Lodovico Antonio Muratori

1672-1750

Della perfetta poesia italiana

ed. 1827

Edizione di riferimento:

Della perfetta poesia italiana, spiegata e dimostrata con varie osservazioni da Ludovico Antonio Muratori con le annotazioni critiche di Anton Maria Salvini, dalla Società Tipografica dei Classici Italiani, Milano 1821.

Indice

A. S. Eccellenza il sig. d. Antonio Caracciolo [...]

Prefazione a’ lettori

libro Primo Primo

Capitolo primo

Capitolo secondo

Capitolo terzo

Capitolo quarto

Capitolo quinto

Capitolo sesto

Capitolo settimo

Capitolo ottavo

Capitolo nono

Capitolo decimo

Capitolo undicesimo

Capitolo dodicesimo

Capitolo tredicesimo

Capitolo quattordicesimo

Capitolo quindicesimo

Capitolo sedicesimo

Capitolo diciassettesimo

Capitolo diciottesimo

Capitolo diciannovesimo

Capitolo ventesimo

Capitolo ventunesimo

A. S. ECCELLENZA IL SIG. D.

ANTONIO CARACCIOLO

PRINCIPE DI TORELLA

SIGNORE DELLE CITTÀ DI VENOSA, LAVELLO, FRIGENTO ECC.

Io spero che rammentar vi dobbiate, Eccellentissimo Sig. PRINCIPE DI TORELLA, di quanto intorno al Trattato della PERFETTA POESIA ITALIANA ragionammo insieme in uno in uno di que’ felici giorni, che Voi, il quale in gentilezza e in cortesia a niuno altro compitissimo Cavaliere siete inferiore, voleste che io consumassi ne’ vostri deliziosi Feudi, e in compagnia vostra, e del gentilissimo Signor Matteo Egizio:

. . . . . animæ, quales neque candidiores

terra tulit, neque queis me sit devinctior alter.

Imperocchè dopo aver Voi colla vostra alta e perspicace mente ridetti tutti que’ molti pregi, che rendono quell’Opera utilissima a chiunque la vera e seria maniera del poetare appprender voglia, ascoltaste con gradimento, e soddisfazione propria del vostro natural genio verso delle bell’Arti, che essendomi per buona ventura capitate nelle mani le annotazioni critiche, che il celebre Sig. Antonmaria Salvini Letterato Fiorentino avea lavorato sopra il predetto Trattato, ed essendo questo renduto oggi assai raro, pensato avea di proccurarne una nuova edizione, in cui unitamente col Testo le lodate Annotazioni Salviniane si pubblicassero. Ecco dunque che essendo venuto a capo del mio disegno, mediante la cura che ha per la ristampa de’ migliori libri il Signor Sebastiano Coleti, pensato ho d’indirizzare a Voi, mio gentilissimo Signor Principe, questa nuova edizione; giacchè in voi, cui tanto e poi tanto debbo, accoppiansi con rado lodevolissimo nodo, e nobilissima distinzione di natali, e perfetta cognizione di Scienze, e straordinaria gentilezza d’animo, che sono le tre principali doti, le quali comecchè spesse fiate invano desiderarsi in coloro, cui si consacrano, e si presentano l’Opere de’ Valentuomini. Conciossiachè parecchi sieno que’, che amano le lettere Dedicatorie per un vano desiderio di gloria: senza che poi nè gli studi stimino, nè que’ Letterati onorino, da cui le ricevvero.

Ma perchè taluno pensar potrebbe, che queste Annotazioni Critiche fossero o dal loro degnissimo autore scritte, o da me pubblicate per attaccare la omai tanto stabilita riputazione, che ha in ogni sorta di Letteratura il dottissimo Signor Muratori, della di cui amicizia io, come sapete, vado cotanto altiero, vuole ogni ragione, che io renda conto al Pubblico della maniera, con cui esse nacquero, e di quella, con cui vennero in mio potere.

Sono già scorsi parecchi anni, da che il Signor Muratori trasmise al Signor Salvini il suo Trattato della Perfetta poesia. Impaziente questi di leggerlo, recollo seco in una villa, ove dovea passare in quell’anno la stagione più noiosa, e fu tanto il diletto, ch’ei prese da tal lettura, quanto bastò a fargli confessare in una sua compitissima a me diretta di aver passati tutti que’ lunghissimi giorni soavemente in leggere Opera cotanto degna, ed essere stata questa la sua conversazione gradita. E per dar luogo al vero, assai gentilmente hanno scritto sopra i precetti della nostra poesia Italiana, il Castelvetro, il Trissino, il Nisieli o sia il Fioretti, il Ruscelli, il Menzini, il Crescimbeni, il Gravina, e tanti altri, ma niuno forse è andato tanto in su, quanto il Muratori; nè v’è chi siasi avventurato a cercare così lontano i principî di quest’Arte: quali poi ha egli esposti con tutta chiarezza, e con quella fina erudizione, che per mio avviso è uno de’ principali ornamenti di questo Trattato. Ma il Signor Salvini in leggendolo non potè già trattenersi da quel suo uso di postillarne la margine, facendovi sopra alquante savie osservazioni. Le quali poi furono amichevolmente mandate al Signor Muratori, che comunicolle al Signor Marchese Orsi: unendosi questi due lumi della Letteratura Italiana a crederle degne della pubblica luce, ogni qualvolta il loro autore avesse terminata l’opera, che non istendevasi allora oltre del primo Tomo. Avvenne intanto, che passando da Modena per portarsi a Firenze, e di lì a Napoli per alcuni suoi affari il Signor Goffredo de’ Filippi, uomo di chiaro e distinto discernimento, e se mai altro degli oltramondani amantissimo della nostra lingua, ebbe copia delle lodate osservazioni; delle quali come di cosa imperfetta non totalmente pago, adoperossi col Salvini sì e per tal guisa, che il condusse a terminare l’opera, la quale tutta intiera recò seco in Napoli. E qui lasciolla a me, acciò ne avessi proccurata l’edizione, che ritardata dal mio viaggio in Germania e dall’altre mie occupazioni ora solamente ha potuto porre in assetto.

E qui maraviglia non facciavi, Eccellentissimo Signor Principe, di vedere questi due dotti scrittori camminare soventi fiate per vie contrarie, e tenere l’uno opinioni da quelle dell’altro diverse e discordi. Imperocchè in materie, che come queste dipendono dal bello, è lecito ad ognuno sentire a modo suo, come veggiamo, che tutto dì accade nelle mode, nella Pittura, e nell’Architettura, ove chi d’una maniera si compiace, e chi d’un’altra. Il diletto, che noi prendiamo in sì fatte opere dell’Arte, dipende tutto dal ravvisarle che facciamo più o meno conformi a quell’idea, che della loro perfezione ci siamo formata in mente, e a quella aggiustatezza, e simmetria di parti, alla quale abbiamo attaccata la loro bellezza. Ond’è che siccome possono essere in noi differenti codeste idee, così pure può essere in noi diverso il giudizio del bello. E particolarmente del bello poetico, che essendo una maniera ed una foggia di esporre quel vero, che è il primo e sincero fonte del nostro piacere, facile, anzi naturale cosa si è, che ognuno se ne formi un’idea particolare giusta la quale regoli poi il suo giudizio. Sta tuttavia, e forse, e senza forse stà sempre accesa la lite di preminenza fra l’Ariosto e ’l Tasso; non mancando ugualmente chi giudica come più bella la sostenuta, ed Eroica maniera di quello, e chi esalta la facile, e la bizzarra dell’altro, amando più tosto le pitture semplici e imitatrici del vero, che quelle cariche di colori, nelle quali l’Artefice ha più voglia di ostentare il suo ingegno, ed il suo sapere, che persuaderci quietamente quel che propone.

Ma perchè ogni perfezione è una e singolare, e le cose tutte tanto da questa perfezione degenerano, quanto dall’unità si scompagnano, e si allontanano, ne avvien di qui, che ancora il perfetto bello poetico, generalmente preso, deve essere uno; e di due, che piatiscono se questo siasi o pur quello, forza è che dal canto d’un d’essi stia la ragione abbandonando il compagno. Imperocchè quantunque sia facile, che eglino lo mirino in diverse faccie, e a questo bello si accostino per diverse vie, a me pare però, che non possano scostarsi da quell’uno e solo bello, che ha da essere il vero, risguardo al piacimento universale degli uomini. Ora questo appunto è il vantaggio, che la Repubblica delle Lettere ricava dalle contese de’ Valentuomini. In queste amorevoli guerre si cerca il vero bello, che, come dissi, è sempre uno: e si combatte il nemico, ma le sconfitte sono tutte in danno del falso. E tanto più sono profittevoli queste zuffe, quanto più sono di buon senno, e di perfetta cognizione armati i competitori. Conciossiachè ognun d’essi fiancheggiando quelle parti, che o sono le vere, o pure quelle che si accostano più davicino di tutte l’altre a rassomigliare la verità, recano a noi l’utile di scoprirla, e di farci ravvisare per mentitrici e false quelle fattezze, che sotto la sembianza del vero ingannavanci. Sa bene la nostra età, quanto dobbiamo a sì fatte giudiziose censure; le quali, quando non altro si mira, che lo scoprimento della verità, procedono senza offesa e senza pregiudizio dell’Avversario. Laddove quelle, che di rabbia e di rancore armate si fanno fuori a maltrattare e lacerare chichesia, sono per lo più, e forse sempre, ree figliuole dell’Invidia e dell’odio.

Ma quanto da taccia cotanto deforme vadano esenti le Annotazioni del Signor Salvini, basta solo, che Voi vi compiacciate di leggerle per sincerarvi. Scorgerete in esse una somma stima dell’autore stesso, che talvolta censurasi, ed un continuo rispetto, dovuto per altro alla sua vasta Letteratura. E volesse Iddio, che sul modello di queste si regolassero tutti coloro che contro taluno imprendono a scrivere. Non si vedrebbero più certe scappate, nè si leggerebbono di tanto in tanto certe velenose scritture, le quali quanto sono improprie della moderazione d’un uomo di Lettere, altrettanto pregiudicano al buon nome della nostra colta Nazione.

Frattanto il mondo Letterario, ed ognuno che ha sapore de’ buoni studi, sederà Giudice di questi pochi amorevoli contrasti fra i nostri due giudiziosissimi scrittori, e toccherà ad esso il decidere delle loro questioni. Io però non ho verun dubbio, che Voi Eccellentissimo Signor Principe di Torella, non dobbiate occuparvi il vostro luogo, e non abbia da essere ben considerata da chiunque sa il vostro valore, la decisione, che ne darete. Le vostre continue applicazioni alli studi più seri, e le molte e molte scientifiche cognizioni, delle quali va adorna e ricolma la vostra gran mente, non vi hanno in sì fatta guisa occupato, che non vi sia rimasto tempo e genio per la più amena Letteratura. Sanno tutti coloro, che godono dell’erudita vostra conversazione, quanto fondatamente discorriate di queste ancora, e quanto giudizioso sia in ciò il vostro discernimento. Ma io non voglio avanzarmi a ricordarvi le vostre lodi, perchè so che offenderei la vostra modestia, e prendereste a malgrado, che uno, il quale, costumando tanto spesso con voi, conosce il vostro generoso naturale, imprendesse a dirvi ciò che vi dispiace di udire. Mi ristringerò dunque a supplicarvi di accettare cortesemente l’offerta, che vi faccio di questo Trattato: i di cui degnissimi Autori non potevano più degnamente collocarsi, che sotto la vostra direzione, nè condursi a tribunale più giusto, e più sensato del vostro.

Per quello poi, che spetta a me, già sapete che mi credo felice, ogni volta che mi si presenta l’occasione di ricordarvi quel molto, che debbo alla vostra cortesia, e alla vostra generosità; e vi faccio umilissima riverenza.

Napoli dal nostro Collegio di S. Brigida il dì 26 luglio 1723.

Dell’E. V.

Devotissimo Obbligatissimo Servidore vero

Sebastiano Pauli

PREFAZIONE A’ LETTORI

Non metterò in fronte di questo mio libro una Profetica Apologia delle opposizioni, che far si potranno e al disegno, e all’esecuzione del disegno medesimo; perciocchè non mi sento voglia di far così aspra accoglienza sul bel principio a i miei lettori. Da loro, se amorevoli miei, spero o tacito compatimento, o ammonizioni cortesi. E da loro per lo contrario, se poco amorevoli, aspetterò con pace le punture, senza pretendere di turare ad alcuno la bocca, e di torgli quella natural giurisdizione di profferir sentenza su i Libri altrui, ch’io stesso ho tacitamente coll’esempio mio persuasa. Nè tampoco farò scuse per gli errori, ch’io senza essere sforzato ho in questa Opera commessi; o perchè il desiderio di giovare a i men periti m’abbia talvolta renduto alquanto diffuso nell’esplicazion delle cose; o perchè io mi sia lasciato scappar dalle mani qualche fendente non assai discreto contra alcuni scrittori, e specialmente contra l’autore allora vivente de i Dialoghi d’Aristo e d’Eugenio: poichè io liberamente protesto di venerar la Fama e di riverir l’ingegno non solo di lui, ma di qualunque altra persona, a cui per avventura io avessi dato assalto colla franchezza delle mie censure. Molto men voglio io qui con istudiata Modestia mostrar di conoscere e di scusare la fievolezza dell’intelletto insieme, e del libro mio; perciocchè o forse i lettori più accorti di me non vorranno credere, ch’io parli di cuore, o io forse vorrei, ch’egli non credessero a me medesimo la mia confessione. Sicchè altri conti non penso io di fare con chi vorrà leggere questi miei Ragionamenti.

N’avrei bensì da fare alcuni con chi probabilmente non vorrà leggerli, e ne vederà o udirà a caso il Titolo solo. In mente di questi ultimi, e non de’ primi, conosco ben’io che può cadere alquanto di maraviglia, e qualche cosa ancora di peggio, perchè io abbia interrotto gli altri miei più gravi studi a fin di trattare argomenti di poesia, che è quanto il dire in lor linguaggio, materie frivole, vane, e di poco pregio. Qui veramente io confesso, che volentieri, quantunque non obbligato, renderei ragionevole del mio nuovo cammino a questi dispregiatori delle belle Lettere, siccome a coloro, che per solo affetto (così mi lusingo io) mostreran dispiacere di vedermi ora torcere i passi verso le campagne di Parnaso. Volentieri, dico, io farei loro in qualche guisa intendere, che non debbono già essere, come egli si fanno a credere, tanto dispregevoli questi campi, da che non ha sdegnato di coltivarli sì studiosamente un Aristotele, anzi da che quasi tutti i più celebri uomini, e venerabili scrittori de’ tempi antichi e moderni hanno riputato lor gloria o l’essere poeti, o il trattar la Poetica, o almeno il gustare i componimenti di quelli, e gl’insegnamenti di questa.

Gran copia di tai luminosi esempi ne hanno prodotto i due secoli prossimi passati, e l’età presente ne è sopra molte altre doviziosa. Io massimamente potrei qui mentovare Jacopo Sadoleto Cardinale, Lodovico Castelvetro, Francesco Molza, Alessandro Tassoni, ed altri, che hanno cotanto illustrata la lor Fama, e la mia Patria con sì fatti studi. Aggiugnerei, che accusa se stesso di corta vista, chiunque non discerne, di quanto aiuto sieno le Lettere umane dell’altre Scienze ed Arti; di quanto utile e diletto al civile commerzio; di quanto ornamento a gli animi di ciascheduno. Direi di più, che di questa mia fatica hanno già altrimenti giudicato uomini dottissimi, quali sono gli scrittori de’ Giornali di Trevoux, l’Abate Giusto Fontanini nel suo Aminta difeso, l’Abate Alessandro Guidi nella Prefazione alle sue Rime, e il Marchese GiovanGioseffo Orsi nelle sue Considerazioni sopra la Maniera di ben pensare. Conchiuderei, che sono mai sempre stati commendati coloro, che alla professione d’altre discipline hanno congiunta ancor questa, essendo la Poetica una dolce ed illustre parte di quella universale erudizione, a cui aspirano gl’Ingegni più vigorosi, ed essendo fra tutte le nobili ed oneste Arti dilettevoli la poesia con ragion la Reina.

Ora ho ben creduto, che con queste ed altre ragioni, che qui non importa riferire, e colla scorta di tanti rinomati scrittori, potessi ancor io prestar la mia penna a materie di Poetica, senza incorrere nell’indignazione o nel dispregio di chi conserva qualche affetto o stima per me. Non voglio credere agli amici miei e sì arditi, o sì poco avveduti, che ripruovino da senno le belle Lettere in chi che sia, o sì crudeli, che vogliano vietare a me l’entrar talvolta, non per abitarvi sempre, ma di passaggio e per diporto, ne’ giardini delle Muse; la conversazion delle quali nè ha molto interrotto, e meno interromperà da qui innanzi il corso d’altri miei più utili e riguardevoli studi. Che s’eglino tuttavia mostreran di non essere paghi di queste mie poco per altro necessarie scuse, io saprò poi agevolmente in fine sbrigarmene, con accusarli quai nimici della Repubblica Poetica al Tribunal di Parnaso, e con far divenire impegno di tutto il Comune la difesa di me solo. Allora il men male, che possa loro avvenire, sarà il tirarsi addosso una tempesta sì sonora di Giambi, che, se non col cuore, almen colla bocca saran costretti a gridare, ch’io ho, e non essi, tutta la ragion dal mio canto.

NOI REFORMATORI

DELLO STUDIO DI PADOA

Havendo veduto per la Fede di revisione, e approbatione del P. F. Tomaso Maria Zennari Inquisitore nel libro Intitolato: Della Perfetta poesia Italiana spiegata da Lodovico Antonio Muratori; non v’esser cos’alcuna contro la Santa Fede Cattolica, e parimente per Attestato del Segretario Nostro; niente contro Prencipi, e buoni costumi, concedemo Licenza a Sebastiano Coleti Stampatore, che possi esser stampato, osservando gl’ordini in materia di Stampe, e presentando le solite copie alle Publiche Librarie di Venetia, e di Padoa.

Dat. 26 marzo 1723

Alvise Pisani Procurator Reformator  -  Z. Pietro Pasqualigo Reformator.  -  AGOSTINO GADALDINI SEGR.

LIBRO PRIMO

CAPITOLO PRIMO

Dedicazione dell’opera all’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Marchese Alessandro Botta Adorno

Niuno, quanto i poeti, ha così buona opinione dell’Arte sua, e se noi loro diam fede, la poesia ha un non so che di divino; il cielo stesso ne detta i sensi; il Tempo, e il mondo ne ammirano l’origine antica, ne riveriscono più che delle altre Arti la maestà, e ne custodiscono i parti con più gelosia. Ma fra questi ed altri vanti, che sono in parte dei sogni, e luminose bugie, certo a me sembra giustissimo quello dello spacciarsi i poeti per sicuri dispensatori del patrimonio immortal della Gloria. L’umana Gloria, dico, Idolo forse vano, ma vero padre nondimeno di mille Eroiche azioni, quasi tutta è in potere de’ valenti poeti, che co’ versi loro mettono in possesso dell’Eternità non men la Fama di se stessi, che quella d’altrui, conservando o i più meritevoli o i più cari nella memoria de’ posteri. Vivono tuttavia, ed eternamente vivranno mille Eroi della Grecia, perchè vive e viverà Omero Panegirista loro, essendosi accordati tanti secoli in concedere a’ suoi versi quel privilegio, che non han goduto i marmi e i bronzi stessi logorati dalla divoratrice età. E questo solo pregio, quando anche per altro non risplendessero gli studi poetici, bastar potrebbe per raccomandarne l’uso, e per convincere o d’ignoranza chi poco li prezza, o di malignità chi molto li biasima.

Ora io, che non m’alzo tant’alto da poter col mezzo de’ versi portare altrui all’immortalità del nome, ho almen voluto, per quanto mi è lecito, aiutare altri ingegni a così nobile impresa, col disaminar quell’Arte, che fa divenir gran poeta chi nasce solamente poeta. E perchè di niuno, più che di voi, Illustriss. ed Eccellentiss. Sig. Marchese Alessandro Botta Adorno, io desidero famosa memoria nel mondo avvenire: a voi, più che ad altri, ho determinato d’offerir queste mie varie osservazioni intorno alla perfetta poesia Italiana, e intorno a i primi principî, e alle regole del buon gusto poetico. Nel che io so bene, che la divota servitù, la qual vi professo, e la gratitudine, che per molte ragioni vi conservo, son titoli e motivi potenti, perchè io vi dedichi con ottimo cuore queste mie fatiche. Ma so ancora, che non sarebbono bastanti, perchè voi doveste accoglierle con pieno gradimento, se il vostro nobilissimo genio non vi avesse data un’inclinazione particolare all’Arte delle Muse, e un’esquisita intelligenza di somiglianti materie. Voi per mia ventura a tanti altri meriti o d’antichissima Nobiltà di sangue, o di Virtù umane e Cavalleresche, per cui avete e meritata e ottenuta la stima e l’affetto d’ognuno, accoppiaste il pregio d’essere non solo intendente al pari d’ogn’altro delle arti amene, ma più di molti altri fortunato coltivator delle stesse.

Lasciate pure, ch’io francamente palesi al mondo ancor questa vostra bellissima dote, dappoichè voi medesimo co’ vostri componimenti ne siete stato il primo e il più autentico banditore. Permettete, ch’io ammiri nella vostra verde età, oltre ad un senno rarissimo, un purgatissimo gusto dell’arti, e delle scienze, quale può appena dall’età matura aspettarsi. E a quanti non è segnatamente nota la non ordinaria gentilezza, colla quale voi trattare in versi i teneri pastorali affetti, caparra di quel molto, che un giorno volendo potrete promettervi in più sublimi argomenti? Se la famosa Arcadia, fra i cui pastori occupate ancor voi onorevole seggio, non bastasse a farne meco pubblica fede, io citerei il Campidoglio medesimo per testimonio della parzialità, che hanno per voi le Muse tanto Italiane quanto Latine; da che in quel teatro del valore, e dell’onore, divenuto oggidì per cura del nostro Santissimo ed Ottimo Pontefice CLEMENTE XI. Accademia delle Arti nobili, compariste ancor voi fra segnalati Ingegni, non so se più a spargere, o più a ricevere lodi.

Nel presentar dunque a voi questo mio libro, io ben veggio d’avere a me e a lui proccurato in voi non un discepolo, ma un giudice competente, e un eccellente maestro. Ma laddove dall’un canto, riguardando io queste vostre qualità, potrei temere di perdere presso di voi il merito nel donare, qualora voi scopriste difetto nel dono: la vostra benignissima e cortese natura dall’altro m’assolve ancora da questo pericolo; ben sapendo io, che in mano di cavalier così gentile e generoso le armi del sapere faranno per me l’ufizio solamente di scudo. Con questa bella fidanza, e più con quella di far sì conoscere a voi, se non l’ingegno, di cui sento la mia povertà, almen l’ossequio, che a voi porto, e di cui mi do vanto d’abbondar sopra tutti, io entro in viaggio, e mi fo a ragionar d’un’Arte in teorica, di cui voi illustrate così bene gl’insegnamenti in pratica.

CAPITOLO SECONDO

Pochi essere i buoni poeti, molti i maestri. Potersi aggiungere nuovi lumi alla poetica; e ciò si tenta in quest’opera. Cosa lecita, anzi utile il censurare i grandi uomini.

Moltissimi sono i verseggiatori, pochi i poeti; e non è questa disavventura comune solamente al secolo nostro. Tale fu ancora ne’ tempi andati; e la cagione di ciò parte alla povertà de’ talenti naturali, parte al difetto de gli studi necessari potremo attribuire. Altri non giunge alla gloria di buon poeta, perchè la natura il fornì d’ingegno poco felice; altri si rimane dietro [1] alla strada, perchè o non aiuta coll’Arte il benefizio della natura, o gli manca una sicura scorta nel cammino, o pure non prende il sentiero migliore. Poco, o niun soccorso debbono da me sperare i primi: qualche aiuto posso io promettere a i secondi, qualora felicemente da me si conduca a fine quanto vo ora meditando.

Conosco io veramente, che l’Arte Poetica è provveduta di valenti maestri, e che sembra, se non impossibile, almeno difficil cosa l’aggiungere precetti e lumi a ciò, che dai Greci, dai Latini, e spezialmente degl’Italiani è in questa professione insegnato. Ma i primi di costoro, come Aristotele, ed Orazio, non han pienamente soddisfatto al bisogno de gli studiosi, perchè coll’Opere loro, che pure son d’oro, compiutamente non esposero tutto il bello, e tutti i primi principî dell’Arte. De gli altri poscia alcuni si sono, per così dire, fermati sulla corteccia delle cose, facendoci vedere la sola esterna bellezza, e materiale economia de’ poemi, senza ben penetrar nell’interno, e scoprir l’anima, e lo spirito d’essi. Altri si sono studiati di scoprire a i lettori la perfezione della poesia coll’esaminare i componimenti altrui, fondando per lo più la ragione di lodarli, o biasimarli sopra l’esempio de’ poeti antichi, e su i precetti venerabili de’ Legislatori. E pure, siccome per difendere, così per condannare una qualche invenzione Poetica, egli non dovrebbe bastarci di produrre gli esempi, e l’autorità de’ vecchi scrittori, o il dire, che queste mancano [2] . Imperocchè o gli esempi recati possono anch’essi talora chiamarsi errori (come si scorge nella Difesa di Dante composta dal dottissimo Jacopo Mazzoni) o gli antichi maestri, per non aver tutto preveduto, non hanno bastevolmente fondato tutte le Leggi necessarie alla Repubblica Poetica.

Oltre a ciò, io non so come, la sperienza ci fa sapere, che non ostante sì gran copia di scrittori in questa materia, pochissimi tuttavolta sono coloro, che sappiano render ragione del gusto loro, benchè purgato, e lodevole. Cioè non sanno essi ben dire, perchè sia Virgilio sì eccellente poeta, Cicerone sì egregio Oratore, Livio sì valente Istorico. Non minor fatica durano essi per ispiegar la cagione, per cui Stazio, Claudiano, Valerio Flacco ed [3] altri simili poeti sieno cotanto inferiori a Virgilio. E ancor molto meno sanno alcuni conoscere ne gli stessi più accreditati poemi le parti, che son più belle in paragon dell’altre men belle, e distinguere le imperfezioni dalle perfezioni, il falso dal vero, e dove i poeti felicemente volano, dove radono il suolo, e dove urtano in alcun degli estremi, onde è costeggiato il cammino diritto, che conduce in Parnaso.

Utile dunque, anzi necessaria cosa egli sarebbe il ben discernere i primi principî, le ragioni fondamentali, e il bello interno dell’Arte Poetica, consistendo in ciò la pienezza di quel buon gusto, senza cui non si può divenir perfetto poeta, e con cui solo dee sperarsi di poter ben giudicare, o gustare gli altrui perfettissimi parti, come ancor condannare con giusta censura gli errori altrui. A questo buon gusto quantunque per me si confessi, che ci possono condurre i libri di tanti eccellenti maestri, pubblicati finora, pure intenderei anch’io d’incamminar gli studiosi per una via, che vorrei fosse ben più facile, e piana delle finora scoperte. come per avventura essa è alquanto più nuova dell’altre. E ciò da me in parte si tenterà nel rappresentare con varie osservazioni non tanto la perfezione, richiesta alla poesia, quanto i difetti, a’ quali è la poesia sottoposta, e da’ quali dovrà liberarsi, affinchè essa, e i suoi professori sieno da qui avanti convenevolmente lodati. Esporrò nel medesimo tempo le Virtù Poetiche più luminose, e principalmente quelle dello Stile, rintracciando le interne cagioni della sua bellezza, o deformità, e scoprendo qualche miniera, almeno alla gioventù innamorata delle lettere amene, per mezzo di cui si possano in avvenire adornar di più sode, e preziose gemme i poetici lavori.

Se io sia per eseguire ciò, che ora propongo, non so ben dire, e per altro a me non è lecito usurpar la giurisdizione di questo giudicio, riserbata a i soli lettori. Dirò bensì, che quando io ad altro non giungessi, potrei almeno con questo picciolo saggio risvegliare intelletti più fortunati del mio, i quali sovvenissero al bisogno altrui, e portassero alla poesia un beneficio da me certo sommamente desiderato, ma forse infelicemente a lei da me proccurato. Aggiungerò eziandio, che in questa impresa convenendo per maggior vantaggio, e diletto di chi legge, bene spesso far vedere in pratica ciò, che s’anderà sponendo in teorica, io per lo più mi varrò d’esempi tratti da i più riguardevoli poeti sì moderni, come antichi, pesandone il lor valore, o difetto, con fievole bilancia sì, ma senza passione. Il che facendo io, non dovrà alcuno accusarmi di presunzione, perchè io citi al mio tribunale, e condanni talvolta uomini già dal consentimento universale consecrati all’immortalità. Perciocchè queste famose penne forse non congiunsero alla felicità de’ loro Ingegni anche il pregio d’essere impeccabili. Senza che, dirò col Cardinale Sforza Pallavicino, gl’insegnatori dell’Arti non deono menzionare le imperfezioni, se non d’Artefici segnalati, come più malagevoli ad esser conosciute, e più pericolose ad essere imitate, per l’autorità di quel nome, tra la cui luce quelle macchiette ancora quasi raggi risplendono. La quale autorità è di sì gran forza per indorare i difetti, che potè cavar di bocca ad un gran Filosofo, che anzi chiamarebbe virtuosa l’ubbriachezza, che vizioso Catone. Nel rimanente non si può fare ad un uomo il più desiderabil’elogio, che biasimarlo in poco, e lodarlo in molto. Ciò posto, poichè il desiderio mio tende spezialmente alla gloria, al profitto, e anche alla difesa della poesia Italiana, che è calunniata da alcuni, e non ancor ben’intesa, e gustata da altri, egli mi par necessario, prima di tutto, il brevemente esporre l’origine, gli avanzamenti, le disavventure, e lo stato presente della detta poesia, potendosi da ciò intendere per tempi, quale sia stata, e quale oggidì sia la gloria, e il gusto de gl’Italiani in tal professione.

CAPITOLO TERZO

Cangiamento della lingua Latina nella Volgare Italiana. Siciliani, ed altri antichi poeti d’Italia. Rime di Dante, e d’altri non ancor pubblicate. Buon gusto del Cavalcanti, di Cino, del Petrarca, e d’altri poeti. Trattati antichi della Volgar poesia. Autori del Secolo XV e del seguente. Stato della poesia Italiana nel Secolo XVII, suoi difetti, e sua riforma. Opinioni d’alcuni scrittori Franzesi. Inondazione universale del pessimo gusto. Questa ora è cessata.

Prima che lo splendore, e l’autorità del Romano Imperio cominciasse a cadere, aveva già cominciato a rovinare la bellezza dell’Idioma Latino. Il volgo di Roma ne’ tempi stessi di Cicerone, cioè nel Secolo d’oro di quella lingua, usava un Linguaggio poco puro, e mischiato, con barbarismi, e solecismi. Andò crescendo poscia di mano in mano la rovina del parlar Latino, sì per lo concorso delle Nazioni straniere a Roma, e sì per l’inondazione de’ Goti, degli Unni, degli Eruli, de’ Greci, Langobardi, Franchi, e Tedeschi, da’ quali fu più volte sconvolta, saccheggiata, e signoreggiata l’infelice Italia. Così a poco a poco il volgo di questa bella Provincia, oltre all’adottare moltissimi vocaboli forestieri, andò ancora alterando i propri, cioè i Latini, cambiando le terminazioni delle parole, accorciandole, allungandole, e corrompendole. In somma se ne formò un nuovo Linguaggio, che Volgare si appellava, perchè usato dal volgo d’Italia. Mantenevasi però tuttavia in bocca, e nelle scritture degli uomini l’uso della lingua Latina, ed era questa ancor dal volgo intesa, benchè non praticata; onde i pubblici contratti, le Prediche, le pistole, i versi, e finalmente i Libri erano sposti non colla Volgare, ma colla Latina favella. Essendosi dappoi cotanto allontanato il parlare del volgo da quel de’ dotti, che difficilmente dal rozzo popolo s’intendeva, o punto non s’intendeva il Latino, s’avvisarono alcuni di adoperar l’Idioma Volgare ancor nelle Scritture, come quello, che comunemente era inteso, e parlato. Quando ciò precisamente avvenisse, noi nol sappiamo, perchè l’ignoranza, e barbarie di que’ tempi non ne lasciò memoria, o non compose tali Opere, che meritassero di vivere infino a i tempi nostri. Egli è nondimeno probabile, che nel secolo dodicesimo, cioè dopo il 1100 si cominciasse alquanto a scrivere in questo nuovo Linguaggio; ed è poi certissimo, che nel secolo seguente, cioè dopo il 1200 molti valentuomini si diedero a coltivar questa lingua, la quale salì poi solamente nell’altro secolo appresso, per valore spezialmente de’ Toscani, in alto grado di riputazione.

Ora i primi, che di lei si valessero, può francamente dirsi, che fossero i poeti. L’essere costoro per l’ordinario innamorati, e l’aver eglino desiderio di far conoscere l’ingegno proprio, e la grandezza dell’affetto alle persone amate, fu, come suol l’essere anche oggidì, la cagione, per cui essi componessero versi amorosi. Ma ben vedendo, che il Linguaggio Latino poco avrebbe giovato al lor fine, perchè oramai più non inteso dal sesso debole, si rivolsero al Volgare, e con esso diedersi a poetare. Tal principio adunque ebbe l’Italica, e Volgar poesia; e i Siciliani furono i primi, che usassero in tal maniera la lingua Italiana. Di loro fa menzione il Petrarca nel Cap. 4 del Trionfo d’Amore, dicendo, che furono bensì primi fra’ poeti d’Italia, ma che tenevano l’ultimo luogo, paragonati con altri poeti Toscani e Bolognesi. I versi del Petrarca son questi.

Ecco i duo Guidi, che già furo in prezzo;

Onesto Bolognese; e i Siciliani,

Che fur già primi, e quivi eran da sezzo.

Ma più apertamente ne parla il medesimo autore nella Pistola, che è posta davanti a i Libri delle sue Lettere famigliari. Accennando egli l’Opere da se composte, dice che parte erano in Prosa, parte in versi Latini, e oltre a ciò pars mulcendis vulgi auribus intenta, suis et ipsa legibus utebatur, quod genus apud Siculos (ut fama est) non multis ante seculis renatum, brevi per omnem Italiam, ac longius manavit, apud Grecorum olim, ac Latinorum vetustissimos celebratum, siquidem et Romanos vulgares rythmico tantum carmine uti solitos accepimus. Intende il Petrarca i suoi Versi volgari, la qual sorta di poesia, dice egli, ch’era tornata a nascere presso a’ Siciliani. E dice tornata a nascere, perchè egli aveva udito dire, che ancora il volgo Romano antichissimamente usava sì fatti versi, o Rime. Ed è ben da considerarsi ciò, ch’egli dice intorno al tempo, in cui cominciò a costumarsi questa Volgar poesia, cioè non molti secoli prima. Il che certamente ci può far credere, che l’Italia nostra abbia poca, o niuna obbligazione a’ Provenzali, dopo de’ quali, e da’ quali comunemente s’è creduto, che gl’Italiani apprendessero la maniera del poetare in lingua Volgare. Imperocchè fiorirono i Provenzali per la maggior parte dopo il 1100 e nello stesso tempo, anzi prima, dovettero pure i Siciliani far Versi Volgari, se è vero ciò, che scrive il nostro Petrarca, cioè ch’essi in tal guisa componessero alcuni secoli prima del 1360 intorno al qual tempo egli scrisse la mentovata epistola. Anzi essendo egli di parere, che da i Siciliani passasse nell’Italia, e ancor fuori d’Italia questo uso di poetar volgare; più tosto la Provenza dall’Italia, che l’Italia dalla Provenza ha da riconoscere l’uso della Volgar poesia.

Comunque sia passata questa faccenda, egli è certo, che poche Rime de’ Siciliani son pervenute a’ nostri giorni. Tuttavia ne resta un saggio di quelle di Federico II. Imperadore e Re di Sicilia, del Re Enzo suo figliuolo, di Pietro dalle Vigne Segretario di Federico, di Guido dalle Colonne Giudice Messinese, e di Jacopo da Lentino, le quali furono date alla luce da Bernardo Giunta in Venezia. Da queste poche Rime si fa ben palese, che con qualche ragione il Petrarca mostrò di non apprezzar molto i poeti Siciliani, perchè quegli ebbero il merito bensì d’essere i primi a compor Versi Volgari, ma non la fortuna d’essere eccellenti poeti. Siccome alquanto barbara è la lor favella, rozze le lor locuzioni, così ordinariamente non molto leggiadri, poco nobili, e non assai chiari si veggono i lor sentimenti. Fra essi nulladimeno alcun ve n’ha, che merita lode, come per esempio in una Canzone di Guido Giudice alla sua Donna si legge la seguente stanza.

Non dico, che alla vostra gran bellezza

Orgoglio non convegna, e stiale bene;

Che a bella Donna orgoglio ben convene,

Che la mantene in pregio, ed in grandezza.

Troppa alterezza è quella, che sconvene:

Di grande orgoglio mai ben avvene.

Dunque, Madonna, la vostra durezza

Convertasi in pietanza, e si raffrene;

Non si distenda tanto, che mi pera.

Lo Sol sta alto, e si face lumera

Viva, quanto più in alto ha a passare.

Vostro orgogliare donqua, e vostra altezza

Mi faccian prode, e tornino in dolcezza.

Alla Corte di Federico II Imperadore, allorchè si fermò in Sicilia, usavano parecchi altri valentuomini Italiani, che apprendendo l’uso della Volgar poesia lo portarono poscia alle Patrie loro, e lo proparagono meglio per tutta l’Italia. Ciò seguì dopo il 1220, ed allora cominciarono a fiorire i poeti Volgari della Toscana, in Bologna, ed in altre città Italiane. Contò Arezzo il suo Guittone; Lucca il suo Bonagiunta; Siena Folcacchiero de’ Folcacchieri, Mino Moccato, ed altri; Pisa Gallo; Pistoia Messer Cino; Todi il B. Jacopone; Barberino Messer Francesco; Firenze Guido Cavalcanti, Ser Brunetto, Guido Lapo, Farinata de gli Uberti, Dino Frescobaldi, Dante Alighieri, ed altri assai; Bologna Guido Guinizello, e Guido Ghisolieri, Fabrizio, Onesto, Semprebene, Bernardo, Jacopo della Lana, ed altri; per tacer di non pochi, de’ quali fa menzione l’Ab. GiovanMario de’ Crescimbeni nell’Istoria della Volgar poesia. Ne’ Versi di costoro può veramente dirsi, che l’Italica poesia cominciasse a spiegar le penne, e ad acquistar la sua nobiltà. Oltre alla lingua men rozza, e ruvida, oltre alle frasi più leggiadre, si vede in quelle Rime un pensar più sublime, più dotto, e più gentile di quel, che prima s’usava. A Guitton d’Arezzo massimamente ha questa obbligazione la nostra poesia, e forse ancor più a Guido Guinizelli, il qual da Dante è appellato Padre suo, e de gli altri poeti migliori, che mai Rime d’Amor usar dolci, e leggiadre.

Credesi pure, che questo Guido fosse il primo, che cominciasse a trattare in versi volgari cose Filosofiche, sottili, e dotte; poichè Bonagiunta da Lucca in un sonetto così gli scrive:

Voi, che avete mutata la maniera

Delli piacenti detti dell’Amore,

Dalla forma dell’esser, là dov’era,

Per avanzare ogni altro Trovatore.

In ciò fu il Guinizello poscia imitato da Guido Cavalcanti, dal grande Alighieri, e da altri, i quali si dipartirono talvolta dagli argomenti amorosi, e congiunsero la Filosofia, e l’altre Scienze colla poesia Volgare.

Ma contuttochè questi valentuomini superassero di gran lunga i poeti Siciliani, pure non portarono ad una compiuta perfezione la poesia, notandosi ne’ lor versi non solo qualche rozzezza di lingua, accompagnata alle volte da molta oscurità ne’ sentimenti, e nelle forme di dire, da poco numero, o sia da una languida armonia di verso; ma ancora uno stile talvolta asciutto, e prosaico, e uno spiegar non rade volte con bassezza i pensieri, che anch’essi le più delle volte poco s’alzano da terra. Egli si dee nondimeno avvertire, che ottimo è il gusto di tutti i Rimatori di quel tempo, e che niuno per l’ordinario torce dal buon sentiero, essendo, se non sempre belli in vista, sempre nell’interno sani i lor pensieri, e concetti. Si ha pur da confessare, che alcuni di que’ poeti son maravigliosi, e degni di somma lode, quantunque non sieno esenti dalle divisate macchie. Fra costoro senza dubbio occupa i primi scanni Dante il grande, cioè l’Alighieri, poichè l’altro di Majano è assai barbaro di lingua, e senza paragone inferiore all’altro. Troppo è famosa la sua, come chiamasi, divina Commedia; ma io per me non ho minore stima delle sue Liriche Poesie; anzi porto opinione, che in queste risplenda qualche virtù, che non appar sì sovente nel maggior poema. E ne’ Sonetti, e nelle Canzoni sue si scopre un’aria di felicissimo poeta; veggionsi quivi molte gemme, tuttochè alle volte mal pulite, o legate. Nè la rozzezza impedisce il riconoscere ne’ suoi versi un pensar sugoso, nobile, e gentile, siccome darò a vedere in luogo più acconcio, dove spiegherò una delle sue Canzoni. Intanto mi sia lecito di dire, che si è fatto in certa maniera torto al merito di Dante, avendo finora tanti Spositori solamente rivolto il loro studio al illustrar la divina Commedia, senza punto darsi cura de’ componimenti Lirici. Sarebbono essi tuttavia privi di commento, se il medesimo Dante non ne avesse comentati alcuni sì nel Convito amoroso, come nella Vita nuova. E pure, non men della Commedia sua, meritano queste altre Opere d’esser adornate con nobili, e dotte osservazioni; tantochè potrebbe qualche valentuomo in illustrandole conseguir non poca gloria fra i Letterati.

Converrebbe altresì far nuove diligenze per pubblicar altre sue Rime, non ancor date alla luce nelle Raccolte di Bernardo Giunta, di Jacopo Corbinelli, e di Leone Allacci. Alcune io n’ho vedute in un Codice della Biblioteca Ambrosiana, scritto a penna già saran trecento anni. E benchè non sieno o di grande importanza, o necessarie per accrescer la gloria di Dante; pure ancor le minime cose de gli uomini grandi sono anch’esse, per dir così, grandi; e se non per merito d’esse, per venerazione almeno de’ lor padri, si debbono stimar non poco. Ecco un sonetto solo, preso da quel Codice, ch’io porgerò scritto con migliore ortografia, benchè non senza qualche storpiatura ne’ sensi, cagionata in tutto il rimanente ancora del libro, dall’ignoranza del vecchio copista. Quivi parla Dante, come io stimo, di Beatrice, col qual nome significava egli la vera Sapienza.

Di Donne io vidi una gentile schiera

Quest’Ognissanti prossimo passato,

Et una ne venia quasi primiera,

Seco menando Amor dal destro lato.

Da gli occhi suoi gittava una lumiera,

La qual pareva un spirito infiammato.

Et i’ ebbi tanto ardir, che in la sua cera

Guardando, vidi un Angiol figurato.

A chi era degno poi dava salute

Con gli atti suoi quella benigna, e piana,

Empiendo il core a ciascun di vertute.

Credo, che in Ciel nascesse esta soprana,

E venne in terra per nostra salute.

Dunque beata chi l’è prossimana.

Un altro sonetto dimostra, in che tempo Dante lo scrivesse, terminando con questi due versi:

E fu di Giugno venti dell’entrante

Anni mille dugiento nonantuno

Nel medesimo Codice si leggono pure, oltre a quei di Dante, altri Sonetti di Guido Cavalcanti, di Messer Antonio da Ferrara, di un certo Menghino, di Pietro da Siena, di Giovanni Quirino, a cui Dante scrive più d’un sonetto, e d’altri Autori, che fiorirono a’ tempi del Petrarca. Il mentovato Pietro da Siena termina così un sonetto da lui indirizzato al Petrarca:

Deh apri lo stil tuo d’alta eloquenza,

E vogli alquanto me certificare,

Qual prima fu o Speranza, od Amore.

A cui risponde il Petrarca con un altro sonetto, i cui Terzetti son tali:

Ma credo, che in un punto dentro al core

Nasca Amore, e Speranza, e mai l’un senza

L’altro non possa nel principio stare.

Se ’l desiato Ben per sua presenza

Queta poi l’Alma, siccome a me pare,

Vive Amor solo, e la sorella muore.

Non giurerei, che fosse del Petrarca una tal risposta; ma in una Vita di lui, ampiamente scritta da un uomo di rara erudizione, e conservata pur Ms. nell’Ambrosiana, si leggono parimente questi due Sonetti, il primo de’ quali non a Pietro da Siena, ma bensì ad Antonio da Ferrara, e il secondo al Petrarca sono attribuiti.

Richiederebbe similmente la venerazione da noi dovuta all’antichità, che oltre alle Rime di Dante se ne raccogliessero altre non ancor pubblicate di Guido Cavalcanti, di Guido Guinizello, di Cino da Pistoia, di Guitton d’Arezzo, di Franceschin de gli Albizi, e d’altri. A questo fine io qui registrerò certe notizie, che potranno servir di lume a chi volesse imprendere una sì degna fatica. Le ho io raccolte da un Ms. di Alfonso Gioja Ferrarese, uomo di molta letteratura; e conservasi questo Codice nella Biblioteca Estense. Di Cino da Pistoia, come afferma il suddetto autore, ci sono da cinquanta, e più Sonetti, non veduti dal Giunta, e non istampati ancora, de’ quali ce ne ha alcuni rispetto a quel tempo assai belli, come pure dodici Ballate, e nove Canzoni. Di Guido Cavalcanti oltre a gli stampati ci sono altri Sonetti, un de’ quali comincia:

Certo... è dell’intelletto accolto

E un altro:

Avete voi li fiori, e la verdura.

Il principio d’un altro è tale:

Ciascuna fresca, e dolce fonte...

Che fu da lui fatto in risposta ad uno mandatogli da Ser Bernardo da Bologna. E un altro, che comincia:

Io spero, che la mia disavventura.

E un altro: Morte ... il ... Un altro: Novelle ti so dir etc. Un altro: Veder potete etc. Un altro: Biltà di donna etc. che truovasi ora stampato dal Castelvetro nelle Sposizioni delle Rime del Petrarca. Un altro: Un’amoroso sguardo etc. Un altro: Se non ... già etc. E un altro, ch’egli scrive a Guido Orlandi, e che comincia: La Bella Donna etc. e v’è la risposta d’esso Guido Orlandi. Del medesimo Cavalcanti si son vedute Mss. molte belle Canzoni, oltre alla famosa, che comincia: Donna mi prega etc. Una d’esse ha questo principio:

Io non pensava, che ’l cor giammai.

Un’altra: Io prego voi etc. E una Ballata, che comincia:

Sol per pietà ti prego giovanezza.

Di Guitton d’Arezzo si trova ancora una Canzone Ms. il cui principio è: Amor, non ho podere. Restano pure di Franceschin de gli Albizi Fiorentino due Serventesi, l’uno de’ quali è molto riguardevole. Visse probabilmente costui dopo Dante, e non so come il suo nome fuggisse dalla penna dell’erudito Ab. Crescimbeni nell’Istoria della Volgar poesia. Di Lapo Gianni si truovano eziandio alcune Canzoni, e Ballate Mss. presso a nove. Credesi, che questo autore vivesse molto prima di Dante; ma la sua maniera di comporre nol mostra, essendo privo delle voci antiche. Di Guido Guinizello Bolognese restano altre Canzoni, e Sonetti non pochi, perchè, dice il Gioia, si sono veduti da 12 Sonetti, e 4 Canzoni, senza la stampata, in un antico libro. Non si sono finora stampate due altre Canzoni, e due Sonetti di Bonagiunta Urbiciani da Lucca. Di Jacopo da Lentino Notaio si son veduti alcuni Sonetti; nè può già credersi, che questi sia quel Jacopo Notaio, di cui porta un sonetto il nostro Castelvetro nella Sposizione al sonetto centesimo del Petrarca, perchè questo sonetto è molto leggiadro, nè sente dell’antichità, come sentono i versi da noi accennati. Di Pietro dalle Vigne restano tuttavia due altre Canzoni Mss. Quando gli Autori fin qui memorati altro merito non avessero, che quello d’essere stati Padri dell’Italica Volgar poesia, pur sarebbero degne l’Opere loro di comparire alla luce. Ma certo è, che oltre a quelle di Dante sono assai commendabili le Rime di Guittone, di Guido Guinizello, di M. Cino, e d’altri di que’ venerabili scrittori. Certo è altresì, che non poco splendore viene alla Volgar poesia dall’aver avuto uomini sì valorosi tanto per tempo. Da essi il Petrarca, e i Rimatori seguenti presero molte gemme, più che Virgilio non fece da’ versi d’Ennio. E di fatti s’osservano quivi semi d’altissime cose, nobili pensieri, vive immagini, le quali con pazienza trascelte, e raccolte da’ rozzi, ed oscuri lor versi, possono maravigliosamente servire a’ moderni poeti per bene comporre.

In pruova di ciò voglio rapportare alcun passo dalle Rime loro stampate, affinchè si scorga la nobiltà, la fortuna, e il buon gusto della nostra Volgar poesia infino in que’ tempi. Ecco un sonetto del Cavalcanti.

Chi è questa, che vien, ch’ogn’uom la mira?

Che fa tremar di caritate l’a’ re?

E mena seco Amor, sì che parlare

Null’uom ne puote, ma ciascun sospira?

Ahi Dio, che sembra, quando gli occhi gira.

Dicalo Amor, ch’io nol saprei contare.

Cotanto d’umiltà Donna mi pare,

Che ciascun’altra inver di lei chiam’ ira.

Non si potria contar la sua piacenza;

Che a lei s’inchina ogni gentil Vertute,

E la Biltate per sua Dea la mostra.

Non è sì alta già la mente nostra,

E non s’è posta in noi tanta salute,

Che propriamente n’abbiam conoscenza.

Comincia il medesimo autore un altro sonetto in tal guisa.

Deh spirti miei, quando voi me vedite

Con tanta pena, come non mandate

Fuor della mente parole adornate

Di pianto doloroso, e sbigottite?

Ecco pure il principio d’una sua Ballata.

In un boschetto trovai Pastorella

Più che una Stella bella al mio parere.

Capegli avea biondetti, e ricciutelli,

E gli occhi pien d’amor, ciera rosata.

Con sua verghetta pasturava agnelli,

E scalza, e di rugiada era bagnata.

Cantava, come fosse innamorata:

Era adornata di tutto piacere.

Così ne comincia egli un’altra.

Perch’io non spero di tornar giammai,

Ballatetta, in Toscana;

Va tu leggiera, e piana,

Dritto alla Donna mia,

Che per sua cortesia

Ti farà molto onore.

Tu porterai novelle de’ sospiri,

Piene di doglia, e di molta paura ecc.

Se tu mi vuoi servire,

Mena l’anima teco

(Di ciò molto ti prego)

Quando uscirà del core.

Deh Ballatetta, alla tua amistate

Quest’anima, che trema, raccomando.

Menala teco nella sua pietate

A quella bella Donna, a cui ti mando.

Deh Ballatetta, dille sospirando,

Quando le sei presente:

Questa nostra Servente

Vien per istar con vui,

Partita da colui,

Che fu servo d’Amore.

Tu voce sbigottita, e deboletta,

Ch’esci piangendo dello cor dolente,

Con l’anima, e con questa Ballatetta

Vai ragionando della strutta mente;

Voi troverete una Donna piacente

Di sì dolce intelletto,

Che vi sarà diletto

Davanti starle ognora.

anima e tu l’adora

Sempre nel suo valore.

Odasi ora un sonetto di M. Cino da Pistoia, la cui invenzione mi par sommamente leggiadra, e pellegrina.

La bella Donna, che in vertù d’Amore

Mi passoe per gli occhi entro la mente,

Irata, e disdegnosa spessamente

Si volge nelle parti, ove sta ’l core;

E dice: S’io non vo di quinci fuore,

Tu ne morrai, s’io posso, tostamente.

E quei si stringe paventosamente,

Che ben conosce, quanto è ’l suo valore.

L’anima mia, che intende este parole,

Si lieva trista per partirsi allora

Dinanzi a Lei, che tant’orgoglio mena.

Ma vienle incontra Amor, che se ne duole,

Dicendo: tu non te n’andrai ancora:

E tanto fa, che la ritiene appena.

Il medesimo Cino in un Madriale così ragiona.

Madonna, la pietate,

Che v’addimandan tutti i miei sospiri,

È sol, che vi degniate, ch’io vi miri.

Io sento sì ’l disdegno,

Che voi mostrate contro al mirar mio,

Che a veder non vi vegno,

E morronne, sì grande n’ho il desio.

Dunque mercè per Dio.

Del mirar sol, che appaga i miei desiri,

La vostra grande altezza non s’adiri.

Aggiungiamo un sonetto di Guitton d’Arezzo.

Quanto più mi destrugge il mio pensiero,

Che la durezza altrui produsse al mondo,

Tanto ognor, lasso, in lui più mi profondo;

E col fuggir della speranza, spero.

Eo parlo meco, e riconosco in vero,

Che mancherò sotto sì grave pondo;

Ma ’l meo fermo disio tant’è giocondo,

Ch’eo bramo, e seguo la cagion, ch’eo pero.

Ben forse alcun verrà dopo qualch’anno,

Il qual, leggendo i miei sospiri in rima,

Si dolerà della mia dura sorte.

E chi sa, che Colei, ch’or non mi estima,

Visto con il mio mal giunto il suo danno,

Non deggia lagrimar della mia morte?

Comincia pure il medesimo una sua Ballata con queste parole.

Noi siam sospiri di pietà formati,

Donna, per farvi fede,

Che ’l servo vostro, che qui n’ha mandati,

Non può più in vita star senza mercede.

Si contenti nondimeno Dante con tutti i rimatori antichi fin qui lodati, ch’io pubblichi la Volgar poesia di gran lunga più fortunata ne’ tempi di Francesco Petrarca. L’ingegno veramente maraviglioso di questo grand’uomo nato nell’A. 1304 morto l’A. 1374 ereditò tutte le virtù de’ vecchi poeti, ma non già i loro difetti. Il perchè tanto crebbe per opera sua la bellezza della Lirica nostra, che pervenne a singolar perfezione. Se io volessi qui sporre l’ottimo gusto del Petrarca, e dovrei ridire quanto è oramai noto all’Europa tutta, e converrebbemi spendere gran tempo; onde io voglio riserbare ad altri luoghi una tale impresa. Dirò solamente per ora, che la leggiadria della lingua, la bellezza dello Stile, la nobiltà de’ pensieri, con cui son tessute le Rime del Petrarca, giustamente gli hanno guadagnato il titolo di Principe de’ poeti Lirici d’Italia; nè finora è venuto fatto ad alcuno di torgli sì bel pregio. Anzi pochi son quegli, che sieno aggiunti a felicemente imitarlo, non che a superarlo. E ben nelle Opere di questo rinomato poeta dovrebbono affissarsi coloro, i quali osano censurare, e per poco dileggiar l’Italica poesia, senza pur conoscere i primi Autori, e maestri d’essa; imperocchè quindi scorgerebbono, qual sia il vero buon gusto, di cui fa professione l’Italia. Certissima cosa intanto egli sia fra noi altri, che potrà dire d’aver profittato assai, e di essere per buon cammino, chiunque molto gusta l’Opera di questo famoso ingegno.

Fiorirono a’ tempi del Petrarca non pochi altri poeti, ma senza paragone inferiori ad esso. Fra questi fu Giovanni Boccaccio, a cui però le Rime non avrebbono assicurata l’eternità del nome, quando egli colle Prose non l’avesse conseguita. E visse pure in que’ tempi Fazio de gli Uberti, poeta non molto fortunato nel suo Dittamondo, ma di assai buon gusto nelle Canzoni, come da una sua stampata dal Giunta si può raccogliere. Fra l’altre cose dice egli con leggiadria:

Io vo chiamando Morte con diletto,

Sì m’è venuta la vita in dispetto.

Io chiamo, io prego, e lusingo la Morte,

Come divota, dolce, e cara amica,

Che non mi sia nemica,

Ma vegna a me, come a sua propria cosa.

Ed ella mi tien chiuse le sue porte,

E sdegnosa ver me par ch’ella dica:

Tu perdi la fatica,

Ch’io non son quì per dare a’ tuoi par posa ecc.

Sette Sonetti di questo autore non ancora stampati ho io veduti in un Codice Ms. della Libreria Ambrosiana.

Per tacer poi di moltissimi altri, parlerò sol di due, perchè amici del Petrarca. Il primo d’essi fu M. Antonio da Ferrara Medico, di cui abbiamo qualche componimento stampato nelle Raccolte del Corbinelli, e di Leone Allacci. In un Codice Ms. e assai antico della mentovata Libreria Ambrosiana, oltre ad alcuni Sonetti di Mino de’ Vanni d’Arezzo sopra l’Inferno di Dante, oltre a certi Capitoli d’un Monaldo, e ad altri versi di differenti poeti, leggonsi pure il Credo volgarizzato, e alcune Canzoni di questo M. Antonio non ancor pubblicate. D’una d’esse è tale il principio.

Il grave carco della soma trista,

Che la possa mancante mia soperchia

Per lungo affanno, e giunge peso al peso,

M’ha tanto offeso, e tanto mi contrista,

Che l’occulto soffrir, che mi soperchia,

Rompe il velame per essere inteso:

Benchè sia acceso omai tanto l’ardore,

Che mi consuma il core,

Che l’acqua al suo soccorso verrà tarda.

Oimè bugiarda, e vana mia speranza,

Che in ogni parte mi cresce l’ardore,

Che fece ad Atteon mutar sembianza;

E tanto avanza miei tormenti rei,

Ch’altro non so parlar, che dire omei.

Di quattro altre sue Canzoni metterò qui i principi.

Le Stelle universali, e i Ciel rotanti ecc.

Però che ’l bene, e ’l mal morir dipende ecc.

Al cor doglioso il bel soccorso è giunto ecc.

Virtù celeste, e titol trionfante ecc.

Tra alcuni suoi Sonetti Mss. evvene pure uno con questo titolo: el predicto M. A. domino Francischo, cioè, come io credo, al Petrarca. Incomincia così:

Deh dite il fonte, donde nasce Amore,

E qual ragione il fa esser sì degno ecc.

Segue la risposta:

Per util, per diletto, e per onore

Amor, ch’è passion, vence suo regno:

Quel solo è da lodar, che drizza il segno

Inver l’onesto, e gli altri caccia fuore ecc.

L’altro amico del Petrarca fu un Conte Ricciardo, del quale ho veduto un sonetto Ms. indirizzato al medesimo Petrarca. Il fine d’esso è tale:

Io spero pure, io spero, ch’a suo tempo

Mi riconduca in più tranquillo porto

Il bel dir vostro, che nel mondo è solo.

Leggesi nel Codice stesso ancor la risposta del Petrarca (se pur è vero) il secondo quadernario di cui è tale:

Io non so qui trovar altro compenso,

Se non ch ’l tempo è breve, e i dì son ratti.

Verrà colei, che sa rompere i patti,

Per torne quinci, ed ha già il mio consenso.

Mill’anni parmi, io non vo’ dir, che morto,

Ma ch’io sia vivo; pur tardi, o per tempo

Spero salire, ov’or pensando volo.

Di voi son certo, ond’io di tempo in tempo

Men pregio il mondo, e più mi riconforto,

Dovendomi partir da tanto duolo.

L’autore antico della Vita Ms. del Petrarca, di cui sopra favellai, rapporta anch’egli questi due Sonetti, e dice che questo Conte Ricciardo si chiamava di Battifolle. Se in un Ms. della Vaticana, di cui si servì l’Allacci, non si leggessero dei Sonetti di questo Conte Ricciardo, potrebbe talun sospettare, che in vece di Ricciardo si avesse da scrivere Roberto, poichè ancor questi era Conte di Battifolle, e a lui scrisse il Petrarca due lettere, appellandolo studioso della poesia.

Nè lascerò io di dire, che ben per tempo ebbe la volgar poesia un’altra gloria, e fu quella d’avere scrittori, che trattarono maestrevolmente d’essa. Il primo in tale impresa fu il gran filosofo Dante, il quale compose un libretto in Prosa Latina intitolato de vulgari eloquentia. Questo libro, trasportato in Italiano, fu dato alla luce dal Trissino, ma non senza gravi richiami d’alcuni scrittori, a quali non potè parere opera di Dante. Le ragioni però da essi apportate contra l’origine legittima di tal trattato, non sono sì robuste, che s’abbia tanto di leggieri da cedere alla loro opinione. Degna è di Dante quella fatica, ed io solamente non saprei credere al Trissino, quando egli ne attribuisce la traduzione a Dante medesimo, parendomi lo stile di questo libro ben poco somigliante a quel, che si vede nell’altre opere dell’Alighieri. Quantunque però potesse dubitarsi del libro ora stampato, sempre è certo, che una simile opera fu composta da Dante, avendo noi in ciò la testimonianza del Boccaccio, e di Giovanni Villani.

Altrettanto è certo, che pochi anni dopo la morte di Dante (accaduta nel mese di Luglio del 1321 secondo il detto Villani, o pur di Settembre secondochè ho osservato in un antichissimo testo della sua Commedia Ms. e in altri Mss. della Libreria Estense) M. Antonio da Tempo o di Tempo Giudice Padovano compose un Trattato Latino di Poetica Volgare. Una ben vecchia copia Ms. di questa Poetica si conserva scritta a penna l’A. 1332 nella Libreria lasciata da S. Carlo Borromeo al Capitolo della Metropolitana di Milano, ed ha questo titolo: Incipit Summa Artis Ritmici vulgaris dictaminis, composita ab Antonio de Tempo Judice Cive Paduano ad illustrem Principem Albertum de la Scala. A. D. millesimo trecentesimo trigesimo secundo. Il suo principio è tale: Ex generosæ prosapiæ Scala oriundo, inclyto, ac strenuo Domino suo Domino Alberto etc. considerato quod de Rhitmis vulgaribus per aliquam artem, quæ meis fuerit oculis, aut auribus intimata, non fuit per alios præcedentes aliquid sub regulis, aut determinato modo, vel exemplis hucusque theorice nuncupatum, quod ad doctrinam aliquam saltem rudium in hujusmodi licet modica sententia posset accedere; sed solum quidam cursus, et consuetudo ritmandi, quæ, ut puto, a bonis, et dignis veteribus habuit principium; quidquid etiam per ritmatores quasi accidentaliter, et practice, non autem magistraliter usitatum. Idcirco ductus reverentia, et inveteratæ subjectionis amore magnifici domini mei prælibati domini Alberti de la Scala Ego Antonius de Tempo, Judex licet parvus, Civis Paduanus et, quæ circa hoc per observari etc. Ancor Bernardino Scardeoni nel lib. 2 classe 11 delle Antichità di Padova, attesta che l’A. 1332 fu divolgata questa Opera; e una copia d’essa abbiamo pur Ms. nella Biblioteca Estense. Quivi potrebbe pascersi la curiosità de’ lettori in mirando raccolte tutte le spezie de’ componimenti poetici volgari, usati in que’ tempi, alcuni de’ quali oggidì parrebbono molto strani. Fra l’altre cose dice egli, che Ritmorum vulgarium septem sunt genera. Primum est Sonetus. 2. Ballata. 3. Cantio extensa. 4. Rotundellus. 5. Mandrialis. 6. Serventesius. 7. Motus confectus. Spiegando poi il sonetto scrive, che Sonetorum 16 sunt species; scilicet: simplex, duplex, dimidiatus, caudatus, continuus, incatenatus, duodenarius, repetitus, retrogradus, semiliteratus, metricus, bilinguis, mutus, septenarius, communis, retornellatus etc. Di ciascun de’ quali rapporta egli qualche esempio. Una sola volta nomina egli Dante, ma non mai il Petrarca, segno ch’egli visse dopo il primo, e che compose il suo libro, prima che le Rime dell’altro fossero fatte, o note in Italia. Dal che si può eziandio argomentare, che non a questo Antonio da Tempo, ma ad un altro, s’hanno da attribuire alcuni Comenti stampati sopra il Canzoniere del Petrarca.

Per altro il rimanente de’ poeti, che fiorirono a’ tempi del Petrarca, o dopo la sua morte, non ebbero le Muse assai favorevoli, tuttochè non possa dirsi, che il gusto loro sia stato vizioso. Meritano molta stima alcuni, che vissero intorno a gli Anni del Signore 1400 e seguenti, cioè Buonacorso Montemagno, Cino Rinuccini, Franco Sacchetti, e Giusto de’ Conti, imitatori tutti del famoso Petrarca. L’ultimo spezialmente di costoro mi par sì abbondante di leggiadria, e nobiltà nelle sue Rime, ch’io non avrei molta difficoltà di annoverarlo fra i primi poeti della nostra Italia. Ma nel Secolo appresso, cioè dopo il 1400 non solamente la lingua, ma ancor la poesia Italiana perdettero non poco dello splendore acquistato, non già perchè mancassero scrittori, e poeti, ma perchè non posero essi gran cura nel ben coltivare, e l’una, e l’altra professione. Molti di loro son registrati nella storia della Volgar poesia del soprammentovato Ab. Crescimbeni; più altri ancora se ne registreranno dal medesimo nella continuazione delle sue Opere; e intorno ad essi pensa pur di pubblicare moltissime notizie il Sig. Apostolo [4] Zeno. Io ancora n’ho veduto degli altri in un Codice della Biblioteca Estense scritto a mano intorno alla metà del Secolo medesimo, ove son le Rime del Petrarca mischiate con alcune di Marco Recaneto Veneziano, di un altro Marco Piacentino Veneziano (se pur non è lo stesso) di un certo Ulisse, d’un Albertino, di Lanzelotto da Piacenza, di Simon da Siena, di Leonardo Giustiniani, e d’altri, fra le Rime de’ quali si conta pure, non so con qual fondamento, un sonetto di S. Tommaso d’Aquino vivuto verso il 1250. D’altri poeti Toscani di quel tempo ho veduto componimenti in un Codice Ms. dell’Ambrosiana molto scorretto, cioè del Conte Francesco di Poppi, di Luca Pitti, Filippo Lapacesni, Filippo Ischarelatti, o sia Scarlatti, M. Francesco di Bellese, Filippo Arnolfi, Giovanni de’ Nerli ecc. Non verrebbe grande onore, o vantaggio all’Italica poesia, se le Rime di questi infelici poeti si pubblicassero, scorgendosi in loro oltre a gran povertà di bei pensieri, molta rozzezza di stile con altri difetti. Questi difetti però non osservo io nelle Rime di Simon da Siena, che si conservano scritte a penna in Reggio nella Libreria del P. GiovanBatista Cattaneo Min. Oss. uomo celebre fra gli eruditi. Sono 14 Canzoni, 4 Capitoli, e 19 Sonetti, dove s’incontrano sentimenti nobili, e un bel verseggiare, che s’accosta di molto al buon gusto del Petrarca. Una delle Canzoni è fatta per l’elezione d’Innocenzo VII Papa; il che ci fa intendere, che un così degno autore fioriva circa l’Anno 1400.

Si mantenne ciò non ostante dopo la metà di quel Secolo in qualche Rimatore la riputazion della nostra poesia, essendo allora fioriti Girolamo Benivieni, Angiolo Poliziano, il C. Matteo Maria Boiardo, Antonio Tibaldeo, Serafino dall’Aquila, e spezialmente Lorenzo de’ Medici, nelle Rime del quale benchè non si vegga un’intera perfezione, pure io vi truovo sì nobili, e vaghe immagini Platoniche, sì buon gusto poetico, che sicuramente egli supera in qualche pregio molti altri famosi poeti della nostra lingua. Se la sua vita fosse più lungamente durata, e se quella, ch’egli menò, fosse stata più sciolta dalle cure famigliari, e politiche, sto per dire, che avrebbe ancor quel Secolo avuto il suo Petrarca. Fiorì parimenti in que’ tempi Matteo Palmieri Fiorentino, uomo dottissimo, benchè non assai buon Teologo, di cui resta un poema Italiano intitolato città di Vita, diviso in Cantiche, e composto in Terza Rima ad imitazione di quel di Dante. Io n’ho veduta una copia Ms. che forse è unica, nella Libreria Ambrosiana. Davanti al poema si legge una Lettera scritta dall’autore a Lionardo Dati Segretario del Papa, ove si leggono cotai parole: Libros Civitatis Vitæ, quos novissime edidi, ad te mitto, tanquam ad censorem veridicum. Commendasti illos quondam mihi quasi prope divinum opus, quum non adhuc emendassem etc. Fu scritta questa Lettera a i 24 di Marzo del 1466. Un altro poema composto intorno a i medesimi tempi, e assai somigliante, può vedersi nella menzionata Biblioteca Estense con questo titolo: Incomincia il libro de’ Regni al magnifico, et eccelso Signor Ugolino de’ Trenti da Fuligno. È diviso in 4 libri, nel primo de’ quali tratta del Reame di Cupido, nel secondo del Regno di Pallade, nel terzo del Regno di Satanasso, e nell’ultimo del Reame celeste. I primi versi son questi:

La Dea, che ’l terzo Ciel volvendo muove,

Avea concorde seco ogni Pianeto,

Congiunta al Sole, e al suo padre Giove.

Questa copia fu scritta l’A. 1476 da un Notaio Ferrarese. Immagino io però, che quest’Opera sia la medesima, che il Quadriregio, attribuito bensì a Federico Vescovo di Fuligno, ma composto da Niccolò Malpigli Bolognese, come osserva l’Ab. Giusto Fontanini nel cap. 9 dell’Aminta difeso.

Ma il Secolo seguente del 1500 infino al 1600 fu senza dubbio il più fortunato per l’Italica poesia, essendo questa, per dir così, rinata, e giunta ad incredibile gloria in ogni sorta di componimenti. A Pietro Bembo, che fu poi Cardinale, è l’Italia principalmente obbligata per sì gran beneficio. Non solamente la lingua nostra per cura sua tornò a fiorire più che ne’ tempi andati, ma il gusto ancor del Petrarca tornò a regnare ne gl’Ingegni Italiani. Essendosi pure da Leon Decimo sommo Pontefice risvegliato l’amor delle buone Lettere, si vide appresso in ogni letteratura, e sopra tutto nella poesia sì fattamente gloriosa questa Provincia, ch’ella non ebbe allora molto da invidiare il Secolo d’Augusto. Pochi son coloro, che non sappiano i meriti del mentovato Bembo, di Giovanni della Casa, dell’Ariosto, d’Angiolo di Costanzo, di Luigi Tansillo, di Giovanni Guidicioni, d’Annibal Caro, di Torquato Tasso, del Caval. Guarino, e d’altri senza numero, che vissero in quell’illustre Secolo. Videsi per la prima volta allora da parecchi Italiani trasportato in Latino, e poscia in Volgare il prezioso libro della Poetica d’Aristotele. Da loro ancor si scrissero ampiamente le regole, e i precetti della poesia Italiana, si trattò con singolare erudizione la Critica, e si apersero tutte le vie più sicure per giungere alla perfezione Poetica. Ora generalmente parlando i poeti di quel Secolo ebbero gusto sano, scrissero con leggiadria, adoperarono pensieri profondi, nobili, naturali, ed empierono di buon sugo i lor componimenti. Qualche differenza però si scorge fra gli Autori, che vissero nella prima metà del Secolo, e fra coloro, che fiorirono nell’altra. I primi con maggior cura imitarono il Petrarca, nè potendo pervenire alla fecondità, e alle fantasie di quel gran maestro, parvero alquanto asciutti, eccettuando però sempre il Casa, e il Costanzo, i quali nella lor maniera di comporre sono da me altamente stimati. Gli altri poscia per ottener più plauso si dilungarono alquanto dal genio Petrarchesco; amarono più i pensieri ingegnosi, i concetti fioriti, gli ornamenti vistosi; e talvolta cotanto se ne invaghirono, che caddero in un de gli estremi viziosi, cioè nel Troppo.

E conciossiachè questa maniera di comporre sembrasse più spiritosa, nuova, e piena d’ingegno, e perciò fosse in grado al popolo più della prima, la quale ha in paragon di quest’altra molto del ritroso, poco dell’ameno: si diede taluno affatto in preda a tal gusto, il quale, non può negarsi, anche esso è ottimo, purchè giudiciosamente sia maneggiato, e in convenevoli luoghi. Ma qui non riflette la carriera d’alcuni, i quali o per troppo desiderio di novità, o pure per ignoranza si rivolsero a coltivar certa viziosa sorta d’Acutezze, o Argutezze, o vogliam dire di Concetti arguti, abbagliando collo splendore per lo più falso di queste gemme in tal guisa il mondo, che quasi smarrissi, non che il gusto, la memoria del Petrarca, e di tanti valentuomini fino a quel tempo fioriti. Comechè semi di questa nuova maniera di comporre talor s’incontrino per le Rime di chi visse prima del Cavalier Marino, contuttociò a lui principalmente si dee l’infelice gloria d’essere stato, se non padre, almeno promotore di sì fatta scuola nel Parnaso Italiano. Quindi è, che dopo il 1600 la maggior parte de gl’Italici poeti seguirono le vestigie del Marino, strascinati per dir così dalla gran riputazione, e dal raro plauso, ch’egli aveva ottenuto, senza considerare, se andavano dietro ad un buono, o pure ad un cattivo Capitano. Potevano promettersi pochissima lode, e ben rado lettore quegli, che avessero allora calcate le vie del Petrarca; onde non è maraviglia, se tanti si lasciarono trasportar dalla corrente, poichè in fine i versi per l’ordinario o non isperano, o non conseguiscono altra mercede, che l’asciuttissima dell’essere lodati. Nulladimeno in un sì grave naufragio dell’Italica poesia trovarono alcuni la via d’essere gloriosi, senza condursi per la tanto accreditata del Marino. Gabriello Chiabrera rivoltosi ad imitare gli antichi Lirici Greci, e massimamente Pindaro, conseguì fra noi altri un nome eterno; e il Conte Fulvio Testi non minor gloria ottenne, sopra tutto coll’imitare Orazio, e i Lirici Latini. Difficilmente, o non mai, si troverà nello stile del primo di questi due eccellenti poeti, e di rado nel secondo, quella falsa mercatanzia, che tanto era in pregio a que’ tempi. E il medesimo può dirsi di Virginio Cesarini, del Ciampoli (benchè questi troppo ardito non rade volte si mostri, e amatore oltre al dovere della novità) come pure d’altri Lirici, che fiorirono allora, e che s’avvidero del cammino migliore. Fra questi se Girolamo Preti, e il Conte Carlo de’ Dottori non si fossero alle volte cotanto studiati d’essere ingegnosi ne’ lor pensieri, avrebbono per mio credere guadagnata la Corona d’eccellentissimi poeti del secolo prossimo passato.

Per anni parecchi durò in tale stato la fortuna della poesia Italiana, abbattuta, ed avvilita in quasi tutte le città, benchè in tutte assai coltivata. E dico in quasi tutte, perchè in Firenze non oserei dire, che si fosse nè pure in que’ tempi almeno notabilmente cangiata maniera di poetare, avendo le nobilissime Accademie di quella città, benchè [5] non prodotto allora alcun poeta di grido, pure conservato sempre l’affetto al gusto sano del Petrarca. Ma dopo la metà del Secolo andato cominciò l’Italia a poco a poco ad aprir gli occhi, e a riaversi dal grave sonno, in cui era per tanto tempo giaciuta. Cristina Reina di Svezia, facendo coraggio in Roma alle Muse Italiane, fu in parte cagione, che si riaprisse la Scuola del Petrarca, e si cominciasse a gustar da molti la bellezza de’ pensieri naturali, e a lavorar sul vero: al che maggiormente poscia cooperò la nobile Ragunanza dell’Arcadia. Fiorirono ancora in Napoli, e rinovarono lo splendore dell’antica nobile poesia Pirro Schettini, e Carlo Buragna con altri, che quivi si diedero ad imitare il Petrarca, e più del Petrarca Monsignor della Casa. Con altri valentuomini visse in Firenze Francesco Redi, uomo di purgatissimo gusto, e Benedetto Menzini, e vive tuttavia il Senator Vincenzo da Filicaia, al quale augurano lunga vita le buone Muse. In Lombardia siami lecito il dire, che la gloria d’avere sconfitto il pessimo gusto è dovuta a Carlo Maria Maggi, e a Francesco de Lemene. Il Maggi spezialmente verso il 1670 cominciò a ravvedersi del suo, e dell’altrui traviare, e a riconoscere, che i Concetti da lui amati, gli Equivochi, le Argutezze sono fioretti, che scossi cadono a terra, nè possono sperar durata. Si fece dunque egli a coltivar lo stile del Petrarca; e tanto adoperò in questa impresa, che il solo suo esempio bastò per disingannar molte città non solamente di Lombardia, ma d’Italia ancora. E ben fu facile ad un Filosofo par suo, poetando, di piacere a i saggi, e al volgo stesso, più che non piacque per l’addietro lo stil Marinesco. Imperciocchè laddove lo Stile d’alcuni Petrarchisti, anche rinomati, sembra (ed in effetto è ancor tale alle volte) secco, smunto, e privo di forza: il Maggi riempì, ed impinguò il suo di sugo, e di vigore. E più ancora sarebbe piaciuta la sua Scuola, s’egli alla forza de’ suoi versi avesse talora, alquanto più, congiunto il dir sollevato, e i colori poetici, e si fosse maggiormente della sua fantasia voluto valere. A memoria mia le Rime di questo poeta capitate a Modena, e a Bologna, fecero per così dire il medesimo effetto, che lo scudo luminoso, sfoderato in faccia all’effemminato Rinaldo ne’ giardini d’Armida. Crebbe poscia cotanto lo studio dell’ottimo gusto nelle Accademie d’Italia, e massimamente in quelle di Firenze, Roma, Napoli, Bologna, e Milano, che oggidì può dirsi restituito l’onore all’Italica poesia, e ravvivata la gloria del Petrarca, e de’ nostri maggiori.

