Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXXII

Delle cagioni per le quali ne’ vecchi tempi

si sminuì la potenza temporale degli Ecclesiastici.

A quali disavventure fossero una volta sottoposti i monasterj, e massimamente i più ricchi, appena l’ho accennato nella precedente Dissertazione. Convien ora entrare nelle viscere di questa materia, e mostrare in qual maniera le umane vicende dall’alto grado della potenza e ricchezza riducessero i Vescovati e monisterj, molti ad un mediocre stato, altri all’eccidio, ed altri ad una miserabil depressione. La prima cagione s’ha da riferire all’empia cupidità de’ secolari, i quali dimenticate le leggi della Religione e giustizia, con quant’arte e forza una volta poterono, si studiarono di usurpare i beni degli Ecclesiastici. Abbiam già veduto quanto pii, quanto liberali anticamente fossero i Fedeli verso le chiese. Ma sempre l’uman genere fu distinto in due classi, ed è tale tuttavia, cioè di buoni e di cattivi. Ne’ tempi barbarici, per conto dell’Italia, prevalsero i secondi, di maniera che non è da stupire, se i potenti allora poco scrupolo si mettessero in far suoi i beni altrui. Quali disgrazie accadessero una volta ai Monisterj di Monte Casino, di Farfa e del Volturno, può per sé stesso raccoglierlo il Lettore, consultando le Croniche di essi esistenti nella Raccolta Rer. Ital. Quel che è certo, niuna chiesa si trovò, benché munita della protezione dei Re ed Imperadori, benché abbondante di privilegj ed esenzioni, che non provasse le griffe di questi prepotenti. Di qua poi ebbero origine le leggi degli Augusti de rebus Ecclesiarum injuste invasis, e l’intimazione di tutti diplomi delle pene contro gli usurpatori dei beni delle chiese. Veggansi le Leggi Longabardiche, i Capitolari dei Re Franchi, siccome ancora varj Concilj, che non occorre qui rammentare. Gioverà nulladimeno il recarne qualche esempio. Teneva giustizia in Pavia nell’anno 912 Berengario I re d’Italia in Regali auditorio, praesentibus Aichone venerabili Mediolanensi Archiepiscopo (il quale dall’Ughelli e da alcuni altri è chiamato Attone) atque Johanne Ticinensi, aliisque complurimis Coëpiscopis, Abbatibus, Comitibus, ec. S’era disputato più volte di una cappella cum Castro, che un certo Wifredo avea usurpato alla Chiesa di Reggio. Ex hinc facta notitia adiit nostram Celsitudinem (così parla Berengario) venerabilis sepe dictus Pontifex (Regiensis) Petrus, ut quia saeculum in malo positum multas injurias fraudulentas sanctae Dei Ecclesiae cotidie inferre laborat, ec. Avendo il Vescovo vinta la lite, ottenne che il Re formasse Decretum mundiburdiale, cioè di difesa del Vescovato di Reggio, con dichiararsene egli stesso Avvocato e Vicario in avvenire. Nel decreto che io cavai dall’archivio de’ Canonici di Reggio, non si vede il monogramma regio, che non si dovea mettere in simili atti. Fu anche celebre anticamente, ed è tuttavia cospicuo in Toscana e nel territorio di Chiusi il Monistero di San Salvatore di Monte Amiate. Di esso molte notizie diedero l’Ughelli ne’ Vescovi di Chiusi, e il Mabillone negli Annali Benedettini. Fama è che Ratchis re de’ Longobardi lo fondasse; ma in quest’Opera ho fatto conoscere la finzione di quel documento. Ora anche quel sacro luogo nell’anno 1004 mortalium invasione era quasi ad nihilum redactum: laonde Winizone, abbate fatto ricorso in Pavia ad Arrigo I fra i Re d’Italia, che poi fu Imperadore, ne ottenne un diploma (estratto dall’archivio dello spedale di Siena) per cui esso Re conferma a quel monistero tutti i suoi beni, aggiugnendo: atque ab omnium mortalium invasione tuemur, ec. Una simile disavventura toccò ad un altro monistero esistente una volta nel territorio di Siena sotto nome di Santo Eusebio, e ridotto in misero stato, eo, quod curtes, terrasque, quas Reges, alique pii donatores ad sumptum Monachorum contulerant, pravi homines abstulissent. Arrigo IV fra i Re di Germania e d’Italia nell’anno 1081, stando in Roma, con suo privilegio confermò ad esso sacro luogo tutti i suoi beni.

Alle disavventure delle chiese contribuì ancora un’altra cagione, cioè le frequenti irruzioni de’ Barbari nelle provincie d’Italia, cioè de’ Longobardi, Saraceni ed Ungheri. Quanti mali e qual desolazione recassero i primi al Monistero Casinense, allorché ebbero fissato il piede in Italia, cel fa sapere la Cronica di Leone Ostiense. Anche dai Saraceni ilmedesimo santo luogo fu ridotto all’ultima miseria nel secolo nono; e quella stessa tempesta si scaricò sopra i Monisterj di Casauria, di Farfa, del Volturno, della Novalesa, ed altri minori, siccome ancora sopra tutti que’ Vescovati, dove potè giugnere quel popolo nemico de’ Cristiani. Fecero peggio gli Ungri, oggidì Ungheri, gente Tartarica e soprammodo fiera, che nel decimo secolo uscendo quasi ogni anno dalla Pannonia, venne a saccheggiare la maggior parte delle città d’Italia, stragi ed incendj commettendo dappertutto. Allora fu che i territorj di Verona, Reggio, Modena e d’altre città, e l’insigne Monistero Nonantolano con altri non pochi rimase desolato, e fin la stessa città di Pavia presa, fu consegnata alle fiamme; confessando lo storico Liutprando, tanta essere stata la ferocia e rabbia di que’ Barbari, che non osando alcuno di opporsi, libero campo restò loro di penetrar nelle viscere dell’Italia. In tale occasione essendosi salvati colla fuga i più degli abitatori, e consumati dal fuoco gli archivj di non poche chiese, in quell’orrida desolazione bel comodo ebbero gli empj e cattivi uomini per occupar le terre degli Ecclesiastici. Tornata la calma, tuttoché i cherici e monaci ripetessero i lor beni, o non provavano i lor titoli, o provandoli, non ottenevano se non di rado giustizia. Ho dato qui per testimonio un diploma di Berengario I re d’Italia, il quale nell’anno 904 donò alla Chiesa di Reggio Monte Cervario, con dire: toto mentis affectu providentes ejusdem Ecclesiae necessitates, vel depraedationes, atque incendia, quae a ferocissima gente Hungrorum passa est. Peggio ancora fece col celebre Monistero di Subbiaco il furore de’ Saraceni, perché oltre alla desolazione di quel sacro luogo, tutto l’archivio delle carte restò consumato dal fuoco. Ciò vien attestato da una bolla di papa Leone VI data nell’anno 936, in cui egli conferma tutti i beni a Leone abbate di quel Monistero, chiamandolo igne consumptum, et ab Agarenis gentibus dissolidatum, ubi non solum ea, quae usu sive utilitate supertulimus, concremaverunt, veruni etiam et universa instrumenta chartarum, ec. È fatta quella confermazione pro mercede et remedio animae nostrae, nostrique dilectissimi filii, videlicet Alberici gloriosissimi Principis, atque omnium Romanorum Senatoris. Sembra che tali parole possano indicare già usurpata da Alberico la signoria di Roma. Quivi Leone è chiamato Papa VI, e non VII, come vuole il cardinale Baronio con tanti altri scrittori. Forse non veniva allora registrato fra i veri Papi quel Leone che nell’anno 903 ascese alla Cattedra di San Pietro, e vien dal Platina considerato come illegittimo Pontefice. S’ha da collazionare questa bolla con altre di lui non peranche pubblicate; perciocché nelle già stampate si può sospettare già corretto ciò che non si dovea correggere. Il P. Mabillone negli Annali Benedettini rapporta all’anno 938 una bolla del medesimo Papa in favore del Monistero Floriacense, data anno Pontificatus Domini, nostri Leonis Pontificis et universalis Papae VI (lege VII, aggiugne il Mabillone) in sacratissima Sede beati Petri Apostoli III, ec. Troviamo che anche in quella bolla Leone è appellato Papa VI. Probabilmente s’altri avesse data alla luce quella bolla, avrebbe cassato quel VI, e posto VII. Che così ancora si avesse da scrivere, lo credette il Mabillone, ma saggiamente ritenne quello che stava nella membrana. Erano sudditi del Monistero di Subbiaco gli abitanti di quella terra, 2186 e finché visse Alberico principe de’ Romani, la paura di lui li tenne in dovere. Mancato lui di vita, allora scossero il giogo, con usurpar anche varj diritti di quel Monistero. Fece perciò Leone abbate ricorso a papa Giovanni XII, e ne ottenne un forte decreto nell’anno 958, che da me è stato pubblicato.

