Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXXV

Delle pie Confraternità de’ Laici, e dell’origine

d’esse, de’ Flagellanti e delle sacre Missioni.

Degne son d’aver luogo in quest’Opera anche le pie Confraternità de’ secolari, che ancora son chiamate Confraternite, Compagnie, Scuole; perché esse pure traggono la loro origine dai secoli barbarici. Non v’ha città in Italia, terra, o castello, anzi villa che non abbia una o più di queste pie congregazioni, tutte istituite pel culto divino, per cantare le lodi di Dio e de’ Santi, ed esercitarsi in altre opere di pietà e di misericordia; e tutte fornite di leggi e vesti particolari, riunendosi ciascuna alla sua propria chiesa le feste, e in altre occasioni. Ne’ secoli del Paganesimo esistevano compagnie somiglianti di persone che trattavano le cose sacre. Roma e tant’altre città istituirono gli Augustali in onore di Augusto, i quali nondimeno si possono collocare fra i sacerdoti. Altre adunanze si miravano una volta in Roma, chiamate Collegj, alle quali apparteneva la cura de’ pubblici giuochi e sacrifizj che si celebravano in onore de’ falsi Dei, o per dare sollazzo al popolo. Di sì fatti collegj non furono prive le città della Grecia, ed erano chiamati Eterie e Fratrie. Nel cap. XIII de Senectute di Cicerone si legge: Sodalitates, Quaestore Marco Catone majore, constitutae sunt, sacris Idaeis magnae Matris receptis. Così in Roma si contavano Sodales, Flaviales, Hadrianale, Trajanales, ec., e in oltre Collegia Dendrophororum, Fratrum Arvalium, Septemvirum Epulonum Capitolinorum, siccome ancora quei degli Artisti. Senza l’autorità del Senato o dell’Imperadore non si poteano istituir queste Confraternità; e perché senza tale licenza se ne formarono alcune che poi produssero molte fazioni e sconcerti, per testimonianza di Asconio Pediano e di Suetonio nella Vita di Augusto, ne furono abolite alcune ancora delle prime approvate. Marciano giurisconsulto nella l. mandatis ff. de Collegiis attesta il medesimo, con aggiugnere nondimeno, Collegia Religionis causa coire non proiberi. Di più non ne dico, perché in fatti le Confraternità Cristiane non le credo istituite coll’esempio delle Pagane, ma sì bene dall’industria delle pie persone, bramose di accrescere il culto di Dio, con obbligarsi ad alcuni ufizj e doveri di Religione. Però nel seno del Cristianesimo s’ha da cercare l’origine delle sacre Confraternità.

Se vogliamo stare all’asserzione di Odorico Rinaldi negli Annali Ecclesiastici all’anno 1267, num. 83, primum Laicorum Sodalicium, cui vulgo Confraternitas nomen, nacque in Roma nello stesso anno, coll’essersi istituita la Confraternità di Santa Maria del Confalone, la quale fu confermata da papa Clemente IV, come consta dalla sua bolla nel Bollario Romano. Hujus exemplo (dic’egli) condita alia pia Sodalicia, et a Summis Pontificibus accendendae pietatis ergo approbata et confirmata fuerunt. Di questo sentimento era stato prima Tommaso Bosio nel libro IX, cap. 5 de Signis Eccles., dove fa autore della prima Confraternità San Bonaventura, insigne personaggio; e da questa tante altre presero poi esempio. Ma lungi dal vero andarono tali Autori. Quando anche si conceda che quella fosse la prima Confraternità formata in Roma; pure si farà conoscere che gran tempo innanzi nel Mondo Cristiano ci furono di tali pie adunanze. Io lascio andare i Parabolani, cioè una società di cherici ad curanda debilium aegra corpora destinatam in Alessandria nell’anno 418, come abbiamo dalla legge 42 e dalla seguente de Episcopis nel Codice Teodosiano. Tralascio ancora ciò che ha Giustiniano Augusto nella Novella XLIII e LIX de Lecticariis et Decanis, istituiti per seppellire i corpi de’ Fedeli, perché non consta se i lor collegj avessero uniformità colle pie compagnie de’ nostri tempi. Stimò in oltre il Cardinal Baronio di aver trovato in Roma nell’anno 894 Sodalicium plurimorum Sacerdotum, inter quos et Episcopi nonnulli, ad hoc ut post obitum singuli Consodalium sacrificiis juvarentur. Recò egli la tavola di marmo, dove si legge quella convenzione. Ma un leggier vestigio fu quello delle Confraternità, delle quali ora cerchiam l’origine; e quando anche si voglia dar questo nome a quell’istituto, non si può perciò dire col P. Mabillone negli Annali Benedettini a quell’anno: quod forte primum exemplum est ejusmodi Sodaliciorum, seu Confraternitatum, ut vulgato vocabulo utar. Perciocché precederono altri simili esempj in Francia, indicati fin dallo stesso Mabillone all’anno 859, dove fra Vescovi o preti o monaci si conveniva di celebrar Messe, e di far altre opere pie per suffragio dei Defunti. Molta differenza passa fra le pie società di allora, e le secolari che oggidì esistono. Son io persuaso che le ultime possano vantare un’antichità maggiore di quel che si crede.

