Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

LUDOVICO ANTONIO MURATORI, Dissertazione sopra i servi e liberti antichi, in Memorie di varia erudizione della Società Colombaria Fiorentina, Firenze, 1747, pp. 63-74.

DISSERTAZIONE  LXXVI

DISSERTAZIONE

DEL SIGNOR PROPOSTO

LUDOVICO ANTONIO MURATORI

BIBLIOTECARIO DEL SERENISS. DUCA DI MODENA

SOPRA

I SERVI E LIBERTI ANTICHI

I.

 Iò che fossero i Servi antichi, usati una volta dagli Ebrei, Greci e Romani, anzi da tutte ancora le barbare Nazioni, ben lo sanno gli Eruditi; ma non già chi nulla studia i costumi dei vecchi secoli.

Resta tuttavia fra noi il nome di Servo, e Servitore; ma gran divario passa tra i Servi d’allora, e quegli di oggidì. Un Servo degli Antichi significava persona sottoposta al comando e dominio di un Padrone, presso a poco come sono i cavalli e i buoi: e in fatti si vendevano i Servi in quei tempi, come si usava anche dei giumenti. E questo vuol dire, che col nome di Servo si intendeva allora, chi da noi viene appellato Schiavo: se non che gli Schiavi dei tempi nostri, che si trovano in alcune piazze marittime portano catena: dal qual peso erano esentati i Servi, o vogliamo dire gli Schiavi degli antichi secoli.

II.

Quando, e come s’introducesse in Europa il nome di Schiavo in vece di Servo, è tuttavia ignoto. Motivo abbiamo di credere, che gran copia di Schiavoni, appellati anticamente Sclavi, o perché fatta prigioniera di guerra, o perché, spinta da qualche disgrazia fuori del suo paese, perdesse la sua libertà, di modo che lo stesso divenne il dire Schiavo, che Servo. Sanno i Legisti, e l’altra gente dotta, che i Servi nulla possedevano di proprio, nulla guadagnavano per se, tutto era dei lor Padroni, che solamente permettevano loro qualche ritaglio dei guadagni, e dei frutti della loro industria, chiamato peculio. Che non potevano far Testamento; che i loro figli e discendenti restavano anch’essi involti nella servitù, e soggetti come il padre al medesimo Signore: che non erano per loro viltà, e per altri riguardi, ammessi alla Milizia; e simili altre notizie, che io tralascio. Ma non già tutti sanno, che l’uso di sì fatti Servi e Schiavi, durò in Italia sin verso il Secolo XII in cui cessò, principalmente a mio credere; perché, se era anticamente un bel comodo, e guadagno l’aver molti di essi, veniva questo contrappesato dall’incomodo di vedergli non rade volte fuggire, e di dovergli con ispese e fatiche cercare, e talvolta di perdergli per sempre. Ora da che l’Italia si trovò trinciante nel Secolo specialmente suddetto in tante Città libere, Principi, e Signorotti, che l’uno non dipendeva dall’altro; allora troppa facilità provavano i Servi per sottrarsi colla fuga ai Padroni; e troppo difficile il recuperargli. Si aggiunse ancora il bisogno di gente per le tante guerre di quei tempi; e chi era ascritto alla Milizia, conseguiva la libertà. Finalmente si ha contezza, che nei tempi di Roma libera, e sotto gl’Imperadori, si contavano Padroni, ciascuno dei quali aveva in suo dominio, non dirò più centinaia, ma più migliaia di Servi. Chi più ne possedeva, si reputava più ricco, come chi oggidì ha maggior copia di cavalli, di pecore, e di buoi. Fruttava tutta quella povera gente al suo Signore.

III.

Ma quali erano l’Arti e gli Ufizj de’ Servi?

Lorenzo Pignoria, uomo di gran grido fra i Letterati, ne compose un Trattato apposta col titolo, de Servis, & eorum apud veteres ministeriis. Quivi ci fa egli vedere un lungo ed erudito Catalogo di quanti impieghi una volta fossero capaci i Servi, cominciando da i più bassi, e salendo a tanti altri, che noi oggidì riputiamo molto cospicui. Chi nondimeno attentamente leggerà quel Libro, avrà occasione di meravigliarsi, come quel dotto uomo sì stranamente confondesse le cose. Sapeva egli ( e chi nol sa dei Letterati?) la differenza, che passa tra i Servi e i Liberti; e pure in essa sua Opera non badò ad attribuire a i Servi non pochi Ufizj, che erano propri dei Liberti; e dopo aver mostrata compassionevole la condizione dei Servi, gli solleva poscia ad una invidiabile, per la qualità degli onorevoli loro ministeri.