Le pubbliche calamità finquì accennate, e le guerre ed altre simili traversie obbligarono una volta molti Vescovi ed Abbati a vendere o livellare non pochi dei lor beni ai secolari. Di ciò possono far fede tanti archivj antichi degli Ecclesiastici, e specialmente le carte del Monistero del Volturno da me date alla luce. Ma questo non fu gran male rispetto all’altro, che venne da chi affatto dimenticò di essere tutore de’ sacri luoghi; e questa è la terza cagione dello sminuito patrimonio delle chiese. Imperocché in que’ corrotti tempi abbondarono Vescovi ed Abbati, i quali senza rossore, senza timore del Giudice supremo, non si guardarono dal dilapidare, per quanto poterono, le terre ecclesiastiche, trasferendole ne’ lor parenti ed amici, o vendendole per soddisfare ai loro perversi appetiti. Sopra tutto cospirarono alla rovina de’ monisterj quegli Abbati secolari a’ quali la detestabil prepotenza de’ Regnanti concedeva in benefizio que’ luoghi sacri: del che si parlerà nella seguente Dissertazione. Ma non mancarono anche Abbati claustrali che si abusarono in ciò del loro ministero. Tanti sono gli esempj di questa sacrilega licenza, che basta qui solamente additarla, pochi essendo stati i monisterj che andassero esenti da tale violenza. Di qua vennero tante querele, canoni e decreti de’ Sommi Pontefici, de’ Concilj e de’ Padri contra di questi scialacquatori de’ beni delle chiese. Anche gli stessi Re ed Imperadori furono forzati a reprimere l’esecranda prodigalità di costoro; e intorno a ciò son da vedere i Capitolari dei Re di Francia. Per conto dell’Italia abbiamo un decreto fatto nella Dieta di Pavia nell’anno 876 da Carlo Calvo Augusto, ch’io pubblicai nella Parte II del tomo II Rer. Ital., dove son queste parole: Ut res Ecclesiasticas tam mobiles, quam et immobiles nemo invadere vel auferre praesumat. Et quae a Rectoribus Ecclesiae hactenus ob timorem vel favorem alicui libellario vel emphyteutecario jure dolose, vel cum damni detrimento Ecclesiae amisisse videntur, ad pristinum jus revertantur. Molto prima Lottario I Augusto nella legge LXXXIV delle sue Longobardiche formò il seguente decreto: Si quis Episcopus aut propinquitatis affectu, aut muneris ambitione, aut caussa amicitiae, Xenodochia, aut Monasteria, aut Baptismales Ecclesias suae Ecclesiae pertinentes, cuilibet per emphyteosis contractum dederit, et se suosque successores poena multandos conscripserit, potestatem talia, mutandi Rectoribus Ecclesiarum absque poenae conscriptae solutione concedimus. Veggasi ancora la legge VII Longobardica di Lodovico II imperadore, da cui apparisce che molti de’ Vescovi peccavano in questa parte. Né facevano di meno non pochi Abbati e monaci. Nella Cronica del Volturno abbiamo un decreto di Adelchi, o sia Adelgiso, principe di Benevento, spettante all’anno 878, con queste parole: Ut nullus ex nostris Optimatibus, Judicibus, aut quibuscumque Nobilibus, aut ignobilibus, qui sub nostra potestate sunt, permittant, ut qualiscumque Monachus, aut Praepositus Monasterii Beati Vincentii, de rebus vel familiis ipsius Monasterii faciat quamvis obligationem, aut convenientiam, ec. Ma niuno con tanta premura si dichiarò contra di tal corruttela, come Ottone III imperadore, il quale nell’anno 998 pubblicò una fortissima legge per impedire le inique alienazioni de’ beni delle chiese in avvenire, e per rimediare alle già fatte. Chi trasgredirà questo editto, tamquam Rebellis judicetur. Vedi l’Appendice ad Agnello, e la Cronica di Farfa nella Raccolta Rer. Ital. dove è questa legge.

E pure la sperienza fece conoscere che niun argine bastava a trattenere questo impetuoso torrente, troppo essendo torbidi e sregolati que’ tempi. Doveasi inserire nel Corpo delle Leggi Longobardiche il suddetto vigoroso editto di Ottone III, ma non si truova. Probabilmente ai potenti di allora non piaceva una legge che interrompeva il felice corso della lor cupidigia. Indarno ancora nelle pie donazioni si poneva la proibizione che mai non si potessero alienare i fondi donati. In una donazione di Ugo marchese di Toscana dell’anno 996, fatta al Monistero della Vangadizza, ch’io ho data alla luce, noi leggiamo: Similiter volo atque instituo, ut ille Abbas, qui in ipsum Monasterium ordinatus fuerit, et illi Monachi, qui ibi fuerint, non habeant potestatem neque licentiam ex omnibus praefatis casis et rebus, ec., nec vendere, neque donare, neque committere, neque per libellum facere debeant, ec. In oltre allorché i Vescovi conferivano chiese ai preti, vietavano anch’essi ai medesimi ogni alienazione de’ beni ecclesiastici. Tale cautela si osserva usata anche ne’ secoli più antichi. Nell’archivio arcivescovile di Lucca esiste una carta dell’anno 770, in cui Homulo cherico, essendogli conferita la chiesa di Sant’Angelo, fra l’altre cose promette circa i beni di essa, nec venundare, neque in alia Ecclesia aut homine alienare per nullum ingenium.... licentiam pro anima nostra dare, et homines nostros liberare. Più riguardevole è un’altra carta del medesimo archivio, contenente la collazione fatta nell’anno 801 della chiesa di S. Giorgio, ch’era stata molto controversa fra Filiprando cherico e Giovanni vescovo di Lucca, et dum Domnus noster Carolus, piissimus Imperator Romam esset, etiam ipsum interpellatus sum super eumdem Johannem Episcopum. Così dice quel cherico, il qual poi ottenuta essa chiesa, promette: Et nunquam abeam licentiam, nec presumam ipsam Dei Ecclesiam Sancti Georgii, neque prefatas res de sub potestate ipsius Ecclesie Sancti Georgii, vel vestra, subtraëre, aut alienare, ec. Per desiderio poi che i beni delle lor chiese non patissero mai naufragio, uso fu degli antichi tempi che gli Ecclesiastici se li facessero confermare dalla Sede Apostolica, la cui autorità fu sempre venerabile, siccome ancora dai Re ed Imperadori, sperando colla lor protezione di mantenere i sacri luoghi nel pacifico possesso de’ loro stabili. E perché solevano i Vescovi pii fondar monisterj, o arricchire i già fatti, affinché l’esempio virtuoso de’ monaci giovasse ai lor popoli; poscia essi monaci per timore che ai buoni Vescovi ne succedesse alcun cattivo che ritogliesse loro i beni donati, o che qualche Abbate di cattiva tempra li dilapidasse, tosto procuravano che simili donazioni fossero confermate dai Romani Pontefici. Ne ho prodotto la pruova in una bolla di San Leone IX papa dell’anno 1053 in cui conferma al Monistero della Santa Trinità di Bari la chiesa di San Niccolò, concedutagli da Niccolò vescovo di quella città, con proibirne ogni alienazione in avvenire. Ciò non ostante poco servivano bolle di Papi e diplomi d’Imperadori per reprimere i troppi abusi d’allora; perché abbondavano i Pastori, massimamente nel secolo decimo et undecimo, che poco badando alla legge di Dio, e molto ascoltando le voci dell’interesse, dissipavano il patrimonio ecclesiastico. Di questa detestabil usanza un esempio ne abbiamo in un diploma di Ottone I Augusto, e di Ottone II suo figlio, anch’esso Augusto, dato in Ravenna nell’anno 972. Erano ricorsi i Monaci dell’insigne Monistero di Classe ad Onesto arcivescovo; e questi rappresentò agl’Imperadori: Quoniam Sancti Apollinaris Christi Martiris Cenobium, quod dicitur Classis, nostrorum decessorum temporibus tam per cambicionem quam per emphiteosim ita in dissipatione positum fuit, ut ejusdem Monasterii Cenobitae cunctis necessitatibus indigebant. Pertanto gli Augusti, col consenso ancora Domni Johannis summi Pontificis, nostrique spiritualis patris, severamente proibiscono l’alienare o livellar da lì innanzi i beni di quel Monistero.

