Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LIII

Degli Avvocati delle Chiese e de’ Visdomini.

Nelle vecchie memorie della Storia Ecclesiastica, e spezialmente nelle carte de’ rozzi secoli, sovente si truova menzione degli Avvocati, che i Vescovi, Abbati, Canonici, e gli altri sacerdoti Rettori di chiese prendevano per difesa dei loro beni e diritti. Il darne ora a cognizione appartiene all’istituto mio. Ed è bene antichissima l’origine di questa dignità. Imperciocché, come han fatto già vedere il Tomassini, tom. I, lib. II, cap. 97, ed anche il Du-Cange nel Gloss. Lat., nello stesso secolo V il Concilio Milevitano II (e non già il Cartaginese, come esso Du-Cange pensò) determinò che si domandassero a gloriosissimis Imperatoribus Defensores Scholastici, qui in actu sint, vel in officio defensionum caussarum Ecclesiasticarum, e che sia loro permesso ingredi Judicum secretaria. Quei che allora vennero chiamati Defensores, ne’ susseguenti secoli più sovente portarono il nome di Avvocati. Stima il suddetto Tomassini nata negli Ecclesiastici la necessità di prendere questi Difensori delle loro cause, perché summopere abhorrescerent Clerici et a litibus et Tribunalibus Judicum, Saecularium. Nol niego io, se si tratta de’ primi secoli della Chiesa. Ma ne’ susseguenti io truovo dapertutto Vescovi, Abbati e fin le stesse Badesse comparire al Foro secolare, ed ivi esporre le loro ragioni, e talvolta senza l’aiuto e la presenza degli Avvocati. È dunque da dire che l’assistenza e il soccorso di essi si richiedeva una volta, perch’essi erano periti nella scienza delle Leggi, di cui erano ordinariamente privi gli Ecclesiastici, né conveniva loro lo studio di esse per valersene ne’ tribunali, e per questo d’uopo era valersi di Legisti secolari. Ma si aggiunse ancora un’altra ragione. Cioè volendo alcuno di essi Ecclesiastici litigare, davanti ai giudici laici, dovea prestare il giuramento di calunnia, e potea essere forzato a giurare per altre occasioni: il qual rito quantunque sia approvato dalla ragione per giusto, tuttavia i sacri Canoni nol permettevano al Clero; sì perché desideravano i militanti nella Chiesa studiosi della pazienza, e lontani dall’accusare il prossimo e dal litigare, e sì ancora per guardarli da ogni pericolo di poter spergiurare, anche contro lor voglia. Apparteneva dunque agli Avvocati il giurare in vece dei cherici litiganti. Ciò espressamente si truova ordinato nella legge I Longobardica di Arrigo II imperadore. Mirabilmente crebbe la necessità di aver Avvocati secolari, da che l’iniquissimo uso del duello cotanto invalse sotto i Re Longobardi, Franchi e Germani, di maniera che gli stessi Ecclesiastici per difesa de’ loro stabili e diritti erano non rade volte costretti ad accettare il combattimento, ed anche ad offerirlo: il che era più detestabile. Ognun sa che sconveniva allora, siccome anche oggidì sconviene, alle persone di Chiesa il prendere l’armi per far sanguinose battaglie. Però i cherici per quelle zuffe eleggevano i loro Avvocati, i quali erano anche uomini militari, o pur altri, che si chiamavano Campioni, come già mostrai nella Dissertazione XXXIX.

