Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LX

Quali Eresie ne’ secoli barbarici abbiano infestata l’Italia.

Oportet Haereses esse: lo diceva l’Apostolo nella prima a quei di Corinto. Però non è da maravigliarsi se anche all’Italia, quantunque sia collocata in essa la principal sede della Religion Cattolica, sia incontrata qualche volta questa calamità. Andiamo ora a vedere quali eresie abbiano infestate le nostre provincie, da che le barbare nazioni questo bel paese soggiogarono. Seco condussero qua i Goti l’Arrianismo sotto il re Teodorico, ma con tal moderazione ciò non ostante, ch’essi mai non inquietarono i Cattolici Italiani per la diversità di sì importante dottrina. Succederono nell’anno 518 i Longobardi, la maggior parte difensori dell’eresia suddetta, e nemici del Ducato Romano. Ma per buona ventura fu portata da lì a non molti anni a quel trono Teodelinda Cattolica e piissima principessa. Le esortazioni e ragioni d’essa cagion furono che il re Agilulfo, e poscia ad imitazione del Re stesso quasi tutti gli altri Longobardi abiurarono quell’empia eresia a’ tempi di S. Gregorio Magno, con succedere negli stessi, che anche i Goti Arriani abbracciarono la sentenza Cattolica intorno al Figlio di Dio. Provò poi per alquanti secoli la Religione Ortodossa in Italia un’invidiabil quiete. Erano ignoranti e viziosi, ma credevano tutto quel che la Chiesa insegna. Molto bensì durarono nel culto degl’Idoli i popoli del Settentrione, cioè nella Frisia, Danimarca, Suezia, Sassonia, Prussia, Polonia, ed altri abitanti verso il Polo Artico. Penetrò nondimeno a poco a poco anche colà la luce del Vangelo in tal maniera, che nel secolo XV, anzi nel XIV (avendo i Littuani nel 1387 deposti gli antichi errori) tutti militarono sotto il vessillo della Croce, e con ubbidienza al Romano Pontefice. Tralascio i Greci, i Russiani ed altre nazioni orientali, seguaci anch’esse di Cristo, ma staccate da gran tempo dall’unità della Chiesa Romana con infelice scisma, alla qual piaga non s’è mai trovato uno stabile rimedio. Cosa abbia mantenuta per tanti secoli la concordia degli animi e delle sentenze, se talun lo chiede, gli si può rispondere: la protezione e il volere di Dio, e la venerazione di tutti i Cristiani occidentali verso la Sede Apostolica, madre dell’altre Chiese, e sempre maestra della vera dottrina. Del resto, se alcuna delle umane cagioni v’ebbe parte, l’ignoranza quella potè essere che servì a conservare una sì invidiabil tranquillità. Se così misero albero (origine per altro della superstizione e d’altri mali) atto è a produrre alcun buon frutto, questo almeno è quello ch’essa ci può dare. Non s’ha al certo giammai da augurare al Cristiano, anzi si dee fuggire (e particolarmente se n’ha da guardare il Clero) l’ignoranza delle cose divine e dei sacri libri, e il conoscere solamente di nome la dottrina della Fede santissima che professiamo. Tuttavia allorché il popolo e fin lo stesso Clero non si cura di saper più di quel che bisogna, e solamente ascolta la tradizione (come allora avvenne), seguitando quella Religione che fin da fanciullo imparò, mai non suole accadere ch’esso si lasci rapire in nuove ed assurde dottrine, quando non vi sia chi sparga dei dolci delirj: nel qual caso più facilmente gl’ignoranti che i dotti cadono nelle reti. Le eresie più gravi e famose quasi sempre sono state portate nella Chiesa di Dio dalla superbia, accompagnata dalla scienza, o, per dir meglio, dalla prosunzion della scienza. Il che dico io non mai per intenzione di dissuadere lo studio delle sacre Scritture e della Teologia, perciocché per lo contrario sommo interesse è della Chiesa l’aver Pastori e ministri versatissimi nelle materie di Religione, nulla temendo essa dalla verità e dal sapere, anzi abbisognando sempre di amendue. Ma s’ha insieme da desiderare che sempre a’ fianchi della scienza e dell’amore della verità stia l’umiltà, e che l’animo abborrisca ogni novità nel dogma. Imperocché, come ho detto, dalla superbia e da altre maligne passioni sogliono in fatti provenir le eresie. Torno pertanto ad asserire che ne’ secoli barbarici non traballò la vera credenza della Religione ne’ popoli, né si udirono nuove ed empie opinioni, anche per questa cagione, che ignoranti e senza lettere i più de’ Fedeli si guardavano dalle quistioni e dispute, dalle quali sappiamo essere nati cotanti errori, ed errori talvolta conficcati nelle teste di alcuni, e di chi loro crede. Veramente né pure in que’ rozzi tempi fu ignota agl’Italiani l’eresia degl’Iconoclasti, anzi Claudio vescovo di Torino la fomentò. Anche nella Marca di Verona ebbero in certa maniera principio gl’insegnamenti di Gotescalco. Pure salda stette nell’antica Religione l’Italia, e niun caso si fece di que’ novatori. E non è già che mancassero allora degli enormi scandali, che poteano trarre i pusilli allo sprezzo della Religione. Principalmente nel decimo secolo quanti mostri mai occuparono od usurparono le sedie non solamente episcopali ed abbaziali, ma fino l’Apostolica Romana! Si miravano dappertutto ancora depravati i costumi del Clero secolare, e talvolta peggio quei del regolare; e non pochi de’ sacri Rettori delle chiese si meritavano più tosto il nome di lupi che di pastori. Contuttociò la divina clemenza provvide alla conservazion della sua Chiesa, e mantenne la sua parola, col non avere permesso che in tanta corruttela di costumi e di disciplina la sua Sposa si scostasse punto dalla verità e dalla retta Fede. Conosceva anche il popolo que’ disordini e mali, ma insieme si accorgeva che la santissima Religione li detestava. Che se mancavano insigni Teologi, pure ognuno seguitava con buona fede a credere e difendere quello che aveano creduto i suoi maggiori: dal che avvenne che niun pernicioso dogma giunse allora ad infettare il gregge di Cristo.

