo comento. Che se dir?taluno, facilissimamente intendersi per fiamme le amorose, egli si comincer?con egual facilit?a conoscer difettoso il pensiero. Non pu?dirsi, che un amante rubi alla sua donna le fiamme, ma che ella pi?tosto le avventi. E quando anche potesse dirsi, che l?amante le rubi, non dovea almen dirsi in tal luogo, dappoich?aveva il Marino incolpata la donna per aver contra di lui avventati s?fieri ardori; altrimenti vi farebbe contraddizion manifesta, accusandosi la donna per aver scagliati, e il poeta per aver furati di nascosto i medesimi ardori.

Seguitiamo avanti.

Io, che una fera rigida adorai;

Tu, che fosti sord?aspe a? miei dolori.

Tu nell?ire ostinata, io ne gli amori:

Tu pur troppo sdegnasti; io troppo amai.

Molto meglio qui si spiegano gli scambievoli errori di queste due persone; e sarebbe censor troppo severo, chi biasimasse l?ultimo verso, come inutile, ripetendosi qui poco diversamente quanto ?detto nel verso avanti. Il primo terzetto ?questo.

Or la pena laggi?nel cieco Averno

Pari al fallo n?aspetta. Arder?poi

Chi visse in foco, in vivo foco eterno.

Secondo il Gius Criminale de? poeti Amanti, a? quali sembra, che le Donne ingrate meritino d?esser gastigate nell?Inferno, molto fondatamente immagina il Marino, che ancor la sua sar? condannata col? E ci?avviene in fatti, se si vuol credere all?Ariosto, il quale (poco religiosamente in vero) nel Canto 34 ci rappresenta Lidia

Al fumo eternamente condannata

Per esser stata al fido amante suo,

Mentr?ella visse, spiacevole, e ingrata.

Ma un Concetto non molto giudizioso del Marino ?quel riflettere, che

 . . . . Arder?poi

Chi visse in foco, in vivo loco eterno.

Poich?non s?avvide, che con tal sentimento attribuiva alla sua donna l?essere stata infiammata d?amore, quando egli l?avea prima descritta non curante d?affetto, sorda, ingrata, e rigida. Laonde il concetto fondato sul Fuoco Metaforico, e sul Fuoco vero, diventa in questo luogo assai freddo.

L?ultimo Terzetto finalmente ? questo.

Quivi (s?Amor sia giusto) ambedue noi

All?incendio dannati, avrem l?Inferno,

Tu nel mio core, e io ne gli occhi tuoi.

Ancor qui noi brameremmo il giudizio, e l?ingegno filosofico, di cui altrove abbiam detto, che il Marino ? spesse volte privo. Bene sta, che ambedue queste persone sieno condannate alle pene; ma come mai pu?dirsi, che quella donna ingrata abbia d?avere il suo Inferno nel cuor del poeta, e il poeta da esser tormentato ne gli occhi della sua donna? Ci?in altra guisa non potr?avvenire, se non supponendo, che il cuore, e gli occhi debbiano cangiarsi in tre camerette infocate, entro alle quali si potessero arrostire questi due sognati colpevoli. Che se vogliam vedere con qual?altro giudizio fu l?argomento medesimo trattato da un poeta siciliano, basta leggere un sonetto del Sig. Francesco de Lemene, che il trasport?in lingua migliore, e basta leggere un altro sonetto d?Angelo di Costanzo, il quale avanti del Marino pose in versi questa immagine stessa. Quivi noi ritroviamo il verisimile, e non i deliri, e il parlare a caso del Cavalier Marino. Ma non ? molto difficile al giudizio ancor de? giovani lo scoprir delle debolezze in questo poeta.

?ben cosa malagevole a chi non ?provveduto di maggiori lumi il distinguere quelle de? pi?rinomati, e valenti poeti, e particolarmente de gli antichi. Tuttavia se si adoperer?quel compasso, che ci propone il buon gusto, per misurare il bello, e il difettoso, potr?pervenirsi ancora a dar giudizio di quegli; e la natura, maestra del diritto giudicare, ci scoprir? fedelmente i vizi anche de gli uomini grandi. Prendiamo dunque l?idolo de? Greci, e de? primi secoli, cio?il Divino Omero, e supponghiamo, che l?occhio nostro s?avvenga nel lib. 14 dell?Iliade, ove i Greci feriti, e condotti a mal partito da Ettore, non sanno a qual deliberazione appigliarsi. Nestore persuade di non combattere pi?per allora; Agamennone Re loro consiglia la fuga (non cerco, se con molta prudenza); questa ?ripruovata da Ulisse. Finalmente s?introduce Diomede a parlare; ed egli coraggiosamente persuade il proseguir la pugna, non ostante le loro ferite. Ma se ben si disamina il ragionamento di questo Eroe sposto dal poeta in ventitr?versi, non apparir?molto verisimile, e naturale, che Diomede ne spenda almen diciassette [49] in contar la sua Genealogia. Eccovi semplicemente posto in prosa Italiana ci? ch?egli dice [50]: Affinch? o Greci, non v?adiriate, n?biasimiate le mie parole, perch?io sia minore d?et?fra tutti voi altri, anch?io mi glorio quanto alla mia schiatta d?esser nato da un padre nobile, cio?da Tid?, che fu sepolto in Tebe. Perciocch?da Porteo nacquero tre figliuoli valorosi, che abitarono in Pleurona, e nell?alta Calidona, cio?Agrio, e Melane, e il terzo fu il nobile En? padre di mio padre, e superiore a? fratelli in valore. Questi si ferm?in que? paesi; ma il padre mio abit?in Argo, divenuto ramingo, perch?cos?volle Giove, e gli altri Dei. Prese egli per moglie una delle figliuole d?Adrasto, e soggiornava in una casa abbondante di viveri, ove godea molte fertili campagne, e all?intorno molti orti ricchi di piante. Aveva egli parimente molte pecore, e passeggiava ornato d?un?asta fra gli altri Greci. La verit?di queste cose gi?deve essere giunta alle vostre orecchie; onde non istate a riputarmi ignobile, e codardo, n? a disprezzare il buon parere, ch?io son?ora per darvi. Poscia con cinque soli altri versi consiglia i Greci a combattere, e a far coraggio alla gente ferita.

Facilmente s?accorgeranno i dotti in leggendo cotal diceria, che Omero, almeno in questo luogo, non ?quel grande Omero, che ci vien supposto; e che un Esordio s?lungo per un?Orazione s?corta non ?molto ben pensato. Ma vengasi alle prese. Qual ragione, e verisimiglianza ci ?mai, che Diomede potesse in tal congiuntura cos?favellare, o dovesse allora descriver la gloria de? suoi Antenati? [51] Questi erano ben noti a chi l?ascoltava, ed egli medesimo lo confessa: perch? dunque inutilmente vantarsi di questo pregio senza udire persona, che lo mettesse prima in dubbio? perch?vantarsene in mezzo al pericolo dell?esercito, a cui poteva recarsi danno con questo superfluo ragionamento? Ma egli temeva, dir?taluno, che non fosse dispregiato il suo parere, conoscendosi egli giovane in paragon de gli altri Principi, e perci?volle prevenir l?obbiezione altrui, mostrando ch?egli discendeva da gente valorosa, e nobile. Quasich?questo essere figliuol di Tid?, nipote d?En?, e pronipote di Porteo fosse un argomento forte per provare, che il suo consiglio in quel punto avesse da essere ottimo, e ch?egli fosse uom valoroso. Per verit? che tal conseguenza ?poco ben?appoggiata; senza che, siccome dicevamo, niuno ignorava il valor di Diomede, e la nobilt?de? suoi natali, onde non occorreva il far quivi questa inutile pompa. Ponghiamo per? che potesse Diomede col ricordar a? Greci, quai furono i suoi antenati, accreditare il consiglio, ch?egli volea dar loro: qual necessit? poi, e convenevolezza vi era, ch?egli raccontasse, quante pecore, e campagne, quanti orti, e piante godesse una volta Argo Tid? suo padre? Che aveva ci?che fare col persuadere a? Greci il combattere? Poteva al pi?al pi?contentarsi di dire, ch?egli era nato di nobili, e gloriosi Antenati, e perci?che nol riputassero codardo, e ignobile, e non biasimassero il suo parere. Ma il povero Diomede esce di proposito poco prudentemente ed io sto per dire, che i Greci in udire questo improprio Esordio dovettero aspettare una somigliante conchiusione, cio?uno spropositato consiglio. Quando per?io parlo di Diomede, che ragiona poco a proposito, tutti ben?intendono, ch?io parlo di Omero. Non doveva egli introdur questo Eroe a favellare s?poco verisimilmente e chi ora in egual congiuntura prendesse ad imitarlo in qualche Poema, sveglierebbe facilmente le risa.

Disaminiamo ancora un?altra diceria d?Agamennone nel lib. 19. Dappoich?il poeta ci ha poco dicevolmente rappresentato Achille, il qual teme, che le mosche non guastino il cadavero di Patroclo e dappoich?la Dea Tetide sua madre ha presa la cura di metter compenso ad un s?grave pericolo: Achille armato esce, e in faccia dell?esercito si riconcilia con Agamennone. Allora questi prende a ragionare al popolo, e scusa la passata collera, dicendo esserne stata cagione Ate figliuola di Giove, e Dea, che inspira il mal fare. E qui ponsi a descrivere l?opere malvage di costei, e a dire, come ella offendesse ancor Giove una volta. Entrando poscia a narrare un inganno fatto da Giunone al detto Giove, allorch?Ercole doveva uscire alla luce, non ha scrupolo di sporre il dialogo seguito fra quegli Dei in tal congiuntura, consumando ben quaranta versi, cio?quasi tutta l?orazione, in contar questa piacevole avventura. Finalmente poi per buona fortuna ricordandosi, che ha da parlar d?Achille, dice che vuol placarlo co? doni, e termina il suo ragionamento con poche altre parole. Io troppo abuserei la pazienza de? lettori, se volessi rapportarlo tutto, affinch?manifestamente si scorgesse, quanto fuori di proposito, e lungi dalle Regole del Verisimile esca una tal diceria. Agevolmente potranno altri avvedersene, consigliandosi col testo d?Omero. Poteva il poeta con pochi accenti prudentemente sbrigarsi da questa per altro saggia discolpa [52], senza fermarsi a descrivere s?minutamente, cio?s?poco verisimilmente, tutta la novella d?Ate. Ma perch?egli era un gran parlatore, fece sconciamente ancor tale Agamennone, non serbando quel verisimile, che in somigliante occasione insegnava la natura, e il buon gusto.

Che se noi volessimo chiamare in giudizio tante altre dicerie di Omero, noi troveremmo in esse pi?d?un inverisimile, e altri peccati di questo eccellente poeta. Per esempio nel lib. 4 lo stesso Agamennone sgrida con parole villane, e indegne d?un Re, e di un capitano par suo, Mnesteo, che non combatteva. Fa parimente la medesima creanza a Diomede, e gli conta con troppo lunga ciarleria un?avventura di Tid?, che bastava accennare in pochi versi. Nel lib. 6 Andromaca dissuade il suo Ettore dall?azzuffarsi co? Greci, e spezialmente con Achille. Ha molti bellissimi, e tenerissimi sentimenti, ed ?finalmente nobile la risposta del marito, come anche il timore del picciolo Astianatte in mirar il padre armato, che se gli accosta per baciarlo. Ma con poca propriet? e verisimiglianza Andromaca si perde a narrar minutamente alcune imprese d?Achille. Parimente nel lib. 11 Patroclo ?inviato dal mentovato Achille a Nestore, per intendere chi fossero alcuni feriti. Il buon Nestore, [53] specchio della prudenza Greca, incomincia senza necessit?a narrargli diffusissimamente le valorose imprese, ch?egli avea fatte in sua giovent? spendendo in questa soverchia narrazione presso a cento versi. In simili, anzi in pi?proprie congiunture di narrar le passate prodezze, Virgilio dimostra altro giudizio, e massimamente nel 5 dell?Eneide, ove il vecchio Entello con una breve parlata ricorda il valore della sua giovent? Non minore inverisimiglianza nel lib. 20 ?quella, dove Enea prima di venire alle mani con Achille vuol contargli tutta la sua Genealogia con molte inutili digressioni, onde il nostro Tassoni, in descrivendo la battaglia di due guerrieri nel Can. 7 della Secchia, allude per quanto io credo a questa fanciullaggine, e leggiadramente cos? motteggia:

Non stettero a parlar de? casi loro,

Come solevan far le genti antiche,

N?se il lor padre fu spagnuolo, o Moro;

Ma fecero trattar le man nemiche.

Ma che sto io ricogliendo gl?inverisimili, de? quali abbonda quel Poema? Questi, non gi?tutti, ma in parte possono leggersi ne? libri di Platone, Dion Grisostomo, Libanio, Filostrato, Longino, Giulio Cesare della Scala, Udeno Nisieli, del P. della Cerda, del Beni, del Tassoni, del P. Rapin, e di cento altri autori. Anzi chi abbia fior di giudizio, potr?di leggieri per se stesso scoprirli talvolta, e principalmente se avr?gusto per le Opere di Virgilio poeta maraviglioso, e far? paragone del giudizio dell?Epico Latino col Greco. Io per?n?per dispregiare Omero, n?per oppormi alla sentenza di tanti savi uomini, che lodarono i Poemi da lui composti, ma per dare un saggio di ci? su cui si abbia da esercitare il giudizio, ho raccolto questi pochi esempi. Confesso ancora io, che possono per lo contrario in questo poeta osservarsi mille altri bellissimi luoghi, e ch?egli abbonda di tante virt? quante bastano per dichiararlo Principe de? poeti Greci, e valentissimo, anzi divino poeta. Conosco altres? che chi pu?gustarlo in fonte, [54] senza aver ricorso a? suoi traduttori, e sa l?erudizione antica, pu?scoprirvi delle maggiori bellezze, e leggere con diletto la forma del guerreggiare, i conviti, le cerimonie, ed altre usanze di que? remotissimi secoli, le quali paiono rincrescevoli, a talor difettose ad alcuni idioti, solo pratici de? costumi d?oggid? Nulladimeno protesto ancora di desiderare minor passione in chi spaccia per oro tutto ci?che Omero ha toccato. Voglio dire che non so approvare lo smoderato Panegirico fatto di questo poeta dal Sig. Boileau nella Poetica, can. 3, colle seguenti parole: Si direbbe, che Omero per piacere a? suoi lettori avesse rubata a Venere, la cintura. Il suo libro ?un fertile tesoro di cose dilettevoli. Tutto ci? ch?egli tocca, si converte in oro; ogni cosa nelle sue mani riceve nuova grazia; in ogni luogo egli ricrea, e giammai non istanca ecc. Egli non si perde punto in digressioni ecc. Amate dunque i suoi scritti, ma con un amor sincero. ?segno d?aver motto profittato, allorach?egli vi piace.

On diroit, que pour plaire instruit par la Nature

Homere ait ?Venus derob?sa ceinture.

Son livre est d?agr?ens un fertile tresor.

Tout ce, qu?il a touch? se convertit en or.

Tout re?it dans ses mains une nouvelle grace;

Par tout il divertit, et jamais il ne lasse.

Il ne s??are point en de trop longs d?ours. ec.

Aimez donc ses ?rits, mais d?un amour sincere:

C?est avoir profit?que de s?voir s?y plaire.

Qui eruditamente si applica ad Omero ci? che di Tullio scrisse Quintiliano ma non so, se con egual fondamento. So bene, che siamo obbligati allo scrittor franzese, perch?dopo tante lodi ci abbia persuaso l?amar s?i Poemi d?Omero, ma con un amor sincero. Perciocch?va altrimenti predicando coll?esempio suo il medesimo Sig. Boileau, mentre pare ch?egli ami quel poeta con un amore cieco. E vaglia il vero, non ?forse cecit? d?amore il pronunziare, che quanto si tocc?da Omero, tutto si cangi?in oro, e ch?egli non si perde mai in digressioni, quasi nulla v?abbia ne? suoi Poemi, che non sia nobile, prezioso, senza difetto? Saprei volentieri, se egli tenga per oro ancor tutto ci? che i migliori Critici, e noi test?abbiam riprovato in Omero. Ma bench?ci?non sia tutto oro, tale per?potr?essere paruto al Sig. Boileau, che gi?osservammo appassionato non poco per gli antichi poeti; e si vuol perdonare questo suo giudizio a gli occhi suoi, che non sanno discoprire nella venerabile antichit?le macchie s?chiaramente scoperte da tante altre persone. Nondimeno sarebbe egli pi?scusabile, se alla disavventura di non vedere talvolta, non avesse accoppiata ancor quella di travedere. Quando si parla de i difetti de gli antichi, la sua potenza visiva ?s?corta, che non giunge a discernerli. Quando poi de? moderni poeti, egli ?di vista s?acuta, che pi?d?ogni altro Censore pu?discoprirvi de? falli. Noi siamo per chiarircene nel seguente Capitolo, ove c?ingegneremo di mostrare, come il giudizio maneggi le armi da difesa, dopo aver finqui accennato l?uso di quelle da offesa.

CAPITOLO TREDICESIMO

Opposizioni fatte al Tasso dal Signor Boileau disciolte. Comparazione

sua giudiziosamente usata. Censure contra il medesimo del Rapino,

e del Mambruno ributtate. Unit?d?Eroe nella Gerusalemme.

Contrassegni del principale Eroe. Sentenza del Mazzoni poco fondata.

Due mancamenti di giudizio suppose il Sig. Boileau, ragionando con alcune persone, d?avere scoperti nel bel principio della Gerusalemme del Tasso. Invoca il poeta quivi il suo soccorso la Musa celeste, e fra l?altre cose le dice:

Tu rischiara il mio canto, e tu perdona

S?intesso fregi al ver, s?adorno in parte

D?altri diletti, che de? tuoi, le carte.

Stimasi qui dal suddetto censore, che poco giudiziosamente dica il Tasso di volere adulterare il vero nel suo poema, e mischiar delle finzioni alla verit?della storia. Imperciocch? quantunque il poeta possa, e debba usar le finzioni, tuttavia ha da spacciarle come verit?sicure, e certe al pari de gli storici; altrimenti disgusterebbe per tempo i lettori, e senza necessit?riconoscerebbe egli stesso un difetto nell?arte sua, n?la renderebbe commendabile al popolo, confessandosi menzognero alla bella prima. Questo ?il primo supposto errore del Tasso. Il secondo ? tale. Segue appresso a ragionar colla Musa il nostro poeta, e le ragiona con questi versi:

Sai, che l?corre il mondo, ove pi?versi

Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,

E che il vero condito in molti versi

I pi?schivi allettando ha persuaso.

Cos?all?egro fanciul porgiamo aspersi

Di soave licor gli orli del vaso:

Suchi amari ingannato intanto ei beve,

E dall?inganno suo vita riceve.

Ancor qui suppone il signor Boileau, che il Tasso peccasse, perch?paragona con poco giudizio la Storia del conquisto della Terra Santa a i sughi amari beuti dal fanciullo, mentre essa, tuttoch?non condita dal sapor poetico, ?per se stessa dolce; o pure perch? spaventa chi ha da leggere con fargli sapere, che questa ?una bevanda amara, e che si vuol?ingannare. Ecco le due opposizioni fatte dall?acutissimo critico alle due ottave del Tasso. Ma che ci?sia un puro travedere, e un far nascere, non un trovar de gli errori, ove non furono mai, per avventura potremo provargli.

Imperciocch?quanto alla prima difficult? vero ? che il poeta peccherebbe contro al proprio Decoro, confessando di voler fingere, e dir cose false; ma questa dottrina punto non s?adatta al caso presente. Ove mai disse il poeta di voler mischiare delle menzogne, e delle finzioni col vero? ove di voler corrompere la verit? Ci?non suonano punto i riferiti versi. Eccoli di nuovo:

. . . . . . . e tu perdona,

S?intesso fregi al ver, s?adorno in parte

D?altri diletti, che de? tuoi, le carte.

Chi s?intende alquanto di lingua italiana, sa che intessere fregi null?altro significa, se non intrecciare ornamenti, ornare, pulire; onde il voler intessere fregi al vero ?lo stesso, che voler adornare il vero, e ci?si ripete colle altre parole se adorno ecc. Ora, che l?ornare la verit?voglia dire corromperla, e mischiar con lei il falso, potr?forse il signor Boileau a se stesso, ma non a veruno altro Intendente persuaderlo. Altrimenti gli storici, e gli oratori, che adornano anch?essi la verit? potranno appellarsi menzogneri, e falsari. Ma pu?egli replicare: e perch?il poeta dimanderebbe perdono alla Musa, quando solamente intendesse di dire il vero, e di non mescolarvi il falso, o per dir meglio le finzioni? Non ?gi?errore l?adornar il vero, ma s?bene l?adulterarlo. Sapendo il Tasso, ch?egli pure non men de gli altri poeti voleva, e doveva intessere il finto, o falso col vero: liberamente s? ma poco giudiziosamente, confessa il suo volontario delitto, e vuole scusarlo. Con che, s?io mal non m?appongo, mi fo a credere d?avere indovinata, e raccolta tutta la forza di questa difficult? Ma essa ?pi?che mai fondata in aria.

Doveva il Tasso porre in versi un?istoria, ed impresa, che per cagion del fine suol chiamarsi da tutti Sacra; laonde piamente, e giudiziosamente s?avvis?di far la sua Invocazione, non alle Muse del Parnaso profano, Deit?sognate, e chimeriche, ma bens?alla vera Celeste Musa, da cui potea sicuramente promettersi aiuto nel tessere il suo Poema. A quella intelligenza dunque angelica, e celestiale, ch?egli immagin?destinata dal supremo motor delle cose ad assistere all?epica poesia, egli rivolse i suoi voti. E cos?debbono intendersi i primi versi dell?Invocazione, come nel suo Aminta difeso pruova l?Ab. Giusto Fontanini. Da questa intelligenza, o virt? celeste spera il Tasso forza, soccorso, ardore per ben cantare la sacra Storia, distinguendola dalla favolosa Musa de? profani poeti. Ma perch?ha egli fisso nell?animo di voler esporre questo pio suggetto alla guisa de gli altri poeti, ed usare questi ornamenti, che son propri degli altri poemi epici non sacri, quindi ?che ne chiede avvedutamente perdono alla musa celeste. Non si accusa dunque il Tasso di voler adulterare la verit?della storia, ma di volere ornarla, e condirla in parte con que? vezzi; abbellimenti, e sapori, che si costumano da i profani poeti. Non ignorava egli, che tante belle verit?di quella famosa azione non aveano bisogno di fregi, e che il vero vuol pi?tosto esser semplice e nudo. Ornari res ipsa negat. Sapeva egli ancora, che il voler fermarsi a descrivere con isquisitezza d?ornamenti alcuni successi, e spezialmente le follie d?Erminia, Rinaldo, Tancredi, Armida, e Clorinda, e tante altre cose vane, o profane era in qualche maniera fallo, ed errore a gli occhi della Musa Celeste. Sapeva altres? che taluno avrebbe potuto dirgli: E come mai tu, che invocasti il soccorso del Cielo per un argomento sacro, gli vai mescolando ornamenti profani, e cerchi di porgere diletto, e lusingare i lettori col dolce del mondo? Altra seriet? altra modestia, e purit?inspira la Musa Celeste, come appare da i divini Poemi di Giobbe, de? Salmi, dell?Ecclesiaste, e da quelli del Nazianzeno, di Prudenzio, di S. Paolino, di Giuvenco, e d?altri. E in effetto fra certi dubbi proposti al Tasso, e da lui sciolti a Curzio Ardizio, uno ve n?ha, cio?se fosse lecito l?aggiungere ad impresa sacra alcuni episodi di cose profane.

Volle perci?il Tasso prevenire gli altrui rimproveri, e giudiziosamente confessare, che non dalla Musa Celeste, ma da se veniva l?uso di questi profani ornamenti. Ne chiede perdono, e si studia ancora di scusarlo con dire, che i pi?de gli uomini leggono pi?volentieri que? libri, ove ha sparso pi?dolcezze, diletti, e ornamenti la poesia; e ch?egli non meno spera con tal mezzo di far maggiormente gustare la verit? Leggansi i seguenti versi, e apparir?ancor pi?manifesta la mente del poeta. Che s?egli avesse pur voluto parlare giusta l?interpretazione del nuovo Censore, avrebbe potuto dire:

. . . . . . E tu perdona,

Se intesso il finto al ver . . .

ovvero in vece di chiamar lusinghiero il Parnaso, l?avrebbe chiamato menzognero. Ma non ha egli favellato in tal guisa, perch?mai non intese d?accusarsi, o scusarsi per aver confuso cose finte, e menzogne col vero; ma bens?d?aver aggiunte troppe dolcezze poetiche, ed ornamenti profani ad un sacro argomento. E qui potrebbe addursi, quanto scrive il Tasso medesimo nel Disc. 2 dell?Arte poetica, e poi nel 3 del Poema eroico, ove spiega in che consista il condimento, e l?ornato de? Poemi Epici. Ma crediamo d?avere abbastanza soddisfatto alla censura del Sig. Boileau.

Passiamo all?altra difficult? la quale non ci sembra appoggiata a miglior fondamento. Non pu? dice egli, la storia della sacra guerra chiamarsi amara, n?acconciamente paragonarsi a i sughi amari, beuti dal fanciullo infermo. Son questi i versi:

Cos?all?egro fanciul porgiamo aspersi

Di soave licor gli orli del vaso:

Suchi amari ingannato intanto ei beve,

E dall?inganno suo vita riceve.

Primieramente non ?vero il supposto, cio?che la storia della Gerusalemme liberata qui si paragoni a i sughi amari. Si fa solamente comparazione fra questi sughi, e il vero, o sia la verit?in generale. Pur troppo la sperienza ci mostra, che questa verit? quantunque s?onesta, e giovevole, pure non piace a tutti, e fa per cos?dire nausea ad alcuni, s?ella ?con poco garbo, con rozzezza, e con abito severo, o incolto vestita. Infin le pi?grandi, e le pi?utili verit? che s?abbia la Religion Cristiana, cio?quelle, che son descritte, e diffuse per parlar con Dante

In sulle vecchie e in sulle nuove cuoia;

pure da quanta gente svogliata, e stolta, non s?amano secondo il dovere, perch?scioccamente lor pare, che quelle divine, e sante verit?sieno amare, e spiacevoli, comparendo espresse con istile basso, con rozzezza, con austerit? e non portando seco molta dolcezza? Che se al vero si dia condimento dalla dolcezza de? versi, e dalle lusinghe della poesia, se la verit?sia abbigliata con ornamenti graziosi, e con que? fregi, che le pu?dar l?eloquenza, e molto pi?la poesia: ella suol piacere alla gente ancor pi? svogliata, e schiva. Ci?posto, come cosa certa, dal Tasso, non pu?non vedersi quanto acconciamente s?adoperi dal poeta la comparazione. Essa ?tale. Siccome a? fanciulli infermi, che abborriscono il bere la medicina amara, e spiacevole, quantunque sia per recar loro salute, noi aspergiamo di qualche licor dolce gli orli del bicchiere, affinch?allettati da questa dolcezza volentieri prendano la bevanda; cos?alla gente, che abborrisce il gustar le verit? bench?giovevoli, perch?le paiono spiacevoli, e amare, convien condire il vero col dolce della poesia, acciocch?lusingata da questa dolcezza facilmente si conduca a berle, e gustarle. Nel che appare, che il paragon corrisponde in tutte le parti principali, e che corre una proporzion manifesta fra le persone, e cose rassomigliate.

Secondariamente pogniamo ancora, che il Tasso paragoni la storia della guerra sacra a i sughi amari, non per?sar?men bella questa simiglianza. La storia del conquisto di Gerusalemme ?un vero, e un di que? veri, che sarebbe poco grato alle persone svogliate, e di gusto non sano, se non fosse condito co? sapori, e colle dolcezze poetiche. E in effetto radi son quegli, che leggano mai, o vogliano leggerlo nelle Storie di Guglielmo Arcivescovo di Tiro, e in altri autori. Per lo contrario la maggior parte del popolo intendente suole con sommo piacere continuamente farne la lettura nel poema del Tasso. Adunque siccome con qualche dolce licore s?allettano i fanciulli malati a ber la medicina ingrata, che dee recar loro la salute; cos? le genti svogliate, e di gusto infermo si allettano ad assaggiar la storia, che par loro spiacevole, mischiandovi le dolcezze della poesia, e condendola co? dilettevoli, e dolci sapori poetici. Ma per buona ventura oltre alla ragione manifesta, con cui si pruova la bellezza, e proporzione di questa simiglianza, l?autorit?de gli antichi viene a sostenerla. Prima di ora han parecchi osservato, che il Tasso la copi?da Lucrezio. Platone eziandio, Quintiliano, Temistio, ed altri usano questa comparazione in guisa poco diversa. Ora se acconciamente, e leggiadramente (come niuno lo negher? da Lucrezio i precetti della filosofia Naturale, e da Quintiliano gl?insegnamenti della rettorica, conditi colla soavit?dello Stile, e colle dolcezze poetiche, s?assomigliano a i sughi amari, che si bevono da? fanciulli: perch?mai si porr?in dubbio la proporzione, e leggiadria della medesima simiglianza usata dal Tasso? Certo non saprebbe addursi differenza veruna.

Che se pur volesse dirsi, che il Tasso tuttavia con poco giudizio confess?d?aver scelto per argomento del suo Poema un affare spiacevole, perch?ci?spaventa il lettore, e non l?invita a leggere; e il poeta poteva prenderne un dilettevole. Se si aggiungesse eziandio, che imprudentemente il Tasso dica di volere ingannar chi ha da leggere, siccome i fanciulli infermi sono ingannati dal medico; perocch?non amando noi d?essere ingannati, in vece di prepararci con affetto alla lettura del poema, ne siamo sul bel principio ributtati. Se, dico, tutto ci?si volesse opporre, manifesto segno sarebbe, che solamente per cavillare, non per cercare la verit?si farebbono cotali obbiezioni. E vaglia il vero, chi cos?argomentasse, indiscretamente vorrebbe, che non vi fosse un atomo, in cui le cose comparate non corrispondessero fra loro; il che tutti sanno quanto ingiustamente si chieda. E sto a vedere, che si faccia un processo al Tasso, quasich?egli tratti da fanciullo, e da infermo di corpo il suo lettore; o quasich?il suo poema assomigliato alla medicina sia da lui creduto necessario a gli uomini per ricoverar la salute dell?animo, come ?la medicina al fanciullo per riaver quella del corpo. Ognun sa, che basta alle comparazioni il corrispondere nelle parti principali. Per altro non vi sar?lettor veruno, che si spaventi dal leggere la Gerusalemme, quasi per tal paragone quella Storia si apprenda per molto dispiacevole; poich?il poeta nel medesimo tempo gli fa intendere, che ancora i pi?schivi ne prenderan diletto, merc?de i fregi, e delle dolcezze aggiunte. Medesimamente non ?necessario, dappoich?si ?detto dal Tasso per leggiadria di stile, e per formare una vaga immagine, che il fanciullo ? ingannato, e dall?inganno suo vita riceve, che in ci?pure la comparazione corrisponda. Questo inganno ?per cos?dire accidentale, non essenziale al sentimento, n?sarebbe stato men bello, e vero il paragone, tacendosi le parole suddette, e dicendosi:

Succhi amari allettato intanto ei beve,

E da bevanda tal vita riceve.

Ma quando anche si volesse, che qui la parit?corresse, non perci?si spaventer?alcuno dalla lettura, perch? l?inganno sar?dolce, sar?utile, protestando il poeta d?avere co? poetici condimenti levata ogni amarezza al suo suggetto, e che infino i pi?dilicati, e schivi potranlo in avvenire assagiar con diletto. Per molte altre ragioni, che si potrebbon produrre, ma che non son necessarie, io mi contenter?di dire, che la medesima comparazione fu da S. Basilio adoperata in lode de i Salmi di Davvide, siccome pu?vedersi in un suo Prologo traslatato da Ruffino. Mostra egli, che ancor le divine verit? per piacere a gli uomini, furono condite colla poetica dolcezza, e le paragona alle medicine, che si danno a? malati. Ma perch? il poeta nostro, per maggiormente allettar la gente svogliata, non si content? di que? sapori, che solamente son propri de gli argomenti sacri, e volle usare eziandio quei delle Muse profane, quindi ?che egli ragionevolmente ne chiede perdono alla Celeste Musa. Ed eccovi, se non erro, dileguati gli scrupoli, e le apparenti difficult?opposte dal Sig. Boileau alla bellezza de? versi del Tasso, quando seco in diversi tempi s?abboccarono l?Ab. Alamanno Salviati, il Sig. Pietro Antonio Bernardoni poeta Cesareo, e il Marchese Giovanni Rangoni, Cavaliere di gusto, e giudizio esquisitissimo, spezialmente nelle Lettere amene. Non si credesse per?il Censor Franzese d?aver egli prima d?ogni altro alzata questa polvere contra del Tasso; poich?i Critici Italiani aveano gi?svegliata la medesima difficult? e fra gli altri, pi?per voglia di far ammirare la sua Scolastica acutezza, che per seria censura l?avea fatto il P. Veglia nelle sue sofistiche Osservazioni sopra il Goffredo, a cui in poche parole ancora la sciolse Paolo Abriani nel Vaglio, o sia nelle Risposte Apologetiche.