Parimente in Cremona Walderico abbate del Monistero di San Lorenzo impunemente ne dissipava i beni: frutto dell’essersi sottratti i monaci alla giurisdizione de’ Vescovi. Non sofferendo Ubaldo vescovo di Cremona l’insolenza di quell’uomo, implorò l’ajuto di Arrigo III fra i Re, il quale ben informato de’ gravi danni inferiti al sacro luogo da sì indegno ministro, in beneficium dando, et malas inscriptiones faciendo, scilicet injustas precarias, commutationes et libellarias; ordinò che da lì innanzi colui non potesse più fare alcun contratto sine licentia praedicti Hubaldi Episcopi et successorum. Il suo diploma è dato in Augusta nell’anno 1040. Un altro esempio, ricavato dal registro del Vescovato di Cremona, servirà a maggiormente dilucidare i costumi di quel secolo, e darà anche lume alla Storia. Consiste questo in altro diploma del suddetto Arrigo, già divenuto imperadore, dato circa l’anno 1046 (perché vi manca la data in quel registro), da cui impariamo che Imperatoris dive memorie Chuonradi Imperatoris Augusti genitoris nostri tempore, Domnus Landulfus (vescovo di Cremona) gravi infirmitate correptus, in ipsa infirmitate longam protraxit vitam. In cujus longa egritudine sua Ecclesia non modicam passa est jacturam, maxime a Girardo Heriberti Mediolanensis Archiepiscopi nepote, qui audacia patrui sui, qui omne Regnum Italicum ad suum disponebat nutum, superbe levatus, quicquid sibi placitum erat justum aut injustum, potestative operabatur in Regno. Invasit itaque Cortem et Plebem de Arciaco contra voluntatem et sine permissione multum diuque aegrotantis Episcopi. Qui cum liquisset infima, et migrasset ad superos, successit ei Hubaldus Episcopus, noster in omnibus fidelissimus. Cui cum necesse esset ad Episcopalem Consecrationem accedere, ab Archiepiscopo ut consecraretur impetrare nequaquam valuit, nisi Plebem et Cortem, quam injuste et potestative invaserat, nepoti suo concederet. Cumque in longum pro hac intentione ejus protelaretur Consecratio, non sponte, sed coacte concessit quod petierat. Seguita a dire, che ricorso Ubaldo all’imperador Corrado, ne ottenne più lettere ed ordini ad Eriberto arcivescovo, perché restituisse quella corte. Quod numquam impetrare valuit; sed diabolico instinctu, cui a cunabulis (sicut omnibus tam Italicis quam Teutonicis patet) deservierat, ejus legationem vilipendens, superius dicta detinuit, et alia multo majora ad Genitoris (cioè di Corrado Augusto) dedecus et vilitatem, invadere non formidavit, scilicet Plebem de Misiano, ec. Eo autem in Regno veniente, cum comperisset, quod Archiepiscopus violata fidelitate, quam illi fecerat, Regnum sibi invadere moliretur, Girardo instigante, et ei omnino suffragante, omnia praedicta, sicut reo Majestatis, et proscriptione digno, juste ei abstulit. Set Genitore nostro de Regno recedente, iterum omnia invadere non timuit, spreta ejus reverentia et timore. Pertanto esso imperadore Arrigo ordina che tutto sia restituito alla Chiesa di Cremona. Serviranno tali notizie a far meglio conoscere Eriberto arcivescovo di Milano, e perché fra lui e Corrado Augusto insorgesse quella strepitosa discordia. Certo è che i Tedeschi il trattavano da Tiranno. Né solamente i suddetti due vescovi di Cremona Landolfo e Ubaldo provarono le griffe de’ potenti, ma dovette anche farne pruova Odelrico loro antecessore, avendo io prodotto un diploma di Ottone III dell’anno 992, da cui risulta che anche quel Vescovo avea ricercata la regia protezione, eo quod a pravis hominibus multa pateretur adversa. Aggiungasi ora un diploma del suddetto Arrigo fra gl’Imperadori II dell’anno 1047 in favore dell’insigne Monistero di San Zenone di Verona, dove toccando con chiare parole l’empio abuso di quel secolo, scrive: amonemus etiam Abbatem, qui preest, ejusque successoribus interdicimus, ne res stipendiarias alendis Monachis dedicatas de sinu Monasterii rapiant, et secularibus in beneficium tribuant: quia pia Religio reclamat, si servi Dei tabescunt inopia, et qui non debent, eorum ditescunt copia.

