Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXVIII

Della Redenzion de’ peccati, per cui molti beni colarono

una volta ne’ sacri luoghi, e dell’origine delle sacre Indulgenze.

Quantunque nella precedente Dissertazione molto si sia favellato delle cagioni per le quali una volta le chiese e i monisterj pervennero a tanta opulenza, nulladimeno finquì non ne ho toccato una, che quasi direi la principale di tutte. L’indicherò ora,ed allora facilmente i Lettori cesseranno di stupirsi, come tanta roba entrasse nel patrimonio degli Ecclesiastici, né solamente poderi, ma corti, castella e città. Noi sappiam di certo che fino ne’ primi secoli della Chiesa chiunque commetteva peccati gravi, se voleva riconciliarsi con Dio, ed essere assoluto dai lacci delle colpe, dovea farne penitenza con digiuni, vigilie, pene corporali, ed altre opere di pietà. Ai pubblici enormi delitti era imposta la pubblica penitenza; agli occulti l’occulta. Parimente chiara cosa è che il santo Sacrifizio, i digiuni e l’altre afflizioni del corpo, e l’orazione, le limosine ed altre pratiche di mortificazione, religione e carità, si adoperavano per far penitenza. Con queste il popolo soleva attendere alla redenzion dell’anima sua, o sia al remedio dell’anima stessa. Come consta dall’antichissimo Canone della Messa Romana, l’intervenire colla dovuta disposizione all’ineffabil Sacrifizio dell’Altare, pro redemtione animarum suarum, era un efficace mezzo per rimettersi in grazia di Dio. Ma da che i Barbari cominciarono a lacerare e poi occupare l’Italia, e tante provincie dell’Occidente, allora cessò tutto il fervore della penitenza, crebbero a dismisura i vizj, e la disciplina ecclesiatica ebbe un gran crollo. Ora accadde che Teodoro monaco Greco venuto a Roma ne’ tempi di papa Vitaliano, talmente colle sue virtù si guadagnò l’affetto e la stima di quel Pontefice, che nell’anno 678 fu da lui inviato in Inghilterra, e creato arcivescovo di Canturbery: chiesa ch’egli governò con incredibile zelo e santità di costumi sino all’anno 690 in cui mancò di vita, onorato poscia col titolo di Santo. Fu egli che compose il celebre Libro Penitenziale, e non già papa Teodoro I, come scrissero Giovanni monaco autore della Cronica del Volturno, Tolomeo da Lucca ed altri. Forse non andrò lungi dal vero dicendo ch’egli portò in Occidente una novità, per altro degna di lode. Quai costumi si osservassero in Oriente, a fin di purgare i proprj peccati, si può imparare dal Penitenziale di Giovanni Digiunatore patriarca di Costantinopoli, dato alla luce dal P. Morino nell’Appendice ai Libri della Penitenza. Mancò egli di vita nell’anno 595.

Ma per conto dell’Occidente, a niuno peranche era venuto in pensiero di decretar la pena a qualsivoglia peccato, se si eccettua l’idolatria, l’omicidio, l’adulterio ed anche il furto. Teodoro arcivescovo quegli fu che ne formò e perfezionò il piano, annoverando quanti peccati seppe immaginare, applicando a ciascun d’essi la penitenza, proporzionata. Chiamossi quest’Opera il Penitenziale di Teodoro; Opera che quantunque fabbricata con privata autorità, pure acquistò in breve tal voga, che non ci fu chiesa in Occidente che non abbracciasse questo rito, e se ne servisse poi per più secoli nel ministrare il sacramento della Confessione. In oltre il popolo, che riteneva qualche parte del rigore dell’antica disciplina, facilmente si accomodò a questa novità, e tanto più perché corroborata dai decreti dei Vescovi e di assaissimi Concilj. Questi Canoni Penitenziali, per quanto potè, raccolse Jacopo Petito, e li pubblicò in Parigi l’anno 1679. Ad alcuni peccati è quivi prescritto il Digiuno d’alquanti giorni, o pure d’un anno, ed anche di due e tre anni; ad altri il recitar Salmi, la limosina, o altre specie di penitenze. È da stupire che fra essi Canoni noi ne troviamo alcuni che combattono con gli altri. Anzi fra que’ medesimi che senza dubbio son da attribuire a Teodoro, ve n’ha che discordano dall’antica disciplina delle chiese d’Occidente, e furono riprovati dalla prudenza de’ secoli posteriori. Tali sono lo scioglimento