Ma dopo il millesimo cominciarono a pullulare in Italia alcuni semi del Manicheismo, eresia antichissima, e non mai estinta in Oriente, che spezialmente si mantenea vigorosa nell’Armenia e nella Bulgheria, e con ragionevol probabilità si può credere che fosse portata nelle nostre contrade. Pietro Siciliano, che circa l’anno 870 scrisse la Storia de’ Manichei in Greco, fin d’allora avvertì che costoro pensavano a stabilire la loro setta in Bulgheria, siccome in fatti avvenne; e tali li descrive, quali si diedero a conoscere ne’ susseguenti secoli fra noi, cioè gente di gran furberia ed ipocrisia, e che con mille inganni sapea coprire l’empietà della sua dottrina. Anche nella stessa Bulgheria gran tempo si mantenne il capo o sia pontefice di quella setta. Aggiungasi la testimonianza di Fozio, che fiorì ne’ medesimi tempi, autore notissimo ad ogni Erudito non meno per la sua letteratura che per li suoi vizj, e per le turbolenze svegliate nella Chiesa di Dio. Fra le sue Opere non peranche date alla luce, siccome appresi da un Catalogo MSto della Biblioteca dell’Escuriale, truovasi Tractatus de recens exorta (dovea dire risorta) Haeresi Manichaeorum, eorumque detestabilibus dogmatis. In oltre Eclogae variarum Dissertationum, quas habuit cum Nicephoro, qui e Manichaeorum Haeresi recens conversus erat. Sono anche altri Opuscoli di Fozio in quella Reale Biblioteca tuttavia privi di luce, se pure ad essi perdonò un incendio accaduto a quell’insigne palazzo. Il P. Montfaucon nella Biblioth. Coislin., pag. 349, pubblicò una parte della prima Opera, di cui resta anche un compendio nella Panoplia di Eutimio. Per conto delle Egloghe né pure alcuna contezza ne diede l’accuratissimo Gian-Alberto Fabricio nel tomo IX della sua Biblioteca Greca, dove rapporta gli scritti di Fozio tuttavia inediti. In che tempo penetrassero questi Manichei in Italia, e di qua in Francia, può insegnarcelo Rodolfo Glabro nel lib. III, cap. 8 della sua Storia. Scrive egli che circa l’anno 1027 a muliere quadam ex Italia procedente insanissimam hanc Haeresim in Galliis habuisse exordium. Germogli di Manete erano questi; né altra origine pare che abbiano avuto gli errori di Gerardo Eretico e de’ suoi compagni, che Eriberto arcivescovo di Milano scoprì nel castello di Monteforte della Diocesi di Torino. Veggasi Landolfo seniore nel lib. II, cap. 27 della Storia Milanese (tomo IV, Rer. Ital.), il quale descrisse i perversi loro dogmi. Molto si stese il celebre vescovo di Meaux Bossuet nel lib. XI della Storia delle Variazioni in mostrare la propagazione di questa nefanda setta per la Francia, Germania, Fiandra, Inghilterra, ed altre provincie in que’ tempi, e nei due susseguenti secoli. Io solamente riferirò alcune notizie spettanti all’Italia. Nel secolo undecimo, siccome dissi, spezialmente in Lombardia, e nella stessa splendidissima città di Milano, penetrò questo veleno, cioè il Manicheismo, corteggiato da altre feccie degli antichi Gnostici, e passato colà dall’Oriente. Patarini o Paterini furono appellati i suoi professori dal popolo Milanese. Tanto Landolfo seniore, quanto Arnolfo, amendue storici di quella città, pubblicati nel tomo IV Rer. Ital., danno questo nome solamente ai Cattolici e ai fautori della Chiesa Romana, che con zelo, ed anche talvolta eccessivo, aveano prese l’armi contra de’ preti ammogliati, siccome riprovati dall’antica disciplina del Clero Occidentale. Per attestato ancora di Landolfo iuniore nel cap. 1 della Storia (tomo V Rer. Ital.) Liprando prete, divoto della Sede Apostolica, fu chiamato dal re Corrado Magister Patarinorum. Noi sappiamo che questi nuovi Manichei, che infettarono poi gran parte dell’Italia, non solamente professavano sprezzo, ma anche una fiera avversione contro i sacerdoti e pastori della Chiesa Cattolica. In oltre tanto gli antichi che i moderni Manichei condennavano le nozze, cioè il matrimonio. Nell’Opuscolo MSto di un certo Gregorio contra Manichaeos, qui Paterini dicuntur, il cap. II è de Matrimonio, quod Catholicus approbat, Paterinus damnat. Lo stesso abbiamo da Roggieri Hovedeno negli Annali all’anno 1176, per tralasciar altre pruove.

