Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LVIII

Della venerazion dei Cristiani verso i Santi

dopo la declinazione del Romano Imperio.

Non appartiene a questo luogo il far conoscere, quanto sia antico e come assistito da sode ragioni e dall’autorità e tradizione de’ Santi Padri il culto religioso, con cui i Cristiani onorano l’anime de’ Beati, cioè di coloro che per le loro insigni virtù e per la santità de’ costumi sono stati condotti all’eterna felicità e beata immortalità, preparata da Dio in cielo ai suoi servi fedeli. Spetta alla Teologia questo argomento, e già l’hanno trattato assaissimi fra i Cattolici, ed ultimamente con pienezza il P. D. Gian-Grisostomo Trombelli, abbate de’ Canonici Regolari del Salvatore di Bologna. Noi teniamo per fermo che l’onorare ed invocare i Santi nulla ripugna a quel sommo culto ed onore, che dobbiamo al supremo nostro Padrone Iddio; perciocché non riputiamo Dii i Santi; né gli onoriamo come Dio, ma sì bene come servi di Dio: né chiediamo o speriamo benefizj da loro, quasiché fossero arbitri delle cose in cielo; ma sì bene, se così a noi piace, ricorriamo ad essi, affinché dal Donator d’ogni bene Iddio per li meriti di Gesù Cristo suo Figlio c’impetrino i benefizj che noi non sì facilmente otterremmo colle nostre preghiere. Una sola cosa adunque io mi prefiggo, cioè di mostrare qual fosse la venerazione del popolo d’Italia verso i Santi in que’ secoli rozzi, de’ quali ora trattiamo. Due motivi spezialmente incitavano i popoli professanti la Religione di Cristo all’amore de’ Santi, e a procacciarsi il loro patrocinio: cioè primieramente la speranza di ottenere per mezzo d’essi dei benefizj spirituali e temporali, e secondariamente il desiderio della lode, dirò anche dell’utilità. Quanto al primo, da che restava persuaso il popolo dell’approvazione de’ vescovi e della Chiesa, che alcuno o uomo o donna avea battuta la via della santità in terra, e ricevuto ch’era nelle beate sedi del Paradiso, molto poteva presso Dio; tosto si eccitava l’affetto e la fiducia della gente verso di lui, e vie più se la fama di molti miracoli e guarigioni illustrava la di lui vita, o pur la sua morte. A misura di questa fama più e meno si raccomandavano le persone pie alla di lui intercessione. E perciocché questi prodigj e cure d’infermi per lo più non altrove si facevano, che ai sepolcri de’ medesimi Santi, o dove si esponevano le loro sacre reliquie al culto pubblico; quindi sorgeva un altro desiderio di aver presso di sé uno o più corpi di Santi; e qualora ciò non riusciva, almeno se ne procurava con incredibile studio qualche reliquia. Riputava sua insigne gloria qualsivoglia città, ed ogni basilica o collegio di Religiosi di poter acquistare sì preziosi e salutiferi pegni; e l’abbondarne si contava per una somma felicità. Particolarmente poi si pregiava e credeva sé ben fortunata quella chiesa a cui toccava il corpo di qualche celebre servo di Dio, e di possederne il sepolcro, e massimamente se egli si distingueva colla gran copia dei miracoli. Imperciocché allora da ogni parte per divozione, o pure per isperanza di ricuperare la sanità, colà concorrevano i popoli a gara, e gli stessi più lontani paesi somministravano divote processioni di pellegrini. A quella città poi sì fortunata, o monistero o basilica che conservava sì prezioso tesoro, si accresceva sommamente la gloria, erano contribuiti copiosi doni ed oblazioni, e sempre più si moltiplicavano tanto i pubblici che i privati vantaggi. All’incontro quel popolo che non avea avuta la fortuna di produrre qualche celebre Santo, o di possederne almeno il sepolcro, o di averne tratto alcuno da lontane parti, s’immaginava d’essere privo di gloria, e che infelice fosse la condizione sua. Tali erano le opinioni de’ nostri maggiori, i consigli, i desiderj; e forse poco diversi sono quei de’ tempi nostri: se non che questo pio ardore ne’ secoli barbarici si lasciava trasportare a varie sregolatezze ed eccessi non approvati dalla soda pietà della Chiesa di Dio, che additerò fra poco, e a’ quali finalmente le leggi ecclesiastiche e la prudenza degli ultimi precedenti secoli han posto fine, o almen freno, con lode de’ Romani Pontefici e di tutta la Chiesa Cattolica.

Pertanto anche nello stesso secolo quarto dell’Era Cristiana c’insegna la Storia Ecclesiastica, con quanta celebrità i popoli solennizzassero le feste de’ Santi in que’ luoghi dove riposavano i lor sacri corpi. Alla pia rinovazione di quel giorno non solamente si commoveva tutta la città, ma anche tutte le genti confinanti, che a folla si portavano a quella divota allegrezza. Quanto più lungi si stendeva la fama di quel Santo, tanto maggiore diveniva il concorso de’ popoli. Notissimo è quanto lasciò scritto San Paolino nel Natale III, cioè nel Poema da lui composto nell’anno di Cristo 396 per la festa di San Felice di Nola, celebratissimo Confessore di Cristo, così egli dice:

Stipatam multis unam juvat Urbibus Urbem

Cernere, totque uno compulsa examina voto.

Lucani coëunt Populi, coit Appula pubes,

Et Calabri, ec.

Ipsaque caelestem sacris Procerum monumentis

Roma Petro Pauloque potens, rarescere gaudet

Hujus honore die, portaeque ex ore Capenae,

Millia profundens ad amicae moenia Nolae,

Dimittit duodena decem per millia denso

Agmine: confertis longe latet Appia, turbis.

Seguita poi ad annoverar gli altri popoli in quell’occasione soliti a venire a Nola, e così conchiude:

Una dies cunctos vocat, una et Nola receptat,

Totaque plena suis, spatiosaque limina, cunctis;

Credas innumeris ut moenia dilatari Hospitibus:

sic Nola assurgit imagine Romae.

Così un incredibil concorso di gente pia si faceva alla festa di Santo Ippolito martire, celebrata fuori di Roma, siccome attesta Prudenzio, autore di que’ medesimi tempi, nell’Inno di quel rinomato Martire. Per tutto poscia l’anno, non che nella festa de’ Santi Apostoli Pietro e Paolo si vedevano i pellegrini andare alla volta di Roma, mossi dalla loro pietà, per visitare l’insigne sepolcro di que’ primarj Apostoli, dappoiché i Romani Imperadori cominciarono a militare sotto le bandiere della Croce. Che questo pio costume durasse, se non anche crescesse ne’ barbarici susseguenti secoli, sel può immaginar ciascuno. Ne potrei io qui addurre non poche pruove; ma mi basterà di addurne una sola della patria mia, col dimostrare in quanto onore una volta fosse il sepolcro di San Geminiano vescovo di Modena. Fu pubblicata la sua Vita dal P. Bollando negli Atti de’ Santi al dì 31 di gennajo. Io poi con pubblicare il resto della medesima nella Par. II del tomo II Rer. Ital., credendola cosa inedita, trovai che l’Autore d’essa fiorì circa l’anno 920. Ora ecco ciò ch’egli scrive di questo santo Patrono de’ Modenesi: In loco ergo, ubi B. Geminianus sepultus est, corpus ejus quotidianis virtutibus, favente Christo, veneratur et colitur, atque a Fidelibus assidue frequentatur. Siquidem ab ejus mausoleo:

 Liquor exundat olei:

Sanantur ibi languidi

A quocumque discrimine.

Vota praestantur congrua,

Reorum cadunt vincula,

Effugantur Daemonia,

Declarantur judicia.

Le ultime parole indicano i Giudizj di Dio per distinguere i rei dagl’innocenti: del che abbiam parlato nella Dissertazione XXXVIII. Più sotto scrive il medesimo Autore: Omni devotione ad ejus sepulcrum plebs urbana et rustica, quotidianis miraculis oblectata, ardentissime confluebat. Interea revolvente anni orbita, die sancti ejus funeris anniversaria, infinita populorum ad ecclesiam convenit caterva, ec. Osservisi qui che dal sepolcro di S. Geminiano liquor exundabat olei, con cui unti gl’infermi ricuperavano la sanità. Che il medesimo succedesse alle tombe d’altri non pochi Santi sì di Occidente che di Oriente, lo raccontano il Surio, il Bollando, l’Ughelli, ed altri scrittori. Che se ne raccogliesse anche una specie di manna di egual virtù per li malati, s’ha dalle medesime Storie. Sovente ho io ricercato col pensiero, perché la maggior parte di queste emanazioni dai sepolcri de’ Santi sia cessata, né duri ai nostri tempi. Sarebbe mai ciò avvenuto perché si fosse infiacchita la pia persuasione e fede dei popoli, che una volta impetrava tanti miracoli e guarigioni con questi olj e liquori? O pure perché si fosse riconosciuto che tali cose, credute allora miracolose, altro non erano che effetti naturali dell’aria e del marmo? Possiam credere che i tempi nostri sieno più cauti, quantunque nella pietà e nella Fede non cedano, e forse vadano innanzi ai passati. Il Rasponi nel lib. I della Basilica Lateranense osservò che dal sepolcro marmoreo di papa Silvestro II, il qual pure non era o non è situato in luogo umido, distillavano goccie d’acqua anche in tempo sereno: il che recava meraviglia ad ognuno. Io non ho mai tenuto questo Papa, dianzi Gerberto, per mago, come lo stesso popolo una volta immaginò, e il falso cardinal Bennone mentì; ma certamente né pure oserà alcuno di registrarlo nel ruolo de’ Santi. Di questi naturali stillicidj dal marmo ne ho io un domestico esempio in una tavola di marmo esistente nella chiesa Pomposiana di Modena. Tuttavia tali cose si raccontano del sepolcro della Beata Beatrice II Estense presso i Ferraresi, da cui trasuda un liquore solamente in alcuni determinati giorni dell’anno, le quali se son vere, potrebbero indicare una soprannatural virtù. Ma passiamo innanzi.

Ciò che accadeva una volta alla città di Modena pel gran concorso de’ popoli a venerare San Geminiano, anche l’altre città desideravano di sperimentarlo in casa propria; e però niuna diligenza ommettevano per procurare a sé stesse il possesso di qualche sacro corpo, e massimamente di quelli che Dio onorava con maggior copia di miracoli. Il perché tanto i Re e principi, quanto i vescovi ed abbati oltre modo si studiavano di cercare ed impetrare reliquie di Santi; e beati poi si tenevano potendone ottenere gl’interi corpi, con persuasione che ne verrebbe loro un incredibil decoro e un’insigne gloria, ed anche profitto alla patria o basilica dove pegni cotanto venerabili fossero esposti alla pubblica divozione. Noto e celebre si è quanto operò Liutprando re de’ Longobardi circa l’anno 722. Cioè quod Sarraceni, depopulata Sardinia etiam loca illa, ubi ossa Augustini Episcopi (Dottore della Chiesa) propter vastationem Barbarorum olim translata, et honorifice fuerant condita, foedarent, misit eo, et dato magno pretio accepit, et transtulit ea in urbem Ticinensem. Sono parole di Paolo Diacono nella Storia Longobardica. Similmente Astolfo re de’ medesimi Longobardi, volendo fabbricare l’insigne Monistero di Nonantola, impetrò da papa Stefano II il corpo di San Silvestro papa, e quivi lo ripose (Vedi l’Opuscolo della Fondazione di quel Monistero nella Parte II del tomo I Rer. Ital.) Fu imitato questo Re da Lodovico II imperadore, principe ansioso d’illustrare il più che potesse il Monistero di Casauria da lui fondato nell’Abbruzzo, perché anch’egli circa l’anno 872 fece istanza a papa Adriano II per ottenere il corpo di San Clemente papa e martire, pochi anni prima trasportato dalla Crimea a Roma; ed ottenutolo, lo trasportò al nuovo suo Monistero. La Storia del medesimo si legge nella Par. II del tomo II Rer. Ital. Parimente nel secolo stesso volendo Everardo duca del Friuli edificare il Monistero Cisoniense, impetrò dalla Santa Sede il corpo di San Callisto papa, come abbiamo da Frodoardo, lib. IV, cap. 1 della Storia di Rems. Lascio andare altri esempli. Di qua poi venne che quasi tutti i templi de’ Cristiani presero il lor nome e titolo da qualche Santo, siccome luoghi dedicati a Dio in onore de’ suoi Beati Servi. E perciocché quasi ogni chiesa e monistero prendeva per suo patrono particolare alcuno di essi Santi, avvenne che passò anche ne’ Vescovati e ne’ Monisterj quel titolo, con istabilirsi ivi come distintivo dagli altri. Così sotto nome di Vescovato di San Zenone s’intendeva quello di Verona; di Santo Apollinare quello di Ravenna; di Santo Ambrosio quello di Milano; di San Geminiano quello di Modena, ec. Perciò lo stesso era donare a San Pietro, che alla Basilica Vaticana; a San Benedetto, che al Monistero di Monte Casino; a San Silvestro, che al Monistero Nonantolano; a San Vincenzo, che al Monistero del Volturno, ec. In che tempo s’introducessero sì fatte denominazioni, non si può facilmente determinare. Anche nel secolo sesto dell’Era Volgare sembra trovarsene qualche vestigio.