Anche i sommi Pontefici, e con premura maggiore, faticarono per tenere in freno i dissipatori del patrimonio ecclesiastico, e per costrignere gli usurpaturi alla restituzione del maltolto. In una bolla di Vittore II papa dell’anno 1055, ch’io ho ricavato dagli Annali MSti di Pellegrino Prisciano, si vede che quel Pontefice confermando tutti i beni alla Chiesa di Ferrara, e a Rolando vescovo d’essa, annulla quitquid Gregorius dissipator potius, quam Rector ipsius Ecclesie, chartis aut superscriptionibus composuit, vel scribi rogavit. E presso l’Ughelli esiste un diploma del poco fa mentovato Arrigo imperadore dell’anno 1047, dove anch’egli esibisce il suo aiuto al predetto vescovo Rolando, ut bona ejusdem Ecclesiae Rectorum desidia, et malefactorum violentia longo tempore amissa, possent recuperari. Dalle quali cose può intendere il Lettore, quanto in que’ tempi si fosse diffuso un somigliante detestabile abuso. Nel susseguente secolo Alessandro III sommo pontefice forte s’adirò, e giustamente, contra di Guido abbate del Monistero di S. Prospero di Reggio (ora di San Pietro) non solo perché fosse stato aderente degli antipapi Ottaviano e Guido Cremense, appellato Cremando da esso vero Papa, ma perché avesse dilapidato con istraordinaria malvagità i beni del suo monistero, ita ut tectum Monasterii, quod plumbeum erat, eruisse dicatur, et in gulae voracitate illus pretium dissipasse. Il perché con suo breve circa l’anno 1167 ordinò che Guido fosse rimosso dall’ufizio, e sostituito un altro Abbate. Così circa l’anno 1180 si vede davanti ai Giudici delegati dal Papa la petizione de’ Canonici di Reggio contra del loro Proposto, quem dicimus Res Ecclesie male aministrare sepius in damnum Ecclesie et Canonicorum jam per decem annos suae Prepositure; et res mobiles sine consensu Canonicorum ac Masariorum Ecclesie indebite dando vel alienando, et terrarum Ecclesie cambia faciendo sine eis. Molte liti ancora furono nel secolo XI fra Guglielmo conte di Toscana, e Guido vescovo di Volterra, per beni della Chiesa occupati da esso Conte, onde erano venute guerre ed ammazzamenti. Restò di sotto il Vescovo. Ma trovandosi in Firenze Niccolo II papa nell’anno 1060, e con esso lui Ildibrandus Abbas Monasterio Romano Sancti Pauli, che fu poi Gregorio VII papa, ricorse a lui il Vescovo, e per mezzo suo ottenne la restituzione di alcune castella e beni, come s’ha dalla carta ch’io ho dato alla luce.

Oltre alla violenza, non mancarono altre arti ad alcuni secolari per prendere e non rilasciare mai più i beni delle chiese. Tal fu quella maniera di cui s’è parlato nella Dissertazione LXVII, cioè d’impetrare a titolo di livello, custodia o locuzione perpetua i fondi, le corti e le castella degli Ecclesiastici. Ordinariamente il contratto si faceva per la vita degl’impetranti, o per li figli e nipoti, cioè sino alla terza generazione, dovendo poi que’ beni ritornare alla chiesa diretta padrona. Ma i prepotenti facilmente dimenticavano questi patti; e o sia che con nuovi doni guadagnassero i nuovi Prelati, o pure che adoperassero la forza, non si veniva mai da essi alla restituzione. Avea Berardo abbate di Farfa consegnato la rocca di Tribuco a Crescenzio conte (forse della Sabina) affinché la difendesse, con patto di renderla compiuto che fosse un anno. Il Conte avea dato de’ pegni per l’esecuzion del trattato con uno strumento dell’anno 1050, ch’io ho pubblicato, e in cui si leggono queste parole: Quam reddere vobis debeo in anno expleto in carnem-laxare. Significa questo nome il Carnevale, o, come dicono i Fiorentini, il Carnovale, cioè i giorni che son vicini al principio della Quaresima. Sappiamo ancora ch’essi Fiorentini una volta lo chiamavano Carnasciale. Se chiedi l’origine di questa voce, ti dirà Adriano Polito: Carnovale, quasi Carne vale, o perché prevaglia, e se ne mangi assai; o per il bando che da quel giorno in su si dà alla carne proibita dalla Quaresima. Il Ferrari all’incontro scrive, essere Carnovale lo stesso che Carnalia, scilicet Festa; ut Saturnalia, Liberalia, ec. Del loro parere fu Egidio Menagio. Per difetto di erudizione ecclesiastica non colpirono questi Eruditi nel segno. Imperciocché una volta fu in uso presso di molti, e particolarmente de’ monaci, il cessare di mangiar carne ne’ giorni precedenti alla Quaresima, ne’ quali oggidì la gola del popolo fa maggior festa, e si procura ogni sorta di allegrie. Si stupirà taluno al sentire esserci stati tempi ne’ quali prima della Quaresima i Cristiani si astenessero dalle carni. Certo è nondimeno questo fatto, e da molti si praticava, essendo a noi venuto un tal rito dalla Chiesa Greca. Cioè solevano i Greci per tutta la settimana di settuagesima cibarsi di carni, ed anche nella Domenica da noi chiamata la Sessagesima. Nel seguente lunedì e resto della settimana, e nella Domenica di Quinquagesima non era permesso il mangiar carni, e solamente si usavano uova e latticinj. Però la settimana della Sessagesima dai Greci vien chiamata Apocreos, cioè Carnisprivium. Poi nel lunedì dopo la Domenica di Quinquagesima si guardavano anche dall’uova e latticinj. Questo rito nel secolo settimo e ottavo dell’Era nostra a poco a poco s’introdusse in varj monisterj, ed anche in alcune chiese, di modo che persone v’erano, che dopo la Domenica di Sessagesima, ed altre fin dopo quella di Settuagesima rinunziavano ai cibi di carne, per superar gli altri nell’astinenza, usando nulladimeno uova e latticinj fino al principio della Quaresima. Di qua venne che presso gli scrittori de’ secoli bassi, ciò che noi appelliamo Carnevale o Carnovale, era detto Carnisprivum. Presso gli Spagnuoli nella Messa Mozarabica si legge Dominica ante carnes tollendas, cioè la Domenica della Settuagesima: perciocché alcuni dopo essa Domenica, altri dopo la Sessagesima ed altri dopo la Quinquagesima cominciavano l’astinenza dalle carni. Tuttavia in Ispagna, per attestato del Covaruvia, il Carnovale è corrottamente chiamato Carrastollendas in vece di Carnes tollendas. La voce Carnisprivium, di cui abbiamo parecchi esempli, fu introdotta da’ monaci e cherici. Il resto del popolo e molli ancora del Clero, ciò nonostante, seguitavano a cibarsi di carni sino al principio 2195 della Quaresima. Però Carnevale furono appellati que’ giorni, perché si dava l’addio alla carne; siccome ancora Carne-levamen dal levar via le carni: dalla qual voce si potè anche formare Carnevale. Presso l’Ughelli in una carta del 1195 (tomo VII, pag. 1321) e presso Romoaldo Salernitano nella Cronica (tomo VII, pag. 241 Rer. Ital.) leggiamo Carne-levamen e Carnis-levamen, voci significanti non già il principio della Quaresima, ma i dì precedenti. Di qui intendiamo che voglia dire nella carta sopr’accennata Carnem-laxare, cioè lasciar la carne, lo stesso che Carnevale. Probabilmente da carne laxare, mutato l’ordine delle lettere, si formò Carnasciale de’ Fiorentini. In una carta di Vitale Faledro doge di Venezia, scritta l’anno 1094 (tomo XII, pag. 253 Rer. Ital.), v’ha una pensione da pagarsi ad Nativitatem Dominicam, altera ad Carnis laxationem. Che se alcun pretendesse nata quella voce da Carne e Scialare, io non l’impugnerei.