Un?altra battaglia ora c?invita, non essendo solo il Sig. Boileau ad esercitare il suo giudizio, sopra i difetti veri, o apparenti del Tasso. Anche il P. Rapino, che non ha con men felicit? e gloria insegnati, che praticati gl?insegnamenti della vera poesia, in pi?luoghi si avvent?contra la Gerusalemme. Ma spezialmente nel libro intitolato Riflessioni sopra la poetica di questo tempo, per quanto riferisce il signor Baillet ne? suoi Giudizi de gli Eruditi. Ci fa ben egli la grazia di confessare, che il disegno pi?compiuto di tutti i poemi moderni ?quello del Tasso, e che nulla ?uscito in Italia di pi?perfetto alla luce; ma soggiunge ben tosto, che ci sono de? gran difetti nell?esecuzione di questo poema. Di grazia, finch?l?armi son calde, opponghiamole al nuovo avversario, il quale colle seguenti parole ci discuopre un mancamento del mentovato poema. Il Tasso, dice egli, fa eseguire tutto ci? che vi ?di pi?riguardevole, e straordinario a Rinaldo. Questi uccide Adrasto, Tisaferno, Solimano, e tutti i principali capi dell?Armata nemica. Rompe gl?incanti della foresta; gli episodi pi?importanti sono a lui riserbati; nulla si fa durante la sua lontananza. Egli solo ? destinato a tutte le cose grandi. Goffredo, ch??l?eroe, non fa quasi nulla. Cos?parla questo censore, con gran franchezza in vero, contro al Tasso, e appresso volgesi a lodar Omero, come quegli, che fa operar tutto ad Achille, bench?qualche volta l?abbandoni.

Chi prima di leggere queste ultime parole avesse letto un altro Libro del P. Rapino, intitolato la Comparazione de? Poemi d?Omero, e Virgilio, potrebbe dubitare, se lo stesso autore fosse colui, che qui esalta Omero per aver fatto operar tutto ad Achille. Imperciocch?nell?accennato libro dopo aver raccolta da molti critici, e principalmente dal nostro Beni, dal Tasso, e da altri Italiani una gran fila di difetti, ch?egli pure condanna in Omero; e dopo aver biasimato quel poeta, perch?abbia preso per eroe un Achille, cio?un uomo suggetto a mille debolezze, e a difetti notabilissimi, ripruova come un grave errore quell?avere abbandonato il suo Eroe per pi?di diciotto Libri (e ventiquattro Libri in tutto contien l?Iliade) facendolo star neghittoso tanto tempo a dormir nelle navi, mentre il rimanente de? Greci valorosamente combatteva contra de? Troiani. Ora come ragionevolmente pu?mai dirsi, che Omero sol qualche volta abbandoni Achille, dopo averlo dimenticato per pi?di due terzi del suo Poema? Eccovi come il prima s?difettoso Omero diviene il pi?giudizioso poeta del mondo, qualor si tratta di sentenziare, e condannare il Tasso. Io sto per dire, che verun Critico non ha s?pienamente sparlato d?Omero, come il P. Rapino. Ci fa egli vedere mille suoi difetti nella favola, ne? costumi, ne? sentimenti; e finalmente ristringendosi a lodar le parole, e l?espressioni Eroiche di questo poeta, confessa, ch?egli ?in ci? inarrivabile, e che questo sol pregio ha ingannata, ed abbagliata tutta l?antichit? avendo strappato dalla bocca d?ognuno tante lodi d?Omero. Contuttoci?anche in questa parte egli va toccando di molti difetti. Ma dopo una s?fina censura non aspettava io gi? che dal Padre Rapino nel cap. 15 delle riflessioni sopra la poetica in particolare, si proponesse Omero come il modello pi?perfetto della poesia eroica; o almeno sperava io, che si confessasse il valore di Torquato Tasso con pi?amorevole sincerit? Poich?se pu?servire l?Iliade per modello perfettissimo dell?eroica poesia, quantunque in quel poema si chiudano tante imperfezioni, quanto pi?si conveniva una s?fatta lode alla Gerusalemme, in cui la critica trover?bens?de? difetti, ma non in tanta abbondanza, e di gran lunga pi?virt? che ne? Poemi di Omero? Non voglio per?punto affaticarmi per indovinare, onde nascano s?diversi, ed incostanti giudizi del P. Rapino, n?tampoco disaminare, se veramente Achille facesse tutto, potendosi intendere, ch?egli oper?tutto quello, che era pi? glorioso, e necessario per vincere i Troiani, o per condurli a mal partito.

Meglio sia, che noi consideriamo la gran confidenza di questo Censore, affermante come cosa certissima, che Rinaldo faccia tutto ci? che v?ha di pi?luminoso, e straordinario nell?impresa della Terra Santa, e che a lui solo tocchi l?uccidere tutti i principali capi de? nemici. Chi non crederebbe, ci?udendo, che fossero ancor caduti per man di Rinaldo Aladino Re, o Tiranno di Gerusalemme, Altamoro, Ormondo, Emireno, Clorinda, e Argante, che quasi potea chiamarsi l?Ettore de? Saracini, e tanti altri fortissimi Pagani uccisi da Tancredi, da Goffredo, da Raimondo, e da altri Eroi Cristiani? E che grandi prodezze non avea fatto il Campo Fedele, mentre che il buon Rinaldo agiatamente riposava fra le delizie d?Armida? Ma passiamo all?altra parte della censura, ove si dice, che il Tasso non fa quasi far nulla a Goffredo, il quale tuttavia ?l?eroe del suo poema. Prima del Rapino aveva anche il P. Mambruno nelle Quistioni Latine intorno al Poema Epico incolpato il Tasso non solamente d?aver peccato nella parte essenziale dell?Epopeia, cio?nell?unit?della favola, ma eziandio di non aver servata l?unit?dell?Eroe, perch?ci? che v?ha di pi?difficile nell?impresa, ?eseguito da Tancredi, e Rinaldo; e Goffredo non fa quasi nulla d?importanza. Rinaldo, aggiunge questo scrittore, ?il vero Achille in luogo di Goffredo; laddove Goffredo per essere l?Eroe del Poema dovea far tutto ci? che si fa operare a Rinaldo. Eccovi l?accusa medesima data al Tasso dal P. Rapino, a cui con brevit?rispose l?Ab. Giusto Fontanini nel cap. 2 dell?Aminta difeso. A me pure sar?lecito di considerar fil filo, con qual fondamento si condanni in questa parte il Tasso.

Egli ?certo, che l?unit?dell?eroe non esclude la compagnia d?altri eroi. Oltre ad Achille, che nell?Iliade ?il vero eroe, si contano per compagni ancora Agamennone, Diomede, gli Aiaci, Ulisse, Nestore, ed altri. Nell?Eneide oltre ad Enea, che ?il vero eroe, altri ancora v?entrano, come Pallante, Mnesteo, Sergesto, Tarconte, e simili. Operano ancor questi eroi, e servono tutti per trarre a fine l?impresa, che vien proposta dal poeta. Il principale eroe poscia si riconosce, e distingue da gli altri men principali, e perch?egli supera ciascun altro in quelle gloriose qualit? e virt? che il poeta gli attribuisce, e perch?da queste sue virt?principalmente si produce il buon successo, e fin dell?impresa. Omero nel solo valor militare ci rappresenta il suo eroe superiore a gli altri; e da questo Valor d?Achille particolarmente poi nasce la sconfitta de? Troiani, e la felicit?de? Greci: se per?questo pu? dirsi il disegno d?Omero, dicendo egli nella proposizione, forse con poco giudizio, di voler solamente cantare l?ira d?Achille, che fu affetto biasimevole, siccome cagion di gran danni all?armata greca, e non proponendo alcuna vittoria del suo eroe. Da Virgilio parimente si forma Enea superiore a gli altri eroi in piet? in prudenza, in valore, e nelle qualit?di gran capitano. E tutte queste virt?appunto sono la principal cagione della felicit? de? Troiani, e della rotta dell?esercito nemico. Il Tasso nella medesima guisa al suo principale eroe, cio?a Goffredo, attribuisce non solo tutte le qualit? gloriose, e virt? che sono in Achille, ed Enea, ma eziandio tutte l?altre, che debbono concorrere a formare un perfetto Eroe Cristiano, e un?idea di vero, e gran capitano; onde con tal?unione di virt?il rende superiore ad ogni altro Eroe dell?oste Cristiana. Da tutte queste virt?di Goffredo nasce poi la buona condotta, e il fortunato successo della proposta impresa, cio?la liberazione del Santo Sepolcro. Se mal non giudico, mi sembrano questi i veri contrassegni del principale eroe; poich?ancora gli altri eroi operano, e son dotati di grandi virt? e talvolta in alcune di queste virt?superano il primo eroe, siccome in accortezza, prudenza, sperienza, ed autorit?erano superiori ad Achille Nestore, Ulisse, e Agamennone. Servono gli altri eroi come strumenti, e mezzi per ottenere il fine dell?impresa; ma non dipende principalmente da ciascun di loro il fine suddetto, n?alcun di loro ?superiore al primo eroe nelle virt? che il poeta gli attribuisce.

Ora osserviamo, se questi segni di primo Eroe compiutamente si truovino in Goffredo. Egli ci vien rappresentato come l?idea del perfetto capitano, e condottiero d?Armata. O si guardi alla piet? religione, temperanza, continenza, e giustizia; o si consideri la facondia, la costanza nelle avversit? la maest? la fortezza, e il valor militare: tutto in lui si vede raccolto, n?ad altro Eroe dell?esercito suo sono attribuite cotante gloriose qualit? Egli dunque ?superiore a ciascun altro in quella riguardevole union di virt? che gli ?attribuita dal Tasso. Raimondo bens? Guelfo, Tancredi, Rinaldo son dotati di somma prudenza, di singolar valore; ma ognun di loro ?superato da Goffredo per la suddetta unione, mancando a i primi il sommo valore, a i secondi la prudenza, la temperanza, e altre virt? e qualit?gloriose, che tutte corteggiano il principal?eroe. Che se si dir? che Rinaldo almeno vien rappresentato come superiore in fortezza, e in eroico valore a Goffredo; ed essendo questa la principal virt?de gli eroi, per conseguente Goffredo ?avanzato nella qualit?di maggiore importanza: risponderemo primieramente, che per essere un compiuto capitano, ed eroe, non basta un braccio vigoroso, n?una gran forza di corpo, valevole a vincere tutti i suoi competitori. Altro ci vuole per meritar questo gran titolo. Secondariamente la fortezza militare pot?ben presso a i Gentili riputarsi la principale, anzi l?unica virt?de gli eroi; ma non dee gi?s?facilmente stimarsi tale ne gli Eroi Cristiani, e nella nostra Santa Religione, in cui non la fortezza militare, ma altre spezie di fortezza, ed altre virt?son pi? luminose, gloriose, e pi?proprie per formare un eroe cristiano. Ora quando anche Rinaldo fosse pi?forte di Goffredo nell?armi, o sia nella fortezza, che vince i nemici col ferro, non pu?dirsi per?superiore in Fortezza, perch?non ha la fortezza tollerante, non ?un forte, che si tenga fra i confini della virt? uccidendo egli per soverchio empito di collera Gernando, e mostrandosi disubbidiente al maggior capitano. Laddove la fortezza di Goffredo ?operante insieme, e tollerante; ?condotta dalla Ragione; ?maneggiata secondo tutta l?idea, che ne ha lasciato Aristotele; ed ?propria del vero eroe cristiano, e perci?pi?stimabile dell?altra. Fortitudo (cos?scrivea S. Agostino a S. Girolamo) imprudens esse non potest, vel intemperans vel injusta. Ma in terzo luogo ?falso eziandio, che Rinaldo si rappresenti in Fortezza militare maggiore di Goffredo. Eccovi come del medesimo Goffredo fa il poeta che Erminia ragioni nel Can. 3.

E non minor che duce, ?cavaliero,

S?del doppio valor tutte ha le parti;

N?fra turba s?grande uom pi?guerriero,

O pi?saggio di lui potrei mostrarti.

Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia

Sol Rinaldo, e Tancredi a lui s?agguaglia.

Adunque nell?oste cristiana non v?ha pur uno pi?guerriero, e valoroso di Goffredo. Al pi?al pi?il solo Rinaldo, e il solo Tancredi possono dirsi eguali, ma non mai superiori a lui nel valor militare. Perci?abbastanza credo io provata la prima proposizione, cio? che Goffredo non ha alcun superiore nelle virt?attribuitegli dal poeta, anzi che egli coll?unione di tanti pregi avanza qualunque altro eroe cristiano; onde ha il primo contrassegno di principale, e primario eroe del poema.

Contuttoci?mi fo a credere, che non s?di leggieri vorran cedere in questo punto i critici franzesi, finch? non si toglie una obbiezione, che essi possono fare. Diranno per avventura: Pu? bene a suo talento protestare il Tasso, che Rinaldo non ?superiore in fortezza al suo principale eroe; ma i fatti dimostrano il contrario. Rinaldo fa tutto, uccide Adrasto, Tisaferno, Solimano, e tutti i principali capi dell?armata nemica; e Goffredo non fa quasi nulla. Gran merc?al Tasso, che non si content? di dir solamente, che Goffredo era uomo guernito di rara Fortezza, e che niuno l?avanzava in questa virt? ma sempre ancor tale cel fece vedere in mezzo alle azioni guerriere. Io consiglio i miei lettori a leggere in testimonio di ci? quanto viene scritto dal Tasso in parecchi luoghi, e spezialmente nel Canto 7 nel 9 e nell?11. Io non rapporto i suoi versi, perch?facilmente ognun pu? saperli, o vederli. E vedendoli, pu?scorgere, con che alta idea e tenore di fortezza eroica sempre vien rappresentato Goffredo in mezzo a i perigli, e alle battaglie. Laonde ne? fatti ancora egli non ?superato in valore da Rinaldo, come test?ce lo aveva apertamente detto il poeta. E di qui pure si scuopre, quanto sconciamente sieno false le due proposizioni de? censori, cio?che Rinaldo fa tutto, e Goffredo non fa quasi nulla. Per provar, che Rinaldo faccia tutto, null?altra ragione si reca, se non ch?egli uccide Adrasto, Tisaferno, Solimano, e tutti i principali capi dell?esercito contrario. E pure, toltone Assimiro di Meroe, e i tre mentovati guerrieri, che il poeta dice nominatamente uccisi da Rinaldo, in tutto il Poema del Tasso io non ritruovo, quali altri capi principali, e forti campioni della parte nemica rimanessero estinti per man di Rinaldo. Oltre a ci?i due pi?robusti Saracini, cio? Clorinda, e Argante caddero vinti da Tancredi. Aladino Re di Gerusalemme lasci? la vita sotto la spada di Raimondo. Quel Goffredo medesimo, che non fa quasi nulla, uccide Ormondo,

E Rimedon, che per l?audacia ?chiaro,

Sprezzator de? mortali, e della morte,

prende prigione Altamoro, e (ci? ch??pi?da considerarsi) toglie di vita nell?ultima pugna Emireno, General dell?oste d?Egitto: nel che in qualche maniera sono dal Tasso imitati Omero, e Virgilio, che al loro principal eroe fecero riportar vittoria del pi? riguardevole capo della parte nemica. Ora si osservi, con qual fronte possa dirsi, che Rinaldo uccise tutti i principali capi de? nemici e che Goffredo non fa quasi nulla.

Passiamo all?altro contrassegno del primo eroe. Certo ? che il buon fine della sacra impresa principalmente si dee attribuire a Goffredo; poich?questi ?il solo primo Mobile di tutte le azioni; egli ?l?anima, e la mente di tutto l?esercito fedele; opera sempre, e sempre in armi, e fa prodezze, quando il buon Rinaldo effemminatamente si giace in grembo ad Armida. Alla sua maest?s?acquetano le sedizioni, per lui si fanno i miracoli, a lui parla il Cielo, e dal Cielo ? ancora eletto al conquisto del santo Sepolcro. Dalla sua prudenza, dalla sua eloquenza, dalla sua autorit?si raggira la guerra; n?in altro, che in lui, tutta l?Armata s?affisa per imparar valore, e per promettersi vittoria sicura. Onde nel Can. 20 dice il poeta:

Vassene, e tal??in vista il sommo Duce,

Ch?altri certa vittoria indi presume.

Novo favor del Cielo in lui riluce,

E ?l fa grande, et augusto oltra il costume.

Gli empie d?onor la faccia, e vi riluce

Di giovinezza il bel purpureo lume;

E nell?alto de gli occhi, e nelle membra

Altro che mortal cosa egli rassembra.

Se dunque dal buon governo, dalle virt? dall?autorit?del pio Goffredo principalmente s?ottiene il fortunato successo della sacra Impresa, chi non vede, ch?egli ?l?unico, o primario eroe del poema? Oltre a ci? da Goffredo venendo tutti i comandamenti, i disegni, e i pensieri gloriosi, qualunque cosa operassero gli altri eroi, subordinati ad esso, doveva a lui attribuirsi, come ad Alessandro, a Cesare, a Scipione, e a simili gran capitani ?dovuto il primo, per non dir tutto l?onore, e la gloria delle vittorie, quantunque tanti valorosi guerrieri unitamente col Duce loro combattessero, e vincessero i nemici. Rinaldo medesimo con tutto il suo valore sempre si rappresenta suggetto, e inferiore a Goffredo, e sempre da lui prende moto, qualor si tratta di combattere. Goffredo comanda, Rinaldo eseguisce; quegli ? capo, questi ?mano. Perci?Ugone consigliando Goffredo a chiamar Rinaldo, cos? gli parla nel Can. 14:

Perch? se l?alta Providenza elesse

Te dell?Impresa sommo capitano,

Destin?insieme, ch?egli esser dovesse

De? tuoi consigli esecutor sovrano.

A te le prime parti, a lui concesse

Son le seconde. Tu se? capo, ei mano

Di questo Campo, e sostener sua vece

Altri non puote, e farlo a te non lece.

Guelfo anch?egli a ci? persuadendolo replica la stessa cosa.

N?la necessit? che ha Goffredo di Rinaldo per la santa impresa gli toglie punto l?essere di principal?eroe. Imperciocch?siccome non lascia Enea d?essere il primo Eroe, bench?gli sia necessario un esercito per vincere i nemici, cos?Goffredo ?tuttavia il primo, ed unico Eroe della Gerusalemme, avvegnach?gli sia di mestiere l?aiuto di Rinaldo, e di tanti altri Eroi, anzi d?una Armata intera per conquistar la Terra Santa. E qui mi sia lecito il dire, che Jacopo Mazzoni nel lib. 3 cap. 59 della Dif. di Dante riprese troppo animosamente Virgilio con anteporgli anche Omero; perch?questi introduce nell?Ulissea il suo eroe solo, e privo di tutti i suoi compagni, a far cose grandi, cio?ad uccidere i Drudi, e a riacquistar colla patria la moglie; laddove Enea fa le sue imprese coll?aiuto d?un esercito: essendo ben pi?maraviglioso il vedere un solo operar molte prodezze, che uno accompagnato da molti. Senza dubbio, dice il Mazzoni, Omero ?da sopraporre in questo a Virgilio, il quale non conoscendo l?artifizio poetico d?Omero, condusse Enea in Italia in compagnia d?eserciti armati, non si accorgendo, che non sarebbe maraviglia, che un capitano generale di eserciti col?aiuto di quelli del paese vincesse un?altra gente, ancorch?valorosa, e invitta. Ci? dico, poco saggiamente fu detto dal Mazzoni; perch? primieramente Ulisse non vinse da se solo i Drudi, ma coll?aiuto di un bifolco, d?un porcaio, di Telemaco, e (quel ch??pi? di Minerva, che avea presa la sembianza di Mentore. Secondariamente i Drudi non erano un esercito, ma pochi, ed effemminati, e spaventati da Minerva. Che ha dunque che fare ci?con Enea, che per suoi nemici aveva molti fortissimi Eroi, e un esercito di valorosa gente? Ridicolo sarebbe stato Virgilio, se per isvegliar maraviglia avesse introdotto Enea solo, e senza Armata, vincitore di tanti, e s?prodi nemici.

Adunque bisogna confessare, che s?Virgilio, come il Tasso prudentemente al primo loro Eroe, senza corrompere l?unit? concedettero, e stimarono necessaria la compagnia, e l?aiuto d?altri Eroi, e d?un esercito intero, tutto per?subordinato al principale Eroe. Dee parimente confessarsi, che non pregiudica punto a Goffredo l?aver seco Rinaldo, Tancredi, o Raimondo, perch?questi altro non sono, che mezzi, e strumenti adoperati dal primo Mobile Goffredo per condurre a fine l?impresa. Egli solo colla sua superiorit?? quello, che tutti l?muove, e gli ordina al fine proposto. Ed in ci??ben differente Rinaldo dall?Eroe dell?Iliade, cio?dal fiero Achille. Questi co? suoi Mirmidoni non ? o sdegna d?esser sottoposto ad Agamennone; anzi nol riconosce per nulla, infinch?non gli si mandano per sua parte ambasciadori, e non ?addolcito con prieghi, con doni. Rinaldo per lo contrario prima d?operar contra Pagani chiede perdono a Goffredo, e sempre da l?avanti il venera come suo superiore, maestro, e capitano. Ora questa costante dipendenza di Rinaldo fa, che tutte le azioni sue abbiano principio dal Capo, e al Capo si debbano attribuire. Ma udiamo il Tasso medesimo, che prima di pubblicare il suo Poema scrivendo a Silvio Antoniano prevenne le obbiezioni de? critici con dire, che l?essere necessario all?impresa Rinaldo non toglieva l?Unit?dell?Eroe, cio?di Goffredo eletto da Dio per capitano, sempre necessario alla detta Impresa, e sempre superiore a Rinaldo. Che se, dice egli, Goffredo ha bisogno di Rinaldo, l?ha come il fabbro del martello, o come il cuore delle mani; sicch?da questo suo bisogno non si pu?argomentare altra imperfezione in lui, se non quella, che ?comune non solo di tutti i Capitani, ma di tutte le cose mortali, di operare con mezzi, e con istrumenti.

Il pi?pertanto, che dalla lor censura si possano promettere i critici, si ?il dire, che meglio avrebbe fatto il Tasso col far cadere per man di Goffredo altri Capi, ed uomini forti dell?armata Infedele, ad imitazion d?Achille, e d?Enea. Ma n?pur ci?si vuol liberamente loro concedere, perch?il Tasso non senza cagione si contenne in tale economia. Ci rappresentava egli l?Idea del perfetto capitano. Ora certo ? che il perfetto capitano operando ha da essere nelle battaglie ben differente da un semplice guerriero. La prudenza, onde vuol essere accompagnata l?eroica fortezza del condottier d?un?armata, non gli permette il porre s?facilmente a rischio la propria vita, come lo permette a gli altri guerrieri subordinati. Il perch?quando Goffredo nel Ca. 7 volle armarsi, e gire a combattere contra Argante, che disfidava a battaglia i principi cristiani, gli s?oppose il saggio Raimondo,

E disse a lui rivolto: ah non sia vero,

Che in un capo s?arrischi il campo tutto.

Duce sei tu, non semplice guerriero:

Pubblico fora, e non privato il lutto.

In te la Fe s?appoggia, e ?l santo Impero:

Per te fia ?l Regno di Babel distrutto.

Tu il senno sol, lo scettro solo adopra:

Altri ponga l?ardire, e ?l ferro in opra.

Ancor nel Can. 11 essendosi il medesimo Goffredo, a guisa d?un pedone, vestito d?armi speditissime, e leggiere, con determinazione di salir anch?egli col volgo alla presa delle mura nemiche, di nuovo Raimondo gli parla nel medesimo tenore, siccome quivi pu?leggersi. Ora ecco quali riguardi si debbano dalla prudenza accoppiare colla fortezza de? perfetti capitani. E di fatto il breve spazio di tempo, che Goffredo si ferm?nel padiglione ferito, rec?gran danno all?armata cristiana, e peggior governo d?essa facevano gl?Infedeli, se il Cielo co? miracoli nol riconduceva ben tosto guarito alla pugna. Non ?gi?per questo, che il capitano abbia da schivar tutti i rischi, e non mai da porsi in mezzo alla zuffa, e non far delle gloriose prodezze. Le ha egli anzi da fare; ma non dimenticar giammai il grado di capitano, cio?di persona diversa da? privati guerrieri. Ha egli meno da porsi ne? pericoli, acciocch?la morte sua non tiri con seco la perdita dell?esercito intero. Ha da reggere ancora le schiere, che pugnano; far operare i suoi Campioni, i suoi strumenti; e non esporre senza necessit?la vita a i rischi pi?forti; onde per troppo desiderio di gloria non divenga poco prudente. La sua principal virt?? il consiglio, non la bravura. Anzi, se noi crediamo a Quintiliano, Imperatoris nomen satis significat non exigere manum ipsius; imperare enim debet, et pr?ipere; e per essere gran capitano basta il ben comandare. Ci? non ostante ci vien rappresentato Goffredo ancor forte guerriero nelle pi?fiere battaglie, ove opera singolari prodezze. Si porta egli ad assalir le mura, ascende, combatte da gran soldato, e nel Can. 18 egli prima di tutti vi pianta il venerabil vessillo della Croce.

Se il Tasso dunque non ci fa vedere il suo eroe operatore di tutte le pi?illustre azioni in armi, ha molto gravi ragioni, e nol sa perci? men perfetto in grado di capitano, ma solamente nol sa perfettissimo soldato. Concedendosi poscia, che Goffredo in ogni arte adempia l?ufizio di gran capitano, come bisogna concedere; confessandosi, ch?egli ?superiore a Rinaldo, e a tutti gli altri eroi cristiani nella unione d?ogni virt? che da lui dipendono tutti i mezzi; e delle sue virt?principalmente s?ottiene l?avventuroso successo della sacra guerra, come bisogna confessare, convien conchiudere, ch?egli ?l?unico, e il primo eroe della Gerusalemme. Dalle quali cose maggiormente appare, non potersi dire senza temerit? che Rinaldo operi tutto, o che Goffredo non operi quasi nulla, e molto meno ch?egli non sia quasi distinto da uno ufiziale ordinario, e serva solamente di titolo al poema del Tasso. Queste ultime parole son rapportate dal Signor Baillet nel lib. intit. Jugemens des S?vans, e attribuite al P. Rapino, come prese dal suo Tratt. della Compar. d?Om. e di Virg. cap. 13 edit. in 4 pag. 51. Ma io non so vedere, che il medesimo Padre abbia mai s?arditamente sparlato contro alla Gerusalemme. Anzi sostenendo egli in altro luogo, che il poema eroico ha da farci vedere l?idea perfetta d?un gran capitano, e generale d?armata, non di un cavaliere privato, io argomento, ch?egli non potesse far di meno di non conoscere, che questo pregio evidentemente riluce nel poema del Tasso, e che nella sola persona di Goffredo, non di Rinaldo, chiaramente si mira una tal prerogativa.

E ci?basti intorno al giudizio, che qualche scrittore straniero form?contra il nostro poeta. Potrebbesi pure far toccare con mano, quanto ingiustamente sia detto, che il Tasso in eccesso ha del basso, del comico, del piacevole, per non dir di vantaggio, ne? ragionamenti de? suoi eroi. Potrebbe mostrarsi, che al poema eroico non disdicono talvolta descrizioni galanti, ed amene; e che in ci?Torquato si tenne lungi da gli estremi, avendo prudentemente mischiato il dilettevole, e il dolce coll?austero. Ma non ?questo il luogo. Solamente mi basti di ricordare, che non ?giammai ben fondato argomento per condannare un gran poeta il dire: ci?non si ?fatto da Omero, da Virgilio; dunque ?un errore. Siccome viziosamente altres?argomenta chi dice: Omero, e Virgilio hanno ci?fatto; adunque ?ottimamente ancor fatto da noi. E l?uno, e l?altro argomento ci pu?talvolta rendere ingannati, e massimamente ove noi vogliamo consigliarci con Omero. La sola ragione prima dee giudicare del bello; poscia l?esempio pu?dar vigore, e maggior sodezza al giudizio. Per lo contrario la passione, i pregiudizi, o sieno le prevenzioni dell?animo son giudici troppo ciechi. Lodisi il Tasso, e qualunque suo pari, ove sel merita, e si accusi dov?egli veramente err? poich?con prontezza faremo ancor noi lo stesso, commendando le sue virt? che sono moltissime, non adorando i suoi difetti, che son pochi.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Linguaggio, e stil della Prosa. Qual sia quello de? versi. Pompa e forza dello stil

poetico. Esempi del Tasso, di Virgilio, e d?altri. Prosatori adoperanti lo stil de? poeti.

Linguaggio pi?che poetico in versi, e viziosa amplificazion de? traslati.

Ancorch?/span> la maggior parte de? miei detti finqui abbia dimostrato la maniera, con cui parlano i poeti, quali sieno i lor sentimenti, e come ancora si distinguano da? prosatori; pure non ho abbastanza soddisfatto al bisogno d?alcuni. Mi conviene perci?pi?espressamente ragionare del linguaggio, e dello stile poetico, poich? in esso consiste gran parte dell?artifizio, con cui i poeti svegliano la maraviglia, e il diletto. E ci?principalmente potr?farci conoscere il difetto scambievole d?alcuni scrittori, i quali o in versi parlano il linguaggio, e adoperano i sentimenti della prosa, o nella prosa ci fan sentire la favella de versi. Per quanto a me ne sembra, non ?altro la prosa, o scrivansi orazioni, o istorie, o lettere, o dialoghi, o altri simili ragionamenti, che lo stesso ordinario parlar de gli uomini imitato dallo scrittore. Quelle stesse parole, que? medesimi pensieri, che s?usano da un uomo per narrar qualche avvenimento, per difendere se stesso, per lodare altrui, per trattare un negozio, o una materia erudita: le stesse, e i medesimi adoprati in iscrittura formano un?istoria, un?orazione, una pistola, un dialogo. L?obbligazione, che hanno questi scrittori ?una sola; ed ? che debbono imitare, e adoperar quelle parole, quelle frasi, e que? sentimenti, che verisimilmente caderebbono in pensiero a i migliori, cio?a i pi?robusti ingegni in raccontando all?improvviso quell?avventura, in lodando altrui, in trattando un affare, o un punto di dottrina. N?altra giurisdizione credo io, che abbia la prosa. Perci? siccome naturalmente avviene, che un uomo agitato da qualche affetto gagliardo usi nel suo ragionamento, bench?improvviso, delle iperboli, delle metafore, e tutte le figure, di cui parlano i maestri dell?eloquenza, cos?a gli oratori ? permesso l?uso di queste figure s?di parole, come di sentenze, qualora si rappresentano investiti dallo sdegno, dal dolore, dall?allegrezza, dalla compassione, dallo stupore, e da altre passioni. Di fatto le figure non sono altro, che il linguaggio natural de gli affetti. Se uno ?addolorato, anche nel ragionamento ordinario fa delle sclamazioni, rivolge il parlare al cielo, alle persone lontane, e defunte; accresce, o diminuisce gli oggetti; interroga; e forma cento altre vive, e leggiadre figure. Altrettanto alle volte pu? anzi dee far l?oratore, e chiunque scrive, se egli per cagion della materia da lui trattata ?mosso da qualche vigoroso affetto. Che se la materia non porta questo affetto, o se lo scrittore non ha da mostrare affetto (come accade all?istorico) non pu?il prosatore ne pur egli adornar di figure la sua scrittura; altrimenti offender?la natura, ch?egli prese ad imitare, e si paleser?ignorante delle leggi della prosa. Nel che agevolmente s?intende l?errore di alcuni oratori, istorici, e somiglianti prosatori, che a sangue freddo, cio?quando la materia non ?affettuosa, usano delle apostrofi, delle iperboli, ed altre forme proprie solamente di persone agitate da qualche gran movimento interno. Quel rivolgersi talvolta l?oratore, senza precedente concitazion d?affetti, a parlar colle virt? di qualche Santo, colle catene di qualche prigioniere, colle onde marine, coi venti, e simili altri oggetti inanimati, ?un costume inverisimile, ed ?un delirio dell?ignoranza. Non intendono costoro il genio della prosa, e non sanno ben imitare la natura.

