Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LXV

Dell’erezione de’ Monisterj e dell’istituto de’ Monaci.

Se alcuno si mettesse a pretendere che fin dallo stesso principio della Religion Cristiana s’avesse da dedurre l’origine del Monachismo, non gli mancarebbero ragioni da far conoscere almen verisimile la sua opinione; non già che allora cominciassero a fabbricarsi monisterj, ma perché né pure in que’ tempi mancarono Cristiani, i quali imbevuti della divina filosofia di Cristo, dando un calcio al mondo, viveano a sé stessi, e tutti si applicavano alla contemplazione e alla più severa disciplina della vita. Non si chiamavano Monaci, ma Filosofi ed Asceti, imitando i Filosofi nella maniera del vestire, e nello studio della virtù e delle scienze teologiche e morali, ma con iscopo più puro e profitto di gran lunga maggiore, che i Filosofi della Gentilità. Notissima è la disputa, se gli Esseni Terapeuti antichi fossero seguaci del Vangelo. Qualunque ne sia la decisione, basta il solo San Girolamo, che fiorì nel secolo quarto della Chiesa, per farci conoscere che i principi e l’istituto della vita monastica si truovano ne’ primi secoli del Cristianesimo, benché non peranche que’ Solitarj e Filosofi Cristiani stabilissero le leggi e regole di così santo istituto. Finalmente cominciarono essi a chiamarsi Monaci, o sia che vivessero nella solitudine de’ monti e dei deserti, o vivessero ritirati dal secolo ne’ monisterj: il che sappiam di certo essere spezialmente avvenuto dopo la pace data da Costantino il Grande alla Chiesa. Imperciocché essendosi in mirabil forma dilatata la Chiesa di Dio pel mondo, si cominciarono nell’Egitto, in Soria e nella Palestina a formar monisterj in siti remoti, dove si ritiravano come in porto coloro che sprezzando le pompe secolaresche, o ammaestrati dall’instabilità delle cose umane, fuggendo nelle solitudini, quivi unicamente si applicavano alla meditazion delle cose celesti, e a guadagnarsi un parchissimo vitto colla fatica delle lor mani. D’essi e della lor vita angelica parlano a lungo il poco fa lodato San Girolamo, Santo Atanasio, San Giovanni Grisostomo, Cassiano ed altri non pochi antichi Santi Padri. Passò poi dall’Oriente in Occidente questo nobilissimo istituto; né andrà lungi dal vero chiunque porterà opinione che i primi suoi fondamenti in Italia fossero posti nell’insigne città di Milano, e che di là si spargesse poi pel resto d’Italia, anzi per tutte le contrade dell’Occidente.

Il chiariss. P. Cristiano Lupo nelle note al libro de Praescriptione di Tertulliano così scriveva: Usque ad Augustini Episcopatum Africana Ecclesia et virorum et virginum Coenobia penitus ignoravit. Nam et ipse Augustinus, dum in Italia doceret Rhetoricam, ignoravit vocem Monasterium. Confidato nell’autorità di questo riguardevole scrittore, il P. Papebrochio della Compagnia di Gesù nella Risposta Ad Exhibit. Error. (Artic. XV, num. 105) proruppe in queste parole: Quid si pariter ostendam, ante Augustini Episcopatum, qui non fuit nisi saeculo quinto, nullum in Italia, nullum in Africa, quae praecipue Fidei Catholicae tunc erant ragiones, fuisse seu virorum seu mulierum Coenobium? Certe id asserit Christianus Lupus, ec. Ma né l’uno né l’altro assai accuratamente esaminò questo affare. Per testimonianza di Santo Agostino (lib. IV, cap. 6 delle Confessioni) erat Monasterium Mediolani plenum bonis Fratribus extra urbis moenia sub Ambrosio nutritore. Lo stesso Santo. Ambrosio conferma tal verità nell’epistola a quei di Vercelli, riprovando Sarmatione e Barbatiano, i quali aveano adottati gli errori di Gioviniano, con dire: Fuerunt nobiscum, sed non fuerunt ex nobis; neque enim pudet dicere, quod dicit Evangelium Johannis. Sed heic positi jejunabant, intra Monasterium continebantur, ec. Adunque anche nel 1988 secolo quarto s’era introdotto in Milano l’uso de’ monisterj. Anzi molto prima de’ tempi di Santo Ambrosio vi penetrò lo stesso istituto per cura di San Martino, celebre poscia vescovo Turonense. Severo Sulpizio nella di lui Vita, cap. 4, ne parla in questa maniera: Italiam repetens, quum intra Gallias quoque discessu Sancti Hilarii, quem ad exsilium Haereticorum vis coëgerat, turbatam Ecclesiam comperisset, Mediolani sibi Monasterium statuit. Gregorio Turonense nella Storia di Francia sul fine del libro I e nel libro X, cap. 31, lo ripete con dire: Apud urbem Mediolanensem Italiae primo Monasterium constituit. Odasi ancora Paulino Petricordio nella Vita del medesimo San Martino, lib. I, che così ne scrive:

..... Constructa statuit requiescere

Cella Heic, ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbris

Italiam pingit pulcherrima Mediolanum.

 Ma qui insorge il gran padre degli Annali Ecclesiastici, cioè il cardinal Baronio, pretendendo all’anno 340 che Santo Atanasio, portatosi in quell’anno a Roma, colà introducesse il Monachismo, da dove poi questa celeste forma di vivere si propagò per tutte le Chiese dell’Occidente. Ecco le parole di San Girolamo nell’epistola a Principia, da lui citate a questo proposito. Nulla eo tempore nobilium feminarum noverat Romae propositum Monachorum, neque audebat propter rei novitatem ignominiosum (ut tunc putabatur) et vile in populis nomen assumere. Haec (cioè Marcella) ab Alexandrinis prius Sacerdotibus, Papaque Athanasio, et postea Petro, qui persecutionem Arianae Haereseos declinantes, quasi ad tutissimum communionis suae portum, Romani confugerant, vitam Beati Antonii adhuc tunc viventis, Monasteriorumque in Thebaide Pachomii, et virginum ac viduarum didicit disciplinam: nec erubuit profiteri, quod Christo placere cognoverat. Aggiungasi ancora Santo Agostino, il quale nel libro de moribus Ecclesiae Catholicae così scrive: Vidi ego diversorium Sanctorum Mediolani non paucorum hominum, quibus unus Presbyter praeerat, vir optimus et doctissimus. Romae etiam plura cognovi, ec. Di qui inferisce il Baronio all’anno di Cristo 328, nobiliores Ecclesias aemulatas fuisse Romanam, ut Mediolanensis, quae primum Monasterium juxta civitatem positum habuit. Ma nulla ci vien recato dal dottissimo Porporato, che ci possa persuadere che prima in Roma, e poscia in Milano fossero fabbricati monisterj. Mancò di vita Marcella, di cui scrive San Girolamo, nell’anno 410, e però la vita monastica da lei eletta si dee porre nell’anno 370, o più tardi. Né per aver la medesima professato quel santo istituto, San Girolamo scrive che in Roma fosse istituito alcun monistero. Per lo contrario noi abbiam veduto che San Martino formò il suo monistero in Milano, allorché Santo Ilario fu dagli Ariani cacciato in esilio: il che avvenne nell’anno 356. E però, se non si apportano documenti più chiari, ci è permesso di credere che il primo monistero d’Italia fondato fu in Milano.

