Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXXIII

De’ Monisterj dati in Benefizio.

 

Già abbiam veduto quanta copia di beni fosse ne’ vecchi secoli provenuta alle chiese dalla pietà e religion dei Fedeli, e a qual potenza e ricchezza fossero pervenuti i Vescovi ed Abbati; siccome ancora per quali vie un’altra parte di Cristiani s’industriasse di spelare gli Ecclesiastici, e di tirare a sé la roba. Faticavano continuamente cherici e monaci per mietere ne’ campi de’ secolari; e vicendevolmente anche i secolari si studiavano di ridurre ne’ lor granai la messe raccolta dal Clero, e sovente con fatica minore. Però quantunque paresse che una volta l’industria dell’uno o dell’altro Clero potesse e volesse associare la terra, pure s’è trovato essere stato più il tolto che il lasciato ai sacri luoghi. Le cagioni di questo eccidio si son prodotte nella precedente Dissertazione; ma ce ne restò una, che ho riserbato alla presente, ed è l’empia consuetudine introdotta da alcuni Re, che per assodar l’amore e la fede dei Grandi verso di loro, o per maggiormente accendere i militari colla ricompensa a sostener le fatiche della guerra, concedevano ad essi le terre delle chiese, e massimamente dei monisterj sotto titolo di Benefizio, procurando la fama di generosità e gratitudine colla profusione della roba altrui. Il trovarsi coll’erario esausto, gli scabrosi tempi di guerra, la difesa del Regno contro i nemici, massimamente Pagani, erano i pretesti o le ragioni di venire a sì fatte violenze contro i beni de’ luoghi sacri. Oltre a ciò si truova che del pari non pochi Vescovi gareggiarono anticamente coi laici in questo bel mestiere, abusandosi anch’essi del favore dei Re per ottener da essi il godimento delle Abbazie, finché vivessero, con titolo di benefizio, feudo o commenda, come diciamo oggidì. Similmente non mancarono Abbati, i quali non contenti di comandare ad un solo monistero, se ne procacciavano più d’uno coll’autorità dei Regnanti. Che ciò talvolta avvenisse per cagione della povertà e delle pubbliche occorse disgrazie, o per altre giuste cagioni approvate dalla Chiesa, nulla in questo vi sarebbe da riprendere: ma per lo più la sola avidità ed avarizia quella era, che consigliava gli Ecclesiastici stessi a mettersi sotto i piedi la disciplina della Religione, per ingoiare le sostanze de’ poveri monaci. Il più bello era che gli ufiziali di Palazzo e i Generali di armale, benché laici, coll’ottenere dai Re l’usufrutto dei monisterj assumevano anche il titolo di Abbati. In quanto vigore fosse tanto in Inghilterra che in Francia, fin sotto i Re della prima stirpe, questa detestabil usanza ed usurpazione, si può vedere presso il Padre Tomassini, de Benefic. Par. II, libro III, cap. 11, ec. Di quel solo parlerò io, che ho osservato in Italia.

Sotto i Re Longobardi, che alcuni sogliono cotanto vilipendere e lacerare, nulla mi si presenta nella Storia d’Italia, onde apparisca che allora si usurpassero dai Re i monisterj per darli in preda ai cattivi Cristiani. Perciocché non fa al caso nostro ciò che scrive San Gregorio Magno nel lib. IV, ora V, epist. I, a Giovanni vescovo di Ravenna con disapprovare aliqua loca dudum Monasteriis consecrata, nunc habitacula Clericorum, aut etiam Laicorum facta esse. Quindi si raccoglie, essere stati in Ravenna de’ cherici secolari, i quali Ecclesiasticis officiis deserviebant in qualche chiesa, e che nondimeno solevano Monasteriis praeponi, e prender anche senza l’abito monastico il titolo di Abbati: cosa che dispiaceva al santissimo Pontefice, e pure continuò anche dipoi, come si ricava da Agnello storico nella Parte I, tomo II Rer. Ital. Peggio poi, se anche i laici s’usurpavano que’ monisterj. Ma Ravenna era allora signoreggiata dai Greci Augusti, e non dai Re Longobardi. Pertanto sembra più verisimile che dai Re di Francia, da che ebbero occupato il Regno d’Italia, fosse portato qua il detestabil costume di mettere le griffe sopra i patrimonj sacri, e di conferirli ai Vescovi ed Abbati insaziabili, ed anche ai laici. Noto è agli Eruditi che Carlo Martello, avolo di Carlo Magno, fu il primo a fondare in Francia quest’empia consuetudine per la necessità della Repubblica: pretesto usato per dar colore a così deforme abuso. Che anche lo stesso Carlo Magno, inclito imperadore e poi re d’Italia della sua stirpe, peccasse di questo male, lo attestano le antiche memorie. L’imitò, e forse superò Pippino suo figlio, re d’Italia, come consta da una carta di Pistoia dell’anno 812, che ho pubblicato nella Dissertazione LXX. Quivi il Monistero di San Bartolomeo si dice dato in benefizio Nebulungo Baviario. Né con maggior cautela si governò Lodovico Pio Augusto suo fratello. Wala celebre abbate di Corbeja, come abbiamo dal libro II della sua Vita negli Atti de’ Santi Benedettini del P. Mabillone, così un giorno parlava al medesimo imperador Lodovico: Nemo te, Augustorum clarissime, fallat: quia valde periculosissimum est, res semel Deo fideliter