Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LIV

Del vario stato delle Diocesi Episcopali.

Abbiam veduto nella Dissertazione XXI, dello stato dell’Italia, e nella Dissertazione XLVII, dell’ampliata potenza delle città Italiane, a quante mutazioni furono una volta suggetti i confini del governo politico delle città. S’ha ora da cercare se più stabili fossero quelli delle Chiese e delle lor Diocesi. Ora certissimo è, che quantunque di gran lunga fossero negli antichi secoli più fermi i limiti de’ Vescovati, pure non andarono col tempo né pur essi esenti dalle mutazioni secondo le vicende delle cose umane. Nascevano anche fra’ Vescovi, non meno che fra le città, controversie per li confini delle Diocesi: il che spezialmente apparirà da quanto diremo nella Dissertazione LXXIV, delle Parrocchie. E qui non si dee tacere una piacevol maniera, che si dice tenuta dai Vescovi di Modena e Bologna, per comporre una lite insorta per differenza di confini fra le loro Diocesi. Carlo Sigonio, illustre decoro de’ Modenesi, nel lib. I de Episcopis Bononiensibus così scrive all’anno 744 del Vescovo di Bologna, di cui ignorò egli il nome. Dioecesim cum Episcopo Mutinensi hac ratione divisit. Facta inter se sponsione singuli delecti utrimque juvenes sunt, viribus corporis ac pedum pernicitate aequales, quorum unus Bononia, alter Mutina eodem die, horaque profecti, cursum quam velocissime intenderunt. Atque ubi inter se obvii fuerunt, ibi communes terminos utriusque Ecclesiae posuerunt. Hujus rei vetus monumentum exstat in Actis civitatis, neque est aliud eo vetustius. Notizia sì pellegrina, come suole avvenire, come una gioia fu accolta e inserita nel Catalogo de’ Vescovi Modenesi da Gasparo Sillingardi vescovo nostro, e dal Ghirardacci nella Storia di Bologna, e finalmente dall’Ughelli nell’Italia Sacra, con dare in que’ tempi per vescovo di Bologna Chiarissimo, e poscia Barbato, quantunque dell’iscrizione da lui recata apparisca che Barbato fiorì sotto il re Liutprando, e prima di Ratchis, e però avanti l’anno 744. Ma il P. Beretti monaco Benedettino al num. 33 della sua Dissertazione Corografica, da me anteposta al tomo X Rer. Ital., si ride del Sillingardi, e manda alle favole quell’atto. Risi anch’io, allorché la prima volta lessi così bella invenzione; perché non si può pensare cosa più sconvenevole alla sapienza di que’ Prelati, e più inverisimile, che il rimettere la decisione di quella controversia a un ripiego sì fallace e puerile; e particolarmente perché convien dire che i Modenesi eleggessero per loro un uomo zoppo, mentre questi due lacché, l’uno stranamente lento e l’altro velocissimo, si scontrarono al fiumicello della Muzza. Però pregai gli amici Bolognesi, che mi permettessero di scrutiniar meglio questo fatto. Ora essi, siccome persone che abborriscono le imposture, ancorché fabbricate in utilità e gloria della lor patria, con tutta gentilezza m’inviarono copia di quel documento, estratta dal registro antico del loro archivio, ch’io ho poi dato alla luce. Comincia così: In nomine Dei eterni. Regnante Domino nostro Excellentissimo seu magnifico Rege Longobardorum in Italia..... Rachis Imperaduro Augusto, anno Imperii ejus vel pietatis a Deo coronando pacifico Rege Imperio secundo die mense septembris pro indictione quinta. Quando vero ipsio Donus Imperator Augustus conmoravad in Corte Cardeto, ec. Certamente mi stupii non poco, come il Sigonio, uomo di buon giudizio e pratichissimo della Storia del Regno d’Italia e delle carte di que’ tempi, non avvertisse che qui si tratta d’una vergognosa impostura, quando i segni della finzione danno negli occhi anche dei novizzi nell’antica erudizione. Ma essendo uscita alla luce l’Opera del Sigonio de’ Vescovi di Bologna dopo la di lui morte, ed essendo state fatte delle giunte alla medesima, giustamente si può sospettare, come avvertii nella di lui Vita, che contro la mente di lui, fosse intrusa questa pezza nel suo lavoro. Chi può mai sofferire quel Rachis Imperadore Augusto? E nell’anno secondo di lui correva non già l’indizione quinta, ma bensì la XIII, o XIV, o XV. Tralascio quella più che barbarica lingua Latina. Si vuol nondimeno confessare che sembra molto antica questa finzione, perché ivi compariscono Urso Dux, il cui nome si truova in una carta di Giovanni Duca suo figlio, da me rapportata nella Dissertazione LXVII, e Desiderius Dux, che fu poi re de’ Longobardi; e Anselmus Dux, che fu poi monaco e fondatore dell’insigne Monistero di Nonantola; e Nortepertus Dux, del quale si fa menzione nella donazione fatta al suddetto Monistero da Carlo Magno, come apparirà nella Dissertazione LXVII. Come l’impostore v’abbia introdotto questi veri nomi, taluno potrebbe maravigliarsene; ma forse egli si sarà servito di qualche carta vera a fingere la sua.