Pertanto nel secolo IV e V si cominciò a fabbricar monisterj in Italia, e massimamente in Milano, Roma, Ravenna, Nola, ed in altri luoghi della Campania e Calabria, nelle Isole del Mare di Toscana e Liguria, in Aquileia ed altrove. Celebri poscia furono nel secolo VI quei che Cassiodoro, soprannominato il Senatore, edificò nella Ulteriore Calabria. Nel qual tempo ancora lo splendidissimo lume dato da Dio alla Chiesa San Benedetto fiorì, e fondò il suo religioso Ordine, per cui l’istituto monastico in Italia ricevette miglior ordine e leggi stabili, sì per l’esterior disciplina, come anche per la saggia condotta degli animi alla pietà. Questa nuova Regola, siccome quella che abbracciava tutto il più lodevole dell’altre praticate in Oriente, poco stette a diffondersi per tutto quasi l’Occidente, e secondo essa fu gran copia di monisterj fondata. Anzi a poco a poco l’abbracciarono quegli ancora ch’erano già stati fabbricati prima di lui, riguardandolo da lì innanzi come lor padre e maestro. Nel Concilio Cabilonense II, tenuto nell’anno 813, si legge: Paene omnia Monasteria Regularia, in his regionibus constituta, secundum Regulam Sancti Benedicti se vivere fatentur. Anticamente oltre alla gran copia de’ veri e savj monaci, se ne contavano altri chiamati Anacoreti o Cenobiti, riguardevoli per la santità della vita. Altri ancora, e non pochi, vi furono monaci furva tunica pullati, i quali non erano sottoposti ad alcuno Abbate, non obbligati a chiostro veruno, i quali cacciandosi nelle città e nelle case private a guisa di mosche, più servivano ai proprj comodi che a Dio, chiamati perciò Sarabaiti con particolar nome. Si veggono costoro, monaci di veste solamente, sferzati dalla penna di San Girolamo in più luoghi, ed erano comunemente screditati ed odiati per la lor vita troppo diversa da quella de’ veri monaci, ed anche per lo più scandalosa. Ma da che prevalse la santa e severa disciplina di San Benedetto (per tralasciare gl’istituti di San Colombano e d’altri piissimi servi del Signore alquanto diversi dal Benedettino), a poco a poco andarono svanendo que’ falsi monaci, e la virtù e la santità de’ costumi si ristrinse ne’ ben ordinati monisterj. Certamente era assai differente l’Istituto Benedettino da quei degli ultimi secoli, ne’ quali tante religiose persone attendono bensì alla contemplazione delle cose divine, ma insieme si esercitano continuamente nell’amministrazione de’ sacramenti, nel predicare la parola di Dio, e in altre opere della vita attiva in pro del popolo, promovendo a tutto potere la santificazion delle anime. Contuttociò anche la religiosità di que’ monaci, spirando austerità e un vero staccamento dalle cose del secolo, e cercando la solitudine come un gratissimo porto e un veicolo all’eterna requie, si conciliava l’ammirazion del popolo; e l’esempio loro avea gran forza negli animi de’ secolari per tenersi lungi dai vizj, e dilatare il regno della pietà. San Giovanni Grisostomo si serve sovente dell’esempio loro per accendere i suoi uditori all’amore delle cose celesti. Col tempo s’aggiunse ad essi anche lo studio delle Lettere, e massimamente delle ecclesiastiche, per cui, giacché nel Clero secolare era di troppo calato il sapere, la famiglia Benedettina si acquistò gran fama e credito, e sommamente giovò alla Chiesa.

Oltre a questo, perché si tenevano scuole pubbliche ne’ più illustri monisterj, colà i Nobili e polenti inviavano i lor figliuoli per essere educati nel sapere e nella pietà, come si fa oggidì ne’ collegj. Finalmente le orazioni, le salmodie e l’uso del canto monastico, oltre alla regolatezza e santità della vita, dando negli occhi del popolo, conciliavano una gran venerazione alla Religion di Cristo, e a così pii e morigerati professori della medesima. Certamente ben pesato il merito degli antichi monaci, si troverà esser eglino stati tanto in Oriente che in Occidente un gran sostegno della Religion Cattolica ne’ vecchi tempi. Ciò massimamente si può osservare nell’Occidente, perché avendo i Barbari occupate quasi tutte queste provincie, e coll’ignoranza essendosi aperta una larga porta ai vizj, i monaci Benedettini e i loro Abbati egregiamente provvidero alla necessità della Chiesa non meno col coltivar le Lettere, che coll’esercizio di tutte le virtù; di maniera che né pure in quegl’infelici tempi mancarono esempli vivi e frequenti di santità, ed anche allora potè la Chiesa far conoscere non decaduta la sua bellezza. Furono una volta rinomati anche gl’Inchiusi, la vita austera de’ quali si tirava dietro l’ammirazione d’ognuno. Imperciocché dopo il terzo secolo della Chiesa cominciarono a vedersi uomini di tal pietà, che si confinavano nel recinto d’una cella, dove, senza uscirne giammai, menavano il resto della vita, superando coloro che si chiamavano Anacoreti. Durò questa sorta di monaci per più secoli; e quantunque da Cassiano e da Santo Isidoro non sia approvato l’istituto loro, pure dal popolo riscuotevano una gran venerazione. Tali si possono chiamare anche gli Stiliti, famosi in Oriente. Truovansi ancora vergini e donne che chiuse in qualche cella seguitarono questa pericolosa maniera di santità. Ciò che avvenisse ad una di queste verginelle Rinchiuse nel secolo XV di Cristo (perché sino a quel tempo durò tal costume), lo racconta Antonio Astesano, lib. I, cap. 9 del suo Poema da me pubblicato nel tomo XIV Rer. Ital. Ma non bastò qualche altro simil caso, che il popolo non continuasse a lodare e stimare assaissimo questa rigida forma di vivere. Lungo tempo stettero i monaci Benedettini co’ lor monasterj lungi dalla folla degli uomini, cioè ne’ monti e nelle solitudini. L’odore delle lor virtù quel fu, che li trasse poi anche entro le città, acciocché il loro esempio servisse di continua scuola cristiana al popolo. E crebbe talmente la divozion verso d’essi, che anche nelle terre e castella si desiderò che piantassero abitazione; e città vi furono, nelle quali non uno, ma più monisterj di Benedettini si contavano, quasi come oggidì avviene di varj altri Ordini Religiosi abitanti in una stessa città.

Noi sappiamo di molti Re, che con magnificenza degna di loro fondarono anticamente insigni monisterj. Alcuni ne annovera Paolo Diacono fabbricati dai Re Longobardi. La lor pia liberalità si truova imitata dai Principi, tutti persuasi d’acquistarsi gran merito presso Dio con sì fatte fondazioni. Da un’antichissima carta dell’Archivio Arcivescovile di Lucca, che ho data alla luce, spettante all’anno XIII del Regno di Pertharit, e al V di Cunibert, Regi de’ Longobardi, correndo l’indizione XIII, cioè all’anno di Cristo 685, impariamo che Felice vescovo di Lucca conferma al Monistero di San Fridiano tutti i beni ad esso sacro luogo donati da un Faulone, che forse fu maggiordomo di Cuniberto re, e fondatore d’esso. Con istudio non minore altri gran Signori e Vescovi d’Italia fondarono pro peccatorum suorum remissione de’ nuovi monasterj. Se ne contano parecchi fabbricati dai Romani Pontefici, dai Principi Beneventani, dai Duchi del Friuli e della Toscana, per tacer d’altri. Contuttociò in Italia a cagion della venula e crudeltà de’ Longobardi non furono qui edificati nel secolo VI e VII tanti monisterj, come nelle Gallie e nella Gran Bretagna. Anzi di quei che già erano fondati, non pochi rimasero vittima del loro furore, talché non ne resta memoria. Ma i più celebri e ricchi fra essi, tuttoché rimanessero involti in gravissime calamità, pure serbarono il loro nome e si rimisero nel primiero splendore, perché sostenuti dalla riputazione dei lor santi Fondatori, come quei di Monte Casino e di Subiaco fondati da San Benedetto, quel di Bobbio edificato da San Colombano, e quel di Nonantola, a cui Anselmo, dianzi duca del Friuli e poscia abbate, diede l’essere circa l’anno 752. Osservossi anche lo stesso, anzi maggiore zelo in altri Re e Principi fuori d’Italia, e massimamente nei Re ed Imperadori Franchi. Veggansi gli Annali del P. Mabillone per sapere, quanti chiostri di monaci riconoscano per loro fondatori Carlo Magno e Lodovico Pio Augusti. Nella Cesarea Biblioteca di Vienna esiste manoscritta, e di ben antico carattere, la Cronica di Ottone Frisingense, nel cui margine si leggono delle giunte, anch’esse di grande antichità. Da una d’esse possiam raccogliere quello che in questo proposito si diceva de’ suddetti due Monarchi, benché il poco fa nominato P. Mabillone scriva ingannarsi coloro, qui viginti quatuor Monasteria pro totidem Alphabeti literis a Carolo Magno condita scripsere. Tale è quella giunta.

