Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXVI

Dei Monisterj delle Monache.

Fin dai primi tempi della Cristiana Religione la verginità era preferita al matrimonio, ed anche allora si contarono vergini, le quali aderendo al consiglio dell’Apostolo, sprezzando i commerzj della carne, si votavano a Dio con eleggere l’istituto della castità perpetua. Quelle che con più fermo proposito si dedicavano a Dio, cominciarono a prendere il velo e la consacrazione dal Vescovo. Ma spezialmente, allorché Costantino Magno Augusto restituì la pace e la libertà alla Chiesa, crebbe l’istituto delle sacre vergini, talmente che nel secolo IV moltissime di loro, o divote o sacre, viveano nelle case paterne o proprie, o pure convivevano in conventi; perché l’uso di questi, cominciato in Oriente, era a poco a poco penetrato anche in Occidente. Leggesi presso il Bollando al dì 12 di gennaio pubblicata la Regola prescritta alle monache nel secolo sesto da San Cesario vescovo di Arles. Di queste sacre fanciulle direttrice era una delle più vecchie; aveano una particolar forma e colore di veste, per cui si distinguevano dalle secolari. Prima di prendere il sacro velo, formavano il voto di castità; e precedeva un noviziato, talora di tre anni. Escluse non erano da questi conventi e dalla professione della castità le vedove. Parve nondimeno bene a Liutprando re de’ Longobardi di ordinare nelle sue leggi che alla vedova, se non passato un anno dopo la morte del marito, non fosse permesso monachicum habitum induere. Dolor enim dum recens est, in qualemcumque partem voluerit, animam ejus inclinare potest. Svanendo poi esso dolore, facilmente ritornano ai desiderj della carne, di modo che nec Monacha esse inveniatur, nec Laica esse possit. Ma da che Carlo Magno si fu impadronito del Regno Longobardico, tante furono le preghiere e le importunità delle vedove, che gli convenne abolir questo editto, come apparisce dalle sue leggi. Il medesimo re Liutprando ancora ordinò che qualsivoglia femmina, la quale velamen Religionis in se receperit, quamquam a Sacerdote (cioè dal Vescovo) consecrata non sit, ad saecularem vitam vel habitum transire nullatenus praesumat. E se alcuna di esse si maritasse, perdat omnem substantiam suam; e quanto alla persona, dovea mettersi nel monistero, o pure il Re provvedeva in altra maniera. Questo editto riguarda quelle monache le quali abitavano nelle proprie case e fuori del chiostro, e col pretesto di non essere state consacrate dal Vescovo, alle volte messosi sotto i piedi il voto della castità, andavano a maritarsi. Ho io interpretato per Vescovo la parola Sacerdote, ché questo nome si dava una volta a’ Vescovi, perché secondo la canonica disciplina ad essi apparteneva il dare il velo alle sacre vergini. Che se alcun pure volesse qui intendere i preti, osservi il canone 41 del Concilio IV di Parigi, tenuto nell’anno 829, dove si legge, quosdam Presbyteros mensurae suae immemores, in tantam audaciam prorupisse, ut sacrarum Virginum Consecratores existerent: quod canonicae auctoritati minime concordat. Dal medesimo Concilio impariamo che non solevano i Vescovi velare Viduas, ma solamente Virgines. Era riserbato ai preti il dare il sacro velo alle vedove, col consenso nondimeno del Vescovo.

Anticamente le più vecchie fra le monache si appellavano Nonne e Nonnane: nome che dura in varj paesi d’Italia, dove l’avolo e l’avola son chiamati Nonno e Nonna. Col tempo si stese esso nome a tutte le sacre vergini. S’introdusse ancora, e massimamente nel secolo VI il titolo di Abbadessa, oggidì Badessa, dato alla Superiora del monistero. Un’iscrizione scoperta in Capoa l’anno 1689 parla di una Giustina Badessa, la quale era anche stata fondatrice di quel sacro luogo; appartiene all’anno 569. Correva allora l'anno III post Consulatum Justini II Augusti. L’indizione III era principiata nel mese di settembre. Eccone le parole.

HIC REQVIESCIT IN SOMNO PACIS

IVSTINA ABBATISSA FVNDATRIX

SANCTI LOCI HVIVS QVAE VIXIT

PLVS MINVS ANNOS LXXXV DEPOSITA

SYB. DIE KALENDARVM NOVEMBRIVM

IMP D. N. N. IVSTINO P. P. AVG.

