Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LIX

Dei semi delle Superstizioni ne’ secoli scuri dell’Italia.

Punto non è da dubitare che ne’ secoli barbarici dell’Italia abbondassero gli uomini pii; e né pur ci mancarono dei Santi; perciocché niun tempo c’è stato, in cui la Chiesa, maestra della verità e scuola della santità, non abbia prodotto dell’anime gratissime a Dio per le loro virtù. Di tali ricchezze questa miniera sarà feconda sino alla fine de’ secoli. Ma né pur si può negare che fra i tanti vizj che erano in voga per que’ tempi, v’avesse adito anche la superstizione: male che talvolta la furberia e malizia, ma più sovente l’ignoranza, o pure amendue unite, costumarono d’introdurre e fomentare. Trovavasi veramente allora assai depravato il Mondo, talmente che San Pier Damiano nell’Opusc. X circa l’anno 1060 scrisse: Ad tantam faecem quotidie semetipso deterior Mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive Saecularis, sive Ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat, sed etiam ipsa monastica disciplina solo tenus, ut ita dixerim, reclinata, ab assueta illa, celsitudinis suae perfectione languescat. Periit pudor, honestas evanuit, Religio cecidit, et velut facto agmine onmium sanctarum virtutum turba procul abscessit. Se abbondavano cotanto i vizj, se da molti non si portava il dovuto rispetto alla Religione, che maraviglia è il trovare anche la superstizione mischiata co’ disordini di allora? Certamente i decreti de’ vecchi Concilj, e i libri degli antichi Scrittori, che a noi restano salvati dall’ingiurie de’ tempi, col condennare certi costumi e riti superstiziosi, abbastanza danno a conoscere che di queste mal’erbe non v’era scarsezza una volta. Di questo argomento si potrebbe formare un libro intero, come appunto ha fatto il sig. Thiers Franzese, il quale né pure ha tralasciato le superstizioni degli ultimi tempi. A me basterà di accennarne solamente alcune poche, per somministrare ai Lettori tanto da paragonare i costumi nostri con quei degli antichi, per poscia rallegrarsi della felicità e saviezza del secolo nostro in Italia. Dove alberga l’ignoranza, ivi facilmente ancora si truova la superstizione; la quale al certo può accompagnarsi con una buona volontà, e allora avvien ciò, quando alcuno ingannato nella sua opinione o crede di dovere onorar Dio con altro culto, o forma diversa dalla prescritta da lui; o crede che s’abbiano a contribuire onori divini a chi non è Dio, o incautamente mischia colle divine cose le profane. Noi sappiamo che la nazion Russiana, seguace per altro della legge di Cristo, ed anche pia, abbonda di molte superstizioni. V’ha chi si lamenta per trovarne anche nelle Chiese di Germania, e altrove. Ma per lo più l’umana cupidigia unita coll’ignoranza, quella è che produce la superstizione. Reo di questo vizio dee dirsi chiunque di maniere non istituite da Dio, anzi da lui riprovate, si serve per procacciare a sé stesso o ad altri la sanità, o pure tesori e ricchezze, ovvero per penetrare ne’ tenebrosi nascondigli dell’avvenire, o a indovinare i segreti del cuore umano. Né pure i nostri tempi sono al tutto esenti da queste frodi, o biasimevoli sciocchezze; perché tal piede aveano preso ne’ secoli andati queste mal’erbe, che vanno esse qua e là pullulando per quella stessa ragione che non si può sbarbicare affatto dal mondo l’ignoranza e la malvagia cupidità.

Massimamente ne’ secoli barbarici crebbe la superstizione, sì perché le buone lettere giacevano troppo depresse, e sì perché le nazioni settentrionali, presso le quali più agevolmente avea trovato ricovero questa peste, calate in Italia, aggiunsero le lor cattive usanze ai corrotti costumi de’ popoli di allora; e poscia i Saraceni insignoritisi della miglior parte della Spagna e Calabria e di tutta la Sicilia, e praticando in oltre ne’ porti del Mediterraneo Cristiano, colle lor corruttele infettarono non pochi de’ troppo creduli Cristiani. Già ho trattato nella Dissertazione XXXVIII de’ Giudizj superstiziosi, cioè dell’acqua bollente o fredda, della croce, del ferro rovente, ec., che erano una volta in uso, e quel che è più da stupire, venivano approvati dal giudizio di molti sacri Pastori. Nondimeno niun tempo ci fu, in cui altri vescovi di maggior senno e dottrina, che colla voce e con gli scritti detestarono sì fatti riti, siccome invenzioni della superstizione; e questi in fine furono da tutta la Chiesa vietati e distrutti. Un’altra sorta di superstizione la più perniciosa di tutte alla Repubblica, furono i duelli, dei quali con tutti i più vigorosi rigori della Chiesa e de’ Principi non s’è giunto finora ad estinguere affatto la pazzia. Di questi ancora abbiam trattato nella Dissertazione XXXIX. Alcune poche usanze difettose ho anche accennato nella Dissertazione precedente, spettanti al culto de’ Santi. Mi sia ora permesso di rapportarne alcune altre, che serviranno a farci maggiormente ravvisare la faccia de’ secoli della barbarie.

