Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LI

Dell’origine ed istituzione de' Cardinali.

Diffusamente hanno molti trattato dell’origine del nobilissimo Collegio de’ Cardinali, e particolarmente il chiariss. P. Tomassini dell’Oratorio di Francia nell’insigne Opera de Benef. Par. I, lib. 2, cap. 115. Intenzione mia non è di ridire il detto da altri. Solamente dopo la loro messe io raccoglierò alcune spiche. Presso gli Eruditi manifesta cosa è che una volta ad ogni chiesa erano ascritti preti, diaconi e suddiaconi per esercitarvi il sacro ministero e le funzioni convenienti all’ordine loro. Fra essi ne troviamo alcuni caratterizzati col titolo di Cardinali, ed altri no. V’ha chi pensa che con questo nome fossero coloro che oggidì appelliamo Parrochi, perché erano affissi al cardine della chiesa in maniera che restavano inamovibili da quell’ufizio: laddove i preti della stessa chiesa erano amovibili. Perciò presso gli antichi si truovano ancora Episcopi Cardinales per distinguerli da altri che solamente reggevano qualche vescovo loro commendato, cioè per modo di provvisione assegnato. Altri poscia, fra’ quali il Giureto, il Panciroli e il Salmasio, son di parere essere alcuni stati ornati di questo nome, perché erano Principales, Praecipui, e tenevano l’autorità primaria nel Clero della lor chiesa. Per la qual ragione sogliam chiamare cardinali alcune virtù, e in qualche luogo alcuni Canonici delle Cattedrali portarono il nome di Cardinali, e non già gli altri Canonici minori d’essa città. Truovasi anche presso gli antichi Cardinalis ara, Cardinalis Missa, cioè la prima, la principale. Finalmente Jacopo Gotofredo nelle annotazioni alla legge 7, lib. 12, tit. 6 del Codice Teodosiano, li stima chiamati così, perché fossero fissi, e immobilmente servissero al vescovo e alla chiesa. Quanto a me, giudico doversi temperare cotali sentenze, e ridursi ad una sola. Cioè quei soli essere stati distinti col titolo di Cardinali, che erano Rettori stabili di quella chiesa battesimale, cioè parrocchiale, o pure di qualche diaconia; perciocché così erano appellate le case pie istituite per nutrire poveri, pellegrini o infermi, unite ad alcuna chiesa o oratorio, di cui era Rettore fisso, cioè perpetuo amministratore un diacono. I primi si appellavano Preti Cardinali, i secondi Diaconi Cardinali. Anticamente poi, come anche oggidì, que’ vescovi che ricevevano una chiesa, o vogliam dire Diocesi, da governare stabilmente, siccome pastori proprj e titolari di quel gregge, si truovano talvolta chiamati Vescovi Cardinali: a differenza d’altri che erano deputati transitoriamente al governo di qualche Diocesi, o perché non era peranche eletto il proprio Pastore, o perch’esso era lungi in servigio della Santa Sede, o perché cacciato dai Regnanti: perché questi non s’intitolavano mai Cardinali. Chi dunque otteneva il titolo, cioè il possesso proprio ed immobile di una chiesa episcopale o parrocchiale (il che si diceva Incardinari), esercitava poi ivi stabilmente la sua autorità, poteva ancora chiamarsi Cardinale, non già perch’egli fosse il primo e principale fra i preti inservienti a quella chiesa, ma perché a lui solo ne apparteneva la cura e il reggimento: laddove gli altri preti erano solamente suoi ajutanti e ministri.