E primieramente pare che si possa stabilire che anche a’ tempi di Carlo Magno, e prima dell’anno 800, si trovassero fra’ Cristiani di Occidente delle Confraternite di persone pie. Odasi la legge XIII Longobardica dello stesso Carlo Augusto (Par. II del tomo I Rer. Ital.). De sacramentis per Gildoniam ad invicem conjurantium, ut nemo facere praesumat. Alio vero modo de illorum eleemosynis, aut de incendio, aut de naufragio (aggiugne il Baluzio quamvis conhibentiam, cioè convenzione) faciant, nemo in hoc jurare praesumat. Trattando ora con più attenzione di quel che feci nelle annotazioni a quella legge, penso che ivi si parli di alcune pie Confraternite, e queste di secolari, che fossero in quel tempo. Imperocché Gilda e Gildonia, o Geldonia (e non già Gildoma, come è scritto ne’ Capitolari stampati) nient’altro fu che adunatio, come insegna Papia gramatico, cioè una Società o Fraternità, siccome mostrò il Du-Cange nel Glossario, e prima di lui il Vossio, lib. II, cap. 8 de Vitiis Sermonis. L’origine di questa voce viene dal Sassonico Gegyldan, o Gyldan, che significa Pagare, come notò Guglielmo Somnero nel Glossario Anglicano. Anche i Fiamminghi hanno Gilde, e gl’Inglesi Gylden. Cioè si formavano compagnie d’uomini, i quali si obbligavano a pagar certa somma di danaro, e di farne una sola borsa, per valersene poi ad opere pie, o pure a conviti, che si facevano in determinati tempi dai confratelli. Forse di là venne una voce Italiana, da gran tempo disusata, di cui si servirono gli scrittori Toscani, cioè Gualdana, significante un’unione o compagnia di soldati. In una epistola scritta dal Clero di Utrecht a Federigo vescovo di Colonia nel secolo XII intorno a Tanchelmo, o sia Tanchelino seduttore, si legge che un certo Manasse avea istituita Confraternitatem quamdam, quam Gilda vulgo appellant. Che le Gildonie mentovate da Carlo Magno fossero società pie, assai lo indica la menzione ivi fatta delle limosine. Cioè, per quanto io vo conietturando, quei compagni, appellati anche Congildones, si obbligavano ad aiutar con limosine i poveri, e spezialmente chi avesse patito incendio o naufragio. E perciocché coloro che entravano in essa società, giuravano di soddisfare agli oneri della medesima, e di adempierne le leggi della compagnia; ma venendo il caso, o non volevano o non potevano mantener la parola, onde venivano poi liti, e quel giuramento tornava in danno delle lor anime: perciò il saggio Imperadore permise bensì quelle Gildonie, cioè società, ma ne escluse il giuramento. Non s’ha dunque da prendere qui Gildonia per un’illecita congiunzione, come ha una chiosa presso il Baluzio, ma sì bene per una società legittima, e approvata dall’autorità del Principe. Essendo stata quella legge inserita nelle Longobardiche, si può per conseguente credere che non solamente in Francia, ma anche in Italia si trovassero delle Gildonie, cioè Confraternità di laici istituite per motivo di pietà e religione.