Sotto i Re Longobardi, che pure professavano la legge Cristiana colla lor nazione, apparisce che molti del rozzo popolo con pazza credulità veneravano certi alberi, da lor chiamati Sanctivi, come se fossero cose sacre. Gran sacrilegio avrebbero creduto il tagliarli; sembra ancora che prestassero ad essi qualche segno di adorazione. Lo stesso rito praticavano verso alcune fontane. Non sappiamo se in essi onorassero Dio, o i Santi, o i Demonj. Tuttavia trovando noi chiamati que’ superstiziosi riti Paganiae dagli antichi, si può credere che fossero reliquie del Paganesimo, professato una volta da’ Longobardi. Truovansi anche a’ nostri tempi delle nazioni nella Costa Occidentale dell’Africa infatuate della medesima superstizione. Però Liutprando re d’essi Longobardi nella legge XXX, lib. VI, grave pena intimò a coloro qui ad arborem, quam rustici Sanctivam vocant, atque ad fontanas adoraverint, aut sacrilegium, vel incantationem fecerint. Con queste ultime parole egli condanna anche gl’Incantatori e Negromanti, veri o finti che fossero, de’ quali non c’era penuria in Italia, e molto più in altri paesi per que’ rozzi tempi. Del sacrilegio o superstizione suddetta ci vien somministrato un esempio nella Vita di San Barbato vescovo di Benevento, presso il Bollando al dì 19 di febbraio. Imperciocché egli repente securim arripiens, et ad votum pergens, suis manibus nefandam arborem, in qua per tot temporis spatia Langobardi exitiale sacrilegium perficiebant, defossa humo, a radicibus incidit, ac desuper terrae congeriem fecit, ut nec indicium ex ea quis postea valuerit reperire. Questo avvenne circa l’anno 670 dell’Era volgare. Così nella Cronica manuscritta di Milano, conservata in Novara, parte della quale pubblicai nel tomo XVI Rer. Ital., si legge: Postea supervenerunt Langobardi, qui viperam auream et quasdam arbores adorabant, et Arianam haeresim sapiebant. Né solamente i Longobardi, ma anche i Franchi riportarono dal Paganismo questo sacrilego culto degli alberi. Nel Concilio di Auxerre al cap. IV sono chiamati Sacrivae Arbores. E l’Autore del libro de Rectitud. Fidei scriveva: Fontes et arbores quos Sacrivos vocant, succidite. Fu condannata questa superstizione nel Concilio Nannetense, can. XX, per tralasciar altre memorie. Nella sopraddetta legge di Liutprando, siccome ancora nella susseguente, quel Re Cristiano e Cattolico di molta pietà determinò che non fosse permesso ad alcuno in avvenire di portarsi ad Ariolos, aut Ariolas, vel Aruspices, aut alios qualescumque, responsum ab illis accipiendum: cioè per ricercare col mezzo di essi le cose ascose e future. Notissimo è che l’Aruspicina, ed altre sacrileghe e stolte maniere d’indovinare furono in uso presso gli antichi adoratori degl’Idoli: malattia che spezialmente prese piede presso gli Etrusci in Italia, e lungo tempo durò nella sede dell’Imperio di Roma. Di colà passò anche ne’ tempi del Cristianesimo trionfante, e salì tant’oltre, che osavano molti di consultar cotali impostori sopra la salute e vita degl’Imperadori, e sopra lo stato della Repubblica, con pregiudizio e turbazione della pubblica quiete. Costantino il Grande contra di questo ardire ed abuso formò una legge; ma più efficacemente proruppe contra d’esso Costanzo Augusto suo figlio colla legge IV, lib. IX, tit. 16 del Codice Teodosiano, pubblicata nell’anno di Cristo 357. Eccone le parole: Nemo Aruspicem consulat, aut Mathematicum (cioè gli Astrologhi giudiciarj), nemo Ariolum. Augurum et Vatum prava confessio conticescat. Chaldaei ac Magi, et ceteri quos Maleficos ob facinorum magnitudinem Vulgus appellat, nec ad hanc partem aliquid moliantur. Sileat omnibus perpetuo divinandi curiositas. Etenim supplicium capitis feret gladio ultore prostratus, quicumque jussis obsequium denegaverit. Son da vedere i commenti del dottiss. Gotofredo sopra questa legge. Due altre ne rapporta il Codice Teodosiano nel medesimo titolo contro di questa gente appellata Malefica, onde poi venne a noi il nome di Maleficio. Circa l’anno 504 anche Teodorico re d’Italia deputò giudici contra de’ professori dell’Arte Magica, come apparisce dall’epist. 22, lib. IV Variar. di Cassiodoro. Anche Atalarico re suo successore pubblicò un editto severo contro i Malefici, per attestato di Cassiodoro, lib. IX, epist. 18. Ma, come abbiam veduto, non si potè mai estinguere affatto una tal pestilenza, perché mai non mancarono difensori presso i Potenti, e molto più se ne conservò l’opinione o la pratica presso il pazzo volgo. Però sul fine del secolo VIII, o sul principio del susseguente, Carlo Magno in un suo Capitolare (tomo I, pag. 518 dell’edizion del Baluzio) ordinò: Ut nemo sit, qui Ariolos sciscitetur, vel somnia observet. Nec sint Malefici, nec Incantatores, nec Phitones, nec Cauculatores, nec Tempestarii, vel Obligatores. In oltre aggiugne: Ut observationes, quas stulti faciunt ad arbores, vel petras, vel fontes, ubicumque inveniuntur, tollantur et destruantur. Adunque né pur la Francia fu per questo conto più felice dell’Italia, perché anch’ivi la superstiziosa plebe ricorreva agli alberi, alle pietre, alle fontane, o per ricuperare la sanità, o per isperanza di scoprir le cose occulte.