Del resto allorché negli antichi tempi bollivano le guerre, in que’ tumulti, o perché restavano vacanti le Chiese, o perché i Vescovi erano cacciati in esilio, talvolta i territorj episcopali, chiamati da’ Greci Parochiae o Paroeciae, e poscia Dioeceses, ne riportavano gran danno, e rimanevano esposte a non poche mutazioni; e ciò perché i Vescovi vicini per motivo di carità, o pure d’umana cupidigia, entravano nelle giurisdizioni altrui. In oltre talora alcun Vescovo possedendo qualche sua chiesa entro la Diocesi del vicino, sia per averla fabbricata, sia per titolo di giuspatronato, se per avventura esercitava ivi le funzioni episcopali, moveva col tempo lite intorno ai confini del Vescovato, intorno a ciò è da vedere il Decreto di Graziano XVI, quaest. I. Son già passati mille anni, dappoiché Balsari vescovo di Lucca, per conservare illesi i diritti della sua Chiesa, in occasione che Giovanni eletto vescovo di Pistoia s’avea da consecrare, o pur dovea far qualche funzione in una Parrocchiale del Lucchese, l’obbligò prima a confessare che quella chiesa apparteneva alla Diocesi del Vescovo di Lucca, né dover pregiudicare quella funzione al di lui diritto. Ciò risulta da una carta alquanto logora, esistente nell’Archivio Arcivescovile di Lucca, e scritta nell’anno 700, o 715, che ho dato alla luce. Tempi ancora ci furono, massimamente dopo il secolo decimo dell’Era Cristiana, ne’ quali per qualche enorme delitto, come sarebbe di scisma, o di avere ucciso il Vescovo, si gastigava la Diocesi, con applicarla ad altra Chiesa vicina, nella guisa che i Re ed Imperadori per qualche grave misfatto privavano del contado le città, sottoponendole ad altro. Se poi fosse lodevole un tal uso, non è qui luogo di esaminarlo. Ma sopra tutto conviene osservare che in molti de’ luoghi, dove furono fabbricati insigni monisterj, patì non poco la Diocesi e giurisdizione dei Vescovi. Esistono tuttavia di tali monisterj, o governati da’ loro Abbati, o dati in commenda ai primarj del Clero secolare, che godono la lor propria Diocesi, ed ivi come Vescovi, eccettoché gli Ordini sacri e il Crisma, esercitano autorità episcopale. Notissimi sono quei di Monte Casino, di Farfa, di Subbiaco, della Novalesa, della Pomposa; e, per tacer d’altri, l’amplissimo Monistero di Nonantola, fondato nel territorio di Modena, gode una Diocesi che si stende in varie parrocchie del Modenese, Bolognese e Padovano, di cui presentemente è commendatario l’Eminentissimo cardinale Alessandro Albani. Assai più di tali monisterj si contarono ne’ vecchi