ANNO III. P. C. EIVSDEM INDICTIONE TERTIA

Fioriva per lo più ne’ monisterj delle vergini sacre una tal santità di costumi col buon odore di pietà e dell’altre virtù, che fin gli stessi Re ed Imperadori gareggiavano fra loro in fabbricarne de’ nuovi, e le lor figlie correvano a professar quivi la vita monastica. In Pavia Bertarido re de’ Longobardi edificò Monasterium, quod Novum appellatur, in honorem Sanctae Agathae, in quo multas virgines aggregavit, ec., come s’ha da Paolo Diacono, lib. V, cap. 34 de Gest. Lang. Quivi Cuniberga figlia del re Cuniberto fu di poi Badessa. Parimente lo stesso Cuniberto fabbricò il nobil monistero di Santa Maria Teodota, oggidì della Posterla, che tuttavia ritiene l’antico suo splendore. Furono le monache anticamente appellate Ancillae Dei, quasi Schiave di Dio. Nel concilio Romano dell’anno 721 si legge: Si quis Monacham, quam Dei Ancillam appellamus, in conjugium duxerit, anathema sit. Così Romualdo duca di Benevento Basilicam in honorem Beati Petri Apostoli construxit, quo in loco multarum Ancillarum Dei Coenobium instituit: son parole del suddetto Paolo Diacono, lib. VI, cap. 1. Rinomatissimo altresì ne’ vecchi tempi fu e tuttavia splendido si mira il Monistero Bresciano anticamente chiamato di San Salvatore, e presentemente di Santa Giulia, fondato da Desiderio re de’ Longobardi, e da Ansa sua moglie, dove si consacrò a Dio, e fu la prima Badessa Anselberga lor figlia. Nello stesso sacro luogo professarono poi virginità altre figlie di Regi, che assai lo nobilitarono. Due documenti dell’anno 758 e 761, tratti da quell’archivio, ho io dato alla luce. I prodotti dal Margarino nel tomo II del Bollario Casinense poco esattamente furono copiati. Merita qui parimente d’essere rammentato un altro non meno insigne monistero di sacre vergini fondato in Piacenza, cioè quello che sui principio portò il titolo della Risurrezion del Signore e de Beati Apostoli, oggidì di San Sisto, abitato dai Monaci Benedettini, dappoiché ne furono cacciate le monache. Fondatrice ne fu Angilberga moglie di Lodovico II imperadore, come consta dai documenti prodotti dal Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza, e da tanti altri ch’io ho dato alla luce in questa medesima Opera; da’ quali si scorge ch’essa Augusta non lasciò indietro diligenza per ismisuratamente arricchirlo.