Abbiamo dunque appreso qual varietà e copia fosse quella de’ furbi ed impostori per ingannare l’altrui semplicità, e condurla alle superstizioni. Non si può certamente dire quanto facilmente si spacciassero in que’ rozzi secoli le favole e le finzioni, e quanto poco ci volesse a farle credere all’ignorante volgo, ed anche agli stessi Nobili, perché partecipi della stessa ignoranza, ammirando essi tutto quello che avea del raro e dello strano. Poco fa Carlo Magno fece menzione dei Tempestarj. Qual opinione regnasse circa costoro nel popolo, ce lo spiegherà Agobardo, arcivescovo di Lione a’ tempi del medesimo Augusto e di suo figlio, nel libro de Grandine. Ecco le sue parole: In his regionibus paene omnes nobiles et ignobiles, urbani et rustici, senes et juvenes, putant grandines et tonitrua hominum libitu posse fieri: cioè incantationibus hominum qui dicuntur Tempestarii. Seguita poi a mostrare quanto grossolano fosse il popolo d’allora, con dire: Plerosque vidimus et audivimus tanta dementia obrutos, tanta stultitia alienatos, ut credant et dicant quamdam esse regionem, quae dicitur Magonia (dai Maghi), ex qua naves veniunt in nubibus, in quibus fruges, quae grandinibus decidunt, et tempestatibus pereunt, vehantur in eamdem regionem, ipsis videlicet nautis aëreis dantibus pretia Tempestariis, et accipientibus frumenta, vel ceteras fruges. Son da leggere a questo proposito le parole del Sinodo di Parigi dell’anno 829, lib. III, cap. 2. Come mai, dirà qui taluno, cotanto scimuniti erano allora gli uomini da prestar fede a sì ridicolose inezie ? – Anzi le teneano fermamente per verità infallibili; e questo era poi cagione che la guasta fantasia passasse poi ad azioni che ora ci possono far stupire. Ne abbiamo per testimonio lo stesso Agobardo, che seguita a parlare così: Vidimus plures in quodam conventu, hominum exhibere vinctos quatuor homines, tres viros et unam feminam, quasi qui de ipsis navibus ceciderint. Quos scilicet per aliquot dies in vinculis detentos, tamdem collecto conventu hominum exhibuerunt, ut dixi, in nostra praesentia, tamquam lapidandos. Ma l’avveduto e saggio Arcivescovo li sottrasse al cieco loro furore. Riferisce egli altre pazze opinioni di que’ tempi, e i pessimi effetti di tanta semplicità, conchiudendo poscia il ragionamento con dire: Tanta jam stultitia oppressit miserum Mundum, ut nunc sic absurdae res credantur a Christianis, quales numquam antea ad credendum poterat quisquam suadere Paganis, Creatorem omnium ignorantibus. Ecco gli effetti della comune ignoranza di allora, e della furberia di pochi. Ancor noi a’ tempi nostri talvolta ritroviamo di queste fantasie guaste negli uomini, ma particolarmente nelle donnicciuole, non accadendo male ad essi o ad altri, che noi credano tosto nato per forza soprannaturale, e per effetto dei Demonj. Scrive in oltre il suddetto Agobardo, che non mancavano persone le quali se nosse defendere a tempestate habitatores loci jactabant, alle quali perciò gli stolti contadini pagavano una parte de frugibus suis, e questo pagamento era chiamato Canonicum.

Anche nel susseguente secolo decimo Azzo o sia Attone, vescovo di Vercelli, ci assicura che anche a’ suoi dì durava in Italia questa peste, perché scrive nel suo Capitolare, cap. 48, che se mai si trovasse qualcuno dell’Ordine Ecclesiastico, il quale Magos, aut Aruspices, aut Ariolos, aut certe Augures, vel Sortilegos, ec., consuluisse fuerit deprehensus, sappia che è deposto dall’onore della sua dignità, e verrà suggettato a una penitenza perpetua. Ma forse niun secolo si mostrerà, in cui non si truovino o veri o falsi fatti dell’Arte Magica, e della riprovata Divinazione, e insieme gli anatemi della Chiesa. S’ha nondimeno da riflettere che noi ci andiamo meravigliando unicamente dei delirj e delle ridicole opinioni dei tempi passati, contuttoché né pure l’età nostra vada totalmente esente da questo contagio. E che? non abbiamo noi oggidì de’ grossi libri scritti contro la Magia, ne’ quali abbondano favole e dubbiosi racconti? Sappiamo anzi che in qualche paese del Cristianesimo povere innocenti donne talvolta accusate di malie e fattucchierie, o sono state bruciate, o con difficoltà hanno scappata la morte, non per altro se non perché erano vecchie, e credute perciò streghe. Ma spezialmente truovo io sprovveduti di discernimento i nostri maggiori per avere permesso di entrare in Italia, e di annidarvisi, a quegl’impostori che Zingari o Zingani tuttavia si appellano. Non prima dell’anno 1400 uscì de’ suoi nascondigli questa mala razza di gente, fingendo per sua patria l’Egitto, e spacciando che il Re di Ungheria gli avea spogliati delle lor terre: il che fa ridere chiunque sa di Geografia; ma si credea facilmente una volta dall’ignorante plebe. Sembra ben verisimile che costoro traessero la loro origine da Valacchia, e da’ confinanti paesi, e di costoro gran copia tuttavia si vede nelle contrade dell’Ungheria, Servia, Bulgaria e Macedonia. O sia che questa sporca nazione cacciata dal proprio covile, ovvero ch’ella spontaneamente ne uscisse, certo è ch’essa comparve nelle provincie occidentali, e piena di mille bugie seppe quivi piantare il piede, benché sua proprietà fosse d’essere sempre vagabonda. Non campi, non arte aveano, che desse loro da vivere. Il furto, la rapina, le frodi erano un granajo ed erario inesausto per loro. Né questo lor mestiere era cosa incognita agl’Italiani; e pure si tollerava questa infame canaglia, perché facea credere alla gente goffa, che per penitenza impostale era forzata ad andare vagabonda lo spazio di sette anni, e quel che è più, seco portava l’arte e il dono d’indovinar le cose avvenire. Giovinetto gli udii spacciare, ch’era loro vietato il fermarsi più di tre dì in un luogo, e aver essi privilegio del Papa di potere in qualunque luogo, dove si fermassero, procacciarsi quivi il vitto necessario. In qual tempo questi Zingani o Zingari facessero la lor prima comparsa in Italia, si raccoglie dalla Miscella Bolognese, da me pubblicata nel tomo XVIII Rer. Ital. Così ivi si legge: A dì 18 luglio 1422 venne in Bologna un Duca di Egitto, il quale avea nome il Duca Andrea, e venne con donne, putti e uomini del suo paese: e poteano essere ben cento persone, ec. Aveano un decreto del Re d’Ungheria, che era Imperadore, per vigore di cui essi poteano rubare per tutti que’ sette anni per tutto dove andassero, e che non potesse essere loro fatta giustizia. Sicché, quando arrivarono a Bologna, alloggiarono alla Porta di Galliera dentro e di fuori; e dormivano sotto i portici, salvo che il Duca alloggiava nell’albergo del Re. Stettero in Bologna quindici giorni. In quel tempo molta gente andava a vederli per rispetto della moglie del Duca, che sapeva indovinare, e dir quello che una persona dovea avere in sua vita, et anche quello che avea al presente, e quanti figliuoli; e se una femmina era cattiva o buona, et altre cose. Di cose assai diceva il vero. E quando alcuni vi andavano di que’ pochi che volevano far indovinare de lor fatti, pochi vi andavano, che loro non rubassero la borsa, o non tagliassero il tessuto alle femmine. Anche andavano le femmine loro per la città a sei, a otto insieme. Entravano nelle case de’ cittadini, e davano loro ciancie. Alcuna di quelle si ficcava sotto quello che poteva avere. Anche andavano nelle botteghe, mostrando di volere comperare alcuna cosa, e una di loro rubava, ec. Né si pensi che l’Italia bastasse al gregge di questi ladri, che veniva a poco a poco accresciuto da altri uomini e donne dei paesi per dove passavano. Scrive il Krantzio nella Storia di Sassonia, che costoro nell’anno 1417 cominciarono la prima volta a vedersi nella Sassonia; e vivamente descrive i lor costumi e furberie, chiamandoli Zygeni o Zigeuni. Anche l’Aventino all’anno 1411 riferisce le prime loro scorrerie nella Baviera, né tace le lor bugie. Con pari successo si sparsero costoro per la Fiandra e per la Francia, dove loro fu dato il nome di Egiziani e Boemi, e nella Spagna, dove furono chiamali Gittanos. E quantunque con più editti sieno stati essi banditi in più luoghi, pure non peranche in Occidente è venuta meno la razza loro: forse perché de’ latrocinj fanno parte a chi dovrebbe vegliare per la pubblica sicurezza e difesa. Sovvienmi, che essendo io fanciullo, non potei sottrarmi alla destrezza delle lor unghie. Anche nel Ducato di Modena con severissime pene è vietato loro l’ingresso; e nientedimeno anche dipoi molti ne ho io veduto, e in un confinante paese hanno un buon nido. Che anche pel dominio de’ Turchi se ne veggano delle brigate, l’ho io letto in più di uno Autore. Che altro resta qui da dire? Quel solo che scrisse Arrigo Spondano negli Annali Ecclesiastici all’anno di Cristo 1417 num. 14. Turba (dice egli) est congerronum, praestigiatorum et furum, impune ubique latrocinantium, et stolidam plebem fatuis suis divinationibus, ac rerum permutationibus decipientium: quos sane miramur a Principibus et Magistratibus non solum permitti, verum etiam protegi ac defendi.