Ora qui conviene osservare un uso degli antichi Romani, ben diverso da quelli dei nostri tempi. Sono i Servi o Servitori d’oggidì gente libera, che spontaneamente presta servizio ad altri; che può ritirarsene, e può essere cacciata, godendo tutti i Popoli d’Italia, e le minime persone al pari dei Grandi, il privilegio della Libertà. Ma Roma antica si divideva in due popolazioni, l’una dei Servi, o vogliam dire Schiavi, privi della libertà, il numero dei quali era prodigioso in quella Regina delle Città; e l’altra di gente libera, divisa in molte Tribù, che comprendeva immensa copia di Artisti, Mercanti e d’altri anche poveri, anche rustici uomini, ai quali tuttavia competeva il nome di Cittadini Romani, ed avevano anch’essi una volta la lor parte nel governo della Repubblica. Sommamente si stimava anche da i Poveri la Libertà e Cittadinanza Romana per i privilegi, ed utili, che seco portava. E non già, che fosse disdetto ad essa povera gente il passare al servizio dei benestanti, e dei Grandi; ma volendo ciò fare, perdeva uno la libertà e cessava di essere Cittadino Romano; perché erano incompatibili colla servitù quei due pregi: di modo che propriamente i Ricchi non erano serviti da gente ingenua, e libera, ma solamente dai Servi, e siccome diremo, anche dai Liberti, i quali erano una specie di persone fra i Servi, e gl’Ingenui, nati da Padre libero.

IV.

Notissima cosa è che i Servi colla manomissione acquistavano la libertà, o comprandola con cedere il loro peculio a i Padroni, o conseguendola pel merito di aver ben servito per un tempo discreto, o per le raccomandazioni degli Amici, o pel Testamento dei loro Padroni, o per altre cagioni, ed occorrenze. Allora prendevano il nome di Liberti, diventavano gente libera, e Cittadini Romani: potevano far testamento, essere aggregati alle Tribù; e godevano altri vantaggi. Chi prima gli teneva in suo dominio, e si chiamava Dominus, o pure Herus, da lì innanzi, in riguardo a quei Liberti, veniva appellato Patronus, voce poi mutata in Padrone; divenendo egli come Padre e non più Signore del Liberto. Riteneva perciò il Patrono sopra quel Liberto il giuspatronato, cioè non dominio, ma diritto di succedergli ab intestato, se mancavano figli; e se il Liberto avesse peccato d’ingratitudine verso chi gli aveva compartita la Libertà, tornava per gastigo ad essere Servo come prima, per tacere altre cose. Parimente altro costume fu dei Romani, che benespesso i Liberti continuavano a Servire nelle case dei Loro Padroni; o perché tornava loro il conto; o perché non conseguivano un’intera Libertà, e si obbligavano per patto a qualche impiego nella famiglia di esso Padrone. E questi impieghi non erano più bassi, e i vili dei Servi; ma bensì, i decorosi, quali convenivano a chi godeva il pregio della Cittadinanza Romana: di maniera che, siccome oggi dì la Famiglia dei gran Signori si divide in Servitù bassa, come Palafrenieri, Cuochi, Cocchieri, e simili; e negli uomini di Cappa nera, come Bracieri, Segretari, Coppieri, ed altri: così gli Ufizj bassi anticamente appartenevano a i Servi, e gli onorevoli a i Liberti. Tanto più questo si praticava, perché i Liberti entravano nella Famiglia propria dei loro Padroni. Imponevasi dal Signore un solo nome al Servo. Qualora poi costui veniva manomesso, acquistava il Prenome e il Nome del medesimo Signore, come sarebbe il dire ai nostri tempi, che gli era conferito il Nome e Cognome di chi prima il signoreggiava. Bella Iscrizione si legge nella mia Raccolta pag. MDXXXXVI. num. 6. posta ad un fanciullo appellato Festo, che caduto in un pozzo perdé la vita

QUI SI VIXISSET. DOMINI IAM NOMINA FERRET.