Ho chiamato questa una coniettura finquì. Aggiungo ora che tal coniettura passerà in sicura sentenza, se noi attentamente esamineremo i Capitoli scritti da Hincmaro arcivescovo di Rems ai preti della sua Diocesi nell’anno 852, stampati nella Raccolta de’ Concilj del Labbè. Ecco le sue parole nel cap. 16: Ut de Collectis quas Geldonias vel Confratrias vulgo vocant, sicut jam verbis monuimus, et nunc scriptis expresse praecipimus, tantum fiat, quantum ad auctoritatem et utilitatem atque rationem pertinet. Ultra autem nemo neque Sacerdos neque Fidelis quisquam in Parochia nostra progredi audeat. Che queste Gildonie fossero pie Confraternità di laici, istituite con licenza del Re e confermate dal Vescovo, ce ne assicurano le seguenti parole d’Hincmaro. Idest in omni obsequio Religionis conjungantur: videlicet in oblatione, in luminaribus, in oblationibus mutuis, in exsequiis defunctorum, in eleemosynis, et ceteris Pietatis officiis: ita quod qui candelam offerre voluerint, sive specialiter, sive generaliter, aut ante Missam, aut inter Missam, antequam Evangelium legatur, ad altare deferant. Oblationem autem, unam tantummodo Oblatam, et Offertorium, pro se suisque omnibus conjunctis et familiaribus offerat. Si plus de vino voluerit in butticula, vel canna, aut plures Oblatas, aut ante Missam, aut post Missam, Presbytero, aut Ministro illius tribuat: unde populus in eleemosyna illius Eulogias accipiat, vel Presbyter supplementum aliquod habeat. Erano dunque istituite in que’ tempi delle compagnie a fin di esercitare alcune opere di pietà e carità; cioè di offerire al tempio, mantener ivi la luminaria, accompagnare alla sepoltura i defunti, dar limosine, e attendere ceteris Pietatis officiis, per guadagnarsi merito presso Dio. Che altro mai di grazia si propongono le pie Confraternite de’ nostri tempi? E perciocché in queste raunanze alle volte vien creduto di celebrare più solennemente le feste con qualche convito e buon vino, e quivi in oltre insorgono non di rado risse e nemicizie; convien di nuovo ascoltare Hincmaro, il quale attesta che a’ suoi dì succedeva lo stesso, e sembra descrivere i costumi della nostra età. Pastos autem (dic’egli) et commessationes, quas Divina auctoritas vetat, ubi et gravedines, et indebitae exactiones, et turpes ac inanes laetitiae, et rixae; saepe etiam, sicut experti sumus, usque ad homicidia, et odia, et dissensiones accidere solent: adeo penitus interdicimus, ut qui de cetero hoc agere praesumserit, si Presbyter fuerit, vel quilibet Clericus, gradu privetur; si Laicus, vel femina, usque ad satisfactionem separetur. Seguita poi Hincmaro a suggerire quel che s’abbia a praticare, caso che occorrano delle liti, con dire: Conventus autem talium Confratrum (Confratelli tuttavia si chiamano in Italia) si necesse fuerit, ne simul conveniant, ut si forte aliquis contra parem suum discordiam habuerit, quem reconciliari opus sit, sine conventu Presbyteri, et ceterorum esse non possit. Post peracta illa, quae Dei sunt, et Christianae Religioni conveniunt, et post debitas admonitiones, qui voluerint, Eulogia a Presbytero accipiant; et panem tantum frangentes, singuli singulos biberes accipiant; et nihil amplius contingere praesumant: et sic unusquisque ad sua cum benedictione Domini redeat. Converrà chiamar cieco chi non vegga stabilite fino ne’ tempi d’Hincmaro, cioè nel secolo nono, le pie Confraternità de’ laici, che si studiavano di esercitare quae Dei sunt, et Christianae Religioni conveniunt. Potrebbesi anche provare che molto prima dell’età d’Hincmaro esistessero quelle divote compagnie, se sapessimo di certo in qual anno fosse tenuto un Concilio Namnetense, o sia di Nantes, che si legge nel torno IX de’ Concilj del Labbè, dove si truovano quasi ripetute le suddette parole d’Hincmaro, e si parla de Collectis, vel Confratriis, quas Consortia vocant. Pensa il Du-Cange che la parola Consortium significhi Congregationem Presbyterorum. Certo è che ivi si tratta d’una Confratellanza di laici, a cui nondimeno si ammettevano ancora i cherici secolari. Alcuni han creduto che questo Concilio fosse tenuto nell’anno 800; il Sirmondo nell’anno 658; il Pagi nell’anno 660. Io nulla determino. Se tanta fosse l’antichità d’esso Concilio, s’avrebbe a credere formate ne’ più rimoti secoli le Confraternità suddette.

