Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXXIV

Delle Parrocchie e Pievi.

Tratto il P. Lodovico Tomassini, scrittore chiarissimo, delle Parrocchie nella Par. I, lib. I, cap. 21 de Beneficiis, e ne illustro l’origine e l’istituto. Sia lecito anche a me di aggiugnere qualche cosa a questo argomento. Che sino dall’età degli Apostoli provenga l’istituzion de’ Parrochi, abbiamo assai notizie che sembrano comprovarlo, e però la maggior parte de’ Teologi ed Eruditi convien in questa sentenza, che l’autorità parrocchiale e fondata nel gius divino, e immediatamente e venuta da Dio. Contuttociò particolarmente appartiene al secolo quarto della Chiesa la division delle parrocchie, e l’assegnamento di una porzione del popolo a qualsivoglia parroco. E primieramente furono istituiti i parrochi nella città, poscia nelle ville, affinché sempre più crescendo il numero de’ Cristiani, più facilmente questi sacri ministri provvedessero al loro bisogno. Nel progresso del tempo battesimali furono appellate queste chiese, perché il diritto del Battesimo, e di ministrarlo ai Fedeli, una volta riserbato alla sola chiesa cattedrale della città, fu comunicato anche alle chiese rurali, acciocche la troppa distanza del sacro Fonte non riuscisse di troppo incomodo e danno ai fanciulli che s’aveano a battezzare. Dissi delle rurali, perché quanto alle parrocchie urbane, più tardi fu loro conceduta la facoltà di ministrare il Battesimo. Imperciocché si trovava in cadauna città una sola Basilica battesimale, sempre o quasi sempre vicina alla Cattedrale, a cui si doveano portare tutti i fanciulli della città per ricevere il sacro lavacro. Questo antichissimo rito si conserva tuttavia in Pisa, Parma, Cremona, Firenze, Bologna, e in altre città. Ad imitazione d’esse anche il popolo di Modena nell’anno 1327, come s’ha dagli Statuti MSti, ordinò: Ut teneatur Potestas facere Consilium Generale ad designandum locum congruum in ripa Plateae Communis, vel in alio loco decente et idoneo, in quo Massarius Sancti Geminiani possit et teneatur fieri facere Baptisterium Sancti Johannis Baptistae, che mai non si fece. Erano ancora chiamate Pievi le chiese parrocchiali della campagna, nome che dura tuttavia; perciocché col nome di Plebe una volta si disegnava l’union de’ Fedeli posta sotto la cura di un sacerdote: nel qual senso talvolta ancora troviamo le Diocesi appellate Pievi. Perciò nel Sinodo Pontigonense o Ticinense dell’anno 876 vediamo nominate Ecclesiae Baptismales, quas Plebes appellant. Nell’insigne archivio del Capitolo dei Canonici di Arezzo ebbi sotto gli occhi un nobile originai diploma di Carlo Magno, non peranche imperadore, dell’anno 783, che fu da me dato alla luce. Quivi egli conferma Ariberto sanctae Arretinensis Ecclesiae Episcopo fra l’altre cose Ecclesias Baptismales. Cominciarono poi fino nel secolo quarto della nostra Era a fabbricarsi, oltre alle chiese parrocchiali, anche oratorj, o sieno cappelle in villa, per comodo sovente delle persone ricche, più tosto che del popolo, delle quali ora abbiamo abbondanza. Col tempo quest’uso passò nelle stesse città, gareggiando particolarmente i Grandi per avere l’oratorio in casa, a fine di farvi celebrare la Messa: il che tuttavia si pratica per consuetudine, non già recente, ma bensì antichissima. Ecco ciò che di tali oratorj si legge in un Rituale manuscritto dell’insigne Biblioteca Casanatense, o sia della Minerva di Roma: Qui in domo sua Oratorium habuerit, orare ibi poterit: tamen non audeat in eo sacras facere Missas sine permissione Episcopi illius loci. Quod si fecerit, domus illius Fisci juribus addicatur, et ab Episcopo (Presbyter) districta poenitentia coërceatur. Comes, qui haec Episcopo morante (più tosto monente) cognovit, et non prohibuit, libra auri mulctabitur, et ab Episcopo loci illius canonicam suscipiat excommunicationem 2et exclusionem. La menzione che qui si fa del Conte, cioè del governatore della città, mostra l’antichità del codice, o almeno di quel canone.

