Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXXI

Della potenza de’ Vescovi, Abbati ed altri Ecclesiastici,

e delle Regalie anticamente concedute al Clero.

Noi miriamo oggidì risplendere per illustre potenza, e per dominio temporale sopra città e castella, non tanto il Romano Pontefice, quanto non pochi Arcivescovi ed Abbati di Germania, Italia, Francia, Spagna, ec. Ma fu ben diversa una volta la faccia delle cose: cioè senza comparazione più largamente allora si stendeva la signoria temporale dell’uno e dell’altro Clero, e di gran lunga maggiore, anzi incredibil fu la loro opulenza, e massimamente in Italia. Bene sarà l’esporre qui brevemente il principio e progresso del tanto loro potere e ricchezza. Di due sorte, come anche oggidì, erano una volta i beni temporali. Appartengono alla prima i beni privati, quali sono i poderi, le fabbriche, le selve, il danaro, i mobili, ed altri simili, esistenti in dominio de’ cittadini e delle persone private, e che si possono secondo il diritto delle genti vendere, comperare, donare, permutare ed obbligare. L’altra parte abbraccia i beni pubblici, appartenenti alla Repubblica, o sia al Principe; e si chiamano Regalie, sieno cose corporali, o pure diritti. Fra queste si contano il comando sopra i popoli, le angherie, e perangherie, la giurisdizione, le gabelle e i dazj, la zecca, le miniere, i fiumi, le saline, ed altre non poche cose da vedersi presso i Legisti. Manifesta cosa è, per li primi sette secoli Cristiani, che assaissimi beni della prima specie concorsero nelle chiese tanto per la pietà e obblazione de’ Fedeli, quanto per donazione degl’Imperadori ed altri Re o Principi: del che gran copia d’esempj ho io recato nelle precedenti Dissertazioni. Forse ancora si può facilmente dimostrare che non poche delle regalie minori furono in que’ medesimi tempi contribuite ai luoghi e ministri sacri. Ma per conto delle regalie maggiori e supreme, come il prescrivere leggi temporali, e comandare a popoli nel temporale coll’imporre pene, giudici e tributi, avere soldati, far guerra ad arbitrio suo; in una parola, l’essere signor temporale di città, castella e paesi, comandando ivi con podestà secolare principesca; che questo principato, dissi, fosse conceduto ad alcuno degli Ecclesiastici prima del secolo ottavo, io non so d’averlo letto. I primi, per quanto a me sembra, furono i Romani Pontefici che diedero esempio di questa temporal signoria. Imperciocché essendosi i Re Longobardi impadroniti dell’Esarcato, togliendolo ai Greci Imperadori, col minacciare anche Roma, Stefano II papa nell’anno 754 portatosi in Francia, implorò dal re Pippino quell’aiuto che non poteva sperare dai Greci, benché si trattasse di un loro dominio. Pippino due volte con potente esercito entrato in Italia, forzò il Longobardo a chiedere pace; ed avendo ricuperato l’Esarcato, ne fece un dono alla Chiesa Romana, come di Stato conquistato per diritto di guerra. Di qui poi passarono più oltre i Papi a cose maggiori, cioè ad ottenere la signoria di Roma. Questo esempio servì poi ai Vescovati minori, e agli stessi monisterj degli uomini, ed anche delle donne, per procacciarsi il governo o dominio d’ampie città, di castella intere, o d’altri pezzi di regalie e di temporal dominio. Se chiedi, come si facessero doni sì magnifici alle chiese, non una ne fu la cagione. La prima, e forse la principale, sembra che fosse la remission de peccati, di cui s’è diffusamente trattato nella Dissertaz. LXVIII. Imperocché in que’ tempi sregolati maggiormente abbondavano che nei nostri i misfatti e peccati; e di questa cattiva influenza non di rado participavano gli stessi Imperadori, Re e Principi, a’ quali perciò s’imponevano nella penitenza le pene canoniche secondo l’uso allora vigoroso nella Chiesa di Dio. Niun’altra maniera conoscevano allora i Principi per isgravarsi dal peso de’ digiuni e dell’altre penitenze, che l’usata dal popolo, cioè di far limosina a’ poveri, di far celebrare Messe, e di offerir poderi ed altre simili sostanze ai luoghi e collegj sacri. Gran differenza nondimeno passava fra le redenzioni dei Re e del volgo. Meno si esigeva dal popolo, secondo la condizione e le facoltà delle persone; molto più dai Dominanti; sì perché nelle bilancie di Dio sogliono pesar più alcuni peccati de’ Principi, e sì perché debbono più magnificamente trattar con Dio i potenti, siccome provveduti di tanta copia di beni, che le private persone. Un picciolo tributo offerto dal povero a Dio vale per lo più moltissimo; laddove l’obblazione del ricco, e massimamente del Principe, se sia lieve, poco è diversa dal nulla, e congiunta con poco incomodo del donatore, si credeva più tosto atta a far comparire la di lui avarizia, che a redimere i peccati. Il perché costumarono i Principi, e spezialmente i Re ed Imperadori, di offerire alle chiese non solamente corti e grosse tenute di beni per la redenzione de’ lor peccati, ma anche castella, città, Comitati, Marche, Ducati, ed altre regalie, aggiugnendo nuovi doni ai vecchi, o almeno confermando il donato dagli antecessori.

Con questo titolo si può credere che Pippino e Carlo Magno re amendue di Francia offerissero a San Pietro oltre all’Esarcato altri paesi. E ciò sembra additare lo stesso Adriano I papa nell’Epist. 92 al medesimo Carlo nel Codice Carolino, Parte II, tomo III Rer. Ital. Quivi il Pontefice scrive di Capoa, quam beato Petro Apostolorum Principi pro mercede animae vestrae, atque sempiterna memoria, cum ceteris civitatibus obtulistis. La stessa redenzion de’ peccati ebbero davanti agli occhi gli altri Principi e Re che o donarono o fecero tributarj alla Chiesa Romana regni o principati. Fra questi donatori si contarono una volta i Re di Spagna, di Aragona, di Portogallo, Polonia, Danimarca, Boemia, Inghilterra, Irlanda, Ungheria, ed altri, che riconobbero una volta i lor dominj dalla Sede Apostolica dopo averli donati ad essa, o pure ne pagarono censo alla medesima per attestato della lor temporale suggezione. Particolarmente poi nel secolo XI dell’Era Cristiana per simili obblazioni crebbe la potenza e maestà de’ Romani Pontefici; perché sopra gli altri si mostrò sollecito a procurarle quel gran difensore della dignità pontificia e dell’ecclesiastica disciplina San Gregorio VII, come apparisce dalla di lui Epist. 3, lib. IX, in cui raccomanda al Vescovo di Passavia di studiarsi, per quanto fosse possibile, d’indurre Guelfo duca di Baviera, e gli altri Principi di Germania a suggettar le loro terre a San Pietro pro suorum peccatorum absolutione. Ecco le sue parole: Si Henricus forte Longobardiam intraverit, admonere etiam te, carissime frater, volumus Ducem Welphonem, ut fldelitatem Beato Petro faciat, sicut coram Imperatrice Agnete et Episcopo Cumano, mecum disposuit, concesso sibi post mortem patris ejus beneficio. Illum enim totum in gremio beati Petri desideramus collocare, et ad ejus servitium specialiter provocare. Quam voluntatem si in eo, vel etiam in aliis potentibus viris, amore beati Petri pro suorum peccatorum absolutione ductis, cognoveris: ut perficiant elabora, nosque certos reddere diligenter procura. Scrive lo stesso pontefice Gregorio VII nell’Epist. 