Vero è che il cardinale Bellarmino nel tom. I, cap. 18 de Clericis scrisse trovarsi in Synodo Sancti Gregorii Magni tres Presbyteros Cardinales tituli Sanctae Bibianae, duos Sancti Damasi, duos Sancti Silvestri, et duos Sanctorum Apostolorum: ma egli non usò in così dire la consueta sua attenzione. Non son chiamati Cardinali quei che intervennero a quel Concilio, ma solamente, per esempio, Presbyter Sanctae Bibianae. Ora, come poco fa dicevamo, oltre al parroco o diacono stabile Rettore della chiesa, v’erano altri preti e cherici che servivano alla chiesa medesima. Però al Concilio Gregorio si sottoscrive Laurentius Presbyter tituli Sancti Silvestri, che veramente era il Titolare e Cardinale di quella chiesa. Sottoscrive ancora Johannes Sancti Silvestri. Questi era semplice prete, aggregato a quella chiesa pel servigio d’essa. Però da queste tenebre non s’ha da cercar lume. Si può credere originato il nome di Cardinalis dal verbo Cardinare e Incardinare, usato dagli antichi per connettere, incorporare, inserir qualche cosa fissamente in un’altra. Vitruvio nel lib. XVI, cap. 20 dell’Architett. chiama tignum incardinatum quel trave ch’è inserito e infisso inter duos scapos. Da esso ancora sono nominati scapi cardinales fitti nelle porte. Aggiungasi Cassiodoro, il quale nel lib. VII Variar. Epist. 31 a nome del Re scrive così: Ut quia Principem Cardinalem obsequiis nostris deesse non patimur, tu ejus locum Vicarii nomine in urbe Roma solemniter debeas continere. Cioè essendo stato chiamato alla corte il Prefetto del Pretorio, chiamato qui Principe, per assistere agli affari del Re, finch’egli tornasse a Roma, o che gli si desse un successore in quel sublime ufizio, il Re costituisse un Vicario, che intanto esercitasse in essa città le veci di lui. Il chiama Principe Cardinale, perché la sua carica era perpetua, e la dignità ed autorità fissa e radicata in lui; ma il Vicario, siccome non incardinato, né fisso e stabile, dovea sostenere quella dignità mobile finché l’altro fosse absente. Anche nella Notizia dell’uno e l’altro Imperio (Parte I, pag. 77 dell’edizione del Panciroli) si legge: Officium Magisteriae in praesenti potestatis, Cardinale habetur. E San Gregorio Magno nell’epist. oggi 73 del lib I così scrive a Gennaro arcivescovo di Cagliari: Liberatus, qui Diaconii fungi perhibetur officio, si a decessore tuo non factus est Cardinalis, ordinatis a te Diaconibus nulla debet ratione praeponi. E vuol dire che se Liberato non è stato dichiarato Rettore stabile e beneficiato vero della diaconia ch’egli regge, per cui possa pretendere la preminenza sopra gli altri diaconi titolari, non ha alcun fondamento la sua pretensione. Pertanto dai molti passi che si possono osservare nelle epistole e nell’antica Vita del suddetto Pontefice, chiaramente apparisce essere stato appropriato il titolo di Cardinale a que’ vescovi, preti e diaconi che erano deputati a reggere con diritto immobile qualche diocesi, parrocchia o diaconia. E perciocché talvolta si truovano nominati Vescovi Cardinali in città di bassa riga, per conseguente non godevano questo titolo, perché Primarj e Principali fra’ vescovi, ma solamente perché erano Pastori stabili ed inamovibili di quelle chiese.