Era in Milano assai conosciuta questa pazza sentenza de’ Manichei. Però quando lo zelo de’ Cattolici si accese contra del Clero, che mal volentieri sofferiva le leggi del celibato, fin dai primi secoli della Chiesa osservato in Occidente, que’ cherici e preti misero nel ruolo de’ Manichei i loro avversarj laici, dando ad essi il nome di Paterini, quasiché anch’essi odiassero il matrimonio. Arnolfo storico Milanese nel lib. III, cap. 11, circa l’anno 1080 scriveva così: Qui unanimes facti Ecclesias contemnunt, et divina spernunt cum Ministris officia, asserentes onmia Simoniaca. Hos tales cetera vulgaritas ironice Patarinos appellat. Così Arnolfo fautore de’ preti ammogliati, il qual poi nel lib. IV, cap. 6 scrive che il numero de’ Paterini s’era estremamente accresciuto, cioè di coloro che detestavano i preti non osservanti il celibato. Anche Ugo Flaviniacense attesta essere stati appellati Paterini gli aderenti a San Gregorio VII, legittimo papa. Non assai accuratamente toccò questo punto il Sigonio, scrivendo nel libro IX de Regno Italiae: – Sacerdotes, qui uxores haberent, prae pudore separatim a ceteris rem divinam facere coactos in loco qui Pataria dicitur: unde vulgo a pueris Patarini ad contumeliam dicebantur. Tutto il contrario: coloro che sul principio si diedero a riprovare i preti coniugati, furono chiamati Paterini, quasi contrarj al sacerdozio e matrimonio. Né questo ingiurioso nome pare tratto da luogo alcuno. Chiaramente scrive Arnolfo che tal nome fu loro imposto per ironia, e però a caso. Sospetta il Du-Cange, nel Glossario Latino, nato questo nome, quod Papae, quem Patrem appellabant, adhaererent. Ma è forzata questa interpretazione, sì perché il solo nome di Padre non esprime il Papa, essendo troppo generico, e sì perché que’ preti non lasciavano per questo riconoscere il vero pontefice Gregorio. Per testimonianza di Landolfo seniore (lib. III, cap. 8) un certo prete proruppe in queste parole contra di Santo Arialdo, nemico del Clero incontinente: Tu solus in Mundo universo per detestabilem hypocrisiam audes vitam Sacerdotum diffamare. Numquid tu solus per exsecrabilem Pathaliam, et quam plurima Sacramenta prava, populi flammam super nos accendis? Nel medesimo libro, cap. 11, Dionisio cardinale della Chiesa Milanese disse anch’egli ad Arialdo: Quum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti commovere, prius cum jejuniis multis debuisses consiliari, quam hujusmodi negotium magnum, et tam periculosum cum viris inliteratis inchoasse. Poscia al cap. 20 dello stesso libro scrive: Alii intra urbem et foris palatini canes, fibula dimissa et acu, ceterisque negotiis, e quibus vita illorum redimebatur, nec non asinarii, quibus Patalia vitam malis ministrabat, mulierum ornamenta clanculo in nocte per fenestras in domibus Sacerdotum, ipsis ignorantibus, immittebant. Pertanto la Patalia, o Pataria, ovvero Patarea, come ha Bonizone vescovo di Sutri presso il Lambecio, sembra che sul principio significasse non altro che una ciurma di gente vile, di bassi artigiani e di persone ignoranti commossa a sedizione contra del Clero incontinente, e che fu poscia rinforzata da alquanti Nobili. Forse i primi a cominciar questo rumore furono gli stracciaruoli che rivendono le vesti racconciate, appellati in Milano Patè: dal qual nome si potè formare Pataria e Paterino per isprezzo, allorché questa vile ed ignorante parte del popolo prese a far guerra ai preti Milanesi. Ma come voler indovinare questa etimologia, se né pur la seppe Arnolfo scrittore contemporaneo, il quale nel libro IV, cap. 12 della Storia la deduce dal Greco Pathos significante Perturbazione? Mi sia anche permesso di aggiugnere ciò che scrisse Benzone vescovo, o sia pseudo-vescovo d’Alba, non conosciuto dall’Ughelli, nel Panegirico di Arrigo IV re di Germania, voglio dire in quella stomacosa declamazione o satira da lui fatta contra de’ Cattolici, pubblicata dal Menkenio nel tomo I Rer. Germanicar. Non altro credo io che sia quel pasticcio, se non Chronica Benzonis Episcopi Albensis, di cui fece menzione Galvano Fiamma nel suo Manip. Flor. Quivi al libro II, cap. 2 quello scismatico Vescovo parlando di Alessandro II papa, prima Anselmo da Badagio, scrive: Hic primitus Patariam inventi. Poi nel lib. IV, cap. 22 aggiugne: Non est, cui possim dicere: Stemus simul; quia si non omnes, plures tamen de ordine Habyse (leggo Albiae, cioè i sacerdoti) infecit pestis Patariae, sicut est cernere in Chymera Astensis Ecclesiae. In oltre al cap. 35: Altera Fides colitur, cui qui credit, moritur. Hanc Patarini praedicant, aras ei dedicant, contemnunt Sacrificium, et dignum (leggo divinum) Officium. Ciò è detto di coloro che contrarj erano ai preti coniugati. Finalmente parlando Benzone d’Ildebrando, cioè di Gregorio VII papa, dice: Congregavit Patarinos ex viis et sepibus, et replevit totam terram urticis et vepribus. Qui dicebant: Non est Templum: Non est Sacerdotium. Nuptiarum improbabant stabile negotium. Sacrificium ridebant, sedentes in otium. Scuri sono i primi passi; ma questo conviene colla prima mia conghiettura, cioè che i Cattolici abbraccianti la disciplina della Chiesa Romana furono trattati da Eretici, e come la setta de’ Manichei, quasiché anch’essi disapprovassero il matrimonio, i preti e le Messe, quando solamente condannavano come illecite le nozze d’essi preti. Ma da qualunque parte venisse l’attribuirsi il nome di Paterini ai difensori della disciplina Romana e Occidentale, noi sappiam di certo che in Lombardia furono dipoi con questo nome contrassegnati i Manichei; perché costoro sopra tutto abborrivano i sacerdoti Cattolici, e non voleano riconoscere in loro alcuna autorità. E però se prima de’ torbidi suddetti in Milano non furono conosciuti questi Eretici, o se non erano appellati Paterini, almeno è certo che poscia loro fu dato un tal nome. Nel secolo XII molto sordamente fece questa eresia dei progressi in Lombardia. Forse crebbero le sue forze per cagione della Francia vicina, nella quale s’erano stabilite forte le sette de’ Valdesi e degli Albigesi, che partecipavano del Manicheismo, se pur non erano impastate d’esso. Pare che a’ miei Modenesi non fosse in que’ tempi ignota questa peste, perché in una carta dell’anno 1192, contenente una concordia fra il Comune e il Massaro di S. Geminiano intorno ai canali correnti per la città, si veggono nominati Molendina Patarinorum, denominazione non nata allora, ma ne’ tempi precedenti.

