Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXVII

Delle maniere colle quali anticamente le Chiese, i Canonici,

i Monisterj, ed altre Università Religiose acquistarono

o si procacciarono gran copia di ricchezze e comodi terreni.

Non mancano a’ tempi nostri persone, le quali con occhi curiosi misurando lo stato presente della Repubblica Ecclesiastica, e trovando tanti beni passati nelle chiese, esclamano, tornar ciò in evidente danno della Repubblica secolare, persuadendosi facilmente che molto diversa fosse la condizione de’ vecchi secoli, e molto inferiore l’opulenza delle chiese antiche. Ma che altramente passasse questo affare negli stessi secoli rozzi e barbarici, tutte le antiche memorie lo pruovano. Imperciocché ci furono tempi ne’ quali senza comparazione colavano e si ritrovavano più ricchezze ne’ sacri templi, monasterj e collegj sacri. Né solamente possedeva l’uno e l’altro Clero fondi e stabili quasi innumerabili, ma anche ampj dominj, castella, terre e città. Ora niuno sa meglio quanto si stendesse una volta la copia de’ beni e delle ricchezze degli Ecclesiastici, quanto chi ha potuto visitar gli archivj antichi delle chiese. Benché che dico io? Anche senza consultar le vecchie carte, basta il considerare in alcuni paesi l’immensa copia de’ livelli, a’ quali son sottoposte le terre, con riconoscere il diretto dominio o del Vescovato, o de’ monisterj e d’altri luoghi. Così era una volta quasi dappertutto; ma le guerre e i popoli poco scrupolosi ruppero questi legami nella maggior parte dell’Italia. Io tratterò in un’altra Dissertazione della potenza che anticamente godevano i Vescovi, gli Abbati ed altre Congregazioni Ecclesiastiche; e poscia farò vedere come da tanta grandezza vennero declinando. Prendo ora a mostrar le varie maniere per le quali sì gran copia di beni ne’ secoli antichi pervenne alle mani degli Ecclesiastici.

È assai noto che fin da’ primi tempi della fondata Religion Cristiana si usavano le oblazioni e limosine de’ Fedeli, affinché con esse si alimentassero i ministri dell’altare, con dispensare il soprapiù ai poveri. Questa provvisione, oltre all’essere conforme al diritto naturale, si vede anche ordinata dalla voce del Salvatore, e suo apostolo Paolo: Dignus est enim operarius mercede sua; neque os bovi trituranti obstruendum. Ma dappoiché sotto Costantino Magno fu data la pace alla Chiesa, allora maggiormente si accese il pio fervore de’ Cristiani per alzar templi a Dio, e per accrescere il numero del Clero, affinché il culto divino si propagasse, e la divozione del popolo sempre più andasse crescendo. Però alle stesse chiese e ministri d’esse fu costituita la convenevol dote di buone rendite; e volentieri da’ Fedeli pel vitto de’ cherici, per la manutenzione de’ templi e per l’ornamento de’ sacri misterj si contribuivano decime, primizie ed oblazioni. Anzi le persone o viventi donavano o lasciavano per testamento case ed altri fondi, che passavano in dominio de’ sacri templi. Sicché il primo erario, per così dire, de’ ministri di Dio (intendo dei necessarj) era costituito nel diritto naturale, essendo troppo giusto che il popolo mantenesse chi per loro faticava nell’amministrazione de’ sacramenti. Il perché dai Concilj e Padri fu decretato che si pagassero le decime alle chiese, onde si provvedesse all’alimento de’ Vescovi, parrochi, ed altri necessarj ministri. Il secondo erario fu fondato nelle spontanee oblazioni de’ Fedeli, i quali o alzavano e dotavano nuovi templi, o ai già fabbricati conferivano nuovi doni e rendite di stabili, per maggiore ornamento de’ sacri luoghi, accrescimento di decoro ai divini misterj, di comodo ai ministri delle chiese, e di aiuto ai poveri. Però dopo la pace della Chiesa avendo Costantino nell’anno 321 con sua legge permesso di donar fondi alle case del Signore, cominciarono a colare in esse le intere eredità, pingui legati ed altri doni della pia munificenza de’ Fedeli, siccome ancora a fabbricarsi un po’ più tardi dei monisterj di monaci e monache: dal che venne ad amplificarsi il patrimonio del Clero.