23, lib. VIII che la Francia era solita fin dai tempi di Carlo Magno a pagare annualmente censo alla Chiesa Romana, cui esso Re ed Imperadore anche Saxoniam obtulerat. Scrive eziandio: Dicendum est omnibus Gallis, et per veram obedientiam praecipiendum, ut unaquaeque domus saltem unum denarium annuatim solvant beato Petro, si eum recognoscunt Patrem et Pastorem suum more antiquo. Che frutto producessero queste premure, non si sa. Certamente altrove ebbero buona fortuna; perciocché Demetrius Croatiae et Dalmatiae Dux, creato Re dallo stesso Pontefice, sottopose il suo dominio alla Sede Apostolica nell’anno 1074, e le promise un annuo tributo. In oltre Bertrannus Provinciae Comes nell’anno 1081, come abbiamo dal Cardinale Baronio, pro remissione peccatorum suorum et parentum suorum offre, concede e dona tutto il suo Comitato di Provenza onnipotenti Deo, et Sanctis Apostolis Petro et Paulo, et Domino Gregorio Papae Septimo, et omnibus successoribus suis. Parimente anche Berengarius Barchinonensis Comes nell’anno 1090 offrì e donò a San Pietro e a papa Urbano II Civitatem Tarraconensem, tolta di mano ai Saraceni, propter redemtionem, com’egli dichiarò, peccatorum meorum, et patris mei Raymundi et parentum meorum. Sappiamo ancora che di questo titolo si servì anche la nobilissima eroina, cioè la contessa Matilda, quando nell’anno 1102 donò omnia bona sua Ecclesiae Sancti Petri. Vedi lo strumento suo nel tomo V Rer. Ital. dove ella protesta d’aver fatta così ampia donazione pro mercede et remedio animae meae et parentum meorum: la qual formola significa la redenzione delle pene penitenziali. Ho io prodotto varj atti ricavati dal Registro MSto di Cencio Camerlengo, da’ quali apparisce il diritto che sopra la Sardegna ebbe ne’ secoli passati la Chiesa Romana. E primieramente uno strumento del 1224, in cui Benedicta Donnicella Marchisana Massae, et Judicissa Calaritana, promette di pagar censo in avvenire ad essa Chiesa, pro Regno meo Calaritano, sive Judicatu. E più con giuramento di vassallaggio prestato nel 1234 da Orlandino Ugolino da Porcari a papa Gregorio IX de Rocca Massae cum Curia sua, et de Castro Potenzolo. Così nel 1236 Adelasia Regina Turritana et Gallurensis pro salute animae suae, et remissione peccatorum parentum suorum, dà, dona e concede alla Sede Apostolica totam terram Judicatus Turritani, ec., dichiarandosi in avvenire vassalla insieme con Ubaldo giudice di Gallura e Turri suo marito. Parimente nel 1237 Dominus Petrus Judex Arboreae si confessa vassallo del Papa per esso Giudicato di Arborea, e promette di pagar censo in avvenire. Altri simili strumenti ho io prodotto spettanti ai diritti d’essa Santa Sede sopra i Giudicati suddetti della Sardegna, cioè in tempi che Federigo II Augusto s’attribuiva quivi dominio.

Ora conviene aggiugnere che non fecero di meno gli altri Vescovi e chiese per ampliare il loro patrimonio, per potere più facilmente soddisfare alla necessità de’ poveri, e all’ornamento dei sacri templi. Né furono in tale studio neghittosi i monaci, e quasi tutti gli Abbati. Trovavano talvolta le persone ecclesiastiche ne’ lor contadini e lavoratori molta disubbidienza; alle volte ancora molte molestie ad essi agricoltori venivano inferite dai Conti, cioè dai governatori, ed altri pubblici ministri. Però i Vescovi ed Abbati si studiarono di ottenere dagli Augusti che i lor beni ed uomini fossero esenti dall’autorità d’essi Conti, e da tutte le imposizioni de’ pubblici aggravj. Non sarà facile il decidere, in qual tempo precisamente cominciassero in Italia sì fatte esenzioni. De’ sicuri documenti ne abbiamo sotto i Re ed Augusti Carolini. Presso il Baluzio nel tomo II de’ Capitolari, pag. 1404, Lodovico Pio imperadore conferma i privilegj alla Chiesa di Vienna nel Delfinato, fra l’altre cose dicendo: Jubemus, ut nullus Judex publicus, neque quislibet ex Judiciaria potestate in Ecclesias, aut loca, aut agros, seu reliquas possessiones memoratae Ecclesiae Sancti Mauricii, ad causas audiendas, vel freda exigenda, aut mansiones, vel paratas faciendas, aut fidejussores tollendos, aut homines ejusdem Ecclesiae tam ingenuos quam et servos, qui super terram ipsius residere videntur, injuste distringendos, nec ullas redhibitiones, aut injustas occasiones requirendas, ullo umquam tempore ingredi audeat, aut exactare praesumat. Si serve della medesima formola lo stesso Augusto in un diploma conceduto al Monistero di San Bavone di Gant nell’anno 819, e riferito da Auberto Mireo nel codice delle Donazioni. Anzi molto prima, cioè sotto gli stessi Re della stirpe Merovingica noi troviamo concedute simili esenzioni ad alcune chiese e monisterj di Francia, come consta dai diplomi rapportati o citati dal Mabillone nella Diplomatica, e negli Annali Benedettini, dal Cointe, dal Sammartani e da altri. Non restano in Italia memorie di tanta antichità. Contuttociò possiam provare che anche sotto gli ultimi Re Longobardi si concedeva di queste immunità. Imperciocché il re Astolfo nell’anno 753 all’insigneMonistero Nonantolano del Modenese concede in un suo diploma, riferito nella pag. 192 della Par. II del tomo I Rer. Ital. Ut nullus Comes aut, Gastaldus, vel Reipublicae proximior, in qualibet praedicta invasionem facere audeat ullo in loco, nec ad causas judiciario more audiendas, vel freda exigenda, aut mansiones vel paratas faciendas, vel parafredos aut fidejussores tollendos, aut homines tam ingenuos, libertos, quamque servos super terram ipsius Ecclesiae manentes, sive emphyteuticarios, nullo modo distringendos, nec ullas publicas functiones, aut redhibitiones, vel illicitas occasiones inquirendas, consurgere audeat, vel exigere praesumat, ec. Come poi queste formole sieno tanto simili a quelle che abbiam testè veduto usate dipoi in Francia, lascerò cercarlo ad altri. Che anche all’insigne Monistero di Santa Giulia di Brescia fosse conceduta da Desiderio re dei Longobardi, e fondatore del medesimo, l’esenzione da varie angherie e da’ pubblici tributi anno XIV Regni per indictionem XII, l’abbiamo nel Bollario Casinense, tomo II, pag. 18. Ma è corso errore in quelle note cronologiche, perché non si accorda l’indizione XII coll’anno XIV del regno di Desiderio. In un’antichissima ed unica copia che a me dalle Religiose di quel sacro luogo fu mostrata, si legge l’indizione XI, ma non si toglie per questo la sconcordanza. Sicuro è all’incontro ed originale un diploma di Carlo Magno re de’ Franchi e Longobardi, col sigillo di cera tuttavia confitto nella pergamena, che si conserva nel riguardevol archivio de’ Canonici di Modena, dove quell’inclito Monarca concede a Geminiano II vescovo di questa città le seguenti esenzioni. Nullus Judex publicus ad causas audiendum, vel freda exigendum, seu mansiones aut paratas faciendum, nec fidejussiones tollendum, neque hominibus ipsius Episcopatus distringendum, ec. Il resto si può vedere nell’Italia Sacra dell’Ughelli. Fu dato quel diploma anno XIV, et IX Regni nostri, cioè nell’anno 782. Una somigliante, anzi più ampia munificenza usò il medesimo Re verso la Chiesa di Reggio, come consta dall’Appendice del tomo V della suddetta Italia Sacra. Ad altri Vescovi, per non dire a tutti, furono accordati in quel tempo simili esenzioni. Di queste eziandio participarono allora i monisterj più insigni de’ monaci, e poi stesero i privilegi anche a quei delle sacre vergini. Angilberga imperadrice, moglie di Lodovico II Augusto, fondò il nobilissimo Monistero di San Sisto di Piacenza per le monache, il quale dopo qualche secolo passò ne’ Monaci Benedettini, che tuttavia lo posseggono. Il Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza (tomo I, pag. 458) rapporta due privilegi d’esso imperadore in favore di quel Monistero, dell’anno 852 e 865, dove non è vestigio di esenzioni. E perciocché merita ben quell’insigne luogo d’essere maggiormente illustrato, ho io dato alla luce altri diplomi, a me somministrati dall’archivio suo. Nel primo, dato l’anno 869 dal suddetto Augusto Lodovico II, si contiene la donazione di alcune Corti da lui fatta alla consorte Angilberga, con facoltà di poterle donare alle chiese, siccome ella poi fece al soprallodato Monistero nel suo testamento dell’anno 877. In altro diploma dell’anno 870 esso Augusto conferma alla medesima Imperadrice tutti i suoi beni. Ricorse la stessa Angilberga a Lodovico I re di Germania, con ottenere da lui la conferma di tutti i beni a lei donati dall’Imperador suo marito. Il diploma è dell’anno 876. Cercò ella questo privilegio, perché se mai, mancando il marito senza prole maschile, fosse succeduto quel Re nell’Imperio, fossero in salvo tutti i suoi beni. Vedesi anche un diploma dell’anno 866, in cui Lottario re di Lorena concede a Lodovico II imperadore suo fratello la Villa Hiberna, affinché poi questa passi in potere d’Angilberga sua moglie, donna industriosa, che ben sapea far fruttare la sua dignità. A tali documenti ho aggiunto un diploma dell’anno 882, tratto dall’archivio della città di Cremona, in cui Carlo il Grosso imperadore conferma all’imperadrice suddetta le Corti di Guastalla e Luzzara, ed altri beni a lei donati dall’Augusto suo consorte. Documenti tali fanno conoscere che il nome di Corte significava anticamente non già semplici poderi, ma ville intere, che per lo più contenevano anche un castello: tali erano Guastalla, che ha oggidì titolo di città, e la terra di Luzzara e quella di Locarno, enunziata anch’essa in que’ diplomi. Ma per quel che riguarda i diritti del principato, spettante allora ai Re ed Imperadori per istituzion de’ popoli, e ai Duchi, Marchesi e Conti per concessione dei Re; nulla comparisce ne’ privilegj suddetti. Io so che il chiariss. P. Lodovico Tomassini nella Par. III, lib. I, cap. 28 de Beneficiis fa vedere che nello stesso secolo IX ad alcuni Prelati furono conferiti Comitati, ed altri ufizj di principesca autorità; ma non son tali le pruove sue, che si possa a braccia aperte accogliere l’opinione sua. Certamente non mancarono ai Vescovi ed Abbati di quel tempo vassalli laici, sottoposti alla lor signoria. Ma questi erano segni di un privato, e non già di un principesco dominio, siccome ancora non fu l’aver dei servi. Per aver dei vassalli bastava allora che i Magnati conferissero dei poderi in benefizio. Vero è ancora, che intimata dai Re qualche spedizion militare, venivano obbligati i Vescovi ed Abbati a condurre homines suos all’armata, quando non li disobbligava qualche legittima scusa. Pure sapendo noi ch’essi aveano de’ vassalli e degli uomini liberi loro sottoposti, intendiamo abbastanza ciò che significasse la parola d’uomini suoi. Però facilmente non è da prestar fede a chi induce Vescovi e Abbati (sempre ne eccettuo i Romani Pontefici) i quali prima di Carlo Magno, o sotto esso, o sotto i suoi figli e nipoti, godessero le prerogative del principato temporale. Cita il Margarino nel tomo II del Bollario Casinense, e l’Ughelli nel tomo IV dell’Italia Sacra un diploma di Lottario I imperadore, dato, come essi pretendono, nell’anno 846, in cui Hildoinus Archicancellarius noster, dilectusque Comes et Abbas Monasterii Bobiensis petit, quatenus Comitatum Bobiensem cum suis juribus, quem divae memoriae Dominus et Avus noster Karolus Augustus et felicissimae recordationis Dominus et Genitor noster Hludovicus Imperator eidem venerabili Loco per sua privilegia concesserant et confirmaverant, nostra auctoritate confirmaremus. Tengo io che questo diploma fosse ne’ tempi posteriori finto, cioè dappoiché veramente dagl’Imperadori Germanici fu conceduto il Comitato di Bobbio a quegli Abbati. Se tali documenti spurj non servirono a procacciar loro quella dignità, almen giovarono per far credere antico il dono recente. Non Hildoino abbate di Bobbio fu nell’846 Arcicancelliere, ma sì bene Agilmaro arcivescovo di Vienna. Né peranche allora Carlo, Lodovico e Lottario Augusti aveano imparato di conferire agli Ecclesiastici i Comitati, e questi cum mero et mixto imperio, né d’investire per anulum chicchessia di qualche Comitato jure honorabilis Feudi. Tralascio il resto, bastandomi di pregare i Lettori che vogliano attentamente considerare un diploma di Lodovico II Augusto, conceduto nell’anno 861, e non già nell’865, come pensò l’Ughelli, Amalrico Comensis Urbis Episcopo, e rapportato dal Margarino nel Bollario Casinese. Era quel Vescovo, secondo i corrotti costumi d’allora, anche abbate di Bobbio, e però ottenne da esso Imperadore la conferma di tutti i privilegj di quella Badia. Ma quivi né pur una parola si legge della concessione del Comitato, che pure avrebbe dovuto essere la principale. Molto più si poteva accorgere l’Ughelli dell’insussistenza del suddetto diploma dell’846, perché egli stesso ne rapporta nel tomo V dell’Italia Sacra un altro dell’842, conceduto da Lottario imperadore al suddetto Amalrico vescovo di Como e Abbate di Bobbio, dove fra i privilegi di quel sacro luogo nulla è detto del Comitato che si finge conferito da Carlo Magno a quell’Abbate. Parimente nel secolo decimo gli Arcivescovi di Milano ottennero dagl’Imperadori Tedeschi di unire all’autorità spirituale anche la temporale sopra la loro città e contado, perché creati Conti della medesima. Io non so a chi venne in testa di dare maggior colore di antichità a quella dignità, deducendone il principio da Carlo Magno mercè d’un diploma finto di quell’inclito Augusto, che l’Ughelli francamente rapportò nel tomo IV fra gli Arcivescovi di Milano. Dicesi dato quel privilegio Dertonae kalendis majis, anno Incarn. Dom. N. J. Ch. DCCCX, indictione III, Imperii anno IX, Regnorum vero nostrorum XLII. Ma è falso che Carlo nell’anno 810 si trovasse in Italia; falso che in quell’anno corresse il nono dell’Imperio, e che allora corresse l’anno 42 del Regno Longobardico. Oltre di che ivi si veggono menzionati Marchiones, e un Arcicancelliere ignoto a tutti, e dato a Pietro arcivescovo il cognome d’Oldrado, con altri patenti indizj d’impostura. Mi sia permesso di dire che quella finzione fatta fu per non voler esser da meno della Chiesa Romana la Milanese, quasiché fosse stato conferito all’Arcivescovo di Milano a felici Constantini Magni, et aliorum Imperatorum recordatione, quidquid ad Imperialem jurisdictionem pertinere in urbe Mediolani videtur, terrae scilicet, atque omnis districtus, domus publicae, murusque ipsius urbis cum Fisco, ec. Cortes etiam ipsius civitatis ac civitatem propriam, castella, ec. Ridicole finzioni son tutte queste. Né voglio io dissimulare che il medesimo Ughelli ne’ Vescovi di Como, e il Tatti negli