Né solamente l’uso di questo vocabolo proprio fu della Chiesa e città di Roma, ma comune era una volta in altre Chiese d’Italia. V’ha chi scrive che niun diacono o parroco di villa fu mai contrassegnato col nome di Cardinale, perché secondo essi tal nome conveniva solamente a chi entro le città possedeva a titolo di benefizio stabile qualche parrocchia o diaconia. Ma questa opinione a me sembra dubbiosa, o almeno non si stende a tutte le chiese. Papa Zacheria nell’epistola VII a Pippino, poscia re de’ Franchi, così scrive nell’anno 747: Simili modo et Presbyteri Cardinales Plebi quidem sibi subjectae, praeclariori veste, induti, debitum praedicationis persolvant. Così egli senza distinguere i forensi dagli urbani. E Giovanni diacono nella Vita di San Gregorio Magno (lib. III, cap. II) scrive: Item Cardinales violenter in Parochiis ordinatos forensibus, in pristinum Cardinem Gregorius revocabat. Quivi le parrocchie forensi sono parrocchie di villa. Noi poscia troviamo massimamente dopo l’anno millesimo dell’Era nostra nelle più cospicue città d’Italia i Canonici delle Cattedrali insigniti col titolo di Cardinali. Eriberto o sia Ariberto arcivescovo di Milano presso il Puricelli (Monum. Basilicae Ambros. all’anno 1032) fece alcune costituzioni, adhibitis sibi Senioribus superioris suae Ecclesiae Cardinalibus, Presbyteris et Diaconibus, ec. Poscia hoc scriptum subscribendo firmavit, et suis Cardinalibus firmandum obtulit. E in un’altra carta del medesimo Eriberto dell’anno 1034 si legge: Ita ut faciant Presbyteri, Diaconi et Subdiaconi Cardinales de ordine Sanctae Mediolanensis Ecclesiae de fruge, ec. Questi Cardinali in più carte sono appellati Ordinarii Sanctae Mediolanensis Ecclesiae; col qual vocabolo, deposto quello di Cardinale, tuttavia si distinguono i primarj Canonici della Metropolitana Basilica dai Preti Decumani, i quali nondimeno nella Passione di Santo Arialdo sono appellati Decumani Canonici; e però non erano, come talun pensa, una specie di cappellani. Il medesimo Puricelli all’anno 1105 produce una lettera scritta dal Clero di Milano in assenza dell’Arcivescovo, il cui principio è tale: Ordinarii Cardinales Sanctae Mediolanensis Ecclesiae, nec non Primicerius cum universo Sacerdotio et Clero Medialanensi, omnisque populus, ec. Finalmente all’anno 1033 si legge una sentenza pubblicata in Curte Cardinalium Majoris Ecclesiae, ec. Di più non aggiungo, perché resta assai chiaro che anche la Chiesa di Milano ebbe i suoi Cardinali, e ch’essi costituivano il Collegio de’ primarj Canonici, ed erano come fratelli dell’Arcivescovo, da cui venivano adoperati sempre per sussidio e consiglio dell’ecclesiastico governo. Che lo stesso si praticasse nella Metropolitana Chiesa di Ravenna, si conosce per varj documenti nella Storia Ravegnana di Girolamo Rossi. Ho anch’io a questo proposito divulgata una sentenza di Gualtieri arcivescovo di quella Chiesa dell’anno 1141 per lite che vertiva fra l’Arcidiacono e i Canonici della Chiesa di Reggio. Sono ivi sottoscritti, oltre a quattro vescovi, Fantulinus Presbyter Cardinalis Sanctae Ravennatis Ecclesiae, e Buniolus Subdiaconus Cardinalis. Per testimonianza del Rossi (libro X, pag. 745) solamente nell’anno 1568 i Canonici di Ravenna deposero il titolo di Cardinali. Ma non si dee tacere quello che circa l’anno 1330 scriveva Alvaro Pelagio nel libro de Planctu Ecclesiae, cioè: sunt etiam in Ecclesia Compostellana Cardinales Presbyteri mitrati, et in Ecclesia Ravennati. Talea Cardinales sunt derisui potius quam honori.