Particolarmente poi dopo l’anno millesimo, e dappoiché buona parte delle città d’Italia riacquistò la libertà, ciascuna d’esse gareggiò per onorare al possibile il Santo suo tutelare. Gli Storici Fiorentini non han punto trascurato di notare quanti decreti facesse la loro Repubblica, affinché colla maggior possibile magnificenza venisse celebrata la festa di San Giovanni Battista protettore della città. Non era inferiore in questo la premura de’ Ravennati per la solennità di Santo Apollinare. Fra l’altre cose doveano in quel giorno trovarsi in Ravenna tutti i vescovi della provincia, se pure non erano impediti da infermità o da altra canonica scusa. E a questa gabella bisognava che si obbligassero all’Arcivescovo nel dì che ricevevano la consecrazione, come notò il Rossi all’anno 1263 nella Storia di Ravenna. Anche la corsa de’ cavalli al palio si faceva in quel solenne giorno tanto in Firenze che in Ravenna. Non furono meno attenti i Modenesi per rendere magnifica la festa di San Geminiano vescovo e patrono loro. Negli Statuti MSti del Comune di Modena, fatti nel 1327 e conservati nella Biblioteca Estense, si legge al lib. VI, Rubr. 1 questo decreto: De qualibet familia omnium habitantium a Serra de Legorzano inferius veniat unus ad Festum Sancti Geminiani in vigilia, et apportet unum cereum in manibus, et stet in civitate Mutinae in seguenti die usque ad tertiam. Et Potestas Mutinae in vigilia Beati Geminiani post nonam teneatur facere venire Communia villarum et locorum districtus Mutinae a Serra de Legorzano inferius, scilicet quodlibet castrum et quamlibet villani per se sub suo vexillo cum hominibus suae villae vel castri, secundum quod placuerit Consilio Generali. Et omnes homines civitatis Mutinae et Burgorum teneantur in dicta vigilia Sancti Geminiani ire ad Festum cum reverentia et devotione cum cereis et dupleriis in propriis manibus cum vicinis post Confanonum suae Societatis. Et debeant omnes intrare per Rezam majorem de Leonibus (cioè per Regiam: così era anticamente chiamata la porta maggiore del tempio, nome storpiato che dura tuttavia in bocca del popolo di Modena) in dictam Ecclesiam. Et omnes Confanoni vicinantium dimittantur in dicta Ecclesia usque ad octavam Sancti Geminiani. Verisimilmente uso fu di offerire tutta quella gran copia di cera alla Cattedrale; giacché nell’anno 1309 era stato formato quest’altro decreto: Quod in Festo Sancti Geminiani quodlibet caput domus civitatis Mutinae et Burgorum teneatur venire ad offerendum unum cereum ad dictum Festum, sub vexillo suae Societatis. Buona maniera aveano trovato i Canonici di provvedersi a buon mercato di cera. Fiera anche si faceva in Modena tre giorni prima, ed altrettanti dopo la festa del Santo. Anche i Ferraresi ne’ loro Statuti MSti dell’anno 1268 formarono il decreto seguente: Omnis homo de civitate Ferrariae habens in valentia centum libras Imperialium, et a centum supra, teneatur apportare, vel apportati facere in vigilia Beati Georgii ad honorem Dei et Beatae Virginis Mariae, et ipsius Martyris, unum cereum ad Matutinum. Et omnes ordines civitatis Ferrariae, singuli per se, teneantur similiter de Communitate sua mittere ad Ecclesiam praedictam unum cereum de duabus libris cerae. Quanto fruttassero tali feste alla chiesa, lo può intendere ciascuno.

Non si potrebbe con poche parole spiegare qual fosse la magnificenza e religiosità con cui si facevano una volta le traslazioni de’ corpi de’ Santi. Allora i popoli e vescovi di tutte le vicine città colà concorrevano, facendo a gara ognuno per vedere e venerare le preziose spoglie de’ Santi, per isperanza ancora di riportar grazie spirituali o temporali da Dio per mezzo loro. I PP. Bollandisti ne recano assaissimi esempli. Ne rapportai anch’io un nobile esempio nel tomo VI Rer. Ital., cioè la traslazione del corpo di San Geminiano protettore di Modena, fatta nell’anno 1106. Tutto ciò camminava bene secondo le regole della vera pietà. Ma conviene ora accennare un’usanza de’ secoli barbarici., la quale forse si potrà scusare, ma non mai lodare. V’erano città, abbondavano monisterj, a’ quali niuna parte era toccata d’insigni reliquie: cioè loro mancava quello che in essi tempi si credeva l’ornamento più prezioso de’ luoghi, e svegliava tuttodì l’invidia in chi ne era privo. Quelle reliquie adunque che non si potevano ottener con preghiere, s’introdusse il costume di procurarsele con frodi, furto, danari, e fin colla violenza e con altre arti. Tutto pareva a quella gente ben fatto, ed approvato da Dio, purché sortissero il loro intento. Nello stesso secolo sesto si trova qualche esempio di questa per lo più sregolata cupidigia, che nel progresso poi de’ tempi diventò, se è lecito il dirlo, una pia frenesia. Fatto notissimo è quello de’ Monaci di Fleury, che circa l’anno di Cristo 653 dalla Francia si portarono a Monte Casino, e finta una rivelazione, quindi asportarono le sacre ossa di San Benedetto, celebre e principale istitutore dell’Ordine Monastico in Occidente, e di Santa Scolastica sua sorella, conducendole al loro monistero in Francia. Rubamento in qualche parte scusabile, da che i Monaci Italiani lasciarono come deserto quel sacro luogo rovinato dai Longobardi, né mai aveano pensato a ridurre in parti sicure le venerande memorie del loro Patriarca. Vero è che i moderni Casinensi niegano quella segreta traslazione, trattandola da favola, ma contra di loro milita l’incontrastabil autorità e testimonianza di Paolo Diacono, che fu monaco Casinense, oltre ad altre memorie dell’antichità. Una sola cosa pertanto possono essi pretendere, che i sacri pegni di San Benedetto fossero dopo molte istanze e fatiche restituiti a Monte Casino, come pare che si ricavi dallo stesso Paolo Diacono. Quanto ai potenti cacciatori di sacre reliquie, Astolfo re de’ Longobardi, mentre teneva uno stretto assedio alla città di Roma nell’anno 755, Multa corpora Sanctorum, effodiens eorum coemeteria, ad magnum animae suae detrimentum abstulit: sono parole di Anastasio Bibliotecario nella Vita di Stefano II, o sia III, papa. Della medesima cupidità si prevalse Sicone principe di Benevento per arricchire colla violenza la sua capitale di reliquie di Santi. Perciocché assediando circa l’anno 832 Napoli, forzò quel popolo a venire a patti, et Januarii Sancti Martyris corpus de Basilica, ubi per longa tempo rum spatia requievit, elevans, cum magno tripudio Beneventum regreditur: così scrisse l’Anonimo Salernitano, pag. 290, Par. I del tomo II Rer. Ital. Né a lui punto cedette in simil ricerca Sicardo principe suo figlio, per testimonianza del medesimo Anonimo, cap. 47, nella Par. II del tomo II Rer. Ital.; perché anch’egli afflisse i Napoletani, et corpora Sanctorum effodiens, eorum sacra mysteria abstulit. Di lui parimente è scritto al cap. 58: Factum est, ut Tyrrheni aequoris Insulas, Ausoniaeque universa loca idem Princeps circuiret, ut corpora Sanctorum, quotquot invenire posset, Beneventum cum debito honore deferret. Atque per idem tempus ex Insula Liparitana Bartholomaei beati Apostoli corpus Beneventum cum magno gaudio deferri jussit. Tolse ancora a quei di Amalfi il corpo di Santa Trifomene, e lo condusse a Benevento. Così quella città si gloriava delle spoglie altrui, come se si trattasse di un gran trionfo in saccheggiar le confinanti chiese per arricchir le proprie. Nel susseguente secolo decimo Arrigo I soprannominato l’Uccellatore, re di Germania, con pari cupidigia, per non dir furore, si diede a questa caccia. Avendo egli inteso che una lancia, il cui ferro era stato formato de’ chiodi della croce del Signore (come si facea facilmente credere in que’ tempi) era stata donata a Rodolfo re di Borgogna, s’invogliò di ottenere tam inaestimabile donum caeleste, con esibir delle magnifiche ricompense. Ricusando Rodolfo di darla, Rex Henricus, quia hunc mollire muneribus non potuit, minis terrere magnopere curavit. Omne quippe Regnum caede atque incendiis se depopulaturum esse promisit. Non volle aspettare Rodolfo così fiera tempesta, e gli consegnò la lancia. Il racconto viene da Liutprando storico, lib. IV, cap. 12 della sua Storia. Potrei addurne molti altri esempli, ma di più non occorre.

Era dunque incredibile in que’ secoli di ferro l’avidità delle sacre reliquie, da cui spesso provenivano furti e rapine. Spezialmente i vescovi e le chiese di Germania a gara si segnalarono in queste credute pie conquiste, giacché essendo tardi passata in quelle contrade la Religion Cristiana, non avea quivi prodotto dei Martiri. Bramando perciò anch’essi di partecipare di sì inestimabili ornamenti, si servivano dell’autorità degli Augusti, delle preghiere, della violenza e d’ogni altra arte per soddisfare a questo loro intento. Famoso per tal cagione si rendè Teodorico vescovo di Metz, per tralasciare tanti altri. Era egli stretto parente di Ottone I imperadore, siccome suo cugino, e de’ suoi più favoriti, e con esso lui in Italica expeditione per triennium militavit, come scrive Sigeberto all’anno 869. Fece ben egli fruttare questa sua fortuna; perciocché, secondo l’attestato del medesimo Storico, Corpora et pignora multa Sanctorum de diversis Italiae locis, Quocumque Modo Potuit (parole degne d’attenzione) collegit. Primum e Marsia Sanctum Elpidium Confessorem, cujus socium Eutychium Episcopum ipse Imperator jam sustulerat. Ab Amiternis Eutychetem Martyrem. A Sulginis (scrivi Fulginio) Felicianum Episcopum et Martyrem. A Perusio Asclepiodotum Martyrem. A Spoleto Serenam Martyrem cum Gregario Spoletano Martyre. A Corduno (nome guasto) pignora Vincentii Martyris et Levitae, a Capua illuc deportata. A Mevania alterum Vincentium Episcopum et Martyrem. A Vicentia Leontium Episcopum et Martyrem. A Florentia Mineatem Martyrem. Ab urbe Tudertina Fortunatum Episcopum et Confessorem. A Corfinio Luciam Syracusanam Virginem et Martyrem (il cui corpo altre città si attribuiscono). A Sabinis partes corporum Prothi et Hyacinthi Martyrum. Haec omnia cum parte catenae Sancti Petri Apostolis, ec., a Papa Johanne sibi donata, cum aliis Sanctorum pignoribus Praesul Theodericus in Galliam hoc anno transtulit. Di buone griffe avea questo Prelato; et è da notare come gli fosse donata quella parte della catena di San Pietro. Trovandosi egli in Roma colla corte di Ottone Augusto il Grande, e presente, allorché essa catena fu da papa Giovanni XII applicata ad un cortigiano di esso Imperadore, che si stracciava coi denti, eam catenam Theodericus Metensis Episcopus arripuit, dicens, nisi manu abscissa se illam non dimissurum. Tamdem Imperator, sedato litigio, a Papa Johanne obtinuit, ut anulum hujus catenae exsectum Episcopus mereretur, come s’ha dal suddetto Sigeberto, e dall’Annalista Sassone pubblicato dall’Eccardo. Per questa cagione usarono gli antichi, in tempo massimamente di guerra vicina, o sopravvenendo di questi pii assassini, di cavar dalle tombe (con saputa di pochi) l’ossa de’ lor Santi, e di nasconderle in siti ignoti: dal che è poscia provenuto che di molti di essi sacri corpi non si sa più dove trovare il luogo del loro riposo. Sopra questo argomento dato fu alle stampe un Opuscolo mio nell’anno 1730 con questo titolo: Motivi di credere tuttavia ascoso e non iscoperto in Pavia l’anno 1695 il sacro corpo di Santo Agostino Dottore della Chiesa. Altri ancora delusero colla frode l’altrui violenza, esibendo corpi finti di Santi, o dandone de’ veri, ma non quei che si cercavano, per sottrarsi in qualche maniera alla prepotenza di que’ ladri divoti, come particolarmente fu fatto dai Beneventani, i quali, per attestato di Leone Ostiense, in vece di dare ad Ottone III imperadore il corpo di San Bartolomeo Apostolo, ch’egli con preghiere imperatorie chiedeva, gli diedero quello di San Paolino vescovo di Nola; con cui se ne andò tutto contento.

Ma questa sì smoderala ansietà di acquistar sacre reliquie si tirò dietro un grave disordine; cioè ne fece saltar fuori assaissime di dubbiose, anzi moltissime di false, che dai poco cauti amatori e ricercatori d’esse erano a man baciate come tesori accolte: il che principalmente con più esempli pruovò Ugo Menardo nelle note alla Concordia delle Regole. Anzi fino negli antichi tempi, e vivente lo stesso Santo Agostino, non mancavano falsarj ed impostori che per amicizia distribuivano alla troppo credula gente reliquie adulterine di Santi, e quel che è peggio, le vendevano, facendo un empio mercato e guadagno di tali furberie (Vedi al dì 20 di gennajo negli Atti de’ Santi la traslazione di San Sebastiano martire al cap. XV). Altri esempj ne porge il P. Giovanni Ferrando nel lib. I, cap. 10 Disquis. Reliqu. A tali eccessi più volte procurarono rimedio i Sommi Pontefici e i Concilj, ma con poco successo; e volesse Dio che a’ dì nostri fosse cessato affatto questo sconvenevole ludibrio! Non si troverà già chi venda sacre reliquie: pure chiunque ne desidera di qualsivoglia Santo, troverà qualche santuario che gliele somministrerà, non so come; e poco staremo a vedere ogni chiesa ornata del legno della santa croce, di capelli o veste della Santissima Vergine, ec.; benché questo un nulla sia in paragone de’ secoli andati, talmente che poche son quelle chiese che non posseggano un buon capitale di queste dubbiose o false merci. L’essere stati una volta sì avidi i Cristiani di tali tesori, cagion fu che veniva tosto ricevuto tutto quello che portava apparenza di reliquie, e si spacciava sotto nome di qualche Santo, senza punto badare se pericolo v’era d’ingannarsi o d’essere ingannato, né se veri o falsi fossero i miracoli che ne vantavano i furbi e i giuntatori della credula gente. Nella Cronica Genovese di Jacopo da Varagine (tomo IX Rer. Ital.) e negli Annali di essa città scritti da Giorgio Stella nel tomo XVII, si legge che la vera croce di Cristo, come essi dicono, fu nell’anno 1185 da un certo Pisano rubata, mentre era da Saladino inviata in dono all’Imperadore de’ Greci, e non senza miracolo portata dipoi a Genova. E quel Pisano supradictam crucem accipiens, et de illius virtute confidens, super mare, tamquam super terram solidam, ire coepit. In oltre un Genovese avendo trovata in una nave de’ Veneziani presa la croce di Santa Elena, felicissimamente la portò a Genova. Anche l’ossa di San Giovanni Battista furono in somigliante forma portate a Genova al dire di quegli Storici, benché Caffaro ed altri precedenti Storiografi di quella città non ne dicano parola. Così quei di Bari si gloriavano e si gloriano di possedere il corpo di San Niccolò vescovo, portato colà da Mira. E pure, per testimonianza del Dandolo nella Cronica, i Veneziani circa l’anno 1096 pervenuti a Mira, e sospettando che in un sito fosse ascoso il corpo del medesimo Santo, cavarono terra, vi trovarono il suo sepolcro coll’ossa e coll’iscrizione in Greco, e tutti allegri se lo portarono a Venezia. Chi fosse ingannato di questi popoli, o chi fingesse questo racconto, chi mel sa dire? Lo stesso è da dire del corpo di San Luca Evangelista. Tanto Venezia che i Monaci Benedettini di Padova e i Genovesi se l’attribuiscono, e raccontano il come. Né solamente poche reliquie, ma i capi e i corpi dello stesso Santo si truovano in più città: motivo a chi non ci vuol bene di deriderci.