Torniamo a Crescenzio conte, che dovea restituire la rocca di Tribuco dopo un anno alla Badia di Farfa. Ma rincresceva troppo a quel potente di restare spogliato di quella fortezza: però non è da stupire se rimasero deluse le speranze de’ Monaci. Nella Cronica di Farfa, pag. 509, Gregorio monaco scrive: Crescentius Octaviani filius invasit castellum hujus Monasterii, quod nominatur Tribucum, et Monacho ibi invento nares abstulit. Et donec vixit, in ipsa violentia permansit, et filios suos in ea contumacia reliquit ab introitu Domni Leonis Papae usque ad introitum Domni Nicolai Papae, cioè dall’anno 1049 fino al 1059. Poscia aggiugne: Filii autem Crescentii Comitis fecerunt diffinitionem cum Domno Berardo Abbate de castello Tribuco: cioè fu costretto l’Abbate a lasciar loro la metà di quel castello, come consta dallo strumento ch’io ho tolto alle tenebre. Veggansi ancora le querele dei Monaci di Casauria. ad Agostino cardinale nell’anno 1104, e a Lottario Augusto nel 1136, e a Roggieri re di Sicilia nel 1139, nella Par. II del tomo II Rer. Ital., contro gli usurpatori dei beni di esso monistero. In fatti costumarono sempre i cherici e monaci di ricorrere per questo ai Re ed Imperadori, come avvocati delle chiese, e donatori dei loro privilegj. Perciò essendo venuta a Reggio nell’anno 1136 Richeza o sia Richenza imperadrice, moglie di Lottario II Augusto, e tenendo essa un placito ad justitiam faciendam, i Canonici di quella città dedussero davanti ad essa le lor querele contro varj usurpatori dei loro beni. Perché citati costoro non comparvero, fu dai giudici proferita sentenza (l’ho io data alla luce) contra d’essi, e pubblicato il bando dell Imperadore e Imperadrice per sicurezza di essi Canonici. Ma sovente accadeva che gli Ecclesiastici corressero qua e là per ottener giustizia, e in niun luogo la trovavano; e quand’anche i Re od Imperadori la facevano, appena erano essi partiti, che tornavano le cose nella confusione di prima. Da una carta dell’archivio de’ Benedettini di S. Pietro di Modena dell’anno 1147 apparisce ch’essi monaci erano signori del castello di Adiano nel Frignano. Fu loro tolto, e così altri loro diritti da varj secolari. Il perché nell’anno 1129 reclamarono apud Dodonum Episcopum Mutinensem. Egli non diede sentenza. Nel 1136 in Reggio portarono medesimi richiami alla suddetta imperatrice Richeza; ma senza frutto. Poi nel seguente anno ricorsero a Ribaldo vescovo di Modena, e al suo Sinodo, e gittarono le voci. Finalmente nell’anno 1145, trovandosi in Modena Hildebrandus per gratiam Dei Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalis, et Apostolicae Sedis Legatus, porsero a lui il libello delle lor querele; ma senza sapersi qual frutto ne riportassero.

Tanta facilità una volta nell’uno e l’altro Clero di malmenare i beni delle chiese, e massimamente allorché ne faceano permute coi secolari, nulla curando non pochi Ecclesiastici se ne veniva grave detrimento a’ sacri luoghi, cagion fu che i Canoni e i Principi più si accordassero in esigere che le persone di chiesa non potessero permutar beni senza l’evidente utilità della chiesa. A fin dunque d’impedire le frodi in tali contratti, s’introdusse questo lodevol regolamento, che i Vescovi od Abbati inviavano i lor periti, ed altri il Conte del luogo, che stimassero le terre e le fabbriche; ed affermando essi che la permuta tornerebbe in vantaggio della chiesa, allora si faceva. Più esempj di questa usanza, nata non già ne’ vicini passati secoli, ma negli antichi, ho io prodotto in vari siti di quest’opera. Qui nondimeno alcuni ne vo’ produrre presi dall’insigne archivio dell’Arcivescovato di Lucca. Vedesi ivi permuta di beni, fatta nell’anno 883 fra Gherardo vescovo di quella città, ed Eriteo Scabino, e v’è notato: Et super hanc comutationem secundum legem tu, qui supra, Gherardus, Episcopus diresisti Missos vestros, idest Teuperto seo Petrus, et Adalbertus Comes direxit Missos suos, idest Adalfridi Scabino, ec. Quegli che qui è chiamato Adalbertus Comes, altro non è che Adalberto marchese e duca di Toscana in que’ tempi, il qual anche era conte di Lucca, e di cui ho io molto parlato nella Parte I delle Antichità Estensi. Ma ecco un altro più antico documento, spettante all’anno 782, cioè lo strumento di permuta fra Allone duca di Lucca, e i Rettori di due chiese, dove son da avvertire le seguenti parole: Ubi supradicto cambio ad partibus secundum legem accessit Ghiso Misso nostro unamcum..... tinentes homines, idest Waluccio, ec. Senioris homenis, corum fides amittitur, qui previdere secundum Edicti paginam, quod meliore cambio ad parte ipse Ecclesie da me acceptu est. La parola Edictum indica le Leggi Longobardiche. In un’altra pergamena originale del suddetto archivio, scritta nell’anno 862, si legge: Manifestus sum ego Hildeprandus in Dei nomine Comis (che Cosimo dalla Rena sospetta essere stato duca di Toscana, io solamente conte di Lucca) filio bo. me. Heriprandi, quia conventi mihi una tecum Hieremias, gratia Dei hujus sancte Lucensis Ecclesie humilis Episcopus germano meo, uti inter nos de aliquantis casis et rebus commutationem facere deberemus, ec. Ubi et super hanc commutationem Domnus noster Hludowicus Imperator direxit Missos suos, idest Teudilascius, ec. Anche nel principato di Salerno si osservava il medesimo stile, constando ciò da un documento dell’anno 882 nella Cronica del Volturno, dove i Monaci dicono: Sed dum intelleximus, quod res ipsas nullo modo dare possemus sine notitia Principis, seu Judicis, vel Misso ejusdem Principis, sic perrexi in praesentia Domni Guaimarii gloriosi Principis, et postulavi clementiam ejus, ut licentiam mihi daret, ec. Ecco quanta cura aveano una volta gli stessi Imperadori e Principi, acciocché non s’inferisse danno ai sacri luoghi da que’ medesimi che maggiormente avrebbero dovuto conservarne i beni. E durò ben molto questo ritegno in alcuni paesi. Nell’archivio suddetto di Lucca esiste carta di permuta fatta nell’anno 970 da Adelongo vescovo di quella città: ubi et super hanc commutationem secundum legem Hugo Marchio direxit Missum suum, idest Inghefredus Judex Domni Imperatoris; et tu qui supra Adelongus Episcopus, direxisti Missum tuum, idest Urso Presbitero et Vicedomino. Ma si avverta essere bensì stata osservata questa legge in Toscana, e in qualche altro paese, ma in molti altri fu negletta, anzi conculcata. Purché avesse forza chi avea poca coscienza, non si lasciava far paura dalle leggi umane; e però di qua venne un gran detrimento ai beni delle chiese.