Ma nel secolo XIII per le città di Lombardia sommamente crebbe il veleno de’ Paterini, o sieno Manichei, di modo che contra d’essi il Vescovo di Ferrara implorò il braccio di Ottone IV Augusto. Il suo decreto, a noi conservato da Pellegrino Prisciano negli Annali Ferraresi MSti, esistenti nella Biblioteca Estense, è stato da me dato alla luce. Fu esso fatto in Ferrara l’anno 1210 nel dì 25 di marzo, dove egli sottopone al bando Imperiale omnes Haereticos Ferrariae commorantes, Patharenos, sive Gazaros, vel quocumque alio nomine censeantur. Anche negli antichissimi Statuti di Ferrara si legge: Et fortiam dabo Domino Episcopo, ut Patareni exeant de civitate Ferrariae et districtu. Ma non nella sola città di Ferrara bisogno v’era di medicina a questo morbo, perché in tante altre città s’era diffusa la stessa pestilenza, talmente che Onorio III papa quasi ne’ medesimi tempi, come s’ha dall’epist. 146 del libro IX, chiamò civitatem Brixiae quasi quoddam Haereticorum domicilium, con procurare a tutto potere di farli sterminare di là. Però Federigo II Augusto nell’anno 1220, e nel medesimo giorno in cui fu coronato imperadore in Roma per mano del suddetto papa Onorio, pubblicò nella Basilica Vaticana un celebre editto, che si legge nel Corpo del Gius Civile, fra l’altre cose dicendo, Gazaros, Patarenos, Leonistas, Speronistas, Arnaldistas, Circumcisos, et omnes Haereticos utriusque sexus, quocumque nomine censeantur, perpetua damnamus infamia, diffidamus, atque bannimus, ec. Coloro che qui sono chiamati Gazari, siccome ancora nell’editto di Ottone IV, gli stessi furono che i Cathari, del qual nome si gloriavano questi nuovi Manichei. Il volgo li chiamava Paterini, anzi sotto questo nome venivano tutti gli Eretici che allora infestavano la Chiesa di Dio (Vedi la Vita di Cola di Rienzo e il Vocabolario della Crusca). Cathari, cioè Puri, si facevano appellare quegl’impostori. In Milano nella piazza de’ Mercatanti tuttavia si vede una memoria in marmo posta ad Oldrado podestà di essa città nell’anno 1233, fra le cui lodi è riferita la seguente:

QVI SOLIVM STRVXIT: CATHAROS, VT DEBVIT, VIXIT.

Così ivi in vece di Ussit. Varj nomi prese quella canaglia dai diversi loro capi, e dalle città dove si annidarono. Albigesi furono detti da una città di Linguadoca, e Bulgari perché venuti dalla Bulgheria, come già avvertii. E di là poscia sorsero in Italia e Francia certi vocaboli disonesti e infami per la corruzion di quel nome. Matteo Paris nella Storia Anglicana all’anno 1236 scrive: Circa dies illos invaluit haeretica pravitas eorum, qui vulgariter dicuntur Paterini et Bugares (cioè Bulgares) in partibus Transalpinis. Non erano gli stessi gli errori di tutti, quantunque ciascuno professasse i principali delirj di Manete. Uscirono anche fuori i Passagini, i Gioseffini, i Poveri di Lione, ed altri rami di quello stesso velenoso albero ne’ tempi medesimi. Con grande studio tenevano sé stessi e la lor dottrina in occulto, e comunicando pubblicamente coi Cattolici, di nascosto poi nelle case si radunavano. Perché pareva al Romano Pontefice che i magistrati secolari e non pochi dei vescovi si mostrassero troppo pigri e freddi in purgare i lor campi da questa sempre più crescente gramigna: allora fu che con lodevole zelo istituirono per la prima volta gl’Inquisitori dell’eretica pravità, a’ quali fu conferita un’ampia podestà, e l’uso di questa spinse poscia il furore degli Eretici a levar di vita Pietro dell’Ordine de’ Predicatori, uomo santo, che fu poi aggregato fra i Martiri. Ma né pure tanto zelo dei Pontefici e la vigilanza degl’Inquisitori potè impedire che non passasse in Italia anche l’eresia de’ Fraticelli, formata dalle precedenti sul fine del medesimo secolo XIII. Truovasi descritta questa sporchissima setta da varj antichi scrittori ed ultimamente dal Bernini nel tomo III della Storia delle Eresie. La maggior parte degli Autori Milanesi riferiscono a questa setta i delirj della Guglielmina, la quale circa i medesimi tempi, dopo avere infettati non pochi di quel popolo, si guadagnò fama di santità presso la stolta plebe, talmente che dopo morte tenuta fu per Santa, e da’ suoi seguaci empiamente era onorata per tale. Ma non s’ha a confondere la setta fantastica di Guglielmina coi Fraticelli. E perciocché poca conoscenza di questa famosa femmina hanno avuto gli scrittori della Storia, ed io ho potuto leggere nella celebre Biblioteca Ambrosiana il processo autentico d’essa, formato l’anno 1300, e la storia de’ suoi errori, compilata dal Puricelli e scritta a penna; non rincrescerà ai Lettori di riceverne da me una breve contezza, meritando ben essa di passare ai posteri, acciocché niuno si lasci giuntare dai sogni ed inganni delle donnicciuole in avvenire.