Si vuol nondimeno confessare che non è sì facile il trovarne altri vestigj, tanto in Francia che in Italia, prima del secolo XIII. Un Concilio di Roano dell’anno 1189 descrive Societatem seu Frateriam (o sia Fratriam) istituita non men da’ Cherici che da’ Laici. E i PP. Martene e Durand nel Thesau. Nov. Anecdot. pubblicarono uno strumento, con cui Arnaldo vescovo di Narbona conferma nell’anno 1212 Confraternitatem istituita in Marsiglia, e ne riferisce gli Statuti. Ma perché mai sì tardi si comincia a trovar vestigio di queste pie compagnie in Italia? Forse perché si abolirono le antiche, e in tempi sì torbidi e facili alle sedizioni, quali furono quei dell’Italia, non era permesso l’istituirne delle nuove, e si proibirono le già fatte, come anche avvenne in Francia. Certamente, se si eccettua l’inclita città di Venezia, dove non si provarono guerre civili a cagion della saviezza di quel Governo, nell’altre città d’Italia per tutto il secolo X e per li due seguenti non ho io saputo trovar memoria alcuna di tali Confraternite. Dissi doversi eccettuar Venezia, in cui mi pare di scoprirle nel secolo XII, e nate non allora, ma molto prima. Erano quivi appellate Scuole, nome che tuttavia in Milano e in altre città si dà a simili Confraternità laicali, perché scuole della pietà cristiana. Ho io mostrato con più esempli che il nome di Scuola significò ne’ secoli antichi una congregazione, un corpo di gente. E in Roma v’erano Scholae Cantorum, Scholae Addextratorum, Mappulariorum, Cubiculariorum, ec. Però maraviglia non è, se anche alle pie Confraternità si appropriò il nome di Scuola. Particolarmente in Venezia questo invalse; e di quale antichità sieno quivi tali Scuole, cioè Confraternità di secolari, sì può ricavare dalla Cronica di Andrea Dandolo nel tomo XII Rer. Ital. Scrive quell’insigne Storico che nell’anno 1109, cioè nell’ottavo di Ordelafo doge, fu trasportato a Venezia il corpo di Santo Stefano Protomartire, quod in Monasterio Sancti Georgii devotissime collocarunt: sub cujus vocabulo innumeri cives Scholam celeberrimam perfecerunt. Se stessimo alla fede di Francesco Sansovino nella Descrizion di Venezia, lib. VII, la prima delle Scuole in quella città fu la Scuola della Carità, il cui principio vien da lui riferito all’anno 1260, e nell’anno seguente dice fondata quella di San Giovanni Evangelista. Il Dandolo fa molto più antica quella di Santo Stefano. Ma perché non è ben chiaro se questa Scuola avesse principio nel tempo stesso della suddetta traslazione, s’ha da aggiugnere ciò ch’egli aggiugne all’anno XIII di Pietro Pollano doge, cioè all’anno 1143, dove racconta una lite insorta all’occasione Processionis Scholarum antiquitus institutae. Se antica era in quell’anno la processione, più antiche doveano essere le Scuole che la facevano. Ho io pubblicato il Regolamento fatto dal Doge per questa faccenda nell’anno stesso. Dal che si può raccogliere di quanta antichità fossero quelle Scuole. Forse non cedeva ad esse in questo pregio Sacerdotum sanctae Veronensis Ecclesiae Schola, descritta dall’Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra. Era essa Corpus ex diversis tum Ecclesiasticis, tum Saecularibus membris compactum. Soggiugne poi: Haec sancta Congregatio adeo est antiqua, ut ejus principii origo penitus ignoretur: talmente che un Autore citato da esso Ughelli scrisse trovarsene notizie fino nel secolo decimo.

Comunque sia, ne abbiamo abbastanza per giudicare che molto prima dell’erezione fatta in Roma nel 1267 della Confraternità del Confalone, altre non poche fossero state erette in altre città. Ciò non ostante replico che almeno rarissime furono per Italia simili pie società ne’ vecchi secoli; e quando pur ci sieno state, non poca differenza passava fra quelle e le Confraternità de’ secoli susseguenti. Anzi io non contraddirei a chi volesse sostenere che la rinovazione o istituzione di queste si debba riferire all’anno 1260, parendo a me che queste sieno nate dalla novità de’ Flagellanti, o dalle sacre Missioni di piissimi Religiosi. Questi due punti convien ora discutere. Sotto l’imperadore Federigo II gran bollore, anzi furore d’animi sconvolse i popoli di Lombardia, e di quasi tutta l’Italia, per le diaboliche fazioni d’allora divisi in Guelfi e Ghibellini, gli uni nemici e gli altri fautori dell’Imperio. Non lasciavano gli zelanti e buoni Religiosi, siccome animati dallo spirito della carità, di persuadere la pace, e di calmar tante ire e discordie. In tal pio esercizio spezialtnente si segnalò Fra Giovanni da Vicenza dell’Ordine de’ Predicatori, uomo in concetto di molta santità. Dotato egli d’una rara ed efficace eloquenza, mentre era in Bologna nell’anno 1223, talmente seppe placare, parte colle fervorose prediche del Vangelo, parte con divote processioni, gli animi discordi e feroci di que’ cittadini, che i più d’essi condusse alla penitenza e concordia. Leggesi questo fatto negli Annali stampati o manuscritti di quella città. Nel medesimo anno questo valente Religioso, habens dona facundiae, apud Deum et homines gratiosus, multas praedicationes fecit per Paduam, immo etiam per civitates Marchiae (di Verona), per villas etiam et per castra: erat enim cum illo Deus: sono parole di Rolandino storico contemporaneo nel libro III, cap. 7 della sua Cronica. Desideroso egli ancora di stabilir la pace fra i Principi e le città di Lombardia, fece vedere uno spettacolo non pria conosciuto in Italia. Cioè in un determinato giorno e in un luogo presso l’Adige (come scrive Paris da Cereta nel tomo VIII Rer. Ital.) per comando suo si raunarono ad ascoltar la sua predica Brixienses, Mantuani, Trevisini, et Vicentini cum eorum carrociis et carrettis, et maxima multitudo circumstantium civitatum, videlicet de Bononia, Ferraria, Mutina, Regio, et de Parma; et reputatum fuit ibi fore et fuisse quatuor centum millia personarum, et ultra. Trattò egli una pace generale fra que’ popoli, ed io ne ho pubblicato lo strumento. Cosa poi succedesse, e che divenisse del medesimo Fra Giovanni, si può vedere nella Dissertazione LI, e presso il suddetto Paris, come anche nella Cronica di Gerardo Maurisio, e in altre del prefato tomo Rer. Ital. Quel solo che qui s’ha da osservare, è che questo fu, se non il primo, almeno il più riguardevole esempio in Italia delle sacre Missioni fra i Cattolici, le quali oggidì con tanta utilità si frequentano fra noi. Forse San Norberto, poscia arcivescovo di Maddeburgo, nell’anno 1118 in Fiandra ed altri luoghi diede un illustre esempio delle Missioni che poscia seguirono nelle contrade d’Italia.