In oltre non lieve s’indebolì la potenza degli Ecclesiastici sotto Federigo I imperadore; non già ch’egli con aperta violenza la reprimesse, ma perché pose degl’impedimenti affinché essa non crescesse. Già s’è veduto che per più secoli anche il Clero secolare e regolare potè procacciarsi castella e feudi, con esercitar ivi i diritti regali per concessione dei Re ed Imperadori. Aggiungasi, che quando essi Monarchi, Duchi, Marchesi e Conti concedevano feudi ad alcuno, solevano anche dargli facoltà di poter lasciare alle chiese quelle terre o beni; il che si appellava Judicare pro Anima; ed assaissimo fruttò ai sacri luoghi, frequentemente in dominio d’essi colando nuovi feudi e regalie. Ma col tempo trovarono gli Augusti un troppo rilevante detrimento a’ proprj interessi, perché era cresciuta cotanto la potenza degli Ecclesiastici, che già faceano guerre, e moveano sedizioni e ribellioni, e ogni dì più s’andava sminuendo la porzione de’ secolari: pensarono di mettervi argine per l’avvenire. E che di ciò qualche disegno si formasse fin sotto Arrigo imperadore IV e re V circa l’anno 1115, abbastanza lo scuopre Placido monaco del Monistero Modenese di Nonantola, avendo egli composto verso que’ tempi un libro intitolato de Honore Ecclesiae, dato alla luce dal P. Pez, Par. II, tom. II Thesaur. Anecdot. Così intitola egli il cap. 91: Contra eos qui dicunt: tanta donantur Ecclesiae, ut Regno VIX pauca remaneant. Ivi dic’egli: Sunt vero quidam simplices, dicentes: si ita haec permanserint, Ecclesia omnia terrena obtinere poterit. Risponde qui il Monaco: Quibus quid respondendum est, nisi illud, quod Dominus de virginibus ait: Non omnes capiunt verbum istud? Quando enim, quae sua sunt, Ecclesiae dabunt, qui ea ipsa, quae antiquitus possidet, auferre conantur? Se Placido con tale risposta soddisfacesse alle obbiezioni del suo tempo, lascerò esaminarlo ad altri. Non solamente tante regalie, tanti stabili ed altri beni erano allora devenuti alle chiese, ma anche i lor terreni, villani e livellarj godevano non poche esenzioni e privilegi, talmente che né pagavano tributi, né concorrevano alle pubbliche necessità. Si può credere che i laici mirassero di mal occhio tanta abbondanza di beni, e beni privilegiali. Anche ai Re e alle Comunità dovette ciò parer greve. Per testimonianza di Landolfo iuniore storico, cap. I della Storia (tomo V Rer. Ital.), Corrado re d’Italia sul fine del secolo XI, allorché il prete Liprando era per andare a Roma, gli disse: Cum sis Magister Patarinorum (così allora si nominavano gli aderenti al Papa) quid sentis de Pontificibus et Sacerdotibus Regia jura possidentibus, et Regi nulla alimenta praestantibus? Et Presbyter ipse absque ullo rancore in beneplacito Dei et ipsius Regis respondit. Ma non riferisce lo Storico ciò ch’egli rispondesse, e certamente esso re Corrado era divotissimo della Chiesa Romana ed ottimo principe. Queste ed altre cose passavano per mente agli Augusti, quando Lottario II imperadore nell’anno 1136 nella Dieta generale di Roncaglia pubblicò una legge, che abbiamo nel fine delle Longobardiche, dove son riprovati Milites (cioè i vassalli) qui sua beneficia passim distraherent, ac ita omnibus exhaustis suorum Seniorum servitia subterfugerent. E però fu decretato: Nemini licere beneficia, quae a suis Senioribus habent, sine ipsorum permissione distrahere, ec. Ma Federigo I giudicò che questo non bastasse al bisogno del Pubblico: laonde anch’egli nell’anno 1158 pubblicò una legge, registrata nel Codice de Feudis, tit. 55, e da Radevico riferita nel lib. II, cap. 7 colle seguenti parole: Ut nulli liceat Feudum totum, vel partem aliquam vendere, vel pignorare, vel quocumque modo distrahere, seu alienare, vel pro anima judicare (cioè lasciare alle chiese) sine permissione illius Domini, ad quem Feudum spectare dignoscitur. Aggiugne di più: non solum in posterum, set etiam hujusmodi alienationes illicitas hactenus perpetratas, hac praesenti sanctione cassamus. Non proibì egli espressamente il lasciare i feudi alle chiese, richiedendo solamente che vi concorresse la permissione del signore, o sia del diretto padrone; ma dovea egli pensare di non voler qui accordare questa permissione. E per verità da lì innanzi dei feudi spettanti all’Imperio o Regno, pochi ne passarono alle chiese, e molti anche de’ passati furono ad esse ritolti. Forse Federigo in formar questo decreto teneva gli occhi aperti sopra i beni donati dalla celebre contessa Matilda alla Chiesa Romana, per li quali furono poi gravi controversie fra essa Chiesa e lui. E non è improbabile che fra i motivi segreti, per li quali si alienò l’animo di Adriano IV papa da Federigo, v’entrasse ancor questo.

Si dee anche aggiugnere che lo stesso Federigo I mosse lite a varie chiese per li beni e castella possedute da esse. Nell’archivio de’ Canonici di Padova esiste un accordo conchiuso fra esso Imperadore e Giovanni vescovo di Padova nell’anno 1161 sopra la Pieve di Sacco, ed altri luoghi che già erano di quel Vescovato, messi in lite dallo stesso Federigo. Per non poter di meno, il Vescovo accordò: Quod Domnus Imperator habeat Plebem de Saccho cum suis appendiciis, ec., et Curtem Pendiis, ec. Il resto fu lasciato al Vescovo. Truovo parimente che lo stesso Federigo I non solamente continuò a voler dare agli Ecclesiastici l’investitura dei lor beni, ma anche di esigere da essi sacramentum fidelitatis cum hominio, inserendolo ne’ diplomi: il che non truovo mai usato ne’ secoli precedenti. Di questa sua risoluzione ho io osservato qualche vestigio in una carta, per altro difettosa, dell’archivio del Monistero di San Zenone di Verona. Conferma egli tutti i diritti e beni a quel Monistero circa l’anno 1159 con dire: Ipsumque Abbatem, suscepta ab eo debita fidelitate cum dominio, de omni honore et jure suo sollempniter investivimus. Ma forse quella carta, priva delle note, non merita riflessione: né i sacri Pastori dovettero volersi accomodare a questa fedeltà e hominio: e in fatti io non ne ho trovato altro esempio. Molti bensì ne ho veduto, ne’ quali egli fu solito di aggiugnere quella formola non usata in addietro: Salva per omnia Imperiali Justitia. Truovasi questa in un diploma del medesimo Imperadore dell’anno 1159 in favore dei Monaci Benedettini di San Pietro di Modena; e in un altro del 1160 in favore del Vescovato di Reggio, dove son le seguenti parole: Ac res Ecclesiarum, quas per totam Italiam violentorum quorumdam manus diripuerunt, suis Ecclesiis restituere vehementer volentes. Finalmente in un terzo conceduto nell’anno 1160 da esso Federigo a Garsendonio vescovo di Mantova, e alla sua Chiesa, riconoscendo anche ivi ch’essa Chiesa bonorum suorum diminutionem et consumptionem a multis passa est. Quel che è strano, nella lettera con cui nell’anno 1155 esso Federigo restituì la città di Tivoli al Romano Pontefice, si legge salvo super omnia Jure Imperiali, come s’ha dagli Annali del cardinale Baronio a quell’anno, e dalla Vita di papa Adriano IV nella Parte I del tomo III Rerum Italicarum. Torniamo alla legge di Federigo I, che di sopra accennammo. Se mal non m’appongo, tanto a cagion di essa, che per le controversie insorte dipoi fra il Sacerdozio e l’Imperio, da lì innanzi le chiese d’Italia poco o nulla profittarono per conto dell’acquistare o aumentar le regalie in loro vantaggio. Anzi, che dico profittarono? Resta ora da dire che la lor potenza e ricchezza venne sempre più calando; e ciò per la congiura delle città Italiane, nelle quali si esaltò una smisurata voglia di stendere l’ali del dominio. Questa a me sembra essere stata l’ultima e più concludente cagione onde sia proceduta l’estenuazione del patrimonio ecclesiastico. Aveano preso forma di Repubblica nel secolo XII le più delle città occidentali d’Italia; e perché ciascuna aspirava a godere quell’ampiezza di contado e distretto che goderono gli antichi Conti, cioè i regj governatori d’esse città, e questo si trovava ritagliato in varie parti, perché diviso ne’ Conti rurali, ne’ Vescovi, Abbati e Rettori di chiese; ad altro non pensarono che a ricuperar quei diritti, e a signoreggiare in tutta l’antica estensione del loro contado. Sul principio non osarono se non di rado la violenza; ma allettarono i Vescovi ed Abbati a sottoporre i lor sudditi alla Repubblica, per godere del patrocinio della città tra le turbolenze di allora. Fu edificato dalla contessa Matilda e da Beatrice sua madre nelle montagne di Modena il Monistero di San Claudio nel luogo di Frassinoro, al quale, non so come, furono dipoi suggette dieci o dodici ville. Mal volentieri sofferiva il Comune di Modena quella signoria; e però nell’anno 1173, come, già feci vedere nella Dissertazione XLVII, indussero Guglielmo abbate di quel monistero a permettere che gli uomini suoi giurassero suggezione al Comune di Modena, sicut homines Mutinenses, ec. Nel progresso del tempo, o con pretesti, o per giuste cagioni, esso Comune s’impadronì affatto di quelle terre, esentando l’Abbate dal fastidio di governar que’ popoli. Anche i Vescovi di Modena signoreggiavano in alcune castella di questo Contado, ed altri similmente erano sottoposti al Monistero Nonantolano; ma questi tutti a poco a poco vennero in dominio della Repubblica Modenese (Vedi la suddetta Dissertazione XLVII). Non si può pensare che i Vescovi ed Abbati sofferissero volentieri la perdita di que’ loro diritti; ma per cagione delle frequenti guerre, e de’ pericoli che s’incorrevano in que’ sconcertati tempi, erano forzati a tollerare e tacere. Fors’anche perché non poteano in quelle turbolenze difendere quelle giurisdizioni, giudicarono meglio di lasciarne la difesa alla lor città, come più potente.