Fra le superstizioni ancora s’ha da annoverare l’osservazion de’ tempi, o pure de’ giorni. Fu questa una volta in gran voga, reclamando indarno i Padri e i Pastori della Chiesa. Antichissima è l’origine di questa pazza opinione, perché vien dagli Egiziani, Etrusci, Romani, ed altri popoli attaccati alle false Religioni, co’ quali praticando i Cristiani, imparavano a tener certi giorni per infausti, con credere che qualsivoglia impresa ed affare in que’ giorni sfortunato fine ritroverà. Il Grisostomo nell’Omilia XXXIII al popolo, i Santi Ambrosio e Agostino, e varj Concilj altamente gridarono contra di tale stoltizia. Niccolò I papa nelle Risposte ai Consulti de’ Bulgari, artic. 34, così scrisse: Praeterea consulitis, an sit aliqua dies, in qua non oporteat ad proeliandum exire. Non est ulla dies in quibuscumque negotiis incipiendis vel exercendis penitus observanda, quum non sit in diebus spes nostra ponenda, ec. Poscia nell’articolo 35 aggiugne: Nam illa, quae commemorastis, idest diei et horae observationes, incantationes, joca, et iniqua carmina, atque auguria, pompae ac operationes Diaboli sunt. Ma quanto pertinace fosse quest’empia osservazione anche fra i segnaci di Gesù Cristo, ne abbiamo l’esempio ne’ Giorni Egiziaci, osservati dalla più remota antichità fino al secolo XVI dell’Era Cristiana con gran diligenza, ed anche scritti ne’ pubblici Calendarj, come dimostrai nella Prefazione a due d’essi nella Parte II del tomo II Rer. Ital., pag. 1023. Cioè in ciascun mese si credeva che corressero due giorni sì infausti e di sì cattivo augurio, e perciò notati nel loro sito, che operando se ne dovea temere un’infelice riuscita. Non solamente il volgo, ma anche i più accorti si guardavano da que’ dì, credendo che una tradizione canonizzata da una sì grande antichità si appoggiasse a sodi fondamenti, che nondimeno era solamente fabbricata nelle nuvole, o sia nella fantasia degl’impostori ne’ vecchi tempi. Si ascolti Santo Agostino nell’Expos., Epist. ad Galatas, cap. 4. Vulgatissimus est error Gentilium iste, ut vel in agendis rebus, vel in expectandis eventibus vitae ac negotiorum suorum, ab Astrologis et Chaldaeis notatos dies et menses et annos et tempera observent. Rolandino storico nel lib. III, cap. 9 della Cronica all’anno 1236, narrando un’infelice spedizione de’ Padovani, scrive: Et movit exercitus de Padua die III intrante octubri; et erat Ægyptiaca dies illa. Poscia nel lib. IV, cap. 5, descrivendo lo sfortunato sforzo del Marchese di Este contra di Padova nell’anno 1238, così parla: Venit cum multa turba, et armata manu, usque in Pratum Vallis, quod est in suburbio civitatis; et fuit hoc in XIII julii praescripti anni MCCXXXVIII; et erat Ægyptiaca dies illa: come appunto è notato a quel giorno nel Calendario da me dato alla luce. Ma di quanto grande antichità sia questa superstizione, si può raccogliere dal Calendario di Furio Dionisio Filocalo, spettante all’anno di Cristo 354, e dato alla luce dal P. Janningo della Compagnia di Gesù nel tomo VII di luglio fra gli Atti de’ Santi, dove si leggono a ciascun mese due Giorni Egiziaci. Quanto lungamente ancora durasse la superstiziosa osservazione di sì fatti giorni, lo dimostra, per tralasciar altri esempli, un Breviario Romano, ornato di belle miniature e scritto circa l’anno 1480, che si conserva nella Biblioteca Estense. Quivi è un Calendario, in cui si veggono notati a ciascun mese i giorni, anzi anche l’ore perniciose. Al mese di gennaio si leggono questi due versi:

Prima dies Jani timor est, et Septima vani,

Nona parit bellum, sed Quinta dat Hora flagellum.