Si diedero ad imitare la pia liberalità dei Re anche i Vescovi, Duchi ed altri gran Signori d’Italia; anzi fin le private persone soleano fondar monisterj di sacre vergini, ad oggetto di formare un pio domicilio alle lor figlie bramose di consecrarsi a Dio, per lo più costituendole Badesse del sacro luogo. Ne ho data alla luce un’antichissima pruova, estratta dall’Archivio Arcivescovile di Lucca, cioè una carta dell’anno 722, da cui apparisce che Orso cherico fonda in Lucca il monistero di Santa Maria con determinare che Orsa sua figlia eserciti ivi l’ufizio di Badessa. Sottoscrive all’atto Talesperiano vescovo d’essa città, perché senza l’approvazione del Diocesano non si soleva venire all’erezione di alcun monistero. Che se questa talvolta non apparisce nello strumento delle fondazioni, ciò non ostante si dee supporre che il Vescovo vi prestasse il suo consenso. Così noi non troviamo nominato il Vescovo nella fondazione del monistero di San Pietro di Pistoia, fatto nell’anno 748 da un Ratefrido, il cui atto ho io dato alla luce. Dura tuttavia quel sacro luogo abitato dalle sacre vergini col titolo di San Pier Maggiore, riguardevole sopra gli altri monisterj di quella città, dipendente una volta dai Monaci Benedettini, oggidì dai Canonici Regolari, abitanti nell’antichissimo monistero di San Bartolomeo. Ho io qui accennato il rito con cui il Vescovo novello di Pistoia nella sua solenne entrata passava al suddetto monistero di San Pietro, dove sposava la Badessa, uscita colle monache nella chiesa. Avendo io parlato nella Dissertazione LXIII di un rito simile praticato anticamente in Firenze, di più non ne dico. Anche ne’ più antichi secoli in uso fu che le sacre vergini non uscissero fuori de’ loro chiostri. Tuttavia, se intervenivano giuste cagioni, non era ad esse disdetto l’uscirne, perché la monastica clausura delle vergini peranche non si trovava ordinata dalle rigorose leggi de’ Sommi Pontefici, e massimamente di San Pio V. Il santo pontefice Gregorio Magno nel lib. IV, epist. 9, scrivendo a Gianuario vescovo, non permise che le monache di un monistero in Sardegna per villas praediaque discurrerent, col pretesto di non avere un cherico il quale accudisse ai loro affari; ordinando perciò ad esso Vescovo di provvedere, quatenus ulterius eis pro quibuslibet caussis privatis vel publicis extra venerabilia loca contra Regulam vagari non liceat. Così nel Concilio Vernense dell’anno 755 è ordinato, ne Monachae extra monasterium exire debeant. E Carlo Magno in un Capitolare dell’anno 802 ha queste parole: Monasteria puellarum firmiter observata sint, et nequaquam vagari sinantur. E più sotto: Ut Abbatissae una cum Sanctimonialibus suis unanimiter ac diligenter infra Claustra se custodiant, et nullatenus foris Claustra ire praesumant. Finalmente il Concilio Aquisgranense dell’anno 816, lib. 2, cap. 11, vuol che si procuri, ne Sanctimoniales foras vagandi habeant facultatem. Ma in niun luogo si legge pena imposta a chi trasgredisse. Oltre di che si noti quel vagari, restando per ciò aperto il chiostro, se qualche giusta cagione interveniva, senza che s’incorresse allora in peccato. E ciò spezialmente fu permesso nel quarto e quinto secolo della Chiesa. San Girolamo in un’Epistola a Demetriade, e in un’altra ad Eustochia lo fa conoscere. Anche Gregorio Turonense nel libro X della Storia di Francia, riferendo le pubbliche processioni istituite in Roma da San Gregorio il Grande: così scrive: Omnes Abbatissae cum Congregationibus suis egrediantur ab Ecclesia Sanctorum Martyrum Marcellini et Petri cum Presbytero Regionis primae. Lo stesso Concilio Vernense poco fa mentovato aggiugne: Sed Domnus Rex quando aliquam de ipsis Abbatissis ad se venire jusserit, semel in anno, per consensum Episcopi, in cujus Parrochia est, ut tunc ad eum aliqua veniat ex sua jussione, si necessitas fuerit, ec. Il medesimo fu stabilito dal Concilio Turonense III dell’anno 813, nel can. 30. Aggiugne lo stesso Carlo Magno nel suddetto Capitolare: Sed Abbatissae, quum aliquas de Sanctimonialibus dirigere (fuori del chiostro) voluerint, hoc nequaquam absque licentia et consilio Episcopi sui faciant.

Adunque ne’ vecchi secoli non era affatto vietato alle monache il mettere il piede fuori del monistero, e noi sappiamo che Santa Scolastica sorella di S. Benedetto, tuttoché nel chiostro vivesse, pure semel per annum ne usciva per visitare il fratello nel vicino castello di Monte Casino. Così nelle Costituzioni di Gualtieri arcivescovo Senonense circa l’anno 915 si vede stabilito, ut Moniales nullatenus exire permittantur, vel extra pernoctare, nisi ex magna caussa. Et si Abbatissa ex caussa justa alicui permittat, eidem injungat, quod sine mora revertatur. Anche nell’anno IIII, per testimonianza di Donizone nella Vita di Matilda, fra gli altri che furono inviati incontro ad Arrigo V re, che veniva a prendere la corona in Roma, vi furono

....  Monachae quoque centum

Lampadibus multis cum claro lumine sumtis.