Per le cose finqui divisate, e molto più in leggendo le Opere di tanti poeti d’Italia vivuti per alcuni secoli innanzi, o tuttavia viventi, si può scorgere, che la nostra poesia siccome è la prima, così è la più gloriosa fra le Volgari, che ora sono in credito. Medesimamente possiamo intendere, che il poetar de gl’Italiani quasi sempre è stato secondo il buon gusto; e avvegnachè per qualche tempo siasi da alcuni uscito del diritto sentiero, non è però stata comune questa disavventura all’Italia tutta, e già molti anni sono, che s’è ripigliato universalmente il buon sapore della poesia. Ora egli pare alquanto strano, che qualche scrittore abbia a’ nostri giorni preso a vituperare, e a dileggiare il gusto de gl’Italiani, senza forse ben sapere la storia Poetica, e conoscere tutti i valentuomini, che hanno scritto nella nostra Favella. Quasichè i nostri poeti non avessero giammai assaporato il buono, e non si fosse da loro saputa l’Arte del far versi, o non avesse l’Italia alcun poeta degno di lode, grida il P. Bouhours nella Maniera di ben pensare, che les Poètes Italiens ne sont gueres naturels, ils fardent tout. Cioè: i poeti d’Italia non son molto naturali, ed imbellettano tutto. E peggio ne parla egli altrove, e massimamente ne’ Dialoghi d’Aristo e d’Eugenio. Ciò altresì fu scritto dal P. Rapin nelle Riflessioni sopra la Poetica moderna con tali parole: C’est le vice ordinaire des Espagnols, et des Italiens, qui cherchent toûjours à dire les chose trop finement. È vizio ordinario de gli Spagnoli, e de gl’Italiani, il cercar sempre di dir le cose troppo raffinatamente. Il che vien da lui ripetuto in altri luoghi. E ben dovrebbe meritar credenza questo dottissimo Padre, ancor parlando sì male di noi altri, perchè egli aveva per altro buona opinione de gl’Italiani, e con molta liberalità confessò ancora, che noi abbiamo un pregio singolare, di cui son privi i Francesi. Les Italiens, dice egli, qui sont naturellement Comediens, expriment mieux le ridicule des choses: leur Langue y est plus propre que la nôtre, par l’air badin, qu’elle a de dire ce qu’elle dit. Gl’Italiani, i quali naturalmente son Commedianti, esprimono meglio il ridicolo delle cose. La lor lingua è a ciò atta più della nostra per la maniera buffonesca, ch’ella ha di dire quanto ella dice. Io non so però nel vero, se noi naturalmente siamo Commedianti, e se i Franzesi così per poco abbiano da cedere questa gloria a noi. So bene (per continuare il ragionamento nostro) che il Signor Boileau nel Can. I della sua Poetica francamente afferma, che l’Italia è il paese del gusto vizioso, col confinare in esso i Concetti falsi, come in patria loro

. . . . . . Laisson à l’Italie

De tous ces faux brillans l’èclatante folie.

Lasciamo a gl’Italiani la risplendente follia di tutti questi falsi pensieri. Il Signor di Fontenelle anch’egli nel suo Ragionamento intorno alla natura dell’Egloga scrive in questa maniera: Pour les Auteurs Italiens, ils sont toûjours si remplis de pointes, et de fausses pensees, qu’il semble qu’on doive leur passer ce stile comme leur Langue naturelle etc. Gli Autori Italiani son sempre tanto ripieni d’Acutezze e di falsi pensieri, che pare doversi loro attribuire un sì falso stile, come lor natural linguaggio. Poco diversamente scrivono de gl’Italiani il Signor Baillet, il Signore di S. Evremont, e qualche altro Autor Francese, di cui ho veduto i Libri, ma non conosco il nome.

Ora non si vuol già contendere a gli stranieri l’autorità di censurare i poeti d’Italia. La giurisdizione di giudicar liberamente gli scritti altrui fu dalla natura stessa conceduta a chiunque ha, o immagina d’avere ingegno; e scambievolmente possono gli scrittori nostri censurar l’Opere ancor de’ Francesi. Nè solo è permessa, ma è necessaria la censura nella Repubblica delle Lettere, affine di purgarne i cattivi umori, e di spaventar con questo flagello l’audacia de’ presuntuosi, o de gl’ignoranti, e per rimettere sul buon cammino i traviati. Ma chi prende a censurare altrui, è obligato prima a deporre ogni soverchia passione, per poter poscia con fondamento, e giustizia profferire il giudicio. Temo io però forte, che i mentovati Autori non molto si sieno curati di far questa sì necessaria purgazion de gli affetti. Poichè se l’animo loro fosse stato purgato, come mai avrebbono condannata con sì universale sentenza tutta la poesia, e tutto il gusto de gl’Italiani, quando è manifesto, che la maggior parte de’ nostri Autori, vivuti avanti al Marino, o da trenta anni in qua fioriti, non ha conosciuto la viziose Argutezze, e i falsi pensieri, o gli ha consigliatamente fuggiti. Come si può egli dire, se non con una esagerazion palese, che gli Autori Italiani sono sì pieni di pensieri falsi, che questo può chiamarsi il loro natural Linguaggio? Se io chiedessi a qualche Letterato poco amico della nobilissima Nazion Francese, onde venga la grande animosità de’ suddetti Autori in condannar tutte l’altre Nazioni; forse mi risponderebbe, nascere questa dal credere, che tutto il buono, e il bello dell’erudizione sia chiuso dentro a i confini del Regno loro, e che il rimanente del mondo sia pien di barbarie, e in disgrazia d’Apollo. Ed appunto in questo senso, ma con parole più risentite, parlano due scrittori Tedeschi, l’uno de’ quali stampò l’A. 1695 i versi più scelti de’ suoi Autori volgari, e l’altro un libricciuolo intitolato: Vindiciæ nominis Germanici.

Ma io, che so, quanto sieno riprovate da gli stessi prudenti Francesi le esagerazioni di tal fatta ne’ lor medesimi Nazionali, e che troppo stimo la Nazione Francese, non oserei accusarla di sì fatti spiacevoli costumi. Solamente dirò, che potrebbe taluno moderare il soverchio affetto, ch’egli porta alla Nazione propria, impedendo questa passione i guardi del diritto Giudicio. Non lascia ella, dico, vedere le altrui ricchezze, essendo tutta intenta a solamente guardare, e misurar le proprie; o se pur si volge a rimirare i campi altrui, va quivi cercando non il meglio, ma le sole spine, e lappole, punto non badando a quelle, che nascono nella propria contrada. Che se si purgasse alquanto questo smoderato amor di se stesso, potrebbe agevolmente apparire, che la poesia Francese ha non poche obbligazioni all’Italiana, avendo i nostri poeti servito di guida a que’ primi Francesi, che cominciarono ad acquistar grido nella lor poesia volgare (il che solamente avvenne dopo il 1500) e avendo recato gran soccorso a gli altri, che fiorirono ancor nel secolo prossimo passato. Non si contentavano allora i poeti Francesi d’imitar gl’Italiani, ma ne copiavano eziandio, e rubavani i sentimenti, e l’Opere intere, facendosele proprie col solo trasportarle nel loro Linguaggio. Ed in questo profitto accadde una piacevole disavventura a Filippo Desportes, Principe de’ poeti Erotici, o vogliam dire Amorosi della Francia; poichè vivente lui fu pubblicato un libro intitolato: La conformità delle Muse Italiane e Francesi, ove dall’un lato si truovano molti Sonetti Italiani, e dall’altro la traduzione, o imitazione fattane dal Desportes, dimostrandosi ancora, che questo autore avea preso da gl’Italiani tutto il buono delle sue Poesie. Capitato questo libro sotto gli occhi del Desportes, non se ne lagnò egli punto, ma ridendo disse: Per verità, s’io avessi saputo, che fosse per cadere in pensiero all’autore di questo libro di scrivere contra di me, gli avrei somministrata io stesso materia da ingrossar il volume; perchè da gl’Italiani ho preso più di quello, ch’ei crede.

Oltre a ciò confesseranno i Francesi anch’essi, che la lor poesia non è tanto da magnificarsi, come se il gusto cattivo allignasse ora in Italia, e non punto in Francia; e quasi piacessero ne’ tempi addietro alla sola Italia, non alla Francia, le Argutezze, gl’Equivochi, i Concetti falsi, e il raffinamento de’ pensieri. Questo diluvio fu universale in Europa, nè da esso furono esenti la Francia, la Spagna, l’Alemagna, essendosi vedute nel medesimo tempo sommerse ancor quelle Provincie dalla piena de’ falsi Concetti. Buon testimonio di ciò per la Francia è il Signor Boileau nel Cant. 2 della sua Poetica. Attesta pure il Signor Furetiere, che il Regno di Luigi XIII fu ancor per gli Francesi il Regno del cattivo gusto, de gli Equivoci, de’ Concetti arguti, e sciocchi. Dica poi a suo senno il detto Signor Boileau, che tal mercatanzia passò d’Italia in Francia, perchè senza autorità io non gli crederò. Quanto a me so, che Lope di Vega, promotore di tal gusto, nacque tra gli Spagnuoli, prima che fra gl’Italiani venisse alla luce il Cavalier Marino, poeta da noi considerato come il primo, che mettesse in riputazione le Arguzie viziose, e i falsi Concetti. So ancora, che lo stesso Marino visse non poco tempo in Francia, e quivi compose molti de’ suoi più rinomati componimenti. So finalmente, che prima dal Marino si apprezzarono, o usarono da’ Francesi le Alliterazioni, i giuochi di parole, i Concetti arguti, e raffinati, essendo stati in gran pregio alcuni lor poeti, quantunque non abborrissero tali delizie. Certo egli è, che infin l’A. 1582 il Sig. Des-Accords pubblicò un libro intitolato les Bigarrures, che si ristampò altre volte, e ancor l’A. 1648 dove ampiamente si tratta, e con esempi s’insegna tutta la genealogia de gli Equivoci, delle Allusioni, delle Alliterationi, ed ogni altra simile bagattella. Continuò questo gusto ne’ Franzesi fino alla metà del Secolo poco fa trapassato; anzi non era peranche sepolto, quando il Signor Boileau componeva i Libri della sua Poetica. Per maggiormente però accertarsi di quanto io dico, uopo sarebbe di leggere le Poesie de i Signori Marot, Du Bellay, Du Bartas, Desportes, dello stesso Ronsardo, e molto più quelle del Brebeuf, la cui Farsalia, cioè a dire la traduzion del poema di Lucano, tanto da’ Franzesi un tempo fa adorata, è ripiena di queste false bellezze, il che fece dir gentilmente, che quel Traduttore era Lucano Lucanior. Non minor copia d’esse ritrovasi nelle Rime del Cerisy, del Teofilo, del P. le Moine, del Rotrou, del Quinualt, e d’altri non men rinomati poeti. Contuttociò, quando la Francia era maggiormente innamorata di questo vizioso stile, se si fosse voluto credere ai Franzesi stessi, poteva tenersi per certo, che non ci erano al mondo Muse più severe delle Franzesi, nè lingua, che sofferisse men della Franzese il belletto, e l’apparenza del bene. Tale appunto era il sentimento d’un famoso scrittore, le cui parole voglio qui produrre in mezzo. Il est certain, dice egli, qu’il n’ya point de Muses, si severes, que les Françoises, ny de Langue, qui souffre moins le fard, et l’apparence du bien, que la nôtre. Ma la disgrazia si è, che chi scrisse in tal maniera, fu il Balzac nella pistola 10 del lib. 3. E il Balzac, uomo per alcune rare qualità degno di gran lode, pure è stato uno de’ più affettati scrittori della Francia, e un di coloro, i cui fatti non s’accrodavano punto colle sue parole.

Non potendosi adunque dire, che la Francia non abbia anch’essa nel Secolo passato al pari dell’Italia patito il naufragio comune, ragion vorrebbe, che non si esaltasse cotanto la fortuna della poesia Franzese, e per lo contrario che non si dispregiasse, o dileggiasse, cotanto l’Italiana. Se i più saggi Franzesi han finalmente sbandito dal loro Parnaso i falsi pensieri, le Argutezze, l’affettazione: anche gl’Italiani han fatto lo stesso. Anzi quando più era poderoso il Regno delle viziose Acutezze, valorosamente prima di loro gli mossero guerra i nostri stessi Autori, fra’ quali Matteo Pellegrini, e il Cardinale Sforza Pallavicino meritano eterna lode. Se da’ Franzesi liberamente si condannano oggidì quegli Autori, che una volta erano gl’Idoli della lor Nazione: altrettanto ancor noi facciamo oggidì, nè sappiamo perdonare a’ difetti, che si scuoprono ne’ nostri migliori poeti, perchè adoriamo le loro virtù, non i loro peccati. Una sola differenza può essere fra noi, e i Franzesi: cioè che rarissimi in Francia furono i poeti d’ottimo gusto, per quello che riguarda lo Stile, infino alla metà del Secolo diciassettesimo; poichè il Bertaut, il de Lingendes, il Malberbe, e il Racan, lodati dal Signor Boileau come quegli, che han colpito il vero genio della lingua Franzese, son pochi di numero, e non sono esenti da ogni neo, trovandosi ne’ lor versi qualche affettazione, e pensier poco naturale; ed oltre a ciò i due primi non sono Autori di molto grido... Per lo contrario l’Italia può mostrar non pochi poeti vivuti dopo il 1300 infino al 1600 di gusto purgatissimo nello stile, e ne’ pensieri; ed altri pure dopo il 1600 ne ha ella prodotti, nelle Opere de’ quali sono ben radi i difetti.

In somma sol dopo la metà del prossimo passato Secolo ha cominciato la Francia a bere l’ottimo gusto della poesia; e l’Italia ne’ tempi stessi l’ha ripigliato anch’ella, con isperanza di migliori progressi. Quindi son fioriti nella Francia i Signori Racine, Boileau, de Fontenelle, che a me paiono veramente poeti di squisito gusto, e di somma dilicatezza ne’ versi loro. So, che i Franzesi han pure una particolare stima delle Favolette del Signor de la Fontaine, le quali però son troppo nocive a’ buoni costumi. Si farebbe ancora una manifesta ingiuria al gusto, se non si rammentasse il merito di Pietro Cornelio, uomo d’ingegno fecondissimo, e di straordinarie qualità, benchè non sia al pari de’ sopraddetti purgato, dilicato, e giudicioso, e benchè talvolta si lasci trasportare dalla sua fecondità oltre a i confini del convenevole, comparendo egli non rade volte più tosto Declamatore, che Componitor di Tragedie. Molto è ancora da stimarsi il Signor di Segrais, uno de’ più eccellenti poeti Bucolici della Francia, che però non è sempre assai naturale, come affermano anche i più dilicati scrittori della sua Nazione. Che se noi ancora volessimo annoverare i poeti di perfetto gusto dati dall’Italia in questi ultimi tempi, e in gran parte ancora viventi, potremmo tesserne un bel lungo Catalogo, alcuni de’ quali già hanno pubblicato, ed altri ci fanno sperare di pubblicar i lor versi.

Ciò posto, se qualche Franzese, in censurar gl’Italiani, con maggior distinzione favellasse di loro, non confondendo i buoni co’ cattivi; e se con minor pompa s’anteponesse alla nostra la lingua, e la poesia Franzese: si userebbe verso di noi un atto non solamente di gentilezza, ma ancor di giustizia, e si schiverebbe ogni pericolo di comparir dispiacevole ad altrui. In tal guisa sarebbe compensata la stima, e l’affetto, che gl’Italiani portano alla Francia, protestando anch’io d’essere un di quegli, che altamente stimano gl’Ingegni Franzesi, e spezialmente i viventi, cioè i Signori Capistron, e la Fosse d’Aubigni poeti Tragici, la Grange, de Longepierre, la valorosa donzella Bernard, ed altri, che si vanno addestrando per occupare un seggio glorioso in Parnaso. E mi vo ben lusingando che anch’essi abbino miglior opinione del gusto de’ nostri Autori, che non ebbero i lor Nazionali sopra da noi mentovati. Lo stesso Signor Baillet nel Tomo primo des Jugemens des Sçavans confessa, che gli scrittori d’Italia son provveduti di gran dilicatezza, e che alcun d’essi ha delle prerogative maggiori, che non han quelli delle altre Nazioni. Gabriello Naudeo, uomo famoso, portò opinione, che les esprits d’Italie ont plus de gentilesse, que ceux de la France, et qu’ils sont sans comparaison plus adonnez à la Poësie. Parve lo stesso al Balzac, e ad altri Autori Franzesi; e potrà per avventura parere ancora a’ viventi scrittori, quando essi vogliano accusar bensì con libertà gli errori, ma lodar eziandio con giustizia le virtù de’ poeti d’Italia.

CAPITOLO QUARTO

In che consista la riforma della poesia. Division dell’Opera, delle Scienze, e dell’Arti. poesia figliuola, o ministra della Filosofia morale. Suo fine. Si disamina il disegno di due poeti Vicentini. Difetti della lor poesia, e troppa novità.

Essendosi per buona ventura, come testè dicevamo, ravvivato in Italia lo splendore, e il perfetto gusto della poesia; e parendo a me di non poco momento la vittoria, che hanno finalmente riportata gl’Italici Ingegni sopra la tirannia del gusto cattivo, ho io creduto che questa fortuna ben meritasse d’esser posta in iscritto per gloria delle Lettere, e per profitto de’ posteri. Tanto però più volentieri mi son’io accinto a pubblicar la riforma già fatta del nostro Parnaso, quanto più ho conosciuto, che non son peranche interamente sepolte le reliquie, e che non è spento affatto l’orgoglio del vizioso gusto. Conta esso tuttavia, massimamente fra i mezzo dotti, non leggier copia di partigiani; laonde non farebbe spesa indarno questa mia fatica, se per mezzo d’essa potesse giovarsi a costoro, col discoprire i raggi di quella bellezza, che i migliori oggidì van seguendo, e col condannar que’ difetti, ne’ quali caddero parecchi de’ nostri antenati. Anzi perchè da gli stessi migliori non s’è ancor pienamente purgata la poesia, andrò io accennando ancor quello, che mi sembra bisognoso di riforma, affinchè la bell’Arte de’ poeti sempre più si conduca alla sua nobile purità, e perfezione, ed acciocchè sempre più salga in pregio chiunque si mette a coltivarla. Nè solamente mi studierò io di scoprir que’ difetti, a’ quali s’è posto, o dovrebbe porsi rimedio; imperciocchè poco gioverebbe quel Medico, da cui si conoscessero i mali de gl’infermi, se altresì non si conoscesse, ed insegnasse, la lor medicina. Porrassi da me cura perciò in esporre ancor quelle Virtù, che son l’anima della vera poesia, e senza le quali essa mai non farà, se non un’Arte dispregiata, e deforme.

Ed acciochè si proceda con qualche ordine, possiamo dividere i difetti della poesia in due spezie. Riguardano altri la poesia, come Arte operante per se stessa; ed altri la riguardano, come arte subordinata alla facoltà civile, cioè alla politica, e filosofia morale. Per meglio intender ciò, egli convien por mente, che le Anime pellegrinanti nel mondo continuamente son in moto per comprendere il vero, e per ottenere il bene. Ora l’intelletto nostro in varie guise si affatica per conoscere ambedue questi due divini oggetti, affinchè egli poscia truovi il suo riposo nel vero, siccome la volontà nel bene. Tutte le Scienze, e le Arti quaggiù l’aiutano a sì grande impresa. La Teologia gli va palesando le virtù soprannaturali, e gli mostra, per così dire, in iscorcio le immense doti della prima, eterna, e beatissima Cagion delle cose; o pure gli scuopre l’amorosa maniera, con cui lo stesso Dio s’è comunicato in terra alle sue Creature, e gl’infiniti beni, ch’egli comparte a’ suoi eletti nel Regno eterno. Dalle Matematiche l’intelletto può bere assaissime verità in conoscere le proporzioni, e le quantità de’ corpi, de’ numeri, de’ suoni, dal che si cavano mille comodità, e beni per la vita dell’uomo. Alla Fisica, e Logica noi ricorriamo, affinchè quella c’insegni i principi, ed effetti veri delle cose naturali, questa ci somministri le regole certe per trovare il vero, e per non errar ne’ ragionamenti nostri. E queste, ed altre simili Arti, e Scienze principalmente guidano l’intelletto nostro al vero. Ce ne ha dell’altre, che per loro primo fine professano di condurre gli animi al bene, e all’eterna, o civile felicità: e queste sono lo Studio delle Leggi divine, e umane; la Politica, o Arte di governare i popoli; l’Economica, o Arte di ben reggere la famiglia; la scienza de’ costumi, o Arte di ben reggere se stesso; le quali tre ultime comprendiamo sotto il general nome di Filosofia morale. Dopo la Teologia Reina delle Scienze, è dovuto il primo luogo a questa Filosofia de’ costumi, come a quella, che ci è necessaria per vivere felici, o meno infelici nel nostro pellegrinaggio, e poi eternamente beati nella Patria.

Ma perchè i più del popolo non possono, o non sogliono apprendere una sì nobile scienza, essendo occupati ne gli altri usi della Vita Civile; o non vogliono, perchè per vizio della natura umana loro dispiace l’austerità delle Scienze, e la fatica richiesta per conquistarle: ha la suddetta filosofia morale due meno austere ministre, o figliuole, che in sua vece vanno ammaestrando gl’intelletti umani. Una chiamasi la Rettorica, e l’altra la storia. Che queste riconoscano per madre loro la Filosofia morale, e servano continuamente ad essa, ce lo fa veder la sperienza. Imperocchè la Rettorica o persuade, o difende le Virtù, e buone azioni de gli uomini, o pur biasima, o dissuade, o perseguita i vizi, e le cattive loro operazioni; e perciò quest’Arte da gli antichi si divise in esornativa, o sia dimostrativa, in deliberativa, e in giudiciale. Essa dunque c’ispira la conoscenza, e l’amore delle virtù, e delle azioni lodevoli; ovvero ci fa odiare i vizi, e le biasimevoli imprese: il che appunto è l’uficio della Moral Filosofia. La storia poi altro non è, che la stessa morale in pratica, cioè spiegata con gli esempi delle azioni altrui, dove i lettori hanno da apprendere ciò, che è da fuggirsi, o da seguirsi, per divenir prudenti, e felici sopra la terra. Fu ella perciò da Cicerone chiamata Maestra della Vita, poichè risvegliando in noi i semi innati della morale, c’insegna alle spese altrui il modo di ben governar noi stessi nel corso della vita. Ed ecco, se ben si contempla il fine di queste due Arti, come debbono veramente collocarsi sotto la filosofia morale; essendo certo altresì che chiunque prende a lodare, a persuadere, e a difendere il vizio, non può dirsi vero, ma falso, e sciocco professor di rettorica; siccome non può dirsi vero, e buon’Istorico, chi scrive azioni, dalle quali niun profitto si possa trarre per divenir prudente, anzi possa trarsene inclinazione, ed affetto al vizio.

La storia però, che fedelmente ha da dipingere le umane azioni, sovente non reca molto diletto, non ci muove, nè porta all’animo di chi legge il necessario profitto; poichè le ordinarie azioni, e i costumi de gli uomini si tengono in una certa mediocrità di vizio, o di Virtù, la quale a noi rappresentata facilmente ci reca tedio. Quindi è, che la filosofia morale ha ritrovata un’altra figliuola, o ministra ancor più dilettevole, e più utile della storia: e questa è la poesia, arte che partecipa della storia, e della rettorica, sì somigliante però alla storia, che Quintiliano chiamò la detta storia poesia sciolta: Est proxima Poëtis, dice egli, et quodammodo carmen solutum. Nel che due cose proponiamo. Una è, che sotto alla filosofia morale abbia da collocarsi la poesia; l’altra è, che più diletto porti a noi la poesia, che la storia. Della feconda proposizione ampiamente ne tratteremo altrove. Per ora ci basta di provar la prima.

Certo egli è, e ne fa fede ancora Aristotele, che la poesia ebbe origine da coloro, che cominciarono a cantar le virtuose azioni de gli Eroi, e le lodi di Dio, o pure a biasimar le cattive operazioni de gli uomini scellerati. Ecco le parole del filosofo nel Cap. 68 della Poetica: Διεσπάσϑη δὲ ϰατὰ τὰ ὀιϰεῑα ἤϑη ἡ ποίεσις. οι μὲν γὰρ σεμνὸτεροι τὰς ϰαλὰς ἐμιμοῡντο πράξεις, ϰαὶ τὰς τῶν ποιούτων: οι δὲ ἐυτελέστεροι τὰς τῶν ϕάυλων πρῶτον ψόγους ποιούντες , ὥσπερ ἕτεροι ὕμνες , ϰαὶ ἐγϰώμια . Cioè: Ora la poesia fu divisa da gli uomini secondo i propri loro costumi; imperciocchè i più magnifici rassomigliavano le azioni belle, e fatte da loro simili; ma i più bassi le fatte da i vili, componendo prima villanie, siccome gli altri componevano Inni, ed Encomi. Dal che appare, che la Lirica, e la Satira sono le due più antiche spezie di quest’Arte. Di poi maggiormente si perfezionò la poesia, e se ne formò l’Epopeia, la tragedia, la commedia. Le due prime cantano le azioni de’ migliori, o sia de gli Eroi, e delle persone d’alto affare; l’altra quelle delle persone vili e di mezzano stato. Adunque intenzione, e fine della poesia, fu infin ne’ primi tempi, ed è tuttavia di cantar le lodi della virtù, e de’ virtuosi, o il biasimo de’ vizi, e de’ viziosi, acciocchè la gente apprenda l’amore della prima, e l’odio de’ secondi. E per conseguenza conosciamo, altro non essere la poesia, che figliuola, o ministra della moral filosofia.

Dirò di più, che sostennero alcuni antichi scrittori, essere la poesia, e la Filosofia una cosa medesima, espressa con due differenti nomi. Così ne parla Massimo Tirio nel Ragionamento 29. Sono la Poetica, e la Filosofia una cosa doppia bensì di nome, non però in fatti differenze di sostanza. Come se alcuno pensasse, che altra cosa fosse il giorno, ed altra il corso del Sole sopra la terra; così può dirsi della Poetica, e della Filosofia. Imperocchè qual’altra cosa è la Poetica, se non una Filosofia più antica di tempo, numerosa per le consonanze, e favolosa per gli argomenti? Parimente che altro è la Filosofia, se non una Poetica più giovane di tempo, sciolta dall’armonia, e più aperta ne gli argomenti? Perciò la differenza fra esse consiste solo nella figura, e nel tempo. Strabone anch’egli nel primo libro della Geografia per provar contra Eratostene, che la poesia è inventata non solamente per dilettare, ma eziandio per insegnare, scrive in questa maniera: Gli antichi affermano, che la poesia è la prima Filosofia, la quale nella nostra gioventù c’induce a ben vivere, insegnandoci con dilettevole comandamento le buone operazioni. E i moderni affermano, che il solo poeta è saggio. Per questo le città della Grecia prima d’ogni altra cosa fecero imparare a i lor giovani la Poetica, non già per sol difetto, ma per virtuoso ammaestramento d’essi. Appresso continua Strabone a far palese, come la poesia fosse prima della storia, della Rettorica, e d’altre Arti; e che la Prosa stessa nacque dopo di lei. La qual sentenza fu ancor tenuta da Pausania, da Plutarco, da Eusebio di Cesarea, da Clemente Alessandrino, da Lattanzio, da S. Agostino, e da altri parecchi scrittori, i quali ci fan sapere, che ne’ primi tempi la poesia era lo stesso, che la Filosofia morale, e la Teologia. Non è dunque da mettersi in dubbio, che uno de’ principali fini della poesia non sia l’insegnare, e il giovare al popolo. E perciò i primi poeti, cioè Orfeo, Museo, Omero, ed Esiodo si studiarono d’esser utili, se noi crediamo ad Aristofane nella Commedia delle Rane. Quantunque poi tutti i poemi debbano regolarmente essere indirizzati all’utilità di chi gli ascolta, o legge; pure alcuni d’essi principalmente furono destinati alla Politica, o Filosofia morale per istruire alcune determinate persone. I poemi Eroici accendono i Capitani, e i guerrieri all’amor della gloria, e delle imprese illustri, coll’esempio de gli Eroi, e de’ famosi uomini. Dalle Tragedie si raffrena la superbia de’ Principi, de’ potenti, e de’ ricchi, esponendo loro gli atroci casi d’altri lor pari, fuggenti alle disavventure, e puniti dal braccio della divina, e umana giustizia. Il basso popolo anch’esso dalle Commedie impara a correggere i suoi costumi, e a contentarsi del proprio stato, mirando ne gli altrui difetti ben rappresentati, e messi in ridicolo, il correttivo de’ propri, ed imparando, che le avventure popolari quasi sempre finiscono in allegrezza. Dalla Lirica poi, dalla Satira, e da altri simili poemi, tutta la gente può imparar le lodi o di Dio, o de gli uomini virtuosi, e il biasimo de’ vizi, e de gli uomini malvagi.

Egli è dunque palese, che in tutte le sue spezie la poesia intende al profitto de’ popoli, e ch’ella, se non è la stessa moral filosofia, abbellita, e vestita d’abito più vago, almeno dee dirsi figliuola, o ministra della medesima filosofia. Nè io starò qui a cercare, se il primario fine de’ poeti sia il dilettare, o il giovare, siccome argomento, che s’è già trattato da molti letterati con grande sforzo d’erudizione, e d’ingegno. Bastici per ora di sapere, che per comun consentimento de’ saggi il poeta colla buona imitazione ha da giovare, e dilettare. E può dirsi, che la poesia, o poetica, in quanto è arte imitatrice, o compo

nitrice di poemi, ha per fine il dilettare; in quanto è arte subordinata alla filosofia morale, o Politica, ha per fine il giovare altrui. Così la medesima cosa in maniera differente considerata ha due diversi fini, cioè la dilettazione, e l’utile. Dalla poesia riguardata in se stessa si cerca di porger diletto; e da lei parimente riguardata come Arte suggetta alla facoltà civile si dee porgere utilità. E conciossiachè tutte le arti, e scienze sieno regolate sempre dalla detta facoltà, indirizzandole essa tutte alla felicità eterna, o temporale, e al buon governo de’ popoli; perciò la vera, e perfetta poesia dovrebbe sempre dilettare, e nello stesso tempo recare utilità alla Repubblica. Chi non diletta colla buona imitazion poetica, pecca propriamente contra un’intenzione della poesia; e chi con imitare, e dilettare, non apporta eziandio profitto al popolo, pecca contro all’altra obbligazione della poesia; onde niun d’essi potrà dirsi vero, e perfetto poeta. Possono dunque i difetti, in cui può cader chi fa versi, e compone poemi, in tal guisa dividersi. Altri son difetti del poeta, come poeta; ed altri del poeta, come cittadino, e parte della Repubblica. I primi s’osservano in chi è privo del buon gusto poetico, nè conosce il bello proprio della vera poesia, o per povertà d’ingegno, e di studio, o per essere ingannato, e traviato dietro a qualche mal sicura scorta. Appaiono i secondi difetti in coloro, che fan servire la poesia ad argomenti viziosi, disonesti, e leggieri, da’ quali o non s’apporta verun profitto a chi legge o ascolta, o, quel ch’è peggio, si corrompono i lor buoni costumi. E de gli uni, e de gli altri proporremo in questo libro la riformazione già fatta, o da farsi, trattando nel medesimo tempo del buon gusto, e del bello poetico, e ingegnandoci di scoprire quali Virtù s’abbiano da seguire, quai Vizi da schivare, per giugnere al grado d’eccellentissimo, e perfetto poeta.

Quello però, ch’io son’ora per esporre, e consigliare in teorica, fu in pratica tentato da due valentuomini vicentini, che l’A. 1701 in Padova unitamente diedero alla luce alcune lor Poesie Italiane, Latine, e Greche. E se noi crediamo alla Prefazione, ch’essi posero avanti a quel libro, è venuto lor fatto di scoprire nel proprio esempio a i poeti d’Italia il buon gusto della Volgar poesia. Quantunque sappiano essi, che que’ lor componimenti sieno per parere a prima fronte lavorati con molta novità, pure ci assicurano, che li troveremo pieni d’antichissima immagine, e ordinati sulle regole de’ più nobili Autori. Nè già negano a se stessi la gloria d’avere aperta la strada ad altri di più sublime talento per conseguir la perfezion de gli antichi poeti, e d’aver rivocato qualche raggio della vera poesia, ove (secondo la loro immaginazione) tant’anni giacciono oppresse le lettere umane, ma l’Arte in particolar delle Muse v’è rimasa sepolta con deplorabile naufragio. Così parlano que’ dotti uomini, ben conoscendo le ferite impresse nell’Italica poesia dal secolo prossimo passato, e la necessità di quella Perfezione, e riforma, ch’io prendo a descrivere. Anzi per maggiormente accendere gl’Ingegni Italiani a questa impresa, deplorano essi lo stato presente delle lettere umane con tali parole: Era il nostro linguaggio ridotto a somma coltura per le fatiche di molti uomini illustri, che lo fregiarono di vari ornamenti, tra’ quali non so come tacere il Cavalier Giovan Batista Guarini, e Torquato Tasso, ingegni veramente divini, che pochissimi dopo avvero fortuna di seguitarli alquanto di lontano. Qual peste esecranda non ha poi pessimamente afflitta l’Italia? Quindi seguono con pungenti, e gagliarde invettive a condannare o di fanciullaggine, e freddura lo Stile de’ moderni poeti; ma spezialmente scaricano le lor querele contra i componitori de’ Drammi, altamente gridando, che gl’Italiani teatri oggi sono una gran corruttela all’arte della poesia, non solo per difetto de gli spettatori corrotti troppo nel gusto, ma per colpa anco de gli Autori, che si mettono con tutta franchezza a scrivere ciò, che non sanno. vero è, che potevano questi scrittori mostrarsi meglio informati della fortuna presente dell’Italia, e del merito di molti moderni Autori, essendo, come si è di sopra notato, certissimo, che da trenta anni in qua s’è infinitamente purgato il gusto delle muse italiane; e sapendosi, che son fioriti, e fioriscono oggidì poeti sì valorosi, che o poco, o nulla portano invidia a gli antichi; ed essendo palese a ciascuno, che dalle principali città, e accademie nostre si sono sbanditi i falsi concetti, le argute freddure, lo stil gonfio, ed altri mali del Secolo diecisettesimo. Ma non già, come io voglio credere, ciò da loro si è per ignoranza taciuto, perchè troppo è nota, ed evidente la verità di tal fatto. M’immagino più tosto, ch’eglino a bello studio abbiano ciò dissimulato, o per maggiormente incitare, ed animare gl’italici ingegni alla sconfitta di que’ mostri, che occuparono già il nostro Parnaso, con farci credere tuttavia costante il lor tirannico imperio; o pure si tacquero essi, affinchè supponendo i lettori veramente sepolta con deplorabil naufragio l’Arte delle Muse in Italia, più volentieri prendessero a leggere queste nuove Rime, e a riconoscere chi le compose per ristoratori dell’ottimo gusto.

In effetto consigliano essi la gente a leggere il lor sonetto; imperciocchè da questo (come essi protestano) fu nostra principal cura sterminar quella pestilente gramigna delle freddure, che se l’avea tolto in possesso; e legatolo con miglior unione di membri, abbiamo proccurato accompagnarvi l’armonia, la chiarezza, e l’affetto; onde spero, che lo troverai e più poetico, e più venusto, che da qualche tempo non s’usa. Oltre a ciò con grande ingenuità ci fanno intendere i pregi delle lor Canzoni, chiamandole intelligibili, e purgate da ogni gonfiezza, ma sollevate in vece da un furor suo naturale, facile, e puro. Aggiungono parimente, che noi potremo veder nelle Egloghe loro, come vada maneggiato il carattere umile senza avvilirsi, e cader nel plebeismo. Nè basta loro con benefici cotanti segnalati verso l’Italica poesia, e col farci anche sperare de i Drammi un poco meglio lavorati, che non sono i moderni, d’aver raccomandato alla posterità il proprio nome. Hanno ancor voluto giovare alla nostra lingua non ravvivar in parte l’ortografia inventata già dal Trissino, tuttochè non mai accettata da gli scrittori Italiani scrivendo in vece di gli, ciglio, foglia, lji, cilio, folia; e usando due differenti S, due differenti Z, e un I circonflessa.

Ora bisogna confessarlo: eglino con queste Poetiche fatiche hanno scoperto non meno il lor buon’animo, che il lor valore, e la molta letteratura, di cui son dotati. Contengono i lor versi bene spesso un bel fuoco poetico, leggiadre immagini, e nobili pensieri. Ma con tutto ciò non so già persuadermi, che queste erudite persone veramente si diano ad intendere d’aver co’ loro poemi proposto un buon modello di quella perfetta poesia Italiana, e di quella riforma, che noi siamo per descrivere. In leggendo i versi loro, non sarà molto soddisfatto chi vorrebbe pur veder la poesia utile alla Repubblica, e gravida di quel buon sugo di filosofia morale, che tanto è necessario a chi vuol’essere perfetto poeta. Anzi potrà temere alcun, che in vece d’apportar profitto, non abbiano essi apportato gran danno a’ lettori, adoperandosi da loro con somma libertà di linguaggio de gli epicurei, d’Anacreonte, d’Orazio, e de’ Gentili, mentre senza veruna consolazion di parole consigliano il vivere lietamente ne’ piaceri, ed amori. E per verità egli sembra, che ciò da loro non solamente si persuada colle sentenze, ma si autentichi eziandio col proprio esempio, altro non sonando i lor detti, pensieri, ed argomenti, che affetti poco lodevoli, e molti pericolosi a chi legge. Io per me confesso di credere pienamente alla protestazione da lor fatta, con cui spacciano come scherzi, e non veraci sentimenti, le profane espressioni di quel libro; e reputo non men dotto l’intelletto, che onesta la vita de’ suoi autori. Ma e maggior benefizio alle buone lettere, e più giusta lode a questi scrittori sarebbe venuta, quando eglino avessero voluto star lungi dalle sentenze, e da gli affetti, come ancor sono dalla falsa Religion de’ pagani. Se la poesia, come per noi si proverà, affin d’essere perfetta, o maggiormente perfetta, de’ essere maestra delle Virtù, e de’ buoni costumi, o almen non essere dannosa a chi legge, io temo forte, che molta perfezione manchi a queste nuove Rime. Nè oserei promettere a gli Autori, che in un buon senso dovessero le genti interpretar quel sonetto, che incomincia:

Michel cercati pure un altro amante;

Non far conto in Argisto: Argisto è morto.

O pure i versi ad Philocurum, o quelli de suis amoribus, ovvero i Greci πόϑος τοῡ ἑαυτοῡ, o ad Lesbinum, ed altri sì fatti, la scusa de’ quali espressa ne’ versi de suis moribus non sarà probabilmente da tutti accettata per buona. Che se poi ragioniamo del buon gusto poetico, con cui si dicono lavorate queste Rime, certo è, ch’eglino si sono allontanati dalla corrotta maniera di poetare tenuta da non pochi nell’ultimo passato Secolo. Ma si sono ancora studiati di comparir, per così dire, più tosto Novatori, che Rinovatori della Italica poesia. Il sentiero da loro calcato è ben differente da quel de’ vecchi Italiani, imitando questi di troppo, anzi copiando, e traducendo in volgare, per quanto loro è stato possibile, lo Stile, e locuzioni particolari de’ Lirici Greci, e Latini. Impresa certamente gloriosa, quando la novità del loro Stile sempre si fosse ben’adattata al nostro Idioma, e i lor versi portassero l’abito Italiano, e moderno. A me però, con pace di sì eccellenti poeti, sembra che la loro poesia non rade volte si dimentichi d’essere Italiana, ed ami di soverchio i pellegrini ornamenti. Ogni lingua ha certe forme di dire, certe construzioni, tanto sue proprie, che non possono acconciamente accomunarsi coll’altre Lingue. Di tali proprietà moltissime se ne truovano nella Favella Ebrea, che i Greci, e Latini non oserebbero trasportare nel loro Idioma. Altre ne hanno i Greci, che non si convengono a’ Latini; ed altre i Latini, i Greci, e gli Ebrei, che non ben s’adattano all’Italica lingua. Che se taluno vuol pure da un Linguaggio all’altro far passare queste proprietà, dee dimesticarle alquanto, e ridurle per quanto si può intelligibili, e chiare nell’altro Linguaggio. Altrimenti sarà straniero il suo Stile, nè si comprenderanno i suoi sentimenti dalla maggior parte di coloro, che parlano, e intendono quella lingua: il che senza dubbio non è virtù, ma difetto. Lo stesso, che a’ costumi delle nazioni, avviene alle lingue. Chi volesse in Italia usar le vesti Cinesi, e que’ riti, per cagion de’ quali s’è finora cotanto disputato, e tuttavia si disputa fra’ teologi, egli sarebbe dileggiato, perchè altro sistema ha questo cielo, ed altro il cinese. Ciò, ch’è ornamento ad un pechinese, o nanchinese, diverrebbe colpa, e sconvenevolezza in un Romano, in un Fiorentino.

Ed appunto io vo ben credendo, che talora assai straniere, talora crude, e talora come non compossibili colla nostra lingua possano parer certe locuzioni, e parole, onde a piena mano son seminati i versi de i due mentovati scrittori. Produciamone qualche esempio in mezzo. Così scrive un d’essi in una sua canzone.

Dammi, grida ciascun, Giove pietoso,

Compir con gli anni miei Nestore antico.

Te prometto ritrar dal rozzo Fico,

E nel Cedro Idumeo farti odoroso.

Con tanto priego, e con sì largo voto

Gli cavan di man le rughe, e gli anni. V

ivono le Cornici; e i lunghi affanni

Giovano loro, e’l genitor remoto.

E pur quanti fastidi, e quanto male

Seguon l’età già fracida, e canuta?

Or l’infanzia del naso, or la minuta

Memoria, il dubbio piè, l’occhio ineguale.

Un’altra Canzone ha questo principio:

Non se l’aurea fortuna entro la mano

Ti credesse la chioma, e ’l viso intero ecc.

Tutti ci copre alfin l’urna vorace;

E discorre l’oblio sull’opre umane.

O appresso il Rio loquace

Oziosi dormiamo il Sirio Cane,

O perpetuo sudor bagni la fronte:

Nulla giova a schivar l’atro Acheronte.

Della Fortuna così è scritto in un sonetto.

Oh quanto mai la lubrica Fortuna

Gioca sovra di noi stolti mortali!

Guarda, come a Cruseo fecci ineguali;

A lui cortese, a noi troppo importuna.

Molto Gange superbo egli raduna:

Son la ricchezza mia pochi animali.

Egli suole abitare i sassi Australi:

Il mio albergo non sa di rupe alcuna.

Ei beve nelle gemme uve straniere

Colte già due Pontefici. Io da un faggio

Il mio Bacco, che già languido pere ecc.

Favella un d’essi dell’Età dell’Oro, e de’ nostri tempi con tali parole:

Non s’usava così romper le vite

A mezzo stame nell’età migliore:

Cadean l’anime secche in grembo a Dite.

Nessun l’altro premea, nessun bramava

Attaccar il suo ferro all’altrui vena.

Non temeva l’Ambrosia i Dei pelosi.

Più non s’arrischia il mietitore ignudo

A i solleciti solchi. Il fiero Marte

Avvezza anco i bifolchi al ferro crudo.

Studian l’umide madri in sulle carte

I paesi leggieri; e ’l dubbio figlio

Notano spesso in formidabil parte ecc.

Ecco pure il principio d’un sonetto.

Segui il Ciel, porta i Dei, soffri il divino Giro.

Che vale al suo volere opporti?

Piovon d’alto quaggiù le umane sorti,

E patimmo pur tutti il suo destino.

Quinci a solcar di temerario lino

Vien che l’ondoso Giove altri si porti;

Altri pugni nel ferro, altri le morti

Più lento abborra, e ’l solcator marino.

Certamente in ascoltar queste forme di dire, e questo non usitato Stile, parrà a taluno di udire, non già un Italiano, ma un Latino, o un Greco, il quale parli l’altrui Linguaggio. Ad altri sembrerà, che alcuni aggiunti, e sentimenti sieno troppo scuri, e che gli Autori non avrebbero poco aiutato chi legge, se a’ lor versi avessero congiunto un erudito comento. Ma pochi per avventura, o niuno, comprenderanno il senso d’un sonetto, che così comincia:

Mentre al vinto Ilion dava di piglio,

Ilio d’ogni virtù polve immatura,

E con Elena sua dall’arse mura

Traea ’l marito, e di Laerte il figlio;

Rise amor con la Madre. Altro consiglio

È tempo, disse: hor me seguir procura.

E m’abbassa le voci, e le misura

Hor col filo d’un labbro, hora d’un ciglio.

Non saprà, dico, intendersi, come il primo verso significhi, che il poeta prendeva a cantar le rovine di Troia; o come nel secondo possa chiamarsi Ilio polve immatura d’ogni virtù. Parrà locuzione alquanto strana il dire: altro consiglio è tempo; e crederassi molto vicino al Marinesco quel dire, che Amor misura le voci or col filo d’un labbro, ora d’un ciglio. Il chiamar poi, ragionando del suo innamoramento, le pallide saette, i sacri incendii; il dire: It’ è in cenere pur l’anima mia ecc. S’era tratto il discorso in molta cena; ovvero che Partenia

E gran fiamma da gli occhi, e molta Rosa

Mi saetta dal volto.

O pure:

Fin da i rossi vagiti a i dì senili,

Dove il Fato ne trae, gir ne conviene.

Ovvero:

Il giovane Metusco allor che Morte

Rapida lo coprì d’acerba terra,

E gli strascinò dietro un mar di pianto.

Dopo aver detto con gentilezza:

Io non canto per gloria: alle mie pene

Serve l’ingegno, e con Amor contendo;

Aggiungere:

Mi lusingo la piaga, e mi difendo

La crescente Partenia entro le vene.

Lodando chi vive senza moglie, scrivere, ch’egli

Non soggiace a tumulto, il sonno accoglie,

E dorme a ingegno suo la piuma intera.

Dire a Partenia, ch’egli morirà occulto amante, e soggiungere:

Nella lagrima tua non avrà sorte

Il cadavero mio. Giacerà inculto.

Quant’onor perderai di quanta morte?

Cominciare un sonetto così:

Lodato Amor. Pur quella man potei

Soggiogar al mio bacio. Era nel Fato

Così rara fortuna. Hor chi sperato

Avria facili tanto i nostri Dei?

Ed altre simili espressioni, e maniere di dire o troppo Latine, o almen poco Italiane, sovente l’una dall’altra scatenate, cioè senza congiunzioni, io non so quanto lodatori si possano promettere. So bene, che pochi imitatori elle dovrebbono sperare, quando non si vestano alquanto meglio alla foggia d’Italia.

Senza che, può notarsi in queste Rime, quantunque lontane per confession de gli Autori dal corrotto gusto del Secolo passato, qualche concetto, che forse non reggerebbe alla coppella. Tale per avventura è quello, che contiensi nel seguente terzetto:

Fugge, Irene, l’età: per ogni passo

Temo il sepolcro; e so, che nel tuo petto

Per fabbricarlo è già formato il sasso.

O pure nel distico Latino.

Scribere si quæris, Lesbine, in marmore læsus,

Scribe in corde tuo: marmore durius est.

Se si misureranno questi due concetti colle regole, ch’io spero di proporre, ho gran timore, che compaiano poco ben fondati. Per altra cagione ancora potrà poco piacere il sonetto sopra la picciolezza di Crispino, ove dopo essersi detto, ch’egli chiuso in un atomo fu sepolto, si legge questo ultimo terzetto.

E da piedi, e da fianchi, e dalla testa

Segnò gran spazio. Hor più di mezzo ancora

Senza religïon l’atomo resta.

Nel sonetto poscia, dove si descrive il pianto di Michele, che ha questo principio:

Rotte un giorno Michel le sue pupille,

Tutto quanto di lagrime piovea ecc.

Dicesi, che Venere, veduto quel pianto, sentì nascersi in cuore un nuovo furore.

Quinci rivolta al popolo celeste:

Giacchè, disse, dovea nascer nell’acque,

Perchè non aspettai nascer in queste?

Molto inverisimile è questo desiderio, e concetto di Venere. Altri poi avrebbe aggiunto un io a quel dovea, ed avuta qualche difficultà in dire aspettai nascere. Lascerò, che altri veggano, se sia molto felice la comparazione, che quivi si fa d’Amore, e di Michel piangente, con questi due versi.

Amor, te somigliava, allor ch’Enea

Disfar vedesti in misere faville.

Parimente se pur volevano questi poeti darci secondo la lor protestazione l’Oda intelligibile, e purgata d’ogni gonfiezza, potevano aver qualche scrupolo, cominciandone una per lodar la Valle di Trissino in questa maniera:

Altri cantano Rodo, altri Corinto,

Che in doppio mare ondeggia,

Altri i Delfici sassi, altri i Tebani.

Stridon ne’ versi ancor gli orti Africani:

Ancor Tempe verdeggia

Ov’arde Adone, e scrivesi il Giacinto.

Ma da più Febo io vinto

Or depongo la Grecia, e ogn’altra parte;

E l’Agno spumerà nelle mie carte ecc.

In un’altra Canzone dicono essi:

Altri con ago Ideo

Or dipinge le selve, ora ingegnoso

Stringe ne’ liti d’or l’onde tessute.

Qui s’increspa l’Egeo

D’argentei fili; e tra lo stame ondoso

Crescon le gemme in Cicladi minute.

Di tesoro Eritreo

Si macchiano le Tigri, urlano gli ori.

Qui la stupida man teme i tesori ecc.

Mi perdoneran dunque i dottissimi autori di queste nuove, e forse troppo nuove Rime, s’io non crederò sufficientemente da loro purgata, e restituita all’onor di prima la poesia Italiana. Il poeta, ch’io desidero, ha co’ suoi versi da raccogliere in sè tutte le virtù Poetiche; star lungi da ogni difetto; e recar nello stesso tempo dilettazione, ed utilità a’ suoi lettori. Come ciò possa farsi, ci andremo ora studiando di far in parte apparire, sciogliendo le vele al vento. Non si facesse però taluno a credere, che qui avesse da leggersi un pieno trattato di poetica. Ad altri autori, che son moltissimi in numero, stimatissimi in dottrina, sia necessario ricorrere per trarsi la sete, avendo essi diffusamente trattata quest’arte. Io e parte li supporrò già letti dal mio leggitore, e parte ancora supporrò, ch’egli sia per leggere. Altrimenti mi converrebbe ridire il detto, e replicar senza necessità veruna le leggi poetiche. A me dunque basterà di dimostrare, secondochè io saprò il meglio, qual sia il vero buon gusto, e spezialmente ne’ pensieri, o sentimenti. E se otterrò questo, io mi crederò d’aver soddisfatto abbastanza al bisogno altrui, non meno che al mio desiderio.

CAPITOLO QUINTO

Che sia buon gusto. Altro è sterile, altro è fecondo. Non essere impossibile il darne precetti. Altra divisione del buon gusto in universale, e particolare. Onde nasca la diversità de’ giudizi.

O perchè sia povero il nostro linguaggio, o perchè miglior espressione ci venga somministrata dalla metafora, che dalle parole proprie, noi volentieri, e liberamente usiamo il vocabolo di buon gusto, per significare quell’intendere, e distinguere il buono, e il bello de’ componimenti poetici, anzi di tutte l’altre scienze, arti, ed azioni umane. Allorchè il Palato nostro, o per dir meglio la lingua nostra ben disposta può, coll’assaggiare i cibi, discernere il lor buono, o cattivo sapore, per la grata, o ingrata sensazione: allora noi diciamo d’aver buon gusto. S’è trasportato dalla lingua all’intelletto questo vocabolo, siccome ancor Plinio nel lib. 11 cap. 37 della storia Nat. per esprimere il gusto trasportò alla lingua il vocabolo dell’intelletto. Intellectus saporum, dice egli, est, ceteris in primia lingua, homini et in palato. Il giudicar dunque ben regolatamente, che si fa dal nostro intelletto, e il conoscere il buono dal cattivo, il bello dal deforme, suol chiamarsi buon gusto, e massimamente in quelle Arti, che sono in tutto figliuole del nostro ingegno. Quindi la proporzione permette, che si nomini buon sapore quella bontà, e bellezza, che dal gusto nostro si scuopre ne gli altrui componimenti, o si mette ne’ nostri, e che pure è un effetto dell’ottimo gusto. Doppiamente perciò può operare il nostro intelletto provveduto di buon gusto. O assaggia egli i parti altrui, e comprende le loro bellezze; o in producendo egli i suoi concetti, gli riempie di quel buon Sapore, che può piacere ad altrui. Nella stessa maniera può doppiamente il dipintore esercitare il suo gusto, o col far egli stesso delle pitture, o giudicando le fatte da altri dipintori. Ma siccome è ben più agevole a’ dipintori il portar giudizio delle opere altrui, che il far nascere da’ loro pennelli qualche Opera compiuta; così a gl’intelletti nostri è molto men difficile l’osservare, e gustar ne’ componimenti altrui gli effetti del buon gusto, che il produrli co’ nostri medesimi parti.

Dal che seguono due conclusioni. La prima si è, che merita somma, e piena lode, chi è dotato di questo buon gusto, che possiamo chiamar potenza seconda; imperocchè chiunque è atto a perfettamente comporre, questi regolarmente il sarà eziandio per ben gustare gli altrui componimenti, e perciò comprenderà ancora in se stesso l’altro buon gusto, che possiamo appellar Potenza sterile. Laddove chi solo può vantar questo ultimo Sterile buon gusto, è degno solamente della metà della lode, perchè non ha, se non una parte dell’ottimo gusto, anzi la parte men difficile. Et essendo ciò, come senza dubbio è, certissimo, ci sembra molto convenevole, che lo sterile buon gusto d’alcuni debba essere discreto nella censura de’ componimenti altrui, scusando più tosto, e compatendo, che deridendo i loro difetti, ed errori; poichè ben dovuto è questo privilegio alla fatica, e difficultà, che accompagna i parti del buon gusto fecondo. Che se talun di costoro si mettesse anch’egli a far versi, agevolmente proverebbe, quanto men si sudi nell’insegnare, che nel mettere in opera i precetti dell’Arti,

.  .  .  .  .  .  .  .  . Et in versu faciendo

Sæpe caput scaberet, vivos et rodert ungues.

L’altra conclusione si è, che per condurre gl’intelletti nostri alla perfezione del gusto, e dovrà loro, come cosa più facile, far conoscere il buon sapore, ch’è ne gli scritti altrui, ed inspirare il gusto, che appellammo sterile. poscia si potrà far pruova della fecondità de’ nostri ingegni, nel che è necessaria maggior fatica, e diligenza per giungere all’ottimo. adunque io crederò molto giovevole all’impresa nostra, che s’accinge a scoprire il buono, e il bello poetico, o pure i suoi contrari, che sono anch’essi oggetto del buon gusto, se alle mie osservazioni accoppierò gli esempi de gli antichi, o de’ moderni scrittori; e se ad un tempo stesso mi studierò d’aiutare gl’ingegni sterili a ben gustare, e giudicare i parti altrui, e di aprire a i fecondi qualche interna miniera del buono, e del bello.

Prima però d’avanzarmi nella sposizione del buon gusto, è d’uopo il prevenir l’obbiezione, che taluno può farci con dire, che non può cader sotto precetti il gusto, nè formarsi un’arte d’esso. e potrà fondar tale opinione sulla sperienza stessa, che ci fa conoscere, quasi esser tanti i gusti de gl’intelletti, quanti sono gl’intelletti medesimi. Ora di questa infinita diversità di gusti non sapendosi render ragione, per conseguente non saprà pure insegnarsi l’arte del buon gusto. apporterassi ancor per pruova l’autorità di quintiliano, che nel lib. 6 cap. 6 favellando del giudizio, cioè del buon gusto Intellettuale, dice non potersene dar precetti, come nè pure ciò è permesso de gli odori, e del gusto sensitivo. nec magis, così egli parla, arte traditur, quam gustus, aut odor. Ma ci scioglieremo di leggieri da tale opposizione, prima negando, che sia affatto impossibile il trovar ragione della diversità de’ gusti sensitivi, apparendo il contrario ne gli scritti de’ filosofi moderni. poscia, avvegnachè ciò fosse pur certo, diremo non correre tra il gusto intellettuale, e sensitivo una parità sì stretta, che quanto s’afferma dell’uno, abbia a proporzione sempre da intendersi dell’altro. perciocchè, se ben si vorrà por mente, può ancora giungersi a render ragione della diversità de’ gusti de gl’intelletti. in primo luogo abbiam da considerare il buon gusto Intellettuale o come universale, o come particolare. Quello è un solo; ma colla sua unità ha congiunta sì grande ampiezza, che abbraccia tutti i particolari, giusta il costume de gli altri universali, che comprendono in se diverse spezie, e molti individui. risiede il particolare ne’ soli individui, o vogliam dire in ogni particolare intelletto; onde quanti sono gl’intelletti, possono pure altrettanti essere i gusti particolari. nella stessa guisa una sola è ne gli uomini la volontà ragionevole, pure è chiaro, che ciascuno ha il suo voler particolare, come scrisse il Satirico:

velle suum cuique est, nec voto vivitur uno.

e in fatti fra coloro, che non hanno se non lo sterile gusto, v’ha chi è solamente innamorato d’Omero, e di Virgilio, prezzando poco, anzi disprezzando Lucano, Ovidio, ed altri. V’ha chi solamente ama Cicerone, e Livio, non soffrendo Plinio, Tacito, e i loro simili. Chi per lo contrario s’appaga più de’ secondi, che de’ primi autori, o del solo Petrarca, nulla curando gli altri poeti volgari.

Denique non omnes eadem mirantur, amantque.

E ciò alla maggior parte de gl’intelletti avviene. Diversissimi eziandio son tra loro i Gusti Fecondi, veggendosi per esempio altro essere lo Stile, e il pensar di Virgilio; altro quel d’Ovidio; altro quel di Stazio; altro quel di Claudiano. E Cicerone confessò lo stesso de gli Oratori nel lib. 3 dell’Orat. dicendo: Quot Oratores, totidem pene reperiuntur genera dicendi. Tutta nondimeno questa diversità di giudizi, e di stili, non toglie, che ciascuno autore non meriti la sua lode proporzionata, chi più, chi meno. Essendo poi necessario per meritar questa lode, che tutti convengano in qualche fonte, o pregio, il qual sia comune a ciascuno: quindi scorgiamo, che tutti si riducono a quel buon gusto, che dimandiamo universale, come a quello, che si diffonde per gli componimenti di chiunque merita lode.

Nè altra cosa è questo buon gusto universale, che l’idea del bello, in cui debbono i saggi poeti sempre tener fisse le lor pupille, se bramano gloria da’ lor componimenti. E di questa idea del bello poetico francamente diciamo potersi dar cognizione, e constituirne un’Arte; ed io porrò studio per registrarne qualche principio. Ancor Cicerone confessava, scrivendo dell’Oratore a Bruto, che cosa difficilissima è l’esporre la forma, e il carattere dell’ottimo. Sed in omni re, dice egli, difficillimum est formam, quod ϰαραϰτὴρ Græce dicitur, exponere optimi; quod aliud aliis videntur optimum. Ennio delector, ait quispiam. Pacuvio, inquit alius. Varia enim sunt iudicia, ut in Græcis; nec facilis explicatio, quae forma maxime excellat. Per tutto ciò non rimase quel grand’uomo di ragionarne, avendo egli scoperto, non ostante questa difficultà, i fonti, e le ragioni dell’ottimo nella vera eloquenza. E in proposito di questo confesso anch’io, che può ben’essere assai difficile il render ragione del buon gusto particolare d’alcuni, osservandosi tanta differenza nel giudicare de’ componimenti altrui, o nel lavorare i propri. Nulladimeno può rinvenirsi ancor la cagione di questo. Come si è detto, l’idea del bello, o sia il buon gusto universale abbraccia tutti i Particolari; ma ogni particolare non abbraccia l’universale. Moltissime, e quasi direi, innumerabili sono le vie, per le quali può pervenirsi al bello universale, come quello, che ha tante parti, e vedute, tra lor diverse bensì, ma però tutte stimabili, e lodevoli. Non può l’intelletto umano ordinariamente abbracciar tutte queste parti, nè aggiungere per tutte le mentovate vie all’idea vasta del bello; onde una sola n’elegge, e per quella si conduce al desiderato fine. E perchè, quando esso felicemente cammini, perviene in qualche maniera al bello, quindi per conseguente merita lode, avvegnachè sia diverso il suo cammino da quel de gli altri. Quam sunt, diceva il mentovato Cicerone nel lib. 3 dell’Orat. inter sese Ennius, Pecuvius, Acciusque dissimiles? Quam apud Græcos Æschylus, Sophocles, Euripides? Quamquam omnibus par pene laus in dissimili scribendi genere tribuatur. È ben però vero, che in paragon d’altri degno è di lode maggiore, chiunque abbraccia le migliori, più nobili, e difficili, o men comunali Idee del bello.

Colla medesima considerazione può intendersi, onde manca la diversità manifesta de’ giudizi intorno a gli altrui componimenti. Poichè volendo taluno misurar l’idea particolare del buono, o cattivo gusto di qualche autore colla particolare idea, ch’egli s’è formato del bello, nè trovandola somigliante, facilmente passa a biasimarlo, quando forse dovrebbe lodarlo; come avvien di coloro, che solamente credendo bello il poetare alla Petrarchesca, o dispregiano, o non apprezzano abbastanza l’altre maniere di poetare. Ma questo errore non cade in chi sa ridurre il gusto particolare di quel tale autore a i primi principî, e fonti del buon gusto universale; poichè adoperando le regole di quella vasta idea, che contiene tutte le particolari Idee del bello, egli può rettamente misurare, e giudicar l’idea particolar di colui. Questo però sembra solamente privilegio de gl’Ingegni grandi, e profondi, i quali in ogni componimento altrui fanno discoprir tutte le parti, ancor minute, del bello, che quivi è sparso, e distinguerlo dalle parti deformi, riconoscendo in ciascuno il peso del merito. Può ancora accadere, che sia differente il giudizio di molti intorno ad uno stesso sentimento, o poema di qualche scrittore; perchè taluno si arresta alla superficie del sentimento, e delle cose; e comparendo questa assai bella, agevolmente inganna il guardo Intellettuale. Laddove altri più acuti penetrando le viscere di quella poesia, ne scuopre qualunque difetto. Altri ancora non ponendo mente alla qualità del componimento, al genio dell’autore, o ad altra circostanza, biasimerà o approverà alcun detto, che pure con ragioni più sode sarà da altri lodato, o riprovato. Di ciò recheremo esempi nel proseguimento dell’Opera. Basta per ora questa general prevenzione: cioè, che il non ben giudicare della bellezza, o deformità de gli scritti altrui, e che il non condurre a perfezione i suoi, nasce non già dall’impercettibile idea del bello, ma da gl’intelletti non bene ordinati, ed illustrati dalle regole del buon gusto universale, o sia della vasta idea del bello, di cui ora mi fo a ragionare, e a piantare i fondamenti.

CAPITOLO SESTO

Si premettono alcune universali notizie del bello poetico. Ciò, che s’intenda per bello. Due spezie d’esso. Amore innato del vero, e sua bellezza. Qual vero si cerchi dalle Scienze, dalle Arti, e dalla Poetica. Division delle cose in tre Mondi. Che s’intenda per imitare. Differenza tra la Poetica, e l’altre Arti, e Scienze.

Consiste dunque il buon gusto nel conoscere, distinguere, e assaporare il bello poetico, cioè nel saper giudicare in teorica, e in pratica, ciò ch’è bello, ciò ch’è deforme in poesia. Sia perciò di mestiere l’andar cercando, in che veramente consista questo bello, e lo spiegarne, per quanto è possibile, la natura, e l’idea. Per bello noi comunemente intendiamo quello, che veduto, o ascoltato, o inteso ci diletta, ci piace, e ci rapisce, cagionando dentro di noi dolce sensazione, e amore. Bellissimo sopra ogni cosa è Dio, ed egli è il fonte d’ogni bellezza; bello è il Sole, bello un fiore, un ruscelletto, una dipintura, un suono di musicale strumento, un qualche motto ingegnoso, una storia gentilmente narrata, o scritta, una qualche virtuosa azione. Fra tante, e sì differenti bellezze, di cui la natura è piena, altre sono Corporee, altre sono Incorporee. Le prime cadono sotto i sensi dell’udito, e della vista: come la bellezza delle Stelle, dell’oro, de’ giardini, d’un bel Corpo umano, della Musica, e simili. Le seconde bellezze, tuttochè i loro effetti si portino talvolta per gli sensi all’intelletto, pure non cadono sotto i sensi, ma propriamente son gustate dal solo intelletto: come la bellezza di Dio, della Sapienza, delle Virtù, d’un poema, d’un’Orazione, e somiglianti. Lasciando star le bellezze corporee, ci ristringiamo alle Incorporee sole; che spirituali, o Intellettuali eziandio nominiamo.

Queste di nuovo si possono da noi dividere in due spezie. Altre sono fondate principalmente sul vero, altre spezialmente sul buono. La beltà delle Virtù morali ha il suo fondamento sul buono; e questo buono, vestito della bellezza, essendo appreso dall’intelletto, passa a dilettare, e rapire la volontà dell’uomo; e se ancora mirar si potesse con gli occhi del corpo questa sua beltà, sveglierebbe, come diceva Socrate, un amore maraviglioso nel cuor de gli uomini. Per lo contrario la beltà delle Scienze speculative, e delle Arti più nobili, propriamente, e a dirittura si fonda sul vero; e questo vero, se è bello, appreso ch’egli è dall’intelletto, soavemente lo diletta, e rapisce.

Per intender meglio questa dottrina, abbiamo di bel nuovo da ricordarci, che il vero, e il buono sono i due ultimi fini, a’ quali naturalmente, e sempre tendono i desideri del nostro intelletto, e della nostra volontà. Brama la prima Potenza di sapere ciò, che è in noi, o fuori di noi; l’altra di ottenere ciò, che può far noi colla sua bontà felici. Nè giammai riposano questi due valorosi appetiti, finchè non giungono a goder la visione di Dio, cioè la Beatitudine, ove son congiunti il sommo vero, e il sommo buono. Ma perciocchè in questo basso esilio moltissimi ostacoli per cagione del Corpo, e de’ mal nati affetti, possono tutto giorno interrompere questi due voli, benchè naturali, dell’anima: volle Dio colla bellezza impressa nel vero, e nel buono aiutar maggiormente la naturale inclinazione dell’anima nostra. Provando essa diletto nel considerare, e abbracciare il bello, più coraggiosamente, e volentieri si muove a cercar lo stesso vero, e lo stesso buono, a’ quali è congiunto il bello. Così la natura, per confortarci, ed animarci a conservar col cibo la vita corporale, avvegnachè a ciò siamo spinti da un desiderio innato, pose ne’ cibi virtù di dilettarci il gusto; onde tratti da tal dilettazione, più sollecitamente corriamo a conservar la vita. Oltre a ciò essendo quaggiù per colpa de’ primi nostri genitori il vero attorniato da molte tenebre, e da infinite Bugie; essendo altresì i beni onesti mischiati con infiniti altri non onesti: ha voluto Dio coll’imprimere il bello nelle verità, e ne’ beni, in tal guisa segnarli, che ogni sano intelletto potesse ben distinguere le prime, ogni volontà aiutata dalla sua potentissima Grazia, desiderare, ed amare i secondi. Se noi per debolezza nostra, o per cagion delle Passioni dominanti, le quali passano ad accecar l’intelletto, non riconosciamo il bello, onde è vestito il vero: allora non solamente non proviam diletto dal vero, ma talvolta ancora lo abborriamo. E ciò continuamente si scorge nelle Scienze Speculative. Sono queste senza dubbio bellissime; e pure conciossiachè la lor bellezza non sia conosciuta da i più de gli uomini, pochi sudano per conseguirle. Che se la lor bellezza una volta si comprende, l’animo nostro non perdona a fatica veruna per giugnerne al dilettevol conquisto. Il medesimo può dirsi de’ beni. Ci fermiamo sovente ne’ beni minori, perchè non siam pervenuti ancora a ben’intendere la bellezza de’ maggiori; e ciò da chicchesia continuamente si pruova, o si vede in infiniti esempi.

Ciò posto, rivolgiamo noi tutto il nostro studio a considerar quel bello, che è fondato principalmente sul vero, e che diletta l’intelletto nostro; poichè il bello poetico propriamente cade sotto questa spezie. Nè ciò paia strano; imperocchè, siccome dicemmo, la bellezza delle scienze speculative è fondata sul vero; e quantunque la poesia non abbia il privilegio d’essere annoverata fra le Scienze, ella è però un’Arte nobilissima, che non men di quelle parla all’intelletto; e quando è bella, ha la virtù anch’essa di sommamente dilettarlo, e rapirlo. Truovasi ben’in lei una parte di Belli, che cade sotto il senso dell’udito, cioè a dire l’armonia, e la Musica del verso. Ma questa sì fatta bellezza è un ornamento superficiale, che è necessario bensì alla bella poesia, ma che non fa veramente, ed internamente esserlo bella. Adunque la beltà interna, vera, ed essenziale della poesia, è quella, che dall’intelletto è conosciuta, e gustata. In udire, in leggere un Bel poema, si pruova dall’intelletto nostro un singolar diletto; nè questo altronde nasce, che dal ravvisar quella bellezza, di cui è ornato, e vestito l’interno vero del poema. Cerchiamo pertanto, in che consista questa interiore beltà della poesia, onde nasca, e come sia diversa dalla Beltà dell’altre Scienze, ed Arti.

Naturalmente l’intelletto nostro si muove a cercar il vero; e tutte le cose, tutti i Regni della natura sono oggetto di lui proprio, in quanto contengono il vero, e il falso. Dalla cognizione del vero egli sente piacere; fugge per lo contrario, ed abborrisce il falso; perchè il primo è conforme alla natura, che fatta ad immagine di Dio ha inclinazione alla Sapienza, e a questa affatto s’oppone il falso. Non per altro ci dispiace cotanto d’essere ingannati, e di errar nelle nostre cognizioni, se non perchè abborriamo naturalmente il falso, e l’essere Ignoranti; e perciò noi ci studiamo di ben comprendere il vero. Questo è un dolcissimo pascolo, di cui continuamente andiamo in traccia; onde Aristotele disse quella notissima sentenza: che tutti gli uomini per lor natura bramano di sapere. E Tullio nel lib. 1 de gli Ufizi: Locus, qui in Veri cognitione consistit, maxime naturam attingit humanam; omnes enim trahimur, et ducimur ad cognitionis, et scientiæ cupiditatem, in qua excellere pulchrum putamus: labi autem, errare, nescire, et decipi, et malum, et turpe ducimus. I sofismi dunque, le bugie, gl’inganni, e tutte l’altre spezie del falso, proposte all’intelletto nostro per ingannarlo, ci dispiacciono, perchè ci fanno, o ci suppongono Ignoranti. E se talvolta ci piacciono, solamente ciò avviene, quando ci sono rappresentate sotto sembianza di vero. Tolta questa sembianza di vero, son da noi abborrite le falsità; e l’intelletto può bensì aver dilettazione dallo scoprire gl’inganni, e il falso, ma non già dall’errare, o dall’essere ingannato. Nella stessa maniera, che la volontà non abbraccia con gusto alcun oggetto, salvo che sotto forma di bene, ancor l’intelletto non abbraccia con piacere oggetto alcuno, fuorchè sotto forma di vero.

Due cagioni però fanno talora, che il vero non si cerchi, o non ci diletti. L’una è dal canto dell’intelletto medesimo, e l’altra dal canto del vero stesso. Se l’intelletto è guasto; se non ben regolato; se leggiero; se pieno di sciocche opinioni; se dalla volontà viziosa travolto: allora il vero, tuttochè bellissimo, non gli piace, e alle volte giunge infino a spiacergli. Se altresì il vero stesso è mal vestito, oscuro, aspro, difficile ad intendersi, triviale, cioè se non porta seco qualche raccomandazione della bellezza, bene spesso accade, ch’esso non rechi dilettazion veruna al nostro intelletto. Così o perchè la volontà è mal sana, corrotta, e perduta dietro a qualche infimo, e non onesto bene, ella non si muove a seguir beni maggiori, e onesti; o questi beni maggiori a lei non piacciono, perchè non le si parano davanti vestiti coll’abito luminoso della bellezza. Immaginandomi io dunque di parlar ora con intelletti sani, o non prevenuti da false opinioni, solamente m’accingo a cercare, che sia questa Beltà, di cui s’adorna il vero.

E dico, che il bello dilettante, e movente con soavità l’umano intelletto, altro non è, se non un Lume, e un aspetto risplendente del vero. Questo lume, ed aspetto, qualor perviene ad illuminar l’anima nostra, e a scacciarne con dolcezza l’Ignoranza (cioè una delle pene più gravi, che per eredità ci lasciò il primo nostro padre) cagiona dentro di noi un dolcissimo piacere, un movimento gratissimo. Consiste poi questo lume nella brevità, o chiarezza, o evidenza, o energia, o novità, onestà, utilità, magnificenza, proporzione, disponibilità, probabilità, e in altre virtù, che possono accompagnare il vero, e colle quali esso è rappresentato all’intelletto nostro. Narrisi un qualche avvenimento, si tratti un punto di qualche scienza, dicasi una sentenza, o riflessione; quando queste verità compariscano all’intelletto evidenti, nove, chiare, oneste, brevi, o abbiano altre simili qualità, esse ci piaceran sommamente. All’incontro se da me si proporrà ad oneste persone alcuna di quelle laide, e schifose descrizioni, con cui qualche seguace della Scuola Marinesca avrà dipinte le azioni brutali dell’uomo, benchè ciò da loro si ravvisi per vero, tuttavia non piacerà; perchè un tal vero seco non porta il bel lume dell’onestà, e l’intelletto sano l’abborrisce, ben sapendo, che la volontà può rimanere offesa. Parimente leggerà taluno appresso Dante nel 4 Canto del Purg. i seguenti versi:

Quando per dilettanze, over per doglie,

Che alcuna vitrù nostra comprenda

L’anima ben’ ad essa si raccoglie;

Par, che a nulla potenza più intenda:

E quest’è contra quell’error, che crede,

Ch’un’anima sovr altra in noi s’accenda.

Ancor questa verità per non essere vestita col soave splendore della chiarezza, o perchè difficile, ed astratta ci si rappresenta, per avventura non porgerà verun diletto a quel tale. Così altre verità non ci piacciono talvolta, o perchè non si credono utili, o perchè non son nuove, o perchè sono oscure, o perchè improbabili, o perchè non han seco alcuna delle altre virtù, nelle quali abbiam detto consistere il lume, e l’aspetto (cioè la bellezza) del vero. Mancando alla verità l’ornamento di sì fatte qualità, e di questo amabile splendore, in lei non si scorge quell’attrattiva, e natural forza di dilettar gl’intelletti. Poco poi c’importa per ora di sapere, che questa bellezza può essere o interna, o esterna del vero; e che la volontà ben regolata dalla Ragione, o pur guasta, suol collegarsi anch’essa coll’intelletto, e fargli talor piacere, o dispiacere il vero. Passiamo pur francamente a più necessarie cognizioni, bastando a noi di conoscere, che la verità ha, e può avere anch’essa maggiore, e minor bello; e che un tal bello è quello, che diletta, e rapisce l’animo nostro. Per cagion d’esso la verità della Religion Cristiana, secondo il parere di S. Agostino, parve sì amabile a i Santi Martiri, che la morte stessa fortemente fu da loro incontrata per sostenerla. Così dice egli nella Pistola nona: Incomparabiliter pulchrior est Veritas Christianorum, quam Helena Græcorum. Pro ista enim fortius Martyres nostri adversus hanc Sodomam, quam pro illa mille Heroes adversus Trojam, dimicaverunt.

Tutte le Scienze, come s’è detto di sopra, o direttamente, o indirettamente cercano un qualche vero. Fra le Scienze speculative, che principalmente han per fine il vero, la Teologia cerca, e insegna il vero soprannaturale. Dalle Matematiche contemplative si considera il vero astratto de’ corpi, delle figure, de’ numeri, de’ suoni. Dalla Fisica il vero della natura creata. Le Scienze pratiche, cioè la Moral Teologia, la Filosofia de’ costumi, la Giurisprudenza, la Politica, l’Economica, cercano quel vero de’ costumi, e delle azioni, che o buono, o reo, dee seguirsi, o fuggirsi dalla umana volontà, per governar bene se stesso, o gli altri. Altrettanto fanno quelle Arti nobili, che parlano all’intelletto, come sono la Rettorica, la Storica, la Poetica. Hanno anch’esse per oggetto il vero; ma quel vero, che è congiunto col buono; quel vero, che giova alla volontà, essendo esse, come altrove dicemmo, figliuole, o ministre della Filosofia morale. dall’eloquenza si persuade il vero; dalla storia si descrive, come esso è avvenuto; dalla poesia, come poteva esso, o dovea verisimilmente avvenire. Ma essendosi da noi detto, che la poesia dee porgere insieme diletto, ed utilità a gli animi nostri, ora soggiungiamo, che il diletto si produce dal bello poetico fondato sopra il vero; e l’utilità si produce dal buono congiunto col vero stesso. Il vero proprio della poesia, ornato della bellezza a lui convenevole, diletta l’intelletto; e il buono, che ha da essere sposato con questo vero, giova alla volontà. Tuttochè poi da’ Metafisici si dimostri, che il vero, e il buono son la medesima cosa; pure più volentieri noi distinguiamo l’un dall’altro, e a luogo determinato riserbando il trattar del buono, e dell’Utilità, che dee prodursi dalla poesia, ora prendiam solo a considerare il vero poetico, e la bellezza sopra d’esso fondata, da cui propriamente si cagiona il diletto.

Secondo il sistema della natura umana, non può dilettarsi l’intelletto nostro, se non dalla cognizion del vero, o dalla simiglianza e sembianza del vero. Adunque convien dire, che la poesia anch’essa diletti col vero, o pur colla sembianza, e simiglianza d’esso. E perchè il vero non suol dilettarci senza esser bello, ancor la poesia è per conseguente obbligata ad usare, e rappresentar il vero, che sia bello. Ma che vero, che bello più precisamente sarà mai questo? Primieramente noi diciamo, che il vero proprio della poesia è tutto quello, che ne i tre Mondi, o Regni della natura può dipingersi, imitarsi, e rappresentarsi con immagini a gli occhi dell’umano intelletto. Per meglio dichiarar questa sentenza, si ha da supporre, che acconciamente possono dividersi tutti gli Enti creati, o increati, cioè tutto ciò, che fu, è, o sarà nella natura delle cose, in tre Mondi, prendendo la voce di mondo per un’unione di molti ornamenti. Il mondo Primo è il Celeste; il secondo l’Umano; il terzo è il Materiale. Per mondo Materiale, che mondo Inferiore ancor può chiamarsi, noi intendiamo tutto ciò, che è formato di materia, o di Corpo, come gli Elementi, il Sole, le Stelle, i Corpi umani, i fiori, le gemme, e quanto in somma cade sotto l’esame de’ nostri sensi. Il mondo Celeste, che mondo Superiore può ancora appellarsi, comprende tutto ciò, ch’è privo di corpo, e di materia: cioè la prima cagion delle cose Dio, gli Angeli, e l’Anime umane sciolte da i lacci della carne. il mondo umano finalmente, che mondo di mezzo si può nominare, partecipando del superiore, e dell’inferiore, abbraccia tutto ciò, che ha corpo insieme, e anima ragionevole, cioè tutti gli uomini pellegrinanti sopra la terra, e rinchiusi nel mondo materiale. questi tre mondi, o regni della natura contengono un’infinità di varie, e differenti verità; e appunto queste verità tutte sono, o possono essere l’oggetto, e il suggetto della poesia. Dalle matematiche, dalla fisica, siccome fu detto, si considerano solamente quelle del mondo materiale; dalla teologia quelle del celeste; dalla filosofia morale quelle dell’umano. ma la poesia può trattar di tutte le verità di questi tre mondi. da essa può rappresentarsi il mondo superiore, cioè la natura, la grandezza, la clemenza, la giustizia, e mille altre doti del nostro Dio; la beatitudine da lui compartita in cielo alle anime elette; la maniera, con cui egli si comunica all’uomo, e a’ corpi, cioè a gli altri due mondi. Può la poesia descrivere le verità del mondo di mezzo, rappresentando le azioni, i costumi, i pensieri, o sentimenti, le virtù, e gli affetti dell’uomo. Ella può finalmente dipingere nel mondo materiale tutte le verità de’ corpi celesti, e terrestri, semplici, o composti, naturali, o artifiziali. principalmente però suol’essa prendere per argomento le azioni, i costumi, e i sentimenti dell’uomo, cioè la verità del mondo di mezzo.