Notissimo è agli Eruditi, con quanta pazzia e con quanti superstiziosi riti, danze e vittime si celebrassero una volta nel Romano Imperio le Calende di gennaio. Ma né pure dopo la distruzione del Gentilesimo cessò la superstiziosa celebrità di quel giorno, contro la quale più volte inveirono i Romani Pontefici, i Santi Padri e i Concilj. È da stupire, come anche nel secolo VIII e nella stessa Roma il popolo, tenace degli antichi riti, non peranche avea disimparate queste pazzie. San Bonifazio, vescovo di Magonza e martire, nell’Epistola 132 scriveva a Zaccheria sommo Pontefice, dolendosi quia carnales homines idiotae, Alamanni, vel Bajoarii, vel Franci, si juxta Romanam Urbem aliquid facere vident ex his peccatis, quae nos prohibemus, licitum et concessum a Sacerdotibus esse putant, et nobis improperium deputant, et sibi scandalum vitae accipiunt. Sicut affirmant, se vidisse annis singulis in Romana Urbe, et juxta Ecclesiam, in die vel nocte, quando Kalendae Januarii intrant, Paganorum consuetudine choros ducere per plateas, et acclamationes ritu Gentilium, et cantationes sacrilegas celebrare; et mensas illa die vel nocte dapibus celebrare; et nullum de domo sua vel ignem, vel ferramentum, vel aliquid commodi vicino suo prestare velle. Dicunt quoque, se vidisse ibi mulieres Pagano ritu Phylacteria, et ligaturas in brachiis et cruribus ligatas habere, et publice ad vendendum venales ad comparandum aliis offerre. Quae omnia eo quod ibi a carnalibus et insipientibus videntur, nobis heic et improperium et impedimentum praedicationis et doctrinae perficiunt. Simili cose potrebbero dirsi delle Calende di Agosto, che in Modena dalle Ferie presero il nome di Feragosto, attendendo il popolo in quel dì a darsi bel tempo col vino e colle crapole. Aggiungansi il Carnevale e le Vindemie Nolane, ed altri somiglianti usi, che a noi son venuti come per eredità dagli antichi tempi. Ma non è a noi conveniente il deridere i costumi, la troppa credulità e certe superstiziose usanze de’ nostri maggiori; perciocché né pure a’ tempi nostri mancano uomini rozzi, e di coloro eziandio che si figurano d’essere provveduti di molta sapienza, i quali nel venerdì non s’attentano a mettersi in viaggio, per timore di provar vero il proverbio Spagnuolo: Ni de Vierne, ni de Martes, no te casa, ni te partes. Altri ancora non ardiscono di mettersi a tavola con dodici altre persone, gran piede avendo un’opinione che un di que’ tredici entro l’anno cesserà di vivere. Alcuni eziandio, se per avventura il sale si sparge sulla tavola, tosto si persuadono essere imminente qualche disgrazia. Si ridono di queste folli opinioni le persone giudiciose; ma non si può né pur colle tanaglie levar di capo ai timidi una tal persuasione.

Ognuno può scorgere quanto i popoli sieno portati a sostener le vecchie usanze ed opinioni, nelle quali son allevati fin dai più teneri anni, e massimamente dove si tratta di allegrie, di speranze di guadagni, o di schivar danni o pericoli consistenti anche nella sola opinione. Ancor qui basta il dire: così han creduto, così han fatto i vecchi, né si cerca poi la ragione di così credere ed operare. Eccovi un altro esempio. Tanto in Ferrara che in Modena (se anche in altre città ciò succeda, nol so) niuno ordinariamente osa di ammogliarsi nel mese di maggio. Male, dicono, ne avverrebbe ai consorti, o alla lor prole. Ma onde questa ridicola opinione? – Fin dagli antichi Romani, scrivendo Ovidio nel lib. V de’ Fasti, che anche a’ suoi dì aveano ribrezzo a prendere moglie in quel tempo.

Hac quoque de caussa, si nos proverbia tangunt,

Mense malum Majo nubere, vulgus ait.

In oltre Plutarco fa anch’egli menzione di tal consuetudine comunemente osservata fra i Romani. Veramente io non intendo di sostenere che in questi ultimi tempi la dismessa usanza si possa essere ravvivata da chi lesse in Ovidio il credito che essa godea nel vecchio popolo Romano. Contuttociò non è inverisimile che anche dopo la declinazione del Romano Imperio durasse tal uso in alcuna delle città d’Italia, nella stessa guisa che dura tuttavia in Milano, mentre le nuove spose son condotte a casa, i fanciulli fan plauso gridando All’Aminee, All’Aminee, cioè Hymenaeo, secondo l’antico costume, essendosi mantenuta in bocca del popolo, tenacissimo delle antiche usanze, quella gioviale acclamazione. Ma giacché ci ha portati il ragionamento a Milano, fermiamoci qui, per riconoscere ivi alcune vestigia di superstizioni che ne’ passati tempi si osservavano. Cioè non si recavano una volta a scrupolo i custodi della celebre Basilica Ambrosiana di tenere in esso tempio, ed anche nell’ingresso al coro, il simulacro d’Ercole. Landolfo iuniore, storico Milanese del secolo XII, nel cap. 10 della sua Istoria (tomo V Rer. Ital., pag. 481), parlando del prete Liprando, così scrive della suddetta Basilica: Eamdem Ecclesiam intravit, et pulpitum cum Arialdo de Maregnano ascendit; et facto silentio in populo, et Presbytero stante nudis pedibus super lapidem marmoreum qui in introitu Chori continet Herculis simulacrum, idem Grossolanus ait, ec. Molto di tale statua o basso rilievo parlò il Puricelli, tanto nelle Memorie della Basilica Ambrosiana, che nella Vita di Santo Erlembaldo. Io solamente dirò che ne’ secoli rozzi non venne mai in mente ai buoni Milanesi, quanto sconvenisse il tenere fra le cose sacre de’ Cristiani un simulacro di Ercole, uomo non solamente Pagano, ma registrato anche tra i falsi Dii della Gentilità. Ma i posteri accortisi di questo obbrobrio, ne liberarono poscia quel sacro luogo. In esso poi tuttavia si mira un Serpente di bronzo posto sopra di una colonna nel lato meridionale, se ben mi sovviene, della nave di mezzo. Landolfo seniore, storico del secolo XI, nel libro II, cap. 18 della Storia Milanese (tomo IV Rer. Ital.) scrive che circa l’anno 1002 fu quel serpente portato da Costantinopoli per cura di Arnolfo arcivescovo, con dire: quem Moyses in deserto, divino imperio admonitus, coram Filiis Israel exaltaverat: ridicola opinione che ripugna alla Storia sacra e alla tradizione de’ Padri. Non poco favellò di questo serpente il sopra lodato Puricelli, ma molto più Pietro Paolo Bosca arciprete di Monza, il quale con un libro apposta dato alla luce prese ad illustrare questo lieve argomento, e raunò tutte le opinioni sì del volgo che dei dotti, la maggior parte inette, su questa materia. Ci furono nondimeno persone erudite, fra le quali il celebre Andrea Alciati, il quale stimò tuttavia sussistente in quella serpe un vestigio della superstizione Pagana, quasiché fosse l’immagine di Esculapio, il quale sotto forma di serpente era una volta onorato dai Romani e Greci, e ch’essa fosse trapelata ne’ vecchi tempi in quella insigne Basilica.