Ebbe anche la Chiesa di Napoli i suoi Canonici insigniti col nome Cardinalizio, come già osservò Antonio Caracciolo. In oltre l’Ughelli nel tomo VI dell’Italia Sacra rapporta uno strumento di Sergio arcivescovo di quella città, a cui si sottoscrivono due Presbyteri Cardinales Sanctae Neapolitanae Ecclesiae. Un’altra carta dell’anno 1100, che ci presenta una permuta di beni fra la chiesa di Santa Restituta e le Monache di San Michele, interamente è stata da me prodotta, a cui fra gli altri si sottoscrive Sergius Archipresbyter et Cardinalis Sanctae Neapolitanae Ecclesiae. Quivi si vede il solo Sergio arciprete che porta il nome di Cardinale: e perché non altri? Non so io pensar altro, se non che egli, siccome dirò fra poco, e non già gli altri, era fisso Rettore di qualche parrocchial chiesa, ovvero d’una diaconia. Truovansi ancora preti Cardinali nella Chiesa di Lucca: il che quantunque apparirà dai documenti che darò nella Dissertazione LXXIV; pure io voglio qui comprovarlo con un autentico esempio. Nell’archivio di quell’Arcivescovato vidi una pergamena originale colle seguenti parole: Anno Domni nostri Berengarii gloriosi Imperatoris Augusti, anno Imperii ejus octavo, nonas septembris, indictione XII (cioè nell’anno 923), Petrus Dei gratia hujus Sanctae Lucanae Ecclesiae humilis Episcopus, una cum consensu Sacerdotum suorum, seo filii ipsius Ecclesiae, Willeradum Presbyterum praeficit Ecclesiae illi, cui vocabulum est beati Sancti Vincentii, sito foras civitate ista Lucense, ubi humatum corpus beati Sancti Fridiani, ec. Sottoscrivono alla carta Andreas Presbyter et Cardinalis; Daiprandus Archidiaconus; Benedictus Presbyter et Cardinalis; Sichardus Presbiter et Cardinalis et Primicerius; Natalis Presbyter et Cardinalis; Teupertus Presbyter et Cardinalis. Altri ne tralascio. Non fu da meno la Chiesa di Piacenza, avendo anch’essa avuto i suoi Cardinali, Così Firenze, così Verona. Nell’itinerario di Ratherio celebre vescovo di Verona circa l’anno 965 s’incontra un luogo scuro, cioè Ad quod quum Titularios omnes, et illos de Plebibus paratos, Deo gratias, invenissem, vos Cardinales, qui ut quondam Scribae et Pharisaei populares, ita istos in perditionem mittitis omnes, ita hinc manere adhuc cerno rebelles. Il P. Mabillone interpreta Titularios Beneficiatos; illos de Plebe, Paroeciarum Rectores; Cardinales vero, qui scilicet in Ecclesia Cathedrali incardinati erant. Ma io non lascio di portar opinione che alcuni de’ Canonici delle Cattedrali fossero appellati Cardinali, perché erano Rettori stabili di qualche Parrocchiale della città. Prima di suggerire ciò che mi fa opinare, così ricordo che anche la Chiesa di Costantinopoli, e quelle d’Aquileia, Benevento, Pisa, Asti, Bergamo, Siena, Vercelli, Capoa, Salerno, Orleans, Besanzone, Maddeburgo, Londra ebbero i lor Cardinali. Sembra dunque a me che que’ Canonici i quali troviamo decorati col titolo di Cardinale, non perché fossero incardinati nella Chiesa Cattedrale portassero questo nome, ma perché godevano ancora qualche parrocchia, o semplice chiesa, o diaconia col titolo inamovibile. Presso l’Ughelli nel Catalogo de’ Vescovi Fiorentini sottoscrivono ad uno strumento dell’anno 964 alcuni Canonici della Chiesa Fiorentina, con questo solo nome disegnati; ma cinque altri s’intitolano insieme Canonici e Cardinali. Perché tal differenza? se non perché gli uni erano solamente Canonici, e que’ cinque erano anche parrochi o rettori di qualche chiesa. Nel Concilio Meldense dell’anno 855 è ordinato dal canone 66: Ut Titulos Cardinales, in urbibus vel suburbiis constitutos, Episcopi canonice et honeste ordinent et disponant. Un’altra carta vien riferita dall’Ughelli, in cui Rinieri vescovo di Firenze a un monistero di monache conferma Ecclesiam Sancti Johannis Baptistae Cardinalem, in honorem Sanctissimi Petri, non longe a Florentina urbe, positam ad Orientalem Portam. Chi godeva di sì fatte chiese, era appellato Cardinale; e ne’ vecchi secoli non dovea trovarsi implicanza alcuna nell’essere parroco d’una chiesa urbana, e insieme Canonico della Cattedrale. Nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Reggio v’ha una bolla di Pietro vescovo di quella città dell’anno 1188, in cui conferma all’Arciprete della Cattedrale Plebem de Cereto cum Capella sua de Monticello, et Ecclesiam Sancti Petri de civitate Regii, chiamandole antiquum beneficium, quod habuerunt Archipresbyteri a nostris Praedecessoribus. Ciò che vediam qui praticato dal Vescovo di Reggio coll’Arciprete di quella Cattedrale, possiam credere che fosse usato da altri vescovi, talché si potesse essere Canonico, e ritenere insieme qualche cura d’anime, o altra chiesa. Così di sopra ci comparve Sergius Archipresbyter, et Cardinalis Sanctae Neapolitanae Ecclesiae. Pare eziandio che ci fossero una volta chiese cardinali distinte con questo titolo dalle battesimali, e da’ semplici oratorj. In un diploma conceduto nell’anno 883 da Carlo il Grosso imperadore al Vescovo di Bergamo noi leggiamo, che non s’ha da inferire molestia alcuna Monasteriis, Xenodochiis, vel Ecclesiis Baptismalibus, aut Cardinalibus, seu Oraculis ejusdem Ecclesiae. Questo nome sembra qui indicar Parrocchiali o diaconie dove non era il Battistero. Lo stesso con altre parole viene espresso in un diploma del re Arnolfo dell’anno 895, dove è conceduta esenzione Plebibus, Monasteriis, Titulis, ec., della Chiesa di Bergamo. E in un diploma dato alla Chiesa di Piacenza presso il Campi da Lodovico II Augusto s’incontra la medesima formola, Plebibus, seu Monasteriis, Titulis, aliisque Ecclesiis. Col nome di Titulis sono indicate le chiese urbane parrocchiali, diverse dalle Pievi, cioè prive della facoltà di battezzare. Solevano dunque anticamente i vescovi ammettere al Canonicato chi era parroco, o pure conferivano parrocchie a chi era Canonico. Avendo esse chiese il nome di Cardinali, lo conferivano ancora a chi diveniva Rettore. In fatti Adelberto vescovo di Bergamo nell’anno 908 conferì a’ suoi Canonici e al loro Collegio Basilicam Beati Cassiani Martyris Christi, sitam infra civitatem, ea ratione, ut singulis diebus refectio fiat Presbytero et Diacono et Subdiacono et Ostiario, qui hebdomadam in ipsa custodierint Ecclesia. Il perché bene spesso non andava allora disgiunto il Canonicato dalla parrocchia: il che si diceva conseguire un Titolo. Esempio ne sia la Santa Romana Chiesa, per gara o ad imitazion della quale probabilmente gli altri vescovi vollero avere anch’essi i lor Cardinali suoi proprj. Certo è che anticamente non men che oggidì i Cardinali Romani erano decorati col titolo di qualche chiesa parrocchiale, o diaconia; ed erano veri e stabili rettori d’esse: e qui si potrebbe mentovare una bolla di Giovanni III papa, scritta nell’annp 560, che il Turrigio divolgò nella Parte II, cap. 8 delle Grotte Vaticane, dove egli dice: Ecclesiam duodecim Apostolorum titulum Cardinalatus constituimus, nec non et Parochiam, sicut ceteri tituli urbis hujus habent. Ma si può giustamente dubitare della legittimità di quel documento; e noi non abbisogniamo di autorità dubbiose per provar l’uso della Chiesa Romana, e riconoscere l’antichità de’ titoli adattati alle parrocchie.