Tanta vastità di suggetto, o d’oggetto, conceduta alla poesia, la distingue dalle Scienze, a ciascuna delle quali una sola parte di queste infinite verità serve di suggetto; laddove tutte possono cadere sotto la giurisdizione del poeta, se se n’eccettuano alcune poche, di cui parleremo fra poco. Sopra tutto però la poesia si distingue dalle scienze nel fine. Le scienze considerano il vero per saperlo, per intenderlo; e la poesia lo considera per imitarlo, dipingerlo. Quelle cercano di conoscere; e questa di rappresentare il vero. Ora noi intendiamo per rappresentare, imitare, e dipingere, quell’azione, con cui parlando talmente si veste d’immagini, e si esprime con sentimenti o vaghi, o sensibili, o nuovi, o chiari, o evidenti, o con parole sì convenevoli una cosa, che l’intelletto per mezzo spezialmente della fantasia l’intende senza fatica, e con diletto particolare, e a noi può parer talvolta, per così dir, di vederla. Così appelliamo dipingere, e imitare l’azione, con cui un dipintore veste di colori, e d’ombre proporzionate una cosa in maniera, che l’occhio s’avvisa di vedere in quella sembianza la cosa medesima. Ciò, che il dipintore fa co’ suoi colori all’occhio esteriore del corpo, può ancor farsi dal poeta colle immagini all’occhio interno dell’anima. Ambedue dipingono, ambedue imitano gli oggetti; con questa differenza, che il dipintore quasi altro non può dipingere se non quel, che si può vedere, cioè una parte del mondo inferiore; ma il poeta può dipingere ancora le cose, che non cadono sotto il senso, e in una parola tutti gli oggetti compresi ne’ tre mondi, o regni della natura, purchè sieno capaci d’esser dipinti.

Questa imitazione, questo dipingere, e rappresentare è appunto l’essenza della poesia; e per cagion d’esso ella è arte, non scienza, intendendo essa ad imitare il vero: laddove le scienze intendono a saperlo, e conoscerlo senza por cura nell’imitarlo, e dipingerlo. Che se le scienze anch’esse descrivono, e rappresentano con parole il vero a gl’intelletti, non però lo dipingono; e questo rappresentare non è la loro essenza, ma un solo strumento per far conoscere ad altrui quel vero, ch’esse cercano, e sanno, nel sapere il quale consiste l’essenza loro. Ma la poesia, come dicevamo, per sua essenza, ha questo medesimo descrivere, questo dipingere, ed imitare il vero. Dal che segue, che alcune verità, le quali non è possibile imitare, o dipingere all’altrui fantasia, non son proprie per gli poeti, come per l’ordinario sono le verità della matematica speculativa, della metafisica, dell’aritmetica, le quali sono sì fattamente astratte, che non può il poeta dipingerle con immagini sensibili, e parole intelligibili, anche al rozzo popolo, nè rappresentarle, e imitarle. Si possono comunicare a gl’intelletti altrui con parole, e al guardo con numeri, e linee; ma non dipingersi, ma non vestirsi di que’ colori, che fan vedere le cose alla fantasia dell’uomo.

Accennata la differenza, che è fra il suggetto delle Scienze, e dell’Arte Poetica, brevemente ancora accenniamo quella, che passa fra la poesia, e l’altre due arti nobili, cioè l’oratoria, e l’istorica. ancor queste, non men della poesia, rappresentano il vero; ma la prima lo dipinge per persuaderlo; e l’altra lo dipinge sempre, come egli è, e direttamente col fin d’istruire, e di giovare. Per lo contrario la poesia dall’una parte dipinge, e rappresenta il vero, come egli è, o pur come egli dovrebbe, o potrebbe essere; e dall’altra lo dipinge direttamente col fin di dipingere, d’imitare, e di recar con questa imitazione diletto, empiendo la fantasia altrui di bellissime, strane, e maravigliose immagini. Dopo aver posto questi fondamenti, accostiamoci più da vicina a rimirar la poesia, e a rintracciar le doti del bello poetico.

CAPITOLO SETTIMO

In che precisamente consista il bello poetico. vero nuovo, e maraviglioso dilettevole. In esso è posto il bello della poesia. materia ed artifizio due fonti di questo bello. Loro esempi. suggetto dell’imitazione, e maniera d’imitare. bello poetico ancor chiamato Sublime. ingegno, fantasia, e giudizio potenze necessarie a trovare il bello.

Già s’è detto, che il fine della Poetica, o vogliam dire della poesia (poco importando il distinguere questi due nomi) in quanto ella è Arte fabbricante, è quello di dilettar coll’imitazione. Ora in due maniere può dilettarci la poesia: o colle cose, e verità, ch’ella imita; o colla Maniera dell’imitarle. Cioè, le verità, e cose, che si rappresentano dal poeta, possono arrecarci diletto; o perchè son nuove, e maravigliose per se stesse; o perchè tali si fan divenir dal poeta. Quanto è alle cose, e verità, noi sappiamo per isperienza, che non ogni vero, a noi rappresentato dall’altrui ragionamento, ci muove, ci diletta; siccome non ogni cibo solletica il gusto nostro, benchè sieno tanto il vero, quanto il cibo pascolo proprio, l’uno dell’intelletto, e l’altro del senso nostro. Egli è per lo contrario bensì certo, che infallibilmente noi proviamo incredibile piacere, allorchè apprendiamo qualche cosa, la qual sia nuova, e maravigliosa. E questo piacere in noi si produce, perchè sempre la maraviglia è congiunta coll’imparare, e cominciar a sapere ciò, che prima ci era ignoto, e che è talvolta contrario alla nostra credenza. Quanto più nuove, ignote, ed inaspettate si presentano davanti all’intelletto nostro le cose, e le verità, tanto più ci muovono a rallegrarci per la subita lor novità. Perciò il poeta, che dee secondo l’istituto suo dilettare, niun’altra via più sicura di ottener questo fine può egli trovare, quanto quella del rappresentarci il vero nuovo, e maraviglioso; ben sapendo, che la novità è madre della 90

maraviglia, e questa è madre del diletto. Se il vero è triviale, cioè se a tutti è già noto: che piacere può ritrarne l’intelletto, il quale nulla più impara di quello, ch’egli sapeva? Sommamente allora si allegra l’anima nostra, quando può da se scacciar l’Ignoranza, a cui naturalmente ella ha grande abborrimento. Non potendo le cose, e verità triviali scacciarne l’Ignoranza, perch’ella non è ignorante d’esse; perciò poco, o niun diletto suole in lei prodursi dal vedersele poste davanti. Adunque il poeta si studia di rappresentare, e dipingere quel vero, che porta seco novità, e può cagionare maraviglia. Ciò fu da Aristotele notato, in poche parole nel lib. 1 cap. 11 della Rettor. Кαὶ τὸ μανϑάνειν, dice egli, καὶ τὸ θαυμάζειν, ἡδὺ. E l’imparare, e il maravigliarsi è cosa dolce.

Per esempio di verità, e cose maravigliose, narrasi la coraggiosa azione di Leonida Re de gli Spartani, che alle Termopile sagrificò la sua vita, pugnando contra l’esercito di Serse in difesa della patria. Descrivasi la vittoria del Romano Orazio contra i tre Curiazj; o pur la morte infelice del gran Pompeo. Quantunque s’adoperino sentimenti, parole, ed immagini volgari, e triviali nell’espor queste azioni, tuttavia sempre saranno esse mirabili, e strane. Nasce questa novità, e un tale stupore dall’apprendere una azione valorosa, o un avvenimento infelice, che la natura ben radissime volte suol produrre ne’ Regni suoi. Quello, che diciamo delle azioni, avvien pur de’ Sentimenti; alcuni de’ quali son maravigliosi per se, e chi solamente li descrive, quali sono, diletta senza dubbio i lettori, ancorchè non usi grand’arte nel rappresentarli.

Ma difficilissimo, anzi impossibile egli è, che il poeta sempre; o quasi sempre ritruovi cose nuove, e verità mirabili, da imitare. Perlochè dobbiamo osservare che si danno altre verità, le quali non sono, ma per valor del poeta, e per la maniera del rappresentarle, divengono maravigliose, e nuove; perciocchè in tal maniera si vestono, e si coloriscono da lui, che, laddove per se stesse prima erano vili, triviali, note, e poco capaci di muovere, e dilettare altrui, compariscono poscia ripiene di novità, e di bellezza, mercè della maravigliosa, e nuova squisitezza del lavoro, mercè della vivacità della dipintura, e mercè dell’abito, e dell’ornamento novello, posto loro intorno dall’Arte Poetica. Non ci è verità più triviale, e nota di questa; cioè che ugualmente muoiono i ricchi, e i poveri; nè il così dire potrà punto dilettar gli ascoltanti. Ma s’io vestirò questa verità coll’ornamento poetico, e dirò con Orazio:

Mors æquo pulsat pede pauperum tabernas,

Regumque turres, . . . . . .

o pur colle parole del Testi:

De’ Tiranni alle Reggie, ed a’ Tugurj

De’ rozzi Agricoltor con giusta mano

Picchia la Morte; . . . . . .

essa diverrà nuova, spiritosa, e dilettevole per cagion dell’abito novello, sotto cui ci vien rappresentata. Parimente l’azione di Alessandro, sia Paride, figliuolo di Priamo, e rapitore d’Elena, per avventura non fu maravigliosa. Acquistò essa bensì novità, e comparve pellegrina per industria de gli antichi poeti, i quali fingendo Paride eletto giudice dalle tre Dee, sì bizzarramente, e con tale ornamento vestirono la verità, che la fecero divenir maravigliosa, e strana. In una parola: i poeti o ritruovano vivande saporite, e nuove per se stesse; o colla novità del condimento danno sapore a quelle triviali, ed usate, facendo in ambedue le guise bellissimi i lor poemi, e dilettando sommamente il gusto dell’intelletto.

Diciamo pertanto, che il bello preciso della poesia consiste nella novità, e nel Maraviglioso, che spira dalle verità rappresentate dal poeta. Questa novità, questo maraviglioso è un dolcissimo Lume, il quale appreso dall’intelletto nostro, e spezialmente dalla fantasia, può dilettarci, e rapirci. Due ufizj dunque, e due mezzi hanno i valenti poeti per far belli i loro poemi, e per dilettarci con essi. il primo è quello di rinvenir cose, e verità nuove, pellegrine, maravigliose, che per se stesse apportino ammirazione. il secondo è quello di ben dipingere con vivaci colori, e di vestire con abito nuovo, e maraviglioso le verità, che per se stesse non son mirabili, e pellegrine, con dar loro un tal brio, una tal nobiltà, che la mente de’ leggitori in ravvisarle ne prenda singolar diletto, e con esprimere sì vivamente le cose, che paia a noi di vederle. Chi è dotato o dell’una, o dell’altra virtù, può sicuramente dire, ch’egli possiede, e intende il bello poetico, e può promettersi di piacere alle genti co’ suoi poemi. Più francamente ancora egli diletterà, e rapirà, quando nel medesimo tempo sappia e trovar verità nuove, e aggiunger loro un abito nuovo, accrescendo coll’artifiziosa legatura in oro il pregio de’ preziosi diamanti, ch’egli ci dona.

Possiamo parimente secondo questi principî dividere in due spezie le miniere del bello poetico, e di quel diletto, che dee recarci la poesia: cioè in materia, e in artifizio. O si truova da’ poeti materia nuova, mirabile, e pellegrina; o coll’artifizio si veste di novità, e si rende maravigliosa, quando essa è triviale. Ecco i due fondamenti del bello poetico, ed ecco i Fonti, da’ quali può nascere il diletto, e che debbono essere ben conosciuti, e maneggiati da chiunque fa versi. La materia comprende tutti gli oggetti de i tre Mondi, o Regni della natura, ciascun de’ quali puo servire di argomento al poeta; e in ciascun de’ quali può per l’ordinario la Musa ritrovar verità pellegrine, e rare, che senza molto artifizio sommamente diletteran chi le ascolta espresse in versi. L’artifizio, ossia la maniera di comunicar le cose all’altrui mente, e di far concepire ad altrui vivamente i nostri affetti, le verità astratte, le azioni umane, anzi tutte le cose, di cui si può ragionare in un poema, l’artifizio, dico, si stende anch’esso a tutti questi oggetti, potendo per mezzo d’esso il poeta rappresentarceli vivissimamente, e con novità, allorchè nuovi non son per se stessi; o pur collegarsi colla materia nuova, e mirabile, per se stessa, maggiormente abbellendola, e rendendola capace di sempre più dilettare.

Per cagion d’esempio una verità pellegrina dal canto della materia, che si contenga in due versi del Maggi, ove si fa alquanto conoscere l’immensità di Dio, fonte d’ogni bellezza, il quale empie di se medesimo tutte le cose.

Dell’ampio mondo in ogni parte è Dio,

E ne son cinti, e pieni i nostri cuori.

Questa gran verità certamente non è considerata dal più delle persone, le quali ancorchè sappiano, che Dio è da per tutto, pure non sentono, e non osservano l’internarsi, per così dire, di lui ne’ nostri cuori, e il cingerli, e riempirli; concependo più tosto Dio, come cosa soggiornante in cielo, e di là rimirante, e reggente la terra. Quindi è, che bellissimo, nuovo, e dilettevole, cioè bello per se stesso è tal sentimento, perchè scuopre una nobilissima verità non osservata, e molto rara. Dico rara, e nuova al più delle persone; imperciocchè ben so, che prima del Maggi si espose da altri poeti questa verità; ed Apuleio nel lib. del mondo afferma che i poeti avevano per opinione, che tutte le cose fosser piene di Dio, Hanc opinionem, dice egli, vates sequuti, profiteri ausi sunt, omnia Jove plena. Virgilio pure lo raccolse in tre parole, dicendo: Jovis omnia plena; ed Arato comincia così il suo libro delle Stelle:

Ε’ϰ Διὸς ἀρχώμεσϑα, τὸν οὐδέποτό ἅνδρες ἑῶμεν

Άῤῥητον· δὲ Διὸς πᾶσαι ἀγγαὶ,

Πᾶσαι δόανϑρώπων ἀγοραὶ, μεστὴ δὲ ϑάλασσα

Καὶ λιμένες, πάντη δὲ Διὸς ϰεχρήμεϑα πάντες

Τοῦ γὰρ ϰαὶ γένος ἑσμέν..

.. cioè:

Da Giove incominciam, di cui giammai

Grata non sa tacer la lingua nostra.

Tutte piene di Lui son le contrade;

Piene di lui son le Cittadi; e pieni

Ne sono i porti, e ’l Mar. Tutti di Giove

Godiam, perchè di lui siamo prosapia.

Questo ultimo mezzo verso piacque tanto al grande Apostolo S. Paolo, ch’egli lo consacrò colla sua bocca, citandolo a gli Areopagiti, siccome narra S. Luca ne gli Atti de gli Apostoli al Capitolo 17. Anzi espresse con maggiore energia tutto il riferito sentimento ragionando in tal guisa di Dio: In ipso vivimus, movemur, et sumus; sicut ex quidam vestrorum Poëtarum dixerunt: Ipsius enim et genus sumus. Aggiungiamo ancora in questo proposito i versi di Dante, perchè da chiunque ha buon gusto son riputati d’oro.

La gloria di colui, che tutto muove,

Per l’universo penetra; e risplende

In una parte più, e meno altrove.

Tanto più bello è il sentimento di Dante, che quel d’Arato, quanto è più certo, che aggiunge un non so che alla soprammentovata proposizione. Bastò al greco d’avere osservato, che son tutte le cose cinte, e ripiene di Dio; il nostro poeta v’aggiunge, che tutta la bellezza delle cose create altro non è, che la bellezza medesima, e gloria del primo nostro immenso motore, la quale penetra per tutto, e riluce ove più, ove meno. Ora questa bellissima verità da pochi è osservata; e per conseguenza il sentimento, che la esprime, e per se stesso, cioè per cagione della materia, bellissimo, ed atto a generar maraviglia, e diletto in chi l’ode. Altrettanto io dico d’un altro, che si legge nel cap. 3 della divina Sapienza con queste parole: Justorum animæ in manu Dei sunt, et non tanget illos tormentum mortis. Visi sunt oculis insipientium mori: et æstimata est afflictio exitus illorum, et, quod a nobis est iter, exterminium. Illi autem sunt in pace. È questa una delle più nobili verità, che si raccolgano dalla nostra santa Fede; ed è sempre nuova, sempre maravigliosa. Pareva a gli occhi de’ mal saggi, che i santi Martiri con incredibile miseria morissero. Fa loro sapere la divina sapienza, che i suoi giusti nè pur son toccati dalla morte; e che scioccamente si stima finito il corso della lor vita. Poichè la morte d’essi altro non è, che un passaggio dall’esilio nostro a i regni della pace, e a i piaceri dell’immortalità felice. La qual verità giungendo inopinata, conciossiachè tutto il contrario sembra a i sensi corporei, mirabilmente diletta, conforta, e muove a stupore ogni ascoltante. Dalla medesima materia vien’anche la novità, e bellezza d’infinite altre verità, qualor dal poeta si vogliono esporre azioni, costumi, sentimenti, e altre cose, spezialmente del mondo umano. Purchè ben s’adoperi l’ingegno, v’ha in ogni cosa, in ogni materia, qualche verità men conosciuta, la quale da noi scoperta, e ritrovata, quantunque si esprima con parole semplici, e senza artifizio, ed ornamento, pure diletterà assaissimo chiunque per mezzo nostro giunge a gustarla.

Ma perchè non sempre possono dal nostro ingegno rinvenirsi verità pellegrine, e maravigliose nella materia; anzi sovente per necessità ci convien descrivere, e sporre le più note, e volgari: allora sarà cura del poeta il far coll’artifizio bella la materia. Recando questa le verità sue avvilite dall’uso soverchio, non è atta a produr maraviglia, e diletto; onde ha necessità di andare a chiedere all’ingegnoso poeta quel benefizio, che a lei non diè la natura, e che può sol donarle l’artifizio poetico. Ora ciò, come dicemmo, si fa col vestire tal maniera di un vago, e nuovo ornamento, coll’aiuto del quale prende quella materia un nuovo aspetto, in guisa che dove prima non potea da se sola cagionar piacere, unita poi all’artifizio agevolmente lo cagiona. Nè altrimenti san le donne di mezzana, o poca bellezza. Soccorrono esse alla povertà del corpo colla ricchezza, novità, e pompa de gli ornamenti, e vien lor fatto di piacere altrui, non già per merito della lor beltà, ma per l’arte usata, e per la raccomandazione di que’ vaghi addobbi. Laddove le femmine, che naturalmente son belle, non han bisogno di simili pomposi abbigliamenti, potendo comparir avvenenti per se stesse. Che se la materia naturalmente contenesse non volgar bellezza, e oltre a ciò l’artifizio vi accoppiasse novità di ornamento, dovrà poi essere, e parer bellissima, perchè ha due cagioni di dilettare, cioè la Beltà naturale, e l’artifiziale; siccome le donne, qualor naturalmente son belle [6] , non si rimangono però d’abbellirsi, poichè più facilmente con ciò sanno di poter piacere. A me appunto paiono per cagion della materia nobilissimi, e pieni d’un tenero affetto sei versi del Tasso nel Rogo di Corinna, fatti ad imitazion di Virgilio. A questi però l’artifizio, benchè superficiale di replicar le parole, ha non leggiermente accresciuta la grazia; e la natural vaghezza. Eccoli:

Noi canteremo i nostri versi a prova,

Qualunque paia il nostro modo, e l’arte;

E Corinna alzerem fino alle Stelle,

Fino alle Stelle innalzerem Corinna,

Ch’io non fui degno di vederla in terra,

Ma spero forse di vederla in cielo.

Un’azion parimente, che in se per cagion della materia mi par vaghissima, e che tuttavia ha grande obbligazione all’artifizio, che l’ha descritta con vivissima forza, e felicissima brevità, è quella, dove da Ovidio si rappresenta Ulisse, che va sponendo sul lido del Mare a Calipso le avventure di Troia. Voi direste di mirarla con gli occhi propri. Ma udiamo il poeta medesimo, che così ragiona di Calipso:

Hæec Troiæ casus iterumque, iterunque rogabat.

Ille referre aliter sæpe solebat idem.

Litore constiterant: illic quoque pulchra Calypso

Exigit Odrysii fata cruenta Ducis.

Ille levi virga (virgam nam forte tenebat)

Quod rogat, in spisso litore pingit opus.

Hæc, iniquit, Troja est: (muros in litore fecit)

Hic tibi sit Simois: Hæc mea castra puta.

Campus erat (campumque facit) quem cæde

Dolonis Sparsimus, Hæmonios dum vigil optat equos.

Illic Sithonii fuerant tentoria Rhesi:

Hac ego sum captis nocte revectus equis.

Pluraque pingebat: subitus quum Pergama fluctus

Abstulit, et Rhesi cum duce castra suo.

Per leggere questa medesima avventura leggiadramente copiata in versi Italiani, può vedersi la Canzone del Testi:

Già caduta dal cielo era ogni Stella,

purchè non si faccia plauso all’ultimo verso della stanza, ove si fa tal descrizione.

Dalle quali cose appare, che la poesia, la quale altro non è che imitazione, comprende due cose; cioè la materia, il suggetto, o sia il fondo dell’imitazione, e la maniera dell’imitare: ogni una delle quali cose può contener bellezza, e apportar maraviglia, e diletto. Per essere buon poeta, basta l’essere eccellente nella maniera dell’imitare, non essendoci necessità, che sempre la materia, o il suggetto sia maraviglioso, nuovo, e bello per se stesso; poichè, se ciò fosse necessario, non potrebbe il poeta giammai rappresentare, se non cose, azioni, costumi, affetti, e sentimenti, maravigliosi per se medesimi. Basta, dico, l’essere eccellente nella maniera dell’imitare; siccome basta al dipintore il ben’imitare ciò, ch’egli vuol co’ pennelli esprimere. Nè miglior maestro è colui, che dipinge una bella giovane, di quell’altro, che figura una vecchia grinza; nè chi fa un sol ritratto, di chi finge sulla tela una vaghissima istoria, e un ingegnoso gruppo di molte, e varie figure. Chi però solo ha questa virtù, non farà eccellentissimo poeta. Alla perfezione della poesia si suol’anche richiedere, che oltre all’eccellenza del ben’imitare, oltre al saper formare maravigliosi, e nuovi ritratti, si abbia ancor la virtù di rinvenire una pellegrina materia, e un bel suggetto dell’imitazione, affinchè se non è mirabile, e nuova la maniera dell’imitare, o sia l’artifizio, il sia almeno la cosa imitata; o pure tanto la maniera, quanto il suggetto dell’imitazione unitamente apportino per la lor novità stupore, e diletto. Ciò si osserva nelle opere non men de’ migliori poeti, che de gl’imitatori ignobili, artefici meccanici da noi appellati. Possono queste o per la materia, o per l’artifizio, essere sommamente preziose, e stimabili; ma molto più son tali, se l’uno, e l’altro di questi pregi sarà in esse ed unito, e compiuto.

La novità adunque, la rarità, il maraviglioso, che spira dalla materia, o dall’artifizio, o pur da tutti e due, constituisce a mio credere il bello poetico. Se il poeta giunge ad empierne i suoi versi, egli può seco stesso rallegrarsi d’aver colpito quel Sublime, sopra di cui scrisse il filosofo Longino quell’aureo libricciuolo, intitolato περὶ ὕψος. Col nome di Sublime intese egli appunto quel nuovo, raro, straordinario, e maraviglioso, che nelle orazioni, e massimamente ne’ versi cagiona stupore, d’improvviso ci rapisce, e diletta, e o dolcemente, o per forza muove dentro di noi gli affetti. Può trovarsi questo Sublime, questo maraviglioso in qualunque argomento; sia esso maestoso, e grande; sia mezzano; sia umile, e basso. In ogni stile può esso aver luogo, siccome in ciascuna parte, e nel tutto d’ogni componimento. Alcune fiate avverrà che moltissime parti d’un poema contengono questo bello, maraviglioso, e sublime; e che ciò non ostante il tutto ne sia privo; come potrebbe dirsi del Furioso dell’Ariosto, qualora si volesse pesar quell’opera colla bilancia de’ veri poemi eroici, e non con quella de’ romanzi, fra’ quali annoverato può gloriarsi d’essere tanto nelle parti, come nel tutto, maraviglioso, e bello. Ma nè Longino parlò, nè io pure potrò favellare, se non alla sfuggita di quel bello, e Sublime, che abbraccia il tutto d’un’epopeia, d’una tragedia, d’una commedia. Per fornir cotale impresa, necessario sarebbe un altro ben grosso volume. Laonde rimettendo io i lettori a quanto si è sopra questo argomento scritto da parecchi valentuomini, e sopra tutto da’ comentatori d’Aristotele, mi contenterò di ristringer più tosto la mia fatica a considerar quel bello, e quel Sublime, che sta nelle parti, e spezialmente ne’ sentimenti, onde son composti i poemi. Tornando ora alla proposta divisione della materia, e dell’artifizio, mettiamoci a rintracciare, come si trovi questa materia nuova, e maravigliosa; e come si faccia essa divenir tale mercè dell’artifizio. Questo è nel vero il difficile: potendosi agevolmente conoscere, e far conoscere ad altrui, quali sieno le belle dipinture; ma non già con ugual facilità dimostrare, come queste si facciano tali. Contuttociò potremo in qualche guisa scorgere, come ciò nella poesia si faccia, se prima sapremo, a chi tocchi il trovare, o far mirabile, e nuova la materia. Diciamo pertanto, che questo ufizio s’aspetta all’ingegno, e alla fantasia, due (siami permesso di dir così) potenze dell’anima nostra. Un fortunato, acuto, e vasto ingegno; una veloce, chiara, e feconda fantasia, sono i due Provveditori, e dispensieri della novità, della maraviglia, e del diletto; o perchè san ritrovare materia mirabile, e pellegrina; o perchè sanno far cangiar viso alla triviale col mezzo d’un vago ammanto, e d’un ornamento nuovo, per valore dell’artifizio. Il perchè io nella bontà dell’ingegno, e della fantasia ripongo la principal perfezione de’ poeti. Chi può, e sa ben valersi di queste due potenze, potrà senza dubbio conseguire il bello poetico, e per conseguenza infinitamente dilettar co’ suoi versi. Aggiungasi all’ingegno, e alla fantasia, il giudizio, che è la potenza maestra, e siede come aio delle altre due; ed allora avremo tutta la perfezion delle parti richieste per divenir gran poeta. Le due prime potenze, che son le braccia del poeta, ritruovano, o pure fan divenire nuova, maravigliosa, e pellegrina la materia. E il giudizio, che è il capo, le tien lungi dal cader ne gli eccessi, conservandole tra i confini del verisimile, e del decoro, che suol da’ Greci appellarsi τὸ πρέπον. La fantasia, e l’ingegno son quelli, che fan viaggio, scuoprono i differenti paesi, portano le merci ricche. Ma il giudizio si è la bussola, che li va reggendo per via, acciochè non urtino in qualche scoglio, non allunghino di soverchio il viaggio, e felicemente compiano l’incominciata impresa. Di tutte e tre queste potenze, o Virtù dell’anima, noi dobbiamo partitamente ragionare. E in primo luogo cominceremo ad esporre, come l’ingegno, e la fantasia cavino dal primo Fonte del bello, cioè dalla materia, verità mirabili, e nuove.

CAPITOLO OTTAVO

Del bello della materia. Come si cavino verità pellegrine dalla materia. Poesia dee perfezionar la natura. Sì nelle azioni, come ne’ costumi, e ne’ sentimenti, e nella favella. Esempi di ciò. Materia palesemente maravigliosa.

Trovar nella materia, o trar dalla materia verità pellegrine, significa secondo me quell’osservare, e discoprire in qualunque materia, e oggetto proposto al poeta, le verità, che son poco osservate da gli altri, e che rade volte, o non mai, ci si sogliono, ma ci si possono però presentar dalla natura a i sensi, alla fantasia, all’ingegno. Queste verità scoperte dal poeta, avvegnachè sieno dipinte con locuzioni, e parole semplici, e naturali, pure portano con seco la maraviglia, la novità, e per conseguente la virtù di dilettarci, senza che l’artifizio s’affatichi molto per farle divenir maravigliose. E conciossiachè le azioni, gli Affetti, i Costumi, i Sentimenti dell’uomo sieno il principal suggetto della poesia; in questa materia spezialmente suole il poeta scoprire, sì fatte verità, quando egli osserverà ne gli oggetti a lui proposti quelle Qualità, ed azioni, que’ Costumi, Sentimenti, ed affetti, che per l’ordinario non si producono dalla natura, nè sogliono cadere in mente, nè sotto i sensi del popolo. Sicchè per giungere a cagionar maraviglia, e diletto colla materia, sarà cura de’ poeti il rappresentar gli oggetti de’ tre Mondi, non quali ordinariamente sono, ma quali verisimilmente possono, o dovrebbono essere nella lor compiuta forma. Quando il poeta prende a descrivere un uomo malvagio, o virtuoso; un’azione lodevole, o biasimevole; un corpo avvenente, o deforme; un ragionamento d’un eroe, d’un mercatante, d’un servo, d’un pastore: cerca, ritruova, ed esprime tutta la lor perfezione, o pure tutto il lor difetto, con fare una dipintura di quegli oggetti, come dovrebbono partorirsi dalla natura pienamente perfetta, o difettosa. Non può giungere a tanta fortuna la storia, essendo ufizio di questa il rappresentar la materia, qual’ella è, cioè le azioni, e le cose, come furono, o sono. E poichè queste per lo più non sono affatto perfette, o affatto difettose; anzi per lo più sono assai o triviali, o note, non portano perciò con loro quella novità, e maraviglia, nè quel piacere, che può produrre in noi la poesia. Pongasi taluno a leggere una della moderne storie. Vedrà città assediate, combattimenti, maritaggi, leghe, proposizioni di pace, e somiglianti affari. Ma poco può dilettarci sì fatta lettura, poichè quasi non apprendiamo se non le stesse cose, che o co’ nostri occhi, o colla scorta di tante altre storie abbiamo imparato. Poca novità in somma seco porterà una tal descrizione. La poesia per lo contrario avendo una straordinaria libertà, dipinge le azioni, gli avvenimenti, le persone, ed ogni altra cosa, com’ella immagina, che dovrebbono essere. Nella qual guisa è senza dubbio evidente, che più dalla poesia, che dalla storia, si cagionerà diletto ne gli animi nostri; imperciocchè non pensandosi, non vedendosi, nè udendosi ordinariamente da noi azioni, e cose nella lor compiuta perfezione, o imperfezione; quelle, che come tali ci spone il poeta, portano seco novità, e per conseguenza maraviglia, e piacere.

Dovrà dunque il poeta scoprir nelle cose, e nella materia tutto ciò, che è più raro, e maraviglioso, rappresentando gli oggetti più belli, più grandi, più deformi, più ameni, più vili, più orridi, più gloriosi, più ridicoli, che per l’ordinario non sono. E affin di spiegare convenevolmente questo ufizio, e debito, mi sia permesso di dire, che il poeta ha da compiere, da perfezionar la natura. E dicendo, ch’egli ha da perfezionare, intendo il fare eminente ne’ suoi costumi, nelle sue operazioni, nelle sue qualità, e in tutte l’altre sue parti la natura; onde non solo dovrà chi fa versi rappresentare la maggior perfezione delle cose, ma eziandio esporre la lor più grande imperfezione. Così l’arte pittoresca perfeziona anch’essa co’ suoi colori la natura, perchè dipingendo un bosco, un uomo, una battaglia, un mostro, la morte d’una persona, e altre simili cose, ella s’affatica di ritrarle, come la natura verisimilmente può, e dee farle nel suo compimento secondo la lor qualità, e spezie. La natura in effetto non suole per lo più ne’ due mondi umano, e materiale, condurre ad un eminente grado di perfezione, o di difetto i suoi parti. Debito, e uso della poesia si è il soccorrere alla natura con migliorarla, o correggerla, o pur con fare gli oggetti d’essa più deformi, più ridicoli, in una parola, più eminenti nella lor qualità, ch’ella non suol mostrarci. Trovate poi, che saranno dall’ingegno, e principalmente dalla fantasia de’ poeti, queste perfezioni, o imperfezioni, queste eminenti verità della natura, ella senza dubbio conterran novità, cioè quel bello, che nasce dalla materia. Nè altro ha da far l’Arte Poetica per migliorare, correggere, e perfezionar la natura, se non discoprire, e rappresentare ciò, che se stessa natura talvolta ha fatto, e fa, o pur potrebbe, e dovrebbe fare di più eminente, secondochè saprà immaginarselo la vigorosa, e feconda fantasia. Per la qual cosa non ha il poeta da uscire fuor de’ regni della natura; altrimenti più non rappresenterebbe il vero, o il verisimile, la materia de’ quali tutta nasce dentro le miniere della natura. Ha egli da valersi mai sempre della stessa natura per far eminente la natura; siccome l’Arte in un real giardino può perfezionar anch’essa la natura, e solamente colla stessa natura, adunando, e disponendo con ordine in determinato spazio e prati, ed alberi, e frutti, e fiori, e boschetti, e fontane; il che o non mai, o ben rade volte farà la natura per se medesima. L’ingegno dunque dell’uomo, e la Immaginativa sua può aiutar la natura con discoprir quelle bellezze, ch’ella per se medesima non suole, ma potrebbe talor discoprire.

Si perfeziona da’ poeti la natura in tutte e quattro le parti più essenziali de’ poemi, osservate da Aristotele: cioè nella favola, o vogliam dir nelle azioni; nel costume; nella sentenza, o sia ne’ sentimenti; nella dizione, o sia nella parole. L’assedio, e la presa di Troia non s’erano già tratti a fine con tante mirabili operazioni e d’uomini, e di Dei, con quante ci son rappresentati da Omero, e da Virgilio. Costoro col divin loro ingegno, e colla lor feconda fantasia descrissero quel fatto, immaginandolo, come avrebbe esso potuto, o dovuto verisimilmente avvenire. Altrettanto fece lo stesso Omero delle avventure d’Ulisse nel ritorno ad Itaca dopo la sconfitta di Troia. Può essere, che di fatto quel prudente Capitano errando qua e là per gli mari, si ricoverasse in più luoghi, e trovasse ospiti ora crudeli, ora lusinghieri, che mettessero a rischio e la vita e la continenza di lui. Ma ciò non recava maraviglia a’ lettori. Si diè pertanto il poeta a descrivere questa medesima azione, come verisimilmente imaginò egli, che fosse accaduta. La riempiè di strani, e rari sucessi, discoprendo tutto quel nuovo, e mirabile, che la natura avrebbe potuto, o dovuto partorire in quel sì fatto avvenimento; laonde in leggendo l’Iliade, e l’Ulissea si pruova da noi quel piacere, che non avremmo potuto prometterci in leggendo la pura storia delle imprese d’Achille, e d’Ulisse.

Non minor perfezione suole apportarsi da’ poeti alla natura, descrivendo i Costumi. Vogliono costoro dipingere quei d’un prode, o timido capitano? d’un giovane feroce, o effemminato? d’un saggio, o crudel principe? d’un’onesta, ed avvenente donzella? d’un traditore? d’un lieto, o disperato amante? d’un semplice pastore? Tosto si studiano essi di rappresentarli, quai veramente possono, o verisimilmente debbono essere nel più eminente, e compiuto grado di quel Costume o lodevole, o biasimevole, o indifferente. Ciò si scorge nel valoroso Enea, nel pio Goffredo, nel feroce Achille, in Laura del Petrarca, in Sinone, e in altri personaggi, la pittura de’ quali fatta per mano di valentissimi poeti cagiona maraviglia, e diletto in chiunque legge, od ascolta. Non furono per avventura in grado sì eminente, e con tal risalto o di perfezione, o di difetto i Costumi di quelle persone; ma il potevano verisimilmente, o il dovevano essere. Per dipingerli secondo il buon gusto, la Poetica fantasia cercò tutto il maraviglioso, e raro di quella materia, e discopertolo perfezionò con esso la non compiuta operazione della natura. Che se il poeta vuol dilettarci con farne ridere, ci fa parimente, vedere gli altrui Costumi più ridicoli, più sparuti, e deformi, che non sono per l’ordinario, come può osservarsi nelle Commedie del dilicato Terenzio, e del facetissimo Plauto. Certo è, per esempio, che se il Popolo ascolta descritti da Plauto nell’Aulularia quei d’un avaro, egli non può tener le risa. Dice il poeta, che il vecchio Euclione credea rovinate le sue sostanze, e chiamava in soccorso uomini, e Dei, se di qualche suo piccolo tizzone usciva il fumo; ch’egli turava la bocca al soffione, prima di mettersi a dormire, per timor ch’esso non perdesse un poco di fiato; ch’egli piangeva, allorchè si gittava, e perdeva punto di quell’acqua, con cui si lavava. Son queste le parole di Plauto.

Suam rem periisse, seque eradicarier,

Quin Divûm, atque hominum continuo clamat fidem,

De suo tigillo sumus si qua exit foras:

Quin quum it dormitum, follem obstringit ob gulam

Ne quid animæ forte amittat dormiens.

Aquam hercle plorat, quum lavat, profundere.

Eccovi come Plauto conducendo a un grado estremo i costumi dell’avaro Euclione, e rappresentandoli quali potrebbe la natura fargli in uomo accecato dalla sua passione, ci mette sotto gli occhi tutto il raro, e pellegrino della materia piacevole, ch’ei tratta, destando in tal guisa la maraviglia, il riso, il diletto. Ciò non avrebbe egli sì di leggieri ottenuto, se si fosse unicamente contentato d’osservare, e dipingere i costumi triviali, e noti d’un avaro, cioè le verità ordinarie di quella materia. Nella sentenza poi, o vogliam dire ne’ sentimenti, e nella dizione, o sia nelle frasi, e parole, con cui descrivono i poeti le cose, infinitamente ancora si perfeziona la natura. Sogliono i poeti, qualor parlano essi, o introducono altri a parlare, non usar que’ sentimenti noti, e triviali, che per l’ordinario nascono in mente alle persone, o si ascoltano ne’ ragionamenti civili; ma quelli, che più scelti, più nobili, più pellegrini, e ingegnosi, più ridicoli, e faceti, più affettuosi, più teneri, e più semplici possono uscir di mente ad un eroe, ad un uomo dotto, a uno sciocco, e piacevole, ad un amante, a un addolorato, a una pastorella, e ad altre simili persone. Tale, per cagion d’esempio, si è nella tragedia intitolata l’Aspasia, composta dal Sig. Pietro Antonio Bernardoni poeta Cesareo, la risposta d’Aspasia Principessa a Dario figliuolo del Re di Persia, che l’aveva chiesta al padre, ed ottenuta per isposa. Egli le dice.

Il Re de’ Persi a me vi dona . . . . . .

Ella tosto risponde:

Ed io,

Ch’io impero ho più nel Re de’ Persi in questa

Libertà, che m’avanza, a voi mi tolgo.

Io nel mio cor son donna, e sola posso

Di lui, qualor mi piaccia,

Farne all’altrui virtute o premio, o dono.

Così Lucano nel 4 della Farsalia va immaginando i sentimenti più nobili, che dovette concepire Afranio, uomo coraggioso, ma vinto da Cesare, mentre si rendeva al Vincitore.

Victoris stetit ante pedes. Servata precanti

Majestas, non fracta malis; interque priorem

Fortunam, casusque novos, gerit omnia victi,

Sed Ducis; et veniam securo pectore poscit.

Si me degeneri stravissent fata sub hoste,

Non deerat fortis rapiendo dextera letho.

At nunc sola mihi est orandæ caussa salutis,

Dignum donanda, Cæsar, te credere vita.

Adoperansi pure dal poeta frasi, e parole, per esprimere i suoi, o gli altrui sentimenti, non le ordinarie, e comunali; ma quasi sempre le più vive, le più armoniose, le più espressive, le più tenere, le più maestose, che possano convenire al suggetto, ch’egli ha per le mani, e che possano vivamente adornarlo, e con forza rappresentarlo.

Dalle quali cose può comprendersi, che il bello della materia nasce particolarmente dal perfezionare gli oggetti, e parti della natura; cioè dal dipingere gli oggetti de’ tre mondi, e spezialmente dell’umano, non quali son per l’ordinario, ma quali potrebbono, o dovrebbono essere nella lor più eminente perfezione, o nel lor maggiore difetto. Questo perfezionar la natura, questo vero, o verisimile, nuovo, mirabile, raro, e inopinato, ci appare bellissimo, perchè seco porta certi raggi, e un aspetto luminoso, che rapisce, illustra, e per conseguente diletta l’anima nostra, col discacciarne le spiacevoli tenebre dell’Ignoranza primiera. Non ci avrebbe molto dilettato, e forse ci avrebbe saziato ben presto il vero a noi rappresentato, com’esso è per l’ordinario, perchè forse triviale, o già noto a noi per lungo uso, e sperienza delle cose; onde questo non ci fa passare dall’Ignoranza al Sapere. Ci dee per lo contrario dilettare il vero a noi rappresentato, come potrebbe, o dovrebbe essere nella natura, perchè da noi o di rado, o non mai osservato; onde quasi sempre ci fa passare dall’Ignoranza al Sapere, e illumina l’intelletto nostro: il che ci apporta dilettazion singolare.

Dicemmo di sopra, che i parti della natura, come gli Avvenimenti umani, i Costumi, i Sentimenti, le Virtù, i Vizj, le Persone, e altri simili oggetti, ordinariamente non son maravigliosi, e nuovi nel corso delle cose, perchè non sono eminenti, e compiuti nel genere loro. Può però avvenire, che talvolta sieno tali. In fatti ci sono stati de’ Capitani, Principi, ed Eroi d’una somma Virtù, d’un valore, e d’una fortuna mirabile, le imprese de’ quali sono giunte a quella novità, e perfezione, che va il poeta ricercando nella materia. Se imprese, e persone tali ci son proposte per argomento di qualche poema, non ha la fantasia molto da faticare per discoprire il Mirabile della materia, avendolo già la natura per se stessa palesato, e già renduta bella, e Poetica questa materia. E tali esser dovevano appunto le imprese dell’Imperador Traiano nella guerra contra i Daci, onde Plinio il giovane si rallegra con un certo Caninio, che voleva chiuderle in un poema, perch’egli avesse trovato un argomento, che era poetico per se medesimo. Dice egli così nella pist. 4 lib. 8 Optime facis, quod bellum Dacicum scribere paras. Nam quæ tam recens, tam copiosa, tam lata, quam denique, tam Poetica, et quamquam in verissimis rebus tam fabulosa materia. Ma perciocchè di tali fatti, e di materia sì eminente, e maravigliosa, ben di rado la natura ci provvede; e perchè ancora a questa può il poeta aggiungere qualche perfezione, e novità: perciò sempre diciamo, che il poeta dee perfezionar la natura. E quantunque simili maravigliose imprese già sieno Poetiche, cioè contengono il bello della materia, e possa contentarsi il poeta di descriverle quali sono; vuol nondimeno la ragione, ch’egli non se ne contenti, sì per distinguersi dagli Storici, come ancora per ottenere il merito dell’invenzione, o sia dello scoprimento d’altre cose, e verità, senza adoperar quelle sole Ricchezze, che la natura gli ha posto davanti, e ha scoperto da se medesima a gli occhi di tutti.

CAPITOLO NONO

Come i poeti cerchino il vero, e se dicano il falso. vero certo, e vero possibile, e credibile, e probabile, che verisimile si chiama. O l’uno, o l’altro si cerca da’ poeti. Opinione del Pallavicino, e d’altri non approvata.

Avendo noi poscia stabilito per primo principio, e fondamento del bello poetico il vero, avendo più volte detto, che il poeta scoprendo nella materia le verità più nuove, maravigliose, e pellegrine, scuopre appunto quella bellezza, che si ricerca ne’ poemi: giurerei, che più d’uno s’è finora stupito in udir sì fatto linguaggio. A chi non è noto, che proprio de’ poeti non è il cercare il vero, ma bensì l’allontanarsene per quanto si può, e il fingere, e l’inventar Favole, e menzogne, che certamente contengono il falso? Lo confessano tutti gli antichi, e moderni scrittori; anzi è miglior poeta colui, che sa meglio fingere, e mentire. Κατὰ τὴν παροιμίαν, πολλὰ ψέυδονται ἄοιδοι. Secondo il proverbio: molte bugie si dicono da’ poeti, come scrisse Aristotele nel primo della Metafisica, e Plutarco nel Trattato dell’udire i poeti. Come dunque può dirsi, che il bello della materia Poetica è anch’esso fondato sul vero?

Cesserà forse questo giustissimo stupore, quando ben s’intenderà la divisione del vero, di cui già s’è data qualche abbozzatura, e che ora con maggior chiarezza andremo esponendo. Di due spezie è il vero della natura. Uno è quel vero, che in fatti è, o pure è stato. L’altro è quel vero, che verisimilmente è stato, o pur poteva, o doveva essere secondo le forze della natura. Il primo vero si cerca da’ teologi, da’ matematici, e da altre Scienze, come pur dalla storia. Del secondo van principalmente in traccia i poeti. Dalla cognizion del primo viene la scienza, e dalla cognizion dell’altro l’opinione. L’uno può chiamarsi vero necessario, o evidente, o moralmente certo; come sarebbe il dire: che Dio è onnipotente, ed eterno; che la terra è rotonda; che il Sole scalda, e riluce; che Roma una volta era Republica, e conquistò moltissime Provincie d’Europa, e d’Asia; che Gerusalemme fu da’ Cristiani tolta di mano a’ Saracini sotto la condotta di Gotifredo Buglione. L’altro si può chiamar vero possibile, probabile, e credibile, che verisimile poi comunemente vien detto; come sarebbe il dire: Che la Luna al pari della terra contien varietà di corpi; che sotto la sfera della Luna vi è del Fuoco; che Romolo, e Remo furono lattati da una lupa; che nel conquisto della terra Santa fatto dal Buglione vivesse un fortissimo Saracino chiamato Argante, ed una valorosa Donzella per nome Clorinda. Ora tutto giorno da noi si pruova per nostra disavventura, che il vero evidente, e certo è difficile a trovarsi, perchè sepolto fra mille tenebre in questo nostro infelice soggiorno. Perciò l’intelletto, non potendo conseguir quel primo, si contenta, e prende piacere ancor del secondo, cioè del vero possibile, e credibile, o sia del verisimile. Ne fanno le Scienze stesse buon traffico. Appresso i Teologi sì contemplativi, come pratici, oltre alle verità rivelate, che son certe, meritano lode ancora le probabili, e verisimili. In maggior copia si spaccia tal mercatanzia da’ Filosofi Naturali, moltissime opinioni de’ quali nel cercar le cagioni, e i principi delle cose, non son che probabili [7] e verisimili. Altrettanto può osservarsi in altre Scienze, ed Arti. Nella storia poi quante cose vi sono, appoggiate solamente sopra questo verisimile! Per non dir altro, ci basti il leggere alcune orazioni, che si rapportano da Tucidide, Livio, Tacito, e simili autori, come recitate da Imperadori, e Capitani al popolo, e a’ soldati. Queste, benchè in effetto sieno solamente figliuole dell’ingegno dello Storico, non di que’ personaggi: pure il lor verisimile ce le fa assaissimo. Nè già sull’evidente vero, ma sul probabile, e credibile si fonda la Rettorica; onde Quintiliano nel c. 18 lib. 2 delle Instit. 112 Orat. scrisse: Rhetorice non utique propositum habet semper vera dicendi, sed semper verisimilia. E i Dialoghi usati da Platone, da Tullio, e da tanti altri famosi scrittori, ancorchè non sia evidentemente vero, che l’Interlocutori abbiano mai fatto quel Dialogo, o se pur lo fecero, che abbiano detto appunto quelle parole, e sentenze; tuttavia per cagion del verisimile sono da noi stimati, e piacciono a tutti. Adunque vediamo, che non solamente il vero avvenuto, certo, e reale, ma eziandio il vero possibile, probabile, e credibile apporta diletto all’anima nostra. Ed è la ragione di ciò, perchè l’intelletto impara nuove notizie, e discaccia l’ignoranza, ov’egli ancora apprenda oggetti probabili, possibili, e verosimili; essendo bene per se stesso desiderabile il saper quello, che può, ed è potuto essere, ed accadere.

Ora diciamo, che sempre un qualche vero serve di fondamento alle invenzioni, e alle dicerie Poetiche; e che queste non possono esser Belle, quando non ci fanno apprendere qualche verità o evidente, e certa, o pur possibile, e verisimile. Moltissime son le verità reali, certe, ed esistenti, che si scontrano per gli poemi. Nell’Epopeia, nelle Tragedie, e in assaissimi componimenti Lirici il suggetto de’ versi per l’ordinario suol’essere una qualche azione, e persona, un qualche avvenimento, che veramente è stato, ovvero è realmente. Mille pezzi di storia, di Geografia, di Filosofia, d’altre Scienze, e Arti; mille descrizioni di luoghi, fiumi, animali, e altre cose verissime ci fa tutto giorno veder la poesia; e la maggior parte de’ sentimenti, ch’ella usa, contiene la verità evidente, e reale. Il resto delle altre invenzioni, descrizioni, de gli altri avvenimenti, e sentimenti, ch’ella ci fa veder, udire, e ch’ella industriosamente finge, contiene, o dee contenere il vero possibile, credibile, e probabile. Ove o il primo vero, o il secondo non si ravvisa dall’intelletto nella nobile, e seria poesia, anzi in ciascuna parte della poesia: egli può tenersi per certo, che non ne sentiremo diletto, e che non ci apparirà bella, tuttochè il nuovo, e il maraviglioso in lei si ravvisi; troppo dispiacendoci il falso, l’impossibile, l’incredibile, o sia l’inverisimile. Il poeta adunque nobile, e serio sempre ci rappresenta cose veramente avvenute, certe, ed esistenti; o pur ne finge colla sua fantasia di quelle, che veramente possono, o potevano, debbono, o dovevano essere, e accadere, generando nella mente nostra, o scienza, ovvero opinione. E non si può già dire, che questi avvenimenti possibili sieno falsi; imperciocchè è ben manifesto, non esser quelli realmente, ed effettivamente veri; ma è altresì chiaro, ch’essi potevano, o possono veramente accadere; e il poeta con essi sa apprendere all’intelletto altrui un vero, non già reale, e avvenuto, ma bensì possibile, e verisimile, che prima da noi si chiamano verisimili, perchè son simili al vero certo, evidente, e reale. Ma in genere per dir così di possibilità, probabilità, e credibilità son vere anch’esse.

Non voglio però maggiormente spiegare il vero poetico, se prima non fo palese la sentenza in questo proposito d’alcuni valentuomini, che hanno sommamente illustrata l’Arte Poetica. Stimano essi, che il poeta abbia per fine il far credere veramente avvenuto, e certo, o pur esistente ciò, ch’egli narra, o rappresenta, quantunque si sia da lui inventato, e finto. Tien differente sentenza da costoro un altro gran Filosofo, cioè il Cardinale Sforza Pallavicino. Osserva questi nel lib. 3 cap. 49 del bene, che la prima apprensione, la quale è il primo modo, con cui l’intelletto nostro conosce gli oggetti senza autenticarli per veri, o riprovarli per falsi, è materia di gaudio, e di diletto alle anime nostre. Nol veggiamo, dice egli, ne’ favoleggiamenti poetici? Ogni età, ogni sesso, ogni condizion di mortali, si lascia con diletto incantar dalla favola, imprigionar dalla Scena. Nè ciò interviene, perchè si stimino veri que’ prodigiosi ritrovamenti, come si persuasero molti uomini dotti. Chiedasi a coloro, che soffrono di buon talento la fame, il caldo, la calca, per udir le tragedie; a coloro, che rubano gli occhi al sonno, per dargli alle curiosità de’ romanzi: chiedasi, dico, se gli uni credon, che i personaggi, i quali parlano, conosciuti da loro talvolta, sien Belisario, o Solimano, oppressi dalle sciagure; e se gli altri credono, che i sassi per aria si trasformassero in cavalli a pro’ de’ nubi, o che la fortuna venisse personalmente a far il nocchiero a’ cercatori di Rinaldo. Chi dubita, che risponderan di no? Ma di più soggiunge egli, che se fosse intento della poesia l’esser creduta per vera, ella avrebbe per fine intrinseco la menzogna, condannata indispensabilmente dalla legge di natura, e di Dio; non essendo altro la menzogna, che dire il falso, affinchè sia stimato per vero. Come dunque un’arte sì magagnata sarebbe permessa dalle Repubbliche migliori? come lodata? come usata eziandio da scrittori santi? Da tali ragioni cava il dottissimo Cardinale questa conseguenza, cioè: che l’unico scopo delle Poetiche Favole si è l’adornar l’intelletto nostro d’immagini, o vogliam dire d’Apprensioni sontuose, nuove, mirabili, e splendide, senza considerar, se queste sieno vere, o false. Ciò pure da lui si pruova coll’esempio della dipintura, la qual non pretende, che il finto sia stimato per vero; e che si rinnuovi in noi la balordaggine di quegli uccelli, i quali corsero per gustare col becco le uve effigiate da Zeusi. E pur quelle figure dipinte, benchè per dipinte sieno ravvisate, pungono acutamente l’affetto, e ci dilettano. Ma perchè può chiedersi, a qual fine si studino cotanto i poeti di dipinger la favola verisimile, s’ella non vuol’ esser tenuta per vera; risponde egli, che il verisimile è un mezzo efficace per far apprendere più vivamente il Maraviglioso. Imperciocchè quanto più simili in ogni minutissima circostanza son le Favole della poesia, o le figure del pennello all’oggetto vero, ed altre volte sperimentato da chi ode le une, e mira le altre, con tanto maggior efficacia destano elle que’ mobili simulacri, che ne giacevano dispersi per le varie stanze della memoria. E quindi risulta più vivace l’apprensione, e più fervida la passione, senza che il giudizio appruovi per vere, o ripudi per false le cose rappresentate. Non si cerca adunque il vero della poesia, ma solamente il far immaginare oggetti maravigliosi; sieno veri, o falsi, non importa.

Così la ragionano questi gravissimi scrittori, con dottrine, forse più plausibili, che ben fondate, o almen bisognose di molte limitazioni, e spiegazioni. Imperciocchè, per cominciare dal Pallavicino, se fusse vero, che la poesia colle sue Favole altro scopo non avesse, che il comunicare alla prima apprensione (o alla fantasia, che così più tosto ci piace di parlare) immagini maravigliose, lascerebbesi la briglia in collo a i poeti, e si darebbe loro una smoderata libertà, che presto potrebbe noiarci. Non ci è sogno, non ci è chimera, non delirio, non falsità, che non potesse da loro mettersi in versi con isperanza di dilettarci. Tutte le più frivole cantafavole avrebbono luogo ne’ poemi Eroici, e nelle tragedie, non che nella commedia, e nella lirica. E quante son le avventure strane di Buovo, delle Fate, de gli Amadigi, di tutti i Romanzi, e infin di Guerin Meschino, tante sarebbono un lodevole trovato per gli poemi, essendo miglior poeta, chi sognasse più strani, e mirabili oggetti, come i monti d’oro, gli uomini per aria, e tutto il mondo incantato, o volto sossopra da qualche ridicolo Mago. Certo è, che oggetti più maravigliosi non potrebbono presentarsi davanti alla prima Apprensione, e che dovrebbono questi dilettarla assaissimo, da che non occorre, che il giudizio appruovi per vere, o ripruovi per false immagini tali. Ma so ben’io, che il prudentissimo Cardinale Pallavicino mai non intese di lasciar la fantasia Poetica tanto in preda a se stessa; nè per giudizio de’ Saggi si dee permettere una tal libertà a i poeti. La nobile, vera, e seria poesia ha da essere più austera, più temperante, avendo essa le sue leggi, oltre alle quali chi si lascia trasportare, può bensì piacer a qualche grossolana, e rozza persona, ma non a i dotti, non a i migliori. Ora le leggi della poesia seria consistono in volere, che le immagini maravigliose, nuove, sontuose, e nobili, che il poeta rappresenta alla prima Apprensione, sieno accompagnate da un’altra qualità essenziale, cioè che ci appaiono Vere, e contengono il vero necessario, avvenuto, e reale, o il vero possibile, probabile, e credibile. Se un di questi due Veri non si truova nelle immagini, e se questo non s’apprende nel medesimo tempo dall’intelletto, noi non possiamo ritrarne soda dilettazione, anzi ne sentirem dispiacere. Facciasi, che la favola d’una Tragedia, di un’Epopeia, non comparisca verisimile, cioè non si creda possibile da gli Uditori: altro che noia, e dispetto non si raccoglierà da sì fatto poema. Pongasi per esempio, che Teseo adirato rimproveri ad Ippolito suo figliuolo il misfatto d’amar la matrigna; e che questi scusi l’amor suo, in guisa però, che quantunque sia lungo, e replicato il colloquio, pure per cagion delle parole, e de’ sensi equivochi, studiati dal poeta, Ippolito sempre pensi, che il padre gli rimproveri l’amore da lui portato ad Ismenia Principessa straniera; e Teseo creda sempre, che il figliuolo scusi l’amore infame portato alla matrigna. Se poscia il poeta farà che Teseo condanni per questo supposto delitto l’innocente Ippolito alla morte, egli è manifesto, che maravigliosa sarà questa avventura. Ma è palese altresì, che l’uditore s’adirerà contro al poeta, non potendo parere, che sia possibile, o verisimile un sì lungo equivoco fra due persone tra loro parlanti; e che da ciò possa seguire una sì funesta morte, quando una sola parola più chiara poteva, e doveva impedirla. Non basta dunque, che la prima apprensione, o la fantasia conosca, e apprenda immagini maravigliose, e strane. Bisogna eziandio, che queste compariscano o realmente Vere, o pur verisimili, possibili, e credibili all’intelletto; cioè che un qualche vero si ravvisi in esse. Altrimenti se appariranno o realmente false, o impossibili, inverisimili, ed incredibili, non potran risvegliare nell’animo nostro alcuna soda, e seria dilettazione. Adunque l’intelletto, e il giudizio ha da trovar qualche vero nelle immagini poetiche; nè la sola prima Apprensione, o fantasia col solo conoscerle nuove, e mirabili, può seriamente dilettarci.

Molto più scorgeremo, che le favole poetiche non si fermano a pascere la sola prima apprensione, ove consideriamo le azioni dell’anima nostra nell’apprenderle. O queste immagini son già note alla nostra fantasia; o nol sono, e ci arrivano pellegrine, e nuove. Se già ci son note, conviene, affinchè possano dilettarci, che l’intelletto discorra, ed argomenti alquanto per ravvisar la simiglianza, che passa fra le immagini rappresentate dal poeta, e quelle, che egli già serbava ne gl’interni suoi gabinetti; dalla quale argomentazione, e conoscenza, nata dal giudizio, e dal discorso, nasce ancora il diletto. Ciò dalla sperienza, e da Aristotele ci è insegnato. Dice questi sì nella rettorica, come nella poetica: che noi tutti ci rallegriamo della rassomiglianza, riguardando le immagini o della dipintura, o della poesia, perchè considerandole impariamo, e comprendiamo con un veloce sillogismo, che sia ciascuna cosa, come sarebbe il dire: che questi è colui. Molto più ciò è manifesto nelle immagini maravigliose, e nuove, le quali non erano prima note alla nostra fantasia; poichè se hanno da dilettarci, è d’uopo, che l’intelletto argomenti dalle cose note alle ignote, per iscoprir se sien vere, o verisimili quelle, che la poesia rappresenta. Chi la prima volta per esempio ascolta la mirabile e nuova morte di Didone, subitamente considera, che le Reine possono innamorarsi, perder l’onore, condursi alla disperazione, e per disperazione uccidersi, e per conseguente gli parrà vero, che Didone potè darsi la morte. Ancorchè noi non vi ponghiamo mente, pure allorchè si presenta da’ poeti, e da i dipintori qualche immagine poetica, o figura del pennello alla nostra apprensione, velocissimamente l’intelletto nostro argomenta, per veder se queste contengano, e rassomiglino qualche vero, sia questo reale, certo, e necessario: o possibile, credibile, e probabile; o pure l’opposto loro. Quando in esse egli ritruovi rassomigliato qualche vero, ne sente egli diletto; e pruova parimente dispiacere, veggendo il falso, l’inverisimile, l’impossibile, e l’incredibile. Non potrem dunque dire, che il verisimile solamente si cerchi dalla poesia, acciocchè più vivace riesca l’apprension de gli oggetti; la quale, come dice il Pallavicino, quanto è più perfetta, è ancor tanto più dilettevole, e feritrice dell’appetito; e allora è più perfetta, e vivace, che più simili sono in ogni minutissima circostanza le Favole della poesia, o le Figure del pennello all’oggetto vero, ed altre volte sperimentato da chi ode le une, o mira le altre. Imperciocchè, se ciò fosse vero, quanto men fossero maravigliose, e nuove le immagini, e le Favole Poetiche, tanto più esse dovrebbono dilettarci, come quelle, che sarebbono più simili in ogni minutissima circostanza a gli oggetti veri, e altre volte da noi sperimentati. Ma e tutti confessano, e noi abbiam già veduto, che la maggior bellezza delle favole, e immagini poetiche consiste nell’apparirci nuove, e mirabili; cioè diverse, dissimili, o contrarie, e lontane da quello, che noi prima sapevamo, o potevamo immaginare. E intanto queste favole, ed immagini colla maravigliosa, e nuova loro comparsa dilettano, e muovono l’intelletto nostro, in quanto egli con una subita scorsa di ragionamento ravvisa in esse imitato un qualche vero, ch’egli prima non sapeva. Il vero dunque, o verisimile poetico non è mezzo solamente, per cui più dilettevole si faccia in noi l’apprensione; ma è un de’ primi principi necessari al maraviglioso, affinchè questo ci possa dilettar seriamente. Tolto via esso, cioè non contenendo le immagini, invenzioni, e favole poetiche, alcun vero, non potrà il maraviglioso recarci alcun nobile piacere. Dalle quali cose parmi d’intendere, che la poesia nobile, e seria, non ha solamente da parlare alla prima apprensione, o fantasia; ma dee parimente sempre parlar ancora all’intelletto. E ciò sia detto intorno all’opinione del Cardinal Pallavicino.

Per altro saggiamente egli avvisa, che i poeti non intendono di far credere per vero il falso, cioè per veramente avvenuto, o realmente esistente ciò, ch’essi han finto. Ma intendono ben’ essi di farlo sempre mai credere per veramente possibile, e probabile; in guisa che dipingendosi la morte compassionevole della reina Didone, la poesia non pretende, nè cerca già, che si creda evidentemente, e veramente accaduta quella morte, ma bensì che essa da gli uditori, e lettori s’apprenda come veramente possibile, e verisimile nel corso delle cose, e ne’ regni della natura [8] . E quindi possiamo discernere ciò, che è menzogna, e falso, come ancor ciò, ch’è vero nella poesia, potendosi, e solendosi ne’ componimenti poetici ritrovare infinite azioni, e cose mentite, ma dovendovisi, ciò non ostante, ritrovar sempre il vero anche in compagnia della stessa menzogna. Allorchè il poeta finge qualche avvenimento, personaggio, ed oggetto, certo è, che questo oggetto, o personaggio, o avvenimento finto, non è giammai stato nella natura; e perciò chiamasi menzogna, e Falsità, ove noi lo consideriamo realmente esistente, o veramente avvenuto. Ma se noi consideriamo questo avvenimento, questo oggetto, o personaggio finto, come veramente possibile ad essere, e verisimile: dal mirar la menzogna noi vegniamo in cognizione d’un vero, apprendendo ciò, che veramente può avvenire nella natura delle cose. Non può dirsi falso; anzi si ha da dir verissimo, che Didone condotta da un disperato affetto potesse uccidersi, benchè sia per avventura falso, che ella veramente, e realmente siasi uccisa. Questo avvenimento dunque è vero, in quanto è un Ente possibile; e si diletta l’animo de gli uditori, o lettori in apprenderlo, e rimirarlo dipinto da’ valorosi poeti, quantunque ei sappia, che ciò non è veramente accaduto, ma sol finto dalla Poetica fantasia. Nè altro in effetto, per quanto ce n’assicura la sperienza, pretendono i poeti di far credere, questo vero possibile, allorchè fingono azioni, ed oggetti, che mai non furono. S’io leggo, o ascolto una tragedia, una commedia, un eroico poema; so che nella commedia tutte le persone, ed azioni rappresentate in essa giammai non furono, nè si son fatte; so parimente, che nella tragedia, e nell’epopeia buona parte de’ personaggi, e delle azioni non è stata, o avvenuta giammai, come rappresenta il poeta. Contuttociò ne pruovo io sommo diletto, e si risvegliano differenti passioni dentro di me stesso. Ma questo diletto da me non si proverebbe, quando le cose narrate dal poeta non mi apparissero veramente possibili, e verisimili, o per dir meglio se mi si presentassero come impossibili, incredibili, e improbabili. Adunque convien dire, che l’intento proprio del poeta si è il rappresentare, e far credere solamente possibili, e verisimili le cose da lui finte, e non già realmente, e veramente avvenute. Ciò pure meglio si scorgerà in osservando la natura delle altre arti imitatrici, come della pittura, della scultura, o pur dell’istrionica, arte che il Cardinal Pallavicino parve non ben distinguere dalla Poetica nelle parole dianzi rapportate. O s’imiti da esse il vero certo, e reale, o s’imiti il vero possibile, probabile, e verisimile: purchè sia ben fatta l’imitazione, l’intelletto nostro ne gode. Se il dipintore, se lo scultore, se l’Istrione avrà acconciamente imitato le cose, ch’egli propose da rappresentare, potrà dilettarci, e muovere gli affetti. Nè, per cagionar questo dolce movimento nell’appetito nostro, importa, se le cose rappresentate sieno evidentemente vere, o realmente avvenute, o pur se finte. Debbono bensì queste necessariamente esser possibili, e verisimili, cioè contener quel vero, che può, o dee probabilmente essere, e partorirsi dalla natura; altrimenti non ci diletterebbe la lor fattura. Sciocco, e ridicolo per cagion d’esempio sarebbe quel dipintore, che dipingesse in una tavoletta un Monte in lontananza, e sopra di esso un uomo, o un uccello di grande statura; imperciocchè noi ci avvederemmo tosto, non esser ciò possibile, insegnandoci la proporzione, che quell’uomo figurato in tanta lontananza con statura sì grande, sarebbe quasi uguale ad un Monte. Ci offenderebbe un tal inverisimile, nè avrebbe costui ben’ imitato ciò, che suole, dovrebbe, e potrebbe far la natura. Altrettanto avverrà, se il dipintore sa sproporzionare le membra delle sue Figure, o se non segna a suo luogo l’ombre, o se

Delphinum silvis appingit, fluctibus aprum.

Sicchè fra l’opinione del Pallavicino, e quella d’altri maestri della Poetica, ci sembra di poter fondare la nostra, dicendo: Che nella nobile, e seria poesia l’intelletto sempre ha d’apprendere un qualche vero o avvenuto, e reale, o possibile ad essere, e ad avvenire; e che il poeta vuol far credere, non già veramente avvenuto, o realmente esistente, ma bensì veramente possibile, probabile, e verisimile ciò, ch’egli ha finto colla sua capricciosa fantasia.

CAPITOLO DECIMO

Suggetto dell’epopeia, e tragedia se ha da prendersi dalla storia. Regole del verisimile. Vero universale, e particolare. Differenza fra la storia, e la poesia; e pregio maggiore dell’ultima.

Perchè nondimeno i poeti pregano le Muse, ed Apollo a rivelar loro le cose, perchè nella Tragedia, ed Epopeia prendono i fatti Istorici, e mischiano il vero col Finto, acciocchè tutto appaia avvenuto, convien rendere ragione, perchè ciò si faccia da loro. Dico pertanto, che chiunque imita, s’egli vuol dilettare, e muover gli affetti, ha da rassomigliar vivamente gli oggetti, e farli coll’Arte sua, per quanto comporta l’imitazione, presenti all’altrui fantasia, come farebbe la natura medesima. Quanto più forte, e viva appare questa imitazione, e rassomiglianza, tanto più ci diletta ferendo essa maggiormente la nostra fantasia, e facendo più efficacemente conoscere all’intelletto le cose imitate; il che risveglia dentro di noi dal rimirar gli stessi originali. Per ciò fare, ha da mostrar l’imitatore di dire, o rappresentar cose realmente vere; tuttochè sua intenzione non sia, che tali sieno credute. Non è sì stolto l’Istrione, ch’egli pretenda d’esser creduto per un vero Ercole, per un vero Belisario. Contuttociò egli, per quanto può, ha da fingere d’esser tale; imperciocchè se non si mostrerà appassionato, ed interessato nell’azione finita, come sarebbono i veri personaggi, egli non desterà ne gli uditori l’affetto, e agevolmente ci dispiacerà. Nella stessa maniera ha il poeta da mostrare, per quanto ei può, di dir le cose come veramente avvenute, e certe, benchè sua intenzione non sia di farle in effetto creder tali; poichè altrimenti facendo non diletterebbe assai, nè moverebbe le passioni altrui. Intorno poi al valersi nell’Epopeia, e nella Tragedia di persone, e d’azioni prese in parte dalla storia, diciamo, che per dilettare non è assolutamente necessario, che il poeta si vaglia d’un tal fondamento. Perciocchè tanto col fingere affatto l’argomento, quanto col fingere sul vero Istorico, s’ottiene l’intento dal poeta, che è quello di apportar dilettazione alla fantasia, e di far nel medesimo tempo apprender cose possibili, credibili, e verisimili all’intelletto. Egualmente, o almen con poca diversità potrà dilettarci il Torrismondo del Tasso, e l’Orbecche del Giraldi (se pure sono suggetti in tutto finti, il che non voglio ora cercare) ch’Aristodemo del Conte Carlo de’ Dottori, perchè sì que’ primi argomenti, come l’ultimo, compariscono affatto nuovi, e nel medesimo tempo verisimili al popolo. Non considera questi, nè può avvedersi nell’udir recitate simili Tragedie, se gli argomenti sieno certi, o se quelle persone, ed azioni sieno mai state; ma gli basta per trarne diletto di conoscere, che son possibili, e verisimili. Il perchè quasi direi, che alcuni poeti avessero potuto risparmiar l’ostinata fatica da loro spesa per trovare in qualche angolo delle antiche storie un suggetto nuovo per le moderne Tragedie. Certo è, che il popolo de’ nostri tempi non mette alcuna differenza fra questi sì lontani, ed incogniti argomenti, e quei, che son finti affatto; non avendovi per avventura in tutto un uditorio, se non due, o tre persone, e forse niuna, che sappia esserci veramente stato Aristodemo, e conosca le disavventure a lui accadute. Nomi pure affatto ignoti, e fatti stranieri dovettero apparire nella prima loro comparsa ne’ Teatri quei del Cid, di Corradino, di Nicomede, di Pettarito, di Marianne, di Rodoguna, e d’altri simili. Contuttociò assaissimo piacquero; e pure non influì a far piacere quelle Tragedie la precedente notizia, che la storia avesse parlato di sì fatte persone. Non è dunque assolutamente necessario, che l’argomento della Tragedia, e dell’Epopeia sia realmente vero, affinchè possa chiamarsi bello, e ci diletti quel poema. Confessiamo nulladimeno, che più dilettevoli, stimabili, e belle saran l’Epopeie, e le Tragedie fondate sulla storia, che le interamente immaginate dalla fantasia Poetica; e per questo motivo solevano gli antichi prendere argomenti noti per lavorar somiglianti poemi. E che sia più lodevole una Tragedia, o un’Epopeia d’argomento vero, primieramente si pruova, perchè più difficile, secondochè dimostra il Castelvetro, è il fingere in un suggetto sì fatto, che il fabbricarlo di pianta. Secondariamente l’afferma Aristotele con dire, che i fatti noti maggiormente ci piacciono, ὅτι πειτανόν ἐστι τὸ δυνατὸν. τὰ δὲ γἐνόμενα ϕανερον, ὅτι δυνατὰ, ουγὰρ ἂν ἐγένετο, εἰ ἦν ἀδυνατὰ. Perchè verisimili, e credibili si è il possibile; ed è manifesto, che son possibili le cose avvenute, poichè non sarebbono avvenute, se fossero impossibili. Cioè prendonsi nomi, e fatti veri, che son noti al popolo o per la storia, o per la fama; affinchè più probabili, e possibili appaiano i mirabili avvenimenti aggiunti dalla Tragedia, dall’Epopeia al fatto Istorico; essendo evidente, che il popolo crederà più facilmente possibile ad avvenire tutto ciò, che nel poema se gli rappresenta, da che egli confusamente crede, e sa essere avvenuto il caso, che quivi si espone. Sa per esempio non poca gente, che per comandamento della crudele Elisabetta lasciò Maria Stuarda il capo sopra un palco funesto; quindi sembrerà tanto più probabile, e possibile tutta la tela dell’azione Tragica, tessuta dal poeta. A moltissimi eziandio è noto, che Gotifredo Buglione in compagnia d’un esercito di Cristiani ritolse Gerusalemme a i Saracini. Udendosi rappresentata dal poeta una sì gloriosa impresa, già saputa confusamente, e in compendio, stimano i lettori più probabile, e possibile, che questa sia passata nella maniera, in cui la racconta il poeta. Ma non per questo intende il poeta di farla veramente credere avvenuta, com’egli la conta. Gli basta, e solo ei brama di farla creder possibile, e verisimile. Altrimenti, se il poeta pretendesse ancora di far credere veramente fatto ciò, che solo ci appar possibile a farsi, come se in ciò consistesse la cagion di dilettar gli ascoltanti, o lettori; si troverebbe egli di molto ingannato, e piacerebbe a po che persone; perciocchè ben pochi son coloro, che credano veramente, e realmente avvenuto tutto ciò, che è contenuto ne’ componimenti poetici. Ma dall’altra parte essendo certo, che ancor tutti quegli, che non credono veramente accadute le cose nella maniera divisata dal poeta, pure pruovano gran diletto da sì fatti poemi; adunque dee dirsi, che la dilettazion nasce dal solo riconoscere, e creder verisimili, e possibili quelle azioni; e che a far credere questo solo tende propriamente, ed unicamente l’Arte Poetica. In terzo luogo per le tragedie si son presi, ed è meglio prender nomi veri, e casi avvenuti, più che del tutto finti, perchè ciò è di maggior comodità al popolo, il quale più facilmente comprende le cose, quando egli ne ha già qualche precedente notizia; siccome ancora se gli sa risparmiar la fatica di apprender nomi nuovi, ed il distinguere l’una dall’altra le persone del dramma. In quella guisa appunto, nelle cui figure a noi incognite riconosciamo la natura ben’ imitata; e un altro piacere di più possiamo avervi, se queste figure sì ben dipinte sono individualmente a noi note, come la strage de gl’innocenti, la morte di Cleopatra, e simili. Così più dilettazione ci arreca la tragedia, allorchè miriamo rappresentare da essa e persone, e cose in parte conosciute, che non fa quella, dove affatto ci appaiono ignote le persone, e le cose. Dissi in parte conosciute; poichè l’informazione precedente, che il popolo ha da avere del suggetto, e delle persone della tragedia, o epopeia, non ha da esser tanta, che nuovo in parte non gli appaia quanto propone il poeta; e non dovrebbe essere tanto poca, che la gente stentasse ad imbeversi di tutti i nomi, e di tutte le circostanze straniere, come succede ne gli argomenti, che interamente son finti. In tal maniera i poemi riescono ad un tempo stesso facilissimi a comprendersi, e nuovi: la qual perfezione manca a quegli argomenti, che quantunque presi da storie antiche, pur sono affatto ignoti, e stranieri al popolo nostro, e perciò da me posti per poco in ischiera con quelli, che son finti del tutto.

Supposto dunque che sia meglio il prendere per la tragedia, e per l’epopeia l’argomento o dalle storie, o dalla fama; e supposta nel popolo qualche informazione del caso, che dee narrarsi, o rappresentarsi: ragion vuole, che il poeta vi finga dentro azioni, e aggiunga favole tali, che non s’oppongano all’opinione già da noi conceputa o di quelle persone, o di quelle cose, che crediamo avvenute. In altra guisa facendo, a noi non appariranno verisimili, e possibili ad avvenire. Da che tante storie, e la fama ci han fatto moralmente certi, che Giulio Cesare fu vincitor di Pompeo ne’ campi di Farsaglia, e ch’egli fu poscia da i congiurati ucciso; che Cleopatra si diede la morte da se stessa, per non comparir prigioniera nel trionfo d’Augusto; che il gran Costantino fu il primo fra gl’imperadori cristiani: se l’epico, o il tragico poeta ci rappresentasse Cesare, che s’uccidesse da se stesso, per essere vinto da Pompeo; che Cleopatra sposasse Augusto, e divenisse Imperadrice; che Costantino perseguitasse i cristiani, punto non parrebbono verisimili a noi tali finzioni. Non già perchè una volta non fosse possibile, che Cesare si desse la morte, che Cleopatra giugnesse al trono imperiale, e che Costantino seguisse la setta de’ pagani; ma perchè avendo il corso delle cose, e la natura altrimenti disposto di quelle persone, e ciò sapendosi da noi, non può parerci verisimile quanto il poeta racconta, perchè troppo dissomigliante, anzi contrario all’idea da noi formata di quelle cose, o persone. Ove però gli avvenimenti o per cagion delle storie discordanti, o per la gran lontananza de’ paesi, e de’ tempi, o per l’incertezza della fama sieno assai dubbiosi, e confusi; allora potrà il poeta con maggior libertà fingere, e promettersi di far tuttavia creder verisimili alla gente i suoi trovati. Sicchè saranno ben fatte le favole poetiche, ogni volta che l’uditore, o lettore potrà persuadersi, che quelle tali persone o sieno state, o possano essere state; che quelle tali cose possano esser avvenute, o sieno effettivamente avvenute. Dal che segue ancora, che non è vietato al tragico poeta il prendere per suggetto de’ suoi versi avventure affatto immaginate, e nomi in tutto finti; poichè tali avventure, e persone possono apparir verisimili, e possibili all’uditorio. E tali appaiono quando non son contrarie all’opinione del popolo, nè manifestamente riprovate dalla fama, e dalle storie note.