Placet autem huic Operi inserere sub compendio Ecclesias, Titulos et Monasteria a piissimo et sanctissimo Karolo fundata, et a lapide constructa: cujus memoria in benedictione est, cum quibusdam aliis perpaucis. De innumeris autem Ecclesiis, quas iste gloriosus Imperator a primario lapide fundavit, quaedam heic summarie pertinguntur. In Saxonia apud Heresburc, ydolo Yrmensul destructo, Basilica valde formosa, et aliae quamplures. Item Anianensis Monasterii archisterium, ubi Benedictum nomine instituit patrem. Item per totam..... et Provinciam Winidorum et Fresonum. Item in Hispania Monasterium Sanctorum Martyrum Facundi et Primitivi. Item in Aquitania viginti tria Monasteria secundum ordinem et numerum alfabeti. Item de opere valde perspicuo eximia Basilica Sanctae Mariae Aquisgrani, ubi Romano Imperio sedes est Regiae Magestatis. Et ibidem Basilica Sancti Jacobi, quae est apud urbem Beterrensium. Et Basilica Sancti Jacobi apud Tolosam. Et illam, quae est in Gosconia inter urbem, quae dicitur Asta, et Sanctum Johannem Forduc via Jacobitana. Et Ecclesiam Sancti Jacobi apud Parisius. Has omnes et plures alias Ecclesias praediis, auro, argento, gemmis, quibuslibet aliis ornamentis et reliquiis studuit insignire. Hic etiam felicissimus Princeps inter alia virtutis suae opera Ecclesiam Imperialis Praepositurae Thuricensis Constantiensis Dioecesis fundavit, viginti quatuor in ea Canonicos, ut inveni in quodam compendio, instituendo, quam largis honoribus et possessionibus ditavit. Villam Ridem prope Albis, famulis, mancipiis et juribus ad eam pertinentibus; et in Homo praeter Salicam terram duos mansos et dimidium. In Thurego segregata loca cum vineis, molendinis, decimarum limitibus ex Imperialibus Salicae terrae Curtibus, videlicet in Stadelhoven, Wibelhingen, Oesta, Ilnova, Vellanden, Mure prope Glalse, Hofsleten, Meilanum, Bosivile. Ludewicus tamen nepos Karoli fundans Monasterium Regalis Albae Thuricensis, abstulit Praepositurae inter alia Villam Vellanden, Mure, et Bosivile, et ejusdem Monasterii Abbaciae donat et contradit, ut in sequentibus patebit.

Tralascio il resto.

Né mancavano una volta persone le quali, stanche e sazie delle cure secolaresche, impiegavano tutte la lor facoltà nella fondazione di qualche monistero, per quivi passare nella solitudine e in opere sante il resto della lor vita. Né solamente obbligavano sé stessi ai legami dell’istituto monastico, ma offerivano anche i lor figli a quel sacro luogo, quantunque talvolta di età d’uno o di due anni, come qui sotto si mostrerà. Ho prodotto a questo proposito uno strumento, esistente nell’archivio dell’Arcivescovato di Lucca, da cui apparisce che nell’anno XI del re Liutprando, correndo l’indizione VI nel mese di gennajo, ego Auriand V. D. una cum Gudifrid V. D. germanus meus, ec. accessimus ad V. D. Thalesperiano Dei gratia Episcopo; e concertarono con lui di fondare co’ lor proprj beni una chiesa in onore di San Pietro, ut fili nostri ibidem in ipso monasterio servire deveas unacum filio meo Galduald religioso Clirico, seo alii filii nostri, qui Deo servire voluerit, et ividem Monacale vita vivere deveas. Non v’ha dubbio, inclinava alla fondazione de’ monisterj la pietà delle persone dabbene: pure si può anche sospettare che i monaci stessi non lasciassero di sollecitar la gente con esortazioni e consigli a moltiplicar le abitazioni del loro istituto, e a far uso delle loro sostanze in ergere e dotare nuovi monisterj. Differenti non erano gl’ingegni, gli affetti e i desiderj d’allora da quei de’ nostri tempi, e l’ampliare l’Ordine monastico veniva riputato sopra molti altri un olocausto gratissimo a Dio. Dallo stesso Vangelo si ricavavano stimoli per eccitar la gente ad abbandonare il secolo, e a trasferire le lor facoltà ne’ monaci professanti la povertà. Aggiungasi, che non tutti erano santi gli abitanti nel domicilio della santità, né sempre sotto la veste monastica durava l’umiltà e lo sprezzo del mondo; anzi in non pochi si scorgeva l’ambizion degli onori e del comando; talmente che se non potevano conseguirlo ne’ proprj monisterj, ansiosamente lo cercavano nella fondazione dei nuovi. A questo argomento appartiene un Capitolare dei Re Franchi, lib. VI, cap. 140: Ut nullus Monachus, Congregatione Monasterii derelicta, ambitionis aut vanitatis impulsu cellam construere sine Episcopi permissione vel Abbatis sui voluntate praesumat; imperciocché i monaci, come confessa il P. Angelo della Noce Abbate di Monte Casino nelle note alla Cronica Casinense, tamquam Apes ex Coenobiali alveario de more egressi, nova monasteria, sive dicas cellas, construere amabant. Lascio andare altri esempli, bastando il qui riferire quel che avvenne in Modena come degno d’osservazione. Cagion fu l’ampiissimo Monistero Nonantolano, fabbricato cinque miglia lungi da essa città, che per gran tempo non pensassero i Modenesi a fabbricare alcun altro simile sacro luogo presso o entro la loro città, contenti di quell’antica e celebre Badia. Ma desiderando il vescovo di Modena Ildeprando di averne, uno più vicino, nell’anno 983, col concedere la chiesa di San Pietro a Stefano prete e monaco, preparò i fondamenti ad un nuovo monistero presso le mura della città, il qual poscia accresciuto e nobilitato tuttavia sussiste entro la medesima. La bolla di tal fondazione si legge nel tomo II dell’Italia Sacra ne’ Vescovi di Modena. Ma Pietro monaco Nonantolano avendo adocchiato questo nuovo nido, e bramando di far ivi buona fortuna, si associò col monaco Stefano, gli rubò la bolla suddetta, e con esibizion di danaro si studiò d’ottenere la metà di quella chiesa. Scoperta che ebbe il Vescovo l’ambizione e furberia di costui, il cacciò via, e con altra sua bolla, data nell’anno 988, confermò a Stefano la Rettoria d’essa chiesa. Poscia nell’anno 996 Giovanni vescovo di Modena costituì la medesima chiesa, juxta Mutinensem civitatetm sitam, ad honorem beatissimi Petri Apostolorum Principis Coenobium Monachorum, cum consensu et notitia omnium ejusdem Sanctae Mutinensis Ecclesiae Canonicorum, ejusdem civitatis Militum ac Populorum.

Per lo più ne’ monisterj fondati dai secolari il fondatore si riservava il giuspatronato, e lo trasmetteva a’ suoi eredi; ma per antico diritto, e fin dall’origine dell’Ordine Benedettino, l’elezion dell’Abbate apparteneva ai monaci ascritti a quel Monistero, siccome il Clero e popolo si eleggeva il proprio Vescovo. E tuttoché non manchino esempli di Vescovi et Abbati che in lor vita si dessero il successore; pure il diritto de’ monaci per tale elezione sempre durò, confermato di mano in mano dai Papi ed Imperadori. Ho io prodotto uno strumento dell’anno 728, tratto dall’Archivio Arcivescovile di Lucca, in cui Radchis venerabilis Abbas Presbiter del Monistero di San Michele costituisce suo successore in esso sacro luogo Waltprant Clericus filio Domni Waltpert glorioso Duci, fondato da esso Radchis; e conseguentemente per titolo di giuspatronato. A tale atto si truova sottoscritto Telesperiano vescovo di Lucca. Né si dee tacere che ai fondatori e patroni de’ monasterj competeva una volta la facoltà di eleggere l’Abbate anche fuori del grembo di quella congregazione. Questa facoltà se l’attribuivano talora anche i Vescovi, se così richiedeva il bisogno di rimettere in piedi o di conservare la monastica disciplina. Fu fondato l’insigne Monistero Ambrosiano in Milano; ed essendo mancato di vita quell’Abbate, Angilberto II arcivescovo nell’anno 832 pensava, quem Abbatem illic constituere deberet, quia ibi non reperiebatur talis, eo quod ob negligentiam Ordo Regularis valde inerat corruptus, come abbiamo dallo strumento pubblicato dal Puricelli, num. 44, Monum. Basil. Ambros. Però consulentibus etiam Sacerdotibus nostris (così parla lo stesso Angilberto) abstuli Gaudentium Abbatem Sancti Vincentii, quem etiam ego ibi Abbatem jamdudum ordinaveram, et in praefato Monasterio Sancti Ambrosii Abbatem constitui. Anzi, come da una pergamena da me data alla luce apparisce, il medesimo Arcivescovo nell’anno 840 Archipresbiterum Ecclesie nostre ibi (cioè nel suddetto Monistero Ambrosiano) cum electione omnium ordinavit Abbatem, con aggiugnere in fine: Concedimus etiam, ut post obitum ipsius Abbatis de ipsa Congregatione Pater eligatur, si idoneus ad hoc opus reperiatur. Non sarà discaro ai Lettori d’apprendere quali ufizj una volta si annoverassero ne’ più riguardevoli monisterj. Wala, o sia Guala, celebre personaggio, era Abbate di Corbeia; ma per essersi mischiato nelle turbolenze insorte fra Lodovico Pio Augusto e i suoi figli, fu cacciato di Francia. Venuto in Italia fu eletto, col favore di Lottario imperadore, Abbate di Bobbio nell’anno 833. L’Ughelli nel Catalogo degli Abbati Bobbiensi nol registrò, ma il P. Mabillone ne fece ben menzione. Resta tuttavia nell’archivio di quell’insigne Monistero un’ordinanza, fatta da esso Wala, e da me data alla luce, pel buon regolamento di quel sacro luogo, i cui ministri son riferiti secondo l’ordine seguente. Decanus, Custos Ecclesiae, Bibliothecarius, Custos Cartarum, Cellararius, junior Cellararius, Custos panis, Portarius, Hospitalarii Religiosorum, Hospitalarius pauperum, Custos infirmorum, Cantor, Camararius primus, Camararius junior, Magister Carpentarius, Custos vinearum, Ortulanus, Decanus junior, Custos pomorum. Chiunque è pratico dell’erudizione monastica, sa che ne’ vecchi secoli usarono i nobili genitori di offerire i lor maschi di tenera età ai monisterj, acciocché ivi sotto la regolare osservanza vivessero. Più antico di San Benedetto è un tal rito; egli lo approvò nella sua Regola, ordinando che gli offerenti cum oblatione ipsam petitionem et manum pueri involvant in palla altaris, et sic eum offerant. Erano per questo i fanciulli appellati Oblati: e tuttoché in età incapace di eleggere il loro stato, e solamente per arbitrio del padre si legassero in qualche istituto; pure non era da lì innanzi permesso loro di ritirarsi dal monistero, ed ammogliarsi. Un esempio ne ho prodotto io, ricavato dall’archivio de’ Canonici Regolari di San Bartolomeo di Pistoia, cioè uno strumento dell’anno 784 in cui Falcone cherico offerisce a quel Monistero Gifilari et Castiprand filiis meis, qui sub potestate Sancte Regule, et tue dominationi, qui supra Domenico Abbati, in ipsa sancta Ecclesia et Monasterii beati Sancti Bartholomei in avitu Monachorum vivere et deservire deveat, sicut sancta continet Regula, in palla altaris offerri previdi ipsi filii mei, ec.