dicatas ad usus pauperum et servorum Dei, violenter postmodum diripere, et ad saeculares usus contra auctoritatem divinam retorquere. Più sotto si legge: Monasteriorum, dum haec tractarentur, ostendit et enumeravit pericula, quum tunc temporis nonnulla jam a laicis tenebantur, ec. E perciocché Lottario I imperatore suo figlio, che tanto tempo governò l’Italia, ben inferiore fu al padre nella pietà, non gli si farà torto col credere che anch’egli, al pari di Pippino re di Aquitania suo fratello, usasse violenza ai beni degli Ecclesiastici. Lupo Servato nell’epistola XI gli chiedeva Cellam Sancti Judoci, quam per subreptionem Rhuodgangus a vobis obtinuit, nobisque legitimam donationem Patris vestri repetentibus, imposturae crimen inurit, ec. Frodoardo nel lib. II, cap. 20 della Storia di Rems scrive che Ebone vescovo di quella città, accepta a Lothario pro patris proditione Abbatia Sancti Vedasti, falsarum objectionum incentorem exstitisse. Rimase poi Ebone sottoposto a molte tempeste; e forzato ad abbandonar la sua sede, si ritirò in Italia presso l’imperador Lottario, e per attestato del medesimo Frodoardo, o sia Flodoardo, Abbatiam Sancti Columbani in Italia dono Imperatori Lotharii possedit: il che non veggo avvertito dall’accuratissimo Padre Mabillone.

Ed ecco il celebratissimo ed insieme ricchissimo Monistero di San Colombano di Bobbio dato una volta in commenda ad Ebone arcivescovo di Rems. Quivi ancora fu dipoi collocato con titolo di Abbate il poco fa mentovato Wala abbate di Corbeia, cacciato dalla Germania, come già osservammo nella Dissertazione LXV. Poscia dato fu dal medesimo Augusto quel monistero ad Amalrico vescovo di Como, di nazione Franzese, col titolo di Abbate, secondo che apparisce dalle memorie rapportate dall’Ughelli. Sicché assai intendiamo che gl’Imperadori Franzesi, rotta la disciplina de’ monaci, e non più curati i lor privilegj, distribuivano a lor piacere i monisterj d’Italia ai lor favoriti Ecclesiastici, e talvolta ancora ai secolari. Quanto più erano facoltosi essi monisterj, tanto più premurosamente si studiavano i Vescovi di procacciarseli coll’autorità dei Re ed Imperadori. Durò questa detestabile usanza anche sotto Lodovico II Augusto; ma spezialmente si lasciò la briglia all’avidità delle persone, dappoiché mancò di vita esso Imperadore, e ne seguirono funestissime guerre fra i concorrenti al Regno d’Italia, e le incursioni de’ Saraceni e degli Ungheri sconvolsero e lacerarono quasi tutta l’Italia. E giacché abbiam parlato del Monistero di Bobbio, si può credere che la sua sorte andasse di male in peggio, con essere una gran porzione de’ suoi beni passata sotto nome di benefizio in qualche secolare. Tengo io un diploma di Carlomanno re d’Italia, ricavato dall’archivio d’esso monistero, benché non con tutta accuratezza, dal quale apparisce la division de’ beni fatta fra i monaci e il loro Abbate legittimo dall’una parte, e il Commendatario, per così dire, Abbate illegittimo, e, per quanto io sospetto, militare, dall’altra; e che tale usurpazione seguisse sotto Lodovico II Augusto. Il diploma è dell’anno 877, dove si legge: Quia pro summa Reipublicae necessitate, pacisque tranquillitate, eamdem divisionem de rebus jam fati Monasterii factam cognoscimus: perciò esso Re la conferma in favore di Umnobaldo vero Abbate. Questa divisione de’ beni del Monistero di Bobbio formò poscia una stabile consuetudine, così che una porzion d’essi si concedeva dai Re in benefizio a qualche Ecclesiastico, o pure ad uno dei Grandi secolari (i quali perciò si trovavano appellati Abba-Comites da alcuni scrittori); e però niun de’ susseguenti Re si faceva scrupolo di seguitare in ciò le pedate de’ suoi antecessori. Ho qui per testimonio una carta di quelle ch’io più dell’altre soglio stimare come preziose memorie, ricavala dall’archivio di esso Monistero di S. Colombano, cioè un placito tenuto in Pavia nell’anno 915 da Odelrico vasso e messo di Berengario I re, esistente nella medesima città, in cui Theodelassio abbate e i monaci di Bobbio evincono la corte Barbada contra di Radaldo conte e marchese, il quale pretendeva a longo tempore Curtem ipsam, quae dicitur Barbadam, cum sua pertinentia pertinet de illam portionem, quam consuetudo fuit in benefitio dandi. Insisteva all’incontro l’Abbate ch’essa corte non appartenesse alla porzione, per così dire, secolarizzata, ma bensì all’altra, quae pertinere deberet de portionem et usum Fratrum Monachorum ipsius Monasterii. Chi fosse questo Radaldo conte e marchese, e a qual Marca egli presedesse, non l’ho potuto trovare, con accusare perciò la negligenza degli antichi, che non pensarono a rendere più noti ai posteri i personaggi che erano notissimi allora. In oltre, come ho dimostrato nella Parte I, cap. 16 delle Antichità Estensi, Oberto marchese e conte del Palazzo, uno degli antenati della Serenissima Casa d’Este, nell’anno 972 godeva a titolo di benefizio Monasterium Sancti Columbani da parte Domnorum Imperatorum.