tempi, i diritti e l’autorità de’ quali venne meno per le guerre e rivoluzioni de’ popoli. Molti ancora dotati di questa prerogativa si veggono in Germania. Per qual via e in qual tempo crebbe cotanto la potenza de’ monaci, che giunsero ad estenuare la giurisdizion de’ Vescovi, e ad accrescere la propria, lo chiederà taluno. Manifesta cosa è che anticamente non solo tutte le chiese parrocchiali erano sottoposte ai soli Vescovi, ma ancora che i Vescovi aveano autorità sopra gli stessi monaci e monisterj. Tale autorità in molti luoghi durò anche dopo il secolo decimo, cioè finché a poco a poco dai Romani Pontefici furono sottratti alla podestà episcopale (Vedi qui sotto la Dissertazione LXX). Contavansi, è vero, anche negli antichissimi secoli chiese godute dai monaci, o perché fondate da loro, o perché donate ad essi dai Fedeli, ma erano per lo più non altro che oratorj e cappelle, dove stavano cherici, o un Priore, e talvolta un Abbate: il che nondimeno non pregiudicava al diritto de’ Vescovi, siccome né pur noceva il giuspatronato che godevano sopra varie chiese i secolari. Ma per conto delle parrocchie, difficil cosa è il mostrare, in qual preciso tempo queste cominciassero a staccarsi dalla podestà de’ Vescovi, e ad essere godute e possedute con pieno diritto dagli Abbati, o sia dai monaci. Non sarà intanto inutil cosa il produrre un frammento degno di osservazione, cioè una parte del Catalogo degli antichi privilegj del suddetto Monistero Nonantolano, che trovai nell’archivio d’essa Badia: poiché gli originali son periti, o, per dir meglio, sono stati trasportati dai poco scrupolosi Commendatarj. Comincia questo Catalogo dai tempi di Astolfo re de’ Longobardi, cioè da circa l’anno 740, e arriva fino al 1279, in cui fu scritto da un monaco di quel Monistero. L’ho io pubblicato. Il chiarissimo marchese Scipione Maffei, a cui siam tenuti per la pubblicazione di varj papiri Egiziani, dopo il P. Mabillone osservò che lungo tempo durò l’uso d’essi in Italia, e che se ne valevano anche i Re ne’ loro diplomi, e gli altri in iscrivere gli atti pubblici e i contratti delle persone private. Molti se ne conservavano anche nel 1279 nell’archivio di Nonantola; e si dee osservare che i diplomi dei Re Longobardi erano in papiri, que’ degli Augusti Franchi in pergamene. Così parla il Monaco autore d’esso Catalogo: Privilegium Desiderii Regis non scripsi, sicut illa Astulfi et Adelchisi, quia consumptum et dissolutum prae vetustate, quia fuit in papyro; ita quod de illo non potiti extrahere bonum quidquam.