Pertanto doppio era ne’ secoli barbarici l’ufizio degli Avvocati delle Chiese, cioè l’uno di difendere i beni ecclesiastici colle parole e colla scienza legale, e l’altro di proteggerli colla forza e scienza militare. L’uno e l’altro conveniva ai laici, disdiceva agli Ecclesiastici. Nella legge VII di Pippino re d’Italia fra le Longobardiche vien permesso a ciascuno de’ Vescovi di avere un Avvocato in qualunque contado dove godessero beni e diritti; e per conseguente talvolta ne avevano non un solo, ma molti. Poscia si aggiugne in quella legge: Et talis sit ipse Advocatus, liber homo, bonae opinionis, Laicus, aut Clericus, qui sacramentum pro caussa Ecclesiae, quam peregerit, deducere possit juxta qualitatem substantiae, sicut lex eorum habet. Così sta scritto nelle note edizioni e presso il Baluzio, ma con parole guaste, come osservai nelle note a quella legge, perché ivi s’ha da scrivere Laicus autem, non Clericus. Dissi conceduta ai Vescovi l’autorità di eleggersi non solo uno, ma anche più Avvocati. Due in fatti al servigio della Chiesa di Milano, cioè Boniprando e Ariberto, compariscono in un placito tenuto l’anno di Cristo 865 in Como da Astolfo ed Everardo messi di Lodovico II imperadore, in cui il Monistero di Santo Ambrosio di Milano riporta sentenza contra di alcuni. Esiste la pergamena nell’insigne archivio dello stesso celebre Monistero. Veggasi ancora nella Dissertazione LXX un altro placito dell’anno 833, da cui apparisce che Pietro vescovo di Arezzo adoperò tre Avvocati contra di Vigilio abbate del Monistero di Santo Antemio. Affare di gran momento era allora l’elezione di questi Avvocati, perché anche ne’ secoli più antichi l’Avvocazia della Chiesa era un illustre uffizio, a cagion degli onori e de’ profitti, come dirò fra poco, annessi. E veramente anche allora, come oggidì, abili ed inabili, con quante arti poteano, si aiutavano per ottenerlo. Ma Carlo Magno, che in tutte le cose procurava l’ordine, nella legge XXII fra le Longobardiche decretò, ut pravi Advocati, Vicedomini, ec., tollantur, et tales eligantur, quales sciant et velint juste caussas discernere et determinare. Più sotto aggiugne: Judices, Advocati, ec., quales meliores inveniri possunt, et Deum timentes, constituantur ad sua ministeria exercenda. Di questo tenore è anche la legge LV del medesimo Augusto. E Lodovico Pio nella legge Longobardica LVI praecepit omnibus Episcopis, Abbatibus, cunctoque Clero, Vicedominos, Praepositos, Advocatos, seu Defensores, bonos habere, non malos, non crudeles, nec cupidos, nec perjuros, sed Deum timentes, et in omnibus justitiam diligentes. Sembra per questa cagione che lo stesso Carlo Magno nella legge Longobardica LXIV ordinasse che Advocati in praesentia Comitis eligerentur, non habentes malam famam, sed tales, quales lex jubet eligere. Forse stimò il sapientissimo Imperadore di mettere freno tanto a chi eleggeva, che a chi dovea essere eletto, per tener lungi da questo ministero gl’inabili e cattivi. Si aggiunse ancora un altro riflesso, per cui era, conveniente che il ministro regio intervenisse a quella elezione. Imperciocché godevano quegli Avvocati laici di varj privilegj, loro conceduti dai Re, e ad essi veniva conceduta non lieve autorità, di modo che pareva ben giusto che impetrassero anche il consenso o la confermazione del Re, o del suo ministro. Anzi se non si opponeva qualche particolar privilegio, alle volte gli stessi Monarchi riserbavano a sé l’elezion di essi, e conveniva dimandarli al regio trono. Potrei con più documenti dati qui da me alla luce confermare questa sentenza; ma gradiran più i Lettori, se ne produrrò altri non peranche pubblicati. Da un diploma di Lottario I imperadore dell’anno 841 apparisce che quell’Augusto costituì Leone e Giovanni, amendue Conti, per Tutori, cioè Avvocati e Difensori del Monistero delle Monache della Posterla, con facoltà conceduta ai medesimi, ut ubicumque necessitas postulaverit, de rebus vel familiis memoratae Ecclesiae vera fiat inquisitio, ec. Così Carlo il Grosso Augusto nell’anno 882 concedette ad Arone vescovo di Reggio Advocatos duos vel tres, quos ipsius Ecclesiae Pontifices aptos et sibi congruos eligant, qui causas Ecclesiae suae diligenter examinent et inquirant. Rincresceva forte ai Vescovi, Abbati, e agli altri del Clero, il dovere ogni volta ricorrere all’Imperadore, che occorreva loro di eleggersi un Avvocato; e perciò si studiarono d’impetrar da essi la licenza di tali elezioni senza ricorso al Palazzo. Nell’archivio del celebre Monistero delle sacre Vergini di Santa Giulia di Brescia si truova un diploma alquanto logoro di Lodovico II imperadore, il quale nell’anno 857 concede a Selmone abbate Congregationis Sancti Michaelis in Viliana (era questo Monistero nella Carintia) l’avere per suoi avvocati Petronasio e Tadasio, ut Monasterium sub eorum maneat tuitione, et electionis defensione, ec. Così l’archivio del Capitolo de’ Canonici di Arezzo mi somministra la confermazione di tutti i privilegj fatta a Giovanni vescovo di quella città nell’anno 898 da Lamberto imperadore III nonas septembris, indictione II. Actum Marinco, dove si legge: Statuimus denique, ut quemcumque Episcopus, et pars ipsius Ecclesiae, Advocatum ad utilitatis suae necessitudinem constituerint, libera sit fronte, ec. Adriano Valesio nella Prefazione al Poema di Scrittore Anonimo de Laudibus Berengarii Augusti nella Parte I del tomo II Rerum Ital., mettendo la morte di Lamberto imperadore all’anno 897, dittatoriamente scrive: Carolus Sigonius falsi cujusdam Diplomatis subscriptione deceptus anno Domini DCCCXCVIII Lambertum obiisse tradit. Ma indubitata cosa è che il Valesio qui all’ingrosso s’inganna. Ecco un diploma autentico, il quale va d’accordo coll’altro Modenese citato dal Sigonio nelle note cronologiche. Tuttavia esiste nell’archivio de’ Canonici di Modena quest’altro diploma, di cui è innegabile la legittimità, e vi si leggono le seguenti note: Data anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, Domni quoque Lanberti piissimi Imperatoris septimo, pridie kalendas octobris, indictione II. Actum Marinco in Dei nomine feliciter AMEN. Non fu esattamente rapportato questo documento dal Sillingardi, né dal suo copiatore Ughelli. Però non nell’anno 897, ma bensì nel 898 tolto fu di vita l’Augusto Lamberto, come anche avea osservato il Pagi. E che lungamente durasse quest’uso di chiedere agl’Imperadori l’autorità di eleggere gli Avvocati, si compruova con un diploma spedito nell’anno 1022 da Arrigo II fra i Re e I fra gl’Imperadori in favore del Monistero Aretino di Santa Flora e Lucilla, da me pubblicato.