Nè basta opporsi a questa libertà con dire, come fa un acutissimo scrittore: Che i Re son conosciuti per fama, o per istoria, e parimente le loro azioni notabili; e lo introdurre nuovi nomi di Re, e attribuir loro nuove azioni, è contraddire all’istoria, e alla fama, e peccare nella verità manifesta. Imperciocchè moltissimi sono i re, e gli uomini riguardevoli, che non son conosciuti per fama, o per istoria; e di quegli ancora, che la storia ha conservati in vita, poco numero è conosciuto dal popolo. Nè contraddice alla fama, o alla storia, chi finge nuovi re, o attribuisce loro nuove azioni; perchè la fama, o la storia non ci fa sapere, che questi re finti non sieno mai stati al mondo; anzi il mondo erudito, con disotterrar nuove memorie, scuopre, e può scoprire ogni giorno re, e personaggi nuovi, de’ quali noi prima nè per fama, nè per istoria avevamo contezza veruna. Data poscia la libertà di finger nuovi re, e persone illustri, non seguita nè pure, come teme il suddetto autore: Che abbia da esser lecito al poeta il formar nuovi monti, nuovi fiumi, nuovi mari, nuovi regni, e trasportare i fiumi vecchi d’un paese in un altro; e brevemente sia lecito rifare un mondo nuovo, o trasformare il vecchio; come nè pure il fingere: Che Costantino sia stato Imperadore tra Giulio Cesare, e Augusto in Roma; ovvero che Giulio Cesare uccidesse la moglie Calpurnia trovata in adulterio. Le regole del verisimile, come abbiam detto, richiedono, che le favole poetiche non s’oppongano, nè contraddicano all’opinione fondatamente conceputa delle cose. Ora e la fama, e la storia, e gli occhi propri ci fan sapere, o vedere la vera situazione de’ Monti, de’ Fiumi, de’ Regni, de’ Mari; ci dicono, che Costantino visse di 350 anni dopo Giulio Cesare, e che a Giulio Cesare sopravvisse Calpurnia sua moglie. Chi perciò fingesse il contrario di tali cose già da noi sapute, o facili a sapersi, questi non potrebbe farcele creder verisimili, e possibili ad esser avvenute, da che sappiamo, che la natura ha determinato la sua potenza in diversa maniera. Non è possibile, dirò io tosto con tutta la gente, che il Po scorra appresso Parigi, che Costantino regnasse avanti Augusto; perchè io veggo, e so il contrario. E per questa cagione hanno i poeti saggi da guardarsi da certi sfacciati anacronismi, che facilmente possono apparire inverisimili, e impossibili. Udendo poi rappresentare le azioni di Clorinda, di Torrismondo, di Niso, e d’Eurialo, e di simil personaggi totalmente finti, dovrà parermi possibile, e verisimile, che sieno accadute; perch’io non ho cosa, che s’opponga a questa nuova opinione, e mi convinca del contrario. In una parola: per meglio assicurarsi di far comparir possibili, e verisimili le poetiche finzioni, la via sicura è quella di fingere fuor della storia, e della fama. Cioè aggiungere alla verità, non corrompere la verità; e finger cose, o avvenimenti, de’ quali positivamente non parli in contrario qualche storia nota, o la tradizione ben fondata. Non dicono le storie, che Argante, e Clorinda non fossero, e combattessero contra i Cristiani sotto Gerusalemme; non dicono, che Niso, ed Eurialo non facessero quella gloriosa prodezza ne’ tempi d’Enea, nè contraddicono con espresse parole alla maniera, con cui il poeta rappresenta avvenuta la morte di Mitridate, o la disgrazia di Belisario, o la fortuna di Rodrigo. Questo silenzio basta per fondamento della finzione, la quale non ha ostacolo, affine di comparir possibile, e verisimile.

Dalle quali cose vegniamo ancora a sapere, perchè gli argomenti, e i nomi delle persone sieno dal poeta nella commedia interamente finti. Nè la storia, nè la fama suol tener conto, e memoria de gli uomini bassi, e privati, siccome cose di poco momento, e palesi per l’ordinario solamente a pochi. Sicchè la favola della commedia, che sempre è formata di persone basse, e d’affari popolareschi, può sempre, quantunque in tutto e per tutto finta, comparir verisimile, e possibile, ad essere avvenuta; non essendovi nè fama, nè storia, che s’opponga alla sua verisimiglianza, e possibilità. Come poi per nostra opinione non si vieta, che la tragedia si formi d’argomento, o di nomi del tutto immaginati, così non ci è divieto alcuno, che la commedia possa constituirsi di suggetto già saputo, o vero; laonde biasimar non si può chi ha fatto servir qualche novella del Boccaccio per fondamento d’una commedia. Essendo però più lodevole impresa il fabbricar del suo questi drammi, senza piantar la fabbrica sopra le altrui fondamenta, perciò sempre mai farà miglior consiglio l’inventar tutto l’argomento delle commedie, giacchè, il verisimile, che si richiede anche in esse, non si espone a verun pericolo, come avvien nelle tragedie. Ora, come dicemmo, tanto la tragedia, come la commedia, e l’epopeia, solo pretendono, che quanto da lor si finge si creda possibile ad avvenire, o ad essere avvenuto. E sì gran cura hanno di ciò, che laddove qualche cosa realmente, e veramente accaduta, rappresentata, o narrata potesse parere inverisimile, e impossibile ad essere avvenuta, i poeti si studiano di temperarla, e di rendere per quanto si può verisimile il suo maraviglioso. Dicono adunque i poeti, e formano mille menzogne, e favole; ma non perciò vogliono ingannar l’intelletto di chi legge, o ascolta, con fargli credere il falso. Egli è falso, che siasi mai fatto ciò, ch’essi fingono fatto; ma vero è, che ciò poteva, o pur doveva farsi. Questo ultimo vero, e non il primo falso, vuol da loro persuadersi, tendendo essi per mezzo d’una menzogna a farci apprendere una verità, la qual verità da noi appresa può molto dilettarci, e arrecarci profitto. Il perchè acutamente secondo il suo costume S. Agostino nel lib. 2 cap. 9 de’ soliloqui osservò, che i poemi, quantunque pieni ci appaiano di bugie, pure non vogliono ingannarci; e che i poeti possono bensì aver nome di mentitori, ma non già d’ingannatori. Mentientes, aut mendaces, così egli scrive, hoc differunt a fallacibus, quod omnis fallax appetit fallere; non autem omnis vult fallere qui mentitur. Nam et mimi, et comædiæ, et multa poemata mendaciorum plena sunt, delectandi potius quam fallendi voluntate; et omnes fere, qui jocantur, mentiuntur. Sed fallax, vel fallens is recte dicitur, cujus negotium est, ut quisque fallatur. E appresso diffinendo egli la favola, dice, ch’essa è una bugia composta per utilità, o diletto altrui: Est fabula compositum ad utilitatem, delectationemque mendacium. Nè altronde proviene questa utilità, e dilettazione, che dall’imparar qualche verità maravigliosa o già avvenuta, o pur possibile ad avvenire.

Ciò che fin qui s’è detto, facilmente ci conduce a spiegare un bel passo d’Aristotele nel c. 9 della poetica, ov’egli rende ragione, perchè debba anteporsi la poesia alla storia. Φιλοσοϕώτερον, dice egli, ϰαί σπουδαιότερον ποίησις ιστορὶας ἐστίν. ἠ μὲν γὰρ ποίησις μᾶλλον τὰ ϰαϑὸλου, ἠ δὲ ιστορὶα τὰ ϰαϑ´εϰαστον: Cosa più filosofica e migliore è la poesia, che la storia; imperciocchè la poesia dice più le cose universali, e la storia più le cose particolari. Lasciando le varie interpretazioni, che a questo luogo danno gli spositori, diciamo, che il vero de’ tre mondi, e della natura, si divide in due spezie, cioè in universale, e in particolare. Consiste l’universale nella potenza, e nelle leggi, o idee universali, che ha la natura per operare. Questa per esempio nella sua idea, e universalmente vuole, suole, o dee fare, che l’uomo forte non si sgomenti in faccia de’ pericoli; ch’egli sia il primo, quando si assalta una città, una rocca, a salir sulle mura, o sulla breccia; ch’egli fugga il vincere con tradimento, e soperchieria il nemico, e simili cose generali, e universali. Questa è l’idea dell’uomo forte, considerando la sola potenza, e legge della natura; e perciò il vero universale altro non è, che il vero possibile, credibile, e verisimile, di cui abbiam ragionato. Il vero particolare si è quello, che la natura produce, discendendo a mettere in pratica la sua legge, e idea universale, e la sua varia potenza, in qualche persona, e individuo, come farebbe in Alessandro il Grande, in Cammillo Romano, in Carlo Magno, in Goffredo, e in altri valorosi guerrieri, famosi per le storie antiche. Allora la natura determina il suo potere, e le operazioni sue, come un artefice, che può d’un legno fabbricare un vaso, una cornice, un nobile scrigno, e mille altre cose; e si determina a far con quel legno una statua d’Ercole, un busto di Carlo V. La differenza dunque, che passa fra la storia, e la poesia, si è questa. Dalla prima si riferiscono, e descrivono solamente i particolari, gl’individui, cioè le azioni, i costumi, i sentimenti, che la natura venuta all’atto produsse per ventura in oggetti determinati, in determinate persone. Così ella descrive, come Cesare in effetto si reggesse nel farsi padrone della Repubblica Romana, come Alessandro conquistasse tanti regni dell’Asia, non dipartendosi giammai, per quanto si può, dalle verità particolari, e operazioni già determinate dalla natura, cioè dal vero esistente, certo, e reale. Ma la poesia per l’ordinario va cercando il vero universale, più che il particolare, in guisa che o prende un vero particolare, e lo riduce all’universale, o pure immagina un universale, e poscia per rappresentarlo in pratica lo conduce al particolare. Cioè da lei si dipingono le azioni, le persone, le cose, come la natura considerata in universale dee, può, e suol talora fare. Laonde se il poeta ha da rappresentar qualche azione già avvenuta in persona determinata, non si ferma in questo individuo, nè in questi singolari; ma passa a consultar la potenza, l’idea, le leggi, e il sistema universale della natura; e quindi prende materia per far divenire maravigliosi i sentimenti, i costumi, e gli avvenimenti de’ singolari. O pur volendo egli farci vedere il ritratto d’un consiglier prudente, d’un principe imbelle, d’una tenera madre, discende a gl’individui, e rappresenta queste immagini nella persona d’un Nestore, d’un Paride, d’una Andromaca, ovvero finge del tutto altri nomi. Dal che si scorge, quanto sia più lodevole, più stimabile, più filosofica la poesia, che non è la storia, essendo evidente, che lo storico non ha molto da studiare, e da faticare, perchè egli dee solamente descrivere ciò, che la natura ha già prodotto; laddove gran sapere, grande ingegno ci vuole per cavar dalle Idee universali, e dal poter della natura azioni, e cose maravigliose, o non mai, o rade volte da essa natura prodotte. Quindi è, che il nome di poeta fu propriamente attribuito a chi fa versi; perciocchè il perfetto poeta ha da esser facitore, lo stesso dalla greca parola ποιητὴς, e non già, come alcuni avvisarono, colui che finge. E ciò vuol dire, ch’egli ha da fare, e in certa guisa creare colla sua fantasia, e col suo ingegno, avvenimenti, costumi, e pensieri, che per l’ordinario non ci fa veder la natura, affinchè la novità loro cagiona maraviglia, e diletto. Se prenderà il poeta a dipingere la passione di qualche determinato personaggio, come lo sdegno, l’amore, la gelosia; o qualche virtù come la generosità, la pietà, il valore, non si fermerà sulla notizia particolare, che di quel personaggio gli somministra la fama, o la storia. Ma alzandosi a contemplar l’universale potenza della natura, quindi trarrà fuori materia pellegrina, e mirabile per poter dipingere quella passione, quella virtù in guisa meno da gli altri osservata, e con sentimenti, che forse non caddero, ma potevano verisimilmente cadere in pensiero a quella persona. Ora questo fare, e creare azioni, costumi, e sentimenti suol appellarsi inventare; ond’è, che cotanto si stima necessaria ai poeti l’invenzione, e che in essa consiste spezialmente la gloria poetica. Non si dice propriamente, che lo storico faccia, ed inventi, perchè non racconta se non i particolari, cioè quello, che veramente è avvenuto, e si è fatto dalla natura. Ma il poeta fa, ed inventa ciò, che la natura dovrebbe, o potrebbe fare, ma da lei non si fa che rade volte. E perchè necessaria è gran fatica, industria, e penetrazione per cavar da gli universali della natura queste pellegrine, e maravigliose verità; perchè ancora da tali verità si genera ne gli ascoltanti o lettori maggior dilettazione, che dalle verità Istoriche; perciò maggior lode è dovuta alla poesia, che alla storia.

Da ciò intendiamo, che ove sia proposta al poeta qualche azione avvenuta da trattare in versi, come sarebbe la presa di Troia, ha egli da abbandonare, per quanto comporta il verisimile, i particolari di tale impresa, e passare a gli universali della natura. Quivi scoprirà egli mille differenti guise di vincere una città. Saranno altre assai triviali, altre molto nuove, ed altre più maravigliose; potendo in effetto la natura guidar sì fatta impresa a fine con moltissimi diversi mezzi. Ciò osservato dal poeta, ha egli da scegliere quel mezzo, che più gli sembrerà mirabile, e nuovo; e discendendo di nuovo ai particolari, dee loro applicar quel vero possibile, e universale, con dipinger la presa di quella città, come essa poteva, o doveva probabilmente avvenire. Ora ciò da noi s’è chiamato perfezionar la natura; e s’è detto, che questo perfezionar la natura apporta gran diletto, perchè s’accomoda al nobil genio della anima umana. Non potendo essa nell’ordinario corso, e ne gli usati parti della natura, trovar cose perfette, e impararne tutto giorno delle nuove; si rallegra almeno in veggendole rappresentare tali dalla poesia. Se la storia non rapporta azioni, e avvenimenti di tal maestà, che appaghi l’appetito, e l’ingordigia dell’animo nostro; ecco la poesia, che le reca soccorso, dipingendo fatti più Eroici, grandezza più illustre di cose, con ordine più perfetto, con varietà più dilettevole, e vaga. Se la storia ci fa veder ne’ suoi esempi le Virtù non premiate, e i Vizi non gastigati secondo il merito loro; la corregge, la migliora il pennello poetico, rappresentando i suoi ritratti, quali potrebbe, o dovrebbe l’universale idea della Giustizia formarli. Ci sazia di leggieri la storia col narrar cose triviali, sempre le stesse, da noi spesso udite, o vedute. A ciò porge rimedio la poesia, cantando cose inudite, inaspettate, varie, e mirabili; adattando ai desideri nobili, e grandi dell’uomo le cose, e i parti della natura; non l’animo dell’uomo alle cose, come suol far la storia. Che se la poesia sovente abbandona il vero particolare, avvenuto, e certo, non lascia però essa di dipingere, e di farci comprendere il vero; poichè ci rappresenta l’universale, che è più dilettevole, e in certa guisa più perfetto, non potendosi negare, che più perfetto, e compiuto nel suo genere ci apparirà quasi sempre quello, che la natura può fare, e dovrebbe fare, che quello, ch’essa per l’ordinario fa, e suol fare. Laonde il Robortelli ebbe gran ragione di dire nel Coment. della Poet. d’Aristot. che i poeti si dipartono spesso dal vero, per rappresentarci una spezie più eccellente di vero, cioè il vero possibile, ed universale. Poetæ recedunt sæpe a vero, et excellentiorem quandam speciem Veri effingunt. Perlochè parmi, che alcuni scrittori potessero, anzi dovessero con più decoro favellar della natura della poesia, e non iscrivere, che il falso è oggetto proprio di quest’Arte, e ch’essa ha da riporsi sotto l’Arte Sofistica, di cui è oggetto il falso. Seguendosi dalla poesia il vero, o certo, ed avvenuto; o possibile, probabile, e verisimile: ognun vede, ch’essa dee più giustamente collocarsi colla Dialettica, e colla Rettorica, Arti che cercano sempre o il vero certo, o il verisimile, e non già il falso, che inganna, come suol farsi dalla Facoltà Sofistica. Di fatto e chi non sa, che tendono i Sofisti ad ingannarci, e farci credere il falso con ragioni apparentemente vere; quando la poesia per lo contrario tende ad ammaestrare il popolo, e a fargli comprendere, e credere o il vero certo, o il vero possibile, apportandogli in un medesimo tempo utilità, e diletto?

CAPITOLO UNDICESIMO

Esempi del vero, e ne’ sentimenti ne’ costumi. Qual vero, o verisimile sia ne’ romanzi. Loro fine. Verisimile popolare, e verisimile nobile.

La conclusione adunque, che noi caviamo dalle cose finqui divisate, è questa. Cioè: che la poesia per suo scopo ha il rappresentare alla fantasia nostra immagini sontuose, nuove, nobili, e mirabili. Ma questo non basta. Oltre a ciò l’intelletto, il giudizio, e il Discorso han da trovare in esse un qualche vero; o sia questo reale, e certo, o sia solamente possibile, e credibile, poi non importa. Sicchè non la sola fantasia ha da godere in vedersi poste davanti sì maravigliose, e nuove immagini; ma l’intelletto ha da imparar da esse qualche verità, e notizia, che generi in lui scienza, o opinione, perchè in tal maniera anch’egli proverà piacere. O si rappresenti dunque dal poeta quel vero, che noi chiamiamo certo, evidente, reale, e avvenuto; o pur quello, che diciam verisimile, probabile, e pellegrino, diletterà senza dubbio la fantasia, e l’intelletto nostro. E perchè il primo vero, per l’ordinario non appare assai mirabile all’intelletto, e alla fantasia nostra; quindi è, che spezialmente il secondo vero, cioè il possibile, e verisimile si suole, anzi si dee cercar da’ poeti. Che se per lo contrario il poeta rappresenterà cose o realmente, ed evidentemente false, o pure inverisimili, improbabili, incredibili; nè potrà l’intelletto nostro sentirne piacere; nè ci avrà costui fatto vedere il bello poetico della materia.

E ciò non solamente dee verificarsi nelle azioni, e favole rappresentate dal poeta, ma ne’ costumi eziandio, e ne’ Sentimenti, essendo a tutta questa materia necessario il fondamento di qualche vero, se ha da chiamarsi veramente bella. Osserviamolo in pruova, incominciando da i Sentimenti. Altri di questi hanno il vero puramente esposto, come sarebbe quella sentenza:

. . . . . . Nessun maggior dolore,

Che ricordarsi del tempo felice

Nella miseria . . .

Il che Dante disse nel 5 dell’Inf. avendolo copiato da Boezio nel lib. 2 della Consol. prosa 4 il quale così scrisse: In omni adversitate fortunæ, infelicissimum genus infortunii est fuisse felicem. Altri Sentimenti hanno il lor vero travestito, e nascoso sotto il velo delle Traslazioni, come quel vaghissimo del Petrarca, in tal guisa favellante a Laura, morta in età giovanile:

Dormito hai, bella Donna, un breve sonno:

Or se’ svegliata fra gli Spirti eletti.

In fondo di tal sentimento è, che Laura è vivuta poco tempo in terra, e ch’ella ora gode eterna vita in cielo. Ma questo vero è vestito in maniera maravigliosa, ed inopinata; poichè parendo a noi altri, che il nostro vivere sopra la terra sia un vegliare, e che la morte sia un sonno eterno; il poeta penetrando nell’interno di ciò coi raggi della fede, scuopre tutto il contrario, e veste bizzarramente la verità, ch’egli volea proporre. Ciò sommamente diletta la fantasia, e fa nello stesso tempo apprendere un vero all’intelletto. Ma noi meglio vedremo altrove, che i sentimenti sono sciocchi, e bruttissimi, quando lor manca il vero interno, cioè il fondamento della bellezza. Ne’ costumi poscia se noi prendiamo per esempio a descrivere un valoroso, e forte guerriero, noi rappresentiamo que’ costumi, che la natura può dare, ed ha talvolta dato ad una tal persona. In mezzo alle battaglie, e a’ rischi più grandi sarà questo guerriero sempre coraggioso, e lontano dalla viltà, e paura. Opererà egli, e parlerà sempre da uomo intrepido, come fa l’Aiace d’Omero nel 17 dell’Iliade. Per una folta nebbia mandata da Giove non potevano i Greci nè veder luce, nè combatter co’ Troiani, ed erano a mal partito. In questo pericolo fa Aiace ben conoscere il suo nobil costume, perchè rivolgendosi con questa eroica esclamazione al sommo Giove così gli parla:

Ξεῦ πάτερ, ἀλλὰ σὺ ρῦσαι ὐπ´γέρος υἶας Α´χαιῶν,

Ποίησον δ´αἴϑρην, δὸς δ´ὀϕϑαλμοῖριν ἰδέσϑαι,

E´ν δέ ϕάει ϰαί ὀλεσσον, ἐπεὶ νύ τοι ἔυαδεν οῦτως.

Da nebbia tal, gran Dio, libera i Greci,

E dà lor col seren l’uso de gli occhi.

Poi nella luce, se così t’è in grado,

Ci fa perir, che volentier morremo.

Non chiede questo eroe la vita, nè ha timor della morte; ma sol chiede la luce per fare una morte degna del suo gran coraggio. Il che è un costume impareggiabile, e maraviglioso, lodato altamente prima di noi dall’acutissimo Longino. E questo costume o fu effettivamente, e realmente vero in Aiace, o fu possibile in esso; e perciò è almen vero ne’ regni della natura, considerandolo in universale, e come possibile. Nella commedia ben fatta per rappresentare i costumi d’un parasito, d’un soldato vanaglorioso, di un avaro, d’un amante accecato dalla passione, considera il poeta ciò, che la natura o veramente fa, o verisimilmente può fare di più rilevante, quando operano sì fatte persone. Che se non è certo, nè realmente vero, che una persona chiamata Euclione, o Pirgopolinice abbia in quella maniera operato, basta, che ciò sia, come in fatti è, verisimile. Nell’Epopeia, e nella Tragedia al vero possibile, e universale, si congiunge bene spesso anche il vero particolare, certo, ed avvenuto; cioè oltre all’esser vero, che un prode Capitano possa avere avuto i tali Costumi, o conquistata una forte città, egli è ancor vero di fatto, che questo Capitano si chiamava Goffredo, e che egli la conquistò.

Ora l’apprendere quegli avvenimenti, quelle persone, quegli effetti, costumi, e sentimenti, che ne’ poemi si dipingono, benchè solamente possibili, è un bene desiderabile per suo valore, e cagionante diletto nell’umano appetito. Nè l’intelletto, come dicemmo, s’inganna, o si diletta del falso; ma conosce ciò, ch’è falso, o per meglio dir finto, e si diletta di quel vero possibile della natura, il quale in fatti saputo illumina la nostra mente, e la rende più dotta. E in ciò il poeta non vuole ingannarci, o far credere per vero ciò, che da lui si è finto. Perchè diceva S. Agostino nel sopraccitato libr. 2 cap. 9 de’ Soliloqui, che le Favole Poetiche solamente per necessità contengono il falso, non potendosi in altra guisa far veder all’altrui fantasia il vero possibile, che con rappresentarlo, e fingerlo avvenuto. Aliud, son le parole del Santo scrittore, est falsum esse velle, aliud verum esse non posse. Itaque ipsa opera hominum velut comædias, aut tragedias, aut mimos, et genus alia possumus operibus pictorum, fictorumque coniungere. Tam enim verus esse homo pictus non potest, quamvis in speciem hominis tendat, quam illa, quæ scripta sunt in libris comicorum. Neque enim falsa esse volunt, aut appetitu suo falsa sunt, sed quadam necessitate, quantum fingentis arbitrium sequi potuerunt. Ma e qual vero, qual verisimile, dirà taluno, si rinchiude giammai in tante favole di romanzi, e in tante altre finzioni poetiche, in cui si narrano cose, che mai non sono state, nè potevano, o possono essere nel regno della natura? Egli non è possibile ad avvenire, nè giammai è avvenuto, che un fiume parli, abbia corpo umano, sia innamorato d’una donzella; che amore saetti in mille guise gli uomini, sia fanciullo coll’ali, e fosse veduto da Anacreonte; che Astolfo salisse col cavallo dall’ali nel globo lunare; e simili altre favole. Dall’intelletto si riconoscono subito queste cose e realmente false, e inverisimili, e impossibili ad accadere: contuttociò esse ci dilettano, e son molto apprezzate in poesia. Adunque non occorre, che il bello poetico della materia abbia per fondamento un qualche vero. Per togliere questa difficultà convien prima osservare, che il vero certo, o pure il vero possibile, e verisimile delle azioni, e delle favole può in due maniere esprimersi, come ancor s’è poco fa accennato del vero de’ sentimenti. La prima maniera è quella di dipingerlo con immagini intellettuali, cioè con parole, e sentimenti tali, che l’intelletto a dirittura conosca, e apprenda la verità. L’altra è quella di dipingerlo, e vestirlo con immagini fantastiche, cioè con parole, sentimenti, e finzioni della fantasia, talmente che l’intelletto apprenda non a dirittura, ma solo indirettamente il vero. Si può per cagion d’esempio narrar da un poeta in versi l’avventura d’Abdolomino, o pur d’altra persona finta, che da bassissimo stato giunga in poco tempo a conseguire un trono. Dirittamente da questa azione, o favola comprenderà l’intelletto una verità avvenuta, o possibile ad avvenire. Per narrar la stessa cosa, fingerà un altro poeta che la fortuna, dea o donna potentissima, e bizzarra, si innamorasse d’Abdolomino, o d’altro povero personaggio; ch’essa gli apparisse, il conducesse per mano, e il fornisse di tutti i mezzi necessari per divenir Monarca. Da ciò, non già a dirittura, ma indirettamente imparerà l’intelletto la medesima verità, che puramente fu espressa dal primo poeta. Il senso diritto di questa finzione fantastica si conosce tosto dall’intelletto per falso, inverisimile, e impossibile, perchè la fortuna mai non è stata, nè può mai essere animata, nè far quanto si finge dal poeta. Ma questo falso, questa menzogna capricciosa colla sua significazione cuopre una verità, la quale indirettamente è compresa dall’intelletto. O sia dunque verisimile, o vero, o pure appaia falso, inverisimile, e impossibile ciò, che la fantasia rappresenta, purchè esso faccia colla sua significazione intendere un qualche vero all’intelletto, ragionevolmente piace all’anima nostra, perchè questa materia avrà il fondamento del bello, cioè il vero. Ma dovendo noi diffusamente ragionar più abbasso di queste immagini, più manifestamente ancora farem vedere, come queste menzogne son fondate sul vero, e che senza il vero non possono chiamarsi belle. Per ora non vo’ lasciar di dire, che il menzionato S. Agostino era d’opinione, che somiglianti finzioni propriamente non meritassero nè pur nome di menzogne, o bugie. Quod scriptum est (così egli scrisse nelle Quist. Evang. lib. 2 qu. 51) de Domino: Finxit se longius ire: non ad mendacium pertinet; sed quando id fingimus, quod nihil significat, tunc est mendacium. Quum autem fictio nostra refertur ad aliquam significationem, non est mendacium, sed aliqua figura Veritatis. Alioquin omnia, quæ a Sapientibus, et Sanctis viris, vel etiam ab ipso Domino figurate dicta sunt, mendacia deputarentur, quia secundum usitatum intellectum non subsistit veritas in talibus dictis. Non enim homo, qui habuit duos filios, quorum minor accepta parte patrimonii sui profectus est in regionem longinquam, et cetera, quæ in illa narratione contexuntur, ita dicuntur, tamquam vere fuerit quisquam homo, qui hoc in filiis suis duobus aut passus fit, aut fecerit Ficta sunt ergo ista ad rem quamdam significandam etc. fictio igitur, quæ ad ali quam veritatem refertur, figura est: quæ non refertur, mendacium est. Dal che sempre più scorgiamo, che le favole poetiche altrimenti non possono esser belle, e perfette, che coll’esser fondate su qualche vero, cioè col far intendere all’intelletto nostro qualche oggetto veramente avvenuto, o realmente esistente, o pur possibile, probabile, e verisimile. Il che fu accennato da Aristotele nella Poetica, la dove egli dice, che il poeta rappresenta le cose; ἢ οἷα ᾖν, ἤ ἐσν, ἢ οἷά ϕασι, ϰαί δοϰεῖ, ἢ οἷα εἶναι δεῖ. Cioè o quali furono, o sono o quali si dicono, o paiono, o quali dovrebbono essere.

Se poscia parliamo de’ Romanzi, confesso anch’io, che si truovano quivi de gli avvenimenti stranissimi, delle azioni, e cose, che sicuramente appaiono ad un intelletto purgato inverisimili, o impossibili, perchè eccedenti le forze, e le verità della natura, come son gl’ipogrifi, gli anelli, le corna, le spade, le lance incantate, o tante operazioni di maghi, o guerre contrarie alla storia, e simili altri sogni de gli antichi romanzatori. Contuttochè però costoro perdano di vista la natura, certo è, che piacciono, e che i lor poemi singolarmente ci dilettano; onde possiamo ben giustamente credere, che l’Ariosto principe di tali poeti viverà non men glorioso ne’ secoli avvenire, ch’egli viva oggidì. Ma noi primieramente rispondiamo, non esser vero, che i buoni romanzatori trascurino il verisimile, purchè si comprenda la natura, e il proponimento de’ lor poemi. Sono questi indirizzati propriamente al rozzo, e ignorante popolo; nè altro fine hanno essi, che di piacere a tal gente. Ora due verisimili ci sono. L’uno è tale a gli occhi del volgo idiota, e popolare può appellarsi; l’altro, tale rassembra a gli occhi delle persone dotte, e può darsegli nome di nobile. Passa tra essi questa differenza: che tutto ciò, che è verisimile ai dotti, è tale parimenti al volgo; laddove tutto ciò, che è verisimile a gl’idioti, non è sempre tale a gli uomini saputi. Comune opinione del volgo è, che una volta ci fossero delle Fate, che i cavalieri andassero errando, e trovassero da per tutto delle strane avventure; che tuttavia ci sieno de gl’incantatori, i quali per opera del demonio facciano maravigliose cose. Quindi affatto verisimile suol parere alla plebe ciò, che i Romani fingono operato da simili Maghi. Nè minor verisimiglianza truova il rozzo popolo ne’ sognati avvenimenti della Tavola Ritonda, d’Amadigi, e d’Orlando, che nelle vere imprese d’un Giulio Cesare, d’un Augusto, d’un Carlo Magno, avvegnachè i primi sieno sì strani in paragon de’ secondi; poichè le pupille de gl’ignoranti non aiutate dallo studio delle veraci storie, o da altri vigorosi occhiali, non possono giungere a distinguere in tanta lontananza di tempi il nero dal bianco. Adunque parendo le favole de’ Romani verisimili al volgo, e sentendone egli perciò diletto, resta manifesto, e massimamente allorchè vi si dipingono le operazioni de gli spiriti infernali, che sono anch’esse comprese nella natura, e ne i tre mondi. Che se poi que’ sì stravaganti avvenimenti non compariscono verisimili al guardo purgato, e all’intelletto de i dotti, non per questo sono essi privi di lode nel tribunal d’Apollo. Piacciono essi ancora alla gente scienziata, non già perchè vi si truovi il verisimile nobile; ma perchè veggendo il verisimile popolare sì ben maneggiato, scuoprono fornito mirabilmente dal poeta il suo disegno, ed ottenuto il fine proposto, che era quello d’apportar diletto al volgo ignorante. E se non altro, muovono essi a riso colle stravaganti loro invenzioni, riconosciute per insussistenti, impossibili, e inverisimili.

Ma noi finqui abbiamo inteso, e intenderemo ancor da qui innanzi di ragionar del verisimile nobile, cioè di quello, che ha da essere, o parer tale non solo a gl’idioti, ma ancora a i letterati; e che è proprio della nobile, e seria poesia. Questo verisimile consiste nel fare, come si può il più probabilmente maravigliose, e nuove le cose, e le azioni secondo la natura loro propria; onde possano ancor gl’intelletti addottrinati confessar, che poteva, o doveva verisimilmente essere, o accadere ciò, che dal poeta si narra. Le azioni umane per esempio, secondochè noi sappiamo, si traggono a fine con mezzi, strumenti, e macchine umane, e non già per incantesimi, e miracoli soprumani. Chi dunque raggirerà, e recherà a fine in qualche poema eroico una guerra con mille incantesimi, e macchine superiori alla natura de gli uomini, rendendo maraviglioso il suo poema solo col mischiar le azioni del mondo celeste, o superiore, con quelle de gli due mondi, sarà privo del verisimile nobile, e non porgerà un serio, e nobile diletto al severo senato de’ letterati, e saputi. Queste operazioni sì continuate de i demoni, o de gli spiriti beati, non appaiono assai probabili a gl’intelletti migliori, quando per verisimile conseguenza non si vede, che questi effetti sovrumani potevano, o dovevano mescolarsi nell’intrecciamento, o scioglimento della favola poetica. Imperciocchè, quantunque intervengano alle azioni de’ mortali gli spiriti buoni, e rei, pure di rado l’opere loro son visibili; o almeno questi tali strumenti non sogliono mai con sì continuo, e visibile influsso intrecciare, o sciogliere gli avvenimenti, e le imprese, che si fan da gli uomini nel basso mondo.

Ne’ principali poemi adunque, cioè nell’epopeia, e nella tragedia, e commedia il maraviglioso nobile è quello, che tratto dalla natura propria delle cose, ha l’aria di verisimile, e si conosce possibile ancor da i saggi. Questo è quello, che altamente dee stimarsi, e lodarsi; laddove quel de’ romanzi è privo di nobiltà, e per lo più è sol bastante a farci ridere. La maniera, con cui i Greci si renderono padroni di Troia; la virtuosa gara di Leone, e Ruggiero; la morte di Clorinda, e altri simili fatti, senza macchine soprumane, sono maravigliosi, e hanno quel Nobile verisimile, che da noi si desidera. Per lo contrario non sappiamo intendere, come gli antichi potessero commendar cotanto Omero, che nulla fa quasi operare a gli Eroi senza gli Dei [9] in macchina. Che verisimile è quello del 20 dell’Iliade, ove essendosi da Ettore avventata contra Achille un’asta, Minerva tosto accorrendo la soffia [10] , e rivolge indietro, facendola cadere a piè del feritore? Il furore del Fiume Xanto, Vulcano che abbrucia il fiume, e cento altre somiglianti operazioni rapportate nell’Iliade, non dovrebbono ora lodarsi, perchè non verisimili alla natura di quelle cose, considerata da gli uomini saggi. Contenevano queste per avventura il verisimile popolaresco, e Romanzesco, cioè poteano comparir verisimili al rozzo popolo; ma non doveva Omero voler cotanto adattarsi al genio credulo del volgo, ed empiere di tante macchine il suo poema, perchè ciò era un offendere la dilicatezza della gente scienziata. Per altro non si ha da mettere interamente in ceppi la fantasia poetica. È lecito in qualche maniera a i poeti il valersi ancor del verisimile Popolare, non iscrivendo eglino ai soli dotti, ma eziandio agl’ignoranti; e in questi ultimi gran maraviglia, e sommo diletto partoriscono le operazioni visibili del mondo superiore, che miracoli, e prodigi s’appellano. Senza che, bisogna talvolta soccorrere alla materia, che per se stessa non è abbastanza mirabile, affinchè essa non rimanga insipida, languida, e fredda. Ma necessaria sopra tutto è una gran parsimonia nell’uso di questo verisimile. Anzi per maggior cautela converrà sempre osservare che le macchine soprumane operino con qualche verisimile necessità, come gli spiriti d’inferno nella Gerusalemme del Tasso, e non per solo capriccio, come i tanti maghi, ed incantesimi introdotti dall’Ariosto, e da altri romanzatori. Che nella guerra sacra nel tempo del Buglione vi fossero de gl’incantatori dalla parte de’ Saracini, le storie antiche ne danno testimonianza. Altresì può sembrarci verisimile talvolta in Omero, che Marte, o Minerva porgano soccorso, o consiglio a qualche eroe, e che l’assistano per viaggio, come fa Minerva sotto sembianza di Mentore nell’Ulissea; perchè queste due false Deità significano il valor militare, e la prudenza di quel guerriero, dal buon’uso invisibile delle quali Virtù, renduto visibile dal poeta, è quell’eroe ben consigliato, e difeso dalla morte, o da altri pericoli. Sicchè allora l’intelletto apprende una verità significata da quelle immagini. Ma il soffiare indietro l’asta d’Ettore, non ha verun fondamento verisimile appresso i dotti, nulla significa, e pende sol da una macchina, che si poteva, o dovea risparmiare in quel luogo. Siccome figurandosi per Minerva condottiera e assistrice, e aiutatrice di Telemaco la sapienza, non fu poi molto verisimile, ch’essa il conducesse in traccia d’Ulisse per tutta la Grecia, fuorchè nel luogo, ov’egli appunto si trovava. Nella stessa maniera molti movimenti de gli Dii sognati da’ Gentili poterono dirsi nobilmente verisimili, perchè sensibilmente s’esprimevano con essi quelle inspirazioni, quegli aiuti, e que’ gastighi, che invisibilmente sogliono venir dal cielo a gli uomini, e che ancor dalla gente scienziata si potevano probabilmente stimare accaduti in quelle tali circostanze, azioni, e persone. Nulla per lo contrario di Verisimil nobile può trovarsi nelle ferita, che Marte nell’Iliade riceve da Diomede, e nel suo pianto fanciullesco alla presenza di Giove, che perciò il rampogna, e di poi fa chiamar Peone medico de gli Dei, acciocchè lo guarisca. Altre simili macchine si scontrano per l’Iliade, nulla significanti, ed affatto inverisimili ai dotti, e forse anche al volgo antico, essendo ben necessaria una solenne sciocchezza per creder verisimili quelle Favole in persone, che pur nel medesimo tempo si teneano per divine. Da i partigiani d’Omero so, che si produrranno molte difese; ma lasciando io gli antichi poeti, mi ristringo ai moderni, e dico: Doversi usar gran parsimonia del verisimile popolare ne’ poemi Epici; doversi per quanto si può cavare il Maraviglioso della natura propria delle cose, che si trattano, e delle persone, che s’introducono, cagionando questo, quando però sia verisimile, quel nobil diletto, che dal buon gusto poetico si richiede. Le cose puramente naturali, ma straordinarie, ma nuove, sono ancor più difficili da trovarsi, che non è il Maraviglioso de’ Romanzi, e perciò dan più gloria a i valenti poeti. Queste, perchè umane, son facilmente ricevute dalla nostra credenza; e sono accolte con ammirazione, perchè rare, perchè sollevate sopra l’uso ordinario delle umane operazioni. In due parole: Il grande, e l’umano assaissimo ci piacciono; ma nell’umano si dovrebbe schifare il mediocre, e nel grande il troppo favoloso. Aggiungo pure, che nella Lirica godendosi maggior libertà dalla fantasia poetica, si può quivi con più liberalità spacciare il verisimile popolaresco. Ma nella commedia, e tragedia di gran lunga più che nell’eroico è ristretta la giurisdizione della fantasia; onde a lei non sarà, se non rade volte, e con qualche verisimile necessità, permesso il raggirare, o sciogliere con macchine soprumane le azioni rappresentate in teatro.

CAPITOLO DODICESIMO

Dove sia lecito l’inverisimile, e l’impossibile. Omero disarmato. Doversi perfezionar la natura, non la morale. Tasso difeso.

Secondariamente bisogna ancor osservare, che l’inverisimile, o impossibile può trovarsi o consigliatamente, o inconsideratamente usato da i poeti, quando anche si narrano senza immagini, e allegorie fantastiche, avvenimenti, azioni, e costumi. Se consigliatamente si narrano cose inverisimili, e impossibili, in guisa che l’intelletto nulla apprenda di vero o certo, o possibile, allora il poeta solamente intende di farci ridere, come fa appunto l’Ariosto, il quale nel Can. 30 del suo Furioso così scrive.

I tronchi fin’ al Ciel ne sono Ascesi,

Scrive Turpin verace in questo loco,

Che due, o tre dì giù ne tornaro accesi,

Ch’eran saliti alla sfera del foco.

Descrivendo egli pure nel can. 29 Orlando impazzito, dice che con un calcio fu da lui gittato un asinello ben lungi un miglio. Altrove Rodomonte scaglia un eremita per l’aria; e grifone un uomo sopra le mura di Damasco ecc. Non sarebbe scusabile l’Ariosto, uomo per altro di maraviglioso giudizio, s’egli in componimento affatto serio, ed in poema veramente epico avesse scritto cose tanto inverisimili, e impossibili [11] . Ma perchè i romanzi son fatti a posta per muovere quell’ammirazione, ch’è madre del riso; e perchè tosto ognun s’accorge, che il poeta quantunque conoscesse anch’egli l’inverisimiglianza, e l’impossibilità di sì stravaganti azioni, pure le ha adoperate a bello studio per farci ridere, noi ne prendiamo diletto, noi ridiamo, e commendiamo la piacevolezza dell’autore. Nello stile dunque burlevole, e ne’ poemi giocosi possono spacciarsi simili falsità, e queste han forza di dilettarci in qualche maniera, quantunque niun vero quivi si proponga all’intelletto. E dico, che quivi nulla s’impara dall’intelletto, perchè non chiudendosi in sì fatte immagini alcun vero, nè l’avvenuto, o reale, nè il possibile, o verisimile; ed essendo il falso un nulla; non può per conseguente l’intelletto far acquisto veruno di scienza, ovvero d’opinione, e perciò quindi non nasce la dilettazione, che noi proviamo in udir cotali immagini. Ella nasce bensì dallo scoprire l’insidie tese all’intelletto nostro dalla piacevole fantasia di quel poeta, il quale facendo mostra di volerci insegnare una cosa maravigliosa, ci mette davanti a gli occhi un fantasma, che apparentemente, e per un poco ha del maraviglioso, ma dall’intelletto nostro si discuopre quasi subito non esser tale, perchè si conosce fondato in aria, e non sul vero, che è la base necessaria del bello nobile, padre della vera maraviglia. Questo scoprir dunque, che non è maraviglioso ciò, che par tale; e nel medesimo tempo lo scorgere, che il poeta consigliatamente ha fabbricato quell’aereo, e insussistente fantasma, non per ingannarci, ma perchè avessimo il piacere di mandarlo in fumo con un’occhiata dell’intelletto nostro, ci muove a riso, e cagiona dentro di noi una sensibile dilettazione, che ci fa restare obbligati a quel poeta piacevole. Che se il poeta spaccia ne’ suoi poemi l’inverisimile, e l’impossibile disavvedutamente, cioè senz’avvedersi, che gli avvenimenti non possono, o debbono ragionevolmente parerci verisimili, e possibili; noi di queste sì fatte immagini sentiamo noia, e dispiacere, sì perchè nulla impariamo, e sì perchè riconosciamo molto ignorante colui, il quale o non conosce l’inverisimiglianza, e l’impossibilità di quelle cose, o stima noi sì fanciulli da crederle verisimili, e possibili. Ciò da noi tutto giorno si sperimenta in udendo, o leggendo alcun de’ moderni drammi musicali, o pure alcune tragedie, nelle quali il gruppo, o lo scioglimento ci appaia impossibile, o inverisimile; noi allora proviamo nausea, o dispiacere, e accusiam d’ignoranza, o di poca accortezza il poeta. Avviene lo stesso ne’ poemi Epici; nè lasciarono gli antichi di condannar Omero, perchè faccia, che quei di Corfù portino di nave, e depongano Ulisse sul lido, senza ch’egli mai si desti dal sonno, e poi se ne partano senza dirgli addio: il che non è verisimile, nè in ciò par che Omero sia bastevolmente difeso da Aristotele nella Poetica.

Affine adunque di trovar avvenimenti mirabili, e immagini [12] sontuose, nobili, e nuove, che nel medesimo tempo appaiano verisimili, convien molto studiare i Regni della natura, e poi rappresentare ciò, che in essi alla fantasia Poetica, e al giudizio sembra più compiuto, perfetto, e raro, ma vero, o verisimile. Chi perciò rappresentasse un uomo, che con un sol calcio alzasse in aria un giumento, e lo gettasse lungi un miglio, come abbiamo osservato che si fece dall’Ariosto: chi ne rappresentasse un altro, che con un sol cenno, o grido spaventasse tutto un esercito combattente, e sparso per una vasta campagna, come fa nell’Iliade Achille; uscirebbe agevolmente fuor de’ confini della natura, quando il primo non si dicesse per far ridere, e qualche Intelligenza del mondo superiore non si fingesse assistente al secondo. Imperciocchè noi sappiamo ciò essere impossibile, e inverisimile ne’ Regni della natura. Così nelle Idee universali della natura un uomo nobile, fortissimo, e di valore sperimentato ha da incontrar coraggiosamente la morte, quando egli non può senza viltà schivarla. Perciò sembra ad alcuni, che possa difficilmente salvarsi Omero dal peccato di poco buona imitazione, allorchè ci rappresenta Ettore uomo prode, nobile, e avvezzo a’ pericoli, vilmente, e vergognosamente pien di paura fuggire al primo, e solo aspetto d’Achille, in faccia del padre, e di tutti i suoi Troiani. Anzi fa, che al solo apparir di Patroclo, vestito coll’armi d’Achille, Ettore si metta in fuga, e persuada il resto de’ Troiani a far lo stesso. Altro giudizio, dicono essi, mostrò Virgilio, benchè imitasse in tale impresa Omero. vero è, ch’egli fa fuggir Turno avanti ad Enea; ma solamente dappoich’egli è rimaso senza spada, e unicamente per trovar nuove armi da difendersi incontro al nemico. Non troppo acconciamente ciò si finge, per lor parere, dal Greco poeta; nè il gran desiderio d’aggrandire, e far maraviglioso il valor d’Achille dovea senza gran ragione fargli dimenticar le leggi, e l’Idee universali della natura. Più lodevole, tuttochè meno mirabile, sembrerà la morte d’un Rodomonte, d’un Argante, d’una Clorinda; perchè finalmente si ha da cercare il maraviglioso, ma non però uscir de’ confini del verisimile, cioè del vero universale, e delle leggi, e Idee della natura. Non dee questa probabilmente senza gagliardi motivi far sì timido, e vile un uomo forte, nobile, valoroso, e nol doveva in tali circostanze. Io non voglio cercare, se sia ben fondata questa loro censura, perchè non mancano ragioni da difendere Omero. So bene, che i principî son tali cioè: Che si ha da perfezionare, non da distruggere la natura; imitare, e rappresentar ciò, che ella ragionevolmente, e probabilmente può, e dee far di più mirabile, e compiuto in perfezione, o in difetto; e non ciò, che il capriccio della sola fantasia può a suo talento fingere. Anzi tanto ha da essere scrupolosa la poesia, ch’essa non può lecitamente rappresentar cose, benchè veramente avvenute, e raccontate da storici fidati, quando queste non abbiano l’aria di verisimili. Nel qual caso è ufizio del poeta il temperar questo soverchio maraviglioso con verisimili colori, onde senza difficultà possa apparir probabile a tutti. Che se in valenti autori si truovano imitate delle azioni, e delle cose straordinarie, che non sì facilmente si possono trovar dentro i termini del vero universale, e della natura; io non perciò esorterei alcuno a seguirli in questo, e a lodarli, siccome niun dipintore ha da imitar quelle arditezze, o storpiature, o que’ difetti di proporzione, che talvolta si incontrano nelle tele de’ più famosi maestri. L’intelletto sano ha troppo dispetto in veder, che il poeta in vece di far le cose, come naturalmente dovrebbono, o potrebbono essere, le fa al contrario, cioè come ragionevolmente non hanno da essere, o pure nol possono.

Nè vorrei già, che quando noi diciamo, doversi da’ poeti perfezionare la natura, e far compiuti, e mirabili i suoi ritratti, taluno si pensasse, che noi parlassimo della morale, in guisa che dovessero le persone de’ poemi sempre essere perfetti, e compiuti nella bontà de’ costumi. Noi non intendiamo, che s’abbia da perfezionar la morale, ma bensì la natura, bastando ciò per cagionar maraviglia, e diletto. Richiede per esempio la morale, che i Re sieno giusti, le donne pudiche, i guerrieri forti, i consiglieri prudenti, e simili costumi. Non per questo dovrà il poeta rappresentar sempre tali queste persone. Non sarà tenuto a far sempre i servidori fedeli, le madri tenere verso i lor figliuoli, e i figliuoli ubbidienti a’ lor genitori; non è obbligato, in una parola, a rappresentar tutte le persone con gli affetti moderati, e colle virtù convenevoli allo stato loro, come vuol la morale. Non è tampoco tenuto a farci vedere i viziosi, o virtuosi sempre coll’estrema bruttezza de’ vizi, o colla somma bellezza delle virtù, potendo egli, anzi dovendo talvolta, rappresentare il mediocre sì delle virtù, come de’ vizi, parte per seguire il verisimile, e parte per mostrar varietà di ritratti, cotanto necessaria per dilettare. A lui dunque basterà di descrivere quello, che può verisimilmente, o ancor suole pur troppo far la natura; cioè potrà introdurre eziandio de i Re ingiusti, delle femmine poco oneste, de’ guerrieri vili, de’ consiglieri stolti. Solamente egli dee poi ben rappresentare, ben dipingere i costumi presi, e perfezionarli in quella spezie. Sarebbe per conseguente di leggieri un errore, se rappresentando un uomo vilissimo, ed imbelle, a costui attribuisse azioni eroiche, e piene di gran valore; se una pudica donna si rappresentasse sfacciata; se un uomo pio facesse delle empietà, un giusto delle azioni ingiuste, un uomo onorato delle fellonie, quando ragioni verisimili, e forti non conducessero costoro a cangiar costume. Per tal cagione può dispiacere ad alcuni la mentovata vilissima fuga d’Ettore, perchè il carattere di quel personaggio era la fortezza. Non piace ad altri (ed io son tra quegli) l’azion d’Enea in Cartagine, cioè quel giovenilmente innamorarsi, dimenticarsi de’ decreti, e delle promesse de gli Dei, e levar l’onore a Didone. Il carattere d’Enea, rappresentato da Virgilio, è la pietà, la prudenza virile, e la fortezza. Si distruggono dal poeta le due prime virtù, con rappresentare Enea caduto in un tal misfatto; nè il costume è proprio, verisimile, ed eguale in quel personaggio, il quale giusta le leggi dell’epopeia dovrebbe essere in ogni virtù perfetto, perchè egli è il vero eroe del poema. E se Virgilio ebbe voglia, come alcuni sospettano, di screditar l’origine de’ Cartaginesi tanto nemici de’ Romani, egli poteva ricorrere ad un partito più convenevole. Parimenti non con assai prudenza da Omero ci vien rappresentato Ulisse, che si lascia ubbriacar da quei di Corfù, posciachè questo eroe si era proposto dal poeta, come un modello dell’uomo saggio, nè si conviene a questo costume il vizio dell’ubbriachezza; perlochè in ciò e da Filostrato, e da Aristotele fu ripreso Omero. Adunque noi solo intendiamo di dire, che i poeti hanno da perfezionare nella sua spezie quel ritratto, ch’eglino han preso, e copiato dalla natura, sia questo o di bontà morale, o di malvagità, sia lodevole, o biasimevole, sia in eccesso, o pur temperato. Di questi esempi, e ritratti ci provvede tutto giorno la natura, e questi si veggono rapportati da i migliori poeti.

Non credo già, che ben’ attentamente considerasse il P. Rapino queste leggi, e libertà della poesia, quando nelle sue Riflessioni sopra la Poetica moderna al cap. 25 scrisse in tal maniera. L’Angelica dell’Ariosto è troppo sfacciata; l’Armida del Tasso è troppo appassionata. Questi due poeti tolgono alle donne il lor carattere, che è la verecondia. Nell’uno Rinaldo è molle, ed effemminato; Orlando è troppo tenero, e appassionato nell’altro. Sì fatte debolezze non si convengono a gli Eroi. Questo è un togliere ad essi la nobiltà della lor condizione per farli cadere in bagattelle. Troppo in vero parmi che pretenda questo scrittore in volendo, che un poeta non possa formare il ritratto d’una femmina, priva del virginal rossore, o d’un guerriero vinto dalla concupiscenza. Se dovesse la poesia rappresentar le persone, come la moral filosofia le brama, certo è, che non solamente il Tasso, e l’Ariosto sarebbon da riprendere, ma Omero ancora, il quale per una donna fa cadere Agamennone, e il suo Achille in perniziosi deliri di collera; e Virgilio, che leva a Didone il carattere della modestia, e dell’onestà. Ma perchè il poeta non ha tale obbligazione, potendo egli formar tutti que’ ritratti, che suole, e può la natura proporgli; anzi dovendo per amor della varietà formarli, ora in eccesso, ora in mediocrità, e ora ne’ primi passi della virtù, o del vizio; io non so come giustamente si possa far processo addosso a questi poeti: massimamente soggiungendo tosto il P. Rapino: Che la gran regola di trattare i costumi è quella di copiarli dalla natura, e la natura ci fa spesso veder de’ Ritratti somiglianti a quel d’Armida, e Rinaldo. In effetto lasciando l’Ariosto da parte, il cui poema, per essere un romanzo, si regge con alcune più larghe leggi, e con privilegi particolari, che qui non monta il riferire; parliamo del solo Tasso. Ci fa egli vedere Armida senza il carattere donnesco, cioè senza verecondia; ci rappresenta Rinaldo più effemminato di quel, che la nobiltà della sua condizione avrebbe richiesto. Ma non è egli manifesto, che la natura ci ha tante volte mostrato, e tutto giorno ci mostra somiglianti esempi di fragilità ne’ Principi più valorosi, e grandi, e nelle femmine nobili? Non occorre cercarne le pruove, e i testimoni dalle storie antiche, poichè le moderne abbastanza ce ne forniscono. Che se la natura può farci vedere, anzi spesse volte ci fa vedere gli errori de’ grandi uomini, e delle femmine illustri: perchè non sarà lecito al poeta il rappresentarne alcuno, per ritirare con sì fatti esempi altre nobili, e valorose persone da simili precipizi? Dirò di più, che questi due ritratti, oltre all’essere verisimili nell’universale, ancora il sono nel particolare, essendo Rinaldo, e Armida giovinetti, e conducendosi amendue con verisimili circostanze a cadere in una follia, in cui egualmente possono cadere, e cadono tutto giorno nobili, e plebei, donne, e uomini, e caddero secondo l’opinione de gli antichi un Ercole, un Achille, e altri famosi guerrieri. Rappresentasi dal Tasso Rinaldo, come giovane, ed è costume de’ giovani l’innamorarsi ancor perdutamente. Rappresentasi pure valorosissimo, e forte in guerra; ma a questo carattere di fortezza non s’oppone l’altro dell’incontinenza. Anzi Aristotele ne’ Libri della Politica insegna, che gli uomini forti, e guerrieri son prontissimi alla lascivia. Che se si dirà, che il poeta ha dipinto con troppo vivi colori, e con troppa cura le tenerezze, e gli amori di queste persone: ciò sarà non difetto di verisimile, nè peccato di poesia, come poesia, ma errore della poesia, considerata come Arte subordinata alla Politica, e perciò obbligata a fuggire il pericolo di nuocere co’ suoi ritratti a gli altrui costumi, siccome diremo altrove. Conchiudiamo dunque, che i poeti al pari de’ dipintori, per dilettar colla materia, cioè colle cose, debbono formarsi in mente un’idea perfetta della natura, consigliandosi con questa nel rappresentare sì la leggiadria, bellezza, e maggior perfezion delle cose; e sì la deformità più terribile, più ridicola, più rilevante delle medesime secondo il grado, e la qualità loro. Sieno le azioni, le cose, le persone, o sublimi, o mezzane, o umili; sieno i vizi, le virtù, gli affetti e i costumi delle persone o in eccesso, o pur mediocri; sieno i fatti veramente, o pur solo verisimilmente avvenuti: dovrà il poeta rappresentar questi sì differenti oggetti coll’eminenza più nobile, o ignobile della propria natura d’essi, cercando sempre il mirabile, e riguardando sempre il vero, o verisimile della natura. In questo maraviglioso, in questo vero, o verisimile consiste il bello della materia; e trovandosi ne’ Ritratti, ne gli avvenimenti, ne’ costumi, negli affetti rappresentati dal poeta, queste due belle doti, sicuramente ne trarrà diletto chiunque gli ascolta, o li mira.

CAPITOLO TREDICESIMO

Del bello dell’artifizio. Sua virtù, e suoi esempi. Perchè più belli alcuni versi in paragon de gli altri. Comparazione d’un passo dell’Ariosto con altro d’Omero. bellezze delle antichissime Poesie, e spezialmente dell’Ebraica. bello comune a tutte le Nazioni. In che consista la differenza fra i poeti di varie Lingue. Versi ingegnosi del Suzeno poeta Persiano.

Avendo noi finqui trattato delle bellezze della materia, convien’ora far passaggio a quelle dell’artifizio, e dirne alcune generali parole, riserbandoci di pienamente parlarne più innanzi. Secondochè s’è detto altrove, noi per artifizio intendiamo la maniera di rappresentare, ed esprimer le cose; e da questa dicemmo, che si accresce, o si dà novità, vaghezza, e lume alla stessa materia. Non sia una verità, un’azione, un sentimento, maraviglioso, e straordinario per sè; può la maniera di rappresentarlo, e dipingerlo colle parole, farlo divenir tale; o pure può far essa, che più pellegrino, e dilettevole di prima, riesca ciò, che per se stesso era tale. Soccorrendo il poeta coll’artifizio nuovo, e mirabile alla materia non nuova, e non mirabile, dà per dir così un abito, e un’anima nuova alle cose, con che genera facilmente diletto. Una viva metafora, un’ingegnosa parabola, e allegoria, una leggiadra figura, una disposizion di parole, un’evidenza nel dipingere, un’affettuosa, nobile, e straordinaria immagine (nelle quali cose principalmente l’artifizio consiste) fa talvolta, che un avvenimento, un costume, un affetto, un sentimento, ci sembri vaghissimo, ci rapisca; cosa che per avventura non succederebbe senza il soccorso dell’Artificio. Le vaghe figure, per cagion d’esempio, e le tenere, e nobili espressioni, con cui Francesco de Lemene in una Canzone alla Beatissima Vergine adorna la materia, possono darci un saggio delle Virtù dell’artifizio. Così comincia la seconda Stanza:

Chi sia Costei più fra le belle Bella?

Chi sia Costei più fra le sagge Saggia?

Chi sia Costei più fra le Sante Santa?

Costei, che del suo lume il Sole ammanta,

Costei, sotto il cui piè Cintia s’irraggia,

Costei, cui fregia il crin più d’una Stella?

Costei, che al candor sembra

Dell’alma, e delle membra

La feconda Conchiglia, o Verginella?

Questa (ma pria ch’io ’l dica, oimè perdona

Al mio profano ardir, Vergin pudica)

Questa (ma pria ch’io ’l dica

Tu pensier puri, e puro stil mi dona)

Questa alfin, questa, il dirò pur (ma pria

Chino la fronte umil) questa è Maria.

Se avesse il poeta detto senz’altro artifizio: Che Maria fra tutte le belle è la più bella, fra tutte le sagge è la più saggia, e ch’ella tien sotto i piedi la Luna, e ch’ella è coronata di Stelle ecc. sarebbono i suoi sentimenti per cagion della sola materia ancor belli. Ma senza paragone son molto più belli per la maniera, e per l’artifizio, con cui sono espressi, e girati. Quella interrogazione mischiata con istupore, quel sospendere la risposta, quell’interromperla con immagini affettuose, ed inaspettate Apostrofi, dà una cert’aria di novità, di mirabile, di maestoso, e tenero alla materia, che quasi ci può parere un’altra cosa, e infinitamente più ci diletta, mercè dell’ornamento accresciutole dall’artifizio. Nè gia meno artifizioso, e pien d’affetto si è il rivolgersi nella seguente Stanza con passaggio improvviso a parlare col Nome stesso di Maria. Dice egli così:

Nome, mi suoni al Cor sì dolcemente,

Ch’ogni amaro timor disgombri, e teco

Guidi nell’Alma mia dolce speranza.

Del mio grave fallir la rimembranza,

Che per primo gastigo io porto meco,

Muove tempeste all’agitata mente.

Già teme in ciechi orrori,

Già teme in mille errori,

Di naufragio mortal l’Alma dolente.

Sol bella speme avviva, e poi l’affida

Maria, che al Cor mi dice in suon pietoso:

Nel cammin periglioso

Se tu se’ fra gli errori, io son la Guida;

Se tu se’ fra gli orrori, io son la Luce;

Se tu se’ fra tempeste, io son tua duce.

Appresso continua il poeta a cavar dalla materia nobili, belle, e pellegrine verità, spiegandole poscia in questa maniera:

Pur troppo errai su questa via fallace,

Ed erro ancor; che nel sentiero incerto

Scorta mi fei duo ciechi Amore, ed Ira.

E l’uno, e l’altro a suo voler m’aggira

Con vario inganno, ove il periglio è certo,

E l’inganno è peggior, quanto più piace.

Ma dovunque mi vada,

Sempre in sin d’ogni strada

Trovo battaglie, ove sognai la pace.

Ch’ove hanno il regno lor Morte, e Fortuna.

Vera pace il desire indarno chiede. Ecc.

Ora nelle due superiori stanze, e più ancor nella prima, si sarà scorto il gran prò, che si apporta alla materia dall’artifizio, rendendola esso, più ch’ella non è, pellegrina, dilettevole, e bella. Ma molto più si conosce questo vantaggio, quando la fantasia così artifiziosamente veste una qualche verità, che essa di affatto triviale passa ad essere sommamente nuova, e straordinaria. A ciascuno parrebbe una verità ben triviale il dire, che i Fiumi ne’ lor principî conducono poc’acqua, e poscia diventano sì grandi, che sovente sboccano fuor delle rive. Con altra bellezza comparirà questa verità, se le porgerà soccorso la fantasia, vestendola col suo artifizio di un color pellegrino, e raro; siccome appunto fece un valoroso scrittore Italiano, pochi anni sono rapito dalla morte. Fulmina, diceva egli, initiis verecundis, progressu immodico, ac legum omnium experte procedunt. Altrettanto può far l’ingegno con usar l’artifizio suo sopra la materia. Avendo uno Spartano fatto voto di precipitarsi da un alto scoglio in mare a Leucade in onore d’uno de’ suoi falsi Dei, come costumavasi allora con grave pericolo di lasciarvi la vita: rimirata l’altezza del precipizio, tornossene addietro. Essendogli ciò attribuito a viltà, e paura: Non aveva io pensato, disse egli, che questo voto avesse bisogno d’un voto maggiore. Pongasi, che costui avesse risposto: Io non sapea, che per adempiere questo voto, convenisse esporre a rischio manifesto la vita: avrebbe egli detto la medesima cosa, ma senza novità, e leggiadria veruna; nè il sentimento suo avrebbe apportato alcun diletto. L’ingegno acuto dello Spartano con maniera artifiziosa spiegò lo stesso concetto, e fece riuscir bellissima, e dilettevole la risposta, con dire, ch’egli non avea pensato, che il voto di fare il falso avesse bisogno d’un voto maggiore per non affogarsi. Ma dell’artifizio tenuto dalla fantasia, e dall’ingegno, come ho detto, più ampiamente si ragionerà altrove. Ne abbiamo finqui inteso abbastanza per poter con qualche franchezza favellar d’un punto assai necessario a sapersi.

Cioè, constituiti da noi per fondamenti del bello poetico il vero, o verisimile, e il maraviglioso, nuovo, e pellegrino; vedutosi, che o la materia rappresentata dal poeta può per se stessa aver novità, e cagionar perciò maraviglia, e diletto; o pure l’artifizio, che ancor nominiamo maniera di rappresentar la materia, può essere anch’esso maraviglioso, e dilettevole, dando aria di novità, di rarità alla materia, che per se non l’aveva; o accrescendola, se pur l’aveva: possiamo cominciar a scorgere la cagione, per cui nelle opere de gli stessi principali, e famosi poeti, alcune azioni, alcuni costumi, affetti, sentimenti, ed intrecci sono talvolta più o men belli in paragon de gli altri, che nell’opere medesime si troveranno. La materia de gli uni sarà più rara, straordinaria, e nuova, che non è quella de gli altri; ovver l’artifizio, e la maniera dell’imitare, avranno maggior finezza; ovvero e la materia, e l’artifizio concordemente conterran più novità, maraviglia, e forza di muovere, e dilettar chi legge, che non contiene la materia, o l’artifizio d’altri versi del medesimo autore. Gran novità, e stupore apporta nell’Ulissea la spelonca di Polifemo, e l’arte, con cui si sottrasse l’accorto Ulisse alla crudeltà di quel mostro. Ciò con gran ragione ci diletta maggiormente, che i tanti cicalecci, e consigli de’ Proci, o rivali in Itaca, i quali per parte della materia spirano poco stupore, nè son molto pellegrini per l’artifizio. In ogni libro dell’Eneide si sente la divinità di Virgilio. Contuttociò essendo e la materia, e l’artifizio nel II e IV libro più maravigliosi, nuovi, e pieni d’affetto, che nel I e nel VII, ci diletteran maggiormente quelli, che questi. Lo stesso pure accade ne’ costumi, ne gli affetti, e ne’ sentimenti; alcuni de’ quali o per loro stessi, o per la materia del rappresentarli, compariran sì nuovi, e rari, che via più diletto ritroveremo in essi, che in altri espressi dall’autore medesimo.

Non è difficile il render ragione, perchè mi paia bellissimo un sentimento dell’Ariosto nel 27 canto del Furioso, e perchè mi paia più bello d’alcuni altri sentimenti, ond’è composto quel poema. Contiene esso gran novità, esprime vivissimamente il costume, e l’affetto d’un eroe pieno ad un tempo stesso di grave sdegno, e di generoso valore. Quest’eroe rappresentato dall’Ariosto è Rodomonte, alle cui nozze aveva Doralice rinunziato per consentimento del re Agramante. Dopo aver costui tra se molto esagerata l’infedeltà delle donne, segue il poeta a ragionare così.

Il Saracin non avea manco sdegno

Contra il suo Re, che contra la donzella;

E così di ragion passava il segno,

Biasmando lui, come biasmava quella.

Ha desio di veder, che sopra il regno

Li cada tanto mal, tanta procella,

Che in Africa ogni cosa si funesti,

Nè pietra salda sopra pietra resti.

E che spinto dal Regno, in duolo, e in lutto

Viva Agramante misero, e mendico;

E ch’esso sia, che poi li renda il tutto,

E lo riponga nel suo seggio antico.

E della fede sua produca il frutto,

E li faccia veder, che un vero amico

A dritto, e a torto esser dovea preposto,

Se tutto il mondo se li fosse opposto.

Secondo il giudizio mio non poteva nascere un più nobile, un più bel desiderio in cuore ad un cavalier, prode, sdegnato, e desideroso di vendicarsi, quanto il bramare, che Agramante fosse spogliato del regno, e che tocasse a lui il riporlo in trono. Mi diletta un tal sentimento, un tal costume, un tale affetto, perchè nuovo, raro, maraviglioso, e sublime. Io non so già, se l’Ariosto abbia in questo luogo punto d’obbligazione ad Omero. So bene, che il Greco poeta nel lib. I dell’Iliade anch’egli pone in bocca d’Achille un somigliante pensiero, ma non bello al pari dell’altro. Era questo eroe sommamente adirato contra Agamennone, che gli avea rapita Briseide. Piangeva per rabbia, e pregando Tetide sua madre, che volesse riparare con qualche vendetta l’onta a lui fatta [13] , tra l’altre cose le parlava in simil guisa.

Deh tu, se ’l puoi, porgi soccorso al figlio,

E impetralo dal Ciel. Se al gran Tonante

O con opre, o con detti unqua piacesti,

Come sì spesso gloriar ti sento,

Tutto richiama alla memoria sua;

E prostrata a’ suoi piè prega, e scongiura,

Ch’egli al Campo Troian mandi ventura.

Fa, che scacciati infin’ al mar gli Argivi

Col sangue lor paghin del Re le colpe;

Fa che intenda Agamennone il superbo

Da’ gravi mali suoi, quanto gli costi

L’aver con tanta villania perduto

Il più forte de’ Greci, e il più temuto.

Bello eziandio, non può negarsi, è il sentimento d’Omero, esprimendosi molto vivamente con esso la collera d’Achille, ma molto men bello in paragone di quel dell’Ariosto. Imperciocchè e chi non conosce, quanto più nobile, ed eroica sia la vendetta bramata da Rodomonte, che la desiderata dallo sdegnato Achille? Brama l’uno, che sieno perditori i Greci, solamente affinchè s’accorga il Re loro d’aver errato nel vilipendere Achille. Vorrebbe l’altro, che dalle disavventure fosse tratto Agramante ad un misero stato, e a lui poscia toccasse di restituirgli il Regno, onde gli facesse conoscere, quanto avesse a torto oltraggiato un sì generoso amico. Non contiene il desiderio del primo tanta generosità, e nobiltà, come quello del secondo. Comparendo adunque più maraviglioso, più raro, e più nobile il costume, e il sentimento di Rodomonte, che quel d’Achille, giustamente ancora più bello mi sembra, e più mi diletta il primo, che non fa l’altro. Perfezionò l’Ariosto più d’Omero la natura, facendo parlare il suo guerriero nella maniera più perfetta, e nobile, che si possa da uno, il quale in mezzo alla collera non lascia d’essere un generoso eroe, desiderando una vendetta gloriosa; laddove l’altro nel suo sdegno ha un non so che di men nobile, mischiato al carattere d’eroe, mentre per vendicarsi solamente brama il mal d’Agamennone.

In ogni tempo, in ogni luogo poi, dove sieno fioriti valenti poeti, ed ingegni fortunati, secondo la trasmigrazion delle Scienze, sempre si è regolata la poesia co’ medesimi principî del bello. Il vero serviva di fondamento alle favole, alle azioni, a i costumi, a gli affetti, ai sentimenti, e a tutto il lavoro poetico; ma il vero maraviglioso, e nuovo, per cagione o della materia, o dell’artifizio; e la fantasia, e l’ingegno si adoperavano per discoprir questo nuovo, e pellegrino nella natura, o per dar novità al vero triviale, ed usato. Per ben esprimere gli affetti, i pensieri, e le verità astratte, usavano anche i più antichi, e stranieri poeti il soccorso delle figure più vive, delle similitudini, parabole, metafore, delle immagini fantastiche, ed ingegnose. Studiavano essi la natura, ed esprimevano il vero con parole, e locuzioni proprie, vive, e straordinarie, o con forme affettuose, maestose, tenere, semplici, acute, e pellegrine, secondo la diversità del suggetto. La più rara, la più santa, e la più antica poesia senza dubbio è stata quella de gli Ebrei. Ci restano tuttavia i Cantici di Mosè, e d’altri Profeti, i Salmi di David, il libro di Giobbe, i Proverbi, la Cantica di Salomone, le Lamentazioni di Gerusalemme, che son poemi contenenti un ritmo, e metro particolar de’ Giudei, siccome ce l’attestano Filone, Gioseffo, Origene, Eusebio di Cesarea, S. Girolamo, e altri, benchè sieno di contrario parere Gioseffo Scaligero, e alcuni moderni. In questa divina poesia si truovano moltissime immagini, figure, ed espressioni veramente divine, mirabili, e nuove, alle quali o non si suol por mente, o levossi parte della natia vaghezza, e forza colla rozzezza delle traduzioni in altri linguaggi. Ci può egli essere più tenera, ed affettuosa poesia della soprammentovata Cantica, in cui si rappresentano i dolcissimi amori dell’amore con Dio? Per ispiegare l’ira divina, per commuovere il pianto, e la pietà, chi ben considera i libri di Geremia, vi truova dentro maravigliosi pensieri. Somma è poi la nobiltà, con cui dal Reale Profeta si cantano le grandezze, la misericordia di Dio, e il pentimento dell’anima fedele. Osservisi, con che sublime pensiero ci fa questi nel Salmo 103 concepire la gran potenza di Dio, qui respicit terram, dice egli, et facit eam tremere: il quale rimira la terra, e con un sol guardo la fa tremar tutta. Mirabile, dico, è questa immagine, e facilmente può ciascuno avvedersene, non potendosi più vivamente, che con tal’espressione, spiegare la maestà, e onnipotenza divina. E questo bel passo mi fa sovvenir d’un altro somigliante d’antico poeta, il quale così nobilmente favellò di Dio.

Ecce viget, quodcumque videt: mundum reparasse

Aspexisse fuit . . . . . .

Ed è ben probabile, che dal dovizioso fonte della divina Scrittura bevessero talvolta de’ nobilissimi concetti anche i profani scrittori. Certo è (per apportarne un sol confronto) che Omero, per ispiegar con immagine sensibile la maestà di Giove, anch’egli l’espresse colla forza del far tremare. Perciocchè dice egli nell’8 dell’Iliade:

Quando sull’aureo Trono egli s’asside,

Sotto a’ suoi piedi il grande Olimpo trema.

E nel 13 descrivendo Nettuno in terra, che si portava al soccorso de’ Greci, così ragiona:

Sotto il piede immortal del Nume andante

Tremavano i gran monti, e l’alte selve.

Eccovi, come ancor da’ Gentili, tuttochè di nazione, e di credenza diversi, si usarono le immagini prima nate in mente a i divini poeti.

Ma solamente a chi possiede il buon gusto universale, ed è libero dalle anticipate opinioni, è riserbato il ben gustare le bellezze dell’ebraica poesia. Non si conoscono queste da molti, perch’esse non han l’aria, e il vestito delle poesie moderne, a cui siamo solamente intenti, ed avvezzi. Per altro se noi ben pensiamo, che contengono una singolar bellezza, e che in quella vaghissima semplicità di pensieri si chiudono cose maravigliose, come ancor parve a due eloquentissimi Padri della Chiesa Giovanni Grisostomo, ed Agostino. Per toccar con mano questa verità, basterebbe trasportare in Italiano quegli stessi sentimenti, e mutando la sopravveste, che diede loro la lingua primiera, vestirli alquanto alla moderna. Allora certo è, che ci diletterebbero assaissimo, e potrebbe farsene la pruova, per esempio, nel Salmo 136 il quale ci rappresenta gli Ebrei parlanti nella cattività di Babilonia. Secondo la volgata son queste le sue parole: Super flumina Babylonis, illic sedimus, et flevimus, quum recordaremur tui, Sion. In salicibus in medio eius suspendimus organa nostra (S. Girolamo legge Citharas nostras), quia illic interrogaverunt nos, qui captivos duxerunt nos, verba cantionum. Et qui abduxerunt nos: Hymnum cantate nobis de canticis Sion. Quomodo cantabimus Canticum Domini in terra aliena? etc. Queste bellissime immagini della fantasia poetica, questi medesimi tenerissimi sensi furono poi trasportati in versi latini da S. Paolino con vaghissima parafrasi. Se altresì noi volessimo veder dipinto il furore dell’esercito Babilonese dal Profeta Geremia, converrebbe traslatar bene ciò, ch’egli scrisse nel lib. 1 cap. 4 v. 13 con queste parole: Ecce quasi nubes ascendet, et quasi tempestas currus eius; velociores Aquilis equi illius. Væ nobis, quoniam vastati sumus. Poco appresso dipinge egli in tal guisa le stragi recate da’ barbari: Aspexi terram, et vacua erat, et nihil; et Cælos, et non erat lux in eis. Vidi montes, et ecce movebantur, et omnes colles conturbati sunt. Intuitus sum, et non erat homo; et omne volatile Cæli recessit. Aspexi, et ecce Carmelus desertus, et omnes urbes ejus destructæ sunt a facie Domini, et a facie ire furoris ejus. Eccovi con che immagini sensibili, e vive, con che iperboli terribili ci fa il Profeta comprendere, e imprime nella nostra fantasia gli effetti dello sdegno divino sopra i Giudei. E da ciò, credo io, si può in qualche maniera scorgere, che tolte le particolari forme di dire della favella ebraica, il fondo di quella sacra poesia non è differente da quel de’ Greci, Latini, Italiani, e Franzesi. Il bello sempre è stato bello, sempre tale sarà in ogni tempo, e luogo; perchè sempre una sola è stata, e sarà la natura, che i valorosi poeti dipingono. Chi ben esprime, e chi ben perfeziona le verità d’una tal maestra, dee per necessità piacere a tutti, essendo che da tutti s’amano, e si gustano le verità, quando queste o sono, o per l’artifizio poetico divengono maravigliose, e nuove. La sola o maggiore, o minor coltura de gli studi fa solamente, che più in un paese, e meno in un altro, gli ingegni poetici sien più, o men fortunati nel compor poemi, avendo per altro tutti gli uomini i medesimi semi del bello. Purchè ben si studi la natura, ella insegna i pensieri, e nobili, e maestose azioni, e spezialmente gli affetti più gagliardi, vivi, e teneri. Tutti gli uomini, benchè diversi fra loro di nazione, di costumi, e di studi, non son però differenti nel sentir le cose. Essendo la natura una sola in ciascuno, essendo comuni a tutti le passioni, e amando tutti il bello, il buono, il vero tutti per conseguente possono ritrovare, produrre, e gustar que’ sentimenti, quegli avvenimenti, que’ costumi, che per cagion della materia son poetici, e belli, cioè maravigliosi, pellegrini, e nuovi. Può solamente darsi, anzi suol ben sovente mirarsi fra una Nazione, e l’altra, e fra i dotti, e gl’ignoranti gran differenza nell’artifizio, o sia nella maniera d’esprimere questi sentimenti, ed affetti, questi avvenimenti, e costumi. Una persona rozza, per cagion d’esempio o un Pastore agitato da gagliarda passione, dirà bellissime cose, e finissimi immagini; ma le sporrà con parole naturali, con semplicità, e senza gran riflessioni, acutezza, e dottrina. All’incontro una persona d’ingegno sollevato, e addottrinata ne gli studi potrà dire, e dirà que’ medesimi pensieri, ma con più arte, con maniera più fina, maggior riflessione, e penetrazione dentro le verità dell’affetto, che in lei signoreggia. Dirà taluno del volgo: Ve’, quanti stenti si soffrono, quante bugie tutto giorno si dicono per divenir ricco! Molto sventurato è ben, chi non ha danari; ma è ancor molto inquieto, chi ne ha. Questa bella verità, che senza dubbio ancor le rozze persone, ammaestrate dalla sperienza osserveranno, ed esprimeranno con semplici parole, sarà pure osservata, ed espressa da un ingegno più nobile, e dotto, ma con maniera più fina, e leggiadra. Adunque dirà egli, usando questa bellissima esclamazione: O Oro, padre de gli adulatori, figliuol delle cure, e l’averti è timore, e il non averti è dolore.