E qui non vo’ tralasciar di dire che sotto nome di Titolo una volta venivano le sole parrocchie, e non già le diaconie. Nel Sinodo Romano dell’anno 853 si fa menzione Titulorum vel Diaconiarum. E negli Annali Eccles. il cardinale Baronio all’anno 882 produce una costituzione intorno ai Cardinali, fatta da papa Giovanni VIII, dove egli così parla: Bis in mense, vel eo amplius, vel apud illum vel illum Titulum, sive apud illam vel illam Diaconiam, sive apud alias quaslibet Ecclesias vos convenire mandamus. Ecco assai chiaramente contrassegnate le parrocchie col nome di Titolo dalle diaconie. Anastasio scrive di papa Evaristo: Hic Titulos in urbe divisit Preabyteris, cioè le parrocchie. E veramente mi son passate sotto l’occhio assaissime bolle di Papi edite e inedite, alle quali si sottoscrivono i Cardinali della Santa Chiesa Romana, e quivi i preti adoperano il Titolo, ma non già i diaconi. Ho per esempio veduto una bolla di Adriano IV papa in favore del Monistero Pomposiano, data Romae apud Sanctum Petrum, per manum Rolandi Sanctae Romanae Ecclesiae Presbyteri Cardinalis et Cancellarii, V idus aprilis, indictione III, Incarnationis Dominicae anno MCLV, Pontificatus vero Domni Adriani Papae IV anno primo. Dopo i vescovi si sottoscrivono

Ego Guido Presbyter Cardinalis titulo Sancti Grisogoni.

Ego Hubaldus Presbyter Cardinalis titulo Sanctae Praxedis.

Ego Mathias Presbyter Cardinalis titulo Sanctae Savinae.

 Dopo altri Cardinali preti seguitano

Ego Rodulphus Diaconus Cardinalis Sanctae Luciae in Septisolio.

Ego Gerardus Diaconus Cardinalis Sanctae Mariae in Via Lata.

Ego Odo Diaconus Cardinalis Sancti Nicolai in Carcere Tulliano.

 Ecco un altro esempio. Presso l’Ughelli nel tomo V nell’Appendice si legge una bolla di Lucio II papa ad Alberio o sia Alberone vescovo di Reggio dell’anno 1144, ma senza le sottoscrizioni de’ Cardinali. Le darò io tratte dall’originale.

