Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LII

Dell’istituzione de’ Canonici.

Chiunque è versato nella sacra erudizione, non ha bisogno d’imparare da me che anche negli antichi secoli ogni chiesa matrice e principale, cioè le Cattedrali e Parrocchiali, teneva pel suo ministero varj preti e cherici che erano ascritti ad essa, e con perpetua assistenza ivi servivano a Dio e al bene del popolo. Pochi ne contavano le Parrocchiali, molto le Cattedrali; ed era così formato il Clero di questa, che rappresentavano un collegio e una specie di senato, capo di cui era il vescovo. Le rendite della Chiesa prestavano l’alimento ad essi, siccome ancora al vescovo e ai poveri. Assistevano i preti e diaconi al sacro Pastore nel Sacrifizio, e nelle altre funzioni della Chiesa, e in varie occasioni del governo ecclesiastico. Intervenivano ancora ai Concilj del vescovo, e senza il loro consenso non si spedivano gli affari più importanti. Ma non per questo si osserva nella sacra Repubblica di allora, se non un lieve abbozzo de’ Canonici, de’ quali ora siam per trattare. L’origine di questi vien riferita dalla maggior parte degli scrittori dopo l’anno 700 della nostra Era, anzi anche più tardi presso i Franchi, da’ quali poi passò in Italia questo lodevol istituto. Ma noi troveremo che l’origine sua è da riferire a secoli più antichi, e all’Italia stessa. Cioè nel secolo quarto certo è che fiorì Eusebio vescovo di Vercelli, celebre per la sua santità e per la difesa della Religion Cattolica contro gli Ariani; gittò i primi fondamenti di questo sacro istituto: imperocché egli congregò il Clero della sua città in una stessa casa, e alla medesima mensa; e quel che più importa, gl’istradò con regole tali di austera disciplina all’esercizio delle virtù, che i cherici suoi non erano da meno dei monaci, e la sua casa si potea appellare un monistero. E qui non posso io concorrere nell’opinione del chiarissimo P. Tomassini, il quale nella P. I, lib. III, cap. 4 de Benef. pretende che fossero non cherici viventi quivi a guisa di monaci, ma monaci che facevano tutte le ecclesiastiche funzioni del Clero. Non contraddicono a quanto ho io asserito le parole ch’egli cita di Santo Ambrosio nell’epistola oggidì 63, una volta 81, dell’autore di un Sermone attribuito nelle vecchie edizioni ad esso Santo Ambrosio, e che da me vien creduto di San Massimo. All’incontro la sentenza mia chiaramente si raccoglie dalle seguenti memorie. Nel tom. IV de’ miei Anecdoti Latini ho io dato alcuni Sermoni de Sancto Eusebio, l’autore de’ quali si crede il suddetto San Massimo vescovo di Torino. Nel settimo quell’antichissimo e quasi contemporaneo Panegirista così parla di quel Santo: Hic docuit intra unius diversorii septum varios cohabitantium mores in unam coire custodiam; tantaque apud illos fuit mensura et disciplina vivendi, ut quotidiano adcrescente profectu habitaculum illud non jam diversorum Congregatio Clericorum, sed Consacerdotum Collegium videretur, in tantum, ut tamquam de seminario optimi germinis per complurimas civitates expetentibus populis largiretur lectissimos de sua institutione Patres. Erat enim in omnibus, tanto principe praecedente, spiritualium officiorum indefessa sedulitas, parsimoniae sobrietatisque sanitas, caritatis dulcedo, mansuetudinis gratia, custodia castitatis. Di qui intendiamo essere stata istituita da Santo Eusebio Congregationem Clericorum, e non già di monaci; e ch’essi con tal bella armonia di disciplina convivevano insieme, che quello pareva Collegium Consacerdotum, cioè di vescovi; perché il nome di sacerdote per lo più si adoperava per significare i vescovi. E quand’anche la volesse qui taluno prendere per monaci, convien ricordarsi che rarissimi erano allora i monaci preti. Ma odasi il medesimo Autore nel sermone IX, che così la discorre di questo santo Vescovo: Ut universo Clero suo spiritualium institutionum speculum se celeste praeberet, omnes illos secum intra unius septum habitaculi congregavit, ut quorum erat unum atque indivisum in Religione propositum, fieret vita, victusque communis. Quatenus in illa sanctissima Societate vivendo invicem sibi essent conversationis suae et judices et custodes, ec. Qui non v’ha parola di monaci: tutto apertamente parla di cherici. E però dove nella sopra citata epistola di Sant’Ambrosio si legge che si osservava in Ecclesia Vercellensi Monasterii continentiam, et Monachorum instituta; siccome nel poco fa allegato sermone; eosdem Monachos instituit, quos Clericos: altro ciò non vuol dire, se non che Santo Eusebio avea ridotto il suo Clero a guisa de’ monaci di Oriente, cioè alla medesima abitazione, vita comune, e alla pratica di tutte le virtù.