Sanno gli Eruditi che ogni qual volta i corpi dei Santi erano furtivamente asportati dagli antichi loro sepolcri, questo avveniva con disprezzo de’ sacri Canoni, i quali ordinavano che non si potessero trasferir sacre reliquie senza saputa del vescovo, perché a lui apparteneva di riconoscere la verità del fatto, ed attestare non meno ai presenti che ai posteri, che non v’era intervenuto errore o frode. Ma valendosi coloro del furto, ognun conosce che s’avea da prestar fede solamente a persone così poco degne di fede. Al giorno 2 di giugno negli Atti de’ Santi, e presso il Du-Chesne abbiamo la Storia della traslazione de corpi de’ Santi Pietro e Marcellino, scritta da Eginardo celebre storico, che era allora abbate di Selingenstad. Erano stati que’ sacri corpi, come ivi è scritto, rubati nella Basilica Romana di San Tiburzio in tempo di notte, nullo civium sentiente. Ognun vede quanto sia contrario ai riti e Canoni della Chiesa un tal fatto: e quand’anche non si volesse dubitare che Ratleico notaio di Eginardo non asportasse allora delie vere reliquie; tuttavia ciascuno confesserà che un’impresa sì tumultuaria, clandestina e pericolosa non sia soggetta a molti sbagli e frodi. E quand’anche un egregio scrittore qual fu Eginardo, e i miracoli che si dicono in quell’occasione operati da Dio, possano dare assai credito a quella sregolata azione; abbiamo noi per questo a prestar fede a tanti altri somiglianti eccessi di divozione e credulità? Il bello è che, per testimonianza del medesimo Eginardo, que’ ladri creduti sì pii delle reliquie de’ Santi Martiri Pietro e Marcellino furono in viaggio burlati da altri simili ladri: onde poi nacque una grave controversia fra i Monaci di Selingenstad e quei di San Medardo di Soissons, attribuendosi tanto gli uni che gli altri le medesime reliquie, e leggendosi anche un Opuscolo, composto nel secolo X in favore dei Monaci di Soissons da Odilone monaco, siccome consta dagli Atti de’ Bollandisti. Dicesi in somigliante forma trasportato a Soissons il corpo di San Gregario Magno. Lo creda chi vuole. Roma al certo ha ben diversa opinione. Così viene scritto che in que’ medesimi tempi, regnando Lodovico Pio Augusto, da un certo cherico rubate furono in Ravenna le reliquie di San Severo vescovo di quella città, e portate a Magonza, e poscia ad Erfurt. Tutta la credenza di questo era fondata sopra di un solo ladro. In oltre al giorno 14 di febbraio presso i Bollandisti racconta Baldrico vescovo di Dole, che Sacerdos quidam ad Gemmeticense Galliarum Monasterium portò il capo di San Valentino martire, con dire che gli era stato consegnato in Roma da un certo suo albergatore, né si titubò punto a prestargli fede. Siccome ancora dalle Vite de’ Vescovi Cenomanensi, pubblicate dal Mabillone ne’ suoi Analetti, abbiamo che circa l’anno di Cristo 630 un non so qual pellegrino per praedictam Parochiam transiens, et Reliquias Sanctae Dei Genitricis Mariae secum deferens, in loco, qui vocatur Aurion, fessus pervenit; ibique quadam die sub aliqua arbore requiescens, et in ipsa arbore praedictae Sanctae Mariae Reliquias appendens, obdormivit. Surgens autem inde, et ad alia loca properare volens, praedictas Reliquias de jam dicta arbore auferre, neque secum deferre valebat: quod et Dei nutu factum esse haud dubium est. Se in tale occasione si precautelasse da ogni inganno quel popolo, e se il vescovo usasse tutta quella diligenza ch’esige la Chiesa, la Storia nol dice. Certo è che questo bastò alla divozione del vescovo Hadoindo e di quella gente per fondar ivi e dotare un monistero. Del che si potrebbe produrre gran copia di simili traslazioni riprovate dalla disciplina ecclesiastica; ma basti questo poco. Certamente non si pena ad intendere che in questi rubamenti di sacre reliquie, e nell’accettarle per legittime, potea facilmente intervenire della frode e della troppa credulità. Anzi che già questa sia intervenuta, si raccoglie dall’osservare in tante chiese de’ Regni Cattolici la pretensione di possedere una testa, un corpo di qualche Santo, che poi si truova preteso da altre, senza apparire in qual parte alloggi l’inganno.

A questo proposito insigne è un passo di Guiberto abbate di Novingento, il quale circa l’anno 1112 così scriveva: Considerandus etiam sub hac occasione plurimus quidem, sed non perniciosus error, qui Gallicanas praecipue de Sanctorum corporibus obsedit Ecclesias: istis illum, illis eumdem, seu Martyrem, seu Confessorem, se habere jactantibus, quum duo loca non valeat occupare integer unus. Quod totum contentionis malum inde sumsit originem, quod Sancti non permittuntur habere debitae et immutabilis sepulturae quietem. Et piane ex pietate descendisse non ambigo, quod eorum corpora argento cooperiantur et auro. Sed jam evidenti et nimium turpi avaritia militant et ossium ostensiones, et feretrorum ad pecunias corrogandas circumlationes: quae omnia desivissent, si eorum, ut ipsius Domini Jesu, forti opposito obice, immobili clauderentur membra, sepulcro. Così quel pio e dotto Abbate. Niuno negherà che in que’ tempi la sì gran cupidigia di aver delle sacre reliquie, che per altro è commendabile, a cagion dell’ignoranza allora dominante, fosse esposta alle furberie e frodi delle malvagie persone. Racconta Leone Ostiense nel lib. II, cap. 33 della Cronica Casinense, che Monachi quidam de Hierosolymis venientes particulam lintei, cum quo pedes Discipulorum Salvator extersit, secum detulerunt, et ob reverentiam sancti hujus loci devotissime heic obtulerunt. Sed quum a plurimis super hoc nulla fides adhiberetur, illi de fide fidentes, protinus praedictam particulam in accensi thuribuli igne desuper posuerunt. Quare mox quidem in ignis colorem conversa, post paululum vero, amotis carbonibus, ad pristinam speciem mirabiliter est reversa. Immenso fu il giubilo degli astanti arricchiti di così gran tesoro, ed allora questa insigne reliquia fu posta in loculo mirifico, argento et auro, gemmisque, Anglico opere subtiliter ac pulcherrime decorato. Temo io forte che ai buoni Casinensi fosse fatta una solenne burla da que’ vagabondi Monaci, voglio dire, che in vece di una reliquia fosse loro donata una particella di tela di amianto o sia di asbesto (che è lo stesso) pietra onde si forma filo e tela, come c’insegnano i Fisici, che posta nel fuoco s’infiamma, e toltane ricupera il primiero colore e consistenza. Certamente oggidì niuna dotta persona ammirerebbe, né prenderebbe per miracolo, anzi deriderebbe uno sperimento sì fatto, usandosi da noi più diligenza per non essere giuntati dagl’impostori. Con questa mia coniettura s’accorda ciò che un pezzo fa scrisse il Matioli sopra il lib. V di Dioscoride, cap. 93, dove parlando dell’amianto scrive: Ceterum non desunt impostores (ut auctor est Brasavolus Ferrariensis) qui lapidem amiantum simplicibus mulierculis ostendant, vendantque saepe numero pro ligno crucis Servatoris nostri. Id quod facile credunt, quum ipse non comburatur.

Le quali cose io qui ricordo non già per disapprovare i riti della pietà, né per turbare chi è in possesso di corpi santi, ma per far conoscere la balordaggine o poca avvertenza de’ nostri maggiori, e la malizia d’altri. In questi pii usi ha luogo la buona fede, l’antico possesso e la prescrizione; né da ciò ridonda alcun danno alla santa Religione, perché essa non esige fede divina in credere le reliquie; e noi non veneriamo la lor materia terrena, non l’incerta origine d’esse, ma bensì i veri Santi che regnano in cielo, o, per parlare più rettamente, veneriamo ne’ Santi i doni di Dio, e lo stesso comune Re nostro Dio. Ma i nostri buoni vecchi bene spesso senza alcuno esame e senza alcuna dubitazione, a man baciate accoglievano tutto quello che portava qualche apparenza di pietà: il che certo non è da lodare, né da permettere, come confesserà chiunque sa le leggi della disciplina ecclesiastica, e già osservò Amolone arcivescovo di Lione, scrittore del secolo IX, nell’epistola prima. Quello ancora che può avvenire oggidì, quanto più singolari e men credibili erano allora le reliquie esposte alla venerazione de’ Fedeli, tanto maggiore si vedeva il concorso de’ popoli ad esse. Per quanto racconta Glabro Rodolfo nel lib. III, cap. 6 della Storia, circa l’anno di Cristo 1008 revelata sunt plurimorum Sanctorum pignora. Haec revelatio primitus in Senonica Galliarum urbe apud Ecclesiam Beati Martyris Stephani dignoscitur coepisse. Cui etiam praeerat Archipraesul Leotericus, a quo scilicet ADMIRANDA relatu reperta sunt ibi antiquorum sacrorum insignia. In che consistevano mai scoperte tali che riempievano di ammirazione all’udirle non solamente i popoli della Francia, ma anche tutta quasi l’Italia? Cel dirà lo stesso Autore, che seguita a parlare così: Quippe inter cetera perplura, quae latebant, dicitur virgae Moysi invenisse partem. Ad cujus rei famam convenerunt quique Fideles, non solum ex Gallicanis Provinciis, verum etiam ex universa paene Italia, ac de transmarinis regionibus. Con queste mirabili e rare reliquie s’hanno da accoppiare i pezzi dell’arca di Noè, i peli della barba d’Aron, ed altre simili, che si truovano ne’ reliquiarj di qualche chiesa. Ah volesse Dio che non l’interesse di alcuni avesse fabbricato molte imposture, e che la soverchia credulità e poca avvertenza e criterio d’altri non avessero lasciato libero il campo a sì fatte frodi! Aggiungasi, che non mancarono anticamente persone, le quali per persuadere ai popoli d’aver presso di sé delle vere insigni reliquie, o finsero, o pubblicarono finti da altri de’ prodigj e delle leggende, che oggidì niuna accorta benché pia persona sa indursi a crederle vere. Vedi ciò che della sopra accennata traslazione del corpo di San Benedetto in Francia, e della sua restituzione a Monte Casino, con relazioni diverse scrissero tanto i Monaci di Fleury Franzesi, che i Casinensi Italiani. Vedi ciò che dei tre Re Magi (così sogliono chiamarsi) portati a Milano scrive Giordano storico, la cui Cronica ho pubblicato in quest’Opera.