del matrimonio per l’adulterio della donna, ma non iscambievolmente per l’adulterio dell’uomo. Dopo due anni di penitenza alla donna ripudiata era permesso il prendere altro marito. Se una donna ritiratasi in monistero non voleva tornare col suo consorte, o se condotta in schiavitù dopo due anni non s’era potuto riscattarla, era lecito al marito il prendere altra moglie. Altre leggi vi sono intorno allo sciogliere il matrimonio, e volare ad altre nozze, che furono poi abrogate, anzi condennate. Quivi era ordinata la continenza alle persone maritate nel tempo delle tre Quaresime, cioè avanti Pasqua, avanti il Natale e avanti la festa degli Apostoli; e in oltre nelle Domeniche, e quarta e sesta Feria; e da che la donna sentiva il primo moto del feto, doveva contenersi, come anche nel tempo de’ mestrui, ec. Tale, era la disciplina de’ Greci, di cui Teodoro fece un regalo alle chiese occidentali. A chiunque contravveniva s’imponevano per penitenza alcuni giorni di digiuno in pane ed acqua. Altri Canoni vi sono, che vietano il cibarsi di sangue e suffocato, o decretanti immondi altri cibi; e guai se la donna dopo il parto, finché non erano passati tanti giorni, o pure mestruata, fosse entrata in chiesa. Tralascio altre cose per non infastidire i Lettori. E pure tanta novità, tanto rigore, fu a mani baciate accettata dai Vescovi ed Ecclesiastici di allora. Ma come può star questo? cioè come potevano i Fedeli di que’ tempi soddisfare a tante penitenze, da che i peccati di un sol uomo tanti bene spesso poteano essere, che non bastasse la vita, e forse centinaia di anni, a compiere tanti digiuni, orazioni ed altre penitenze corporali? Certamente più di lunga mano corrotti erano i costumi di allora, che quei di oggidì, e più abbondavano i vizj.

Come si rimediasse a tali difficoltà, andiamo ora a cercarlo. Certamente non potea la gente sofferir tante astinenze e penitenze, e non sarebbe stata la vita della maggior parte dei Fedeli se non un continuo martirio, quando non si fosse trovata maniera di redimere tante pene canoniche. Certa cosa è che dopo la morte del santo arcivescovo Teodoro a poco a poco si propagarono per tutte le chiese di Occidente i di lui Canoni Penitenziali e si misero in uso, talmente che nel secolo nono, per attestato di Reginone, lib. I, pag. 30, si doveano interrogare i sacerdoti scelti per ascoltar le confessioni dei peccati. Si habent Poenitentiale Romanum, vel a Theodoro Episcopo, aut a venerabili Beda Presbytero editum; ut secundum quod ibi scriptum est, interrogent Confitentem, aut Confesso modum Poenitentiae imponant. Sicché v’era più d’un Penitenziale, ed alcuni di particolari chiese, che discordavan forte nell’imposizion delle penitenze, riprovati perciò dal Sinodo Cabilonense dell’anno 813. Ora fin lo stesso Teodoro (se pure è vero tutto ciò che corre sotto nome di lui) e poscia altri, saggi estimatori delle forze umane, cominciarono a prescrivere rimedj a coloro, qui jejunare non possunt, et adimplere quod in Poenitentiali scriptum est. Se dunque ad una persona era stato imposto il digiuno d’un giorno in pane ed acqua, in vece di tal pena potea cantare quinquaginta Psalmos in Ecclesia flexis genibus. Se gl’incresceva lo star tanto in ginocchio, potea pascere in quel giorno unum pauperem, con recitar nondimeno i suddetti Salmi in loco conveniente. Qui vero Psalmos non novit, unum diem, quem in pane et aqua poenitere debet, dives denariis tribus, pauper uno denario redimat. Eravi la redenzione di una settimana: v’era quella di un anno; e in quest’ultima si doveano dispensare pauperibus viginti duo solidi, o vinginti sex, come hanno altri testi. Eranvi ancora certi giorni, e massimamente delle tre Quaresime, ne’ quali quidquid ori suo praeparatur in cibo vel in potu, illud aestimet, quanti pretii sit, vel esse possit: et medietatem illius pretii distribuat in eleemosynam pauperibus, ec. Abbiamo parimente dal Concilio Triburiense dell’anno 895, al canone 56, varie pene prescritte agli omicidj volontarj, con aggiugnere che intervenendo qualche necessità, licitum sit eis tertiam Feriam