Succederono poscia tempi sereni, ed allora si alzarono le querele dell’uno e dell’altro Clero contra del Comune dì Modena, le quali ebbero fine solamente nel 1227, con avere il Vescovo di Modena e l’Abbate di Frassinoro rinunciato alle lor pretentensioni, stante la cessione fatta dal Comune ad esso Vescovo di alcuni poderi, canali, mulini ed altri comodi, e con due mila inoltre di lire imperiali, colle quali esso Prelato comperò varie terre in Porcile. Più tardi seguì l’aggiustamento fra il suddetto Comune e l’Abbate di Nonantola, cioè nel 1262, avendo i Modenesi sborsata grossa somma di danaro da investirsi in varj poderi, che goderebbero in avvenire i monaci. Ciò ch’io ho notato intorno alla sola città di Modena, può appartenere a moltissime altre città d’Italia. Perché se una di esse prendeva qualche risoluzione in vantaggio proprio, o per accrescimento della sua potenza e decoro, e con pubblico editto lo fissava, anche le confinanti e poscia altre solevano valersi di quell’esempio per fare altrettanto. E però si può giustamente sospettare che non operassero di meno altre città, con giustizia, o senza, per far suoi i beni delle chiese, benché forse non tutte imitassero poi l’esempio de’ Modenesi, con quetar gli Ecclesiastici a forza di danaro. Ma né pur questo bastò alla Comunità di Modena. Erano a dismisura cresciute nel contado di questa città le terre che i secolari riconoscevano con titolo di livello o feudo dalle chiese nella forma che altrove ho spiegato, e ne pagavano annuo canone, o prestavano servigio. Alla Repubblica di Modena nojoso e insieme pernicioso riusciva questo non lieve aggravio del popolo e de’ terreni; e però tutto fecero per levar tutti questi Feudi, Precarie e Livelli, e rendere libere le terre: il che spezialmente fu fatto almeno per dieci miglia intorno alla città. Si camminò in questo con placida maniera, cioè colla Francazione, come dicono, pagando un tanto per una volta sola. Truovasi pertanto negli Statuti antichi di Modena dell’anno 1221: Nullus de cetero audeat nec debeat jurare fidelitatem alicui, nec fieri Vassallus alicujus aliqua occasione vel ingenio, quod excogitari possit, ec. E nel 1327 si legge quest’altro Statuto: Quod nulla persona de civitate Mutinae, vel districtu, possit vel debeat vendere, donare, seu alienare, seu aliquo modo, vel titulo, vel caussa transferre, seu in ultima voluntate quoquo modo relinquere aliquam rem immobilem, nec de rebus immobilibus, vel nominibus debitorum, cedere, relinquere, vel legare alicui personae, Collegio, vel Universitati, quae non sit supposita jurisdictioni Communis Mutinae, et non subeat onera et gravamina cum Communi et hominibus civitatis Mutinae. Et quod aliqua extimatio, vel in salutum datio de bonis seu rebus immobilibus non possit fieri pro dictis talibus personis, Collegiis et Universitatibus, nisi hoc fieret de licentia Consilii Generalis. Più sotto proibiscono ancora il lasciare l’usufrutto, ed aggiungono: Salvo quod quaelibet persona possit donare et dimittere pro anima sua quocumque titulo, et alienare res mobiles, et pretium de mobilibus precipiendum. Item fructus et reditus immobilium futuros et percipiendos, et ipsis per decem annos ad plus post mortem relinquentis, ec. Si eccettuano da tale Statuto Discus pauperum mendicare erubescentium, atque Hospitalis Domus Casae Dei, ec.