Ben pi?vasta giurisdizione, e maggior privilegio godono i poeti; non gi?perch?essi non imitino la Natura, ma perch?supponendosi sempre in loro o naturale, o soprannatural Furore, e commozion d?affetti, verisimilmente ancora possono parlar con pi?bizzarria, con maggior fasto di figure, di parole, e di sentimenti. Ora noi siam qui per disaminare i principi di questa libert? e di questa pompa poetica. Diciamo pertanto, che le ordinarie nostre parole, e frasi, i nostri comuni concetti, e sentimenti sono un ritratto delle cose, ma un ritratto tale, che ordinariamente non suol rappresentare il vivo delle cose, e muovere l?altrui animo, come farebbe la materia medesima. Di gran lunga maggior sensazione, e commozione fa in noi il veder co? nostri occhi l?orribile uccisione d?alcuno, che il solo intenderla dall?altrui voce, o leggerla descritta. Cos?maggior movimento nell?animo nostro si produrr?in mirando un bel giardino, un maestoso spettacolo, un mare infuriato, in essere presenti all?azione Eroica di qualche gran personaggio, in udire i lamenti, le minacce, le preghiere d?una persona veramente addolorata, sdegnata, e supplicante, che in leggere, o ascoltar la descrizione di tali cose. Ci?fu prima di noi osservato da Orazio nell?arte poetica. La ragione, perch?il ritratto non agguagli la forza dell?originale si ? perch?non si truovano talvolta parole, forme di dire, e pensieri ben?esprimenti quell?oggetto; o le stesse frasi, e parole, gli stessi sentimenti, per esser comuni, usati, e da noi pi?volte uditi, non cagionano vigorosa sensazione dentro di noi, non portano vivezza, e novit? Perci?chi potesse giugnere a tanto di commuovere gli animi, col solamente esprimere per mezzo delle parole gli oggetti, come se questi appunto si mirassero con gli occhi propri, ragion vuole, che da ci?nascesse un singolar diletto ne? lettori, o ne gli uditori, e che s?ammirasse l?Artifizio di chiunque sapesse con tanta forza dipingere.

Ed appunto il poeta ?quegli, che pi?d?ogni altro aspira a tal gloria, e che pu? e suol conseguirla, cagionando egli sovente o il medesimo, o quasi il medesimo effetto, e le stesse passioni, che le cose da lui rappresentate produrrebbero in noi, se le mirassimo con gli occhi del corpo. Anzi talora ei ne produce pi? essendovi delle cose comuni, e triviali, che da noi rimirate non muoverebbono diletto, e pure udite da? poeti, lo muovono. Chieder?dunque taluno, come ci?si faccia dalla poesia, e qual?artifizio ella adoperi per ottener questa lode. Rispondiamo, che il poeta fa risaltar le cose, e d?gran forza, vivezza, e leggiadria a i suoi ritratti, coll?usar parole straordinarie, espressioni pi?poderose, e fiammeggianti, che non son le ordinarie della prosa, e de? ragionamenti civili, e coll?adoperar sentimenti vivacissimi, e lontani dall?uso comune. Alle cose spirituali d?egli corpo, alle inanimate attribuisce anima, e favella. La prudenza, la superbia, il timore, la collera, i desideri, e in una parola tutte le virt? i vizi, gli affetti, e mille altre cose ricevono da lui anima, o corpo. Questa novit? di colori sensibili ci ferisce, e commuove in maniera ben differente, che non fa l?ordinario ragionamento de gli uomini. Colle iperboli, colle traslazioni, colle vivissime frasi, e sonanti parole, e con altre figure, e maniere di rappresentare, ingrandisce il poeta le cose; le fa pi?nobili, pi?terribili, pi?belle; o pur le diminuisce, e le fa pi?deformi, e ridicole di quel che la verit?pure farebbe, affinch?questo ingrandimento, o questo abbassamento giunga per quanto si pu?a partorir ne? lettori que? movimenti, che dall?oggetto stesso realmente rimirato con gli occhi si partorirebbono in noi, e che non si possono dalle comuni, e veraci espressioni per l?ordinario in noi partorire. Imita in ci?il poeta gli scultori, che formano molto maggiori del naturale quelle statue, che s?hanno a collocare in alto, acciocch?poi alla vista di chi le mira da lungi compariscano fatte secondo la loro natural grandezza.

E nel vero stimava Orazio, che un poeta pervenuto ad empiere l?animo altrui di quella stessa paura, di quello sdegno, e dolore, che in noi risveglierebbono i fatti veri, e a rappresentar s?vivamente le cose, che sembri ad altrui d?averne presente la verit? stimava, dico, Orazio che questo poeta dovesse generare non minor maraviglia de? maghi, e de? ballerini sulla corda. N?solamente intese del muovere gli affetti gagliardi. Si stende la sua sentenza a tutti gli altri movimenti, che naturalmente pu?in noi cagionare qualsiasi oggetto, potendogli il poeta tutti in noi produrre coll?Artifizio suo, allorch?sa far s?vive, pellegrine, e splendide le copie, che agguaglino la forza degli originali. Ecco dunque la ragione, per cui si adopera da? poeti, e per cui piace cotanto a noi altri il linguaggio, o sia l?elocuzione, e lo stile della poesia. Pu?eziandio aggiungersi: che l?Animo dell?uomo ha del grande, ed ?fatto per la grandezza. Perloch?tutto ci? che ?sublime, e grande, e straordinario, gli apporta diletto. Cos?i pensieri sollevati, e non triviali le immagini maestose della fantasia, gli armoniosi periodi, le figure spiritose, la fecondit? e ricchezza delle espressioni, perch?contengono un non so che di grande, lo dilettano forte. Per lo contrario le cose comuni, i sentimenti ordinari, le usate maniere di favellare, quali per lo pi?compongono la Prosa, non portando la livrea del grande, o con dispregio, o con poco diletto si mirano dall?Animo nostro, e ci fanno talora dormire. Non ?dunque maraviglia, se la poesia ci suol dilettare, e tener pi?svegliati, che non fa la Prosa. Nelle parole, nelle frasi, nelle immagini, o ne? sentimenti, quella ha del pellegrino, del nuovo, del vivo, del nobile, del grande; e perci?s?accorda coll?inclinazione, che noi tutti abbiamo alla grandezza, e a tutto ci? che ? straordinario, e raro. A questo pregio non pu?giungere la prosa con tanta facilit? convenendole imitar pi?religiosamente l?ordinaria, e comune maniera di ragionare.

Resta, che con pochi esempi noi facciamo toccar con mano la verit?di quanto s??detto. Poco diletto si raccoglierebbe da un prosatore, il qual ci dicesse, che il Po dopo aver accolto moltissimi fiumi d?Italia, gonfio si scarica in mare. Dipingasi appresso la medesima cosa dal poeta: le dar?egli con immagini fantastiche con espressioni poderose, e maniere di dire assai vive, una rara maest? una non aspettata bellezza. Eccovi come ne parla il Tasso nel Can. 9:

Cos?scendendo dal natio suo monte

Non empie umile il Po l?angusta sponda;

Ma sempre pi? quanto ?pi?lunge al fonte,

Di nuove forze insuperbito abbonda.

Sovra i rotti confini alza la fronte

Di tauro, e vincitor d?intorno inonda,

E con pi?corna Adria respinge, e pare,

Che guerra porti, e non tributo al mare.

Non v?ha persona s?rozza, che non senta, quanto maggior nobilt? e vivezza s??accresciuta dal linguaggio, e stile poetico a questo ritratto, e quanto ora ci diletti in versi ci? che prima non ci movea punto in prosa. Altrettanto avverr? quando un prosatore ci dica: che un giorno si porr?fine alle guerre, e alle discordie, onde ?cotanto anche oggid?turbata la Terra. Ma io prendendo le terribili, e vive espressioni di Virgilio, e avvivando la stessa cosa col poetico linguaggio, l?imprimer? nell?animo altrui con forza di lunga mano maggiore, che non si sarebbe fatto dall?espressione prosaica. Dir?dunque:

. . . . . . dir?ferro, et compagibus arctis

Claudentur Belli port? Furor impius intus

S?a sedens super arma, et centum vinctus ahenis

Post tergum nodis, fremet horridus ore cruento.

Poteva altres?la prosa descrivere con qualche diletto de gli uditori ci? che accadde un giorno di vedere al Petrarca, cio?Laura da un albero coperta con una pioggia di fiori. Ma con grazia, e forza via pi?sensibile ci fu dalla fantasia del poeta medesimo dipinta quella avventura nella Canz. 14 par. 1. Vaghissimi sono i suoi versi, ove la rappresenta, chiamandola azione dolcissima da ricordarsi.

Da be? rami scendea

Dolce nella memoria

Una pioggia di fior sovra il suo grembo.

Et ella si sedea

Umile in tanta gloria

Coverta gi?dall?amoroso nembo.

Qual fior cadea sul lembo,

Qual su le trecce bionde,

Ch?oro forbito, e perle

Eran quel d?a vederle;

Qual si posava in terra, e qual sull?onde;

Qual con un vago errore

Girando parea dir: qui regna amore.

Ecco dunque come la fantasia, e talor l?ingegno de? poeti ritruovano, ed usano immagini maravigliose, e gentili, o frasi, epiteti, e parole piene di maest? di dolcezza, d?affetto, e non pi?intese dal volgo, con cui spiegano bens?la stessa cosa, che pu? spiegarsi dalla prosa, ma in modo straordinario, e nuovo. Non per?mai tanto si mirano queste sublimi, e vistose dipinture, quanto nella lirica. Ivi pi?che altrove ?lecito, o necessario, incantar gli uditori con questo pellegrino stile, e rappresentar le cose o pi?grandi, o pi?leggiadre, ch?elle non sono, affinch?l?accrescimento di questa magnificenza, e vaghezza ferendo con forza l?animo de gli ascoltanti, li renda estatici, o almen faccia loro concepire gli oggetti con quella vivezza, che manca spesso a i modesti, e dimessi colori della prosa. Radi sono fra gl?Italiani, che giungano ad uguagliare in tal pregio il Chiabrera; perciocch?egli col suo stile reca sovente una maest? o una grazia straordinaria a qualunque cosa ?da lui trattata. Eccovi come egli descrive il principio d?una tempesta in mare:

Allor che l?Oce?,

Regno de? venti,

Ama di far sue prove,

Da principio commove

Nel profondo un bollor, ch?appena il senti

Poi con onde frementi

Vien spumando sul lito,

Poi l?alte rupi rimugghiando ei bagna.

Affine empie del Ciel l?erma campagna

Di rimbombo infinito.

Altrettanto fece Pindaro fra? Greci, ed Orazio fra? Latini. L?ultimo di questi, volendo augurar vita lunga ad Augusto, cos?gli dicea.

Serus in Coelum redeas, diuque

L?us intersis populo Quirini,

Neve te nostris vitiis inquum

Ocyor aura

Tollat. Heic magnos potius triumphos,

Heic ames dici pater, atque Princeps;

Ne sinas Medos equitare inultos,

Te duce, C?ar.

Con queste parole, con queste frasi, e sentenze, e con farci comprendere, come Augusto sia per essere un Nume, quando a lui piaccia, il poeta ci porge un?idea nobilissima del merito di Cesare. Altrove con immagine maravigliosa ci fa intendere la grandezza dell?animo di Catone, dicendo

Et cuncta terrarum subacta

Pr?er atrocem animum Catonis.

E che non fece il nostro Petrarca? In mille luoghi s?mirabilmente dipinge i pregi della sua donna, che ci riempie di stupore, e diletto. Che grande idea non concepiamo noi altri delle virt?di Laura morta, o dell?affetto del poeta, quando egli cos?comincia un sonetto:

L?alto, e nuovo miracol, che a? d?nostri

Apparve al mondo, e star seco non volse;

Che sol ne mostr??l Ciel, poi sel ritolse,

Per adornarne i suoi stellanti chiostri.

Un somigliante sentimento fu da lui replicato altrove, ed eziandio con maggior vaghezza.

Pieno era il mondo de? suo? onor perfetti;

Allor che Dio per adornarne il Cielo

La si ritolse: e cosa era da lui.

Che se questi Lirici rappresentano un oggetto nobile con tutta la sua sublimit? altri con somma vaghezza ci rappresentano i vaghi e gentili. Cos?il Marino, per esprimere il canto d?un usignolo la mattina per tempo, cos?favella:

L?infelice augellin, che sovra un faggio

Erasi desto a richiamare il giorno,

E dolcissimamente in suo linguaggio

Supplicava l?aurora a far ritorno.

Per le quali cose appare, quanta sia la virt?dello stil poetico, e quanto ancora chi non possiede questa nuova, e mirabil forza di sentimenti, e frasi, possa dirsi lontano dalla perfezione poetica. Non pu?senza fallo meritar la gloria di singolar poeta chi non sa dar questa pellegrina, vivace, e grand?aria alle cose; chi parla il linguaggio prosaico in versi; chi usa le stesse immagini, forme di dire, e parole, che userebbe la prosa per vestir le materie. Perch?per?non abusasse taluno questa mia sentenza, si vuol?osservare, che non ha sempre da essere lo stesso il linguaggio, e lo stil de? poeti; ma dee giudiziosamente adattarsi al suggetto, e al genio diverso de? poemi. Al suggetto eroico, nobile, e sollevato, si richiede uno stile, e linguaggio maestoso, e sublime; al morale un serio, e grave; al gentile un vago, e pieno d?immagini, e frasi dilicate, fiorite, e gentili al vile, basso, e ridicolo un somigliante linguaggio, e stile. In una maniera parlano i comici, e i satirici; in un?altra i lirici. La tragedia, e il poema eroico hanno ancor differenti colori di stile. Ma di questo, cio?de gli stili de? poeti si ?per gli migliori Maestri diffusamente parlato. Con loro potr? consigliarsi lo studioso lettore, e massimamente col Tasso nel libro 5 del poema eroico. A me basta d?accennare, che tutte queste differenti maniere di parlar poetico debbono esser diverse da quelle, che userebbe la prosa in trattando lo stesso argomento, che ha preso il poeta.

Qual benefizio adunque, nobilt? e perfezione si rechi al ragionamento dallo stile poetico, lo conobbero assai bene i prosatori, e perci?si diedero anch?essi ad usarlo ne? loro scritti. Ma ci?fu un uscire de? termini della loro giurisdizione, e un oltraggiar la natura della prosa; n??difficile il conoscere, quanto si disconvenga alle storie, alle Orazioni, alle pistole la favella poetica. Udiamo, come parli l?autore d?un?Orazione fatta in lode di Girolamo Cornari per la presa di Castelnuovo. Al primo piede, sono le sue parole, che coll?insegne di Vittoria poneste nella fortezza domata, e vinta, si scossero per vergogna, e per rabbia nell?urna le ceneri, e nell?Inferno l?anima di Solimano. Bestemmi?il sangue sparso dal suo esercito, quando gi?un secolo ne venne egli alla conquista, e si dolse, che le sue fatiche avessero servito di base alle vostre glorie. Appresso dice egli: Comparvero sull?alte mura mille insegne, in cui stava impresso il Leone Veneto, e la Croce Cristiana: corsero subito a baciarle l?aure di quei paesi, et a consecrarsi con toccarle. Queste immagini figliuole della fantasia sono riserbate dal buon gusto al linguaggio poetico, disdicendo alla prosa un tanto ardire. Il medesimo pu?dirsi ancora de? pensieri, che seguono. Sia fra di voi, pastorelli, chi memore delle disavventure trascorse, e della fortuna presente, formi una rustica canzone, che tramandata a? vostri posteri la cantino su i lidi del mare, e la facciano sentire ai venti liberati anch?essi dall?infame ministerio, che prestavano alle vele corsare. Eccovi il puro linguaggio de? poeti, e non potevasi dire di pi?in un poema pastorale. Sarebbesi ancora meglio usata in versi, che in prosa, l?immagine seguente: Sciogliete oramai con sicurezza dal porto le navi, o nocchieri; e guardatevi solo dal Borea, o dall?Austro: schivate gli scogli, e le secche; nel rimanente voi siete sicuri. Fu adoperata questa medesima immagine, ma in componimento pi?proprio, dal Sig. di Fontenelle. Dopo aver detto, che i vascelli del suo Re non temono pi?i nemici, soggiunge, che sopra il mare non han pi?che il Mar da temere.

Ils n?ont plus sur la Mer, que la Mer seule ?craindre.

Prima di lui aveva detto anche il Racine Sc. 1 At. 1 del Mitridate, che le navi di quel Re non ebbero altri nemici, che i venti, e l?acque

.  .  .  .  .  .  . Et ses heureux Vaisseaux

N?eurent plus d?Ennemis que les Vents, et les Eaux.

Per questa sola cagione stimo io, che non sia molto da lodarsi quella immagine, con cui Velleio Patercolo nel lib. 2 delle sue Storie ci descrive la sventura di Mario, che dal colmo d?una straordinaria fortuna pass?a vivere meschinamente fra le rovine di Cartagine. Cursum, dice egli, in Africam direxit, inopemque vitam in tugurio ruinarum Carthaginensium toleravit. Quum Marius aspiciens Carthaginem, illa intuens Marium, alter alteri possent esse solatio. Che Mario in rimirar Cartagine rovinata, Cartagine in contemplar Mario ridotto a s?misero stato, l?un l?altro potessero consolarsi, ?una immagine della fantasia, viva, e bellissima, non troppo ricercata, n?raffinata, come ne sospetta l?Autor della Maniera di ben pensare. Ma questa si conveniva ad un poeta, non ad uno Storico, le cui immagini, e riflessioni debbono partorirsi dalla maturit? dell?intelletto, non da i deliri tuttoch?lodevoli della fantasia.

Un simile difetto potr?pure osservarsi nel Voiture, cio? in uno scrittore, che per la sua gran naturalezza in Prosa ha meritato gli encomi spezialmente del P. Bouhours nel citato libro. Descrive questi un delizioso luogo della Spagna, e dice. Che il sole, il quale verso quella contrada passa a dormir nell?oceano, e vi si fa veder pi?bello, che in ogni altro luogo del mondo, era allora vicino a nascondersi in quelle nubi d?oro, e d?azzurro, nelle quali s?inviluppa, quando va a visitar le Ninfe del mare. Segue a dire, che il medesimo sole non avendo in tutto quel giorno veduto nulla di s?bello, come Zelida, parve, che per mirarla pi?lungo tempo, dimostrasse men fretta di cader dentro l?onde del mare; e che gitt?cotanto oro sopra le foglie de gli alberi, e sopra l?acque del fiume, che sembrava, che i suoi raggi tornassero ad accendersi per continuare il giorno in grazia di s?bella principessa, circondandola in tal guisa, e accordandosi tanto col rimanente della sua bellezza, che si poteva dubitare, se que? raggi erano quei del Sole, o quei di Zelida. Io non so, se un poeta possa usar linguaggio pi?ardito di questo, e forse ci sar?taluno, che non oser?cotanto n?pure in versi. Il medesimo autore dopo aver detto con un bel concetto di contrapposto, che in quel Paradiso Zelida passava il suo Inferno: c??oit en ce Paradis que Zelide faisoit son Enfer, le Piante erano divenute s?belle per la presenza di quella principessa. L?on ?t dit, que les Eaux, les Fleurs, et les Plantes, s??oient embellies par sa presence. Altre immagini poetiche, iperboliche, ed affettate si possono leggere in quel libro. Ma nello stile de? prosatori ?necessaria maggior modestia, e dee la fantasia mordere il freno. Saranno talora nobili, e vaghe le immagini, che s?adoperano in Prosa; ma perciocch?avran il colore poetico, a lei disconverranno, come le vesti bizzarre, e giovenili ad una persona d?et?matura posta in grave ministerio. Bella immagine ?quella, che usa il Tesauro nel lib. 20 della Filos. Mor. ove dopo aver narrato, che Rutilio richiesto da Scauro suo grande amico di una cosa ingiusta neg?di farla, dice queste parole. E quivi fin?l?amicizia. amore spezz?l?arco, e smorz?la face. Ma pi?acconciamente in versi, che in prosa, poteva aver luogo s?fatta immagine. Sar?dunque di mestiere, che collo studio de? pi?famosi prosatori, e poeti s?intenda bene, qual differenza passi fra questi due linguaggi, affinch?la giurisdizione de gli uni non sia turbata da gli altri, e i versi non abbiano odor di prosa, n?la prosa porti la livrea de? versi.

Finalmente un altro eccesso ci ? da cui debbono guardarsi i prudenti, ed ?quello del parlare in versi un linguaggio pi?che poetico. Veggendo alcuni, quanto sia lodevole in poesia l?allontanarsi dallo stile del volgo, e il dar maest? leggiadria, e novit?a i pensieri, s?alzano cotanto, che divengono turgidi, gonfi, e disordinati. Non sanno essi nominare una cosa senza metafora, e talora senza metafore ardite, e iperboli, smoderate, dal qual vizio non ?esente qualche moderno, anche rinomato. Credono difetto tanto il concepire un pensiero, che potesse cadere in mente ad un altro, quanto il vestirlo con ornamenti naturali, e con frase pudica. Quindi s?alzano sulle penne, e spronano s?sbardellatamente il povero Pegaso verso le stella, che perdono di vista la Terra. Un non so qual poeta, per descrivere il lusso de gli antichi Romani, fa parlare la sua Musa in tal modo: [55]

Alz?Latino orgoglio

Mille rupi svenate, allor che cinse

Con alloro guerriero auguste fronti.

Sud?quel Campidoglio

Sotto boschi di palme; e vi costrinse

In ricche schegge a sminuzzarsi i monti.

I Policleti, i Bronti

Si stemprano in sudore, e fer vedere

Spopolate in un d?cento miniere.

Ne? pi?famosi Mari,

Per dare al Tebro una spolpata rupe,

Si videro anelar stanche l?antenne.

Sotto fabbrili acciari

D?Affrica si squarciar l?urne pi?cupe,

E i pi?barbari pin miser le penne;

E s?chiaro divenne

L?alto splendor de? vincitori Eroi,

Ch?un mondo s?accec?ne? lampi suoi.

Ma con ardite Cetre

Chi m?ha tratto a svegliar sin nelle tombe

Di decrepiti lussi idee canute? ecc.

Con somigliante modestia di stile continua questo poeta la sua canzone. E certo egli ha superato di molto in cos? fatta maniera di parlare i primi quattro versi d?un sonetto, famoso pi?per la liberalit?d?un gran Re, che per la sua bellezza, cio?

Sudate, o fochi, a preparar metalli ec.

N?contento quel poeta d?imitar l?Achillini, rub?pure come una preziosa gemma ad un per altro valentissimo poeta quel concetto ove del monte Ismaro si favella in tal guisa:

Gi?da spessa bipenne

Con suo stupor l?Ismaro tronco impara

A metter l?ale, et a volar per l?onde.

Ma queste s?stravaganti iperboli, e traslazioni sformate, son tanto sconvenevoli alla perfetta poesia, quanto a gli uomini veramente valorosi il linguaggio del capitano spavento. Non portando immagini s?strane, ed ardite alcun fondamento di verit? o di verisimiglianza s?nell?intelletto, come nella fantasia, son vedute di mal?occhio da i saggi, e sconciamente imitano la natura. Anche da i dipintori si dee imitare, e perfezionar la natura; ma se un d?costoro credendosi di dare una maravigliosa idea d?una fiera tempesta, rappresentasse le onde, che giungessero al Cielo, e gli Dei, che o fuggissero per paura, o sorpresi notassero per salvarsi, egli ci moverebbe straordinariamente a ridere. Cos?quel poeta, che va cercando di far nascere lo stupore nel cuor de suoi uditori, erra non poco, amplificando e travestendo s?smoderatamente le cose, che perdano affatto i lineamenti della natura. Saggiamente pare alla fantasia de poeti, che le navi condotte da favorevol vento volino per lo mare, s?per la figura de remi, e s?per la velocit?del corso. S?io per dipartirmi ancor pi?dall?uso volgare, e per far divenire pi?maravigliosa questa immagine dir?che le navi han l?ali, comincer?ad allontanarmi alquanto dalla natura. Che se di ci?non contento, in vece di nominar le navi, io dir? i pini, e gli abeti han l?ali, molto pi?mi scoster?dalla natura. E se finalmente in vece di dir che i pini, e gli abeti han l?ali, dir?che lo stesso monte Ismaro (da cui questi alberi si suppongono presi per fabbricarne le navi) troncato dalle scuri impara con suo stupore:

A metter l?ale, et a volar per l?onde;

io perder?affatto di vista la Natura, non conservandosi pi?alcun vestigio di vero, o di Verisimile in questo Monte, che vola per l?onde. Ci sono i suoi termini, infino a? quali pu? lodevolmente giugnere l?ardir glorioso della fantasia senza precipitare. Di l? da questi termini vari coloro, che secondo l?osservazion di Longino facendosi a credere d?esser presi dal vero Furor poetico, mettonsi a dir cose grandi, e strepitose, che per?tali non sono, ma fanciullaggini, e bagattelle. Noi naturalmente in ogni cosa desideriamo, e cerchiamo il Sublime, e perci? (soggiunge il medesimo Autore) di leggieri cadiam nell?eccesso, e nella gonfiezza.

CAPITOLO QUINDICESIMO

Division dello stile in maturo, e fiorito. Lor partigiani, ed origine.

Bellezze del primo non facili a scoprirsi. Bellezze del secondo

permesse a? giovani. Artifizio ascoso, e scoperto.

Sentimenti finissimi di Virgilio. Paragon de i due stili, e difetti dell?acuto.

Stile de? poeti bucolici. Sentenza troppo severa del Fontenelle.

Abbiamo altrove alla sfuggita accennato, ora dobbiamo pi?ampiamente ravvisare la division dello stile in due spezie, come quella, che riputiamo assai utile a i meno esperti delle materie poetiche. Altro ?dunque lo stil maturo, ed altro lo stil fiorito. Il primo ?stile d?autunno, il secondo di primavera. Questo ha del focoso, del giovenile, del piccante; quello ha del temperato, del virile, ed ?pi?naturale. Dipinge lo stil fiorito le azioni, i costumi, le cose con acutezza di pensieri, con vivacit?di riflessioni, di sentenze, e ristringendo in poche parole i sentimenti, a prima vista ferisce colla sua pompa, e col suo lume l?intelletto altrui, scoprendo assai chiaramente l?arte. Non ha lo stil maturo tanto splendore nella sua superfizie; ma ?pieno di buon sugo, ha pi?sodezza, usa le parole convenevoli al suggetto, e quantunque o pi? o non men dell?altro, abbondi di studio, e d?arte, pure meno lo scuopre. Perci?il primo stile, perch?a guisa de? fiori immantenente ferisce colla sua vaghezza gli occhi nostri, si vuol da noi chiamare fiorito; e dimandiam maturo il secondo, perch?per ben conoscerne la perfezione, convien col gusto dell?intelletto penetrar nel suo interno: il che similmente avviene per giudicar della bont?de? frutti. Ora questi due stili, fra loro assai diversi, quasi in ogni tempo hanno avuto i suoi partigiani, e adoratori. Anzi s??per dir cos?mantenuta mai sempre una guerra d?opinioni, attribuendo alcuni il primato allo stile, che pi?lor piace, e poco stimando, o pi?tosto condannando l?altro, che ha la disavventura di lor dispiacere. Chi si pasce delle quintessenza di Tacito, e de? pensieri spiritosi del giovane Plinio, desidera in Livio, e in Cicerone men quantit?di parole, maggior novit? e acutezza di sentimenti. Per lo contrario a i divoti di Tullio sembra, che Plinio in vece di migliorar con ornamenti veri la natura, pi?tosto la imbelletti, onde le ne avvenga pi?facilmente vituperio, che onore. Avendo io dalla villa, sono alcuni anni, pregato il Maggi, che correggesse, anzi se uopo il richiedeva, interamente cangiasse una mia scrittura latina, gli scrissi fra l?altre queste parole: Misce Tullianum robur Plinian?amoenitati. Ma egli con grande efficacia si studi?di farmi capire, che pi?propria di Cicerone, che di Plinio, era l?amenit? e sosteneva che Tullio non ha eguale, non che superiore in qualsivoglia virt?dell?orazione. Similmente ci?accade verso i poeti, ed ? talor giunta ad un ridicolo eccesso questa guerra d?opinione. Io dir?solo, che nel secolo sedicesimo Andrea Navagero valente letterato, adunati ogni anno nel giorno della sua nascita gli amici suoi, faceva loro un solenne banchetto, e dopo la mensa in un rogo a tal fine apprestato bruciava tutti i libri di Marziale, ch?egli avea potuto raccogliere in un anno, e in abbruciandoli dicea di fare un sagrifizio alle Muse, come narra il Giovio ne gli Elogi. E cagione di ci?era lo smoderato affetto, ch?egli portava al puro stil di Catullo, [56] al quale sofferir non potea che da tante persone s?anteponessero gli studiati concetti di Marziale.

Ora ?da sapersi, che l?eloquenza, e la poesia ne? lor princip?usavano una grande semplicit?di pensieri, e poco si scostavano dal comune, e natural linguaggio de gli uomini. Que? medesimi sentimenti, che per l?ordinario nascono in mente al popolo, gli stessi componeano la prosa, e comparivano legati in versi, con forma rozza bens? ma con una dilettevole naturalezza. Crebbe dappoi a poco a poco lo studio, e cominciarono gl?intelletti pi?nobili a conoscere, che molta novit? non porgeva la poesia, col solamente contentarsi delle cose triviali. Si diedero perci?a cantare quelle azioni, ad usar que? sentimenti che la natura perfetta suol talora fare, e concepire; o dovrebbe, e potrebbe fare, operando perfettamente: il che porta con seco novit? e perci?ancor maraviglia, e diletto. Cos?lo studio loro fu d?espor cotali bellezze della natura, ma con istile ancor naturale, adeguando per?con esso gli argomenti, cio?comparendo sublimi ne? grandi, e leggiadri ne? bassi. N?pur si contentarono di questo alcuni ambiziosi ingegni; imperciocch?maggiormente cercando la novit? e veggendo, che il medesimo popolo, quantunque ignorante, gusta assai le riflessioni acute, i motti ingegnosi, e il sale, introdussero ne? lor componimenti s?fatto stile, e avvenne loro in fatti di piacere assaissimo. Insino a? tempi di Tiberio lo stil maturo fu in somma riputazione, essendo in que? tempi la Repubblica Romana provveduta d?ingegni sodi, e severi. Ma essendo mancati a Roma i Ciceroni, i Livi, i Catulli, gli Orazi, i Virgili, reliquie della maest? e libert?latina, fiorirono di poi altri amenissimi, e robusti scrittori, ma non severi al par de? loro maggiori, avendo l?ozio, e la servit? alquanto effemminati gl?ingegni, e molto pi?i costumi. Non errer?in dicendo, che questa mutazion di stile ebbe origine da i declamatori, il Regno de? quali propriamente si piant?ne? tempi di Tiberio, poich?Quintiliano nel lib. 2 cap. II ne fa testimonianza con tali parole: Inter pr?ipuas, qu?corrumperent eloquentiam, caussas licentia, atque inscitia Declamatorum fuit. Cicerone anch?egli s?era esercitato in questi finti aringhi; ma perch?allora l?ombre di tali zuffe corrispondevano alle vere battaglie del Foro, non si perd?punto a? suoi giorni la gravit? e nobilt?dello stil maturo. Ridottasi poi la miglior parte de gli eloquenti all?ozio, e al privato esercizio di declamar nelle scuole, qui l?ingegno ruppe la briglia, e ne? finti argomenti si diede perdutamente a paoneggiare, e a palesar la sua acutezza. Tralign?dunque a poco a poco l?utilissima arte di declamare in una sfrenata libert?d?acute dicerie, in adornar bagatelle, o in sottilizzar di soverchio ne? maestosi suggetti. Il gusto di tal sorta di gente, e l?acutezza de? loro studiati pensieri fu da? poeti eziandio ammessa in Parnaso. Che Ovidio stesso intendesse molto a declamar nelle scuole, e lo testimonia Seneca il vecchio, e ne abbiamo la pruova in quelle due Orazioni d?Aiace, e d?Ulisse, che leggonsi nelle Metamorfosi, ed altro non sono, che due nobili declamazioni, in cui Seneca not?ancora qualche sentimento rubato di peso a Latrone declamator famoso. Quindi lo stile de? poeti, e d?altri scrittori vivuti dopo Ovidio, agevolmente si conosce ripieno di quelle ingegnose, e talora troppo studiate riflessioni de i declamatori. Veggansi le opere di Velleio, di Tacito, di Marziale, di Lucano, di Stazio, di Seneca, e d?altri.