Anticamente ancora furono fondati degli oratorj pubblici, ed alcune delle cappelle private cominciarono a servire per comodo del popolo, spezialmente concorrendovi la plebe, allorché costava troppo incomodo l’andare alla troppo lontana Parrocchiale. Anzi tolta ancora la necessità, si fabbricarono per le città simili oratorj, ne’ quali era permesso al popolo d’intervenire per udir Messa. Ma perciocché a’ tempi di Pippino re d’Italia non pochi di tali oratorj si lasciavano andare in malora, egli fece una legge, che fra poco riferirò. Nel ricco archivio del Monistero Ambrosiano di Milano vidi una carta, non osservata dal diligentissimo Puricelli nelle Memorie della Basilica Ambrosiana. Fu scritta Regnantes Domni nostri vere excellentissimi Desiderio et Adelchis Regibus, anni Regni eorum nono et septimo, sub die tertiodecimo kalendarum septembrium, indictione tertia, cioè nell’anno 765. Quivi si legge: Oraturio beati Ambrosii Confessoris Domini nostri Jesu Christi, qui est fundatum prope Civitate Mediolanensi in loco, ubi Turriglus nominatur, in quo Ambrodus venerabilis Custos esse videtur, ec. Qui non si è disegnata la Basilica Ambrosiana, ma, per quanto io stimo, quella cellula, di cui trovò menzione il Puricelli in una pergamena dell’anno 881, ubi Fortes reverentissimus Diaconus praeesse videtur. Ora essendoci molti di questi oratorj, che per la poca cura degli uomini, o per la vecchiaia aveano patito di molto, Pippino re d’Italia nella legge I Longobardica decretò, ut Ecclesiae Baptismales (cioè le Pievi) seu Oracula (lo stesso che Oratoria) qui eas a longo tempore restauraverint, mox iterum restaurare debeant. Perciocché quantunque necessarj non fossero tali oratorj, da che nondimeno erano stati fabbricati ad onore di Dio e per comodità del popolo, era decente che si conservassero con proprietà, e non già deformi e cadenti. Parimente nella legge XXVI Longobardica del medesimo Re fu ordinato de Ecclesiis Baptismalibus, ut nullatenus Laici homines eas tenere debeant, sed per Sacerdotes fiant, sicut ordo est, gubernatae. Vedi un placito tenuto nell’anno 839 da Sicardo principe di Benevento, e riferito nella Cronica del Volturilo (Parte II del tomo I Rer. Ital. pag. 588) dove son queste parole: Quia et Canones sic continere videntur, quod Ecclesia, quae lavacrum Baptismi aedificatum habuerit, semper sub dominio Episcopi subjacere debet. Il che s’ha da osservare, perché ne’ susseguenti tempi non poche furono le chiese battesimali, o sia parrocchiali, che cominciarono ad appartenere ai monaci con esclusione dell’autorità de’ Vescovi. Perché gli oratorj talmente erano in potere de’ laici, che li potevano governare per mezzo di qualche cherico amovibile, perciò non era vietato ad essi laici il mettervi de’ custodi. Ma per conto delle Parrocchiali, a queste si dava un Rettore, cioè un sacerdote stabile pastore di quella chiesa e greggia. E perciocché s’era introdotto un cattivo costume che i Grandi contribuivano le decime, non alle Parrocchiali, ma agli oratorj fondati ne’ loro fondi, ricorsero a Lodovico II Augusto i Padri del Concilio di Pavia, celebrato nell’anno 855, acciocché levasse un sì fatto abuso. Però nel Capitolare stampato nella Parte II del tomo I Rer. Ital. il canone XII è conceputo in questi termini: In sacris Canonibus praefixum est, ut Decimae juxta Episcopi dispositionem distribuantur. Quidam autem Laici, qui vel in propriis, vel in Beneficiis suis, habent Basilicas (vuol dire oratorj) contenta Episcopi dispositione, non ad Ecclesiam, ubi Baptismum, et praedicationem, manus impositionem, et alia Christi Sacramenta percipiunt, Decimas suas dant, sed propriis Basilicis pro suo libito tribuunt: quod omnibus modis divinae legi et sacris Canonibus constat esse contrarium. Unde vestram potestatem, ut eos corrigatis, expetimus. Qui troviamo ciò che una volta si faceva nelle Parrocchiali, cioè si battezzava, si predicava, s’imponevano le mani per la reconciliazione de’ penitenti, e gli altri Sacramenti della legge Cristiana: il che tuttavia si fa dai parrocchi. Nulla di ciò era permesso negli oratorj, come anche oggidì. In una sua bolla Benedetto vescovo d’Adria nell’anno 1054 dice: Concedo Ecclesiam unam sub vocabulo Sancti Andree, qui vocatur in Ponticulo cum Decimis et oblationibus, ec. Et concedo, eam esse Plebem, et Baptismi et Christianitatis misterium ibi in ea faciendum matutinis, vespertinis horis, seu Missarum solemniis, ec.