Degli antichi scrittori quel solo che il Rinaldi cita negli Annali Ecclesiastici all’anno 1301, e che sembra parlare di questa femmina, è l’Autore degli Annali di Colmar, pubblicati dall’Urstisio, o sia il Continuatore ignoto. Così egli scrive: Praecedenti anno venit de Anglia virgo decora valde, pariterque facunda, dicens, Spiritum Sanctum incarnatum in redemtionem mulierum. Et baptizavit mulieres in nomine Patris, et Filii, ac Sui. Quae mortua ducta fuit in Mediolanum, ibi et cremata: cujus cineres Frater Johannes de Vissemburc se vidisse referebat. Se intese questo Scrittore di disegnare con tali parole la Guglielmina, come persuade quel che dirò, in molte cose egli s’ingannò. Non dall’Inghilterra, ma dalla Boemia venne a Milano questa scellerata donna. Il processo è intitolato contra Guilielmam Bohemam, vulgo Guilielminam, ejusque Sectam. Quivi in primo luogo v’ha la sentenza proferita contra Dominum Stephanum Confanonerium l’anno 1295, mercoledì 23 di novembre, quod a multis retro annis fuerit credens, fautor, receptator et amicus Haereticorum Sectae de Concorezo, villa del territorio di Milano. Viene egli incolpato d’avere commesso cose enormi contro la Fede Cattolica in difesa degli Eretici, difendendo pubblicamente i loro errori, e tenendo scuola d’essi in casa propria. Oltre a ciò si dice che per colmo delle sue iniquità egli con altri suoi compagni tractavit cum effectu l’uccisione del Beato Pietro Martire, allora Inquisitore: pel quale maleficio egli fu bandito nell’anno 1252 nel dì 12 d’aprile dal sig. Pietro podestà di Milano. Altre sentenze proferite contra di lui sono mentovate; e finalmente egli è condannato e consegnato al Podestà secolare. Intervenne a questi atti Frater Stephanardus de Vico Mercato de Ordine Fratrum Praedicatorum, cioè quel medesimo di cui ho pubblicato un Poema de Rebus gestis Ottonis Vicecomitis Archiepiscopi Mediolanensis nel tomo IX Rer. Ital. Succede il processo contro Guglielmina, la cui setta non si vede mai accusata di alcun atto di lussuria o lascivia, ma sì bene che abbondasse di molti pazzi aborti di fantasia, e di non poche frodi di finzioni donnesche. Il Corio ed altri scrittori, seguitando le dicerie del vulgo, scrissero di costei varie cose lontane dal vero. Ecco dunque i sinceri ma empj insegnamenti di Guglielmina, i quali possono ora facilmente muovere a riso, ma ritrovarono una volta fede e venerazione presso non pochi dell’ignorante plebe.

Primieramente spacciava costei d’esser ella lo Spirito Santo, incarnato nel sesso feminile, e nato da Costanza moglie del re di Boemia, e regina.

Secondariamente, siccome l’Arcangelo Gabriello a Maria Vergine avea annunziata l’Incarnazione del Verbo Divino; così anche  l’Arcangelo Rafaello avea annunziata alla regina Costanza l’Incarnazione dello Spirito Santo nel dì della Pentecoste, in cui dopo un anno intero era poi essa Guglielmina venuta alla luce.

III. Siccome Cristo fu vero Dio e vero Uomo, così costei si spacciava per vero Dio e vero Uomo in sesso feminino, la quale era per salvare i Giudei, i Saraceni e i falsi Cristiani, come per mezzo di Cristo si salvano i veri Cristiani.

IV. Essa al pari di Cristo avea da morire secondo la natura umana, e non già secondo la divina.

V. Che anch’essa era per risorgere con corpo umano in sesso feminile prima della risurrezion finale, per salire in cielo alla vista de’ suoi discepoli, amici e divoti.

VI. Come Cristo avea lasciato per suo Vicario in terra San Pietro con dargli da reggere la sua Chiesa; così anch’ella lasciava per sua Vicaria nel mondo Mayfredam Ordinis Humiliatorum Sanctimonialem.

VII. Ad imitazione di San Pietro questa Mayfreda celebrerebbe Messa al sepolcro dello Spirito Santo incarnato; e ch’essa di poi con solenne apparato ripeterebbe la medesima Messa, e sederebbe e predicherebbe nella Basilica Metropolitana di Milano, e poscia in Roma nella Sedia Apostolica, dove si troverebbero gli Apostoli e Discepoli, come furono con Cristo.

VIII. Mayfreda dovea essere una vera Papessa, dotata della podestà di vero Papa; di maniera che come il Papa e il Papato Romano d’allora s’avea da abolire, con dar luogo a questa Papessa, così si sarebbero battezzati i Giudei, i Saraceni, e l’altre nazioni che son fuori della Chiesa Romana, né son peranche battezzate.

IX. Tolti via i quattro antichi Vangeli, ne succederebbono quattro altri, che d’ordine di Guglielmina sarebbono scritti.

X. Come Cristo dopo la risurrezione si lasciò vedere, altrettanto farebbe ella co’ suoi discepoli.

XI. A chiunque visitasse il Monistero di Chiaravalle, dove ella sarebbe seppellita, si concederebbe indulgenza pari a quella che si acquista andando a Gerusalemme al santo Sepolcro. E perciò da tutte le parti del mondo verrebbono i pellegrini a visitare il di lei sepolcro.

XII. A tutti i seguaci di questo Santo Spirito soprastavano assaissimi mali e morti, non altrimenti di quel che avvenne agli Apostoli di Cristo e de’ suoi stessi seguaci, alcuni de’ quali imiterebbero Giuda con dare in man degl’Inquisitori i loro seguaci.