Annali di quella Chiesa pubblicarono un diploma del sopraddetto Carlo Magno, dato XV kalendas decembris, anno tertio Imperii, et trigesimo sexto Regni nostri in Francia, indict. XI, anno vero Dominicae Incarnationis DCCCIII. Conferma ivi quel grande Imperadore ad petitionem viri venerabilis Petri primi sanctae Comensium urbis Episcopi, fra l’altre cose Berinzonam Plebem, Comitatum, districtum, et ipsum portum. Et Comitatum Clavennae Clericis Cumanis in canonicalem usum. Ma in quel documento s’incontrano cose che lo fanno almen sospettare interpolato. Se non era profeta Carlo Magno per sapere che vi doveano col tempo essere tre altri Pietri vescovi di Como, egli non potea chiamare Petrum Primum il vescovo di allora. E veramente quella voce Primus non è nell’edizione del Tatti. Manca eziandio nel diploma l’epoca del Regno Longobardico, che in Italia non si soleva ommettere. Vi si legge l’anno dell’Era volgare, la quale non si truova in tanti altri diplomi di Carlo Magno. Né il Mabilione riconobbe Reguntiburg Palatium publicum. Quel che è più, ne’ susseguenti diplomi di Lottario I Augusto e di Ugo e Lottario Regi d’Italia non comparisce menzione alcuna di que’ due Comitati. Tralascio altre ispezioni, bastando queste per ritenerci dal prestar facilmente fede a quel documento. Però son io di parere, che quantunque sotto Lodovico II Augusto i Vescovi ed Abbati godessero delle corti con castelli: tuttavia solamente cominciarono a godere maggiori privilegj e diritto di signoria quando Carlo Calvo re di Francia nell’anno 875 fu dichiarato e coronato imperator de’ Romani da Giovanni VIII sommo pontefice. Aspiravano nello stesso tempo alla corona d’Italia e alla dignità Cesarea Lodovico re di Germania suo fratello, e i tre figli Lodovico II, Carlomanno e Carlo il Grosso. Ma per lo più accadendo che ove molti concorrono a qualche principato o ricca eredità, dipendente dall’elezione di una o più persone, sogliono i voti degli elettori concorrere in chi più offerisce; per la stessa ragione Carlo Calvo fu preferito al fratello e ai nipoti nel procurare per sé la corona imperiale. Non si fa ingiuria ai Vescovi d’Italia con pensare che essi si prevalessero di quell’occasione per vantaggiare i loro interessi. Reginone e l’Autore degli Annali de’ Franchi di Metz di lui scrivono, che Imperatoris nomen a Praesule Sedis Apostolicae Johanne ingenti pretio emit. Anche i Vescovi fra i Principi concorsero ad eleggere esso Carlo Calvo per Re d’Italia, come abbiamo dagli Atti del Concilio Ticinense. Videsi poi sconvolto l’Italico Regno sotto Guido, Lamberto, Berengario I, Lodovico II e Rodolfo, e poscia sotto Berengario II e Ottone Magno, che fu il primo degli Augusti Germanici. Mancato poi di vita Ottone III Augusto senza figli, nuove turbolenze insorsero nel Regno, per tralasciarne molte altre di quello stesso secolo.

Fra tali tempeste più felicemente che prima navigavano non meno i Principi secolari che gli ecclesiastici. Imperciocché chiunque aspirava al Regno, o l’avea conseguito, per tirare nel suo partito gli Elettori, e per maggiormente assicurarsi della lor divozione, cominciò a poco a poco a conferire anche ne’ Vescovi ed Abbati le regalie, cioè le città, le castella, i pubblici tributi, i Comitati, le Marche, i Ducati. Non si fece già in un subito, ma poco a poco questa mutazione e accrescimento di potenza negli Ecclesiastici; e in pruova di ciò recar si possono molte memorie della sacra antichità. Io mi servirò qui più volentieri di quelle che non peranche han veduta la luce. In un autentico diploma, che tuttavia si conserva nell’archivio de’ Canonici di Modena, Guido imperadore alle preghiere di Leodino vescovo di Modena (chiamato Leodoindo dal Sillingardi e dall’Ughelli) concede alla di lui chiesa, oltre alle consuete esenzioni e privilegi, ut deinceps Servi et Cartulati, pertinentes ad eamdem Ecclesiam, nullum censum nostrae Parti, seu publico Ministeriali persolvant. Più sotto aggiugne: Et concedimus etiam vias, pontes, portas, et quicquid ex antiquo jure de his Regiae, auctoritati per Procuratores Reipublicae solvebatur, idest ut ubicumque vias, pontes, portas in sua terra habuerit, nostra vice liberam capiendi debitum ex eis censum habeat potestatem. Et liceat ei fossata cavare, molendina construere, portus erigere, et super unum milliarium in circuitu, Ecclesiae civitatis circumquaque firmare, ad salvandam ipsam sanctam Ecclesiam, suamque constitutam Canonicam, ec. Poscia Berengario I re nell’anno 902 donò a Gotifredo vescovo di Modena la terra e peschiera Quarantulam, pertinentem de Comitatu Regiensi, cum omni districtu, ibidem legaliter pertinente. Quindi con altro diploma dell’anno 904 al medesimo Vescovo confermò Castellum quoddam juxta Civitatem Novam in territorio Mutinensi ab eodem Gotifredo venerando Episcopo a fundamentis erectum, eo scilicet ordine, ut nullus Dux, Comes, Vicecomes, ec., in jam dicta firmitate atque castello potestatem ullam exercere praesumat, ec. Né solamente questo castello, ma altri ancora furono allora in dominio del Vescovo di Modena. Per quanto abbiamo da Liutprando Storico, lib. V, cap. 12 (Parte I del tomo II Rer. Ital.), Ugo re d’Italia nell’anno 945, sdegnato contra di Guido vescovo di Modena, perché ribellatosi avesse preso il partito di Berengario II, congregatis copiis, ad ejus castrum Vineolam venit, idque viriliter, sed inutiliter oppugnavit. Scorrettamente fu ivi stampato Niveolam: ma nell’antico manuscritto della Biblioteca Cesarea è chiaramente scritto Vineolam, come notai alla pag. 476. Del medesimo castello si fa menzione in una carta del 968, esistente nell’archivio de’ Canonici di Modena, con queste parole: Placuit adque convenit inter Domnus Widone Episcopus sancte Motinensis Ecclesie, necnon inter Dominico, qui et Franco, de castro Viniola, ec. Ecco lo stesso Guido vescovo, il cui castello oggidì Vignola (potè anche essere suo allodiale) sostenne quel duro assedio dal re Ugo. D’esso ora con titolo di Marchese sotto il Serenissimo Duca di Modena è padrone D. Gaetano Boncompagno duca di Sora e principe di Piombino; e in esso (mi sia lecito il pagare questo tributo d’amore) io nacqui nel 1672. Il suddetto Berengario II nell’anno 950 concedette al medesimo Guido vescovo omnem districtum in castris, quod Aventus nominatur, vel Rovereto, sive Civitas-Nova, vel Isabardum: teloneum quoque, et curaturam, et redhibitionem ipsius Ripariae, et ligaturam navium, et quicquid Pars Publica inibi habere et exigere potest usque in fluvio Padi. Lascio andare altre memorie per venire a quello che più importa: cioè che Corrado I fra gl’Imperadori concedette ad Ingone vescovo di Modena omnem Comitatum ejusdem Civitatis. Ne ho io pubblicato il diploma, dato nell’anno 1038, ma confessando che nelle note cronologiche di esso si truova dello sconcerto. Potrebbe anche parere che ne’ suoi successori si continuasse questo dominio, se fosse autentica un’altra scrittura dell’anno 1092, in cui Eriberto vescovo concede a’ suoi cittadini a titolo di livello alcune terre ad nostram ampliandam Civitatem. Di qui ancora seguirebbe che in que’ tempi la celebre contessa Matilda non fosse contessa di Modena. Ma io truovo del buio in tali notizie, e però di più non ne dico.