Succedette poscia nell’anno 1260, dopo la morte dell’empio tiranno Eccelino da Romano, un altro celebre spettacolo di pubblica penitenza e pietà. Cioè, per valermi delle parole del Monaco Padovano nel lib. III della Cronica, quum tota Italia multis esset flagitiis et sceleribus inquinata, quaedam subita compunctio, et a saeculo inaudita, invasit primitus Perusinos, Romanos postmodum, deinde fere Italiae populos universos. In tantum itaque timor Domini irruit super eos, quod Nobiles pariter et ignobiles, senes et juvenes., infantes etiam quinque annorum, nudi per plateas civitatis, opertis tantummodo pudendis, deposita verecundia, bini et bini processionaliter incedebant: singuli flagellum in manibus de corrigiis continentes; et cum gemitu, et ploratu se acriter super scapulis usque ad effusionem sanguinis verberantes, ec. Centeni, milleni, decem millia quoque per civitates Ecclesias circuibant, ec. Tunc fere omnes discordes ad concordiam redierunt. Usurarii et raptores male ablata restituere festinabant, ec. Tralascio il resto della descrizione che ne fa esso Monaco Padovano, il qual poscia soggiugne che questo inaspettato e mirabil ardore di penitenza si diffuse ultra fines Italiae per diversas Provincias. Ne parlarono ancora Ricobaldo, Fra Francesco Pipino ed altri non pochi, le Croniche de’ quali si leggono nel tomo IX Rer. Ital. Ma questa novità di penitenza non piacque a Manfredi re allora delle due Sicilie, né al marchese Uberto Pelavicino, padrone allora di Brescia e Cremona, e però la proibirono: al che il Monaco Padovano dà il nome d’empietà. Isto anno (così scrive anche Galvano Fiamma nel Manip. Flor. cap. 296) Scuriati infiniti apparuerunt per totam Lombardiam. Sed volentibus venire Mediolanum, per Turrianos sexcentae furcae parantur: quo viso retrocesserunt. Aggiugne il suddetto Monaco Padovano: Non solum autem duo praedicti Principes, iniquitatis filii et magistri, renuerunt accipere disciplinam; sed etiam quidam alii, qui fideles Ecclesiae videbantur, non cum tanta devotionis efficacia, ut debebant, donum coelestis gratiae perceperunt. Probabilmente vanno queste parole a ferire i vicini Ferraresi, senza osservare che in turbatissimi tempi possono darsi giusti motivi di non permettere delle enormi raunanze di popolo, e massimamente l’ingresso nelle città a popoli forestieri, ancorché si tratti di funzioni pie. Possiamo mostrare oggidì città libere che né pure permettono entro le loro mura le sacre Missioni con tanta folla di gente. Come i Ferraresi si governassero nell’anno 1260, in cui saltò fuori la prima strepitosa comparsa in pubblico de’ Flagellanti, nol so dire. Bensì ho fatto vedere il decreto fatto nell’anno 1269 dal marchese Obizzo d’Este signor di Ferrara, voluntate et consilio Sapientum civitatis Ferrariae, in cui perché si udiva Batimentum de novo, vien proibito questo nella città e distretto, e imposta pena a chi se scovaverit in aliqua parte civitatis vel Districtus Ferrariae.