Spezialmente nel secolo VIII dell’Era volgare talmente crebbe la stima e il credito della vita monastica, che fin gli stessi Re, Duchi e Conti, dato un calcio al secolo, correvano a que’ sacri chiostri per impiegar quivi il resto de’ lor giorni nella santa professione: del qual uso non pochi esempli diede l’Italia, la Francia e l’Inghilterra. Coloro poi che non furono da tanto in lor vita, almeno si procacciarono prima di morire in qualche guisa un simile vantaggio. Per attestato di Beda (lib. IV, cap. 11 della Storia Ecclesiastica d’Inghilterra), Sebbi re de’ Sassoni Orientali circa l’anno 675, correptus infirmitate permaxima, venit ad Antistitem Londoniae civitatis, et per ejus benedictionem habitum Religionis, quem diu desideraverat, accepit. Pochi dì appresso egli terminò il suo vivere. L’esempio suo fu da lì innanzi imitato da molti, e proseguì talmente quest’uso, che anche oggidì osserviamo non solamente persone pie, ma anche gli stessi mondani screditati per varj vizj, essere condotti alla sepoltura vestiti di abiti religiosi, mostrando dopo morte quella penitenza che sì poco amarono in vita. Gran divario nondimeno passa fra il rito de’ nostri tempi e quello degli antichi; perciocché allora i laici cadendo malati, realmente vestivano l’abito monastico, sperando massimamente d’essere sovvenuti dalle preghiere de’ monaci, al ruolo de’ quali s’erano ascritti. Scrive lo storico Liutprando nel lib. III, cap. 5, che suo padre nell’anno 940 inviato fu per ambasciatore a Romano imperador de’ Greci. Post reditum vero ejus, paucis interpositis solibus, languore correptus, Monasterium petiit, sanctaeque conversationis abitum sumsit, in quo post dies quindecim mortuus migravit ad Dominum. Che se questi tali si riavevano dalla malattia, non perciò era loro permesso di deporre l’abito, e di rompere i fatti voti. Chiamavansi i Monaci così fuor di regola creati, per distinzione dagli altri, Monachi ad succurrendum, perché condotti dal timore della morte a soccorrere in quella guisa all’anima propria. E di tal rito parecchi esempli si trovano riferiti dai Padri Mabillon e Dachery, dal Du-Cange, e da altri Eruditi. Né è da stupire che cotanto si prezzasse da’ Cristiani la veste monastica, da che non meno i Greci che i Latini costumarono di appellarla veste angelica, abito angelico, siccome chiamavano la vita monastica Coelicolarum vitam per cagione del suo santo istituto. Riferisce Boleslao Balbino nella Storia di Boemia una carta di Federico duca di quella provincia, scritta nell’anno 1186, dove son le seguenti parole: Ego Fridericus cupiens assiduis in precaminibus in futuro connumerari ejusdem loci Fratribus, qui die nocteque a laude Dei nec momento cessantes, sanctis aequales esse probantur Angelis.

Conviene ora osservare che massimamente sotto gl’Imperadori Franchi fiorirono Monaci ed Abbati riguardevoli per la santità de’ loro costumi, e che colle loro virtù illustrarono que’ secoli di ferro. Cagion fu questa loro probità che i Principi professori della pietà non solamente si servissero de’ consigli degli Abbati più accreditati, ma sovente ancora li ritenessero in corte, valendosi d’essi, per così dire, come di braccia negli affari politici, nel governo de’ popoli. Stimavano, e non senza ragione, che la cura della Repubblica non si potesse meglio affidare, che ad uomini così pii, e che sapevano tenere in freno tutte le loro passioni. Però non rade volte gl’impiegavano in ambascerie; e quando s’inviavano Messi a far giustizia pel Regno a fin di correggere gli abusi, sovente a ciò si deputavano degli Abbati. Carlo Magno particolarmente e Lodovico Pio ne tenevano uno o più per consiglieri. Adelardo il vecchio, celebre Abbate della vecchia Corbeia, dato fu da Carlo M. per consigliere a Pippino re d’Italia suo figlio, e questi poscia divenne Vicerè d’essa Italia. Leggonsi alcuni placiti da lui tenuti in queste parti, da me pubblicati in quest’Opera e nella Cronica di Farfa. Così Fulrado e Hilduino, Abbati di San Dionisio di Parigi, furono Arcicappellani nella corte di que’ Monarchi, e sotto il medesimo Lodovico Pio Helisachar abbate Centulense esercitò la carica di Gran Cancelliere. Lascio andare parecchi altri esempli, bastando questi per far conoscere in quanto pregio fossero allora per le loro virtù gli Abbati. Né io son qui per riprovare il passaggio dal monistero alla corte di personaggi dotati di tanta saviezza e bontà, perché s’ha da desiderare che dai migliori sia governata tale repubblica, e si può fondatamente credere che quegli Abbati sorpassassero nelle virtù i secolari. Tuttavia non tacerò che pericoloso mestiere per dei monaci era il fermarsi cotanto nelle corti, e lasciata la solitudine il passar tanto tempo nel real palazzo fra il lusso, le brighe e le adulazioni. Pochi son quelli che in sì splendida fortuna sappiano guardarsi dall’ambizione, dalla superbia, e da altre malattie secolaresche. In fatti que’ famosi Abbati Palatini, trovandosi involti nelle turbolenze della Francia, si videro cacciati in esilio, e tardi impararono che non già nel mare burrascoso delle corti, ma nel porto de’ chiostri si può ottenere la tranquillità dell’animo. In que’ medesimi tempi caro sopra gli altri fu a Lodovico Pio Augusto Benedetto abbate Anianense, uomo d’insigni virtù, e da alcuni non senza ragione paragonato al patriarca San Benedetto. Grande stima faceva dei di lui consigli il pio Augusto, e toltolo dal suo monistero, il voleva nel suo palazzo di Aquisgrana. Ma il santo Abbate riguardava non già per un onore, ma per un peso quel soggiorno, trovandosi contro sua voglia fuori del chiostro. Né mai si quetò, finché l’Imperador coll’aver fatto fabbricare apposta il Monistero Indense presso di Aquisgrana, gli permise di abitare fra’ suoi monaci, e ciò, perché quel santo Abbate molto disapprovava un Monaco Palatino. Ho buon testimonio di ciò Ermoldo Nigello, il cui Poema de Laud. Ludovici Pii ho io pubblicato nella Par. II del tomo II Rer. Ital. Introduce egli nel fine del lib. II lo stesso Lodovico, che così parla al medesimo abbate Benedetto, esponendo i motivi d’aver fabbricato il Monistero Indense:

Altera caussa monet, quoniam tu nam ipse fateris,

Ingratum voto hoc opus esse tuo.

Nec deceat Monachum civilibus infore rebus,

Resque Palatinas ferre libenter eos.

Illud sed poteris Fratrum curare labores,

Obsequia hospitibus cura parare pia:

Atque iterum nostras renovatus visere sedes,

Fratribus et solito ferre patrocinia.