Non fecero di meno, anzi fecero di più tanti altri Vescovi d’Italia in que’ tempi. Avvenne che nel secolo nono i Saraceni, gli Ungri, oggidì Ungheri, gente barbara, riempierono di stragi, saccheggi e incendj le contrade Italiane. Ciò diede motivo ai Vescovi di fondare e munire castella e città con licenza dei Re per difesa propria e de’ lor cittadini. Con ciò vennero a possedere dei luoghi forti, e a rendersi maggiormente potenti. Lodovico III imperadore nell’anno 900 (come s’ha dall’Ughelli nell’Appendice al tomo V) concedette a Pietro vescovo di Reggio licentiam circumdandi jam dictam Ecclesiam per gyrum suae potestatis, sicut ipse melius viderit, excelsa munitione videlicet, ad perpetuam Ecclesiae suae defensionem. Anche Berengario I re nell’anno 911 al medesimo Pietro diede licenza construendi Castrum in sua Plebe in honore Sancti Stephani sita in Vico-Longo, esentando ancora quel luogo dall’autorità di tutti i Duchi, Conti, ed altri ministri della Repubblica. In oltre ho io pubblicato un diploma dei re Ugo e Lottario, con cui nell’anno 942 ad Aribaldo vescovo di Reggio concederono terram juris Regni nostri, quae conjacere videtur in Civitate Regia a tribus milliariis in circuitu una cum muris et fossatis, atque teloneo et stradatico, seu cum servis vel ancillis inibi pertinentibus, omnemque publicam functionem, ec. Qual copia poi di castella e terre procacciassero i Vescovi di Reggio alla lor Chiesa, non si può meglio intendere, che dal Catalogo de’ beni che Bonifazio marchese e duca di Toscana, padre della celebre contessa Matilda, ricevette in feudo dalla Chiesa medesima. L’ho io dato alla luce nella Dissertazione XXXVI. Voglio anche dir due parole della Chiesa di Parma, a cui Carlomanno re d’Italia, non già nell’anno 972, come scrivono l’Ughelli e il Bordoni, ma in qualche altro anno (purché sia legittimo quel diploma) donò omne jus publicum, et teloneum, atque Districtum ejusdem Civitatis (di Parma) et ambitum murorum in circuita, ec. Tali diritti furono poi confermati ai Vescovi di essa città da Carlo il Grosso, Ugo, Ottone I, ed altri Re o Imperadori, colla giunta d’altri doni, secondoché giudicarono essi Monarchi spediente il guadagnare l’appoggio e fedeltà di que’ Prelati. Andò poi tanto innanzi la regia munificenza verso di loro, che finalmente scemata l’autorità de’ Conti secolari, cioè de’ governatori di quella città, conferirono ad essi Vescovi la dignità de’ Conti, solamente nondimeno sopra la città, e per tre miglia intorno. Ho io dato alla luce un diploma di Arrigo I fra i Re d’Italia dell’anno 1004, ricavato dall’archivio de’ Canonici di Parma, in cui egli concede a Sigefredo vescovo di Parma, perché n’avea bisogno in que’ torbidi tempi, Murum ipsius civitatis et Districtum, et teloneum, et omnem publicam functionem tam infra civitatem, quam extra ex omni parte civitatis infra tria milliaria, con altri molti diritti e privilegi ch’io tralascio. Quel poi che riusciva ad alcun Vescovo di ottenere dalla munificenza dei Re ed Imperadori, movea la sete degli altri vicini Vescovi per riportare somiglianti doni e vantaggi. Né altrimenti fecero quei di Cremona. Esposto fu spezialmente quel territorio alle scorrerie e alla crudeltà degli Ungheri sul principio del secolo decimo: calamità che ridusse tanto il Vescovo che il Clero di quella città ad una miserabil povertà. Però Berengario imperadore nell’anno 916 donò molte regalie ad Ardingo vescovo, come apparisce dal suo diploma presso l’Ughelli, benché poco attentamente copiato. Conservasi nel Vescovato di Cremona un prezioso Registro, o sia codice in pergamena, scritto a’ tempi di Ottone IV Augusto, cioè circa l’anno 1210, per cura, come io credo, del celebre Sicardo vescovo di quella città, la cui Cronica fu da me pubblicata nel tomo VII Rer. Ital. Quivi si truovano copiati i più riguardevoli diplomi e documenti della Chiesa di Cremona fino a quel tempo, che da me sono stati inseriti nella presente mia Opera. Quali fossero le regalie anticamente concedute al Vescovo di Cremona tanto nella città che fuori, si può raccogliere da un diploma di Rodolfo re d’Italia, dato nell’anno 924 a Giovanni vescovo di quella città, e trascritto da esso Registro. Cioè che niuno possa tener placito in praediis ejus, atque Castellis et Curtibus, Titulis, Cellis atque Plebibus; che spettino a lui certi dazj nella città, il diritto della pesca nel Po, ec. Le stesse regalie furono poi nell’anno 973 confermate da Ottone il Grande imperadore ad Olderico vescovo di essa Cremona, il quale, prima di quello che pensò l’Ughelli, dovette succedere al vescovo Liutprando, come consta dal suo diploma ch’io ho prodotto. Che ancora fosse stato conceduto a que’ Vescovi dagli altri Imperadori l’autorità di Conte sopra quella città, e sopra cinque miglia all’intorno, si deduce da un diploma di Arrigo II fra i Re di Germania, primo fra quei d’Italia, dell’anno 1004, in cui vengono confermate tutte le precedenti concessioni, cum ripa videlicet, et Curatura, teloneo et districtione ejusdem civitatis infra et extra per quinque milliariorum spacia. Ma perciocché (siccome abbiamo da una carta prodotta dall’Ughelli nel tomo IV dell’Italia Sacra) i cittadini di Cremona non si sapeano accomodare a questo Conte o sia governatore ecclesiastico, sia per loro malignità, sia per la prepotenza di lui, circa l’anno 1030 non solamente non vollero ubbidire ai di lui comandamenti, ma lui stesso cacciarono fuori di città. Ne era allora vescovo Ubaldo, che ricorso a Corrado I Augusto, impetrò in suo favore un gravissimo decreto, rapportato dal suddetto Ughelli. Ma perché i cittadini tuttavia ripugnavano a rifargli i danni inferiti, nell’anno 1031 esso Imperadore scrisse loro altra lettera, comandando che l’ubdissero. Non perciò si ammansarono quegli animi; e qualora il Vescovo volea tenere i placiti, o vogliam dire i pubblici giudizj, o niuno o pochi v’intervenivano. Il perché vennero ad essi lettere di Adalgerio cancelliere e messo di Arrigo III re, poscia imperadore, circa l’anno 1044, colle quali ordinava loro di comparire ai placiti del Vescovo coll’intimazion delle pene.