Aggiugneva ne’ vecchi tempi la gente rozza anche la pertinacia all’errore nell’accoglimento delle false reliquie. Del che memorabile fra gli altri è l’esempio che ne reca Ugo di Flavigny nella Cronica di Verdun all’anno 1027. Tunc temporis (sono le sue parole) contigit, ignoti hominis de loco abjectissimo a quodam mangone collecta, et feretro imposita, in Monasterio Sanctae Mariae apud Seusiam, sub nomine Justi Martyris, a Mainfredo Marchione fuisse reposita. Sed licet a Religiosis id vanissimum et stultissimum fuisse, multis et probatis documentis demonstratum sit, vulgus tamen injustum pro justo venerans in suo permansit errore: tanta era una volta la smania d’aver sacre reliquie e corpi santi. Questo Manfredi marchese quello stesso è, della cui genealogia fu da me trattato nella Par. I, cap. 18 delle Antichità Estensi. Ciò che viene scritto da Ugo Flaviniacense di questo finto Martire Giusto, sembra ch’egli abbia preso dal suddetto Glabro Rodolfo, avendo questi diffusamente narrato quel fatto, con aggiugnere che dal marchese Manfredi furono quelle spurie ossa collocate nel tempio; e benché plures sanae mentis detestabile figmentum abominandum clamarent, pure il volgo continuò a starsene ostinato nel suo errore. Né è da stupirsene. In que’ barbari secoli con troppa facilità, ed anche pazzia, i popoli mossi da uno sregolato entusiasmo di pietà, non solamente correvano ad abbracciare qualsivoglia reliquia loro esibita, ma anche a dichiarare indubitato cittadino del cielo chiunque moriva in concetto di qualche santità. Produssero, non v’ha dubbio, ancora que’ secoli uomini e donne di sperimentata ed insigne virtù, che meritarono d’essere posti dalla Chiesa nel catalogo de’ Santi. Noi non possiam credere del medesimo grado e così bene stabilita la santità d’altri, a’ quali manca la canonizzazione di Roma. Ciò che avvenne di Guglielmina Boema in Milano, e di Armanno Pungilupo in Ferrara, lo vedremo qui sotto nella Dissertazione LX. Abbiamo in vero molti altri decorati col titolo di Beati o Santi, che a quell’illustre catalogo sono stati ascritti non già dalla cauta diligenza ed esame della Sede Apostolica, ma da soli pochi monaci, o dal solo popolo divoto. La maggior parte di questi si può credere condotta dalle lor proprie virtù al Paradiso. Ma niun può pretendere che il giudizio del rozzo ed incauto popolo in queste tumultuarie canonizzazioni sia sempre ito esente da ogni errore. Né diverso probabilmente fu il sentimento di Giovanni Boccaccio, poco per altro religioso scrittore, allorché prese a riprovare, anzi deridere questa smoderata passione, benché pia in apparenza, della plebe Cristiana nella Novella di Ser Ciappelletto, uomo scelleratissimo, il quale si finge che un popolo ingannato da un Confessore (ingannato anch’esso) s’affrettasse a dichiararlo e tenerlo per Santo. Se punto s’ha da fidare del Boccaccio stesso, che in altra Novella rapporta un altro caso, un certo Marcellino Fiorentino, fingendosi tutto attratto dalle membra, finse ancora di avere ricuperata la sanità al corpo di Arrigo Laico, cioè di un pellegrino defunto, a cui il popolo di Trivigi attribuiva l’onore della santità, e ne raccontava gran copia di miracoli. Veramente non è favola, come ancora ha osservato il dottissimo signor Domenico Maria Manni, quello che in essa Novella scrisse il Boccaccio, cioè in dire che quel pellegrino per opinione del popolo Trevisano fu alzato all’onore dei Santi. Viveva e scriveva nel medesimo tempo Ferreto Vicentino, le cui Storie ho io dato alla luce nel tomo IX Rer. Ital. Narra egli nel lib. VII i costumi e la morte del suddetto Arrigo Romito, tuttavia onorato da’ Trevisani col titolo di Beato, e che troviamo ornato di molte lodi da Giovanni Bonifacio nel lib. VII della Storia di Trivigi, da Abramo Bzovio, da Odorico Rinaldi negli Annali Ecclesiastici all’anno 1315, in cui avvenne la sua morte, e da altri Storici. His quidem diebus (così egli scrive) Henricus nomine, de Vandalis ortum trahens, dum saepe Occiduas Eoasque plagas, urbemque interdum ob venerandos Dei et Sanctorum cultus pro venia, suorumque criminum lavacro repetisset, denique patrias reversurus ad aedes, per Tarvisii callem, unde iter directius, progredi destinat. Poi seguita a narrare che questo pellegrino si fermò in Trivigi, e dopo alcuni anni di vita eremitica cessò di vivere. Tunc a mulierculis, quae ei ministrabant, dum spiritum languens exhalaret, candidam super eum columbam ter volasse, visamque ab illo abscedere, nuntiatum est. Haec vox in plures elapsa, subito ad vulgi credulas aures transiit. Nec mora: totum fama urbis ambitum replet. Di più non bisognò perché al cadavere di lui, come uomo santissimo, si facesse un indicibil concorso non solo dei cittadini, ma ancora de’ popoli confinanti, tutti sperando di conseguir grazie e miracoli per intercessione di lui, e gli fu immediatamente conferito il titolo di BEATO. Redeuntes in patriam advenae, sciscitantibus, quidnam de Sancto illo viderint, majora factis verba, quam fama dictitet, vidisse perjurant. Aggiugne il Ferreto, uomo ingenuo e testimonio de visu: – Vidimus, audituque percepimus, multos dolore magno querentes laesa nimium crura, precibus anxiis institisse: idque sudor et gemitus ac tortura gravis fieri testabantur. Nemo tamen voto potitus suo nostris oculis conspiciendus advenit. Così quello Storico, con sentimenti diversi dal giudizio del volgo. Non son io qui per detrarre punto, o per volere che altri detragga al concetto di santità in cui fu ed è tuttavia quel Romito, la cui vita e miracoli si truovano scritti da Pietro da Baone, poscia vescovo di Trivigi, e dai PP. Bollandisti al dì 10 di giugno. Non conviene alla gente pia, e che procede con posatezza ne’ suoi giudizj, il lasciare la briglia ai sospetti, e il trovare, cioè l’immaginare dappertutto errori o malizie. A suo tempo ne sarà giudice Iddio. A noi ora appartiene la sospension del giudizio, o l’inclinare alla parte più mite. Quanto ho io riferito, ad altro non mira che a far comprendere quanto facili, anzi sfrenati fossero una volta i popoli in determinare come indubitata la santità delle persone, e a dar loro un sicuro seggio nel regno beatissimo di Dio; e affinché s’intenda quanto sia saggia e lodevole la posatezza e rigore con cui oggi procede la Curia Romana in decidere della santità dei defunti.

Né differente fu anticamente (anzi dura tuttavia) l’émpito con cui era portato il popolo a credere tutto ciò che avea apparenza di miracolo, anche per sola relazione di qualche rozza persona, e a credere come indubitata qualunque visione o revelazione che le pie donne allora raccontavano. Tutto quanto avea del maraviglioso, veniva tosto ben accolto, senza mettersi pensiero alcuno se Vera colore di vero, o di falso, o d’illusione. Né mancarono alcuni che arrivarono a fingere di questi miracoli per tirare alle lor chiese un maggior concorso di gente e di obblazioni, o per procacciare più stima e rispetto ai lor sacri Ordini e luoghi. Certo è che né pure in que’ tempi vennero mai meno i veri prodigj, miracoli e grazie operate da Dio per intercessione de’ Santi; ma pochi erano allora che sapessero distinguere il buon grano dal loglio: il che nondimeno c’insegna la santa Religione nostra doversi esaminare con accuratezza, come ampiamente ha mostrato il santissimo Pontefice nostro nella sua Opera de Beatificatione et Canonizatione Servorum Dei; e però altro non ne dico io. Ma non vo’ tralasciar di dire che ci furono di quelli i quali, da che nel loro paese venne a morte qualche romito o pellegrino straniero con odore di santità, e gran concorso si fece al di lui sepolcro, finalmente per dare un miglior colore alla scura di lui origine, e rendere più luminosa la sua fama e il luogo della sepoltura, si figurarono, e persuasero anche ai popoli, che sì fatti stranieri discendevano dalla prosapia di qualche Re o Principe. Celebratissimo è da molti secoli lo Spedale di San Pellegrino, situato nell’Appennino e nel territorio di Modena, come ho mostrato altrove, dove concorrono da tutti i circonvicini paesi le genti pie per venerar ivi il corpo incorrotto del medesimo San Pellegrino. Come porta la fama, non nata in questi ultimi tempi, e come il nostro Vedriani nelle Storie di Modena, e Cesare Franciotti Lucchese ed altri hanno scritto, padre di questo Santo fu un Re di Scozia. Ma egli per amore di Dio rinunziando al regno e alle pompe del secolo, e messosi a pellegrinare ai Luoghi santi, finalmente si fermò ne’ nostri monti, e venuto a morte fu creduto degno degli onori e del nome di Santo. Che abili testimonj si adducono di questo fatto, nol so io dire. Come poi vadano ben d’accordo in tal proposito le opinioni dell’ignorante popolo, suscitate da qualche inventore poco scrupoloso, si può imparare da un altro fatto. Il Summonti nel tomo I della Storia di Napoli, per tacer altri scrittori, ci fa sapere che nell’anno 1113 Pellegrino figlio del Re di Scozia, deposto qualunque desiderio del regno e delle cose terrene, tutto si diede ai digiuni, alle orazioni e alle mortificazioni del corpo, e dopo aver compiuti molti pellegrinaggi ai più celebri santuarj, passò a Napoli, dove rinomato per molti miracoli terminò il suo corso; il cui sacro corpo tuttavia si onora in una chiesa che porta il suo nome. Aggiugne il Summonti, che genitori di questo Santo furono Alessandro III re di Scozia, e Santa Margherita regina, la cui festa si celebra nella Chiesa Romana nel dì 10 di giugno. Non occorre punto mostrare, quanto cotale asserzione si allontani dalla vera Storia Scozzese. A noi basta di sapere che questi due pellegrini furono proclamati Santi, e spacciati per figli d’un Re degli Scozzesi. Qual poscia dei due sopr’accennati popoli prendesse in prestito, o rubasse dall’altro così vistosa origine d’essi due pellegrini, de’ quali né pur seppero additarci il proprio nome, lascerò cercarlo ad altri. Assai s’accorge ciascuno che sì bel pregio di nascita fu finto o sia inventato per dar più credito ai lor sacri depositi e luoghi. Del resto noi troviamo in Roma anche a’ tempi di papa Leone III, cioè circa l’anno 804, Oratorium Sancti Peregrini, quod ponitur in Hospitali Dominico ad Naumachiam; di maniera che si vede posto questo nome a varj antichi spedali. E qui mi torna in mente ciò che mi narrò una volta il chiarissimo P. D. Benedetto Bacchini, allorché era abbate de’ Benedettini di Modena; cioè che nel territorio di San Cesario, distretto e Diocesi di Modena, dove una volta fu un monistero o cella, delle cui rendite godono oggi i Benedettini Modenesi, resta tuttavia un picciolo oratorio, nella cui facciata si mira dipinta l’immagine di una santa donna, il cui nome è ignoto. I rozzi villani andando colà veneravano quell’immagine, e interrogati, che Santa fosse quella, risposero che era Santa Alberga, cioè una Santa nata nel cervello di quella buona gente. Questa popolare fantasia la vo io credendo nata, perché, siccome osservammo nella Dissertazione XXXVII, quasi tutti i monisterj ne’ vecchi tempi teneano qualche edifizio per raccogliere i pellegrini e poveri viandanti; quivi sarà stata casa a tal ufizio deputata, che dal popolo veniva appellata il Santo Albergo. Tolto via l’ospizio, vi dovette restar quella cappelletta coll’immagine suddetta, che poi diventò Santa Alberga. Sappiamo non pertanto che ci son de’ pellegrini di sì accertata santità, che hanno con tutta ragione meritati gli onori celesti. Ma forse non ne mancano altri che la soverchia facilità e credulità de’ secoli barbarici senza molto esame può avere inseriti nel ruolo de’ Santi; perché poco ci voleva per far credere dei miracoli. Parte la pietà, parte l’interesse entravano a moltiplicare i Santi. Ognun ne voleva; e chi più ne avea, si riputava più felice degli altri.

Benché, che parlo io del rozzo popolo? Quell’ardore di posseder molte reliquie e corpi santi, come cosa utile e gloriosa, si diffondeva anche ne’ sacri ministri e nelle persone religiose, talmente che non lasciavano fuggire occasione alcuna per aumentare il sacro lor tesoro: e forse che più cautela e moderazione han dimostrato i secoli susseguenti? Noi conosciamo l’Higuera, il Tamaio, il Ramirez ed altri assai diffamati Spagnuoli, che nel secolo prossimo passato per voler recare un immenso decoro alla lor nazione, l’hanno aggravata d’una macchia che non si cancellerà sì presto, con aver finti molti Santi, ed intrusi nel Martirologio di Spagna, non senza dispiacere di tutti i saggi di quella nazione. Ne’ secoli barbarici più spesso comparisce ignoranza e semplicità, che malizia; e degni di qualche scusa furono coloro che per eccesso di pietà si lasciarono burlare, o s’ingannarono con buona fede. Ma quei che per malizia condussero altrui in inganno, degni sono che tutta la repubblica de’ Fedeli si accenda di sdegno e zelo contra di loro. A questo fonte s’ha da riferire ciò che lasciò scritto il chiarissimo P. Papebrochio della Compagnia di Gesù nel tomo V di maggio degli Atti de’ Santi, pag. 223. Trovandosi egli in Ravenna nell’anno 1660, e pregato d’interpretare un’iscrizione Greca posta a Santa Argiride Matrona e Martire, la cui festa da alquanti si faceva ivi nel dì 24 di aprile, così la tradusse in Latino:

DVLCISSIMAE MVLIERI

ARGYRIDI

TROPHIMVS MARITVS

ANNIS VIXIT XXXVI

Indicano tali parole una femmina Pagana, certo non mai una Martire; che di questo non v’ha menomo segno. Però deferito questo affare a Roma, andò subito ordine che si levasse quel marmo, e l’ossa della creduta Martire fossero cacciate fuori del tempio. Un altro ornamento dell’età nostra, e insieme dell’Ordine Benedettino, cioè il P. Mabillone nel suo Itinerario Italico dubitò, e non senza ragione, se si avessero a sofferire nel catalogo de’ Santi, o pure da cancellare Catervio e Severina consorti, tenuti in grande onore dal popolo di Tolentino, perché il solo marmo, su cui stava appoggiata la loro opinione, niuno indizio recava di martirio. L’iscrizione fu rapportata dal Fabretti alla pag. 740 della sua Raccolta. Ma nulla più a me dato è negli occhi, quanto il massiccio e moltiplicato errore che si truova in un libro di lingua Spagnuola, stampato in Cagliari nell’anno 1635. Ne è autore Dionision Bonfante, dottore di Teologia, e dell’una e dell’altra Legge. Tale è il titolo dell’Opera: Triumpho de los Sanctos del Reyno de Cerdenna. Con singolare studio e fatica quello Scrittore raccolse, tutte quante potè, le antichissime iscrizioni de’ Cristiani esistenti in Sardegna incise in marmo; e dovunque trovò (e furono ben molti que’ marmi) le lettere B. M., quel buon uomo, seguitando l’interpretazione de’ suoi cittadini, ne formò tanti Martiri e Santi. Ne recherò un solo esempio.

  HIC IACET B. M. LVCIANVS

QVI VIXIT ANNIS PL. M. LXX. QVI

EVIT IN PACE POSITVS V.

KAL. IVNII. 