La cagione per cui anche gli stessi Nobili e Potenti ambivano una volta l’Avvocazia delle Chiese, era per varj vantaggi che ne derivavano; e primieramente lo spirituale, riconoscendosi per molto meritorio presso Dio l’imprendere la difesa del Clero e de’ luoghi sacri. Veggasi il Codice Carolino, dove non lasciano i Romani Pontefici d’inculcare ai re Pippino e Carlo, quanto eglino si obbligherebbero Dio coll’ampliare e proteggere il patrimonio di San Pietro. Così nella Parte I, cap. 36 delle Antichità Estensi io produssi l’atto con cui Obizzo I marchese d’Este nell’anno 1188 accettò l’Avvocazia del Monistero di San Romano di Ferrara pro remedio animae suae. Lo stesso vien protestato dal marchese Azzo VII nello strumento del 1230, in cui gli fu conferita la medesima Avvocazia. In oltre godevano i Marchesi il giuspatronato della Badia della Vangadizza, posta nella Diocesi d’Adria non lungi da Lendenara. Aveva io prodotto nel cap. 7 delle suddette Antichità il diploma di Arrigo IV fra i Re di Germania ed Italia, col quale confermò fra l’altre terre Hugoni et Fulchoni germanis, Aczonis Marchionis filiis, Abbadiam Vangaditiam, oggidì bella terra. Allora non potei, posso ora addurre un’egregia testimonianza di Autore contemporaneo per provare il dominio ch’esso marchese Azzo conservava sopra quella terra, appellata anche oggi la Badia. Questi è l’Autore della Traslazione del corpo di S. Teobaldo Confessore da Vicenza nel Monistero suddetto della Vangadizza, fatta nell’anno 1074, e rapportata dal P. Mabillone nella Parte II degli Atti de’ Santi Benedettini, pag. 168. Così scrive quell’Autore: Quum itaque tam Fratres Monasterii, quam reliquus Populus circumstarent, et attentius Sancti suffragia postularent, contigit, illustrem virum Azonem Marchionem, illius videlicet Monasterii POSSESSOREM, advenire, ec. Più sotto aggiugne: Azo denique supra memoratus Marchio cum universis, qui aderant, prae gaudio resolutus in lacrymas, ec., iterum manus ad caelum extendens, universorum Creatorem benedixit, quod se, SVAE que DITIONIS Populum in adventu beati, et omni laude celebrandi Confessoris Theobaldi visitaverit. Finalmente dice, che venuto di Francia il fratello di quel Santo a chiederne il corpo, s’indirizzò al Marchese suddetto; ma il trovò troppo alieno dall’accordarlo. Sed Dei pietas, in cujus manu est cor Regis, cito mutavit sententiam PRINCIPIS. Ho anche dato alla luce lo strumento dell’Avvocazia di quel Monistero, presa nell’anno 1270 da Obizzo II marchese d’Este e di Ancona.