Quello che finquì s’è detto di alcune poche chiese, si può riferire a non poche altre d’Italia, anzi anche ad altre di Germania, Francia, Inghilterra, ec. Imperciocché essendo nata questa gara, e per così dire formata una specie di lega, con quanta destrezza, doni e raccomandazioni poterono, ognun de’ Vescovi si studiò di ottenere l’unione del governo secolare delle città all’ecclesiastico, con rimuovere i Conti laici, e far trasferire o in tutto o in parte l’autorità di quelli nella propria persona. Per conseguente non v’era in que’ tempi Vescovo che non godesse il dominio almeno di qualche castello, o di più, con piena autorità sopra il popolo. Molti ancora d’essi (fra’ quali spezialmente son da annoverare il Patriarca di Aquileia, gli Arcivescovi di Milano e di Ravenna, i Vescovi di Piacenza, Lodi, Asti, Bergamo, Torino, ed ed altri Prelati Italiani) si procacciarono anche il Comitato delle loro città. Mi son preso io qui la libertà di pubblicar tre documenti, tratti dall’archivio della Primaziale di Pisa, e spettanti ai Vescovi di Geneva o sia Genevra, che litigavano per le regalie coi Conti di quella città. Il primo è un diploma di Federigo I re de Romani del 1153, in cui conferma tutti i suoi diritti e beni ad Arducio vescovo della città suddetta. Ma perché Dux Bertholdus de Ceringhem, et Comes Gebennensis Amedeus Episcopatum Gebennensem violenter invaserunt, et Regalia omnia injuste sibi abstulerunt: però lo stesso Federigo I Augusto nel 1162 con suo solenne decreto comandò che tutto fosse restituito al vescovo Ardicio. A quella carta si vede sottoscritta una straordinaria copia di Vescovi, Abbati, Duchi, Marchesi e Conti. In un altro documento dell’anno 1183 si legge la sentenza proferita da Roberto arcivescovo di Vienna per le liti vertenti fra Ardoino vescovo di Ginevra, e Guglielmo conte di quella città, sopra varie giurisdizioni e regalie. Succede ancora un diploma di Federigo II imperadore dell’anno 1235, in cui sono confermati tutti i privilegj della Chiesa Ginevrina a Nanorlino vescovo della medesima.

Meritano anche gli Abbati che si dica qualche cosa di loro. E senza dubbio s’ha tosto da stabilire che non ci fu una volta monistero alcuno di gran nome, che non possedesse varie castella, o molte almeno delle regalie. Qual fosse la potenza e ricchezza del Monistero di Monte Casino, può ciascuno comprenderlo in leggendo la Cronica Casinense di Leone Ostiense, e quella del P. Abbate Gattola. Tuttavia gli Abbati di quell’insigne sacro luogo esercitano signoria sopra la città di San Germano, e sopra molte castella, e godono la prerogativa di primi Baroni del Regno. Anticamente ancora grande era la potenza del Monistero Cluniacense; e pure per testimonianza di Pietro Diacono (lib. IV, cap. 75 di essa Cronica), venuto a Monte Casino sul principio del secolo XII Ponzio abbate di Clugnì, ebbe a dire: Mallem prius esse Decanus Casinensis, quam Abbas Cluniacensis. Quante regalie ancora godessero una volta i Monisterj della Cava, del Volturno, di Farfa e di Casauria, l’ho altrove mostrato. Vedi spezialmente la Parte II del tomo II Rer. Ital. per intendere quanto ad esso Monistero Casauriense, insigne una volta ed oggidì abbattuto, donasse il solo Lodovico II imperadore nel secolo nono, cioè Castella, Corti, Chiese. Ignorò il Padre Pagi in che luogo fosse anticamente situato quel Monistero, scrivendo egli all’anno 850, § 6: Casa-aurea sita in Insula Piscaria ad Benacum Lacum, hodie in ditione Venetorum. C’è ben Peschiera fortezza e terra dei Veneziani sulla ripa del Lago di Garda; ma nell’Abbruzzo verso il Mare Adriatico e fiume Pescara (Aternum) fu situato anticamente, e tuttavia si può vedere il Monistero di Casauria. Né mancarono Abbati ch’ebbero il titolo e l’autorità di Conti. S’è parlato di sopra del Monistero di Bobbio. Fu anche Badia celebre nel territorio di Brescia la Leonense tanto per la sua antichità, che per la sua potenza, siccome fondata e dotata da Desiderio re dei Longobardi. Vidi nell’archivio dell’insigne Monistero delle Monache di Santa Giulia di Brescia carte, nelle quali l’Abbate Leonense (appellato ancora ad Leones o de Leno) è intitolato Comes, e si scorge avere avuto Comitato. In una controversia eccitata l’anno 1182 inter Abbatem de Leno, et Azonem Comitem, Hugonem Comitem, et Girardum Comitem de Sancto Martino, fratelli, uno dei testimoni così depose: Item dicit, quod Marcoardus cum Brisiam sub sua ditione regeret, exegit fodrum per Brisianam, et per Burgum superius de Buzolano; neque in inferiori Burgo aliquam exactionem fecit, eo quod esset de Abbatia Leonense, ec. Algisius Tignosus tempore Comitissae ’Matildae expulit Monachos de ilio Castro, ec. Dovea questo essere un castello, di cui quell’Abbate era Conte.