Ne’ medesimi tempi ad una pari calamità fu sottoposto l’insigne Monistero di Nonantola, situato nel territorio di Modena, e considerato per la sua ricchezza uno de’ primi d’Italia. La singolar pietà de’ monaci fin dal suo principio fruttò a quel sacro luogo gran copia di beni, che furono poi cagione della sua rovina, gareggiando molti per ottenere sì buon boccone. E che prima dell’anno 837 alcuno tentasse di occuparlo, si può ricavare da un diploma di Lottario I imperadore, dato in quell’anno, in cui protestando d’aver trovata tantam devotionem ibidem in divinis, poscia comanda ut nullo in tempore alicui committatur, nisi eorum (Monachorum) electione et consensu. Conservasi tuttavia esso diploma nell’archivio di quel monistero, archivio una volta ricchissimo, ma da cento anni in qua svaligiato da qualche Commendatario; e parve a me originale, sì per la forma de’ caratteri, come pel sigillo di cera tuttavia infisso nella membrana; se non che lo stile e la sintassi difettosa mi fecero alquanto dubitare dell’origine sua. Ma non potè questo privilegio impedire che i successori di Lottario conferissero l’Abbazia Nonantolana a degl’illegittimi Abbati. Adelardo vescovo di Verona, adocchiata questa bella preda, tanto s’ingegnò, che l’ottenne da Carlo Calvo imperadore, e ne fu creato Abbate. Detestando Giovanni VIII papa l’ingordigia di quel Prelato, scrisse lettere all’Imperadore, all’Arcivescovo di Ravenna e di Aquileja, significando loro di avere per questa cagione scomunicato il Vescovo di Verona. Così scrive egli nell’epist. 48, con cui si dee unire la 49, al Clero Veronese: Quum Adalardum Episcopum venerabile Monasterium Nonantulae situm, quod nullus umquam Episcoporum vel Judicum (cioè de’ Conti, per quanto io stimo) in Beneficium quaesivit, contra sacras Praedecessorum nostrorum nostrique privilegii institutiones, quibus de propria semper Congregatione Abbatem fieri jubetur, callide petiisse, ac per hoc illicita praesumpsisse, omnimodis reperissemus: auctoritate Apostolica excommunicare studuimus. Per quanto ho imparato dal Catalogo degli Abbati di Nonantola, questo Vescovo in suos usus reditibus redactis, in extremam paupertatem Monachos compulit. Qui sicuti Abbas commutavit quaedam Bona Coenobii Nonantulani cum Abbate Monasterii Novi de Brixia. Poscia seguita a dire ch’esso Adalardo fu scomunicato da papa Giovanni VIII nell’indizione X, cioè nell’anno 877. Anche Ugo re d’Italia nel susseguente secolo recò gran vessazione al Monistero Nonanlolano col concederlo a Gotifredo suo figlio, se s’ha da prestar fede all’Autore del Catalogo MSto suddetto. Ma Arnolfo storico Milanese nel lib. I, cap. 3 della Storia scrive che il re Ugo per l’empietà da lui commessa contro l’Arcivescovo di Milano concedette alla Chiesa Milanese pro nonaginta interfectis Abbatiam Nonantulae, quae propter nonaginta sui juris Curtes sic vocata perhibetur. Galvano dalla Fiamma nel Manip. Flor., cap. 130 (tomo XI Rer. Ital. ), da questo passo di Arnolfo dedusse che l’Abbazia suddetta fu fondata dal re Ugo. S’ingannò. Manifesta cosa è che ne fu fondatore Santo Anselmo a’ tempi di Astolfo re de’ Longobardi. Forse fu conferito questo monistero dal suddetto re Ugo a Manasse suo parente (o pur figlio, come scrisse Arnolfo storico) che usurpò anche l’Arcivescovato di Milano, e né pure si contentò d’un solo Vescovato, siccome persona di pessimi costumi, ed abbominevole per la sua ambizione ed avarizia.