E ciò per antica consuetudine: perciocché, come ha Anastasio nella Vita di Leone III, allorché questo Pontefice fece la sua solenne entrata in Roma, gli andarono incontro Proceres Clericorum, Optimates et Senatus, cunctaque Militia, et universus Populus Romanus, cum Sanctimonialibus et Diaconissis, ec. Anzi si presentavano le monache davanti ai giudici, se erano molestate per liti. In una pergamena del Capitolo dei Canonici di Cremona, scritta nell’anno 1001, comparisce davanti ai Messi di Ottone III imperadore Odelrico vescovo di Cremona col suo Avvocato, et ex alia parte Roza filia quondam Lanizoni, veste velamen sanctae Religionis inducta. Ma probabilmente questa non era monaca di chiostro. Imperocché fin dai primi tempi della Chiesa non mancarono sacre vergini abitanti nelle proprie case, come oggidì in molti luoghi costumano le Suore della Penitenza Dominicane, le Terziarie Franciscane, le Orsoline ed altre. Ho prodotto un bel documento dell’anno 907, da cui apparisce che Ageltruda olim Imperatrice, filia quondam Principis Beneventi (cioè di Adelchiso) veste Religionis induta, quae fuit relicta quondam bone memorie Domni Guidoni Imperatori, quae modo in domo permanet, ec., tam pro anima sua, ec., et pro qua Domni Guidus, et Lambertus Imperatoribus, qui fuerunt virum adque filium meum, ec., dona molti beni al monistero di Santo Eutizio situato in Campoli. Ecco quella gran Principessa divenuta monaca, ma abitante fuori del chiostro e nella propria casa. Che la clausura delle monache fosse anticamente ben diversa dalla presente, si può raccogliere da altri esempli. Giunse a Piacenza sul principio del secolo XI San Simeone Romito, la cui Vita fu pubblicata dal P. Mabillone ne’ Secoli Benedettini. Era vicina la mezzanotte, quando egli stando alla porta della Basilica di San Sisto, allora delle monache Benedettine, cominciò a cantare con grata armonia delle sacre canzoni. Hisce laudibus una ex Ancillis Dei, Maria nomine, Sacrista ejusdem Ecclesiae, vehementer exterrita, ad Basilicae januas cucurrit, et quas vectibus et seris obfirmaverat, quia apertas invenit, mirata obstupuit. Adunque le monache poteano venire nella chiesa esteriore, della quale eziandio serravano le porte. Eriberto arcivescovo di Milano nel suo testamento dell’anno 1034 lascia un’annua limosina ai monisterj Maggiore, di Widilinda, di Aurona, di Datheo, ec. ordinando, ut duae Monachae per unumquodque monasterium Puellarum, quae superius leguntur, veniant omnes insimul in eodem die Veneris de praedicta hebdomada Quadragesimae in praedicto Presbiterio Sanctae Mediolanensis Ecclesiae ad percipiendam praedictam benedictionem omni anno. Tralascio qui di mentovar altre carte da me date alla luce, che confermano l’uso delle monache e Badesse di uscire del chiostro, se così richiedeva qualche onesta cagione.