E tali furono i principali abbominevoli insegnamenti e le ridicole finzioni di Guglielmina, tralasciando io il resto. Né già tutto questo era stato finto da essa, ma bensì dalla suddetta Mayfreda, e da un certo empio Andrea Saramita. Forse costoro aveano inteso simili delirj da Simone Mago, descritti da Eusebio e da Santo Epifanio. Quel che è da stupire, forse Guglielmina finì i suoi giorni nell’anno 1281, e prima fu seppellita nella chiesa di San Pietro all’Orto, e sul principio del susseguente anno le sue ossa furono trasferite fuori della città al Monistero di Chiaravalle, e poste in uno onorevol sepolcro. Uno di que’ monaci le fece il panegirico, trattandola da Santa e da curatrice de’ mali. Lampane e cerei stavano accesi davanti ad esso sepolcro. Tre feste in oltre erano state istituite da’ suoi divoti a quel Monistero. La stessa Mayfreda in sua casa celebrava Messa, e i seguaci suoi le baciavano le mani, ricevendo da essa la benedizione, e talvolta dell’ostie a guisa di Eucaristia. Veggasi di grazia di che sia capace la gente ignorante e sciocca, lasciata in preda alle sue opinioni e ad una stolta credulità. Ma Iddio custode della vera sua Chiesa non permise che lungamente trionfasse l’illusione nel popolo di una città sì religiosa e Cattolica. Nell’anno 1300 si scoprì la setta di Guglielmina, le sue ossa furono bruciate, spiantato il suo sepolcro. Andrea Saramita e Mayfreda Monaca, caporali di tale eresia, perché pertinaci alunni di Guglielmina, finirono i lor giorni nelle fiamme. E questo fine ebbe la fantastica ed empia tragedia di costoro.

Passiamo ora ad un’altra simile, ma più perniciosa, che si rappresentò in Ferrara. Quivi Armanno Pungilupo, che altri impropriamente appellarono Hermanno, si dice che rinovò gli errori degli antichi Gnostici; anzi v’ha molti che lo stimano, non so con quali fondamenti (e fra gli altri il Wadingo), autore de’ Fraticelli ed eresiarca. Ma io tengo le memorie sicure di que’ tempi e fatti, mercè delle quali posso dire che Armanno fu prima di essi, né altro aver egli fatto che professar gli errori de’ Cathari, ed essere stato aderente alla setta di Bagnolo, la quale non era diversa da quella di Concorezo, tutti rami de’ Valdesi, Albigesi e Cathari, tutti, in una parola, Manichei. Fu Bagnolo terra della Provenza, dove buone radici avea fatto quest’albero velenoso, il quale, siccome abbiamo da Reinero nel cap. 6 contra i Valdesi, avea steso i suoi rami in Tusciam, sive in Marchiam, vel in Provinciam. Quali poi fossero gli errori de’ suddetti Eretici, l’ho indicato con riferire quanto de’ medesimi e de’ diversi insegnamenti di quelle tre sette lasciò scritto Pellegrino Prisciano Ferrarese ne’ suoi Annali MSti della sua patria. Io non voglio sporcare con que’ tanti spropositi le presenti carte. Venendo dunque a morte Armanno Pungilupo, tal faina immantinente si sparse di sua santità, che il basso popolo di Ferrara a gara e in folla cominciò a concorrere al sepolcro di lui, e molti attribuivano alle di lui preghiere la ricuperata sanità, riguardandolo la plebe come Beato e Santo. Ricobaldo storico Ferrarese, il cui Pomario si truova nel tomo IX. Rer. Ital., racconta che il corpo di Teodosio il Grande imperadore da Onorio suo figlio trasferito fu a Ravenna, e posto nella chiesa di San Lorenzo in un bel mausoleo: cosa che non s’accorda con gli antichi scrittori. Poi soggiugne: Ipsamautem Ecclesiam construi fecit Honorius per Lauricium. Cujus sepulcrum fuit illud, quo in Ecclesia Ferrariensi jacet, Armannus, quem Ferrarienses venerantur uti Dei amicum. Così scrisse Ricobaldo circa l’anno 1295, nel qual tempo non s’era peranche levata la maschera al defunto Eretico. Fu seppellito costui nel Duomo di Ferrara; e perché ogni dì più andava crescendo la fama de’ suoi miracoli, operati, come si diceva, al suo sepolcro; non solamente i Canonici, ma fin lo stesso vescovo Alberto, uomo per altro celebre per la sua santità, e onorato da’ Ferraresi col titolo di Beato, stimarono bene di formarne processo, e di raccogliere le deposizioni de’ testimonj. Pellegrino poco fa mentovato, diligente raccoglitore de’ fatti di Ferrara, ci ha conservato una parte di quel processo, che fu anche mandato a Roma. In quest’Opera l’ho divulgato, ed esposto alla conoscenza del Pubblico, affinché da questo esempio s’impari con quanta cautela s’abbia a procedere in questi affari, e si lodi la severità e rigore con cui da molti secoli, e massimamente oggidì, si governi la Sede Apostolica in esaminare i meriti delle persone morte in concetto di santità: del che sì ampiamente e degnamente ha trattato l’Eminentissimo Lambertini oggidì Benedetto XIV papa gloriosamente regnante. Né già è da maravigliarsi che gl’ignoranti si lasciassero ingannare una volta da quella pestilente sorta di uomini. Nell’esteriore i Cathari portavano la maschera di una severa pietà e Religione, andavano alle chiese, e parea che avessero in dispregio le cose del Mondo. Così a sedurre nel secolo XII gli Orvietani, quidam Florentinus, perditionis filius, nomine, Diotesalvi, se aspectu venerabilem, ac honestum incesso, et exteriori habitu mentiendo, primus post Hermanninum Parmensem, doctrinam Manichaeorum pessimam in Urbevetri seminavit. Essendo stati costoro per cura del Vescovo cacciati, duae mulieres successerunt, quae praeferentes exterius Religionis Ecclesiasticae qualitatem, Ecclesiarum limina, frequentando, et, ut videbantur, intentae divinis Officiis audiendis, in vestibus ambulantes ovium, interius luporum similitudinem obtinebant. Harum simulata religione deceptus Episcopus, eas in confraternitate Clericorum, caussa orationis statuta, admittendas censuit. Quumque una illarum, Milita nomine, tamquam altera Martha, videretur esse solicita pro tecto Majoris Ecclesiae reparando; altera, Julitta videlicet, velut altera Maria, vitam contemplativam videretur totis viribus amplexari, pars maxima Matronarum nostrae civitatis, et quidam earum amici, eas coeperunt sicut sanctissimas feminas venerari, ec. Leggonsi tali cose nella Vita di San Pietro Parenzio, divulgata dal chiarissimo P. Papebrochio nell’insigne Opera dell’Acta Sanctorum al dì 21 di maggio, e da Giovanni canonico di Orvieto, scritta nell’anno 1199, in cui quel santo uomo dagli stessi Eretici, simulatori di tanta Religione, fu trucidato. Cosa ancora sia accaduto in Parigi ne’ prossimi passati anni del signor Paris, al cui sepolcro si diceano fatte molte guarigioni, non solamente lo sa la Francia, ma anche tutta l’Europa. Ho premesso tali notizie, affinché imparino i poco pratici della Storia di que’ tempi, con quant’arte la malvagia schiatta de’ Manichei coprisse la sua empietà, ed occultasse i suoi errori, di maniera che giugneva ad ingannare gli stessi sacri Pastori. Ma Iddio, custode perpetuo della sua Chiesa, mai non permise che alcun di essi si sottraesse agli occhi de’ migliori e più saggi; e a riconoscere e levar di mezzo tali mostri, spezialmente suscitò l’insigne sacro Ordine de’ Predicatori sul principio del secolo XIII, in cui poscia si venne per cura di essi a scoprire l’ipocrisia di Pungilupo poco fa mentovato, e si mise in pubblico la sua empietà.