S’ha dunque a stabilire che il primo saggio dell’istituto de’ Canonici si fece vedere sotto il suddetto santo vescovo e martire Eusebio, avendo egli introdotta nel suo Clero la maniera di vivere de’ monaci. Da questo nobile esemplare si può credere che poscia Santo Agostino traesse la vita Regolare da lui portata nella Chiesa d’Ippona, dov’egli instituì come un monistero o seminario di cherici, cioè preti, diaconi, ec., che servivano alla sua Chiesa. Con essi sempre Agostino, per testimonianza di Possidio nella sua Vita, conviveva, comune a tutti essendo la casa, la mensa e il vestire, nulla possedendo essi di proprio, come nella Chiesa primitiva. Quella sacra Congregazione viene chiamata Monistero, non perché veramente quei fossero monaci, de’ quali gran numero allora abitava in Oriente, e in quel tempo stesso che fiorì Santo Eusebio, San Martino formò un monistero d’essi in Italia, e poi San Benedetto più felicemente istituì; ma perché que’ cherici a guisa di monaci menavano la lor vita, professando spezialmente la vita comune, e tutti i doveri della pietà. Fu anche dipoi dato il nome di Monistero alla casa de’ Canonici, come si mostrerà con varj esempli. Ora per conoscere che non sì tardi, come talun si fece a credere, furono istituiti i Canonici, conviene osservare il testamento di Berticranno vescovo Cenomannense, o sia del Manso, fatto circa l’anno di Cristo 615, come s’ha dalle Vite di que’ Vescovi presso il P. Mabillone. Ivi è nominato Agericus Episcopus Turonensis, il quale portionem villae, quae Sancti Martini fuit, nobis vendidit, et venditionem cum Canonicis suis nobis fecit. Ecco che fin sul principio del secolo VII Monasterium Turonense di San Martino era abitato da’ Canonici. Aggiungasi un testimonio anche più antico, cioè Gregorio Turonense vescovo della medesima. città di Tours, informatissimo al sicuro delle cose sue. Egli nelle Vite de’ Padri e nel lib. X della Storia rammenta Mensam Canonicorum nella Chiesa Bituricense e nella Turonense, talché abbiamo nel secolo sesto il nome de’ Canonici presso i Franzesi, e però anche l’istituto (Veggasi in oltre qui sotto un passo del Concilio III di Orleans). Truovasi ancora nelle suddette Vite de’ Vescovi Cenomannensi uno strumento di Lonegisilo monaco, scritto nell’anno 625, in cui egli promette di pagare ad opus Canonicorum (Cenomannensium) duo modia vini ad caritatem faciendam. Adunque anche allora v’era il nome e il Collegio de’ Canonici. Così nelle carte del secolo VII s’incontra menzione d’essi. Però sembra potersi dedurre con retta ragione che da tali chiese fu preso il nome e l’esempio di que’ Canonici che furono pel secolo VIII in altre chiese istituiti, e il nobil ordine de’ quali mirabilmente poi si assodò nel secolo IX, e si diffuse per la Francia, Italia, ed altri paesi della Cristianità. Particolarmente per tale istituto gran merito presso Dio e fama presso gli uomini si procacciò Chrodogango vescovo di Metz. Imperciocché, per attestato di Paolo Diacono nelle Vite di que’ Vescovi, egli per rinvigorire nella sua Chiesa la disciplina ecclesiastica, mentre Pippino regnava in Francia, Clerum adunavit, et ad instar Coenobii intra Claustrorum septa conversarii fecit, normamque eis instituit, qualiter in Ecclesia militare deberent: quibus annonas vitaeque subsidia sufficienter largitus est; ut perituris vacare negotiis non indigentes, divinis solummodo Officiis excubarent. Ipsumque Clerum abundanter lege divina, Romanaque cantilena, morem atque ordinem Romanae Ecclesiae servare praecepit. Abbiamo qui il ritratto vero dei Canonici, che divennero poi celebri, istituiti nella Chiesa di Metz. E perciocché fino a quel dì questo santo istituto, per quanto sembra, non avea regolamenti e leggi scritte, si crede che il primo fosse il medesimo Chrodogango a comporre Normam (cioè la Regola) Clericorum, o sia de’ Canonici, la qual fu poi lodata nel Concilio di Magonza dell’anno 813. Né solamente egli indusse il suo Clero alla vita comune, ma eziandio a cantare in coro le lodi di Dio, come si praticava in Roma. Cioè dovette credere quel piissimo Vescovo cosa sconvenevole che i monaci nelle lor chiese prestassero ossequio a Dio co’ salmi ed inni cantati con tanta edificazione del popolo, e che il tempio maggiore della sua città restasse privo di questo decoro. Poscia a poco a poco sotto il suddetto re Pippino, e Carlo Magno suo figlio e suoi nipoti, maggiormente si propagò tale istituto per la Francia, procurando quei Re che a niuna Cattedrale mancasse il Collegio di essi Canonici.