Però ogni qual volta si truova menzione delle chiese battismali, o delle Pievi, possiam tosto intendere che si parla di parrocchie. In un diploma di Carlomanno re d’Italia dell’anno 878 noi vediamo confermate a Benedetto vescovo di Cremona Ecclesias Baptismales. E nell’anno 997 Ottone III imperadore conferma ad Antonino vescovo di Pistoia ad una ad una tutte le Pievi della sua Diocesi. La cagione per cui i Vescovi si studiassero di far esprimere e distinguere le loro parrocchie nei privilegi degl’Imperadori, e più sovente nelle bolle de’ Papi, era perché talvolta nascevano controversie co’ Vescovi confinanti intorno alla giurisdizion sulle chiese. E ciò spezialmente accadeva, allorché si trovavano diversi i confini del Contado o sia Distretto secolare, da quei della Diocesi ecclesiastica. Per lo più certamente andavano d’accordo i termini del Contado con quei della Diocesi. Pure avendo potuto gli antichi Re ed Imperadori mutare o sia sminuire od ampliare il territorio e la giurisdizione delle loro città nel temporale, e non già la spirituale de’ Vescovi, però non fu alle volte lo stesso confine quello della Diocesi con quello del Contado, e v’erano delle parrocchie in un Contado suggette al Vescovo d’un altro Contado. Miriamo ancor noi tuttavia in assaissimi luoghi questa diversità di confini: il che è avvenuto per tante guerre succedute fra i Principi e le città Italiane, che hanno sconcertati i limiti della giurisdizion temporale in tanti Contadi. Che ciò ancora accadesse ne’ remoti secoli, posso io confermarlo con alcune memorie a noi restate dell’antichità. In fatti anche sotto i Re Longobardi una gravissima lite bolliva fra i Vescovi di Arezzo e di Siena, pretendendo ciascun di essi molte chiese e monisterj come spettanti alla lor Diocesi. Erano quelle poste nel Contado di Siena, e però con questo titolo il Vescovo di essa città se le attribuiva. All’incontro pretendeva il Vescovo di Arezzo d’avere i suoi antecessori ed egli mantenuto sopra di esse un intero e non mai interrotto diritto. Allorché regnava il re Liutprando, sopra ciò insorse una controversia gravissima, e per comporla fu obbligato il Re a spedire i messi regj, con invitar anche al medesimo giudicio i Vescovi confinanti. Poscia sotto gl’Imperadori Franchi si riaccese la stessa lite; e quantunque il Vescovo di Arezzo avesse prima riportata vittoria, pure in fine a quel di Siena toccò il trionfo col possesso e dominio di quelle chiese, continuato poi fino ai dì nostri. Alcuni Atti di quella controversia diede alla luce l’Ughelli nel Catalogo dei Vescovi di Arezzo nel tomo I dell’Italia Sacra, in maniera nondimeno ch’egli sembra dubitare della lor verità. Ma quegli Atti, pubblicati prima anche dal Burali, non sono però da rigettare come falsi, perché van d’accordo con altri di somma importanza per la lor grande antichità, e per la molta luce d’erudizione che ne viene a que’ secoli oscuri. Gli ho io tratti dal nobile archivio del Capitolo de’ Canonici di Arezzo.

Il primo d’essi dell’anno 715 contiene il giudicato di alcuni Vescovi, cioè di Teudaldus Vesolanae Ecclesiae Episcopus (di Fiesole, non conosciuto dall’Ughelli) et Maximus Pisanae Ecclesiae, nec non et Speciosus Florentinae Ecclesiae, adque Talesperianus Lucensis Episcopus, per la lite vertente fra Adeodato vescovo di Siena, e Lupertiano vescovo di Arezzo, intorno alle suddette chiese e monisterj. Hassi dunque da osservare che dicebat sanctissimus Lupertianus Episcopus Frater noster, quod Ecclesiae istae suprascriptae, et Monasteria, a tempore Romanorum et Langobardorum Regum, ex quo a fundamentis conditae, semper ad Sedem Sancti Donati Aritio obedierunt, ec. All’incontro ad haec respondebat Frater noster Adeodatus Senensis Ecclesiae Episcopus: Veritas est, quod Ecclesiae istae, et Monasteria in territorio Senensi positae sunt; vestra ibi fuit sacratio, eo quod Ecclesia Senensis minime Episcopos habuit, ec. Rispondeva il Vescovo di Arezzo: A tempore Rotharis Regis, usque modo Ecclesiae Senensis Episcopos habuit, et nostra de ea ante a tempore Romanorum, et postea usque in hodiernum diem in ipsas Ecclesias, Baptisteria et Monasteria fuit sacratio et ordinatio. Poscia, dopo aver prese buone informazioni, Missus Excellentissimi Domni Liutprandi Regis, nomine Guntheramus, e i suddetti Vescovi proferirono la sentenza in favore del Vescovo di Arezzo. Servirà questa carta per raddirizzare qualche sito dell’Ughelli ne’ Vescovi di Toscana. S’è disputato fra gli Eruditi un pezzo fa dell’antichità della città di Siena, pretendendo il Volterrano, Leandro Alberto, Jugurta Tommasi storico Sanese, l’Ughelli ed altri, che Siena e i suoi Vescovi per l’antichità non la cedano ad alcun’altra; e per lo contrario Giovanni Villani, il Biondo ed altri insegnando non essere antica quella città, e per conseguente né pure il suo Vescovato. Ma fra i Letterati, quanto all’antica origine di quella città, più non resta da disputare, per essere certo che i Romani vi condussero ivi una colonia, e trovarsi menzione di essa presso gli scrittori di que’ tempi. Ma quanto ai Vescovi, non è ben chiara la faccenda, e questa carta può farne dubitare. Il perché dal fu sig. Uberto Benvoglienti, dottissimo gentiluomo Sanese, nel tomo III dell’Italia Sacra dell’ultima edizione, furono messi in dubbio i primi Vescovi di Siena mentovati dall’Ughelli. Altri Atti nondimeno ho io dato, da’ quali si può dedurre che anche prima della venuta de’ Longobardi in Italia, Siena avesse i suoi Vescovi. Consistono tali Atti negli esami fatti nel medesimo anno 715 da Guntheram Notarius in curie Regia Senensis, per ordine del re Liutprando, di moltissimi preti, diaconi e secolari vecchi, per conoscere quali Vescovi esercitassero negli antichi tempi giurisdizione in quelle chiese e monisterj, de’ quali si disputava. È assaissimo da stimare questa carta, sì perché tratta di tempi antichissimi, come ancora per molte notizie spettanti ai secoli scuri dell’Italia. Di qui impariamo che questa controversia era già stata dedotta davanti ad Ambrosio, maggiordomo del re Liutprando, di cui l’Ughelli ci diede l’Atto, con dubitar nondimeno della sua verità, ma senza buone ragioni. In quell’esame noi troviamo che nel medesimo tempo che Bonus Homo era vescovo di Arezzo, in Sena erat Episcopus Magnus, il quale non fu conosciuto dall’Ughelli. Quivi ancora si vede nominato Albanus Episcopus de Arretio. Né pur questo Vescovo fu noto all’Ughelli, se pur non fosse il chiamato da lui Alphatius, qui etiam est Alparius. Truovasi ivi anche menzione di Gaudioso vescovo di Roselle, la qual chiesa fu poi aggregata all’altra di Grosseto. L’Ughelli non ne ebbe contezza. Servirà questa carta anche per far conoscere, come fosse in que’ tempi scaduta la disciplina ecclesiastica. Così deponeva Orsone prete: Adeodatus isto anno fecit ibi Fontes, et sagravit eas a lumen per nocte. Et fecit ibi Presbitero uno infantulo, habente annos non plus duodecim: qui nec Vespero sapit, nec Madodinos (cioè i Matutini) facere, nec Missa cantare. Nam consubrino ejus coaetano ecce mecum habeo. Videte, si possit cognoscere Presbiterum esse. Di questo medesimo giovinetto d’anni dodici ordinato prete rende testimonianza Aufrit prete con dire: Nam in isto anno infra Quadragesimam fecit ibi Deodatus Episcopus de Sena Fontes, et per nocte eas sagravit, et Presbyterum suum posuit uno infantalo de annos duodecim.