Con queste munificenze adunque dei Re ed Imperadori verso i sacri luoghi, non solamente essi donavano ciò che apparteneva al Regio Fisco, cioè corti, castella, dazj, gabelle e tributi, ma di quelle regalie che anticamente erano assegnate pel mantenimento ed uso dei Conti secolari, governatori delle città: di modo che a poco a poco tra per queste donazioni pie, e per l’istituzione di varj Conti rurali, rimasero spennati i Conti delle città, e in qualche luogo venne estinta affatto la loro autorità, perché trasferita ne’ Vescovi ed Abbati, dalle mani de’ quali difficilmente poi ne usciva. Desiderando Berengario I re d’Italia di esercitare la sua liberalità verso l’antichissimo Monistero Veronese di Santa Maria all’Organo, nell’anno 905 con suo diploma, ch’io ricavai dal ricco archivio di quel sacro luogo, donò al medesimo, e per esso a Rodiberto abbate tutti i tributi di teloneo, ripatico, palificatura, che si pagavano in Ruviscello, e spettavano vecchiamente ai Conti di Verona: et cunctas districtiones, seu quicquid inibi nostrae Regiae Parti pertinere videtur, pro ut olim ad Partem Comitis Veronensis in Ruviscello solvebatur. S’ha anche da osservare che ogni qual volta un nuovo Re o Imperadore perveniva al governo, ciascuno de’ sacri Prelati soleva correre non solo a farsi confermare tutti i suoi beni e diritti, ma ancora con quanti mezzi potesse, e massimamente coll’offerta di danaro, cercava di ottenere altri doni e diritti; e secondo che o la pietà de’ Principi, o la necessità de’ tempi persuadeva, per lo più le lor preghiere e desiderj non restavano defraudati. Molti beni avea donato il piissimo re de’ Longobardi Liutprando al celebre Monistero di San Pietro in Caelo Aureo di Pavia. Questi nell’anno 962 furono confermati a Norberto abbate da Ottone il Grande re, che fu appresso imperatore, colla giunta d’altre due corti, castella e regalie, col mezzo di un diploma da me dato alla luce, ma dove ora solamente io osservo dei difetti che possono far dubitare della sua legittimità. Però crescendo ogni dì più le ricchezze delle chiese sì per le cagioni suddette, come per altre che ho toccalo nella Dissertazione LXVII, avvenne che non solamente i Vescovi e gli Abbati de’ Monisterj insigni, ma anche le Badesse e i Collegj de’ Canonici tanto in Italia che fuori signoreggiassero almeno in qualche castello, ed ivi esercitassero sopra il popolo una piena giurisdizione, con riconoscere solamente nel temporale il Re d’Italia o l’Imperadore per Sovrano. Nel territorio di Modena e ne’ circonvicini più castella erano sottoposte agli Abbati dell’insigne Monistero di Nonantola, sopra i quali oggidì ritiene la sola autorità spirituale. Ciò spezialmente apparisce da un diploma che ho rapportato nella Dissertazione XXI. Sopra molte altre ville avea giurisdizione temporale il Monistero di Frassinoro, fondato dalla contessa Matilda, e dalla duchessa Beatrice sua madre nelle montagne del Modenese, come risulta dalle notizie addotte nella Dissertazione XLVII. Così anche il Monistero di Polirone nel Mantovano, e il Pomposiano ne’ confini di Ferrara. Queste castella e ville i Vescovi e gli Abbati le aveano acquistate o per dono dai Re, o per obblazion da’ Fedeli, o pure col danaro se l’erano procacciate. Esiste nella Cronica del Volturno (Parte II del tomo I Rer. Ital. pag. 445) un diploma di Pandolfo e Landolfo principi di Benevento e Capoa, per cui nell’anno 967 concedono, ut ubicumque tu, qui supra (cioè Paolo abbate del Volturno) vel Successores tui in rebus praedicti Monasterii turrem aut castellum facere volueritis, potestati vestrae sit ipsum faciendum in rebus praedicti Monasterii; et in vestra et de successoribus vestris sint potestatem et dominationem, ut nullam potestatem et dominationem ibidem habere debeat Pars nostra Publica. Però nella stessa maniera che in Germania durano Abbati potenti e ricchissimi, anche in Italia una volta si contavano degli Abbati pervenuti a molta potenza, pochissimi de’ quali oggidì sussistono. E però non difficilmente si potrebbe prestar fede a una smisurata iperbole di Galvano Fiamma, che circa l’anno 1340 scrisse nel Manip. Flor. cap. 326 (tom. XI Rer. Ital.): In hac praeclarissima civitate (di Milano) sunt Abbates, quorum aliquis est Archiepiscopo Mediolanensi ditior. Quel che s’ha anche da osservare, tante ricchezze e comodi vennero ai monisterj non sempre colla serie e fatica di molti secoli; ma anche nella loro origine e dotazione fatta dai Re, Imperadori, Vescovi e Magnati, erano alzati a molta potenza, o pure in un secolo solo, per quelle vie che altrove ho accennato. E perciocché dissi che anche ad alcuni dei monisterj delle sacre vergini fu conceduta una porzione di questa autorità secolaresca, ne recherò qui un esempio. Siccome vedemmo di sopra, all’illustre Monistero già delle Monache, ed ora de’ Monaci Benedettini di San Sisto di Piacenza furono conferite le due corti di Guastalla e Luzzara. Ho io letto nell’archivio della città di Cremona, e pubblicata una concordia seguita nell’anno 1102 fra la celebre contessa Matilda, e Imelda badessa di quel Monistero, intorno alla giurisdizione civile e criminale in Castro et Curte Wardistallae, da cui apparisce che fino a quel dì era durato un tal diritto presso di quelle Monache.

Pertanto un tale accrescimento s’era fatto alla potenza degli Ecclesiastici nel secolo undecimo, che i Re ed Imperadori cominciarono a pretendere che niuno potesse conseguire Vescovati e Abbazie, se non prendeva l’investitura di tutti que’ beni e stati che dal Regio Fisco erano passati nelle chiese, e si chiamavano regalie. Per questa cagione crebbero a dismisura le simonie, ed insorsero liti e funestissime guerre fra il Sacerdozio e l’Imperio sotto il pontefice Gregorio VII e i suoi successori. Poscia sotto Pasquale II pontefice, non trovandosi ripiego per quetar le differenze, tanto premeva all’ottimo Papa di tagliare affatto le gambe alla peste simoniaca, che s’era fino indotto a rinunziare più tosto ad Arrigo V fra i Re e IV fra gl’Imperadori tutte le regalie godute dagli Ecclesiastici, cioè Civitates, Ducatus, Marchias, Comitatus, Monetas, Teloneum, Mercatum, Advocatias, jura Centurionum et Turres, quae Regni erant cum pertinentiis suis, Militiam et Castra, ec. Ma si ritrovò poi un diverso regolamento. Certo è che rimirando noi questo magnifico apparato di potenza ecclesiastica ne’ vecchi secoli, ci può cagionare invidia o stupore. Convien nondimeno osservare che tante ricchezze ed alimenti del fasto secolaresco non lieve nocumento recarono alla disciplina e ai costumi dei Vescovi, Abbati e Clero tutto di que’ tempi. Troppo facilmente si caccia l’ambizione, il lusso, la lussuria e la voglia di una totale libertà, che ora chiamiamo libertinaggio, in chi abbonda di ricchezze. Non mai si diedero posa gli Abbati, finché interamente si sottrassero dall’ubbidienza e soggezione ai Vescovi, e quasi cominciarono a pretendere di andare del pari con loro, avendo ottenuto l’uso della mitra, e degli altri ornamenti episcopali. Talvolta ancora essi Abbati lasciavano indietro i Vescovi colla pompa della lor comitiva: il che vien toccato da San Bernardo nell’Apologia a Guglielmo abbate, scrivendo: Quod enim, ut cetera taceam, specimen humilitatis est, cum tanta pompa et equitatu incedere, tantis hominum crinitorum stipari obsequiis, quatenus duobus Episcopis unius Abbatis multitudo sufficiat? Mentior, si non vidi, Abbatem sexaginta equos, et eo amplius, in suo ducere comitatu. A che grado di superbia fosse anche giunto l’Abbate del Monistero di Clugnì, non importa qui riferirlo, bastando questo poco per intendere che mal effetto producessero in alcuni Abbati le troppe ricchezze di que’ tempi, e qual uso se ne facesse allora. In che tempo cominciassero gli Abbati ad usare gli ornamenti episcopali, non è qui luogo da trattarne. Solamente avvertirò potersi sospettare di qualche finzione o interpolazione in una carta di Tadone arcivescovo di Milano dell’anno 866, pubblicata dal Puricelli ne’ Monum. Basilicae Ambros.; cioè: Insuper etiam concedimus praefato Abbati (del Monistero Ambrosiano) Successoribusque ejus, sicut PRISCA CONSUETUDO ex antiquo tenere videtur, ut in Dominicis, seu in solemnibus diebus, indutus sandaliis, ceterisque ornamentis episcopalibus........ in Ecclesia Beati Ambrosii divinum celebrare Officium. Certo si durerà fatica a provare esser conforme alla verità il dirsi nell’anno 866 antica consuetudine l’uso degli ornamenti episcopali negli Abbati, e che l’Arcivescovo di Milano si attribuisse tanta autorità da concederli a quell’Abbate. E pure tal carta quella è, su cui principalmente si fonda il suddetto Puricelli per mostrare che la nobil Collegiata dei Canonici ufizianti da tanti secoli nell’insigne Basilica Ambrosiana (alla quale anche io, per privilegio conceduto ai Dottori della Biblioteca Ambrosiana, fui una volta aggregato) avesse origine dalla condiscendenza dei monaci, e da altri lievi principj. Del resto, da questo medesimo fonte di accresciuta potenza, e dall’avere spezialmente ottenuta la podestà secolaresca in varie città, nacque poscia il rito che i Vescovi novelli d’Italia in molti luoghi, coll’incontro ed assistenza di tutto il Clero e popolo, sotto il baldachino, a cavallo entrassero nella città, andando con quella processione alla Cattedrale. Di tale uso perché io non ho trovato vestigio prima del mille, però lo vo credendo introdotto poscia.