Onde venisse il loro nome, non si può facilmente decidere. Pensano alcuni che fossero così appellati, perché ascritti al Canone, cioè alla matricola della chiesa, e alimentati colle rendite d’essa. Pensano altri, perché essi più strettamente osservassero i Canoni, o sia le Regole Canoniche; o pure perché canonicamente, cioè regolarmente viveano, per distinguersi dagli altri del Clero, che non obbligati da Regola alcuna viveano nelle proprie case. Finalmente furono di parere che tale appellazione venisse dal canone frumentario, perché ricavavano il vitto dalle rendite della chiesa. Io nulla deciderò, bastando a noi di sapere essere stati chiamali Canonici coloro che professavano la Regola de’ Cherici, faceano vita comune in un chiostro, cantavano in coro i divini Ufizj, e faceano l’altre ecclesiastiche funzioni, tuttavia secolari, e non monaci, benché si studiassero d’imitare in gran parte la vita e disciplina monastica. Di qua venne il nome delle Ore Canoniche per significare esso divino Ufizio, che era cantato da essi nell’ore determinate del dì e della notte. Fu anche dato il nome di Canonica al chiostro dove essi abitavano (Veggasi il Tomassini nell’Opera sopra lodata). Io non citerò se non il decreto di papa Eugenio II nel Concilio Romano dell’anno 826, cap. 7, dove si legge: Necessaria res existit, ut juxta Ecclesiam Claustra constituantur, in quibus Clerici disciplinis Ecclesiasticis vacent. Itaque omnibus unum sit Refectorium ac Dormitorium, ec. Truovansi ancora i Canonici appellati Cherici, come si potrebbe provare con varj esempli; e qui certamente si parla d’essi. Quello che ora conviene osservare, si è, essersi bensì studiati Pippino e Carlo Magno per istendere a tutte le città l’istituto de’ Canonici, e di ben formare la loro vita: pure doversi principalmente attribuir questa gloria all’imperador Lodovico Pio figlio di Carlo, perch’egli con singolar premura procurò di dilatare questa forma di vivere non solo per la Francia, ma anche per l’Italia. Cioè fu egli che nel Concilio di Aquisgrana dell’anno 816 ordinò ai Padri che l’accogliessero dai varj Canoni e dai Santi Padri tutto ciò che paresse più acconcio a ben formare la vita de’ cherici; e fece in oltre che si compilasse la Regola, che si dovea osservare dai Canonici e dalle Canonichesse. Né ommise diligenza alcuna, affinché dappertutto s’istituissero Collegj di Canonici che fiorissero nell’esercizio delle virtù. Leggonsi negli Atti del suddetto Concilio tutti i regolamenti spettanti ad essi cherici e Canonici. Oltre a ciò in un Capitolare d’esso anno 816 presso il Baluzio formò questo decreto: Quia vero Canonica professio a multis partim ignorantia, partim desidia dehonestabatur, operae pretium duximus, Deo annuente, apud sacrum conventum ex dictis Sanctorum Patrum in unam Regulam Canonicorum et Canonicarum congerere, et Canonicis, vel Sanctimonialibus servandam contradere, ut per eam Canonicus Ordo absque ambiguitate possit servari, ec. Amalario diacono, assai celebre fra gli Scrittori Ecclesiastici, sopra gli altri faticò per formar quella istruzione. Tanta cura del piissimo Imperadore e la premura de’ Padri del Concilio d’Aquisgrana cagion furono che a poco a poco s’istituirono anche in Italia Collegj di Canonici, di maniera che non ci fu col tempo Cattedrale alcuna che non ne fosse decorata, con aver essi per abitazione il medesimo chiostro e la stessa mensa. Quanto poi al Du-Cange, il quale nel Glossario Latino alla voce Canonici pensa che in que’ medesimi tempi fossero istituiti i Canonici Regolari, cioè i professanti la Regola attribuita a Santo Agostino, e che questi fossero diversi dai Canonici secolari; dubito io forte che la sentenza sua non sia appoggiata a sodi fondamenti. Anche i Canonici secolari si diceano vivere regulariter, o pure secundum Regulam; perché anche ad essi era prescritta una Regola, e negli atti di que’ tempi solamente noi troviamo i Monaci e i Canonici. E perciocché dovendosi allora fabbricare i monisterj o chiostri di essi Canonici presso alle Cattedrali, occorrevano talvolta varj ostacoli, negando alcuni di vendere i loro edificj o il suolo occorrente; lo stesso imperador Lodovico Pio vi provvide nell’anno 819 col seguente Capitolare: De locis dandis ad claustra Canonicorum facienda, si terra de ejusdem Ecclesiae rebus fuerit, reddatur ibi. Si de alterius Ecclesiae, vel liberorum hominum, commutetur. Si autem de Fisco nostro fuerit, nostra, libertate concedatur. Qui probabilmente s’ha da leggere liberalitate, ovvero largitate.

Né fu già lieve impresa l’istituzione di questi Collegj, molto occorrendo pel fondo e per gli alimenti di essi Canonici. Pure i piissimi vescovi di allora non dubitarono di spogliarsi di una parte delle loro rendite, col concedere a tal uso poderi e decime, acciocché si formassero sì lodevoli Collegj. Concederono dunque ad essi Canonici con titolo di benefizj chiese di città o di villa, cioè oratorj, Pievi e Parrocchiali, che servissero loro di prebenda, o di sostentamento della mensa comune. Già di sopra osservammo che si conferivano tali chiese ai Canonici. Anche nel Concilio III d’Orleans dell’anno 538, al canone 18 si legge che ai cherici Civitatensis Ecclesiae, cioè della Cattedrale, come io vo conietturando, traditas fuisse Basilicas ordinandas in quibuscumque locis positas, idest sive in territoriis, sive in ipsis civitatibus. In esso Concilio, che fu celebrato tanto prima di Pippino e Carlo Magno, si fa menzione Canonicorum Clericorum, e si dichiara che sono alimentati ex stipendiis della chiesa a cui erano ascritti. Però non è da stupire se si continuò poi il medesimo costume di concedere ai Canonici le medesime chiese, dappoiché fu istituita fra essi la vita comune. Nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Modena si conserva un’antichissima copia di strumento, da cui apparisce che Deusdedit vescovo di Modena nell’anno 828 concede a Leone arciprete la Pieve di San Pietro in Siculo in sartatectis Ecclesiae restaurandis, in Clericis congregandis, in Schola habenda, et Offitio divino persolvendo. Se questo Leone era arciprete della Cattedrale, ecco a lui conceduta quella Pieve, e coll’obbligo di fare scuola. Leggesi ivi ancora il dono che si dovea dare al vescovo pro circanda Parroechia semper tertio anno: parole esprimenti la visita che anche allora si facea delle chiese dal vescovo. Se n’è poi formato il nostro Cercare. Certamente noi troveremo pochi Collegj di Canonici, che non avessero diritto sopra molte, o almen sopra alcune chiese, per dono de’ vescovi loro istitutori. Nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Reggio esiste un diploma originale di Lodovico II imperadore, confermante a que’ Canonici nell’anno 857 tutte le cose che Sigefredo vescovo avea conceduto in Canonicorum ibidem Deo militantium usibus, fra le quali si contano le chiese di San Pellegrino, di San Michele Arcangelo, e la Basilica di San Vitale, e la chiesa di Santo Ambrosio. Dal che si scorge che Sigefredo fu il fondatore di quel Capitolo. Così a Pietro vescovo di Arezzo si riferisce l’istituzione dei Canonici in quella città, venendo ciò espresso in altro autentico privilegio, con cui Lottario I Augusto nell’anno 843 conferma a que’ Canonici tutti i lor beni. Il terzo esempio sarà quello di Arrigo II fra gl’Imperadori, il quale nell’anno 1047 con suo diploma, esistente nell’archivio de’ Canonici di Torino, conferma ad essi ogni lor diritto, annoverando fra l’altre cose molte chiese, Pievi e Cappelle, specificate ad una per una. Di questa Canonica è detto ivi Institutor beatae memoriae Regnimirus Episcopus, il quale per conseguente sembra che più non fosse vivo: laddove l’Ughelli il fa creato vescovo solamente nell’anno precedente 1046, e che campasse poi molti anni.