Quivi la novità de’ Flagellanti è chiamata Batimentum; Ricobaldo nella Cronica all’anno 1260 le dà il nome di Verberamentum. A quell’anno nell’Appendice alla Storia di Rolandino (pubblicata nel tomo VIII Rer. Ital.) si legge: Hoc anno in Vigilia Sancti Martini incepit Baptisterium in Padua. Se mal non mi appongo, si dee scrivere ivi Batisterium, o più tosto Batimentum. Non si può dire quanto buon frutto si raccogliesse da quella gran commozione di popoli, benché non approvata da tutti. Eo infinitae discordiae et hostilitates pacatae sunt, come attesta lo stesso Rolandino, scrittore contemporaneo, con altri autori. Da una città passava all’altra confinante questo rito. Cioè il popolo d’una città, a due a due, vestiti di sacco e co’ piè nudi, coll’immagine del Crocifisso innanzi, processionalmente andava all’altra città, e di nuovo l’altro popolo ad un’altra colla stessa maniera di penitenza, implorando la pace e la remission delle ingiurie. I Bolognesi, per esempio, in più di venti mila persone sul fine di ottobre coi lor confaloni, battendosi, e cantando le laudi di Dio ed alcune rozze canzonette, vennero a Modena. Fino a Castello Leone andarono a riceverli i Modenesi, e gl’introdussero in città. Nella Cattedrale rinovarono la disciplina e le lor preci e gridia; e ricevuto un reficiamento da’ cittadini, se ne tornarono poscia a casa loro. Cosa facessero poscia i Modenesi, ce lo dirà l’Anonimo e contemporaneo Autore del Memoriale de’ Podestà di Reggio nel tomo VIII Rer. Ital. all’anno 1260. Die Lunae (sono le sue parole), in Festo omnium Sanctorum omnes illi de Mutina venerunt Regium, tam parvi quam magni, et omnes de Comitatu, et Potestas, et Episcopus cum Confalonibus omnium Societatum; et verberaverunt se per civitatem, et iverunt Parmam pro majori parte; et hoc fuit die Martis post Festum omnium Sanctorum. Et die altera omnes Regini fecerunt Confalones cujuslibet visinanciae; et fecerunt Processiones circa civitatem; et Potestas noster similiter venit se verberando. Parimente l’Autore della Cronica di Parma nel tomo IX Rer. Ital. scrive al medesimo anno: Fuit scovamentum magnum pro amore Dei in Parma, et in Regio, et Mutina, et alibi edam per Lombardiam; et paces inter homines habentes guerras factae sunt. Et illi de Regio et Mutina venerunt Parmam ad se verberandum cum corrigiis et scopis, ec. Si possono anche vedere i Continuatori degli Annali Genovesi di Caffaro. Convien qui ora considerare che particolarmente da questa pia novità presero origine molte delle moderne Confraternità. Imperciocché essendosi fitto negli animi della gente che il disciplinarsi era un atto molto salutevole di penitenza, e bollendo in essi l’ardore della Religione, formarono delle pie Società sotto i proprj confaloni, con far poscia varie processioni cantando cose di Dio, e con raunarsi ne’ di festivi alla lor chiesa, dove facendo la disciplina, e implorando la divina misericordia, esercitavano altri atti di cristiana divozione. Allora in molte città si formò una o più di tali Società. Volgarmente si chiamavano le Compagnie de’ Battuti. Sia qui a me permesso di narrar prima ciò che riguarda alla patria mia, in cui allora fu istituita la Compagnia della Scova (così era nominata la disciplina, scopa in latino-barbaro) la quale o allora o dipoi fu chiamata la Confraternità o Compagnia di San Pietro Martire, come scrisse il nostro vescovo Sillingardi nel Catalogo de’ Vescovi di Modena. Alla lor chiesa, attaccata al pubblico spedale della Cadè (cioè Casa Dei) probabilmente è da riferire un’iscrizione in marmo, posta nel muro del medesimo spedale, con li seguenti versi:

HANC AEDEM DOMINI CELLA DE STIRPE GVIELMVS

CONSTITVIT FRATER, TVNC ANNIS MILLE DVCENTIS

ET SEXAGINTA. RENOVAVIT CASTRA DEINDE

BARTHOLOMAEVS, OPVS TAM DELECTABILE VISV,

MILLE QVADRINGENTIS CHRISTI CVRRENTIBVS ANNIS

QVADRAGINTA TRIBVS. CAPIAS EXEMPLAR AB ILLIS.