Ma per quanto io credo, non ad altro fine dagli antichi fu collocato quel serpente in un tempio Cristiano, se non per esprimere ciò che il divino Salvatore disse nel cap. III, versetto 14 di San Giovanni: Sicut Moyses exaltavit serpentem in deserto, ita exaltari oportet Filium hominis. Che se tale sia stata l’intenzione de’ vecchi Milanesi, mi pare di averlo trovato con una ragionevol coniettura, dappoiché ho riconosciuto qual fosse, ha tre secoli, la faccia di quel luogo. Si conserva nella Biblioteca Estense Angeli Decembris Vigevii (cioè di Vigevano) Commentarius de Supplicationibus Majis, ac veterum Religionibus ad Cl. V. Johannem Tuscanellam. Apparteneva questo codice MSto una volta al medesimo Toscanella. Nel frontispicio si legge: Hic sermo sive Commentarius actus est Mediolani, et in Mediolanensi Templo primario beatissimi Divi Ambrosii, diebus autem Majalibus, quibus triduum quotannis litationes Christo referuntur, anno ejusdem MCCCCXLVII. Molte notizie di qui ho io estratte siccome proprie del presente argomento. Questa medesima Operetta la vidi io nella Biblioteca Ambrosiana, dove il Toscanella è chiamato Secretarius, cioè del Duca di Milano. Va primieramente conietturando il Decembre che Santo Ambrosio, allorché determinò di fabbricare la sua Basilica, atterrasse tutti i templi de’ Gentili, e convertisse in uso di essa, consecrata al vero Dio, le cose da loro usate per dimostrare l’abbattimento dell’Idolatria. Poscia aggiugne, essere state collocate in quella Basilica due colonne. Sopra dell’una si mirava l’effigie del Crocifisso, sopra l’altra il Serpente di bronzo. Ecco le sue parole, dove rammenta Anguem aereum in medio Templi super Columna, laevaque astantem sinuoso volumine: quod Arianorum Idolum fuisset, aut Æsculapio forte dicatum, cui consecratus et Serpens, aut ex vetere Testamento susceptum. Nam de Moyse secundum consuetudinem, sive Mose potius, ut Juvenali placet, atque ejus Virga, aliae sunt ambages. Super altera (cioè sopra l’altra colonna) insignem Crucifixi imaginem. Hoc itidem controversiae genus ab eodem conditore compertum, ut quum hanc supplices intenta facie adoraremus, illi contra ad ignominiae notam terga verterentur. Inetta coniettura. Non erano, o buon Decembre, così mal avvertiti i primi Padri della Chiesa, e molto meno Ambrosio santissimo insieme e sapientissimo uomo, che nel tempio di Cristo avessero posto simolacri de’ falsi Dii, acciocché la plebe pia li detestasse. Gli abbattevan essi, e li toglievano dagli occhi del popolo, che facilmente inclinava all’Idolatria. Sembra bensì molto verisimile che per la da me proposta ragione fosse esposta nel tempio una copia del serpente Mosaico, perché questo fu innalzato sopra un legno, come s’ha dai Numeri (cap. 21, vers. 8), per guarire chiunque il mirava, quem quum percussi aspicerent, sanabantur. Ora esso fu un tipo o figura di Cristo, che dovea venire, al cui aspetto pendente dal legno della croce poteva salvarsi tutto il genere umano. Sopra l’una delle due colonne adunque posero i vecchi nella Basilica Ambrosiana l’immagine dell’originale, cioè Cristo crocifisso; e sopra l’altra il tipo o sia la figura d’esso, qual fu il serpente esaltato da Mosé, e non già il segno di Esculapio, né un Idolo degli Ariani, i quali non furono mai Idolatri. Nella stessa maniera esposero un Agnello, un Pastore che porta al collo la pecora smarrita. Durava nel popolo la tradizione che quella effigie di serpente rappresentava il Signor nostro crocifisso. Di qui presero motivo alcuni di credere che quello fosse lo stesso serpente che fu esposto da Mosé; ma questa favola non ha bisogno di essere confutata.