In una di queste, spettante a Guinigiso conte di Siena, il quale nell’anno 867 fonda un monistero di monache nel territorio di essa città, si truova determinato da lui, che la Badessa si dovea eleggere solamente della stessa congregazione. Questa era la formola ordinaria di tutte le fondazioni di monisterj, tanto di monaci che di monache, se pure il fondatore non si riserbava col patronato la facoltà di eleggere. Colla pluralità de’ voti, come anche oggidì, si eleggevano tanto le Badesse che gli Abbati, e di tale elezione si formava un atto pubblico, per togliere i dubbj e le liti. Ne ho io prodotto un esempio tratto dall’Archivio Arcivescovile di Lucca, da cui risulta che nell’anno 915 Atruilda di comune consenso delle monache era stata costituita Badessa del Monistero di San Michele di quella città. Ivi son da osservare le seguenti parole dette dalle monache: Itaque Regulam et Ferulam de manibus nostris in manum tuam, quae supra Atruilda dedimus adque tradimus, ut omni tempore diebus vite tue in eadem stabilitate, qualiter te elegimus, persistas. Della ferula che si dava agli Abbati, il rito è assai cognito; raro della data alle Badesse. In una carta dell’anno 1028, presso l’Ughelli ne’ Vescovi di Torino, è scritto che colei la quale fosse eletta Badessa del Monistero di Caramania, accipiat Baculum super altare ejusdem Monasterii, et fiat Abbatissa. Nella carta Lucchese non è fatta alcuna parola del Vescovo. Solamente si sottoscrivono alcuni preti, fra’ quali l’Arciprete e l’Arcidiacono della Cattedrale, e tre Cardinali della Chiesa di Lucca, cioè Canonici. Per altro secondo i Canoni alla costituzione d’una Badessa si richiedeva il consenso del Vescovo, se pure non vi fosse privilegio, o condizione in contrario imposta dai fondatori. E perciocché era comune tanto ai monaci che alle monache l’istituto di San Benedetto, perciò avvenne che a poco a poco cominciarono quelli a frequentare i monisterj di quelle, per istruirle nella via della pietà. S’introdusse poi che molti monisterj di sacre vergini, non men vecchi che nuovi, si suggellarono all’autorità e direzione de’ monisterj de’ monaci. Un solo esempio per ora ne recherò. Leone Ostiense nel lib. I, cap. 9 della Cronica Casinense fa menzione dell’insigne Monistero di Santa Sofia di Benevento fondato nell’anno 774 da Arichis principe di quel gran Ducato, quod sub jure Beati Benedicti in Monte Casino tradidit in perpetuum permansurum. Dirò qui di passaggio che anticamente vi furono de’ monisterj doppj, cioè un monistero di monaci fabbricato in vicinanza d’un altro di monache, abitando nulladimeno gli uomini separati dalle donne, e senza che entrasse nel chiostro contiguo alcun d’essi. Prima ancora che nascesse San Benedetto, furono questi introdotti in Oriente. A me non è mai capitato documento che pruovi passato in Italia questo pericoloso rito. Dico pericoloso, perché gli uomini e le donne de’ vecchi secoli erano lavorati della medesima carne che quei de’ nostri tempi; e però la tanta vicinanza produceva degli scandali. Da ciò prese motivo il Concilio Generale II di Nicea di proibire la fondazione di tali monisterj. E molto anche prima San Gregorio Magno, lib. XI, epist. 25, avea lodato Gianuario vescovo di Cagliari, perché nella casa di Epifanio Monachorum Monasterium construi vetuisset, ne pro eo quod domus ipsa Ancillarum Dei Monasterio cohaerebat, deceptio exinde contingeret animarum. Anche Giustiniano I Augusto nella I. Sanctissimarum, Cod. de Episcop. et Clericis avea proibito sì fatti monisterj. Contuttociò sappiamo che fuori d’Italia anche ne’ secoli posteriori si miravano chiostri di monaci e di monache in certa maniera congiunti, separati nondimeno da buone mura. Ha il Demonio trovato di grandi invenzioni per tentar gli uomini.