Troviamo fabbricata quella chiesa nell’anno 1260. Sarebbe da vedere se anche la Compagnia di Santa Maria della Neve in Modena fosse di pari antichità, perché fino a’ miei dì era di Battuti. Andiamo a Ferrara. Dagli antichi Statuti Msti. di essa città ho io tratto e pubblicato un decreto dell’anno 1287, con cui furono cassati ed aboliti omnia Collegia, sive Scholae Artium quarumlibet, et mercationum, sive negociationum cujuscumque maneriei, et quocumque nomine censeantur. Seguitano alcune eccezioni, e fra l’altre: Excipimus etiam Congregationes factas et ordinamenta ad honorem Dei, et reverentiam Sanctorum, pro Sacrificiis et Oblationibus faciendis, et Exequiis mortuorum et de providendo Fratribus tempore necessitatis: quas et quae in sua firmitate volumus permanere. Erano dunque prima dell’anno 1287 istituite in Ferrara Congregazioni e Compagnie che esercitavano atti di pietà e carità. Se dobbiam credere al Campi nel lib. 17 della Storia Ecclesiastica di Piacenza, nell’anno 1240 ebbe principio in quella città la Confraternità de’ Battuti nell’oratorio di San Savino, i quali andavano vestiti con cappe bianche. Non ne reca egli alcuna pruova. Poscia all’anno 1260 pare che dubiti se quei Confratelli imparassero l’uso della disciplina dalla novità de’ Flagellanti. A me sembra molto più verisimile che nello stesso 1260 avesse principio quella Confraternità, e non già nel 1240. Per testimonianza poi del Ghirardacci, la Compagnia della Vita in esso anno 1260 fu istituita in Bologna. Così in Mantova la Confraternità della Morte. E in Bergamo la Confraternità di Santa Croce, che si crede principiata nel 1253 dal P. Celestino Cappuccino, probabilmente anch’essa nacque nel suddetto anno 1260. Abbiam di sopra veduto l’attestato del Sansovino, che in Venezia si formarono due simili Confraternità d’uomini pii negli anni 1260 e 1261. Veggasi pertanto che fondatamente lasciò scritto il Sigonio nel lib. XIX de Regno Ital. all’anno 1260: Hic Annus generalis Devotionis Annus est appellatus. Mansit inde in multis civitatibus clara hujus religionis memoria, sacris Verberantium Sodaliciis ejus rei monumento aliquot institutis. Così negli Annali Bolognesi da me pubblicati nel tomo XVIII Rer. Ital. leggiamo all’anno 1260: Quelli d’Imola vennero a Bologna a dì dieci d’ottobre, battendosi, e chiamando misericordia e pace. E dopo i Bolognesi incominciarono a fare il simile; e andarono a Modena battendosi a dì diecinove di ottobre. Allora fu il principio delle Compagnie de’ Battuti in carità ed amore. Ma il più grave testimonio di fatti tali è Fra Francesco Pipino dell’Ordine de’ Predicatori, la cui Cronica fu da me data alla luce nel tomo IX Rer. Ital. Era egli nato prima dell’anno 1260, e circa l’anno 1317 scrisse la sua Storia. Espone anch’egli nel lib. III, cap. 36, Novitatem Verberantium in Italia, terminando poscia il racconto colle seguenti parole: Tyranni tandem Urbium edictis et mulctis hanc devotissimam novitatem compescuerunt. Quae tamen usque in hodiernum diem perdurat in hominibus, qui sua Collegia pie fecerunt: cioè le Confraternità finquì descritte. Resta dunque provato che particolarmente all’anno 1260 s’ha da riferire il loro principio, né sussistere l’opinione di chi giudicò essere stata la Confraternità del Confalone in Roma, nata nell’anno 1267, l’esemplare di tutte l’altre. Anzi forse non andrà lungi dal vero chi crederà più tosto ancor quella istituita nel medesimo anno 1260, e che poi nel 1267 fosse arricchita d’Indulgenze da papa Clemente IV.