Veramente noi troviamo tanta copia dei Collegj suddetti istituita nei secoli nono, decimo e undecimo, che sembra non ne aver l’Italia conosciuti altri prima del secolo nono. Contuttociò noi troviamo nell’Italia Sacra dell’Ughelli un diploma di Carlo Magno imperadore dell’anno 803, conceduto ai Canonici di Como, se pure quel documento è sicuro, incontrandosi in esso qualche neo che può farne dubitare. Quello che è più raro, anzi singolare, truovasi in Firenze una carta di donazione, fatta da Specioso vescovo di quella città ai Canonici di San Giovanni Batista, cioè della Cattedrale, anno XII Liutprandi Regis, che vuol dire nell’anno 724. L’Ughelli l’ha prodotta nel tomo terzo. Cagiona meraviglia il trovare tanta antichità dei Canonici nelle contrade Italiane. Ho anche veduto in Firenze nella Libreria Strozzi un diploma di Lodovico II Augusto, che conferma a que’ Canonici i loro beni. Ma giacché abbiam parlato dei Canonici di Arezzo, ora conviene aggiugnere che la prima lor sede fu fuori della città, perché ivi appunto era il corpo di San Donato Martire, e il Duomo, o sia la Cattedrale, e casa del vescovo. Ma Carlo Calvo, mentre andava a Roma per prendervi la corona imperiale, disapprovò questo fatto, e consigliò che dentro essa città si fabbricasse la chiesa maggiore, come ancora il chiostro de’ Canonici: al qual fine egli concedette a Giovanni vescovo alcuni beni del Regio Fisco, come apparisce da un suo diploma dell’anno di Cristo 876, che ho dato alla luce. Nel Concilio di Pavia, che poco prima era stato celebrato (come abbiamo nella Parte II del tomo II Rer. Ital.), si legge: Ut Episcopi in civitatibus suis proximum Ecclesiae Claustrum instituant, in quo ipsi cum Clero secundum Canonicam Regulam Deo militent. Intervenne a quel Concilio anche Johannes Arretinae Ecclesiae Episcopus, come si vede dalle sottoscrizioni. Però allorché Carlo Calvo in tornando da Roma si trovava in Vercelli, ottenne da lui nel diploma suddetto Forum muro adjacens della città d’Arezzo per fabbricar ivi il Duomo e la casa sua, e quella de’ Canonici. Dimandò esso Augusto, cur intra moenia civitatis, more ceterarum Domus Dei, sede pollens Antistitis non emineret. Scorgiamo anche, onde sia nata la parola Duomo. Ed era ben costume anche ne’ vecchi secoli di chiamar così la Cattedrale. San Zenone vescovo di Verona in un suo sermone sopra il salmo 126: Conventus Ecclesiarum (così scriveva) sive Templi, quos ad secretam Sacramentorum religionem aedificiorum septa concludunt, consuetudo nostra, vel Domum Dei solita est nuncupare, vel Templum. Il motivo poi di fabbricare il chiostro de’ Canonici presso la chiesa maggiore, era, perché anch’essi a guisa de’ monaci si levavano la notte per cantare in coro le lodi di Dio. In una carta di Adelardo vescovo di Reggio, che riferirò qui sotto, si truova nominato Dormitorium de’ Canonici Castri Olariani (oggidì Castellarano), ut ii diligentius nocturnis horis ad divinum Officium occurrere possint. Così in una carta di Adelberto verso di Bergamo dell’anno 908, presso l’Ughelli, si legge aver egli scelto un luogo per fabbricare Claustrum Canonicorum juxta Ecclesiam; ut cum Officium compleverint, opportune ad reficiendum, cibum et potum accipiant, et in nocturnis horis ibidem dormiendo, nocturnis Officiis facilius occurrant. D’esso dormitorio abbiamo anche menzione ne’ tempi posteriori, cioè in una lettera di Adriano IV papa dell’anno 1157 presso il Campi nella Storia Eccles. di Piacenza. Quivi comanda il Pontefice, quatenus omnes (Canonici) de uno Cellario insimul in uno Refectorio comedatis, et in communi Dormitorio dormientes, in Capitulo conveniatis quotidie, ec. Quali dignità fossero nel Capitolo d’Arezzo, si vede in un diploma da Ottone III Augusto conceduto a que’ Canonici nell’anno 996, cioè l’Arcidiacono, il Primicerio, il Custode, il Cantore.