Ma non s?di leggieri possono, o sogliono tutti scoprire, e gustar le bellezze dello stil maturo; e per contrario quelle dello stil fiorito, ed acuto agevolmente si fanno conoscere. Perci?ordinariamente i dotati di mezzana letteratura, e di mediocre ingegno (e costoro sono moltissimi) amano solamente il secondo stile, dispregiano, ovvero non assaporano l?altro. Cercano essi delle acutezze, de gli spiritosi concetti in Cicerone, in Virgilio, in Omero, in Demostene, e non trovandone, pare alla lor corta vista, che questi sieno scrittori mezzo ignoranti, pi?dalla fama adulatrice, che dal merito incoronati d?alloro. Sermo rectus, dicea Quintiliano nel cap. 5 lib. 2 et secundum naturam enunciatus, nihil habere ex ingenio videtur. Ma gl?intelletti sublimi, e gli uomini di esquisita letteratura (e questi non sono parecchi) i quali son forniti di ottimo gusto, e discernimento per le bellezze d?ambedue gli stili, sanno ugualmente gustare il buon sapore dell?uno, e dell?altro. Io non ho la fortuna d?essere nel numero di questi ultimi; tuttavia posso dire di me, che ne? miei verdi anni mai non seppi comprendere il bello d?Omero, e di Virgilio, avvegnach?interamente leggessi il primo, e il secondo continuamente mi fosse spiegato, e ne mettessi alcuni libri alla memoria. Lucano bens? Claudiano, Marziale, Seneca il tragico, le Declamazioni attribuite a Quintiliano, erano le mie delizie. Lo stesso m?avvenne in leggendo le Rime del Petrarca; anzi quel gran poeta mi parve allora cotanto secco, ruvido, e scipito, che pi?d?una fiata me lo gittai di mano. Gli anni poscia, e con loro qualche maggior? apertura d?ingegno m?hanno ancora aperti gli occhi; onde ora in que? famosi autori truovo quel bello, che prima io non giungeva a discernere. Credo pure, che la medesima disavventura tutto giorno accada a? giovanetti, e a coloro similmente, che continuano ad esser giovani ne gli anni maturi.

La cagione di questo differente gusto nasce dalla robustezza, o dalla fievolezza del giudizio. Essendo necessario il giudizio nostro per ravvisar quel d?altri, e per penetrare nelle interne, e poco vivaci bellezze dello stil maturo, non ?maraviglia, se i giovani per lo pi?deboli di giudizio poco di lui si dilettino. L?ingegno bens??virt?propria ancor de? giovani, e perci?cominciano essi per tempo ad assaporare lo stil fiorito, perch?l?artifizio, e l?ingegno del poeta palesamente in esso campeggia. Ma dappoich?la et?maggiore, gli studi, e il saggio maestro avranno introdotto nella mente de? non pi?giovani il vero lume, il buon giudizio, e la diritta ragione: allora l?ingegno suol cedere al giudizio, e cominciasi nello stil maturo a distinguere il bello, l?artifizio, e lo ingegno dianzi non osservato. Il perch?non so riprovare il costume de? maestri, che per l?ordinario inspirano sulle prime a? giovanetti l?amor de? fiori, e de? concetti vivi, permettendo loro una spiritosa abbondanza d?ingegnosi, e bizzarri ornamenti, giusta il precetto di Cicerone, che cos?scrive nel 2 dell?Orat. Volo se efferat in adolescente foecunditas. Pi?si conviene a quell?et?l?eccedere, che il mancare di spirito, poich?(siccome poscia aggiunse Quintiliano) facile remedium est ubertatis; sterilia nullo labore vincuntur. Nulladimeno parmi non solo utile, ma necessario il far loro almen sapere per tempo, che sono maggiori le virt?dello stil maturo; e che se allora non ne comprendono il difetto ?solamente di loro. Dovr?pure a? giovani raccomandarsi, che se durer? in essi il talento poetico, far?di mestiere lo scegliere in et?pi?robusta qualche valente discernitor del buon gusto o vivo naturalmente, o vivo ne? libri, che serva loro di guida nel cammino migliore. Altrimenti se si reggeranno col solo filo, che fu loro dato negli anni acerbi, o si atterranno alla scorta fallace di qualche condottiere ignorante, certo ? che non aggiungeranno giammai alla verace gloria. Pi?ancora d?ogni altra cosa dovran guardarsi i maestri de? giovani di troppo lodar loro que? contrapposti, quelle arguzie, e bagattelle, di cui pi?abbasso riproveremo l?uso; poich?ci??un troncar loro l?ali, e un ammaliar, per cos?dire, l?ingegno ancor tenero de? figliuoli, i quali credendo di sapere il meglio dell?arte, perch?sanno lavorar qualche fredda antitesi, ed equivoco sforzato, non pensano pi?a staccarsi dall?infelice vischio, ove son caduti sul principio de? loro passi.

E poich?nella differenza dell?artifizio abbiam fatta consistere ancor la differenza de i due stili, bisogna espor questo punto. Diciamo pertanto, che due artifizi possono usarsi dall?ingegno poetico nel lavorar la materia, l?uno ascoso, e l?altro scoperto. Il primo ? proprio dello stil maturo, e il secondo ?del fiorito. Se si porr?mente a i pensieri, alle immagini, che usano gli autori del primo stile, si scorger? che appaiono tutti naturali, dotati d?un lume, e ornamento non gi?pomposo, ma semplice, e puro, lavorati senza fatica, e nati da per se nell?argomento. Non feriscono essi con gran vivacit?di colori, ma dilettano colla loro belt? espressa da un mo desto, e dilicatissimo artifizio. All?incontro il secondo artifizio da noi chiamato scoperto, dice le cose medesime, che lo stil maturo, ma con s?vivi colori, con tal brevit? sottigliezza, e quintessenza, che di primo lancio investe, solletica, e ferisce gli ascoltanti, e lettori. La forma acuta, con cui nello stil fiorito si vestono i sentimenti, stringendosi per lo pi?il sugo loro in poche spiritose, e piccanti parole, ?cos? palesamente studiata, che ancora i men penetranti ne son colpiti, e lusingati a prima giunta. Questi sentimenti, renduti maravigliosi dall?artifizio scoperto, sogliono appellarsi acutezze, e concetti, ed ebbero nome di sentenze, e lumi appresso gli antichi rettorici. Di tali sentenze appunto parl?Quintiliano nel lib. 12 cap. 10 dicendo, che feriunt animum, e uno ictu frequenter impellunt, et ipsa brevitate magis h?ent, et dictione persuadent. E nel lib. 8 cap. 5 afferm? che poco furono usate da gli antichi, e che a? suoi tempi smoderatamente se ne empievano le Orazioni. Consuetudo jam tenuit, ut Lumina, pr?ipueque in clausulis posita, Sententias vocaremus, qu?minus crebra apud antiquos nostris temporibus modo carent. Quindi stil concettoso s??poscia appellato il fiorito, in cui son frequenti questi concetti, queste acutezze, e dove si fa apertamente sentire lo studio, e l?artifizio usato dallo scrittore.

Ma l?artifizio ascoso adoperato dalla modestia dello stil maturo, comech?s?poco apparente, pure presso a? migliori ?in riputazione di maggior finezza, s?perch?tende principalmente a scoprire il maraviglioso della materia, e s?perch?ha la virt? di celar se stesso; laddove l?altro a nulla pi?intende, che a discoprir se stesso, e l?acuto ingegno di chi favella. Il perch?sembra a i poco Intendenti, che ne? pensieri dello stil maturo non vi sia molto artifizio, non s?accorgendo, ch?ivi

L?arte, che tutto fa, nulla si scopre.

Mirando essi le parole proprie, le riflessioni, e i lumi naturali, il puro legamento, e la semplice espression delle cose, fansi consideratamente a credere, che non ci sia d?uopo di grande studio per comporre in tal guisa, e pi?d?uno s?immagina, ch?egli farebbe altrettanto. Ma alla pruova si troverebbono costoro ben confusi; e forse disingannati confesserebbono con Cicerone: id esse optimum, quod quum tu facile credideris consequi imitatione, non possis. Da poco intendimento perci? e da non comprendere l?artifizio ascoso, nasce questa opinione, e presunzion di certuni. Altra idea del bello, del sublime, del maraviglioso non portano essi, se non che tale sia solamente ci? che mostra una palese acutezza d?ingegno, e studio evidente dello scrittore. Ma chi ?provveduto di gusto pi? fino, stima pi?quest?arte s?modesta, e coperta, da cui si dipinge il vero della natura col suo proprio lume, e senza fasto (non dico di linguaggio, ma d?acutezza) che l?ambiziosa fatica, e sottigliezza dell?altrui ingegno. Soleva dire il Maggi, che la famosa statua di S. Bartolomeo scorticato, la quale nel Duomo di Milano si conserva con questa ingegnosa iscrizione sotto:

Non me Praxiteles, sed Marcus finxit Agratus,

mostra pi?fatica; ma che le statue del Fontana conservate nella Chiesa della Vergine presso a S. Celso mostrano pi? naturalezza, e sono pi?da pregiarsi.

Di fatto si prenda un sentimento di Virgilio, e si consideri alquanto. Narra egli divinamente pi?che in altro luogo nel 4 della Georg. le avventure d?Aristeo, e la calata d?Orfeo all?Inferno per riaver la moglie Euridice. Concedutagli questa in premio della dolcissima sua melodia, ma colla condizione, ch?egli non si volgesse indietro a mirarla, dice il poeta, che Orfeo gi?se ne tornava con esso lei su nel mondo, e appresso cos?canta:

Quum subita incautum dementia cepit amantem,

Ignoscenda quidem, scirent si ignoscere Manes.

Restit, Eurydicemque suam jam luce sub ipsa

Immemor, heu, victusque animi respexit . . .

Qui nulla ci ?di frizzante, n? saran degni questi sentimenti nel tribunal di taluno d?essere chiamati concetti, perch?l?artifizi non gli ha maneggiati con acutezza, le parole son naturali, e semplici, e pure son l?espressioni. Maravigliosa contuttoci??la dilicatezza dell?Artifizio, con cui son lavorati; n?questa pu?conoscersi da tutti, bench? tutti possano sentirne gli effetti. Imperciocch?a chi ben?intende il latino idioma poteva egli mai con pi?tenerezza rappresentarsi il costume, l?affetto, l?error d?Orfeo, come con queste parole: Immemor, heu, victusque animi respexit? Mirabile altres? e piena d?affetto ?quell?inaspettata riflessione sopra la pazzia dell?incauto amante, chiamandola degna di perdono, se gli Dei Infernali sapessero punto perdonare.

Ignoscenda quidem, scirent si ignoscere Manes.

Di somiglianti bellezze, poco da gl?intelletti o mezzani, o inesperti conosciute, son ricchi i Poemi di Virgilio, ove pi? ove meno, secondo la qualit?della materia. Il solo vero della Natura posto dal poeta nel suo lume naturale con dilicatissimo artifizio, ?quello che gagliardamente ci diletta, ci rapisce, e fa confessarci, che il poeta ?nello stesso tempo ingegnosissimo, quando egli pi?si studia di celare il proprio ingegno, essendo arte ben pi?malagevole, e perci?pi?mirabile, e pi?degna di lode, il dare a vedere, che l?opera artifiziosa sia fatta senz?arte. Con altro giro di parole, o pur con qualche piccante Concetto avrebbe taluno potuto esprimere l?avventura d?Orfeo; ma non gli sarebbe venuto fatto con tutta l?ambiziosa mostra del suo acuto ingegno di toccare il cuor de? lettori con quella tenerezza, con cui feriscono le parole del Latino poeta. Cos?parimente con pi?acutezza forse, ma non pi?brevemente, e maestosamente, avrebbe taluno descritta la segreta dipartenza de? Baroni di Tiro alla volta di Cartagine, per quivi fondare un nuovo Regno colla scorta di Didone. Ma Virgilio con tre sole parole fa un?osservazione mirabile, che per?tale non parr?a gl?Intelletti minori, con dire:

Dux femina facti.

Ed ?similmente mirabile, ma senza pompa, la descrizion di Troia distrutta, quando egli dice:

Et campos, ubi Troia fuit.

Non poteva darsi un?idea pi?grande, e maestosa, bench?s?breve, di quella rovinata Citt? E a me sembra ancor pi?bello questo sentimento, qualora il paragono con quello del Sig. Racine, descrivente nell?At. 1 Sc. 2 dell?Andromaca l?oggetto medesimo con pi?parole, e minor forza. Dice quivi Pirro, ch?egli pensa, qual fosse una volta, e quale al presente era il destino di Troia molto prima distrutta. E dopo avere immaginato l?antico splendore d?essa, parla dello stato presente con tali parole:

Je ne voy que des Tours, que la cendre a couvertes,

Un fleuve teint de sang, des campagnes desertes ecc.

Io non miro, che delle Torri coperte di cenere, un fiume tinto di sangue, e campagne deserte ecc. Non fa egli concepire abbastanza la gran disavventura di Troia col nominar le torri coperte di cenere, le quali o erano tuttavia in piedi, come suonano le parole, e fan credere, che Troia tutta non fosse abbattuta; o erano atterrate, e si dovean chiamare, non torri, ma almeno un monte di sassi. Bench?meglio ancora sarebbe stato il tacere affatto questa osservazione, e imitare in qualche guisa l?epico latino, da cui mentre ci si rappresenta il campo solo, dove fu una volta Troia, intendiamo vivamente la sua terribile rovina. Dalle quali osservazioni possiamo in qualche guisa raccogliere i pregi, e le virt?dell?artifizio ascoso, tanto pi?stimabile, quanto pi?esso fugge la pompa, studiandosi di far comparire pi? la natural bellezza della materia, che la fatica, e lo studio dell?ingegno. Chi ha la ventura d?avere in mente l?idea perfetta, e dilicata del bello naturale, non solamente conosce la perfezion di questo artifizio, ma nella pratica eziandio non ha bisogno di ricorrer sempre all?artifizio pomposo dell?ingegno, acciocch?l?acutezza supplisca al difetto della materia.

Mia intenzione per?non ?di condannare lo stil fiorito; n? da lui ho finqui distinto il Maturo, quasich?non possano ambedue insieme accoppiarsi, e non sieno talvolta accoppiati. Dico adunque, che con lode si possono collegare insieme le bellezze d?ambedue questi nobili stili, e che gli autori partigiani del maturo non isdegnano qualche volta di condire i lor componimenti col sapore dell?altro, chi pi? chi meno. Certo nel Petrarca, e pi? nel Tasso si veggiono leggiadramente sposati e il fiorito, e il maturo. Ma quando noi commendiam questa lega, intendiamo sempre, che il fiorito sia con temperanza usato, e comparisca modesto non solo nella quantit? ma ancora nella qualit? Que? concetti, che sono sfacciatamente acuti, e mostrano apertissimamente la pompa, e il sudor dell?ingegno, saran lodevoli in composizioni giovenili, ma non in quelli di gente matura. Oltre a ci?alcune poesie pi? e altre meno, soffrono la vaghezza, e vivacit?de? colori. E nelle stesse poesie alcuna parte pi? e alcuna meno d?luogo a gli spiritosi ornamenti, ed artifizi dello stil fiorito. Ci sono delle riflessioni, come si ? dichiarato altrove, ingegnose, e acute, ma nello stesso tempo modestissime; e di queste sole crediamo, che possa con sobriet?spruzzarsi lo stil maturo. Altrimenti miglior consiglio sia l?attenersi unicamente a quest?ultimo stile, come quello, ch??pi?virile, ed internamente pi?prezioso, che l?altro. Pu? bene lo stil fiorito mostrare una maggior superfizie di belt? che pi?ferisca gli occhi, e usar profumi piccanti, e rose, e gigli; ma dir?con Quintiliano nel lib. 6 cap. 4 An ego fundum cultiorem putem, in quo mihi quis ostenderit lilia, violas, et amoenos fontes surgentes, quam ubi plena messis, aut graves fructu vites erunt? Sterilem platanum, tonsasve myrtos, quam maritam almum, uberesque oleas pr?ptaverim? Dal buon gusto civile pi?si stima un giovane con abiti ricchi s? ma convenevoli, e con somma propriet?secondo la sua condizione vestito, che un altro, carico di troppo studiati ornamenti; perch?il primo si contiene fra i termini del bello proprio della sua Natura, e il secondo ingegnandosi di comparir avvenente a forza d?Arte, s?avvicina di leggieri ad un estremo, cio?alla affettazione, vizio pi?d?ogni altro mal sofferto da tutti.

Dir?ancora pi?avanti. Lo stile acuto, ed ingegnoso, quando non sia con parsimonia usato, agevolmente stanca l?intelletto dell?uditore, o lettore; laddove il maturo non sazia, n?stanca giammai col suo buon sugo. E la ragione di ci?mi par questa. Le spesse metafore, le allegorie affollate, il dire una cosa per farne intendere un?altra, il ristringere i sentimenti in un piccante estratto, e compendio, e altri simili ornamenti dell?artifizio scoperto, e dello stil fiorito, essendo lontani dalla comune, e natural?espression delle cose, per lo pi?non si possono intendere senza qualche fatica dell?intelletto, che ha da sgombrare quelle artifiziose tenebre, se ne vuol discernere il proprio, e il vero. Ci ?cara bens?questa fatica, rallegrandoci con esso noi per essere penetrati nel proprio senso di que? concetti; ma per?questa fatica dilettevole ?sempre fatica. Ov?ella abbia da esser frequente, e continuata, divien greve all?intelletto, nella guisa stessa che a i corpi la fatica moderata piace, e giova; smoderata, e continua, nuoce, e dispiace. Lo stil maturo per lo contrario dipingendo le bellezze della natura; trattando la materia senza tante acutezze, e usando con temperanza gl?ingegnosi veli, non affatica giammai di soverchio le nostre menti. Il cibo, ch?esso ci porge, ?naturale, onde soavemente passa in nutrimento; ma le acutezze dell?altro stile sono spiritosi estratti, e quintessenze, che ben tosto opprimono il gusto, e la salute.

Aggiunger?finalmente, che lo stil piccante non ?molte volte verisimile, e convien valersi del maturo, come quello, che pu?essere ad un tempo stesso e sommamente dilettevole, e affatto verisimile. Prendiam per esempio i poemi bucolici, ne? quali si rappresentano azioni, e ragionamenti pastorali. Certo ? che in questi il valoroso poeta, seguendo l?obbligazione propria, ha da mettersi a perfezionar la natura, cio?a dipingere i pastori, non come gente rozza, e villana, quale per l?ordinario suol questa essere, ma come persone dotate di gentilezza, intendimento, e leggiadria. Ci?nondimeno dee farsi, per quanto pu?verisimilmente comportare lo stato loro, che ?lontano da gli studi, e dall?accortezza, o finezza de? cittadini. Laonde non ?permesso a? pastori quell?acuto favellare, e quell?artifizio scoperto, che sia lecito, e laudabile in altri personaggi, i quali da noi si possono supporre e per la sperienza delle cose, e per le dottrine, o arti apprese, ingegnosi, e sottili. Volendosi adunque custodire il verisimile, egli ?proprio de? pi? purgati poeti l?usare in tai casi il solo artifizio ascoso, e lo stil maturo. E ci?fanno essi col considerare, ed espor senza pompa di concetti l?invidiabile tranquillit? e semplicit?de? pastori, quelle operazioni pi?dilettevoli, e vaghe, che possono occorrere fra s?fatte persone, que? sentimenti, quelle riflessioni pi?naturali, pellegrine, e leggiadre, che probabilmente caderebbono loro in pensiero. Oltre a ci?con fissa attenzione si figurano l?innocenza, gli affetti diversi o lieti, o tristi, ed ogni altra qualit?della vita pastorale; e quali nascerebbono verisimilmente in cuor de? pastori, e delle Ninfe i pensieri, tali dal poeta si rappresentano. Questi pensieri verisimili, e naturali, esprimendo le sopraddette qualit?della vita pastorale, saran belli per cagion della materia, e cagioneranno ne gli ascoltanti una dolcissima sensazione, perch?l?oggetto vivamente dipinto di quella vita felice, e pura, presentandosi davanti alla nostra fantasia, con soavit?la muove, e la rapisce, come cosa a noi altri forestiera, e rara. Potr?ben dirsi caso, che non sia bella per se stessa la materia, come allorch?i pastori s?introducono a narrar certe vili, e trivialissime loro fatiche intorno alla cura de gli armenti, o alla coltivazion de? campi. Ma ci? che non pu?dilettarci per se stesso, ci diletter?usando grand?arte e grazia nel ben vestire la materia deforme, o spiacevole con figure, con immagini, e con altri aiuti dell?ascoso artifizio poetico; e allora non la materia, ma l?artifizio d?essa, diverr?cagione del nostro diletto. E in questo proposito troppo si pretende da uno scrittor franzese moderno col non volere, che in queste poesie si tocchino giammai le bassezze, e miserie della vita pastorale, perch?esse rappresentano un rincrescevole, e spiacente oggetto; nel che, dice egli, che peccarono Teocrito, Virgilio, ed altri. Se si dovesse usar tanta cautela in versi, non si dovrebbono tampoco dipingere giammai in versi azioni viziose, battaglie, morti, fami, tempeste, lamenti, e somiglianti cose spiacevoli ad udirle, non men che a vederle. E pure ci?non solamente ? permesso, ma glorioso ancora, divenendo questi oggetti assai dilettevoli per virt?del pennello poetico, cio?dell?artifizio, e della grazia, con cui li rappresenta il poeta. Quell?esprimere vivamente il costume, e la semplicit? pastorale, ?un incanto alla nostra immaginazione; ed egli ?bens?certo, che se un Pastore dir?ad un altro, che gli ?fuggita una vacca, e il pregher? d?andarne in traccia, e trovatala di darle poi molte busse: ci?per vilt?della materia piacer?poco. Ma s?egli dir?con Calfurnio:

Si tamen invenies, deprensam verber multo

Huc age: sed fractum referas bastile memento.

allora l?artifizio, leggiadramente rappresentante il costume, ci far?piacere assaissimo ancor la materia. Se un pastore alla buona dir? ch?egli ha paura, che i lupi, e i ladri non gli danneggino il suo povero armento, nulla dir?che piaccia. Piacer?bens? ove con Properzio si rivolga a i lupi, e ladri stessi, dicendo:

At vos exiguo pecori furesque lupique

Parcite: de magno est pr?a petenda grege.

Egli si vuol per?confessare, che i prudenti poeti per lo pi?s?astengono dal trattar ci? che pu?parer troppo vile, e spiacevole nella materia, e Vita pastorale, adoperando tutte le forze loro per discoprire i soli costumi pi?innocenti, l?invidiabile semplicit? e gli affetti non torbidi, non neri di quella fortunata gente. Da questa materia trar si possono mille bellezze, che sommamente piaceranno bench? semplici, e pure, come quel dipingersi dal Virgiliano Damone il principio dell?innamoramento suo con tali parole a Nisa:

Sepibus in nostris parvam te roscida mella

(Dux ego vester eram) vidi cum matre legentem;

Alter ab undecimo tum me jam ceperat annus,

Jam fragiles poteram a terra contingere ramos:

Ut vidi, ut perii, ut me malus abstulit error.

Tutto ci??vivissimo, e gentile. E questa rimembranza di tempo mi fa sovvenir d?un passo del Narciso favola pastorale dell?amenissimo Sig. de Lemene, ove Tulipano personaggio piacevole esce cos?cantando nell?At. 1 Sc. 10.

Rossina, che fai tanto la schifosa,

Che s?io nomino il pan, tu dici oib?

Io so, che un d?dietro una siepe ombrosa

T?incontrasti in Battillo, e ti baci?

Me ne ricordo ben: che fu quel d?

Quando la vacca mora partor?

Ripigliando pertanto il nostro filo, diciamo, che ne? poemi pastorali non ?molto da comportarsi la pompa dell?Artifizio scoperto, e dello Stile acuto, perch?esso di leggieri cade nell?Inverisimile. Si vieta a? Pastori l?usare (se non con gran riguardo, e parsimonia) sottili riflessioni, Astratti intellettuali, e Concetti piccanti; perch?il penetrar s?altamente nel midollo delle cose, come si fa colle riflessioni sottili; il ridurre le cose particolari all?Universale, come si fa nelle Astrazioni; il sapere stringere in pochissime piccanti parole un senso diffuso, come si fa ne? Concetti acuti: ci?si conviene ad uomini, che han coltivato l?ingegno loro o colle Scienze, o colla gran pratica delle persone accorte, e de gli affari del mondo. Tutta la finezza, che noi possiam fingere ne? Pastori, ha da giungere fino ad un certo segno, se si vuol conservare il carattere Pastorale. Il parlar di questa gente ordinariamente dee essere per fatti, per cose particolari, sensibili, non per universali, ed astratti. Se a ci?non si guarda, in vece di Pastori ci sembrer?d?udir qualche accortissimo, e dotto Cittadino; e noi vestiremo di porpora chi non dee addobbarsi che di lana, e di pelli. In una parola, come saggiamente avvisa il soprammentovato autor franzese, cio?il Sig. de Fontenelle, al genio delle egloghe han da rassomigliarsi le vesti pastorali del Teatro. Son queste ornate di nastri, e d?altri ornamenti ricchi, ma per?in forma Pastorale. Cos? richiediamo i sentimenti dell?egloghe pi?fini, e dilicati, che quei de? veri, e ordinari pastori; ma bisogna dar loro la forza pi?semplice, e campestre, che si pu?mai. Pu?l?artifizio ascoso, ma non gi?lo scoperto, verisimilmente aiutar la bellezza de? pastorali argomenti.

CAPITOLO SEDICESIMO

Estremi viziosi de gli stili. Contrapposti, equivochi, alliterazioni,

 allusioni, e altre pesti condannate. Solo permesse allo stil faceto.

Acrostici, e somiglianti bagattelle derise. Sono argomento

d?ingegni leggieri. Ciampoli troppo ardito. Vizio della Siccit?

e nimist?della poesia con esso. Confronto de gli estremi viziosi.

PASSIAMO ora a notar gli estremi, e vizi, in mezzo a? quali siede la bellezza d?amendue gli stili. Pu?peccare lo stil fiorito dalla parte del troppo, e il maturo da quella del poco. Affettazione (vizio, di cui gi?si ?trattato) si chiama il primo estremo, e siccit?/i> il secondo. L?uno ?eccesso, l?altro ? mancanza di quel maraviglioso, e nuovo, della materia, o dell?artifizio, in cui consiste il bello poetico. Cade facilmente nel primo difetto, chi vuol tutto dire con brevit?sugosa, con acutezza, cio?spargere ogni cosa di fiori, d?aromati, di senape, e di quella ingegnosa oscurit? di cui talora si cingono a posta i concetti, perch?chi legge abbia il gusto d?immaginare o quello, che non si dice, o pi?di quel che si dice. Anche a? tempi di Quintiliano alcuni lavoravano in tal guisa i lor componimenti, scrivendo egli nel cap. 2 lib. 8. Pervasit jam multos ista persuasio, ut id jam demum eleganter, atque exquisite dictum putent, quod interpretandum sit. Ma in questa s?ricercata oscurit? e ne? troppi frequenti concetti, ed astratti si legge l?ambizione dell?ingegno altrui, che vuole a somiglianza de? pavoni mettere in mostra tutto quel tesoro, ch?egli ha, e con troppo sfacciata industria va pescando lode, e plauso da chi legge. Ora naturalmente abborrendo noi l?altrui superbia, perch?niuno ama chi vuol sovrastargli, e spezialmente coll?ingegno; vedendosi oltre a ci? che l?altrui ingegno insulta al nostro con tanta pompa di ricchezze ammassate: in vece di sentirne diletto, noi ne raccogliamo dispiacere, e tedio. Perloch?il troppo volere adornar le cose, la troppa sete della novit? e brama di cagionar ammirazione, e il soverchio abbellimento dato a? pensieri coll?artifizio scoperto (che tutto vien sotto nome d?affettazione) corrompe la vera bellezza, e passa oltre a i confini del gusto squisito. Verissimo ? che grata est novitas, et magis inopinato, delectant, secondoch?scrisse il suddetto Quintiliano, e s??tante volte da noi detto; ma certissimo ?altres? che a tutte le cose ?necessaria la misura, e che il troppo ?il maggior nemico, che s?abbia il bello. A Giusto Lipsio partigiano, e singolar amatore dello stil fiorito, conciso, ed acuto, parevano le Tragedie di Seneca maravigliosi, ed impareggiabili poemi. Particolarmente sopra la Tebaide scrisse egli: Eximie pulchra est, et quoties lego, veneratio me habet, vel potius stupor. Nemo vatum visus mihi tam alte, et tam feliciter volasse. Ma non ?difficile il conoscere, che l?Autore, o gli autori di quelle Tragedie non rade volte cadono nel mentovato difetto dell?affettazione, volendo essi tutto dire con acutezza, empiendo ancor d?arguzie gli affetti pi?gagliardi, e spirando il gusto declamatorio, e l?odor della Scuola in pi?luoghi. Anche i declamatori furono sovente rei d?un tale peccato, studiandosi eglino troppo di abbellir qualunque cosa cadea loro sotto la penna con Artifizio evidentemente ambizioso. vero ? come dice il sempre lodato Quintiliano, che coloro, i quali sempre cercano il troppo, ritrovano talvolta qualche cosa di grande, laonde incantano l?uditore, paiono miracolosi; ma ci?avvien di rado, n?compensa il restante de? vizi.

Pi?manifestamente poscia appare l?affettazione, allorch?lo scrittore ansiosamente va cercando i contrapposti, che antitesi, antiteti, metafore d?opposizione ancor son chiamati da? nostri Scrittori. Non pu?negarsi: egli ha da destar la maraviglia, e molto agevolmente s?ottien questo intento, qualor l?ingegno speculando ritruova, e fa vedere, che in un medesimo suggetto si accozzano, e si verificano due contrari, o contraddittori, e opposti titoli, e predicati. Possono senza dubbio contenere il vero, e il bello questi Contrapposti, purch?naturalmente nascano dalla materia, e non si conosca la fatica, e l?ambizion dell?ingegno, che per forza ve gl?intrude, e purch?sul vero abbiano essi il lor fondamento, come son que? due, che Aristotele stesso commenda: Bella cosa ?morire, prima che si meriti di morire. Essendo tu persona mortale, non convien, che sia immortale il tuo sdegno; e quel di Publio Siro: ?la vita lunga all?infelice, corta al felice; e quel di Cicerone parlante di Cesare, e Pompeo; Volesse Dio, che avessero o non mai contratta, o non mai sciolta parentela fra loro. Ma e molti di questi contrapposti son fondati sul falso, ed altri molti evidentemente ne palesano il fanciullesco sudore de gli scrittori, come sono i seguenti del Marino. poeta assai amante di s?fatte inezie. Descrive egli Vulcano, che s?era adirato:

Nel petto ardente dello Dio del foco

Foco di sdegno assai maggior s?accese.

Temprar nell?ira sua si seppe poco

Colui, che tempra ogni pi?saldo arnese.

De? fulmini il maestro all?improvviso

Fulminato rest?da quell?avviso.

Dalle Opere de? valenti Oratori, e poeti sono sbandite queste affettate puerili riflessioni. Io non so per?il come: crebbe cotanto in riputazione questa sorta di Concetti, e Contrapposti ne gli anni addietro, che n?erano e le prose, e i versi affatto oppressi. E quel ch??pi? il Cavalier Tesauro scrisse, che il solo antiteto era chiamato dal satirico, cio?da Persio, dotta figura. Ma questo scrittore and?ben lungi dalla mente del poeta, interpretando a suo talento que? versi della Satira prima.

Fur es, ait Pedio. Pedius quid? Crimina rasis

Librat in Antithetis. Doctas posuisse figuras

Laudatur. Bellum hoc, hoc bellum? ecc.

Con mordace maniera beffa quivi il satirico tanto il ripiego di colui, che in vece di purgare il delitto oppostogli, si volge a far delle antitesi, quanto la sciocchezza de gl?ignoranti, che applaudendo a tali freddure van dicendo: Oh bene! oh bello! N? col nome d?Antiteti altro egli significa, se non que? periodi, che son composti di membra, scambievolmente rispondenti, e contrari l?uno all?altro, e son figure di parole, non di sentenza.