Portati questi Atti ed esami al re Liutprando, egli decise la controversia in favore del Vescovo di Arezzo con un decreto, ch’io ricavai dall’archivio suddetto dei Canonici di Arezzo. Esso è intitolato: Edictum et magna Constitutio Domni Liutprandi Regis post Judicatum Episcoporum. Riferisce l’Ughelli nel Catalogo de’ Vescovi di Arezzo un diploma di Carlo Magno, dove è ripetuta questa controversia, restando vincitore in essa il Vescovo di Arezzo. Ma in quel privilegio s’incontrano cose che giusto motivo porgono di merce finta, se pure quegli errori non son da attribuire all’Ughelli, poco diligente copista degli antichi documenti. Quanto agli Atti da me prodotti, non truovo io in essi cosa che sia contraria alla Storia, anzi vi ravviso tutte le note della vera antichità; né di tanto sapere e critica erano gli uomini de’ susseguenti secoli da poter formare simili Atti. Nell’accennato editto del re Liutprando si legge: Tunc nostra Excellentia una cum venerandis viris Theodoro Episcopo Castri nostri, et Emulino Abbate, atque Seiguel, Albino Presbiteris, necnon illustres Judices nostris, qui nobiscum aderant, idest Auduald Ducem, Guiduald, ec. A chi mai de’ posteriori secoli sarebbe caduto in mente, se avesse finto un decreto del re Liutprando, di mettere fra i testimonj Audualdo Duce? La sola verità diede luogo a quel Principe in esso editto; imperocché veramente egli fiorì sotto i Re Longobardi, ed io nel cap. X, pag. 74 della Parte I delle Antichità Estensi ne avea rapportata l’iscrizion sepolcrale, tuttavia esistente in Pavia, il cui principio è tale:

SVB REGIBVS LIGVRIAE DVCATVM TENVIT AVDAX

AVDOALD ARMIPOTENS, CLARIS NATALIBVS ORTVS, ec

Chi egli fosse, e in qual tempo fiorisse, non seppi io allora conietturarlo. Ora si scuopre ch’egli visse a’ tempi di Liutprando re; e dalle note cronologiche può trasparire ch’egli mancasse di vita nell’anno 718. Confessa parimente Adeodato vescovo di Siena sul fine dell’anno 715 di avere ordinato due preti nelle chiese controverse ex jussu bonae memoriae Apostolici Constantini. Appunto in quell’anno papa Costantino era passato a miglior vita. Cose tali per lo più non le fanno gl’impostori, e volendo fingere documenti antichi sogliono per ignoranza confondere e adulterare la vecchia storia. Agli Atti suddetti s’aggiunse dipoi una bolla di Stefano II papa, data nell’anno 752, ch’io parimente ho comunicata al pubblico, dove è rivangata questa causa, e deciso in favore del Vescovo di Arezzo. Di qui ancora sorgono lumi per maggiormente emendare o illustrare l’Italia Sacra. – Stabile vescovo Aretino si truova tuttavia vivente nell’anno 752. Nello stesso tempo fioriva Ansfredo vescovo di Siena, ignoto all’Ughelli. S’ha parimente da aggiugnere al Catalogo de’ Vescovi di Volterra Tommaso, vivente in esso anno 752, come ancora fra i Vescovi di Chiusi Gisulfus Clusinae Ecclesiae Episcopus. Qui inoltre abbiamo Tacipertum Episcopum Castri Felicitatis, che indarno si cerca fra i Vescovi di Città di Castello, Tifernum in Latino, giacché quel castello dagli Eruditi vien creduto essere stato il medesimo che Tiferno. Dormì poi questa lite sino ai tempi di Carlo Magno, sotto cui essendo stata rinovata, fu giudicato di nuovo favorevolmente pel Vescovo d’Arezzo, come poco fa accennai, e sarà qui sotto confermato. Ma sotto gl’imperadori Lottario I e Lodovico II in un Concilio Romano, risvegliato e agitato questo stesso litigio, fu data sentenza in favore del Vescovo di Siena: il che può farci stupire. Trovavasi in Roma allora il medesimo Lodovico II Augusto, ed era intervenuto al Sinodo tenuto da Leone IV sommo pontefice: quando all’improvviso s’alzò Cantius Senensis Episcopus, chiamato Concio dal cardinal Baronio e dall’Ughelli; e probabilmente per qualche concerto fatto chiese che si mettesse fine alla controversia di quelle parrocchie. Da questa inaspettata citazione colpito Pietro vescovo di Arezzo, che si trovava presente, perché era venuto senza preparamento alcuno, dimandò ed impetrò la dilazione di dodici giorni per far venire da Arezzo Judicatum Liudprandi Regis Langobardorum, et Preceptum Caroli Regis, come documenti autentici dei diritti della sua chiesa. Agitata dunque fu di nuovo quella lite davanti il Papa, l’Imperadore e molti Arcivescovi, Vescovi ed Abbati nel Concilio Romano, ma senza che apparisca in qual anno. Ma essendosi tenuto un solenne Concilio in Roma nell’anno 853 sotto il suddetto papa Leone IV, i cui Atti furono pubblicati dal cardinal Baronio, e poi inseriti nelle Raccolte de’ Concilj; sembra verisimile che a quel Sinodo appartenga il giudicato suddetto. Contuttociò dar si potrebbe che qui si parlasse di un altro Concilio ignoto finora a noi, e celebrato poco dipoi. Imperciocché si truovano qui sottoscritti molti di que’ Vescovi che intervennero al Sinodo dell’anno 853, ed altri poi qui son registrati, che non si leggono in quel Sinodo, per esempio Johannes Archiepiscopus Ravennae, Angilbertus Archiepiscopus Mediolani, ec. Forse questi intervennero ad alcuni Atti, ma non a tutti. Comunque sia, al Catalogo de’ Vescovi di Chiusi presso l’Ughelli s’ha da aggiugnere Taciprandus Episcopus; a quello di Rosselle, oggidì Grosseto, Otto Episcopus. Del resto apparisce di qui che anche nell’anno 833 s’era dibattuta questa lite, come consta dalle memorie che pubblicai nella Dissertazione LXX. Poscia nell’anno 822 nella città di Siena davanti a Carlo il Grosso imperadore si rinovò il contrasto, e ne riportò favorevol sentenza Giovanni vescovo di Arezzo (Veggasi una carta da me prodotta nella Dissertazione XXXI). E che veramente i Vescovi Aretini per lungo tempo ritenessero il possesso di quelle chiese, lo intendiamo da una carta esistente nell’archivio delle Monache Benedettine di Arezzo, e data alla luce dal fu chiarissimo P. D. Guido Grandi, abbate Camaldolese. Da essa, dico, impariamo che nell’anno 1029 si risvegliò questa lite di nuovo davanti a papa Giovanni XIX, il quale deputò Benedetto vescovo di Porto ed altri vescovi per conoscerne i meriti. Quando poi e come si mettesse fine a così lunga ed ostinata contesa, io lascerò cercarlo ad altri, bastando a me di aver tratto dalle tenebre questi riguardevoli pezzi di antichità.

Più tardi pare che sorgesse controversia di confini fra i Vescovi di Firenze e Siena, per cui si venne all’armi fra amendue que’ popoli. Ne seguì poi pace, la quale nell’anno 1166 fu confermata da papa Alessandro III con sua bolla ricavata dall’archivio dello Spedale di Siena. Si può sospettare che la lite riguardasse i confini del Contado fra que’ due popoli; ma che vi fossero imbrogliati anche quei delle Diocesi, bastantemente risulta da essa bolla. A queste memorie ho aggiunto la lite che era insorta fra la Pieve di Ciano, Diocesi di Modena, e quella di Monte Bello, oggidì Montevio, la quale fu decisa da Gualtieri arcivescovo di Ravenna nell’anno 1141, come consta dalla di lui sentenza, estratta dall’archivio del Comune di Modena. Si vuol ora osservare che il rito delle bolle, colle quali tanto i Papi che gli altri Vescovi accompagnano le collazioni delle Parrocchiali e dell’altre chiese, tira l’origine dai lontani secoli. Anche allora si concedevano in benefizio le chiese, sia Parrocchiali, sia Diaconie, ed anche oratorj, e piccioli monisterj ed alcuni spedali; e però in testimonio di questo si spedivano le lettere, poscia appellate Bolle dal sigillo d’esse. Ha più di mille anni che ciò si praticava, siccome dimostra una carta di molto corrotta Latinità, ch’io copiai dal nobilissimo archivio dell’Arcivescovato di Lucca, e che parve a me originale. Fu essa scritta nell’anno 725, per testimonianza che Talesperiano vescovo di Lucca avea conceduto in beneficio un picciolo monistero, con lo spedale de’ Pellegrini annesso, a Romoaldo prete. Merita ivi riflessione il dirsi che Romoaldus Presbyter una cum muliere sua, cioè con sua moglie, era stato in pellegrinaggio pro anima sua, e venuto da Oltrepò s’era allogato in quel monistero con istituirvi ancora un picciolo spedale. E però il Vescovo gli concede di aver cura di quel santo luogo, tam tu, quam etiam et Presbiteria tua. Si meraviglierà qui taluno, e chiederà come fosse permesso a questa Pretessa lo starsene col Prete suo consorte, quando sappiamo che almeno nella Chiesa Latina fin dai primi secoli della Chiesa ai sacerdoti era prescritta la continenza. Vero è questo; ma anticamente da che un coniugato era ammesso ai sacri Ordini, tanto egli che la moglie professavano da lì innanzi il celibato; e questa non era più chiamata moglie, ma sorella, come provai nella Dissert. de Agapetis et Synisactis ne’ miei Anecdoti Greci. Però tempi vi furono, ne’ quali fu permesso ai preti l’abitar tuttavia colle mogli, purché s’astenessero da ogni carnal commerzio. Si mostra qui più rigorosa la disciplina de’ nostri tempi, e con più ragione. Un’altra bolla ho io dato fuori, ricavata dal suddetto archivio, per cui Perideo vescovo di Lucca nell’anno 783 costituisce Rettore della chiesa di San Miniato in Quarto Autchis cherico. Ancorché questa chiesa fosse stata fabbricata dagli antenati di quel cherico, e spettasse a lui per titolo di giuspatronato; pure senza il consenso e la confermazione del Vescovo non potè acquistar quella Rettoria. Or quanto più si richiedeva questo nella collazione delle Parrocchiali, dove s’han da ministrare i Sacramenti?