Ritornando al proposito, da un privilegio di Lodovico Pio Augusto, accennato nel suddetto Catalogo, impariamo che era seguita una concordia fra Gisone vescovo di Modena e Pietro abbate di Nonantola (cioè quel medesimo che per attestato d’Eginardo all’anno 813 fu mandato a Constantinopoli a trattar di pace con Michele imperadore); una concordia, dico de Ecclesiis Baptismalibus, videlicet, quod ipse Abbas dedit eidem Episcopo Ecclesiam Sancti Thomae Baptismalem prope Lamma pro universis aliis Ecclesiis; et ipse Episcopus alias reliquit in pace. Adunque da ciò si può inferire che circa l’anno 815 appartenessero alcune chiese battesimali, o sia parrocchiali, all’Abbate di Nonantola, senza che contraddicesse il Vescovo di Modena, nella cui Diocesi era fondato quel Monistero. Ma fabbricar su quel diploma non si può con sicurezza, per essere il medesimo o perito, o ascoso agli occhi nostri, e non potersi ben conoscere in che consistesse quell’accordo. Forse quelle chiese furono del Monistero quanto all’amministrazione, ovvero per titolo di giuspatronato egli nominava il parroco e vi metteva i cherici, restando intatto al Vescovo il diritto di approvare il parroco eletto, e di concedergli la facoltà di amministrare i sacramenti al popolo. Quivi parimente leggiamo un’altra concordia stabilita inter Anselmum Abbatem et Vitalem Episcopum Bononiensem de Plebe Sancti Mammae in Lizano, videlicet, ut ipse Episcopus habeat spiritualia tantum, ipse vero Abbas habeat temporalia, et patronatus in eligendis ibidem Clericis. Perciò se si mostrano monisterj che con pieno diritto e con esclusione del Vescovo signoreggiavano chiese parrocchiali, ci sarà permesso di chiedere che ciò sia confermato con documenti infallibili e non dubbiosi. Il che fatto, resterà allora da cercare se tal dominio sia stato trasferito negli Abbati per libera concessione de’ Vescovi, o almeno per privilegio della Sede Apostolica, ovvero più tosto per qualche illegittima via. Dico ciò, perché non mancarono una volta persone potenti, le quali spezialmente nel secolo decimo ebbero in commenda i più illustri monisterj. Quanti allora acquistassero la signoria del prefato Monistero di Nonantola, farò vederlo nella Dissertazione LXXIII. Potè dunque accadere che que’ vecchi Commendatarj, cioè Arcivescovi e Vescovi, godendo un gran potere nella corte dei Re d’Italia, si abusassero del loro ascendente; e siccome faceano da assoluti padroni ne’ monisterj, così volessero anche dominare nelle Parrocchiali spettanti a que’ monisterj, con isprezzare l’autorità de’ Vescovi, nella Diocesi de’ quali erano situate quelle Parrocchiali. Avendo in oltre i Principi ne’ secoli X ed XI occupate non poche chiese, usarono talvolta non di restituirle a’ Vescovi, ma di donarle ai monasterj, ed anche di venderle: per lo che poscia insorsero controversie fra i Vescovi e gli Abbati, le quali erano poi dedotte al tribunale della Santa Sede. Fu ciò osservato dal P. Tomassini nel lib. I, cap. 36 de Beneficiis, che cita una lettera di Giovanni cardinale al Vescovo Molismense, rapportata nel tomo IX, pag. 479 de’ Concilj del Labbè, e scritta circa l’anno 1080; confessando quel Cardinale omnes Ecclesiarum res in manu Episcoporum esse debere, uti canonica decreta constituunt; ed essersi poi introdotte consuetudini contrarie, non poche liti per la giurisdizione turbata de’ Vescovi. Adduce poscia il medesimo Tomassini nella Par. I, lib. III, cap. 22 molte autorità comprovanti che anticamente essi Vescovi esercitavano il loro diritto sopra le chiese sottoposte ai monisterj. Finalmente nel libro III, cap. 30 rapporta l’origine de’ privilegi che dai Vescovi, o Metropolitani, o da’ Romani Pontefici furono conceduti ai monaci.

