Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXIX

Dei Censi e delle Rendite spettanti una volta alla Santa Chiesa Romana.

Qual sia a’ tempi nostri la ricchezza e maestà della Chiesa Romana, lo sa ogni rozza persona. Qual fosse negli antichi secoli, ai più penso io che sia poco noto. Sia perciò a me permesso di toccare questo nobile argomento, acciocché chiunque voglia far paragone fra lo stato suo presente e l’antico, possa aver qualche lume. Primieramente stabilisco che fin dal suo principio avendo questa Chiesa goduto il primato sopra tutte l’altre Chiese, sempre l’abbondanza delle facoltà corrispose alla sua dignità. Ma principalmente venne ella dotata di molti beni e ricchezze, da che Costantino il Grande abbracciò la santa Religione di Cristo, e diede la pace alla Cristianità. Imperciocché, quantunque niuno Erudito ci sia oggidì che non conosca e attesti falsa la famosa donazione di Costantino, che per più secoli fu in gran credito; tuttavia convien confessare che Costantino si mostrò sommamente liberale verso la Romana Chiesa, e più dell’altre l’ornò ed arricchì. A così credere siam condotti da Anastasio Bibliotecario nelle Vite de’ Romani Pontefici, ed anche dalla testimonianza de’ Pagani, allegata anche dal cardinale Baronio. Racconta Ammiano Marcellino nel lib. XXVII, cap. 3 le turbolenze insorte nell’anno 367 per l’elezione del nuovo Pontefice, essendo divisi i voti del popolo fra Damaso e Ursicino; poi soggiugne: Neque ego abnuo, ostentationem rerum considerans urbanarum, hujus rei cupidos ob impetrandum quod appetunt, omni contentione laterum jurgari debere: quum id adepti, futuri sint ita securi, ut ditentur oblationibus matronarum, procedantque vehiculis insidentes, circumspecte vestiti, epulas curantes profusas, adeo ut eorum convivia regales superent mensas. Così un Etnico scrittore, a cui ne aggiungo un altro, non già scrittore, ma della prima nobiltà di Roma, cioè Pretestato console designato. Di lui così parla San Girolamo nell’epist. 38, già 61, contro gli errori di Giovanni Gerosolimitano colle seguenti parole: Homo sacrilegus et Idolorum cultor solebat ludens beato Papae Damaso dicere: Facite me Romanae Urbis Episcopum, et ero protinus Christianus. Maligno Etnico era costui: contuttociò fa egli abbastanza intendere qual fosse allora lo splendore de’ Romani Pontefici, e come cospicua la magnificenza della Chiesa Romana, la quale nondimeno diffondeva sopra i poveri una copiosa parte delle sue ricchezze. Né solamente abbondava essa di beni stabili nel territorio Romano e in altri circonvicini, ma ne possedeva anche in Asia. Celestino I papa, scrivendo nell’anno 432 a Teodosio iuniore Augusto, rammentava possessiones in Asia constitutas, quas illustris et sanctae, recordationis Proba longa a majoribus vetustate reliquerat Romanae Ecclesiae; pregando esso Imperadore, ut omnis ab his insidiantium inquietudo discedat.

Ma venendo ai tempi susseguenti, dico primieramente che la ricchezza della Romana Chiesa consisteva una volta in beni stabili, come masse, cioè grosse tenute insieme unite, e in altri fondi che la pietà degl’Imperadori e degli altri Fedeli avea contribuito in varie provincie a San Pietro. L’amministrazion di essi per lo più era appoggiata a cherici e suddiaconi di provata fede, che si chiamavano Difensori e Rettori. Per tale ufizio ancora si sceglievano Azionarj, o Attori, i quali forse erano solamente diversi di nome dai precedenti. Ora apparisce chiaro dalle Epistole di San Gregorio Magno, che varj ricchissimi patrimonj possedeva la santa Chiesa Romana nell’Appia, Toscana, Campania, Calabria, Sicilia, Gallia, Corsica, Sardegna, Dalmazia, Affrica, ed altre provincie. Anche Anastasio Bibliotecario nella Vita di Papa Giovanni V rammenta Patrimonium Siciliae et Calabriae. E nella Vita di papa Zacheria attesta che ad esso Pontefice furono restituiti a Trasmundo Duce Spoletino Sabinense Patrimonium, quod per annos prope triginta fuerat ablatum, atque Narniense, etiam et Auximanum, atque Anconitanum, necnon et Numantatense, ec. Però, allorché leggiamo presso Anastasio nella Vita di papa Giovanni VII, e presso Paolo Diacono nella Storia Longobardica la donazione o restituzione Patrimonii Alpium Cottiarum, fatta dal re Ariperto, e confermata dal re Liutprando alla Chiesa Romana, intendiamo, altro non voler dire queste parole, se non poderi e fondi. Bartolomeo Zucchi, scrittor dozzinale, nella Storia di Monza pubblicò una lettera scritta dal re Ariperto al suddetto Giovanni VII papa, dove si legge: Ex hoc nostro latissimo decreto eidem Romanae Ecclesiae liberaliter Alpes Cottias, in quibus et Genua est, donamus, ita ut in bonis beati Petri ipsae Alpes a Taurinis montibus usque ad Ligusticum mare censeantur. Il Turrigio nel libro Grottae Vaticane, Par. II, cap. 6, prese questa epistola per buona moneta, quando tutti gli Eruditi la riconoscono per una solenne e ridicola impostura. Anche Adriano I papa nell’epist. XLIX fa menzione dei patrimonj della Chiesa Romana posti in partibus Tusciae, Spoleto, seu Benevento, atque Corsica simul et Sabinensi, ec. Nella Cronica Farfense, da me data alla luce, si parla molto degli Azionarj della Chiesa Romana, cioè dei deputati al governo di questi patrimonj; e più se ne ha dalle Lettere di San Gregorio Magno. Che anche nella Germania possedesse la medesima Chiesa gran quantità di rendite, senza saper noi onde si raccogliessero, lo ricaviamo dall’epistola LV di Niccolò I papa, scritta a Lodovico re di Germania, dove tratta di mandare un Legato pro unius anni reditibus rerum Sancti Petri in regno vestro sitarum: quum duorum annorum jam tempora praeterierint, ex quo reditus ex illis debuerunt esse collecti; et nos ex eis nihil recepimus. Lo stesso Pontefice nell’epistola II a Michele im- 2072 perador dei Greci parla dei patrimonj della Chiesa Romana usurpati da’ Greci, con dire: Praeterea Calabritanum Patrimonium et Siculum, quaeque nostrae Ecclesiae concessa fuerunt, et ea possidenda obtinuit, et disponendo per suos familiares regere studuit, vestris concessionibus reddantur, quoniam irrationabile est, ut Ecclesiastica possessio, unde luminaria et concinnationes Ecclesiae Dei fieri debent, terrena quavis potestate subtrahantur.