Ma né pure in tutti i monaci di que’ tempi si trovava quella cura della regolare osservanza, e quello sprezzo delle cose temporali che splendè in Benedetto Anianense. Ancorché nella Storia Monastica d’allora s’incontrino non pochi Abbati e monaci cospicui per la lor santità; e quantunque l’istituto della vita monastica meriti somme lodi, di maniera che alle volte le congregazioni de’ buoni monaci si veggano chiamate un Paradiso, e la lor vita felicissima ed angelica, come notò il Sirmondo nelle note a Goffredo Vindocinense: tuttavia si vuol confessare che secondo l’uso della corrotta nostra natura non mancò mai, anzi abbondò fra quel grano il loglio. Cioè anche allora molti furono coloro che dopo avere abbandonato il secolo, abbondavano di desiderj e fatti secolareschi; o pure mal soffrendo la disciplina monastica girovagavano, ed anche dicevano un perpetuo addio ai lor monisterj, ovvero cadevano in peggiori eccessi che gli stessi secolari. Sotto lo stesso Lodovico Pio, cioè sotto un principe che in fabbricar monisterj, amare ed arricchire i monaci non ebbe pari, così scriveva Lupo abbate della Ferriere in Francia a Guenilone arcivescovo Senonense, Epist. 29: Episcopaliter compatiendum vobis est, si multos Monachorum experti sitis a sua professione detestabiliter deviare: quum et natura humana prona sit ad malum, et hostis noster bono semini superseminare semper gestiat zizania. Anche Pascasio Radberto abbate di Corbeia, che ne’ medesimi tempi fiorì, personaggio d’incorrotta santità, nel lib. IV sopra Geremia, così scriveva del secolo suo, cioè del nono: Ecce jam paene nulla est saecularis actio, quam non Sacerdotes Christi administrent; nulla Mundi negotia, in quibus Ministri altaris se non occupent. Nulla rerum improbitas, qua se Monasticus Ordo non implicet; paene nulla inlecebris vitae blandities, qua se castitas Sanctimonialium non commaculet. Né minori in Italia erano i disordini, tuttoché i Monarchi Carolini si studiassero di rimediarvi. Ecco ciò che risposero a Lodovico II Augusto nell’anno 855 i Padri del Concilio di Pavia, interrogati dello stato de’ Monaci e delle sacre Vergini. De Monasteriis autem virorum seu feminarum, ec., quia inspiratio omnipotentis Dei (credimus) cor vestri moderaminis incitavit, ipsi gratias referimus. Nam quod jam MAXIMA ex PARTE ordinem suum amiserint, omnibus est manifestum. Quae ut ad pristinum statum reducantur, in Domini ac Genitoris vestri, ac vestra gloriosa dispositione consistit. Ma le cose andarono poi di male in peggio, ancorché e prima e dopo non cessassero tanto i sacri Canoni, quanto le leggi de’ Principi di mettere freno agli abusi, e d’inculcare la monastica disciplina. Veggasi la legge XIV di Pippino re d’Italia contra de’ Monaci vagabondi. Instituimus (così egli dice) ut sicut Dominus noster Rex Carolus demandavit de illis Monachis, qui de Francia, vel aliis locis venerint et eorum Monasteria dimiserint, ut praesentialiter in illis partibus revertantur ad Monasteria, et nemo ex vobis ipsos secum detineat. Così nella legge Longobardica XLV di Lodovico Pio: Monachi fugitivi ad loca sua reverti jubentur. Nella legge XVI del suddetto re Pippino vengono tacciati Abbates, qui ad Palatium veniunt, vel inde vadunt vel ubicumque pergunt per Regnum nostrum, ut non praesumant ipsi, aut homines illorum alicui homini suam causam tollere (cioè le sue cose, le sue robe), nec sua laborata, in tantum si non comparaverint, aut ipse homo per suam spontaneam voluntatem eis dederit. Ecco degli Abbati che si servivano della licenza militare. Noi poscia abbiamo da San Paolino vescovo di Nola, e da San Benedetto nella Regola, esservi stati de’ Monaci girovaghi. Di questi parimente non ne mancava negli stessi Monisterj Benedettini, e ne parla il Concilio Vernense II, tenuto nell’anno 843, o 844. Ecco le parole del canone IV: Monachos, qui cupiditatis caussa vagantur, et sanctae Religionis propositum impudenter infamant, ad sua loca jubemus reverti, et regulariter Abbatum solertia recipi. Eis autem, qui post evidentem professionem Monachicam etiam habitum reliquerunt, vel qui sua culpa projiciuntur, nisi redire, et quod Deo spoponderunt, implere consentiant, hoc credimus posse remedio subveniri, si in ergastulis conclusi tamdiu a conventu hominum abstineantur, et pietatis intuitu convenientibus macerentur operibus, donec sanitatem correctionis admittant.

Ed essendo che anche sotto gli Augusti Carolini facilmente s’introducevano ne’ chiostri monastici i vizj e le corruttele, però di tanto in tanto erano spediti uomini di sperimentata probità, che rimettessero in piedi la disciplina, cioè unus Monachus et unus Cappellanus, cioè un prete secolare, come consta dalla legge XXI del suddetto re Pippino. E particolarmente ciò stette a cuore a Lodovico Pio, come s’ha dalla Storia. Lo stesso Pippino ordina nella legge III, ut Monasteria Virorum et Puellarum tam quae in mundio (sotto la tutela e giurisdizione) Palatii esse noscuntur, vel etiam in mundio Episcopali, seu et de reliquis hominibus esse inveniantur, distringantur (cioè si correggano) ab eo, in cujus mundio sunt, ut regulariter vivant. Ma dappoiché prese piede la detestabil usanza che le Badie, e particolarmente le più ricche, si dessero in benefizio o governo a persone secolari, o pure ad Ecclesiastici non monaci, non per vantaggio, ma per rovina de’ monisterj (del che si tratterà nella Dissert. LXXIII); o pure perché nel progresso del tempo anche i migliori istituti sogliono decadere; certo è che seguitò ad andare di male in peggio l’Ordine monastico, senza più vedersi que’ tanti esempli di virtù che aveano in addietro illustrata la Chiesa. Ma perciocché i Principi ecclesiastici e secolari o non potevano o non volevano accudire ai rimedj d’un male che ogni dì più andava crescendo, sorsero alcuni buoni monaci (giacché Dio non ne lasciò mai mancare il seme) i quali con grande animo impresero la cura di tanti disordini. I primi furono i Cluniacensi in Borgogna, che istituirono la Riforma; e siccome la lor congregazione abbondò lungo tempo d’uomini santi, così moltissimi monisterj anche d’Italia aderirono alla lor disciplina. Altre Riforme si videro poi fatte in Italia dai Santi Romoaldo e Giovanni Gualberto, ed altrettanto fecero in Francia i Cisterciensi, ed altri piissimi monaci; di modo che anche nel secolo XI e XII ne uscirono illustri personaggi, che portati alla cattedra di San Pietro, l’ornarono di molte riguardevoli virtù, e diversi monisterj fiorirono per l’osservanza regolare e con odore di santità. Tale fra gli altri si mantenne il celebre di Monte Casino; ed era sì stabilito il buon credito di que’ monaci alla corte del Greco Imperadore, ch’essi, allorché il popolo Cristiano nell’anno 1098 fece la prima Crociata in Oriente per liberare di mano degl’Infedeli la santa città di Gerusalemme, scrissero all’imperadore Alessio pregando di porgere ajuti all’esercito de’ Franchi. Esiste tuttavia nell’archivio Casinense la risposta d’esso Augusto data all’Abbate, in cui promette i richiesti soccorsi, come risulta dalla carta ch’io ho dato alla luce, con due altre del medesimo Imperadore.