Così spiega egli questa iscrizione: Hic jacet Beatus Martyr Lucianus, qui vixit annis plus minus septuaginta: quievit in pace positus V kalendas junii. Con questa sì comoda maniera d’interpretar le sigle a tenor de’ proprj desiderj il nostro Bonfante col suo ingegno, o con quello de’ suoi concittadini, formò più di trecento Martiri, e ne regalò la Sardegna: Martiri nondimeno esistenti nella di lui fantasia; perciocché le lettere B. M. nient’altro significano, se non Bonae Memoriae, come s’ha da altre iscrizioni riferite dal medesimo Bonfante; o pure, secondo altri casi, Bene Merens, o Bene Meritus, o Bene Moriens, come si osserva presso l’Aringhi nella Roma Sotterranea, presso il Fabretti ed altri. Le parole Quievit in pace qui ed altrove unicamente rappresentano un Cristiano defunto, ma non mai un Martire o Santo. Oltre a ciò le lettere B. M. convengono tanto ai Pagani, che a’ Cristiani. Benché, come incolpar questo solo Autore? Non fu egli il primo a spacciar simili vane interpretazioni. Racconta che tanti corpi creduti Santi, e le loro iscrizioni erano state trovate e cavate circa l’anno 1615 fino al 1626, ed essere preceduta l’opinione dell’Arcivescovo, e d’altri Sardi, che stimavano ed asserivano quelli essere santi Martiri. Expurgatus fuit il libro del Bonfante, di cui mi son servito, juxta Indicem Hispanum anni 1640, et decretum sanctae Inquisitionis generalis anni 1641, come consta da una nota MSta in fronte allo stampato. Meglio sarebbe stato che quegl’insigni Censori avessero dato di penna a quella gran farragine di finti Martiri, cioè con una tirata d’inchiostro avessero cancellato tutto il libro. Chi più vorrà sapere di tal fatto, vegga il Comento del P. Papebrochio sopra la Vita di San Lucifero vescovo di Cagliari al dì 5 di maggio negli Atti dei Santi, il quale attesta che fu deferita ai Censori Romani quella strepitosa invenzione di pretesi Martiri. Cosa eglino decretassero intorno a questo, non è giunto a mia notizia. Possiamo bensì continuar lo stupore al sapere, essersi con tanto grido diffusa anche per l’Italia la fama dello scoprimento di tante reliquie, che i Piacentini avidamente corsero con grandi istanze per essere ammessi a parte di sì rilevante tesoro. E furono anche esauditi, perché dall’insigne liberalità de’ Sardi impetrarono non uno, ma ben venti di que’ corpi sì precipitosamente santificati. Vien raccontato il fatto con trasporto di giubilo da Pier Maria Campi, uomo per altro assai benemerito della Storia Ecclesiastica di Piacenza, nel tomo 1, lib. VI, all’anno 725. Quivi dopo aver narrata la traslazione dell’ossa di Santo Agostino a Pavia, chiama i suoi cittadini non men fortunati, non solo perché anch’essi conseguirono il dito indice del santo Dottore, ma anche nell’impetrare a’ giorni nostri, per singolare dono del Cielo, dalla medesima città di Cagliari, e dallo stesso luogo della Basilica di San Saturnino, non un sol corpo santo, ma sino al numero di venti; e tutti, fuorché uno, gloriosissimi Martiri di Cristo, venuti di là per nostra buona ventura quasi in un medesimo tempo a proteggere anch’essi questa città. Cioè tre di essi nell’anno 1643, cinque altri nel 1646, ec. Né solamente impetrarono i Piacentini dai Sardi questi corpi, ma anche altre novanta insigni reliquie di varj altri Santi, tutti parimente invittissimi Martiri del Signore (martirio fondato in una sola lettera dell’alfabeto), con poscia aggiugnere: Ma dee qui avvertire il divoto Lettore, non essere alcuno de’ prenominati Santi o Sante i medesimi e le medesime che con gli stessi nomi si celebrano da Santa Chiesa ne’ Calendarj e Martirologj suoi; ma differentissimi totalmente. Ma al buon Campi dovea questo solo o poteva ispirar sospetto di errore; perché gli antichi non avrebbero ignorato sì gran numero di Martiri, se vero fosse stato il loro martirio, sapendosi che le chiese usarono di significar l’una all’altra la beata morte di chi avea data la vita per Cristo. Vedesi bene ancor qui ciò che anche in tante altre occasioni ci accade, cioè che nelle cose a noi grate e care facilmente diventiam ciechi, e andiamo in collera con chi ci vorrebbe guarire da sì dolce male. Certo chi penetra ne’ gabinetti de’ secoli barbarici, non poche cose ritruova, che svegliano il riso e la compassione, per la malizia, ma più spesso per l’ignoranza e semplicità di que’ tempi. A me fece vedere il Canonico e pubblico Lettore delle sacre Lettere in Ferrara Giuseppe Scalabrini una supplica data a Borso d’Este duca di Modena e signor di Ferrara, ec., dai Presidenti dello Spedale di Ferrara nel dì 7 di dicembre del 1459, dove chieggono: Che sia loro conceduta facoltà ed arbitrio di fabbricare un oratorio o sia un altare sotto il nome e vocabolo Sancti Bonis (forse Bovis) sive Bubonis de Antona in ipsorum habitantiis, ec. Cum hoc quod liceat ipsis sub dicto nomine et vocabulo quaestuare, et eleemosynas petere ubique locorum praefati Domini nostri, ec. Sanno gli Eruditi che ne’ Romanzi fu assai famoso il Paladino nomato Buovo d’Antona. Caso mai che intendessero di parlare di lui i Ferraresi, lascerò che i Lettori proferiscano qui il loro giudizio. Debbo nondimeno avvertire che in Voghera è onorato un San Bubone di cui parlano i Bollandisti al dì 22 di maggio; ma non viene appellato d’Antona.

Ora qui non vo’ tacere che il chiariss. abbate Jacopo Facciolati, professore di Filosofia nell’Università di Padova, e facilmente a’ dì nostri principe della Latina eloquenza in Italia, alquanti anni sono, volle sentire il mio parere intorno a due corpi, o vogliam dire ossa di due creduti Santi, condotti da Roma a Padova nell’anno 1088, insieme col marmo contenente un’antichissima iscrizione. Trattandosi di esporre tali corpi alla pubblica venerazione, desiderava d’udire il mio sentimento con richiedere se io li tenessi per corpi di Santi, ed anche Martiri, e quanti fossero i Martiri in essa lapide enunziati. Alla vista ed esame dei Lettori io esporrò qui l’iscrizione suddetta.

HILARI VIVAS 

IN DEO     

HERACLIE    COMPA

RI    SVAE    BENEME

RENTI FECIT QVE VI

XIT AN IS XXI IN PA

CE   LIBERI VIVAS IN

Risposi, parere a me che l’iscrizione fosse posta a tre persone, cioè a due maschi e una femmina. In primo luogo si truova Hilario in quel vocativo hilari vivas in deo: la qual formola è frequente ne’ titoli sepolcrali degli antichi Cristiani, e chiaramente fa conoscere un Cristiano, massimamente colla giunta del monogramma , che, come ognun sa, vuol dire Christos, cioè Cristo Signor nostro. L’altra uomo è Liberio nel fine dell’iscrizione, cioè nel vocativo liberi vivas in . Fra essi è posta Heraclia Compar, cioè Moglie di Hilario, o pur di Liberio. L’altra formola in pace anch’essa conferma ch’essa Heraclia era Cristiana, e passata a miglior vita. Truovansi negli antichi monumenti delle formole, dalle quali con sicurezza o almeno per lo più si ricava, trattarsi ivi di una persona professante la Fede di Cristo. Tali sono, per esempio, in pace: depositvs: in secvlo: decessit: dormit: recessit: reqviescit: qviescit: bonae memoriae: vivas: vive in deo, in christo, in somno pacis. E ciò parimente risulta da varj simboli, descritti ed illustrati dall’Aringhi nella Roma Sotterranea. Vedi la mia Raccolta di antiche iscrizioni, dove non poche ne ho dato di appartenenti a’ Cristiani. Alcuna ne aveva io rapportato in quest’Opera; ma stimo ora superfluo il darle di nuovo. Torniamo ora all’iscrizione suddetta esistente in Padova. Se noi badiamo alle parole, niun segno esse ci somministrano che que Cristiani sofferissero la morte per amore di Cristo. La sola figura nondimeno di un virgulto che si suol prendere per palma, ed ivi comparisce, vien creduta indizio di martirio. Qui perciò insorge un difficil nodo. Una sola palma si mira in questo marmo, ed essa riguarda il solo Hilario. Sarà dunque permesso il chiamar Martiri anche Heraclia e Liberio? Per me non oserei dirlo. Ma se un solo è il Martire, come poi si potrebbe esporre alla venerazione due corpi portati a Padova? In oltre come fra tre corpi chiusi in un solo sepolcro si potè scegliere quello che avea tollerati i tormenti per la Fede di Cristo? Ma qui non consiste tutta la difficultà; perciocché resta da cercare se quella iscrizione almeno ci presenti un Martire Cristiano. Solamente nel secolo prossimo passato si cominciò ad esaminare con più accuratezza ed ex professo, quai fossero i segni per li quali si distinguessero i corpi dei Santi Martiri dagli altri seppelliti nella mirabil fabbrica di tanti cemeterj esistenti fuori di Roma ed appellati le Catacombe. Grande onore e gran vantaggio recarono tanto alla sacra che alla profana Erudizione i Preti dell’Oratorio Romano Bosio, Severano ed Aringhi, con averci data l’insigne Opera di Roma Sotterranea, onde singolarmente sono illustrati que’ sacri luoghi. Ora questi dottissimi uomini furono di parere che la palma impressa ne’ sepolcri degli antichi Cristiani sia segno di martirio, o sia di morte generosamente da essi sofferta per amore di Cristo. Scrivendo poscia il Bosio (lib. IV, cap. 41 pag. 684). La palma si vede in pochi sepolcri, a me questo è motivo di stupore, perch’egli prima ci avea fatto sapere che molte di esse palme si mirano scolpite in molti di que’ cemeterj. Anzi annoverando egli le memorie del Monistero di Callisto nel lib. III, cap. 23, pag. 319, nota che ne’ sopraddetti monumenti vi sono effigiate infinite palme, et altri simili segni di Cristianità.

Vennero poscia due celebratissimi scrittori, cioè il P. Daniello Papebrochio della Compagnia di Gesù, che di questo affare parlò negli Atti de’ Santi, e il P. Giovanni Mabillone, che ne trattò nell’Epistola de cultu Sanctorum ignotorum; ed amendue giudicando poco stabile e sicura la suddetta sentenza, giudicarono che allora solamente la palma sia indizio di martirio, quando sia con essa unito qualche vaso, contenente una volta il sacro loro sangue. Anzi prima di questi dottissimi uomini lo Scacchi, prefetto della Cappella Pontificia a’ tempi di papa Urbano VIII, avea dimostrato essere la palma un segno dubbioso di martirio. Aggiungasi (per tralasciar altri) Francesco Maria Torrigio, che nel libro intitolato le Sacre Grotte Vaticane, stampato in Roma nel 1639, Parte II, cap. 1, scrisse che la palma alle volte indica Cristiano non martirizzato. Le ragioni di costoro l’Aringhi nel lib. VI, cap. 44 se le oppone, e modestamente le confuta, suam sententiam probabiliorem ducens, contrariarm tamen haud omnino rejiciens, neque improbans. Ma a’ dì nostri ha la palma trovato un egregio suo protettore ed avvocato, cioè l’eruditissimo Marco Antonio Boldetti Canonico Romano, degno successore d’uomini in questa professione versatissimi: giacché egli nell’anno 1720 in Roma pubblicò un’Opera insigne, intitolata de’ Cemeterj de Santi Martiri, e de vecchi Cristiani. Ora egli nel libro I, dal cap. 42 fino al cap. 55, diffusamente tratta questo argomento; e impugnata la contraria sentenza, pretende che la palma ne’ sepolcri degli antichi Cristiani s’abbia a credere un sicuro segno et indizio di martirio. Scrive egli fra l’altre cose, che la sacra Congregazion Romana sopra le Reliquie nell’anno 1668 esaminò le note per le quali si possono conoscere le vere dalle false reliquie, ed aver essa giudicato che la palma e il vaso tinto del loro sangue s’abbiano a tenere per segni certissimi. Certamente se sussiste l’interpretazione data dal Canonico Boldetti a quel decreto (decreto nondimeno che ignoto non fu ai PP. Papebrochio e Mabillone), cioè che la palma da per sé, ed ancorché vi manchi il vaso, sia un sicuro testimonio di persona martirizzata per Cristo; io so qual ossequio e stima s’abbia da professare ad un tal decreto, e in tal caso più crederei a que’ sperti giudici, che a me stesso, in tale argomento. Ma dappoiché dopo i predetti due celebri Scrittori il chiarissimo monsignore Rafaele Fabretti, benché abitante in Roma ed ottimo maestro in questa sorta di erudizione, per essere stato una volta deputato a cavare da’ Romani cemeterj i corpi de’ Martiri, si mostrò assai alieno dal sostenere l’opinione del Boldetti; sarà ben lecito anche a me di produrre alcuni dubbj, non per poca stima d’esso Canonico, uomo dottissimo e benemerito della sacra erudizione, ma per unica premura di cercare la verità, desiderata anche da lui, come quella che sempre dee essere l’oggetto degli uomini pii e letterati.