Anche papa Leone IX nell’epistola VII a Costantino Monomaco imperadore facea istanza perché gli stessi patrimonj gli fossero restituiti. Doni di lunga mano maggiori, con aprir ben la bocca, pretendeva Liutprando vescovo di Cremona nella sua legazione a Niceforo imperador d’Oriente, che fossero stati fatti alla Chiesa Romana da Costantino il Grande: cioè non in Italia solum, sed in omnibus paene Occidentalibus Regnis, nec non de Orientalibus atque Meridianis, Graecia scilicet, Judaea, Perside, Mesopotamia, Babylonia, Ægypto, Lybia, ec. Che ridicola sparata sia questa, ognun sel vede. L’aggiugner egli che anche in Saxonia et Bajoaria essa Chiesa godeva de’ patrimonj, si può ben credere. Perché poi beni tali o si affittavano, o si concedevano a livello, Roma ne ricavava le pensioni. Adriano I papa nell’epistola LVII a Carlo Magno re nel Codice Carolino scrive, Mauricium Episcopum Histriensem, quod pensiones beati Petri, quae in Histriensi territorio jacebant, exigeret, ut eas Romani dirigere deberet, era stato acciecato dai malevoli Greci. Queste probabilmente erano state concedute ad esso Adriano. Anzi di qui può venir luce ad uno scuro luogo ne’ diplomi degli Augusti, cioè di Ottone Magno e successori, ne’ quali si confermano alla Chiesa Romana Almus cum Insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in Monte Bordonis, deinde in Berceto, exinde in Parma, deinde in Regio, exinde in Mantua, atque in Monte Silicis, atque Provincia Venetiarum et Histria: parole ripetute da Leone Marsicano nella Cronaca Casinense. Non già città, non castella, non provincie donate al Pontefice Romano, s’ha qui da intendere, essendo certissimo che luoghi tali sotto Carlo Magno appartennero al Regno d’Italia, ed anche più secoli dopo. Resta perciò che fossero patrimonj, pensioni, masse, monisterj, ed altri simili privati diritti, o da lei prima posseduti, o dal medesimo Carlo Magno conceduti.

 

– Fin qui il Muratori.

 

Non v’ha poi anche chi non sappia, a qual grado di possanza temporale e di ricchezze giugnessero i Pontefici Romani colla connivenza ed appoggio di Pippino re de’ Franchi, e del grande Augusto re Carlo. Da questi fu conceduto ad esso loro il dominio di Roma con alcune altre città, e da quegli ottennero essi l’Esarcato di Ravenna. Non ce ne lasciano dubitare gli Annali de’ Franchi, Anastasio Bibliotecario, l’Epistole del Codice Carolino, ed altre memorie di que’ tempi. Noi però non sappiamo di qual natura fosse il dominio suddetto, né quali ne fossero le rendite, né con quali condizioni passassero nella Chiesa Romana quelle giurisdizioni, e molto meno quali e quante città, terre e provincie fossero comprese in quella cessione o donazione primitiva, e per quanto tempo le ricevessero i Papi e le tenessero in dominio. A grande oscurità soggiacciono le accennate particolarità; e molte dubbiezze, a parlar moderatamente, vi restano tuttavia, dalla discussion delle quali io volentieri mi astengo, essendo cosa assai delicata il cercare l’origine e il tener conto del progresso dell’autorità e dominio che i Principi e le città continuano a godere. Ciò che è fuori di contrasto, si è che ora i Pontefici Romani signoreggiano una nobil porzione del Regno d’Italia con sovranità di dominio, e che il tempo ha ridotto molte cose ad un aspetto e positura ben differente e diversa da quella in cui furono anticamente. Chi poi bramasse sapere qual fosse su questo particolare il sistema de’ secoli posteriori, può dare un’occhiata alla Notizia da me pubblicata e presa dal Registro MSto di Cencio Camerario, e da una carta che mi sembra scritta prima del MCCC. Da que’ documenti intenderà quali rendite provenissero, alcuni secoli sono, alla Chiesa Romana dal Ducato di Spoleti e dal Contado di Narni.