Se il Signore fosse stato per esempio Marco Labirio Ferace, il Fanciullo manomesso si sarebbe da lì innanzi nominato Marco Labirio, Liberto di Marco, Festo, ritenendo il nome del tempo servile, cioè Festo, nell’ultimo luogo. Talmente era considerabile questo essere aggregato alla Famiglia, che Patroni assaissimi solevano far comune il proprio Sepolcro a loro Liberti, e Liberte, come consta da i Marmi antichi: privilegio di cui non erano partecipi i Servi. Molta industri perciò allora usavano essi miseri Servi per abilitarsi in qualche professione a misura del loro talento.

I Servi stessi facevano imparare Lettere a i loro Figli, e di questo si prendevano cura anche i loro Padroni. Con ciò si meritavano essi di uscire dalla vile loro greggia e condizione, per servire come Liberti in ufizj di onore, e di lucro.

V.

Noi non sappiamo se con patti, e con quai patti una volta si manomettessero quei Servi, che poi continuavano come Liberti a servire in casa de’ loro Padroni, con essere alzati a più onorati impieghi. Sappiamo bensì dal Tit. de Operis Libertorum, e dall’altro de bonis Libertorum ne’ Digesti, che moltissimi acquistavano la libertà con obbligarsi di fare ai Padroni dei regali, o delle fatture, se erano Artefici, operas, vel donum. Questo si praticava verisimilmente dai soli Mercanti, e da altri Signori dati dall’interesse; ma non già nelle Nobili Case. Per conto di queste, le antiche Iscrizioni ci fanno vedere, che moltissimi furono coloro, che anche dopo la conseguita Libertà seguitavano a convivere, e a servire in quelle medesime Case, non più come Servi, ma come Liberti; perché probabilmente tornava in vantaggio degli uni, e degli altri. I Padroni si servivano di persone loro confidenti, e già innestate nella propria Famiglia; e i Liberti cresciuti di onore e di guadagno, poteano accumulare roba per se e per i figli. Non ho potuto io scoprire se i Romani tenessero servi mercenari come oggidì; o se di veri Servi, o di Liberti allora si servivano.

VI.

Ciò posto, maraviglia è, che il Pignoria intrattando degli ufizj de’Servi antichi imbrogliasse tanto le carte, senza distinguere i Servi dai Liberti, e con attribuire molti impieghi ai primi, che pure erano riserbati agli ultimi. E più da stupire è, citarsi da lui Marmi, che parlano di Liberti, e pure son presti da esso, come se parlassero di Servi. Sulle prime viene egli abbassando la nobile professione de’ Medici alla vil condizione de’ Servi. E con quale autorità? Colle parole di Paolo Orosio, che nel Lib.VII. Cap. III. Così scrive: Adeo dira Romanos fames sequunta est, ut Caesar Lanistarum familias, omnesque Peregrinos, Servorum quoque maximas copias, exceptis Medicis, & Praeceptoribus, trudi Urbe praeceperit. Ma questa eccezione si dee riferire all’omnes Peregrinos, a tutti i Forestieri, e non già ai Servi, de’ quali tuttavia dovette restare gran copia nelle Case de’ Nobili. Aggiunge il Pignoria la seguente iscrizione.

CHRESTAE . CONSERVAE . ET . CONIVGI

CELADVS . ANTINOVS . DRVSI

MEDICVS . CHIRVRG .

Non Antinous, ma bensì Antoniae, cioè della moglie del Principe Druso, s’ha ivi da scrivere. Ora questo Celado fu Liberto, e non Servo della Casa Augusta, come apparisce da Giuseppe Ebreo Lib. XXIII. Cap. XIV. E da un’Iscrizione riportata dal Boissardo, e dal Grutero pag. MXXXIV.I. che fu posta