Non resta già luogo da dubitare che Guido vescovo di Modena, gran faccendiere, anch’egli vinto dalla cupidigia, ottenne poi dallo stesso re Ugo la Badia di Nonantola, asserendolo un grave autore, cioè Liutprando, nel libro V, cap. 12, con iscrivere che Wido Praesul Mutinensis Ecclesiae, non injuria lacessitus, sed MAXIMA illa ABBATIA NONANTULANA, quam et tunc acquisivit, animatus, prese l’armi contro lo stesso Re, con dimenticare i ricevuti benefizj. Sotto Berengario II e Adalberto re gli strumenti enunziati dal Catalogo MSto fanno abbastanza conoscere che il vescovo Guido continuò a goder questa preda. Più forte ancora la tenne salda sotto Ottone I imperadore, per la cui esaltazione avea faticato non poco, e meritato d’essere creato suo Arcicancelliere. Ho io dato alla luce il diploma d’esso Augusto, con cui nell’anno 962 concede Widoni sancte Mutinensis Ecclesie venerabili Episcopo, dilectoque nostro fideli et Archicancellario, cunctis vite sue diebus, Abbatiam, quae Nonantula dicitur, ec., cum omnibus Plebibus, Xenodochiis, Monasteriis, Cellulis, Titulis, Capellis, tam infra Tusciam, Camerinam et Spoletinam, quamque infra hoc Italicum Regnum ubicumque conjacentibus, una cum Castris, Villis, ec. Occuparono poscia la medesima Abbazia Uberto vescovo di Parma, poscia Johannes Graecus Archimandrita, et Consecretalis Ottonis II Augusti, cioè quel furbo Calabrese ed insigne ipocrita, che creato vescovo di Piacenza, finalmente sostenuto dalla fazione di Crescenzio console, arrivò a farsi Antipapa. Costui con patente ambizione s’intitolava Archiepiscopum Placentinum, et Abbatem Nonantulanum, come s’ha dagli strumenti recati dal Campi nella Storia di Piacenza. Ho io data alla luce la Collazione di questo sì riguardevol monistero fatta nell’anno 982 da Ottone II Augusto al medesimo Giovanni Archimandrita, da cui apparisce con che bei colori fosse dipinta la sua ipocrisia. Copia antica di quel diploma tuttavia esiste nell’archivio dilapidato del medesimo monistero. Dice ivi l’Imperadore d’avere ultimamente inteso unum in honore Beati Silvestri Confessoris Christi in Comitatu Motinense constructum, quod Nonantula vocatur, OMNIBVS ALIIS MAIVS, et quod olim exemplar bene vivendi, et sancte conversacionis fuerat reliquis, paene jam annullatum, atque fondo tenus depopulatum, iniquorum pravitate hominum, eo quod per longa curricula annorum aminiculo caruit Abbatum. E però avendo rivolti gli occhi a’ suoi cortigiani, avea trovato quemdam Archimandritem et Consecretalem meum Johannem nomine, probis moribus ornatum, pudicum sobrium, docibilem, Graeca scientia non ineruditum, totiusque prudentiae et sanctitatis fulgore praeclarum. Quem consilio virorum illustrium, Deumque timentium, et electione Fratrum in jam, dicto Monasterio commanentium, a nostro cubili et necessariis consiliis abstraëntes, supra nominatis Fratribus in Patrem et Rectorem praefecimus, ec. V’ha nella suddetta carta una giunta, in cui Ottone II Augusto fa sapere a tutti i suoi fedeli nel Regno d’Italia: quod Nonantulense Monasterium jam per quinquaginta annos et amplius propter Episcopos, qui pene totam ipsius Monasterii terram pro beneficio tenuerunt, desolatum et ad nihilum prope redactum sit. Tralascio altre calamità di questo monistero da molti anni ridotto in commenda, bastando il già detto per comprendere, a quali disavventure fossero ne’ vecchi tempi esposte le pingui Abbazie, senza voler toccare qual sia il presente loro stato. Quanto avvenisse ancora a’ Monisterj di Farfa e del Volturno, si può leggere nelle lor Croniche da me date alla luce. Esempj tali movevano allora gli altri Vescovi a divorare con eguale avidità i beni de’ monaci, talmente che niun quasi si potè mostrare che non assorbisse uno o più de’ monisterj.

Tralasciando io le memorie stampate, e valendomi solamente delle inedite, aggiungo qui che anche l’insigne Monistero della Novalesa, Novaliciense, in Piemonte, corse la medesima fortuna nel secolo nono, sotto Lottario I imperadore, che non guardò misure in far da padrone de’ monisterj. Vedesi un diploma suo da me pubblicato, e spettante verisimilmente all’anno 844, in cui Vir venerabilis Joseph Eporediensis Ecclesiae Episcopus, et Abbas Monasterii Sanctorum Apostolorum Petri et Andreae, nuncupati Novalicio, chiede ed ottiene la conferma di tutti i beni di esso monistero, sulle cui rendite egli avea poste le unghie. Andiamo a Vercelli, e troveremo che anche quel vescovo Leone si godeva due riguardevoli Abbazie. Ciò apparisce da un diploma di Ottone III Augusto dell’anno 999, in cui sono confermati a quel Vescovo e alla chiesa di Santo Eusebio, cioè di Vercelli, tutti i suoi beni, leggendosi fra l’altre cose et Abbatiam de Arona confirmamus, sicut Praeceptum Caroli testatur, ec. Confirmamus Sancto Eusebio Abbatiam de Lucedio (una delle pingui di Lombardia) sicuti Carolus Augustus, et divae memoriae Genitor noster fecerunt. Continuarono