Nella Vita di papa Innocenzo III (stampata nel tomo III Rer. Ital.) abbiamo ch’egli ab initio promotionis suae ad eleemosynas deputavit universos proventus ad se pertinentes de oblationibus Basilicae Sancti Petri. Qualora avveniva che i monisterj ed altre chiese dai Pontefici Romani sottratte dalla giurisdizione de’ Vescovi cominciavano ad essere immediatamente sottoposte alla Chiesa Romana; allora in segno di sì fatto diritto, protezione e privilegio, venivano obbligate al pagamento annuale di un censo alla suddetta Chiesa di Roma. Ma non fu già dappertutto la medesima nella quantità sua la tassa della pensione o censo. Secondo la varietà de’ paesi e l’assenso de’ contraenti, dissomiglianti e diversi spesso furono que’ censi. A chi me ne dimandasse l’origine, risponderei che ne’ secoli più rimoti noi troviamo alcuni monisterj eretti ed istituiti dai Re e da altri Fedeli colla condizione che fossero sotto il patrocinio della Chiesa Romana, ma di rado veniva addossato il pagamento d’annuo censo. Vero è che nell’anno MCCCXVIII Stefano IV papa addossò al Monistero di Farfa la pensione annua di dieci soldi d’oro; ma egli gliela impose non già per riguardo del patrocinio, ma sì bene perché i Pontefici precedenti aveano conferito ai monaci di Farfa molti beni e diritti che nel Patrimonio Sabinese appartenevano alla Chiesa Romana. Non passò poi gran tempo che il censo suddetto fu levato e abolito per le premure che se ne prese l’Augusto Lottario I. Leggete, se v’aggrada, altre bolle de’ Pontefici Romani divulgate dal Margarini nel Bollario Casinense, e in questa mia Opera anche da me riportate fino a’ tempi di papa Gregorio VII. In esse non troverete quasi menzione alcuna di censo. Io non pretendo però di asserire che fino a que’ tempi incognito o inusitato fosse costume di pensioni di tal sorta, ma di avvertire che furono molto di rado imposte ai monisterj e alle chiese che godevano il patrocinio della Sede Apostolica. Nella Dissertazione XXXVII, degli Spedali, io stampai una pergamena di Lucca, scritta nell’anno DCCXC, nella quale un certo diacono di nome Giacomo fabbricar fece un piccolo monistero di vergini sacre presso le mura di essa città, comandando che Abbatissa, quae ibidem in tempore fuerit, pro sua et ipsius Monasterii protectione per singulos annos reddere debeat in Ecclesia Sancti Petri in Romani ad luminaria in decem solidos auro oleum, sicut jam ante hoc tempus ego per cartulam decrevi, et qualiter per ipsam cartulam ego constitui, quam in Ecclesia Sancti Petri in Roma obtuli. Poco dopo lo stesso fondatore aggiugne: Si ipsum Monasterium destitutum remanserit, volo et taliter constituo, ut suprascripta Ecclesia cum omnibus rebus ad eam pertinentibus deveniat in potestatem beati Sancti Petri in Roma, vel Pontifici, qui in tempore Papa ordinatus fuerit, in omnibus ordinandum et gubernandum, qualiter ei secundum Deum recte paruerit. Parole che sembrano qui apposte acciocché i Vescovi di Lucca e i Patroni del monistero suddetto non trascurassero in avvenire il mantenimento e l’avanzamento di quel sacro luogo pel timore ch’esso potesse dicadere ai diritti della Sede Apostolica. Che nel territorio Lucchese alcuni monisterj, masse e corti con pieno dominio fossero anticamente suggette al Romano Pontefice, non ce ne lasciano dubitare alcuni antichi documenti. È cosa intanto assai chiara che la pensione annuale dell’olio pel valore di dieci soldi d’oro fu ingiunta alla Badessa pro sua et ipsius Monasterii protectione, la quale il fondatore avea impetrata da papa Adriano I. Così pur anche pare che ne’ tempi del dominio dei Re Longobardi fosse assuggettito l’antichissimo Monistero Bruniacense, divenuto dipoi Vescovato, alla sola Chiesa Romana, alla quale pagava ogni anno esso Monistero Censum denariorum octo et candelas tres. Nel primo tomo del Tesoro nuovo di Anecdoti ci viene esibita dai chiarissimi Benedettini della Congregazion di San Mauro, i Padri Martene e Durand, una bolla di papa Leone IX. In essa confermò circa l’anno ML quel Pontefice alle Monache del titolo de’ Santi Fabiano e Felicita in loco Andlow pago Helisatia i privilegi della Sede Apostolica, ma coll’obbligo che le Badesse praestent nobis et Successoribus nostris annualiter tres pannos lineos Pontificali usui aptos. Dai prelodati Monaci fu in oltre nel primo tomo degli antichi Scrittori prodotto un privilegio scritto nell’anno DCCCCLXXVIII, che il pontefice Benedetto VII diede al Monistero Bisuldunense. Quivi s’impone agli Abbati per singulos annos quinque solidos persolvere in censum Sancto Petro; et si minime annuatim venire non possunt, ad quartum annum viginti solidos persolvant. Date un’occhiata ai Miscellanei del Baluzio, e nel quarto tomo troverete una bolla di papa Leone VIII circa l’anno DCCCCLXIV, dato al Monistero di Monte Maggiore nella Provenza colla pensione annuale di soldi quattro alla Sede Apostolica in riconoscenza della libertà ottenuta. Finalmente il Monistero Lutrense, eretto nel secolo settimo, pagava decem solidos argenti annis singulis pro censu Romanae Ecclesiae, siccome abbiamo nella Vita dell’abbate San Deicolo.