et quintam, atque Sabbatum redimere uno denario, vel pretio denarii, sive tres pauperes pro nomine Domini pascendo. Pensa il dottissimo Giovanni Morino nel lib. X, cap. 17 de Discipl. Poenit. che queste redenzioni si cominciassero ad introdur solamente dopo l’anno 800; né si debbano attribuire a Teodoro Cantuariense quelle che come prese dal suo libro son prodotte da Burcardo, Ivone ed altri. Ma chi considera la tanta copia di penitenze corporali imposte a qualsivoglia peccato, impossibile era ai peccatori di eseguirle: più giusto è il credere che non si tardasse a trovar altre opere pie da sostituire al digiuno, e ad altre afflizioni del corpo, come il santo Sacrifizio, la limosina ai poveri, le orazioni, l’alzar templi a Dio, il donare ad essi, il fabbricare spedali per infermi, pellegrini, ec. Salviano, gran predicatore del merito di chi lascia ai luoghi pii, nel secolo quinto, cioè tanto prima di Teodoro, nel lib. I advers. Avarit. inculcava redemtiones e remedia peccatorum.

Però antichissima, siccome dicemmo, è nella Chiesa di Dio la redenzion de’ peccati; ma prima di Teodoro, a riserva de’ gravissimi delitti, non v’era tassa di penitenze per ciascun peccato; ognun facea penitenza, ma nella maniera che gli pareva più convenevole alla sua portala. Non così fu dappoiché uscirono i Canoni Penitenziali di Teodoro, che tassavano la penitenza determinata per ogni peccato. Era insoffribile un tal rigore: bisognava trovar temperamento; e però molto verisimile è che lo stesso Teodoro ammettesse la redenzion de’ peccati, ed imitasse Giovanni Digiunatore, che in Grecia prima di lui l’avea ammessa. Certamente non pare assai sussistente il ridurre, come fa il Morino, l’introduzione di tale usanza. Anche Beda, quasi contemporaneo di Teodoro, nel suo Trattato de Remediis Peccatorum, insegna la maniera di redimere i peccati. Quel che è certo, s’introdussero pochi anni dopo la morte di Teodoro alcune novità, delle quali si parla nel canone 26 del Concilio Cloveshoviense, celebrato da San Bonifazio arcivescovo di Magonza nell’anno 747 in Germania. Quivi si legge: Sicuti nova adinventio, juxta placitum scilicet propriae voluntatis suae, nunc plurimis periculosa consuetudo est, non sit Eleemosyna porrecta ad minuendam vel ad mutandam satisfactionem per jejunium, et reliqua expiationis opera, a Sacerdote Dei pro suis criminibus jure canonico indictam. Ora il Concilio loda quest’uso della limosina, esortando nondimeno di non lasciar la carne senza gastigo. Nel seguente canone aggiugne, avere alcuni inventato di redimere i peccati con far recitare o cantare da altri de’ Salmi, delle orazioni, ec.; il che si dee ben notare. Però da questo Concilio abbiamo che ben presto si trovò maniera di temperare la severità de’ Canoni di Teodoro, col sostituire al digiuno l’uso della limosina. E finché durò l’uso di dispensar tali limosine a’ poveri, lodevolissima al certo era una tal redenzione. Ma col tempo i cherici e monaci cominciarono a tirare in lor profitto queste redenzioni, e giunsero a tanto, che alle lor sole chiese e monisterj si applicò quasi tutto il frutto delle penitenze e della pietà de’ Fedeli. Tale appunto sarà il principale oggetto di questo argomento, con dimostrare che tutte le penitenze in fine furono permutate in multe pecuniarie, o di beni stabili, ch’essi Ecclesiastici ordinariamente non si lasciavano scappar dalle mani. Possono far fede di ciò gli antichi Penitenziali raccolti dal P. Morino, dal P. Martene, e quei di Beda, Reginone, ec. Ma perché quegli Eruditi ci han dato solamente quei delle Gallie, ne ho ancor io prodotto due ricavati dalle Biblioteche Italiane. Cioè il primo tratto da un antichissimo codice MSto del Capitolo de’ Canonici di Verona, e a me comunicato dal sig. 2061 Arciprete di Santa Cecilia Bartolomeo Campagnola amico mio. L’altro da due codici MSti del già insigne archivio del Monistero di Bobbio, di lunga mano più copioso dell’altro. Da questi apparisce, in qual maniera una volta si riconciliassero in Italia i penitenti, e che colla limosina ordinariamente si redimevano i digiuni.