Oltre al merito spirituale produceva l’Avvocazia altri vantaggi temporali. Perciocché gli antichi Avvocati delle Chiese erano esenti ab omni publica expeditione, e da tutti gli altri oneri pubblici per concessione degl’Imperadori. Costume ancora fu, che gli Avvocati venivano rimunerati con qualche benefizio o feudo dai Vescovi, Capitoli o Abbati per le loro fatiche. E questi benefizj, quanto più riguardevoli e ricche erano le Chiese, tanto più soleano essere pingui. Gran potere eziandio godevano gli Avvocati, perché poteano tenere dei placiti, ne’ quali per imperial privilegio decidevano le liti delle persone, de’ vassalli ed uomini della lor Chiesa: nel qual tempo da essa Chiesa ricevevano la cibaria, e toccava ad essi la terza parte de’ bandi, o sia pene pecuniarie. Ma siccome proprio è dell’umana cupidigia il non mai saziarsi, e il non dire Basta; così non pochi degli Avvocati si studiavano tutto dì ricavare dagli Ecclesiastici o decime o benefizj, ed anche castella. Intorno a ciò esistono molte doglianze de’ cherici e monaci antichi, riferite dagli Storici. Ma allora spezialmente crebbe la cupidigia ed importunità degli Avvocati quando si eleggevano, affinché coll’armi difendessero i beni delle Chiese, o riputassero i confinanti, o andassero alla guerra. Solevano in tale occasione portare la bandiera, o sia il gonfalone della lor Chiesa, e però venivano appellati Gonfalonieri. A tanti lor pericoli e fatiche si doveva il suo premio, e senza fallo non erano pigri gli Avvocati a chiederlo. Di tal uso è parlato in un diploma di Arrigo II imperadore, dato nell’anno

1050 in favore di Michele abbate di San Zenone di Verona, ed esistente nell’archivio di quel celebre Monistero. Ivi è detto che se i due Avvocati non saranno contenti della terza parte delle pene pecuniarie, et ultra hoc beneficium aliqua importunitate Monasterium quovis ingenio molestare aut inquietare temptaverint, l’Abbate possa deporli. Pare ben strano che quell’Abbate avesse da cercar dall’Imperadore la facoltà di congedar tali ministri. Ma era cotanto cresciuta in que’ tempi la potenza degli Avvocati, che faceano fronte agli stessi loro elettori e superiori. Odasi quello che di tal sorta d’ufiziali lasciò scritto il monaco Donizone nel cap. ultimo della Vita della contessa Matilda, dove parla de’ mali accaduti dopo la di lei morte.

Stabant o quanti crudeles atque Tyranni

Sub specie justa, noscentes te fore justam!

Qui dissolvuntur, jam pacis foedera rumpunt,

Ecclesias spoliant. Nunc nemo vindicat ipsas.

Si quis se forsan, Tutor quod sit quasi, monstrat.

Ecclesiae partem terrae grandem prius aufert, Probabilmente perché due Avvocati della Chiesa d’Aquileia si abusavano della loro autorità, Walrico patriarca gli obbligò a dimettere la carica, ciò apparendo da un diploma di Federigo I del 1177 appresso l’Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra, dove si leggono le seguenti parole: Praeterea sicut Burohardus Aquilejensis Ecclesiae Advocatus, et postea Henricus placitum Advocatiae in mana Patriarchae Walrici pro se et successoribus refutarunt super omnibus bonis Aquilejensi Ecclesiae pertinentibus; ita et nos placitum, districtum, et cetera ejusmodi jura eidem Ecclesiae Imperialis auctoritatis statuto confirmamus. In uno strumento del 1064, di cui resta copia nell’archivio del celebre Monistero Benedettino di Santa Giustina di Padova, si vede quali beni concedesse al suo Avvocato il Monistero di Santo Ilario d’Olivola, e come esso Avvocato prestò giuramento a Domenico Contarino doge di Venezia di esercitare fedelmente l’ufizio suo. Questo giuramento solevano prestarlo anche gli altri Avvocati alle lor Chiese; e gl’imperadori stessi, da che cominciarono ad essere speziali Avvocati della Chiesa Romana, lo prestavano ai Sommi Pontefici.