E che diremo noi di tante altre vie, per le quali pervien l?ingegno troppo desideroso di novit? d?acutezza, al colmo dell?affettazione? In questi tempi, ne? quali s??cotanto riformato il gusto poetico, sembra superfluo il pi?condannare gli equivochi, le paronomasie, o le alliterazioni, le allusioni a i nomi, e all?armi delle famiglie, e somiglianti freddi concetti, che gi?appestarono l?eloquenza, e la poesia. Nulladimeno fa d?uopo l?inculcare a i giovani questa verit? cio? Che nelle materie gravi, e serie, non v?ha studio pi?affettato, ridicolo, e biasimevole di questo; e che ci?nasce da povert?bene spesso d?ingegno. Non sapendo questa potenza cavar dalle viscere della materia belle, e mirabili verit? e volendo pur fare apparire il suo valore, e la sua acutezza, si volge a tali bagattelle, spacciando moneta apparentemente preziosa, da che non sa trovarne della internamente buona. Per?in questa affettazione si veggiono cader tuttavia i cervelli poveri, e leggieri, e ne furono tinti ancora ingegni ricchi, e gagliardi, allorch?il gusto marinesco tenea le redini in molte citt? d?Italia. Ma mi fanno ben ridere coloro, i quali s?avvisano, che gli antichi volessero a posta far de? bisticci, e delle paronomasie, come Virgilio, allorch? nel 1 dell?En. scrisse: Puppesque tu? pubesque tuorum; nel 4 Viri virtus; nel 9 Sperate parati, e Vellere vallum come T. Livio, che disse Campanos campos, vellerent vallum, e Cicerone Commentariis commentitiis, decem duces ecc. A nulla meno pensarono allora que? valentuomini, che a far de? bisticci. Il solo caso accozz?insieme tali parole, e tutto giorno pu?lo stesso avvenire a chi scrive; laonde questo ?bene un voler far fanciulli que? gravi autori. Altrettanto pu?dirsi di quel passo di Virgilio nel 10 dell?En.

Interea genitor Tiberini ad fluminis undam

Vulnera siccabat lymphis . . . . . .

Ai quali versi fa questa osservazione un comentatore spagnuolo: Vide acumen. Aqu? qu?vere rigant, heic siccant. Ma giammai non sogn?Virgilio questa bella acutezza. Intese egli solo di naturalmente sporre l?effetto dell?acqua fredda, che ferma il flusso del sangue; e ci?fu da lui espresso col verbo siccare. In poema eroico, in materia grave, non avrebbe quel giudizioso poeta usato somigliante inezia. vero ?bens? che Quintiliano nel lib. 9 cap. 3 rapporta per esempio di figura di parole quel di Virgilio: Puppesque tu? pubesque tuorum. Ma difficilmente potr?egli persuadermi che tal fosse l?intenzione di Virgilio. Per altro il medesimo Quintiliano produce altri simili esempi, non perch?s?abbiano da imitare, ma perch?si schivino a tutto potere.

Possono al pi?al pi?riserbarsi al solo stil piacevole, e ridicole cotali frascherie, non avendo esse altra virt? che di risvegliare il riso, come insegnano i maestri migliori. E ci?spezialmente ?vero de gli equivochi, i quali son reti dall?amenit?altrui tese al nostro intelletto, e moventi noi a ridere, subito che le abbiamo scoperte. Contuttoci?ancor qui sia bene l?usar parsimonia, ed ascoltar le regole, che sopra tal suggetto ci han lasciato dottissimi scrittori. Pi?facile ?dir freddure, che scherzi ingegnosi, ove senza gran cautela, e giudizio s?adoperino le paronomasie, e gli altri giuochi di parole. Che se uno studio d?ingegno superfiziale s?osserva nelle allusioni, ne gli equivochi, ne? bisticci, quanto pi?ci?si confesser?di quegli altri giuochi studiosi, che furono l?occupazione pi?seria di tanti secoli rozzi? Gli acrostici, gli acromonosillabici, gl?isolectici, o correlativi, gli alfabeti, gli anastrofi, o cancrini, o palindromi, i serpentini, i centoni, i cronostici, gli echi, i sinfoniaci, i concordanti, i logogrifi, i tautogrammatici, i protei, i filomelismi, i paralleli, e cento altri, nomi greci, che paiono ora ad udirli parole negromantiche, sono stati aborti de gl?ingegni, che ne? secoli sventurati ignorando il buon gusto, e volendo pur dilettare colla novit? si perderono dietro a queste artifiziose maniere, e nuove invenzioni di versi, incognite alla saggia antichit? e derise da tutti i moderni migliori. Aggiungansi a questo ridicolo studio le scuri, le sampogne, le ali, gli altari, le uova, le aste, i troni, le sfere, i calici, le croci, gli isogrammi, le piramidi, le colonne, i triangoli, i globi, i tripodi, le torri, e simili altre forme, e figure, con cui possono disporsi i versi, alcune delle quali nacquero per solo scherzo presso gli antichi, e poi con seriet?si trattarono dall?ignoranza de? tempi barbari. N?gli anagrammi numerici o letterali, come n?pur gli enigmi, son punto pi?stimabili. Niun altro pregio hanno essi, fuorch?l?essere tra le faticose bagattelle dell?ingegno le pi?ingegnose; confessando io per? che leggiadri, e degni di lode possono essere gli enigmi, purch?non sieno letterali, ma contengano quel giudizio, e buon sapore, che in essi mostrarono gli antichi Greci, ed Ebrei. Per altro a gl?ingegni pedanteschi, a i fanciulli, e a? cervelli di poco peso dovranno rinunziarsi tutti questi Giuochi servendo loro mirabilmente un tale esercizio, non gi?per piacere a gl?intendenti dell?eloquenza, e poesia, ma per cacciar da se talvolta l?ozio, padre de? vizi, con un cos?innocente esorcismo.

Mi congratulo pertanto co? tempi nostri, che dalle prose, e da? versi hanno finalmente affatto sbanditi questi deliri dell?ignoranza, da? quali per ben lunga stagione fu avvelenato il buon gusto a dispetto della diritta ragione. E che piacere pu?mai apportarsi a gl?ingegni grandi, e penetranti con questi giuochi di lettere, e di parole, consistendo solo in un?apparenza, e superfizie la lor bellezza, e il loro mirabile? Nulla ci ? torner?pure a dirlo, che s?apertemente accusi la povert? e la leggerezza dell?ingegno, quanto queste bagattelle, o sia in coloro, che le spacciano, o sia ne gli altri, che ne prendono diletto. La vastit?dell?ingegno si conosce dal ritrovare, ed unire le simiglianze, e le relazioni pi?lontane de gli oggetti. Ora chi fa allusioni a i nomi, paronomasie, e bisticci, non fa per dir cos?viaggio alcuno, e si ferma a raccogliere le simiglianze, e relazioni, che son vicinissime, e come sull?uscio della casa. L?oggetto primo, che ci si presenta, qualor vogliamo parlar di qualche materia, sono i nomi delle cose. Ogni poco viaggio, che noi facciamo, subito ci fa inciampare in altri nomi somiglianti. Se si favella d?amore, eccoti amaro; di Marte morte; di caro chiaro; d?Augusto angusto; di Laura l?aura, e lauro ecc. A chi parla della vite nulla ?pi?facile, se si vuol cercar simiglianza di nome, che il ricordarsi tosto della vita, e formarne poi questo scipito concetto del Cav. Marino:

Stringe il marito, e gli s?appoggia appresso

La vite, onde la vita ? sostenuta.

o parlando delle calamit?dir col medesimo autore:

D?ogni calamit?sia calamita.

Tanto, dico, ?agevole il ritrovar le simiglianze de? nomi, che alcuni amici miei, quando l?et?loro giovenile il permetteva, tutto giorno all?improvviso scherzavano sopra qualunque materia con tali bisticci. E potevamo ben noi farlo, poich?non ha l?ingegno, che da cambiare una, o due lettere, e talor niuna per trovare s?fatte simiglianze, le quali con non minore facilit?si stiracchiano a formar qualche insipido senso, com??il mentovato del Marino, e come son questi del Tesauro, esposti al pubblico in alcune brevi Iscrizioni sopra un suggetto altissimo: Frigida ipsa bruma in Rogali flamma Regalem ardorem sentit. Adamas es, non adamans, Heroum heres felicissime, Regalis domus columen, et culmen, tam omnibus clarus, quam carus. Alicubi nasceris, ubique nosceris. Tot tibi perpetes annos annuit, quot pr?etes fulgurum fulgores isto ex monte coruscabunt. Cerne, viator, rerum amnium rarum omen, non lethalia, sed l?a, omina deferre ecc. Adunque da tali fanciulleschi bisticci, disdicevoli affatto ad argomento serio, si raccoglie, che l?ingegno dell?autore non ?vasto, e che gli manca eziandio la penetrazione, cio?che esso non ?profondo, acuto, o filosofico, fermandosi nella sola superfizie delle cose, e fabbricando solo tele di ragno, che in apparenza portano un non so che di bello, e di mirabile, ma ad un soffio di vento si riducono in nulla.

Bench?io fo ingiuria al vero, appellando maraviglioso quel poco d?apparenza di bello, che si mira ne? concetti accennati. E quale ingegno s?corto, e lieve ci ? al quale non dia l?animo, se dovr?parlare del mal della pietra, di trovar ben tosto tutti i nomi somiglianti, ed equivalenti, come sasso, calcolo, impietrire, impetrare ecc. e fondarvi sopra alcune di quelle inezie, che si leggono in questo sonetto di Ciro di Pers, uno de? pi?affettati, e guasti poeti del secolo passato, quantunque fra i suoi Sonetti ve n?abbia alcun buono? Dice egli cos?

D?Orfeo non ? n?d?Anfion la Cetra,

Ch?io tratto, e pur da i sassi ella ?seguita.

Ogni sasso ?uno strale, ond?ha fornita

La Morte a i danni miei la sua faretra.

Da impietrito rigor nulla s?impetra;

Fatti i calcoli omai son della vita;

E mi convien saldar la mia partita;

E la dura sentenza ?scritta in pietra.

Eccovi come l?ingegno, senza toccar le viscere della materia, va scherzando puerilmente intorno al solo nome della Pietra. Se voi peserete tutti questi Sensi, vi riusciran leggerissimi di peso, come pure gli altri, che seguono sul medesimo tuono, non ?men grazioso di questo un altro sonetto del medesimo Autore sullo stesso argomento, il cui principio ?tale:

Son nelle reni mie dunque formati ecc.

Ma finalmente Ciro di Pers, per quanto io so, non professava d?essere poeta, n?stamp?cosa alcuna del suo, e non avrebbe in sua vita stampato (come avvenne dopo la stia morte) simili componimenti, ch?egli probabilmente nulla stimava, essendo uomo dotto, e riverito per tale da uomini segnalati. Contuttoci?possiamo quinci scorgere, che giustamente s?accusano di povert?d?ingegno gli amatori di s?fatte freddure, poich?non san costoro cavar dalla materia il vero interno, maraviglioso, e bello, n?raccogliere se non simiglianze facilissime, e vicinissime di nomi. N? perci?intendo io di ferire alcuni grandi uomini, che su questa casuale rassomiglianza di nomi fondarono qualche lor pensiero, e ne trassero argomenti per provar qualche proposizione. Se si adoperer?la bilancia, apparir?che n? pur manca in essi il buon?uso del giudizio. O l?imposizione di quel nome equivoco non sar?senza segreto misterio divino accaduta; o se pure a caso s?? fatta, ne avran quegli autori profittato per dileggiare altrui, e per muovere il riso, o pure per fondamento di qualche ingegnosa allegoria, come fece il Petrarca nel nome di Laura. Se per?questi avesse voluto valersi pi?rade volte di tal nome per trarne concetti, egli non avrebbe se non fatto meglio; e in questo volentieri consiglierei i giovani a non molto imitar s?saggio maestro per non isdrucciolare, come egli fece, talvolta in una qualche freddura.

E ci? che finqui abbiam divisato, propriamente riguarda la affettazion dell?ingegno. Nel medesimo difetto, come s??detto altrove, agevolmente pu?urtar la fantasia, quando ella per troppo desiderio di trovare immagini pellegrine, e nuove, si perde nelle sconce metafore, nelle smoderate iperboli. Delir?sopra modo in questo il corrotto gusto di molti poeti del secolo passato, i quali facevano a gara per concepir le pi?strane immagini, che udir si possano, senza por mente, dove il volo della fantasia dovesse arrestarsi, e cercando solo infin dove esso avesse forza di pervenire, e alzarsi. Ed ?ben da rispettarsi la memoria del Ciampoli, perch?ne? suoi poemi si chiudono molte virt?poetiche. Ma non si vuol tacere, che egli qualche volta cadde in questo difetto, e tanto si lasci?trasportar dall?empito della sua fantasia, che si perdette per le nuvole, e gli mancarono le penne. Il che certamente fa, ch?egli sia men glorioso, e stimabile del Testi, il quale tuttoch?mirasse il popolo incantato dalle arditissime dipinture del Ciampoli, pure meglio stim?l?attenersi ad una pi?sicura modestia di stile. N?ora solamente si sono aperti gli occhi per conoscere i difetti del Ciampoli. Anche in quel tempo, in cui la monarchia de? concetti, e de? falsi pensieri avendo occupata l?Europa era giunta all?auge, un valentuomo italiano, scrivendo la Vita di D. Virginio Cesarini, port?questa sentenza, propria ancor di tutti i buoni, che allora fiorivano. In Ciampolo liber spiritus, nova omnia, concitata, grandia, inaudita, plena periculi, et audaci?ad Pindarum aspirantis, qu?propterea omnem ad se raperent admirationem theatri. Quam scribendi rationem perperam imitati postea, qui se Pindaricos dici volunt, in tam absurdos errores inciderunt, ut ex plurimis, qu?aliquot ab hinc lustris irrepserunt in Rempublicam literariam h?eses, nulla, ut viri quidem sapientes iudicant, foedius Italic?juventutis ingenia corruperit. Che se taluno volesse perdere il tempo in raccogliere somiglianti Solecismi della fantasia, e Giuochi dell?ingegno, facilmente appagar potrebbe la sua non lodevole curiosit?in leggendo alcuni di que? poeti, e Maestri, che vissero nel secolo passato in Italia, in Ispagna, e prima ancor nella Francia, ove, come s??notato altrove, si pubblicarono l?A. 1582 dal Signor des-Accords les Bigarrures, libro pieno di tal mercatanzia. Da questo Libro, dal Caramuele, dal Graziano, dal Tesauro, e da alcuni altri loro antecessori non si diparta, chi per avventura ha lo sciocco desiderio d?addottorarsi nella Scuola del pessimo gusto, e delle bagattelle.

Ma per avventura con gli esempi de? freddissimi deliri dell?ingegno, e della fantasia altrui, avr?io offesa la pazienza de? saggi, e dilicati lettori. Nondimeno ragion voleva, ch?io svelassi a i meno Intendenti que? mostri, che s?han da fuggir da qui innanzi. Non si pu?inculcare abbastanza il sentimento di Longino nel cap. 4 cio? ἅπαντα ταῦτα μὲν τοι τὰ οὓτως ἂσεμνα διὰ μὶαν ἐμϕύται τοῖς λόγοις αἰτίαν, διὰ τό περι τὰς νοήσεις ϰαινίσπουδον, περὶ ὃ δὴ μὰλιστα ϰορυβαντιῶσιν οι νῦν: Tutte queste affettazioni, prive di gravit? e puerili, per una sola cagione si ficcano ne? ragionamenti, cio? perch?troppo si cerca la novit?nell?esprimere i pensieri, nel che i moderni scrittori spezialmente delirano. E aggiunge questo valente Critico, che dal medesimo fonte, da cui nascono le grazie, e le virt? cio?il nuovo, il maraviglioso, e il bello dell?eloquenza, ordinariamente ancora scaturiscono i vizi, cio?l?affettazione, le metafore disordinate, le temerarie iperboli. Ma le menti pi?purgate, e fornite di giudizio mai non s?abbagliano, e si tengono lungi da questo pericoloso estremo. vero ?per? che siccome i poeti affettati han bisogno per l?ordinario di freno, cos?altri possono avere necessit?di sprone. E ci?avviene, quando si cade nell?opposto vizio, e nell?altro estremo, cio?nell?asciutto, nel secco, e nel digiuno. Fuggono alcuni cotanto il pericolo dell?affettazione, e lo Stile, c?ha odor di acuto; con tanta gelosia si studiano di non dir, che pensieri naturali, e semplici; e abborriscono in tal guisa la pompa pericolosa dello Stil Fiorito, che i versi loro compariscono poscia smunti, secchi, senza spirito, senza sapore, senza vivacit?veruna. Costoro per timore di non cader qualche volta in volando, sempre si giacciono a terra. Ma ancor questo ?Vizio, e tanto pi?talora ? dispiacevole, quanto pi?l?avarizia ?un estremo men tollerabile, che non ?la prodigalit? nascendo quella da troppo allontanamento dalla virt? e questa da esorbitanza della stessa virt?

Che che ne paia a taluno, io non dir?mai, che talvolta il Petrarca pendesse alquanto verso un tale difetto. Dir?bens?con pace de? saggi, che non pochi de? suoi imitatori, particolarmente nel Secolo sedicesimo, non seppero ben guardarsene. Egli non pu?negarsi: il gusto loro ?sano, e i lor versi esenti da ogni gonfiezza, i lor sentimenti fondati sul vero; ma qualche fiata questa lor modestia, questo essere senza vizi (che ?la prima virt? dell?eloquenza, e della poesia) ha congiunta seco una fievolezza di forze, e un colore smorto, che sveglia noia ne? riguardanti. Ritruovasi ne? lor versi la sanit?del Petrarca, ma non il vigore, il sugo, il brio, i nervi, i lumi di quel fortunato poeta; e quindi ? che si saziano della lor lettura non poche persone. Adunque non basta l?essere senza Vizi, perch?questa virt??bens?la pi? necessaria d?ogni altra, ma ?ancora la men gloriosa di tutte. Il pi?ch?essa pu?fare, ?il salvarci dalle altrui riprensioni, ma non pu?gi?essa guadagnarci gran lode, quando sia sola. Imperciocch? dir?con Cicerone: orationem nostram non tolerabilem tantum, sed et admirabilem cupimus; e questa insipidezza di stile fa argomentare, che sia o povert?di condimenti in chi l?usa, o malattia di palato in chi l?ama. Deesi perci?anche abbondar di virt?e fuggire il secco, l?asciutto, e massimamente in poesia. Non ?egli manifesto, che il bello poetico altro non ? che il vero maraviglioso, nuovo, e straordinario o per cagion della materia, o per valore dell?artifizio? Saran dunque tenuti i poeti d?avere os magna sonaturum; converr?loro dir cose pi?che ordinarie, e mirabili; usar gagliardissime, tenerissime, e non comunali espressioni; trovare immagini pellegrine o di fantasia, o d?ingegno; intrecciare, ed interrompere i lor favellari con esclamazioni, apostrofi, digressioni, e altre affettuose, grandi, e leggiadre figure, con metafore vive, con riflessioni inaspettate; e far vivacissime dipinture de? costumi, de gli affetti, delle azioni, e de? ragionamenti umani, avendo per?sempre fissi gli occhi nel verisimile, e nel decoro. Dee la poesia in una parola tener risvegliato l?uditore, dilettarlo, e rapirlo. Senza questo pregio non si pu? essere sommo poeta. Mancando allo stil di coloro, che noi appelliamo asciutti, secchi, insipidi, e serpeggianti, questa gloriosa vivacit? questo mirabile, ci fanno essi dormire, e dormono eglino stessi. N?io dir?col giovane Plinio, che costoro peccano, perch?mai non fanno peccare; ma bens?che la soverchia loro modestia li fa meschini, ed appunto perch?troppo temono di peccare, peccano, cadendo in un rincrescevole, e quasi direi vile estremo. Macies illis (cos?dice Quintiliano di tal sorta di gente) pro sanitate, et judicii loco infirmitas est: et dum satis putant vitio carere, in id ipsum incidunt vitium, quod virtutibus carent.

Due specie nondimeno e d?affettazione, e di siccit?si debbono distinguere. Una s??l?affettazion di quegli, che per soprabbondanza di fantasia, e d?ingegno cercando troppo il nuovo, e il mirabile, peccano. L?altra si ?di coloro, che deboli di cervello, volendo pure, che i lor pensieri compariscano maravigliosi, spacciano que? frivoli concetti, di cui s??parlato di sopra. Parimente vi son de gli asciutti, che per soverchia dilicatezza di giudizio, e per un ansioso timor di non peccare nel troppo, non s?alzano giammai, n?mai toccano il sublime, il nuovo, il maraviglioso ne? lor pensieri. Altri dal medesimo loro ingegno, dalla loro sterile, e pigra fantasia son condannati per forza ad essere insipidi, e dozzinali. Ci?posto, diciamo: Che l?affettazione, e la siccit?della seconda spezie son troppo opposte al genio delle Muse; e chi non pu? o non sa guardarsi da questi due contrari difetti, dee prudentemente rinunziar alle Muse, per fuggir le fischiate, irreparabile loro mercede. Se poi favelliamo della prima spezie d?affettazione, e di siccit? cio?di coloro, che per troppa audacia, e fecondit?cadono ne gli eccessi, e degli altri, che per soverchia dilicatezza, e paura non osano mai toccare il mirabile, e dar forza a i loro pensieri: certo ? secondo il precetto di Cicerone, che noi pi?tosto abbiam da lodare, e da imitare gli smunti, ed asciutti, i quali non peccano mai, che gli sconciamente abbondanti, e affettati. Illos potius imitemur, qui incorrupta sanitate sunt, quam eos, quorum vitiosa abundantia est. Per altro noi vogliamo i poeti, come il mentovato Cicerone richiedeva gli oratori, cio?somiglianti a quegli atleti, qui quum careant omni vitio, non sunt contenti quasi bona valetudine, sed vires, lacertos, sanguinem qu?unt, quamdam etiam suavitatem coloris. Oltre a ci?ove si tratti di errar incautamente qualche fiata per soverchio fuoco, ed empito della fantasia, o dell?ingegno: pi?gloriosa, e pi?compatibile si ?questa disgrazia, che l?impeccabile siccit?de gli altri. Troppo ? necessario a? poeti il sublime, il maraviglioso, e se lo stesso Tullio in una pistola a Bruto confess? ch?egli stimava cosa da nulla quell?eloquenza, che non isveglia l?ammirazione: Eloquentiam, qu?admirationem non habet, nullam judico, e se del medesimo parere fu ancora Aristotele: quanto pi? giustamente diremo noi lo stesso della poesia, proprio, ed essenza di cui ?il fare inarcar le ciglia, il rapir gli animi, il contener grandiosit? il risvegliar lo stupore? Ma senza pericoli non si pu?aggiungere a questo grande, nuovo, e mirabile; e in cercandolo, Omero, Demostene, Platone, e tutti gli altri famosi autori dell?antichit?peccarono talvolta, siccome not?Longino nel cap. 29 e 32 del Sublime, e prima di lui Diodoro nel lib. 26 delle Egloghe. Ora soggiunge il primo scrittore, che un solo di que? sublimi, e pellegrini pensieri, de? quali abbondano le Opere de? valentuomini, pu?compensare, e pagare tutti gli altri loro difetti, e che senza paragone ?pi?da commendarsi, e apprezzarsi un gran poeta, che pecchi alle volte, che un mediocre, che mai non metta un piede in fallo. Finalmente pi?si stima un feroce, strepitoso, e calcitrante destriero, il quale per troppo bollore, e gagliardia talor non sia ubbidiente, che un mansueto, ed ubbidientissimo, a cui manchi la lena, e la bizzarria nel corso. Diciam dunque col Maestro della poetica Latina:

Verum, ubi plura nitent in carmine, cur ego paucis

Offendar maculis, quas aut incuria fudit,

Aut humana parum cavit natura? . . . . . .

Questi stessi errori di rado commessi da grandi uomini in poesia non oscurano il pregio delle singolari virt? delle Opere loro, ma pi?tosto son piccioli nei sparsi in un bellissimo corpo, che quasi gli accrescono grazia, o almen non gli tolgono la belt?/p>

. . . . . . . velut si

Egregio inspersos deprendas corpore n?os.

Che se a taluno avverr?di allontanarsi per quanto si pu? mai dalla siccit? e Insipidezza de gli uni, ed empiendo i suoi versi di sugo, e di quel sublime, che rapisce i lettori, tuttavia non cader?nel soverchio, e nell?affettazion de gli altri, costui dovr?con ragione pretendere qualche gran Principato in Parnaso. A questa gloria dee tendere con ogni sforzo, chiunque vuol militare sotto gli stendardi delle Muse; in questa noi riponghiamo la perfezion poetica.

CAPITOLO DICIASETTESIMO

Brevemente si tratta della riforma de gli oratori. Acutezze loro esaminate,

ed esempi d?un valentuomo. affettazione d?altri oratori. Vera eloquenza.

Ornamento maggiore conceduto a? panegirici. Argomenti troppo strani.

Tra le riforme del buon gusto fatte a? nostri giorni in Italia richiede qualche pennellata da me quella, che si gode oggid?nello stile oratorio. Nel secolo prossimo passato non occuparono poca parte di paese nel regno delle bagattelle ancor gli oratori o sacri, o profani. Il loro stile amava i contrapposti, gli equivochi, le allusioni, le paronomasie, e i giuochi di parole. Ma sono ben parecchi anni, che non s?ode su i pergami nominar Gerusalemme, la quale dopo essere stata s?gran tempo Reina, fu finalmente distrutta dalle vespe di Vespasiano ec. Che quella citt?era un emporio di maraviglie, ed un empireo di ricchezze ec. Che le fide sentinelle, che le vigilie attente fanno stare in festa le citt?/i>. Pi?non ci fa ridere, o torcere il naso, chi prendendo nel giorno del Natale per tema del suo Panegirico Ges?guerriero, va quasi sempre scherzando sopra di questo giusta gl?insegnamenti del Tesauro, e dicendo fra l?altre poco proprie allusioni: Che il bue del Presepio avrebbe servito pi?che quel di Falaride a svegliare i peccatori. Che poteva seppellirsi la Clava d?Ercole, essendo nato contra l?Idra un Platano; e somiglianti scipiti concetti, figliuoli di ingegni o deliranti, o meschini.

Dopo un s?corrotto gusto ne succedette un altro di volto avvenente, e ben lontano da s?ridicole frascherie, ma non ancor ben sano. Ristrinsero molti valentuomini tutta la lor cura a parlare con argutezza, essendo lo stil di Seneca, e de gli antichi declamatori divenuto le loro delizie. Piacque loro il dir tutto con acutezza, e con ingegno, stimando senza sapore quello stile, che non sol leticava il gusto col piccante delle sentenze morali, delle metafore, de? pensieri concisi, e vibrati. In questa sorta di dicitura si segnal?a memoria mia un sacro oratore, il quale colle sue prediche soleva in guisa rapire, e dilettar gli uditori, che molti credettero essersi da lui toccata la cima della migliore eloquenza. Il sommo plauso da lui meritamente conseguito trasse una grande schiera d?imitatori, che si diedero in preda a questo s?studiato stile; e oggid?ancora s?odono alcuni della sua scuola. Ma dove quegli allo stil piccante, e fiorito avea congiunte le altre virt? dell?oratore, e spezialmente una maravigliosa, e vivissima forza d?azione, una gran cura di persuadere, una incredibil?arte di svegliare gli affetti: costoro non poterono seguir le sue pedate, se non in quel solo, ch?era il suo pregio minore, cio?nell?acutezza, e nell?ornamento dello stile. Anzi n?pur questo ottennero; conciossiach?sovente caddero nel sofistico, e nel ricercato; n? posero mente, che il mentovato valentuomo ornava, non caricava di tai fiori la sua dicitura, e ch?egli con avvedutezza sceglieva le metafore, e le riflessioni ingegnose. Per esempio diceva egli: La pi?bella cosa del capo di quel giovane era una bella chioma. Il rossore ?una modesta vendetta dell?innocenza oltraggiata. La vipera, ancorch?tenera, non ?mai innocente. Si servono i sogni delle reliquie del giorno per trattener la notte. Quel giovane vano sembra una primavera portatile. Il dolore s?intende pi? quando si parla meno. Io mormorer? forse con merito di chi mormora con grave colpa. Anche senza livrea si conosce dall?insolenza, che que? servidori son vostri, o Cavalieri. I ladri non perdono il lor vizio anche in prigione, rubando il cuore de? giudici con l?oro. Ne? tribunali ad un mendico la povert??un gran processo; ad un ricco un grande avvocato ?l?argento. La piet?vien condannata come di fattezze poco amabili, e d?umore selvaggio. Vivevano sotto un medesimo tetto Giuseppe, e Maria, come gli occhi nella fronte, cio?senza guardarsi mai l?un l?altro. La cortesia ne? Grandi ?un gran capitale, perch?con essa spendono poco, e guadagnano assai. La fortuna ?un inganno canonizzato per consolazione de? miseri. Queste, ed altre simiglianti o sentenze, traslazioni, come ognun vede, son chiare, son leggiadre, son lontane dal sofisma, e parcamente usate davano gran vivezza, ed anima a i ragionamenti; onde infinitamente allora piacevano a gli ascoltanti.

Vaglia contuttoci?il vero: alla dilicatezza de? tempi nostri sembrerebbono alcuni pensieri di quel valentissimo oratore alquanto pi? spiritosi, e poetici di quel che possa sofferire la prosa; o bramerebbonsi almen consolati da un per cos?dire, o da altre simili forme i seguenti: La tela interrogata dalle bocche de? pennelli risponde con una bella bugia di colori. Mi lev?la Morte questo Amico, per vedere se la fedelt?pu?vivere con una mezza anima sola. Gli uccelli facevano tra loro un soave complimento. I corpi morti hanno anche molto di vita, e ci parlano con quella lingua, con cui discorrono i miracoli, insegnandoci il fasto della vita nostra. L?erba tenera, che si regge nel suo gambo, non teme l?insulto di quattro granelle di sabbia, gettate per dispetto da un ruscelletto, ch?esce del suo fonte. Una nobile inclinazione del fuoco lo porta al Paese migliore; ed egli sempre ?svogliato, e grida, non ostante che i Persiani lo nodriscano con legni odorosi di cedri, e lo profumino con l?ambra, e ch?egli sia posto nella fornace con l?oro. L?onde baciano con dispetto quel lido, che le circonda avendo egli scritto in fronte quel maestoso imperio: hucusque venies. Nondimeno queste tre ultime immagini sono s?leggiadre, ed amene, che io di leggieri m?accorderei con chiunque ne volesse tuttavia arricchir la prosa. Non gi?s?facilmente da altri s?approverebbono le seguenti, come quelle, che paiono poco naturali, e felici, o son per lo meno capaci d?essere migliorate. L?unguento della Maddalena era veramente spiritoso, mentre era una quintessenza del dolore. Dicono i poco sensati, che Dio nel Paradiso terrestre pose in credito la fame per gelosia d?un boccone. Nella grotta di Marsiglia di mezzo inverno languiva la Maddalena, non so se di gelo, o di fervore; so che s?infiammava il gelo, e gelava la fiamma. Ci sembra prezioso il mondo, perch?lo vediamo indorato dal Sole. Sarete almeno sforzato a tornar addietro, per dar sepoltura al mio rammarico, morto per contrizion d?un peccato, che non ?mio. Ascose Cristo in certo modo nella sua passione la divinit? per non porre in suggezione il dolore. La Maddalena col troppo piangere mostra quasi di pentirsi d?essersi pentita, disubbidiente con merito per voler piangere ad onta di Dio, che le asciugava le lagrime.

Ora se il purgato gusto moderno pu?ragionevolmente sospettare, che questi pensieri sieno poco ben lavorati, avvegnach?in loro si riconosca l?odore d?un gran maestro, quanto pi?giustamente si porr?in dubbio la bellezza di tanti altri concetti, che gl?imitatori suoi introdussero nella sacra eloquenza! Videro alcuni d?essi, che qualche vaga metafora, qualche ingegnosa riflessione, e spiritosa immagine a tempo adoperata, e posta a suo luogo ravviva i ragionamenti, e che l?uditore ne prende gran diletto. Ci?fece lor credere, che se tutta la tela dell?orazione si tessesse di metafore, riflessioni, e concetti, ci?infinitamente diletterebbe, e che per questo sentiero si aggiugnerebbe alla perfezione oratoria. Ma siccome ci farebbe ridere, e sarebbe sconciamente abbigliata una donna, la quale non considerando che i fiori, se son pochi, adornano, se son molti, affogano la bellezza, se ne caricasse il capo, il seno, e le vesti tutte; cos?costoro poco avvedutamente opprimono di fiori le orazioni, e per troppo voler ornare l?eloquenza, dalla vera eloquenza si dipartono.