Donde poi procedesse, come già dissi, che rari di molto sieno gli esempli delle pensioni prima del pontificato di San Gregorio VII papa ne’ diplomi della Sede Apostolica, e più frequenti sotto il pontificato di lui e de’ suoi successori fossero sì fatti esempli, a me sembra che ne fosse la cagion seguente. Costume fu di addossare il censo a que’ monisterj e a quelle chiese le quali erano assuggettite affatto alla Chiesa di Roma, siccome state donate ad esso lei dai fondatori, o dai patroni, o spesse fiate dagli stessi monaci. Il vescovo Gerundese Mirone mercè d’una carta di donazione cedette alla Chiesa Romana il Monistero Bisuldunense, siccome apparisce dalla bolla preaccennata di Benedetto VII. In quella guisa adunque che coloro i quali danno ad alcuno degli allodiali in livello o enfiteusi, sogliono riserbarsi un censo o pensione da pagarsi loro annualmente per indizio e contrassegno del dominio diretto che hanno sul fondo livellato; così i monisterj e le chiese donate in ragion d’allodiali, e assuggettite pienamente al potere del Pontefice Romano, abitabili però e godibili da un terzo, contraevano l’obbligo e la prestazione d’un censo annuale alla Chiesa di Roma. Ce ne assicura una carta da me data alla luce per la prima volta in questa Dissertazione, somministratami dal Registro del mentovato Cencio col titolo: Privilegium S. Ciriaci in Gerendoth Alberstatensis Dioecesis. Con questo fatto concorda anco quello dell’anno DCCCCLXXVIII, in cui il pontefice Benedetto VII concedette il Monistero Lirinese ai Monaci di Clugnì, come consta dal Bollario Cluniacense. Non dobbiamo perciò maravigliarci se troviamo monisterj gravati di censi e pensioni di questa fatta. Ciò non ostante ve ne furono di quelli che quantunque procurassero ed ottenessero protezione e privilegi d’immunità dalla Sede Apostolica, a niuna prestazion di censo furono obbligati; ma solamente allora quando impetravano il privilegio Pontificio, e quando ne riportavano dai Papi susseguenti la conferma, a titolo di ricognizione faceano qualche donativo. Nella bolla che diede Leone IX al Monistero delle vergini di Hessa leggiamo, se confirmationem ejus privilegii gratis concidere pro Sanctorum debita veneratione, et parentum suorum inibi in Christo quiescentium devotione. Ma prima dell’elezione di Gregorio VII al pontificato pochi si contavano in Europa i monisterj e le chiese che fossero in patrimonio della Camera Pontificia: per conseguente rare anche furono allora le rendite de’ censi. Adunque Gregorio VII, siccome quegli che non perdonò a fatica alcuna né a sollecitudine per proteggere ed ampliare la dignità della Sede Romana, non lasciò sfuggire occasion veruna, e procurò con premura di tirare alla prestazione annuale dì censi al Palazzo Lateranense, come mostrerò nella Dissertazione LXXI, quanti monisterj e chiese potè, concedendo ad essi esenzioni, immunità ed onori. Oltre quei monisterj che ad insinuazion di esso papa Gregorio si assuggettarono alla Sede Apostolica, ve ne furono più altri che cercarono, coll’offerta del censo alla Chiesa di Roma, di porsi in libertà, e ottennero di sottrarsi dal diritto de’ Vescovi, e di usare la mitra ed altri ornamenti vescovili. Nel tomo I del Bollario Casinense alla costituzione VIII si ha che Urbano II nell’anno MXCI Apostolicae memoriae praedecessoris suis Gregorii VII institutis tenacius adhaerens, Cavense Coenobium privilegio suo communivit; e decretò che fosse Romanae soli Ecclesiae subjectum, di modo che ejus subjectionis caussa anno quolibet Abbas Romanae Sedi tres aureos solidos exsolvat. Parimente la contessa Matilde nell’anno MCIV, affinché l’insigne Monistero di Polirone, fondato già dall’avo di lei, godesse la protezion della Sede Apostolica, ordinò, come si legge presso l’abbate Bacchini, ut Domno Apostolico beati Petri Vicario, vel ejus Misso, praedicti Coenobii Abbas, vel suus Nuntius, per unumquemque annum tres libras piperis infra mensem Madium persolvere studeat, nullaque alia eidem Monasterio superimpositio fiat. Similmente Bernardus Comes, et uxor ejus Berta, et in manus Gregorii VII Papae beato Petro, et sanctae ejus Romanae Ecclesiae obtulerunt il Monistero delle sacre vergini di Cremona sotto il titolo di San Giovanni Evangelista. Di poi il mentovato Urbano II nel privilegio conceduto a Gisla Badessa del Monistero suddetto nell’anno MXCVI ad judicium perceptae a Romana Ecclesia protectionis, per annos singulos Mediolanensis monetae denarios duodecim Lateranensi Palatio presolvendos constituit, come si può vedere dalla carta esistente nel Capitolo de’ Canonici di Cremona, da me copiata e poi stampata.