Fra l’altre cose poi s’ha da osservare che in molti luoghi la dignità dell’Avvocazia divenne stabile in una famiglia, e a guisa de’ feudi passava ne’ figli e discendenti. Ciò accade o per merito o per industria degli Avvocati che seppero ottenere per li lor posteri la continuazione di questo ministero. Furono fra gli Avvocati d’Italia principalmente rinomati quei della Chiesa di Trivigi, appellati perciò Advocarii, Avogarii, Avogadri. Passò in fatti il cognome d’Avogadri in altre famiglie per avere esercitata in altre città la carica medesima, Nelle Storie di Padova e di Trevigi si fa sovente menzione degli Avvocati Trevisani. La famiglia Tempesta, poi quella degli Azzoni esercitarono tale ufizio come ereditario, e per cagion d’esso ricevettero in feudo da quella Chiesa Terras de Anoali, de Bormignana, de Abriana, de Mazacavallo, de Ruigo, Zumignana, Vigosollo, Damiseno, Tascenigo cum Decimis et Novalibus ad usum opulentum ejusdem dignitatis, come si ricava da Memorie pubblicate in una controversia fra quei di Trivigi e d’Asolo. Monumenti ancora abbiamo in Modena, per li quali intendiamo che la nobil famiglia della Balugola esercitò l’Avvocazia del Vescovato di questa città. Gasparo Sillingardi nel Catalogo de’ Vescovi di Modena, e dopo lui l’Ughelli recano uno strumento del 1126, in cui Dodo Dei gratia Mutinensis Episcopus investivit Rainerium Advocatum, et Guizardum et Ubertum fratres, filios Domini Rothechildi Advocati, de Roccha Sanctae Mariae, ec. Stimò il Sillingardi che quella rocca o castello fosse conceduto in feudo Nobilibus de Advocatis; ma essi erano della famiglia della Balugola, e il maggiore era Avvocato del Vescovo. Nel 1223 ci fa intendere un’altra carta che Guglielmo vescovo di Modena confermò la stessa rocca filiis Tavivani de Balugola recipientibus pro se et omnibus aliis de Balugola, cum usantiis, quas dicti Domini, et eorum Majores habuerunt et tenuerunt a Domino Episcopo Mutinensi, ec. A questa famiglia non per altra cagione che dell’Avvocazia, come io penso, apparteneva una volta il condurre il nuovo Vescovo a porta civitatis usque ante fores Ecclesiae Majoris, tenendo di qua e di là le redini del cavallo. Questo si chiamava Addestrare. Spettava anche ad essi il portar l’aste del baldachino, sotto cui cavalcava esso Vescovo. Pervenuto che era questi alla Cattedrale, e smontato, toccava il cavallo ai Nobili suddetti della Balugola. In oltre era di lor diritto custodia camporum duellorum, qualora il duello si faceva nelle terre del Vescovo; e a tali custodi erano obbligati i combattenti di pagare libras septem Imperiales, et unum Imperiale; pervenivano anche ad essi Nobili l’armi di chi soccombeva nel campo. Pruove di tutto questo sono state prodotte da me, che qui non importa riferire.