Ma non ebbe effetto un tale Statuto, o perché la consuetudine più potente abolisse la legge in un popolo libero, o perché fosse rivocato, perché troppo contraria alla libertà della gente pia, e alla dignità de’ luoghi sacri. Esso nondimeno è tuttavia in vigore negli Stati della Serenissima Repubblica di Venezia. La Stona poi a chi legge somministra molte altre simili controversie fra città e Principi, e Vescovi e Abbati, con fare i primi ogni sforzo per isminuire le troppe (come diceano) sostanze e ricchezze lasciate alle chiese, o per impedire che maggiormente non si arricchissero; e per lo contrario difendendo gli Ecclesiastici i lor diritti, libertà e privilegj. Nella qual battaglia ora gli uni, ora gli altri soccombevano a misura delle forze maggiori o minori, e secondoché persuadeva lo sprezzo o il rispetto della Religione. Giunse a tanto il popolo di Reggio, che sotto gravi pene proibì che alcuno de’ secolari, artisti, agricoltori prestasse verun servigio, o facesse alcun lavoriere al Vescovo della città, come s’ha dalla Cronica di Reggio nel tomo VIII, pag. 1147 Rer. Ital. Però in alcune città venne meno affatto il dominio temporale de’ sacri Pastori, e tolte loro furono a poco a poco tutte le castella, rocche e regalie. Il Patriarca d’Aquileia più lungo tempo che gli altri fra que’ turbini tenne salda la sua potenza; ma in fine dalla contraria fortuna delle guerre abbattuto provò la sorte comune degli altri: così che oggidì in Italia pochi troviamo de’ Vescovi, Abbati e Capitoli di Canonici, che godano regalie e Feudi Imperiali. Dio ha solamente conservata nel suo splendore la Chiesa Romana, dopo avere anch’essa sofferte lunghe e gravi tempeste. Nulladimeno si vuol avvertire, che quantunque gran copia di Stati e beni sia fuggita fuor delle mani degli Ecclesiastici, non per loro colpa, ma per l’ambizione e prepotenza altrui; pure fra essi non furono pochi coloro che per loro imprudenza o infedeltà cagionarono tante perdite alle chiese. Perché non tutti gli Ecclesiastici con lasciare le vesti secolaresche lasciavano ancora tutti i costumi e le passioni del secolo. Gran male fece la smoderata voglia di arricchire o ingrandire i parenti. Perché, a guisa dei Regoli, anch’essi godevano signorie, e comandavano in temporale ai popoli, concepivano anch’essi degli spiriti alti e bellicosi, frequentavano le Corti dei Re, e fra le discordie delle città e dei Principi si studiavano di migliorare i proprj affari. Ufizio loro era di far orazione, di persuadere la pace e carità agli altri, e di comandare a sé stessi; ma per essere Pastori, non lasciavano d’essere uomini. Pertanto non solamente per la difesa propria cominciarono a nutrir schiere di armati, ma anche a mischiarsi nelle fazioni, cospirazioni e guerre di que’ tempi: il che se fruttò ad alcuni che per tal via si esaltarono, ad altri cagionò prigionie, esilj e la perdita de’ beni. E tuttoché allora fosse in vigore una legge, che se l’Ecclesiastico commetteva delitti, egli solo era punito, e non già la chiesa innocente, i cui beni erano perciò riserbati ai successori; tuttavia i potenti profittando dei loro errori, se nelle discordie toglievano le penne alle chiese, tardi o non mai s’inducevano a restituirle. In oltre sotto questi ambiziosi e troppo politici Pastori sovente andava in rovina la disciplina ecclesiastica; e in vece dei monaci si alimentavano genti armate nei monisterj: sicché la famiglia dei Religiosi o troppo si sminuiva, o pure moriva di fame (Vedi la Cronica Farfense e la Casinense). Se vogliam credere al Corio, la chiesa di Clivate, o Clavate, nel territorio di Milano, fondata fu da Desiderio re dei Longobardi. Vi si aggiunse anche un monistero, che dura tuttavia, posseduto dai Monaci Olivetani. Landolfo iuniore storico Milanese nel capit. 14 (tomo V Rerum Italic.) rammentò Monasterium de Clivate, ma dee dire de Clavate, come ha Stefanardo nel suo Poema, p. 91, tomo IX Rer. Ital. Odasi ora ciò che dell’Abbate di quel luogo nominato Algiso scrisse Federigo I Augusto in un privilegio a lui conceduto nel 1162, e da me dato alla luce. Quum ad promovendum Imperii honorem, et ad debellandos hostes Imperii, praecipue Mediolanenses, Italiam cum exercitu intraverimus, inter multos quidem fideles, qui nobis in laboribus nostris fideliter astiterunt, invenimus venerabilem Algisum Clavatensis Ecclesiae Abbatem, quem devotissimum nobis ac fidelissimum certis argumentis experti sumus. Multis enim retrorsum abeuntibus, praedictus Abbas fuit vir fidelis, et constans nobis firmiter adhaesit, et immobilis nobiscum perseveravit; nobisque et Imperio tam magna tamque praeclara servitia exhibuit, quod illa prae oculis volumus habere, et a corde nostro numquam delebuntur. Non disapprovo io la fedeltà di questo Abbate verso l’Imperadore; ma né pure saprei commendare tanta parzialità di lui contra Milano sua patria. Se gliene venne del male, dappoiché nell’anno 1267 il popolo di Milano tornò in forze, e diede poi una rotta a Federigo, chi di grazia se ne stupirebbe? Parlano le Storie d’altri Ecclesiastici Prelati che per essersi troppo intrigati nelle guerre e negli affari secolareschi, patirono gravi danni, avendo perduto non poche possessioni, decime, primizie, livelli, ed altri diritti e comodi. Ad alcuni Vescovi ed Abbati nondimeno fu più favorevole la fortuna, perché conservarono i lor diritti illesi, ed anche perduti li ricuperarono. Però in alcuni paesi le campagne per la maggior parte pagano tuttavia censo alle chiese a titolo di livello: il che spezialmente si osserva nel Ferrarese, Mantovano, ed altri luoghi di Lombardia. Imperocché tal copia di beni anticamente era passata ne’ Vescovi, Canonici, monaci, monache, ed altre chiese, che in qualche luogo appena v’era un campo che non fosse posseduto dalle chiese, o per diritto livellarlo da loro dipendesse. Anche l’Ughelli nel catalogo de’ Vescovi di Benevento osservò lo stesso dei beni di quella provincia.

Per vietar dunque ai Vescovi, Abbati ed altri Rettori delle chiese il dilapidar da lì innanzi e l’alienare il sacro patrimonio, di cui padroni non sono, ma amministratori, i Sommi Pontefici e i Concilj con vari canoni e leggi vi si opposero, come si può vedere nel Decreto di Graziano, nelle Decretali e nelle Raccolte de’ Concilj. E finalmente in Italia fu proibita senza licenza del Sommo Pontefice l’alienazione dei beni ecclesiastici. Ho io prodotto uno strumento dell’anno 1216, in cui Pagano vescovo di Volterra dona alcuni acquedotti e selve al Monistero di San Galgano, con esservi inserito un breve di papa Innocenzo III, che gliene dà licenza, non obstante vinculo juramenti, quod nobis et Apostolice Sedi fecistis, de non concedendis alicui bonis Ecclesie absque licentia et mandato. Nel Registro MSto di Cencio Camerario v’ha molti giuramenti di Vescovi e Arcivescovi, anche oltramontani, fatti nell’anno 1235 al Romano Pontefice, dove giurano la manutenzione de’ beni delle lor chiese, e di non alienar cosa alcuna, inconsulto Romano Pontifice. Più frequenti poi si truovano da lì innanzi gli esempli della licenza richiesta dagli Ecclesiastici alla Santa Sede. Dissi già esservi stati Abbati che facendo digiunare i monaci, per sé faceano imbandire una buona tavola. Lepida cosa è quello che a me scrisse nel 1731 il P. D. Pietro Paolo Ginnani Benedettino, abbate oggidì di San Vitale di Ravenna; cioè essere stata disseppellita in un orto di quella città una statua, la quale tuttoché senza capo, pure si conosceva fatta per un monaco, il quale teneva colla sinistra un libro, e coll’indice della destra notava le seguenti lettere scolpite nel contorno del libro:

 

FER

CVLA

PL ATV

VOLO SI

NT COM

MVNIA FRA

TRVM

 

cioè Fercula Praelatum volo sint communia Fratrum. Cioè, per quanto io penso, qualche religioso Abbate avea fatto uno statuto che la stessa fosse da lì innanzi la pietanza de’ monaci e dell’Abbate: o pur qualche monaco avea lasciate le sue facoltà al monistero per provvedere al bisogno de’ monaci, che miseramente pranzavano, mentre l’Abbate sguazzava. Però i monaci per gratitudine gli alzarono la statua suddetta. Quanti mali inferissero i poco buoni o molto cattivi Abbati all’insigne Abbazia di Farfa, si vede nella Cronica da me pubblicata nella Parte II del tomo II Rer. Ital. Per buona ventura venne alle mie mani una Relazione de’ mali inferiti a quel sacro luogo ne’ vecchi secoli. Ne fu autore Ugo abbate, il quale cominciò a governare quel monistero nell’anno 997; uomo soggetto a varj sbalzi di fortuna, e ciò non ostante ristoratore di quel monistero, dove ora posto, ora deposto, finalmente finì i suoi giorni nell’anno 1039. Circa l’anno 998 fu scritto questo Opuscolo col seguente titolo: Incipit Prologus destructionis Monasterii Farfensis, editus a venerando Patre Domno Ugone Abbate praelibati Monasterii, sanctissimo valde viro. Si può esso documento vedere in questa mia Opera, ma non già qui per amore della brevità. Un altro Opuscolo, De casibus infaustis Monasterii Farfensis dall’anno 1119 sino al 1129, tien dietro al suddetto. Amendue possono servire a conoscere meglio l’iniquità di que’ tempi.

Homepage Indice delle Dissertazioni Dissertazione 73

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011