Per altra cagione suol’ esserci ancor differenza tra l’artifizio, con cui i popoli di diverso paese esprimono i lor per altro nuovi, e mirabili sentimenti. Ciò nasce dalla differenza del Linguaggio. Ogni lingua ha certe sue particolari forme, e maniere d’esprimersi, che son vaghissime in essa, ma in altre Lingue sarebbono disordinate, strane, o almen poco leggiadre. Prendasi due dotte, ed ingegnose persone, ma di lingua, e Nazione molto differente. Osservino esse, ed esprimano il medesimo sentimento; sarà per tutto ciò diversissima la maniera d’esprimerlo; non per altro, se non per la differente lor Favella. Il non conoscere la finezza propria delle Lingue straniere bene spesso fa, che non si comprenda la bellezza di molti sentimenti esposti in quelle. Certo è, che nell’ebraica poesia moltissime son le cose espresse con singolar leggiadria, le quali, se fossero trasportate nel nostro linguaggio con equivalente bellezza d’artifizio, comparirebbono piene di nobiltà, e d’ingegno incomparabile. Altrettanto pur nelle lingue tedesca, inglese, danese, ed altre, ciascuna delle quali oggidì si gloria d’aver valorosi poeti. Non men dell’altre nazioni truovano queste nazioni mirabili, e immagini vive, e affetti, e sentimenti ingegnosi, e li chiudono in versi. Ma conciossiachè l’artifizio, e i colori propri di quelle lingue son poco da noi conosciuti, non ci sembrano sì belli i versi loro, come ci sembrerebbono, se quelle stesse verità con equivalente artifizio si trasportassero in Idioma latino, italiano, franzese, o spagnuolo. Anche gli Arabi, i Turchi, i Persiani, i Greci moderni, tuttochè per l’ordinario gente lontana da gli studi sì ameni, come gravi, e poco perciò favorita dalle Muse, han composto, e compongono moltissimi poemi, non pochi de’ quali ho io veduti Mss. in varie librerie. In questi pure si possono osservare lumi, e colori poetici, che forse per cagione dello straniero lor contorno non piacerebbono a molti, ma però nel fondo sono degni di somma lode. Produciamone qualche esempio. Fra’ poeti Persiani fu in gran riputazione il Suzeno, uomo dotato d’un facetissimo, ed acutissimo ingegno. Morì egli l’Anno 1173. Ma prima in età ben matura si diede a far penitenza de’ suoi peccati, e di tal penitenza lasciò testimonio un poema di otto mila versi, ne’ quali piange le colpe commesse. Finsero i superstiziosi, e ciechi persiani, che costui dopo morte apparisse ad un amico suo, e dicesse, che gli erano stati da Dio perdonati i suoi misfatti per cagione d’un distico da lui composto. Eccolo appunto.

Tschar schiz âverdahem, iâ Rebb, Kih der Keng’ tou mist

Nîsti, vehâget, veuzr, vegunagh âverdaem.

Cioè secondo la traduzione del Derbelozio:

Quattuor tibi affero, o Deus, quæ in thesauro tuo non sunt:

Nihilum, indigentiam, peccatum, et poenitentiam.

Le quali parole noi possiamo spiegar così [14] :

Quattro cose, gran Dio, ti porto avanti,

Che non comparver mai ne’ tuoi tesori:

Il nulla, ed il bisogno,

la colpa, e il pentimento.

Benchè vestito alla Persiana questo sentimento a me par nobilissimo, ingegnoso, e nuovo. Primieramente genera maraviglia, e diletto il voler presentare a Dio onnipotente, padrone, e padre del tutto, quattro cose, ch’egli non ha ne’ suoi tesori; e lo scoprirsi poscia, che veramente ne’ divini tesori non si truovano queste quattro cose. In secondo luogo fa il poeta leggiadramente comprendere ad un tempo medesimo la viltà, e la miseria dell’uomo, proprie di cui son le dette cose; e la grandezza, e santità di Dio, che appare immensa appunto, perchè mancano queste cose ai suoi immensi tesori. Finalmente, abbracciando in poco le ragioni di placar Dio, cioè il confessar se stesso un nulla, il riconoscere d’aver peccato, e d’aver bisogno di Dio, e il pentirsi delle passate colpe, non poteva il poeta con più ingegnosa, ed acuta brevità chieder perdono all’Altissimo.

Dà il medesimo poeta Suzeno principio ad un’Elegia sopra una Principessa morta in età giovanile con questi sensi:

Dum rosæ in hortis e calycibus prodeunt,

Hæc rosa momento marcescit, jamque pulvere tegitur.

Et dum arborum surculi vernalium nubium sugunt aquas,

Hic narcissus aquæ defectu arescit, in medio horti irrigui.

Questo rappresentarci sì gentilmente sotto l’allegoria, e sotto la vaga figura d’una rosa, e d’un narciso improvvisamente seccato, la morte di quella giovane principessa, fa ben’ intenderci, che comune a tutte le genti è il gusto del bello poetico, essendo pur da’ migliori poeti Latini, e Greci adoperata la stessa immagine, come veramente leggiadra, allorchè si descrive un’ugual disavventura. Il bello Eurialo ucciso da i Rutuli secondo Virgilio nel 9 dell’Eneide cadde a terra,

Purpureus veluti quum flos succisus aratro

Languescit moriens . . . . . .

Descrive il medesimo poeta colla stessa immagine il giovane Pallante morto; e Ovidio anch’egli nel 10 lib. delle Trasform. così descrive la morte del giovinetto Giacinto; e finalmente il nostro Petrarca dice di Laura:

Come fior colto langue,

Lieta si dipartio, non che sicura.

Ecco dunque, come i poeti ancor più strani, studiando la natura, ne cavano anch’essi e vaghissimi sentimenti, e vive immagini, e pellegrine verità, benchè per cagion della lingua differentissima sia talvolta assai differente l’artifizio in esprimerle. Ma io non voglio abbandonar questo punto, senza ancor rapportare una canzonetta, che Bernardin Tomitano confessò d’aver udita in lingua turchesca, e in lingua greca volgare; e ch’egli stesso poi trasportò in questi versi Italiani. Si duole in essi una giovanetta della partita dell’amante suo, esponendo in questa guisa i propri affetti.

Bassilico ho piantato,

E Rose son nasciute;

Dentro delli cui rami

Cantan le rondinelle.

Deh rondinelle mie,

Pregovi, non cantate,

Poichè ’l mio dolce amante

Radice del cor mio

Si fa da me lontano,

Fuggendo il dolce porto,

Per ritrovar fra l’onde

Tempestosi travagli.

Deh rondinelle mie,

Pregovi, non cantate;

Ma più tosto piagnete,

Se pietose voi siete.

Servono le cose fin qui dette, e gli esempi recati, per farci conoscere, che naturalmente ogni uomo, se non è affatto rozzo, e privo d’intelletto, può trovare, e gustar ciò, ch’è bello poetico, e discernere il men bello dal più bello, o consista questo nella materia, o nell’artifizio, o in ambidue. Ma tempo è oramai, che cominciamo a distinguer meglio la fantasia dall’ingegno, e ad esporre ciò, che l’una e l’altra di queste potenze contribuisce alla poesia col discoprir materia mirabile, e nuova, o pur con farla divenir tale per mezzo dell’artifizio.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Della fantasia, di cui si dà una general contezza. Differenza tra essa, e l’intelletto; e commerzio tra loro. immagini Fantastiche, e lor divisione. Dipingere poetico perchè dilettevole. Come si faccia. Ovidio, Pindaro, il Ceva, ed altri lodati. Particolarizzazione. Si difende Virgilio. Eccessi delle dipinture Poetiche. Omero disaminato. Altra maniera di dipinger poetico, e suo uso anche in Prosa.

È la fantasia il fonte più fecondo della maraviglia, e del bello poetico, nè l’ingegno crea concetti sì dilettevoli in poesia, come questa altra Potenza: perciò da lei facciamo principio. Al fonte dell’ingegno beono tutto giorno ancor gli Oratori, e gli Storici; ma quello della fantasia è quasi tutto situato nella giurisdizion de’ poeti; e se quindi vogliono attinger acqua i Rettorici, si possono ragionevolmente talvolta accusar di giurisdizione turbata. Adunque non picciolo vantaggio potrebbe porgersi ad altrui, se sapessimo discoprir le viscere di questa miniera, massimamente parendo poco o nulla trattato un sì ricco argomento. Io come potrò il meglio, comincerò a cavar terreno. E perchè più francamente si possa condur l’opera, egli convien prima comprendere, che cosa intendiamo col nome di fantasia. Lasciando pertanto stare le sottili osservazioni de’ filosofi, e donando ad Aristotele quel suo superfluo nome di senso comune, dico: Che qualunque oggetto si rappresenti a gli occhi, a gli orecchi, e agli altri sensi, trasmette un compendio, un’immagine, una simiglianza di se stesso, che ricevuta da i sensi passa per gli nervi, ed organi corporei, infinchè giunge ad imprimersi nel nostro cervello. La potenza o facoltà dell’anima, che apprende, e conosce questi oggetti sensibili, o per meglio dire, le loro immagini, è la fantasia, o immaginativa, la quale perchè è posta per nostro modo d’intendere nella parte inferiore dell’anima, perciò da noi convenevolmente può chiamarsi apprensiva inferiore. Un’altra apprensiva delle cose ha l’anima nostra, che superiore da noi s’appella, perchè è situata nella parte superiore, ragionevole, e divina dell’anima; e comunemente si chiama intelletto. Ufizio della fantasia non è propriamente il cercare, o intendere, se le cose son vere, o false; ma solamente l’apprenderle. Ufizio dell’intelletto è l’intendere, e il cercare, se queste son vere, e false. Ma per meditare, e formar pensieri, si collegano insieme queste due potenze, somministrando l’inferiore alla superiore le immagini, e i fantasmi de gli oggetti, avendoli essa presenti ne’ suoi gabinetti, senza nuovo aiuto de’ sensi; o pur valendosi la sola inferiore di questi fantasmi per immaginar le cose più apprese, o per fabbricar de gli altri fantasmi, poich’essa pure ha forza di concepir nuove immagini. Regge dunque la fantasia quell’arsenal privato, ed erario segreto della nostra anima, ove si riducono come in compendio tanti, e sì diversi oggetti sensibili, che servono poscia a dar, per così dire, corpo, e materia a i pensieri, e alle operazioni interne dell’uomo. Sicchè apprese che sono dall’inferiore apprensiva le immagini, che Idoli ancora si dimandano e schierate queste, come tante merci in una gran piazza, e fiera, ove più ove meno con ordine, e talora con disordine, va or la stessa fantasia, or lo stesso intelletto scegliendo velocemente quelle, colle quali si formano i pensieri, congiungendone insieme alcune, prima fra lor lontane, riprovandone altre, e altre non degnando pure d’un guardo. Poscia se vogliamo partorire gl’interni concetti, e farne consapevoli gli altri uomini, con maravigliosa prontezza la stessa fantasia ci provvede le immagini di quelle parole, che sono acconce a vestire il pensiero per comunicarlo a gli orecchi, o pure a gli occhi altrui.

Dopo questa general contezza, fa di mestieri intendere più precisamente il commerzio, che passa fra l’intelletto, e la fantasia, e in quante maniere si formino da queste due potenze dentro di noi le immagini, gl’idoli, i pensieri, de’ quali si compone il ragionamento de gli uomini. In tre maniere adunque si formano le immagini. O l’intelletto le forma egli colla sua divina penetrante virtù, senza che la fantasia altro gli somministri che il seme. O l’intelletto, e la fantasia senza consigliarsi coll’intelletto le concepisce. Avviene la prima azione, quando l’intelletto, dopo aver ben giudicate, e scelte le immagini, che dalla fantasia s’erano avanti apprese, forma su quelle, e crea nuove immagini, che prima non erano state apprese dalla fantasia. Vede per esempio il nostro intelletto apprese dalla fantasia, e impresse in lei moltissime immagini d’uomini. Egli le congiunge insieme; e da tante immagini particolari, che l’inferiore apprensiva avea raccolte, ne cava egli, e forma un’immagine, che prima non v’era, concependo: Che ogni uomo ha la potenza di ridere; che gli Uomini viziosi son degni di biasimo; che gran pazzo è quell’uomo, il qual crede d’esser saggio egli solo; che par proprio de’ soli grandi uomini l’aver de’ grandi difetti; e simili altre immagini. Queste da noi propriamente si chiamano immagini intellettuali, o Ingegnose; riponendo noi nel numero d’esse tutti i raziocinii, e le riflessioni, che fa l’intelletto nelle Scienze, nelle Arti, e sopra tutti gli altri oggetti. Non possono i sensi trasmettere alla fantasia queste immagini, ma il solo intelletto le concepisce, e le fa poscia apprendere anche alla fantasia. Accade la seconda operazione, allorchè la fantasia consigliandosi coll’intelletto, e valendosi del suo lume, espone quelle immagini, ch’ella prima ha imparate dal senso, o da altri aiuti esteriori; o pure accoppiando queste, o separandole ne forma delle nuove, che prima in lei non erano, non perdendo però mai di vista l’imperio dell’intelletto. Si fa poi la terza operazione, quando la fantasia assolutamente comanda nell’anima, e poco, o nulla ascolta i consigli dell’Intelletto. Il che da noi si pruova ne’ sogni, ne gli affetti smoderatamente gagliardi, nelle febbri, o nel bollore dell’Ipocondria. Allora è certo, che l’intelletto o nulla o poco esercita il suo imperio, avendo la fantasia le briglie in mano, e movendo essa, aggirando, congiungendo, e confondendo a suo talento il Regno delle sue immagini; nè badando l’intelletto, se le immagini in tal furioso movimento formate dalla fantasia contengano il vero, la chiarezza, l’ordine, o pur sieno affatto false, ridicole, disordinate, ed oscure. Saggiamente perciò disse Aristotele, che l’intelletto, o sia la Ragione ha quella padronanza sopra la fantasia, che in una città libera ha un Maestrato sopra un Cittadino; imperciocchè ancor quel cittadino può giungere fra poco ad aver padronanza sopra colui, che avanti gli comandava. Io riserbo di ragionar altrove delle immagini intellettuali, o ingegnose, che nascono nella prima maniera, e propriamente dall’intelletto, e dall’ingegno. Di quelle, che nascono nella terza maniera, non occorre parlare, perchè sì fatte immagini non si comportano nella vera poesia, e ne’ ragionamenti di chi ha senno in capo. Sicchè ora tutto il nostro studio si ristringe a considerar quelle immagini, che si concepiscono nella seconda maniera, cioè quando l’intelletto, e la fantasia unitamente, e pacificamente concepiscono, ed espongono le cose.

Ora la fantasia collegata coll’intelletto (e perciò obbligata a cercar qualche vero) può, e suol produrre immagini, che o dirittamente son vere a lei, e tali ancor dirittamente appaiono all’intelletto. Come chi vivamente, e con parole proprie descrive l’Arco celeste, la battaglia di due guerrieri, uno spiritoso cavallo, il moto, che fa nell’acqua d’un laghetto un sassolino gittatovi dentro, e simili cose. Queste immagini rappresentano una verità rapportata dal senso alla fantasia, e tale ancor conosciuta dall’intelletto. O dirittamente sono sol verisimili alla fantasia, e all’intelletto le immagini, come l’immaginar la scena funesta della rovina di Troia, l’arrivo d’Oreste in Tauri, la morte di Niso, e d’Eurialo, la pazzia d’Orlando, e simili cose immaginate dalla fantasia, le quali sì a lei, come all’intelletto compariscono affatto possibili, e verisimili. O le immagini son dirittamente vere, o verisimili alla fantasia, ma solo indirettamente appaiono tali all’intelletto. Come allorchè la fantasia in vedendo per cagion di esempio un ruscello, che fa mille giri per qualche bella campagna, immagina, e parle vere, o verisimile, ch’egli sia innamorato di quel terreno fiorito, e non sappia, o voglia trovar via d’abbandonarlo; la qual’immagine fa non a dirittura (perchè il senso diritto è falso) ma indirettamente concepire all’intelletto ciò, ch’è vero, cioè l’amenità di quel suolo, e i giri deliziosi di quel ruscello. Ancorchè poi tutte queste diverse immagini riconoscano per lor madre la fantasia, e noi siamo per chiamarle fantastiche, affin di distinguerle dalle Intellettuali, ed Ingegnose; contuttociò daremo propriamente il nome di fantastiche alle ultime, cioè a quelle, che dirittamente contengono il vero, o il verisimile richiesto dall’intelletto, apparendo in queste più, che nelle altre, il lavorio, e la forza della fantasia. Le prime, e seconde immagini si formano dalla fantasia col dipinger le cose, come elle sono, o possono essere, e apparir naturalmente ai sensi, a lei, e all’intelletto; e perciò sono in parte intellettuali, e si convien loro il nome di semplici, e naturali. Ma le terze riconoscono più evidentemente il lor essere dalla fantasia, la quale insieme unisce due, o più immagini vere, e naturali, per formarne una nuova, che mai naturalmente non è stata, nè può essere, e apparire all’intelletto; e perciò immagini artifiziali fantastiche debbono da noi appellarsi. Per esempio, il volare è qualità propria, e naturale sol di chi è animato, e ha l’ali. Ecco la fantasia, che agita l’immagini sue, ed accoppia quella del volare con quella della fama, immaginando, che la fama voli, parli, ed operi, come se fosse dotata d’anima. Parimenti il salutare è proprio sol dell’uomo; nondimeno la fantasia unisce queste immagini con quella d’un uccello, e immagina, che gli augelletti salutino col canto loro l’aurora nascente. Dal che si scorge, che sì fatte immagini propriamente son prodotte dalla fantasia, la quale va immaginando cose maravigliose, e nuove, che son false a chi ne considera il senso diritto. Ma perciocchè indirettamente, cioè col significato loro, queste fanno intendere un qualche vero, o verisimile all’intelletto, per questa cagione a lui pure piacciono, ed egli ancora nella lor formazione s’accorda colla fantasia, permettendole un sì bel delirio, e consegnandole talvolta immagini intellettuali, acciocchè essa le vesta con que’ suoi vaghi, e mirabili, benchè menzogneri colori.

Ragion dunque ha avuto il dottissimo P. Ceva di descrivere questa capricciosa, e bizzarra Potenza dell’anima co’ seguenti versi.

Hæc vis ante alios insano concitat æstro

Aonios vates. Nam dura in marmora versam

Tantaliden, et matre satos tellure gigantes,

Et reparantem artus sævo in certamine Orillum,

Nec non roboribus textum, atque in moenia ductum

Instar montis equum, congesto milite foetum,

Atque hippogrypho subvectum Atlanta per auras,

Et quæcumque olim cecinerunt monstra Camoenæ:

Talia non Ratio, non Mens (quippe absona) cudit,

Sed sensus parit iste amens, Mentisque magistræ

Explicat ante oculos. Illa autem digerit omnia,

Inque unum cogit, delectu singula multo

Expendens caute, statuitque simillima vero.

Iisdemque instillat, mores, præceptaque vitæ,

Collocat, et mutat, variaque in luce reponit,

Donec in integram coëant Idolia formam.

Questi idoli poscia, o fantasmi, queste immagini, o idee, che si partoriscono dalla fantasia, sogliono da gli scrittori appellarsi eziandio fantasie, dandosi il nome della cagione all’effetto medesimo. Il perchè Dante volendo accennar la visione, ch’egli finse d’aver avuta, usò il medesimo vocabolo, e disse nell’ultimo del Paradiso.

All’alta fantasia qui mancò possa.

Giornalmente ancora nominiamo fantasie poetiche molti pensieri, che ne’ lor componimenti adoperano i poeti, come fece prima di noi Longino nel cap. 13 del suo Trat. del Sublime. Il medesimo Dante nel 10 del Parad. disse:

E se le Fantasie nostre son basse

A tanta altezza . . . . .

E l’Ariosto nel 7 del Fur.

E con invenzioni, e poesie

Rappresentasse grate fantasie.

Ed appunto mia intenzione è il favellar per ora di queste fantasie minute, o sia di questi concetti, e sentimenti figliuoli della fantasia, ma per significarli userò più volentieri il nome d’immagini, come quel, che li distingue dalla lor madre. E molto più volentieri farò questo, posciacchè da alcuni moderni l’uso di tali fantasie in versi chiamasi comporre ad immagini. Ciò posto, cominciamo ora ad investigar più d’appresso la natura, e il volto di queste immagini Fantastiche, le quali son l’anima della poesia. Cerchiamo ancora, come la fantasia, o sia l’Immaginativa de’ poeti abbia da ubbidire all’intelletto, e come l’amore, che questo ha del vero, s’accordi co’ deliri della fantasia. Imperciocchè senza tal cognizione agevolmente avviene, che i parti fantastici de’ poeti sieno disordinati, ridicoli, e non conformi alla natura, che come dicemmo si vuol perfezionare dai poeti. E primieramente noi parlererno delle immagini semplici, e naturali della fantasia, cioè quando ella descrive ciò, che naturalmente il senso le riporterebbe, e che direttamente è ancor vero, o verisimile all’intelletto.

S’è detto di sopra, che una delle maggiori cure, e perfezioni della poesia consiste nel trovar cose mirabili, e nel perfezionar la natura, cioè nel formar più perfetti, e compiuti nella lor spezie i parti della natura, trovando nuove, maravigliose, e inopinate cose, azioni, costumi, e sentimenti. Ciò si fa spezialmente dalla fantasia, la cui fecondità immagina mille pellegrini avvenimenti, ed oggetti, unendo nelle sue immagini ciò, che può generar diletto, e stupore. Consiste l’altra perfezione, e cura della poesia nella maniera del ben dipingere, imitare, e rappresentar i parti della medesima natura. La prima cura, di cui ragionammo, riguarda la materia, e le cose, che s’hanno da rappresentare. Ciò, che siamo ora per dire, considera spezialmente l’artifizio, e la maniera, con cui queste cose si debbono poi rappresentare dalla poetica fantasia. Gran diletto pruova l’anima nostra nel comprendere verità, notizie, e materie mirabili, nuove, e grandi; perchè da questa comprensione si suol sempre scacciare l’ignoranza dall’intelletto nostro, la quale è un tiranno mal sofferto dall’uomo; onde il nostro Petrarca dicea di se stesso:

Ch’altro diletto, che imparar non trovo.

Ora diciamo, che un altro non minor piacere si sperimenta dall’anima nostra, allorchè sì fattamente ci si dipingono, e si rappresentano dall’altrui fantasia alla nostra le cose lontane di luogo, o di tempo, che noi vivamente le miriamo con gli occhi interni della Mente, come se v’adoperassimo la vista, e gli altri sensi esterni. In questo vivo dipingere consiste una delle principali finezze dell’Arte Poetica, e benchè possa dirsi, che il poeta sempre imiti, e dipinga; pure più precisamente, e propriamente ciò da lui si fa, quando egli colorisce, e pone sotto gli occhi interni dell’anima con Evidenza, e con forza gli avvenimenti, i costumi, i sentimenti, e tutti gli altri oggetti, ch’egli dipinge, ed imita. Così il Dipintore in generale sempre imita; ed e imitatore ancor quando, senza adoperar colori, colla penna, o col lapis disegna le nude figure a chiaro e scuro. Ma più precisamente imita, e dipinge, quando alle figure aggiunge i colori, e l’ombre; perchè nella prima guisa più tosto fa intendere, che veder le cose; e nella seconda le fa ugualmente intendere, e vedere. Da questa dunque vivissima imitazion delle cose fatta da i poeti noi caviamo gran diletto, per quella fondamental ragione, che s’è accennata altrove, cioè, perchè il maravigliarsi, e l’imparare nel medesimo tempo è dolce a noi tutti. Argomento è sicuramente di maraviglia il rimirare una cosa tanto vivamente con sole parole imitata, e dipinta dall’Arte, che per poco ci paia di vedere con gli occhi nostri l’original della natura. Noi ammiriamo questa rarità, questa perfezione dell’artifizio, come ancora la felice fantasia, e l’ingegno valoroso di quell’autore. Nè altronde nasce, che talvolta cose triviali, notissime, e che noi per altro non degneremmo d’un guardo, pure se ci son vivamente rappresentate o dalla poesia, o dalla Scultura, o dalla Pittura, assaissimo ci piacciono, e ci dilettano. Ciò, dico, da altro non procede, che dall’osservare il mirabile magistero, e la perfezion di quelle Arti: la qual perfezione, e maniera maravigliosa di imitar le cose ci comparisce davanti, come oggetto nuovo, e raro, quando pur le cose rappresentate son volgari, trite, e di poco momento. Secondariamente Aristotele fondato sullo stesso primo principio, che da noi s’è mentovato, così parla nel cap.11 libr. pr. della Rettor. ἐπεὶ τὸ μαντάνειν τε ἠδὺ, ϰαὶ τὸ ϑαυμάζειν, ϰαὶ τὰ τοιαῦτα, ἀνάγϰη ἡδέα εἶναι, τό τε μεμιμημένον, ὣσπερ γραϕιϰὴ, ϰαὶ ὰνδριαντοποὶα, ϰαὶ ποιητιϰὴ, ϰαὶ πᾶν ὅ ὂν ἦ μεμιμημένον. ϰαὶ ὲὰν μὴ ἦ ὴδὺοὗ τὸ μιμημα. σὐ γὰρ. ἐπὶ τούτῳ χαίρει, ἀλλὰ συλλὸγισμὸς ἐστιν, ὅτι τοῦτο ἐχεῖνο, ὥς τε μανϑάνειν τι συμβὰινει.

Perchè gioconda cosa è l’imparare, e il maravigliarsi, bisogna pure, che ancor quelle cose ci dilettino, che son fatte con imitazione, come la Pittura, la Statuaria, e la Poetica, e finalmente tutto ciò, che è ben’ imitato, quantunque non sia gioconda la cosa espressa dall’imitazione. Imperciocchè non da essa viene il nostro diletto, ma dal raccogliere con un raziocinio, che ciò è la tal cosa, onde ci accade d’imparare. Cioè: contemplandosi da noi l’imitazione, comprendiamo la viva simiglianza, che è fra la copia, e l’originale, e impariamo qual sia la cosa, che ci vien rappresentata; e da questa cognizione si genera il diletto nell’animo nostro. Aggiungiamo a ciò, che il rimirar rappresentate alla fantasia nostra cose per altro spiacevoli, orride, e terribili, come un drago, una tempesta di mare, una tigre, ci porge diletto, perchè l’imitazione ci fa vedere senza verun nostro pericolo quelle cose medesime, che ci sogliono spaventare, e possono nuocerci, se son vere, non dipinte. Ci piace quell’orridezza, e fierezza, tuttochè la miriamo non men chiaramente, che si farebbe col guardo corporeo. In terzo luogo non può non piacere all’animo nostro quel vederci davanti a gli occhi interni sì ben figurato un oggetto, lontanissimo da noi o per luogo, o per tempo, che dall’occhio esterno allora non potrebbe mirarsi. Ha grand’obbligazione l’animo mio a quel poeta, a quel dipintore, il quale coll’arte sua mi conduce a rimirar, come con gli occhi propri, la famosa caduta di Troia, le prodezze d’Achille, o d’Enea, e tanti maravigliosi giri d’Ulisse ramingo sul mare. A dispetto del tempo trapassato, e de’ luoghi lontanissimi, io veggio presenti quelle cose, quelle azioni; odo le lor parole, i lor sentimenti, quasi nella stessa maniera, con cui me le avrebbe fatto vedere, e udire il senso esteriore.

Cerchiamo adunque, come questa fina imitazione, o dipintura si faccia dal poeta, affinchè sappiamo l’altra perfezione della poesia, da cui si porge cotanta dilettazione all’animo nostro. Dappoichè s’è ritrovato ne’ fondachi della natura quel costume, quell’azione, quell’oggetto nuovo maraviglioso, e verisimile, che si ha da esprimere in versi, prende cura la fantasia di ben vestirlo, rappresentarlo, e dipingerlo vivamente a quella de gli altri. I colori, che s’adoperano da questa Potenza, altro non sono, che le parole; ma parole sì proprie, sì vive, sì espressive, che in effetto alla fantasia di chi legge, o ascolta que’ versi, par di vedere, e udire cose presenti, e reali. Nè ciò fa la fantasia poetica, solamente rappresentando verità maravigliose, e cose nuove. Lo fa essa ancora, come dicemmo, esprimendo verità note, e volgari, che da lei sono vivissimamente dipinte, e imitate con sommo piacere altrui. Osserva pertanto questa potenza attentamente gli oggetti, i costumi, gli affetti, i ragionamenti, la loro apparenza, e tutti per dir così que’ raggi, che sogliono più vivamente toccare, e commuovere il senso, e dopo il senso la fantasia, quando rimiriamo, ed ascoltiamo daddovero l’originale delle cose. Tutto ciò si esprime poscia con quelle parole, che meglio, e più vivamente possono rappresentare, e metter sotto gli occhi interni dell’uomo gli oggetti. Noi appelliamo evidenza, ed energia questa virtù, seguendo l’autorità de’ migliori maestri. E per ben conseguire un tal pregio, la sola natura si dee attentamente considerare. Hujus summæ virtutis (diceva Quintiliano nel cap. 3 lib. 8 parlando di questa evidenza) facillima est via. Naturam intueamur, hanc sequamur. Si dee por mente a gli atti d’un uomo sdegnato, ed infuriato, a gli affetti d’un timoroso, a i costumi d’un semplice Pastore, d’un innamorato, d’un magnanimo, e a mille altri somiglianti oggetti, e copiarne le figure di maggior risalto, più vive, e più pellegrine, secondochè la natura ben da noi studiata c’insegnerà. E allora ci verrà fatto di dipinger con forza, e dilettar co’ ritratti che noi esporrem delle cose.

Maraviglioso parmi in tal sorta d’immagini, e pitture Ovidio, sponendo egli per l’ordinario le cose, come se le avesse sotto a gli occhi, e dipingendole sì vivamente, che a’ lettori altresì par di vederle. Eccovi com’egli ci rappresenta il vecchio Sileno, che in compagnia di Bacco tornava dall’Indie. Il descrive egli ubbriaco, sopra un asinello, a’ crini del quale strettamente s’attiene per non cadere. Ma perchè se gli turba la vista al seguire, e al mirar le baccanti, che gli si vanno aggirando intorno, e perchè l’inetto cavalcatore va sferzando l’asinello, egli si cade a terra; onde i satiri corrono ad alzarlo. Ma udiamo la viva espression del poeta, in cui non v’ha parola, che non sia un bel colore.

Ebrius ecce senex pando Silenus asello

Vix sedet, et pressas continet arte jubas.

Dum sequitur Bacchas, Bacche fugiuntque, petuntque;

Quadrupedem ferulâ dum malus urget eques;

In caput aurito cecidit delapsus asello.

Clamarunt Satyri: Surge, age, surge, pater ecc.

Segue il poeta a descriverci l’arrivo di Bacco alla presenza d’Arianna, che dal disleale Teseo abbandonata si giaceva sul lido, e empieva l’aria di querele. Così parla:

Jam Deus e curru, quem summum cinxerat uvis,

Tigribus adjuctis aurea lora dabat.

Et color, et Theseus, et vox abiere puellæ:

Terque fugam petiit: terque retenta metu.

Horruit; ut steriles, agitat quas ventus, aristæ:

Ut levis in madidâ canna palude tremit.

Cui Deus: En adsum tibi cura fidelior, inquit.

Pone metum; Bacchi, Gnossias, uxor eris.

Dixit, et e curru, ne tigres illa timeret.

Desilit; imposito cessit arena pede.

Più vivamente non si potevano esprimer le immagini di quella azione dalla fantasia del poeta, nè più vivacemente potea farsi concepire a i lettori quel fatto. E si dee ben por mente, che quell’ultimo verso, ove si dice, che l’arena cedette al piè di Bacco, non è già un’osservazione disutile, come potrebbe avvisar taluno; ma è un’immagine delle più vive, che qui s’esprimano, ed è rappresentata con maestrevole franchezza, poichè ci fa più evidentemente scorgere l’atto, in cui Bacco scende dal cocchio. Una immagine alquanto somigliante a questa fu espressa da Gabriello Chiabrera [15] , poeta, il cui merito non è abbastanza conosciuto da alcuni. Loda egli il Colombo suo compatriota, e dopo aver accennato con questi quattro bei versi, come fossero disprezzate prima le sue voci:

Così lunga stagion per modi indegni

Europa disprezzò l’inclita speme,

Schernendo il vulgo, e seco i Regi insieme,

Nudo nocchier promettitor di Regni.

Passa a dire, ch’egli finalmente diè principio alla navigazione, e che dopo molti pericoli scoprì la dianzi favolosa terra. E qui soggiunge immantinente:

Allor dal cavo pin scende veloce,

E di grand’orma il nuovo mondo imprime ecc.

Questa immagine in vero con somma nobiltà, e vivezza ci fa scorgere l’atto, in cui la prima volta da gli Europei si toccò terra nel mondo nuovo, rappresentandoci colle orme grandi, osservate dalla fantasia in quel punto, la lor bravura, e maestà nel prendere il possesso di que’ vasti paesi. Nè con minor vaghezza si descrivono da un moderno poeta i passi d’Ercole seguito da Deianira.

Della via polverosa

Rimanean le grand’orme in sull’arena:

Deianira gentil seguialo appena.

Osservò pure il Sig. Pietro Durli con felice fantasia l’azione del Sole sorto la mattina dopo l’incendio di Troia. Dice egli così:

Febo, per non mirar le rotte mura

Pria di sua man formate,

Tardava a trar dall’onde il pigro giorno.

Sorto poi, con suo scorno

Vede Troia minore; e da più bande

Nel voto spazio i rai più lunghi ei spande.

Ma vaghissima, benchè breve, mi sembra l’immagine adoperata da Pindaro nell’Ode 4 Olim. ov’egli pruova, che talvolta ancor ne’ vecchi si mira un valor giovenile, coll’esempio d’Ergino figliuol di Climene. Questi, comechè assai vecchio, pure navigando con gli Argonauti, e giunto a Lenno, qui ardì cimentarsi in campo con alcuni giovani: cosa, che mosse a riso quante ivi erano Donne spettatrici. Contuttociò riuscendo egli prode, e vittorioso, rappresenta il poeta dopo la vittoria in atto di generosa vendetta. Poichè mentre egli si portava a ricever la Corona, passando davanti ad Ipsipile figliuola di Toante ivi Reina, le disse: Io, io son quello; cioè quel guerriero, che voi poc’anzi disprezzavate. Eccovi come nobilmente in poche parole viene sposta dal poeta questa immagine.

Διὰπειρά τοι βροτῶν ἐλεγχος,

Aπερ Kλυμένοιο παῖδα

Λαμνάδων γυαιχῶν

Eλυσεν ἐξ ἀτιμίας.

Xαλϰοῖσιν δ’ει ἔειπεν Υψιπυλεία,

Mετὰ στὲϕανον ιὼν:

Oὗτος ἐγώ.

Quanto vaglian le genti,

Spesso mostra il cimento.

E questo dallo scherno

Delle Donne di Lenno

Liberò di Climene il vecchio figlio,

Quand’egli armato vinse,

E alla Corona andando

Ad Ipsipile disse: Io, io son quello.

Pieno altresì parmi queste leggiadre immagini il nostro Petrarca. Veggiamo, come egli nobilmente immagina l’atto, in cui sembrogli, che la sua Laura entrasse in cielo.

Gli Angeli eletti, e l’Anime beate

Cittadine del cielo, il primo giorno

Che Madonna passò, le furo intorno

Piene di maraviglia, e di pietate.

Che luce è questa? e qual nuova beltate?

(Dicean tra lor) perch’abito sì adorno

Dal mondo errante a quest’alto soggiorno

Non salì mai in tutta questa etate.

Dal medesimo poeta si dipinge altrove, e si pone quasi sotto gli occhi l’atto della gente, che approda al lido in una nave, che già era vicina a sommergersi per la tempesta. Son questi i suoi vivissimi versi nel Son. 22 par. I.

Più di me lieta non si vide a terra

Nave dall’onde combattuta, e vinta,

Quando la gente di pietà dipinta

Su per la riva a ringraziar s’atterra.

Da gli esempi e di cose, ed i costumi finquì rapportati, noi cominciamo a scorgere il prezioso lavorio della fantasia Poetica, cioè il vivamente dipinger le cose. Ma fra quanti poeti moderni io conosca possenti, e maravigliosi in questa parte, uno è de’ primi per mio avviso il P. Tommaso Ceva della Compagnia di Gesù. Felicissima fantasia, o immaginazion delle cose si scorge nel suo poema Latino, intitolato Puer Jesus, e nelle selve da lui non ha molto stampate. Descrive egli per esempio nel I lib. un conduttor di cammelli, che tornato appena a Nazarette, e assediato da quegli abitanti, i quali a gara, e ad un tratto gli van chiedendo mille nuove di Maria ricoverata in Egitto. Narra costui molte cose, e appena si riman di parlare, che tosto s’affollano tutti ad interrogarlo. La dipintura di tal costume è quanto mai si può viva; ed io ne rapporto solamente una circostanza naturalissima, con cui il poeta dà un gran risalto alla sua fattura.

Nunc sequar (hospes ait) siccis permittite labris,

(Nam crudis cæpis vox aspera faucibus hæsit)

Tantisper liquido verba irrorare lyæo.

Sic ait, appositoque mero, ut gens prisca solebat,

Implevit pateram, manibusque utrinque prehensam

(Quod felix, Socii, faustumque sit omnibus) hausit,

Bisque interrupit sinceris laudibus haustum,

Inversaque manu barbam, atque ora hispida tersit.

Avendo la fantasia del fortunato poeta ben’ affissato lo sguardo in quel costume, in quell’atto Pastorale, ha poscia espresso il tutto con parole mirabilmente significanti. Quel chiedere del vino per bagnar le parole, essendosegli inruvidita la voce per aver mangiate cipolle crude; quel prendere con ambedue le mani la tazza, bere alla salute di tutti, due volte interrompere la bevuta per lodar il vino; quell’aggiunto di sincere alle lodi; quello asciugarsi la barba col rovescio della mano, son vivissime immagini, e colori fiammeggianti, che dipingono con evidenza, e fan veder le cose. Quindi è singolare il diletto, che s’apporta a i lettori, a’ quali si rappresenta questo maraviglioso lavoro della Imitazion Poetica, cagionando essa con tali dipinture, e mercè delle sole parole, dentro di noi quasi quella stessa sensazione, che in noi cagionerebbe l’oggetto medesimo appreso da gli occhi del corpo, e talvolta ne cagiona ancor più. Non è alle volte veramente maravigliosa, nuova, e pellegrina la cosa, che si rappresenta, che ne fa il pennello della fantasia Poetica. Questo buon gusto parmi appunto che si ravvisi in una comparazion d’Omero nel 26 della Iliade, dove Achille paragona Patroclo piangente ad una fanciulletta in questa maniera [16] :

Perchè di pianto vil ti bagni, amico

Qual tenera fanciulla, che correndo

Segue per via la Madre, e alle materne

Braccia chiedendo va d’essere alzata.

Alle vesti or s’appiglia, e lei ritiene,

Che frettolosa corre, or la rimira

Con occhi supplicanti, e lagrimosi,

Finchè mossa a pietate in sen la prende.

Ma ritornando di nuovo al P. Ceva, nel medesimo lib. I descrive egli un convito Pastorale. Miriamo, come l’Immaginativa sua ne ha ben colpite, ed espresse le più vive circostanze; come niuna parola è superflua; come tutti gli Epiteti portano il suo colore; e come poi la bizzarra fantasia trascorre alle mense de’ Nobili per far più risaltare i costumi, e la felicità di quelle de’ Pastori.

Mensa ibi structa ingens sub opaco tegmine lauri,

Impositæque super lances, metretaque nigro

Stannea plena mero, et similis Phario obelisco

Caseus in medio, atque anates, fumantiaque exta,

Convivæque boni circum, puerique operæque,

Messoresque viri, nuptæ, innuptæque puellæ,

In medio Jonas pater in cathedra abiegna,

Thoraca exutus geminos interque molossos

Jura dabat. Non heic famuli, nec inutile pondus

Argenti, et vanæ lites, cui debita primum

Ante dapes manibus lympha, et subsellia circum

Bellum importunum, qui prima in sede locandus,

Quive locus princeps; nec dignior expectandus

Qui bibat ante alios, totque inter fercula tricæ,

Juscula, pulticulae, pastilli, et glutina rerum:

Sed quales natura dapes creat, atque labore

Emta fames, vultusque boni, et super omnia curis

Libera mens, qua pauperiem clementia Divûm

Temperat, humanis ex æquo provida rebus.

Tanti esempi finqui recati possono ben farci scorgere, con quale evidenza sappiano i migliori poeti rappresentar gli oggetti. Ciò, come dicemmo, s’appella dipingere, ed è una delle maggiori, e più necessarie Virtù del poeta; perciocchè secondo il parer di Simonide la poesia altro non è, che una Pittura parlante, ed è ben noto il detto d’Orazio:

Ut pictura Poësis erit.

Aggiunse Ermogene, che questa maniera d’imitare, che questa imitazione evidente, o evidenza, ed enargia, è il pregio più distinto, che la poesia possa vantare. ϰαί τὸ μέγισον ποιήσενως, μίμεσιν ἐναργῆ . E in questo proposito parmi, che Longino potesse meglio dichiarar la sua mente, allorchè nel cap. 13 del Sublime scrisse: che il fine della poesia è il cagionar maraviglia, e che l’evidenza, o enargia è il fine della prosa: ἐν ποιήσει τελος ἐστὶν ἔϰπληξις, ἐν δὲ λόγοιςἐνὰργεια. Io per me tengo per cosa ferma, che siccome il mirabile propriamente si cerca dalla poesia, così l’evidenza, e il ben dipingere con chiarezza le cose, è ancor molto più proprio della poesia, che della Prosa. Ma senza perderci a intender la mente di Longino, seguiamo ad ire, che acconciamente il nostro Castelvetro chiamò particolarizzazione questo narrar minutamente i particolari delle cose. In essa a me pure sembra, come prima sembrò ad Aristotele, che sia stato eccellente Omero, descrivendo egli il minuto de gli oggetti, e delle azioni, e de’ costumi in tal guisa, che a’ lettori sensibilmente par di mirarle. Onde il mentovato Longino ebbe a dire, ch’egli εἰϰωνογραϕῖ, cioè: dipinge immagini; e Tullio nel lib. 5 delle Tusculane così ne parla: Traditum est etiam, Homerum coecum fuisse. At ejus picturam, non [17] poësim, videmus: Quæ regio? quæ ora? qui locus Græciæ? quæ species formæ quae pugna quae acies quod remigium qui motus hominum? qui ferarum? non ita expictus est, ut quæ ipse non viderit, nobis ut videamus effecerit. Certo è, che in questo pregio Omero è superiore a Virgilio, non solendo il poeta latino particolarizzar molto le cose, e tenendosi quasi sempre nella loro esposizione universale, e corta. Ma non sarò già sì ardito il dire col medesimo Castelvetro, che Virgilio guardossi a tutto suo potere da ciò, sapendo ch’egli non era da tanto, che usando la maniera particolareggiata potesse far riuscire magnificenza, o fuggire molti altri vizi. Ci fa ben credere l’ingegno, e la fantasia maravigliosa, e giudiziosa di Virgilio, che ancor ciò gli sarebbe stato agevole, s’egli avesse voluto. Ma egli volle camminar per altro sentiero, e tenne consigliatamente il proprio stile, come quello, che se non è per la sua brevità sì vivo talora, come quel d’Omero, è però sempre maestosissimo, magnifico, e grande, e lontano dal tediare, quale talvolta non appare quello d’Omero. Il dipingere del Greco poeta si può chiamare asiatico, e quel di Virgilio attico. Il primo è più popolare; e l’altro fatto alla grande è più proprio per la gente dotta, a cui non fa bisogno di tante minute osservazioni, per farle ben tosto ravvisare gli oggetti. E l’una, e l’altra maniera è dignissima di sommo plauso; e a chiunque in una d’esse avverrà d’essere eccellentissimo, sicuramente è destinata gran gloria. Più facilmente però io porto opinione, che si conserverà la gravità, e la magnificenza nell’Eroico poema colla brevità Virgiliana, che colla minutissima descrizione delle cose usata da Omero.

Non so approvar tampoco ciò, che aggiunge il nostro Castelvetro. Si può, dice egli, assomigliar la maniera universaleggiata alle pitture picciole, e confuse, nelle quali non si comprendono agevolmente i vizi, e i peccati dell’arte della pittura. E la particolareggiata si può assomigliare alle pitture grandi, e maggiori del naturale, e distinte, nelle quali si scuopre ogni difetto dell’arte. Continua poscia a dire, che i rei dipintori, i quali riconoscono la lor poca sufficienza, non s’inducono a dipingere, se non figure picciole, e confuse, e spesse; ma che i valenti dipintori per dimostrar quanto vagliono, dipingono le figure grandi, e trapassanti la comunale statura. Ai primi dipintori egli assomiglia Virgilio; ai secondi Omero [18] . Ma oltre che potevasi con maggiore stima favellar del divino Principe de’ poeti Latini, più tosto parrebbe convenevole il dire, che la maniera universaleggiata è simile a que’ ritratti, e a quelle figure o naturali, o maggiori del naturale, in cui il dipintore si contenta di segnar le parti principali, e necessarie, senza toccar le minute; ma in tal guisa, che di leggieri le intenda per se stesso chi mira. Laddove la maniera particolareggiata, oltre al dipinger le figure o al naturale, o maggiori del naturale, e segnar le parti necessarie, e principali d’esse, ne esprime eziandio le più minute, e non necessarie, come in un corpo umano le vene, i muscoli, i nervi, i peli, e tutti i lineamenti; onde con tali pitture (che talvolta son troppo finite) nulla si lascia da immaginare a i riguardanti. Ambedue queste maniere sono stimatissime presso a’ dipintori, e ognuna ha per se dei famosissimi Autori. Lo stesso avviene in poesia; e perciò non può dirsi, che Virgilio sia men da lodarsi in comparazion d’Omero; perchè l’uno tenne sentier diverso dall’altro, ma non men glorioso dell’altro. Il nostro Tasso fra i poeti d’Italia più amò di seguitar le orme dell’Epico Latino, scorrendo però talvolta sulle fiorite d’Ovidio; e all’incontro l’Ariosto nel dipingere imitò più volentieri Omero, essendo palese, che le narrazioni del suo Furioso portano gran vivezza di colori, e uso maggiore della fantasia per la particolarizzazione suddetta. E niun fra gli antichi Latini giunse mai a pareggiare in questo la fantasia maravigliosa d’Ovidio. Se altresì il Cav. Marino avesse potuto, o saputo unire alla felicità della sua fantasia le altre virtù necessarie per essere gran poeta, egli avrebbe fatto miracoli. Era in lui (bisogna confessarlo) incredibile la forza di questa Potenza; non ci era oggetto difficile, strano, e minuto, ch’egli non sapesse vivamente ritrar con parole, e porlo sotto gli occhi de’ lettori: tanto aveva egli nella sua fantasia chiare le immagini, tanto prontamente gli sovvenivano tutte le parole più acconce, più proprie, più sensibili per colorirle. E di fatto alla gagliarda Immaginativa de’ poeti, per ben dipingere, è necessario troppo il dono della parola, essendo, come detto abbiamo, le parole i colori, con cui s’esprimono i nostri pensieri; e se i colori non son propri, vivi, ed esprimenti, non si fa ben concepire all’altrui fantasia quello, che s’è prima ben conceputo dalla nostra.

Agevol cosa è però, che la fantasia de’ poeti cada in alcuni spiacevoli eccessi, o almen che poco lodevole appaia la sua pittura, quando non si comprenda ancor meglio la natura di questo sì da me raccomandato uso di dipingere. Non si credesse già taluno, ch’io per dipintura Poetica intendessi quelle Descrizioni delle cose, che a’ giovani principianti, studiosi della Rettorica, o Poetica, fan comporre i maestri, come farebbe quella della Primavera, d’una battaglia, d’un giardino, d’un palagio, della notte, e di simili cose. Certo è, che ancor queste son dipinture, e assai commendabili, quando sono animate da buon pennello. Ma l’eccellenza di quella pittura Poetica, di cui ora parliamo, propriamente consiste nel ben colpire, ed esprimere quel più minuto, più rilevante, e più singolare delle azioni, de’ costumi, e di qualsivoglia oggetto. Laonde si può fare una descrizione d’una battaglia, d’un ubbriaco, d’un ragionamento fra due donnicciuole, e di mille altre cose differenti, senza però dipinger queste medesime cose nella maniera, che noi diciamo. Per descrivere la Primavera, si conteranno i suoi effetti, le sue cagioni, la bellezza de’ fiori, il verdeggiar de gli alberi, il cantar de gli uccelli, e cento altri effetti di quella stagione. Ciò senza dubbio fa intendere, che sia Primavera; ma non per questo si potrà dir posta sotto gli occhi l’immagine viva della Primavera, poichè per avventura non si sarà toccato il minuto di queste parti componenti la Primavera. Adunque si vuol ben por mente, che la finezza delle pitture Poetiche propriamente consiste nel ben’ immaginare con fissa attenzione gli ultimi, e più minuti, e più eminenti, e più necessari colori delle cose, de’ costumi, de gli affetti, delle azioni; e poscia nel vivamente esprimere con parole, e imprimere nell’altrui fantasia queste particelle, minute estremità delle cose. Se si ha da dipingere un’immagine vasta, ed universale, come una battaglia, bisogna discendere ai particolari, e ancora al più minuto di questi particolari, col far mille picciole immagini, che unite insieme formano poscia l’intera, e viva immagine di quel combattimento. Sogliono pertanto gli eccellenti poeti fissamente considerare ne gli oggetti ciò, che appar più sensibile, più raro, e più vivo alla lor fantasia, e ciò, che può più fortemente destar la memoria di quell’oggetto nella fantasia di chi ascolta, o legge, figurandosi attentamente quella cosa presente. Appresso le vestono di parole sì corrispondenti, sì espressive, che il Lettore tosto è costretto a dire il suo core: egli è quello. Cioè veramente egli è quello, ch’io vidi, o vedrei con gli occhi propri, che udii, o udirei colle orecchie mie stesse, quando l’originale di tal cosa fusse presentato a’ miei sensi. Nè questa mirabile forza di muovere l’altrui fantasia da altro nasce, che dall’esprimere quel minuto, ed al ben condurre l’universale ai particolari; poichè la viva dipintura de’ particolari fa poi maravigliosamente risaltar quella dell’universale. Meglio però di me, e più apertamente, gli esempi ci faran palese questa verità. Prende il poeta a narrare, che una persona trovati alcuni fanciulletti commette loro il portare un’imbasciata altrove, e dona loro una frutta per ciascuno. Può egli contar le parole, che questi fanciulli han da riferire; poscia aggiungere il piacer loro in mirar le frutta donate, e spender moltissime parole, senza però far di tutto questo una sensibile, e vivissima immagine, come l’ha veramente fatta il sopra menzionato P. Ceva, maraviglioso dipintore de’ costumi, e della natura. Nel primo libro del suo poema narra egli, che tre figlioletti

. . . . . . summo speculati in vertice nidum

Lusciniæ, jactis glebis, saxisque per auras,

Dejicere instabant.

Quando ecco sopraggiunge loro Maria, che dolcemente sturba la lor fanciullesca applicazione. Ora si osservi bene, come il poeta continui a rappresentar il rimanente, e con quai vivi colori ei dipinga il costume, e l’azione di queste persone.

Huc, ait. Et positis saxis accedere coram,

Improbulos, coenoque manus abstergere iussit;

Eduxitque sinu tria persica, et oscula rite

Ferre prius manibus docuit; primumque Manassi,

Tum Jonathæ, Phineique dedit. Dein jam fugientes,

Acceptis donis, cupidosque ostendere, rursum

Ad sese revocat, prohibensque ea lædere morsu,

Ferre intacta jubet. Vestris et matribus, inquit,

Si vos forte rogent, Maria hæc Jesseïa nobis,

Dicite, dona dedit, gravibus jam libera curis

Huc reditura brevi. Memores hoc deinde tenete:

Dicite, Juditham mihi servent, quam meus Infans

Vult castis thalamis jam nunc sibi nubere Jesus.

Audistis? Juditha meo desponsa Puello est:

Hic meus, hanc, inquam, sibi nuptam destinat Infans.

Sic instat, nomenque iterum, et mandata reposcit,

Ut memores servent, recitentque fideliter omnia;

Et blæsas voces, semesaque dicta reformat.

Tantaque simplicitas erat, ut jam ferre docentem

Præcupidi haud possent. Ite ocyus, ite, puelli.

Ocyus exiguos per culta virentia gressus

Accelerant læti; procul et clamoribus altis

Dona manu ostentant: Maria hæc pulcherrima donat ecc.

Le verità minute di questo costume sono quel far deporre i sassi a que’ figlioletti insolentelli, e far che si puliscano le mani imbrattate di fango; quell’insegnar loro a baciarsi la mano prima di ricevere il dono; quel voler essi tosto fuggire per far mostra delle pesche, ed essere richiamati indietro; quel dir loro tre volte, ed inculcar la medesima cosa, affinchè s’imprima nella lor fievole memoria; far loro ripetere ciò che han da dire, e aiutar la scilinguata pronunzia d’essi; quella lor impazienza, poi la fretta di portarsi a casa, e cominciar da lungi alzando le mani a mostrar il dono ecc. Tutta questa viva dipintura è figliuola d’una gagliarda, e fissa attenzione della fantasia Poetica, la quale dopo aver ben concepute le più minute parti, e le verità più vive del costume fanciullesco, e di questa sì fatta azione, fortunatamente poi l’ha colorita con parole convenevoli. Niuna di queste parole è superflua; tutte esprimono, e tutte insieme fanno evidentemente risaltar l’immagine, che ha proposto il poeta di formare. Noi troveremo le stesse virtù in un’altra dipintura fatta dal Sig. Pietro Jacopo Martello ne’ Fasti di Lodovico il Grande dice egli:

Così Dardano, s’alza, e pria la varia

Piuma il vedi agitar purpureo, e verde;

Ma il color poi, indi l’augel si perde,

E confuso con l’aria appar sol’ aria.

Ecco pure mirabilmente incontrato il più minuto, ed evidente di questi oggetti. Nè con minor felicità osservò il medesimo autore nell’Arte d’amar Dio un costume raro, ma naturale, e vivissimo d’un Pastor cieco. Avendogli chiesto Niccolò Pepoli, perch’egli stesse sì mesto in un amenissimo paese, risponde il Cieco fra l’altre cose.

Se vuoi saper, con che ragione io piango,

Ve’ in alto là; quella è la mia Capanna.

Qui accennava il buon Cieco, alzando il dito,

Ed accennò tutto contrario al sito.

Ma in questo vaghissimo lavorio della Poetica fantasia il punto sta nel ben figurarsi le cose, le azioni, i costumi davanti a gli occhi; poscia per ben dipingere fa d’uopo il mirabilmente coglier le persone in moto, esprimendo quell’istante, in cui vivamente si opera da esse. I poco felici dipintori immaginano bensì, e coloriscono le lor figure in azione, e movimento; ma non fan cogliere quel momento vivissimo, in cui le figure, se fosser vive, opererebbono, e si moverebbono; laonde si mira in quelle figure, quantunque dipinte in moto, un non so che di restio, di morto, e di freddo. Per lo contrario le figure moventisi, fatte da’ primi dipintori, perchè sono state felicemente colte in quell’atto, in quell’istante di movimento, sembrano come muoversi, e per poco giurerebbe l’occhio, che son vicine a muoversi. Altrettanto sa il valoroso poeta. Volendo egli dipinger gli oggetti, i costumi, e le persone in moto, e in azione, fissamente se le figura in quell’atto, e poi adopera sì vivi colori, che ce le fa non solo intendere, ma ancor vedere in quell’atto medesimo. E ciò manifestamente si scorge nelle dipinture del P. Ceva da noi rapportate, in quelle d’Ovidio, e d’altri.

Ora da simili dipinture son ben differenti quelle, che dicemmo propriamente appellarsi Descrizioni; e molto più è diversa da esse quella, che chiamasi Amplificazione, cioè il distendere con molte parole una corta verità con descriver gli antecedenti, i conseguenti, i concomitanti, le cagioni, gli effetti, i relativi, e altre somiglianti varie vedute de gli oggetti, mentovate da’ maestri dell’Eloquenza. Se adunque il poeta andrà amplificando le cose, non per questo si dirà, ch’egli abbia dipinto; anzi non rade volte egli recherà tedio a’ lettori, perchè l’Amplificazione non è propriamente quella viva pittura, ed evidenza, che si forma dalla Poetica fantasia. Lo spiegar ogni cosa con tanta cura, è un trattar chi legge da gente di poco giudizio, quasi non sappiano essi figurarsele senza l’aiuto altrui. E chi ponesse ben mente ai poemi d’Omero, vi troverebbe talvolta in vece di minuti ritratti alcune Amplificazioni o poco nobili, o poco ingegnose, o poco dilettevoli. Se non tutte e tre queste qualità, almen due mi sembra che si truovino nel lib. 9 dell’Iliade colà, dove egli racconta l’arrivo de gli Ambasciatori inviati dall’esercito Greco ad Achille. Appena gli ha questo eroe fatti sedere, che comanda a Patroclo di portar loro da bere. Segue poscia il poeta a così favellar d’Achille.

[19] Ed egli, posto al foco un gran laveggio,

Dentro vi pose d’una grassa capra,

E d’un agnello il tergo. Ancor v’aggiunse

D’un pingue porco una ben unta spalla.

Tenea le carni Automedonte in mano,

E le tagliava intanto il Divo Achille

Con diligenza in pezzi. Ei nello spiedo

Le conficcò, mentre accendea gran foco

Di Menezio il figliuol simile a un Dio.

Ma poichè il foco acceso ebbe deposta

La vampa sua, sopra le brage ei stesso

Stese gli spiedi, e gli spruzzò di sale. ecc.

Altri versi aggiunge il poeta, descrivendo pure ciò, che precedette il mangiare, e dicendo, che Patroclo preso il pane lo distribuì, ed Achille fece lo stesso della carne. E vi avrebbe, cred’io, ancor descritto il lavarsi delle mani, lo spiegarsi delle tovagliuole, i brindisi, e altre molte cerimonie nel mettersi, e dimorare a tavola, se gli antichi Nobili fossero vivuti co’ moderni costumi [20] . Ora io non voglio querelare Omero, perchè egli abbia cangiato il suo primo eroe in un sordido cuoco, o descritti in un poema Eroico senza necessità veruna i vilissimi affari della cucina; il che non si soffrirebbe in un moderno poema, e non dovette nè pur piacere a Longino, il quale nel cap. 38 del Sublime condanna Teopompo, perchè descrivendo un suggetto grande vi mischiò ancor delle cose appartenenti alla cucina. Io, dico, non voglio condannar per questo il Greco poeta, poichè forse a quel tempo non era tanto ignobile, come oggidì, l’arte del cuoco; e alcuni passi d’Ateneo possono in qualche guisa servirgli di scudo. Dico bensì, che questi suoi versi altro non sono, che un’amplificazione poco dilettevole, meno ingegnosa, e non già una dipintura Fantastica. Chi non sa narrare in tal maniera le cose? Poca fantasia, poco ingegno si richiede, quando si voglia descrivere un’azione, se si può cominciar sì da alto a narrar una per una tutte le parti, che precedono l’azione medesima. Non è difficile impresa questa tale Enumerazion delle parti. Poteva Omero con men parole, e con più gloria sbrigarsi da tanti antecedenti, per dir che Achille diè pranzo a gli osti suoi; poichè finalmente nulla ha di vivo questa sposizione d’antecedenti. Altra necessità avea Virgilio nel libr. I dell’Eneide di raccontar precisamente la maniera, con cui i compagni d’Enea salvati dall’imminente naufragio prepararono sul lido del mare qualche ristoro alla fame. Nulladimeno spedisce egli la faccenda in tre soli versi, dicendo:

Tergora diripiunt costis, et viscera nudant.

Pars in frusta secant, veribusque trementia figunt,

Littore ahena locant alii, flammasque ministrant.

Per lo contrario fra le belle dipinture, che ne’ versi d’Omero si scontrino, evidente, e leggiadra mi sembra quella, ove introduce Ettore, che tutto armato prima di portarsi alla zuffa s’accosta al figliuolo per baciarlo. Così spone egli questo fatto, e costume verso il fine del lib. 6 dell’Iliade.

[21] Ciò detto, al figlio suo colle man tese

Per abbracciarlo il prode Ettor si volge.

Ma quei del fiero padre al nuovo aspetto,

E allo splendor dell’arme intimorito,

Alza subito un grido, il volto arretra,

Indi sen fugge al sen della nutrice;

E con guardi tremanti, e mal sicuri

Mira il cimier, ch’orribilmente ei scuote.

L’uno, e l’altro parente allor sorrise,

Ma tosto dal suo capo il grande Ettorre

Togliendo l’elmo, lo depose in terra;

E del fanciul non più tremante, o schivo,

Ben cento baci in sulla fronte imprime.

Quantunque io per avventura non avessi ben’ espressa la vivezza de’ versi Greci, pure non difficilmente si può scorgere l’Evidenza di questo costume, e che veramente la fantasia d’Omero in questo luogo ha con gran felicità, ed Enargia dipinto. Ma bellissima, e piena di singolar maestà si è un’altra pittura, che lo stesso Omero fa in lode d’Apollo nel primo de’ suoi Inni. So, che da gli eruditi non si vuol credere Omero per Autor di que’ Poemetti; ma, se porranno ben mente, concederan questa gloria almeno al primo d’essi, giacchè Tucidide nel 3 lib. delle storie glielo attribuisce. Ora per lodar Apollo, non si fa il poeta a dire, che egli fosse il padre delle belle Arti, dotato di gran valore, maestoso d’aspetto, e simili cose. Ma solamente l’immagina, e ce lo descrive nell’atto, in cui egli entra in cielo, a visitar Giove suo padre; esprimendo tutte le immagini più belle, che l’occhio porterebbe alla nostra fantasia, se di fatto mirassimo una tale azione, e lasciando artifiziosamente al giudizio di chi legge l’argomentare, quanto eminente fosse la riputazione d’Apollo [22] . Eccovi, come francamente Omero comincia quell’Inno

D’Apollo sempre io ricordar mi voglio,

Di cui timore hanno gli stessi Dei,

Qualor di Giove nella Corte egli entra.

Tutti, al suo comparir, dalle lor sedi

Sorgono in piedi i Numi, e van mirando,

Con quanta maestade ei l’arco porta.

Latona sola presso al gran Tonante

Rimansi assisa. Ella al figliuol di mano

Leva le frecce, e la faretra chiude.

Ella, toltogli l’arco dalle spalle,

In alto lo sospende a un aureo chiodo;

Et a seder sopra lucente soglio

Lui disarmato di terror conduce.

Quindi con aurea tazza il sommo Giove

Nettare a lui comparte, e va per gloria

Sì bella prole a gli altri Dei mostrando;

Mentre Latona tacita in se stessa

Chiude gaudio immortal, poichè rimira,

Ch’un sì forte figliuolo ella produsse.

Certamente ad Omero non era giammai avvenuto di vedere Apollo entrante in cielo, ed egli nel crederlo seguiva la falsa opinione del volgo. Contuttociò la sua fantasia movendosi, e unendo tutte le più belle, e nobili immagini, che l’occhio le avrebbe comunicato in mirar quell’azione, ce la dipinge con una ben maestosa vaghezza. Ma in tante altre parti de’ suoi poemi il buon Omero assai si diverte in descrizioni, e amplificazioni, le quali perchè vicine all’intemperanza non sono sempre da lodarsi, e meno son da imitarsi.

Adunque bisogna ben prender guardia, e distinguere la viva dipintura poetica dalle Descrizioni, dall’Amplificazione, e dall’Enumerazion delle parti. La prima espone il più vivo, e il più minuto delle particelle, che la fantasia conosce più rilevanti, mirabili, ed acconce per mettere sotto gli occhi le cose. Vanno le altre annoverando bensì le parti, ma non quelle vive particelle; e più tosto narran le cose; laddove la prima veramente le dipinge. Appresso ha da osservarsi, che questo annoverar le parti, e dilatar le verità coll’amplificazione, se non è da giudiziosa economia accompagnato, può degenerare in eccesso, non dovendosi fermar su tutte le cose il poeta. Il voler d’ogni erba far fascio, ci può condurre in bagattelle, e in poco decoro ne’ grandi argomenti; e per lo contrario più sicuramente, benchè men vivamente alle volte, spirerà maestà, e conserverà la nobiltà dell’argomento, quel contentarsi di mostrar le cose con poche, ma pregnanti, ma proprie parole, come per l’ordinario suol far Virgilio, ne’ cui versi recati di sopra quell’aggiunto di trementia non può esser più vivo, nè rappresentar meglio la verità di quel costume. Non dipinge egli molto la minutaglia delle cose, ma fa in maniera, che l’altrui fantasia immagini più di quel, che si dice; onde sempre ne’ suoi ritratti si ammira la magnificenza, benchè non vi si miri spesso quell’evidente, e viva immaginazion de gli oggetti, che nel vero degna è di gran lode in Omero. Può parimenti dirsi, che il poeta Greco troppo qualche volta descrive le cose, infino a cadere o nel basso, e nel superfluo; perchè non vuol talora lasciar, che la fantasia de’ lettori immagini per se stessa le cose, le quali al decoro, e alla maestà dell’epopeia si sarebbe più convenuto accennar con poche parole, che descriver con molte. Come si conoscono questi eccessi, solamente può nella sua Scuola insegnarcelo il giudizio. Per ora basti sapere, che nell’uso di queste vive immagini dovremo ben camminare con accortezza, essendo necessario il farne la scelta, come appunto fanno i dipintori nel colorire le loro figure. Fra tanti colori, co’ quali si può vestire una figura, essi ne prendono i più vaghi, i più vivi, i più acconci per ben rappresentarla al guardo altrui. Così da i valorosi poeti non tutte s’abbracciano le immagini, che il senso rapporta, o potrebbe rapportare alla fantasia, in mirando qualche oggetto. Ma ne trascelgono essi le più nobili, le più piccanti, le più nuove, e mirabili, che fa rinvenir la fantasia feconda, lasciando da parte le vili, le troppo osservate, le superflue, le dispiacevoli, come quelle, che inspirano alle pitture la stessa loro infelicità, e bruttezza, o non muovono punto, nè dilettano forte l’altrui Immaginativa. È pur da sapersi, che a gli Storici, i quali precisamente non fan profession di dipingere le cose, di rado è permesso far somiglianti pitture col discendere alle verità minute de gli oggetti. Ma i poeti, obbligazion de’ quali è il dipingere, debbono esprimere queste minute qualità, e vive circostanze de’ costumi, delle azioni, e de gli oggetti. Parlano essi alla fantasia; e questa potenza vuol veder le cose, onde richiede immagini sensibili, e acute, che la tocchino, ed imprimano gagliardamente in lei quelle spezie, che l’occhio, o l’udito naturalmente le imprimerebbe. A gli oratori altresì, come quegli, che han da commuovere la fantasia del giudice, o del popolo, non solamente è permesso, ma è necessario talvolta il dipinger le cose all’usanza de’ poeti. Fu ciò insegnato e dalla sperienza, e da Quintiliano nel cap. 3 lib. 8 con queste parole: Magna virtus est res, de quibus loquimur, clare, atque ut cerni videantur, enunciare. Non enim satis efficit, neque, ut debet, plane dominatur oratio, si usque ad aures volet; atque ea sibi judex, de quibus cognoscit, narrari credat, non exprimi, et oculis mentis ostendi. Evidenza, ed Enargia si chiama pure da lui questa virtù di ben dipingere, ed osserva anch’egli, che alcuni errano, accrescendo pomposamente il numero delle particelle minute, dovendosi solamente esprimer quelle, che son più opportune, e più vive.

Abbiam toccato di sopra la maniera tenuta da Virgilio nello stile eroico, la quale è assai diversa dall’omerica. Ora convien meglio ravvisare ancor questo altro cammino glorioso della fantasia nel descriver le cose. Diciamo dunque, che benchè sieno sommamente da commendarsi que’ poeti, i quali sì chiaramente, e vivamente descrivono gli oggetti, che li pongono sotto gli occhi di chi ascolta, o legge; tuttavia non ha minor lode, chi talmente gli espone, che lasci all’altrui fantasia l’obbligazion d’immaginare, e all’intelletto il piacer d’intendere più di quel, che si dice. E nel vero chi esprime in tal guisa le cose, che nulla ci rimanga da pensare, e da immaginar di più, non ci porge se non un diletto, cioè quello di mirar per valore dell’altrui fantasia fatti come presenti all’occhio nostro gli oggetti lontani. Ma chi talmente li descrive, che lasci alcuna cosa da non difficilmente immaginarsi da noi, due diletti ne porge. Uno è quello di vedere come divenir presenti quegli oggetti al guardo nostro; e l’altro è quello di concorrere sensibilmente col nostro intelletto, o colla nostra fantasia alla spiegazione, o piena intelligenza di quell’oggetto. Si rallegra seco stessa l’anima nostra, come d’un parto suo, qualora intende più di quello, che apparentemente dice il sentimento, o si rappresenta dalle immagini altrui. Ella si lusinga, e innocentemente s’adula, perchè abbia trovato per se stessa, e in certa guisa creato ciò, che l’ingegnosa astuzia del poeta le ha a bello studio bensì nascoso, ma renduto facile a intendersi. Laddove chi legge la descrizione chiarissima di qualche oggetto, gusta le bellezze dell’ingegno, e le virtù della fantasia altrui, ma non conosce le sue; perchè non usa veruno studio per intendere una cosa tanto apertamente descritta dal poeta. Porta dunque riverenza a noialtri, e mostra di stimarci assai intendenti, chi sa far immaginare ancora ai suoi uditori, e lettori. Il che naturalmente a noi piace per l’opinion buona, che tutti abbiamo del nostro intendimento. Auditoribus grata sunt hæc (diceva Quintiliano in differente proposito) quæ quum intellexerint, acumine suo delectantur, et gaudent, non quasi audirerint, sed quasi invenerint. E questa virtù, comechè sia comune a tutti i migliori poeti, pure fu singolarmente usata, e senza affettazione, dal Principe de’ poeti Latini. Egli narra le cose, e gli avvenimenti con una maravigliosa franchezza, e maestà; ordinariamente non iscende al minuto delle cose; ma in tal guisa va descrivendole, che qualunque intelletto, e fantasia nobile se le vede come poste davanti a gli occhi, e pure intende più di quello, che in apparenza dal poeta si dice.

Vaghissima in questo genere è sempre paruta quell’immagine, con cui egli dipinge l’azione d’una lasciva fanciulla. Dice egli per bocca d’un pastore:

Malo me Galatea petit lasciva puella,

Et fugit ad salices, et se cupit ante videri.

Quel gittarsi da Galatea un pomo al Pastore, poscia fuggire a nascondersi tra i salci, ma desiderar d’essere veduta, prima d’ascondersi, è un’immagine vera, semplice, e viva d’un’azione, che nulla contiene di men che onesto. Ma da gli accorti lettori s’intende, e s’immagina assai più; e il poeta senza dirlo ha fatto conoscere qualche desiderio, e affetto non molto onesto di quella fanciulla. Avanti a Virgilio fu sposta l’immagine medesima da Teocrito, non so se con egual vaghezza; siccome so che da Lucilio il Satirico più antico de’ Latini, non fu rappresentata la grandezza di Polifemo con quella maestà, con cui poscia ce la fece vedere lo stesso Virgilio. Dice dunque Lucilio.

Multa hominum portenta in Homero versificata

Monstra patent: quorum in primis Polyphemu’ ducentos

Cyclops longu’ pedes etc . . . . . . .

Acconciamente al suo bisogno parlò quel Satirico; ma in un poema nobile, qual’è l’Eroico, non avrebbe con seco portata gran vaghezza questa troppo espressa misura del Ciclope, intendendosi tosto senza altro studio la vastità di quel corpo. Non ci sarebbe piaciuto, che il poeta col compasso avesse misurato quel monte di carne. Eccovi pertanto con quanta nobiltà ce lo rappresenta Virgilio, e come egli lascia a noi immaginare qual si fosse quel mostro.

. . . . . . Expletus dapibus, vinoque sepultus,

Cervicem inflexam posuit, jacuitque per antrum

Immensum . . . . . .

Altro qui non dice Virgilio, se non che Polifemo occupò col corpo disteso una vastissima spelonca. Ma da questa sì grande premessa chi non raccoglie ben facilmente, che smisurata doveva essere la sua corporatura? Appresso torna a descrivercelo il poeta con queste parole:

Monstrum horrendum, informe, ingens, cui lumen ademptum;

Trunca manum pinus regit, et vestigia firmat.

Aggiunge, che pervenuto al mare vi s’inoltra:

. . . . . . graditurque per æxquor

Jam medium, nec dum fluctus latera ardua tinxit.

Quantunque più apertamente, che ne’ primi versi qui si descriva il Ciclope, rimane però tuttavia a’ lettori da intendersi, e da immaginarsi qualche cosa di più di quel che si dice. Portavasi, dice il poeta, dall’accecato Polifemo un pino per bastone; passeggiava egli per l’acque ben’ alte del Mare, che contuttociò non gli giugnevano a bagnare i fianchi. Dunque (dice tra se chi legge) Polifemo era una sterminata mole. Così maravigliosamente un valoroso dipintore fece concepire la vastità di un Ciclope col dipingerlo steso a terra, addormentato, e rannicchiato, mentre alcuni Satiri con un bastone andavan misurando la lunghezza d’uno de’ suoi piedi, che tutto era scoperto. E il Chiabrera ad imitazion di Virgilio nobilmente ci rappresentò Golia, dicendo:

E steso il Terebinto empiea la valle

Colle gran braccia, e coll’immense spalle.

Nè sì proprie poi son del Verso queste immagini, che talvolta non si riscontrino ancora in Prosa. Fra molte, che si potrebbono recare, ne basterà una, che mi fece il dottissimo Sig. Marchese Orsi osservare nell’aureo libro del Conte Baldassar Castiglioni intitolato Il Cortigiano. Quivi nel quarto Dialogo dopo essersi lungamente favellato dell’Amor divino da Messer Pietro Bembo, e da altri valenti Letterati alla presenza della Duchessa d’Urbino: il Sig. Gasparo cominciava a prepararsi per rispondere; ma la Signora Duchessa: Di questo, disse, sia giudice Messer Pietro Bembo, e stiasi a la sua sentenza, se le Donne sono così capaci dell’Amor divino, come gli uomini, o no. Ma perchè la lite tra voi potrebb’essere troppo lunga, sarà bene a differirla insino a domani. Anzi a questa sera, disse Messer Cesare Gonzaga. E come a questa sera? disse la Signora Duchessa. Rispose Messer Cesare: Perchè già è di giorno; e mostrolle la luce, che incominciava ad entrar per le fessure delle finestre. Allora ognuno si levò in piedi con molta maraviglia. Questa immagine fa, senza dirlo, nobilmente comprendere a i lettori, che i ragionamenti di quelle persone dovettero essere di maravigliosa novità, e dolcezza conditi. Poichè nè pur uno s’avvide, che tutta la notte s’era oltra il costume in essi impiegata. Ottimo consiglio dunque per gli poeti sarà, qualora prendono ad esporre qualche azione, od oggetto, lo immaginare le più vive circostanze, e gli affetti più sensibili, che possano accompagnar la cosa, e ferire la lor fantasia; poi queste con ugual’ vivezza imprimere in altrui, quali dal senso prima sarebbono state impresse in noi. Maggior leggiadria sarà eziandio alle volte il tacer quelle immagini, che la fantasia nostra potrebbe aggiungere su quell’oggetto, per lasciar a chi legge, o ascolta, il merito d’immaginarle per se stesso. Nè si dee ommettere, che il giudizioso silenzio talvolta serbato dalla fantasia ha da essere sì discreto, che facilmente possa da chi ne ascolta supplirsi, e intendersi quanto non s’è dall’autore voluto più apertamente spiegare. Altrimenti in vece di recar diletto alla mente, recherà dispiacere, lagnandosi tacitamente l’uditore del suo intelletto, della sua fantasia, se non giunge ad immaginare subitamente, e a capire la nascosa bellezza dell’immagine, che il poeta poteva, e non ha voluto interamente, o meglio scoprire.

CAPITOLO QUINDICESIMO

Delle immagini Fantastiche Artifiziali. Pregio loro. immagini Vere alla fantasia per cagion de’ sensi. Altre Vere, o verisimili per cagion dell’Affetto. Come si formi l’inganno della fantasia. Il Petrarca, il Boiardo, e altri poeti commendati. Amore come immaginato dalla fantasia. Esempi di poeti Italiani.

Ed ecco la prima operazione della fantasia, cioè il vivamente dipingere, ed esprimere le minute verità de gli oggetti, affin di mettere sotto gli occhi della mente o con giudizioso silenzio, o con palese Evidenza quel costume, quell’azione, quella cosa, che si descrive in versi. Egli è manifesto, che sì fatte dipinture porgono all’uomo un singolar diletto, ammirando noi la grande arte, e industria di colui, che imitando con sole parole ci fa veder sì chiaramente quegli oggetti, come se li rimirassimo con gli occhi propri. Altresì è manifestissima cosa, che il vero, o verisimile della natura è il fondamento di queste dipinture; e intanto son realmente belle, in quanto ben’ esprimono qualche verità naturale o d’azione, o di costume, o d’affetto, o d’altra cosa. Ove la fantasia in questo lavorio perdesse di vista ciò, che suole, può, o dee far la natura, ella non dipingerebbe, ella non diletterebbe le altrui Fantasie; perchè il diletto nostro nasce da un velocissimo confrontar la dipintura del poeta coll’originale, che noi altre volte abbiam veduto, o udito, o pur potremmo vedere, ed udire ne’ Regni della natura, trovando noi la lor viva rassomiglianza. Nè d’altri colori ha bisogno il poeta per compor tali pitture, che di parole proprie, potendo esser vivissimo un ritratto, senza pur mischiarvi una metafora. Ma non sempre può la fantasia de’ poeti dipingere in tal maniera; anzi pare tutta questa sua industria ristretta alle sole narrazioni, cioè a quelle congiunture, in cui s’ha a narrar qualche cosa, e quando il poeta parla in propria persona; e per l’ordinario più nelle parti oziose, che nelle operanti de’ poemi. Che se il poeta introduce altri a parlare (come affatto si fa nella tragedia, e commedia, e in parte nell’epopeia) allora è ancor molto più rara la comodità di far simili dipinture. Adunque un’altra maniera di dipingere si suol dalla fantasia mettere in opera. Ciò fa ella con traslazioni, iperboli, immagini fantastiche, e altre forme di sentimenti, le quali, se si considerano dirittamente dall’intelletto, son false, ma però spiegano maravigliosamente, e fan comprendere con dilettevol vivezza un qualche vero della natura, e spezialmente gli affetti umani. Le immagini finqui descritte, perchè a dirittura compariscono ancor vere, o verisimili all’intelletto, sono in certa guisa ancor sue figliuole; onde immagini fantastiche, semplici, e naturali si son da noi appellate. Ma quelle, che seguono, propriamente riconoscono per lor madre, la fantasia, e son fabbricate da lei; perciò fantastiche artifiziali da noi si chiamano a distinzion delle altre.

Ha adunque la fantasia un’altra maniera, un altro artifizio, per ben dipingere le cose, e per dare, o accrescer bellezza, e novità alla materia. Consiste questo artifizio nello spiegar le cose con parole traslate, con espressioni, e immagini, che son false bensì a chi ne considera il senso diritto, ma però sono con tutta la lor falsità sì vive, che nella fantasia, e mente altrui più fortemente imprimono qualche verità, che non si farebbe con parole proprie, con immagini semplici, e dirittamente vere. S’io dico per esempio: Che la bellezza del volto ci rende amabili da per tutto; che il mare è in tempesta; che sempre è vittorioso un eroe; che per accidente si compose il metallo Corintio; che le speranze de gli uomini son vanità etc. con sì fatte espressioni io recar non potrò quel diletto, e quella novità, che apporterò dicendo: Che un bel volto è una possente lettera di raccomandazione in ogni paese; che il Mare sdegnato fa guerra ai lidi; che la Vittoria fedelmente segue tutti i passi di quell’eroe; che il metallo Corintio è figliuol del caso; e finalmente col Testi:

Che le speranze fuggitive, e incerte,

Son sogni di chi dorme a ciglia aperte.