Sono iti in disuso in molte città, e per più cagioni, i riti una volta praticati nell’ingresso de’ nuovi vescovi nel tempo che o erano signori delle città, o godevano molta autorità nelle Repubbliche. Però venne anche meno la prerogativa di quelle famiglie che godevano il diritto di condurli alla Cattedrale. Questa nondimeno, dopo tante vicende di cose e di tempi, costantemente è ritenuta in Milano dalla nobil casa de’ Confalonieri. Imperciocché quando con solennità il nuovo Arcivescovo è introdotto in quella città coll’accompagnamento del Clero, de’ magistrati e del popolo, tutti gli uomini di quella famiglia per singolar privilegio assistono alla sua persona. Cioè, come no io stesso veduto, i medesimi tutti vestiti di rosso, tanto secolari che ecclesiastici, una parte tien la briglia del cavallo, altri portano le aste del baldachino (che resta in loro potere), e i restanti vanno avanti al baldachino. Che ancor questi godessero anticamente l’ufizio di Avvocati dell’Arcivescovo di Milano, pare che si deduca dal loro cognome di Confalonieri, se pur questa non fu una carica diversa; perché sembra che gli Avvocati fossero col tempo appellati Confalonerii, o Confanonerii, dal portare ch’essi facevano il Gonfalone, o sia la bandiera dell’Arcivescovo nelle guerre o nelle solennità. Lo stesso è da dire de’ Nobili Confalonieri di Pavia e di Piacenza. Ho detto che possono essere state diverse le cariche degli Avvocati e Confalonieri in Milano, perché infatti abbiamo dall’Opuscolo di Galvano Fiamma, de Reb. gestis Azonis Vicecomitis (tom. XII Rer. Ital.) che nell’anno 1339 insorse lite inter Advocatos et Confanonerios, quis equum Archiepiscopi habere debuerit. Et quia jura antiqua super hoc clara non inveniebantur, Johannes Vicecomes Episcopus Novariensis, Ecclesiae Mediolanensis Conservator, ordinavit quod Advocati ipsum conducerent per frenum, peditando usque ad Ecclesiam Majorem. Inde usque ad Sanctum Ambrosium conducerent Confanonerii; et equus Archiepiscopi perdente quaestione in deposito positus fuisset. Così nella città di Bergamo, quando il Vescovo novello vi faceva la sua solenne entrata, il cavallo, di cui egli si serviva, veniva in potere parentelae de Advocatis, qui debent habere secundum antiquam consuetudinem, come scrive Castello da Castello nella Cronica di Bergamo, tomo XVI Rer. Ital. Alla famiglia Archidiaconorum si dava Episcopi chlamys, seu mantellum de panno pavonatio; e alla famiglia de Trenis calcaria dello stesso Vescovo. Ma per ricreare i Lettori, voglio aggiugnere il rito una volta osservato in Toscana, cioè in Firenze e Pistoia, allorché il nuovo Vescovo andava a prendere il possesso della sua Chiesa. Quel privilegio e diritto che in Modena godevano i Nobili dalla Balugola, in Firenze competeva ai Vicedomini, appellati col tempo Visdomini, per attestato di Ferdinando del Migliore nella sua Firenze Illustrata, eccettoché la sella e la briglia del cavallo del Vescovo si dava alla famiglia del Bianco. Mancata questa casa, passò quel diritto nella famiglia de’ Nobili Strozzi, i quali a suono di trombe portavano al loro palazzo questo come sacro trofeo, e lo tenevano per onore lungo tempo esposto alle finestre. Il cavallo d’esso Prelato, appena n’era egli smontato, era ceduto alla Badessa del Monistero Fiorentino di San Pietro Maggiore, che in quella processione veniva consacrata dal Vescovo, o, come diceva il volgo, sposata coll’anello. Odasi ciò che ne scrisse Pietro Ricordato Monaco Casinense nella Storia Monastica, stampata in Roma nel 1575, alla pag. 368.