Ma a chi toccavano per lo più queste rugiade, e quanta esser dovesse la limosina, andiamo a cercarlo. Nel Penitenziale di Bobbio si legge: Si quis forte non potuerit jejunare, et habuerit (cioè danaro e facoltà) inde dare ad redimendum se poterit. Si dives fuerit, pro uno anno det solidos XXVI. Si vero pauper fuerit, det solidos III. Neminem vero conturbet, quia jussimus dare XXVI solidos, aut minus, quia facilius est diviti dare XXVI solidos, quam pauperi dare solidos III. Attendat namque unusquisque, cui dare debeat sive pro redemtione captivorum, sive super sancto altari, sive pauperibus. Poco differente dal rito degl’Italiani era quello degli altri popoli. Curiosa cosa è il leggere nel Trattato di Beda de Remediis peccator. — Qui non potest sic agere poenitentiam, in primo anno eroget eleemosyna, solidos XXIII pro uno anno; XXII solidos pro secundo anno; pro tertio anno XVIII solidos, qui sunt LXIII solidi. Era questa una considerabil somma di danaro in que’ tempi; potevasi con essa comperare un bel podere. Più rigorosa era anche la tassa prescritta ne’ Penitenziali di Reginone e di Burcardo, perché ivi si legge: Si quis forte non potuerit jejunare, et habuerit unde possit redimere, si dives fuerit, pro septem hebdomadis det solidos XX. Si non habuerit tantum, unde dare possit, det solidos X. Si autem multum pauper fuerit, det solidos III. Aggiungasi, che si facea allora passar per peccato ciò che non è se non consiglio nella Chiesa di Dio. Udite Burcardo nel lib. XIX cap. 76: Qui in Quadragesima ante Pascha cognoverit uxorem suam, et noluerit abstinere ab ea, uno anno poeniteat, aut pretium suum, videlicet XXVI solidos, ad Ecclesiam tribuat, ec. Dura pensione era 2062 ben questa. Ora qui convien notare quel ad Ecclesiam tribuat. Vero è che si potea impiegare il danaro della redenzione in sollievo de’ poveri, o in riscattare gli schiavi; ma per disgrazia questo andava a finire nelle chiese e ne’ monisterj, passando i monaci anche per poveri. Fra i Canoni attribuiti a Teodoro Cantuariense appresso il Petito si legge: Sed attendat unusquisque, cui dare debeat, sive pro redemtione captivorum, sive super sanctum altare, seu servis Dei, aut pauperibus in eleemosynam. Contuttociò dipendendo i penitenti dal consiglio degli Ecclesiastici, si può senza temerità asserire che in lor pro s’impiegassero le redenzioni, essendo pur troppo tutti, senza eccettuarne le persone di Chiesa, sottoposti non poco alle suggestioni dell’interesse. Inventarono in oltre gli Ecclesiastici il redimere il digiuno anche colle Messe: provento riserbato ad essi soli. Burcardo ed Ivone scrivono: Item qui jejunare non potest, roget Presbyterum, aut Missam cantet pro eo, et tunc ipse adsit, et audiat. Abbiamo lo stesso da Reginone, di cui sono le seguenti parole: Cantatio unius Missae potest redimere duodecim dies. Decem Missae quatuor menses. Viginti Missae IX menses. Vien ciò confermato dal Penitenziale di Bobbio, dove si legge: Qui jejunare non potest, eligat Sacerdotem justum, vel Monachum, qui verus Monachus sit, et secundum Regulam vivat, qui pro se hoc adimpleat, et de suo justo pretio hoc redimat. Si notino queste ultime parole, perché il monaco si dovea pagare. Seguitano queste altre: Cantatio enim unius Missae specialis potest duodecim dies redimere. Decem Missae tres menses possunt redimere. Viginti Missae octo menses. Triginta Missae duodecim menses possunt redimere. Ed ecco come anche per questa via pervenivano agli Ecclesiastici le redenzioni.