Qui mi sia permesso di aggiugnere una sola osservazione, cioè che trattandosi degli antichi tempi, con gran riguardo s’ha da giudicare del total diritto degli Abbati sulle Pievi, o chiese parrocchiali. Certamente non oserei negare che anche prima del mille fossero alzati a tanta dignità, che participassero dei diritti episcopali o per essere fondati dagl’Imperadori, o perché godessero dell’immediata lor protezione, quali furono il Casinense, il Farfense, il Nonantolano, ec. Eccone un esempio. Il Monisterio di S. Salvatore non lungi da Pavia fu fabbricato ed annesso a quella antichissima chiesa nell’anno 972 dalla piissima imperadrice Adelaide, moglie di Ottone I Augusto. Ottenne essa che quel sacro luogo fosse immediatamente sottoposto alla Sede Apostolica; e però Giovanni XIII papa nella costituzione LIII (Parte II del Bollario Casinense), fra l’altre cose decretò, ut Baptismus etiam in iisdem Ecclesiis Monasterii licenter fieret Apostolica, auctoritate. Poscia con altra costituzione vieta al Vescovo, ne in eodem Monasterio alicujus potestatis praerogativam sibi aliquando usurpare praesumat. Queste parole, massimamente colla giunta di poter conferire il Battesimo, sembrano indicare che non restasse più al Vescovo Pavese facoltà veruna sulle Parrocchiali sottoposte a quel Monistero. Se possa essere stato diversamente, lascerò pensarlo ad altri. Imperocché in casi tali s’ha da osservare se i diplomi sieno originali, potendo nelle copie essere intervenuta qualche interpolazione. E notisi che in quella bolla non si legge l’anno del pontificato di Giovanni XIII, e si ha anche a riflettere se nel dì 24 d’aprile dell’anno 971 corresse l’anno V di Ottone II Augusto, e come si confermino a quel Monistero, allora fabbricato da essa Augusta, possessiones, quae a Regibus et Principibus, seu quibuslibet Christi fidelibus collata sunt; e perché si dica nello stesso periodo che l’Imperadrice l’ha edificato e rinovato. La Basilica di San Salvatore era bensì stata fabbricata alcuni secoli prima, ma che dianzi vi fosse Monistero, nol pruovano gli Eruditi Pavesi (Vedi ciò che ne ho detto io nella Dissertazione XXI). Avendo io poi detto di sopra che potè darsi qualche usurpazione per parte degli Abbati, convien qui rapportare il canone IV del Concilio di Chiaramonte tenuto nel 1095 alla presenza di papa Urbano II. Quivi si legge: Quia Monachorum quidem Episcopis jus suum auferre contendant, statuimus, ne in Parochialibus Ecclesiis, quas tenent, absque Episcoporum consensu Presbyteros collocent. Sed Episcopi Parochiae curam Abbatum consensu Sacerdoti committant, ut ejusmodi Sacerdotes de Plebis quidem cura Episcopo rationem reddant. Ma dopo il secolo undecimo in alcuni de’ più illustri monisterj più chiaramente compariscono i vestigj della Diocesi propria; e fra questi si distingue il nobilissimo di Monte Casino, la cui Diocesi e giurisdizione spirituale si vede illustrata dal P. Angelo della Noce al cap. V, lib. I della Cronica Casinense. Se poi ne fosse così grande l’antichità, non vo’ io cercarlo. Truovasi ancora ornato di una pari prerogativa dopo il mille l’antichissimo Monistero della Pomposa: del che abbiamo non pochi privilegi presso i Monaci Benedettini trasferiti poscia a Ferrara. Ne ho io dato alla luce uno, tratto dall’archivio Estense, cioè una bolla del santo pontefice Leone IX, data nell’anno 1050, da cui sono confermati varj diritti spettanti a quel Monistero. Sembra eziandio apparire dopo il secolo X l’intera giurisdizione dell’Abbazia Nonantolana sopra varie Parrocchiali: in pruova di che ho io rapportata una bolla, ma non autentica, di Sergio papa dell’anno 1011, contenente la fondazione della chiesa parrocchiale di San Michele presso il Monistero suddetto, fatta da Rodolfo abbate. Riluce ancora l’immunità di quel sacro luogo da un’altra bolla di Pasquale II papa, confermante i suoi privilegj, nell’anno 1112.