Ho io data la bolla, con cui Pietro vescovo di Lucca nell’anno 904 conferì a Gumberto prete Ecclesiam illam, cui vocabulum est beati Sancti Johanni Batiste, sita loco et finibus Lamari, quod est Plebe Battismale, ec., cum aliis Ecclesiis subjectis ipsius Plebe. Ad essa bolla sono sottoscritti molti Canonici. I più d’essi s’intitolano Presbiter et Cardinalis. Siccome osservammo nella Dissertazione LXI, non la sola Chiesa di Roma ebbe per suo ornamento i Cardinali, ma anche moltissime altre; e questo nome indicava che erano Rettori di qualche chiesa. Qui vediamo che sotto la Pieve o sia chiesa battesimale si contavano altre chiese prive del Battistero, oratorj, cappelle e piccioli monisterj, sopra i quali godeva alcuni diritti il Parroco o sia Piovano. Queste cappelle nondimeno aveano anch’esse il proprio Rettore, il quale a riserva del Battesimo ministrava gli altri Sacramenti convenienti a sacerdoti pastori d’anime. Oratorj ancora erano appellati queste cappelle, che oggidì portano tutte il nome di Parrocchia e Cura. Nella legge Longobardica LXI di Carlo Magno si legge: Ut vos Episcopi, qui in omnibus Nonas et Decimas accipitis, in vestra providentia sit, quatenus Ecclesiae et Capellae, quae in vestra Parochia sunt (cioè Diocesi), emendentur. E Burcardo nel lib. III, cap. 22, da un Concilio di Aquisgrana riferì questo canone: Plures Baptismales Ecclesiae in una terminatione esse non possunt, sed una tantummodo cum subditis Capellis. Quei che oggidì son chiamati Cappellani, cioè vice-parrochi, presero il nome da quelli che anticamente reggevano qualche oratorio o cappella. S. Gregorio Magno nel lib. II, epist. 12, scrivendo a Castorio vescovo di Rimini per un oratorio o sia cappella fabbricata entro la stessa città, così parla: Praedictum Oratorium absque Missis publicis solemniter consecrabis, ita ut in eodem loco nec futuris temporibus Baptisterium construatur, nec Presbyterum constituas Cardinalem. Col nome di Prete Cardinale già abbiam avvertito disegnarsi un Rettore di parrocchia, a cui stabilmente era assegnato il governo di quella chiesa: laddove alle chiese minori, chiamate cappelle e oratorj, si deputava un prete amovibile. Dalle quali notizie risulta il diverso diritto delle Pievi e Cappelle ne’ vecchi secoli. Altri costumi invalsero ne’ secoli susseguenti, perché anche in queste chiese sussidiarie si ordinano Rettori stabili, i quali in poche cose prestano onore ed ubbidienza al Piovano. E però intendiamo che volesse dir Donizone nel lib. I, cap. 16 della Vita di Matilda, scrivendo:

Plebes, Capellas, pretio Clericis tribuebant.