Ho dunque io dato alla luce i Miracoli che si spacciavano fatti al sepolcro di costui nell’anno 1269, raccolti in quel tempo da chi fu deputato a questa ricerca. Non avranno essi luogo in questo Compendio, siccome né pure altri simili atti degli anni 1270 e 1280. Ho in oltre pubblicata una lunga lettera di alcuni preti Ferraresi scritta nell’anno 1272 a Giovanni Cardinale di San Niccolò in Carcere Tulliano, con cui pretendono di provare la Fede Ortodossa di Pungilupo coll’attestare che costui con somma umiltà si accostava al tribunale della Penitenza, e ciò sovente faceva fra l’anno. Altro nondimeno non vien da essi provato, se non questo solo punto, cioè che Pungilupo confessava i suoi peccati ai sacerdoti: artificio appunto da lui praticato per ingannar la gente, come fece quell’altro non men tristo nelle Novelle del Boccaccio.

Tutte queste in fatti erano furberie di Pungilupo grande ipocrita e solenne eretico. E quanto alle credute miracolose guarigioni a lui attribuite, si può credere che fossero finzioni de’ suoi seguaci; o pur si debbono attribuire alla troppa credulità dell’ignorante volgo, ovvero alla viva fede in Dio della gente pia: giacché non ai Santi, ma a Dio appartiene il far grazie e cose miracolose. Né qui occorre riferire ciò che de’ miracoli hanno scritto i Teologi, né aggiugnere quello che Guiberto abbate risponde nel libro I de Pignor. Sanctor. alla quistione: Utrum Deus simplices quoque exaudiat, quum per eos invocatur, quos esse Sanctos non constat. Non c’è, dico, bisogno di questo, perché abbastanza si ricava dalla testimonianza di alcuni che i falsarj veramente si studiarono d’ingannare i Cattolici in far loro credere la santità di Pungilupo. Altrettanto fece egli stesso, perché dagli altri atti che ho dati alla luce, si rende palese che costui nell’anno 1254 fu scoperto dai sacri Inquisitori per difensore d’empie sentenze, e posto per questo in prigione, da dove fu liberato, perché abiurò quegli errori, e promise di vivere sempre nell’unità e credenza della Fede Cattolica. Ma Pungilupo poco si ricordò del giuramento, e peggio che prima seguitò a delirare, coprendo con incredibil ipocrisia e con tal arte la sua eresia, che gli riuscì d’imporre a non pochi, e d’essere in fine tenuto per Santo dagl’incauti ignoranti. Intanto egli facea la vita de’ Poveri di Lione eretici, e nella lor setta morì. Stavano nondimeno vigilanti gl’Inquisitori di Ferrara, e nell’anno 1270 cominciarono contra di Pungilupo un processo, perché già il sospettavano tinto di eresia. Fu continuato questo per molti anni, finché incontrastabilmente provata l’empietà di lui, e significata a Roma, papa Bonifazio VIII chiamò a Roma nell’anno 1300 l’Arciprete ed alcuni Canonici del Capitolo di Ferrara, acciocché se avevano qualche cosa da dire per difesa della mal creduta santità di costui, l’esponessero nella Curia Romana. A questa antifona atterriti que’ Canonici, spedirono un procuratore a Roma, il quale non avendo potuto avere udienza dal Papa, fece una Protesta, che io ho data alla luce. Del pari ho io pubblicato il processo fatto dagl’Inquisitori negli anni 1270 e 1288. Esso è diviso in varj capitoli, il primo de’ quali è: Quod Punzilupus fuit Credens Haereticorum. Il secondo: Quod Punzilupus fuit de ecclesia Sectae Haereticorum de Bagnolo. Il terzo: Quod Punzilupus pluries adoravit, et fecit reverentiam Haereticis secundum eorum ritum. Il quarto: Quod Punzilupus dixit quod in Fide Romanae Ecclesiae non erat salus, sed in solis Haereticis. Il quinto: Quod Punzilupus male sensit et male loquutus est de Corpore Christi. Il sesto: Quod Punzilupus dedit et accepit Consolamentum ab Haereticis secundum eorum ritum. Non si credesse alcuno che qui si nascondesse qualche oscenità. In tutto questo processo non v’ha parola d’impudicizie, né di quelle infami combriccole che taluno ha creduto sì di Pungilupo, come d’altri di quegli Eretici. Il Consolamento di coloro consisteva nell’imposizion delle mani con certe preghiere e giuramenti. Il capitolo XI: Quod Punzilupus abjuravit Haeresim in manibus Inquisitorum, et tempus quo juravit. Il XII: Quod Punzilupus postquam juravit, commisit in crimine Haeresis. L’ultimo capitolo, cioè il XVI: Quod Credentes Haereticorum veniebant ad Punzilupum, faciebant ei reverentiam post mortem ipsius.