Certamente monsignor Fabretti nel cap. VIII, pag. 555 delle antiche Iscrizioni (libro da lui stampato in Roma nell’anno 1699) scrive che quand’egli si portava a riconoscere nelle catacombe i corpi de’ Martiri, la gloriosa morte de’ quali non era attestata da alcuna iscrizione, osservava se ai loro sepolcri era adattato qualche vaso o ampolla colla tintura del sangue sparso da quegl’invitti campioni della Chiesa di Dio. Hodie (così egli parla) similes ampullae vitreae, sanguinea et purpurea crusta obductae frequentissime in sacris coemeteriis juxta Martyrum loculos, qua capita recumbunt, reperiuntur: certissimo effusi pro Christo Sanguinis argumento, quo praecipue, immo et unico usus sum, dum Sacrarum Reliquiarum extractioni et custodiae praefui. Quanta fosse l’erudizione e il giudizio del Fabretti, lo sanno anche i novizzi nella Letteratura. Come s’è anche veduto, era egli stato costituito dal Sommo Pontefice per giudice delle Sacre Reliquie. Ora egli per unico contrassegno sicuro del martirio confessò essere il vaso tinto di colore di sangue; e per conseguente credette che dalla sola palma non si potesse trarre un sussistente indizio de’ Martiri. In che maniera il dottissimo Boldetti nel cap. 45 si sbrighi dall’autorità del Fabretti, allegata anche dal P. Mabillone, non occorre ch’io ne informi il Lettore. Basterà dire che se il Fabretti, come ognun si può figurare, fu molto ben consapevole del decreto citato dal Boldetti, stimò che le palme allora solamente indicano il martirio, che vanno congiunte con vaso tinto di sangue (il che fu parimente asserito dai PP. Papebrochio e Mabillone), è ben lecito anche a noi di tenere la medesima sentenza. Crede il Boldetti che non riuscisse giammai al Fabretti di osservare ne’ cemeterj iscrizione alcuna colla palma. Quando anche ciò fosse, indubitata cosa almeno è ch’egli, uomo studiosissimo dell’impiego suo, aveva più volte letta la Roma Sotterranea del Bosio e dell’Aringhi, e ben osservate tante iscrizioni ornate di palme. Ma certo è altresì ch’egli stesso inserì nella sua erudita Raccolta delle iscrizioni palmate, prese da esso libro, ovvero da lui stesso cavate dai cemeterj. E pure contuttociò confessa di tenere i vasi con crosta di sangue per unico segno del martirio. Ed affinché non resti dubbio della sua mente, vedi il 1854 cap. VIII, num. 25, pag. 559, dove rapporta la seguente iscrizione dissotterrata nel cemeterio di Callisto.

D. M.

D I O N Y S I A E

M A R C I O N C O

NIVGI KARISSIM

B. M. FEC. QVAE VIX

AN. XIIX. M. D. XXV.

Poscia aggiugne: Locus ipse, ubi reperta, fuit haec tabella, itemque corona cum palmis subdita, Dionysiae Christianitatem asserunt. Interpreta egli le lettere D. M. Deo Magno, o Maximo. Ricava dalle palme un segno di Cristianità solamente, e non già di martirio.

Non manca poi chi dubita, se s’abbiano veramente a chiamar palme que’ ramuscelli che sovente si veggono ne’ sepolcri de’ Cristiani antichi. Frondi di cipresso funebre li crede il Mabillone; il Papebrochio virgole per dividere i sensi; il Gori nelle note alle Iscrizioni della Toscana (tomo I, pag. 265) li chiama polloni o virgulti. Certamente molta diversità passa fra le frondi di palme, e que’ segni che niun’altra figura rappresentano, se non di una fronde di albero. Ora con foglie ed ora senza, e in alcuni marmi solamente ha sembianza di un ramuscello di cipresso. Che se ebbero intenzione gli antichi Cristiani di esprimere delle palme, perché mai così goffamente le disegnarono, che comparissero cipressi, o altri simili arboscelli? Risponde qui il sig. Canonico Boldetti, che rozzi ed inesperti erano i Cristiani di allora; e talvolta ancora per la paura e fretta imprimevano la figura della palma nella calcina del sepolcro. Anche il Senator Buonarroti, nella sua spiegazione dei Vetri Sepolcrali, scrive che usarono i Cristiani di scrivere la palma in que’ sotterranei cemeterj con uno stecco. Ma non so io comprendere che paura e fretta dovessero avere i Cristiani d’allora, quando si truovano tante lor memorie in marmo, posatamente poste, e da niuno contrastate o interrotte, ne’ lor sepolcri. Né so vedere tanta ignoranza in chi scolpiva o facea scolpire ne’ suoi monumenti di marmo iscrizioni, e talora figura d’uomini, e varj simboli ed ornamenti. Oltre di che non niegano il Bosio e l’Aringhi nella Roma Sotterranea, che in que’ sepolcri si truovi disegnato il cipresso, perché, per attestato di Santo Ambrosio sopra il salmo 118, la sua stabile verdura esprime la figura de’ giusti. Giudicarono del pari altri Santi Padri che i ramuscelli d’altri alberi sieno un simbolo della resurrezione e della vita eterna. Non citerò se non San Cirillo Gerosolimitano, che nella Catechesi 18 così scrive: Tunc vero arbor excisa rursus floret; homo autem excisus non florebit? Et surculi, vitium, aliarumque arborum excisi et transplantali revirescunt et fructificant: homo vero, propter quem et illa sunt, cadens in terram non excitabitur? Questo solo basta per rendere dubbiosa l’esistenza dei rami di palma in quelle iscrizioni, potendo essere d’altri alberi; e quando anche si suppongano palme, dubbioso è il significato, potendo significar solamente la risurrezion della carne, dogma de’ Cristiani. Del resto io non son qui per negare assolutamente la palma nelle memorie sepolcrali degli antichi Fedeli. Non altro io desidero, se non che si badi ad una difficultà, la quale non fu dissimulata dal sopra lodato Boldetti, ma che a mio credere resta nel vigore di prima. Cioè che il simbolo della palma o sia del ramuscello fu comune a chiunque volle usarlo, purché morto in comunione della Chiesa Cattolica. C’è di più: l’usarono anche i Gentili, e si truova ne’ loro sepolcri, di maniera ch’esso diviene un segno affatto equivoco e dubbioso. Sei iscrizioni di persone Pagane colla palma trovò il Boldetti in tutto il Tesoro Gruteriano, e se ne sbriga con dire, essere quella palma un segno di qualche vittoria, riportata in guerra, o ne’ pubblici giuochi, o nell’avvocatura delle cause. Ma anche ammettendo questa immaginata interpretazione, nulla si sminuisce della difficultà, perché per la stessa ragione nelle iscrizioni di tutti i Fedeli di Cristo potè essere impressa la palma per denotare la vittoria ch’essi aveano riportata del demonio, del mondo e della carne. E ciò con più ragione, cioè con interpretazione non arbitraria nostra, ma insegnataci dai Santi Ambrosio e Gregorio Magno, da Cassiodoro, Beda ed altri, come già osservarono gli stessi Autori di Roma Sotterranea. Che se poi si mostrasse che la palma non fu sempre adoperata per segno di vittoria, che resterebbe allora da dire? Veggasi alla pag. 967 del Grutero un’iscrizione palmata, posta a Clodio liberto e Clodia liberta defunti. Se ne osservi un’altra alla pag. 1000, posta a tre liberti, a una liberta e ad una figlia, con cinque palme, o ramuscelli incisi nel marmo. Qual vittoria si possa attribuire a questa gente plebea, uomini e donne, nol so io vedere. Ci si presenta ancora lo stesso simbolo nelle memorie sepolcrali di Rufio Pretestato (vien questa accennata dal medesimo Boldetti), di Lucio Cesonio, pag. 381 del Tesoro Gruteriano, e di Flavio Eugenio alla pag. 406. Dirai che a quegl’illustri personaggi fu assegnata la palma per qualche vittoria riportata nelle cause. Ma osservate che uomini tali furono non già avvocati, ma giudici e magistrati. Riferisce ancora il Grutero alla pag. 781 un’iscrizione Tarraconese, ommessa dal Boldetti, che ha le seguenti parole:

DIS

MANIBVS

P. FABI  IANVARI

FABIA CHRYSIS VXOR

FECIT ET

CHRYSEROTI. F. A N. XX.

 

Qui indarno si cercherà una vittoria. Vedi anche un’altra iscrizione Gruteriana alla pag. 525 posta a L. Aufusto e ad altri, dove pure comparisce la palma. Ma perciocché il dottissimo Boldetti cerca uno scampo con dire non aver trovato se non sei iscrizioni palmate di Gentili nel Tesoro del Grutero; egli è pregato di riflettere che la maggior parte de’ Raccoglitori di antichi marmi, intenta a copiar solamente le iscrizioni, trascurano gli ornamenti ed altri segni delle medesime. Se avessero usata quella diligenza, che dopo il Fabretti usò il chiarissimo Proposto Anton-Francesco Gori nel tomo I delle antiche Iscrizioni della Toscana, molto più avremmo de’ marmi Romani e Greci segnati co' ramuscelli suddetti. Però bisogna consultare l’Opera d’esso sig. Gori, e si vedrà quante di tali iscrizioni Pagane egli abbia dato alla luce, dove comparisce un virgulto, palma, fronde o ramo che si voglia dire. Rapportai anch’io que’ marmi; ora mi basterà di accennare sol poche pagine della di lui Opera: 42, 58, 163, 170, 182, 202, ec. Tralascio l’altre, anche da me rapportate nel mio Tesoro.

A queste iscrizioni se ne aggiunga una, già data alla luce dal celebre monsig. Francesco Bianchini, e presa dal Museo Farnese, ed è la seguente:

 

BYRAE CANACIANAE LIVIAE

AVG. SER. A VESTE MAGN.

TI. CLAVDIVS ALCIBIADES

MAG. A BIBLIOTHECA LATINA

APOLLINIS

ITEMS CRIBA AB EPISTVLIS LAT. B. D. S. M.

 

AGRIAE TRIPHOSAE VES

TIFICAE LIVIVS THEONA AB

EPISTVLIS GRAEC. SCRIBA

A LIB. PONTIFICALIBVS

 

 CONIVGI SANCTISSIMAE

 

Questa iscrizione appartiene ai tempi di Tiberio Augusto. Anche il Fabretti al cap. 4, num. 368 rapporta la seguente fatta per una donna Gentile.

 

D. M.

MARCIANE

QVE VIXIT

ANNOS XL.

TELESPHO

RVS CONIVGI

B. M. POSVIT

 

Ne riferisce un’altra lo stesso Boldetti nel lib. II, cap. 9, appartenente ai tempi del medesimo imperador Tiberio.

 

DIS MANIBVS

TI CLAVDIVS

AVG LEVPAES

A REGIONIB

 

ET CLAVDIAE VITALI

LIBERTAE SVAE ET

POSTERISQVE EORVM

 

Leggo qui TIberius CLAVDIVS AVGusti Libertus EVPAES, significante in Greco fanciullo di buona indole. Tralascio un’altra iscrizione Pagana, stampata parimente dal Boldetti alla pag. 560, e coi ramuscelli al rovescio. Potrebbesi anche mostrare che ne’ mattoni ed embrici degli antichi Romani Gentili si truova questo simbolo: intorno a che è da vedere il Fabretti nel cap. 7 delle Iscrizioni, e lo stesso Boldetti nel lib. II, cap. 17. Oltre alle sei iscrizioni Pagane ch’egli solamente ha veduto presso il Grutero, altre ve n’ha simili ornate di un picciol ramo, cioè alla pag. 872, 423, 442, 454, 577, per tralasciar altri luoghi. Anche il Fabretti altre ne rapporta collo stesso simbolo alla pag. 103, 131, 148, 313, 508, 1859 510, ec. Il che posto, chiaramente scorgiamo, quanto antico fosse il costume d’incider nelle memorie sepolcrali de’ Gentili i ramuscelli, che ora appelliamo palme: se con assai fondamento, nol so. Ma apparendo che sì fatte iscrizioni son poste a gente plebea, e fino alle femmine, e che gli antichi Cristiani anche essi si servirono del medesimo simbolo; vo io temendo che non si possa persuadere a persone caute, che di là risulti un segno sicuro di martirio, quando questo simbolo non venga corteggiato da qualche altro più sicuro indizio di sangue sparso per la Fede di Gesù Cristo. Perciocché almeno è equivoco e dubbioso un segno tale. E giacché in tante iscrizioni dei Gentili Romani luogo non resta ad immaginar qualche vittoria, ne vien per conseguenza che o que’ ramuscelli non son da dire palme; o se pur li vogliam chiamar palme, non possono indicare chi abbia data la vita per Cristo; giacché comune tanto ai Pagani che ai Cristiani potè essere la cagione ed intenzione di scolpire ne’ lor monumenti, siccome comuni anche furono tant’altri simboli sepolcrali, cioè corone, frondi, ulive, tralci di viti, colombe, ed altri animali ed alberi. E non son forse le corone un segno di vittoria e di martirio? Pure perché esse s’incontrano tanto ne’ sepolcri dei Gentili che de’ Cristiani, questa è, a mio credere, principalmente la cagione per cui niuno ha finora giudicato che sieno indizj sicuri di sangue sparso per la difesa della vera Religione. E che ha di più la palma, che non convenga alla corona? Noi poscia non siamo tenuti a rendere ragione perché anche i Gentili inserissero le palme o ramuscelli nelle lor memorie sepolcrali. Ma all’incontro chi tien contraria sentenza, ha da provar concludentemente perché in questo simile uso de’ Pagani e Cristiani sia poi stata diversa l’intenzione e il significato che s’attribuisce ai Fedeli. Contuttociò a me sia permesso di produrre una mia coniettura. Non solamente servì ai Gentili per segno di vittoria la palma, ma anche Salutis, Felicitatis, Vitae diuturnae, o aeternae, Perpetuitatis, Memoriaeve perpetuae. Perché tale è quell’albero, che le sue foglie non cadono l’autunno, ma sempre son verdi, perciò fu usato a significar le suddette intenzioni. Fu pubblicata dal Boldetti nel lib. I, cap. 41 la seguente iscrizione, scolpita in tavola di rame o bronzo.

 

PRO SALVTE

IMP. CAESAERIS

M. AVRELI SEVE

RI ALEXANDRI

 PII FELICIS AVG.