Certo è, che cotali espressioni mirabilmente spiegano, e vivamente ci rappresentano una verità, avvegnachè sieno dirittamente false all’intelletto, non essendo vero, che il bel volto sia una lettera, che il Mare vada in collera ecc. Nè avrei sì dilettevolmente impresse le medesime cose nell’altrui fantasia, se avessi adoperato parole proprie, ed espressioni vere a dirittura. Sono perciò sommamente stimabili queste sì fatte immagini, e tanto più son belle in poesia, quanto più compariscono vive, maravigliose, impensate, nuove, gentili, tenere, nobili, cioè quanto più gagliardamente fan concepire ad altrui la qualità de gli affetti, e delle cose, che noi vogliam rappresentare. Per dare sul bel principio un saggio di queste immagini per pruova, rapportiamone un gruppo veramente leggiadro in alcuni versi del P. Ceva. Dice egli nel lib. 2 del Puer Jesus.

Nox erat. In nidis volucres, in frondibus auræ,

Ipsa etiam ripis stagna acclinata quierant;

Et dormire putes, pictasque in gurgite stellas

Esse quiescentis nitidissima somnia lymphæ,

Quum levis in nimbo delapsa volucribus alis

Lætitia in Terras stellato ex Æthere venit:

Cui comes ille ciens animos, et pectora versans

Spiritus a capreis montanis nomen adeptus,

Ignotum Latio nomen; pictoribus ille

Interdum assistens operi, nec segnins instans

Vatibus ante alios, Musis gratissimus hospes etc.

Il sembrare a questo gentilissimo poeta, che l’acque de’ Laghi dormano, e che le Stelle apparenti per cagion del riflesso ne’ Laghi sieno sogni lucidissimi dell’acqua addormentata, il che fu ancor detto dal Maggi in que’ versi:

L’onda dorme, e scintillate

Con riverbero di Stelle,

Par che sogni luci belle,

Fantasie di cielo amante.

il parergli parimenti, che l’allegrezza come cosa animata scenda dal cielo in terra, e che seco sen venga il capriccio, spirito amicissimo de’ poeti, e de i dipintori: queste son tutte vaghissime immagini artifiziali della fantasia Poetica, le quali con somma novità, con raro diletto dipingono alla nostra alcune verità. Ora di queste fantastiche immagini altre consistono in una sola parola, come le metafore ecc. altre in un senso, e periodo, come le iperboli, le allegorie ecc. ed altre prendono corpo, come le favolette, le parabole, e altre somiglianti immagini, onde si formano interi poemetti. Oltre a ciò queste immagini, che dicemmo non esser vere, o verisimili dirittamente all’intelletto, debbono però a dirittura comparir tali alla fantasia. Cioè dee parere a questa potenza, che sieno vere, o almen verisimili le immagini, ch’ella produce; siccome indirettamente debbono spiegare all’intelletto qualche cosa o vera, o verisimile. Mancando a queste immagini o l’una, o l’altra di queste qualità, elle non saran ben fatte, nè belle.

Cominciamo a sporre in primo luogo le immagini, che naturalmente paiono vere alla fantasia per cagion de’ sensi. Tali chiamo io quelle, che il senso naturalmente rapporta alla fantasia come Vere, benchè l’intelletto agevolmente le scuopra per false. E queste immagini, vere alla fantasia per cagion de’ sensi, piacciono sommamente, sì perchè per l’ordinario portano seco un non so che di maraviglioso, e sì perchè fanno vivamente concepire all’intelletto qualche verità. Chi è per cagion d’esempio in alto mare la sera, altro non mira, che cielo, e acqua; onde partendosi il sole dal nostro emisfero, e tramontando, sembra a’ naviganti, ch’ei si tuffi in mare. E l’occhio sicuramente giurerebbe, che di fatto ei vi si tuffa. Questa immagine, che per se non è vera, ma solo appar vera alla fantasia per cagion de’ nostri occhi, dal poeta è volentieri accolta, e con piacere adoperata, perchè strano, e maraviglioso pare a tutti o il vedere, o il ricordarsi, che quell’infocato pianeta senza suo detrimento si ricoveri nell’acque, e da quelle più che mai risplendente, e vigoroso s’alzi la mattina. Adunque liberamente dissero i poeti per esprimere il tramontar del Sole, ch’egli si tuffa in mare, ch’egli va a dormire nell’acque; ch’egli si lava nell’onde: e simili cose. Parimente dicono essi, che le figure d’una dipintura ben fatta parlano, e sono animate, perchè ciò sembra all’occhio; e leggiadramente lo disse il Tasso in que’ due bellissimi versi, dove descrive le figure di rilievo, che erano nel palagio d’Armida:

Manca il parlar, di vivo altro non chiedi;

Nè manca questo ancor, se a gli occhi credi.

Diciamo eziandio, che mille vaghi colori ondeggiano sul collo delle vezzose colombe, vedendo veramente l’occhio nostro que’ colori, allorchè il raggio del sole ve li dipinge all’improvviso; che le stelle cadono dal cielo nelle notti serene della state, perchè veramente ciò pare all’occhio nostro, allorchè cadono quelle accese esalazioni. Somigliante a queste immagini è pur quell’altra, con cui da’ poeti ci si rappresentano i lidi, e le terre, che fuggono, quando i naviganti da lor si partono. Virgilio nel 3 dell’Eneide così dice:

Provehimur portu, terræque urbesque recedunt.

e l’Ariosto nel Can. 41.

Il Legno sciolse, e fe scioglier la vela,

E si diè al vento perfido in possanza.

Il lito fugge, e in tal modo si cela,

Che par che ne sia il Mar rimaso sanza.

Questo sì strano effetto, benchè falsissimo, pure a gli occhi de’ naviganti sembra verissimo; e il confermò Lucrezio con que’ versi del lib. 4.

Qua vehimur, navis fertur, quum stare videtur;

Quæ manet in statione, ea præter creditur ire;

Et fugere ad puppim colles, campique videntur.

Certo adunque essendo, che il senso nostro veramente vede sì strane cose, nè può dirsi inganno in lui, ma bensì nell’intelletto, quando questo voglia credere ciecamente alle ambasciate del senso; perciò diciamo, che tali immagini son vere alla fantasia, tuttochè tali non sieno dirittamente all’intelletto. Certissimo è altresì, ch’esse vivamente rappresentano qualche verità, ed effetto reale della natura; e che all’udirle noi apprendiamo gagliardamente il muoversi della nave, il tramontar del sole, la bellezza delle dipinture, e altre simili verità, toccando la fantasia Poetica, ed esprimendo una delle qualità più maravigliose, e conspicue, che seco porti quell’oggetto, e che ferisca la nostra fantasia con molta vivezza. Da questo fonte poi per mio credere son nate moltissime di quelle immagini, che iperboli volgarmente s’appellano; imperciocchè l’iperbole è spesse volte fondata sull’opinion de’ sensi, che rapportano alla fantasia quella immagine, come cosa verissima. Il soprammentovato Virgilio dice, che due scogli minacciano il cielo. Dicono altri, che il Monte Olimpo sostiene il cielo, e somiglianti cose, le quali senza dubbio dall’intelletto son tosto riconosciute per false, ma non già da gli occhi, da’ quali, se loro si vuol dar fede, si rappresentan piene di verità. Mirandosi un monte, o scoglio altissimo, par ch’egli tocchi il cielo; onde la fantasia nell’uso di queste immagini segue un vero rapportatole da gli occhi. E benchè poi l’intelletto conosca, non esser sicura la testimonianza de’ sensi; pure da lui si comprende il vero, o il verisimile, intendendosi la grande altezza di quello scoglio, di quel monte, e altre tali verità. Una di queste immagini credo io, che formassero i poeti, quando ci rappresentarono i Centauri popoli della Tessalia mezz’uomini, e mezzo cavalli; perciocchè la prima volta che gli uomini domarono, e cavalcarono quelle feroci bestie, dovette parere a gl’intimoriti riguardanti, che un solo animale fossero l’uomo, e il cavallo. Ciò bastò alla fantasia Poetica per formarne quella sì strana immagine, che senza questa osservazione potrebbe parer male inventata. Ma le immagini, di cui abbiam recati poco fa gli esempi, non compariscono per avventura così belle, come furono presso a gli antichi; poichè per essersi troppo usate da’ poeti, o troppo udite, han perduta la lor novità, e per conseguente la vaghezza [23] , e il maraviglioso. Per ben piacere altrui, sarà d’uopo studiarne delle nuove, o pur fabbricar con grazia sulle vecchie, come tutto giorno si fa da’ valenti poeti.

Altre immagini fantastiche ci sono, le quali son dirittamente vere, o verisimili alla fantasia per cagion dell’affetto. E veramente di queste ha da esser molto dovizioso l’erario poetico. Fia perciò non poco utile il ben ravvisare la lor natura, e bellezza. Si formano queste dalla fantasia, allorchè essa commossa da qualche affetto unisce due diverse immagini semplici, e naturali; e dà loro una figura, o un essere differente da quanto le rappresenta il senso. Ciò facendo, per l’ordinario va la fantasia immaginando, come animate le cose, che sono senz’anima. Veggiamo, come il Petrarca parli, descrivendo la sua Donna, che si diporta per la campagna.

[24] L’erbetta verde, e i fior di color mille

Sparsi sotto quell’elce antica, e negra,

Pregan pur, che ’l bel piè li prema, o tocchi.

Certamente il sentimento dell’occhio, o dell’orecchio, non aveva potuto portar questa immagine alla fantasia, non udendosi, o vedendosi mai fiori, che alla guisa de gli uomini preghino altrui. Dunque la fantasia agitata dall’affetto, movendo le immagini semplici, congiunge quella de’ Fiori colle azioni solite a vedersi negli uomini, e con tale artifizio dà vita ad un’immagine sì gentile, e nuova, qual’è questa. Assai somigliante, e non men leggiadra di questa è quell’altra nel Son. 12 par. 2 dove dice.

L’acque parlan d’amore, e l’ôra, e i rami,

E gli augelletti, e i pesci, e i fiori, e l’erba,

Tutti insieme pregando, ch’io sempr ami.

Virgilio altresì nella prima Egloga disse, che i fonti, e gli alberi chiamavano Titiro, che s’era allontanato da i lor campi.

. . . . . . . . Ipsæ te, Tityre, pinus,

Ipsi te fontes, ipsa hæc arbusta vocabant.

E nell’Egloga 10 dice, che gli alberi, e i sassi piansero in udire il pianto, e i lamenti di Gallo.

Illum etiam lauri, illum etiam flevere myricæ;

Pinifer illum etiam sola sub rupe canentem

Mænalus, et gelidi fleverunt antra Lycæi.

Nel che volle imitar Teocrito. E l’imitò pure nell’Egloga quinta, ove finge, che i Leoni piangessero la morte di Dafni.

Daphni, tuum Poenos ettam ingemuisse leones

Interitum, montesque feri, sylvæque loquuntur.

Ancor queste immagini, quantunque dirittamente da noi considerate sieno false, pure non parvero già tali alla fantasia di Virgilio, il quale anzi le immaginò, e concepì come vere. E la sperienza ne fa continuamente fede. In un Amante la fantasia è tutta piena di quelle immagini, che le sono trasmesse dall’oggetto amato. Lo Affetto violento le fa per esempio concepire come rara, e invidiabil fortuna l’essere vicino alla cosa, che s’ama, e l’essere da lei toccato. Quindi ella veramente, e naturalmente immagina, che tutte le altre cose, che l’erba, che i fiori bramino, e sospirino questa felicità; e in tal guisa immaginò il Petrarca ne’ soprammentovati versi. Ora non può mettersi in dubbio, che questa immagine alla fantasia non sembri o vera, o almen verisimile. E perciò sufficiente ragione ha il poeta d’abbracciarla, e di adoperarla nella poesia, a cui spezialmente si richiede la pompa delle proposizioni maravigliose, e nuove, come appunto è il veder fare azioni proprie di cose animate da una cosa inanimata. È questo un inganno della fantasia innamorata; ma il poeta rappresenta questo inganno ad altrui, come nacque nella sua immaginazione, per far loro comprendere con vivezza la violenza dell’affetto interno.

Che veramente poi si faccia questo inganno, e si formi una tal’ immagine nella fantasia, gli stessi poeti il confessano talvolta, affermando passar loro per la fantasia quell’immagine, senza aggiungere, se le diano fede. Il medesimo Petrarca nel Son. 132 par. 1 tratta quasi la stessa immagine, che testè abbiamo accennata, e dice di Laura.

Come il candido piè per l’erba fresca

I dolci passi onestamente move;

Virtù, che intorno, i fiori apra, e rinove,

Dalle tenere sue piante par ch’esca.

Eccovi come il poeta gentilmente ci descrive l’immagine, che vemente gli passava per la fantasia, in vedere, o figurarsi Laura, allorchè ella passeggiava per un Prato. Dice egli, par, che Virtù esca, che è quanto il dire: Alla mia fantasia pare, ma non dico, che sia vero, che Laura dalle sue dilicate piante tramandi tanta virtù da far nascere, o rinnovare i fiori d’intorno. Appare dunque manifestamente, che queste immagini sembrano Vere alla stessa Potenza per cagion dell’Affetto signoreggiante; e perchè elle fanno con somma vivezza, e leggiadria intendere o la passion grande di chi parla, o la bellezza della persona amata, o altre verità, l’intelletto poetico dà loro ben volentieri licenza di poter uscire alla luce, senza porsi cura di esaminarne la lor diritta verità. Piacemi d’aggiungere al sentimento del Petrarca quello del Conte Boiardo, che non è molto differente. Descrive questo autore nel Can. 3 lib. 1 del suo Orlando innamorato Angelica addormentata sull’erba, e parla in tal guisa.

La qual dormiva in atto tanto adorno,

Che pensar non si può, non ch’io lo scriva.

Parea, che l’erba le fiorisse intorno,

E d’amor ragionasse quella riva.

Quante or son belle nel mortal soggiorno,

E più nel tempo, che beltà fioriva,

Tai sarebbon con lei, qual’ esser suole

Le Stelle con Diana, ella col Sole.

Si è da me interamente rapportata la stanza, perchè parmi tutta bellissima, se forse non si volesse da qualche scrupolosetto condannar per peccato di gramatica il dirsi, qual esser suole le stelle con Diana, in vece di quali esser sogliono. Io a ciò ora non bado, credendo però, che non mancheranno esempi di grandi autori per difesa, o discolpa di tal forma di dire, potendovisi sottointendere qual esser suole il rimirar le stelle. E forse il Boiardo stesso il sapea, poichè agevolmente in vece di dir le stelle poteva dire ogni astro con Diana. Ma considero le belle, e molto leggiadre immagini, ch’egli ci rappresenta. Poichè (nulla parlando de gli ultimi quattro versi, che contengono una vaghissima immagine Intellettuale) que’ due versi

Parea, che l’erba le fiorisse intorno,

E d’amor ragionasse quella riva,

sono un bel parto della fantasia poetica, alla quale parandosi davanti Angelica, Donna secondo l’opinion del poeta bella a maraviglia, addormentata sull’erba, si presenta ancor quell’altra immagine, cioè che l’erba per virtù d’Angelica fiorisse, e che la riva ragionasse d’amore. Anzi tanto naturali son queste immagini, che gli oratori stessi, quando vien loro il destro, con gloria ne adornano i ragionamenti, avvegnachè sia debito loro l’usare lo stil modesto. Eccovi una di queste immagini vive, che passava per la fantasia di Cicerone, allorchè egli in pubblico rendea grazie a Giulio Cesare, che dall’esilio avea richiamato M. Marcello. Parietes, dice egli, medius fidius, C. Cæsar, ut mihi videtur, hujus Curiæ tibi gratias agere gestiunt, quod brevi tempore futura sit illa auctoritas in his majorum suorum, et suis sedibus. Che le pareti della Curia Romana ringraziassero Cesare, perch’egli in breve restituir volesse la sua autorità alla Repubblica, è certo un’immagine, che è dirittamente falsa, ma che però veramente si concepì dalla fantasia di Tullio, e fece intendere a gli ascoltanti l’estremo giubilo, che avrebbe in tutti cagionata la generosa impresa di Cesare. Egli perciò liberamente volle usarla, avvisandoci però con quel suo ut mihi videtur, che questa era opinione, e immagine della sua fantasia, e chiedendo con ciò licenza di adoperarla.

Ma i poeti, che godono maggiore autorità, possono francamente sporre quanto di bello cade nella lor fantasia; nè sono obbligati di sempre avvisarci, che tal sorta d’immagini è quivi nata, lasciando a’ lettori il far prontamente una tale osservazione. Adunque spacciano essi liberamente queste immagini, e dan vivezza a i loro componimenti. Così Orazio non dice, che alla sua fantasia fosse paruto di veder Bacco su per le montagne insegnar versi alle Ninfe; ma con franchezza dice d’averlo veduto. Furono i suoi versi con libertà così tradotti dal Testi nella Canzone Fuggon rapidi gli anni ecc.

. . . . . . Io vidi, il giuro,

Vidi il padre Lieo steso fra l’erbe

Su Cetra armoniosa

Trattar d’avorio, e d’or plettro lucente;

Vidi le Ninfe intente

Starsene al Canto, e alle voci argute

I Satiri chinar l’orecchie acute. [25]

Parimente Virgilio descrivendo la navigazion d’Enea co’ suoi compagni per lo Tevere, dice risolutamente, che le onde di quel fiume, e i boschi si maravigliarono a veder quella gente armata, e le navi dipinte

[26]  . . . . . . . Mirantur et undæ,

Miratur nemus insuetum fulgentia longe

Scuta virûm fluvio, pictasque innare carinas.

E certamente Servio l’antico Sponitor di Virgilio riconosce in queste parole una bella immagine della fantasia, chiamandola però egli non immagine, ma col nome stesso di fantasia. Laus Trojanorum per Phantasiam quamdam ex undarum, et nemoris admiratione veniens. Sull’esempio di Virgilio disse Ovidio, che al comparir della prima nave in Mare, si stupirono le acque.

Prima malas docuit, mirantibus æquoris undis,

Peliaco pinus vertice cæsa vias.

E Stazio nel 9º lib. della Tebaide parlando del fiume Ismeno:

. . . . . . stupet hospita belli

Unda viros, clarâque armorum incenditur umbrâ.

Altrove il medesimo disse:

Et nova clamosæ stupuere silentia valles.

Al qual verso Luttazio, o Lattanzio vecchio espositore nota queste parole: Baccharum vocibus clamasæ valles, destitutæ immolatarum pecudum mugitibus stupuere. Dicit Poeticâ Phantasiâ omnem gregem in illo loco immolatum. Col nome di fantasia intende anch’egli ciò, che noi spieghiamo con quel d’immagine, per non confondere colla fantasia il Fantasma. E perchè noi di sopra veduto abbiamo, come il Petrarca in mirando Laura passeggiante per un prato, disse, che pareva alla sua fantasia di vedere una virtù, la qual’ uscendo delle piante di lei desse vita ai Fiori; udiamo di nuovo lo stesso autore, che ci rapporta l’immagine medesima, senza più accompagnarla con quel pareva. Nella Canzon 4 par. 2 così parla di Laura, quando era fanciulletta.

Ed or carpone, or con tremante passo

Legno, acqua, terra, o sasso

Verde facea, chiara, soave; e l’erba

Con le palme, e co i piè fresca, e superba;

E fiorir co’ begli occhi le campagne,

Ed acquetar i venti, e le tempeste

Con voci ancor non preste.

Alle quali bellissime immagini della fantasia aggiunge egli immantinente quest’altra pure maravigliosa immagine dell’intelletto.

Chiaro mostrando al mondo sordo, e cieco,

Quanto lume del Ciel fosse già seco.

Anche nel cap. 3 del Trionfo della Fama dice l’Autor medesimo; ch’egli vide Virgilio, e uno al cui passar l’erba fioriva, cioè M. Tullio. Ora queste immagini del Petrarca usate, senza dubbio ci rappresentano una maravigliosa cosa, che non è già da’ sensi rapportata alla fantasia, ma è bensì da lei immaginata per cagion dell’affetto gagliardo, che a lei la fa parer vera. S’inganna ella bensì; ma questa opinione, questo inganno, ed oggetto della fantasia essendo bellissimo, ci piace non poco in udirlo, e nello stesso tempo l’intelletto velocissimamente, e con sommo suo diletto raccoglie da questa bizzarra immagine Fantastica un qualche vero, o verisimile della natura.

Ma fra gl’inganni vaghissimi della fantasia non ve n’ha forse alcuno, che sia più noto, e ancor più adoperato di quello, che dà anima all’Amore. Considerandosi dalla fantasia degli antichissimi poeti Gentili, quanta fosse la forza, e virtù sua, parve ch’egli avesse un non so che di Divino; e crebbe tanto questo Idolo Fantastico, che l’immaginarono veramente per un Dio. Non si dilungarono da questa opinione i Filosofi stessi, e il rimanente del popolo; laonde avvenne col tempo, che l’inganno della fantasia il divenne ancora dell’intelletto, e si credette realmente vero da molti ciò, che prima appariva sol vero alla fantasia d’alcuni. Un tal’ errore non cade già più nell’intelletto de’ poeti Cristiani, i quali ben sanno col lume della nostra Santissima Religione, che l’Amore umano esser non può una Deità, qual se la credettero o faceano vista di credere i Gentili, ma ch’egli è una sola passione dell’animo nostro. Contuttociò, qualora i nostri poeti parlano anch’essi di gente innamorata, o sono eglino stessi accesi di tal passione, sembra alla lor fantasia di veder Amore qual persona animata, e di ragionar con lui, e gli attribuiscono tutte le azioni, che si convengono ad una persona, anzi ad una persona dotata d’incredibile possanza, e virtù celeste, e divina. Da questa immagine della fantasia mille altre poi se ne trassero tutte leggiadre, alcune delle quali andrò io ora annoverando, massimamente valendomi del Petrarca, come di quel poeta, che n’è a maraviglia fecondo. Nel Son. 2 p. 1 descrive questo autore il principio del suo innamoramento. Aveva egli per molti anni ricusato di dar ricetto ad amor di Donna; quando egli disavvedutamente un giorno fu colto da quel di Laura. Parve dunque alla sua fantasia, che Amore, cioè quella immaginata Deità, per vendicarsi di tante ripulse dategli dal Petrarca, postosi furtivamente in aguato il colpisse con una saetta. Fu espressa dal poeta in questi notissimi sì, ma sempre bei versi, cotale avventura.

Per far una leggiadra sua vendetta,

E punir in un dì ben mille offese,

Celatamente Amor l’arco riprese,

Com’ uom, che a nocer luogo e tempo aspetta.

Non rapporto il rimanente, perchè abbastanza è noto. Conceputosi in tal guisa dalla fantasia Poetica Amore, gentilmente si fa il Petrarca altrove a pregarlo, che voglia pur sottoporre al suo imperio Laura, la quale colla sua ritrosia parea si beffasse del poter di lui, e schernisse i mali, ch’ella facea sofferire al poeta. Dice egli così nella Ball. 9 p. 1.

Or vedi, Amor, che giovinetta Donna

Tuo Regno sprezza, e del mio mal non cura;

E tra duo tai nemici è sì secura.

Tu sei armato, ed ella in treccia, e’n gonna

Si siede, e scalza in mezzo i fiori, e l’erba:

Ver me spietata, e contra te superba.

Io son prigion; ma se pietà ancor serba

L’arco tuo saldo, e qualch’ una saetta;

Fa di te, e di me, Signor, vendetta.

Nel Son. 28 par. 1 apertamente egli scuopre, come la sua fantasia avesse davanti l’animata immagine d’Amore; poichè dopo aver detto, che a bello studio andava egli usando ne’ luoghi solitari per non iscoprire il suo violento affetto, pure leggiadramente aggiunge questi tre versi:

Ma pur sì aspre vie, nè sì selvagge

Cercar non so, che Amor non venga sempre

Ragionando con meco, e io con Lui.

Il che fu da lui ripetuto nel Son. 25 par. 2, ove dice:

Amor, che meco al buon tempo ti stavi

Fra queste rive a’ pensier nostri amiche,

E per saldar le ragion nostre antiche

Meco, e col fiume ragionando andavi.

Gentilissima è pur quell’altra immagine, ove dolendosi con Amore, così termina un sonetto.

Pur mi consola, che languir per lei

Meglio è, che gioir d’altra; e tu mel giuri

Per l’orato tuo strale; ed io tel credo.

Mai non finerei, se volessi raccoglier tutte le immagini sempre amene del nostro Petrarca intorno ad Amore. Nè meno di lui hanno gli altri poeti poste in uso somiglianti immagini. Parvemi assai viva, e vaga una di Dante nella Vita nuova; e comechè sia espressa con umili parole, tuttavia è maravigliosamente aiutata da un graziosa purità. Essendo morta la sua Donna, dice egli d’aver trovato Amore, che veniva per la via mesto, e con gli occhi bassi, come uomo ch’abbia perduto Signoria, e sia caduto da alto stato. Son questi i suoi versi:

Cavalcando l’altr ier per un cammino,

Pensoso dello andar, che mi sgradia,

Trovai Amor nel mezzo della via

In abito leggier di pellegrino.

Nella sembianza mi parea meschino,

Come avesse perduto Signoria;

E sospirando pensoso venia,

Per non veder la gente, a capo chino:

Quando mi vide, mi chiamò per nome,

E disse: Io vegno di lontana parte,

Dov’era lo tuo cor per mio volere ecc.

Così ora con molte, ed ora con poche parole formano i poeti gentilissime immagini Fantastiche. Anche il Tasso in descrivendo la porta del Palagio d’Armida, a un tempo medesimo, e in poche parole, fabbricò una maravigliosa immagine Pittoresca, e Poetica. Dice egli:

Mirasi qui fra le Meonie ancelle

Favoleggiar con la canocchia Alcide.

Se l’Inferno espugnò, resse le Stelle,

Or torce il fuso: Amor sel guarda, e ride.

Ci fa il poeta in un’immagine sì breve mirar Amore, che intento al filar d’Ercole ride, lasciando a i lettori il gusto d’intendere, senza ch’egli il dica, perchè quel tristo fanciullo si rida di un tale spettacolo; cioè dal considerar ch’egli fa, come ha condotto un eroe sì glorioso a divenir per così dire femmina, nella qual vittoria Amore conosce la sua forza, e se ne gloria, e ne ride. Non so, se per avventura si sia da un altro poeta agguagliata la bellezza di questa immagine del Tasso, laddove egli secondo l’opinion de’ Gentili descrivendo Giove cangiato in Toro, che conduce per mezzo il Mare la rapita Europa, dice:

Ridendo Amor superbamente il mira

Quasi per scherno, e per le corna il tira.

So, che almeno avrà questo autore, ne’ due citati versi, che certo son vaghi anch’essi, inteso d’imitare il Tasso, facendoci vedere quel tristerello d’Amore, qual’ appunto da gli Antichi ci vien figurato, cioè che insuperbisce per aver condotto a tanta bassezza il principal de’ Numi, e con ardir fanciullesco tirandolo per le corna il beffa. Ma prima di questo poeta, e prima di Torquato una immagine alquanto somigliante nacque nella fantasia di Bernardo Tasso suo Padre. Questi nel Can. 15 dell’Amadigi ci rappresenta Europa, la qual si vede coglier fiori.

E del suo novo incognito amadore

Ornar le corna, e la lasciva fronte,

E dell’inganno suo ridere Amore.

CAPITOLO SEDICESIMO

Considerazioni intorno a ciò che è vero secondo l’intelletto, e a ciò che è vero secondo la fantasia. immagini Fantastiche contenenti il vero interno. Nè pur si dovrebbono chiamar Menzogne. Ragioni, perchè ci piacciano. verità astratte vestite con sensibile ammanto dalla fantasia.

Abbiamo assai manifestamente con questi esempi fatto gustar la bellezza delle immagini fabbricate dalla fantasia. Ma perchè nelle ultime da noi rapportate non saprà taluno riconoscere alcuna verità o per parte dell’intelletto, o per parte della fantasia; altri ancora non sapranno intendere, perchè queste sì fatte immagini evidentemente False debbano dilettar gli uomini, essendosi tante volte da noi detto, che il falso dispiace, e che il bello poetico è fondato su qualche vero: convien’ ora sciogliere le difficultà, e mettere ben’ in chiaro questa materia. Dico adunque, esser certo, che le buone immagini artifiziali della fantasia han sempre anch’esse da esser fondate su qualche vero, o verisimile. Ma il vero, o verisimile è di due spezie, come s’è già accennato. L’uno è vero secondo l’intelletto, e l’altro secondo la fantasia. Il vero dell’intelletto è quello, che dall’intelletto è giudicato, e conosciuto internamente essere, o poter esser tale qual si pronunzia, come: Che ogni uomo è animal ragionevole; che le Virtù sono stimabili per l’interna loro preziosità; che la Morte rapisce tutti i viventi; che Cesare fu da’ congiurati ucciso; che la primavera sogliono fiorir le campagne; che Troia fu presa da’ Greci; e simili cose. falso secondo l’intelletto è ciò, che da lui si conosce non essere, o non poter essere internamente, e realmente, qual si rappresenta, o pronunzia, come: che gli uomini volino a guisa d’uccelli; che i fiori parlino; che Amore sia un fanciullo coll’ali, e la fortuna una donna; che ci sieno delle Ninfe Dee del mare, de’ fiumi, de’ fonti ecc. Il vero secondo la fantasia è quello, che si concepisce come vero, o appar vero, e verisimile alla stessa fantasia; ed appunto a questa Potenza può comparir vero tutto ciò, che ora dicevamo esser falso secondo l’intelletto. Ora tutte le immagini han da contener qualche vero secondo l’intelletto, o sieno queste intellettuali, o sieno fantastiche, con questa sola differenza, che le prime han da esser vere, o verisimili di fatto, ed esprimer dirittamente il vero secondo l’intelletto; e le seconde, cioè le fantastiche, possono non essere, o non son vere secondo l’intelletto, considerandone il senso diritto, ma però anch’esse han da esprimere, significare, e far intendere qualche vero, o verisimile secondo l’intelletto. E talor queste l’esprimono sì vivamente, sì leggiadramente, sì nobilmente, che le stesse immagini dell’intelletto con tutta la lor verità reale non possono dilettare con tanto sensibile vaghezza. Per far concepire ad altrui la soavità del Canto, e la melodia della Cetera d’Orfeo, o per dir meglio, l’eloquenza, con cui egli a se tirò, e ammansò genti feroci, e barbare, ci rappresentarono gli antichi poeti quel valoroso Citerista mulcentem tigres, et agentem carmine quercus. Di ciò è testimonio Orazio nella Poetica. Affin di farci ben immaginare la meravigliosa forza de’ due Scipioni, li nominarono duo fulmina belli. Scrissero, che Giove Re di Candia, per condurre a’ suoi voleri Danae, si convertì in pioggia d’oro; volendo conciò significare, ch’egli a forza di danari corruppe l’onestà di quella Donna. Con gentilezza somma altresì l’ingegnoso Esopo immaginò tante azioni, e sì vari ragionamenti d’animali privi di ragione, col fine di farci sempre intendere una qualche bella verità morale.

Adunque, avvegnachè le immagini Fantastiche non sieno Vere a dirittura secondo l’intelletto, pure indirettamente servono ad esprimere, e rappresentar lo stesso vero Intellettuale. Tutte le metafore, le iperboli, le parabole, gli Apologi, e simili altri concetti della fantasia, sono un vestito, e un ammanto sensibile di qualche verità o Istorica, o morale, o naturale, o astratta, o veramente avvenuta, o possibile ad avvenire. All’intelletto appare falsissimo questo ammanto a prima vista; ma penetrando egli nella sua significazione, appresso ne raccoglie una qualche verità a lui cara; non essendo altro in effetto queste immagini, che un vero travestito, e (per usar le parole di Dante) una verità ascosa sotto bella menzogna. Dal che può conoscersi, che il falso non è, come oggetto, o fine, adoperato da’ poeti, ma bensì come strumento utilissimo e mezzo efficacissimo per far concepire dilettevolmente, e gagliardamente all’intelletto quel vero, o verisimile, che è proprio di lui, e che solo può piacere all’appetito ragionevole. Con questo sì necessario occhiale contemplando noi le immagini fantastiche, e tante metafore, iperboli, favole, ed invenzioni dirittamente false, che s’usavano tutto giorno da’ poeti, ci asterremo dal calunniare, e dispreggiar l’Arte loro, come amatrice delle falsità, e menzogne. Anzi tanto egli è vero, che queste immagini della fantasia in effetto non son bugie, nè si debbono considerar per moneta falsa, che la stessa Sacra Scrittura, e il medesimo Salvator nostro, fonte della verità, le usarono ben sovente. Tale era allora, e tale è ancora oggidì il costume de’ popoli d’Oriente, i quali per via di similitudini, parabole, Allegorie, e d’altre immagini fantastiche sogliono esprimere ben sovente i lor sensi. Perciò il divin Redentore con quelle bellissime del ricco Epulone, del Figliuol prodigo, del seminare il grano, delle Vergini savie, e sciocche, del pastore, che ha perduta una pecora, del ferito da gli assassini e con altre simili invenzioni, e immagini della sua fantasia, vivamente spiegò maravigliose verità morali, e teologiche. Empio non men che pazzo sarebbe colui, che tante belle verità coperte sotto il velo delle parabole o non volesse conoscer per tali, o pur le chiamasse evidenti menzogne. Se l’intelletto nostro in esse truova la significazion vera, egli ottiene il suo fine, che è quello d’acquistare il vero. Poco a lui importa, che il vestimento di questo vero sia finto, o falso; anzi si rallegra non poco in rimirare la verità vestita con sì pellegrino, e inusitato ammanto. Il perchè dottissimamente osservò S. Agostino nel libro contra la Bugia a Consenzio nel cap. 10 che i Misteri delle sacre Carte non son bugie. Imperciocchè, dice egli, se ciò potesse dirsi, omnes etiam parabolæ, ac figuræ significandarum quarumcumque rerum, quæ non ad proprietatem accipiendæ sunt, sed in eis aliud ex alio est intelligendum, dicentur esse Mendacia. Quod absit omnino. Nam qui hoc putat, tropicis, etiam tam multis locutionibus omnibus potest hanc importare calumniam, ita ut hæc ipsa, quæ appellatur Metaphora, hoc est de re propria ad rem non propriam verbi alicujus usurpata translatio, possit ista ratione Mendacium nuncupari. Quum enim dicimus fluctuare segetes, gemmare vites, floridam juventutem, niveam canitiem: procul dubio fluctus, gemmas, florem, nivem, quia in his rebus non invenimus, in quas hæc verba aliunde transtulimus, ab istis Mendacia putabuntur. Et petra Christus, et cor lapideum Judæorum, item leo Christus, et leo Diabolus, et innumerabilia talia dicentur esse Mendacia ecc. At non est Mendacium, quando ad intelligentiam Veritatis aliud ex alio significantia referentur.

Sicchè il falso, che dispiace al nostro intelletto, è sol quello, che vuole ingannarci, e tenta di farci credere la bugia, non conducendo noi ad apprendere qualche verità Intellettuale. Ma tali senza dubbio non sono le immagini fantastiche ben fatte, perchè la lor falsità significa il vero, e tende a farcelo più dilettevolmente, e con maniera più pellegrina comprendere. La sola favoletta de’ membri umani, che non volevano più servire al ventre, improvvisamente narrata da Menenio Agrippa alla plebe sediziosa di Roma, non può negarsi, era falsità, una menzogna. Ma perchè il vero suo significato fu prontamente raccolto da gli animi tutti del popolo, operò essa più gagliardamente, che qualunque altro mezzo, e ragione adoperata da’ Senatori per quetare il tumulto. Così quando il Petrarca va dicendo, che il cielo si fa bello in rimirar la sua Laura; quando prega il fiume a baciarle il piede; quando dice, che sotto i suoi piedi nascevano più spessi i fiori: non vuol’ egli per conto alcuno ingannarci con sì fatte immagini, ben sapendo, che niuno è sì sciocco di crederle vere, e nè pur egli le credeva tali. Ma egli intende di spiegarci sensibilmente, e con gratissima gentilezza una verità, cioè l’opinione, ch’egli aveva della beltà singolare della sua Donna, e la forza, e grandezza del suo innamoramento, che il faceva delirar sì vagamente, e in lui cagionava sì leggiadre Fantasie. Così le Iperboli, quantunque riguardate dall’intelletto sieno a dirittura menzogne, pure non tendono ad ingannarci, onde fu detto da Quintiliano mentiri Hyperbolen, nec ita ut mendacio fallere velit. Nè c’ingannano esse, come dicemmo, perchè non men de le altre immagini della fantasia han per fine il farci ben comprendere colla lor significazione il vero. Le immagini poscia Fantastiche tanto più sono stimabili, e belle, quanto più sensibilmente, nobilmente, e leggiadramente cuoprono, e fan concepire ad altrui quel vero, che da esse vien significato. Dalle quali cose può apparire, che queste immagini han da avere il fondamento della lor bellezza sul vero; e che, se loro mancasse questo vero, o più non sarebbono belle, o pur sarebbono poco da stimarsi. E questo sia detto del vero secondo l’intelletto, significato, e rappresentato sotto l’ammanto delle immagini, per rispondere alla prima opposizione. Vedremo più abbasso, come si richieda alle immagini medesime, ch’elle appaiano dirittamente ancor Vere, o verisimili alla fantasia, cioè che contengano quel vero, che abbiamo appellato secondo la fantasia.

Si dee ora soddisfare all’altra opposizione, in cui si diceva, che con tali forme di parlare non può intendersi, come si perfezioni la natura del ragionamento, e come possa dilettarsi cotanto l’anima nostra, amante del vero reale, con queste immagini, le quali tuttochè esprimano qualche verità, pure son false a chi ne considera il senso diritto. E perchè mai, dirà taluno, più non ha da dilettarci il vero a noi rappresentato da vere immagini, da veraci, e proprie parole, che l’espresso con immagini false, e mentitrici espressioni? Rispondo pertanto, che per tre ragioni da queste immagini Fantastiche si perfeziona il ragionamento, e suol con esse ragionevolmente recarsi diletto all’anima nostra. La prima ragione si è, che il vero proposto co’ suoi termini propri, e veri, perchè spesse volte seco non porta novità veruna, non può cagionar senso di dilettazione dentro di noi. Ma, se la fantasia lo veste con qualche nuovo, e pellegrino ammanto, esso allora ci si presenta davanti colla raccomandazione della novità, e può per conseguenza sommamente piacerci. Poca novità, e men diletto ci apporterebbe il dire: che gl’innamorati alcune volte sono accecati dalla lor passione, ed altre ancora son più oculati, e veggono più de gli altri. Che se noi vestiremo con immagine Fantastica la medesima verità, noi potremo renderla viva, leggiadra, e dilettevole. Udiamo, come ciò si espresse dal Tasso nel 2 della Gerusal.

Amor, ch’ or cieco, or Argo, ora ne veli

Di benda gli occhi, ora ce gli apri, e giri,

Tu per mille custodie entro a i più casti

Virginei alberghi il guardo altrui portasti.

Volgendosi il poeta ad Amore, appreso dalla sua fantasia come persona animata, il chiama or cieco, ed ora provveduto di cento occhi, e dice ch’egli ora ci vela con una benda gli occhi, ora ci rende oculatissimi. La qual’immagine reca un nuovo risalto a quella verità, che prima ci sembrava triviale, servendo il capriccioso ammanto, di cui essa è vestita, a farcela maggiormente piacere, e ad intenderla, come avanti, ma con più sensibil gusto.

La seconda ragione, perchè queste immagini ci piacciono cotanto, e danno perfezione al ragionamento, è quella del farci sensibilmente comprendere le verità astratte, e per così dire spirituali. Noi, con tutto il nostro amore alla verità, non sogliamo per l’ordinario amar molto i sentimenti speculativi, perchè questi non possono bene spesso senza fatica ben capirsi, anzi talvolta sono oscurissimi alla maggior parte della gente. Vivendo il popolo assai lungi da gli studi, usa egli per lo più immagini sensibili, e particolari delle cose, valendosi più della fantasia, che dell’intelletto. Laonde per concepir le cose insensibili, ed astratte, gli è necessaria un’applicazione penosa. Dall’eccellente dipintura Poetica se gli suol risparmiare una tal fatica, allorchè l’Immaginativa con sensibili colori, con espressioni, per dir così, corporee, veste le verità difficili, e metafisiche in guisa tale, che agevolmente giunge anche il rozzo popolo a ben’intenderle, e a saporitamente gustarle. Questo gusto d’apprendere con facilità le cose fu osservato da Aristotele nel lib. 3 cap. 10 della Rettor. ove dice: τὸ μανϑάνειν ῥδίως ἡδὺ ϕύσει πᾶσὶν ἐστι: l’imparare con facilità, naturalmente è dolce a tutti. Così Ausonio in una sua Elegia, che una volta s’attribuiva a Virgilio, per trattar della fragilità della vita umana, abbandonando le ragioni Filosofiche, leggiadramente spese tutta l’opera in considerar le bellezze d’una Rosa, che nascono, e tramontano in un sol giorno. Colla qual sensibile immagine dilettevolmente ci fa comprendere la poca durabilità della nostra vita. Veggasi ancora, come gentilmente il Petrarca espone, e dipinge il contrasto, che in suo cuore andava facendo il piacere, e il pentimento d’essersi innamorato. Egli lo rappresenta con quella pellegrina invenzione di citar Amore davanti al Tribunal della Ragione; ove arringando egli contra l’altro, e l’altro difendendosi, ci fanno sensibilmente rimirare, e udir tutte le verità astratte, o i segreti movimenti dell’anima del poeta. Non sono men vaghe, e sensibili le immagini, colle quali Angelo di Costanzo veste sovente i suoi pensieri speculativi, come in quel sonetto, che incomincia:

Se talor la Ragion l’arme riprende

Per ricovrare il già perduto Impero,

E cacciarne il tiranno empio pensiero,

Che gliel ritiene a forza, e lo difende;

Amor convoca i sensi, e gli raccende

A dar soccorso al suo ministro altero:

Sicchè poi d’un conflitto acerbo e fiero

Stanca alfin la Ragion vinta si rende.

Questa battaglia sensibile tra la Ragione, e il Senso, mi fa pur sovvenire d’alcuni bellissimi versi di Garcilasso della Vega, uno de’ più riguardevoli poeti della Spagna. Racconta egli in una sua Canzone, come senza avvedersene s’innamorò; e fra le altre cose dice, ch’egli si fermò a considerar le bellezze della sua Donna.

Estava yo a mirar, y peleando

En mi defensa mi Razon estava,

Cansada, y en mil partes ya herida.

Y sin ver yo quien dentro me incitava,

Ni saber como estava desseando

Que alli quedasse mi Razon vencida;

Nunca en todo el processo de mi vida

Cosa se me cumplio, que desseasse,

Tan presto como aquesta; que a la hora

Se rendio la Señora,

Y al Siervo consentio que governasse,

Y usasse de la ley del vencimiento.

Cioè:

Stava io mirando; e combattendo ancora

Stava la mia Ragione in mia difesa,

Però stanca, e in più parti ormai ferita.

Ed io senza veder chi m’incitava

Dentro, e senza saper, com’io bramava,

Che vinta ivi restasse mia Ragione,

In tutto il corso della vita mia

Compiuto alcun de’ miei desir non vidi

Sì stolto al par di questo; perchè allora

Si rendè la Signora,

E al Servo consentì, che governasse,

E sì del vincitor la legge usasse.

Che se noi prenderemo a disaminar tutti i migliori poeti, apparirà, che essi nelle Opere loro spessissime volte usano queste Fantastiche immagini, per accostare al senso, e far concepire con facilità al popolo quelle verità, e cose, che sono speculative, spirituali, astratte. E questa fu la cagione, per cui gli antichi diedero corpo al sommo Dio, chiamandolo Giove, alla Prudenza formandone Minerva, al Valor militare inventando un Marte, alla Superbia figurando Giunone, alla bellezza sognando una Venere, all’Amore, alle Furie, a i Venti ecc. Poi fecero operar queste immagini fabbricate dalla fantasia all’usanza de gli uomini, benchè poi corrompessero in molte guise i costumi, e la credenza de’ popoli, abusando questa libertà conceduta a i poeti, e facendo creder Deità vere questi chimerici parti, questi Idoli della lor Poetica fantasia. Oltre a ciò, come dianzi accennammo, ancor la nostra santissima Religione non isdegnò di adoperare questi sensibili ammanti delle verità, e cose spirituali, affin di soccorrere al bisogno del volgo ignorante, incapace di ben comprendere gli altissimi, e invisibili suoi misteri. Spiegò essa con dipinture, che cadono sotto il senso, i movimenti del voler di Dio, quelli de gli Angeli, de’ Demoni, con attribuir loro corpo, affetti, ed azioni somiglianti a quelle degli uomini. Del che pure ci fece Dante avvisati ne’ seguenti versi:

Così parlar conviene a vostro ingegno,

Però che solo da sensato apprende

Ciò che la poscia d’intelletto degno.

Per questo la Scrittura condiscende

A vostra facultade; e piede, e mano

Attribuisce a Dio, ed altro intende.

In terzo luogo dilettano assai queste sì fatte immagini, perchè gode l’intelletto nostro di cavar da que’ veli, ed ammanti maravigliosi del vero, il dolce suo pascolo, cioè la stessa verità, quivi a posta celata dall’artifizio della fantasia poetica. Si rallegra egli seco stesso, come della sua penetrazione, ed acutezza, allorchè da un senso, e da una immagine, che è dirittamente falsa, esso raccoglie senza fatica il significato, che è verissimo, e quel vero, che quivi era artifiziosamente incastrato, e nascoso. Questa ragione, come ancor le altre di sopra menzionate, furono espresse da S. Agostino nel mentovato cap. 10 del lib. contra la menzogna a Consenzio, ov’egli trattando delle immagini fantastiche usate dal sacro testo sì nelle azioni, come nelle parole, mostra che elle non possono appellarsi bugie, ma verità, le quali perciò, dice egli, figuratis veluti amictibus obteguntur, ut sensum pie quærentis exerceant, et ne nuda, ac promta vilescant. Quamvis quæ aliis locis aperte, ac manifeste dicta didicimus, quum ea ipsa de abditis eruuntur, in nostra quodammodo cognitione renovantur, et renovata dulcescunt. Nec invidentur discentibus, quod bis modis obscurantur; sed commendantur magis, ut quasi subtracta desiderentur ardentius, et inveniantur desiderata ardentius. Tamen vera, non falsa, dicuntur, quoniam vera, non falsa, significantur. A queste dottissime osservazioni del Santo Dottore aggiungiamo quelle di Tullio nel lib. 3 dell’Oratore. Cerca egli la ragione, per cui le traslazioni, cioè le più brevi immagini, che faccia la fantasia, molto più ci dilettano, che non fanno le parole semplici, e proprie. E immagina egli, che ciò avvenga, perchè lo spiegarsi con parole, e immagini tirate da lontano, e il non valersi delle cose troppo facili, fa testimonianza di non poco ingegno; o perchè l’uditore condotto col pensiero lungi dalla cosa, che vuole spiegarsi, tuttavia s’accorge di non errare, perchè benissimo da quella immagine falsa egli comprende il vero; o perchè da ciascuna parola ne risulta una cosa, e un intero simile se ne forma; o perchè le traslazioni ben fatte accostano le cose a i nostri sensi, e più vivamente le rappresentano. Id accidere credo (sono le sue parole) vel quod ingenii speciem est quoddam, transilire ante pedes posita, et alia longe repetita sumere: vel, quod is, qui audit, alio ducitur cogitatione, neque tamen aberrat, quæ maxima est delectatio: vel quod singulis verbis res, ac totum simile conficitur: vel quod omnis translatio, quæ quidem sumta ratione est, ad sensus ipsos admovetur, maxime oculorum, qui est sensus acerrimus ecc. Ed ecco, s’io non erro, dimostrato, come sieno sommamente da stimarsi, e con quanta ragione ci dilettino le immagini fantastiche, nelle quali abbiamo eziandio fatto conoscere, che si chiude quel vero, di cui va l’intelletto de gli uomini continuamente in traccia.

CAPITOLO DICIASSETTESIMO

Dell’uso della fantasia, e dell’arte di concepire le immagini Fantastiche. Opinione de gli antichi al Furor poetico riprovata. Esso è cosa naturale. Sue cagioni. Commozion de gli Affetti produce l’Estro, e fa delirar la fantasia. immagini spiritose del Petrarca, di Virgilio, del Guidi. Furore acquistato con arte.

Vedutosi da noi il pregio, e la natura delle immagini prodotte dalla fantasia, sarebbe cosa molto utile il dimostrare, in qual guisa si abbiano queste da far nascere, e come dobbiamo usar della fantasia [27] , quando uopo il richiede. Con tale scorta potrà ciascun poeta per lo più promettersi di vivamente comporre alle occasioni, e aver copia di queste sì pregiate immagini. Dico adunque, ch’egli è necessario, che, qualora noi prendiamo a trattare in versi qualche argomento, per quanto si può, la nostra fantasia si risvegli, e si agiti da qualche affetto. Cioè l’argomento ha da eccitare in noi o amore, o dolore, o paura, o odio, o stupore, e simili passioni dell’animo. Queste senza fallo cominceranno ad agitare con furore, estro, ed entusiasmo la fantasia; ed ella in tal modo agitata prenderà la briglia in mano, e si metterà a riguardar la cosa proposta diversamente da quello, che si giudica dall’intelletto, ch’ella sia. Quando l’oggetto è picciolo, vile, povero, a lei parrà grande, nobile, ricco; o per lo contrario più povero, più ridicolo, e vile, secondo la qualità della passione svegliata. Se è senza anima quell’oggetto, si crederà ella di vederlo animato, che oda, parli, intenda; e confonderà con questa mille altre immagini differenti, siccome la sua agitazione le andrà suggerendo. Allora l’intelletto (il quale avvegnachè in tal violenza d’affetto liberamente non signoreggi la fantasia, pure non ha mai da abbandonarla, ma dee sempre assisterle) sceglierà quelle immagini, ch’egli conoscerà più vive, più vaghe, o chiare, e più esprimenti l’affetto cagionato dentro di noi dalla cosa proposta. In tal guisa ci avverrà di creare nobilissime, vivissime, e pellegrine immagini, delle quali vestiremo la proposta materia. Ma può a questo insegnamento opporsi, che in mano nostra non è il muovere la fantasia, come a noi piace; che il Furore poetico per opinion di tutti è regalo conceduto a pochi, essendo esso dono della natura, non acquisto dell’Arte, e che per questa ragione comunemente si afferma: nascere i poeti, e farsi gli Oratori.

Per isciogliere tal difficultà, e insieme per maggiormente sporre questo sì utile argomento, disaminiamone i fondamenti. Certo è, che per furore poetico, e sia entusiasmo, ed estro, intesero gli antichi una certa gagliarda inspirazione, con cui le Muse, ovvero Apollo, occupano l’animo del poeta, e fannogli dire, e cantare maravigliose cose, traendolo come fuori di lui stesso, e inspirandogli un linguaggio non usato dal volgo. Perciò un tal furore si chiamava astrazione, alienazione, o ratto della mente; quasichè più non parlasse il poeta, ma i Numi per lui. Platone senza dubbio in parecchi luoghi, e spezialmente nell’Ione s’ingegna di provare, che questo furore sia cosa divina, e non s’acquisti con Arte. Fra l’altre sue parole sono evidenti queste: Tutti i più insigni facitori di versi, non per arte, ma per divina inspirazione tratti fuori di senno, cantano tutti questi nobili poemi. Appresso dice egli: Il poeta prima non può cantare, che non sia ripieno di Dio, e fuori di se, e rapito in estasi. E portò la stessa opinione Democrito, come ne fa testimonianza Cicerone nel lib. 2 dell’Orat. e nel lib. 1 dell’Indovinazione, ove dice: Illa concitatio declarat vim in animis esse divinam; negat enim sine furore Democritus quemquam Poetam magnum esse posse. Quod idem dicit Plato. Quindi è, che i poeti, non solo antichi, ma eziandio moderni, consapevoli di sì gran prerogativa, si spacciano francamente come ripieni di Dio. Niuna impresa grande da loro si canta, a cui essi non chiamino in soccorso le Muse, o Apollo, o altra superior potenza. Se ciò è vero, come avvisan costoro, egli ne vien per conseguenza, che non può con arte acquistarsi il furore, o estro poetico, ma fa di mestiere aspettarlo dall’arbitrio delle Muse, o d’altra sognata Deità, e indarno si vogliono dar consigli per ottenerlo.

Ma con pace de gli antichi, e de’ moderni poeti, io ben concedo, che non possa divenirsi gran poeta senza un tal furore, ma all’incontro nego, nascere tal Furore da cagion soprannaturale; anzi tengo, esser egli naturalissima cosa, e potersi in qualche guisa conseguir con Arte. E primieramente l’opinion in costoro è convinta di menzogna da i chiarissimi insegnamenti della Religion Cristiana, conoscendosi, che le Muse, Apollo, e l’altre Deità si può, nè una volta si potè da loro inspirar questo Furore a i poeti. E ben mi maraviglio, che il dottissimo Francesco Patrizi nel lib. 1 della Poet. Disput. volesse pur sostenere questa sì mal fondata opinione, come certissima. Secondariamente la sperienza medesima affatto le è contraria; perciocchè qualunque poeta ancor moderno invocando le Muse ne’ suoi poemi, non usa già egli cotale invocazione, perchè aspetti soccorso da quelle chimeriche Deità, o perchè si creda necessario un soprannaturale aiuto per ben compor versi. Ciò fecero gli antichi o per maggiormente accreditar presso il volgo le loro fatiche, o perchè alla lor fantasia sembrava d’essere occupata da ispirazione, più che naturale. Il fecero pure, ed oggidì ancora il fanno i Cristiani, per imitare anche in questo l’uso de’ vecchi, dappoichè han preso in prestito da essi tanti costumi, e tante Deità profane, che sono senza fallo sogni. Mi fo dunque a stimar ben sicura, e fondata l’opinione del Castelvetro (che che ne dicano in contrario il soprammentovato Patrizi, e Faustin Summo) nella Sposizion della Poetica d’Aristotele, ove egli immagina, che Platone secondo il suo costume scherzasse, allorchè scrisse, la poesia essere dono spezial di Dio, conceduta più tosto ad un uomo, che ad un altro; ed infondersi ne gli uomini per Furor divino. Tralascio le ragioni recate da questo acutissimo scrittore in pruova del suo sentimento, e passo a scoprire, per quanto mi sia lecito, l’origine, e cagion vera del Furor poetico, e a dimostrare, che l’uso d’esso cade in qualche maniera sotto i precetti dell’Arte.

Dicemmo di sopra, che per crear le immagini Poetiche, faceva di bisogno agitar prima la fantasia. Ora dico, altro non essere l’Estro, o Furor poetico, se non questa gagliarda agitazione, da cui occupata la fantasia immagina cose non volgari, strane, e maravigliose su qualunque oggetto le vien proposto, ove più, ove meno. Ora molte son le cagioni di questo movimento della fantasia, siccome ancor molti, e diversissimi sono i suoi effetti. Per divina virtù si può agitar la nostra fantasia, e quindi nascono le Estasi, le Visioni, i Sogni, e le rivelazioni soprannaturali. Ma io mi ristringo ora alle naturali cagioni; e queste sono o per parte del Corpo, o per parte dell’anima. Per parte del Corpo si agita gagliardamente la fantasia o dal soverchio cibo, e più dal soverchio vino, o dalle febbri, o dalle frenesie, o da altre malattie, e spezialmente dalla malinconia, che da’ Peripatetici è stimata la principal cagione del Furor poetico. Allora o dormendo noi, o vegliando, proviamo un violento moto nelle interne immagini della fantasia, come tutto giorno si vede ne gli ubbriachi, ed ipocondriaci, e ne’ febbricitanti, e ne’ frenetici. Per parte dell’anima s’agita forte la fantasia dalle violente passioni, come dolore, sdegno, amore, e simili. Fra le cagioni da noi accennate, che per parte del Corpo han virtù di muovere a Furore la fantasia de’ poeti, ancor gli antichi posero il vino, attribuendogli forza maravigliosa per far ben poetare. Macrobio certamente coll’autorità di Platone (forse egli intende il lib. 2 delle Leggi) va persuadendone l’uso, con dire, ch’esso risveglia i semi, e gli spiriti dell’ingegno. Eccone le parole nel lib. 2 de’ Saturnali. Agite, antequam surgendum nobis sit, vino indulgeamus, quod decreti Platonici auctoritate faciemus, qui existimavit fomitem quemdam, et incitabulum ingenii, virtutisque, si mens, et corpus hominis vino flagret. Ovidio confessa, che i poeti carmina, vino Ingenium faciente, canunt. Acutamente pur disse Marziale, che egli bevendo valeva quindi poeti:

Possum nil ego sobrius: bibenti

Succurunt mihi quindecim Poëtæ.

Assai ingegnoso parimente in questo proposito mi sembra un Distico di Nicerato nel lib. 1 cap. 59 dell’Antologia, ove dice, che il vino è un generoso cavallo, cioè un grande aiuto a i poeti:

Oἶνὸς τοι χαρίεντι μέγας πέλει ῖππος ἀοιδῷ.

Υδωρ δὲ πίνων, ϰαλὸν οὐ ϰέϰοις ἔπος.

Un gran destriero al buon poeta è il vino:

Acqua bevendo non farai buon verso.

Ma che sto io ricogliendo esempi? Quasi ognun sa, che Orazio, Tibullo, Alceo, Eschilo, Cratino, Anacreonte, ed altri si confortavano a bere, affinchè potesser meglio compor de’ versi. Potrei ancora adoperare l’autorità de’ moderni; ma basta quanto s’è detto per farci conoscere, che anco da gli antichi si credette cagione del Furor poetico un mezzo naturale, cioè il bere buon vino. Poichè per altro io non intendo consigliar questo aiuto alla fantasia de’ nostri poeti, i quali da me si vogliono amatori della temperanza, e della sobrietà. Non hanno già eglino da odiare il vino, e amar l’acqua sola; ma usar del vino, come de’ servidori, co’ quali, per averne buon servigio, bisogna, che non si dimentichino troppo i padroni. Imperciocchè, siccome diremo appresso, non s’ha mai tanto bisogno di libertà, e chiarezza nella mente, o sia nell’intelletto, che quando si dee compor versi; e di leggieri questa chiarezza s’opprime dal vino, inducendo esso troppo agitamento di spiriti, e un impetuoso aggiramento di fantasmi, da cui la conoscenza delle cose vien distornata. Senza che, il vino regolarmente non è troppo fidato, e sicuro maestro di chi vuol virtuosamente vivere, e saviamente poetare; e perciò nel primo, e secondo libro delle Leggi Platone dichiarandone i pessimi effetti, ne vieta l’uso ad alcuni, e il molto uso a tutti. Adunque senza comportare che molto s’adoperi da’ poeti questo aiuto, se non quanto fosse lor necessario per cacciarsi di capo i tristi pensieri, e la soverchia malinconia, che ci rende stupidi, pigri, e mutoli, passiamo ad altre naturali cagioni, che per parte dell’anima possono agitar la fantasia, e darle soccorso, inspirandole furor poetico.

Questi sono, come io dissi, gli affetti, da’ quali si cagiona gran movimento in noi, allorchè ne siamo assaliti, onde furono essi ancora chiamati movimenti, e moti dell’Animo. Nè io intendo solo quegli affetti, de’ quali partitamente favellano i filosofi morali, come l’amore, lo sdegno, il dolore, e simili; ma ancora tutti gli altri movimenti interni; come la stima, il dispregio, lo stupore, il diletto, la compassione, ed altri non tanto osservati, avvegnachè possano chiamarsi figliuoli anch’essi delle passioni primarie. Che se vuolsi ben por mente, chiaro apparirà, che la principal forza di questi movimenti Dell’animo si fa nella fantasia, a cui si rappresentano mille, strane, pellegrine, e nuove immagini, quando essi regnano entro di noi. E tanto è sovente la violenza della fantasia mossa da questi affetti, che l’intelletto ne rimane oppresso; e allora non può egli esercitare il suo imperio, o portare un diritto giudizio delle cose, o proporre alla volontà il vero, e il buono de gli oggetti, come nel 7 dell’Etica insegna Aristotele. Affinchè dunque s’empia di furore la fantasia, converrà, che il poeta in se medesimo risvegli qualche affetto intorno alla materia propostagli, considerandola in sembiante di bene, o di male, di nobile, o di vile, quando la stessa materia per se stessa, non abbia prima generato nell’animo nostro alcuno di questi differenti moti, come avvien ne’ poeti innamorati. Poscia dovrà scegliere dalla fantasia quelle immagini, che gli parranno o più vaghe, o più maestose, o più vili, o più ridicole, o più terribili, o più vive, e in una parola quelle, che meglio potranno esprimere la qualità della materia, ch’ei prende a trattare. Ora siccome è certo, che naturalmente noi possiamo risvegliare in noi gli affetti, e che qualunque oggetto a noi proposto ci muove, o può muovere ad amore, o a paura, o a sdegno, o a stupore, e a simili altre passioni; così è certissimo, ch’ogni materia può agitare in qualche maniera la nostra fantasia, e per conseguente inspirarci il furore, e fornirci di gran copia d’immagini. Pongasi adunque da’ poeti cura per muover coll’arte un qualche affetto verso la materia, di cui prendono a trattare. Comandi l’anima alla sua fantasia di ruminar l’oggetto propostole, di considerarne tutte le qualità, le circostanze, gli aggiunti; ed ella movendosi gagliardamente, e per forza dall’affetto, formerà nuove, e maravigliose immagini, le quali giudiziosamente da noi trascelte daranno anima, e vivezza disusata alla materia.

Nè già sono altra cosa le figure oratorie, e poetiche, delle quali tanto diffusamente si tratta da’ nostri maestri, e che danno tanta grazia, e nobiltà alle orazioni, e alle poesie, se non il linguaggio naturale di questi affetti in noi risvegliati. Senza questa interna agitazione sarebbono inverisimili, e poco lodate le soppraddette figure. La diversità poi de gli affetti agitanti la fantasia farà ancora diverse, anzi talor contrarie le immagini d’una cosa medesima. Se da un oggetto in noi si sveglia amore, parrà di gran lunga più bello, che non è, alla nostra fantasia. Se per lo contrario ci moverà ad odio, a sdegno, a dispregio, ci comparirà più brutto, e spiacevole di quello che è in fatti. E ciò naturalmente avviene, poichè proprio dell’affetto è turbare, ed alterar l’Animo; e in questa alterazione la fantasia o sola comanda in noi, o almeno non lascia tutto il suo imperio alla Ragione, e all’intelletto per ben giudicare le cose. Quindi Aristotele nel lib. 2 cap. 1 della Rettor. diceva: οὐ ταῦτα ϕαίνεται ϕιλοῦσι, ϰαὶ μισοὖσιν, οὐδ ὸργιζομένοις ϰαὶ πράως ἔχουσιν. ἀλλ’ ἢ τὸπα ράπαν ἓτερα, ἤϰατα αὸ μέγεϑος ἓτερα. A chi ama, e a chi odia, o a chi è sdegnato, e a chi è con animo quieto, simili non appariscono le medesime cose; ma o affatto diverse, o differenti in grandezza. Osservasi come un poeta, che abbia o naturalmente, o con arte, la fantasia commossa dal timore, descriva una tempesta. Pargli, che l’onde minaccino il cielo, che la sbattuta nave ora s’alzi alle Stelle, ora sprofondi nell’abisso. Così Virgilio diceva:

. . . . . . Stridens Aquilone procella

Velum adversa ferit, fluctusque ad sidera tollit.

E Ovidio:

Me miserum! quanti montes volvuntur aquarum!

Jam jam tacturos sidera Summa putes.

Quantæ diducto subsidunt æquore valles!

Jam jam tacturas Tartara nigra putes.

Riscaldata, e commossa in questa maniera, o naturalmente, o con arte, la fantasia dallo Spavento, non considera più le cose, come veramente sono, e nello stato lor naturale; ma le amplifica, le diminuisce, dà loro anima, parole, e sentimenti. Il sonno, i sogni, il silenzio, le cure, i fiumi, i fiori, la vittoria, la morte, e simili oggetti, che dal senso non ci vengono descritti animati nè dall’intelletto si credono tali, allora dall’agitata fantasia ricevono l’anima. Non dice allora il poeta, che i vapori, e le esalazioni producono il tuono, i lampi, e la folgore; ma che Giove sdegnato contra la terra, scaglia quelle infocate, e maravigliose saette. Non dice, che l’aria agitata turba, e sconvolge l’acque del mare; ma che Nettuno col tridente muove le sonore tempeste. Nobilissima è poi l’immagine, con cui la riscaldata fantasia di Virgilio si figurò di veder la calma improvvisamente succeduta in Mare, dappoichè l’Armata d’Enea n’era stata fieramente sbattuta. Parvegli, che Nettuno, senza comandamento del quale era stata risvegliata quella tempesta, alzasse fuor dell’onde il capo, sgridasse i venti, li minaciasse con questi sublimi sentimenti.

Tantane vos generis tenuit fiducia vestri?

Jam Coelum, Terramque meo sine numine, venti,

Miscere, et tantas audetis tollere moles?

Quos ego. Sed motos præstat componere fluctus.

Segue con altri non mai abbastanza lodati versi. Quindi gli sembra, che Nettuno stesso ponga in fuga le nubi, ed acqueti in un momento le onde; e che le Ninfe, e i Tritoni liberino dalle secche, e da gli scogli le navi d’Enea.

Sic ait, et dicto citius tumida æquora placat,

Collectasque fugat nubes, Solemque reducit.

Cymothoë simul, et Triton adnixus acuto

Detrudunt naves scopulo: levat ipse tridenti,

Et vastas aperit syrtes, et temperat æquor,

Atque rotis summas levibus perlabitur undas.

Eccovi come alla fantasia d’un poeta, commossa con arte da un affetto, appariscono le cose diverse da quel che sono; e come queste immagini, che sono bensì dirittamente false all’intelletto, ma son Vere, o almen verisimili alla fantasia, imprimono poi vivamente in chi legge, o ascolta, l’oggetto dipinto con sì vivi, e sensibili colori. Così dal furor poetico s’accresce maestà; si dà novità a quell’azione, e si cagiona diletto, e maraviglia ne gli ascoltanti; laddove narrando la cosa, come naturalmente, e veramente accade, e colle parole proprie, e senza furor poetico, niuno stupore, e poca dilettazione si cagionerebbe dentro di noi. Ancora il Tasso, descrivendo nel Can. 8 le ultime prodezze del valoroso Principe Sveno, dopo aver detto, che

È fatto il corpo suo solo una piaga,

immagina di veder quel Principe, non come uomo, che naturalmente viva. E perchè pargli, che l’anima per cagion di tante ferite debba esser fuggita dal suo corpo, rimirandolo tuttavia combattere, dice:

La vita no, ma la virtù sostenta

Quel cadavero indomito, e feroce.

La qual immagine ci fa concepire uno straordinario valore in quell’eroe. Che Sveno sia un cadavero nol crede già l’intelletto del poeta, ma così l’immagina bene la sua fantasia rapita dallo stupore in figurandosi, e in contemplando un uomo, che tuttavia pugni con tanto ardore dopo tante, e tante ferite. Ancor qui avrei desiderato qualche ragione, perchè paresse questa immagine affettata, e troppo raffinata al P. Boubours. Ma egli si contenta di condannarla sulla sua parola.

Ciò posto, miriamo ora, quali immagini soglia partorir l’Amore nella fantasia agitata de’ poeti. L’oggetto amato allora si presenta ad essi di lunga mano più bello, più virtuoso, più nobile, che di fatto non è. Le azioni ancor menome, e volgari di quell’oggetto compariscono straordinarie, pellegrine, e mirabili alla fantasia dell’incantato Amante. Io per me credo, e il crederà ciascuno, che Laura non fosse dotata di sì maravigliosa bellezza, e di sì rare Virtù quali suppone in lei il nostro Petrarca. Ha ella senza dubbio moltissima obbligazione alla innamorata Immaginativa del suo dotto Amadore, la quale forte agitata dall’affetto concepì quelle sì strane, e vaghe immagini, che noi ammiriamo ora nelle sue Rime. Al poeta preso da questo Furore sembra nel Son. 126 della parte 1 che la natura prendesse in cielo qualche esempio per formare il viso di Laura, e per mostrare in terra quanto era il suo potere lassù.

In qual parte del cielo, in quale idea

Era l’esempio, onde natura tolse

Quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse

Mostrar quaggiù, quanto lassù potea?

Nel Son. 182 della parte 1 gli par, che Amore faccia sapergli, che le Virtù, e il Regno suo proprio periranno, quando Laura lascerà di vivere in terra.

Amor par che alle orecchie mie favelle

Dicendo: Quanto questa in terra appare,

Fia ’l viver bello; e poi ’l vedrem turbare,

Perir Virtuti, e ’l mio Regno con elle.

Pargli nel Son. 210 della par. 1 che tutto il potere della natura, e del cielo nel basso mondo si sia collegato per formare la sua Donna; e invita le genti a mirarla, come una maraviglia.

Chi vuol veder quantunque può natura,

E ’l Ciel tra noi, venga a mirar costei,

Ch’è sola un Sol, non pure a gli occhi miei,

Ma al mondo cieco, che Virtù non cura.

Poscia a questa bella immagine della fantasia aggiunge quest’altra pur nobilissima dell’intelletto.

E venga tosto, perchè Morte fura

Prima i migliori, e lascia stare i rei.

Questa aspettata è al Regno de gli Dei:

Cosa bella mortal passa, e non dura.

Segue la fantasia del poeta a dire quanto le pare intorno a Laura.

Vedrà (s’arriva a tempo) ogni Virtute,

Ogni bellezza, ogni Real costume

Giunti in un corpo con mirabil tempre.

Allor dirà, che mie Rime son mute,

L’ingegno offeso da soverchio lume.

Ma, se più tarda, avrà da pianger sempre.

Mirabile può dirsi questa ultima immagine. Pareva all’innamorata fantasia del poeta, che chiunque volesse vedere un miracolo della natura, e ogni Virtù, ogni bellezza unita in un sol corpo, e non giungesse a tempo di mirar Laura, avesse dappoi a pianger per sempre in pensando, che più non potesse nascer Donna somigliante a Laura, da lui non veduta. E questa immagine maravigliosamente ci fa (senza dircelo) argomentare quanto straordinaria fosse la stima, e quanto grande l’amore, che a quella Donna portava il Petrarca. Il che può dirsi d’altre immagini simili a questa. Altrove cioè nella Canzone 1 par. 2 agitato il poeta dall’amore, e dal dolore, parla al cieco mondo ingrato, lagnandosi della morte di Laura con queste parole:

Caduta è la tua gloria, e tu nol vedi.

Nè degno eri, mentr ella

Visse quaggiù, d’aver sua conoscenza,

Nè d’esser tocco da’ suoi santi piedi:

Perchè cosa sì bella

Dovea ’l cielo adornar di sua presenza.

Poscia nella stanza seguente usa questa altra nobilissima immagine:

Oimè terra è fatto il suo bel viso,

Che solea far del cielo,

E del Ben di lassù fede fra noi.

Potrei rapportar delle altre non men vaghe, nobili, e nuove immagini, che si crearono dalla fantasia del Petrarca, allorchè essa agitata dal Furore, cioè gagliardamente commossa da varie passioni or di tristezza, or d’allegrezza, or di stupore, or di gelosia, or di paura, secondochè Laura se le parava davanti o irata, ed orgogliosa, o pietosa, e benigna, andava ragionando intorno all’oggetto amato. Non voglio però lasciar di dire, che negli esempi finqui recati oltre alle immagini della fantasia ha talvolta luogo eziandio il ragionamento dell’intelletto; cioè alle Fantastiche è congiunta qualche Intellettuale immagine. Ma di ciò parleremo altrove. Ciò, che ho poi dimostrato della fantasia commossa da alcune passioni, può similmente dirsi di tutte l’altre. Pongasi dunque il caso, che noi prendiamo a lodare, o biasimare qualche cosa in versi. Allora noi consideriamo, se quell’oggetto è maestoso, avvenente, virtuoso, e dotato d’altre singolari qualità, ed esso movendo in noi Amore, Stupore, e Stima, ci potrà eziandio empiere di Furor poetico. Se per lo contrario esso è vile, brutto, vizioso, e pieno di qualità biasimevoli, ci porterà a Sdegno, Odio, Dispregio, e Riso. Qualor ci si presenterà da parlar della morte d’alcuno, eccovi il dolore, e la tristezza. E questa morte medesima, se si riguarderà come profittevole, e gloriosa al defunto, cagionerà dentro di noi alleggrezza. Sicchè da uno stesso oggetto potrà la fantasia trar mille o dolorosi, o allegri Fantasmi. Tanto fece la morte di Dafni nella fantasia di Virgilio. Apprendendola egli in prima, come degna di pianto, sfogò la conceputa doglia con alcune belle immagini Fantastiche, le quali da noi si riferiranno più abbasso. Nè guari stette, che riempiendosi la fantasia di giubilo in considerare il defunto Dafni, come Deificato, passò a dire:

Candidus insuetum miratur limen Olympi.

Sub pedibusque videt nubes, et sider, Daphnis.

e poco sotto:

Ipsi lætitia voces ad sidera jactant

Intonsi montes, ipsæ jam carmina rupes,

Ipsa sonant arbusta: Deus, Deus ille, Menalca.

Nelle quali Fantastiche immagini apertamente si scorge il Furore impresso nel poeta dalla passione, che è Madre di così bei deliri. Parimente può scorgersi da sdegno, e riso commossa la fantasia di Francesco Berni contra una mula del Florimonte, la quale ad ogni momento inciampava. Con gran gentilezza disse egli:

Dal più profondo, e tenebroso centro,

Dove ha Dante alloggiato i Bruti, e i Cassi,

Fa, Florimonte mio, nascere i sassi

La vostra muta per urtarvi dentro.

De gli oggetti, che muovono lo stupore, e con ciò l’Estro nella fantasia, piacemi di prender gli esempi da una nobilissima Canzone dell’Ab. Alessandro Guidi, rarissimo poeta de’ nostri tempi. Descrive egli, e mostra le rovine ancor maestose di Roma a gli Accademici Arcadi, quando la prima volta giunsero sul Gianicolo. Eccovi come la sua fantasia tutta agitata dallo Stupore comincia a considerare, e spiegare le antichità Romane:

Noi qui miriamo intorno

Da questa illustre solitaria parte

L’alte famose membra

Della città di Marte.

Mirate là, tra le memorie sparte,

Che glorioso ardire

Serbano ancora infra gli orror degli anni

Della gran mole i danni!

Poscia nella fantasia sempre più riscaldata nascono queste altre nobilissime immagini, che rappresentano Roma ancor gloriosa, maestosa, e superba nelle stesse rovine.

Indomita, e superba ancora è Roma;

Benchè si vegga col gran busto a terra.

La barbarica guerra,

De’ fatali Trioni,

E l’altra, che le diede il tempo irato,

Par che si prenda a scherno.

Son piene di splendor le sue sventure,

E il gran cenere suo si mostra eterno.

E noi rivolti alle onorate sponde

Del Tebro inclito fiume,

Or miriamo passar le tumid’onde

Col primo orgoglio ancor d’esser reine

Sovra tutte le altere onde marine.

Appresso va egli annoverando le più nobili rovine della città con immagini semplici, ma però tutte maestose.

Là siedon l’orme dell’augusto Ponte,

Ove stridean le rote

Delle spoglie dell’Asia onuste, e gravi.

E là pender soleano insegne, e rostri

Di bellicose trionfate navi.

Quegli è il Tarpeo superbo,

Che tanti in seno accolse

Cinti di fama Cavalieri egregi;

Per cui tanto sovente

Incatenati i Regi De’ Parti, e dell’Egitto

Udiro il tuono del Romano Editto.

Seguono altre immagini fantastiche artifiziali, da cui si dà anima all’Anfiteatro di Tito.

Mirate là la formidabil’ombra

Dell’eccelsa di Tito immensa mole,

Quant’aria ancor di sue ruine ingombra,

Quando apparir le sue mirabil mura,

Quasi l’età feroci

Si sgomentaro di recarle offesa;

E chiamaro da i Barbari remoti

L’ira, e il ferro de’ Goti

Alla fatale impresa;

Ed or vedete i gloriosi avanzi

Come sdegnosi delle ingiurie antiche

Stan minacciando le stagion nemiche.

Continua a descrivere il Quirinale con immagini vive.

Quel, che v’ addito, è di Quirino il colle,

Ove sedean pensosi i duci alteri,

E dentro a i lor pensieri

Fabbricavano i freni,

Ed i servili affanni

A i duri Daci, a i tumidi Britanni.

Rivolgendosi poscia la fantasia a più lontani oggetti, così parla il poeta:

Ma, Reggie d’Asia, vendicaste alfine

Troppo gli affanni, che da Roma aveste.

Colle vostre delizie oh quanto feste

Barbaro oltraggio al buon valor Latino!

Fosse pur stata Menfi al Tebro ignota

Come i principi son del Nilo ascosi;

Che non avresti, Egizia Donna, i tuoi

Studi superbi, e molli,

Mandati a i sette Colli,

Nè fama avrebbe il tuo fatal Convito.

Romolo ancor conosceria sua prole;

Nè l’Aquile Romane avrian smarrito

Il gran cammin del Sole.

Con tanti nobilissimi esempi credo io abbastanza dimostrato, come da gli oggetti nasca in noi sempre una qualche passione, o movimento interno, da cui s’agita la nostra fantasia, e si traggono vivissime, e diverse immagini per animare i componimenti poetici. E se ciò è vero, come io lo suppongo verissimo, certo ha pur da essere, che il Furore, o sia Entusiasmo poetico potrà ancor con arte acquistarsi, purchè la fantasia nostra abbia natural vigore, e abilità per muover forte i suoi Fantasmi. Anzi alcuni de’ più accreditati poeti più per benefizio dell’Arte, che per favore della natura, acquistarono questo Furore, come si può credere di Virgilio, d’Orazio, e del Maggi, ciascun de’ quali a forza di grande studio, fatica, e giudizio, più tosto che per agevolezza, e Furore inspirato loro dalla natura focosa, composero versi degni dell’immortalità. È necessario, senza dubbio, che la natura non ripugni all’Arte; ma però all’Arte principalmente si debbe il buon’ uso della natura. Che se la nostra fantasia dalla poco amorevole natura non ha ricevuto prontezza per agitarsi, e per muovere le immagini sue, allora niun Furore poetico, o almen poco si potrà svegliar dentro di noi. Ed è vero in questo senso, che i poeti nascono, perchè bisogna nascere con fantasia non pigra, non istupida, e non difficile a commuoversi, affinchè si possa esercitare la poesia. Dato poscia nella nostra fantasia questo Furore, se le immagini Fantastiche si porteran con forza dalla nostra all’altrui Immaginativa, mirabilmente sveglieranno ancor ne gli altri quell’affetto, che s’è prima sperimentato in noi stessi. E quindi è, che qualora gli stessi Oratori vogliono gagliardamente agitare, e condur nell’affetto suo o il giudice, o il popolo, son costretti a dar di piglio a queste tali immagini, la vivezza delle quali facilmente s’impadronisce dell’animo altrui, e sommamente diletta. Ma queste non si concepiscono vive, e piccanti, se il poeta, e l’Oratore non commuove prima ben bene la sua fantasia, e non l’agita coll’affetto, che vuol’ imprimere in altri. Tale è il consiglio di tutti i maestri, ma spezialmente di Quintiliano, il quale ancora c’insegna, come possiamo prima concitare questi movimenti in noi stessi, con tali parole: At quomodo fiet, ut afficiamur? neque enim sunt motus in nostra potestate. Tentabo etiam de hoc dicere. Quas ϕαντασίας Græci vocant, nos sane Visiones appellamus, per quas Imagines rerum absentium ita repræsentantur animo, ut eas cernere oculis, ac præsentes habere videamur. Has quisquis bene conceperit, is erit in affectibus potentissimus. Hunc quidam dicunt εὐϕαντασιωτὸν, qui sibi res, voces, actus secundum verum optime finget, quod quidem nobis volentibus facile continget. Nam ut inter otia animorum, et spes inanes, et velut somnia quædam vigilantium, ita nos hæ, de quibus loquimur, Imagines prosequuntur, ut peregrinari, navigare, præliari, populos alloqui, divitiarum, quas non habemus, usum videamur disponere, nec cogitare, sed facere. Hoc animi vitium ad utilitatem nostram non transferemus? Ecco la maniera di muovere la nostra fantasia, affin di comunicare con forza a chi ci ascolta le immagini semplici delle cose. Perchè poi maggiormente si suole, e si dee muovere l’immaginazion de’ poeti, che quella de gli oratori, può perciò il poeta concepir immagini artifiziali, più pellegrine, e straordinarie, che non sono le semplici; per mezzo delle quali s’imprimerà vigorosamente qualunque affetto vogliamo nell’Animo di chi legge, od ascolta.