Altre cose seguita poi a narrare il Decembre, dicendo: In eodem Templo Ambrosiano, atque ipsius adyti fronte, quae ad occidentalem plagam vergit. Orgia Baccheja ex vetusto marmore caelata nunc etiam extare. Quare haud temere olim forte istic Libero Patri dicatum, seu Gentilium delubrum quoddam extitisse putandum. Namque ex uno latere ipsius Bacchi, ut opinabantur, seminudi esse simulacrum, atque ideo caprina pelle succinctum; quod hircus sibi soli consacretur: ex altero Thyasos, idest marium feminarumque choreas cum pampineis thyrsis et funalibus impressas. Seguita poi pretendendo esser ivi scolpito non già Bacco, ma Ercole. Itaque hoc in loco Herculem laeva manu leonem per caudam humo tollere, tamquam gygas immanis, simili ac eumdem elata dextra nodoso stipite, idest clava, exanimare videtur. Più sotto aggiugne, Alcidem illum nunc versis jacere vestigiis cernuo recumbentem capite. Si conosce da questo che a caso quella statua o basso rilievo accidentalmente era stato messo in quel sito, e non serviva di superstizione al popolo, perché ne ignorava il significato. Così nulla da riprovare si truova in un altro rito, che il Decembre espone colle seguenti parole: Vetus institutum est, ut singulis Ambrosiani Festi solemnibus, quoniam id hyberno tempore contingit, ingentem molem ex omnium colorum cera, in diversorum florum herbarumque similitudinem, miro quodam artificio compositam, ante ipsius Ambrosii aram offerant, in qua liventes uvarum racemi cum viridantibus pampinis singulari arte efficti cernuntur. Quello che più si adatta all’argomento nostro, si è quello ch’egli riferisce della maniera con cui il volgo Milanese pretendeva di guardarsi dalle malie, dalla gragnuola e da’ fulmini, e come essi si figuravano di poter trarre la pioggia dal cielo nella siccità della terra. Quanto al primo, Serta longis hinc inde torquibus ex discoloribus rosis, odoratisque graminibus revincta distendimus, sive floralia quadam vincula (sic a Flora Dea libet appellare) eadem pariter, quae Ambrosiana cerea nuper memorastis. Neque dubium, id torquium genus a veteribus proditum; siquidem ante domorum fores, et in triviis (a Trivia, ut puto, Dea), in Templis pariter, coramque Deorum simulacris appendimus; prisca, inquam, exceptum consuetudine. Quo pluribus, ut arbitror, viarum caelique tractibus et populo et dies festa precesque protendantur. Et quacumque protendi vergique videntur omnes scelestarum artium fascinationes, impurorum sacerdotum carmina aboleri, simul furentes nimborum impetus, concretam grandinem, fulminea tela dilui opinantur. Tali erano le opinioni e gli atti del basso popolo di que’ tempi per abbattere tutti i maleficj della magia, e far paura alle contrarie armate delle nuvole. In che maniera poi tirassero a lor talento la pioggia dalle nuvole stesse, cel fa poscia sapere il Decembre, con iscrivere così: Contra si nimio Solis ardore, quum siccis arvis arescunt intempestive fruges, et quum sitiunt omni arbore frondes, focos in propatulo exstruere mos est, quos rustici etiam in suburbanis majores instituunt. Id autem ferme Caniculario Mense qualibet aestate contingit. Desuperque ahena undantia cum tripodibus, ad illius, ut putatur, beatissimi Johannis invocationem Evangeliorum Scriptoris, sive Martyrii sui memoriam. Quem quum olim patulo vase impii Gentiles, tamquam aheno ferventis olei pleno flammis superjecissent, fidei sese Salvatoris commisisse furunt, eumque improviso atram tempestatem effusis imbribus injecisse, qua omnis illius ignis vapor extinctus est. Ut per hoc ideo sacrum, quod vulgu signorans Sacram Concham appellat, sive pro ejus nomine, quam Poeta caerulam Concham dixit, sive pro eo certe, qualecumque fuerit concavum vas, undique labrum habens, pluviae tamdem exoptatae superveniant. Esiste tuttavia in Milano la Basilica di San Giovanni in Conca, dove i Religiosi Carmelitani celebrano i divini Ufizj. Ecco onde è venuto quei nome. Né si dee tacere quello che il Decembre soggiugne della sregolata pietà del popolaccio, capace di muoverci a riso. Quae ahena tamen ne frustra flammis imposita videantur, multo varioque replent legumine, et salsis carnibus: unde dictum est Pleno copia cornu. Id autem obsonium impubes manus epulatur circum insultans, et recenti aqua certatim se proluens. Alii autem non pluviam illi sanctissimo Viro superfusam asseverant; sed quod mirabilius fuit, oleum nequicquam ebullisse, neque laesisse magis, quam si sine igne imposuissent. Utcumqne id fuerit, hoc sacrum profecto eadem religione institutum videtur, ut facilius caelo imbres exorentur. Quam vulgi opinionem haec insuper consuetudo confirmat: quod non se solum epulantes injectis lymphis humectant, sed si quem forte praetereuntem Sacerdotem ludentes animadverterint, eumdem quoque libentius socia aspergine madefaciunt. Quibus ludicris quum alias Rhaudensis noster Antonius, uti a se ipso percepi, fato an casu supervenisset, quo magis celebrioris famae et reverentiae Monachum eum esse cognoscerent, eo densioribus aquis, tamquam imbribus, per fenestram desuper irroraverunt. Ecco con quali atti, certamente superstiziosi e da riprovarsi per più d’una ragione, tentassero i vecchi Milanesi di spremere dal cielo la desiderata pioggia, alla violenza de’ quali io non so se il cielo sovente si desse per vinto. Quello ch’io so, è che queste cose non si faceano di nascosto e senza testimonj, ma in mezzo alla stessa città e nel bel meriggio. Né lo stesso Angelo Decembre, tuttoché persona erudita e di non volgare intelligenza, in riferendole le condanna, anzi sembra approvare: cotanto la buona gente di allora teneva per santo e libero da ogni ombra di colpa quello che si usava, e ch’essa avea come per eredità ricevuto da’ suoi maggiori. Finalmente un altro costume della plebe Milanese vien riferito dal Decembre, ch’è cessato da gran tempo, e tuttavia si vuol esaminare. Patrios ritus (dic’egli) accuratius attentissimis vobis expono. Ergo cum his simul frondibus, torquibusque matres et innuptae, puellae sua vota connectunt, ex pannicibus (così sta nel MSto) consutiles liberorum imagines effingendo, quibus se se olim foetus suos rite concipere et educare confidunt. Proinde eadem Floralia (così questo buon Gramatico chiama le sacre processioni di maggio, quasiché fossero a noi derivate dalle feste florali degli antichi; il che è falso) cum paxemadibus, et azimis, cum ovorum testis et offarum simulacris ad ejusmodi victus indulgentiam; cum variis olerum et leguminum generibus; cum ampullis quoque pensilibus, aqua, vino, lacte, oleo, melle refertis, decoramus. Quam rursus consuetudinem putant ab antiquorum Monachorum sive Eremitarum disciplinis, an Pythagoreorum, Pompilianorum susceptam: qui ea tantummodo ab immortalibus impetrari licere, et ad humanam sustentationem sine animalium epulationibus satisfacere arbitrati sunt. Ma tempo è di lasciar andare questo scrittore.