Se alla natura, e a? maestri migliori ponessero mente questi oratori, certo ?che si scoprirebbono agevolmente traviati. La Rettorica non ?altronde nata, secondo la dotta e giusta opinion di Artistotele, che dall?osservazione di ci? che nauralmente, e ne? ragionamenti famigliari, giova, e nuoce alla persuasione. Quindi si son fatte le regole per poscia persuadere, non a caso, ma con arte; e si ?coll?arte perfezionata solamente, non mutata quella maniera, che tien la natura in persuadere altrui. Perci?utilissima cosa ?l?osservare nelle civile conversazioni, e ne? comuni ragionamenti la disinvoltura, con cui gli uomini ingegnosi, e infino i pi?rozzi, naturalmente dicono le lor ragioni, persuadono, e muovono. Si dee similmente considerare, con qual forza naturalmente le passioni fanno parlare, e qual verit?di figure esse fan nascere all?improvviso nel cuor delle genti. Questa eloquenza naturale si ha poi da perfezionare collo studio e colla lettura de? migliori maestri s?di teorica, come di pratica, i quali altro non sono che sponitori dell?economia, con cui la natura parla in bocca de gli uomini per persuadere. Ma quando mai naturalmente uno, che voglia persuadere, si perde in dir continui concetti, in infilzar pensieri o acuti, o troppo fioriti, o quel ch??peggio, oscuri, e sofistici? Ufizio de gli oratori ?il persuadere, il muovere gli affetti, e il dilettare. Con questo ingegnosissimo stile non si compiono le due prime parti, e di rado ancor l?ultima. Poich?o l?oscurit?dello stile non lascia intender le cose, o la sottigliezza delle riflessioni stanca troppo gli uditori, convenendo usare una penosa attenzione per penetrare la continua successione de gli acuti pensieri. Perdendosi poi l?intelletto di chi ascolta dietro a tanti fioretti, non pu?egli come distratto badare nel tempo stesso alle ragioni, che persuadono. Molto meno pu?nel cuore altrui piantarsi l?affetto, perch? l?oratore colla sua acutezza non parla al cuore, ma all?ingegno; ed ?l?uditore intento a considerar la bellezza, o ad intendere la sottigliezza di que? pensieri, non all?introduzione in se de? sacri, e divoti affetti. Sebbene, per dir meglio, si sdegna l?uditor saggio, sentendosi in argomento serio arrestar cos?spesso dall?importuna vanit?dello oratore ad ammirar quel minuto artifizio del ragionamento, il quale non meritava tanta parte di attenzione o dall?uno in usarlo, o dall?altro in considerarlo.

Io confesso la verit? a me una volta sommamente piaceva s? fatto Sile; ma ora diligentemente fuggo tali Dicitori, avendo io scorto, che l?Eloquenza vera nulla pi?abborrisce, che questo affettato studio, e che nulla pi?del zibetto, e del muschio offende il capo, se in troppa quantit?il lor odore si spande. Conosco essere un difetto rincrescevole, non una sovrana virt? quel profumare ogni cosa con acutezza, quel soffogare per dir cos?la verit?a forza di fiori non men di quell?Imperatore, che soffog?gli amici con una pioggia di rose. In una parola: parmi che quegli sia pi?ingegnoso, il quale quanto pi?pu?si studi di non parere ingegnoso. Il perch?pi?volentieri presto le mie orecchie ad un mezzano predicatore, da cui puramente, ma con affetto, e zelo mi sia sposta la parola di Dio, o si narrino le virt?di qualche santo eroe, che ad uno de? sopra accennati. Il primo solamente va diritto a suo fine, ch??quello di persuadermi l?amor delle virt? l?odio de? vizi, ed io per tal motivo mi porto ad ascoltarlo. Altro fine, sto per dire, non hanno i secondi, se non quello di persuadermi, che essi furono dalla Natura provveduti d?un acutissimo ingegno: il che a me poco importa di sapere. Anzi quando anche possano farmi certo dell?ingegno loro a furia di tanti Concetti, poco poi mi potran persuadere il loro giudizio, o buon gusto, perch?non si dee salire in pergamo per far pompa del proprio ingegno, ma per introdurre nelle menti altrui la verit? nel cuore il desiderio dell?opere buone. Ignorano costoro il gran consiglio di Quintiliano, cio? ubi res agitur, el vera dimicatio est, ultimus sit fam?locus.

N?io solo ho ravvisata questa verit? La consigliarono, non che la conobbero, tutti gli antichi maestri dell?eloquenza, e non men di loro gl?italiani pi?savi. Non c?incresca d?udire in tal proposito la sentenza del Card. Pallavicino, il quale bench?sempre non paia ne? fatti d?accordarsi colle sue parole, nondimeno scrive cos?nel Cap. 6 del Tratt. dello stile: Io per me generalmente parlando lauderei lo stile, che di sentenze (col qual nome egli significa i concetti arguti) fosse adorno, ma non tessuto. Quell?effetto, che porta all?ingegno il vino tra gli alimenti del corpo, gli portano le sentenze nelle composizioni, che sono alimento dell?animo: in picciola copia il sollevano, in soverchio l?aggravano. Oggid?pure sono in questa parte affatto disingannati, e purgati gl?ingegni migliori d?Italia. E io fra molti altri, che praticano la vera eloquenza, ne ascoltai due segnalatissimi della Compagnia di Ges? i quali nell?Anno 1701 e 1702 predicarono il Vangelo nella Cattedrale di Modena. Dalle prediche spezialmente del primo si partivano gli uditori mutoli, commossi, e convinti: segno che egli avea mirabilmente ottenuto il suo fine. Parve contuttoci?a qualche persona poco intendente, che egli non avesse grand?arte, perch?non udivano acutezze, metafore continue, e sentimenti lambiccati, quantunque confessassero di sentirsi muovere. Ci?a mio credere fu il maggior Panegirico, che di lui potesse farsi; essendo che, mentre costoro affermavano d?esser vinti da? suoi detti, senza saper con qual arte egli lo facesse, tacitamente confessavano e la finissima arte, e il sommo giudizio di lui, che sapea s?ben nascondere l?armi della vittoria. In effetto questo giudizio era in lui singolare. Univa egli con gentilezza a i precetti, e consigli evangelici quei della moral filosofia, lega mirabile per giovare, e dilettare: nel che eziandio era mirabile il secondo de? mentovati oratori. Con pensieri naturali, e a suo tempo fioriti, con immagini modeste, chiare, maestose, e tonanti spiegava il suggetto, e l?imprimeva colle pi?gagliarde, e vive figure, introducendo agevolmente nel cuore gli affetti santi dopo aver guadagnato l?intelletto colle ragioni.

Che se vorran pure gli Oratori sfogar l?ingegno, potranno riserbare questo lor talento a i Panegirici, ove senza fallo ?conceduta maggior libert? In iis actionibus (cos?scrive Quintiliano nel cap. 11 lib. 2) qu?in aliqua fine dubio veritate versantur, sed sunt ad popularem optat? delectationem, quales legimus Panegyricos, permittitur adhibere plus cultus, omnemque artem, qu?lat?e plerumque in judiciis debet, et non confiteri modo, sed ostentare etiam. Il che da lui si ripete con parole ancor pi?pregnanti nel cap. 3 lib. 8. Ha tuttavia questo magnifico ornamento de? panegirici da esser virile, chiaro, e nobile, e non gi?spirare una effemminata leggerezza di colori giovenili, o un?affettata oscurit?d?espressioni. Fioritissimo ?il famoso Panegirico di Plinio, e ancora da ciascuno ?commendato, eccetto che da alcuni pochi ingegni troppo severi, e innamorati dell?et?di Cicerone, in cui poco si esercitava l?eloquenza, nel trattare argomenti di lode. Leggiadra, e nel medesimo tempo soda, e piena di una maest?naturale una volta mi parve in questo gusto un?Orazione del P. Girolamo Cataneo Gesuita per la coronazione d?Agostin Centurione Doge di Genova. Fra le immagini riguardevoli, che d?essa mi sovvengono, io ne rapporter?una sola, affinch?si veggia come egli nobilmente imit?Lucano. Dice egli verso il fine: Io prego il Cielo, che piova sempre nel seno di questa Patria pace, e quiete. Ma parimente lo supplico, che se mai a? nostri danni scatenerassi la guerra, straniera ella sia, non civile. Straniera, sar?cagion di trionfi; civile, di vittoria sarebbe, ma senza trionfi. Con pi?sicurezza per?io posso commendare la nobilissima Orazion funebre composta dal P. Antonio Francesco Bellati anch?esso Gesuita per la fu Serenissima Anna Isabella Duchessa di Mantova; trovando io in essa una somma dilicatezza di giudizio e di stile, che forse non cos?bene ritroveremo nella soprammentovata.

Nelle prediche poscia non sar?gi?permessa tanta copia di concetti, e di fiori, perch?ivi si parla, non per dilettare unicamente, ma bens?principalmente per espugnare il cuore, e persuadere. Tutta la forza dunque, tutto l?ingegno ha quivi da tendere a questa vittoria. Per conseguirla pi?agevolmente, servono poi di soccorso gli ornamenti, purch?sieno convenevoli, usati con parsimonia, e disposti a tempo, e luogo, dilettando essi chi ascolta, e colla dilettazione piegandolo a lasciarsi vincere. Ma non ha il dicitore da consumar tutto il suo studio intorno ad essi, n?far divenir fine ci? che dee essere mezzo, e strumento. A una spada non disdice una vaga, e ben lavorata impugnatura, ma essa non ne ha da essere il meglio. La buona tempera dell?acciaio, e il tagliente suo filo pi?di tutto si richiede, essendo quel ferro destinato a ferire, non colla pompa del lavoro la vista, ma col buon taglio le armi opposte. Altrimenti facendo l?oratore, in vece di piantare il Vangelo nel cuore de gli ascoltanti, v?introdurr?solamente la vanit? e i viziosi usciran del Tempio, forse pi?di prima dotti, ma non gi?pi?corretti. Molto meno sia conceduto a gli spositore della parola di Dio il prendere certi strani, ed ingegnosi argomenti delle prediche loro, per provare i quali ?poi necessario lo sfoderar ragioni sofistiche, o troppo acute, o troppo metafisiche. In tal difetto ho veduto cadere eziandio de? valentissimi uomini, e spezialmente in tessere i sacri panegirici, ne? quali se il tema non ?pellegrino, straordinario, e sottilmente pensato, e se non ?un paradosso, loro sembra di non dovere aspettar punto di lode. Non ha molti anni, che un famoso oratore componendo il Panegirico alla Vergine addolorata propose questo tema. Non sapersi, se Maria patisse pi?dolore sotto la Croce, per esser Madre di Ges? o per esserlo divenuta del peccatore, figura di cui, com?egli disse, fu lo Apostolo Giovanni. Certamente in udir le sottile, e metafisiche riflessioni, e gl?ingegnosi, e speculativi concetti, che fu costretto l?oratore a produrre in pruova di questo s?strano argomento, osservai, che la mia mente, e la mia attenzione s?erano stancate non poco. Che se ci?avvenne a me, quanto pi?sar? avvenuto al rozzo popolo, che meno di me ha studiato? Pi?ancora speculativo, e sottile fu il Panegirico d?un altro grande oratore nel giorno dell?Annunciazion della Vergine. Volle mostrare egli: Quante spese facesse Dio, e quanto costasse a lui il formare una Madre al suo divin Figliuolo, e quanto ancora costasse a Maria il divenir Madre di questo Figliuolo umanato. Io so, che pochissimi ne capirono le ragioni, e gli argomenti, molti de? quali erano lavorati pi?dalla fantasia, che dall?intelletto, e per conseguenza tessuti d?aria, come sarebbe il dire, che Maria fu crocifissa nel concepir Ges? che doveva esser crocifisso: il che da lui si prov?con ragioni ben capricciose. So ancora, che il popolo, a cui nelle prediche infinitamente, e con ragione, piaceva il suo dire, si contorse, e confess? che s?egli avesse continuato a usar somigliante linguaggio, facilmente avrebbe potuto dal pergamo contare i suoi uditori. E a chi pensano mai di parlare questi s?speculativi ingegni? Certo non al popolo, che non pu?col suo corto intendimento penetrare, e comprendere le loro speculazioni. Ma se parlano a i soli dotti, ed intendenti, che per l?ordinario son pochissimi, perch?vogliono tradir la sete del popolo, anch?esso invitato ad udire? Anzi non piaceranno n?pure a gli stessi letterati, a? quali ?noto, che l?Oratore eccellente ha da studiarsi di piacere ad ognuno, e dee fuggir cotante sottigliezze. E questa obbligazion di piacere a tutti fa, ch?io stimi lodevolissimo infino il costume di quegli, che quasi mai non portano in pulpito parole, e passi Latini, senza tradurli nell?Idioma, in cui parlano, Bisogna per fine disingannarsi, e credere, che la vera Eloquenza ?una sola, bench?abbia molte differenti vedute. Questa fu da gli antichi, e massimamente da Cicerone, e da Demostene colpita, e dal primo ancora maravigliosamente insegnata ne? libri della Rettorica. Chi vuol navigare per altri mari, che per gli scoperti, e praticati finora, ?aspettato da qualche terribile scoglio, gi? scoperto, e mostrato a dito anche da gli stessi antichi. E tanto basti di questa materia, potendo i prudenti lettori ampiamente berne i buoni precetti da que? molti Letterati, che l?hanno prima d?ora ex professo trattata, e che o non son conosciuti, o non intesi, o pure sono sprezzati da qualche moderno cervello.

CAPITOLO DICIOTTESIMO

Utilit? che si caverebbe dal pubblicar la maniera tenuta da? migliori poeti

in determinati componimenti. Dato un tema, come la fantasia, e l?intelletto

si diportino. Pruova fattane in un idillio. Esempi del Chiabrera, e del Ceva.

Colle osservazioni finqui da noi raccolte abbiamo in parte divisata la teorica del bello poetico, e mirati in lontananza alcuni principi, e fonti, da? quali traggono i poeti, e ancor gli oratori, dilettevoli, e nuove immagini per vestire, e adornar gli argomenti proposti. Per maggior profitto de? giovani converrebbe eziandio mostrarne alquanto la pratica in qualche determinato suggetto, e condur gli occhi loro sul medesimo lavorio, affinch? dall?esempio s?apprendesse la maniera di mettere in opera gl?insegnamenti poetici, quando uopo il richieda. E nel vero sarebbe a mio credere un?impresa utilissima alla Repubblica de? Letterati, se pi?poeti valorosi, oltre al lasciarci i loro nobilissimi componimenti, ponessero anche in iscritto il modo, con cui eglino han trovati i concetti, disotterrate le verit?ascose dentro a quella materia; e mostrassero come la fantasia loro siasi agitata; qual viaggio, quai voli, e qual?ordine abbia ella, e l?intelletto usati per trattare in versi l?argomento preso. Cos?un gran profitto verrebbe a chi volesse divenire uomo politico, e di negozio, s?egli potesse non solamente leggere i consigli, e precetti pubblicati in quest?arte, ma ancora intendere da i gran ministri tutto il filo de? loro pi?difficili precisi maneggi o in conchiudere una pace, o in trattar una lega, un matrimonio, e simili riguardevoli affari. Gioverebbegli infinitamente il vedere, come si sieno governati in tal congiuntura quegli uomini grandi, cio?quale accortezza, e finezza, quali spedienti, e rigiri abbiano adoperato; come scoperta la debolezza, i segreti, e gli affetti altrui; come ben coperti i suoi; e insomma tutte le pi?prudenti pratiche, e maniere di trarre a fine un intrigato affare. Non minor vantaggio parmi che avessero da sperare gli studiosi della poesia, se i pi?celebri suoi professori pubblicassero tutto il giro, il cammino, e l?economia de? loro pensieri, allorch?trattano qualche argomento in versi. Converrebbe intendere, come lo ingegno, e la fantasia loro in quella occasione abbia trovate le immagini, come il giudizio le abbia scelte; come scoperte le simiglianze, le relazioni de gl?infiniti oggetti con quello che vien proposto; come abbiano acconciamente usato al proposito i concetti osservati in altrui; come proccurato di migliorarli, e perch?n?abbiano taciuti tanti altri loro caduti in mente. Con tale scorta potrebbono poscia gl?ingegni minori, come con un filo, condursi, e reggersi in altre occasioni. Ma tra perch?difficile impresa ?il ben narrar tutto questo lavorio del poeta, e perch?non si bada punto dal poeta al modo, con cui truova le immagini, bastando all?opera sua il ritrovarle; e ancora perch?non s??mai posto mente all?utile, che recherebbe ad altrui cos?fatto discoprimento: non s??finor veduta alle stampe s?profittevole, e necessaria fatica. Una leggiera abbozzatura di questo da me proposto disegno si mira ne? comenti fatti da Lorenzo de? Medici, dal Benivieni, e da Dante nella Vita nuova, e nel Convito a i loro versi. Ma pi?di gran lunga si richiede al bisogno altrui. Adunque poich?manca un tale aiuto all?Arte poetica, a me ? venuto il talento di tentarne lievemente l?impresa, lasciando la cura ad ingegni migliori di poscia perfezionarla. Egli ?per?necessario, che mi si permetta il recar per esempio un mio (qualunque sia esso) componimento poetico, non potendosi tanto render ragione de gli altrui segreti, e pensieri, quanto de? propri; tal che non per ambizione, ma per necessit?propongo la maniera da me tenuta nel comporre l?Idilietto, che io stampai appresso la Vita del Maggi.

Ogni autore, che vuol trattare in versi qualche argomento, preso ch?egli lo ha, comincia ad affissarvi la fantasia, e ben considerandolo truova le ragioni, che possono in lui risvegliare una qualche passione, talor gagliarda, e talor leggiera. Se grande ?il suggetto, se virtuoso, se amabile, se terribile, se spiacevole, se infelice, se vile, cagioner?in noi stupore, rispetto, amore, paura, dolore, dispregio, ed altre s?fatte passioni, le quali agitando la fantasia le inspireranno il furor poetico, rendendola abile ad alzarsi a volo, ove pi? ove meno. Commossa l?immaginativa in qualche guisa, risvegliansi da lei tutte le immagini, che hanno qualche simiglianza, e relazione col suggetto preso. Considera ella tutte le varie qualit? e circostanze, il tempo, il luogo, i fini, gli antecedenti, i conseguenti, gli aggiunti, i contrari, gli effetti, le cagioni, le azioni di quella cosa, di quell?avvenimento; e mettendosi ad accozzare insieme le immagini che prima eran lontane, e separate, ne forma delle nuove, delle vaghe, e nobili, secondoch?a lei pare, con dar sovente anima, affetti, sentimenti, e parole alle cose inanimate. Nel che per?ella sempre segue la scorta, e ?l freno dell?intelletto, il quale va conservando ne? deliri della fantasia il verisimile, che ad essa ? proprio. Anzi l?intelletto anch?egli, se la fantasia non occupa tutto il lavorio, va ricogliendo i pi?vaghi legami, che abbiano con quella cosa le altre, cerca le ragioni interne della materia, poscia gira d?intorno a lei, e correndo per gli altri oggetti, che han risguardo, e affinit?con quello, forma ingegnose immagini, studiando il vero, o il verisimile a lui proprio, e naturale. Secondo poi la diversit?de gli argomenti o sublimi, o mezzani, o bassi, dovr?l?animo nostro, prima di concepire alcun verso, empiersi, e fecondarsi d?immagini confacevoli. Se ha da parlarsi di suggetto eroico, sveglier?il poeta in se stesso tutti i semi della grandezza, si figurer? d?essere non un uomo di leggier condizione, ma un non so che ripieno di divinit? eguale, o superiore a gli stessi monarchi. Quindi passer?a vestir le cose, e ad esprimerle con sentimenti nobilissimi, e pomposi. In un argomento affettuoso, e tenero, immaginer?mille tenerissime, e affettuose immagini, come s?egli fosse interessatissimo nelle proposte cose. Altrettanto proporzionatamente sar?in altre occasioni; e dove l?ingegno, e la fantasia per virt?propria non potessero divenir gravidi, e fecondi, user?quell?innocente malizia, d?aiutarli, e fecondarli con immagini concepute da altrui, imitandole poscia, cangiandole, e facendole servir di seme ad altri nuovi pensieri, coll?innalzar sopra le altrui basi una fabbrica novella.

Avendo io dunque fermato di fare alcuni versi per la morte del Maggi; due affetti principalmente m?occuparono il cuore, cio?la stima, o lo stupore per cagion delle sue alte virt? e il dolore per cagione s?della stretta amicizia, che fra lui e me passava, come della perdita grande, che in perdendo lui aveano fatto le lettere nella nostra Italia. Ecco perci?due possenti affetti, che potevano mettere in iscompiglio la mia fantasia, e destare in lei furore poetico, e delirio, come di fatto m?avvenne in ben ruminando la mia, anzi la comune disavventura. E conciossiacosach?il suggetto fosse tenero, e doloroso per me, scelsi per comporre un idillietto in versi corti di quattro, e d?otto sillabe, come quelli, che mi parvero pi?acconci ad esprimere la doglia con tenerezza. Posto ci? e nata in me l?agitazione della fantasia, diedesi questa potenza a mirar tutti gli oggetti, che avevano relazione, simiglianza, e legame col Maggi morto, e con esso me addolorato. Facile fu lo scoprire, che meco, e col Maggi avea relazione la deliziosa Isola de gli eccellentissimi Signori Conti Borromei, s?perch?quello era il luogo, ove allora io mi trovava a diporto, s?perch?quivi ne gli anni avanti soleva il Maggi anch?egli talora condursi a villeggiare, avendovi ancora composti moltissimi versi. Facilmente, dico, dalla memoria, e da gli occhi miei ci?si osserv? Ma perciocch?la prima cura de? poeti lirici ?quella d?entrare nel componimento, cio?di dargli principio, con vivacit? e maniera non aspettata (come pu?notarsi nel Petrarca, e assai pi?in Pindaro, che sono maravigliosi in simili entrate) e non di saltare a pi?pari nell?argomento: io prima di legar la fantasia alle immagini, che l?Isola poteva somministrarmi, la lasciai correre in oggetti lontanissimi, comandandole che scegliesse un?immagine inopinata per cominciare i versi. Fra le altre molte da lei discoperte, piacque all?intelletto, o giudizio, di scegliere quella d?un cervo ferito, a cui rimase conficcata nel fianco la saetta scagliatagli da un cacciatore. Egli fugge, e non truova riposo, n?pur cangiando paesi, perch?il ferro va tuttavia nel corso trafiggendolo, e impedendogli la sanit? Parvemi leggiadra, e viva questa immagine, per ispiegare l?interna cagion dell?affanno, ch?io avea portata con meco alle delizie del Lago Maggiore, n?mi lasciava goder la desiderata allegrezza dell?animo. E ci?naturalmente, credo io, sovvenne alla fantasia, perch?in leggere o il Petrarca, o Virgilio aveva ella per avventura posto nella sua guardaroba una tale immagine, quantunque allora non mi ricordassi d?averla mai letta.

Osservata dunque dalla fantasia una s?acconcia immagine di simiglianza, approvata dall?intelletto, e parendo a lei delirante per la passione, che le fusse davanti il Cervo stesso ferito, naturalmente, e verisimilmente si mosse a parlar col Cervo, e a mostrargli quella compassione, che sogliamo aver di coloro, che sono al pari di noi miseri, e simili nella disgrazia. Dissi perci?queste parole, esprimendo come seppi il meglio l?affetto mio.

Cervo, un tempo onor de? boschi,

Cui fer?lungo le sponde

Di bel fiume Arcier nemico;

Tu alla grave tua ferita

Col cangiar boschi, ed alberghi,

Cerchi aita.

Meschinello! Ma tu mai

Non avrai

N?rimedio, n?riposo;

Perch?dentro a? fianchi ascoso

Porti il dardo (ahi fiero dardo!)

Onde tardo

Or ten vai,

Ed un giorno alfin morrai.

Legando poscia col mio stesso caso l?immagine proposta, segu?l?intelletto ad espor la mia gravissima doglia.

Tale anch?io da crudo strale

Gi?trafitto,

Fuggo il volgo, e cangio Cielo.

Ma perch?vien meco il telo,

Ch?altamente in cuor sta fitto:

Anco in mezzo all?Isoletta,

Bella pompa del Verbano,

Il mio duol non cangia tempre.

Onde sempre

Penso, piango, e co? sospiri

Turbo all?aure i lor respiri.

Dopo questa introduzione la fantasia ritorn?alle immagini, che l?Isola mi somministrava. E perch?a questa potenza, quando ?gagliardamente commossa, pare di vedere tutte le cose, che le stanno d?intorno, dotate d?anima ragionevole, parlanti, intendenti, e spezialmente quelle, che per sentenza de? peripatetici hanno la anima o sensitiva, o vegetativa; volgendo gli occhi intorno, m?incontrai in mille differenti fiori, e boschetti di cedri, aranci, limoni, e lauri, in mezzo a? quali io ruminava colla fantasia il dolore. Immaginando questi fiori, e boschetti come cose animate, che mi rimiravano s? mesto, e piangente, ed ascoltavano le mie querele, diedesi per conseguente la potenza delirante ad attribuir loro quelle parole, e azioni che sarebbono state verisimili a quei fiori, e boschetti, se avessero in effetto intendimento e voce. E che avrebbono detto a me quegli oggetti? Parve alla fantasia, che m?avrebbono chiesta la cagion del mio pianto, e si sarebbono ancor dolcemente lamentati di me, perch?in mezzo a tante delizie, e ad una s?ridente primavera non mostrassi contentezza veruna. Ragion dunque voleva, ch?io poi rendessi conto alla interrogazione fattami. Perci?feci seguire questi altri versi:

Perch?io viva s?infelice,

Boschi, e fiori

Stan chiedendo in lor favella.

Questa bella,

Vorian dir, nobil pendice

Soglion pure

Rispettar le gravi cure.

Per piacerti, noi qui intorno

Con gli odori,

Coi colori

Ti facciamo un dolce assedio.

Perch? ingrato,

Sol col pianto a noi rispondi?

Perch?il nostro riso oltraggi?

Io rispondo: ?morto il Maggi.

Morto ?il Maggi, voleva io di poi continuar a dire, nel cui petto il mio cuore avea albergo; quel Maggi, che tanto piacque alle Muse; e qui pormi ad annoverar tutte le lodi del defunto poeta. Ma parve meglio all?intelletto l?adoperare un poco pi?di economia, e non saltare cos?di repente in queste lodi. Sicch?lascio, che la fantasia seguisse l?incominciata immagine, e il suo ragionamento co? Fiori. Dopo dunque la mia risposta egli era probabile, ch?essi mi pregassero di dir loro: chi fosse il Maggi. Per?parvemi, che ci?mi fosse detto; e se ci?m?era detto, ne seguiva, che alla mia fantasia tutta ripiena del Maggi, e che il riputava noto ad ognuno, potesse parere strano, che quelle animette odorose nol conoscessero, credendo io d?aver detto assai col dire, ch?era morto il Maggi. Tuttavia liberalmente essa perdon?loro questa ignoranza, cagione che non piangessero anch?eglino meco. Poscia m?accinsi a narrar tutta la mia sciagura, per soddisfare alla richiesta loro. E qui nel vero pensava io di pormi a divisar le virt?del Maggi; cosa, che naturalmente seguiva. Ma il giudizio avvis?la fantasia, che meglio si sarebbe fatta comparire la violenza della mia doglia, s?io non avessi parlato, che poche parole, essendo evidente segno di uno straordinario dolore il non poter parlare. Sembr?dunque a me di non poter rispondere, se non le tre parole dette di sopra. Son questi i versi:

Questo Maggi allor chi sia

Perch?io narri,

Mi scongiuran tutti a gara.

Io di quelle alme innocenti

L?ignoranza allor veggendo,

Se non piangon, lor perdono.

Poi vorrei

Lor narrar mia doglia atroce;

Ma la voce

Non soccorre al buon disio.

Onde alfin confuso, e smorto

Sol rispondo: Il Maggi ? morto.

Fatto proponimento di non far udire per bocca mia le glorie del Maggi, era di mestiere, che cercassi un qualche panegirista proprio. E sovvennemi, che atto a questa impresa poteva essere uno Alloro assai vecchio, il qual si mirava in un canto del boschetto, come quello, a cui per sua antichit?era facile l?aver conosciuto il Maggi quando egli veniva a diporto nell?Isola: il che non poteva essere accaduto a i fiori, animette di corta durata. Abbracciatasi dalla fantasia questa immagine, e riconosciuto il legame, e la connessione, ch?essa avea col Maggi, incominci?la delirante potenza a figurarsi quelle azioni, e parole, che probabilmente farebbe, e direbbe un Alloro, ch?avesse anima ragionevole, in tal congiuntura. Egli avrebbe verisimilmente scosso i suoi rami, poi sciolta la voce, e parte con istupore, parte con dolore interrotto, avrebbe palesati gli affetti suoi per la perdita del Maggi. ?probabile, che si fosse adirato contra la Morte. Nel qual tempo riflettendo io sopra l?antica opinione, che l?Alloro difenda da i fulmini, cosa forse favolosa, ma per?nella fisica de? poeti tenuta per vera, mi si par? davanti un?altra immagine, come si pu?veder ne? seguenti versi:

Miro intanto un vecchio alloro,

Che in disparte

Tutto trema. Ei parla alfine:

Dunque ?morto? ?morto il mio . . .

Ahi poeta sventurato!

Cui con fulmine spietato

Assal?la morte rea,

N?mir? ch?io ?l difendea.

Per provvedere a questo alloro concetti verisimili, corse l?immaginativa a cercar nuove immagini; e perch?non era da supporsi in quell?arboscello un dolor grande al pari del mio, sembrommi conveniente l?attribuirne a lui alcune pi?vaghe, e fiorite, quali sono il ricordarsi d?aver veduto gli augelletti cantare a gara col Maggi, d?aver egli coronata la fronte del poeta colle sue frondi, e che il poeta incidesse i suoi versi nella corteccia de gli alberi: immagini tutte amene, che la fantasia volando su gli oggetti dell?Isola, e pensando alle azioni descritte da altri poeti, agevolmente pot?osservare, e raccogliere. Dopo le quali cose parve necessario, o almen verisimile, che l?alloro tornasse a lagnarsi della sua propria, e comune sciagura. Tutto ci?fu cos?disteso in versi:

Per temprar l?acceso die,

(Ben soviemmi)

Egli spesso sotto a queste

Frondi mie

Adagiar soleva il fianco;

E svegliando al suon la cetra

Qui sovente

Sfid?al canto gli augelletti:

Semplicetti

Tenean questi il grande invito;

Ma confuso il loro ardire,

Solean dire:

Da cantor s?fortunato

Di rozzezza or siam convinti:

Ma c??gloria l?esser vinti.

Io con queste foglie allora

Alle tempie vincitrici

Intesseva pi?ghirlande.

Egli ancora grato in parte a tali ufici,

Sulla mia corteccia antica

Imprimeva i versi suoi.

Cruda s? ma gentil gara,

E a me cara

Facevam di benefici:

Io porgeva a lui corone,

Ei ferite in guiderdone.

Ora ancor le note istesse

Porto impresse

Ma se un tempo

Intra ?l popol verdeggiante

Fui d?invidia degno alquanto,

Altrettanto

Or son degno di pietate.

Deh non sia chi tenga il pianto,

Or che Alcindo a morte ?giunto.

Egli appunto

Fu onor nostro, onor di Pindo.

Deh piangiamo: ?morto Alcindo.

Ben desiderava io, che l?alloro seguisse a favellare, e a narrar altre lodi del defunto amico; ma la fantasia, che agitata dalla passione non pu?molto fermarsi sopra un oggetto, vol?ad un altro con approvazion del giudizio. E s?avvide, che i zeffiri, e gli altri venti, i quali sogliono portare un soavissimo fresco, o fierissime tempeste al Verbano, potevano aver conosciuto il Maggi, siccome antichissimi abitatori di quel paese. Il perch?si fece ad immaginar quegli affetti, che verisimilmente avrebbe fatto il vento, apprendendo la perdita d?uomo s?famoso. Doveva questi, secondoch?mi parve, star prima con gran quiete attento alla dolorosa istoria, poi commosso a dolore, e collera con un fischio pi?gagliardo mandar fuori de? gemiti, e finalmente dar nelle smanie, e scoprirsi per un Aquilone arrabbiato. Da ci?seguiva, che tutta dovesse sconvolgersi, e turbarsi l?isola (come di fatto aveva io pi?volte veduto accadere) e languire i diversi bellissimi fiori, oppressi dall?impetuosa foga del vento. Parve in oltre alla fantasia, la quale, quando delira, tutto interpreta secondo la sua idea, che una s?terribile scena altro non significasse, che il dolore provato da tutti quegli oggetti per la morte del Maggi. Perci?dalle parole del Lauro passai con un poco di legame all?altra non aspettata immagine in questa maniera:

Pi?dicea forse l?alloro;

Ma improvviso

Gl?interrompe i detti un vento.

Questi attento

Dianzi stette al fier racconto,

E le piume

Cos?dolce dibattea,

Che parea

Un soave zeffiretto.

Ma l?amaro caso udendo,

N?reggendo

Pi?al dolor, si scioglie in gemiti,

E Aquilon si scopre a i fremiti.

Quindi s?empion di terribili

Alti sibili

L?aria, l?onda, ed i boschetti.

Tutta in guerra

Va la terra,

Prima albergo a gli Amoretti.

Svengon rose, gigli, acanti,

E languiscon gli amaranti,

E le pallide viole

Quasi neve esposta al sole.