in quel possesso gli altri Vescovi di Vercelli; e fra gli altri Gregorio, famoso fra que’ Prelati, si fece confermare da Arrigo II imperadore nell’anno 1054 Abbatiam Sancti Michaëlis de Laudecio, come consta dal diploma ch’io ho dato alla luce. Vedesi ancora in altro privilegio che Federigo I Augusto nell’anno 1152 confermò a Regizione vescovo di Vercelli, appellato Uguzione dall’Ughelli, Monasterium Sancti Michaëlis in Laudecio; sed et Monasterium Sancti Stephani, et Monasterium Sancti Salvatoris de Betia, et Monasterium Sanctimonialium de Gatinaria. E tale era in que’ tempi il destino de’ monisterj; e più facilmente ancora ai pericoli restavano esposti quelli che erano più pingui: di tal maniera che chiunque oggidì contempla ed accusa la condizione del secolo nostro, se farà mente agli antichi secoli, si rallegrerà più tosto colla sorte de’ nostri giorni. Deesi anche osservare che succedevano anticamente liti e guerre fra i Vescovi intorno ai monisterj in tutto o in parte tolti ai poveri monaci, pretendendo ciascun d’essi di avere ricevuto lo stesso luogo in dono dai Re od Imperadori. Puossi anche sospettare che adoperassero in ciò dei diplomi dubbiosi o spurj. Certamente per cagione della suddetta Abbazia di Lucedio lunga lite fu fra i Vescovi di Vercelli e Novara. Quel che più fa stupire, il Novarese produceva in suo favore un diploma del medesimo re Berengario I, da cui appariva che Garibaldo vescovo di Novara avea posseduta quell’Abbazia, per concessione non solo di esso Berengario re, ma anche dei Re ed Augusti precedenti. Dall’archivio della Chiesa di Novara avendo io ricevuta copia, ma molto difettosa, di quel diploma dato circa l’anno 901, l’ho pubblicata, vedendosi confermata al Vescovo suddetto Abbatiam in honorem Sancti Archangeli Michaëlis, et Sancti Januarii Martyris Christi, aedificatam juxta Leocedio. Né pure si tennero le mani in pugno i Vescovi di Parma. Nobile Abbazia era quella di San Remigio di Berceto, già fondata dal re Liutprando. Non mancarono que’ Vescovi di aggiugnerla al loro patrimonio, come ne fan fede i documenti prodotti dall’Ughelli nell’Italia Sacra, e in oltre un diploma da me pubblicato di Rodolfo re d’Italia dell’anno 922, dove leggiamo che quel Re conferma ad Aicardo vescovo di Parma i beni che i precedenti Re ed Augusti juri et dominio Parmensis Episcopii perpetualiter donantes subjecerunt, fra’ quali Abbatiam de Berceto, in honore Sancti Remigii constructam in Comitatu Parmensi.

Celebre altresì fu ed è tuttavia assai ricca l’Abbazia di Bremide nella Diocesi di Pavia, e nel territorio della Lomellina, che ebbe il suo principio nel secolo X. Fu essa nell’anno 1093 aggregata al Vescovato di Pavia da Arrigo IV fra i re, ed imperadore III, come risulta da un frammento d’un suo diploma ch’io ho dato alla luce. E certamente da che un Vescovo avea tirato in suo dominio qualche monistero, non mancavano i successori di tener forte quella preda. Non so io dire se per proprio diritto, o pure per l’arti che erano una volta alla moda, godessero i Vescovi di Mantova due Abbazie, cioè l’una di San Ruffino e l’altra di San Cassiano. Solamente so che nell’anno 1020 Arrigo I imperadore con suo privilegio le confermò ad Hitolfo vescovo di Mantova, constando ciò dal documento ch’io trassi dalle tenebre. Così i Vescovi di Parma goderono da lì innanzi l’Abbazia poco fa nominata di Berceto; né contento di ciò Wibodo vescovo di quella città impetrò da Carlo il Grosso Augusto Abbatiam Monasterii, quod dicitur Mediana, sitam in hono- 2221 rem Beati Pauli Apostoli, sibi, suaeque Ecclesiae Parmensi jure proprietario perpetuis futuris temporibus. Di sopra nella Dissertazione LXIV io feci conoscere quanto i monaci profittassero della pia liberalità dei Vescovi. Osservisi ora quanto ancora gli stessi Vescovi assorbirono del patrimonio dei monaci, pochi essendo quelli che non tirassero a sé qualche monistero: del che parlano gli antichi diplomi. Vedesi in un privilegio originale, esistente nell’archivio dei Canonici di Padova, dato a Bernardo vescovo di quella città nell’anno 1058 da Arrigo IV re di Germania ed Italia, che gli sono confermate Cortes, Abbatiae, Senodochia, omnesque Plebes. Ed Arrigo II fra gli Augusti nell’anno 1054 confermò a Benedetto vescovo d’Adria Abbatiam Gavellensem Sancti Cassiani. Furonvi anche una volta alcuni Vescovi, i quali si servirono dell’autorità della Sede Apostolica per appropriarsi i beni dei monaci. Ne abbiamo l’esempio in una bolla di Leone IX pontefice santo, data l’anno 1049 Johanni Abbati Monasterii Sanctae Mariae Vallis Pontis nella Diocesi di Perugia, in cui restituisce ad esso Abbate quel monistero, dicendo: Ab omni etiam alienatione liberos vos et securos reddere volumus: unde Apostolica auctoritate cassamus et evacuamus illa Praecepta, quae a Benedicto et Gregorio injustis Pontificibus Andreae Episcopo Perusino collata sunt de eodem vostro Monasterio.