DIS . MANIB

OCTAVIAE P . F . CATVLLAE

CELADI . DIVI . AVG . L

VXORI . B . M

Riferisce il medesimo Pignoria un’altra Iscrizione di TI . LYRIUS (probabilmente il Marmo avrà
TI . IVLIVS) TI . AVG . L . SER . CELADIANVS . Costui era stato prima Servo di Celado, e gli fu data la Libertà da Tiberio Augusto. Ancor questo fa conoscere Celado Liberto; perché i Servi non poteano avere dei Servi. Né dia fastidio, che Celado, e Chresta sua moglie portano un sol nome, come usavano i Servi; perché troppi esempi si trovano di Liberti, che ne’ tempi de’ primi Cesari si servivano del solo lor nome servile, con cui comunemente erano chiamati, nelle pubbliche Iscrizioni, come costa dalla Classe XII. e XXI. della mia Raccolta. Quel che può parere strano, si è, che Chresta Moglie di Celado Medico, vien detta Conserva: il che ci fa vedere non men di lui, che la moglie Servi. Ma è da osservare, che ne’tempi d’essi primi Imperadori, quei Liberti che servivano nella Casa e Famiglia Augusta, erano anche appellati Servi: o ciò facessero per adulazione, o pure perché servendo a che era Signore di tutti, rispetto a sì fatti Padroni tenevano se stessi per Servi. Comunque ciò fosse, certo è, che quei medesimi portanti il nome di Servo, non lasciavano d’aver già conseguita la Libertà, e d’essere Liberti. Per tralasciar altri esempi, nella mia Raccolta alla pag. DCCCXCII si legge:

DAPHNVS

CAESARIS . N

SER . DISP . FISCI

CASTRENSIS

VERNIS SVIS F .

Se questo Dafno aveva de’ Servi ( Verna significa, come ognun sa, Servo nato in casa del Signore) adunque era Libero di condizione; e con tutto ciò viene appellato Servo del nostro Cesare. Doveva anche avere il Prenome, e Nome della Famiglia dell’ Imperadore, che l’aveva manomesso; benché non usi, che il solo nome dato a lui nella Servitù. Sicchè per conto de’ Medici non sussiste, che i medesimi fossero della feccia del popolo, cioè Servi, e l’onorata loro condizione si può ricavare da varie altre memorie dell’antichità. A me solo basterà dire, avere l’antico Giureconsulto Giuliano nella l. Patronus ss.de operis Libertorum scritto così: Plerumque Medici, Servos ejusdem artis Libertos producunt, quorum operis perpetuo, uti non aliter possunt, quam ut eas locent & c. Se i Medici tenevano dei Servi, adunque tali non erano essi. E se insegnavano ai proprj Servi l’Arte loro, conveniva poi concedere ad essi la Libertà; affinché la potessero esercitare.

VII.

Andando innanzi, noi troviamo, che il Pignoria ai Servi attribuisce i più onorati, e principali impieghi della Casa e Famiglia Augusta: quando è assai noto, che questi non si concedevano se non che ai Liberti, i quali ( come costa nella Vita di alcuni de’ primi Imperatori, o corti di mente, o depravati dai vizi) divenivano gli arbitri della Corte, ed erano riveriti e temuti quali pari al Principe dal Popolo, e dalla Nobiltà Romana. Pallante, Narciso, Epaphrodito, sono celebri per questo nella Storia Romana. Quali adunque oggidì sono tanti onorati Cortigiani, che servono alla loro Camera, Anticamera, Mensa, e ad altre funzioni presso i Principi e le Principesse, tali erano allora i Liberti, e non già i Servi. Era nella Corte Imperatoria l’ufizio di chi invitava i Senatori, ed altri Nobili ai Conviti del Principe. Ecco l’Iscrizione riferita da lui stesso.

AGATHOPVS

AVGG . LIB .

INVITATOR

Costui è chiamato Liberto degli Augusti, ed era a lui appoggiato quell’ onorevole impiego. Godevano anche varj Cortigiani un ufizio di somma confidenza, cioè quello di fare il saggio della mensa degli Augusti, ed avevano un Procuratore sopra di loro. Di costoro parla il seguente Marmo, riportato dal medesimo Pignoria:

TI . CLAVDI . AVG . LIB

ZOSIMI PROCVRAT

PRAEGVSTATORVM

Ognun vede, che ancora qui ci comparisce davanti un Liberto. V’era chi aveva cura de’ vasi d’oro, che servivano per la mensa degli Augusti, siccome fa vedere esso Pignoria con quest’altra Iscrizione:

GAMVS . AVG . L . PRAEP . AURI

ESCARI . FECIT . SIBI . ET

FLAVIAE . TYCHE . CONIVGI

Chi non vede, che tale incombenza nella Corte dell’ Imperatore apparteneva ad un Liberto, e non già ad un vil Servo? Ed ancorché fosse stato manomesso, pure, siccome fu di sopra avvertito, usa il solo Nome Servile: il che ripeto, affinché trovandosi simili nomi soli nelle antiche memorie de’ primi Augusti, non si corra tosto a spacciarli per Servi. E che questo Gamo non fosse Servo, ma Liberto, si può anche raccogliere dalla moglie, che è Flavia Nice. Costei dovea essere stata dianzi Serva di Vespasiano Augusto, o d’uno dei suoi figliuoli. Nel ricevere il dono della Libertà, fu inserita nella Famiglia Flavia, propria d’essi Augusti. E notisi, che a distinguere i Liberti dai Servi, giova l’osservare le mogli; perciocché era vietato ai Servi lo sposare Donne Libere, nel ruolo delle quali erano parimente comprese le Liberte.

VII.

Se vogliam credere al Pignoria, nella Corte Imperiale v’era un Maestro dei Servi, e lo prova colla seguente Iscrizione:

TI . CLAVDIO . AVG . LIB .

HERMETI

M . PVERORVM DOM . AVGVST.

Ne aggiunge un’altra.

FLAVI STEPHANI

PAEDAG . PVEROR .

IMP . TITI

CAESARIS

Ma questi Maestri, o Governatori non erano già Servi, ma bensì Liberti, come chiaramente ivi si legge. Oltre di che, parlandosi dei Fanciulli della Corte Imperatoria, si ha con tal nome ad intendere i Paggi del Principe. Nella mia Raccolta pag. DCCCLXXXIV. 4. si trova un Publio Elio Epafrodito Liberto d’Augusto, Magister Jatroplita Puerorum eminentium Caesaris Nostri. Certamente un Pedagogo, che conducesse a spasso gli innumerabili Servi della Corte Augusta, non è da immaginare. E quei Paggi, siccome adoperati al servigio immediato degli Augusti, si dee credere, che fossero Liberti, e non Servi. Secondo il Pignoria entravano nel ruolo dei Servi i Bibliotecarj della Corte Augusta. Si trovano, dice egli, nei Marmi antichi:

C . IVLIVS C . L . PHRONIMVS A . BIBLIOTHECA .

GRAECA . – C . IVLIVS . FALYX . A . BIBLIOTHECA

GRAECA PALAT . – TI . CLAVDIVS . AVG . L . HY-

MANAEVS . MEDICVS . A . BIBLIOTHECIS . – L . VI-

BIUS . AVG . SER . PAMPHILIVS . SCRIBA . LIB . ET .

A . BIBLIOTHECA . LATINA . APOLLINIS .

Ma i Prenomi, e i Nomi di questi Bibliotecari, cioè l’essere ascritti alla Famiglia Giulia e Claudia, li fa conoscere per Liberti, e non mai per semplici e vili Servi. Quello stesso Lucio Vibio Panfilo, benché appellato Servo d’Augusto, non lasciava d’essere Liberto, come ne fan fede i suoi Nomi.

VIII.

Di questo passo va il Pignoria proseguendo il Catalogo degli Ufizj, e Ministerj degli antichi Servi, confondendo insieme quei, ch’erano propri di essi, con gli altri, che competevano ai soli Liberti. Ma i Liberti, e massimamente quei della Corte Imperiale, occupavano posti di grande onore, non solamente in essa Corte, ma anche nelle Provincie, come apparisce da tutti i Raccoglitori degli antichi Marmi. E sebbene alcuni di essi si trovano chiamati Servi degli Augusti, abbastanza si conosce che per qualche ragion particolare portavano questo nome, e non già perché fossero della vil condizione de’ Servi volgari. Fors’ anche pochi erano i Liberti appellati Servi, all’osservare, che per la maggior parte gli altri si nominano solamente Liberti degli Augusti, e non già Servi. E se il Pignoria desiderava, che ci fosse alcuno, che prendesse poi a trattare dei Ministerj de’ Liberti, come egli avea fatto di quei de’ Servi, dovea procedere con esattezza maggiore, e non entrare nella giurisdizione de’ Liberti stessi. Ma non più.

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto, 2011