Pochi nondimeno sono i riti e costumi o curiosi o superstiziosi de’ secoli barbarici, che finquì ho rammentato, i quali o sono affatto dismessi, o dai decreti della Chiesa vietati. Ci stupiremmo dell’abbondanza di essi, se sapessimo tutte le ridicolosità de’ nostri maggiori. Di alcune vecchie usanze è vero che dura tuttavia il nome, ma non già il fatto. Nella notte santa del Natale del Signore, o ne’ susseguenti giorni, costume fu una volta di lasciar la briglia all’allegria nelle case. Con giuochi, danze, conviti si passava quella notte e parte del giorno; e fra l’altre cose un ceppo o grosso tronco d’albero si bruciava non senza la giunta di varie superstizioni. Nel Vocabolario della Crusca alla parola Ceppo è fatta la seguente annotazione: Battere o ardere il Ceppo: dicono i fanciulli per la solennità del Natale a una certa funzione, nella quale da’ loro maggiori sogliono ricevere donativi e mance, che poi assolutamente si dicon da questo Ceppi. Allegr. 198. Per trattenerli la sera, che s’arde il Ceppo a’ nepotini. Temo ch’essi non abbiano adeguatamente spiegata questa voce e costume; e certamente non va d’accordo con essa l’esempio allegato. Imperocché veramente si bruciava in quella notte un ceppo o grosso bronco d’alberi. Sovvienmi che fanciullo nella mia patria Vignola io vedea ciò fare in casa mia nella notte precedente, al santo Natale, ma senza superstizione alcuna. Ne’ seguenti giorni poi l’andare a pranzo dai parenti si chiamava andare a Ceppo. Ma appena vi resta un lieve vestigio di questo. Ho persona che mi fa largamente sapere ciò che anticamente si praticava in tal occasione. Egli è Giorgio Vallagusa, un Opuscolo MSto del quale si conserva nella Biblioteca Ambrosiana, intitolato De origine et caussis Ceremoniarum, quae celebrantur in Natalitiis. È un dialogo tra Filippo Maria, Giovanni Sforza e Lodovico, figli di Francesco Sforza I inclito duca di Milano, e lo stesso Giorgio loro maestro circa l’anno 1470. Filippo Maria è introdotto a parlare così: Perpulcher est profecto, Sphortia germane frater, apparatus iste ab illustrissimis parentibus nostris quotannis hoc Natali die repetitus. Delectat me non mediocriter caterva haec Nobilium in hac nostra Aula frequens, dum stipes iste hac solemnitate in ignem conjicitur. Sphortia: Afficit enim magnopere laetitia ac hilaritate non ipsam Regiam dumtaxat, sed totam quoque civitatem. Hoc ab Illustrissimo Avo nostro Philippo Maria emanasse accipio. Sed nescio quo pacto nunc apertius, ac in omnium civium conspectu celebratum majorem affert cunctis voluptatem. Quare et parentum et avi nos quoque vestigia prosequamur. Eja agite, fratres, si libet, de more lignum afferri jubeamus. Johannes: Favete linguis, pueri: vos furcas attollite bicornes: excitate ignem. Stipitem ubertim mero rigate, dulcesque infundite liquores, totamque hanc vesperam jucundissimis agamus saltationibus et jocis. Bella divozione che era questa! Seguitano poi que’ fratelli a ricercare l’origine, e cagione di questo rito, il quale confessano ancora che vien riprovato dai Teologi. Più abbasso dice Giorgio: Stipitem in primis in ignem comburendum projiciunt, quem variis frondibus, ac amoenissimis pomis ornant instar arboris. Vinum ex hinc ter in ignem immergitur; tum juniperum una comburunt. Anche in Bologna e Modena nella notte precedente alla Natività del Signore si brucia gran copia di ginebro: il che si può credere un resto di quel rito. Più sotto nel medesimo Opuscolo si legge: Consuevit paterfamilias toti familiae nummos hac die conferre, quibus his diebus festis ludos passim ludant. Ne’ tempi nostri si suol, come dicono, dar la ventura con uno o più premj che si cavano a sorte. Seguita il Vallagusa a scrivere: Panes tres magnitudine praestantes, ut scis, his diebus conficiuntur, quorum limbum per totum annum observandum abscindimus, ec. Anche presso i Modenesi si fa il Pane da Natale, ma non se ne conserva per tutto l’anno il contorno. Questo si dovea credere che avesse virtù, e massimamente non facendosene se non tre. In oltre ciceram, anatem, rictumque porcinum, egli scrive portati allora in tavola: capum vero (il cappone) comedere nefas. Queste cose lo scrittore suddetto le rapporta per liberare i nostri maggiori dalla colpa della superstizione, pensando ch’esse contengano varj misterj del Cristianesimo, e perciò non sieno da riprovare: il che non persuaderà agl’intendenti della purità della nostra santissima Religione. In simil forma e con tutta pace d’animo si passa oggidì presso alcuni popoli la Festa dei Re. Abbondavano una volta somiglianti usanze, o superstiziose, o certamente non esenti da tal colore. San Bernardino ne annovera e condanna molte che nell’età sua, cioè nel secolo XV, erano in voga, come consta dal tomo I, Serm. I in Quadrages., art. 3. Ma queste si osservavano di nascosto; e di queste clandestine superstizioni anche a’ dì nostri non ne manca. Siam tenuti al sacro Concilio di Trento e a quei di San Carlo Borromeo, che hanno combattuto contra di tali abusi, ed han mossi gli altri vescovi ne’ lor Sinodi et editti a liberar le loro Diocesi da queste spine. Ma quali superstizioni si sia tirato dietro l’invenzione del Lotto di Genova, non è qui luogo da parlarne.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011