Del resto, se alcuno dimanda che avvenisse de’ monisterj dati in benefizio, o sia commenda, cioè se quegli Abbati illegittimi comandassero ai monaci quivi abitanti, o pure se si divorassero tutte quelle rendite con cacciarne i monaci: si risponde, che varj furono in ciò i costumi degli usurpatori. Imperciocché que’ secolari o Vescovi che, entrando iniquamente nella messe altrui, conservavano qualche timor di Dio e stimolo di Religione, volevano in qualche parte provveduto al culto di Dio e al mantenimento de’ monaci. Bastava loro d’esercitare l’ufizio di Abbate, e di goderne le prerogative ed emolumenti soliti a godersi dai legittimi Abbati. Molti erano questi, e massimamente il gius di permutare o concedere a livello le corti, le castella e i poderi de’ sacri luoghi, talvolta senza né pur ricercare il consenso de’ monaci. Però continuavano i monaci sotto il loro Priore a celebrare i divini ufizj, e al decoro de’ sacri templi nulla soleva mancare. Quanto moderatamente si governasse in questo particolare Carlo Calvo imperadore, bene sarà intenderlo da un suo diploma, da me tratto in luce, con cui egli concedette nell’anno 877 a Giovanni vescovo d’Arezzo Monasterium Sancti Anthimi, quod eidem Praesuli Beneficiario jure concessimus, et conjacet in Pago Senensi atque Clusino, con obbligazione che indesinenter quadraginta ibi Monachi regulariter administrent, quatenus Monasticus Ordo secundum Sancti Benedicti doctrinam in eo immutabili conversatione colatur, et laudabili religione semper in perpetuum celebretur; e quibus aliquo divina, vocatione amoto, alterius loco instituatur, ne numerus minuatur, ec. Conservasi quel diploma originale nell’archivio del Capitolo di Arezzo, e vi si vede il monogramma dell’Imperadore, e la sottoscrizione del Notajo scritta con lettere rosse, o sia con inchiostro rosso: il che non m’è accaduto di osservare altrove. Ma né pur questa moderazione bastò ad altri; perché o cacciarono tutti i monaci, con divorar poscia tutte quelle rendite; ovvero fatte due parti d’esse, l’una, e per lo più la migliore, ritenevano per sé, e l’altra lasciavano ai monaci, che sovente giacevano nella povertà e miseria vera. Servirà a questo proposito un diploma prezioso di Berengario I re d’Italia, ricavato dall’archivio de’ Benedettini di San Sisto di Piacenza, monistero nobilissimo una volta di sacre vergini, dove Ageltruda imperadrice, vedova del fu Guido Augusto, forse si ritirò, o pure collocò qualche sua figlia. Fece ella istanza al Re suddetto nell’anno 898, quatenus eidem concederemus territorio, ac loca, ubi nunc Monasteria dinoscuntur esse constructa. Unum videlicet, quod nuncupatur Arabona in Camarinensis finibus, et alterum, quod vocatur Flumen in Pago Asisio, cum omnibus adjacentiis suis, omnibusque rebus et familiis utriusque sexus, ec. Vedi che bella generosità di Berengario verso quell’Augusta vedova, che spoglia la Chiesa per arricchir lei, e con dichiarazione che in omnibus et per omnia liberam habeat potestatem sine ulla exceptione in integrum habendi, possidendi, donandi, vendendi, commutandi, vel quicquid voluerit a praesenti die in antea faciendi ex nostra plenissima largitate. Tali erano i costumi di allora. Ciò che mi rendè più caro questo documento, fu il trovarsi attaccato al diploma un pezzo di cartapecora, contenente una promessa del medesimo re Berengario, con cui stabilì pace con essa Ageltrude, obbligandosi di non toglierle più cosa alcuna. Fu questa Principessa donna di grand’animo e di non lieve ambizione, come può vedersi dagli Annali Bertiniani all’anno 895. Essendole stato tolto da una morte violenta Lamberto imperadore suo figlio nell’anno 898, abbattuta dal colmo della sua autorità da Berengario, emulo già del marito e del figlio, dimandò pace, e l’ottenne. Ecco le parole di Berengario: Promitto ego Berengarius Rex tibi Ageltrude, relicta quondam Widoni Imperatoris, quia ab hac hora et deinceps amicus tibi sum, sicut recte amicus amico esse debet. Et cuncta tua Praeceptalia, concessa a Widone, seu a filio ejus Lamberto Imperatoribus, nec tollo, nec ulli aliquid aliquando tollere dimitto injuste. Nel giorno stesso che Guido consorte d’essa Ageltrude ricevette la corona imperiale in Roma nell’anno 891, ella dimandò ed ottenne da lui Monasterium in honorem Sanctae Agathae, quod dicitur Novum, constructum Ticinensi in civitate, come si può anche vedere nel Catalogo dei Vescovi di Parma presso l’Ughelli.