Onde a me, che attento miro,

Sembran dir ne? lor linguaggi:

Noi cos?piangiamo il Maggi.

Immaginando, come dissi, la fantasia, che s?grande sconvolgimento dell?isola nascesse dal dolore provato da tutte le cose in udir morto il Maggi; parve a lei convenevole di chiedere tacitamente perdono all?isola con dirle di non essersi prima accorta del pregiudizio, che al suo allegrissimo genio si recava dalla mia tristezza. Quindi pi?non badando all?Isola, se ne vol?essa all?Accademia, che in Milano in casa dell?Eccellentiss. Sig. Conte Carlo Borromei si teneva in lode del defunto Maggi. Parvele dunque, che in certa maniera non fusse morto affatto il Maggi, perch?osservava, che tante persone ivi adunate il portavano vivo in cuore; onde con tai versi terminar l?Idillio:

Isoletta sventurata!

Del gran danno, ch?io ti porto,

Tardi accorto,

Da te fuggo, e mesto torno

A gli alberghi cittadini.

E d?intorno

Or che miro tante cetre

Collegate a piagner meco,

Quasi voglio

Ingannare il mio cordoglio.

Qui fo credere al cuor mio,

Che non tutto ancor mor?

L?alto oggetto de? miei pianti,

S?ancor vive in cuor di tanti.

Ed ecco l?economia, e il viaggio della mia fantasia nel comporre questo idilietto. Ma sarebbe stato d?uopo, che nel distendere tali osservazioni avessi ancor potuto accennare tutte l?altre immagini, che allora mi s?affacciarono alla mente, e dire le cagioni, perch? scelsi queste sole, e rifiutai l?altre. Non l?ho fatto s?perch?non mi sovviene cotanto minutamente ci? che allora mi bollisse in capo, e sovvenendomi, sarebbe forse lunga, e tediosa la lor descrizione; s?perch?non ?molto a me dicevole il tanto lambir questo parto, perch?mio. Solamente dir? che giudichi ben fatto il lasciar poco luogo alle immagini intellettuali, perch?supponendo la fantasia violentemente agitata, ella dovea signoreggiar nell?anima mia. Oltre a ci?mi lusingai di poter ben fare apparire l?affanno, ch?io provava, con questi deliri della mia immaginativa, i quali non succedono mai s?naturalmente, come quando regna nell?uomo una violenta passione, e co? quali vivamente si suol?esprimere, ed imprimere nell?altrui fantasia l?affetto, che regna nel cuor del poeta.

Per infinite altre vie poteva io condurmi, ed altri possono trattare di gran lunga meglio il soggetto medesimo; non essendoci cosa, che a gli eccellenti poeti non compaia davanti con mille differenti vedute, alcune delle quali son triviali, altre pi?nobili, ed altre affatto pellegrine e mirabili. I poeti di corta vista per l?ordinario seguono il sentiero pi? battuto, che per essere privo di novit? e sol dotato di bellezza dozzinale, pu? cagionar poco stupore, e men diletto. Non si stendendo la lor potenza visiva, se non a quelle trivialissime linee, che in picciolo spazio s?aggirano intorno all?argomento, adornano i lor versi di fiori, e ricchezze comunali. Ma i grandi uomini volando di gran lunga pi?oltre col guardo, scuoprono tutti i lontanissimi cerchi, e la vastissima circonferenza del punto, che lor si propone; onde riesce agevole alla lor musa il dilettar le altrui menti colla novit?del cammino, e colle straniere, ed inaspettate ricchezze quivi raccolte. E suole il poeta pi?ne? lirici, che ne gli altri poemi, con giudiziosissimo artifizio cercar queste lontane s? ma tutta volta unitissime linee dell?argomento, affin di ricrear con immagini nuove, e impensate chi legge. Il valore spezialmente della fantasia, ove ben si consigli col giudizio, fa questi miracoli. Egli non v?ha potenza, che pi?di questa ci aiuti per divenir gentili, ed ottimi lirici.

Voleva Gabriello Chiabrera con qualche bizzarra canzone dilettar la Duchessa di Bracciano in tempo di stare. Adunque cominci?a dire, che ben sapea, quanto a lei piacesse l?udire in versi le imprese del suo valoroso consorte; ma si scusa egli dicendo, che in quella stagion s?cocente non gli era permesso di far salire tanto alto il suono della sua cetera. Poteva egli cantar le bellezze di lei; ma perch?sa non accogliersi da lei, se non con rossor, le sue lodi, si rivolge a cantar de? venti, e s?introduce a narrare, come il gelato Borea anch?esso divenisse amante una volta. Per?si mette a descrivere con vivezza la belt?d?una verginella, che sulla riva del fiume Ilisso andava diportandosi. Appresso racconta, come costui la rap? Ci?detto, passa il poeta a congiungere questa gentil favoletta col preso argomento, quando sicuramente niun si credeva, che dopo una passeggiata in s?lontane parti potesse egli acconciamente ritornare in sentiero, non apparendo relazione, o connession veruna tra Borea, e donna Flavia Orsina. Segue pertanto nell?altura, e gli chiede una grazia, in ricompensa d?avergli rinnovata al cuore quella dolce memoria. Qual sia questa grazia, eccolo espresso nelle due seguenti ultime stanze:

Mira, siccome il Sol n?avventa strali

Fiammeggianti infocati.

Mira, ch?arsi infiammati

Omai posa non trovano i mortali.

Deh vesti, o Borea, l?ali,

E l?aure chiama, e va volando intorno;

E di l?sgombra il non usato ardore,

Ove del mio Signore

La carissima donna or fa soggiorno.

Fa, perch?al guardo suo dolcezza cresca,

Ne? prati i fior pi?vivi;

E ne? fonti, e ne? rivi,

Ov?ella suol mirar, l?onde rinfresca.

O che dal mar se n?esca

O che dall?alto ciel raddoppi il lume,

O che s?inchini il d? tempra l?arsura,

E per la notte oscura

Lusinga i sonni suoi colle tue piume.

Non ?difficile ora il conoscere, e gustar l?artifizio grazioso, e la nuova maniera tenutasi dal poeta per dilettar con questi versi; ma egli sarebbe stato malagevole il trovarla prima del Chiabrera. Altro egli non s?era proposto, che di augurare alla Duchessa di Bracciano buon fresco ne? bollori della state; ed eccovi con che inopinato cammino, e con che pellegrina economia egli vi s??condotto. Alla vasta, e feconda fantasia, al purgato giudizio si dee la bellezza di questa mirabile invenzione, la quale ancor pi?a me sarebbe piaciuta, se in vece di Borea avesse il Chiabrera voluto valersi di Zeffiro.

Chiudiamo questo capitolo con un altro esempio de? medesimi venti, preso dalle Selve del Padre Ceva, e veggasi con quanta bizzarria si ponga egli in viaggio per giugnere ad una impensata meta. Narra egli, come un bel vaso di fiori gli era caduto di nottetempo gi?dalla fenestra. E perch?di ci?era stato cagione un vento impetuoso, la fantasia agitata da un grazioso sdegno, d?improvviso con vivissimi, piccanti, e piacevoli rimproveri si mette a bravar tutti i venti. Son questi i suoi versi:

Sub die expositus pictum mihi flavus in urna

Lapsu improvviso pr?eps amaranthus ab alto

A?is emensus viginti circiter ulnas Decidit.

Hunc noctu specul?de margine, venti,

Vos exturbastis: Nam vobis passimus hic mos,

Aggressis frustra veterem convellere quercum,

Postquam illa et strepitus et flamina iani risit,

Vim vestram in teneros, et inermes vertere flores.

Testis ego ecc.

Quindi passa a descrivere un?altra crudelt?de? venti, e poi per vendetta augura loro una gentilissima disavventura.

Sic vos nutu adigat pater ?lus ?uore salso

Noctes, atque dies invitam urgere biremem

Foetam alica, et scombris usque ad Malabarica regna.

Inde, ubi anhelantes in vostra redibitis antra,

Ille iterum jubeat pendentia lintea fune

Tunc lota, et nigrum guttantia, nube latentem

Siccare ad Solem ecc.

Soggiungendo appresso una beffa, anzi una fiera paura fattagli dal vento Rummo (cos?ha nome sul Lago Maggiore) quando per diporto egli se n?andava alle Isole Borromee; finalmente si rivolge al Chiarissimo Sig. Antonio Magliabechi Bibliotecario del Signor Gran Duca, e dilicatamente da una s?lontana immagine passa a lodarlo, insinuandosi con questo finissimo artifizio, e passaggio.

Si sapis, Antoni, telas, aut vitra fenestris

Adde tuis, oro; ne, si semel agmine facto

Pr?ones isti irruerint, susdeque tuorum

Congeriem immensam vertant, rapiantque librorum.

Rides: nam quamvis dipersa volumina cuncta

Surriperet Boreas, memori tamen omnia mente

In tuto deposta tenes, nilque h? mea curas

Carmina, qu?frustra in volucres effundimus auras.

Fine del Volume II.

Note

________________________

[1] ?buona la difesa del Pallavicino, perch?le similitudini non han da correre con quattro piedi; ed ?corredata dagli esempi di tutta la buona antichit? Ma egli mi pare che questa difesa non la meriti, perch? se ben mi ricordo, non approva se non quelle che vanno con quattro piedi, criticando in ci?alcuni famosi scrittori.

[2] Non avrei trascurato qui di porre gli aurei versi di Stazio, quantunque da altri osservati, della Tebaide al lib. X, della Lionessa, che l?Ariosto trasfigura in Orsa.

Ut Lea, quam saevo foetam pressere cubili

Penante Numidae, natos erecta superstat

Mente sub incerta, torvum oc miserabile frendens

Illa quidem turbare globos, et frangere morsu

Tela queat; sed prolis amor crudelia vincit

Pectora, et a media catulos circumspicit ira.

Con tutto lo svantaggio della rima e del corto verso italiano, l?Ariosto mostra quanto l?arte possa fare in esprimere e con bella gara emulare il latino.

[3]                                Cos?per entro loro schiera bruna

S?ammusa l?una con l?altra formica.

Non avrei tralascialo quel di Virgilio ?eid. IV?

Ac veluti ingentem formicae farris acervum

Cum populam, hyemis memores tectoque reponum

It nigrum campis agmen, praedamque per herbas

Convectant calle angusto ...

Con mostrare come i nostri poeti hanno preso dai Latini,  si richiamerebbe lo studio  della poesia latina , e, se si  potesse,   ancor   della greca,   per   servirsi,   con gentil furto , delle loro  ricchezze, e per accrescere le proprie nostre.

[4] La similitudine sembra presa da Omero, il quale da par suo mirabilmente nel ventesimo dell? Iliade dice degli occhi terribili di questo animale:

Πηλεὶδης δ? ἑτέρωϑεν ἐναντίον ῶρτο λεωνως Σίντης con quel che segue.

La mia traduzione cos?dice :

Pelide d?altra parte incontro mosse

Qual l?ne assassino oltraggiatore

Cui uomini apparecchiansi d?uccidere,

Tutto il popolo uniti. Ei pria sprezzante

Dispettoso sen va; ma quando alcuno

De? giovani gagliardi, a Marte pronti,

Coll?asta ne lo coglie, spalancate

Le canne, si ristringe, in s?raccolto

Fossi la schiuma alle sue zanne intorno,

E sospira in suo cuor l?alma robusta,

Ed i fianchi e le cosce, colla coda

Sferza di qua, di l?/i>, e se medesmo

A combatter conforta e raccendendo

Le gialle luci, a forza dritto portasi,

Per veder se fra tanti alcun ne uccida,

Od ei perisca nel primiero stuolo:

Cos?Achille sospignea la forza,

E l?orgoglioso cuore ad andar contro

Al coraggioso Enea ...

[5] Ch? or vien quinci, ed or vien quindi. I   Mss.   e   Dante   della   Crusca  stampato   in Firenze nel 1585. e or.

Non ?il mondan rumore altro che un fiato.

Il Petrarca prese da  Dante  questo nobile sentimento, e l?espresse   con   forza,   brevit?nbsp;  e leggiadria  nella canzone: I? v?nbsp;  pensar,  riducendo la similitudine al  simile stesso, e facendo tutt?uno.

Ma se ?l Latino e ?l greco

Parlan di me dopo la morte, ?un vento,

Il Petrarca studiava in Dante, il Tasso studiava in Dante, come si vede dalle spesse imitazioni nel suo poema e si sa che tutto l?avea egli postillato al par di Platone. Dobbiamo studiarvi ancor tutti: che il sugo e ?l nervo del dire, la maest?e la variet?del numero, l?evidenza, la forza, e in ispecie la propriet?indarno altronde s?apprende.

[6] Ove si parla delle metafore del Tesauro, sarebbe stato bene per util pubblico, aggravare la mano sopra quel libro, che inganna il mondo sotto nome d?Aristotele, e ha riempiuta l?Italia di concettini ed egli ?pieno d?arguzie frivole e buffonesche, puerili, insulse irriverenti. Quella metafora di proporzione, benissimo considerata da Aristotile, a quante mai sciocchezze gli apr?la strada! Pure vi ha del buono in quel libro come l?indice categorico, il riconoscere le misure e le corrispondenze nelle parti del periodo. E egli era uomo di dottrina, e d?ingegno vivo e brillante; maper istemperata ambizione di novit?si stravolse.

[7] Il Fiasco , come tradusse il Castel vetro, ?pi?somigliante a ϕιὰλη, che Tazza. Fiala ?vaso corpacciuto, e il Fiasco altres? per mescere, pi?che per bere. La Tazza ?vaso spaso, e per bere. A tradurre a ϕιὰλη, Tazza , non ?ben tradotto. Potrebbesitradurre Ampolla, ma questa ?pi?per l?acqua, e si usa per quelle da altare. Boccia e Guastada ; ma son pi?da delicati, che da beoni. Laonde Fiasco ?il nome pi?comodo di tutti per l?arnese di Bacco. Perci?non senza buon fondamento il Castelvetro cos?tradusse. Ma perch?essa fosse detta Scudo di Bacco, la ragione del Castelvetro, come ?stato dottamente osservato dal sig. Muratori, par ricercata, e non ?la propria. Dionisio Trace, grammatico insigne, riferito da Ateneo lib. XI, V epiteto che d?Omero alla Fiala di ἀμϕίϑετον, non ispiega, come altri, per vaso che si posi da tutti e due lati, ma per ἀμϕίϑεουσαν, corrente intorno, come egli spone  στρονγγύλην ϰυϰλοερῆ τῷ σχήματι͵ tonda di figura, tirante al cerchio. E ἀσπίς, a chi ella ?comparata, ?Scudo tondo. L?uno e l?altra ha Colmo. Lo Scudo umbonem; l?Inghistara, o Guastada, habet umbilicum, ὂμϕαλον: che anche l?etimologia di Guastada ?da γασρῃ (quasi gastrata) altra sorta di vaso corpacciuto, come presso allo stessoAteneo: che il nostro Boccaccio disse Grasta, usando la parola siciliana, vaso di terra, che ha corpo in fuora. Dall?essere adunque tatto la Fiala che l?Aspide, o Scudo, tondi e colmi nel mezzo, si possono tra loro colla proporzione, a guisa che fanno i geometri, comparare, e dire: Come sta lo scudo a Marte, cos?la Phiala a Bacco. E perch?anche lo scudo s?imbraccia dalla sinistra, e la phiala altres? per esser pronti  a mescere nella tazza o bicchiere, che si tien nella ritta, corre tra loro proporzione. E che la Fiala fosse di collo stretto, come il nostro Fiasco, pare che ce l?accenni Pindaro, quando nell?Ode VII delle Olimpie, a principio chiama la Fiala ἔνδον αμπελου ϰαχλάζοιοσαν δρόσω, Ch?entro di vite per rugiada bolle: che quel ϰαχλάζω pare che spieghi il romore che fa il vino, quando si mesce dal Fiasco, o da altro vaso di stretto collo, che noi diciamo fare Glo Glo. In Apollonio nel 2 dell?Argonautica.

Καχλάζοντος ἀνἐπτυε ϰύματος ἄχνην͵ 

Schiuma di strepitosa onda sputava,

ϰαχλἄζοντοντος ?spiegato τοῖον ἦχον ἀποτελοῦντος. Pi?giusta metafora di proporzione sarebbe quella, a mio giudizio, di chiamare il Martello fabbricato da Vulcano, Asta Lennia; siccome io stimo che si debba per av ventura intendere in quei versi di Nonno nelle Dionisiache lib. 29, il quale ho io tutto tradotto, insieme con tutti gli Epici e Buccolici greci. Dice d?uno degli Dei Kαβειρν, figliuoli di Vulcano:

Χειζί δὲ Λημνιον έγχος ὄπερ ϰἄμε πατρος ἀχμὼν

Δεξιτερῆ ϰούϕιζεν. ἑπ? εὐρυέεσσι δὲ μιροις

Φάσγανόν ἠώηησε σελασϕόνον

. . . . .E nella destra mano,

Asta lennia, cui feo la patria incudine,

Levava, e sopra i ben formati fianchi:,

Lampeggiante colui sospeso avea.

I quali sono nella versione latina stroppiati, e tali riportati da un Veneziano che ultimamente, ha stampato de Diis Cabeiris. Ora avendo osservato che nelle medaglie i Cabiri tengono manifestamente nella mano un martello, simbolo d?essere figliuoli di Vulcano, mi pare di poter dire che l?Asta Lennia in Nonno possa significare Martello, proprio strumento di Vulcano, come ?la fiala di Bacco, e lo scudo di Marte.

[8] Io non adombro il vero ec.: Simile ?questo volo a quell?estro di Pindaro nella prima Ode delle Olimpie, ove fa il religioso, e si dichiara di non voler favoleggiare in dispregio della Divinit? come gli altri poeti.

E? μοι δ´ἄπορα γαστρὶμηργον

Μαϰἀρων τιν´ εἰπεῖν.

Α? ϕισταμαι ἀϰέρδνα λέλοιχε

Θαμινὰ ϰαϰαγὸρως  . . . .

A me cosa impossibile saria

Ghiotto appellare alcuno de? Beati.

Lungi me ?n tengo. Piccol fa sovente

Guadagno il maldicente.

[9] Se il sig. Perrault non fosse morto, in proposito di Pindaro, pregherei Dio che gli rendesse il conoscimento. Confess?che Pindaro ? oscurissimo, e pel dialetto e per la costruzione, e per que? passaggi, o, per dir meglio, salti o voli, e per pigliare quelle voghe, delle quali non si viene cos?a capo. Sono noti i versi d? Orazio:

Monte decurrens velut amnis, imbres

Quem super natas aluere ripas

Egli ?un fiume che precipita gi?da una montagna, e va via crescendo tanto, ch?e? trabocca e straripa: il che si vede dall?entrare molte fiate da una strofa nell?altra senza fermarsi, che ?un passare l?usate rive. Che perci?Orazio giudiziosissimo scrittore lo stim?inimitabile e risicoso, a chi con lui gareggiar volesse, di rompere il collo. E di vero Orazio s??mantenuto sobrio nell?imitarlo. Del resto le sentenze sue non son miserabili, ma mirabili, e veramente e in concetti e in parole egli ? ricchissimo, beatissima rerum verborumque copia, come di lui dice Quintiliano critico molto pi?insigne del Perrault.

[10] Di questa Ode io ne tradussi il principio una volta cos?

Ottima ?l?acqua : l?oro,

Qual fuoco in notte accesa

In mezzo all? altra spicca

Prode ricchezza.

Se i ludi celebrare

Agogni, o caro cuore,

Del Sol tu non vedrai

Un? altra pi? splendente

Di giorno e ardente stella

Per l? etere solingo.

N?degli olimpii ludi

Canterem ludi pi?chiari ;

Onde il famoso

Inno intorno si cinge

Alle menti de? savi, celebrando

Di Saturno il figliuolo, e all?alta andando

Ricca beata casa di Jerone,

Che lo scettro governa di giustizia

Nell?abbondante di greggie Sicilia;

Che di tutte virtudi

Cogliendo va le cime,

E luce anco gioioso

Di musica nel fiore,

Con cui scherziamo uomin sovente

A cara mensa intorno.

Dal chiodo suo or Doriese cetra

Staccai se a te di Pisa Feronice

La grazia punto

Sotto dolcissime

Cure la mente mise;

Quando presso Alfe correa

Portando, l?agil corpo.

Ne? corsi, senza sprone,

Colla vittoria mescol?il padrone

Siracusa, godente di cavalli

Rege, il cui nome splende

Pel Lid?no Pelope

Nella forte Colonia,

Dell? amato dal possente

Nettunno Guarda-terra:

Che da netto laveggio il trasse fuore

Cloto, d?avorio il lieto omero adorno.

Ah ! quanti mai miracoli!

E la mente de? mortali,

Oltra ?l vero discorso,

Di dipinte bugie istoriati,

Delle favole ingannano i racconti.

Fin qui io tradussi, e fin qui ho trascritta la mia traduzione. Perch?poi Pindaro abbia qui fatta menzione dell?acqua e dell?oro, molte cose ha detto il signor Boileau. Ma io non vorrei tanto indovinare, massimamente essendo l?acqua e l?oro cose disparatissime; n?mi pare verisimile che Empedocle discorrendo dell?acqua parlasse anco dell?oro. N?mi pare che si possa dire che il poema d?Empedocle, intitolato Kοσμοπιία ( che con questo titolo ?citato da Aristotele nella dellaFisica, cap. 4.) contenesse un elogio de? quattro elementi, trattando di tutta la fabbrica del mondo, nel che egli probabilmente desse il primato all?acqua. Anzi egli lo dava al fuoco, se crediamo a Aristotele pel lib. 2, περι γενεσεος ϰαὶ ϕθορᾶς cap. 3, ove trattando del numero degli elementi, dopo aver detto, che chi ne poneva due e chi tre, viene ad Empedocle, e dice sche a principio egli ne poneva quattro, ma che poi li riduceva a due, contrapponendo al fuoco gli altri tre. Ecco le sue parole: ἔνιοι δ´ εὐϑύς τέτταρα λέγουσιν οἷον Ε´ μπεδοϰλῦς? συ αγει δε ϰαι ουτος εις τα ούα τω γὰρ πυρι τ´ αλλα? παντα  αντιτιϑησιν. Ma in proposito dell?acqua e dell?oro, de? quali l?una ? vilissima rerum, l?altro preziosissimo, mi pare che abbia voluto mostrare il poeta due cose da esser tenute care ed avute in pregio; l?una per l?abbondanza, e l? altra per la scarsezza. Il che, se mal non mi ricordo, osserv?Aristotele nel lib. 1 della Rettorica, cap. 7, ove cita l?A´ρισον μὲν ὒδωρ, che mostra essere un detto andato in proverbio, e che l?acqua, per lo spesso uso e necessit?che abbiamo di lei, supera l?oro.

[11] H? τοῦ πατρὸς δὲ σ?ἐυγένεἰ ἀποϰτενεῖ: La riflessione, o il pensiero, ?tratto dal lib. 6 dell? Iliade ,ove Andromaca dice a Ettore, dissuadendolo dall?andare a combattere:

Δαιμονιε? ϕϑίσει σε τὸ σὸν μένος

Meschin, t?uccider?il tuo valore.

Eschilo, che paragonava le sua tragedie a cene fatte degli avanzi e de? rilievi d?Omero, lo imit?in questo luogo altres? Il passo ?simile, ma pi?forte e mirabile quello d?Euripide. Egli ?nelll?Agamennone; ove Clitennestra parlando a Oreste, e vedendo l?animo preparato, che egli avea, d?ammazzarla, cos?gli dice tutta impaurita:

Kλ. Kτενειῖν ἔιϰας? ὢ τἐϰνον τὴν μητέρα;

Ed ei risponde :

Ὄρ. Σα τή σε ϰὕητης? ἐύϰεγὼ ϰαταϰτενεῖς.

Clitenn. Par che la madre uccider vogli, o figlio.

Oreste. Tu, e non io, ucciderai te stessa.

[12] Devant vous de respect ses traits sont arr?? Simile a questo ? un sonetto di Domenico Veniero, pieno di simili stravaganze, quantunque benissimo condotto, e caricato trasmodatamente su quei del Petrarca: Piovonmi amare lagrime dal viso. Con un vento angoscioso di sospiri. Egli ?in morte del Bembo, e si legge tra la Raccolta delle Rime scelte del Dolce.

Per la morte del Bembo un s?gran pianto

Piovve da gli occhi dell?umana gente,

Ch?era per affogar veracemente

Come diluvio, il mondo in ogni canto.

Se non traeva insieme il dolor tanto

Per bocca, fuor d?ogni anima vivente

D?alti sospiri un Mongibello ardente,

Che asciug?d?ogni parte, ove fu pianto.

N?schiv?meno il lagrimar profondo,

Che ?l foco de? sospiri anco non fesse

Arder tutta la macchina del mondo.

Dio fu che l?un con l?altro mal corresse,

Perch?il primo miracolo e ?l secondo

Non sorbisse la terra e non l?ardesse.

Queste sono immagini, ma immagini stranaturate, e fuori del decoro e del verisimile.

[13] La Logica: Meglio che Loica. ?troppa affetazione d?antichit?il dire Loica. Gli antichi dissero Loica seguendo la pronunzia della lingua greca volgare, che ἂϰιος dice ἅιος, ἐυϰελογιον proferisce ἐυϰελόίν.

[14] Che volgarmente noi chiamiamo Birilli: Noi Fiorentini appunto cos?gli diciamo, e non gi?Brilli o Berilli, seguendo la pronunzia greca odierna, che l?η pronunzia per τ. Bήρυλλοι.

[15] Pastor, ignem quaeris? ad eosdem oculos diverte : ferulam inflammabis: ?ben altra galanteria quella di Porzio Licinio, e vago delirio di mente innamorata, presso Agellio (A. Gellio, ndr.) lib, 19 delle Veglie Attiche, cap. 9.

Custodes ovium, teneraeque propaginis agn?

Quaeritis ignem? ite huc: quaeritis? ignis homo est.

Si digito attigero, incendam sylvam simul omnem:

Omne pecus flamma est; omnia, quae video.

Smaniava d?amore: era tutto fuoco, fuoco ci? che vedeva. Questo epigramma, portato da Agellio per contrapporre alla delicatezza d?Anacreonte, ebbe in veduta il Tesauro, ma non l?applic? bene.

[16] Ex aqua ignem elicies, aquam ex igne: Questo pensiero e pi?galante e pi?gentilmente condotto nell?epigramma di Petronio Afranio, che si legge nelle Catalette degli antichi poeti, avanti al Satirico di Petronio.

Me nive conienti periti modo Julia : retar

Igne carere nivem: nix tamen ignis erat

Quid nive frigidius? nostrum tamen urere pectus

Nix potuit manibus, Julia, missa tuis.

Quis locus insidiis dabitur mihi tutus Amoris

Frigore concreta si latet ignis aqua?

Julia sola potet nostras estinguere flammas.

Non nive, non glacie; sed potes igne pari.

Sopra Acqua e Fuoco galante ?il distico di Zenodoto nel primo dell? Antologia.

Tης γλὐψας πὸν Ερωτα? παρὰ ϰρήνησιν ἕϕηϰεν.

Ο? ιόμενος τὰυσειν τοῦτο τὸ πῠρ ύδατι.

Che io cos?tradussi:

Sculptum a se quidam, fontes prope, sistit Amorem.

Opprimere hunc ignem forte putavit aqua

[17] Che vuol dire, impunita cum nivibus Incendia colludere? Pi?tosto f?nevi non son punite, che schei*zano vicino al fuoco, e il fuoco le rispetta. Claudiano disse con maggior grazia, e verisimiglianza e propriet? del medesimo Mongibello :

... fumoque fideli

Lambit contiguas innoxia flamma pruinas.

[18] Ad ista vaporaria ec. balneator Amor accersit: Stupenda fantasia: fare Amore Stufaiuolo. ?da contrapporsi a un pensier cos?sordido il nobile e grazioso di Tibullo sopra gli occhi di Sulpizia.

Illius ex oculis, quum vult exurere Divos,

Accendit geminas lampadas acer Amor.

[19] Pittagora non chiam?(siccome credono alcuni) gi?Occhi Solares ignes, talch?possano sulla sua autorit?essere chiamati Soli; ma Solares portas, vel Solis fores. Laerzio nella Vita di Pittagora: νῦν δέ ἐσιν εν ηλίου πυλὰς ϰαλεῖ τοὺς ὸϕθαλμοὺς. Porte, per le quali entra IL SoLe. Non attribu?adunque loro alcuna solare qualit?

[20] Sofisma: Meglio cos? che Sofismo, perch?s?accorda col greco e col latino, onde questo vocabolo a noi viene. E l?esempio del Buti di Sofismo nel Vocabolario ?unico. Gli altri esempi sono di Sofismi, che tanto pu?venire da Sofisma. Il Tema, i Temi. Lo Stratagemma, gli Stratagemmi. Un Epigramma non Epigrammo, gli Epigrammi. Che poi sia stato tratto fuori Sofismo e Sofisma, ci?non fa forza; perciocch?la decisione pende dagli esempi, i quali se sono d?un solo autore, e che non si possa anco riscontrare per essere MS., non sono cos?sicuri. E ci?avviene in tutti i dizionari. Nella stessa guisa meglio ?Lettori, che Leggitori, parendo questo ultimo alquanto affettato.

[21] Io avrei voluto aggravare giustamente sopra il Tesauro, e dire che i concettini e le arguziole sono sempre freddure; ma trattandosi di cose sacre, sono irriverenze, sono empiet?

[22] Siccome il Petrarca disse caldi sospiri, come caldi prieghi il Boccaccio, cio?affettuosi e appassionati; cos?disse rompete il ghiaccio, che ?una maniera di dire e uno idiotismo, come tentare il guado. Ovidio de Arte, dando precetto del mandare innanzi una lettera amorosa a tentare il guado, o come forse anche diremmo, a rompere il ghiaccio, dice; Cera vadum tentet. Non perch?il Petrarca pi?che tanto volesse alludere al caldi, disse Rompete il ghiaccio: e se poi questo ghiaccio strugge, e non comparisce pi?in tutto il sonetto; ma per voler dire: Ammollite la durezza, il rigore, disse, prendendo dal popolo l?espressione: Rompete il ghiaccio.

[23] Il sonetto d?Angelo di Costanzo: dell?esser bagnato da una donna, pu? illustrarsi da quello epigramma ultissimo di Petronio Afranio, della neve gettatagli da Giulia, rapportato di sopra.

[24] S?vedrem poi per meraviglia insieme ec.: Si pu?considerare come un enigma: e come tale ha la sua intrinseca bellezza, che consiste nell?equivoco di Laura e di Dafne, che oltre al significare una femmina di tal nome, significa anco la pianta nella quale fu trasformata. Questo enigma inviluppato d?ammirazione, sciolto d?diletto. Non si dee adunque consi derare come un?immagine seria poetica, ma come un enigma giocoso.

[25] Cos?mi sveglio a salutar l?Aurora, disse in uno di questi sonetti il Petrarca; e questo concetto fu egli il primo a prenderlo dal latino di Quinto Catulo, rapportato da Cicerone.

Constiteram exorientem Auroram forte salutans,

Cum subito a laeva Roscius exoritur,

Pace mihi liceat, Coelestes, dicere vestra :

Mortalis visus pulcrior esse Deo.

Il primo sonetto d?Annibal Caro ?una imitazione di questo epigramma, il quale finisce:

Volsimi, e ?ncontro a lui mi parve oscuro,

Santi lumi del Ciel, con vostra pace

L?Or?nte, che dianzi era s?bello.

Ve n?ha pure uno del Marino nelle Rime marittime, che comincia: Spuntava l?Alba, e finisce :

Quando mi volsi, e la mia Lilla vidi,

E dissi: hor chi menar poteami seco,

Altri, che ?l mio bel Sol, s?lieto giorno?

Nella Raccolta delle Rime amorose franzesi del Coribinelli ve ne ha uno di M. Malleville che comincia Le silence regnoit sur la terre et sur l?onde, che corrisponde al principio di quel del Caro : Eran l?aer tranquillo e l?onde chiare. Anzi non solo il principio, ma il sonetto tutto. Eccolo.

Le silence regnoit sur la terre et sur l?onde;

L?air devenoit serein, et l?Olimpe vermeil,

Et l?amoureux Zephire affranchy du sommeil

Resuscitoit les fleurs d?une haleine feconde.

L?Aurore d?loyoit l?or de sa tresse blonde,

Et semoit des rubis le chemin du Soleil;

Enfin ce Dieu venoit au plus grand appareil

Qu?il soit jamais venu pour eclairer le monde.

Quand la jeune Philis, au visage riant,

Sortant de son palais plus clair que l?Orient,

Fit voir une lumiere et plus vive et plus belle!