CAPITOLO DICIOTTESIMO

Della maniera, con cui l’intelletto, o sia il giudizio assiste alla fantasia. Censura del Pallavicino poco fondata. Difesa del Petrarca. Riguardi necessari alla fantasia. Esempi del Guidi, del Ceva, d’Orazio, e d’altri. Alcune immagini del Ronsardo, di Cestio, di Gio. Perez, e del Marino poco approvate.

Resta ora da vedersi, come l’intelletto (o vogliam dire il giudizio, e l’Apprensiva superiore) assista alle immagini della fantasia, che da lui son dirittamente conosciute False, e quando ei le permetta l’uso di questi vaghi deliri. Già di sopra s’è per noi dimostrato, che la fantasia è una Potenza sì gagliarda, che può signoreggiare nell’anima nostra, e non ubbidire all’intelletto, benchè sia ufizio di lui il reggerla, e illuminarla per ben concepir le cose, e per formarne un retto ragionamento. Ne’ pazzi, ne’ frenetici, ne gli ubbriachi, in chi sogna, e in chi è sorpreso da violenta ipocondria, o malinconia, poco o nulla opera l’intelletto, e il giudizio. La sola fantasia allor governa l’anima, e senza sentire il freno del giudizio, a suo talento va movendo, e sconvolgendo il Regno delle sue immagini. Essa allora confonde le semplici, e naturali, ne crea delle nuove; ma senza ordine, e senza l’armonia, che le può, e suol somministrare la sicura scorta dell’intelletto. Ora manifestamente si scorge, che la fantasia de’ valenti poeti non opera con questa sovranità, nè sprezza la briglia dell’intelletto; poichè le immagini loro non son, come quelle de’ pazzi, de’ frenetici, e de gli addormentati; ma son dotate d’armonia, d’ordine, di bellezza. Adunque convien dire, che l’intelletto in qualche guisa ritenga il suo imperio sopra la fantasia de’ buoni poeti, da che non può dirsi, che assolutamente, e affatto ei la signoreggi, come fa ne’ Filosofi, e negli Storici; perciocchè, se ciò fosse, non permetterebbe egli le immagini Fantastiche, le quali, considerando il diritto lor senso, evidentemente son Falsi. S’accorda egli perciò colla fantasia de’ poeti, non come assoluto Padrone, ma come amico d’autorità; cioè non comandandole aspramente, nè impedendo i suoi naturali deliri, ma consigliando, e solamente sciegliendo quelle immagini che meglio serviranno a rappresentar qualche vero, o verisimile, sia azione, o costume, o affetto, o sentimento, o altra cosa reale. Quindi il P. Ceva, descrivendo la fantasia, così ne parla nelle sue Selve.

. . . . . . In nobis est quædam nempe Facultas

Periculis vivis se sponte moventibus, omnia

Ad vivum referens. Hanc Mens regit ordine certo.

Assistens operi, et præscribens singula nutu.

Ni faciat; volat illa exlex, deliria pingens,

Qualia murorum in limbis descripta videmus,

In quibus interdum gryphi de vertice natum

Conspicimus florem, cui stans in culmine

Siren Ædiculam manibus gestat, quam tænia longa

Alligat, atque hanc apprensam grus sustinet ungue,

Cui rostrum in frutices, et baccas, cristaque in uvas

Desinit. Haud secus hæc pictrix insana vagatur.

Dalle quali cose comprender possiamo, che non mai tanto è necessario l’intelletto, o sia il giudizio, quanto ne’ poeti, allorchè la lor fantasia è violentemente mossa dal Furore, cioè riscaldata da qualche affetto. Imperciocchè più studio, e forza dee porsi in condurre, e custodire un furioso, che nella guardia d’un uomo quieto. E per verità che i poeti migliori meritano, per dir così, d’esser lodati al pari dell’antico Bruto, il quale non fu mai tanto savio, quanto allorchè pareva più pazzo a Tarquinio il Tiranno; poichè gli apparenti deliri della fantasia Poetica nelle Opere de’ grandi uomini sono accompagnati da maraviglioso giudizio. Onde ben pazzo sarebbe stato Democrito, il quale per testimonio d’Orazio escludeva dal Parnaso i poeti non pazzi, s’egli avesse così parlato per altro, che per ischerzo.

Assiste adunque l’intelletto alla fantasia; primieramente con fare, che sotto il falso delle immagini da lei concepute sempre si chiuda qualche vero, o verisimile reale, ed Intellettuale; cioè che la significazion loro ci esprima una qualche verità. Di ciò abbiam diffusamente ragionato di sopra. Ma non basta, affinchè le immagini fantastiche sieno perfettamente belle, che l’intelletto possa ravvisar in esse almeno indirettamente il vero, o verisimile, ch’è proprio di lui, e che artifiziosamente fu dalla fantasia vestito. Egli è ancor d’uopo, che queste immagini dirittamente appaiano vere, o verisimili alla stessa fantasia; e il conoscer ciò propriamente appartiene al lume dell’intelletto. Sicchè le perfette immagini fantastiche artifiziali dovranno indirettamente contener il vero secondo l’intelletto, e direttamente il vero, o verisimile secondo la fantasia. E chiamiamo vero, o verisimile secondo la fantasia ciò, che naturalmente, e probabilmente si rappresenta come vero a questa capriziosa potenza, benchè poi sia riconosciuto per falso dall’intelletto, s’egli lo considera a dirittura. In molte maniere si parano davanti alla fantasia come vere, o verisimili le cose; o per cagione de’ sensi; o per la comune opinion del volgo; o per lo rapporto de gli storici; o per la forza dell’affetto dominante nel poeta. Comune opinione per esempio è: Che i Maghi facciano coll’aiuto de’ Demoni cose stupende; che la notte vadano girando per l’aria l’ombre de’ morti; che si truovino de gli spiriti chiamati folletti, i quali s’innamorino de gli animali bruti, e razionali, e facciano loro mille scherzi, e beffe; e simili cose, le quali tutte dall’intelletto de’ migliori sempre non riscuotono credenza, e pure alla fantasia del popolo si presentano come certissime, e verissime. Parimente ci è fatto saper dalle storie, e da gli scrittori o antichi, o moderni: che al mondo ci è un maraviglioso uccello appellato la Fenice; che le foglie dell’alloro difendono dalle folgori; che il fiume Alfeo passando sotto il mare coll’acque intatte ritorna a spuntar nella Sicilia; che le verghe di frassino, e d’altri alberi hanno virtù d’impaurire, e mettere in fuga i serpenti; e quelle di nocciuolo di scoprire i tesori nascosi sotterra, e le sorgenti dell’acque; che tante città in Italia han ricevuto il lor principio da Ercole, e da altri favolosi Eroi dell’antichità; e altre sì fatte opinioni, alcune delle quali son più, e altre meno verisimili, e altre Inverisimili, e false all’intelletto de gli eruditi. Ma la fantasia, potenza meno scrupolosa, non ha difficultà veruna in riconoscerle tutte per vere, e verisimili, vedendosele rappresentate come tali da Plinio, Solino, Erodoto, Eliano, e mille altri scrittori famosi. Alla fantasia dunque basterà uno de’ menzionati fondamenti per fabbricarvi sopra delle immagini, le quali per tal cagione sembreranno a lei Vere, o verisimili. Anzi le basterà, che i poeti medesimi abbiano prima affermato qualche cosa, affinchè ella possa con gloria valersene, come è il dire, che ci son delle Ninfe ne’ fonti, ne’ fiumi, ne’ mari, de’ Satiri, de’ Fauni per le selve, delle Furie, delle Sirene, delle Arpie, e simili cose. Onde con piacere leggiamo ciò, che fu immaginato da Catullo dell’Argonautica, colà dove descrivendo il primo comparir delle navi nel Mare, dice che le Ninfe misero fuori dell’acqua il capo, ripiene di maraviglia in rimirando macchine sì grandi nel Regno loro. Fu bastevole fondamento alla fantasia di Catullo per concepir questa bella immagine l’aver prima appreso come cosa Vera, che vi fosser delle Ninfe marine.

Trovatosi pertanto dalla fantasia qualche fondamento di creder Vere le cose, che le son rappresentate come tali o da’ sensi, o dalla popolaresca opinione, o da gli Storici, e scrittori; potrà quella Potenza onoratamente valersene, e lavorarvi sopra le immagini sue. Dovrà l’intelletto assisterle dopo ciò, affinchè si scelgano da essa le più nobili, maravigliose, e leggiadre; nè le permetterà lo spaccio di quelle, che son ridicole, sciocche, e fondate solamente su i sogni di poche vecchierelle, e di qualche scimunito scrittore, quando non si trattasse appunto di far ridere i suoi lettori, o si volesse dilettare il sol popolazzo. Ma il fondamento, che più spesso ha la fantasia di creder Vere, o verisimili le cose, vien da gli affetti, il risvegliamento de’ quali abbiam,perciò detto essere cotanto necessario, perchè la fantasia si riempia di Furor poetico, e partorisca nobili, e pregiate immagini. Per cagion di questi affetti ben sovente i poeti danno l’anima a cose, che ne son prive, immaginando in esse pensieri, ragionamenti, ed azioni stravaganti, ma con felice, e lodevole ardimento, e con maraviglioso diletto altrui. Sono bensì False dirittamente all’intelletto queste sì strane immagini, ma dirittamente compariscono Vere alla fantasia de’ poeti, perchè agitata da quelle passioni. E in tal proposito siami lecito di dire, che il dottissimo Cardinal Pallavicino poteva nel Tratt. dello Stile lasciar di riprendere, come fondata sul falso quella immagine del Tasso, ove prima di descrivere l’ultima battaglia de’ Cristiani con gl’Infedeli dice, che s’erano dileguate le nubi, e che

.  .  .  .  . senza velo

Volse mirar l’opere grandi il cielo.

La ragione, per cui non piace questa immagine al Pallavicino, è tale. Noi ben sappiamo, dice egli, che il cielo materiale non ha occhi per vedere, nè anima per volere; e che gli abitatori del cielo (se di loro forse intendesse) non sono impediti per qualunque folto velo di nuvole dal mirar l’opere de’ mortali. Ma egli non dovea misurar l’immagine del Tasso colla regola delle Intellettuali, che hanno ancor dirittamente da comparir Vere all’intelletto, ma bensì con quella delle Fantastiche, perchè tale di fatto, e non Intellettuale è questa. Certo è, che l’Intelletto ancor de’ più ignoranti scuopre tosto per falsa l’immagine menzionata, siccome avviene considerando il senso diritto di tutte le immagini Fantastiche. Altresì però è certo, che alla fantasia dirittamente comparisca assai vero questo sentimento, e che con esso gentilmente si spiega una verità, cioè che in quella memorabile giornata fu una universale serenità nell’aria. O qui s’intenda il cielo materiale, potè la fantasia del Tasso, piena di stupore in considerar quella famosa impresa, immaginarlo animato, come altri han fatto, e intento, a rimirar le glorie de’ Cristiani, come tutto giorno fanno i poeti d’altre cose inanimate. O s’intenda il cielo formale, cioè gli abitatori del cielo, potè parimente parere alla fantasia per relazion de’ sensi, che le nubi fossero un ostacolo alla lor vista per mirar l’opere de’ mortali, siccome veramente impediscono a i mortali il rimirar quelle del cielo. Tanto bastò alla fantasia per concepir quella immagine Fantastica, e tanto doveva considerarsi dal dottissimo Censore. Non lasciano perciò d’esser belle queste immagini, tuttochè il diritto lor senso appaia falso all’intelletto; poichè almeno indirettamente appaiono vere all’intelletto medesimo, e direttamente ancor son tali alla poetica fantasia.

Se con questi lumi osserveremo alcuna delle immagini usate dal Petrarca, noi le troveremo ben provvedute della qualità mentovata, cioè dirittamente Vere alla sua fantasia per cagion di qualche passione. Consideriamo spezialmente, come egli ragioni dopo la perdita di Laura, motivo a lui, se gli crediamo, d’inestimabil dolore. Percosso da questo gagliardo affetto va egli immaginando cose, che senza dubbio considerate dall’intelletto son False, ma non son già tali alla sua fantasia. Spesso gli sembra di mirar viva la sua Donna, che a guisa d’una Ninfa si segga sulla riva della Sorga.

Or in forma di Ninfa, o d’altra Diva,

Che del più chiaro fondo di Sorga

esca, E pongasi a sedere in su la riva;

Or l’ho veduta su per l’erba fresca

Calcar i fior, com’ una donna viva,

Mostrando in vista, che di me le incresca.

Altrove s’immagina di mirarla in atto compassionevole assisa presso al suo letto, e d’udirla ragionar cose maravigliose, e aggiunge le parole, ch’ella dicea.

Fedel mio caro, assai di te mi duole:

Ma pur per nostro ben dura ti fui,

Dice, e cos’altre d’arrestar il Sole.

Quanto fosse il turbamento della fantasia del Petrarca in amar Laura ancor morta, e per conseguenza gagliarda la sua passione, chiaro si scorge da questo ultimo bellissimo verso; poichè la fantasia di lui immaginava sì dolci, sì maravigliose le parole di Laura, che le pareano possenti a fermar il Sole. La quale immagine, quantunque dall’intelletto nostro si conosca falsissima, pure verissima parve all’innamorata, e addolorata fantasia del Petrarca, e naturalmente per forza dell’affetto ivi si produsse. Così ancor può dirsi delle altre immagini nate in quel delirio, e furor della sua afflizione, che sono Intellettualmente False, ma paiono Verissime all’agitata fantasia; e oltre a ciò mirabilmente ci conducono ad apprendere una verità reale, e certa, cioè la gran doglia, il sommo amore del Petrarca, e la beltà, e gloria di Laura.

A questi lodevoli deliri della fantasia commossa da gli affetti non dovette ben por mente l’autor franzese della maniera di ben pensare, quando egli con ischerzo osò mordere due versi del medesimo Petrarca, colà dove egli dice a Laura già morta:

Nel tuo partir partì del mondo amore,

E cortesia ecc . . . . . . . [28]

E dice quell’autore, che non abbiam molto da affliggerci; perchè l’amore, e la cortesia son tuttavia rimasi nel mondo, benchè ne gli abbia fatti partire il Petrarca. Ma certissimo è, che questa immagine era Vera, e naturale nella fantasia del Petrarca addolorato. Chiedasi a chiunque dalla Morte poco avanti è stato privato di qualche amatissima persona; ed egli dirà francamente, parergli, che più non ci abbia da essere allegrezza per lui; parergli il mondo un tormentosissimo soggiorno; e non esserci più cosa, che il diletti, che gli sembri bella. Aggiungerà, che la sua fantasia è solamente piena dell’oggetto perduto; ch’egli sovente il vede con gli occhi interni, e che non ha altra consolazione, che la speranza del morire. Che se si parla d’un amore assai cocente verso qualche onesta, e virtuosa Donna, ci farà egli sapere, che a lui niun altra Donna pare o bella, o amabile. Tutte le Virtù gli parranno raccolte in quell’una; e tolta dal mondo colei, tanto sarà turbata l’amante fantasia, che crederà non esser nel mondo rimasa bellezza, o Virtù. Ciò senza dubbio avviene a chi ha una bell’anima, e porta amor tenerissimo alla cosa perduta. Nè può ben’ immaginarsi da chi fatta non ne ha la pruova, quanta copia di strane, e diverse immagini si concepisca da chi veramente è condotto a tal disavventura. Ora il Petrarca non sol teneramente, ma ancor oltre al dovere avea amato Laura, poich’egli stesso aringando contra d’Amore confessa:

Questi m’ha fatto men amare Dio,

Che io non doveva, e men curar me stesso:

Per una donna ho messo

Egualmente in non cale ogni pensiero.

Potea poi Laura essere dotata di rare virtù; e queste maggiori ancora, ed incredibili comparivano per cagion della gagliarda passione all’innamorato Petrarca. Quindi naturalmente avveniva, che dopo averla perduta, gli paresse perduto il mondo. E nel vero egli più del dovere avendola amata; aveva in lei collocati tutti i suoi pensieri, tutta la sua felicità, e per dir così tutto il mondo; perlochè una volta disse questo vaghissimo, ed affettuoso sentimento:

Mai questa mortal vita a me non piacque,

(Sassel’ Amor, con cui spesso ne parlo)

Se non per lei, che fu ’l suo lume, e’l mio.

Confessa egli adunque tutto ciò, che si parava davanti alla sua agitata fantasia dopo la morte di Laura, e dice:

Or hai fatto l’estremo di tua possa,

O cruda Morte; hor hai ’l Regno d’Amore

Impoverito; or di bellezza il fiore,

E’l lume hai spento, e chiuso in poca fossa.

Or hai spogliata nostra vita, e scossa

D’ogni ornamento, e del sovran suo onore ecc.

Altrettanto parve alla fantasia di Virgilio nell’Egl. 5 ove piange la morte di Dafni. Dice egli, che dopo la sua morte Pale Dea de’ Pastori, ed Apollo aveano abbandonata la campagna; che in vece dell’orzo seminato nasceva loglio, e sterile vena; e che in vece di fiori spuntavano spine, triboli, e cardi. Ma per veder sensibilmente descritti i deliri della fantasia del Petrarca, veggasi là dove egli, dopo aver detto, che gli tornava a mente, cioè (come dee intendersi) che gli appariva alla sua Immaginazione Laura, qual da lui fu veduta in sull’età fiorita, segue a ragionare in tal guisa.

Sì nel mio primo occorso onesta, e bella

Veggiola in se raccolta, e sì romita;

Ch’io grido: Ella è ben dessa; ancora è in vita;

E’n don le chieggio sua dolce favella.

Talor risponde, e talor non fa motto.

Io, com’ uom, ch’erra, e poi più dritto estima,

Dico alla mente mia, tu se’ ingannata.

Può ciascuno ora intendere, come un gran dolore turbi gagliardamente la fantasia de gli uomini, e come a questa Potenza si vadano rappresentando stranissime, e diverse immagini, le quali paiono allora Verissime a lei, benchè sieno Falsissime, considerate poscia con libertà dall’intelletto. Perciò poco ragionevolmente si moverebbe guerra al Petrarca, perchè gli paresse, che nel partir di Laura dal mondo fossero ancor partiti, Amore, e Cortesia. Ciò per cagion dell’affetto violento sembrò allora Verissimo alla fantasia del Petrarca; e tutto giorno il sembra a quella di chi è fieramente addolorato. Anche il Bembo nella morte d’un suo amatissimo fratello concepì la stessa immagine, se pur non vogliam dire, ch’egli fedelmente la copiò dal suo maestro, con dire:

Valore, e cortesia si dipartiro

Nel tuo partire; e ’l mondo infermo giacque;

E Virtù spense i suoi più chiari lumi;

E le fontane, e i fiumi

Negar la vena antica, e le usate acque;

E gli augelletti abbandonaro il canto,

E l’erbe, e i fior lasciar nude le piaggie;

Nè più di fronde il bosco si consperse.

Parnaso un nembo eterno ricoperse;

E fu più volte in mesta voce udito

Dir tutto il colle: o Bembo, ove se’ gito?

Sicchè il poeta rappresentante se stesso, o altra persona agitata da qualche violenta passione, lodevolmente espone i deliri della sua fantasia; e questi allora son Verisissimi alla commossa Potenza. Che se l’intelletto riconosce poi false queste immagini, ciò nulla importa; imperocchè la lor falsità serve ad imprimere più vivamente che mai ne gli ascoltanti, e lettori, qualche verità propria dell’intelletto, cioè a far concepire, e intendere ad altrui la forza della passione, agitante la fantasia de’ poeti. Perchè però di leggeri può sembrare ad alcuno, che non tutte queste immagini sì strane sempre appaiano Vere alla fantasia de gli addolorati; e tali parranno i due ultimi versi del Bembo:

E fu più volte in mesta voce udito

Dir tutto il colle: o Bembo, ove se’ gito?

Io dico darsi moltissime immagini, le quali se non Vere, almeno verisimili appaiono a quella capricciosa Potenza, quando essa è presa da bollenti affetti. E ciò basta, affinchè le immagini sue si dicano concepute con ottimo gusto. Per cagione appunto di questa verisimiglianza è leggiadra l’immagine conceputa dalla fantasia di Francesco Flavio nella morte di Serafino dall’Aquila famoso poeta. Pieno esso di doglia così dà principio ad un sonetto.

È morto il Serafin. Roca è la lira,

E Amor non punge più col dardo aurato.

Venne dal Ciel; nel cielo è ritornato:

Ivi suona, ivi canta, ivi respira.

Poscia va egli immaginando ciò, che pargli verisimilmente (secondo la sentenza degli antichi poeti) avvenuto in cielo a sì degno personaggio. Sembragli, dico, che ogni Nume, o Pianeta abbia voluto a gara fermar Serafino nel suo cielo; e poscia con questa spiritosa querela si rivolge alla Morte dicendole:

Che hai fatto, Morte? Il tuo funesto zelo,

Senz’onor tuo, lasciato ha ’l mondo in pianto,

E seminata ancor discordia in cielo.

Nel turbamento però della fantasia egli è ben necessario, che l’intelletto fedelmente la regga, affinchè s’abbraccino da essa immagini non disordinate, inverisimili, e confuse, ma bensì quelle, che son più gentili, tenere, nobili, e significanti la qualità di quell’affetto, che signoreggia nell’anima, e di quel soggetto, che s’ha per le mani. Il che non molto difficilmente occorre, ove s’abbia sempre davanti a gli occhi interni la natura, e il verisimile, ben conoscendo il purgato intelletto ciò, che naturalmente e verisimilmente può, e dee la fantasia immaginare secondo i differenti affetti, che svegliano quella passione. Perciò la via sicura di sapere, se queste immagini sieno belle, e conformi al buon gusto, è il considerare, se s’accordino col giudizio, cioè se l’intelletto sano le conosca verisimili alla Potenza immaginante. Ed allora l’intelletto dirà, che tali le riconosce, quando la fantasia ha qualche fondamento o vero, o verisimile di concepir quell’immagine, siccome s’è finqui dimostrato. Appresso, noi osserviamo, che dopo aver la fantasia agitata dato l’anima a qualche oggetto, ella dee attribuire a questo suo idolo azioni verisimili, e naturalmente convenevoli alla natura d’esso, come se daddovero fosse animato. Ponghiamo per esempio, che dalla fantasia, ripiena d’estro, cioè di qualche affetto, si dia l’anima al tempo, e che s’attribuiscano a lui umane passioni, costumi, sentimenti, e parole. Tutte le azioni, che probabilmente si dovrebbono fare, tutti i pensieri, che verisimilmente dovrebbono cader in mente di questo finto personaggio, conterranno gran bellezza; e maggiore ancor sarà la bellezza, se i fatti, e i pensieri, immaginati in idolo tale, saranno i più nobili, e leggiadri, che potessero farsi, e concepirsi dal tempo, quando ei fosse veramente dotato d’anima. S’affisa dunque gagliardamente la fantasia in quel suo fantasma; e figurandosi il poeta d’essere il tempo stesso, egli pensa, parla, ed opera con tutto il decoro, con tutta la maestà, o gentilezza, con cui l’idolo dovrebbe parlare, ed operare. Così l’Ab. Alessandro Guidi volendo lodare la magnificenza di Roma moderna, introduce il tempo come cosa animata; poscia con finissima verisimiglianza gli attribuisce le più pellegrine immagini, e riguardevoli riflessioni, che possono a lui convenire. Proprio è del tempo il distruggere i regni, le città, le fabbriche. Ora è verisimile alla fantasia, la quale sel figura animato, ch’egli desiderasse di atterrar le superbe moli di Roma; ch’egli si sdegnasse di non poter fornire questo suo desiderio; che da lui si chiamassero in soccorso i Barbari; e simili altre immagini, che son belle, perchè verisimili; che son bellissime, perchè concepute con straordinaria nobiltà.

Da un argomento magnifico, e sublime, passiamo a qualche esempio di minore grandiosità, cioè ad un tenero, e gentile. Anche in questo dovrà l’Immaginazion Poetica figurare tutte le azioni, tutti i sentimenti, e gli affetti più graziosi, e leggiadri, che verisimilmente dovrebbono nascere da questa cosa animata. Volendosi descrivere dal P. Ceva nelle Selve Poetiche la Polcevera, limpido fiumicello, che nella riviera di Genova dopo mille giri, dilettevoli tortuosità finalmente si conduce al mare, lo immagina egli animato, e parlante, seguendo in ciò l’opinione de’ vecchi poeti. Ciò posto, vivamente dipinge questo fiumicello nella seguente maniera:

Fons vitreus de rupe sua descenderat, urnae

Maternæ impatiens. Neptuni scilicet arva,

Nereidumque domos, et tecta algosa marinæ

Doridos infelix visendi ardebat amore.

Ergo per et scopulos præceps, per et invia saxa;

Perque silentum umbras nemorum noctesque diesque

Accelerans gressus læto cum murmure, tandem

Avius ille diu quæsita ad littora venit.

Ah miser! ut longe vidit contermina Coelo

Stagna immensa; et murmur aquæ, ventosque sonantes

Audiit; ut propius raucos timido pede fluctus

Attigit; ut demum lymphæ dedit oscula amaræ:

Infelix ore averso salsam expuit undam

Illico, perque genas lacrymæ fluxere; nec ulla

Vi potuit pronos latices a gurgite serus

Vertere. . . . .

Finqui non può essere più verisimile il costume della Polcevera; e non è meno in quel, che segue, interrompendo il poeta con somma gentilezza, e finissimo artifizio la propria narrazione colle parole, che probabilmente direbbe il fiumicello, se ragionar potesse

. . . . . . . Quas non ille Deas terræque marisque,

Nerinen, glaucamque Thetim, et viridem Amphitriten,

Atque Ephyren surdas Nymphas in vota vocavit?

O Galatea! o nata mari pulcherrima Cypri,

Quam veræ lacrymæ tangunt! o cærula Doris!

O pater! o pelagi rector, Neptune, tremendi!

Sed querulas voces venti per inane ferebant.

Heu quid agat, supplexque iterum fera numina poscat?

Quod restat morituro, anceps se torquet arenâ.

Innectitque moras, et eundi obstacula quærit,

Horrisonam hac illac fugitans exterritus undam.

Quid volui demens? quo me malus impulit error?

Ajebat lacrymans. Nam quid sævissime prædo,

Exiguus possim deserto in littore rivus,

Inque tuis regnis? Simul hæc, simul ora profundi,

Ora procellosi Nerei, liquido sale puras

Inficiens lymphas, argentea Nympha subibat.

Ho voluto io rapportar tutte queste continuate Imma gini, che son lavorate da una felicissima fantasia, per far evidentemente comprendere, come dopo essersi attribuita l’anima alle cose, che ne son prive, s’abbiano poi da immaginar in loro tutte le azioni, tutti i costumi, e sentimenti, che son più leggiadri, e verisimili alla natura, che s’è figurata in esse. In tal maniera le immagini saranno senza dubbio belle, perchè l’intelletto le scorgerà verisimili alla fantasia. E per venir ancora ad immagini di minor mole, qualor la bizzarra Potenza immaginante considera Amore come cosa animata, anzi come una Deità, i movimenti, ch’ella va in lui dicendo, purchè sieno convenienti alla natura di questo Fantastico Nume, saranno immagini compiute secondo il buon gusto. Per questa ragione i pensieri affannosi, che da’ Latini si appellano curæ, da che Orazio nel lib. 2 Od. 16 loro diede anima, parvero alla Immaginativa sua, che salissero co’ naviganti in barca, e che andassero coi Cavalieri anch’essi cavalcando in groppa. Aveva ancor detto con gran gentilezza, che le Cure vanno volando per le case de’ ricchi, e potenti, e che non può cacciarle da’ palagi o la ricchezza, o la guardia de’ sergenti.

Non enim gazæ, neque Consularis

Summovet Lictor miseros tumultus

Mentis, et Curas laqueata circum

Tecta volantes.

Prima però, che ad Orazio, s’era presentata la stessa immagine a Lucrezio nel lib. 2 ove dice, che le Cure arditamente van passeggiando per le Corti de’ potenti, nè temono il suon dell’armi, e lo splendor dell’oro

. . . . . . . Metus hominum, curæque sequaces.

Nec metuunt sonitus armorum, nec fera tela,

Audacterque inter Reges, rerumque potenteis.

Versantur, neque fulgorem reverentur ab auro.

Anche D. Virginio Cesarini così dà principio ad una sua Canzone.

Su le soglie di vita ha il pianto albergo,

E sol per lui qua si concede il varco.

Con formidabil’ arco

Armate cure le fan schiera a tergo,

E di funesti morbi atra corona

Con flebili ululati ivi risuona.

Tutto ciò felicemente è immaginato dalla fantasia di questi valenti poeti, ed è naturalmente convenevole alle Cure, le quali a noi sembrano albergar nelle Case Reali, accompagnare i potenti, ovunque vadano, e non partire giammai dal loro lato. Ha adunque la fantasia fondamento verisimile, e natural di dire, che le Cure volano, cavalcano, e non ha timore delle Guardie de’ Principi. Ciò conosce l’intelletto; onde egli ragionevolmente appruova, e consente alla fantasia questa immagine. Prendiamone ora un altro esempio da Angelo di Costanzo, uno de’ primi poeti d’Italia. A lui parea, che la Cetera di Virgilio appesa ad una quercia, qualora il vento la movesse, prendesse anima, e parlasse. Nato questo Fantasma nella mente del poeta, ciò ch’egli fa dire alla Cetera, è ed essa naturalmente convenientissimo. Dice adunque: [29]

Dal suo Pastore in una quercia ombrosa

Sacrata pende; e, se la move il vento,

Par che dica superba, e disdegnosa:

Non sia chi di toccarmi abbia ardimento:

Che, se non spero aver man sì famosa,

Del gran Titiro mio sol mi contento.

Così veramente dovrebbe parlar la Cetera, se fosse animata: e perchè di fatto la fantasia agitata del poeta le dà anima, l’intelletto ritruova armonia, azione, e parole verisimili nel rimanente dell’immagine. Affinchè però sia meno ardito il sentimento, non dice il poeta assolutamente, che così la Cetera parli, ma solamente che tanto pare alla sola sua fantasia, dicendo par che dica, il che vien da modesto, e delicato giudizio. Vaghissima pure mi sembra in tal proposito l’immagine usata dal Tasso in quel sonetto, che egli scrisse allo Stigliani. Dopo avergli detto, che niuno poteva impedire ad esso l’entrata in Parnaso, chiude il componimento con tali parole:

Ivi pende mia Cetra ad un Cipresso.

Salutala in mio nome, e dalle avviso,

Ch’io son da gli anni, e da Fortuna oppresso.

Se con sì fatte regole poi misureremo le immagini Fantastiche, le quali ci avverrà di leggere, talora ne scopriremo alcune, che non saran formate secondo il buon gusto, cioè che saranno adoperate senza il consentimento dell’intelletto, o sia del giudizio, scoprendosi sproporzionate, disdicevoli, senza fondamento, eccedenti, e troppo audaci. Bastevole fondamento, convenevolezza, e proporzione io non so ravvisare in una immagine di Ronsardo [30] , benchè lodata dal dottissimo Redi nel Bacco in Toscana, come una bella fantasia. Parla quel poeta al suo bicchiere in questa guisa

. . . . . . . Par épreuve je croy,

Que Bacchus fuit jadis lavè dans toy,

Lorsque sa mere atteinte de la foudre,

En avorta plein de sang, et de poudre;

Et que des lors quelque reste du feu

Te demeura; car quiconques a beu

Un coup dans toy, tout le temps de sa vie

Plus il reboit, plus a de boire envie,

Per isperienza io pruovo, dice egli, che Bacco fu una volta dentro di te lavato, quando sua madre toccata dal fulmine l’abortì pien di sangue, e di polvere; e che da indi avanti rimase in te qualche scintilla di quel fuoco, imperciocchè chiunque una sola fiata ha dentro di te beuto, per tutto il tempo della sua vita quanto più egli torna a bere, tanto più ha voglia di bere. Bastevole fondamento, dissi io, non so ritrovare, affinchè tale immagine appaia Vera, o verisimile alla fantasia, e per conseguente ci sembri pienamente bella; poichè nè un bicchiere è vaso proprio per immaginarvi lavato dentro un fanciullo nato, o una sconciatura; nè questa azione è assai nobile, e civile da ricordarsi. Ma passiamo ad immagini più apertamente disordinate, e mancanti. Noi chiamiamo tale quella, che Cestio Declamatore antico usò per dissuadere Alessandro dall’imprendere il viaggio dell’Oceano per conquistar nuovi paesi. Fremit Oceanus (sono le sue parole) quasi indignetur, quod terras relinquas. Spiacque tanto questa immagine, ancorchè temperata da quel quasi, a Seneca il padre, che la chiamò corruptissimam rem omnium, quæ umquam dictæ sunt, ex quo homines diserti insanire coeperunt. Con verisimilitudine si poteva dire, che l’Oceano accogliendo nel suo seno un sì grand’uomo, sarebbesi più tosto insuperbito, e rallegrato. Benchè questa immagine Fantastica non sarebbe nè pure da comportarsi agevolmente in Prosa, potendosi da’ soli poeti con sicurezza adoperare. Al delirio di Cestio aggiungiamo quello di Giovanni Perez da Montalbano, il quale nella gran Commedia del Marescial di Birone (così è intitolata) descrivendo il merito d’un Principe, dice: che solamente il Sole è degno Storico del valoroso cuore di lui; perciocchè omai sono incapaci, e stretti i due Poli alle sue grandi imprese. E che il cielo, il quale sa, non poter altrove capire il nome di quel Principe, che nella sola sua carta (cioè ne’ suoi immensi spazi) ha già da tenere sgombrata la sfera della Luna, acciocchè la Francia vada quivi descrivendo le storie di questo Principe.

A quel, de cuyo coraçon valiente

El Sol es Coronista solamente,

Porque a sus hechos solos

Aun estrechos le vienen ambos Polos.

Y assi el Ciel, que sabe,

Que en solo su papel su nombre cabe,

Deve ya detener sin duda alguna

Descombrada la esfera de la Luna,

Para que en su distancia

Vaya escriviendo sus Anales Francia.

Quantunque per se stessa fosse questa immagine ben formata, pure, come diremo altrove, non poteva, nè doveva entrare in una commedia (o sia tragedia) ove la fantasia di chi parla, imitando la natura, e il costume, è regolata severamente dall’intelletto. Ma lasciando questa osservazione, e considerando per se stessa l’immagine suddetta, diciamo ch’ella non è formata conforme alla natura delle cose, nè porta seco un tal fondamento, che possa farla parer verisimile alla fantasia, e meritar perciò l’approvazione dell’intelletto. Poichè supponghiamo pure, che il cielo sia animato, e che egli conosca il valore straordinario di quell’eroe, siccome ha immaginato la fantasia: ragion vuole poscia, che a questo cielo animato s’attribuiscano azioni proprie, e verisimili. Ora non solo è poco verisimile, ma è del tutto sconvenevole quell’azione, che qui gli attribuisce il poeta. Non penserebbe giammai il cielo, avendo anima, che solamente ne’ suoi immensi spazi (che tanto vuol significarsi colla metafora poco ben pensata del papel, o sia della carta) potesse capire il nome di quel Principe; nè gli caderebbe giammai in pensiero di dovere sgombrare la Spera della Luna, affinchè si potessero quivi descriver le sue valorose azioni. Può essere, che facendo la medesima considerazione sopra un’immagine del Marino, essa ci sembri mal fatta, sia essa figliuola dell’intelletto, o della fantasia. In favellando della Cetera d’Orfeo morto, dice, che fur vedute le Api succiar mele dalle corde allentate di quella.

Dalle stemprate corde

Raccontasi che furo

Sugger dolcezze Iblee vedute l’api.

Avvegnachè le api avessero anima ragionevole (siccome può immaginarsi dalla fantasia d’un poeta) e intendessero la virtù di Orfeo, e della sua Cetera, non perciò sarebbe verisimile, e proprio della lor natura il succiar mele da quelle corde, le quali senza dubbio non avevano la rugiada de’ fiori, nè potevano dar loro suggetto di mele. Questo è un fare sciocche, e ridicole quelle volanti, che ancor senza anima ragionevole sono ingegnosissime. E ridicolo egualmente dovrebbe credersi il cielo, quando avendo anima pensasse, ed operasse a talento del mentovato poeta Spagnuolo. Nè mi si dica già, che uscendo della Cetera d’Orfeo vivente una maravigliosa dolcezza, poteva ancor dirsi, che n’usciva mele, siccome da Omero si disse, che dalla lingua di Nestore scorreano le parole più dolci del mele.

Tοῦ ϰαί ἀπὸ γλώϑες μέλιτος γλυϰίων ῥέεν άνδὴ.

Onde ancora Ovidio scrivendo a Pisone disse:

inclyta Nestorei cedit tibi gratia mellis.

Imperocchè si conceda pur francamente, che possa dirsi, stillar mele dalla Cetera, o dalle labbra d’un uomo (cosa nondimeno che non disse Omero); tuttavia essendo manifesto all’intelletto, che questo mele è solo immaginato dalla Poetica fantasia, e non già vero, non potrà egli, o dovrà approvar l’altra immagine fondata sulla prima, perchè non è verisimile nè pure all’immaginazione, che le Api vogliano succiar questo sognato mele. Non men palesemente il medesimo poeta altrove parmi che s’ingannasse, dicendo in certo proposito:

A i sassi esclusi dal piacere immenso

Spiace sol non avere anima, e senso.

Comunque si voglia difendere questa immagine, ella sempre si riputerà da gl’Intendenti molto ridicola. Immaginando la fantasia, che le pietre sieno capaci di spiacimento, e che in fatti lo sentano, attribuisce loro anima, e senso. Ora parendo ciò alla fantasia assai verisimile, come poscia può nel medesimo tempo ancor parerle, che alle pietre dispiaccia di non avere anima, e senso? Evvi contraddizione in questa immagine o almeno, per toglierla, era d’uopo spiegarsi con altre parole.

Sicchè le immagini fantastiche allora si diranno approvate dall’intelletto, e conseguentemente belle secondo il buon gusto; quando le azioni delle cose animate dal poeta si scorgeran verisimili, e convenevoli alla lor natura, onde abbia la fantasia bastevole fondamento di creder vere, o verisimili le cose da lei concepute. Dovrà adunque il poeta, quando l’Immaginazione riscaldata va partorendo cotali immagini, andar interrogando se stesso, e dire: Questo oggetto, a cui do l’anima, se veramente fosse animato, opererebbe egli, parlerebbe egli in tal guisa? Dopo la qual riflessione sarà facile il conoscere, se le immagini compariscano sì, o no verisimili alla sua fantasia; e potrà il poeta prender guardia, che in far gli oggetti animati, non li faccia ad un tempo stesso comparir disordinati, e privi di senno.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO

Rapimenti, ed Estasi della fantasia. Esempi d’Orazio, del Filicaia, del Caro. Voli della fantasia Poetica. Il Petrarca, Virgilio, il Racine, e il Testi si lodano. Voli di Pindaro. Errori della fantasia volante.

Quanto poscia è gagliarda la passione regnante nella fantasia del poeta, altrettanto spiritose, e ardite possono uscirne le immagini. Nè per questo saranno esse men belle, imperciocchè spiegano a maraviglia la violenza dell’affetto; e questa violenza serve di fondamento alla fantasia per crederle Vere, o verisimili. Ciò meglio mai non si scorge, come in que’ deliri bizzarrissimi, che noi possiamo chiamare estasi, rapimenti, o ratti della fantasia, e son l’ultimo, e glorioso eccesso di questa potenza. Sono, dico, bellissime ancora queste tali immagini, perchè non perdono mai di vista la natura. Quando i poeti in onor di Bacco si mettevano a compor Ditirambi, fingeano se stessi pieni di vino. Ed essendo che naturalmente chi è tale, forma colla fantasia immagini stranissime, sregolate, e inverisimili, perciò affin di rappresentarsi ubbriachi, solevano usar questi rapimenti. Nella qual cosa ognun vede, che imitavano la natura, e rappresentavano ciò, che non solo è verisimile, ma vero nelle operazioni di chi ha soverchio beuto. Questo medesimo avviene, qualora il poeta è occupato da qualche gagliardo affetto. Un vaghissimo rapimento è quello del Principe de’ Lirici Latini nell’Ode 20 lib. 2 imitato poi graziosamente dal Caporali. Desiderava egli, e sperava, anzi credeva certa l’eternità del suo nome per cagion de’ versi, ch’egli ben conoscea degni di immortalità. Da questa sì giusta ambizione cominciò ad agitarsi la sua fantasia; onde gli parve di non essere più uomo di bassa condizione, quale l’avea fatto nascere la fortuna, ma di cangiarsi in un candido Cigno, di volar liberamente per l’aria, e scorrer volando la terra. Quindi grida, e vuole, che se gli risparmino i lamenti, e la pompa del sepolcro, perch’egli non ha più da morire, nè ha bisogno di tomba. Udiamo lo stesso poeta, che così parla a Mecenate.

Non usitatâ, nec tenui ferar

Pennâ, biformis per liquidum æthera,

Vates: Neque in terris morabor

Longius; invidiaque major

Urbes reliquam ecc.

Jam jam residunt cruribus esperæ

Pelles [31], et album mutor in alitem

Superna: nascunturque leves

Per digitos, humerosque pennæ.

Non può già negarsi, che queste, ed altre immagini fantastiche usate quivi da Orazio non sieno strane di molto. Nulladimeno considerando un sì fatto delirio come Rapimento della fantasia, agitata dal forte amore, e desiderio della gloria, e dalla cognizione del merito proprio, esso agevolmente si ravvisa per bello, e giudizioso, ed esprime con mirabil forza il pensier del poeta. Oltre al bollore della passione ha ancora la riscaldata Immaginativa un altro fondamento di creder verisimile questa trasformazione d’un poeta in un Cigno. Ha essa più volte inteso dire, che Cigni s’appellano i poeti, e che essi dolcemente cantano nel loro linguaggio come dal volgo si crede che cantino ancora i Cigni. Perchè verisimile riesce alla fantasia d’Orazio cotal maraviglioso cangiamento. Anzi egli stesso fuori del Rapimento suddetto, cioè nell’Ode 2 lib. 4 adoperò di nuovo l’immagine medesima, scrivendo il Panegirico di Pindaro. Gentilmente ancora in questo proposito immaginò la fantasia di Teognide, allorchè per significare, che co’ suoi versi avea renduto Cirno immortale, disse che gli aveva date le penne, colle quali a guisa d’augello potesse volar per la terra, e per lo Mare.

Σοι μὲν ἐγὼ πτὲῤ ἔδωϰα, συν οἷς ἐς ἀπεὶρονα πὸντον

Πωτήσῃ ϰατά γὴν πᾶσαν ἀειρόμενος.

Può parimente osservarsi nel sopraddetto poeta Latino un altro nuovo Rapimento cagionatogli da Bacco, affinchè canti le lodi di Augusto. Il suo principio è questo:

Quo me, Bacche, rapis tui

Plenum? quæ in nemora, aut quas agor in specus? ecc.

Ma da gli antichi scendiamo a’ nostri poeti Italiani, presso a’ quali troverem pure usati i poetici rapimenti [32] . Per uno di questi noi certamente potrem contare quello del valoroso Senatore Vincenzo da Filicaia, il quale così dà principio a una sua Canzone per una Vittoria ottenuta da gl’Imperiali sopra l’esercito de’ Turchi.

Le corde d’oro elette

Su su, Musa, percuoti, e al trionfante

Gran Dio delle vendette

Componi d’Inni festosi aurea ghirlanda.

Chi è, chi è, che d’adeguar si vante

Lui, che dall’alto manda

Arcier mai non errante aste, e saette?

Ei l’Ottomanno stuolo

Ruppe, atterrò, disperse; e il rimirarlo,

Struggerlo, e dissiparlo,

E farne polve, e pareggiarlo al suolo,

A Lui fu un punto solo.

Ch’ei sol può tutto ecc.

Ripiena di stupore la felicissima fantasia di questo poeta, in contemplando le miracolose Vittorie riportate da’ Cristiani, con nobile rapimento comincia a descriverle. Ma più evidente è questo Ratto nell’ultima Stanza, ove egli dopo aver pregato Dio, che si degni d’accrescere i trionfi dell’Armi Cristiane, parla in questa maniera:

Ma la caligin folta

Chi da gli occhi mi sgombra?

Ecco che il tergo De’ fuggitivi a sciolta

Briglia, Signor, tu incalzi. Ecco gli arresta

Il Rabbe a fronte, ed han la morte a tergo.

Colla gran lancia in resta Veggio,

che già gli atterri, e metti in volta;

Veggio, ch’urti, e fracassi

Le sparse turme, e di Bizzanzio a i danni

Stendi gli eterni vanni,

Ratto così, che indietro i venti lassi;

E tant’oltre trapassi,

Che vinto è già del mio veder l’acume,

E a me dietro al tuo vol mancan le piume.

Non si poteva nè con più nobile rapimento, nè con immagini più sensibili esprimere lo stupore, e la pia fidanza del poeta; nè rappresentarsi con maggiore energia all’immaginazion di chi legge, la forza, e la velocità del braccio divino in atterrare i nemici del suo santo Nome.

Che se le virtù eroiche di qualche personaggio svegliano amore, stima, e maraviglia nel poeta, allora allora la sua fantasia agevolmente si sentirà tutta commossa, e rapita. Eccovi appunto, come Annibal Caro in una canzone da lui fatta in lode di Paolo III maestosamente parla alle genti, e come prorompe in questo bel Rapimento.

Ma verrà tempo ancora,

Che con soave imperio al viver vostro

Farà del suo costume eterna legge.

Ecco che già di bisso ornata, e d’ostro

La disiata Aurora

Di sì bel giorno in fronte gli si legge.

Ecco già folce, e regge

Il cielo: Ecco che doma i mostri.

Oh sante, oh rare sue prove!

Oh bella Italia! Oh bella Roma!

Or veggio ben quanto circonda il mare

Aureo tutto, e pien dell’opre antiche.

Adoratelo meco, anime chiare,

E di virtute antiche.

Possiamo ancora appellar rapimento quello del Petrarca nel Son. 159 par. 1 là dove l’innamorata sua fantasia, come rapita in estasi, va specchiandosi nella beltà di Laura, e con questi accenti si sfoga.

Stiamo, Amore, a veder la gloria nostra;

Cose sovra natura altere, e nuove.

Vedi ben, quanta in lei dolcezza piove:

Vedi lume, che ’l cielo in terra mostra.

Ancora le seguenti immagini, durante il rapimento del nostro poeta son leggiadrissime; perciocchè tanto è occupata, e rapita la fantasia del poeta dalle bellezze di Laura, e dalla servente passione, che ogni cosa verisimilmente le par fatta bella da gli occhi di quella donna, e infin le sembra, che la serenità, il riso, e lo splendore sieno dall’amato oggetto comunicati al cielo. E da ciò si scorge, che simili rapimenti sono mirabilmente acconci per far concepire ad altrui la violenza dell’amore, del dolore, dello stupore, o d’altri simili affetti, da’ quali è agitata la poetica fantasia, come ancora la straordinaria o bellezza, o disavventura, o Virtù, che ha svegliato sì leggiadri delirii.

Perchè però non è sempre possibile un sì violento affetto, nè lice a’ poeti l’usar sì spesso cotali rapimenti, ed estasi; anzi alcuni altro far non sanno, che copiar gli adoperati da’ nostri Maggiori: un’altra spezie di movimenti accenneremo, che più è in uso, e ancor più facile presso a’ poeti. Son questi i voli poetici. Già di sopra s’è per noi detto, che Orazio attribuiva a se stesso la pos sanza di volar per l’aria a guisa di Cigno, e che questo pregio vien pure da lui commendato in Pindaro. Ancora il nostro Chiabrera [33] nella canz. 1 lib. 1 gentilmente usa un’immagine somigliante. Nè mentono già questi poeti così favellando. Ancorchè non si mirino alzarsi coll’ali a volo per l’aria, come sembra alla lor fantasia, contuttociò verissimo è, che volano, o han virtù di volare. La qual cosa avviene, quando eglino riempiendo la lor fantasia di qualche vigoroso affetto, e agitandola fortemente corrono per diverse, e lontanissime immagini col pensiero, non serbando l’ordine, e l’unione, che per l’ordinario suole usarsi dalla fantasia quieta, e regolata dalle briglie dell’intelletto. Voi li vedete ora parlar con un oggetto lontanissimo, e solamente animato dalla loro Immaginazione, ora parlare a se medesimi, ora dolersi, e fra poco rallegrarsi, poi adirarsi, e in una parola volar per mille differenti passioni, ed immagini. Sicchè ragionevolmene parmi di poter nominar voli poetici questi salti, e giri spiritosi della lor fantasia. Il Petrarca, le cui nobilissime Rime ci hanno per l’addietro forniti di tanti esempi, sia il primo a farneli gustare in pratica. A questo innamorato poeta era pervenuto l’avviso della morte di Laura. Qual battaglia dentro di lui s’accendesse fra la doglia, e l’amore, non è difficile a immaginarsi. Fecesi egli dunque a spiegar queste sue passioni colla Canzone, che è la prima della par. 2. Entra egli con questa vaghissima, e tenerissima immagine, parlando ad Amore.

[34] Che debb’io far? Che mi consigli, Amore?

Tempo è ben di morire,

Ed ho tardato più, ch’io non vorrei.

Madonna è morta, ed ha seco il mio core,

E volendol seguire

Interromper convien questi anni rei ecc.

Continua pure nella seguente Stanza a ragionar con Amore, così nobilmente cantando, e proponendo le immagini del suo delirio.

Amor tu ’l senti; ond’io teco mi doglio,

Quanto è il danno aspro, e grave;

E so, che del mio mal ti pesa, e duole,

Anzi del nostro, perchè ad uno scoglio

Avem rotta la nave,

Ed in un punto n’è scurato il Sole.

Quindi più non badando ad Amore, segue a dire:

Qual’ ingegno a parole

Poria agguagliar il mio doglioso stato?

E immantenente si volge con alquanto sdegno a favellar col mondo, perchè seco non pianga.

Ahi orbo mondo ingrato,

Gran cagion’ hai di dever pianger meco,

Che quel Bel, ch’era in te, perduto hai seco.

Dopo alcuni pochi versi da me recati di sopra, d’improvviso lascia egli di rampognar il mondo, e si rivolge a se stesso, così dicendo. Ma io lasso, che senza lei nè vita mortal, nè me stess’amo. Piangendo la richiamo:

Questo m’avanza di cotanta spene,

E questo solo ancor qui mi ritiene.

Poscia nell’altra Stanza si pone con tenerezza a considerar le bellezze, e virtù di Laura.

Oimè terra è fatto il suo bel viso,

Che solea far del cielo,

E del Ben di lassù fede fra noi. Ecc.

Nella Stanza appresso vola il suo dolore a ragionar con Laura medesima. E tosto, come dimentico di parlar con lei, la suppone lontana. Nella qual riflessione poco fermandosi, di repente passa a quest’altra

Ma tornandomi a mente,

Che pur morta è la mia speranza viva,

Allor ch’ella fioriva,

Sa ben’ Amor, qual’ io divento, e spero:

Vedal colei, ch’è or sì presso al vero.

Quindi corre a ragionar colle Donne, teneramente pregandole, che vogliano aver pietà di lui. Ecco i suoi nobili sentimenti.

Donne, voi, che miraste sua beltate,

E l’angelica vita

Con quel celeste portamento in terra,

Di me vi doglia, e vincavi pietate,

Non di lei, ch’è salita

A tanta pace, e me ha lasciato in guerra.

Appresso dicendo, che si ucciderebbe, se nol ritenesse Amore, che gli parla in cuore, passa a narrar le parole medesime, che gli sembrano dette da Amore. E finalmente dà commiato alla Canzone, raccomandandole il non comparir in parte, ove sia allegrezza, e così terminandola:

Non fa per te di star fra gente allegra,

Vedova sconsolata in veste negra.

Bellissima senza fallo è questa Canzone, e per ravvisarla tale basta l’aver qualche sapore del buono, e conoscenza del bello. Fra le altre bellezze però io spezialmente ammiro, e lodo i maravigliosi, e leggiadrissimi voli poetici della fantasia trasportata. Nulla poteva meglio, nè più naturalmente esprimere, quanto gagliarda si fosse la forza della passione, da cui era sorpreso il poeta. Altrettanto può parimente osservarsi nella prima Canzone de gli Occhi. Pongasi mente a somiglianti casi, e chiaro apparirà, che la fantasia violentemente agitata vola in questa maniera per mille immagini diverse, e lontane, per mille figure, senza serbar quel filo, e que’ passaggi, o trapassi ordinati, che s’adoperano dall’intelletto in altri ragionamenti. Ad un sì lungo volar della fantasia del Petrarca facciamo succedere alcuni più corti, ma non men bellissimi voli d’altri poeti. Uno de’ più leggiadri, affettuosi, e riguardevoli mi par quello di Dameta nell’Egloga 3 di Virgilio. Dopo aver detto:

Oh quante volte, oh quali cose ha meco

Parlato Galatea!

la fantasia innamorata del pastore vola a formare un’immagine tenerissima, e da niuno aspettata. Prega essa i venti, che vogliano portar qualche parte di quelle dolci parole all’orecchio degli Dei, quasi immaginandole non solamente degne d’essere udite da i Numi superni, ma ancor possenti ad accrescere la lor beata felicità: tanta dolcezza truova in esse il Pastore.

O quoties, et quæ nobis Galatea loquuta est!

Partem aliquam, venti, Divûm referatis ad aures.

Non è men vago, e gentile quell’altro Volo nell’Egl. 8 dove lo stesso Dameta avendo detto, che Nisa bellissima fanciulla da lui amata s’era maritata col brutto Mopso, con enfasi vola a dire;

[35] E che non abbiamo ora a sperare, o temere noi altri amanti?

Mopso Nisa datur. Quid non speremus amantes?

Fra questi sì enfatici Voli poetici merita somma lode quello di Ifigenia nella Tragedia del Racine. Fingesi questa Donzella amante, ed amata d’Achille, e già destinata a cader vittima all’altare. Opponendosi Achille a un sì crudel sagrifizio, Agamennone comanda alla figliuola, che più non parli con Achille, anzi che debba odiarlo. Narra Ifigenia questo comandamento, e vola poscia in un tratto col pensiero a gli Dei, dicendo: Oh Dei più miti! Voi non avete chiesto, che la mia vita.

Dieux plus doux! vous n’avez demandè que ma vie.

Più vivamente, e ingegnosamente non potea spiegarsi la violenza dell’amore, che Ifigenia portava ad Achille, nè dirsi con maggior leggiadria, che ella stimava più duro partito il non dover amare Achille, che il dover rimaner senza vita, e più crudele il Padre, che gli stessi Dei. Nella medesima Tragedia Agamennone, che vuol pure ubbidire all’Oracolo, il qual dimanda la morte d’Ifigenia, inteneritosi in udir le querele di Clitennestra, e in ricordarsi dell’amor paterno, volge improvvisamente il parlare a gli Dei dicendo: Oimè, in impormi una legge sì aspra, o grandi Numi, dovevate voi poscia lasciarmi un cuor di Padre!

Helas! En m’imposant une loy si severe,

Grands Dieux, me deviezvous laisser un coeur de père!

Per questa cagione bellissimo, e ripieno a me pare un improvviso Volo del Testi nella prima delle due nobili sue Canzoni sopra la morte di D. Virginio Cesarini, valoroso poeta, che meritò d’essere chiamato la seconda Fenice. Dopo aver detto, che Roma gli preparava la porpora, e dopo aver soggiunto:

Quand’ecco uscir d’Acherontea faretra

Acerbissimo strale,

Che tante glorie in un momento atterra;

si volge il poeta con questo volo impensato altrove.

Or su le fila di canora cetra

Tesser tela immortale,

E far con music’arco al tempo guerra,

Che giova altrui? Sotterra

Vann’anco i cigni, e dolce suon non placa

Il torvo Re della magione opaca.

E pure di sacri a noi dan nome i saggi,

E dentro il nostro petto

Alta divinità voglion che splenda.

Misere glorie ecc.

Mi è piaciuto di adunar questi esempi, i quali non son già tutti d’immagini puramente Fantastiche, ma però ci fanno palese, come sia proprio de gli affetti il cagionar questi Voli poetici. Ora aggiugniamo, non esserci poeta, che con maggiore felicità, e sì spesso si vaglia di questi voli, come il principe de’ lirici greci Pindaro; e in ciò è posta non lieve parte della sua gloria. Fra le poche poesie, che ci sono di lei rimase (e poche le dimando in paragon delle tante, che si sono smarrite) noi veggiamo, ch’egli qualora prende a lodar qualche re, o principe, o vincitore de’ giuochi pubblici, empie la sua fantasia di maestosi affetti, di stima, di stupore per quelle persone, e quindi francamente vola sopra mille differenti, e lontane immagini. E fra quanti poeti italiani, de’ quali s’ammirino i componimenti poetici, non v’ha forse chi meglio di Gabriello Chiabrera si sia ingegnato di seguir l’orme, e i voli del mentovato Pindaro. Ma perchè solamente da’ sublimi Ingegni tal maniera di comporre è gustata, anzi non molti son coloro, che conoscano la beltà dello Stil Pindarico, non ha il Chiabrera finora, almen di qua dell’Appennino, ottenuto quel seggio, ch’egli meritò, e che da’ più saggi gli vien conceduto [36] . Certo è, che il famoso Card. Pallavicino, per quanto ho appreso da una lettera Ms. di Stefano Pignatelli, solea dire: che per iscorgere, se uno ha buon’ ingegno, bisogna veder, se gli piace il Chiabrera. Ed io perciò consiglio la lettura delle sue rime, le quali però desidero purgate da mille errori, penetrativi dentro per ignoranza d’un certo stampatore. Manifesta cosa è poi, che chiunque giunger sapesse ad imitare il meglio di Pindaro, e si avvezzasse alla sublimità del suo stile, alla nobiltà de’ suoi Voli, potrebbe promettersi anche oggidì gran gloria. E per dir vero, quantunque sia molto da commendarsi il lavorio di coloro, che in tessere canzoni ascoltano continuamente le leggi severe dell’intelletto, usando in versi quell’ordine, e legamento, quell’unione, que’ passaggi, che sono ancor propri d’una bella Pistola, d’una magnifica orazione; tuttavia si vuol confessare, che più lode meritano talvolta que’ poeti, i quali con maggior franchezza, e senza tanta cura di legar insieme le immagini, van secondando la loro focosa fantasia, or qua or là volando per gli oggetti, senza però mai perdere di vista il principale argomento. La qual cosa certamente dimostra più valor poetico, più forza, e vastità di fantasia, e fa parere ancor più maraviglioso l’oggetto, di cui si tratta, poichè ha potuto svegliar tanta passione, e sì gran movimento nel poeta. Questi ultimi, per così dire, comandano alla materia, passeggiandovi sopra con maestoso possesso; laddove gli altri ubbidiscono alla materia, seguendo con piede alquanto pauroso i diritti, ed ordinati sentieri, ch’ella discuopre anche a’ prosatori.

Richiedesi ben poscia nell’uso di questi Voli, che le varie, e lontane immagini, per le quali è trasportata la fantasia, tutte sieno convenevoli al suggetto preso, e lo riguardino da qualche parte, conservando sempre uno, se non palese, almen segreto ordine, ed unione fra gli stessi lontanissimi oggetti. Altrimente il poeta caderebbe sconciamente nel ridicolo, ed avverrebbegli la disavventura ordinaria de’ gran parlatori, i quali nel corso del ragionamento su qualche cosa, senza avvedersene si perdono a favellar molto d’un’altra, e poi d’un’altra, che nulla appartengono al suggetto, e ancor talvolta più non sanno ritornar sul proposito. Spaventati da questo pericolo i poeti menzionati di sopra, si studiano di legar cotanto insieme i pensieri, che poi si toglie molto spirito, forza, e bizzarria a i loro componimenti. Ma egli si può fuggir l’uno estremo senza inciampare nell’altro. Dovranno gli stessi Voli poetici, che sembrano alle volte sì privi d’ordine, e separati dall’argomento, mirar sempre il fine, e la cosa, che si è proposto il poeta, a guisa del compasso, che quantunque con un piede s’aggiri ben lontano, pure coll’altro è sempre nel punto, e nel centro, ch’ei prese. Nè sarà lecito l’abbandonare affatto il suggetto, poichè può ben dall’intelletto nostro permettersi alla fantasia il delirar saviamente, ma non l’impazzare; l’arrestarsi ancor qualche fiata, o prendere una strada più lunga col fine di portarsi in qualche dilettevole giardino, o palagio a contemplar la bellezza del sito, e de’ fiori, la maestà delle statue, e de gli arredi; ma non il perdere del tutto l’intrapreso cammino, onde giunger non si possa alla proposta meta. Fu per tal difetto acutamente proverbiato da Marziale uno sciocco avvocato, il quale avendo a favellare di tre capre imbolate al suo clientolo, si pose a trattar della guerra di Mitridate, di Canne, di Silla, e d’altre sì fatte lontanissime cose. Per ricreazion de’ lettori mi giova di riferir qui lo stesso epigramma.

Non de vi, neque de cæde, nec veneno,

Sed lis est mihi de tribus capellis.

Vicini queror has abesse furto:

Hoc Judex sibi postulat probari.

Tu Cannas, Mithridaticumque bellum,

Et perjuria Punici furoris,

Et Sullas, Mariosque, Muciosque

Magna voce sonas, manuque tota.

Jam dic, Posthume, de tribus capellis.

Convien pure avvertire i poeti, che si dee misurar la qualità del suggetto, e osservare, s’egli può naturalmente, e verisimilmente commuover cotanto la fantasia, che si possano ragionevolmente usar questi voli poetici. Se oggetti grandi, maestosi, e non ordinarj o per virtù, o per bellezza, o per vizio, o per altra cagione, saran proposti alla sua Musa, potrà quasi sempre con verisimiglianza molto agitarsi la fantasia, e saranno perciò anche naturali i Voli, e parimente convenevoli le sublimi figure, le maestose immagini. Ma le basse cose, e quelle, che non hanno o non possono aver forza d’eccitar passione gagliarda nella nostra fantasia, richiedono quella moderazione, e quell’ordine di ragionamento, che suole in tal caso servarsi dalla fantasia riposante, o non molto riscaldata. Gli argomenti delle canzoni di Pindaro tutti portavano con seco maestà, ed empievano di grandi immagini, e di furore quell’eccellente poeta. Poteva egli per questo verisimilmente alzarsi a volo, e con ragione chiamar se aquila, e corvo Bacchilide suo emulo, perocchè costui non sapeva giammai innalzarsi collo stile, e trattar maestosamente gli eminenti suggetti. Udiamo, come egli non ignorando il suo pregio parli di se medesimo nell’ode quinta delle Nemee.

Eἰ δ’ ὀλβον, ὴ χερῶν βίαν ec.

Se le Ricchezze, o se il Valor guerriero,

Onde son chiari d’Eaco i nipoti,

Prendo a lodar; se aspre guerre io canto;

Se a me davanti è posta

Materia da gran salti: io non pavento.

Poichè reco uno strano

Empito velocissimo ne’ piedi,

E l’Aquile col volo

Oltre al grande Ocean poggian sicure.

Altrove, cioè nell’Ode 9 delle Olimpiache parla in tal guisa.

E’γώ δέ τοι ϕίλαν πόλιν ecc.

Or mentre co’ miei carmi

Sfavillanti, ed accesi

La diletta città d’Opunte illustro;

Più de i destrier veloce,

E più veloce delle navi alate,

Per l’ampio mondo questo avviso io porto.

Tanto diceva quel valente Greco, ben consapevole del proprio estro corrispondente [37] alla grandezza de gli argomenti. Per lo contrario ne’ suggetti pastorali, che sono umili, non è conceduta facilmente a’ poeti la libertà, e l’uso de’ voli sublimi. Quivi ancora si commuove, e si riscalda la fantasia; ma non però tanto da porsi in aria, e adoperare strepitosamente le penne. In parvis rebus (così scrive Cicerone nel lib. 2 dell’Orat.) non sunt adhibendæ dicendi faces.

CAPITOLO VENTESIMO

Come, e dove possano usarsi le immagini della fantasia. immagini semplici concedute a tutti gli scrittori. fantastiche artifiziali a chi si permettano. Ardire d’alcuni Prosatori, e intemperanza d’alcuni poeti.

Benchè sia certo, che per via delle immagini figliuole della fantasia si reca maravigliosa nobiltà, e vaghezza a componimenti poetici, pure è altresì vero, che loro si può arrecar pregiudizio, quando queste fuor di tempo, e luogo s’adoperino. Sia dunque necessario sapere, dove, e come sia lecito l’uso lor. Nè per mio credere sarà difficile il conoscerlo, ogni volta che il poeta consigli colla natura de’ ragionamenti. Per aiutare in questa parte l’intendimento de’ men dotti, porremo qui alcuni de i più necessari precetti, raccolti da gli esempi, e dalla considerazione de’ poeti migliori. E primieramente le immagini semplici, e vere, cioè quelle, che fissamente osservate dal senso, e poscia considerate dall’intelletto, appaiono realmente, e dirittamente vere, possono adoprarsi non solo in ogni sorta di poemi, ma ancor talvolta da gli oratori, storici, filosofi, e in somma da tutti gli scrittori, ove lor cada in acconcio. Noi veggiamo presso a costoro, e massimamente presso a gli oratori, vivissime descrizioni di luoghi, e di cose. Non sogliono già, e nè pur debbono i saggi storici troppo discendere al minuto de gli oggetti, perchè lor proprio è il contegno, e la maestà. Contuttociò loro non si vieta il dipingere qualche volta le cose con que’ colori vivissimi, co’ quali prima il senso le ha descritte alla loro Immaginazione. E non sono disdicevoli a’ prosatori queste immagini; perchè non contenendo esse, che la pura verità, e rappresentando gli oggetti, come naturalmente sono, l’intelletto non può in esse trovar cosa, che gli dispiaccia, purchè non si cada nel troppo minuto, e non brilli di soverchio l’ingegno in tali fatture. A noi certamente non dispiace, anzi ci par leggiadrissimo (per cagion d’esempio) un luogo di Minuzio Felice, uno de’ primi scrittori Cristiani, nel suo Dialogo aureo intitolato l’Ottavio. Descrive egli un Giuoco molto usato da’ fanciulli, cioè quando essi gittando sulla superfizie del mare, o di qualche fiume, sassolini larghi, e sottili, fannogli saltar più volte sulla schiena dell’acque. Se un poeta descrivesse vivamente al pari di Minuzio questa azione, non ne riporterebbe poca lode. Ecco le parole del nostro autore: Et quum ad id loci ventum est, pueros videmus certatim gestientes, testarum in mare jaculationibus ludere. Is lusus est, testam teretem, jactatione fluctuum lævigatam, legere de litore: eam testam plano situ digitis comprehensam, inclinem ipsum, atque humilem, quantum potest, super undas inrotare: ut illud jaculum vel dorsum maris raderet; vel enataret, dum leni impetu labitur; vel, summis fluctibus tonsis, emicaret, emergeret, dum assiduo saltu sublevatur. Is se in pueris victorem ferebat, cujus testa et procurreret longius, et frequentius exsiliret.

Dalle immagini semplici, e vere della fantasia, passiamo alle semplici, e verisimili per cagione del solo senso, cioè a quelle, che son portate alla fantasia dal senso ingannato. E queste son riserbate a’ soli poeti, i quali possono a lor talento valersene in qualsivoglia spezie di poema. Ne’ drammi però, cioè nella tragedia, e commedia converrà usar molta avvertenza, affinchè appaiano con verisimiglianza adoperate. Tocca al giudizio il determinare i luoghi, ove si possano collocar con grazia. Intorno poscia alle immagini puramente fantastiche, o vogliam dir quelle, che dalla stessa fantasia agitata si concepiscono, e con cui spesso diamo anima, sentimenti, e parole alle cose inanimate, parmi, che dovrebbe costituirsi questo decreto. Cioè: che le metafore, le quali sono immagini bensì della fantasia, ma brevissime, possono aver luogo in qualunque componimento di prosa, non che di versi: concedendosi però maggior libertà d’usarle nello stile richiedente maggiori ornamenti, che nello stile sobrio, come è quello de’ filosofi. Le altre immagini della fantasia, che han più corpo, spirito maggiore, e più sensibile ardire, e che propriamente finqui si son da noi chiamate fantastiche, generalmente parlando, dovrebbono sbandirsi dalla prosa. E in primo luogo se si parla dei trattati dogmatici di teologia, di filosofia, e d’altre scienze, ed arti ne’ quali si dee mostrar sodezza di giudizio, quivi l’intelletto pienamente ha d’aver dominio, e mostrar sobrietà d’ornamenti; laonde non potrà esso, o dovrà giammai lasciar le briglie alla fantasia, le cui immagini altro non sono, che vaghi deliri. Oltre a ciò in tali trattati sarebbono le immagini fantastiche poco naturali, poichè secondo i nostri principî esse ordinariamente non nascono, se non quando la fantasia è agitata, e trasportata da qualche gagliardo affetto. Ma la fantasia de’ filosofi [38] allorchè insegnano, punto non s’agita, stando essa come ubbidiente serva ascoltando i comandamenti dell’intelletto, e con lui cercando il semplice vero. Adunque non si dovrebbono permettere immagini puramente fantastiche a chi tratta, e insegna dogmaticamente le scienze, e l’arti. E così appunto hanno operato i migliori.

Il medesimo pur dovrebbe dirsi de gli storici, militando per loro le stesse ragioni. Propongono costoro di narrar ciò, che veramente è avvenuto, senza dar luogo a passione veruna. Ora s’eglino di queste immagini si valessero, opererebbono contra il lor fine, poichè la sola passione è madre delle immagini fantastiche, e queste ingrandiscono talvolta, e talvolta diminuiscono sopra il dover le cose. Perlochè gli storici, là ove cercano riputazione di sincerità, e giudizio, acquisterebbono fama di deliranti, e d’appassionati. Ma de gli oratori non può stabilirsi regola certa. Portando la natura de’ ragionamenti oratorii necessità, che la fantasia si riscaldi o nel difendere, o nell’offendere, o in biasimare, o in lodare, o in persuadere, o dissuadere, naturale ancora è, che si concepiscano ed entrino talora in ragionamento alcune immagini Fantastiche assai spiritose. Chi però, come ragion vuole, si attiene al consiglio, e a gli esempi de’ migliori maestri dell’antichità, e ancor de’ moderni, usar dovrà nelle sue orazioni singolar riguardo, e parsimonia di queste immagini. E chi non sa, quanta n’usassero Tullio, e Demostene, cioè i principi dell’eloquenza migliore? Anzi non costumavano essi di adoperarle, senza chiederne licenza a’ loro uditori, e senza accompagnarle col verbo parere, cioè col dire, che quelle immagini erano partorite dalla fantasia, o con alcun’altra simile scusa. Noto è, ma sempre bello, ciò che Tullio pronunziò nell’orazione per M. Marcello. Voleva egli lodar Cesare, che s’era moderato in mezzo alla sua fortuna, e al corso delle sue vittorie: e disse fra l’altre cose: Vereor ut hoc, quod dicam, non perinde intelligi auditu possit, atque ego ipse cogitans sentio: ipsam Victoriam vicisse videris, quum ea ipsa, quæ illa erat adepta, victis remisisti. Nell’uso poi delle apostrofi, delle prosopopeie, o sia del rivolgere il ragionamento a cose lontane, e senza anima, o del farle ragionare, come se fossero presenti, o intendessero (le quali abbiam detto doversi annoverar tra le immagini fantastiche) si vuol confessare, che gli antichi oratori mostrarono qualche libertà, e n’adornarono talvolta i loro componimenti. Ma ciò non fecero essi, che quando la lor fantasia da qualche affetto gagliardo, e da qualche grande argomento era trasportata accomodandosi in questo alla natura, come agevolmente si scorge in leggendo l’opere loro. E finchè gl’ingegni greci, e romani conservarono la memoria di Repubblica, durò eziandio nello stile de’ lor savi oratori, ed istorici una gravità, maestà, e modestia indicibile d’immagini fantastiche. Cominciando poscia a regnar lo stile fiorito, e piccante, quasi tutti i prosatori diedero luogo ne’ loro scritti alle bizzarrie della fantasia, non curandosi bene spesso di consolarle con qualche scusa. E nel vero vaghissime, e vivissime son quelle, che si leggono ne’ Latini scrittori vivuti dopo il Secolo d’Augusto. Due sole ne riporterò di Plinio il vecchio, autore di buon gusto nello stile fiorito. Favella egli delle immagini dipinte, che s’appendevano ne’ palagi Romani con tali parole: Aliæ foris, et circa limina, animorum ingentium Imagines erant, affixis hostium spoliis, quæ nec emtori refringere liceret: triumphabantque etiam dominis mutatis ipsæ domus; et erat hæc stimulatio ingens, exprobrantibus tectis quotidie imbellem dominum intrare in alienum triumphum. Nel cap. 3 lib. 18 forma egli quest’altra immagine. Ipsorum manibus Imperatorum colebantur agri, ut fas est credere, gaudente terra vomere laureato, et triumphali aratore. Molte altre sì fatte s’incontrano facilmente nella storia di Velleio Patercolo, nelle Opere di Plinio il giovane, e in altri scrittori del medesimo tempo.

Ora gli esempi d’uomini sì riguardevoli sono un forte scudo al costume d’alcuni moderni, i quali francamente di cotali vive immagini della fantasia vanno adornando le Prose loro. Nè io oserei condannarli, non parendomi ragion bastante per sentenziarli il dire, che se n’astenne Tullio con gli altri antichi maestri; siccome non può lo stil fiorito, e piccante da noi riprovarsi col motivo, che non fu in uso appo gli scrittori, che fiorirono prima di Tiberio. Nulladimeno han sempre i saggi prosatori da ricordarsi, che assai vicino alla temerità è chiunque spaccia, fuori della poesia, questi vaghi deliri. Singolar modestia è necessaria in tutte le Prose, altre essendo le leggi, e le libertà de’ poeti, altre quelle de’ prosatori. Ad onesta, e grave matrona non son già disdicevoli gli ornamenti; ma pur questi debbono esser tali, che spirino gravità. Altrimenti s’ella volesse comparire con ornamenti giovenili, e capricciosi, ragionevolmente si comprerebbe lo scherno de’ più saggi con quel medesimo ornamento, che alle giovani suol recar leggiadria, e bellezza. Meminerimus (dice Quintiliano nel lib. 10 capitolo 1) non per omnia Poëtas esse Oratori sequendos, nec libertate verborum, nec licentia figurarum. A queste leggi prescritte alla prosa io so, che Platone non volle sottomettersi ne’ suoi dialoghi, abbondando egli di fantasie, e di allegorie poetiche. Ma ne fu egli anche ripreso da’ critici, e notato da Dionisio d’Alicarnasso in alcuni luoghi per freddo; laonde noi più tosto vogliamo in ciò riverire la sua autorità, che imitare la sua libertà.

Molto meno crederem degni d’essere imitati alcuni moderni, i quali nelle Orazioni, e Prose loro son più poeti, che oratori, impinguandole essi di queste immagini, e di tante Metafore, che più non saprebbe inventare un poeta. In una orazione composta in lode di Francesco Morosini Capitan Generale de’ Veneziani da un autore, provveduto ora di altro giudizio, e di rara erudizione, ma allora assai trasportato dall’età giovenile, si leggono questi sensi: A’ lampi della vostra spada, che percossero gli occhi de gl’inimici, si scoprì ad essi qualche cosa d’invisibile, che v’accompagnava. Videro, che vi seguivano incatenati tanti eserciti loro disfatti ecc. e vi accompagnava, se ben lontano, il Regno di Creti. Certamente di più non avrebbe osato un poeta; e ragion voleva, che un oratore almen consolasse con qualche scusa una sì poetica immagine. In vece di quel videro sì assolutamente adoperato, poteva egli almen dire, che i nemici immaginavano di vedere. Segue più abbasso a ragionare in tal guisa. Vide allora il destino ottomano sulla vostra fronte il destino del Cristianesimo, e l’adorò. L’avervi veduto fargli fronte, e l’essere stato degnato d’aver veduta la vostra faccia benchè nemica fu quel tutto, che potè impetrar di gloria dalla Providenza, e soddisfatto d’aver meritato tanto, non potendo sostener nè pure il vostro sguardo, fuggì una volta per sempre. Poco ci vuole per conoscere, che questo lavorio della fantasia è troppo ardito in prosa; e a gl’intendenti chiaro apparirà, che da qualche poetica guardaroba fu presa ancora la seguente immagine; al passare, dice egli, che farà il nocchiero occidentale per l’arcipelago a veder le mura di Bizanzio liberato, mirerà con istupore ogni onda di quel mare tinta de’ vostri trionfi; e qui, dirà, trionfò il Morosini, là sconfisse il nemico ecc. Che se richiediamo gravità di stile, e gran modestia nella fantasia, quando si scrive in prosa, molto più dovrà la detta prosa guardarsi da i rapimenti, e voli poetici, i quali affatto son riserbati alla giurisdizion de’ poeti.