Qualora dunque si presentava al sacerdote una persona penitente, possiamo immaginare ch’egli tenendo carta, penna e calamaio, notasse ad una ad una le colpe colla pena e redenzione occorrente. Abbiam veduto cosa costasse un anno. La somma potea andar ben lontano. Come acconciar la partita quando non v’era danaro? e questo bene spesso mancava. Si suppliva coi beni stabili per chi ne possedeva. Altri poi facevano massa di penitenze; e questa tanto più andava crescendo, quanto più differivano da un anno all’altro la soddisfazione. Per conseguente erano essi stimolati dalla coscienza e dai Confessori a donare tanto più alle chiese e ai monisterj: il che si soleva fare in vita, o alla più lunga prima di passare all’altra. E a questo ripiego spezialmente si applicavano i facoltosi, a’ quali premeva il grande interesse dell’anima propria. Imperocché, convien ripeterlo, troppo difficilmente si accomodava al digiuno chi potea redimerlo. Odasi San Pier Damiano, che nel secolo XI così scriveva nell’epistola XV del lib. I: Dum afflictio carnis a cunctis poenitentibus paene respuitur, in praefigendis poenitudinum judiciis vigor Canonum funditus enervatur. Quis enim secularium ferat, si vel triduo per hebdomadam jejunare praecipias? Da questo fonte adunque principalmente provenne quell’immensa ed incredibil copia di beni stabili che dallo stato de’ secolari passò in quello degli Ecclesiastici, e de’ quali si truova memoria nelle tante pergamene degli archivj antichi delle chiese e de’ monisterj, benché essa sia la minor parte, essendo perduta un’immensità d’altre carte. Però in quasi tutte le donazioni fatte ai luoghi sacri s’incontra alcuna delle seguenti formole: Pro remissione peccatorum; Pro mercede; Ad mercedis augmentum; Pro remedio, o redemtione animae meae, ed altre simili. Né solamente donavano i Fedeli de’ poderi, ma delle corti e ville intere e delle castella. Ho io divulgato in quest’Opera assaissimi documenti testimonj di tal uso; e qui ho prodotto una donazione fatta nell’anno 1004 da Gerardo conte, figlio di Gerardo, qui fuit similiter Comes, e da Guilla sua moglie, al Monistero di Santa Maria, situato nel Castello Sereno, territorio di Volterra, propter remedium animae meae, et animae suprascriptae Guillae, et parentum nostrorum, deque remissione omnium peccatorum nostrorum. Lascia al sacro luogo una gran quantità di corti e castella, poste infra Comitatu et territorio Voliterrensis, et Lucensis, et Populoniensis, et Rossellensis; et infra Comitatu et territorio Orbivieto; et infra Comitatu et territorio, quod dicitur Toscana; et infra Comitatu et territorio Castro; seu per aliis Comitatis, ec. Di più non ne aggiungo. Ma qui finalmente mi vien chiedendo più d’uno: In qual parte del mondo si son ritirati i Canoni Penitenziali, che più non se ne sente parlare? E come un rito sì strepitoso di disciplina ecclesiastica, mantenuto per più secoli nella Chiesa di Dio, sia totalmente estinto. — Potrebbe cadere in mente ad alcuno, che in fine svegliatosi lo zelo de’ migliori dell’uno e dell’altro Clero, avesse ben avvertito il gravissimo abuso che fatto s’era fin allora de’ Canoni Penitenziali, avendo ridotto quasi tutta la maniera di ottenere da Dio il perdono de’ peccati e delle penitenze al donar beni ai sacri luoghi, avesse abolito essi Canoni. E tanto più, perché tale invenzion di rigori nella penitenza era una novità; né i più felici secoli della Chiesa, cioè i primi cinque o sei, l’aveano conosciuta, non che praticata. Ma non così andò la faccenda. Pensate se il Clero, in cui pro cotanto si rivolgevano i Canoni suddetti, né conosceva la deformità prodotta dall’interesse e dall’avidità sua, era mai per dismettere e rigettare quel punto sì lucroso di disciplina. Dirò, dunque in poche parole, che l’uso delle sacre Indulgenze a poco a poco fece decadere e in fine mandò in oblio i Libri Penitenziali. Fin dal principio della Chiesa fu in potere de’ Vescovi, e spezialmente de’ Romani Pontefici lo sminuire o rilasciare affatto