IOVI OPTIMO MAXIMO DOLICENO

 

Qui non si forma un voto per vittoria alcuna, ma solamente pro Salute, Incolumitate et Felicitate perpetua di Severo Alessandro imperadore. Questa perpetuità era disegnata dalla palma. Sembra del pari che i Gentili usassero ne’ lor sepolcri quest’albero per segno di una indelebil memoria, e di una perpetua sicurezza dagl’insulti del tempo e degli uomini; giacché osserviamo sovente nelle iscrizioni poste ai defunti le seguenti formole: Memoriae aeternae, Memoriae ac Securitati perpetuae, Securitati aeternae, Quieti aeternae, Incolumitati aeternae. Servendosi anche i Cristiani del medesimo simbolo, significavano la perpetuità dell’anima e insieme quella del corpo, perché credevano la vita eterna; e quantunque cadesse il corpo, pure risorgerebbe, e più felicemente a guisa della palma si rialzerebbe. La maggior parte ancora de’ Gentili, ancorché non credesse la risurrezione del corpo, teneva nondimeno per certa l’immortalità dell’anima. E qui mi sovviene d’una iscrizione Romana, riferita dal Grutero alla pagina 1050, che ha le seguenti parole:

D. M.

AVRELIO BALBO VITA INTEGERRIMO

MORIBVSQVE ORNATO QVI SE QVIETIORIS

PERFECTIORISQVE VITAE DESIDERIO

EX NEGOTIIS CIVILIBVS IN QVIBVS

FVERAT CVM LAVDE VERSATVS

IOVIS OP. MA. BENEFICIO DVCTO

HIC IN SPE RESVRRECTIONIS QVIESCENTI

LOCVS PVBLICE DATVS EST

Qui abbiamo un ircocervo. Se si tratta d’un Gentile, come in costui spes resurrectionis? Ma il Grutero non s’avvide che l’iscrizione fu posta ad un Cristiano, e per quanto io vo credendo, non de’ secoli antichi; cioè composta da persona intendente della lingua Latina per un personaggio di casa Balbi nel secolo XIX, o XV. Ma perche può dar fastidio quel Jovis Optimi Maximi (espresso nondimeno con abbreviatura forse non usata dagli antichi), debbo avvertire che nella vecchia Raccolta MSta che io ho d’Iscrizioni, dopo la parola versatvs si legge exemit, dei optimi beneficio. È anche da vedere un marmo presso il Fabretti al cap. V, pag. 378, posta M. Marcio hermae uomo Pagano. Di qua e di là si mira una fenice, uccello favoloso, posta sul rogo. Ne vorrebbe ricavare il Fabretti che costui credesse la risurrezione: per me tengo che quel simbolo additi solamente l’immortalità dell’anima in un Pagano.

Ho io riferita un’iscrizione, scoperta in Roma e a me comunicata dal fu marchese Alessandro Capponi, che si legge anche nel mio Tesoro delle Iscrizioni: non ne rapporterò che le prime righe.

salvis ac florentibvs dd. nn. honorio et

theodos perpetvis. semper. avgg. caecina

decivs acinativs albinvs v. c. praef. vrbi, ec.

Di qua e di là v’è scolpita una palma. Prima dell’anno 423 fu posta quella iscrizione e ora certo è che quelle palme non significano qualche vittoria, ma sì bene salute 1862 e felicità a quegli Augusti. Avea rapportato il Fabretti al cap. 8, pag. 564 la seguente iscrizione:

D E O   M A G

N O  A E T E R N O

L.  S T A T I V S   D I

O D O R V S  Q V O T

S E  P R E C I B V S

C O M P O T E M

F E C I S S E T

V. S. L. M.

La pubblicò anche il marchese Scipione Maffei, chiarissimo illustratore della sua patria, nel libro VII della sua Verona, ma con due simboli, cioè dall’un lato una palma, e dall’altro una corona d’ulivo. Pensano tanto egli che il Fabretti posta tale iscrizione da un Cristiano. Comunque sia, essendo essa composta da chi era tuttavia vivente, noi scorgiamo che que’ simboli non possono indicare un Martire di Cristo. Anche il chiarissimo P. Sebastiano Pauli della Congregazione della Madre di Dio m’inviò un’iscrizione da lui osservata nella chiesa delle Monache della Santissima Trinità di Faenza colle seguenti lettere, e un ramuscello a lato:

VITTORA ANNORV

XV  INIRVS  HVC A

O sia Gentile, o sia Cristiana, come a me sembra più verisimile, questa fanciulla, niuno mai si persuaderà ch’essa fosse Martire. Però resta da dire che la palma nelle lapide sepolcrali degli antichi Cristiani altro non significasse che l’espresso col Vivas in Deo, Vivas in Christo, Vivas in aeternum: le quali formole frequentemente s’incontrano nelle lor memorie, e indicano un Cristiano che viverà per sempre e sarà felice; ma non già un Martire. O pure la palma riguarda la risurrezione de’ corpi, dogma della Religion di Cristo, come ancora significò il ramuscello di cipresso, o di ulivo, o di pino, perché alberi sempre verdi, quali per lo più sono i creduti palme. San Paolino vescovo di Nola, nel Natale XIII, da me dato alla luce, in lodare Piniano nobile Romano, descrive il pino come albero sempre verdeggiante, e poi soggiugne:

Haec igitur typus est aeterni carporis arbor.

 Aggiungasi un’iscrizione riferita dal Fabretti al cap. 8, pag. 549, cavata dal cemeterio ad duas Laurus.

AVREL PELACIANVS

QVI VIXIT MENSIBVS

VII. ET DIEBVS XIII.

AVREL. DECENTIVS PATRR. POS.

È creduta Cristiana, ed ivi è scolpita una palma, e un cavallo corrente ad essa. Dura cosa sarebbe il pensare che un tal fanciullo, cioè di sì tenera età, fosse un Martire. Che se talun dicesse che anche sopra degl’infanti si scaricò talvolta il furor de’ Gentili, quando anche ciò si conceda, allora solamente potè avvenire che contra de’ genitori e di tutta la famiglia infuriassero i Gentili. Ma perché mai torre la vita ad un pargoletto che non peranche intendeva la Religion di Cristo, e lasciare illeso il padre? Però il Fabretti non trovò qui un Martire, ma stimò puerulo huic illibato, consummato cursu, palmam caelestis gloriae praeparatam esse. Lo stesso s’h’a da dire di un’altra iscrizione posta a Quodvultdeus fanciullino, pagina 580, presso il medesimo Fabretti. Finalmente scuro è almen da dire il significato della palma, talmente che fra tali tenebre niun potrà mai con accertato giudizio dedurne il martirio. All’incontro sicuro indizio di sì gloriosa morte si può stimare il vaso contenente, se non sangue vivo, almeno il colore o la crosta del sangue, de’ quali se ne truovano non pochi negli antichissimi cemeterj di Roma, posti a canto de’ Cristiani quivi seppelliti; perché questi nulla hanno di comune co’ sepolcri de’ Gentili. Vasi bensì lacrimatorj, vasi con unguenti si truovano colle ceneri di coloro, ma non mai vasi tinti di sangue. Questo è proprio de’ Cristiani martirizzati; ed abbiamo sicure testimonianze che il sangue loro veniva raccolto dai devoti Fedeli, e conservato. Ma per conto delle palme, chi ci assicura che competessero ai soli Martiri con tante pruove in contrario, e sapendo noi che disegnavano i giusti? Voi vi credete di veder denotati i Martiri, e io dico i Giusti; giacché geroglifico e simbolo di essi viene chiamata la palma nel salmo XCI, verso 13, nelle parole Justus ut palma florebit; e ragionevolmente perciò si può credere esser adoperata per significare l’eterna felicità dei giusti, e la fede dell’immortalità dell’anima e della resurrezione de’ corpi. Così usarono gli antichi Cristiani la fenice, Giona che esce dalla balena, ed altri simboli, a fin di esprimere la ferma lor credenza dell’immortalità promessa anche al corpo. Portano gli Autori di Roma Sotterranea otto iscrizioni ornate di palma con iscrizioni che chiaramente mostrano il martirio. Contuttociò le lettere parleran bene di que’ Martiri, e pure la palma potrà solamente alludere alla loro immortalità. Oltre di che attentamente esaminando quelle stesse iscrizioni, si può dubitare che sieno state composte in tempi lontani dal loro martirio.

Resta ora da considerare un punto che sembra perentorio nella presente controversia. Recano gli Scrittori di Roma Sotterranea, e lo stesso canonico Boldetti, delle iscrizioni poste a’ Cristiani dopo la pace data da Costantino il Grande alla Chiesa, e non composte ne’ tempi di Giuliano Apostata, nelle quali compariscono scolpite le palme. Certamente allora non si contò in Roma alcun Martire; e ciò basta per chiarire che adunque la palma ne’ sepolcri Cristiani non indicava la morte sofferta per Cristo, ma bensì la vita eterna a noi promessa nell’altro mondo. Il Bosio nel lib. III, cap. 4 Rom. Subterr. pubblicò il seguente marmo, tuttavia esistente nella Basilica di San Paolo, dove dall’un canto si mira un ramuscello, e dall’altro una colomba che tien co’ piedi un ramo d’ulivo. Eccone le parole:

 HIC REQVIESCIT IN PACE DEVSDET QVI VIXIT ANNVS P.M. XX.

DEPOSITVS EST XV. KAL. MAIAS ITERVM POS CON PAVLINI

LC. APAT. LAVRENTI QVEM SI VIVO COMPA

RAVIT SOL. TRIS ET TRIMISSE

Senza dubbio appartiene quest’iscrizione all’anno di Cristo 536, nel quale può ben taluno immaginare che i Cristiani sofferissero il martirio, ma niuno troverà che seco s’unisca di sentimento. Così dee tenersi per certo che nel numero de’ Martiri non entrò un Valentiniano fanciulletto, appellato puer trimus, e seppellito Consulatu Volusiani V. C., cioè nell’anno 503, il cui titolo sepolcrale, ornato di un ramuscello o palma, si vede riferito dall’Aringhi nel lib. VI, cap. 43, perché a quel tempo niuno era in Roma perseguitato per la Fede di Gesù Cristo. Lo stesso Boldetti ci somministra qui alcuni marmi comprovanti la medesima verità. Nel fine della sua nobil Opera si mira il seguente:

HIC IACET MVSCVLA QVE ET GALATIA

QVE VIXIT ANNIS DVOB MENS DVOB ET D XVII.

DEP. XV. KAL. AVG. GRATIANO AVG. IIII.

PROBO CONSS. IN PACE

 

BONE MEMORIE ADQVE IN

NOCENTIE SVRVS QVI VI

XIT ANNOS DVOS MEN. VII.

DEP. XVII. IN PACE DEC. VII.

IDVS IVLIAS

Vedesi qui il monogramma di Cristo, cioè un  con corona intorno e un ramo di palma. Si tratta di un fanciullo e di una fanciulla di due anni, e questi defunti Gratiano Aug. II et Probo Consulibus (ché così sarà ivi scritto), cioè nell’anno di Cristo 371, nel qual tempo Roma non potè produrre Martiri. Dal medesimo Canonico vien prodotto nel lib. I, cap. 19, pag. 81 un altro epitaffio, trovato nel cemeterio di Lucina, che comincia EQ. HERACLIVS QVI FVIT, ec., defunto VII idus septembris Vrso et Polemio Consulibus, cioè nell’anno 338, quando i Cristiani godevano una gran pace in Roma. E pure in esso marmo compariscono due ramuscelli e una colomba colla palma. Rapporta egli parimente nel lib. I, cap. 51, pag. 273 un’altra iscrizione, tratta dal cemeterio di Santa Agnese, le cui prime parole son queste: ASELLVS ET LEA PRISCO PATRI, ec. Questi si dice morto Basso et Ablavio Consulibus, cioè nell’anno di Cristo 331, in cui niuno dava la vita per Cristo in Roma. E pure ivi sono scolpiti più ramuscelli e una palma.