Quello che finora ho detto dell’Abbazia Nonantolana, si dee stendere a quelle ancora della Cava, di Farfa, del Volturno, di Bobbio, e d’altri celebri monisterj d’Italia, se pure tutti i loro antichi privilegj sieno esenti da ogni sospetto, dovendosi nulladimeno osservare anche i documenti e privilegi de’ Vescovi. A cagion d’esempio, indubitata è una Bolla di Alessandro III papa del 1172, esistente nell’archivio de’ Benedettini di San Pietro di Modena, dove si legge: Statuimus quoque, ut infra Parochias Monasterii et Ecclesiarum vestrarum, nullus Ecclesiam vel Oratorium sine assensu Episcopi et vestro aedificare praesumat. Dove si scorge provveduto alla giurisdizione del Vescovo. Ma di maggior momento in questo proposito è una bolla di papa Calisto II, data nel 1121 a Dodone vescovo di Modena, che originale si conserva nell’archivio de’ Canonici. Perché il Sillingardi e l’Ughelli la rapportarono senza la sottoscrizione de’ Cardinali, l’ho io ripubblicata intera. Quivi è detto che appartengono al Vescovato di Modena le chiese de Dodruntio, in Curte Sici, in Curte Solariae, Roncaliae, Pontis Ducis, Camuranae, Curtiolae, Sancti Petri in Sicula, Castriveteris, Panciani, et Rubiani. E pure queste medesime chiese sono attribuite al Monistero Nonantolano nelle bolle Pontificie. In oltre si legge nella suddetta bolla di papa Callisto: ut nulli Episcoporum facultas sit infra praedictos fines, sine tuo vel Successorum tuorum consensu, Ecclesiam consecrare, Carisma conficere, aut Clericos ordinare, praeter Ecclesias et Clericos de Castro et Burgo Nonantulae. Ma come mai dopo l’anno 1121, in cui fu data questa bolla, prevalsero cotanto le pretensioni del Monistero, che si vede da lì innanzi da quelle stesse chiese escluso il Vescovo di Modena, e fissato il possesso e governo d’esse nell’Abbate? E perché al medesimo Vescovo oggidì sono soggette alcune chiese, le quali pure ne’ precedenti privilegi ubbidivano al solo Abbate di Nonantola? Non resta a me tempo da ricercarne la cagione. Solamente dirò, che se anticamente vi furono delle controversie, il tempo le ha composte, e che oggidì l’una e l’altra Diocesi conserva buona amistà. Cura sarà d’altri Vescovi su questo esempio l’indagare onde sieno venute le scissure de’ loro Vescovati (Veggasi ancora qui sotto la Dissertazione LXX). Intanto si vuole avvertire che nel Concilio Lateranense, tenuto dal sopra mentovato papa Callisto II nel 1123, svegliate furono gravi querele dai Vescovi contro i Monaci, il dominio e i privilegj de’ quali cotanto erano cresciuti, che ora mai si trovava di troppo sminuita la giurisdizione e il sublime grado d’essi Vescovi. Imperciocché non solamente gli ornamenti episcopali erano stati conceduti agli Abbati, ma assai di loro aveano ancora formate Diocesi proprie con le spoglie de’ sacri Pastori. È raccontato il fatto da Pietro diacono nel lib. IV, cap. 78 della Cronica Casinense colle seguenti parole: In ea Synodo Episcopi et Archiepiscopi adversus Monachos proclamationem fecerunt, dicentes, nil aliud superesse, nisi ut sublatis virgis et anulis, deservirent Monachis. Illi enim Ecclesias, Villas, Castra, Decimationes, vivorum et mortuorum oblationes retinent. Et rursus haec saepius ante Pontificem conquerentes: decidit pudor; Canonicorum honestas obliterata est; Clericorum religio cecidit: dum Monachi, contemto caelesti desiderio, jura Episcoporum insatiabiliter concupiscunt; et omnes, quae sua sunt, quaerunt; et qui Mundum cum suis concupiscentiis reliquerunt, his, quae in Mundo sunt, inhiare non desinunt. Et quibus per Beatum Benedictum a curis mundialibus ultro quiescendi locus offertur, ad tollenda ea, quae Episcoporum sunt, opportune importune fatigantur. Quivi perciò nel canone XVII fu vietato agli Abbati e Monaci publicas poenitentias dare, et infirmos visitare, et unctiones facere, et Missas publicas cantare. Chrisma et Oleum, consecrationes altarium, ordinationes Clericorum ab Episcopis accipiant, in quorum Parochia manent. Ciò che i Monaci rispondessero allora per conto de’ lor dominj, non importa riferirlo. Avrebbono ben potuto anch’essi chiedere, perché i Vescovi ed Arcivescovi, dappoiché l’Apostolo nell’Epistola II a Timoteo avea desiderato, ne militantes Deo implicarent se in negotiis saecularibus, essi con non minore cupidigia cercavano il governo temporale delle città e castella, ed altri secolareschi impieghi, che portavano con seco anche l’impegno di guerre sanguinose. Ma basta qui solamente accennare che in vano si spesero quelle grida, e i Monaci e gli Abbati continuarono a godere il possesso de’ tanti lor beni.