In terzo luogo a maggiormente dilatarlo contribuì una assai comune consuetudine; cioè che i ricchi dando un calcio al secolo, e abbracciando l’ecclesiastica milizia o ne’ monisterj o ne’ collegj de’ Canonici, o nell’uffizio di Parrochi, non solamente sé stessi, ma anche tutti i lor beni di fortuna dedicavano a Dio. Ed altri ascritti a qualche chiesa, ritenendo l’usufrutto de’ lor beni vita durante, la istituivano poi ne’ testamenti erede di parte di essi, o di tutto. Fin dell’anno 434 gl’Imperadori Teodosio iuniore e Valentiniano III pubblicarono la seguente legge, rapportata dal Codice Teodosiano, tit. 3, lib. V, per cui si dichiara che morendo i cherici senza legittimi eredi, la chiesa, a cui s’erano assuggettati, ereditava le lor facoltà. Si quis Episcopus, aut Presbyter, aut Diaconus, aut Diaconissa, aut Subdiaconus, vel Clericus, aut Monachus, aut mulier, quae solitariae vitae dedita est (cioè monaca) nullo condito testamento decesserit, nec ei parentes utriusque sexus, vel liberi, ec., exstiterint, bona, quae ad eum pertinuerint, sacrosanctae Ecclesiae, vel Monasterio, cui fuerat destinatus, omnifariam socientur. Però nulla è da meravigliarsi, se il popolo, il Clero, i monaci e le monache cotanto si studiassero di tirare al Vescovato, al monistero e ad altri ufizj della chiesa le persone più facoltose, per isperanza de’ frutti che ne potevano ridondare all’erario ecclesiastico. Merita qui di essere rammentato un avvenimento che suscitò molte querele fra Santo Agostino e Piniano, Albina e Melania, nobilissimi e ricchi cittadini Romani, e di cui molto parlai nel tomo I de’ miei Anecdoti Latini. Eransi questi circa l’anno di Cristo 411 portati ad Ippona per visitare Agostino, quand’ecco secondo l’uso o abuso di que’ tempi, commossa la plebe, quasi forzò Piniano a prendere il Presbiterato: alla qual violenza, per interposizione del vescovo Agostino, gli riuscì di sottrarsi. Non sì tosto fu egli ridotto in luogo libero e sicuro, che molto si lamentò di Agostino e della plebe d’Ippona per sì fatta violenza, quasi cupiditate pecuniae, non dilectione iustitiae, servos Dei vellet retinere; ed avesse data a conoscere cupiditatem suam, se non Clericatus, sed pecuniae caussa, hominem divitem, atque hujusmodi pecuniae contemtorem et largitorem, apud se tenere voluerit. Il perché Santo Agostino con sue lettera ad Alipio vescovo di Tagasta, ora 125, già 224, e con altra 126, già 225, ad Albina, non lasciò indietro ragione alcuna per iscusare la frenesia del popolo e giustificare sé stesso. Ma con più moderazione ed accortezza si solevano tirar le persone facoltose agl’impieghi ecclesiastici e al chiostro; e ciò particolarmente succedeva negli Oblati de’ monisterj. Carlo Magno solamente ordinò nella legge CXXXVII delle Longobardiche: Ut unusquisque Presbjter res, quas post diem consecrationis adquisierit proprias, Ecclesiae relinquat. Ciò non ostante uso frequente fu che nell’ingresso de’ ministeri di chiesa e de’ chiostri le persone offerivano i lor beni al sacro luogo; ed appena al chiostro passava alcun fanciullo, che i genitori non facessero qualche oblazione di stabili a quel monistero. Ne ho io recato per esempio una carta forse scritta nell’anno 765, dove Eufemia madre offerendo per oblato Giovanni fanciullo suo figlio a Giovanni abbate del Monistero Napoletano de’ Santi Severino e Sossio, assegna a quel luogo religioso la porzione de’ beni che ad esso lui appartenevano. Altri esempli di beni passati per questa via nelle chiese, si possono leggere nelle Dissertazioni LXII e LXV. Nell’archivio dell’Arcivescovato di Lucca vidi una carta scritta anno IV Domni nostri Ratchis viro excellentissimo Rege, indictione III, cioè nell’anno 749, o 750, perché non notai il giorno e mese. Quivi Teupertus V. D. alla chiesa di Santa Maria di Sesto, e al suo Rettore Bonualdo, una cum consensu genitorum suorum, se ac bona sua offert ad serviendum ibi Deo. In altra carta, scritta ne’ tempi del re Liutprando, Ansfridus V. V. Clericus promette di servire Beato sancto Laurentio et Sancto Valentino de Vaccule tutti i giorni di sua vita; e perciò al sacro luogo offerisce omnia sua bona, servos et ancillas, riserbandosene solamente l’usufrutto, finché avrà vita. Tralascio altri esempli di chi entrava in monistero.

Ma perché non doveano mancar persone alle quali pareva che gli Abbati ed altri sacri ministri attendessero troppo all’interesse, ho prodotto un Rito de’ Benedettini di Monte Casino nel ricevere i novizzi, dove fra l’altre cose si leggono le seguenti parole: Tunc debet illi dicere Abba: Ecce Frater, si vis Deo onnipotenti servire, vade, vende omnia tua, et da pauperibus, et veni sequere Christum. — Sed si ille dixerit, quia in hoc Monasterio volo tribuere; tunc dicat illi Abba: Frater, Deo adjuvante, nobis non est necessaria tua res, eo quod nostra indigentia habet unde suppleatur; sunt enim alii pauperiores nobis, aut etiam Monasteria, vel certe parentes tui forte plus sunt pauperes quam nos; et ideo melius est ut pro mercede illis tribuas, qui plus indigent, quam nobis. – Si autem illi dixerit, quia volo pro mercede animae meae magis in hoc Monasterio tribuere, quam alteri dare, tunc donare debet rem suam aut pauperibus, aut in Monasterium, ec. Ma gli altri monisterj non procedevano con questa cautela e delicatezza; né il P. Martene trattando de’ Riti Monastici ha recato alcun altro simile esempio. Oltre di che a nulla doveano servire le suddette proteste, e la roba toccava al monistero. Noi sappiamo dal Concilio Cabilonense II dell’anno 815 che l’arti dell’avarizia entravano in si fatte prede. Ivi si legge al cap. VII. Constituit sacer iste conventus, ut Episcopi, sive Abbates, qui non in fructum animarum, sed in avaritiam et turpe lucrum inhiantes, quoslibet homines illectos circumveniendo totonderunt, et res eorum tali persuasione non solum acceperunt, sed potius subripuerunt, poenitentiae canonicae subjaceant, ec. Quel che è più, aggiungono: Res namque, quae ab illectis et negligentibus datae, ab avaris et cupidis non solum acceptae, sed raptae noscuntur, heredibus reddantur, qui dementia parentum, et avaritia incentorum, exheredati esse noscuntur. Gloria è di Carlo Magno l’avere ispirata ai Vescovi una tal costanza e zelo. Veggansi finalmente negli Analetti del P. Mabillone le Lettere di Siberto priore di San Pantaleone, e di Rodolfo abbate di San Trudone, dove si leggono i seguenti versi:

Quando vult aliquis, ut fiat Coenobialis,

Ex omni, quod habet, partes aequas faciat tres:

Unam pauperibus det, et una domi teneatur;

Tertia debetur Sanctis, ad quos gradietur.

Hoc ego justitiam magis assero, quam simoniam.

Indizio è questo che alcuno allora tacciava di simonia l’assorbirsi da’ monisterj le facoltà di chiunque si facea monaco.