Vennero poscia a rinforzare la Chiesa di Dio sul principio del secolo XIII altri Ordini Religiosi, e spezialmente le insigni famiglie de’ Predicatori e Minori. Quello che una volta accadde ai Benedettini, si osservò rinnovato in questi. Cioè la lor pietà e dottrina trasse gli animi di ognuno ad ammirarli ed amarli, ed ogni città gareggiò in ammettere il loro istituto, e in fabbricar conventi per comodo d’essi. Succederono appresso altri nuovi Religiosi, e loro ancora conceduto fu albergo e sostentamento. Divise le città come in quattro quartieri, uno se ne presero i Predicatori, un altro i Minori, e negli altri si adagiarono i Carmelitani e Romiti Agostiniani, o pure i Servi di Maria. Rivoltosi a questi nuovi ospiti tutto il popolo, non frequentava se non le loro chiese per ricevervi i sacramenti e la sepoltura, di modo che varj lamenti si svegliarono de’ parrochi per vedersi tolti gli antichi loro diritti, e necessario fu il mettere freno a chi cotanto sovvertiva l’antica disciplina. Così grande nondimeno era la stima di questi pii Religiosi in Italia, che ne’ pubblici affari, e particolarmente per comporre le fazioni e discordie de’ cittadini, e nel far leghe o paci, sovente si ricorreva al loro consiglio, autorità e industria. Anzi si valevano talvolta d’essi le Repubbliche in ufizj che parevano poco convenevoli alla lor professione religiosa. In Modena io truovo adoperati nel secolo XIII e nel susseguente quattordici Frati Mendicanti per raccogliere il dazio de’ follicelli ed altri tributi, e per sigillar le misure del grano, del vino, dell’olio, ec., e le pubbliche stadere. Talvolta ancora si appoggiava ad essi il sacchetto, dove si raccoglievano le fave bianche o nere usate dal popolo ne’ pubblici consigli per le sue deliberazioni ed elezione de’ ministri. Anche i Massari, o sia gli Economi, e i Sindachi, cioè i generali procuratori del Comune, si eleggevano sovente dagli stessi Ordini Religiosi. Negli Statuti MSti di Modena dell’anno 1327 si vede mentovato Frater, qui colligit pedagium Stratae pro Communi Mutinae. All’anno 1260 in uno strumento d’essa Repubblica si truova Frater Albertonus de Ordine Fratrum Humiliatorum, Massarius Generalis Communis Mutinae, nomine et vice Fratris Vinerii de Ordine Minorum Sindici Communis Mutinae. All’anno 1262 s’incontra Frater Amedeus de Sancta Trinitate Massarius Generalis Communis Mutinae. Così i Ferraresi, come consta da’ loro Statuti MSti dell’anno 1288, adoperavano Fratres de Boleta (cioè della Bulletta) et Platezolos Communis, qui Platezoli debeant esse Fratres. E nel lib. 2, Rub. 329, dove si parla de eligendis tribus viris super victualibus, viene ordinato che eligantur tres boni et legales viri, unus per Priorem Fratrum Praedicatorum, alius vero per Guardianum Fratrum Minorum, alius vero per Priorem Fratrum Eremitanorum. Ecco quanta fede si avesse alla probità de’ Religiosi di quel tempo.

Né già è da maravigliarsi che si moltiplicassero cotanto per tutte le città questi ed altri Ordini Religiosi chiamati Mendicanti (perché tale sul principio era il loro istituto, non contandosene alcuna che non ne nudrisca parecchi. Imperciocché non è diverso lo studio, anzi l’émpito naturale degli uomini per propagare la lor specie, da quello de’ Religiosi per dilatare il proprio istituto, per bene del Pubblico bensì, ma si può anche dire per accrescere i lor comodi ed ampliare il loro imperio. E fu ben curiosa cosa il vedere sul fine del secolo XIII e principio del susseguente più e più persone che proponevano d’istituire de’ nuovi istituti di Religiosi, talmente che il saggio pontefice Innocenzo III nel Concilio Generale Lateranense IV dell’anno 1215, col canone XIII giudicò bene di mettere una buona briglia a sì fatta smania con dire: Ne nimia Religionum (cioè degli Ordini Religiosi) diversitas gravem in Ecclesia Dei confusionem inducat, firmiter prohibemus, ne quis de cetero Novam Religionem inveniat. Sed quicumque voluerit ad Religionem converti, unam de approbatis assumat. Se prima di questo canone esso Pontefice avea approvato gli Ordini de’ Predicatori e Minori, niuna difficultà ci si presenta sopra tal determinazione. Ma Bernardo di Guidone nella Vita d’Innocenzo III, e Tolomeo da Lucca nella sua Storia Ecclesiastica (come si può vedere nella Raccolta Rer. Ital.) pretendono che San Domenico nello stesso Concilio dell’anno 1215 impetrasse l’approvazione dell’Ordine suo; ed altrettanto dicono gli Scrittori Francescani, che San Francesco ottenesse la conferma del suo nel medesimo Concilio. Quanto a’ Frati Predicatori, facilmente si conciliano i testi; perché San Domenico consigliato dal Papa ad eleggersi un Ordine approvato, veramente elesse quello de’ Canonici Regolari, talché l’istituzione de’ Predicatori non si oppose punto al decreto del Concilio. In fatti sul principio erano essi Religiosi appellati Canonici secondo la Regola di Santo Agostino, e se ne possono veder le pruove nella Storia Ecclesiastica del P. Graveson, e nel Bollano dell’Ordine de’ Predicatori, pubblicato e illustrato dal chiariss. P. Bremond, oggidì Generale dignissimo d’esso sacro Ordine. Quanto a’ Frati Minori, abbiamo da Jacopo di Vitry autore contemporaneo, da S. Bonaventura, da Matteo Paris, ed altri antichi Storici, che l’istituto loro si propagò sotto papa Innocenzo III, ed anche venne da lui approvato. Quel che è certo, Onorio III fu il primo che nell’anno 1223 con solenne rito e bolla lo confirmò.

Abbiam veduto quanto si mostrasse alieno l’animo del suddetto Innocenzo III pontefice sapientissimo, e de’ Padri Lateranensi dall’ammettere ed approvare delle nuove Congregazioni di Religiosi, benché si dica ch’egli, oltre ai sopraddetti due Ordini approvasse quelli della Trinità e degli Scolari. Tale fu sul principio il credito e concetto de’ Predicatori e Minori per la loro molta pietà, zelo e sapere, che in breve tempo con ammirabil successo il loro istituto si propagò per quasi tutta la Cristianità d’Occidente. Cagion fu così grande loro fortuna che si mettessero altri uomini pii ad inventare de’ nuovi Ordini Religiosi, figurandosi ciascuno che potessero riuscire di utilità alla Chiesa di Dio. Però dalle lor preghiere era sovente importunata la Sede Apostolica, chiedendone ognuno l’approvazione. Ma d’altro sentimento fu Gregorio X papa santissimo, e con esso lui i Padri del Concilio Generale II di Lione nell’anno 1272, i quali formarono il decreto XXIII colle seguenti parole: Religionum diversitatem nimiam ne confusionem induceret, Generale Concilium (cioè il Lateranense IV) consulta prohibitione vetuit. Sed quia non solum importuna petentium inhiatio illorum postea multiplicationem extorsit, verum etiam aliquorum praesumtuosa temeritas, diversorum Ordinum, praecipue Mendicantium, quorum nondum approbationis meruere principium effrenatam quasi multitudinem adinvenit: repetita constitutione districtius inhibemus, ne aliquis de cetero novum Ordinem aut Religionem inveniat, vel habitum novae Religionis assumat: cunctas affatim Religiones, et Ordines Mendicantes, post dictum Concilium adinventos, qui nullam confirmationem Sedis Apostolicae meruerunt, perpetuae prohibitioni subjicimus, ec. Poscia aggiugne il Pontefice: Sane ad Praedicatorum et Minorum Ordines, quos evidens ex eis utilitas Ecclesiae universali proveniens perhibet approbatos, praesentem non patimur constitutionem extendi. Ceterum Carmelitarum et Eremitarum Sancti Augustini Ordines, quorum institutio dictum Generale Concilium praecessit, in suo statu manere concedimus, donec de ipsis fuerit aliter ordinatum [1]. Con questo decreto come si accordi una bolla riferita nel tomo I del Bollario Romano, e data nell’anno 1226, in cui Onorio III papa con pochissime parole contro il solito approva la Regola de’ Carmelitani, ne lascerò ad altri l’esame. A noi basti di aver veduto con quanta severità nel secolo XIII tanto i Papi, che i Concilj Generali si opponessero alla moltiplicazione di nuovi Ordini Religiosi. Ma col tempo niun riguardo s’ebbe a sì fatti decreti, ed insorsero e si stabilirono altre congregazioni d’uomini pii, sommamente al certo lodevoli ed utili alla Chiesa, di modo che oggidì ciascuna città abbonda delle varie loro famiglie. E che dissi delle città? Non v’ha terra, castello ed anche talvolta villaggio, che non abbia uno o più conventi; e più ce ne sarebbero, se varj Sommi Pontefici non avessero messo freno ai piccioli monisterj.