All’incontro vi furono una volta alcuni Vescovi che, non contenti di possedere e governare la lor propria Diocesi, si studiarono d’accrescere il loro popolo coll’altrui, stendendo la mano sulle Diocesi confinanti. Talvolta ciò avvenne per giuste cagioni, e coll’assenso della Sede Apostolica, cioè allorché bollivano guerre, o crescendo le paludi devastavano le campagne e ingoiavano le chiese, talmente che non restavano più le rendite dovute e necessaria al Vescovo. Altre volte nondimeno questo accadde senza legittima cagione, e solamente per soddisfare all’ambizione d’alcuni, fomentando i Principi del secolo, e non già i Romani Pontefici, simili usurpazioni riprovate dai sacri Canoni. Nella Cronica del Volturno (Par. II del tomo I Rer. Ital., pag. 388) disputa fu nell’anno 839 coram Sicardo Principe Beneventano, inter Hermerissum Episcopum Beneventanum, e i Monaci di Santa Maria di Sano, per cagione di una Parrocchiale che il Vescovo pretendeva di suo diritto, laddove i Monaci l’attribuivano al loro Monistero. Non fu conosciuto dall’Ughelli questo Hermerisso vescovo di Benevento, e convien riporlo fra Orso ed Aione all’anno 839. Leggesi nella medesima carta che quella stessa Parrocchiale usque ad tempus Domni Gisulfi Ducis et Munoaldi reverentissimi Episcopi fuisse in dominio Sanctae Beneventanae Ecclesiae. Anche questo Monoaldo vescovo ebbe la disgrazia d’essere ignoto all’Ughelli. Secondo i conti di Camillo Pellegrini, Gisolfo II tenne il Ducato dall’anno 732 sino al 749. Adunque s’ha questo Vescovo da riporre fra Arderico ed Ambrosio, i quali, se crediamo a Mario Vipera, governarono la Chiesa di Benevento dopo l’anno DCC. Pertanto in quel placito facea vedere il vescovo Hermerisso, o sia Hermeris, che quella Parrocchiale era occupata dai Monaci contro i sacri Canoni. Ma rispondevano i Monaci, Principes et Antistites ponere in oblivionem Canones, et Edicta gentis nostrae Langobardorum, et sequi in judicando usus hujus nostrae Provinciae. Poscia aggiunsero: Attamen si hoc per Antecessores minime stare potest, quia ad Canones judicare vultis: quomodo sanctus noster Barbatus Episcopus obtinuit a bonae recordationis Domno Romoaldo, ut usurparet sanctam Sedem Sipontinam; et per ejus obsecrationem praedicta Sedes usurpata est, et contradita sanctae Sedi Beneventanae Ecclesiae; et ab eo tempore usque nunc ibidem minime fuit consecratus Episcopus? Seguitano poi a dire, Sipontinum Episcopatum, et ejus Parrociam per Praeceptum Domni Romoaldi Beneventano Episcopo fuisse concessam: quod et nobis esse videtur, contra Canones factum fuisse. Udito ciò, Sicardo principe interrogò Giusto arciprete della santa Beneventana Chiesa, che sosteneva ivi le parti del vescovo Hermerisso, an ipsa Sedes Sipontina cum Canonica sanctione fuisset sublata. Et ipse nobis claruit, dicens, quod contra Canones facta est usurpatio praedictae Sedis Sipontinae. Con lumi tali noi possiam accusar di finzione la lettera di Vitaliano papa, prodotta da Mario Vipera, da cui viene approvata l’unione della Chiesa Sipontina colla Beneventana. Ne sospettarono anche il Pellegrini e l’Ughelli. Combatte il testo, combattono le note cronologiche con quella bolla; né i Beneventani nell’anno 839, in cui fu scritta la carta Volturnense, aveano notizia alcuna d’essa, e però trattavano da usurpazione quella unione.