Sacre flambeau du jour, n?en soyez point jaloux.

Vous parustes alors aussi peu devant elle,

Que les feux de la nuit avoient fait devant vous.

Questo ultimo ?imitato dal Petrarca nello stesso argomento: Quel far le Stelle, e questo sparir lui. Avrei aggiunto a tutti questi quel gentilissimo sonetto del sig. dottore Manfredi, rinomatissimo lettore pubblic?delle mattematiche in Bologna e valorosissimo poeta il qual sonetto ?condotto con maravigliosa felicit? ma ?stampato nel tomo IV di quest?opera. Certo l?economia d?esso componimento ?mirabile e contiene una certa affettuosa e leggiadra semplicit?

[26] Il concetto di Marziale, che la febbre non va dia via da dosso a Lentino, perciocch?ella, standocon lui, ?ben trattata, non si pu? domandare tantoridicolo, quanto ameno e piacevole. Egli posa in falso; perch?a discorrerla come la discorre Lucrezio filosofoe poeta, e secondo la verit? la febbre non guarda a queste cose.

Nec calidae citius decedunt corpore febres,

Textilibus si in picturis, ostroque rubenti

Jacteris, quam s?in plebeja veste cubandu?st.

Lib. 2, in princ. Ma questo falso ?renduto verisimile dalla insinuazione del poeta, che considera la febbre come una forestiera venuta ad alloggiare in quel corpo, e che ricevendone buoni trattamenti, non le venga voglia di licenziarsi, e ci badi a stare.

[27] Avrei portato le parole greche di Plutarco, nelle quali ἐνεπορἐ σθη dee dire ἐνεπορήςθη. ὡς Η? γησὶασσἐ ἐιπεϕῶνημϰεν επιϕῶνημα. Io leggerei volentieri ῷς, cio?al quale Alessandro nato in tal giorno Egesia fece una tale acclamazione. E l?ἐπὶ si sa che manda al dativo, e pare che quello ἐπιπεϕῶνηϰεν richieda dopo di s?a chi va, o sia fatta quella acclamazione; e l? ὡς che si trova tanto nella fiorentina, aggiustata sovra un MS. di Marcello Virgilio segretario della Repubblica fiorentina, dottissimo, e di lettere greche intendentissimo, famoso pel suo Dioscoride; quanto in quelladi Errico Stefano, pu?esser nato dalla voce antecedente νεὼς che, abbia influito che in vece di ῶ sia corso ὡς. Comunque sia, io tradurrei cos? Nel qual giorno bruci?il tempio di Diana Efesia, a cui Egeria Magnete ( o della Magnesia ) fece questa acclamazione, a spegnere del tutto quell?incendio, per la sua freddura, valevole: poich?/i>, con ragione, egli disse essere arso il tempio per esser Diana impiegata a raccogliere il parto d?Alessandro. Il volgarizzamento antico MS. appresso di me, il quale di greco litterale fu traslatato in greco, e di greco volgare in aragonese, e di aragonese finalmente in toscano, ed ? citato nel Vocabolario della Crusca, come scrittura del secolo del 1300: Intervenne ancora questo: che il tempio della Dea Juno (qui erra, perch?ha da dire Diana) che era in Efeso, arse; e secondo che disse uno, il quale avea nome Igisia di Magnisia ( qui si vede rappresentata la pronunzia greca volgare del η per ι) che convenia che fosse arso, poich?la donna del tempio, la Dea Juno aveva preso la cura di esser levatrice. Quel secondo che mostra essere stato nel testo anche in quei tempi ὡς. Ma, come ho detto, mi piacerebbe ῷ. Quell?ἐπιπεϕῶνηϰεν επιϕῶνημα ?restato nella penna. A proposito di spegnere l?incendio colla freddura del motto, in Ateneo lib. 13, ove tratta de? motti arguti delle Meretrici; dice che Gnatena una volta fece mettere di nascoso della neve nel bicchiere di Difilo; ed egli sentendo il vino ghiacciato, e godendone molto, maravigliato disse: Voi dovete avere , Gnatena, una cantina, o cisterna fredda. Oh ! rispose ella, io vi butto sempre dentro i Prologhi delle Commedie vostre.

[28] Cicerone si dilettava del ridicolo, ed egli ci aveva maniera, anzi ci si compiaceva un po? troppo per testimonianza di Quintiliano lib. 6, cap. de Risu. Nam et in sermone quotidiano multa, et in altercationibus, et in interrogandis testibus plura, quam quisquam, dixit facete; et illa ipsa quae sunt in Verrem dicta frigidius, aliis assignavit, con quel che segue. Non ?maraviglia adunque, che se egli ne? suoi motti dava talora nel freddo, che anche questo freddo concetto, cos?stimato da Plutarco autore gravissimo, a Cicerone, che era tacciato di buffone, e che aveva il genio inclinato a motteggiare, piacesse.

[29] Che Tullio, e gli altri Savi de? Gentili non credessero in que? loro falsi Dei, questo non fa che tuttoci?che essi dicevano d?irriverente e di ridicolo, non istesse male: supposta quella falsa religione approvata dal pubblico, e secondo la quale si governavano. Gi?Diana era stimata Dea sopra i parti. Entra qui la buffoneria; e come se ella fosse una donna che non pu?essere nello stesso tempo in due luoghi, non una Dea che ?per tutto, dice, che essendo occupata in quella faccenda d?assistere al parto d?Alessandro, non poteva badare a casa. A Plutarco, come filosofo e politico, il concetto d?Egesia non piacque.

[30] Si pu?aggiugnere all?apostrofe di Iliaci cineres quella famosa della Miloniana: Vos enim jam ego, Al boni tumuli, atque luci; e quella gentilissima del Petrarca; Chiare, fresche e dolci acque; e quell? altra d?antico tragico, rapportata da Cicerone: O coelum, o terra , o maria Neptuni. E ne? Tragici sono gli esempi frequenti; e ci?addiviene nelle grandi passioni. Si parla dagli amanti co? monti e colle selve. Virgilio nell? ecloga 2.

.  .  .  .  .  .  .  .  . ibi haec incondita solus

Montibus et sylvis studio jactabat inani.

[31] Orlando in punto di morte parla con tenerissimo affetto alla sua spada Durindana, che egli chiama Durenda presso Turpino, e le fa un bellissimo prego in quella rozza lingua latina, che comincia: O ensis pulcherrime, sed semper lucidissime, longitudine decentissime. E appresso: Quotiens per te aut Judaeum perfidum aut Saracenum peremi, totiens Christi sanguinem, ut arbitror, vindicavi. O spatha felicissima, acutissimarum acutissima. Ove si vede che per vezzo di quel tempo usa la rima. Questo si vede in un tomo della Raccolta Veterum Scriptorum Rerum Germanicarum.

[32] Cosa che non ?molto verisimile, bench?ec.: Gli Dei erano creduti poter tutto; e per?si fa verisimile e credibile l?incredibile, condito massime dalla grazia poetica.

[33] Dal foco spinto ora il vitale umore Fugge per quella via che agli occhi mena: Oh con quanta maggior tenerezza, naturalezza e amorosa semplicit?disse Orazio ode 13, lib. 1!

... humor et in genas

Furtim labitur, arguens

Quam lentis penitus macerer ignibus.

E l?umor che di furto

Nelle mie guance scorre,

Fa fede altrui, quant?io

Dentro arda e mi consumi a lento foco.

[34] Antitesi, o i Contrapposti: Contra questo abuso adopra mirabilmente la satirica sferza Persio nella satira 1:

Fur es, ait Pedio, Pedius quid? crimina ras is

Librat in Antithetis. Doctas posuisse figuras

Laudatur; bellum hoc. Hoc bellum! ....

E appresso:

Men? moveat quippe, et cantet si naufragus assem

Protulerim? cantas, cum fracta te in trabe pictum

Ex numero portes? Verum, nec nocte paratum

Plorabit qui me volet incurvasse querela.

Cio? secondo che mi sono ingegnato di tradurre:

Se? un ladro, a Pedio uom dice: e Pedio, che?

Con contrapposti ei vien lisci a difendersi

Che di qua n?di l?pendano un pelo.

Lodasi ch?ei maneggia le figure.

Oh questo ? bello! Bel? Dio vel perdoni.

Me moveranno adunque, e, se scappato

Un dal naufragio canti, io trarr?fuore

Misera crazia: Porti il voto, e canti?

Piagner?vere e non studiate lagrime

Chi mi vorr? piegar con suo lamento.

[35] Ille tot Regum parens Caret sepulcro Priamus, et flamma indiget, Ardente Troja,: Il Concetto di Seneca, quantunque non sia concettino, pure ne ha apparenza; e questo anche si dee fuggire. Forse non ? ψυϰρὸν, ma ?ψυϰροϕανές. Freddo similmente ?quel di Petronio, e sente del declamatore nel suo poemetto.

Crassum Parthus habet. Lybicocjacet aequore Magnus

Julius ingratum perfudit sanguine Romam,

Et quasi non posset tot tellus ferre sepulcra.

Divisit cineres.

Marziale similmente de? figliuoli di Pompeo.

Pompejos juvenes Asia,  atque Europa; sed ipsum

Quid mirum, toto si spargrtur orbe? jacere

Terra tegit Libyae, si tamen ulta tegit.

Uno non poterat tanta ruina loco.

Pi?semplici n? meno grandi sono i sentimenti de? Greci nel distico d?Antipatro, finto sopra il sepolcro di Priamo, nel lib. 3 dell? Antimi., cap. in Heroas:

Εʹρῶς Πραμου βαιος τάϕος, ουχ ὅτι τοιου

Αξιος αλλ? ἐχθρῶν χερσιν εχωννὒθα.

Congessere manus hostiles : inde sepulcrum

Exiguun Priami, non brne pro meritis.

Ve n? ha un altro d?Incerto sopra il sepolcro d?Ettore.

Μή μς τάϕῳ ec. che ?stato cos?tradotto da un Accademico fiorentino, cio?dal sig. conte GiovamBatista Fantoni.

Pectora me exiguo tu ne metire sepulcro.

Unus ego sum, ob quem Graecia contremuit,

Argivi profugi, magna Ilias, ipse et Homerus;

Quin fuit ipsa etiam Graecia m?tumulus.

E sopra Alessandro il Macedone: Εϰτορι μεν προιη ec. tradotto parimente dal sopradetto Accademico.

Hectore cum magno magna Ilios occubat: ull?

Nec posthac Graecis obstitit illa monu.

Pella et Alexandro commortuat, non decus ergo.

Patria fert homini verum homo fert patriae.

Similmente Catullo nella nobilissima elegia in morte del Fratello :

Tu mea, tu moriens fregisti commoda, frater.

Tecum una tota est nostra sepulta domus.

Omnia tecum una perierunt gaudia nostra,

Qu? tuus in vita dulcis alebat amor.

[36] Ma dopo questa scorsa torniamo a? nostri alloggiamenti: Non so, se possa parere maniera di dire alquanto ricercata, per voler mutare la comune e l?ordinaria. Come il Salviati negli Avvertimenti per voler non sempre dire Spezie o Genere, dir?Schiera, Squadra, Brigata. Non erano cos?schivi i Greci di replicare, ogni e qualunque volta egli occorresse, la stessa voce, particolarmente nelle materie dottrinali bench?egli ne fossero forniti a dovizia, non lasciavano di ripetere la propria e usuale. Il cardinale Pallavicino nella Storia del Concilio, avendo letto in Matteo Villani questo passo, o vedutolo citato nell?antico Vocabolario della Crusca, del lib. 10, cap. 25: Il quale quasi per lusinghe tirato nel trattato, con infingere di non sapere, se non la corteccia (che ?come nostro idiotismo) prese a farvi il suo contrapposto della Midolla, e caricarvi sopra, quasi raffinandovi; ma il peggior?e diede in solennissima Kαϰοζηλία e affettazione. Egli ?citato nell?ultima edizione del Vocabolario, quivi allato allato allo storico antico che fior?ne? buoni tempi. Storia Concilio 141. La corteccia del viaggio fu il visitar la Duchessa a nome del padre; ma la midolla fu il trattar col Papa. Chi soffrir?mai questa crudezza di metafore in argomento serio e di storia? Potea dire con le parole proprie della materia: Il pretesto del viaggio fu di visitare la Duchessa ec. ma la sustanta, fu di trattare col Papa: e avrebbe detto propriamente e gravissimamente senza dare in un?inetta imitazione. Cos?in questo luogo scorsa si pu?soffrire; ma l?ingropparvi gli alloggiamenti, come non fusse maniera proverbiale, trita dall?uso, forse apparir?alquanto cruda. Avrei adunque detto con pi?semplicit?e propriet? Ma dopo questa scorsa torniamo in via, e studiamoci, ec .

[37] I versi di Teocrito, Idill. 8; secondo la mia traduzione, cos?dicono:

Primavera ?per tutto, e da per tutto

Pasture, sono, e da per tutto piene

Le mammelle di latte; e i giovinetti

Animali si nutrono, e divengono

Grassi, u? la vaga fanciulla si rende.

Ma s?ella parte poi, arido resta.

Quivi allora il pastore, aride l?erbe.

Πάντα ἔαρ, πάντα δὲ νόμοι, con quel che segue. Eobano di Hassia, o Cassel, lesse πάντα per omnia, ma e πάντα alla Dorica per πάντη. cio?πάντως, πανταχοῖ: e la ragion del verso lo dice. Fa un bel sentire la traduzione d?esso Eobano:

Omnia tunc vernant, tunc omnia pascua florent.

Omnia plena boves ubera lactis habentes:

ma non ispiega giusto il sentimento di Teocrito, che dice pi? volendo dire Menalca, che dove arriva la sua fanciulla per tutto son pasture, per tutto primavera, quasi vi nascano, non che quelle che gi?sono, vi fioriscano.

[38] Terenzio: Ubi ubi est, diu celare non potest: Essere la bellezza come il fuoco che si manifesta dal proprio lume, e come il fuoco di notte che vie pi?spicca (immagine presa da Pindaro) considera Senofonte nel Convitto, ove ragionando della bellezza d?Autolico, la quale egli dice naturalmente avere del regio, massime quando ? accompagnata da verecondia e modestia. Il Πρῶτον μὲν γὰρ ὄταν ϕἑγγος con quel che segue. E della gran bellezza pu?dirsi, come del grand?amore, che non si pu?nascondere. Ovidio:

.  .  .  .  quis enim celaverit ignem,

Lumine qui semper proditur ipse suo?

[39] La ragione addotta per dimostrare che Pompeo moriva contento, e chiamava gran sorte la sua disavventura, perciocch?moriva d?una morte di cui gloria non resta a chi l?uccise: mi sembra, una ragione non tanto ingegnosa, quanto vera e verisimile. Vera, perch? come con saldissime ragioni prova Platone, meglio e patire ingiustizia, che farla. Ma se non vogliala far Pompeo tanto filosofo, egli era Romano, e in conseguenza aveva bevuta col latte la filosofia della gloria. Gli affetti dominanti de? Romani, per li quali fecero tante gran cose, erano

.  .  .  Amor Patriae, laudumque immensa cupido.

Patria e Gloria. La gloria era la misura, il fine delle loro azioni. Questo contento adunque di Pompeo, di morire di una morte che non frutta gloria all? uccisore, ?molto verisimile in un Romano.

Quanto all?altra ragione, e perch?tante volte fosse ferito dal carnefice, ella ?quella medesima che aveva Caligola, di cui Svetonio: Non temere in quemquam nisi crebris et minutis ictibus animadverti passus est, perpetuo, notoque jam praecepto; ita fieri, ut se mori sentiat. Non ?adunque inverisimile nel carnefice di Pompeo, se in Caligola era vera. Parmi bene che sia ricercato e freddo quello :

O che libera aver non pu?l?uscita

Per una sola piaga Alma s?grande.

E credo che si sia lasciato sedurre da quel d?Orazio animaeque magnae Prodigum: il che ?detto con ardire, ma felice.

[40] Onde sembra a taluno di leggere , non versi,ma prosa: S? a quelli che non li sanno leggere colle pose a? suoi luoghi, e musicalmente, come vanno letti i versi. I versi del Marino e de? moderni si sapran leggere da tutti, e si cantano da per tutto, e si cantano da per loro, senza che il lettore vi metta punto d?attenzione. Non cos?il Petrarca e gli altri antichi, che variavano il numero pi?che non facciamo noi, che per la moderna delicatezza ce ne siamo, forse pi?che non bisognava, disfatti. In quel verso strano, per esempio, del Petrarca,

Nemica naturalmente di pace,

chi non ci fa una picciola posa o sostentamento in quell?Al, posto nella sesta sede, che si pu?fare con qualche ragionevolezza, essendo questi avverbi finienti in Mente fatti clal latino ablativo mente, come dottamente osserv?il Menagio, e in conseguenza di due pezzi: certo che abbatter?il verso a suon di prosa. Ma s?egli nel mezzo si sostiene un picciol che, e poi d?l?andare al verso, in luogo di sgraziato ch? egli a prima vista apparisce, non parr?privo del tutto, di grazia. Niccola Villani nel Fagiano vuol rimutare versi del Petrarca, dove, per esempio, la parola Mio ?nella sesta sede, perciocch? venendone Cuor, dato caso, uno non lo sa leggere, strascinato da quel Mio, che pare che vadia attaccato con Cuor e vuol mettere nella sesta sede Cuor e Mio dietro. E cos?guasta tutta la bella armonia, cui fa un picciol respiro nella sesta sede in Mio, sostenendolo dolcemente per poi attaccarlo con un soave legame, a Cuore. Insomma, n?ho trovati pochissimi de? versi affatto disarmonici; perciocch?bisogna recitargli con avvertenza, e cavarne fuora, colla maniera del recitare, l?armonia che v??dentro: la qual cosa la san far pochi. Perciocch?ci vuol pratica negli antichi, la lettura de? quali ?trascurata. Fare le picciole pose a? suoi luoghi, come nella quarta e nella sesta sede; osservare dove le vocali vanno mangiate, e dove no; se il dittongo si debba dire sciolto o no: son cose necessarie per ben leggere e armonicamente i rimatori antichi.

[41] Questi poeti moderni, per andar troppo dietro a un certo numero fissato da loro pel diritto e pel buono, danno nell?unisono e i loro versi, per cos?dire, suonano le campane o saltano ai pi? pari; senza quella variet?di numeri, e dispensazione d?armonia, secondo i soggetti che si trattano, che fece il mirabile degli antichi e che ?quella cosa che fa la poesia toccante e affettuosa. Claudiano e Ovidio hanno pi?dolcezza nel numero di Virgilio; ma sono anche rincrescevoli e mancano di quella forza e di quella maest?

[42] Non so dire se fosse il Tassoni molto intendente del linguaggio de? Provenzali, antichi: prima, perch?con tutti gli aiuti della lingua spagnuola, italiana e francese, non s?arrivano da chicchessia perfettamentea intendere: secondariamente, perch?egli non ne d?segno, n?con tradurre quei passi che sparsamente cita, n?con emendargli dove bisogni, n?con discorrervi sopra: e siccome dal vedere uno che semplicemente citi passi o greci, o ebraici, o arabi, non dir?che quegli ne sia intendentissimo, se io non veggio che egli intorno a quelli con possesso di quella lingua ragioni; cos?per vedere citare alcuni passi, come, per esempio, di Speranza , che nel provenzale si trovi Esperanza , come nota il medesimo Tassoni sopra il Petrarca, non far?concetto ch?egli sia n?pur semplice intendente di quella lingua; e avrei detto pi?tosto che egli del linguaggio antico provenzale era studioso, o vi aveva studiato. Che l?antico provenzale per lo pi?sta scurissimo e un linguaggio spento, che oggi pi? non s?intenda, e appena se ne rinvenga qualche vestigio, lo dico per prova, avendoci fatti studi non ordinari nella libreria de? Mss. di San Lorenzo del sereniss. Gran Duca, mio signore, nella quale sene conservano due raccolte e una di queste antichissima in carta pecora; e ho veduto che non ostante questa difficolt?d?intendere, e in alcuni autori di loro impossjbilt? sarebbe cosa utilissima per le origini e propriet?della lingua toscana, il dargli fuora tali quali egli sono, con farvi attorno quelle osservazioni che si potessero.

[43] L?oscurit?di Dante o nasce dalle voci che in quel tempo eran Comuni; o dallo scolastico, o nel satirico, il cui proprio carattere ?l?aspro e lo scuro. Ma ih Dante ha luogo quel che diceva Platone della Fisica di Eraclito soprannomato σϰοτεινὸς, o il tenebroso: Quelle cose, ch?io intendo, sono divine; credo anche che tali sieno quelle ch?io non intendo.

[44] Questi moderni, che amano pi?tosto la notte d?alcuni vecchi scrittori, che il giorno risplendente de nuovi, io non so vedere quali sieno, E mi maravigliai di que? versi fatti alla Dantesca; stampati in Bologna, ove si coltivano cos?bene e con tanta lode le lettere toscane, ne? quali si accusavano, i danteschi. Questi nel nostro tempo, io non so conoscere e credo che per bene della lingua e della poesia fosse bene non iscreditare Dante, ma rimetterlo in grazia, e insegnarne come con le debite cautele se ne possa trarre profitto.

[45] Il Petrarca fu Lirico, e tratt?cose amorose; Dante, Epico d?una sua maniera particolare, o pi?tosto Satirico.

[46] Da che s?era messo mano a questa giustissima e utilissima censura di Seneca sopra la descrizione Ovidiana del Diluvio, io l?avrei posta intera, con aggiugnere le ragioni della critica. Natari autem in diluvio, et in illa rapina potest? aut non eadem impeto pecus omne, quo raptum erat, mersum est? Concepisti imaginem quantam debebas, obrutis omnibus terri, Coelo ipso in terram ruente. Perfer. Scies, quid deceat, si cogitaveris orbem terrarum notare. Veramente d?Ovidio si pu?dire che per troppa ahbondevolezza d?ingegno priorem sententiam posteriore corrumpebat: il che fu detto da Seneca padre, d?un certo declamatore de? suoi tempi chiamato Montano: che perci?il chiamavano l?Ovidio dei Retori. Pure qui tanto quanto potrebbe salvare da quelle puerili inezie che dice Seneca; perciocch?quel Notare del lupo tra le pecore non ?posto per lo proprio Notare, cio?per lo muoversi rendendo l?acqua, come fanno i corpi vivi; ma per lo galleggiare, e essere trasportato dall?acqua, come segue ne? corpi morti. E di fatto lo stesso Ovidio dichiara immediatamente, s?non avere propriamente, ma metaforicamente parlato, (quando disse Nat Lupus inter oves, col soggiungere fulvos vehit unda leones, l?onda mena lioni, cio?son trasportati i morti lioni dall?onda, e le pecore co? lupi in compagnia affogate sen vanno. E di fatto lo stesso Seneca in questa, medesima censura, dicendo orbem terrarum notare, n?potendo dirsi che intendesse che la terra effettivamente, a guisa d?animal vivo, notasse, ma che fosse allagata e circondata dall? acque, da egli medesimo l?interpretazione al verso d?Ovidio.

La fantasia di Seneca del rovinare il Cielo, e rovesciarsi sulla Terra, ?grande e acconcia al Diluvio universale. La Scrittura: Catarhactae Coeli apertae sunt. E Esiodo nella Teogonia, trattando della guerra dei Titani, dice che fu un fracasso, come se il Cielo ruinasse sopra la Terra.

Αὒτως ὡς ὄτε γαῖα ec.

Cos?come se allora e Terra e Cielo

Ampio di sopra ne cadesse : tale

Rumore immenso ne sorgeva ; quella

Ruinandosi, e quel d?alto ruinante.

S?fatto degli Dei ven? fracasso,

Ch?alle man per discordia eran venuti,

Quanto poi a quel d? Ovidio,

Hic summa piscem deprendit in ulmo,

non vuol dire , secondo il mio parere, che taluno allora prendea de? pesci nella cima degli olmi, perciocch? avevano allora le genti altro da fare che pescare, o prendere de? pesci in quell?orribilissimo tempo; ma ha detto quel deprendit col modo potenziale, che i Greci sporrebbero all?Eolica guisa: τίς λήψειεν άν. del qual modo non hanno forma particolare i Latini, ma bens?la virt?e la forza. Tanto ?a dire dunque : Hic summa piscem deprendit in ulmo, quanto: Hic summa piscem deprehendere potuisset in ulmo: ἐπὶ, πὴς ἄϰρας πτελεᾶ; ιχθιώ ἐλαβεν ἄν ανὴρ. cio?i>, piscis deprehendi potuisset. E si pu?salvare per la figura Tapinesis, detta da Servio, rei magnae humilis expositio, sopra quel verso del primo dell?Eneida Apparent rarinantes. Ovidio di pi?ha dalla sua Orazio, che nelll?Ode 2 del lib. 1 usa la stessa immagine.

Omne cum Proteus pecus egit altos

Visere montes,

Piscium et summa genus haesit ulmo,

Nota quae sedes fuerat columbi,

Et super jecto pavidae natarunt

?uore damae.

Quel super jecto vuol dire che il mare l?aveva soverchiate, e in conseguenza erano affogate. Laonde quel natarunt non ?propriamente notavano, ma erano trasportate dall?acqua. L?epiteto di pavidae ?qui come proprio di damae, e non perch?vive e sbigottite notassero.

[47] La troppa e cieca stima degli antichi poeti latini vien biasimata da Orazio; che perci?Plauto e Lucilio son da lui criticati. Omero per? che ?fatto da lui alle volte sotto al gran peso inchinare, bonus dormitat Homerus, e la cui fama si fanno glorja alcuni de? moderni Critici di lacerare, contra al giudizio di tutta l?antichit? ?da Orazio innalzato fino alte stelle in quella famosa epistola che comincia :

Trojani belli scriptorem, Maxime Lolli,

Cum tu declanas Romae, Praeneste relegi.

Lattanzio ancora disapprova, e meritamente, coloro che approvano tutte le cose degli antichi, ciecamente, sine ullo judicio. Ma nobilissimo e graziosissimo in questa parte ?il giudizio di Quintiliano, che pu?servire di regola nella critica de? sommi antichi, lib. 10, cap. I. Neque id statim legenti persuasum sit, omnia quae magni Authores dixerint, utique esse perfecta. Nam et labuntur aliquando, et oneri cedunt, et indulgent ingeniorum suorum voluptati; nec semper intendunt animum, et nonnumquam faligantur, cum Ciceroni dormitare interim Demosthenes, Horatio vero etiam Homerus ipse videatur. Summi enim sunt, homines tamen: acciditque iis, qui quicquid apud illos repererunt) dicendi legem putant, ut deteriora imitentur (id enim est facilius) ne se abunde similes putent si vitia magnorum consequantur. Modeste tamen, et circumspecto judicio de tantis viris pronunciandum est, ne (quod plerisque accidit) damnent quae non intelligunt. Ac, si necesse est in alteram errare partem, omnia eorum tegentibus placere , quam multa displicere maluerim.

[48] Il dire dubiam facentia palmam, ?giudizio assai pi?modesto del Cerda e degli altri moderni. Il dire nescio quid malus nascitur Iliade, ?anche modesto, per un trasporto poetico. Un non so che vale: lo non ve lo saprei spiegare. Ma ci sento un non so che di pi? che non ?l? Giulio Cesare Scaligero giunse a questa temerit? di rifare e, secondo lui, migliorare i versi agli antichi Latini. Spieg? il primo bandiera ai Critici. Il gusto della critica non so quanto a? nostri giorni si possa essere raffinato, essendo rari gli intelligenti delle lingue degli autori criticati ; laf qual intelli genza a ben criticare mi par necessaria. Nelr antico gli Omeromastigi e gli altri non ebber fama. A Zoilo l?odio pubblico fe? rompere il collo, come raccorda Svida. Quando viene criticato dagli antichi alcuno di que? gloriosi, il fanno bellamente e con maniera, senza perdere il buon costume della reverenza e rispetto verso que? buoni antichi. E Platone nel licenziare Omero dalla sua Repubblica, il fa con segni d?onore, e con civilissima e cortesissima cerimonia, dopo averlo con unguenti e con ghirlande profumato e accarezzato.

[49] Diciassette: Cos?per l?appunto i Toscani, siccome diciotto, diciannove. Perciocch?l?accento che ?sul dittongo italiano ie nella parola toscana Dieci, nel formarsi la voce di Dieci e sette in una sola Diciassette, si trae pi?l? e vaa posarsi sulla prima di sette; si liscia il dittongo, sbattendosene la subiuntiva. Cosi tuono fa poi tuonare, giuoco faceva appresso gli antichi giucare; appresso noi, giocare. E cos?dieci in composizione fa dici, per non far forza in due luoghi, e sul dittongo e sull?accento, e cos? agevolarne e lisciar la pronunzia.

[50] Omero nel lib. XIV. dell?Iliade, secondo la mia traduzione, dice cos?

Quivi Agamennone . . . . . Or sia chi dica

Pensier miglior di questo; o vecchio, o giovine;

Che molto volentieri a me ci?sia.

A questo disse il prode Diomede:

Ei non ?lunge: n?cercarlo troppo

A noi fia d?uopo, se ubbidir voleste,

N?per sdegno ciascun di voi biasmaste?

Perch?tra voi io sia ?l minor di nascita.

Di buon padre mi vanto anch?io per nascita

Tessere, di Tideo, cui copr?in Tebe,

La spasa terra ; poscia che a Porteo

Nacquero da tre figli generosi,

E ?n Pleurone abitaro, e nella eccelsa

Calidone, Agrio e Melas, ed il terzo

Fu il cavalcante Eneo, del padre mio,

Che fu padre, e in valor pass?quegli altri,

Ma questi ivi rimase; e il padre mio

Fermossi in Argo, appresso aver girato,

Che, cos? piacque a Giove, e agli altri Iddii,

D?Adrasto delle figlie egli una prese,

Ed abit?una casa in viver grassa;

E in gran dovizia a lui eran campagne

Che rendean grano; e molti ancor di frutti

V? avea filari intorno, ed ancor branchi

Erano a lui di pecore; e per lancia

Sovra tutti gli Achei portava il vanto.

Queste cose ben voi udir potete

Come vere: per? di trista nascita

Me non pensando, n?un imbelle, quella

Parola non spregiate detta; ch?io

Ben parler?.  .  .  .  .

Diomede , come giovane, per accreditare il consiglio ch?egli era per dare, e conciliarsi quella autorit?che l?et?non gli donava, l?accatta da? suoi antenati; i quali dice essere stati nobili, ricchi e valorosi; e inconseguenza milita a favor suo la presunzione ch? egli sia uncor tale, come nato da quelli; poich?fortes creantur fortibus et bonis. Ci?non si poteva spiegare in tanto brevi parole, avendo a toccare de? suoi maggiori, de? suoi fratelli, dette avventure, de? parentadi, delle ricchezze, del valore.

[51] La nazion greca dovea essere cicalatrice. Bisognava que? Greci antichi pigliarli colle cicalate. Queste genealogie, queste nobilt?erano stimate. Non erano ancora venuti maestri di rettorica, non s?era peranche raffinato il mondo. Tale in somma era l?eloquenza di que? tempi e Omero ce la dipinge.

[52] Proprio ?di chi si scusa, l?usare molto parole, e trovar macchine e invenzioni da divertire e distrarre l?animo dalla considerazione delle cose passate.

[53] Nestore ha fatto dire a Orazio: Laudotor temporis acti.

[54] Anche quei che non possono gustare in fonte Omero, come lo leggono con fede, e con una certa giusta deferenza al giudizio che ne ha fatto l?antichit? quantunque non lo veggiano nella sua luce; pure impareranno con diletto l?erudizione antica e molte belle cose. Tra l?altre figure d?Omero dal gravissimo critico Quintiliano son lodate le digressioni; e quando elle dilettano, e non vi ?cosa di superfluo, quantunque sieno in molti versi descritte, non son mai lunghe. Quintiliano lib. 10, cap. I, nel grande encomio ch?ei fa d?Omero, mette trall?altre: Jam similitudines, amplificationes, exempla, digressus, signa rerum et argumenta, ceteraque probandi oc refutandi, sunt ita multa, ut etiam qui de artibus scripserunt,  plurima earum rerum testimonia ab hoc poeta petant.

[55] Alz?Latino orgoglio Mille rupi svenate ec.: Qui si pu?dire di questo poeta pi?che Petronio non disse d?Eumolpo: loqui poetico potius quam humane.

[56] Il Mureto, uomo d?elegantissimo ingegno, era tanto innamorato della aurea  purit?e semplicit?di Catullo, che giunge a chiamare buffone Marziale nella sua prefazione a Catullo; e afferma, che se dovesse lasciare d?imitar Virgilio, vorrebbe anzi essere simile a Ennio o a Furio, che a Lucano, quantunque erudito poeta, ma gonfio e non naturale.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011