A quanto s’è detto convien ora aggiugnere che dopo avere i sacri Pastori assunta la cura de’ temporali dominj, trovaronsi anche caricati di un grave fascio di cure secolaresche. Di tanto in tanto per bisogno de’ loro Stati d’uopo era che si portassero alla Corte Regia o Imperiale, Corte lontanissima e per lo più ambulante. Bisognava intervenire alle Diete del Regno, e sovente corteggiare i Monarchi in varie funzioni. Da ciò avveniva che i Vescovi ed Abbati per molta parte dell’anno abbandonavano il gregge raccomandato loro da Dio, lasciandolo in mano di gente mercenaria. Succedevano poi guerre; al pari de’ vassalli secolari anche gli Ecclesiastici doveano somministrar la lor porzione di soldati per la difesa del Regno. Poco ciò sarebbe stato: venivano forzati gli stessi Vescovi ed Abbati, come altrove dicemmo, ad andare anch’essi all’armata, e condurvi i loro sudditi, e militare al dispetto de’ Canoni, che lo proibivano. In oltre infestando i vicini le terre degli Ecclesiastici, o tentando di usurparle, bisognava mettersi in armi e far guerre particolari. Applicazioni veramente degne di cherici e monaci; gli effetti perniciosi delle quali non occorre ch’io qui li descriva, potendosi facilmente vedere nella Storia di que’ tempi. S’è detta una parola della simonia: non è meraviglia se questa prese piede allora. Tante ricchezze nell’uno e nell’altro Clero siccome ispiravano il fasto in chi le possedevano, così incitavano l’ambizione e la brama in altri per possederle; e laddove negli antichi secoli frequenti erano coloro che per umiltà fuggivano le mitre e i pastorali, ne’ secoli bassi molta era la folla di chi sospirava le degnità ecclesiastiche; e trovando Principi che empiamente le mettevano all’incanto, concorrevano i più a sacrilegamente comperarle. Né qui si fermò il corso dell’umana cupidigia. Sì grande opulenza del Clero stava continuamente sul cuore de’ secolari invidiosi, i quali perciò senza rispetto alla Religione, agli ordini de’ Monarchi e alle scomuniche Romane, tutto dì si studiavano o coll’armi, o in altre abbominevoli maniere, di divorare i beni ecclesiastici. Conveniva dunque allora anche ai Vescovi ed Abbati di assoldar gente oltre ai vassalli, e di far guerra: il qual mestiere quanto sia alieno dall’umile istituto delle persone sacre, chi nol vede? Odasi Geroo Proposto Reicherspergense, il quale circa l’anno 1160, detestando un tal costume, come riprovato dai sacri Canoni, così scrive nel lib. de corrupto Ecclesiae statu: — Audiant haec Episcopi, qui ultra et contra justitiam plerumque bella movent, guerras excitant, et plerumque innocentes etiam personas truncari, et morte tenus male tractari praecipiunt, officiumque Militis et Sacerdotis in una persona confundunt: Comitis et Pontificis dignitatem simul administrant: hostibus non tyrannizantibus, verum ea quae pacis sunt et gratiae, humiliter quaerentibus, gladios intentant, et eos occidi vel truncari praecipiunt, ec. Esurimus et sitimus hanc justitiam, ut judicia et negotia spiritalia per spiritales, et saecularia per saeculares ita peragantur, ne termini a Patribus constituti negligantur. Chi legge le Storie, non senza scandalo e sdegno truova ne’ passati secoli Vescovi coll’armi alla mano, e trucidati o presi nelle battaglie: cosa che torna in disonore del sacerdozio. Altrove dirò de’ Vescovi, e degli stessi laici e soldati, che una volta si mangiavano le sostanze dei monisterj. In poco dirò tutto. La gran corruttela de’ costumi che nell’uno e nell’altro Clero, durante il secolo decimo e undecimo, si mirò spezialmente in Italia, e le liti fra i Re e Pastori della Chiesa, ed altri mali e sconcerti di quegli orridi tempi, se si peseran bene senza parzialità, si confesserà che principalmente vennero dalle ricchezze degli Ecclesiastici, le quali esposte all’ambizione degli uni, alla rapina degli altri, si tirarono dietro quasi tutti i vizj, e lungamente lacerarono il seno all’Italia. Non occorre ch’io rammenti le tragedie della Religione nel secolo XVI, a produrre o fomentar le quali gran parte ebbe la gran copia di beni del Clero. Ma che divenne dell’antica potenza ed opulenza de’ Prelati e delle chiese, di cui s’è parlato finora, trovandosi ora tanta differenza fra que’ tempi e i nostri? A questa interrogazione si soddisfarà nella seguente Dissertazione.

Intanto abbiamo di che rallegrarci colla condizione del secolo nostro, in cui la Chiesa gode ben meno di grandezze e titoli temporali, ma abbonda maggiormente di quiete e di pietà. Prima nondimeno di congedarmi da questo argomento, ho io prodotto il catalogo delle carte che nell’anno 1366 si conservavano nell’archivio della Sede Apostolica, acciocché s’intenda quanti diritti temporali godessero una volta i Romani Pontefici, e si confrontino i presenti coi passati tempi. Né si creda alcuno che in esso catalogo consistano tutti i dominj e ragioni della Santa Sede. Parte dell’antico archivio della Chiesa Romana è, a mio credere, perito, e in quel catalogo viene espresso quel poco che resta. In questa mia Opera ho io prodotto altri documenti spettanti ad essa Chiesa, e tratti dal Registro di Cencio Camerario, de’ quali niuna menzione è fatta in questo catalogo. Quanto ad esso, io lo riconosco dalla Biblioteca Estense, dove si truova scritto in carta pecorina, ed è originale, s’io non erro. Il tempo in cui fu esso fatto, si vede espresso nelle seguenti parole in fine del codice. Explicit iste Liber, scriptus a Fratre Alberto de Varennis, Monacho Monasterii de Caheryo Cisterciensis Ordinis Remensis Diocesis: Anno a Nativitate Domini millesimo trecentesimo sexagesimo septimo, indictione V, Pontificatus Sanctissimi in Christo Patris et Domini nostri Domini Urbani, divina Providentia Papae Quinti, anno quinto. Da questo catalogo potranno gli Eruditi ricavar non poche notizie spettanti a varj argomenti; e con esso s’ha da unire quanto i PP. Durand e Martene pubblicarono nel tomo II, pag. 1226 Veter. Scriptor. Collect. appartenenti solamente ai tempi di Federigo II Augusto.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011