Volentieri ho raccolto queste poche notizie, acciocché coloro che non han cognizione de’ costumi de’ secoli rozzi, cessino di maravigliarsi de’ nostri al mirare tanti monisterj dati in commenda, e che i cherici secolari con aver occupato il patrimonio che i monaci acquistato aveano con tante fatiche, non solamente ne ricavano gli alimenti proprj, ma anche il lusso e le delizie. Leggieri cose son queste rispetto a quelle che l’Europa Cristiana vide nei secoli barbarici, e vide anche l’Oriente Cristiano; perciocché la cupidigia non è un male particolare dei Latini, ma ereditario di tutti i paesi. Allora non solamente i monisterj, ma fino i Vescovati e gli altri sacri luoghi non rade volte erano conceduti ai laici, e questi talvolta screditati nella pietà e ne’ costumi. Cioè, come ha un’antica Annotazione al Concilio di Aquisgrana dell’anno 803 nell’edizione del Tillio, tempore Adriani Papae, et Karoli Magni Imperatoris, Laici homines solebant dividere Episcopia et Monasteria ad illorum opus. Et non remansissent ulli Episcopo, nec Abbati, nec Abbatissae, nisi tantum, ut velut Canonici et Monachi viverent. Dal che impariamo che anche ai monisterj delle monache si stendeva questa tempesta: il che certo dee comparire un’empietà agli occhi d’ogni Fedele. Gioverà ancora rapportare ciò che si legge ne’ Capitoli inviati nell’anno 857 al re di Germania Lodovico dai Vescovi delle provincie di Rems e Roano, dove son queste parole: Monasteria etiam religiosa, atque praecipua Canonicorum et Monachorum, atque Sanctimonialium habitacula, quae ab antiquis parentes vestri sub religioso habitu constituerunt, at Frater vester Dominus noster, innuente partim fragilitate, partim aliorum callida suggestione, etiam et nimia necessitate; quia dicebant petitores, nisi eis sacra loca donaret, ab eo deficerent. Et ipse aliquando per vos, sicut nunc patet, aliquando per Fratrem vestrum Regno destitutus, ab eis penderet, talibus, sicut scitis, personis commisit, debito privilegio restituite. Torniamo al suddetto diploma di Berengario I, colla scorta del quale può apparire in qual anno seguisse la morte violenta del giovane imperador Lamberto, mentre era a caccia nel bosco di Marengo. Molto animosamente sentenziò Adriano Valesio nella Prefazione al Poema dell’Anonimo de Laud. Berengarii (Parte I del tomo II Rer. Ital.) con avere scritto: Carolus Sigonius falsi cujusdam Diplomatis subscriptione deceptus, anno Domini DCCCXCVIII, Imperii sui VII, Lambertum obisse tradit. Ma come già osservò il P. Pagi nella Critica del Baronio, non il Sigonio, ma il Valesio s’è ingannato in voler congiugnere la morte di Lamberto coll’anno 897, quando certa cosa è ch’egli fu levato di vita in quest’anno. Ho io pubblicato il diploma originale, con cui esso imperador Lamberto nel dì 30 di settembre dell’anno 898 confermò a Gamenulfo vescovo di Modena tutti i suoi beni. Esiste esso nell’archivio de’ Canonici di Modena coll’Actum Marinco, dove appunto avvenne la sua morte. Altre memorie ho io prodotto per provar questo punto di cronologia, che qui tralascio.

Nel sopraddetto diploma di Berengario vedemmo donati due monisterj all’imperadrice Ageltrude. Non apparisce se fossero di monaci o di monache. Dico ciò per avere osservato che i monisterj delle sacre vergini erano amoreggiati dalle Imperadrici di que’ secoli. Nobilissimo e di gran ricchezza era allora, siccome più volte ho ricordato, il Monistero Nuovo di Brescia, oggidì di Santa Giulia. Contuttociò Lodovico II Angusto, che spesso era molestato dall’avidità d’Angilberta sua moglie, gliel diede in benefizio nell’anno 868. E colà appunto essa poi si ritirò dopo la morte dell’Angusto marito. Dall’archivio de’ Benedettini di San Sisto di Piacenza fu ricavato quel documento, in cui si leggono le seguenti parole, attestanti aver egli conceduto dilectissimae Conjugi nostrae, clarissimae scilicet Augustae Angilbergae cunctis diebus vitae suae, Monasterium Domini Salvatoris intra moenia civitatis Brixiae constructum, quod dicitur Novum, cum omnibus suis appendiciis, ec., cum omnibus videlicet Monasteriis et Xenodochiis, seu Cortibus ad ipsum aspicientibus, hoc est Alinam., Campora, Sextano, Monasterium in Luca, quod Aldo Dux edificavit, et Monasterium in Papia, quod vocatur Regine, ec., nec non et Monasterium situm in Sirmione, ec. Che autorità seco portasse tal concessione, si raccoglie dalle formole seguenti: Ad possidendum, regendum, gubernandum, disponendum, ordinandum, fruendum, et quicquid elegerit intus et foris, prout sibi visum fuerit, faciendum. Si vero nostra dilectissima Conjux clarissima Augusta Angilberga ante Filiam charissimam nostram Hermengardam divina obierit vocatione, tunc volumus, ut ei succedat ipsa Filia nostra in eandem potestatem cunctis diebus vitae suae, ad possidendum praefatum Monasterium integriter. Troviamo qui che al Monistero Bresciano delle Monache di Santa Giulia erano sottoposti un Monistero in Lucca, edificato da Aldone