Altri monisterj e luoghi sacri furono nel medesimo secolo undecimo e nel seguente duodecimo eretti, e sottoposti alla Sede Apostolica dai Fondatori, con obbligare i monaci ad un censo annuale da pagarsi alla Chiesa di Roma. Goffrido Martello conte di Angiò, fondatore del Monistero Angioino, impose a quel luogo sacro il pagamento di dodici soldi annualmente alla Sede Apostolica. A questa il Conte Guido della celebre schiatta de’ Conti Guidi aveva offerto un fondo nella Toscana posto nel monte di Bonizo, volgarmente chiamato Poggibonzi. Venne voglia a Rinieri vescovo di Siena di piantar ivi una chiesa. Ne supplicò Adriano IV papa, e ne impetrò il permesso coll’obbligo del censo annuale di un bisanzio, come consta dalla bolla pontificia del MCLV, e dall’altra di confirmazione sotto Alessandro III papa del MCLXXVI, da me già pubblicate. Anche a Gerberto abbate di Santo Eustachio di Nervesa, quando conseguì da Callisto II la conferma dei diritti e privilegj nel MCXXIII, fu rinovata la pensione di sei soldi Veneziani annis singulis Lateranensi Palatio persolvendorum, e ciò apparisce dalla bolla di esso Pontefice ch’io diedi alla luce. Sappiate nulladimeno che non mancarono monisterj in que’ tempi, i quali contuttoché appartenessero in pieno diritto alla Chiesa Romana, non pagarono ad essa pertanto censo alcuno. Nel territorio della città d’Aquila e nel castello di Luculo sussiste tuttavia un monistero suggetto ad un Abbate secolare. Gl’illustri Conti de’ Marsi, de’ quali frequentemente si parla nella Cronaca Farfense da me stampata nella Parte II del tomo II Rer. Ital., fecero fabbricare e arricchirono quel Monistero, con riserbarsene il giuspatronato. Il conte Oderisio lo assuggettì a papa Gregorio VII e alla sola Sede Apostolica. E pure non fu fatta allora menzione alcuna di censo. Ce ne fa testimonianza la carta di donazione del castello di Collimonte fatta nel MLXXVII dal conte Oderisio a Pietro abbate di San Giovanni di Ranfonisse. In essa leggerete la dichiarazion seguente: Illud pariter addentes, ut hoc Monasterium semper libertini sit, et absque aliquo tributo; neque alicui personae, potestati, et Ecclesiae, vel Seculari, ibi deinceps aliquod jus ullo modo concedatur, sed semper sub regimine et evictione Romanorum Pontificum consistat. Soli enim Romanae Ecclesiae Pontifici hoc Monasterium, nostris propriis rebus donatum, ut dictum est, ad defendendum, regendum committimus. Osservate eziandio la bolla del Pontefice Lucio II dell’anno MCXLIV, copiata dall’Archivio Estense. Siccome io notai nel capitolo XI delle Antichità Estensi, si dice bensì che il Monistero di Santa Maria di Castiglione, fondato dal marchese Adalberto d’Este, juris beati Petri existit, ma però non vi si truova alcun indizio di pensione o di censo. Potete pur anche osservare la bolla di papa Callisto II, che nel MCXXIII conferma all’Arciprete e Canonici di Carpi sul Modenese tutti i privilegj e ragioni loro. Non ostante che quella chiesa avesse fino dai secoli antichi la propria Diocesi, e dall’Apostolica Sede jure proprietatis sia dipendente, non fu però gravata di pensione alcuna, come apparisce dall’accennata bolla confermatoria. Quantunque il rinomato Monistero della Pomposa sul Ferrarese godesse, della protezione Apostolica, nientedimeno nella bolla del MCXXIV, esistente nell’Archivio Estense, il suddetto papa Callisto II confermò ad esso Monistero tutti i suoi beni e privilegj, dichiarando che a vobis (cioè da que’ monaci) singulis quibusque annis pensionis nomine tres argentei solidi, difficultate postposita, sanctae nostrae Romanae Ecclesiae Actionariis persolvantur. Ma oltre i monisterj, si contarono anticamente non poche chiese semplici ed altri luoghi sacri, i quali salva Episcopi Catholici reverentia, vale a dire, serbando intatto il diritto del Vescovo nell’ordinazione e consecrazione de’ cherici, degli altari, delle chiese, e dell’amministrazion de’ sacramenti, si sottoposero nel temporale alla sola Sede Apostolica, e per l’impetrazione del privilegio di tal fat- 2081 ta si obbligarono a pagarle un censo annuale. Riferita da Landolfo il giovane nell’Istoria, ch’io diedi alla luce nel tom. V Rer. Ital., a noi rimane una bolla di papa Urbano II. Entro la città di Milano avea Liprando prete eretta e fondata la chiesa della santissima Trinità in proprio suo allodio; ipsamque beato Petro obtulit. Vi si leggono poi queste parole: Ad indicium autem hujus perceptae libertatis a Romana Ecclesia, Mediolanensis monetae nummos sex quatuor annis (s’ha da scrivere quotannis). Lateranensi Palatio persolvetis. E di questa chiesa fece anche menzione Cencio Camerario nel suo Registro de’ Censi.