Possiamo anche immaginare che fino allora cominciassero que’ pii Confratelli, per distinguersi dal resto del popolo, a vestirsi nelle funzioni d’una veste propria (sacco probabilmente) con cui procedevano nelle funzioni sotto il loro Confalone. Ma nell’anno 1334, come Giovanni Villani, e l’Anonimo Autore della Cronica Romana, che si legge in quest’Opera, scrivono che Fra Venturino da Bergamo dell’Ordine de’ Predicatori, annoverato poi fra i Beati dalla divozion del popolo, mosso dal desiderio e zelo di guadagnar anime a Dio, accompagnato da dieci mila persone (altri dicono con trenta mila, e nell’anno 1335), predicando dappertutto la penitenza e la pace, andò fino a Roma. Fecesi anche allora, se non uguale alle prime, certamente una gran commozione di popoli. Ma perché egli faceva tal novità senza licenza de Superiori, e papa Giovanni XXII temeva che tali moti tendessero a far qualche brutta novità, e sopra ciò intervennero ancora varie calunnie, fatto chiamare ad Avignone Fra Ventilano, uomo per altro a cagion de’ suoi santi costumi e della pura sua religione degno di miglior fortuna, gli fece soffrire la prigionia, l’esilio ed altre sciagure. Oltre al suddetto Anonimo Romano, Giovanni Antonio Flaminio Imolese presso Leandro Alberti nel libro V degli Uomini illustri dell’Ordine de’ Predicatori, così descrive i fatti d’esso Religioso: Vestem albam interiorem tegebat caerulea in nigrum tendens, duabus crucibus, altera rubente, altera alba ex panno signata. In parte sinistra eminebat Columba candida ramum olivae ore ferens. Frontem pilei Thau Ezechielis Prophetae signum ornabat. In manibus baculos, sed nullo ferro praefixos, more peregrinantium gestabant. Funiculos item septem nodis distinctos, quibus se caederent, et Orationes Dominicas, quas recitabant, numerarent, ec. Tralascio il resto, siccome ancora il molto che ne ha la Cronica di Monza del Morigia nel lib. III, cap. 46, tomo XII Rer. Ital. Certamente se alcuna delle Confraternità già istituite v’era, che non avesse preso peranche qualche abito distintivo de’ Confratelli, poterono esse imparare da questo nuovo esempio. Ma nell’anno 1399 vide l’Italia un altro lodevol fervore di sì fatta divozione, ed anche con maggiore commozione di popoli. Per testimonianza dell’Anonimo Autore della Cronica di Padova, che ho divolgato in quest’Opera, corse voce che a cagion d’un miracolo in Irlanda avesse principio questa nuova trasmigrazione di Flagellanti. Poscia, per quanto fu detto, penetrò questo divoto lor movimento in Inghilterra, poscia in Francia, quindi in Piemonte, Genova, Puglia, Marca Anconitana, Romagna, Bologna, Ferrara e Padova. Andavano in processione tanto uomini che donne pannis lineis albis et longis usque in terram induti, disciplinandosi, e dappertutto predicando la correzion de’ vizj e la pace. Maraviglioso frutto da questa pia novità riportarono i costumi degl’Italiani. Si può vedere quanto di tali moti scrissero Fra Girolamo da Forlì, Leonardo Aretino e Giannozzo Manetti, i quali ne furono testimonj di veduta; siccome ancora Matteo Griffoni, e gli Autori della Miscella Bolognese nel tomo XVIII Rer. Ital., e Jacopo Delayto al medesimo anno 1399, che anzi videro quella scena di divozione. Questa gran brigata di Flagellanti fu appellata la Compagnia de’ Bianchi, laddove la precedente era detta la Compagnia de’ Battuti. E da ciò avvenne che in parecchie, o, per dir meglio, in tutte le città d’Italia, le persone dabbene che desideravano la continuazione di cotanto utile divozione, istituirono nuove Scuole o sia Confraternità d’uomini, i quali vestendo abito bianco si applicavano a molte funzioni di pietà. Ecco ciò che fra gli altri scrittori l’Autore della Cronica di Padova scrisse di Padova: Et in tantum placuit omnibus ista devotio et talis habitus, quod in Padua factae fuerunt sex Frataleae de dicto habitu: quarum quaelibet una Dominica ibat per Paduam, intrando omnes Ecclesias; et alia Dominica alia Fratalea, et sic successive. Multi fuerunt, qui dura viderent se in casu mortis, ordinabant, dum mortui forent, se portari indutos de albo, et ab de albo indutis: quod quidem erat maxima compassio ad videndum. Ed ecco onde ebbe principio quel rito, continuato sino a’ dì nostri, di portare al sepolcro tanti cadaveri d’uomini vestiti con cappa bianca.

Da questo pio fervore del popolo Cristiano in que’ medesimi tempi fu ancora commosso Fra Vincenzo Ferrerio dell’Ordine de’ Predicatori, che poi salì in tanto credito di santità. Come abbiamo dalla sua Vita, scritta presso i Bollandisti da Pietro Ranzano, il quale non racconta già quegli strani miracoli che talvolta con indignazion de’ migliori s’odon in certi panegirici, egli descendit in Italiam, et universas regiones et urbes Pedis-montium lustrans, atque multas Lombardiae terras et civitates peragrans, demum venit Genuam, ubi uno fere mense commoratus est. Discurrit praeterea omnem illa maritimam regionem, quam vulgo Genuae Ripariam appellamus, ec. Ciò avvenne negli anni 1401 e 1405, e con singolar frutto dell’anime Cristiane. Al Ferrerio succedette in questo apostolico ministero Bernardino da Siena dell’Ordine de’ Minori, suo grande imitatore, zelantissimo e santo predicatore della parola di Dio, il quale scorse per quasi tutta l’Italia, e innumerabil gente trasse alla via della salute. Non mai succedevano questi fruttuosi spettacoli di pietà, che in quella occasione non si fondasse qualche nuova Confraternità dal popolo riscaldato dalla divozione. Nell’anno 1433 con incredibil frutto predicò San Bernardino in Modena e pel suo distretto: fu allora che i Modenesi istituirono due nuove Confraternità, l’una delle quali fu intitolata dell’Annunziata, e l’altra col tempo detta di Santo Erasmo. Talvolta ancora la pestilenza terminata diede origine ad alcuna di queste Confraternità, delle quali solamente resta da dire, che siccome sommamente lodevole è la loro instituzione, così dobbiam desiderare che più religiosamente sieno adempiute le loro leggi, e che non compariscano in esse que’ disordini e macchie le quali con ragione vediam riprovate da Niccolò di Clemingis nel Trattato De novis celebrit. non instituend., e dal P. Teofilo Raynaudo della Compagnia di Gesù negli Heterocl. Spiritual. Parte I e II. Ebbero gli antichi Romani il collegio degli Epuloni, soprastanti ai giuochi e a certi sacrificj. Ora il Budeo, trattando delle Confraternità che erano a’ suoi dì in Francia, scrisse: Coëpulones dici fortasse possunt, ut qui plerumque epulandi magis, quam cultus divini gratia conveniunt.

FINIS

8 luglio 2004

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto, 2011