Né solamente nelle Cattedrali, ma anche in altre più illustri chiese delle città si cominciarono ad istituire i Collegj dei Canonici, così detti perché si uniformavano i cherici d’esse alla vita comune. Oggidì Collegiate si chiamano. Nella insigne Basilica Ambrosiana di Milano, dove riposano i sacri corpi de’ Santi Gervasio e Protasio, da gran tempo ne esiste una assai riguardevole, perché la prima dopo il Clero della Metropolitana, oltre ai monaci, che quivi ancora cantano le lodi di Dio. Un vestigio di tali Canonici si può osservare in un diploma che copiai dall’archivio ricchissimo d’essi Monaci Cisterciensi. Esso è di Berengario I re d’Italia, in cui concede e dona un Manso, esistente in Comitatu Frazionensi, del quale parlai nella Dissertazione XXI: Presbyteris atque Officialibus Sancti Ambroxii, ubi ejus corpus venerabiliter tumulatum est. Dal che intendiamo che nell’anno 894, oltre ai Monaci Benedettini, la Basilica Ambrosiana era anche ufiziata da preti secolari, de’ quali poi si formò la Collegiata suddetta. In riferir quel diploma non osservai ch’esso fu dato in Mediolano ad Sanctum Ambrosium. In fatti era in que’ tempi riuscito a Berengario per la venuta del re Arnolfo di ricuperar Milano nel mese di dicembre, come apparisce da’ miei Annali d’Italia. Né qui si fermò l’istituto de’ Canonici. Passò esso anche alle chiese rurali. Testimoniaza ci vien somministrata da una bolla di Adelardo vescovo di Reggio, il quale nell’anno 944 conferma tutti i beni ai Canonici, già istituiti da due suoi predecessori Azzo e Pietro in Plebe Sanctae Mariae sita in Castro Oleriano, oggidì Castellarano. Ed ecco con qual felice successo si fosse dilatata la fondazion de’ Collegj de’ Canonici, tanto promossa dai piissimi Imperadori Franchi. Si dee qui aggiugnere quella di un’altra Collegiata nella medesima Diocesi di Reggio, cioè in Canossa, o sia in quella rocca che per le gesta della contessa Matilda e de’ suoi antenati fu sì celebre ne’ secoli X e XI. Adalberto Azzo conte, padre di Tedaldo marchese e bisavolo d’essa Contessa, quegli fu, a cui debbono la lor fondazione la chiesa di Santo Apollonio, e i Canonici di quel luogo. Ne fa menzione il monaco Donizone nel cap. II, lib. I della Vita di Matilda, scrivendo di esso Azzo e della rocca di Canossa:

Posi haec excelsum statuit sibi fingere Templum,

Divinasque Scholas, canerent quae dulciter

Horas Nocte die Christo.....

 Colle quali parole accenna l’istituzion de’ Canonici. Poscia nel cap. 17 narra che dopo la morte del marchese Bonifazio la duchessa Beatrice colla figlia Matilda ne levò i Canonici, e diede quel luogo ai Benedettini.

Esse quia Monachos, plusquam Clericos, venerandos

Credebant ambae, Canusinae quoque sanctae

Ecclesiae nomen mutaverunt et honorem

In melius, dudum cui Praepositus fuit unus,

Usum cum Clericis non nisi tantum duodenis

De servire quidem. Nunc Abbas servit ibidem.

S’accordano tali notizie con un’antica pergamena dell’Archivio Estense, contenente una bolla di papa Benedetto VII, che nell’anno 976 conferma a Tedaldo marchese in rupe, quae Canuxia vocatur, una decima ad usum fruendi duodecim Canonicorum, qui ibidem, ec., ordinati fuerint. Anche la Diocesi di Modena ebbe un insigne Collegio di Canonici in Ganaceto, di cui più non resta vestigio, a riserva della chiesa parrocchiale, essendo passati in altre mani tutti i suoi copiosi beni, che erano sparsi per varj Vescovati, come consta da una bolla di papa Celestino III, conceduta nel 1195 Petro Praeposito Ecclesiae Sancti Georgii de Ganaceto, ejusque Fratribus Canonicis, ec. Esiste essa nell’Archivio Estense, e l’ho io data alla luce. Si vede qui, come anche in tanti altri documenti, che il titolo di Frater, oggidì Frate, titolo divenuto quasi vile e riserbato ai Religiosi Mendicanti, i quali anche amano d’essere chiamati Padri e non Frati, una volta era in molto onore, sì parlando de’ Monaci, che de’ Canonici. Anche in un privilegio dato da Federigo I Re de’ Romani nell’anno 1152 ai Canonici di Vercelli noi li troviamo appellati Fratres. Ho io dato alla luce la formola con cui i cherici erano accettati nel Collegio de’ medesimi, leggendosi questa in una carta dell’anno 1075, dove Farolfo prete offre sé stesso Deo, et Ecclesiae Sancti Donati, et Jocundo Praeposito atque Archidiacono secundum Regulam Canonicam, fideliter serviturum, pallio Altaris manibus involutum, cum oblationibus mearum rerum mobilium et immobilium, ita ut ab hac die non liceat mihi collum excutere, ec. Degne son di osservazione quelle parole: Pallio altaris manibus involutum. Era questo rito dei Monaci Benedettini, come si vedrà nella Dissertazione LXV: cioè allorché i fanciulli erano offerti al Monistero dai lor genitori, Palla altaris involvebant manus; e si leggeva davanti all’Abbate la formola della lor oblazione. Di ciò si parla nella Regola di San Benedetto, cap. 66 (Veggasi il P. Martene de antiqu. Monachor. Ritib. lib. II, cap. 2). Oltre a ciò s’ha da osservare che chi volea professar la Regola de’ Canonici, offeriva ancora e trasportava in dominio del Collegio tutti i suoi beni mobili ed immobili ad imitazion de’ monaci, siccome si vedrà qui sotto nella Dissertazione LXVII. Ma possiamo ben credere che i Canonici fossero ben lontani dalla perfetta vita d’essi monaci, e che non professassero la povertà, di cui appunto non si legge espressa professione in quella formola: cioè quantunque donassero al Collegio i lor beni, pure ne solevano goder l’usufrutto, lor vita durante.