Né qui si fermò la diligenza di papa Gregorio VII, e degli altri Pontefici successori suoi. Procurarono di più che gli stessi Re del Cristianesimo assuggettassero i Regni loro nel temporale alla Sede Apostolica, d’onde poi si raccogliesse un tributo da pagarsi ogni anno alla Chiesa di Roma. Su questo proposito non mi trattengo io ora, perché avrò campo di trattarne molto più nella Dissertazione LXXI, della potenza de’ Vescovi. Si studiò il chiariss. Tomassini nel tomo III, al lib. I, cap. 22 de Beneficiis, d’iscusare e raddolcire queste offerte di Regni fatte alla Sede di San Pietro. Ma gli antichi Papi tenevano forte nel pretendere che i Regni offerti fossero di diritto di San Pietro, et propria Romanae Ecclesiae, a tal segno che ne esigevano l’annual pensione, come censo dovuto da’ fiduciarj. Truovo anche, a cagion d’esempio, che gl’Inglesi diedero il nome d’Elemosina al denaro ch’essi chiamarono Sancti Petri. Ho io ricavata dall’antichissimo MSto Registro di Cencio Camerario, e pubblicala una legge, detta Donelaye nell’Inghilterra. In essa legge si parla dell’accennato denaro di San Pietro. L’Annalista Sassone, pubblicato dall’Eccardo, assegna l’origine di quel censo all’anno 890. Scrive egli che il re Alano vedendo infestata dai Normanni la Bretagna, coadunata omni Britannia, vovensque, si per divinam virtutem vinceret, decimas bonorum omnium Britanniae Deo et Sancto Petro Romam destinare, tanta strage hostes proelio fudit, ut ex quindecim millibus vix quadraginta ad classem refugerent: parole che a me rendono sospetta l’autorità di Polidoro Vergilio storico recente, perché scrittore nel 1534 dell’Istoria Anglicana, non ostante che il cardinal Baronio si servisse della testimonianza d’esso Polidoro. Egli vorrebbe far credere che Ina re degl’Inglesi circa l’anno 740 Regnum suum Romano Pontifici vectigale fecisse, singulis argenteis nummis, quos Denarios vocant, in singulas domos impositis. Aggiugne che gli altri due re Offa e Athulfo imitarono l’esempio d’Ina loro antecessore. Ma come mai non seppero gli antichi Storici Inglesi che il re Ina avesse fatta un’opera sì pia? D’onde n’ebbe notizia Polidoro Vergilio? Quello che s’ha da osservare, si è che censi di cotal fatta si pagavano dagl’Inglesi col titolo debiti. Per attestato del Malmesburiense nel libro II, il re Canuto scriveva nel MXXVII all’Inglese popolo suo così: Obtestor omnes Episcopos meos, et Regni mei Praepositos, quatenus faciatis, ut antequam in Angliam veniam, omnium debita, quae secundum legem antiquam debemus, sint persoluta, scilicet eleemosyna pro aratris, ec., et denarii, quos Romam debetis sive ex urbibus, sive ex villis. Presso l’Hickesio abbiamo le lettere del re Guglielmo I, che visse nel suddetto secolo undecimo. In esse comanda egli sotto grave pena, ut denarii Sancti Petri solvantur a meis vassallis. Bastantemente mi è noto che i Re stessi della Gran Bretagna riconobbero già sé medesimi come clienti e vassalli della Chiesa Romana. Ciò vien confermato, per tacere altre memorie, dagli Atti pubblici di quel Regno, raccolti dal Rymero nel primo tomo. Non ho perciò tralasciato di pubblicare per la prima volta la bolla di papa Onorio III dell’anno MCCXVIII. Non solamente conferma lo stesso Pontefice a Savarico di Maloleone il privilegio di batter moneta, concedutogli dal re Giovanni, ma ad esso Savarico impone da pagare annualmente il censo di una marca d’oro alla Camera Pontificia, ad indicium hujus a Sede Apostolica confirmationis obtentae. A parer mio ha quest’atto confermatorio un non so che di dominio supremo. Quando avveniva di poter levare dalle griffe di Pagani o Saraceni provincie tempo già soggette a Principi Cristiani, allora si sbracciavano a tal fine per quanto poteano i Romani Pontefici, e si collegavano per far guerra, ma colla condizione e col patto che que’ Principi i quali restassero vincitori riconoscessero dipoi in feudo della Sede Apostolica le città ricuperate, e alla Camera Pontificia ne pagassero un censo annuale.