Assaissimo all’incontro erano anche in Italia i monisterj di monache, le quali per l’educazione dello spirito dipendevano da qualche monistero di monaci. Ho io prodotto una carta dell’anno 744, esistente nell’antichissimo Monistero di Santa Maria all’Organo di Verona, presentemente posseduto dai Monaci Olivetani. Quivi Auconda e Natalia avendo fabbricato un nuovo monistero di sacre vergini, dicono: Defensionem vero vel admonicionem volumus abere ad Monasterium Sancte Marie foris Porta Organi. Che se l’Abbate contro la Regola, o contro i Canoni, alle monache dominacionem aut fortiam imponere quaesierit: tunc elegat sibi Abbatissa cum Sororibus defensionem vel admonicionem Sancti Zenonis nutritoris nostri, seu Praesulis, qui in tempore fuerit. Colle quali parole non so se intendano l’insigne Monistero di San Zenone o pure il Vescovo di Verona. Col titolo di Difesa si vuol esprimere la protezione de’ monaci contro qualsivoglia usurpatore: con che essi acquistavano qualche diritto di superiorità o autorità sopra il monistero delle sacre vergini. Col nome di Ammonizione s’intendeva quell’aiuto che i monaci prestavano al debile sesso colle istruzioni di pietà. Ma per questo non si conferiva all’Abbate alcun diritto di vero dominio, se non allorché nella fondazione venivano sottoposti i monisterj di monache a qualche monistero di monaci. Era appunto la mira d’essi fondatori di provveder le sacre vergini di chi coll’autorità e coll’esempio tenesse in dovere gli animi instabili d’esse, e le aiutasse al cammino delle virtù. In oltre gli stessi Principi si prendevano la cura di vegliare, affinché i vizj e gli abusi non trapelassero nelle sacre congregazioni, o ne fossero tolti, e l’osservanza della Regola non iscadesse o perisse. A questo fine di tanto in tanto eleggevano dei Messi Regii con ordine di esaminare i costumi e la vita anche delle monache. Carlo Magno in un suo Capitolare dell’anno 806 formò il seguente editto: Ut Missi Dominici per singulas civitates et Monasteria virorum et puellarum praevideant, quomodo aut qualiter in domibus Ecclesiarum, et ornamentis Ecclesiarum emendatae vel restauratae esse videntur; et diligenter inquirant de conversatione singulorum, vel quomodo emendatum habeant, quod jussimus de eorum lectione et cantu, ceterisque disciplinis, et Ecclesiasticae Regulae pertinentibus. Quasi nel medesimo tempo Pippino re d’Italia suo figlio nella legge XXI fece quest’altro regolamento. Stetit nobis, ut Missos nostros, unum Monachum et unum Capellanum, direxissemus infra Regnum nostrum, pro videndo et inquirendo per Monasteria Virorum et Puellarum, quae sub sancta Regula vivere debent, quomodo est eorum habitatio, vel qualis est vita aut conversatio eorum, et quantum unumquodque Monasterium de rebus habere videtur, unde vivere possit. Oltre a ciò Lottario I Augusto in varj luoghi d’Italia costituì de’ Correttori col nome d’Ispettori, acciocché si studiassero che la Regola monastica fosse esattamente osservata. Né ho la testimonianza in un diploma dell’anno 833, in cui prende sotto la sua protezione il Monistero Pavese delle sacre vergini di Dodoso, con dire fra l’altre cose: Meramnum quoque venerabilem, Abbatem in codem loco constituimus Inspectorem, quatenus diebus vitae suae studio in omnibus Regula ibi exequatur Sancti Benedicti, ec.

Odasi ora un detestando abuso de’ secoli barbarici. Se qualche monaca con adulterio o fornicazione rompeva il voto della castità, veniva presa, e posta inter pensiles Ancillas Regis, acciocché filasse, o con altri lavorieri si guadagnasse il pane come schiava. Giniceo si appellava quel luogo, ma luogo poco diverso dai lupanari, e indegno di vergini sacre, le quali anche dopo il fallo erano tenute a custodire la castità. Di questo abuso è parlato nelle Leggi Longobardiche. Conobbe Lottario I Augusto questo disordine, e però nella legge LXXXVIII vi rimediò col seguente editto. Statuimus, ut si femina vestem habens mutatam (cioè di secolaresca mutata in monastica) moecha deprehensa fuerit, non tradatur Geniceo, sicut usque modo, ne forte quae prius cum uno, postmodum cum pluribus locum habeat moechandi; sed ejus possessio (cioè le sue facoltà) Fisco redigatur, et Episcopi ipsa subjaceat, judicio. Nella legge VI il medesimo Imperadore dice: Persona vero ejus sit in potestate Episcopi, in cujus Parrochia est, ut in Monasterio mittatur. Questi disordini nondimeno per lo più si commettevano dalle monache abitanti fuori de’ chiostri. V’ha un Capitolare di Arichis principe di Benevento nel secolo VIII, che si legge nella Par. I del tomo II Rer. Ital., dove egli descrive le femmine quae defunctis viris habitum Sanctimonialis in secreto domni suscipiunt, ne vim nuptialem perpetiantur. Poscia aggiugne che queste delictis (o sia deliciis) effluunt, comessationibus student, potibus vineis ingurgitantur, lavacra frequentant, ec. Si quando in plateas processurae sunt, facies poliunt, manus candidant, incendunt libidinem, ut visentibus incendia misceant. Saepe etiam formosos videre, atque videri impudentius appetunt. Et ut breviter dicam, ad omnem lasciviam voluptatemque animi frena relaxant, ec., adeo ut non solum unius sed, quod dictu nefas est, plurimorum prostitutionibus clanculo substernantur; et nisi uterus intumuerit, non facile comprobatur. Però esso Principe ordina, che provato il fallo di queste  scapestrate, sieno condennate a pagare Guidrigild suum in Palatium, e cacciate in monistero.