In una carta Pistoiese dell’anno 1287 si legge la lite insorta fra i Canonici della Pieve di Celle nella Diocesi di Pistoia, e i Cappellani, cioè i parrochi inferiori di essa Pieve, pretendendo gli uni e gli altri l’elezione del Piovano. Ivi si legge: Plebs de Cellis habet subjectas decem Cappellas. Ecclesia de Casore est subjecta Plebi de Cellis, tamquam suae Plebi, ec. I Rettori di queste chiese ora son chiamati. Cappellani Plebatus de Celle, ed ora Rectores. Quei che oggidì portano il nome di Cappellani, cioè aiutanti de’ parrochi nell’amministrazione de’ Sacramenti, quasi sempre ne’ vecchi secoli erano appellati Subcappellani. Ma nulla più chiaramente può indicare quai fossero una volta i Cappellani, che una bolla di Alessandro III papa, in cui conferma nell’anno 1159 ad Amato vescovo di Ferrara i privilegi della sua chiesa, dove fra l’altre cose: Nec cuiquam fas sit in ceteris Ecclesiis Capellanum absque consensu tuo constituere vel amovere, ec. Capellanus vero, qui auctoritate tua fuerit constitutus, de manu tua curam animarum recipiat, ec. Sicché il nome di Cappellano significava allora chi oggidì vien chiamato Parroco e Curato. Abbiam veduto l’antichissimo costume, mantenuto anche oggidì, che i Vescovi spedivano la bolla del benefizio conferito. Aggiungo ora, che vicendevolmente anche i beneficiati formavano un altra carta, con cui si obbligavano al retto governo di quella chiesa, restando poi questa in mano, o sia nell’archivio del Vescovo. Tal rito non è più in uso. Dall’insigne archivio dell’Arcivescovato di Lucca ho io prodotto due antichissime pergamene in testimonianza di questo. La prima è dell’anno 746 regnante Ratchis re de’ Longobardi, in cui Lucerio prete promette a Walprando vescovo di Lucca di rettamente reggere la chiesa di San Pietro di Mosciano, a lui conferita cum consenso Ratperti et Barbula Centinariis, vel de tota Plevem congrecata. Ecco come in molte chiese s’istituivano i Rettori. Precedeva l’elezione del popolo, e questa poi veniva confermata dal Vescovo. I Centenarj qui mentovati si scorge che erano i Giudici minori delle ville, suggetti al Giudice o sia governatore della città. L’altra carta dell anno 772 è una promessa fatta da Ursiperto cherico a Peredeo vescovo di Lucca, che l’avea creato Rettore della chiesa di San Cassiano di Controne di ben amministrare quella chiesa, con aggiugnere: Neque contra Presbiterum vestrum, quem vos in Ecclesia vestra, Sancte Julie Baptismale ordinastis, agere presumam, neque sine vestra licentia, vel de ipso Presbitero vestro Missam cantare debeam in ipsa Ecclesia Sancti Cassiani. Oggidì in molte Diocesi si usa di chiamare Arcipreti quei che da altri sono appellati Piovani in villa. Antichissimo ancora è questo costume. Nel Sinodo di Pavia dell’anno 850, al cap. 6, viene ordinato che i Vescovi osservino con qual diligenza i preti abbiano cura del loro gregge. Oportet enim, ut Plebium Archipresbyteri curent, quatenus qui publice crimina perpetrarunt, publice poeniteant, ec. Poscia nel cap. 13 si legge: Singulis Plebibus Archipresbyteros praeesse volumus, qui non solum imperiti vulgi solicitudinem gerant, verum etiam eorum Presbyterorum, qui per minores Titulos habitant, vitam jugi circumspectione custodiant, ec. Nec obtendat Episcopus, non egere Plebem Archipresbytero, quod ipse eam per se gubernare valeat (segno che alcun Vescovo c’era, che con sì bel pretesto si godeva le rendite delle Pievi); quia etsi valde, idoneus est, decet tamen, ut partiatur onera sua; et sicut ipse Matrici praeest, ita Archipresbyteri praesint Plebibus, ut in nullo titubet Ecclesiastica solicitudo. Dal che sempre più riluce che nelle ville eranvi le parrocchie primarie chiamate Pievi, dove si ministrava il Battesimo, e i Rettori di esse venivano chiamati Arcipreti. V’erano poi le parrocchie minori, appellate qui minores Tituli, sottoposte all’Arciprete. Così nelle Cattedrali il primo del Clero, ch’era ascritto ad essa chiesa, ebbe il nome di Arciprete, nome che si truova fino nel Concilio Cartaginese dell’anno 398; e nel Concilio Turonense II dell’anno 567, al canone 19, mentovati si veggono Archipresbyteri vicani. Grande dovea essere una volta l’autorità di tali Arcipreti, perché si truova che essi ebbero anche facoltà di costituir Rettori nelle parrocchie inferiori sottoposte alla Pieve. In una carta dell’archivio Lucchese, scritta l’anno 826, Gumprando prete figlio del fu Periteo prete (sovente nelle pergamene Lucchesi s’incontrano preti figli di un altro prete) è ordinato Rettore della chiesa di Vulsignana dal Rettore della chiesa battesimale di Santa Maria di Sesto, coll’obbligazione del divino Ufizio, della luminaria di dì e di notte, e di pagare al Rettore di essa Pieve ogni anno a titolo di pensione denarios XXX et dimidium oblationum. Né si meravigli alcuno del censo imposto dal Piovano alle chiese minori. Siccome dimostrai nella Dissertazione XXXVI, anche gli stessi Piovani, anzi gli altri parrochi minori erano obbligati a pagar qualche pensione annua o regalo al Vescovo, perché i benefizj ecclesiastici per iniqua consuetudine di que’ secoli si mercantavano. Come consta da un’altra pergamena dell’anno 845, Ambrosio vescovo di Lucca ordina Rettore della chiesa di Santo Ippolito presso Arno Guntelmo cherico, con obbligo di pagare annualmente ad esso Prelato sessanta soldi d’argento. Tu dirai: Ecco le pensioni de’ nostri tempi. – Nol niego; ma gran differenza passa fra l’uno e l’altro uso. Furono introdotte le pensioni usate oggidì per sovvenire i cherici degni e poveri coll’abbondanza degli altri; ma le pensioni de’ secoli barbarici colavano in borsa del solo Vescovo. Perciò ne’ secoli posteriori cessò quella consuetudine.