Perchè però finqui abbiam disaminata l’autorità de’ prosatori nell’adoperar le immagini fantastiche, si dee non meno considerar quella, che godono gli stessi poeti; imperciocchè potrebbe agevolmente ingannarsi taluno in credendo, che ad ogni sorta di poemi fosse egualmente permesso l’uso delle mentovate immagini. Tutto lo sfogo della Poetica fantasia può ne’ componimenti lirici aver luogo; e questa sì distinta licenza nasce dall’estro, e furore, che più che ad altra poesia si conviene alla lirica. Per qualche vigoroso affetto tutta in sì fatti poemi s’agita la mente del poeta, e avendo essa tempo di ruminar le cose, e di farvi sopra mille riflessioni, quindi è, che naturalmente, e con verisimiglianza n’escono fuori immagini grandiose, e mirabili di fantasia, se l’oggetto è magnifico per se stesso, e sublime; o pur gentilissime, e tenerissime, se l’argomento lirico è per se stesso gentile, e tenero. In questo bollore d’affetto i salti, i voli dell’immaginazione son gloriosi; il dar anima alle cose insensate; l’attribuir loro intendimento, affetti, e parole; il felice ardimento delle iperboli, traslazioni, e allegorie, son deliri stimatissimi. Nè solamente lodevole, ma necessaria è la nobiltà, e bizzarria di queste espressioni fantastiche, per ben vestire gli argomenti maestosi. Non bisogna però spronar cotanto Pegaso, che smoderatamente si perda il cammino, con traboccar poscia e in disordinate immagini, e in discovenevoli disgressioni, e nello stile turgido, e gonfio. Ove il suggetto lirico sarà basso, umile, ove sarà galante, e grazioso, colla medesima proporzione d’affetto dovrà agitarsi la fantasia, ed empiere delle sue immagini i versi. Queste immagini dovranno essere anch’elle gentili, dilicate, e dimesse; e laddove ne’ magnifici argomenti la sublimità delle immagini cagiona la maggior bellezza della lirica poesia: ne’ mezzani, e ne gli umili sarebbe disdicevole, dovendo regnare in questi la dilicatezza, la galanteria, e una mirabile grazia di semplici, tenere, e pulite immagini.

Sì acconciamente non possono dentro i poemi eroici signoreggiar quelle spiritose immagini, que’ voli di fantasia, che rendono cotanto luminosa la lirica. Altro non è l’epico poema, che una storia in versi, laonde richiede maggior modestia d’espressioni; e l’affetto padre del furor poetico, poscia dalle più ardite immagini ha da essere moderato con freno più severo dall’intelletto. Contuttociò, posciachè il poeta storico è però sempre poeta, egli può, anzi dee servirsi di colori fantastici, meno pomposi bensì, ma però magnifici, come di metafore, d’iperboli, e d’altre immagini di minor mole, affinchè la sua narrazione conparisca nello stile maravigliosa, e pellegrina. Bisogna vestire, e rappresentar le cose, o i sentimenti con espressioni figurate, vivaci, e maestose ma senza lasciarsi trasportare dalla fantasia alla continuazione di qualche immagine; consistendo in ciò gran parte della beltà, che s’ammira nell’epopeia. Tutti i sentimenti, e gli oggetti ancor bassi vi hanno da prendere un’aria grande, alla guisa delle corti reali, dove i luoghi più vili, dove le persone più basse, e ne gli ornamenti, e nelle vesti spirano anch’esse la magnificenza de’ loro padroni. In un’altra maniera pure può la fantasia poetica gloriosamente adoperarsi ne’ poemi eroici; ma di ciò favelleremo nel seguente capitolo. Per quel che s’aspetta alla Tragedia, diciamo doversi mettere in essa maggior freno alla fantasia di quel che abbiamo richiesto ne’ poemi eroici. Imitandosi quivi l’usato, ed improvviso ragionamento de gli uomini, ragion vuole, che da’ personaggi non si usino quelle sì strepitose immagini, che possono solamente portarsi da una fantasia, la quale con agio va ruminando, e concependo le cose, come è quella del poeta narrante, e molto più quella de’ lirici. A questa necessaria naturalezza dimenticò non rade volte di por mente Seneca il tragico [39] . Ancora il Conte Carlo de’ Dottori nel suo Aristodemo, e il Testi nell’Arsinda incastrano certe immagini liriche, le quali non molto si convengono alla sobrietà delle tragedie. Non è questo, che l’immaginazion de’ poeti abbia da essere affatto imprigionata ne’ tragici componimenti. Anzi e la qualità delle persone, che vi si suppongono piene di grandi, e differenti affetti; e la necessità verisimile, ch’egli hanno di parlar nobilmente, lascia luogo alla fantasia di adoperar vivi, e maestosi colori, e di sostener la grandezza del suggetto con magnifici traslati, e con vestimenti fantastici. Ma nell’uso d’essi ha ben da considerarsi la natura, e il verisimile, colla scorta de’ quali si asterrà il poeta dal parlar con oggetti inanimati, o lontani, e dal dar loro anima: in una parola dallo spacciare immagini convenienti alle sole persone, che gentilmente delirano, e non a quelle, che all’improvviso, e seriamente ragionano. Nelle commedie per fine poco riman da fare alla fantasia, per quel che appartiene allo stile, potendo essa a cagion della bassezza di chi parla usar per lo più solamente semplici, pure, e naturali immagini. In somma la natura sarà sempre la consigliera de’ saggi poeti. Questa farà lor vedere, quali immagini si convengano, o si disconvengano alle persone parlanti, alla materia, che si tratta, e alla qualità del poema. Co’ suoi lumi si son finora regolati i migliori poeti, l’esempio de’ quali ci sarà di sommo giovamento, ove a noi pure venga talento d’esercitar la nostra fantasia in opere somiglianti.

CAPITOLO VENTUNESIMO

Delle immagini fantastiche distese. Esempi del Lemene, e d’altri. Quanto usate da gli antichi, e moderni. poema Eroico quali distese ammetta. Favole de gli antichi. Virtù necessarie alle immagini della fantasia. Favole d’Omero esaminate. Difesa del Tasso. allegorie, e metafore peccanti. Belle immagini di Callimaco, e del Ceva.

Finqui ho io inteso di trattar delle immagini fantastiche, delle quali si vestono i sentimenti, e non di quelle, che talvolta distese danno l’essere, e l’argomento alle canzoni, a i sonetti, e ad altri sì fatti componimenti. vero è, che nel riferire gli esempi mi sono per avventura abbattuto in alcune di quelle immagini, che han corpo, ed empiono qualche poemetto, delle quali mi fo ora partitamente a ragionare. Noi possiamo appellarle immagini distese, o continuate. Avendo i poeti conosciuto, quanta novità, e vivezza si recava a i lor versi dalle immagini fantastiche, s’avvisarono eziandio, che maggior diletto se ne trarrebbe, se lor si desse corpo; cioè se quell’immagine, che poteva ristringersi ad un sentimento, si allungasse infino ad empiere una particella d’un poema, e talvolta ancora il tutto dello stesso poema. Così vestirono, per esempio un sentimento naturale con una metafora; e poi questa metafora, prendendo maggior corpo, divenne materia di molti versi. Per significar, che un principe è sempre vittorioso, un’immagine assai nobile è quel dire, la vittoria il segue, e l’accompagna da per tutto. Ma questa è immagine breve, ristretta in un sol sentimento. Che se vogliamo vederla continuata, e distesa in guisa tale, che si dia vita ad una canzone intera, o ad un sonetto, si miri come venga ciò eseguito dal Signor de Lemene nella prima Ode Anacreontica del suo Rosario indirizzata ad Eleonora d’Austria, moglie di Carlo V Duca di Lorena. Finge questo gentil poeta di aver osservata una donna, che iva sempre accompagnando il Duce suddetto, e lo spiega con questi versi.

Ma qual veggio a lui compagna

Sempre a lato

Bell’Amazzone guerriera?

Segue ognor la sua bandiera,

Quando armato

È terror della campagna;

L’accompagna,

E sovente anco il precorre,

Quando assalta orribil Torre.

Continua egli l’immagine, comandando alla Musa, che vada a spiare, chi sia costei, per poterne poi dar contezza ad Eleonora. Avendo la Musa osservato, che presso all’eroe addormentato vegliava uno Spirito in sua guardia, dice d’aver chiesto a lui, chi fosse quella sì feroce, e leggiadra Donna, e d’averlo in tal guisa interrogato.

Palla fia, che a gli altrui danni

Tratta al suono

Marzial, con Carlo è in lega?

O Sultana, che lo prega

Di perdono

Per gli Scitici Tiranni?

No, t’inganni:

È la Madre della Gloria;

Mi rispose, è la Vittoria.

Eccovi come l’ingegnosissimo poeta ha data estensione, corpo, e grandezza ad un’immagine, che poteva ristringersi ad un solo sentimento, formandone coll’amplificarla quasi un’ode intera. E qui s’ha da commendar sommamente l’artifizio del poeta, il quale per tante stanze, e con tanta leggiadria ha tenuti sospesi gli animi degli uditori, bramosi sul bel principio di saper, chi fosse quella donna, che sì costantemente accompagnava l’eroe. Così pure quella bella [40] immagine fantastica, con cui Marziale descrive la morte d’un valoroso giovane, dicendo, che Lachesi contando le vittorie da lui riportate ne’ Giuochi Circensi, il credette vecchio, e il rapì dal mondo,

Dum numerat palmas, credidit esse senem;

quella, dico, diede argomento al Tasso, e ad altri poeti di formare un intero sonetto, sopra una somigliante disavventura.

Nè può abbastanza dirsi, con quanta vaghezza, e novità si coloriscano gli argomenti da queste continuate immagini. Per mezzo loro le cose volgari, non possenti a cagionar per se stesse maraviglia alcuna, prendono dalla fantasia del poeta come un’anima nuova, o un’altra figura, che altamente diletta, e fa stupir gli uditori. Ed altro viaggio non fa già la fantasia in inventare, o concepir queste dilettevoli finzioni, che il divisato di sopra. Col ben fissare i suoi sguardi sulla cosa, che le vien proposta si muove ella, e riscalda. Dappoichè il suo bollore le ha fatto partorir qualche traslazione, iperbole, o altra sì fatta immagine fantastica, si ferma ella con pace a ruminarla, a pulirla, a darle corpo, e simmetria, sicchè ciò, ch’era dianzi un picciolo fantasma, agevolmente si cangia in un Poemetto compiuto. Supponghiamo dunque, che ad un poeta innamorato, e commosso dall’affetto, sembri che Amore vada ragionando con lui, siccome di sopra vedemmo in alcuni versi del Petrarca. Allora la fantasia può fermarsi a meditar su questa gentile immagine, e trarne col distenderla argomento per un sonetto. E tanto appunto prima del Petrarca fece Dante, come n’è testimonio un suo sonetto, che non ha goduto peranche il benefizio della stampa, e si legge in un Ms. altre volte accennato della Biblioteca Ambrosiana. In un altro sonetto pur di Dante, non ancora stampato, e compreso nel mentovato Ms. si legge un’altra non men vaga immagine. Se amore, dice egli, si lasciasse veder tra le genti, onde si potesse far querela davanti a lui, immantenente io me gli gitterei a’ piedi, chiamandomi offeso; ma poi non oserei dire da chi. Non potrei però far di meno di non chiedergli ragione contra una Donna, che mi ha furato il cuore. E in proposito di questa immagine è nobilissima la Canzone del Petrarca, la quale incomincia: Quell’antico mio dolce empio Signore ecc. Mostra il poeta d’aver citato davanti al Tribunal della Ragione Amore; e comparitovi costui, ponsi prima il Petrarca ad annoverare i danni per cagion d’Amore sofferti. Appresso comincia Amore anch’esso ad aringar contra il Petrarca, e chiamandolo ingratissimo, espone quanti vantaggi gli ha recati il suo onestissimo ardore. Chiedono finalmente ambi la sentenza. Ma la Ragione gentilmente conchiude senza pur darla.

Alfin ambo conversi al giusto seggio,

Io con tremanti, ei con voci alte, e crude,

Ciascun per sè conchiude:

Nobile Donna, tua sentenza attendo.

Ella allor sorridendo:

Piacemi aver vostre quistioni udite;

Ma più tempo bisogna a tanta lite.

Questa immagine continuata, e distesa empie tutta la Canzone, rendendola vivissima, e maravigliosa; e degno di gran lode è il Petrarca per averla condotta, e amplificata con singolare artifizio.

Conoscevano pure gli antichi poeti, quanta bellezza venisse a’ poemi da sì fatte immagini continuate; onde le adoperarono sovente. Notissima è quella d’Anacreonte, poeta di gusto dilicatissimo, ove ci rappresenta Cupido, che di notte ricovera in casa del poeta per fuggire un fiero nembo, e facendo pruova se l’arco bagnato più servisse a scagliar le frecce, ferisce l’ospite suo. Non è men leggiadra quell’altra, in cui Amore sfidando Anacreonte a battaglia, dopo avere indarno contra di lui consumate le sue saette, si gitta egli stesso alla fine, e vince il misero poeta. Altrove finge egli, che Amore legato dalle Muse con catena di fiori sia consegnato alla Beltà; e quantunque Venere offra per liberarlo parecchi doni, egli vuol tuttavia rimanere in servaggio. In altro luogo Amore ferito da un’Ape dimanda soccorso alla Madre, la quale prende argomento di far conoscere a lui stesso la propria crudeltà. Non poche altre somiglianti immagini si possono raccogliere dal menzionato Anacreonte, le quai sono a maraviglia vive, e ingegnose. Gareggiarono con questo valente poeta, altri antichi Greci, come Bione, Mosco, Teocrito, e simili, riferiti in parte dall’Antologia Greca, avendo anch’essi con somma leggiadria usate le immagini distese. Fra i Latini vi furono pur molti, gloriosi per somigliante lavoro della fantasia; ed Ovidio probabilmente ha fra costoro il primo seggio, potendosi dire, che l’Immaginativa sua fu la più feconda, e fortunata, che vedesse l’antica Roma. A i vecchi poeti possiamo aggiungere molti moderni Latini, come il Pontano, il Sannazzaro, il Bembo, il Poliziano, il Fracastoro, il Molza, ed altri, essendo ricchi i lor componimenti di tali invenzioni.

Per conto delle Muse Italiane non hanno elle molto da invidiar la felicità delle Greche in questo. Basta leggere quanto ci ha donato colle stampe il sopraccennato Signor de Lemene, per comprendere la gentilezza delle immagini continuate in nostra favella. E per mio parere son leggiadrissimi que’ suoi Madrigali, in cui ci fa vedere Amore in tante differenti azioni, e figure. Siami permesso di portarne qua due per saggio de gli altri. Nel primo, che è intitolato Amor percosso, fanno un Dialogo tra loro Filli, Amore, e Venere.

F.  Oh che bel Pomo d’ôr mi mostri, Amore!

     Chi tel diede?   A. Mia Madre.

     Ed un Pastore Il diede a lei nelle foreste Idee,

     Perchè vinse altre Dee

     In lite di Beltà.

F. È pur bello!  A. Io te lo dono.

F. Ma, se accetto il bel dono,

    Venere che dirà?

    Ecco appunto Ella vien. A. Deh il Pomo ascondi.

F. L’ascondo in sen per appressarlo al core.

V. Pur ti ritrovo, Amore. Or mi rispondi:

    Dov’è il mio Pomo d’oro? A. Io non lo so.

V. No, no: non mel negar, so che tu l’hai.

A. Possa morir, s’io l’ho.

V. Prendi questa guanciata. F.  Oimè, che fai?

V. Prendi quest’altra.  A. Ahi, ahi.

F. Deh Ciprigna non più.

    Prendi il tuo Pomo. V.  Onde l’avesti tu?

F. Pur or (deh mel perdona) Amor mel diè.

V. Gran bugiardel che sei.

     Ma rispondi: Perchè,

     Perchè per darlo a lei

     L’hai tu furato a me?

     Dì su. Cessa dal pianto. Omai favella.

A. Perchè Filli di te mi par più bella.

Segue l’altro, ove insieme favellano Venere, ed Amore.

V.  Dunque dovrò sentire,

     Che di me sia più bella altra Beltate?

     Fille di me più bella? Or dì perchè

     Sia più bella di me? A. Nol vorrei dire.

V.  Dillo, che temi tu? A. Temo guanciate.

V.  Dillo senza temer. Perchè di lei

     Men bella ti sembr io? A. Dir nol vorrei.

V.  Finiscila. Che si... A. Non men di quella

     Bella sei; ma gran tempo è che sei bella.

Potrei pure qua rapportar qualche altro esempio preso dal Rosario, Opera del medesimo poeta. Ma io mi rimango di farlo per la troppa vicinanza de’ suggetti profani, e perchè facile a tutti è il gustarli nell’Originale stesso, che n’è ripieno. Già non voglio tralasciar di condire il mio libro con alcuni pezzi di una squisita immagine conceputa nel Cap. 2 de’ Fasti di Lodovico il Grande dal Dottore Eustachio Manfredi, valoroso non men nelle Matematiche, di cui è pubblico Professore in Bologna, che felicissimo Cultore delle Lettere amene. Volendo egli narrare la famosa unione de’ due Mari fatta da quel gran Monarca, s’immagina, che una più che umana voce gli ferisca l’orecchio. Quindi egli dice:

Mi volgo: e avanti a me cinta di lume

Immago io vedo in guisa d’Uom mortale,

Ma però d’Uom maggiore, e quanto, e quale

A i Numi suol manifestarsi un Nume.

A i rai, ch’egli movea cerulei, e chiari,

Allo stillante Crin d’Alga intessuto,

E al gran Tridente infra gli Dei temuto,

Nettun conobbi, il Regnator de’ Mari.

Dopo alquanti versi introduce Nettuno stesso a favellar de’ pregi del Gran Luigi, con dire:

Qui più placido in vista, e con quel volto,

Che le tempeste accheta, e placa i venti,

Incominciò, ma con divini accenti,

Che il ben ridire a mortal lingua è tolto.

Narra dunque il finto Nume, come egli ora soggiorni nel Mediterraneo, ed or nell’Oceano; e che un giorno era, dove la Garonna sbocca in mare.

Quando di mezzo alla tranquilla calma

Del fiume, ecco di Ninfe esce uno stuolo,

Frettolose, anelanti, e che di duolo

Empieano il Lido, e battean palma a palma.

Tosto le Ninfe io ravvisai, cui diedi

La cura già di custodir quell’acque,

E di lor le fei Dee, come a me piacque,

Che divise fra lor fosser le Sedi.

Vidermi appena, che fra duolo, ed ira

Alzando un grido, ed affrettando il corso,

Vieni, o Dio, mi dicean, vieni al soccorso

Delle tue Ancelle, e i danni tuoi rimira.

Turbato è il Regno tuo: flutti stranieri,

Vengon per cieche vie dentro quest’onde:

Vengon delle già nostre antiche sponde

Estranie Ninfe ad occupar gl’Imperi.

Io vidi, una dicea, scherzare impuni

Fin del Libico Mar ne i nostri Regni

Le Ninfe a stuolo, e le conobbi a i segni

Del brun sembiante, e de i crin folti, e bruni.

Vidi, un’altra aggiungea, vidi improvvise

Venir su gli occhi miei Nereidi altere,

E giurerei, ch’eran dell’acque Ibere

Alle ineguali lor chiome divise.

Altre cose immagina il poeta, che dicessero quelle Ninfe, e che Nettuno si movesse per mirar egli stesso la cagion di questo nuovo tumulto. Descrive il medesimo Nume il viaggio da se fatto per quel maraviglioso canale, e dopo aver detto, ch’egli pervenne a i lidi d’Occitania, aggiunge queste parole.

Qui trovo un porto, e sovra il porto inciso

Il Gran Luigi io leggo in auree note.

Non più, diss’io, più non cerchiam chi puote

Unir ciò, che Nettuno avea diviso.

L’opra fu di Luigi; ei vuole al pari

Usar la sorte sua sovra ogni Regno.

Cedasi la mia Reggia a un Re sì degno,

E il Signor delle Terre abbiasi i Mari.

Qui si tacque Nettuno, e qual baleno

Ratto davanti a gli occhi miei disparve.

Sparì Stige con lui, sparir le larve;

Ed io restai di Deità ripieno.

Ma io finqui ho solamente parlato, e portato esempi di poeti lirici, a i quali veramente sono, e possono essere più famigliari queste immagini, per cagione dell’ampia autorità, che di sopra abbiam conceduta alla lor fantasia. E le ragioni quivi arrecate pruovano eziandio, che alla poesia drammatica, o sia alle tragedie, e commedie non si convengono in guisa alcuna questi continuati deliri. Non si può già sì speditamente pronunziar sentenza intorno all’uso loro nell’epopeia. Quantunque si sia dimostrato, che le corte immagini sono (moderatamente però usate) lecite a questa sorta di poesia; pure da ciò non segue, che le immagini distese possano aver luogo in essa. Dovendo il poeta epico narrar le cose, imita perciò gli storici, e dee mostrar gravità, e sodezza ne’ suoi ragionamenti. Che se una di sì fatte immagini, le quali han licenza d’empiere un’elegia, un epigramma, un sonetto, una canzone, ed altri poemi, dove si trattano argomenti immaginati, potesse ancora occupare un poema eroico, avrebbe esso più tosto faccia di romanzo, che d’epopeia. Non è vietato a’ romanzi il fondarsi affatto sopra i deliri della fantasia. Ma il poema epico, ove si cerchi di farlo perfetto, ha da esser fondato sul vero dell’Istoria per consiglio de’ saggi. Diverse di condizione hanno perciò da essere fra loro le immagini distese de’ Lirici, e quelle de gli epici. La fantasia de’ primi può dar anima, sentimenti, ed azioni per lungo tempo alle cose inanimate, e fabbricare immagini, che puramente fantastiche artifiziali da noi si chiamarono. Ciò è proibito a i secondi; ma in sua vece usano essi altre immagini, cioè quelle, che altrove da noi furono appellate semplici, e naturali, e che a dirittura compariscono vere, o verisimili non solamente alla fantasia, ma ancora all’intelletto. Valgonsi d’esse ne gli epici poemi, nelle tragedie, nelle commedie i migliori poeti. Ci rappresenta la lor fantasia ciò, che di più mirabile, e nuovo è veramente accaduto, o realmente è, ed accade. Ovvero immagina ciò, che poteva, o doveva, può, o dee verisimilmente essere, ad accadere ne i regni della natura. Nel che, siccome già avvisammo, egli si studiano di perfezionar la natura medesima, prendendo ordinariamente nell’epopeia, e tragedia per fondamento della fabbrica loro qualche verità raccontata dalla storia, o saputa per fama.

Altrettanto ancor fecero gli antichi poeti. Solevano essi cantare ne’ loro poemi qualche avvenimento, ed azion vera; e perchè bene spesso non portano le cose avvenute gran maraviglia, mettevasi la fantasia Poetica a ruminar quell’avvenimento, ad acconciarlo, ad immaginarlo, nella guisa, che a lei pareva maraviglioso. Se questa mirabile Invenzione si giudicava dall’intelletto verisimile, e credibile, se n’adornavano i più gravi poemi. Doveasi per esempio narrar la presa di Troia, e qual maniera tennero i Greci per occuparla. Darete Frigio (autore per altro fittizio, e non degno di fede) racconta, che Enea, ed Antenore si convennero co’ Greci per tradir la patria. Disposti i Greci una notte presso ad una porta della città in un luogo, ov’era un capo di cavallo, e fatto lor cenno da i traditori, entrarono in Troia, e se ne fecero padroni. Io per me penso, che più tosto in altro modo seguisse quella famosa impresa. Cioè, che i Greci facessero vista di partir dall’assedio, dopo aver prima posta in aguato molta Cavalleria lungi da Troia. Lieti uscirono della città i Troiani, credendosi omai sicuri, e sorpresi dal nimico perderono la libertà, e la Reggia dell’Asia: se pure è vero, che Troia fusse giammai presa da’ Greci, il che da talun si niega. Sia vera o falsa questa mia visione, e sia vero, o falso quanto narra Darete, ciò poco importa. Suppongasi pure passato l’affare in una di queste due maniere: certamente non è l’avvenimento abbastanza maraviglioso. Che fecero i poeti? Finsero, che i Greci prima d’abbandonar l’assedio fabbricassero un cavallo di smisurata mole, e che l’empiessero di soldati. Di poi per mezzo di Sinone fatto credere a’ Troiani, che bisognava introdurre il cavallo in Troia, la notte appresso fornirono la meditata impresa. Non v’ha dubbio, che immaginandosi, e contandosi da Virgilio in tal guisa il fatto, empie di maraviglia i Leggitori, non lasciando tuttavia d’essere verisimile, e credibile; tanto acconciamente, e giudiziosamente vien dipinto da quel divino poeta. Non è già dovuta a Virgilio la lode di tale Invenzione; poichè Trifiodoro, e Q. Calabrese, o Smirneo poeti greci, da’ quali s’è descritta la presa di Troia, e il primo almen de’ quali visse avanti a Virgilio, narrano quasi colle medesime circostanze la cosa. Omero stesso nell’Ulissea, Plauto, Lucrezio, ed altri antichi fanno menzione del cavallo troiano, e Macrobio afferma, che il principe de’ poeti latini copiò da un certo Pisandro le Invenzioni tutte del 2 libro dell’Eneide. A noi basta d’osservare, come la fantasia de’ vecchi poeti rendè credibilmente maravigliosa una cosa, che forse nulla in sè conteneva di maraviglioso.

Lo stesso si pratica tutto giorno ancora ne’ nobili poemi. Ma di questo lavorio poetico abbiamo già diffusamente trattato in ragionando della materia del Cap. VIII. Resta ora da dirsi, che gli antichi adoperarono eziandio ne’ lor poemi Epici certe immagini Fantastiche, le quali forse allora comparvero dirittamente verisimili non solo alla fantasia, ma ancora all’intelletto de’ popoli accecati da vane opinioni; ma ora senza dubbio si conoscono dirittamente false dall’intelletto illuminato per la nostra Santissima Fede, come son tanti favoleggiamenti delle finte Deità del Gentilesimo, che s’incontrano in Omero, e in altri moltissimi poeti. Fra queste immagini non poche ce ne furono, le quali se non dirittamente, almeno indirettamente, rappresentarono un qualche vero all’intelletto, coprendo come con un velo misterioso verità Istoriche, Naturali, e morali. Imperciocchè osservando que’ poeti, che il popolo credeva operatori di miracoli i falsi Numi finsero, che Mida Re della Frigia ottenesse da Bacco il privilegio di far diventare oro qualunque cosa egli toccasse. Ma mutandosi pure in oro ciò, ch’egli prendea per mangiare, e bere, convennegli, se non volle morir di fame, pentirsi del ricevuto dono, e farselo cambiare. Con questa maravigliosa immagine, che non alla sola fantasia, ma all’intelletto ancora de’ ciechi Gentili potea parere assai verisimile, mi fo a credere, che i poeti disegnassero la straordinaria avarizia di Mida, il quale sì sconciamente s’era volto ad ammassar danari, e a risparmiar le spese, che stette a pericolo di lasciarsi morir di fame. Vaghissima altresì, ed ingegnosa è la favola di Fetonte. Costui fu per avventura figliuolo di qualche gran Principe, ed invogliatosi di reggere, essendo ancor giovinetto, qualche provincia, o il Regno stesso del Padre, meritò la morte per lo disordinato, ed imprudente suo governo. Cento altre somiglianti Favole potrebbono qui accennarsi. Che se non si voleva da’ poeti narrare, e colorir qualche azione vera, e cosa avvenuta, ma solo insegnar qualche precetto di Filosofia morale, o Naturale, usavano parimenti le stesse immagini, che erano da lor chiamate Allegorie. Per far conoscere, quanto sia nocivo, e da fuggirsi il soverchio amor di se stesso, immaginarono, che un avvenente giovane appellato Narciso specchiandosi in un fonte, e innamorato di se medesimo, perdesse la vita. Volendo consigliare a’ giovani la fuga de’ Vizi, e delle Voluttà, ancora ne gli anni teneri, finsero che Ercole tuttochè fanciullo strozzasse in cuna due serpenti. Per lo stesso fine fu da loro adoperata la favola di Circe, che tramutò in varie sembianze ferine i compagni d’Ulisse, disegnando con essa gli effetti della sfrenata cupidigia de’ vili piaceri. Il medesimo può dirsi di tante altre fatiche d’Ercole, di Bacco, de gli Argonauti, e de gli altri o Numi, o Eroi dell’antichità, parte de’ quali mai non visse nel mondo, parte non fu differente da gli uomini d’oggidì, se non forse nell’aver più Vizi, o maggiori Virtù. E che in molte di queste Favole avessero gli antichi per fine il coprir qualche storia, o moral consiglio, facilmente si può scorgere in leggendo gli Spositori sì vecchi, come moderni della Setta Pagana, e massimamente Porfirio, Proclo, Palefato, Plutarco, il Vossio, ed Eraclide Pontico, il quale tratta ex professo, e con molto ingegno e schiarimento di quelle d’Omero.

Dissi, che in molte, e non già che in tutte quelle favole si conteneva qualche verità, e ragione; poichè infin gli stessi Gentili si rideano di coloro, che in tutte volevano cercarla. Cicerone fra gli altri nel lib. 3 della Nat. de gli Dei così scrivea: Magnam molestiam suscepit, et minime necessariam, primus Zeno, post Cleanthes, deinde Chrysippus, commentitiarum fabularum reddere rationem. Nè poca ragione ebbe Tullio di portar questa savia sentenza, perchè di fatto in buona parte somiglianti fantastiche immagini furono difettose, e frivole, mancando loro bene spesso quelle Virtù, che si richiedono, affinchè le immagini della fantasia possano chiamarsi perfette. D’alcuna di queste virtù già s’è bastevolmente parlato. Ora ne accenneremo alcune altre poche, la contezza delle quali, non che utile, è necessaria a qualunque amadore dell’ottimo. Primieramente adunque, perchè le regole del bello poetico, secondochè si è detto, son fondate non tanto sul vero e verisimile, quanto ancora sul buono onesto, e profittevole alla Repubblica, bisogna confessare, che nel lavorio di queste tali immagini alcuni poeti, e spezialmente Omero, trasandarono talvolta i confini del bello, inventando mille sconvenevoli, viziose, e sordide azioni di quegli Dei, che il Gentilesmo, e gli stessi poeti veneravano come veri Numi. Dato ancora, che col Velo dell’allegoria rappresentassero essi una qualche verità, questo vero però non doveva essere ignobile, disonesto, sordido, disdicevole, e capace o di nuocere a’ buoni costumi, o d’offendere la Religione. Siccome le nobili persone volendosi mascherare, e far bella comparsa in tempo di carnovale, prendono maschere, e abbigliamenti dicevoli alla lor condizione, senza avvilirsi a celar se medesimi sotto un abito disonesto, pezzente, e lordo; così le verità de’ poemi non hanno giammai da comparire in maschera, se non con abito convenevole alla lor natura, e qualità, affinchè ciò, che dee servir loro d’ornamento, e di lode, non divenga spiacevole a gli occhi altrui, e argomento di biasmo. Senza che, altre volte s’è detto, che le immagini della fantasia sono sparute, quando le cose, o persone immaginate non si rappresentano operanti secondo la lor natura. Ora gli Dei d’Omero sono ben lungi da tal decoro. Il perchè non pochi trovati della fantasia de’ vecchi poeti più tosto s’hanno da nominar sogni di persone veramente deliranti, che immagini belle della fantasia poetica. Certo non meritarono altro nome da gli stessi Gentili, e il mentovato Cicerone non altrimenti ne scrisse nel lib. 1 della Nat. de gli Dei.

Adunque l’intelletto de’ saggi poeti dee proibire alla fantasia ciò, che non è convenevole, anzi è contrario alle opinioni della Religione, che si professa. E [41] con gran ragione son condannati coloro, che ne’ lor poemi (come fece il Sannazzaro, e il Trissino) mescolarono insieme le verità della nostra Santa Fede colle favole de’ ciechi Gentili, confondendo le Najadi, le Nereidi, Proteo, Marte, Bellona, ed altre sognate Deità con Cristo, colla Vergine Madre, co’ Santi Martiri, e colle sacre imprese del vecchio, e nuovo Testamento.

Si potrà eziandio opporre a Dante, che in più d’un luogo dimenticò di trattare nel suo poema un argomento cristiano, permettendo, che la sua fantasia mischiasse col profano il sacro, e spezialmente allorchè introdusse nel Purgatorio Virgilio, e Catone, uomini senza dubbio portati dalla lor falsa credenza ad un più infelice soggiorno. Fanno parimente processo addosso al Tasso alcuni franzesi, perchè egli nella sua Gerusalemme, poema sacro, ha fatto entrar Plutone, ed Aletto, ridicole Chimere della gentilità. Ma con pace loro poco fondamento ha questa accusa. Egli è non solamente verisimile, ma certissimo di fede, che ci sono i Demoni, e ch’essi han vari Principi, ed uno particolarmente, che dalle Divine Scritture si chiama ora Lucifero, ora Principe delle Tenebre, ed ora con altri vocaboli. Certissimo è, parimente, che gli Spiriti Infernali hanno secondo le dette Scritture diversi nomi; e quando anche non gli avessero, può il poeta con tutta libertà donar loro quelli, che più alla sua fantasia piaceranno. Adunque il Tasso, col rappresentarci il concilio tenuto dal gran nemico delle umane genti, non trasporta nel suo poema alcuna favola, o Deità de’ Gentili, ma sol prende in prestito quel nome, ch’essi Gentili davano al Principe delle Tenebre, e il chiama Plutone, siccome dà il nome d’Aletto, preso da’ poeti pagani, ad un altro Demonio inviato dal Re Tartareo a sostener la parte de’ Saracini. S’egli, senza usar questi nomi, avesse descritta la medesima cosa, certo è, che non vi resterebbe luogo di scrupolizzare; e che l’uso solo di tai nomi pagani è quello, che muove il dubbio. Ma tanto è evidente, che questo uso non è vietato a’ poeti, quanto è certissimo, che infin le Scritture Sacre, cioè l’erario della verità, e de’ divini misteri, talvolta nelle lor traslazioni diedero luogo a somiglianti nomi [42] . Piacemi solo di rapportar ciò, che nel cap. 15 di Amos è scritto: Justitiam in terra reliquistis, facientem Arcturum, et Orionem. Al qual luogo notò S. Girolamo le seguenti parole. Quando autem audimus Arcturum, et Oriona, non debemus sequi fabulas Poetarum, ridicula, et portentosa mendacia, quibus etiam Coelum infamare conantur, et mercedem stupri sidera collocare, dicentes:

Arcturum, pluviasque Hyades, geminosque

Triones, Armatumque auro circumspicit Oriona.

Sed scire debemus, Hebraea nomina, quæ apud eos aliter appellantur, vocabulis fabularum Gentilium in Linguam nostram esse translata, qui non possumus intelligere quod dicitur nisi per ea vocabula, quæ usu didicimus, et errore combibimus. Unde et in Regum volumine Græci Titanas transtulerunt, quæ apud Ethnicos celeberrima fabula est ecc. Ci son veramente le costellazioni appellate da’ Greci Arturo, ed Orione; sono parimente stati al mondo i giganti, che presso a i detti Greci ebbero il nome di Titani. Adunque fu lecito a i traduttori della Scrittura sacra il valersi de’ medesimi nomi, e sarà pure stato lecito al Tasso l’usar i nomi di Plutone, e di Aletto, per significar due Demoni, che senza dubbio ci sono, e massimamente perchè i nomi di questi Demoni sogliono esprimere gli ufizi loro, o la lor natura, o altro effetto loro attribuito. Altrettanto ancora fecero altri poeti sacri, da noi venerati per la lor santità, e dottrina; e non ci è oggidì poeta, che abbia scrupolo di chiamar Giove il sommo, e vero Dio. Ciò, che si vieta, è l’unir colle sacre azioni, e persone, che son certissime, le azioni, e Deità favolose de’ Gentili, che son falsissime, come Venere, Nettuno, Mercurio, Pan, e mille altri simili Dei, che non furono deificati, e non ebbero l’esser loro, se non nella fantasia de’ ciechi pagani.

Vedutosi adunque, che il velo fantastico, onde i poeti cuoprono talvolta il vero, o il verisimile, non ha da pregiudicare alla religione, e alla politica, aggiungiamo ora, che questo Velo non deve essere grosso, come panno, ma trasparente, e sottile, affinchè velocemente si possa comprendere il vero, o verisimile coperto con esso. quando sia necessario il comento, e l’interprete; quando si debba tornare a rileggere i versi, o spendere gran fatica per venir in cognizione del vero artifiziosamente celato sotto queste immagini, elle perdono o tutta la lor grazia, e bellezza, o almeno parte di essa. È sempre viziosa la troppa oscurità; e siccome erra, chiunque affine di comparir sublime, e di dire in maniera straordinaria tutte le cose, diviene oltre il dovere oscuro, così niun merito rimane a coloro, che sotto oscurissime allegorie, ed immagini chiudono qualche verità, a discoprir la quale, non che l’ignorante popolo, non giungono talora gli stessi intendenti dell’arte. E per questa cagione ancora a noi non finiscono di piacere alcune delle sopraddette favole de gli antichi, e spezialmente d’Omero. Oscure di troppo ci sembrano quelle allegorie, quando più tosto non sia il vero, che Omero, e gli altri non pensassero punto al formare allegorie, ma che solamente avessero in animo di piacere al popolo rozzo con que’ chimerici sogni, nulla curando la dilicatezza de’ saggi. In una parola: consistendo la dilettazione dell’intelletto nostro, allorchè ci si parano davanti queste finzioni, favole, allegorie, ed immagini, nell’imparare, e comprendere un qualche vero mirabilmente, e leggiadramente travestito, ove questo vero sia tanto mascherato, che ravvisar non si possa, più tosto noia che piacere noi trarremo da cotali ritratti. E se la limpidezza si richiede nelle immagini distese della fantasia, molto più la richiediamo nelle immagini brevi, quali son le metafore. Queste nulla vagliono, se facilmente, se con eguale, o quasi egual chiarezza non ci fanno intendere ciò, che noi intenderemmo in ascoltando i nomi propri delle cose.

Oltre a questo si avrà riguardo, che tanto le traslazioni, quanto le altre immagini della fantasia, non sieno cavate da oggetti plebei, spiacevoli, e ridicoli, o contengano sordidezza, e bassezza, quando però non si trattasse materia burlesca, e non si volesse destare il riso, perchè ciò allora non solamente non sarebbe vizio, ma sarebbe virtù. Più tosto si debbono trarre le immagini da oggetti più vaghi, più nobili, più grandi, più gentili, e più giocondi, che non è l’azione, o la cosa, che noi vogliam rappresentare, amando noi il vedere ornata, e perfezionata, abborrendo il vedere abbassata, ed avvilita la materia oltre al merito suo, e all’aspettazione comune. Finalmente dappoichè s’è cominciato ad esprimere una cosa con qualche immagine, o metafora, o allegoria, non si può senza errore finir il senso con un’altra; ma bisogna continuare col medesimo taglio di Velo, acciocchè la veste di quella cosa non comparisca fatta a vergato, come gli abiti buffoneschi. Perciò non potremo lodare il Petrarca, il quale così dà principio alla sua quarta canzone.

Sì è debile il filo, a cui s’attiene

La gravosa mia vita,

Che s’altri non l’aita,

Ella sia tosto di suo corso [43] a riva.

La vita attaccata ad un filo debile, che in breve è per giungere a riva di suo corso, per verità son due traslazioni, o una allegoria, ed immagine poco ordinata, e mal cucita. Replicò il Petrarca quasi lo stesso sentimento in quel sonetto, che comincia: Io piansi, or canto, ecc. ma non con maggiore felicità:

Ond’ei suol trar di lagrime tal fiume,

Per accorciar del mio viver la tela,

Che non pur ponte, o guado, o remo, o vela,

Ma scampar non poriemmi ale, nè piume.

Lo stesso pure può dirsi di una somigliante immagine usata dal Malerbe nelle stanze, che cominciano Philis, qui me voit ecc. Dice egli in questa maniera.

Que e ne fusse miserable,

Que pour être dans sa prison.

Mon mal ne m’ètonneroit gueres,

Et les herbes les plus vulgaires

M’en donneroient la guerison.

Volesse Dio, che io non avessi altra miseria, che quella d’essere prigionier di Fillide. Il mio male non mi spaventerebbe punto, e l’erbe più triviali me ne guarirebbono. Il male metaforico della prigionia non poteva, nè dovea sanarsi con uno sciloppo.

Ma ritornando alle immagini distese, egli mi pare, che l’uso dell’antichità nel formarle brevi, come gli Apologi d’Esopo, o più lunghe, come le favole de’ poeti, possa con gloria seguirsi, purchè ci guardiamo da gli scogli, che testè accennammo. I suggetti veri, che si vorranno trattare in poema eroico, ove non sieno assai maravigliosi, pregheran la fantasia, che li faccia divenir tali. Essa aggirandoli ne formerà immagini pellegrine, e nuove, conservando sempre il verisimile, il credibile, il probabile. Lo stesso, e con maggiore autorità, potran fare i lirici. Veggasi come gentilmente un greco favoleggiasse, e facesse divenir maraviglioso un argomento vero. Avendo Berenice moglie di Tolomeo Evergete Re dell’Egitto votata a Venere la sua bellissima Chioma, se il marito ritornava vittorioso dalla guerra, se la troncò, e l’appese nel Tempio. La mattina appresso più non si trovò la detta Chioma, e recatone alla reina l’avviso, ella perciò stranamente s’afflisse. Ciò veggendo Conone gran matematico di que’ tempi, le fece credere, che la Chioma per ordine de gli Dei era stata portata in cielo, e cangiata in istella. Non potea la fantasia d’alcun poeta immaginare un più bel ripiego di quello, che si trovò da Conone. E in fatti piacque cotanto questa invenzione a Callimaco valentissimo poeta di que’ tempi, ch’egli ne volle comporre un’Elegia. Questa per opera sol di Catullo, da cui fu fatta Latina, e rimasa in vita, ed è a noi pervenuta. Rappresenta egli dunque, secondo la giurisdizion de’ lirici, la Chioma stessa già divenuta stella, che parla; e le attribuisce così leggiadri sentimenti, che meglio non può immaginarsi. Fra l’altre cose dice la Chioma alla Reina: che di mala voglia partì dal suo capo, e giura, che ciò è vero. Aggiunge: che quantunque ell’abbia la fortuna di vedersi passeggiar sopra il suo dorso gli Dei in tempo di notte, pure vuol confessare una verità con tutta franchezza, e con pace di Nemesi (Dea nemica de’ superbi) e delle altre stelle, che forse potrebbono adirarsi contra di lei per tal confessione: ella, dico, vuol confessare, che non si rallegra tanto per l’onore ottenuto in cielo, quanto si rattrista per esser lungi dal bel capo di Berenice, ove un tempo fa ell’era da mille odorosi unguenti profumata. Udiamo le parole di Callimaco stesso per bocca di Catullo:

Invita, o Regina, tuo de vertice cessi,

Invita: adiuro teque, tuumque caput.

Più oltre dice:

Sed quamquam me nocte premunt vestigia Divûm,

Luce autem canæ Tethyi restituor:

(Pace tuâ fari hæc liceat, Rhamnusia Virgo;

Namque ego non ullo vera timore tegam;

Non si me infestis discerpant Sidera dictis,

Condita quin vere pectoris evolüam.)

Non his tam lætor rebus, quam me abfore, semper

Abfore me a Dominæ vertice discrucior.

Quicum ego, dum virgo quondam fuit omnibus expers

Unguentorum unâ millia multa bibi ecc.

Eccovi dunque, come la fantasia de’ Greci migliori facea divenir maravigliosi, leggiadri, e nobili, que’ suggetti veri, che non erano tali per se stessi. Nè voglio lasciar di dire, che oltre a i componimenti de gli antichi poeti, da’ quali si possono raccogliere gli esempi di sì fatte immagini, ci ha eziandio de gli altri Autori, che ne hanno gran copia ne’ libri loro, come Porfirio, Filostrato, Apuleio, Suida, e altri. Anzi moltissime ne troviamo nelle medaglie, e ne’ bassi rilievi, che si sono conservati insino a’ nostri tempi. Certamente un muto poema, e una vaghissima immagine Poetica parmi quella della Deificazion d’Omero, che tuttavia si mira in un antichissimo basso rilievo, scoperto nel secolo passato, e pubblicato dal P. Kircher nel cap. 6 par. 3 del vecchio, e nuovo Lazio, e illustrato poscia egregiamente anche dal Sig. Giberto Cupero. E ben da questo marmo istoriato appare, come possa la fantasia impiegarsi per dar anima, vaghezza, e nobiltà a i suggetti, che si prendono a trattare in versi. Ciò, che fecero gli antichi, può gloriosamente farsi ancor da’ moderni. E non ha molti anni, che un felicissimo poeta della Compagnia di Gesù, cioè il P. Commire, finse, che Amore, e la Pazzia esssendo un giorno presenti alla mensa di Giove, per cagione d’una vivanda vennero fra loro a contesa. La pazzia trasportata dalla collera, preso uno spillone, trafisse gli occhi al non ben’ accorto fanciullo. Fatta di ciò querela al Tribunal di Giove, ordinò egli, che da lì avanti fosse tenuta indispensabilmente la pazzia d’accompagnare, e condurre il cieco Amore, ovunque volesse questi andarsene. Nella quale immagine, leggiadramente sposta in versi latini, spiegò il poeta a maraviglia bene questa verità, cioè: Che l’Amore profano o rade volte, o non mai va disgiunto dalla Pazzia. Sono, dissi, tuttavia permesse, e tenute in pregio queste bizzarre invenzioni della Poetica fantasia, quantunque s’introducano gli Dei de’ Gentili. In componimenti Lirici, e in altri poemetti d’argomento grazioso, ameno, e tenero, ma profano però, elle non si vietano; anzi molta gloria ha acquistato il P. Rapino per aver nel poema della Coltivazione de gli Orti intrecciato non poche di queste favolette a i suoi bellissimi versi; nel che s’è felicemente studiato d’imitarlo il Sig. Tommaso Ravasini Parmigiano, che poco fa trattò in versi Latini della Coltivazion delle Viti. Non oseran già sì fatte immagini entrare in ischiera, e mischiarsi colle verità luminose della nostra Santa Religione, o con altri argomenti Cristiani. Ove questi s’abbiano da trattare in versi, potrà la fantasia supplire con altre immagini, succedute in luogo delle Gentili. Quivi ancora o espongasi ciò, che è certo, ed accaduto, o pur ciò, che verisimilmente sembra che potesse, o dovesse accadere: può l’Immaginazione esporlo con abito sensibile, nuovo, e maraviglioso, come scorgeremo nel seguente vaghissimo esempio. Per quanto si cava dal Santo Vangelo, e da i Padri della Chiesa, egli è certo, che i Demoni con sommo livore, e dispiacere andavano considerando tutte le azioni dell’umanato Figliuol di Dio, la cui divinità era sospettata bensì, ma non creduta peranche da essi. Con tal fondamento sembrò verisimile alla fantasia del P. Ceva, che i Demoni, creduti una volta da molti grandi uomini, non che dal popolo, essere corporei, andassero con attente cura spiando tutti i passi di Gesù pargoletto, e che un giorno potesse avvenir questo gentilissimo accidente. Mentre alcuni Angeli preparavano in una deliziosa selvetta un convito alla Vergine, e al suo divin fanciullo, andava il tutto guastando uno Spirito Infernale in disparte. Quando ecco un Angelico Citarista all’improvviso gli giunge alle spalle, e gli rompe sul capo la Cetera, onde costui pien di vergogna, e di doglia ratto sen fugge. Rapportiam tutte le parole del poeta, come quelle, che con singolare Evidenza mettono sotto i nostri occhi l’immaginato avvenimento.

Hæc cernens limis oculis teterrimus Orci

Rumpitur invidia Genius malus. Inter amoenæ

Anfractus vallis, procul observarat euntes

Jampridem, scopulos circum, et iuga celsa pererrans,

Capripedi Satyro similis. Nunc anxius amens

Circum ibat nemus, ut mensam qui olfecit herilem

Villosus canis, at metuens oleagina tergo

Verbera, stratus humi, lances patinasque tuetur,

Hinc atque hinc motâ fallens jejunia caudâ.

Haud aliter Stygius lustrabat singula gurges,

Exertans oculos, nunc hac, nunc pervagus illac.

At circum erranti, et ramos cuncta tuenti,

A tergo alatus fidicen, cornu inter utrumque

Barbiton infregit medium, quod forte gerebat.

Nam tibi quo petulans, aditus? ten’, lurida pestis,

Huc inferre? Apage hinc citius: procul, helluo.

Vento Ocyor ille fugâ pedibus quatit arva bisulcis,

Tuta petens: summi scandentemque ardua montis

Cernere erat pavidum, celsa de rupe tuentem,

Atque utrâque manu plagam cervice tegentem.

Da questa vivissima dipintura, e da tanti altri esempi finqui per noi raccolti, finalmente crederò che si sia potuto comprendere l’artifizio della fantasia, e quanto ella giovi al fine della poesia, ora col vestire d’abito nuovo, e mirabile il vero evidente, e certo, ora col ritrovare, e dipingere bizzarramente il possibile, credibile, e verisimile. Chiunque perciò abbia dalla natura ottenuto gran vivacità, e forza d’Immaginazione, può promettersi gloria, e fortuna in Parnaso; e per questo nel pregio appunto saran sempre venerate da chi ha buon sapore, le Opere dell’Ariosto, del Chiabrera, e d’altri viventi poeti. Questa bella prerogativa, purchè aiutata dallo studio, e dal giudizio, è quella che principalmente ci fa divenir poeti, perchè da lei principalmente dipende la poesia medesima. Si augurino dunque fecondità, e velocità di fantasia coloro, che danno opere alle Muse, affinchè sia loro facile il rinvenire immagini, per mezzo delle quali ogni argomento proposto divenga nuovo, maraviglioso, nobile, e gentile, cioè acquisti virtù di sommamente dilettar chi legge, od ascolta. Fecondino, ed aiutino essi l’erario di questa Potenza colla varia lettura, collo studio di molte Arti, e Scienze, colla cognizione de’ costumi, de’ paesi, de’ fatti antichi, e moderni, e d’infiniti altri Fantasmi, che secondo le congiunture servono poscia al bisogno. Confessava il Tasso prima d’aver terminata la sua Gerusalemme, ch’egli era così fattamente esausto d’immagini, che gli sarebbe stato necessario il far qualche viaggio, e abbandonar le Muse per alcun tempo, affin di riempire la stanca, ed impoverita fantasia di nuove merci. Ma non esca mai di mente a’ poeti, che la fantasia ancor ne’ suoi deliri ha da riconoscere la superiorità, e l’imperio dell’intelletto, e questo richiede nelle immagini il vero, e il verisimile.

FINE DEL LIBRO PRIMO

Note

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[1] Altri si rimane dietro alla strada: Quasi ὶσρεῒν τῆς όδοῡ ἀπολείπεται τῆς όδοῡ. Non mi pare troppo frase Toscana. Forse sarebbe meglio: Altri si rimane addietro, o pure: non fornisce il viaggio, o riman per via.

[2] Imperocché: Di questo Imperocchè non ve ne ha nel Vocabolario altro che due esempi; il primo di essi, che è Giovanni Villani lib. 10, cap. 32, nel mio MS. ottimo, dice: Imperciocché.  Laonde  non lo frequenterei tanto, e in quel cambio userei Imperciocché, Perciocchè usitatissimo dal Boccaccio, Poiché, Conciossiachè.

[3] Meglio sta ed, che et. I Deputati sopra il Decamerone nel giudiziosissimo e utilissimo libro delle loro Annotazioni mostrano evidentemente i nostri buoni scrittori avere usato sempre l’E o Ed, e bandiscono del tutto l’Et, quantunque per l’uso talora, ma di rado, si tolleri.

[4] Sig. Apostolo Zeno: Molto bene scritto, e non Appostolo. Dicevano i nostri antichissimi Appostolo; ma in oggi sa d’affettazione, dicendosi comunemente da noi Apostolo. Così Ovvidio oggi si dice Ovidio.

[5] Non prodotto allora alcun poeta di grido: Ciò mi pare detto troppo francamente, essendoci stato tra gli altri Andrea Salvadori e Ottavio Rinuccini, alle poesie  de’ quali se non fosse stata la gran luce e fama del Chiabrera, non sarebbe mancato il dovuto maggior grido di quel ch’egli abbiano. Perciò meglio sarebbe stato il dire: benché non prodotto allora alcun poeta di sommo universal grido. Il conte Fulvio Testi prese tutto il mondo colla bizzarria, sonorità e vaghezza delle sue canzoni; e durò un pezzo nelle nostre Accademie la voga d’imitarlo; ma conoscendosi dai vecchi che i giovani andavano come perduti dietro a quello stile nuovo e fiorito, abbandonando la lettura del sommamente da loro amato Petrarca, il cominciarono a screditare, non perchè egli non avesse virtù poetiche, avendo, se non altro, sfinito i più bei passi dei poeti latini; ma il fecero per ridurre all’amore della purità, e della proprietà e della gentilezza della lingua e per richiamare lo smarrito gusto del Petrarca. Comunque sia, si lasciò di comporre a quella usanza. Ciò in progresso di tempo ha fatto un pregiudizio, che si presero a fare sonetti e a disusare le canzoni, le quali, a dire il vero, sono il maggiore sforzo poetico, e dove le virtù poetiche possono più largamente campeggiare.

[6] Non si rimangono però d’abbellirsi: Qui avrebbe luogo quel dell’Ariosto: Che spesso cresce una beltà un bel manto.

[7] Del non essere le opinioni de’ filosofi naturali, se non probabili e verisimili, si dice da Platone in più luoghi nel Timeo, ove Timeo stesso dice a Socrate: E’ ὰν οῖω. ῶ Σώϰρατες πολλὰ πολλῶν ἐιπόντων περιθεῶν. Ma per non caricare di citazioni, e per non rompere il filo el discorso, basta ciò solamente accennare.

[8] E quindi possiamo discernere ciò che è menzogna e falso ec.: Le Muse appresso Esiodo nella Generazione degl’ Iddei, di se medesime.

Iδμεν ψεύδεϰ πολλὰ λέγειν ἐτὑμοισιν ὁμοῖα.

Iδμεν, δἔντ’ ἐθελωμεν, ἁληθέα μανϑήσσϑαι.

Sappiam dir molti falsi al ver simili ;

Sappiam quando vogliam, narrare il vero.

[9] Si biasima Omero del mettere tanto in opera gli Dei. Avrei toccato più delle allegorie, che poteano piacere agti scienziati, secondo la dottrina di Proclo sopra il Timeo, e d’ Eraclide Pontico.

[10] Il soffiare indietro, che fa Minerva dell’ asta di Ettore avventata contra Achille nel 20 dell’Iliade, vuol dire che Dio l’aiutava e insinua che niente si fa senza l’assistenza di Dio dagli uomini ancor valorosi.

[11] Ma perchè i Romani son fatti a posta per muovere quell’ammirazione ec.: Credo ancor io che la prima intenzione fosse quella di muovere ammirazione. Ben è vero, che usando maniere tanto caricate, ne viene fuor d’intenzione il riso. L’Ariosto nel canto 29  dice della pazzia d’ Orlando :

Con quella forza che tutt’altra eccede.

La vuol far comparire forza d’eroe, forza più che quella che hanno comunemente gli uomini. Dà nell’ eccesso, e però nel ridicolo.

[12] Immagini sontuose: Questa parola sontuoso si suol dire d’un banchetto, o d’altra cosa di costo, dal latino sumtuosus. Non è adoprata dagli, antichi, e in questo sentimento è alquanto impropria. Avrei detto splendide, magnifiche , o simili.

[13] Tra l’altre, cose le parlava in simil guisa: Qui per servire alla brevità e alla delicatezza del secolo, che non riflettendo a quegli antichissimi tempi, ne’ quali doveano naturalmente essere secondo l’affetto loquaci, mal sopporta quelle Omeriche intemerate, non si riferisce tutto il passo. Lodo la traduzione del sig. Muratori; ma non dispiaccia l’udire, come io abbia tradotto tutto così come egli sta questo passo (nella mia traduzione della Iliade) senza perderne parola. Eccolo.

Ma tu, se puoi, soccorri al tuo buon figlio;

Sali all’Olimpo, e porgi preghi a Giove,

Se al cuor di Giove mai alcuna aita

Donasti tu, od in parole, o in fatti.

Poiché spesso io t’ udii, orando in casa

Del padre mio Peleo , quando dicevi

Che il figlio di Saturno, che le nubi

Nere raguna, sola tu fra tutti

Gl’Immortali salvasti, e da lui sola

Allontanasti una malvagia fine,

Quando legar lo voller gli altri Iddìi)

Giuno, Nettunno e Pallade Minerva.

Ma tu accorrendo, o Dea, sì il liberasti,

Chiamando tosto il Cento-mani al grande

Olimpo, cui gl’Iddii noman Briareo,

Gli uomini tutti appellano Egeone;

Poiché costui nella forza è molto

Del padre suo miglior, che presso al figlio

Di Saturno sedea in lieto onore.

Di lui i beati Iddii ebber timore,

Nè più Giove legaro. Or dunque a lui

Memorando tutto ciò, t’assidi, e prendi

Supplichevole, umil, le sue ginocchia;

Se a’  Troiani pur vuol porger soccorso

In alcun modo, e gli sconfitti Achei

Spingere al mare, e nelle navi chiudere,

A fin che del lor Re godano tutti,

E conosca anco Atride Agamennone,

Che a tante genti da per tutto impera,

Il proprio danno; poiché nulla ei volle

Rispettare il più prode infra gli Achei?

Se il passo si fosse messo così lungo come è, avrebbe servito al proposito di fare spiccare l’Ariosto sopra Omero: potendo parer questo languido e rincrescevole, e per la troppa diceria noioso; l’altro vivo e spiritoso, e che fa spiccare la cavalleria nel forte ancor dello sdegno. Non è però che da questa caricatura di costume non sian venute in proverbio le Rodomontate; e che Rodomonte non passi quasi per un personaggio comico, simile appresso a poco al Miles gloriosus di Plauto. Qui Achille parla colla madre, e non può metter fuori la sua furia, facendo figura di raccomandarsi. Traluce tuttavia negli ultimi versi il carattere dell’impiger, iracundus.

[14] I versi del Suzeno io tradurrei a parola a parola, in questa forma:

Quattro cose ti reco,

Iddio Signor , che in tuo tesor non sono:

Il Nulla e la Mancanza,

Ed il Peccato e il Pentimento io reco.

Fra i poeti persiani fu molto stimato costui, ed era della città di Susa , e perciò detto il Suzeno.

[15] Chiabrera, il cui merito non è abbastanza conosciuto: Anzi avrei detto: il cui merito non è mai abbastanza conosciuto; perciocché egli è conosciutissimo e lodatissimo, ma non mai a sufficienza.

[16] La traduzione che fa qui il signor Muratori del passo d’Omero, è spiritosa. Quella, che io ne ho fatto ad verbum  nel principio del lib. XVI dell’ Iliade , dice così:

Patroclo, perchè piangi, quai bambina

Pargoletta, che insieme colla madre

Correndo, a torla in collo la costrigne,

Attaccata alla gonna, e la ritiene,

Mentre in fretta cammina, e lagrimante

Riguardala, finchè la prenda in collo?

Patroclo, a lei simile, ne distilli

Tenero pianto...

Similitudine altrettanto leggiadra e evidente è quella di Catullo.

Torquatus volo parvulus

Matris e gremio suae

Porrigens teneras manus,

Dulce rideat ad patrem

Semihiante labello.

[17] Dal passo di Cicerone in encomio d’Omero: At ejus picturam, non poësin videmus, prese il Petrarca, credo io, quel bell’ elogio ch’ ei fa dello stesso.

Primo pittar delle memorie antiche.

[18] Ma oltre che potevasi: Quando si dà l’affisso al verbo, andrebbe quello posto in fronte del discorso; e non in corpo, se non nel secondo membro dopo la copula, come per esempio: Potevasi inoltre con maggiore stima. Ovvero: ma potevasi ec. O pure: Ma oltre che si poteva. Regola è questa poco osservata; e il primo che l’osservasse, fu il cardinale Nerli vecchio. E l’ho per lo più riscontrata esser vera su i nostri autori; e l’orecchio anche, se ben si guarda, la giudica buona. Miro ciò praticato in questi libri, tuttavia! lo voglio accennare siccome osservazione che non è troppo nota; e io medesimo ne’ miei Discorsi trascurava a principio, innanzi che mi fosse dal senatore Segni, segretario e compilatore dell’ultimo Vocabolario, rivelata.

[19] Ed egli, posto al fuoco un gran laveggio: Laveggio, la cui origine è lebetium, cioè las: onde fu detto da Dante La Veggia, cioè Vaso da tenere il Vino, che nell’antico era di terra; a noi Fiorentini suona, non come in Lombardia, Paiuolo; ma picciol vaso, in cui si tiene brace con cenere, da tenere in mano, o da tenersi sotto il verno, per iscaldarsi. Tutto affaccendato insieme col suo servo e col suo amico si mostra Achille, per fare onore agli ambasciadori, che così portava quell’antico tempo, che si facevano le cose cordialmente e alla buona, o pure per fare questa finezza d’adoperarsi da sé medesimi in fare ai forestieri amorevolezza. Tutto il luogo nel mio Omero tradotto, il quale io stamperò forse una volta, dice così :

Egli allor mise gran carname a fuoco.

Di pecora una spalla alla gran fiamma,

E di grassa capretta entro vi pose;

E di porco bracato un lachetta

Di buon grasso fiorita, adorna e fresca.

Queste robe teneva Automedonte,

E le tagliava poi il divo Achille;

E ben ben nelle sue fette trinciatele.

Negli schidioni le infilzava , e fuoco

Grande fea Meneziade, uom divino.

Ma poiché fu bruciato il fuoco, o smorta

La fiamma, fatta attor buona sbraciata,

Per di sopra distese gli schidioni;

Spruzzò del divin sale, dagli altari

Suso levando. Or poi ch’egli arrostio,

E su i deschi posò il fatto arrosto,

Patroclo il pan prese a distribuire

Sulla mensa da’ bei panieri e Achille

Le parti fece delle carni.

La traduzione del sig. Muratori senza fallo è più nobile è più leggiadra, la mia per avventura più somigliante.

[20] Ora non voglio querelare Omero: Par francese quereller. Direi: far processo ad Omero.

[21] Ciò detto ec.: Ancor questa traduzione del sig. Muratori è mirabile. Pur veggasi, quanto ardisco: che pongo qui sotto la mia fatta con una obbligazione somma che la fa riuscire più secca.

Disse; e porse le braccia al suo bambino

Il chiaro Ettorre, ed il bambino al seno

Della ben cinta balia si piegò,

Stridendo, indietro; del suo caro padre

Rispettando il sembiante, e paventando

Del ferro e del cimiere, che di crini

Di cavallo fregiato era composto,

Dalla cima dell’elmo fieramente

Mirandolo crollare il fiero capo,

Risene il caro padre, e la gran madre.

Tosto l’elmo dal capo il chiaro Ettorre

Tolsesi, e giuso ne ’l depose a terra,

Che per tutto spargea razzi di luce.

Or ei, poiché baciò il caro figlio,

E colle mani il ballanzò: sì disse,

Facendo a Giove e agli altri Iddìi preghiera.

[22] Eccovi come francamente Omero ec. ) Da che ho deposta una volta la vergogna, col mostrare allato di queste le mie traduzioni, opportet graviter esse impudentem. E però seguo;

Sovverrommi, nè me prenderà obblio

D’ Ecato Apollo, del quale gl’Iddìi

Treman quando egli va per la magione

Di Giove; e mentre egli ne vien dappresso 7

Muovonsi tutti dalle sedie, quando

Ei tende gli archi gloriosi e chiari.

Latona sola resta appresso Giove

Folgorator; la quale e l’arco stende ,

E chiude la faretra, e da’ gentili

Omeri a lui prendendo colle mani

L’arco, a una colonna lo sospende

Del padre suo, da una caviglia d’oro.

Poscia a seder sul trono lo conduce.

Dagli nettare il padre in aurea coppa,

Lietamente accogliendo il caro figlio,

E dipoi gli altri Dii nelle lor sedi.

Gode la venerabile Latona,

Perchè un arciero e prode figlio feo.

[23] Hanno perduto il maraviglioso: Il Rosa nelle Satire facetamente disse :

Le Metafore il Sole han consumato.

[24] Petr. L’erbetta verde ec. Pregan pur che ’l bel piè: Tibullo anch’ esso diede azione e affetto all’Erba, quando disse che ella inaridita dal seccore, faceva orazione Zνι τῷ Υ’τὶῶ, a Giove Pluvio, o sopra la Pioggia.

Arida nec Pluvio supplicat hérba Jovi.

[25] Orazio dicendo: et aures Satyrorum acutas, venne a dire lo stesso che Satyros con poetica elegante perifrasi. Così presso Omero Bίν ηραϰλειη Aἰνείαωn? Bίν, Vis Herculis, Æneae. E noi l’Eccellenza del Signor tale, per lo Signor tale. Né è cosa nuova da osservarsi che i Satiri portino le orecchie aguzze e i piè di capra. Osservò bene il poeta Bacco maestro di poesia, e discenti le Ninfe e i Satiri.

[26] Mirantur et undae ec. : Lo stesso Virgilio mirabilmente dell’albero innestato.

Miraturque novas frondes, et non sua poma.

Da questo presi occasione in un mio sonetto di dire.

Come pianta selvaggia avvien che il rio

Sapor ne lasci per soave innesto,

E i primi succhi suoi ponga in obblio

E stupisca in mirare il nuovo cesto,

E le poma non sue : così il cuor mio

Dice tra sé: frutto d’Amore è questo.

[27] A mio uopo, a tuo uopo, si trova; ma non al mio, al tuo uopo. Così quando uopo il richiede è ben detto; ma non sarebbe forse così dicendo: quando l’uopo il richiede. Questa voce, in origine latina, pur ci viene per mezzo del provenzale Obs; e quivi si trova assolutamente posta. MS. Provenzale antichissimo in carta pecora nella famosa Libreria di S. Lorenzo del gran Duca mio signore: Aume incerto: queu ai tot qa obs a Trobador. Cioè : Ch’io aggio tutto, ch’è uopo a Trovatore, cioè a poeta.

Che tutto ciò ch’ uopo ha poeta, io aggio.

Io sono il primo che abbia la temerità di tradurre i poeti provenzali, de’ quali nè il Tassoni nelle Osservazioni sopra il Petrarca , nè il Redi nelle Annotazioni al Ditirambo, nè tradusse pur un verso, bastando loro il citargli , se non fusse alcun poco il Novelliere il Vico, e Mario Equicola nella Natura d’Amore. Son veramente molte loro rime scure e inintelligibili. Pure ve ne ha delle più chiare; e se alcuno vi ponesse studio, molto fmtto, a mio credere, trarre se ne potrebbe pel fatto della nostra lingua. Ma giacciono sepolte nelle nobili librerie fra la polvere, rimanendo a far fede che quella lingua sia stata. Altro esempio d’ Uopo in questo MS. di Rime antiche Provenzali.

Raimon vos es trop fol veis del pensar

Qa tres fraires vos mesclar d’ aitai [a] gap

Qa sascus del [b] vos porria mendar

Toitz los mestier qe sabez far.

Del nap dai quel sabez mais qobs no (c) vos auria

Perqe vostr oill plagnon e fan clamor,

E no volon la vostra compagnia,

Qar los tonels (d) vos a pres per Seignor.

Bamondo, troppo folle in pensar veggiovi,

Ch’a tre fratelli vi mischiate, tali,

Che ciascun d’essi ben porria ammendare

Tutti i mestier che far sapete. In nappo

Sapete più che uopo non avria.

Perciò i vostr’ occhi piangono, e clamore

Fanno, e non (e) voglion vostra compagnia,

Perchè le botti per signor v’ han preso.

[a] Aitai , ondi l’ antica Toscana altrettale, cotale. - (b) Leggo nous pel verso; e us in provenzale ho osservato è il vous de’ Franzesi. - (c) O pure: nè vuol’uom. (d) Leggo dels , o dellos. - (e) Franzese: les tonneaux ; antico franzese tonneaulx.

[28] Nel tuo partir partì del mondo Amore e Cortesia: Così il Petrarca. Teocrito nell’ Idillio diciannovesimo in morte di Bione.

Πᾶντα τοι, ῶ βούτα υγϰὰτϑανε δῶρες τὰ μοησῳν

Tutti teco morirò delle Muse

O buon bifolco, i doni.

[29] Pensiero da unirsi e compararsi con quello di Angelo di Costanzo intorno alla Cetera di Virgilio, è il pensiero di Teocrito nel suddetto Idillio.

Tὶς ποτε σῷ σύριγγι ec. Così ho tradotto io:

Chi sonerà le tue sampogne, o caro?

E chi fia quei sì temerario e folle

Ch’oserà porre alle tue canne bocca?

Quivi ancor spirati le tue labbra e il fiato ,

E pasce ancora i tuoi bei canti l’Eco.

[30] Della fantasia di Bacco lavato dalle Ninfe, o bella o brutta ch’ella si sia, il Ronsardo non ci ha, colpa; poiché egli la prese di peso dal tetrastico di Meleagro nel primo libro de’ Fiori degli Epigrammi greci, alla sezione sopra il Vino.

Aὶ Nύμψαι τὸν βάηχον ec.

Pietro Valeriano nel lib. 53 de’ Geroglifici alla parola Sanguis il tradusse così, volendo gareggiare colla galanteria greca.

Ardentem ex utero Semeles lavere Lyaeum

Naides, extincto fulminis igne sacri.

Cum Nymphis itaque est tractabilis: at sine Nymphis

Candenti rursum fulmine corripitur.

Quando però il sig. Redi disse: È bella la fantasia del Ronsardo, che per dare una lode grande ec., il disse con una certa ironia, alla guisa de’ Fiorentini; e volle intendere, in un certo modo, curiosa, strana, stravagante, e per la sua stravaganza gustosa. Che se avesse parlato sul sodo, l’avrebbe più magnificata, e con asseveranza detto: È bellissima: o veramente: è una bella cosa quella fantasia del Ronsardo; è una bella fantasia, o cose simili. Ed io, che l’ ho praticato intimamente, e ero pratico delle sue maniere e del suo linguaggio, assicurerei che l’avesse detto ’eipawntàsἐιρωνιχῶς.

[31] Ed album mutor in alitem Superna: E non superne, come altri scrivono. Così sta il verso, e si serva la figura alla greca, cioè secundum superna , τὰ ἃνω, ϰατὼ τὰ ἃνω τὰ ὐπέρθεν. Così si fece uccello Ennio nell’epitaffio ch’egli si compose, il quale volava vivo ancor dopo morte per le bocche degli uomini, presso Gellio.

Tremo me lacrjmis decoret, nec funera fletu

Faxit; cur? volito vivu’ per ora virum

E lo stesso sentimento è d’Orazio, che forse il prese di qui. Absint inani funere naeniae ec. . .

[32] Tra i rapimenti quello del sig. Canonico Menimi nella Poetica, ove dà precetti del Ditirambo, mi pare che vada alle stelle.

[33] Ma per via calpestata orme novelle sempre segnar ec. credo che sieno i versi qui accennati. A questa bella fantasia del Chiabrera mi piace d’aggiugnerne due d’un poeta latino e d’un greco. Il latino è Lucrezio nel principio del libro quarto.

Avia Pieridum peragro loca, nullius ante

Trita solo; juvat integros accedere fontes,

Atque haurire; juvatque novos decerpere flóres

Insignemque meo capiti petere inde coronam,

Vnde prius nulli velarint tempora Musae.

Il greco e Oppiano sul principio del lib. 1 della Caccia degli Animali, ove Diana così dice al poeta:

Pestati su; calchiamo aspro sentiero,

Cui niuno finora de’ mortali

Calpestò co’ suoi carmi.

Non ho il greco appresso di me; e però metto sola la mia traduzione. Così lo spirito sublimissimo del Chiabrera non si ravvisa inferiore a quello di questi gran poeti.

[34] Che debb’io far ? che mi consigli, Amore? Pare ciò preso da quel galantissimo epigramma latino portato in confronto delle tenerezze d’Anacreonte presso Gellio, che comincia; Aufugit mi animus. Dice, che essendosi accorto che il suo cuore era scappato, e riparatosi al solito dalla persona amata, lo vuole andare a trovare, dove egli è; ma che dubita di non rimanerci anch’esso; e perciò non sapendo che partito prendersi, ricorre a Venere:

Ibimu’ quaesitum; verum, ne ipsi teneamur,

Formido. Quid ago? Da, Venu’, consilium.

Questo ultimo corrisponde al Che debbo io far? che mi consigli, Amore? Così le fantasie e le immagini non si pigliano tutte dalla natura, ma ancor da’ libri, la lettura de’ quali ne eccita delle bellissime, talché il poeta chiude il libro, e non vi legge quel giorno più avanti, e si sente da quel passo tratto a forza ed acceso.

[35] E che non abbiamo ora a sperare, o temere noi altri amanti? Infatti Servio a questo luogo: Speremus pro timeamus. O pure: E che cosa abbiamo ora da aspettare? Il medesimo Servio: Aut quid non speremus perversi accidere, cum hoc mihi acciderit? Al che conviene la voce spagnuola esperar, la quale è presa per attendere, aspettare.

[36] Posso con verità dire che qua a Firenze il Chiabrera piace, ed è gustato e ammirato sommamente e particolarmente da me, che veggio che non vi ha chi abbia preso più il carattere di Pindaro in quel modo, che per noi si può, più di lui. E di fatto egli fu grande ammiratore de’ Greci, che quando volea lodare una cosa, o pittura, o architettura anco, che si fosse, solea dire: Ella è poesia greca, facendo sinonimi poesia greca e cosa eccellente.

[37] Corrispondente alla grandezza degli argomenti: A nostri costumi non parrebbero grandi argomenti l’aver vinto alle carrette, o alle pugna , o a correre, o a fare alle braccia. E perciò averei aggiunto, che tali erano quelli delle vittorie de’ giuochi nelle quattro principali feste di Grecia, che chi era vincitore, erano egli e la sua città coronati. E Cicerone, per darne un esempio ai suoi Romani, nell’Orazione in difesa di Lucio Fiacco dice che erano eguali ai trionfi dei Romani le feste e l’allegrezze che vi facevano agli Jeronici, o vincitori de’ giuochi sacri.

[38] Dando precetto che i filosofi ne’ loro trattati deono andare sobrii, e stare lontani dalle fantasie poetiche, pare che tacitamente si dia addosso a Platone, che è detto l’Omero de’ filosofi, e che perciò dall’Alicarnasseo, critico in questa parte troppo severo e poco gustante di quella alta maniera, e dal Nisieli, critico poi più asciutto, ne fu con poca reverenza tacciato. E sento che Bacone di Verulamio, per altro uomo creatore e inventore di cose mirabili, gli dia per lo capo, si Diis placet, in alcuno de’ suoi libri, di Theologus mente captus. Ma a chi si vuol ricredere, basta leggerlo: ch’ ei non è così per tutto; ma mescola colla gravità de’ ragionamenti la galanteria della conversazione, e talora viene trasportato da estro come poetico, non perdendo però di vista la materia. Cbe la prosa non abbia a esser poetica, si dice qui ed altrove; e bene. Ma vorrei dire con Cicerone: Platonem semper excipio.

[39] Seneca il Tragico: Qui, oltre al censurare Seneca, avrei lodato i Greci, e particolarmente Euripide.

[40] A quella immagine di Marziale, che la Parca un tal giovane Scorpo,

Dum numerat palmas, credidit esse senem,

non mi piace aggiunto il titolo di Bella; poiché oltre al parermi ψυχρὰ, posa sul falso; quasi la Morte non rapisca egualmente i vecchi e i giovani, anzi forse più questi che quelli, pochi giugnendo alla vecchiezza.

[41] E con gran ragione son condannati ec. ) A questo proposito dirò, parermi troppo più interpretazione che il Petrarca nel Sonetto Levommi il mio pensier, avendo inteso in tanti altri luoghi per terzo Cielo quel di Venere, ivi intenda quello, di cui S. Paolo. Nè il Petrarca è molto schivo in queste cose. Nell’egloga undecima intitolata Pantheon, tutta teologica, chiama Giove il Padre eterno.

Sic cantare Jovem coepit, Genitumque sacrumque

Flamen....

E poco sotto, l’Angelo che lottò con Giacobbe, lo chiama Stilbone, epiteto proprio del pianeta di Mercurio.

Et luctam in somnis habitam Stilbonis agrestem;

Et clunem tactum pariter nomenque secundum;

cioè Israel, forza ili Dio, o forza divina, il qual nome, o sopranome, Giacob si guadagnò in quella lotta. Ercole chiama nostro Signore, quando va al Limbo; Cacco il Diavolo; Ipolito, quasi Virbio, nostro Signore risuscitato. Quantunque l’egloga comporti, anzi voglia questa finzione di nomi.

[42] I Gentili ad miseros dicevano ἐις ἄδην, a casa Pluto. E questa medesima voce è nel Simbolo di nostra Fede ϰαπεθοντα ἐις ἄδην; perchè l’uomo si serve di quelle voci che corrono, e che sono già introdotte. È ridicolo il Nisieli nel primo Proginnasma, criticando in Virgilio Veneremque nefandam, quasi peccasse contr’al decoro. In questo luogo Venerem vale semplicemente concubitum; né chi la sente s’immagina mai la Dea Venere.

[43] Ella fia tosto di suo corso a riva: Fia a riva, è lo stesso, che arriverà di suo corso al fine. Così: Nè dentro sento, né di fuor gran caldo, è lo stesso, che non mi cale gran fatto. È una spiegazione della parola Cale detta di sopra, e non è nuova immagine. E poi la rima sforza a trovar delle frasi e de’ traslati, che tengano luogo del proprio. Di questi esempi n’ avea il Petrarca infiniti in Dante, e non è poco che si sia mantenuto così sobrio. In Pindaro se ne troveranno, credo io, molti di passare da un’immagine all’altra; e ciò mostra copia, spirito e vivezza. E quando le immagini sieno leggiadre, fa un mirabile vago, come quello di Lucrezio.

.... medioque in fonte leporem

Surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angit.

Oh! fonte e fiori non son cose così disperate, come filo e acqua che corre, alla quale è paragonata la vita. E chi sa che non intenda filo d’acqua, come noi diciamo un’ acqua poca, e sottile e lenta, che poi viene a fermarsi? Ma ciò sia detto per ischerzo. Certo è che filo si dice d’ogni cosa tenue, come filo d’ acqua, fil d’erba, fil di spada. E i Latini con quel suo nihil accorciato da nihilum, e questo originato da nikilum, cioè ne filum quidem, non altro significavano, che tenuità somma, e estremità di cosa; e aggravandosi il significato, venne ciò a dire nulla, niente. Non intese adunque il Petrarca cominciando, sì è debile, d’avere a lavorare colla fantasia questo filo; ma volle dire: È così scolata, è così debile, così ridotta all’estremo la mia vita, come appunto l’acqua, o altro liquore, quando non ce n’è più (che noi diciamo ei fila, la botte fila, quando è al fondo) che s’ altri non l’aita, ella arriverà al suo fine, ella mancherà. Ma non vorrei ridere su quella interpretazione che io ho rigettata, come di scherzo. Se bene alle volte, ridendo dicere verum Quid vetat? Ciò però non mi lusinga, talch’io non creda che il Petrarca avesse in vista lo stame vitale e il filo della Parca, onde altrove :

Per accorciar del viver mio la tela.

Ma queste sono frasi tanto famigliari, e tratte dalla notissima novella dei gomitoli delle Fate, o Parche, che non s’impegnano a seguitarle e continuarle, come se fossero nuove e insolite allegorie; ma si passano, come tenenti luogo dal proprio, e fatte lingua poetica, e termini di quell’arte.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011