In quarto luogo, anche le chiese e i monisterj che abbondavano di facoltà, si procacciavano altri beni, comperandoli non meno di quel che facessero i secolari. Perché innumerabili esempli di tali acquisti si veggono nelle carte degli antichi archivj ecclesiastici, e nelle Croniche de’ monisterj, altra pruova non ho io creduto di addurre, che uno strumento tratto dall’archivio de’ Canonici Regolari di Pistoia, e spettante all’anno 812, in cui Guillerado vescovo di Pistoia vende molti beni ad Ildeperto abbate del Monistero Pistoiese di San Bartolomeo. Questo Vescovo è chiamato dall’Ughelli Vuiltretradus. Da ciò poi procedette che ne’ diplomi dei Re ed Imperadori si vede confermato ai sacri luoghi tutto quello che in addietro hanno acquistato, o in avvenire acquisteranno, ex emtione, traditione, comparatione, commutatione, ec. La qual verità ancorché non abbia bisogno di pruove, pure l’ho confermata con un diploma di Berengario I re d’Italia, il quale nell’anno 898 confermò tutti i suoi beni al Monistero Pavese di Santa Maria Teodota, oggidì della Posterla. Dell’anno 899 si truova altro suo privilegio in favore delle medesime sacre vergini. Delle Permute ancora di beni fatte dagli Ecclesiastici assaissimi esempli si traevano. Una sola ne ho io prodotto, fatta nell’anno 944 da Pietro abbate del Monistero Veronese di Santa Maria all’Organo.

In quinto luogo, non lieve accrescimento di sostanze venne alle chiese dalla pia industria di coloro che per esentarsi dalle pubbliche contribuzioni ed aggravj donavano il suo ai Vescovi, o alle Università Religiose, per riceverlo in appresso a livello. Imperciocché godendo essi Prelati, Abbati, Canonici, ed altre chiese di molte esenzioni e privilegi ottenuti dai Re ed Imperadori; le persone secolari, intente ai lor vantaggi, donavano i lor fondi ai potenti Ecclesiastici con patto segreto che gli stessi fossero loro conceduti con titolo enfiteutico o sia livellario, obbligandosi solamente di pagare un tenue annuo canone, o sia pensione, che mantenesse viva la memoria del dominio diretto, goduto dai sacri luoghi. Con questo ripiego l’accorta gente continuava a possedere e godere come prima i proprj beni, potendo anche tramandarli ai lor posteri, e intanto profittava dell’esenzione dagli oneri pubblici. Che se veniva a mancare la discendenza dell’enfiteuta, la chiesa allora prendeva il possesso de’ fondi livellati, e gli aggiugneva agli altri suoi proprj. Non pochi esempli di tal consuetudine ci vengono somministrati dalle pergamene de’ vecchi secoli, dalle Cronache monastiche, ed anche da’ libri stampati. Ma Pippino re d’Italia, o pure, come s’ha dalla mia edizione delle Leggi Longobardiche, Lottario I Augusto, più attento de’ suoi predecessori, osservata questa frode pregiudiciale allo stato politico, con suo editto obbligò da lì innanzi sì fatti beni alle pubbliche funzioni. Placuit nobis (dic’egli) ut liberi homines, qui non propter paupertatem, sed ad vitandam Reipublicae utilitatem, fraudulenter ac ingeniose res suas Ecclesiis delegant, easque denuo sub Censu utendas recipiunt, ut quousque ipsas res possident, hostem et reliquas functiones publicas faciant. Quod si jussa facere neglexerint, licentiam eos distringendi Comitibus permittimus per ipsas res, nostra non resistente emunitate (cioè non ostante l’immunità e privilegj da noi conceduti alle chiese), ut status et utilitas Regni hujusmodi adinventionibus non infirmetur. Ciò non ostante continuò la gente a donare alle chiese, e a riceverne a livello i proprj beni; perciocché quantunque con tal arte non si sottraesse ai pubblici aggravj, pure col patrocinio della chiesa difendeva i beni livellarj dalle unghie del Fisco e dalla violenza de’ Potenti. Assaissimi esempli di simili livelli si conservano tuttavia nel ricchissimo archivio del Capitolo de’ Canonici di Modena, da cui due soli ne ho estratto. Il primo è spettante all’anno 841, o 842, dove Lodoino gastaldo e Cristeberga giugali dicono: Petimus a vobis. Domno Jona gratia Dei Episcopus Sancte Ecclesie Mutinensis, ec., concedere nobis dignetis, ec., omnes res illas, quas ego qui supra Leodohino per cartula donationis pro remedio anime mee in Ecclesia Sancti Geminiani emisi, omnia in integrum, ec. L’altra carta è dell’anno 1006, in cui sono le seguenti parole: Et ideo in Dei nomine ego Warinus gratia Dei Episcopus Sancte Mutinensis Ecclesie per infyteocharia adque precario nomine concedo tibi Adelburga, ec., pecies quatuor de terra infra Castro, qui dicitur Nova, ec. Quas ipsas pecies de terra tu que supra Adelburga per cartulam offersionis pro tuam salvationem emisisti in me qui supra Warinus Episcopus ad pars ipsius Ecclesie Sancti Geminiani, ec. E che lo stesso si praticasse in altri luoghi, l’ho dimostrato con altra carta dell’anno 1000, in cui i Canonici di Siena concedono a livello due case a chi loro le avea donate.

Veggansi ancora le Formole di Marcolfo, e le aggiunte dal Lindebrogio, dove quasi tutte quelle Precarie, o Prestarie, presentano qualche fondo donato alla chiesa, e poi ricevuto in livello, o pure in sua vece qualche altro stabile della medesima chiesa con lo stesso titolo. Questo fu poi una delle principali cagioni per le quali le chiese più potenti sempre più andavano amplificando la massa de’ lor beni e la loro opulenza. Imperciocché quanto più grande era la potenza e più ampj i privilegj d’esse chiese, tanto più facilmente le persone mettevano sotto la lor protezione gli stabili proprj. E però troviamo colata in mano de’ Vescovi ed Arcivescovi, o sia delle lor chiese, e insieme de’ monisterj più cospicui, tanta copia di beni, perché questi aveano più forza per proteggere i lor clienti, sudditi e livellarj nelle contingenze. E similmente di qua provenne che le chiese e i monisterj in tanti diversi Contadi, o sia Gomitati, ed anche assai remoti, possedessero chiese, corti, ed altri beni. Perciocché questi donanti offerendo i loro stabili ai luoghi sacri lontani, speravano di non essere molestati da sì remoti padroni, e di non restare per questo di godere del lor patrocinio. Due giudicati della contessa Matilda dell’anno 1105, da me prodotti, fanno conoscere che il Monistero di Monte Casino possedeva fondi nel distretto di Reggio; e ne abbiamo innumerabili altri esempli. Truovansi persone poco pratiche de’ riti antichi, le quali oggidì si meravigliano al veder che i secolari posseggano grossi poderi spettanti al diretto dominio delle chiese. Quanto s’è detto finora, servirà loro per formare da qui innanzi un più adeguato giudizio.