duca; e un Monistero in Pavia, appellato della Regina; e un Monistero situato nell’Isola di Sirmione nel Lago di Garda. Verisimil cosa è che ancor questi monisterj fossero di sacre vergini. Tale certamente fu quello della Regina in Pavia, appellato anche di San Felice. Aveva l’Imperadrice suddetta fondato l’insigne Monistero di San Sisto di Piacenza, di cui più fiate abbiamo parlato. Procurò essa ancora, vivente l’Augusto consorte, di ottenere quamdam Abbatiam in honore Apostolorum Principis dicatam, et non longe ab Urbe Placentina fundatam, in loco nuncupato Caput Trebiae, la quale fu ad essa Augusta nell’888 confermata da Berengario I re d’Italia. Né questo bastò all’avidità di quella Imperadrice. Aveva ella ottenuto anche un Monistero di sacre vergini, constitutum infra ipsam Urbem (cioè di Milano) quod nominatur Aurunae; ma essa poi lo rinunziò al Monistero di Santo Ambrosio di Milano, come consta da un diploma di Carlo il Grosso re d’Italia presso il Puricelli, dato nell’anno 880, e non già nell’881, come egli e Tristano Calchi stimarono, dove si legge: Quod Engilberga olim Imperatrix devotissime obtulit in ipsum Monasterium (di Santo Ambrosio) pro remedio animae divae memoriae Hludovici quondam Imperatoris Augusti, ec. Che oltre a ciò questa Imperadrice si procacciasse due altri monisterj di monache, ce lo insegna un diploma di Arnolfo re di Germania dell’anno 889, divolgato dal Campi nel tomo I della Storia Ecclesiastica di Piacenza, in cui sono le seguenti parole: Concessimus itaque ei more Antecessorum nostrorum subnotata loca, quae in jam dicto Regno Italico sita esse dinoscuntur, cum appendiciis suis omnibus, in proprietatem (notisi che Angilberga non chiede più tai luoghi a titolo di benefizio, ma bensì di proprietà ed allodio) idest in Comitatu Prissianensi (di Brescia) Monasterium Novum (cioè di Santa Giulia), Papiae vero Monasterium Sancti Marini, atque Monasterium Sancti Thomae, necnon Monasterium Reginae, in quibus sanctae Moniales Domino famulantes commorantur. In Placentino etiam Comitatu Abbatiam, Caput Trepium nuncupatam. Benché allora regnasse in Italia Berengario I, pure perché si prevedeva che Arnolfo re di Germania gli potrebbe disputare il Regno, la sagace vedova Imperadrice Angilberga anche da lui si procurò la conferma di quanto a lei era stato conceduto in Italia.

Così andavano allora gli affari de’ monisterj. Ma essendo mancata di vita essa Imperadrice, quei di Brescia e di Pavia ricuperarono la loro libertà, come accennai sul fine della Dissertazione LXV. E veramente i Principi Cristiani riconoscendo che abominevol soperchieria fosse quella di occupare gli altrui beni, e il permettere che Abbati spurj e secolari potenti divorassero le sostanze lasciate dai Fedeli pel culto di Dio, e pel sostentamento de’ suoi servi, dismisero a poco a poco questa iniquità: sicché dopo il secolo X appena se ne truova esempio. Anzi gli stessi Re ed Imperadori talvolta con parole chiare vietarono sì fatto abuso. Ho dato fuori un privilegio, conceduto nell’anno 989 da Ottone III re di Germania ed Italia in favore del Monistero Pavese di San Pietro in Caelo Aureo, dove dice: Volumus etiam modisque omnibus interdicimus, ut nulla prepotens persona predictum Cenobium proprietario jure, aut beneficiali ordine, aut praeceptali auctoritate nitatur invadere: parole indicanti che quel pingue monistero ne’ tempi addietro dovea aver patito per l’ingordigia d’alcuno. In fatti da un altro diploma d’esso Ottone III divenuto imperadore si scorge ch’egli nell’anno 998 restituisce ai Monaci Benedettini, allora possessori di quell’insigne Monistero, terram eidem Sanctae Ecclesiae longo tempore injuste abstractam, quae vocatur Vassallorum, quae olim dissensione Regni divisa fuit, probabilmente perché assegnata agli Abbati Commendatarj. Né più propizia era stata la sorte al Monistero di San Salvatore di Monte Amiate nella Diocesi di Chiusi. Riferisce l’Ughelli nel tomo III dell’Italia Sacra un diploma di Arnolfo re d’Italia, anzi anche imperadore, dato in Roma nell’anno 896, da cui risulta che quell’antico Monistero per lungo tempo restò in preda ai laici divoratori del patrimonio ecclesiastico. Imperocché Ludovicis Imperator (probabilmente il secondo) illud cuidam fideli suo Adulpreth nominato ad regendum commisit. Ipse autem (cioè quel Commendatario secolare) ob injuriam eorum, qui ipsum Monasterium prius providere debebant, cum Fratres ibidem Domino famulantes, inopia cujuscumque boni confectos, et divina obsequia neglecta, penitusque collapsa reperissent, eorumdem Fratrum usibus haec loca contulit, ut sufficientiam victus et habitus habentes, regulariter vivere, et sine alicujus animositatis impedimento divinis laudibus sana mente insistere quivissent. Così quel Principe. Quanto poscia accadde a tanti monisterj ne’ secoli susseguenti, perché esige da me ossequio, si dee qui passare sotto silenzio.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011