le penitenze de’ peccati: autorità ingenita al sacro lor ministero. E questa Indulgenza allora essi l’esercitavano, che tempi calamitosi occorrevano, o l’impotenza, le infirmità, la povertà, ed altre giuste cagioni la richiedevano o consigliavano. D’essa noi troviamo esem- 2065 pi presso i Padri e Concilj, ma spezialmente nelle Epistole del santo vescovo e martire Cipriano. Io non dubito punto che ne’ tempi ancora ne’ quali erano in maggior vigore i Canoni Penitenziali, sovente si concedessero di simili Indulgenze da’ sacri Pastori a misura de’ bisogni pubblici o particolari. Nulladimeno il secolo undecimo quel fu che cominciò ad aprire una strada più larga ad esse Indulgenze. Racconta Leone Ostiense nel lib. III, cap. 71 della Cronica Casinense, che nell’anno 1087 Vittore III papa raunò un poderoso esercito da tutte le parti d’Italia, inviandolo sub remissione peccatorum omnium contro un’armata di masnadieri Infedeli, de’ quali riportò un’insigne vittoria. Commosso dal quale esempio Urbano II pontefice, predicò poscia la memorabile spedizione de’ Cristiani in Oriente per la liberazione della Terra Santa, allorché presedeva al Concilio di Chiaramonte nell’anno 1096, dove determinò che iter illud pro omni poenitentia si dovesse contare. Cioè che chiunque presa la croce fosse ito in Levante a militare contra de’ Saraceni, goderebbe l’Indulgenza e remissione di tutte le pene penitenziali, nelle quali era incorso fino allora. Si slargò poi anche più tal grazia, perché si concedeva a coloro ancora che non potendo o volendo andare, contribuivano tanto danaro, quanto sarebbe costato presso a poco il viaggio. Un grande incentivo a’ Fedeli era questa liberalità della Chiesa per passare oltramare. E la medesima fu poi dilatata anche per coloro che andassero in Ispagna a portar l’armi contro i Saraceni. Durarono le Crociate in Oriente per quasi due secoli.

Oltre a ciò dopo il mille (fors’anche prima) cominciarono i Sommi Pontefici e i Vescovi, allorché si faceva qualche dedicazion d’una chiesa, a rimettere ai popoli concorrenti una parte, tenue nondimeno, delle penitenze. Né qui si fermò il corso di tali Indulgenze. Copiose si distribuirono a chi visitava il tempio di Compostella, o altri templi di gran devozione, o militavano contro i Pagani ed Eretici, o s’impiegavano in altre opere singolari di religione o carità cristiana. Certamente sul principio non si concedevano se non Indulgenze di pochi giorni et anni, riserbando le plenarie alle sole Crociate. Siccome consta da un breve di papa Alessandro III dell’anno 1177, egli concede Indulgenza di venti giorni a chiunque visiterà la chiesa di Santa Maria della Carità in Venezia. Ma a buon conto essa era perpetua, e perpetue si cominciarono a concedere altre Indulgenze. Da che dunque fu rotta la siepe, e si gustò il piacere di veder rimesse le penitenze canoniche per questa facile via, senza dover più ricorrere alla borsa e agli stabili; la gente si diede a richiedere più ampie Indulgenze, e trovò in questa parte molto liberali i Vescovi e i Sommi Pontefici, i quali si riserbarono in fine il diritto di concederle, Ma per conto delle Indulgenze plenarie, questo furono rarissime, e solamente accordate per de’ gagliardi motivi, come poco fa dicemmo. Però allorché Bonifazio VIII papa nell’anno 1300 per la prima volta pubblicò il Giubileo Romano, per cui a chiunque visitava le principali chiese di Roma si concedeva la remissione di tutti i peccati, si commossero tutti i Regni della Cristianità Occidentale al suono di così grande Indulgenza, per ottener la quale non occorreva andare alla guerra, ma bastava il solo viaggio di Roma. Il perché innumerabil fu la gente che colà concorse, e le strade regali parevano una continua fiera: tanta era la folla de’ pellegrini. Attesta Giovanni Villani storico, ito anch’egli per questa divozione a Roma, che non vi fu giorno in cui quivi non si contassero oltre al popolo Romano dugento mila di pellegrini. Appresso aggiugne: E dell’offerta fatta per li pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa; e’ Romani per le loro derrate furono tutti ricchi. Il che vien confermato da altri Storici, e spezialmente da Guglielmo Ventura da Asti, che parimente si condusse a Roma per acquistare sì rara Indulgenza. Così egli scrive nella Cronica da me data alla luce nel tomo XI Rer. Ital. Exiens de Roma in vigilia Nativitatis Christi, vidi turbam magnam quam dinumerare nemo poterat. Et fama erat inter Romanos, quod ibi fuerunt viginti centum millia virorum et mulierum. Pluries ego vidi ibi tam viros, quam mulieres, conculcatos sub pedibus aliorum. Et etiam egomet in eodem periculo plures vices evasi. Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem recepit, quia die ac nocte duo Clerici stabant ad altare Sancti Petri, tenentes in eorum manibus rastellos rastellantes pecuniam infinitam. Così anche nell’anno 1350 innumerabil fu il concorso de’ popoli al secondo Giubileo, come osservò Matteo Villani. Gran profitto ne trassero le chiese, molto più i Romani, che in lor pro convertirono quel gran movimento di Religione. Oggidì son meglio regolate e moderate le cose, allorché vien l’Anno santo.

Fin dove sia giunta l’abbondanza delle Indulgenze, e Indulgenze plenarie, niuno ha bisogno ch’io gliel ricordi. E non si vuol già dissimulare, esserci non poca gente pia che mal soffre tanto eccesso di grazie; perciocché a cagion di esse non si è solamente estenuata, ma quasi affatto estinta la disciplina antica della penitenza; anzi alle persone peccanti si è di troppo lasciata la briglia, e quasi fatto animo a peccare, per la facilità di scontare con sì facili e lievi penitenze i loro delitti. In fatti dai Padri del Concilio di Trento nella Sess. 25, cap. 21, tit. de Indulgent. fu ordinato che si procedesse con gran moderazione in dispensar le Indulgenze: il che da alcuni Sommi Pontefici è stato eseguito. Ma chi si lagna della soverchia piacevolezza de’ tempi nostri nell’uso della penitenza, e bramerebbe richiamati gli antichi disusati Canoni Penitenziali, osservi di grazia a quanto più grave censura fossero sottoposti, non per sé stessi, ma per l’abuso che se ne facea, i Canoni suddetti. Imperocché introdotta la redenzion de’ peccati, o sia delle penitenze, e questa sul principio necessario fu l’introdurla, non potendo i Fedeli reggere a tanto rigore, tutto il maneggio del sacramento della Penitenza a poco a poco si ridusse a redimere con danari e stabili tutti i peccati, e ad accrescere continuamente le ricchezze dell’uno e dell’altro Clero. Cioè si aprì una larga porta all’avarizia, o vogliam dire interesse, vizio e peste cotanto detestata dai sacri Canoni e da’ Santi Padri negli Ecclesiastici. Però senza fallo è dovuta gran lode alla disciplina de’ postremi secoli, e massimamente del nostro, per cui s’è levata dal sacramento della Penitenza e dall’uso delle Indulgenze ogni occasione e fin l’ombra di un turpe lucro. Certamente è da desiderare co’ suddetti Padri del Concilio di Trento, che almeno pro qualitate criminum et poenitentium facilitate, salutares et convenientes satisfactiones injungantur, ne si forte Sacerdotes Domini peccatis conniveant, et indulgentius cum poenitentibus agant, levissima quaedam opera pro gravissimis delitctis injungendo, alienorum peccatorum participes efficiantur. Spezialmente poi si dee bramare che per li gravissimi peccati pubblici si risvegliasse in qualche forma alquanto del rigore antico, come anche raccomandò il sacro Concilio di Trento. Tornerebbe pure in utilità della Chiesa che sì fatti rei si sottomettessero alla pubblica penitenza per loro salutevol correzione, e per esempio agli altri. Ma di questo non più. Per far conoscere a quanto ascendesse una volta l’opulenza delle chiese e de’ monisterj, principalmente provenuta dall’uso o abuso de’ Canoni Penitenziali, ho io qui pubblicato un estratto delle facoltà e carte di due rinomatissimi monisteri, cioè di Subbiaco e della Cava.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011