Abbondano poscia gli esempli di luoghi e città che anticamente furono ornate di Vescovo e Diocesi, siccome consta dalle Storie, da Concilj e dalle carte antiche; ma che ora niuno o poco vestigio serbano di tal dignità e decoro. Per legittime cagioni o cessò, o fu loro tolto sì fatto ornamento; o perché in que’ luoghi crebbe qualche più illustre città in cui fu trasferita la cattedra episcopale, o perché furono spianate quelle città e cacciati i popoli, e vennero con ciò quelle Diocesi aggregate ai confinanti Vescovati; od anche per qualche grave delitto de’ cittadini tolto fu ad essi l’onore del Vescovato. Ci son dunque non pochi luoghi che anticamente ebbero i lor Vescovi, ma trasferita di poi ne’ vicini Vescovi la Diocesi, nulla conservano dell’antica lor dignità. Altri si veggono, che ne ritengono almeno il nome, perché unite le lor chiese ad un’altra, ritenendo, come dicono, il titolo ed ornamento della Concattedralità. La terra di Brescello in riva al Po, suggetta ai Duchi di Modena, ora nello spirituale è sottoposta al Vescovo di Modena. Fu negli antichi tempi città episcopale, e dappoiché fu distrutta, i Vescovi di Parma e di Reggio ne assorbirono la Diocesi. Acilium, oggidì Asolo, terra confinante col territorio Trivisano, fu anticamente governata da’ proprj Vescovi; ma da molti secoli ubbidisce al Vescovo di Trivigi, e negli anni addietro si adoperò per ricuperar l’onore della Concattedralità. All’incontro il Vescovato d’Adria, fu trasferito a Rovigo; quel di Luni a Sarzana; quel di Toscanella a Viterbo, cioè dalle antiche diroccate città alle moderne. Per lo contrario Bobbio città della Flaminia, il cui Vescovato fu ben conosciuto negli antichi secoli, sì fattamente perì, che né pure il sito, dove stette una volta, oggidì è noto agli Eruditi, e la Diocesi sua fu aggregata a quella di Sarsina. Ma tralasciando tutte l’altre, solamente ricorderò, essere incerto, in qual tempo Ferrara, città illustre a’ nostri dì, ed ultimamente onorata colla dignità arcivescovile, benché nata ne’ secoli barbarici, cominciasse ad avere il proprio Vescovo. Imperciocché quello che si racconta di Marino primo vescovo, e d’altri antichissimi suoi Pastori, sa di favola, né è appoggiato ad alcun sicuro documento. Pensano gli Eruditi Ferraresi che prima della nascita della città quel paese fosse sottoposto nello spirituale a Vescovi abitanti Vicohabentiae, oggidì Voghenza, villa della Diocesi e del Ducato Ferrarese, da dove poi trasferirono la sede a Ferrara. E veramente fra’ Vescovi suggetti anticamente al Metropolitano di Ravenna si truova il Vico-habentino in un diploma di Valentiniano III Augusto presso il Rossi nella. Storia di Ravenna: il qual monumento, ancorché sia finto, pure porta seco una grande antichità, perché Agnello Ravennate, che fioriva circa l’anno 830, ne parla nelle Vite di quegli Arcivescovi. Son di parere gli stessi Dotti Ferraresi che gli antichi lor Vescovi abitassero in Voghiera, altra villa non lungi da Voghenza, essendosi ivi trovati molti marmi con iscrizioni, dove si leggeva il nome d’essi Pastori. Due di tali iscrizioni mi furono comunicate dal canonico Giuseppe Scalabrini, pubblico Lettore nell’Università di Ferrara. Nella prima si leggono le seguenti parole di caratteri assai rozzi:

DE DONIS DEI ET SCE MARIE

ET SCI STEFANI

TEMPORIBVS DN GEORGIO VB EPS

HVNC PERGM FECIT  IND SEC

L’altra iscrizione è tale:

INNI  DNI TEMPORIBS DN MAVRICINI

VB EPIS SERVVS TVVS SERVIENS TIBI FECIT

 INDIC XI

In vece d’INNI penso che ivi sia scritto IN NO, cioè In nomine. Sicché qui abbiamo due venerabili vescovi Giorgio e Mauricino. Si può pretendere che appartengano alla Chiesa di Ravenna, perché quivi fiorì Giorgio arcivescovo nell’anno 836, e Mauro spettante all’anno 650. Ma il suddetto canonico Scalabrini li pretende, già Vescovi di Voghenza. Un Sermone di San Pier Grisologo in Consecratione Marcellini Episcopi Vico-habentini, fa conoscere che negli antichi secoli in essa Voghenza risiedevano Vescovi.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011