In sesto luogo, fu spezialmente nel secolo XI un’altra maniera di aggiugnere ai proprj i beni altrui. Veramente di tal uso si truova memoria nel canone XXII del Concilio Meldense, tenuto l’anno 845. Quivi è ordinato ut precariae a nemine de rebus Ecclesiasticis fieri praesumantur, nisi quantum de qualitate convenienti datur ex proprio, duplum accipatur ex rebus Ecclesiae, in suo tantum qui dederit nomine, si res proprias et Ecclesiasticas usufructuario tenere voluerit. Cioè donava un secolare uno o più fondi, ed anche corti e castella alla chiesa, con riserbarsene l’usufrutto durante la vita sua, od ancora de’ suoi figli e nipoti. Patto si faceva che il luogo sacro assegnasse a questo donatore una porzione superiore di valuta de’ proprj beni, e che anche di questi potesse godere l’usufrutto. Terminata la vita di tal uomo, o pure de’ figli e nipoti, la chiesa o il monistero andava al possesso di quelle due porzioni di beni, restandone libero padrone da lì innanzi. Parlano di questo anche altri Concilj. Certamente non era permesso alle chiese il livellare i proprj beni, se non riceveva in dono dal secolare tanta parte de’ fondi suoi, che valesse almeno la metà degli ecclesiastici. Ma che questa fosse una pericolosa sorta di contratto, farò vederlo nella Dissertazione LXXII. Per altro di simili contratti se ne truovano molti esempli nelle carte dell’archivio de’ Canonici di Modena, ed uno spezialmente assai riguardevole lo rapportai nella Dissertazione I. Uno ancora ne ho prodotto, estratto dall’archivio Estense, la cui carta fu scritta nell’anno 1062. Quivi Hugo Comes filius quondam Hugonis Marchionis dona al Vescovato di Ferrara tutto ciò che gli era toccato de haereditate quondam Almerici tam in Comitatu Ferrariense, quam in Gavellense. E nello stesso giorno Rolando vescovo di Ferrara gli concede a livello tanto esse terre, quanto molte altre della sua chiesa. Un’altra carta dell’anno 1043 ci fa vedere Alberto de Bajoaria, nobile Modenese di famiglia da gran tempo estinta, il quale riceve a livello parecchi beni da Rodolfo abbate di Nonantola, con donarne a lui molti altri dopo avere ottenuta licenza da Bonifazio marchese padre della contessa Matilda, siccome suo vassallo.

In settimo luogo, già dicemmo che sin sotto Costantino Magno cominciarono le chiese a raccogliere delle intere eredità e de’ pingui legati dai pii testatori. Aggiungo ora, che sotto i Re Longobardi, i quali pure si veggono tanto disprezzati e detestati da certe persone, fu ampliata la facoltà di testare in favore de’ luoghi pii. Oltre alla legge VI, lib. I del re Liutprando: Si quis Langobardus, ut habet, dove a ciascuno si concede la libertà pro anima sua judicandi de rebus suis, v’ha un’altra legge, cioè Hoc prospeximus, libro IV, cap. I, in cui è proibito a chicchessia di alienare i proprj beni, se non avrà compiuto l’anno diciottesimo; ma con aggiugnere: Si cuicumque ante ipsos decem et octo annos evenerit aegritudo, et se viderit ad mortis periculum tendere, habeat licentiam de rebus suis pro anima sua in sanctis Loci caussa pietatis, vel in Xenodochio, judicare quod voluerit; et quod judicaverit, stabile debeat permanere. Di qui avvenne che poscia nel Regno Longobardico anche i fanciulli poterono lasciare la roba loro ai luoghi sacri; e si può ben credere che i cherici e monaci si studiassero di profittare della benignità del Legislatore, e della tenera età d’essi fanciulli. Eccone un esempio ricavato dall’archivio dell’Arcivescovato di Lucca, cioè una carta dell’anno 794, nella quale Adaldus infantulus gravemente malato, dopo aver citata la legge suddetta, lascia alla chiesa di San Martino, cioè alla Cattedrale di Lucca, molti beni pro redemtione anime mee. Un altro esempio mi fu somministrato dall’archivio del Monistero della Cava, appartenente all’anno 1000. Quivi si legge: Ideoque ego infantulus infra aetate nomine Guaiferio Comes, filius quondam Landoarii Comitis, infermo lascia pro anima mea, una quantità di beni alla chiesa di Santa Maria di Salerno. Altra carta vidi nell’archivio Lucchese, in cui Hubertus infantulus, ex genere Saracenorum, correndo l’anno 1018, malato, offre alcuni stabili alla chiesa. Né solamente i pii fanciulli donavano case e poderi ai sacri luoghi, ma anche talvolta delle castella, come consta da un diploma di Arrigo IV re con cui conferma al celebre Monistero di San Zenone di Verona nell’anno 1090 varie castella, fra’ quali nomina Castrum, quod dicitur Capavum, quod a puero Uberto pro remedio animae suae, suorumque parentum, Monasterio Sancti Zenonis judicatum atque traditum esse cognoscitur.

In ottavo luogo, costume fu de’ vecchi secoli, che qualor soprastava qualche guerra, doveano accorrere all’esercito tutti gli uomini atti all’armi. Anzi i Re Franchi, quando dominarono in Italia, talvolta facevano passar nella Gallia e Germania queste truppe. Allora gl’incerti avvenimenti della guerra, e il bisogno della protezion di Dio, e le pie esortazioni degli Ecclesiastici movevano la buona gente a far testamento, e se non aveano figli, a lasciar tutto il suo ai sacri luoghi, caso che morissero nella spedizione. Sono anche nominate in una legge Longobardica di Carlo Magno Traditiones in hoste factae ad Casam Dei. Da una carta dell’archivio Lucchese, non so se scritta l’anno 755, si scorge che dovea essere guerra fra Astolfo re de’ Longobardi e Pippino re di Francia. Però Guiprando cittadino Lucchese, quia in exercito ad Francia tesutus sum ambulandum, in caso di sua morte, dona tutto il suo avere alla chiesa di San Frigidiano, o sia Fridiano.