In fatti si ricava dal primo libro dell’Epistole di papa Gregorio VII, ch’egli nel MLXXIII scrisse a tutti i Principi, notificando loro, Regnum Hispaniae ab antiquo proprii juris Sancti Petri fuisse, et adhuc soli Apostolicae Sedi ex aequo pertinere. Perciò li sollecita acciocché si uniscano col Conte di Roccio, ch’era in procinto di andar contro i Pagani usurpatori di quella terra, il quale hanc concessionem ab Apostolica Sede obtinuit, ut partem illam, unde Paganos suo studio, et adjuncto aliorum auxilio expellere posset, sub conditione inter nos factae pactionis, ex parte Sancti Petri possideret. Così pure essendo riuscito al Conte di Barcellona di liberar nel MXC la città Tarraconese dalle mani de’ Saraceni, ordinò ch’essa poi fosse tributaria o censuaria della Sede Apostolica. Resterebbe da disaminare se i Romani Pontefici pretendessero anticamente in virtù di somigliante patto e col medesimo titolo, oppure con altri motivi più antichi, che l’Apulia, la Calabria e la Sicilia fossero di ragione e diritto della Chiesa di Roma. Imperciocché n’ebbero appena i Normanni cacciati via i Saraceni e i Greci, che i Pontefici stessi, dato di piglio all’una e l’altra spada temporale e spirituale, costrinsero i Normanni suddetti a ricevere sotto titolo beneficiario dalla Sede Romana gli accennati Regni. Aggiugnete, che vi furono altri i quali per avere nel Pontefice Romano un protettor vigoroso che li difendesse contro i più potenti, onde potessero più agevolmente conservar le cose loro, di spontaneo volere offerirono città e castella a San Pietro; e ricevendole in feudo dalla Sede Apostolica, le promisero un censo da pagarle annualmente. Reginaldo re dell’Isole aggiaccenti all’Irlanda, appellato altrove Rex de Man, nel MCCXII devenit homo ligius Johannis Angliae Regis, siccome consta da un documento pubblicato dal Rymero nel primo tomo degli Atti pubblici Da altri monumenti presso questo Scrittore si ha che Reginaldo suddetto era chiamato ad faciendum homagium et ad emendandum excessus factos hominibus Domini Regis Angliae ab hominibus Terrae suae. In sì fatte disgustose circostanze pensò Reginaldo che fosse per tornargli meglio a conto di donare alla Chiesa Romana l’Isola di Man, e di riceverla di nuovo a titolo di feudo coll’obbligo di pagare al Papa il censo di dodici marche di sterlini. Ne fu accordato e stabilito il contratto nel MCCXIX. Sì il Rainaldi negli Annali Ecclesiastici, che il Rymero nella stampa degli Atti pubblici divulgarono la carta di sì fatto accordo abbreviata. Io in questa stessa Dissertazione, ma Latina, l’ho interamente rapportata tal quale si legge nel Registro di Cencio. Un altro esempio di ciò che ora sto dicendo, me lo somministra la città di Alessandria in Italia, la quale non solamente prese il suo nome del papa Alessandro III, ma anche offerì sé stessa alla Chiesa Romana, e le si obbligò al pagamento di un censo annuale. Vero è che l’imperador Federigo I, riassuggettita ch’ebbe questa città all’Imperio Romano, volle che si chiamasse di indi in poi Cesarea; ma il nome primiero di Alessandria tuttavia le dura. Ognun può vedere l’atto da me stampato intorno l’offerta di Alessandria, e l’obbligo del censo annuale pagabile ogni anno alla Chiesa Romana. A questi documenti potete annoverarne altri due presi da Cencio Camerario nel suo Registro, e da me la prima volta dati alla luce. L’uno è una carta della donazione del castello di Lavadia, fatta nel 1214 da Ottone dalla Rocca principe d’Atene alla Chiesa Romana, e in suo nome a Pelagio vescovo Albanese, Legato Apostolico nell’Oriente. Ad Ottone fu conferito quel castello sotto il titolo di feudo, e fu addossato ad esso Feudatario il censo di due marche d’argento ogni anno. L’altro è la confermazion di Lavadia feudale della Santa Sede, fatta da papa Innocenzo III nel 1215 al prelodato Ottone colla pensione annuale delle due marche. A chi legge cagionerei noja e tedio, se maggiormente mi stendessi su questo argomento. Nell’Opera mia presente documenti di questo genere capiteranno sotto gli occhi de’ Lettori, e spezialmente quelli che spettano ai Giudici antichi della Sardegna. Mi contenterò io dunque di aver copiato e raccolto alcune cose dal codice antichissimo di Cencio Camerario. Ci portano esse a riconoscere quai censi riscuotesse anticamente la Chiesa Romana, e quai luoghi al diritto della medesima fossero sottoposti. La vetustà del tempo moltissimi appartenenti al Pontificato ne ha fatto perdere. Giova nulladimeno all’erudizione l’aver conosciuto anche i censi perduti, e massimamente quando alla perdita delle rendite antiche s’è riparato con altri vantaggi. Il suddetto documento di Cencio ha questo titolo: De Civitatibus et Territoriis, quae Rex Carolus Beato Petro concessit, et Papae Adriano tradi spopondit. Nec non de Civitatibus, Castris, Terris et Monasteriis, per diversas Mundi provincias constitutis, et Censibus Ecclesiae Romanae debitis ab eisdem.