Ma chi non sa a quante vicende sieno sottoposte le umane cose, e come la natura nostra inclini al male? Santamente istituita era la Regola de’ Canonici, e così dilatata, che forse in niuna città mancava questo bell’ornamento, e un sì nobile esempio di disciplina ecclesiastica, vivendo tutti nel chiostro medesimo, e facendo vita comune. Pure quella concupiscenza che giunse sovente ad alterare l’istituto benché rigido de’ monaci, educati nella scuola della virtù, seppe ancora distorre i Canonici dal corso così ben impreso per decoro della Chiesa. Anzi tanto più questi che gli altri spinse ad abbracciar costumi non degni di persone consecrate a Dio, quanto meno essi si accostavano alla perfetta maniera di vivere de’ monaci. Imperciocché non professavano i Canonici la severa disciplina monastica, né una assoluta povertà, come dicemmo; e tuttoché vivessero insieme nel chiostro, pure non apparisce che interamente rinunziassero al secolo. Entrò dunque fra loro l’interesse, il lusso ed anche la lussuria; talmente che in qualche luogo di peggior condizione si scorgeva la vita de’ Canonici, che quella de’ laici, e a poco a poco la lor comune abitazione restò senza abitatori. Accadde questo disordine spezialmente nel secolo undecimo, in cui l’eresia de’ Nicolaiti entrò in corpo di molti preti, diaconi e suddiaconi per varie città, e particolarmente in Milano, aspirando essi alla licenza di prendere moglie a guisa de’ Greci; libertà in Occidente sempre riprovata ne’ ministri dell’altare. Per frenare o schiantare questi abusi, non omisero diligenze i Romani pontefici Nicolo II, Alessandro II, Gregorio VII ed altri in quel medesimo secolo, e non andò senza frutto il loro zelo; perché si riformarono in buona parte i costumi del Clero, e di nuovo coll’osservanza del voto della continenza si rimise in molti luoghi la vita comune de’ Canonici. Ho io pubblicata una costituzione, fatta in un Sinodo l’anno 1070 da Erimanno vescovo di Volterra per rimettere in uso il primiero istituto de’ Canonici della sua Chiesa. Ho parimente data alla luce una lunga narrativa de’ disordini introdotti in Arezzo dai Custodi delle chiese di Santo Stefano e di San Donato, e come i Canonici acquistarono esse chiese. Ciò avvenne circa l’anno 1092. Quivi molto lume si truova per conoscere i costumi di quel vecchio Clero, che non importa qui riferire. Solamente aggiugnerò che anche dopo il secolo XI in alcuni luoghi durò la vita ed abitazion comune de’ Canonici, forse non mai interrotta. Ne ho la testimonianza in una bolla di papa Callisto II dell’anno 1124, in cui compone una controversia insorta fra Oberto vescovo di Cremona, e i Canonici, dicendo fra l’altre cose: Ad mensam Canonicorum, quando cum Canonicis, comederit, cum uno Clerico, et uno Serviente, vel cum duobus Clericis veniat. E poscia: Domum, in qua modo habitant, licet juris Episcopi fuerit, pro concordia tamen et caritate deinceps ad communis vitae cohabitationem retineant. In un’altra carta di Grifone vescovo di Ferrara dell’anno 1141 conferma egli a’ suoi Canonici Domum quoque Canonicorum cum Porticu, ec. Potrebbonsi anche recar documenti che mostrassero continuata in qualche luogo questa comune vita de’ Canonici; e certamente anche nell’anno 1205 nel medesimo chiostro convivevano i Canonici della chiesa patriarcale Lateranense, ciò constando da una lettera di papa Innocenzo III, riferita dal Turrigio nel libro delle sacre Grotte Vaticane, Parte II, cap. 8.