Ordinariamente bastava ai Vescovi nell’ottenere le conferme de’ lor privilegi lo specificar tutte le loro Pievi, come si scorge in due diplomi da me pubblicati di Arrigo re III e imperadore II dell’anno 1045 e del 1055, co’ quali conferma tutti i suoi beni e diritti al Vescovato di Mantova. Dopo l’enumerazion di varie Pievi, nell’ultimo ivi si legge cum omnibus aliis Plebibus et Capellis. Procuravano ciò non ostante altri Vescovi di far esprimere anche le Cappelle, come consta da una bolla di papa Eugenio III dell’anno 1146, con cui conferma tutte nominatamente le Pievi e Cappelle ed alcuni Monisteri ad Alberone vescovo di Reggio. Così in un’altra bolla di Celestino III papa dell’anno 1191 si veggono confermate a Teobaldo vescovo di Chiusi tanto le Pievi che le Cappelle. L’Ughelli mette fra’ Vescovi di Chiusi all’anno 1200 Gualfredo, poi Teobaldo all’anno 1220. S’ha da correggere quella slogatura. Solevano anche i Piovani impetrar dai Papi la conferma dei lor beni e diritti; ed allora facevano esprimere tutte le chiese sottoposte alla medesima Pieve. Ne ho dato un esempio in una bolla di papa Alessandro III dell’anno 1168 in favore di Jacopo Piovano di Pieve Fosciana nella provincia della Garfagnana, sottoposta al dominio de’ Serenissimi Duchi di Modena. Vedesi ivi una gran copia di chiese, tutte dipendenti da essa Pieve. Ho anche prodotto un fatto assai raro nell’ecclesiastica disciplina. Immo, qui et Irmenfredus Aretinus Episcopus circa l’anno 1045, trovandosi aggravato da infermità ne’ piedi, e non potendo accudire al governo della sua chiesa, preso consiglio dai principali del Clero e del secolo, divise la sua Diocesi in quattro parti, e ne commise il governo a quattro de’ più assennati Ecclesiastici, coll’annoverar le Pievi, raccomandate a ciascun d’essi. Ne ho pubblicato quell’Atto. Per conto poi delle chiese esistenti nelle città, varia fu in questo la disciplina ecclesiastica. Imperocché in alcune città, oltre alla Cattedrale, v’erano altre chiese battesimali. V’erano anche talvolta di quelle che godevano il titolo di Pieve, e che ne aveano dell’altre sottoposte. Insigne è tuttavia in Lucca la chiesa de’ Santi Giovanni e Reparata, a cui accresce il decoro una Collegiata di Canonici. Ad essa, se non erro, appartiene una bolla di Teudigrimo vescovo di Lucca, data nell’anno 984, in cui conferisce ad Andrea prete la metà di quella chiesa, cui vocabulum est beati Sancti Pantaleoni, et Sancte Reparate, et Sancti Johanni Baptiste, quod est Plebem Battismale, que est fundata hic infra Civitate ista Lucense. Cosa alquanto rara si è questa concessione della metà d’una chiesa colla metà de’ beni ad essa spettanti. E pure ho trovato altra pergamena dell’anno 975, in cui Adalongo vescovo di Lucca concede ad Arnoldo prete la quarta parte della chiesa Sancti Petri et Sancti Johannis Baptistae, quod est Plebe Baptismale, sita loco et finibus Cappiano. V’erano poi altre città, siccome di sopra avvertimmo, dove altra chiesa non dispensava il Battesimo, fuorché la Cattedrale. Per questa cagione vo io sospettando che i parrochi di Ferrara fossero una volta nominati solamente Cappellani, nome che abbiam veduto dato ai parrochi delle chiese prive di Battistero. Ho io pubblicato le Costituzioni fatte nell’anno 1278 della Congregazione tuttavia sussistente de’ parrochi d’essa città di Ferrara, a’ tempi di Guglielmo vescovo. Comincia così la loro enumerazione: Cleri Conventus civitatis Ferrariae, nos Petrus Capellanus Ecclesiae Sancti Stephani Ferrariensis, Archipresbyter Capellanorum omnium civitatis Ferrariae, et Presbyter Johannes Capellanus Ecclesiae Sancti Blaxii, ec. Qui si scorge che tutti i parrochi di Ferrara erano solamente appellati Cappellani, eccettuato il loro capo, a cui si dava il titolo di Arciprete, perché non aveano Battistero. E veramente Marc’Antonio Guarini nel suo Trattato delle Chiese di Ferrara ci assicura che nella sola Cattedrale di quella città, e in Santa Maria in Vado si amministra il Battesimo. Non così nel Contado Ferrarese, dove abbondano le Pievi, e queste si veggono registrate in una bolla da me pubblicata di papa Clemente III dell’anno 1189, conceduta a Stefano vescovo di Ferrara.

Né solamente cercavano gli Arcipreti, o vogliam dire Piovani, la conferma dei lor diritti dal Papa e dal Vescovo, ma anche dal Metropolitano. In pruova di che ho addotto una bolla di Anselmo arcivescovo di Ravenna in favore di Martino arciprete di Puglianello nella Diocesi di Reggio, spettante all’anno 1156. Godevano poi le Pievi più d’un privilegio, oltre a quel del Battistero, cioè nelle sepolture, nel dare la penitenza nell’esigere che i parrochi o sia cappellani subordinati concorressero alla Pieve nel Battesimo solenne della vigilia di Pasqua e di Pentecoste, con altre prerogative ch’io tralascio, ma che si leggono in una bolla di Celestino III papa dell’anno 1194, data ai Canonici di Santa Reparata nella città di Lucca.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011