Niuna altra cosa però può indicare con pienezza maggiore, quali fossero i censi dovuti anticamente alla Chiesa Romana, quanto il libro scritto sopra questa materia da Cencio Camerario. Già dagli scrittori degli Annali Ecclesiastici, il Baronio e il Rainaldo, fu accennato ch’esso codice scritto a mano si conserva nella Biblioteca Vaticana. Da quel manuscritto trassero amenduni delle memorie confacevoli agli argomenti che trattarono ne’ suoi Annali. In quell’Opera sua Cencio procurò di descrivere e tener conto di tutti i censi, i quali ai tempi di lui si doveano al Palazzo Lateranese, lasciando altresì nelle facciate delle pagine degli spazj vôti, acciocché luogo restasse ai posteri di aggiugnere altri censi che nel decorso del tempo fossero provenuti alla Sede Apostolica, come in falli dipoi avvenne. Entro il codice suddetto sì egli che i successori suoi inserirono e registrarono varj strumenti ed atti, appartenenti spezialmente alla Camera Pontificia, e quasi tutti scritti ne’ secoli duodecimo e decimoterzo. Diciamo ora chi fosse Cencio, e quando fiorisse. Secondo il mentovato cardinale Baronio vivea questo Scrittore nel 1191. Ciò che sotto gli occhi suoi accadde nella coronazione del re Arrigo VI, imperador V, Cencio pose in iscritto. Nella Prefazione al Libro de’ Censi si manifesta egli co’ termini seguenti: Ego Cencius quondam felicis recordationis Clementis Papae III, NUNC vero Domini Caelestini Papae III, Camerarius Sanctae Mariae Majoris Urbis Canonicus. Non c’è qui finora menzione alcuna di dignità cardinalizia nella persona di lui. Laonde risulta che il libro de’ Censi, steso per comando dello stesso Cencio, allora solamente Camerario, o, come volgarmente si dice, Camerlengo della santa Chiesa Romana, fu scritto nell’anno 1191, ovvero nel 1192, perché nel seguente 1193 io truovo Cencio condecorato colla dignità cardinalizia. Non me ne lascia dubitare una carta da me pubblicata, e ricavata da quel codice, nella quale esso Cencio è appellato Centius Dei gratia Sanctae Luciae in Silice Diaconus Cardinalis, et Domini Papae Camerarius. Ch’egli poi continuasse nel 1195 a distinguersi con questi due onorifici titoli, ce lo attesta l’iscrizione nelle porte di bronzo della chiesa Lateranese, rammentata dal Torrigio nel libro delle Grotte Vaticane al cap. II della seconda parte. Eccola:

INCARNATIONIS DOMINICÆ

ANNO MCXCV.

PONTIFICATVS VERO [1] VI.

CENCIO CAMERARIO

MINISTRANTE

HOC OPVS FACTVM EST.

Se ne osservi un’altra in Roma, riferita da Giovanni Severano nel libro delle Memorie Sacre alla pag. 535. Essa spetta all’anno

MCXCIV. ANNO V. CELESTINI III. PP.

CENCIO CARDIN. S. LUCIE

EJUSDEM DNI PAPE CAMERARIO

JUBENTE.

Con sì fatte memorie ho io anche unito due strumenti, alla Città Castellana spettanti, data in pegno già da papa Adriano IV a Giovanni Caparroni. In quelle due carte del MCXCV, copiate dal MSto di Cencio medesimo, questi è intitolato Camerarius Domni Papae, et Cardinalis Diaconus Sanctae Luciae in Silice. Fanno anche i suddetti strumenti menzione di un altro Cencio cardinale di San Lorenzo in Lucina, vivente nel tempo stesso che fioriva Cencio Camerlengo: distinti amenduni per la diversità de’ titoli del Cardinalato. Dirò pur anche di avere osservato che nel MCXCVIII sotto papa Innocenzo III Frater Richardus fu Domni Papae Camerarius. Così nell’anno MCCIV Octavianus Dei gratia Domini Papae Innocentii III consobrinus et Camerarius. Finalmente nel MCCVII e nel MCCXV Stephanus Domini Papae Camerarius. Aveva dunque il nostro Cencio dimesso l’ufizio di Camerlengo prima del MCCVIII. In quest’anno si viene a sapere ch’egli salì al grado de’ Cardinali Preti, e cangiò il primiero suo titolo di Santa Lucia in quello Sanctorum Johannis et Pauli. Uno strumento da me stampato, in cui si rammentano Cinthius titulo Sancti Laurentii in Lucina, et Cinthius titulo Sanctorum Johannis et Pauli, può bastantemente comprovare l’assunzion del nostro Cencio al Cardinalato sacerdotale, e farcelo maggiormente riconoscere per autore del Libro de’ Censi. Fin qui abbiam veduto Cencio o Cinthio, ed anche Centhio cardinal della Chiesa Romana. Resta ora da aggiugnere ch’egli nell’anno MCCXVI fu eletto Romano Pontefice, e come tale governò dipoi sotto nome di Onorio III la Chiesa di Dio. Ce ne assicura l’Abbate Urspergense contemporaneo scrittore, e da altri monumenti ciò vien provato dall’Annalista Rainaldo continuator del Baronio. Vedete un poco che uom egregio e rispettabile fosse Cencio, o Centhio, o Cinthio autor del Libro de’ Censi. Mi figuro ben io che gli Eruditi ne avran gradita la stampa ch’io ne feci. Abbiamo in quel codice descritti tutti i Vescovati che nel secolo decimoterzo la Chiesa Occidentale contava. In esso troviamo gran numero di monisterj e di chiese, diversi generi di moneta, luoghi sacri e monisterj che godevano immunità, suggetti unicamente alla Sede Apostolica. Non niego che fra quelli ne mancarono molti, e molti censi cessarono, ch’erano di rendita considerabile alla Chiesa di Roma. Nulladimeno può essere utile all’erudizione ecclesiastica l’aver cognizione di tutto ciò. Se col codice di Cencio voleste udire la bolla di papa Niccolò IV, divulgata dal Martene e Durand monaci Benedettini nel secondo tomo de’ Scrittori antichi, voi avreste il catalogo de’ Censi che nel MCCXC pagavano i monisterj e le chiese della Francia al Palazzo Lateranese. Per ultimo non s’ha da tacere che i Camerlenghi successori di Cencio aggiunsero dipoi al Libro suo alcune cose; onde non è maraviglia se vi si leggono nominati monisterj fondati nel secolo tredicesimo. Giunte di questa fatta non pregiudicano però al credito e fede dovuta a quel codice, né rendon dubbioso il primo e vero autore Cencio, che lo compose.

 

Note

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[1] Di Celestino III, quarto o quinto.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011