Ego Lucius Catholicae Ecclesiae Episcopus subscripsi.

Ego Conradus Sabinensis Episcopus subscripsi.

Ego Gregorius Cardinalis Sanctorum Sergii et Bacchi sub.

Ego Gregorius Cardinalis titulo Sancti Sixti sub.

Ego Ymarus Tusculanus Episcopus sub.

Ego Petrus Albanus sub. Ego Thomas Presbyter Cardinalis tituli

Vestinae sub. Ego Ubaldus tituli sanctae Praxedis sub.

Ego Manfredus Presbyter Cardinalis titulo Sanctae Sabinae subscripsi.

Ego Nicolaus Presbyter Cardinalis titulo Sancti Ciriaci subscripsi.

Ego Guido Diaconus Cardinalis Sanctorum Cosmi et Damiani subscripsi.

Ego Rodulfus Diaconus Cardinalis Sanctae Luciae sub.

Ego Johannes Diaconus Cardinalis Sancti Adriani sub.

Ego Gregorius Sanctae Romanae Ecclesiae Diaconus sub.

Ego Hugo Romanae Ecclesiae Diaconus in Sancta Lucia in Horfia.

 Molte altre bolle ho prodotto in quest’Opera. Assaissime ancora ne ha il Margarino nel Bollario Casinense, e l’Ughelli nell’Italia Sacra. Quivi tutti i Cardinali preti esprimono il loro titolo, cioè la Parrocchiale da essi goduta: il che non si vede fatto dai Cardinali diaconi. Però caso mai che comparissero bolle nelle quali anche i diaconi accennassero il titolo, s’ha da guardare se negli originali si legga così, o pure se per colpa de’ copisti, ovvero per temerità di qualche falsario sia stato scritto così.

Negli antichi tempi i soli vescovi confinanti con Roma erano sempre ascritti al Collegio de’ Cardinali Romani. Poscia vi furono ammessi anche gli stranieri e lontani, con dare a questi il titolo di qualche chiesa di Roma. Si dee ora avvertire che ne’ vecchi secoli i Cardinali preti, per essere parrochi, erano tenuti alla residenza: il che si deduce dal Sinodo Romano dell’anno 853, tenuto da papa Leone IV, in cui Anastasio, non già il Raccoglitore delle Vite de’ Romani Pontefici, ma un altro Tituli Sancti Marcelli Presbyter Cardinalis fu deposto, perché contro i Canoni per cinque anni avesse abbandonata la parrocchia. Perciò questo esempio sempre più ci assicura che i preti Cardinali erano allora anche parrochi; e questo anche anticamente si contava per un gran pregio. Imperciocché in que’ tempi niuno poteva essere promosso al sommo Pontificato, se non era prete Cardinale, o diacono Cardinale. Odasi quanto fu stabilito nel Concilio Romano dell’anno 769. Cioè venne proibito, ne ullus umquam praesumat Laicorum, neque ex alio Ordine, nisi per distinctos gradus ascendens, Diaconus aut Presbyter Cardinalis factus fuerit, ad sacrum Pontificatus honorem possit promoveri. Così Anastasio nella Vita di Stefano IV papa, che terzo è appellato da altri. Dopo le quali notizie si può comprendere cosa s’abbia ragionevolmente da credere dei Cardinali d’altre illustri Chiese d’Italia. Giovanni VIII papa nell’anno 879, scrivendo l’epistola 221 al Clero Milanese, lo esorta a rigettare Ansperto arcivescovo per procedere poi all’elezione d’un altro, scegliendo chi de Cardinalibus Presbyteris, aut Diaconibus (cioè di Milano) dignior fuerit repertus. Lo stesso è scritto da Arnolfo Milanese nel lib. I, cap. I della sua Storia. E che i Cardinali di Milano godessero qualche chiesa che conferiva ad essi questo nome, si può argomentare da un documento della vicina Chiesa di Pavia, dal cui archivio l’ho io ricavato. Esso è una copia imperfetta di diploma conceduto dai re Ugo e Lottario a Liutifredo vescovo di Pavia circa l’anno 943, dove essi confermano a quella Chiesa omnes Capellas Cardinales tam extra quam infra urbem positas. Qui col nome di Cappelle son disegnate le Parrocchiali, la rettoria delle quali portava il titolo di Cardinale a chi la godeva. Presso l’Ughelli nel tomo I dell’Italia Sacra alla pag. 21 dell’Appendice, papa Pasquale II nell’anno 1105 in una bolla a Guido vescovo di Pavia così parla: Sane Monasteriis, aut Capellis aliquibus, praeter Matricem Ecclesiam, Baptismum generalem fieri penitus prohibemus. Qui abbastanza si scuopre dato il nome di Cappella alle Parrocchiali di quella città. Ho io anche pubblicata la fondazione della chiesa di Santa Maria Fulcorina di Milano, oggidì Collegiata, fatta nell’anno 1107. Il fondatore Fulcuyno la chiama Capellam, e poi Basilicam, dove più preti doveano uficiare. Nel cap. 3 della Vita di San Giovanni Gualberto al dì 12 di luglio si legge ch’egli proibì a’ suoi monaci accipere Capellas, ad hoc quod aliquando a Monachis regi deberent. Canonicorum, non Monachorum, hoc esse officium dicebat. Dal che s’intende che in varie chiese alcuni de’ Canonici son chiamati Cardinali, perché reggevano qualche chiesa Cardinale, cioè parrocchia o diaconia. Presso il Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza in un diploma di Carlo il Grosso dell’anno 881 si legge: Cum Monasteriis et Cellis, vel Ecclesiis Baptismalibus, quae intra civitatem praedictam Cardinales habentur, sive quae extra civitatem existunt. Truovansi ancora in una carta Sanese del 1081 alcuni preti che s’intitolano de Cardine Sancti Laurentii: de Cardine Sanctae Petronillae, ec. E così in altre carte.