Poiché (dice egli) voi siete entrato in San Pier Maggiore, io voglio dirvi una cerimonia che usa questo Monasterio, ogni volta che un nuovo Arcivescovo entra in Firenze a pigliare il possesso dell’Arcivescovato. La qual cerimonia non s’usa, cred’io, in altro luogo, salvo che in Pistoia in un Monasterio medesimamente del nostro Ordine, e detto ancora di San Pietro. E m’è venuta voglia di dirlo, perché la famiglia degli Strozzi interviene a tal cerimonia, come udirete, e in quella di Pistoia la nobil casa de’ Cellesi. Quando fa l’entrata il nuovo Arcivescovo, lo va ad incontrare tutto il Clero e Magistrati, e così accompagnato s’invia sopra una chinea a San Pietro. Et ivi giunto, smonta, e subito dagli uomini della famiglia Strozzi, e non da altri, sono saccheggiati i fornimenti della chinea, che sono ricchissimi, et ella così nuda resta alle Monache di San Pietro suddetto. Smontato l’Arcivescovo, entra nella chiesa, incensato et asperso d’acqua benedetta dai preti, lì perciò apparecchiati, essendo poi aspettato dall’Abbadessa, e da tutte le Monache sopra un palco benissimo parato presso l’altare maggiore. Saglie in su quello, e fatta un’orazione, si pone a sedere sopra ricca sedia, e preso un anello d’oro, lo mette in dito all’Abbadessa, alla quale è tenuta la mano e il dito da uno de’ più vecchi della parrocchia. E data la benedizione al popolo e la perdonanza, se ne va al nuovo palazzo, dove ella li manda a donare un letto con tutti i soi fornimenti di gran valuta. Anche l’Ammirati juniore nella Storia Fiorentina, lib. XV, all’anno 1388 racconta le controversie insorte e poi composte fra i Visdomini e i Tosinghi, come Custodi e Avvocati del Vescovato, e gli uomini della Parrocchia di San Pietro Maggiore, più volte eccitate nell’ingresso del Vescovo novello. Passiamo ora a Pistoia, dove la nobil casa de’ Cellesi godeva un pari diritto. Verisimile è perciò che la stessa anticamente sostenesse l’Avvocazia di quella Chiesa, e che la medesima discenda da un Signoretto, che nell’anno 1067 fu investito da Leone vescovo di Pistoia della Pieve di Celle e delle chiese sottoposte; la quale investitura è stata da me data alla luce. Entrando dunque il nuovo Vescovo in quella città, vien descritta la funzione dal Salvi nel tomo III, pag. 87 della Storia di Pistoia, stampata in Venezia l’anno 1662, colle seguenti parole.

All’entrare della porta della città erano tutti gli uomini de’ Cellesi, che quivi erano raunati, per dargli l’ingresso all’antiporto, il quale avevano ornato con panni d’arazzo, imprese e festoni, e l’accompagnarono per tutta Pistoia. Entrato dentro, i Collegj, che l’aspettavano in San Pierino, se li fecero innanzi. E fatta dal Capo di loro certa diceria, n’andò seguito da questi e da molta gente a San Pier Maggiore, ove disceso da cavallo, montovvi sopra uno de’ Cellesi, e teneva uno sprone in mano. E così stette aspettando, finché il Vescovo le sue cerimonie finisse. Egli dunque entrato in detta chiesa, ornata quant’era possibile, fece orazione. Poi s’accostò, dove era rotto il muro dalla banda del Monastero; et essendovi un letto di gran valuta, egli sposò Madonna, o vogliamo dire Badessa, alla quale restò l’anello, ch’era molto ricco e bello. Et andato alla Cattedrale, e fatte quivi molte cerimonie, i Bonvassalli diedero a lui la tenuta del Vescovado. Il P. Dondori Cappuccino nel libro intitolato La Pietà di Pistoia, narrando quella cerimonia, scrive che il Vescovo va a San Pietro Maggiore, dove sopra un palco, apposta alzato avanti l’altar maggiore, dalla Badessa è ricevuto. E dopo una breve orazione fatta da ambedue in ginocchione, si pongono a sedere in faccia del popolo, poco il Vescovo dalla Badessa distante. E portato poi per uno della Corte del nuovo Pastore sopra un bacino d’argento un ricco anello, Monsignore sposa con esso quella veneranda Madre. Questa cerimonia finita, senz’altro dire, ella torna in clausura, e il Vescovo seguita la sua gita verso il Duomo. Quivi in nome della Badessa gli è presentata un letto riccamente fornito, ec. Una più lunga Relazione di quel rito, fatta l’anno 1400, ho io data alla luce; ma qui basterà quanto s’è detto. Più non s’usa una tal funzione, che bella dovea parere una volta, ma forse non comparirebbe a’ nostri tempi.