Ma osservandosi oggidì tanta copia e insieme diversità di Frati, Preti e Cherici Regolari, forse può venire in mente ad alcuno di lodar la moderazione degli antichi secoli, perché senza paragone fu minore in que’ tempi il numero de’ Cherici Secolari, e similmente de’ Regolari, perché non v’era altro Ordine monastico che il Benedettino, e per lo più un sol monistero d’essi si contava nelle città. Ma non sì facilmente s’ha da pensare che ne’ vecchi tempi fosse molto ristretto il numero de’ monaci e dei monisterj. Imperciocché anche anticamente si trovavano città fornite di più monisterj Benedettini dell’uno e dell’altro sesso, de’ quali non resta vestigio a nostri tempi. Leggansi le Vite de’ Romani Pontefici raccolte da Anastasio Bibliotecario, e si vedrà che molti ne furono nella sola città di Roma negli antichi secoli. Per esempio, Gregorio II papa Monasteria, quae secus Basilicam Sancti Pauli erant ad solitudinem deducta, innovavit atque ordinatis servis Dei Monachis, congregationem constituit, ut, ibidem die noctuque Deo redderent laudes. Hic Gerontocomium Sanctae Dei Genitricis ad Praesepe Monasterium instituit. Atque Monasterium Sancti Andreae Apostoli ad nimiam deductum desertionem, in quo nec unus habebatur. Monachus, adscitis Monachis ordinavit, ec. Il medesimo Papa ancora domum propriam in honorem sanctae Christi Martyris Agathae, additis a fundamento coenaculis, vel quae Monasterio erant necessaria, a novo construxit, ec. Abbiamo osservato che anticamente più d’un monistero esisteva secus Basilicam Sancti Pauli: lo stesso pare che s’abbia a dire della Vaticana. Imperciocché Gregorio III, come s’ha dalla sua Vita, fecit Oratorium intra eamdem Basilicam beati Petri, dove ripose le Reliquie di tutti i Santi, quorum Festa Vigiliarum atque Natalitiorum a Monachis trium Monasteriorum illic servientium quotidie Missas celebrari instituit. Aggiugne poscia l’Autore della suddetta Vita, ch’esso Papa construxit et Monasterium Sanctorum Martyrum Stephani, Laurentii, atque Chrysogoni, constituens ibidem Abbatem, et Monachorum Congregationem, ec. Simili etiam modo renovavit Monasterium Sanctorum Johannis Evangelistae secus Ecclesiam Salvatoris, ubi et Congregationem Monachorum et Abbatem constituit. Questi monaci nella Basilica Lateranense persolvebant sacra officia laudis divinae diuturnis nocturnisque temporibus. Che parimente in Roma esistesse Monasterium Boëtianum, siccome ancora Monasterium Sancti Martini in vicinanza della Basilica Vaticana, l’abbiamo dalle antiche memorie. Facevano allora i monaci l’ufizio, che susseguentemente fu poi appoggiato ai Canonici, per li templi secolari. In una parola, s’ha dagli Annali del P. Mabillone, che sul fine del secolo X si contavano in Roma sexaginta Monasteria, cioè quadraginta Monachorum, et viginti Sanctimonialium; di maniera che se tutte le città a proporzion di Roma fossero state provvedute di monisterj, avrebbero potuto gareggiare col sistema de’ nostri tempi.

Ma questa abbondanza per lo più era ristretta alle città più cospicue. Così negli antichi secoli noi troviamo in quella di Milano non pochi monisterj di monaci, come Ambrosianum, Sancti Victoris ad Corpus, Sancti Vincentii, Sancti Simpliciani, Sancti Celsi, Sancti Dionysii, Sanctorum Gervasii et Protasii, Sancti Caloceri, e fors’altri a me ignoti. Delle monache v’erano Monasterium Majus, Widelindae, Auroni, Dalthaei, Lentasii, novum de Ghisone, ec. Parimente in Verona si contavano anticamente i Monisterj Sancti Zenonis, Sanctae Mariae ad Organum, Sancti Firmi, Sancti Petri in Mauriatica, Sancti Stephani in Ferrariis, Sancti Thomae, Sanctae Trinitatis, ed altri, che il tempo ha consunti, e non saranno a quegli Eruditi. Oltre a ciò la città di Pavia ne’ vecchi tempi ebbe i Monisterj Sancti Petri in Caelo aureo, Sancti Salvatoris, Sanctae Agathae, Senatoris, Sanctae Mariae Theodotae, Sancti Anastii, Sancti Matthaei, Sancti Thomae, Sancti Apollinaris, Reginae sive Sancti Felicis, Sancti Majoli, Sancti Marini, Sanctae Mariae Venationum, ed altri, de’ quali son forse periti a nomi. Per quanto si ricava dall’antico Storico Ravennate nelle Vite di quegli Arcivescovi, anche in Ravenna si contavano molti monisterj; ma per quanto dirò più abbasso, si può dubitare se contenessero dei monaci. Il Ghirardacci nella Storia di Bologna rapporta all’anno 1073 una bolla di papa Gregorio VII, dove son registrati varj monisterj di quella città e distretto. Quantunque sia falso tal documento, pure potrebbe darsi che una volta esistessero que’ luoghi sacri, de’ quali non resta vestigio. Altri monisterj Bolognesi e antichi appariscono in altre carte; ed una ne ho prodotto io, indicante il Monistero di Santa Lucia di Roffeno, situato nel medesimo territorio.