Ma non mancarono anche monache claustrali che si lasciavano trasportare dalla concupiscenza ed eccessi. Anzi si truovarono talvolta monisterj, nella famiglia de’ quali avea preso tal piede la dissolutezza, che fu necessario il cacciar le donne, e dare il sacro luogo ai monaci professanti la monastica disciplina e l’esemplarità de’ costumi. Abbiam parlato in assaissimi luoghi dell’insigne Monistero di S. Sisto di Piacenza, abitato da sacre vergini. Convien credere che queste si fossero rilassate ad eccesso, perciocché per cura della celebre contessa Matilda ne furono cacciate, e in lor vece ivi posti i Monaci Benedettini, i quali ne han conservato sempre il possesso. Ho io pubblicato uno strumento dell’anno 1003, in cui si legge che i Patroni del Monistero di San Salvatore, situato nel Contado di Siena, consegnano ai monaci quel sacro luogo, quod ibidem fuit Monasterium Puellarum. A queste si può credere tolto quel monistero a cagion della loro sregolatezza, inferendosi ciò dalla minaccia fatta agli stessi monaci colle seguenti parole: Sed volumus, ut ipsi Monachi regulariter vivant; et si ipsi Monachi regulariter vivere noluerint, tunc habeamus licentiam nos suprascripti, et nostri haeredes, illos foras ejicere, et alteros introducere meliores, qui ipsum Ordinem melius custodiant. Certamente noi non possiamo dire che ogni monistero di Serve del Signore oggidì in Italia e fuori vada esente da irregolarità e difetti: pure infinita è la copia di quelli, massimamente se regolati dai Vescovi, che religiosamente vivendo abbondano di virtù; talché possiam dire anche per questo più felici i tempi nostri, che gli antichi. Ne’ secoli addietro v’erano in Italia dei monisteri Regali di sacre vergini, dipendenti dai Re ed Imperadori, e indipendenti dal Vescovo. In questi per lo più entrava la superbia e la troppa libertà.

Del resto i buoni Vescovi gareggiarono una volta fra loro in ergere nuovi monisterj di vergini sacre; e tanto essi, che gl’Imperadori e Re esercitarono la lor munificenza in dotarli ed arricchirli, di modo che parecchi ne troviamo, che godevano più Corti, cioè ville per lo più contenenti qualche castello, con giurisdizione sopra d’esse, e chiese, ed altri monisterj loro sottoposti. Di tal verità parlano tanti documenti da me dati alla luce in quest’Opera, ed altri ne ho aggiunto a questa Dissertazione, de’ quali non occorre che se ne faccia menzione. Particolarmente dopo il millesimo non furono men sollecite de’ monaci le monache a cercare ed ottenere la protezion sempre venerabile della Sede Apostolica, la quale nondimeno nulla pregiudicava ai diritti de’ Vescovi. Strana cosa parrà a taluno il trovare talvolta nelle bolle de’ Papi (come ho io provato con una di Alessandro III dell’anno 1175, e con un’altra d’Innocenzo IV del 1247) la seguente formola: Praeterea liceat vobis Viros et Mulieres liberas et absolutas, quae sui compotes se monasterio vestro reddere voluerint, ad Conversionem recipere, et eos absque contradictione aliqua retinere. Significava la parola Conversione il rinunziare al secolo con abbracciare la vita monastica, e vestirne l’abito religioso. Ma che han qui che fare ne’ monisterj di donne gli uomini? Hassi dunque a sapere che anche tali monisterj tenevano al loro servigio dei laici, portanti l’abito monastico, appellati Conversi, che avevano la loro abitazione fuori del chiostro, e prestavano alle monache que’ servigj che occorrevano alla loro economia, come praticano anche oggidì tanti servi secolari. Per la consecrazione poi o sia benedizione delle monache, al pari di oggidì, anche anticamente si usavano varie solennità. Tre erano gli ordini d’esse. Il primo delle vergini obbligate alla clausura del monistero; il secondo di quelle vergini che nelle case proprie osservavano il voto della castità; il terzo delle vedove, professanti anch’esse il medesimo voto. Ho io prodotto i riti costumati nel velare queste diverse donne, tratti da un antico codice della Biblioteca Casanatense, passata nel Convento della Minerva de’ Padri Predicatori.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011