Nono, oggidì il costume è che i Fedeli lasciano beni alle chiese ne’ lor testamenti, che si possono ritrattare, o annullare con altra dichiarazione dell’ultima lor volontà. Non così praticavano gli antichi. Il solito era che ne’ testamenti attualmente donavano ai luoghi sacri, con riserbarsene solamente l’usufrutto, lor vita naturale durante: talché la chiesa ne acquistava tosto il dominio, senza che il donatore potesse pentirsene, e far altra disposizione. E perciocché s’era introdotto che alcuni ne disponevano poi altrimenti, Carlo Magno alla richiesta del Clero pubblicò la legge LXXVIII fra le Longobardiche colle seguenti parole: Si quis Langobardus, statum, ec. Postquam unam de rebus suis traditionem fecerit, aliam de ipsis rebus faciendi nullam habeat potestatem. Ita tamen, si usumfructum voluerit habere precariam, res traditas usque in tempus definitum possidendi sit concessa facultas. Innumerabili son le carte negli archivi comprovanti tal consuetudine.

Decimo, invalse in alcune parti d’Italia, e fors’anche in tutte, un’opinione, che ognuno riconoscerà per un gran veicolo a sempre più arricchir le chiese e i monisterj. Cioè fu predicata e inculcata come un’efficacissima via di guadagnar la grazia di Dio in terra, e il suo beatissimo Regno nell’altra vita, la pia munificenza de’ Fedeli verso i luoghi sacri. Perciò così sovente s’incontra nelle vecchie carte la seguente formola comunemente usata dai Notai: Quisquis in sanctis ac venerabilibus locis ex suis aliquid contulerit rebus, juxta Auctoris vocem in hoc saeculo centuplum accipiet, insuper, et quod melius est, vitam possidebit aeternam. Fu usitatissima questa formola presso i Lombardi, e massimamente nel secolo X e ne’ susseguenti. Contuttociò noi la troviamo molto prima adoperata in una carta dell’anno 872 appartenente al Monistero di Casauria, che io produssi nella Parte II del tomo II Rer. Ital., pag. 934. Veggasi ancora una carta di Paolo vescovo di Reggio, scritta nell’anno 881, presso l’Ughelli, dove comparisce la formola stessa. La più antica nondimeno comparisce in una carta dell’anno 769, pubblicata dal chiariss. marchese Maffei alla pag. 375 della Verona Illustrata, dove si legge: Quidquid homo in loca venerabilia contulerit, centuplum accipiat, et insuper vitam hedernam possedevit. Cosa volessero significare i Notai col nome di Auctoris (talvolta ancora scrivevano Actoris) nol so determinare. Nell’ultime parole noi sentiamo la voce del Redentore; ma le prime nulla han che fare coll’insegnamento del divino Maestro; perché egli raccomandò ben vivamente la limosina verso i poveri, proponendone immensi premj, ma non mai parlò di donazioni da farsi ai templi, e molto meno ai soli templi. Pertanto si potrebbe sospettare che col nome di Auctoris si volesse una volta significare qualche pio scrittore che avesse proferita questa sentenza; quasiché lo stesso fosse che dire: Secondo il parere d’un Autore. Ma in un diploma di Lupo duca di Spoleti dell’anno 751, riferito alla pag. 339 della Parte II del tomo II Rer. Ital., si legge: Quia Auctor noster pro nostra salute suum sanguinem effudit; e però conosciamo che anche col nome di Auctoris fu una volta disegnato il divino nostro Redentore. Imbevuti adunque di tale opinione ne’ vecchi tempi i Fedeli, non è da stupire se facevano a gara per caricar di nuovi doni i sacri templi e i monisterj; e se all’udir tante lodi della limosina verso sanctis ac venerabilibus locis, ogni dì più crescesse la lor liberalità verso d’essi. Ma non si vuol già dissimulare che gli Ecclesiastici di allora, facendo sonar questa opinione per tirare a sé la roba altrui, si abusavano non poco della Religione, essendo falsissimo, come dissi, che il divino nostro Maestro abbia applicato tanto di merito alle donazioni fatte ai luoghi sacri. Era questo merito solamente fondato nell’ingordigia di chi esortava e consigliava l’essere liberale verso le chiese, senza ricordarsi de’ poverelli, de’ quali soli parla il Salvatore. Ho io pubblicata una carta dell’anno 1055, in cui Malfreda marchese, figlio del fu Tasselgardo conte, dona molti beni al Monistero di Tremiti. Dice egli, che pensando ai suoi molti peccati, cepi anxie, querere consilium Sacerdotibus, et Religiosis Viris, quomodo peccata mea redimere possem, et iram aeterni Judicis evadere. Qual consiglio credete voi che ne riportasse? Eccolo: Accepto consilio ab eis, excepto si renunciare saeculum possem, nullum esse melius inter eleemosinarum virtutes, quam si de meis propriis substantiis in Monasterium concederem. Hoc consilium ab eis libenter et ardentissimo animo ego accepi, ec. Mirate la strana morale di que’ Religiosi, certo accecati dal proprio interesse. Fu poi uso anche allora de’ Fedeli il donare alle chiese dove erano seppelliti i lor maggiori, o destinavano essi di dar riposo alle lor ossa: del che non occorre produrre esempio alcuno. Similmente i Re ed Imperadori col dono di molti beni del Fisco premiavano i lor cortigiani e cari, con facoltà judicandi pro anima, cioè di poterli lasciare alle chiese, se volevano: il che soleva anche fruttare ai sacri luoghi, restando sciolti i legami del feudo, o dell’enfiteusi.