S’ha in oltre da osservare che gli antichi monaci amavano più tosto di fabbricare i lor chiostri nelle solitudini, o almen fuori della città, che nelle città. Abbone, fondatore del Monistero della Novalesa in Piemonte (come abbiamo dalla Cronica di quel luogo nella Parte II del tomo II Rer. Ital. ) diceva Non potest tuta fore Monachorum habitatio, si circa urbes vel vicos fiat eorum assidua conversatio. Così in Milano erano fuori della città i Monisterj Ambrosiano, di San Celso, ed altri. In Pavia quei di San Pietro in Caelo aureo, di San Salvatore, ec. In Verona di San Zenone, di Santa Maria all’Organo, ec. In Modena quello di San Pietro, e in Reggio quel di San Prospero. Un benefizio ancora recavano al Pubblico que’ monaci che andavano a far fondazioni in luoghi inospiti ed incolti; perché secondo il loro istituto dovendo anche lavorar colle proprie mani, si davano a tagliare i boschi, a roncar le terre, e a ridurle coltivate. Avvenne eziandio che in alcuni di que’ sacri luoghi, poscia arricchiti di gran copia di beni, a poco a poco andarono crescendo le abitazioni de’ secolari, talché se ne formarono villaggi considerabili e delle buone terre. Particolarmente ciò si può osservare pel Monistero di Bobbio sopra Piacenza fra orridi monti, dove esiste una città episcopale. Così quel di Brugneto nel Genovesato divenne un Vescovato: e nel Modenese all’insigne Monistero Nonantolano si aggiunse una terra; e nella Diocesi d’Adria a quello della Vangadizza un’altra bella terra, oggidì appellata la Badia. Tralascio altri simili esempi. Eranvi adunque una volta insigni monisterj fabbricati lungi dalle città; ma più senza paragone abbondavano i piccioli monisterj, sparsi ne’ territorj di molte d’esse città, de’ quali resta il solo nome, od anche il nome è perito. Ho io provato questa verità con tre carte dell’anno 748, 764 e 775, tratte dall’archivio de’ Canonici Regolari abitanti nell’antichissimo Monistero di San Bartolomeo di Pistoia. Altre carte degli anni 763, 793, 800, ricavate dall’insigne Archivio Arcivescovile di Lucca, io ho prodotto, dalle quali apparisce che più monisterj si contavano nel territorio Lucchese prima dell’anno 800. Che in alcuni di sì fatti sacri luoghi abitasse qualche numero di monaci, o è certo, o è almen verisimile. Puossi dubitare che gli altri fossero come oratorj, governati da prete secolare. Di tal sorta doveano essere quattro monisterj che Ingone vescovo di Ferrara nell’anno 1010 donò al Capitolo de’ suoi Canonici, come consta dallo strumento da me dato alla luce. Anche in Ravenna esistevano una volta parecchi di tali monasterj goduti dai preti secolari. Agnello storico Ravennate nel secolo IX s’intitolava Abbate di San Bartolomeo. né certamente era monaco. Molto probabile che ancor que’ monisterj anticamente fossero albergo di monaci, e che i secolari ecclesiastici poi se ne impossessassero. Tal sospetto passa in certezza al leggere le parole di San Gregorio Magno, scritte nel libro IV, ora V, epist. I a Giovanni vescovo di Ravenna, dove si lamenta perché aliqua loca dudum Monasteriis consacrata, nunc habitacula Clericorum, aut etiam Laicorum facta sint. Veggansi ancora le Vite de’ Vescovi Cenomannensi presso il Mabillon e il Baluzio, e si troverà che in quella sola Diocesi anticamente esistevano trentasei piccioli monisterj. Aveano bene stese que’ monaci le radici; ma col tempo quasi tutte quelle picciole congregazioni andarono in rovina. In fatti ne’ vecchi tempi ogni ricco monistero, perché possedeva beni in assaissime parti d’Italia, si studiava in qualunque città, terra o villa di aver qualche Cella o Priorato con chiesa di sua ragione, acciocché portandosi colà, o passando di là, l’Abbate o i monaci non avessero da pagare l’albergo, ma riposassero nel proprio. Non minor premura è stata ed è quella de’ Regolari de’ nostri tempi per aver qualche nicchio dappertutto: con questa differenza, che oggidì le case de’ Religiosi in una città sogliono essere d’Ordini diversi; laddove anticamente le varie case erano di soli Benedettini, discendenti nondimeno da diversi monisterj. In una Cella abitar soleva un converso o un solo monaco, più d’uno ne’ Priorati. Un esempio ci vien qui somministrato dalla città di Ferrara. Quivi era la Cella o Priorato di Sant’Agata, spettante al Monistero di San Benedetto di Polirone sul Mantovano. La Cella o Priorato di Sant’Agnese, appartenente a quello della Pomposa. La Cella o Priorato di San Giovanni colla chiesa di San Biagio di ragione del Monistero Nonantolano. La Cella o Priorato di Santa Giustina, spettante a quello di Santa Giustina di Padova. La chiesa di Santa Maria Nova, ch’era del Monistero di San Bartolo di Ferrara. La Cella o Priorato di San Michele, dipendente dal Monistero di San Genesio di Brescello, e prima da quello di Aula Regia di Comacchio. La Cella o più tosto il Monistero di San Niccolò non so da chi dipendesse. Il Monistero di San Benigno di Fruttuaria possedeva in Ferrara il Priorato di San Romano. I Canonici Regolari di Porto di Ravenna vi possedevano il Priorato di Santa Maria in Vado. Anche il Monistero di San Vitale di Ravenna godeva in essa Ferrara la Cella o Priorato di San Vitale. Forse vi furono altri simili Priorati da me non conosciuti. Maggiormente poi si conferma questa verità dall’ispezione delle bolle pontificie concedute ai monisterj, e massimamente ai più illustri e facoltosi. Due ne ho io prodotto, l’una dell’anno 1132 di papa Innocenzo II, e l’altra di papa Anastasio IV, amendue in favore dell’insigne Monistero della Pomposa, dalle quali si riconosce, in quante città e luoghi esso possedesse Celle e chiese. Cioè in Modena, Bologna, Ferrara, Padova, Trivigi, Vicenza, Verona, Ceneda, Brescia, Forlì, Urbino, Reggio, Mantova, Parma, Piacenza, Pavia, Cremona, Rimini, Firenze, Pistoia, Gubbio, Fiesole, Perugia, ed altri luoghi che tralascio. Puossi anche vedere nel tomo IV dell’Italia Sacra una bolla di papa Innocenzo III dell’anno 1216 in favore del Monistero Chiusino di San Michele posto nella Diocesi di Torino. Son quivi annoverati i tanti monisterj e chiese che quel sacro luogo possedeva entro e fuori d’Italia. Che se chiedi, come in tanti luoghi stendessero i monisterj le loro fimbrie, risponderò qui sotto nella Dissertazione LXVII. Per ora basterà di sapere che i monaci dovunque potevano, si studiavano di accrescere il loro dominio, ed oltre a ciò i Fedeli per varie cagioni spontaneamente offerivano ai monisterj i lor beni e chiese, per godere delle esenzioni e del patrocinio degli Ecclesiastici. Più felicemente procedeva l’affare per li monisterj di maggior nome e forza, perché maggiori erano i lor privilegi. Ho io rapportato due permute fatte da Rodolfo abbate di Nonantola negli anni 1029 e 1034, dalle quali si raccoglie quanta quantità di beni possedesse questo Monistero nel Modenese, nel Piemonte, e fino nella stessa città di Torino, dove ad esso apparteneva, oltre i varj stabili, medietas de Mercato ipsius civitatis. Né se n’ha a stupire, da che lo Storico di Farfa (da me dato alla luce nella Parte II del tomo II Rerum Ital.) attestò nel secolo XI che il Monistero Nonantolano gareggiava in dignità, facoltà ed ampiezza con lo stesso celebratissimo di Farfa, andando innanzi a tutti gli altri d’Italia. Quanti beni per varie parti d’Italia godessero una volta i monisterj di Tremiti, di San Giovanni di Lanciano, di San Salvatore nel Monte Amiate, di Subbiaco, di San Lorenzo in Campo su quel di Fano, e d’altri; e quanti monisterj sottoposti ognun d’essi godesse, l’ho io dimostrato con varj documenti che non occorre accennare. Finirò con dire che le tante Celle e Priorati, dove anticamente si diffondevano i monaci, non poco servirono ad intepidire lo spirito monastico, e a rovinare la disciplina, come altresì ne’ secoli susseguenti avvenne per tanti conventini de’ Frati Mendicanti. Questo disordine fu ben avvertito da San Giovanni Gualberto, fondatore dell’Ordine Vallombrosano; e però, siccome scrive nella di lui Vita al cap. 3 il Beato Andrea abbate Strumiense, proibì Monachos accipere Capellas (cioè cinese dove si ministravano i sacramenti) ad hoc, quod aliquando a Monachis regi deberent. Canonicorum, non Monachorum, hoc esse officium dicebat. Viderat enim, sub talibus occasionibus falsae obedientiae multos Monachorum ire per abrupta, et inrecuperanda animarum incidere detrimenta. Nam id, quod duo vel tres Monachi quolibet loco sub occasione obedientiae absque praesente Pastore morantur, detestabatur, et suis id facere omnino interdicebat. Avea il Concilio Aquisgranense dell’anno 817 ordinato che per conto delle Celle monastiche, non minus de Monachis ibi habitare debeant, quam sex. Poco fu da lì innanzi eseguito un tal ordine, oltre di che né pur bastava a togliere gli abusi.

 

Nota

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[1]  diamo la traduzione completa del decreto XXIII:

Le case religiose devono esser soggette al vescovo.

Un concilio generale (Concilio Lateranense IV, 1245, c. 13., ndr.) con apposita proibizione ha cercato di evitare l'eccessiva diversità degli ordini religiosi, causa di confusione.

Ma l'inopportuno desiderio dei richiedenti in seguito ha strappato, quasi, il loro moltiplicarsi e la sfacciata temerità di alcuni ha prodotto una moltitudine di nuovi ordini, specie mendicanti, ancor prima di aver ottenuto un'approvazione di principio. Rinnovando la costituzione, proibiamo assolutamente a chiunque di istituire un nuovo ordine o una nuova forma di vita religiosa, o di prendere l'abito in un nuovo ordine. Proibiamo per sempre tutte, assolutamente tutte, le forme di vita religiosa e gli ordini mendicanti sorti dopo quel concilio, che non abbiamo avuto la conferma della sede apostolica e sopprimiamo quelli che si fossero diffusi.

Quegli ordini, tuttavia, che sono stati confermati dalla sede apostolica e sono stati istituiti dopo il concilio suddetto, ai quali la professione (religiosa) o la regola, o qualsiasi costituzione proibiscano di avere redditi o possedimenti per il loro sostentamento, e vi provvedono con una disordinata mendicità mediante la pubblica questua, decretiamo che possano sopravvivere nel modo seguente: sia permesso ai professi di questi ordini di rimanere in essi, se vogliono, ma senza ammettere, in seguito, nessuno alla professione, senza acquistare nuove case e nuovi terreni e senza poter alienare le case e i beni che possiedono senza speciale licenza dalla santa sede. Intendiamo, infatti, riservarli a disposizione della sede apostolica, per destinarli all'aiuto della Terra Santa o dei poveri, o ad altri usi pii, attraverso gli ordinari dei luoghi o per mezzo di coloro, cui la stessa sede abbia conferito l'incarico.

Se poi si sarà creduto di poter fare diversamente, né l'accettazione delle persone, né l'acquisto delle case o dei terreni, o la vendita degli stessi e di altri beni sia valida; ed inoltre quelli che agiscono contrariamente siano soggetti alla sentenza di scomunica. Agli appartenenti a questi ordini proibiamo assolutamente, inoltre, il ministero della predicazione e della confessione e il diritto di sepoltura, per quanto riguarda gli estranei.

Non vogliamo tuttavia che la presente costituzione si applichi agli ordini dei Predicatori e dei Minori, la cui evidente utilità per la chiesa universale ne testimonia l'approvazione.

Quanto agli ordini dei Carmelitani e degli Eremiti di Sant'Agostino, la cui fondazione risale a prima del concilio generale di cui abbiamo parlato, concediamo che essi possano rimanere nella propria condizione, fino a che per essi non sia presa una diversa decisione: è nostra intenzione, infatti, provvedere loro e agli altri ordini non mendicanti, come ci sembrerà meglio per la salvezza delle loro anime e per il loro stato.

Vogliamo aggiungere che agli appartenenti agli ordini che cadono sotto questa costituzione concediamo una generale licenza di poter passare agli altri ordini approvati, in modo, tuttavia, che nessun ordine possa passare ad altro ordine e nessun convento ad altro convento con tutto ciò che possiede, senza aver prima ottenuto su ciò uno speciale permesso della stessa sede.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011