Maggior luce daranno qui alcune carte della Chiesa di Modena, esistenti nell’archivio del Capitolo de’ Canonici. Siccome abbiam detto, nel secolo XI o XII anche i vescovi stranieri cominciarono a godere in Roma il grado e titolo di Cardinali: con che acquistavano diritto all’eiezione del Romano Pontefice, ed anch’essi potevano aspirare a quell’eccelsa dignità. Non volle essere da meno il Metropolitano di Ravenna nel medesimo secolo XII. Leggesi dunque la bolla di Gualtieri arcivescovo di quella città, il quale concede la chiesa di Santa Agnese, posta in civitate Ravenne in Regione Erculana justa Orologium sub titulo Cardinalatus Dodoni Mutinensis Ecclesiae Episcopo, atque Sanctae Ravennatis Ecclesiae Presbytero Cardinali. Essa è data nell’anno 1122. Sottoscrivono Ego Johannes Archipresbyter sanctae Ravennatis Ecclesiae, et Cardinalis Sancti Petri Majoris tituli. Ego Johannes Presbyter, et Cardinalis Sancti Salvatoris con tre diaconi Cardinali e un suddiacono Cardinale, ed altri preti, diaconi e suddiaconi privi di tale appellazione. Da lì a due mesi il medesimo Arcivescovo concede e conferma la chiesa di San Mamma Dodoni Episcopo Sanctae Mutinensis Ecclesiae et Cardinali Sanctae Agnetis. In altra bolla di Gerardo arcivescovo di Ravenna dell’anno 1172 si veggono confermate ad Arrigo vescovo di Modena le suddette chiese. Possono tali notizie servir a conoscere quello che s’abbia con probabilità da credere d’altre chiese d’Italia, dove ne’ secoli antichi si truovano i Cardinali. Di più non ne aggiungo su questo argomento, se non che nella Biblioteca Ambrosiana esiste un manuscritto con questo titolo. Liber de statu, auctoritate et potestate Reverendorum in Christo Patrum et Dominorum Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalium, et de eorum Collegio sacrosancto. Fu composto quel libro Romae, Pontificatus Domini Eugenii Papae IV, anno decimosexto (cioè nel 1446) per venerabilem Patrem Magistrum Bernardum de Rosergio in Theologia Magistrum, et utriusque Juris Doctorem, Canonum Comitem in alma Universitate Studii Tolosani, ec. Molta erudizione contiene tal libro, e meriterebbe la luce, quando non l’abbia già veduta. Cosa poi desiderasse ne’ Cardinali della Chiesa Romana Alvaro Pelagio di sopra nominato nel lib. II, cap. 16 de Planctu Ecclesiae, si può ivi cercare.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011