Undecimo, dirò nella Dissertazione LXXI, ma ancor qui convien ricordare, che ne’ vecchi secoli solevano i Vescovi e gli Abbati potenti, al pari de’ secolari, frequentar le corti dei Re ed Imperadori, sì per guadagnarsi la lor grazia, come per riportarne secondo le occasioni dei benefizj. Tanto più questo riusciva ad essi, qualora insorgevano dispute del Regno, o guerra, dove questi Prelati prestavano loro de’ buoni servigj, e talvolta aiuti di pecunia. Ne venivano ben pagati. Quanti beni procacciasse alla sua Chiesa Leone vescovo di Vercelli, si può vedere presso l’Ughelli, e in questa medesima Opera. Ho io qui pubblicato un diploma di quell’Imperadore dell’anno 1091, in cui gli donò due corti insigni, cioè Clavasium et Bedolium. Ma poco è questo rispetto a tante munificenze di altri Monarchi. Chieggo qui licenza dai rigidi Censori di poter accennare una carta informe, che tuttavia resta nel già insigne archivio del Monistero di Nonantola sul Modenese, spogliato nel precedente secolo da chi ne era Commendatario. Porta essa questo titolo: Exemplum donationis facte per Carolum Regem Francorum, et Nortepertum Ducem. Quivi Carlo Magno re de’ Franchi una cum Nortepertus Dux dona Veneravile Cenobio Sanctorum Apostolorum sito in Castro Nonantule territorii Mutinensis, ubi Domnus Anselmus, ec., omnia nostra Cortes et Donica in Comitatu Fossolano, in Comitatu Pistoriense, atque in Comitatu Lucardo, et in Comitatu Lucense, et in Comitatu Rigenses (Arezzo) atque in Comitatu Senensi. Poi viene ad una ad una annoverando tutte le chiese, corti, monisterj, ec., compresi in essa donazione, cioè un’immensa quantità di beni tutti in Toscana. Restai, e resto tuttavia perplesso in mirar così grande prolusione, espressa non già in un diploma della Regal Cancelleria, ma in una carta privata. Contuttociò non saprei come condennare per una finzione ed impostura essa carta. Perciocché se avessero preso i monaci de’ tempi succedenti a fingere questa magnifica donazione, allorché forse niuno di tanti beni restava al monistero, come avrebbero saputo registrar tante ville, chiese, ec., esistenti in Toscana? come trovar conto de Comitatu Lucardo, di cui ho parlato nella Dissertazione XXI? Come farvi entrare quel Norteperto duca? Siami qui permesso di produrre una mia conghiettura. Vo io sospettando che Anselmo abbate di Nonantola, benché di nazion Longobarda, fosse uno de’ più efficaci mediatori per far ottenere a Carlo Magno il Regno Longobardico, e ne riportasse perciò questa magnifica ricompensa. Per quanto abbiamo dall’Opuscolo della Fondazione del Monistero Nonantolano nella Parte II del tomo I Rer. Ital., ebbe Anselmo per sorella Giseltruda, che fu moglie di Astolfo re de’ Longobardi. Dicesi ancora esser egli stato Duca del Friuli. Dato poi un calcio al secolo, e fattosi monaco, fabbricò il Monistero di Nonantola coll’aiuto d’esso re Astolfo, il quale arricchì questo sacro luogo con gran copia di beni. Ne fa fede anche l’Anonimo Salernitano alla pag. 177 della Parte II del tomo I Rer. Ital. con dire fra le lodi d’esso Re: Idemque etiam fecit Monasterium in finibus Æmiliae, ubi dicitur Mutina, in loco qui nuncupatur Nonantula: nam pro ejus Cognato Abbate Arsenio (vuol dire Anselmo) ibi virorum Coenobium fundatum est; nec non sibi ad sacra Monachorum Coenobia aedificanda per certas Provincias (tutti sottoposti al Nonantolano) multa est dona largitus. Morto Astolfo, fu dichiarato re Desiderio, a cui Ratchis, già stato re, benché fosse monaco, fece guerra, come s’ha da Anastasio nella Vita di Stefano II papa, e dal suddetto Anonimo Salernitano; ma per opera del Papa si quetò il romore. Dovette Anselmo abbate imbrogliarsi in queste turbolenze, e gliene avvenne, scrivendo l’Autore del Catalogo degli Abbati di Nonantola nel tomo V dell’Italia Sacra ne’ Vescovi di Trivigi, che esso Anselmo resse la Badia di Nonantola annis quinquaginta; et ex his septem passus est exilium a Desiderio apud Casinum, sicut multorum seniorum relatione didicimus, ec. Che meraviglia dunque è, se calato il re Carlo coll’armi in Lombardia, egli si sbracciò per fargli ottenere il Regno? Avea di gran parentele e aderenti, massimamente fra’ monaci. Fu Anselmo tenuto per Santo. Tale ancor fu Adriano I papa, il quale certamente cooperò al buon esito della spedizione de’ Franchi.

La dodicesima cagione per cui crebbe il patrimonio degli Eccleciastici, furono le esortazioni de’ Santi Padri e de’ Concilj, che insinuavano ai Fedeli di redimere colle limosine i lor peccati, finché erano in vita, o almeno ne’ lor testamenti: del che ho parlato nel Trattato della Carità Cristiana. Perciò rari erano coloro che senza limosine passassero all’altra vita. Così fissato era quest’uso, che se talun moriva senza testamento, s’introdusse il costume che il Vescovo dipoi lo faceva per lui, decretando quelle limosine le quali, probabilmente il defunto avrebbe lasciato. Questa sul principio era una consuetudine a cui consentivano gli stessi eredi; ma col tempo divenne una legge. Le limosine prima andavano a’ poveri; non passò molto che le chiese anch’esse parteciparono di tali rugiade. Molti esempli se ne incontrano nella Storia Anglicana; e tuttavia dura tal costume in più Vescovi del Regno di Napoli, come attesta il Vescovo di Monte Marano nella sua Praxis Episcopi, e il Molfetta alle Consuetudini Napolitane, Par. IV, quaest. 64. Anzi i Vescovi non solo si appropriarono questo provento, ma ne fecero una legge, e pare che tal porzione si chiamasse la Quarta Canonica de’ Testamenti, che forse era ristretta ai soli nobili. Inculcavano in oltre gli Ecclesiastici il provvedere alla coscienza, caso che più del dovere avessero aggravato il prossimo ne’ contratti e in altre occasioni. Si chiamava questo Maltoletum, o pur Malatolta. Ciò che se ne ricavava, andava in borsa degli stessi Ecclesiastici. In congiunture scabrose si trovò alle volte la Chiesa Romana, e le convenne valersi dei tesori de’ monisterj più facoltosi. Tornato il sereno, rifaceva essa ai monaci con donar loro molti fondi, ed anche castella. Ho io data alla luce una carta della contessa Matilda dell’anno 1103. S’era ella servita in difesa della stessa Chiesa Romana del tesoro del Monistero Nonantolano; laonde per ricompensarlo gli dona varie corte e castella. Altrettanto è da credere che facessero altri Principi dotati di massime cristiane; e però anche per questa via si accresceva il patrimonio de’ monaci. Aggiungasi che da alcuni Principi fu ne’ Vescovi trasferito il diritto di raccogliere le eredità di chi moriva senza legittimi eredi ed intestato. In pruova di che ho addotto un diploma di Gisolfo I principe di Salerno, il quale nell’anno 946 investì di tal diritto Pietro III vescovo di Salerno, e i suoi successori.