Ma finalmente convien dire che giunse tempo in cui si vide andare in fascio tutto quel nobile istituto, e dove più presto, dove più tardi abbandonata dai Canonici la comunità, e sciolta la coabitazione. Mentre ognun cercava il proprio interesse, mentre s’era troppo rallentata la disciplina ecclesiastica, e poco conto si facea della continenza e della temperanza, particolarmente allorché più si scatenò la folla de’ vizj; giudicarono bene i Vescovi di permettere che i Canonici vivessero nelle lor case private, risparmiando così non pochi scandali che davano negli occhi d’ognuno. Da una carta che pubblicai nella Dissertazione XIV, spettante all’anno 1252, evidentemente si raccoglie che non molti anni prima i Canonici di Ferrara aveano diviso possessiones Canonicae inter se: parole indicanti già cessata fra loro la vita comune. Fiorì anche verso la metà del secolo precedente Geroo Proposto della chiesa Reicherspergense, il cui libro De corrupto Ecclesiae statu fu pubblicato dal Baluzio nel lib. V Miscell. Ora egli alla pag. 96 così scrive: Nonne similiter et Canonici Episcopalium Ecclesiarum vivunt de stipendio, Regulariter viventibus constituto? Et ipsi nullam penitus observant Regulam, neque saltem illam disolutam, quam sibi a Ludowico dicunt propositam, seu impositam. Quae quum eos jubeat in claustris suis insimul habitare, nec permittat illos extra dormitoria sua dormire absque inevitabili caussa, non ita fit, sed unusquisque discurrit, et dormit ubi vult! Però in quasi tutte le città si veggono oggidì i chiostri de’ Canonici, la maggior parte fabbricati vicino alle Cattedrali, che tuttavia portano il nome di Canonica: pure quivi non resta alcun vestigio della loro antica vita comune e quasi monastica, di modo che solamente serbata la lor compagnia nelle sacre funzioni, ciascun d’essi libero se ne vive nel secolo. Ora da che si disciolse il vincolo della mensa e domicilio fra i Canonici, allora s’introdussero le Prebende, nome che disegnava quella porzion di rendite che la chiesa contribuiva, praebebat ai 1950 Canonici viventi nelle private lor case pel vitto e vestito de’ medesimi. Pare nondimeno che molto prima se non il nome, almen la cosa fosse in uso in qualche luogo. Raterio vescovo di Verona nel secolo decimo, nell’Opuscolo de Abbatiola così scrive: Ordinavi, ut quisque Presbyterorum annuatim acciperet inter frumentum et segallum (segala) modia decem, inter legumina et milium modia decem, ec. Del resto anche alcuni de’ Vescovi concorsero a sconcertar l’unione de’ Canonici, coll’occupar parte de’ loro beni, o con livellarli a lor capriccio. Però tempi ci furono, ne’ quali i Canonici, quando si facevano confermare dai Papi, Re ed Imperadori i lor privilegj, procuravano che si comandasse ai Vescovi di non usurparsi i loro stabili e diritti. Ho io in pruova di ciò dato alla luce varj diplomi di Re ed Augusti, e non so quante bolle de’ Papi. Farò qui solamente menzione di un diploma d’Ugo e Lottario re d’Italia dell’anno 941 in favore de’ Canonici di Lucca, dove è espressamente comandato che i Vescovi non usurpino alcuna padronanza sopra i beni de’ medesimi Canonici. Lo stesso venne confermato da Ottone il Grande nell’anno 962 ai medesimi Canonici, e da Ottone II Augusto nel 982. I suddetti re Ugo e Lottario confermarono ai Canonici d’Arezzo i lor beni nel 933. Tralascio altri diplomi di Arrigo I imperadore in favore de’ Canonici di Volterra dell’anno 1015, di Ottone III imperadore per quei di Ferrara nell’anno 998. Tralascio altri privilegi de’ Canonici di Cremona, e alcune bolle di Papi per quei di Reggio e di Soana.

Resta ora da dire qualche cosa de’ Canonici Regolari, che alcuni stimarono istituiti da Santo Agostino, e per una continuata successione condotti sino ai dì nostri: il che è negato da altri. Imperocché, dicono questi ultimi, tal successione non viene provata da sicuri documenti, e si debbono dire per una tal quale analogia originati da quel santo Vescovo e Dottore. Io lascerò discutere ad altri questa questione, i quali son da pregare che la trattino senza preoccupazione, e col solo amore della verità. Vana lode è quella che si ricava dalle finzioni; solamente s’ha da aspettarne una soda ed immortale dal vero. Per quelle notizie ch’io ho, da ben molti secoli (solamente nondimeno dopo il mille) divenne celebre il nome e l’istituto de’ Canonici Regolari. Imperciocché, siccome dappoiché i costumi de’ monaci cominciarono ad andare di male in peggio, Dio suscitò i Santi Romoaldo, Giovanni Gualberto, Bernardo di Chiaravalle, ed altri uomini celebri nella Storia della Chiesa, i quali rimisero in vigore la disciplina monastica (il che s’è anche dipoi praticato nell’Ordine de’ Minori, e in altre membra della Chiesa militante); così da che prevalsero i vizj nell’istituto de’ Canonici, fece Dio sorgere degli uomini piissimi, i quali non solamente rimisero in piedi l’antica disciplina e Regola d’essi, ma anche si obbligarono all’osservanza d’altre più strette leggi, composte a tenore di quella vita che menò una volta Santo Agostino co’ suoi preti e cherici. Per questo si cominciò ad appellarli Canonici Regolari a differenza de’ Canonici Secolari. Accadde ancora che alcuni di questi ultimi, anzi alcuni ancora de’ monaci, si diedero a lacerare questo novello Istituto, perché la santità de’ costumi di Canonici tali era un troppo svantaggioso confronto colla vita disordinata degli altri. Il Padre Fez Benedettino pubblicò due Opuscoli composti nel secolo XII in favore e difesa di essi Canonici Regolari, l’uno fattura di Geroo proposto Reicherspergense, e l’altro di Anselmo vescovo Havelbergense. Come poi si distinguessero negli antichi diplomi e nelle bolle i Canonici Regolari dai Secolari, parmi di poter dire che i primi erano sottoposti ad un Priore, talmente che ogni volta che nelle antiche memorie s’incontra Prior Canonicorum, quasi sempre si dee credere che si parli de’ professori della Regola di Santo Agostino. Talvolta ancora è fatta menzione di essa Regola, o pure Regularis observantiae. Furono celebri una volta varie Congregazioni loro, come la Portuense, la Lucchese di San Fridiano, quella di Mortara, ec. Pochi esempj ne recherò. Avea la contessa Matilda posti i Canonici nella chiesa di San Cesario, nel castello d’esso nome, del distretto di Modena. Dopo la di lei morte i Monaci di Nonantola mossero lite a que’ Canonici, pretendendo quella chiesa di lor diritto. Fu agitata la lite in Roma, e papa Callisto II con sua bolla dell’anno 1123 ne confermò il possesso a’ Canonici, chiamandoli Regulares Fratres, con tutte le esenzioni. Ma non passò gran tempo ch’essi Canonici o per l’altrui potenza, o per loro difetto, perderono quella chiesa, che fu conceduta ai Monaci di Polirone. Il che non si dee credere che tornasse in disonore de’ medesimi Canonici, perché quand’anche alcun loro Collegio fosse decaduto dall’osservanza, tant’altri ve n’erano, che esattamente mantenevano il sacro loro istituto. Lo stesso si dee anche dire de’ monaci. Vero è che la contessa Matilda, e Beatrice sua madre, come di sopra avvertì Donizone, credevano i monaci, plus quam clericos, venerandos. Tuttavia Bernardo vescovo di Verona nell’anno 1127, per testimonianza dell’Ughelli, cacciò i Monaci dal Monistero di S. Giorgio, e vi si mise i Canonici Regolari. Ecco le parole di quel Prelato nel tomo V dell’Italia Sacra: – Ecclesiam Dei et Sancti Georgii in Braida sitam, sed tam in spiritualibus, quam in temporalibus in ultimo destructam, ob Dei amorem et animae meae redemptionem restaurare ac ordinare disposui. Fuerat enim quondam et prius Puellarum, et postmodum Monachorum Coenobium. Sed in utriusque Veneris postribulum, Diaboli potius quam Dei extiterat templum. Expulsis ergo exinde Dei blasphematoribus, religiosos ibi Clericos ordinavi, qui Dei gratia Canonicorum caelibem ducunt vitam, et Regulam observant Canonicam Dei. Frutti son questi dell’umana condizione, dei quali non ne mancherà né pure alle future etadi (Vedi il Baluzio all’epistola 29 di Lupo abbate della Ferriere). Ho io pubblicata la bolla di papa Innocenzo II dell’anno 1134, in cui egli cacciò dalla chiesa di San Cesario suddetto i Canonici Regolari, e la diede ai Monaci di San Benedetto. Così i Marchesi di Este nel luogo detto Alle Carceri del territorio d’Este fabbricarono un Monistero, e v’introdussero i Canonici Regolari; ma col tempo fu dato quel luogo ai Monaci Camaldolesi. Oggidì è secolarizzato. Sinibaldo vescovo di Padova nell’anno 1122 confermò i privilegi ad esso Monistero, come consta dalla sua bolla. In un’altra di Gerardo vescovo similmente di Padova dell’anno 1181 que’ Canonici son detti vivere secundum Beati Augustini institutionem, et Fratrum Portuensium Regulam. Tralascio qui altri documenti spettanti a quel sacro luogo.