Pertanto non veggo cosa si possa rispondere, dopo aver noi trovato che le iscrizioni ornate di palma convengono a tutti i Cristiani, e non già ai soli Martiri. Anzi possiam dubitare che di tante iscrizioni palmate che s’incontrano presso gli Autori di Roma Sotterranea, e presso lo stesso Boldetti e Fabretti, molte appartengano ai tempi degl’Imperadori Cristiani, e non già de’ Pagani, e però composte allorché niuna persecuzione si esercitava contro i professori della Religione di Cristo. Imperocché anche dappoiché fu data la pace alla Chiesa da Costantino il Grande, continuarono i Fedeli, almeno del volgo, a cercare la sepoltura ne’ sacri cimiterj del contorno di Roma, perché quivi erano riposti assaissimi corpi di santi Martiri, e quelli talvolta nelle iscrizioni son chiamati luoghi santi, come eruditamente fa vedere il Boldetti nel libro I, cap. 14, e il Fabretti, cap. 8 delle Iscrizioni antiche. Vero è che di sì gran numero di marmi cavati dalle catacombe pochi son quelli che portano il Consolato, cioè il sicuro indizio dell’anno in cui furono posti. Tuttavia fra questi pochi a me sembrano più quelli che furono composti sotto gl’Imperadori Cristiani, cioè in tempo di tranquillità per la Chiesa. L’Aringhi nel lib. III, cap. 22 recò varj titoli sepolcrali scoperti nel cemeterio di Santa Agnese. Scritto fu il primo Dominis nostris Fl. Balentiniano Consulibus. Abbastanza apparisce, benché manchi l’altro Console, che tale iscrizione appartiene all’anno 368, o ad altri susseguenti, ne’ quali uno de’ Valentiniani Augusti sostenne il Consolato. L’altro marmo corroso, posto Et Fl. Evodio, fa conoscere l’anno 386. Poscia nel lib. IV, cap. 35 vien mentovato un titolo scritto Datiano et Caereale Coss. indicante l’anno 358. Il secondo composto fu Post Cons. Gratiani III, cioè nell’anno 375. Il terzo è segnato Consulatu Anici Bassi et Fl. Fylippi VV. CC., cioè nell’anno 408. Altre iscrizioni mostrano gli anni 407, 430, 442, 456, 490, 493. Ne riferisce l’Aringhi un’altra posta Cons. Eparchi Aviti, cioè nell’anno 456, come pensa il Pagi, o 457, come pretende il Relando. In oltre al libro IV, cap. 27 il medesimo Aringhi rapporta un’iscrizione tratta dal cemeterio Numentano, e scolpita Coss. Valent. Valen. III, cioè nell’anno 370; e nel lib. IV, cap. 37 rapporta un epitaffio segnato. Justo Con., cioè nell’anno 328. Un altro ha D. N. Valen.... et Habieno, cioè nell’anno 450. Il terzo fu caratterizzato Arbetione et Lolliano Coss., cioè nell’anno 335. Ma anche l’accuratissimo Boldetti nel lib. I, cap. 19 divulgò trenta iscrizioni Consolari, trovate da lui nel cimiterio di Lucilla. Fra esse la seconda fu composta Gallicano Cons., che potè egli riferire all’anno 127, o 150 dell’Era Cristiana; ma sarà anche a me permesso di rapportarla all’anno 318, o 330. La quarta ci presenta il Consolato Fl. Caesari et Maximi VV. CC.; e però indica l’anno 327. Ne seguitano dell’altre, cioè tre spettanti all’anno 338, due all’anno 370, altre agli anni 331, 343, 349, 360, 364, 366, 369, 380, 383, 384, 400, 425, 456, 541, 568. Una eziandio ne reca composta Con. D. N. Aviti, ch’egli, non so come, riferisce all’anno 209, quando è certo ch’essa appartiene all’anno 456, o 457 in cui Avitus D. N., cioè Signor nostro Imperadore, esercitò l’impiego di Console. Ne tralascio altre mentovate dal Bosio, Aringhi e Fabretti. Vedete voi quante memorie si truovano ne’ sacri cimiterj Romani poste in que’ tempi, ne’ quali Roma, perché governata da Imperadori Cristiani, non ebbe Martiri? Nasce ora di qui un giusto motivo di credere che anche buona parte dell’altre memorie, nelle quali comparisce la palma, sieno da riferire agli stessi tempi di Roma Cristiana, e per conseguente non potersi argomentare da essa il martirio. Tralascio che v’ha delle iscrizioni fatte da persone viventi col segno della palma: il che è un indizio contrario alla pretensione di qualche Martire. Immagina il Boldetti che la palma vi sia stata aggiunta dopo la lor morte; ma sarà ben lecito ad altri il credere diversamente. Ciò poi che maggiormente mi assoda nel mio parere, si è un’iscrizione pubblicata dal Fabretti al cap. 2, pag. 113 ad una Eleuteria sua madre, defunta in età di anni 75, da Pacatiano suo figlio IIII kal. jun. D. N. Cl. Juliani Aug. IIII. et Fl. Sallusti Con. nell’anno di Cristo 363. Quivi si mirano impresse due palme. Per la sua virtù quivi è lodata quella buona vecchia; ma non v’è menomo vestigio ch’ella morisse per la Fede di Gesù Cristo: il che spezialmente si sarebbe espresso nel suo elogio. Da lì a 28 giorni morì l’Apostata Giuliano, e certamente pochi furono che sparsero il sangue per amor di Cristo sotto di lui. Però non si può credere posta la palma in quel sepolcro, se non per le singolari virtù della defunta, o per la speranza della risurrezione e dell’immortalità. Che più? il medesimo Fabretti rapporta un’iscrizione posta in Roma a Zosimo ed Arron Giudei e Synagoga Aggripensium, dove si mira il candelabro Giudaico e la palma. Osservisi ancora il sigillo di un’altro Giudeo col candelabro stesso e la palma presso il medesimo Fabretti alla pagina 537. Anch’io nel Tesoro delle mie Iscrizioni una ne ho prodotto, posta ad una certa Faustina Giudea col simbolo della palma. Finalmente ho prodotto un sepolcro preparato collo stesso simbolo da persone viventi. Dopo le quali osservazioni, chi non vede finalmente che il geroglifico della palma, quando sia solo ne’ sacri cimiterj, non può somministrare un sicuro indizio di martirio, il che s’è finquì cercato da noi?

Pertanto è da lodare assaissimo la prudenza di coloro che procedono con gran circospezione e riguardo, allorché s’ha da determinare se sieno ossa di Santi le chiuse ne’ sepolcri; e quando pur sieno di qualche Santo, se più ad uno che ad altro de’ Beati in cielo s’abbiano da attribuire. Niun certamente s’ha da turbare nell’antico suo possesso. Ancor qui si dà luogo alla prescrizione, qualora altri non possa allegare per sé dei titoli migliori, e tanto più se decisivi. Ma ogni qual volta si tratta di produrre dei Santi nuovi, e di nome ignoto o dubbioso, e di esporli alla venerazione del popolo, certamente bisogno v’ha di severità, e di guardarsi dalle suggestioni de’ nostri affetti, i quali tutto quel che amano o desiderano, facilmente ancora lo credono vero e buono. Se con più rigore si fosse proceduto una volta, e se molti non si fossero allontanati dalle leggi saviamente formate dall’ecclesiastica disciplina; non avremmo ora tante reliquie, né tanti corpi di un solo Santo, che si truovano ne’ sacrarj di tante provincie Cattoliche. E qui mi si rinuova alla memoria ciò che avvenne in Ravenna nell’anno 1711. Nella Basilica di San Vitale fu dissotterrata una cassa di marmo con iscrizione di caratteri bensì Romani, ma intricati non poco. La parola Martyris ivi osservata svegliò tosto la speranza che ivi si trovasse qualche sacro corpo. Ne fu fatto l’esame da persone ecclesiastiche; con qual successo, nol so. Certo è che a tali speranze mancò il fondamento, come apparirà dalla lettura di quell’epitaffio, che è il seguente:

Tumulus iste docet cujus retinet corpus.

Sergius vocitavar; Levitis fungevat onorem.

Ujus Martyris Aule at pueritiam deservivit.

Per ipsum preco, cuncti jam ut nunquam ic alius ponat.

Osservisi che bella Latinità sia questa; probabilmente è del VII, o dell’VIII secolo. Finalmente nella Metropolitana di Genova esiste una tavola di marmo colla seguente iscrizione.

HIC REQVIESCIT BONAE

MEMORIAE SANCTVLVS

SVBDIAC. IN PACE QVI VIXIT

ANNOS P. M. LXXX. DP. EIVS VI.

KAL. MAIAS CONS. ALBINI VI. C. CONS.

  

Non sono mancate persone divote, le quali hanno creduto di trovare in Genova il corpo di Santalo martire, quasiché indizio di santità fosse il monogramma di Cristo, comunemente una volta usato da’ Cristiani ne’ lor sepolcri, e quasi qualche cosa di grande additassero le lettere DP., le quali altro non sono che Depositus, frase di tutti i Fedeli credenti la risurrezion de’ corpi. Non v’ha segno menomo di martirio, né Martiri si facevano nell’anno di Cristo 444, in cui Decio Albino fu Console in Occidente.

Prima di dar fine a questo argomento, convien dare una sola pennellata ad un costume de’ secoli dell’ignoranza, in cui troppo facile era il fabbricar di capriccio Vite di santi Martiri, chiamate poscia Leggende, quando mancavano i veri atti dei loro martirio, immaginando avventure, tormenti, miracoli e ragionamenti, come pareva che più potesse convenire alla lor pietà ed ufizio. Sapevano che merci tali avrebbero facile spaccio, perché mancavano le dotte e critiche persone che avessero potuto scoprire l’impostura. E quanto più mirabili erano gli avvenimenti, tanto più avidamente erano accolti e con buon cuore creduti. Di Leggende tali abbonda l’insigne Opera degli Atti de’ Santi, incominciata e continuata dai dottissimi PP. della Compagnia di Gesù d’Anversa, i quali nondimeno per quanto possono, e con lodevole zelo, vanno separando i veri dai falsi, e i certi dai dubbiosi. V’ha della gente che mal soffre l’uso della falce critica sopra questi monumenti di pietà. Degni son costoro d’essere delusi da ognuno. Fors’anche amano d’essere ingannati, per non dire d’ingannar gli altri, da che niuna differenza mettono fra il vero e il falso. Non fu già di questo sentimento l’immortal Porporato, padre degli Annali Ecclesiastici, che tanto faticò per ispurgare ed illustrare il Martirologio Romano, perché non dissimulò le ferite fatte dai semplici o dai maliziosi alla verità. Odasi anche l’Ughelli nel catalogo de’ Vescovi di Lucca, tomo I dell’Italia Sacra. – Igitur (così egli scrive) hunc fictitium Fullanum (finto vescovo di Lucca) Cyriaco Papae (anch’esso finto) a Scriptorum male sano cerebro in Sanctae Ursulae Actibus excogitato, Romanoque itineri ejusdem Sanctae, prudens Lector poterit aggregare; indeque colligere, quo aliquando excesserit mortalis audacia, quae Sanctorum praeclarissima gesta anilibus fabulis involverit: quasi Deus, vel Sancti nostro indigerent mendacio, ut ampliori vel sanctimoniae vel fortitudinis fama mortales raperent in sui admirationem. Abbiamo innumerabili Santi indubitati nella Chiesa di Dio; abbiamo anche molte delle lor vite e atti scritti da persone pie, fedeli e sovente contemporanee. Abbracciamo questi con pia divozione: gli altri di dubbiosa fede esaminiamoli: il resto, che spira falsità ed impostura, rigettiamolo con isprezzo ed orrore.

Furono anche di lunga mano più frequenti una volta che oggidì i pellegrinaggi a’ Luoghi santi. Tenevasi per una considerabil devozione il portarsi in lontani paesi, per visitar le loro reliquie e i templi più rinomati. Uomini e donne, cherici e monaci, gli stessi vescovi e Re gareggiavano a chi andasse più lontano, abbandonando intanto la cura della propria famiglia, del suo gregge e de’ lor popoli. E quantunque dei santi uomini conoscessero e predicassero che questo più sovente serviva a pascere la curiosità, che ad aumentar la pietà, oltre agli altri pericoli ed incomodi derivanti dalla voglia di andar vagabondi; pure si cantava ai sordi. Presso Marcolfo (lib. II, cap. 49) si legge la formola della lettera scritta al Papa e agli altri vescovi, per chi pellegrinava a Roma, colle seguenti parole: Portitor iste, radio inflammante divino, non (UT PLERISQUE MOS EST) vacandi causa, sed propter nomen Domini, itinera ardua et laboriosa parvipendens, ob lucrandam orationem Limina Sanctorum Apostolorum Domni Petri et Pauli adire cupiens, a mea parvitate se petiit vestrae commendari almitati. In vece di vacandi causa altri codici hanno pro vagandi causa: acconciamente nondimeno nell’uno e nell’altro luogo per intendere con che motivo i più di quelle persone vaganti si mettessero in viaggio. E però nel Concilio Cabilonense dell’anno 813, cap. 45, fu decretato che niuno andasse in pellegrinaggio a Roma o a Tours senza licenza del suo vescovo. Sunt enim pauperes qui vel ideo id faciunt, ut majorem habeant materiam mendicandi. V’ha molti altri passi de’ Padri sopra questo particolare. Certamente è da lodare, considerata in sé stessa, la consuetudine de’ sacri pellegrinaggi, purché si faccia con intenzion vera di divozione, e non si manchi per questo agli obblighi e doveri dell’uomo Cristiano: il che spezialmente debbono considerare i padri di famiglia, e molto più le persone dell’altro sesso. Ma bene spesso pur troppo la pietà in apparenza, e di fatto altri motivi più forti son quei che consigliano e spingono a pellegrinare, e non si bada se più tosto in peccati che in accrescimento della pietà vadano a finir queste fatiche. Una volta non le sole donne secolari, ma anche le religiose erano prese da questo pio entusiasmo. Però nel Sinodo del Friuli tenuto nell’anno di Cristo 791 sotto San Paolino patriarca, nel canone XII fu ordinato: Ut nulla ullo umquam tempore licentia sit Abbatissae, vel cuilibet Monachae, transfigurante se Satana in Angelum lucis, quasi orationis caussa suggerente eis, Romam adire, vel alia loca venerabilia circuire. Quam sit namque irreligiosum et reprehensibile cum viris propter itineris necessitatem conversari, nullus tam excors est vel desipiens, qui ignoret. Ma particolarmente avrebbe desiderato San Bonifacio arcivescovo di Milano circa l’anno 744 nell’epist. 105 a Cudberto arcivescovo di Canturberì, ut prohiberet Synodus, et Principes vestri mulieribus et velatis feminis (alle monache) illud iter et frequentiam, quam ad Romanam civitatem veniendo et redeundo faciunt, quia magna ex parte pereunt, paucis remanentibus integris. Perpaucae enim sunt civitates in Langobardia, vel in Francia, aut in Gallia, in qua non sit adultera vel meretrix generis Anglorum; quod scandalum est, et turpitudo totius Ecclesiae. Non furono a men pericoli sottoposte ne’ susseguenti secoli le donne pellegrinanti. Pietro Azario Novarese nella Cronica (Rer. Ital. tomo XVII, pag. 359) così scriveva: O quam periculosum est, formosas juvenes et valde pulchras, in quibus motus et concupiscentia permanet, per partes ducere extraneas, caussa Indulgentiae, et praecipue incognitas mulieres! Nam meis diebus Dominus Bernardinus de Polenta, Dominus civitatum Ravennae et Cerviae in partibus Romandiolae, multas Nobiles ultramontanas vituperavit, euntes Romam, et venientes in anno Jubilaei proxime praeterito MCCCL. Quae si (et utinam) stetissent in partibus suis, vituperatae per ipsum non fuissent. Navis suo stans in portu, et in alienos portus non deducta, numquam sentit naufragia.

Intanto da quel che s’è detto possiamo raccogliere che anche ne’ rozzi secoli si mantenne sempre salda e vigorosa la vera Religione di Cristo; ma insieme che molti (parlo de’ secolari) poco attendevano alle vere virtù dell’animo e ad una soda pietà. Parea che a loro bastasse il procurarsi la protezion de’ Santi presso Dio: il che eseguivano anche in una grossolana maniera, e per così dire con una divozion sensuale, col solamente cercare e venerare le loro reliquie. Forse ancora guidati più dall’utilità terrena, che dalla Religione, mostravano tanta venerazione verso i medesimi Santi.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011