La tredicesima cagione per cui si ampliarono le facoltà delle chiese, fu la venerazion verso i Santi. Dove si conservava il sacro lor corpo, e massimamente di quelli che furono più rinomati per insigni virtù e miracoli, concorrevano colà a gara i Fedeli, anche da lontane parti, portandovi doni, e talvolta donando stabili e cose di maggior sostanza. Non occorre qui recarne esempio alcuno, perché di uso assai manifesto. Finalmente è da dire che ne’ secoli antichi essendo ordinariamente maggiore la pietà e il sapere de’ monaci, che degli Ecclesiastici secolari, e trovandosi non pochi Abbati i quali, erano tenuti per Santi; però la pia munificenza concorreva più facilmente ad arricchire i monisterj, per ottener le preghiere presso a Dio di quei suoi buoni servi. Il perché tempo vi fu, in cui anche i Vescovi gareggiarono di fondar nuovi monisterj, dotandoli con beni delle lor chiese. Né gli Abbati e i monaci anche più pii credevano ripugnante alla santità l’eccitare e promuovere la liberalità de’ Fedeli verso i lor chiostri, perché o edificavano nuovi monisterj dipendenti dal proprio, o si accresceva il numero de’ servi del Signore, e più abbondantemente si dispensavano poi limosine ai poveri, Anselmo abbate di Nonantola, di cui poco fa parlammo, si affaccendò cotanto, che arrivò nel tempo suo a contare sub regimine suo Monachos regulares MCXLIV, exceptis parvulis et pulsantibus, cioè i novizzi, come s’ha dalla sua Vita. Non fece di meno l’insigne monistero di Farfa; talmente che nel secolo X questi due monisterj erano i più ricchi e potenti d’Italia. Odasi ciò che scrisse Giovanni monaco nella Cronica di Farfa, da me data alla luce nella Parte II del tomo II Rer. Ital. all’anno 927. Monasterium hoc a Sanctis Patribus honestissime ac religiosissime disponebatur, atque in dies augebatur et accumulabatur in spiritualibus corporalibusque beneficiis, non mediocriter, sed perfecte, ita ut in toto Regno Italico non inveniretur simile huic Monisterio, nisi quod vocatur Nonantulae. Non c’è più l’archivio di Nonantola, essendo volato altrove; ma resta un catalogo di quelle carte, fatto nell’anno 1632 per ordine del cardinale Antonio Barberino commendatario di quella Badia. Ne ho io pubblicato un estratto per uso degli Eruditi. Inaccessibile è oggidì l’archivio di Farfa; contuttociò ho io prodotto un saggio delle prime e più importanti pergamene di quel sacro luogo.

Io non vo’ terminar questo argomento senza un’importante riflessione. Cioè né pure ne’ secoli antichi veniva approvata ne’ monaci dalle persone saggie tanta avidità e ingordigia della roba altrui. Aveano rinunciato al secolo: più che mai vi correano dietro; e laddove l’istituto monastico dovea servire per incamminar gli uomini alla perfezione, e a purgar le umane passioni, facea pur brutto vedere che ne’ chiostri abitava l’interesse e l’avarizia, fors’anche più che in casa de’ secolari. Come abbiamo dalle Vite de’ Vescovi Cenomannensi presso il P. Mabillone negli Analetti, essendo morto ad Alano personaggio assai ricco un unico figlio, uscirono tosto multi Servi Dei alla caccia di quell’eredità, cioè i monaci, pregandolo, ut ad loca Sanctorum, quibus insistebant, suas res traderet; et si vellet, ab eis pretium acciperet, et utrumque haberet, et eleemosynam ex eis, et munera. Haec suadebat ei Abbas de Monasterio Taronensi, in quo Sanctus Martinus requiescit; similiter et Abbas, qui dicitur Duogemelensis Monasterii, sive alii Praepositi et Abbates, et Servi Dei multi. Vedete che bella gara, ma poco dicevole ai servi del Signore. Ciò avvenne circa l’anno di Cristo 626. Convien confessarlo, appena respirò e si fortificò sotto il Gran Costantino la Chiesa di Dio, che l’interesse cominciò a far breccia nel cuore de’ sacri ministri. Ne recherò solamente l’attestato di San Girolamo, che nell’epistola a Rustico così scrive: Vidi ego quosdam, postquam renuntiavere saeculo, vestimentis dumtaxat, et vocis professione, non rebus, nihil de pristina conversatione mutasse. E nell’epitaffio di Nepoziano: Alii nummum addant nummo, et marsupium suffocantes, matronarum opes venentur obsequiis; sint ditiores Monachi, quam fuerant Saeculares. Sicché non solamente i Religiosi ricevevano le spontanee oblazioni de’ Fedeli, ma le procuravano e sollecitavano con quante arti potevano, e bene spesso in danno de’ legittimi eredi. Questa deformità l’avvertì a’ suoi giorni Carlo M. Augusto, principe che in sublimità di mente ebbe pochi pari. In un suo Capitolare dell’anno 811 così egli parla: Inquirendum est, si ille saeculum dimissum habeat, qui cotidie possessiones augere quolibet modo, qualibet arte non cessat, suadendo de caelestis Regni beatitudine, comminando de aeterno supplicio Inferni, et sub nomine Dei, aut cujuslibet Sancti, tam divitem, quam pauperem, qui simplicioris naturae sunt, et minus docti, atque incauti inveniuntur, si rebus suis exspoliant, et legitimos eorum heredes exhereditant; ac per hoc plerosque ad flagitia et scelera propter inopiam, ad quam per hoc fuerint devoluti, perpetranda compellunt, ut quasi necessario, furta et latrocinia exerceant, cui paternarum rerum hereditas, ne ad eum perveniret, ab alio praerepta est. Così parlava quel Monarca, dotato di una somma pietà, ma insieme di una singolar prudenza e saviezza. Ma bisogna intendere anche queste altre sue parole: Iterum inquirendum, quomodo saeculum reliquisset, qui cupiditate ductus propter adipiscendas res, quas alium videt possidentem, homines ad perjuria et falsa testimonia pretio conducit; et Advocatum sive Praepositum non justum ac Deum timentem, sed crudelem, ac cupidum, ac perjuria parvipendentem inquirit, ut ad inquisitionem, non qualiter, sed quanta, adquirat. Poscia aggiugne il saggio Augusto: Quid de his dicendum, qui quasi ad amorem Dei, et Sanctorum, sive Martyrum, sive Confessorum, Ossa, et Reliquias Sanctorum Corporum de loco ad locum transferunt, ibique novas Basilicas construunt, et quoscumque potuerint, ut res illic tradant, instantissime adhortantur? Ille siquidem vult ut videatur quasi bene facere, seque propter hoc factum bene meritum apud Deum fieri, quibus potest persuadere Episcopis. Palam fit, hoc ideo factum, ut ad aliam perveniat potestatem, cioè a far ivi il padrone.