Tempo è ora di ricordare che da molti secoli è cessato l’ufizio degli Avvocati delle Chiese, da cui trassero il lor cognome varie nobili famiglie d’Italia. È venuto meno anche l’altro de’ Vicedomini, di cui resta qui da dir due parole. Poco fa vedemmo che in Pistoia i Buonvassalli davano al nuovo Vescovo la tenuta del Vescovato. Vo io sospettando ch’eglino godessero la dignità di Vicedomini, e questa fosse ereditaria nella lor famiglia. Era appoggiata ai Vicedomini la cura de’ beni temporali del Vescovo, di modo che diverso non era l’ufizio loro da quello del maggiordomo, o economo, o mastro di casa d’oggidì, se non che godevano un’autorità di lunga mano maggiore. Cioè spettava ad essi il giudicare nelle liti o delitti de’ vassalli; e mancando di vita il Vescovo, essi custodivano il palazzo e le rendite del Vescovato. Però si truovano anch’essi chiedere giustizia ne’ placiti. Nell’Archivio Archiepiscopale di Lucca esiste un placito tenuto nell’anno 902 da Pietro vescovo di Lucca, in cui Viventius Archipresbyter et Vicedominus causarti da pars ipsius Ecclesiae Episcopatui agebat. Scrive il Du-Cange: Vicedominos etiam ex ordine Cleri habuere Abbates, qui interdum iidem qui Advocati. Per me li credo differenti ufizj. Anticamente è vero che si prendeano solamente dal Clero secolare, ma col tempo fu conferito quell’impiego anche ai laici, e passava per eredità ne’ lor successori della stessa famiglia; laddove gli Avvocati furono sempre secolari. Di là appunto presero il cognome alcune nobili famiglie d’Italia, oggidì appellate de’ Visdomini. In Milano tuttavia fra le dignità del Capitolo della Metropolitana si annovera il Vicedomino. In Firenze a’ tempi di Dante era in vigore la famiglia de’ Visdomini, indicata in que’ versi del canto XVI del Paradiso:

Così facean li padri di coloro

Che, sempre che la vostra chiesa vaca,

Si fanno grassi stando a concistoro.

Per testimonianza di Benvenuto da Imola qui sono mentovati i Vicedomini. Rapporta l’Ughelli ne’ Vescovi di Firenze una carta dell’anno 1084, a cui si sottoscrivono Guido Vicedominus, Albizo Causidicus et Vicedominus, et Petrus Vicedominus. Non soleano le Chiese avere se non un Vicedomino, e qui se ne truovano tre: cosa rara; ma forse per essere tutti della medesima famiglia, usavano questo titolo. Il P. D. Virginio Valsecchi monaco Benedettino in una sua epistola de Veterib. Pisanae civitatis Constitutionibus pubblicò un bel giudicato spettante all’anno 796, in cui davanti a Reghinardo vescovo di Pisa e ai luogotenenti d’essa città Arnolfo Vicedomino ottiene sentenza contra d’alcuni che si pretendevano uomini liberi, e non servi della Chiesa Pisana. Nulla di più dirò io de’ Vicedomini, dappoiché molto eruditamente del loro ufizio hanno trattato il P. Lodovico Tomassini nel tomo I de veteri et nova Ecclesiae Disciplina, e il Du-Cange nel Glossario Lalino. Solamente adunque aggiugnerò, che se occorreva controversia di poderi fra le Chiese e le private persone, la quale non si potesse chiarire con documenti, conceduto fu ad alcuni Vescovi ed Abbati di farla decidere o colla produzione di testimonj, o col giuramento preso dall’Avvocato degli Ecclesiastici. Varj diplomi in pruova di ciò si leggono in quest’Opera, e qui ne ho recato uno di Berengario imperadore, conceduto nell’anno 920 ad Aicardo vescovo di Parma, per cui gli è data facoltà di difendere i beni della sua Chiesa tam per inquisitionem, quamque per sacramentum adjurante suo Advocatore. Finalmente impiego fu degli Avvocati delle Chiese il difendere in giudicio, qualora insorgevano liti contro i diritti e beni dei lor principali, di far petizioni ed eccezioni, e di assistere ancora agli altri contratti, affinché niun danno o pregiudizio ne avvenisse ai luoghi sacri. Un solo esempio ne produrrò, cioè la sentenza de’ Giudici di Salerno dell’anno 1151 in favore di alcuni preti, i quali infestati da Landolfo figlio di Ademaro Conte, ricorsero a Guglielmo arcivescovo d’essa città, che per mezzo del suo Avvocato sostenne le loro ragioni. Il decreto fu, ch’essi non fossero tenuti di dare ad esso Landolfo, nisi candelas per vices, et duas Salutes per annos singulos et Missas sibi cantarent. Il nome di Salutes significa un regalo di comestibili; e di là venne l’altro di Salutaticum, che si pagava dalle navi, consistente in un dono di pesci, o altro simile, dovuto al diretto signore della terra, o sia del Porto.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011