Ho io poi data alla luce una bolla di Arnolfo III arcivescovo di Milano dell’anno 1095 in favore della chiesa di San Gemulo Martire, dove non so se ufiziassero Canonici Secolari o Regolari: acciocché quivi si osservi sottoscritto Arnulfus Dei gratia Archiepiscopus; poscia Gottofredus Archipresbyter, e in terzo luogo Anselmus Quartus Dei gratia Archiepiscopus. Come qui due Arcivescovi nello stesso tempo? Le note cronologiche son giuste. Sembra che Landolfo iuniore storico Milanese si opponga a questo documento, perché al cap. I della sua Storia scrive, che Defuncto Arnulpho Archiepiscopo Mediolanensi, fu eletto Anselmus de Buis, e consecrato da vescovi stranieri nell’anno 1097. Non pare dunque verisimile che questi fosse prima eletto, e che s’intitolasse Arcivescovo vivente Arnolfo. Contuttociò ho io osservato che nel secolo XII fu in uso di dar dei Coadiutori agli Arcivescovi, come si può vedere nella Prefazione al Poema dell’eccidio di Como (tomo V Rer. Ital.), e che tali Coadiutori usavano anche il titolo di Arcivescovo, bollendo allora le dissensioni fra il Sacerdozio e l’Imperio. Conservasi ancora nell’archivio del Monistero di Polirone una pergamena di concordia seguita fra il Vescovo di Brescia e que’ Monaci dell’anno 1121, in cui sono sottoscritti Ego Villanus Dei gratia Brixiensis Episcopus. Ego Manfredus Dei gratia Brixiensis Ecclesiae Episcopus. Il che pruova il rito di que’ tempi, e rende verisimile la suddetta carta Milanese. Finalmente ho rapportato un privilegio di Federigo I Augusto in favore della chiesa di San Severino nella Marca di Ancona dell’anno 1177, dal quale apparisce che la medesima era allora ufiziata da un Priore e Fratelli: segno che quegli erano Canonici Regolari, E ciò basti intorno ai Canonici. Mi sia nondimeno permesso di aggiugnere che il Grutero fra le antichissime memorie Cristiane alla pag. 1053, num. 8 rapporta un epitaffio posto nella chiesa di Santa Cecilia di Roma colle seguenti parole:

HIC REQVIESCIT

BONVS IOHE S CA

NONICVS ASTEN SIS

ET DNI PP.

Non dovea entrar fra le antichità Romane questa iscrizione, perché ivi si truova il titolo di Canonico. Anzi dopo il mille si dee credere vivuto questo Bon-Giovanni. Le parole et Domini Papae ne richieggono un’altra, che io credo scaduta, come Capellanus, Diaconus, Subdiaconus, o altra simile. Ben tardi avvenne che chi era Canonico in qualche chiesa lontana da Roma, avesse qualche ufizio nella Corte del Romano Pontefice.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011