Così quell’avveduto Imperadore de’ tempi suoi. E perciocché i monaci, al pari della roba, sollecitavano anche le persone libere a vestire l’abito monastico, pubblicò la seguente legge, che fra le Longobardiche è la CXXII dove leggiamo: De liberis hominibus, qui ad servitium Dei se tradere volunt, ut prius hoc non faciant, quam a nobis licentiam postulent. Hoc autem ideo dicimus, quia audivimus aliquos ex illis non tam caussa devotionis hoc fecisse, quam pro exercitu, seu pro alia functione Regali fugienda. Quosdam vero cupiditatis caussa ab his qui res illorum concupiscunt. Et hoc ideo fieri prohibemus. Nelle giunte da me fatte alle Leggi Longobardiche si truova un editto di Lodovico II imperadore del seguente tenore: Ut nullus Canonica aut Regulari institutione constitutus (cioè niun Canonico o Monaco) aliquem consecrari propter res adipiscendas deinceps persuadeat. Et qui hoc facere tentaverit, Synodali vel Imperiali sententia modis omnibus feriatur. Però non si può negare, somma era l’avidità degli antichi monaci per ammassare stabili e dilatare la lor potenza. Leggete le Croniche monastiche antiche: rare son quelle dove troviate esempli luminosi di virtù; tutto va a riferire i tanti loro acquisti e privilegj. Né si accorgevano che con tanta roba si dissipava lo spirito di essi monaci, perché si dividevano i monaci per governar tante corti, grangie e castella, e ognun intende quanta copia esigesse di pensieri, di passi e di cure il regolamento di quelle macchine temporali. In fatti l’opulenza de’ monasterj produsse la pompa, e si tirò dietro la corruttela de’ costumi, e diede in fine un gran crollo al sacro Ordine Benedettino. Tuttavia non si dee tacere, anticamente non mancarono Abbati di rara virtù, i quali conlenti di quel che bastava al mantenimento del lor monistero, non solo non cercavano nuovi acquisti, ma anche esibiti li ricusavano. Tal fu l’insigne abbate di Aniana San Benedetto a’ tempi di Lodovico Pio Augusto, come s’ha dalla sua Vita. Tali i due celebri Abbati di Corbeia, cioè Adalardo e Wala, i quali, per quanto scrive Pascasio Ratberto nella Vita di esso Wala, riprendevano la cupidigia de’ monaci per sempre più accrescere il lor patrimonio, perché questo era un tornare al secolo. Così, per attestato di Roberto del Monte nella Cronica all’anno 1131, Monachi Cartusienses paulatim pullulabant, qui prae ceteris continentes, pesti avaritiae, qua plurimi sub Religionis habitu laborare videmus, terminos posuerunt, dum certum numerum hominum, animalium, possessionum quem eis praetergredi nullo modo licebat, statuerunt. Così questo Istorico, che era abbate Benedettino. Ma que’ Religiosi col tempo dimenticarono anch’essi un tal divieto. Andò così avanti nel secolo XI questa ingordigia e insaziabilità de’ monaci, che ne furono fatte doglianze a Leone IX, pontefice di rara santità e d’impareggiabil zelo. Scrisse egli perciò un’epistola ad omnes per Italiam Episcopos, esistente nella Raccolta de’ Concilj, in cui così parla: Leo Episcopus, ec. Relatum est auribus nostris, esse quosdam perverse agentes, qui subvertere atque dividere conantur Ecclesiae unitatem. Videlicet Abbates et Monachi, qui non studio caritatis, sed zelo rapacitatis invigilant, et docent, atque seducere non cessant saeculares homines, quos illaqueare possunt, ut res suas atque possessiones, sive in vita, sive in morte, in Monasteriis illorum tradant; et Ecclesiis, quibus subjecti esse videntur, et a quibus Baptismum, Poenitentiam, Eucharistiam, nec non pabulum vitae cum lacte acceperunt, vel accipiunt, nihil de bonis suis relinquant. Hanc denique formam discordiae nos animadvertentes, omnibus modis inhibere volumus; et ne amplius fiat, omnino prohibemus; considerantes, non esse bonum, ut illi, qui olim fuerunt socii passionum, secundum Apostolum, sint immunes a societate consolationum, et quia dignus est operarius mercede sua. Ideoque praecipimus atque jubemus, ut quicumque amodo in Monasterio se converti voluerit, sive in vita, sive in morte, omnium rerum et possessionum, quas pro salute animae suae disponi decreverit, medietatem Ecclesiae, cui ipse pertinere dignoscitur, relinquat; et sic demum in Monasterio, pro ut liberum sibi fuerit, eundi convertendique habeat licentiam. Quicumque autem hujus Decreti contradictor extiterit, ac temerator, anathematis gladio subjaceat, ec. Quattro giorni durò un tal editto. Ma questo basti; perché non la finirei sì presto, se volessi qui vôtare il sacco. Cosa poi avvenisse per gli altri Ordini Regolari che dopo il 1200 e ne’ susseguenti secoli sorsero nella Chiesa di Dio, volentieri ne lascierò ad altri l’esame.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011