Probabil cosa è che sia perita un’altra parte di quel processo. Basta nulladimeno l’esame di tanti testimonj per comprendere che l’eresia de’ Cathari, Paterini, in una parola, de’ Manichei, nel secolo XIII avea diffuso largamente il suo veleno non solamente nella città di Ferrara, ma in quelle ancora di Mantova, Verona, Bergamo e Vicenza, ed avea infettata la terra di Sermione, e che questa mala pianta avea stese le radici per la Romagna, e s’era particolarrnente ben assodata in Rimini. Di qui ancora apprendiamo che quegli Eretici tenevano il loro vescovo per quelle città, siccome ancora altri ministri della lor setta, cioè Figli maggiori, Visitatori, Nunzj, Questori, ec. In Mantova circa l’anno 1258 Giovanni da Casalalto faceva da vescovo degli Eretici della setta di Bagnolo. Nell’anno 1267 un Alberto era vescovo della medesima setta. Così in altre città. Si vede ivi nominato Dominus Michael, qui est Filius maior in ipsa Secta Bagnolensium; e Albertino Ferrarese, qui et ipse erat Filius major et Visitator eorum in dicta Secta de Lombardia. Lo stesso Pungilupo fu questore, visitatore e nunzio degli Eretici; e uno de’ testimonj attesta, che mentre era seguace di coloro, contigit Pungilupum transire, quaerendo panem pro carceratis. Ed altrove è detto ch’esso Armanno visitò Haereticos, qui erant in Romagnola, et maxime Arimini. E che in essa città si trovano multae domus Patarenorum, quas ego bene cognosco, quia habent aliqua signa, per quae cognosco eas. E nel cap. XII si legge: Quod Punzilupus portabat patruo Dominae Trivisanae panem benedictum Catharorum. Finalmente esaminata questa causa in Roma, papa Bonifazio VIII nell’anno 1301 destinò il Vescovo di Bologna e l’Inquisitor di Ferrara per terminarla; ed essi pronunziarono la sentenza di condanna contra di Armanno Pungilupo, eretico dichiarato, e che si dissotterrassero e bruciassero le sue ossa, e si distruggesse il suo sepolcro: il che fu eseguito, siccome dagli atti ch’io ho renduti pubblici. Né pur da questi apparisce che costui fosse accusato di alcuna impudicizia, né ch’egli disseminasse l’Eresia de Fraticelli, come alcuni han preteso. Veggasi ancora ciò che scrisse di questo fatto Bernardo di Guidone nella Vita di papa Bonifazio VIII, Parte I del tomo III Rer. Ital. Quel che è certo, circa i medesimi tempi si acquistarono gran fama di empietà ed ebbero molti seguaci Gherardo da Parma, e poscia Dulcino suo discepolo, il quale nell’anno 1307, dopo aver suscitate gravi turbolenze nel distretto di Vercelli, fu finalmente oppresso dall’armi de’ Cattolici; della cui eresia e tragedia son da vedere i documenti sicuri nel tomo IX Rer. Ital. da me dati alla luce colle annotazioni del chiariss. sig. Sassi Bibliotecario dell’Ambrosiana. Nella Prefazione osservai che non fu opposto né pure a coloro, e ad altri lor pari, il delitto di tante sozzure libidinose che la maggior parte degli scrittori loro attribuisce. Dopo quel tempo cominciò a calare la pestilenza di quegli Eretici, disegnati con varj nomi, e pur poco diversi nella dottrina. Per cura massimamente de’ sacri Inquisitori talmente si purgò da quell’erbe velenose la vigna del Signore, che più da lì innanzi niuna se ne svegliò in Italia.

Ma giacché abbiam cotanto parlato de’ Paterini, non vo’ lasciar di dire che nella Biblioteca Ambrosiana si conserva un Opuscolo di un certo Gregorio, trasportato colà da quella di Bobbio, scritto contra Manichaeos, qui Paterini dicuntur. Chi fosse quell’autore, e in qual tempo egli scrivesse, nol so dire. Tuttavia assai chiaramente comparendo ch’egli fioriva allorché era in maggior vigore quella eresia, a me lice di credere ch’egli scrivesse circa l’anno 1240. In quindici capitoli egli rappresenta gli errori di quella setta, e li confuta. Il primo è: De Creatore visibilium, quem Paterinus a Diabolo, Catholicus a Deo esse dicit. Et de Unitate Dei. Sed Paterinus dicit etiam duos Deos, duoque Principia. Ecco ben chiaro il Manicheismo. Io tralascio gli altri capitoli. Degno è ancora un altro Opuscolo, esistente fra i MSti della suddetta Ambrosiana, che se ne faccia menzione. È intitolato Tractatus Magistri G. Pergamenis contra Catharos et Pasagios, in quo eorum confunduntur errores auctoritatibus et argumentis. Non ne sarà certamente autore Gasparino Barzizio uomo dottissimo, nel cui tempo niun bisogno c’era di confutar quegli Eretici già estinti; e quest’Opera sembra composta anch’essa quando coloro maggiormente infestavano la Chiesa di Dio. E ivi trattato l’argomento con sodezza e con erudizione. Truovasi ancora nella Biblioteca suddetta MSto Tractatus super octo erroribus Begardorum et Beghinarum in Clementinis Constitutionibus damnatis, ad nobilem et sapientem virum Lipoldum de Alamannia Doctorem Decretorum, et Canonicum Archipolensis Ecclesiae. L’autore del libro fu Frater Gerardus de Senis Bachellarius Parisiensis in sacra Pagina, ex Ordine Eremitarum Sancti Augustini. Fioriva egli nell’anno 1317. Chi di tali eresie, e delle lor diramazioni desidera d’essere istruito, ricorra alla Storia delle Eresie, composta con elegante stile e piena erudizione dal chiarissimo abbate Domenico Bernini, dove troverà chiusi come in un vasto anfiteatro tutti questi mostri.

Homepage Indice delle Dissertazioni Dissertazione 61

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011