Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LVII

Dei Riti della Chiesa Ambrosiana.

La Liturgia della Chiesa Cattolica Romana, che abbraccia i riti co’ quali si celebrano i divini ufizj, si amministrano i sacramenti, e massimamente si osservano nell’incruento Sacrifizio, qual sia ai tempi nostri, lo sa e vede chiunque è nudrito nel seno di questa Chiesa. Quasi da tutti i sacerdoti e in ogni luogo si osserva la stessa maniera di onorar Dio ne’ sacri templi, e di dispensare i tesori del Cielo, che si pratica dalla Chiesa Romana maestra di tutte. Ma questa grande uniformità non era già la stessa ne’ vecchi secoli. Imperciocché per nulla dire delle Chiese Greche ed altre Orientali, e dell’Egitto e dell’Etiopia, che usarono e tuttavia usano altri riti, regni e provincie alcune furono una volta anche nell’Occidente, che non seguivano i riti della Chiesa Romana, e per lungo tempo ritennero le lor particolari usanze, cioè le Chiese Gallicana, Spagnuola e Franco-Germanica. Anzi in quelle medesime contrade alcuna singolar Chiesa si trovò, che teneva i suoi proprj riti; e fino nell’Italia, benché più strettamente suggetta al Romano Pontefice, non mancarono somiglianti esempli. Fra l’altre massimamente la Chiesa Milanese divenne celebre per questo anche presso gli antichi. Ma col tempo si studiarono i Romani Pontefici, per quanto poterono, d’indurre tutte le Chiese di Occidente ad abbracciar gli usi della Chiesa Romana, e ad abbandonar le lor diverse Liturgie, per andar tutti concordi nelle sacre funzioni. Erano anche forzati una volta i vescovi, spettanti all’ordinazione del Sommo Pontefice, a promettere questa uniformità, come apparisce dal Libro Diurno, cap. 3, tit. 7. Né fu senza effetto la lor cura; perciocché a poco a poco cedendo i Prelati alle esortazioni o al comando, tutti, a riserva de’ Milanesi, si ridussero a eseguire i riti di quella Chiesa, da cui tutte le Occidentali trassero, o si crede che traessero la loro origine ed istituzione. Avvenne ciò spezialmente regnando in Francia Pippino e Carlo Magno. Perché essi Monarchi professavano un sommo ossequio ai Romani Pontefici, e probabilmente andavano meditando di aggiugnere l’Italia ai lor Regni, e di trasferire in sé la dignità imperiale (cosa che avvenne poi in esso Carlo il Grande), e ben conoscevano di che importanza fosse per riuscire in questo disegno l’amicizia e la protezione della Santa Sede: perciò nulla più aveano a cuore, che di compiacere ad ogni lor desiderio e richiesta. Di qua venne che per l’impulso di essi Pontefici la Chiesa Gallicana, rinunziando agli antichi suoi riti, accettò i Romani. Racconta Landolfo seniore storico Milanese del secolo XI, la cui Storia pubblicai nel tomo IV Rer. Ital., essere stato ordinato sotto Adriano I papa nel Concilio Romano, che Carlo Magno per totam linguam proficisceretur Latinam, et quidquid diversum in cantu et mysterio divino inveniret a Romano, totum deleret, et ad unitatem Romani mysterii uniret. Così Landolfo nel lib. II, cap. 10; il qual poscia soggiugne che Carlo tolse tutti i libri della Liturgia Ambrosiana, eccettuatone un solo, ma che intervenne un miracolo, per cui apparì che il rito della Chiesa Ambrosiana fu approvato da Dio. Da questo Autore presero poi Beroldo, Guglielmo Durando, Galvano dalla Fiamma, Bonino Mombrizio ed altri Scrittori Milanesi, quello che scrissero di essa Liturgia miracolosamente fra quel turbine conservata. Un poco diverso miracolo troviam riferito dagli Autori Spagnuoli, che Dio, se loro crediamo, operò per la conservazione del Rito loro Mozarabico. Galvano dalla Fiamma in una sua Opera MSta attribuisce a papa Leone III ciò che gli altri dicono di Adriano I.

Veramente io nella Prefazione alla Storia del suddetto Landolfo non lasciai di mostrare, quanto quello Storico fosse inclinato alle favole, e di fede anche dubbiosa. In questo racconto ancora egli commise più di un errore di cronologia; e però non saprei contraddire a chi sospettasse falso, o non volesse credere il suddetto prodigio. Tuttavia fra le stesse favole pare che traluca quello che poco fa proposi, non solendo gli Storici anche più inetti, a guisa de’ Poeti, fabbricar di pianta un falso racconto, ma riferirlo quale l’han ricevuto dal volgo, od essi han creduto verisimile, mischiando qualche popolar favola col vero. Non così facilmente avrebbe sognato Landolfo, che a’ tempi di papa Adriano e di Carlo Magno fosse stata usata violenza al Rito Ambrosiano, se non ne avesse ricevuto dalla fama, o da qualche precedente Storico qualche notizia. E da che abbiam veduto che in que’ medesimi tempi i Romani Pontefici impetrarono che tutte le Chiese Gallicane abbracciassero la Liturgia Romana; sembra ben verisimile che in sì propizia occasione non dimenticassero d’indurre ed anche costrignere i Milanesi ad accettarla. Ma che il Clero Ambrosiano costantemente ripugnasse, né volesse permettere abolito ciò che pretendevano istituito dal celebratissimo lor vescovo Santo Ambrosio, i fatti lo dimostrano, perché dopo tanti secoli dura il rito loro particolare. E in vero prima dell’anno 840 veniva creduto autore di esso rito quel santo ed insigne personaggio, per testimonianza di Walafrido Strabone il quale fiorì in quel tempo, e scrisse nel lib. 22 de Reb. Eccles. Ambrosius Mediolanensis Episcopus tam Missae, quam ceterorum dispositionem officiorum suae Ecclesiae et aliis Liguribus ordinavit. Quae et usque hodie in Mediolanensi tenentur Ecclesia. Né si dee tacere che anche nell’anno 1440 Branda Castiglione cardinale si mise in testa di abolire la Liturgia Ambrosiana. Ma il popolo Milanese mosso a sedizione contra di lui il forzò a desistere, e l’obbligò a mutar cielo; del che parlano il Corio e l’Oldoino. Del resto si sia che sotto Carlo Magno alcune Chiese tenacissime de’ loro riti non volessero accomodarsi ai Romani, o che ne’ susseguenti secoli ripigliassero gli antichi, o facessero altre mutazioni, abbastanza apparisce che anche dopo esso Carlo Magno alcune Chiese ritenessero la lor propria Liturgia, in non poche cose diversa dalla Romana: che tale fosse Coira, principal città de’ Grigioni, ornata di vescovo Cattolico, il quale ne’ secoli antichi era suffraganeo della Metropoli di Milano. Quali fossero i riti di quella Chiesa anche nell’anno 1589 certamente in non poche cose differenti dai Romani, l’ho io osservato in un Messale stampato di quell’anno in Costanza con questo titolo: Missale secundum Ritum Curiensis Ecclesiae diligenter emendatum, et in meliorem ordinem digestum, mandato Reverendiss. et Sereniss. Principis ac Domini, D. Petri Episcopi Curiensis. Ho io rapportato alquante delle molte particolarità della Messa di Coira diverse dalla Romana, come notizie poco note agli Eruditi. Io qui le tralascio. Se durino oggidì gli stessi riti, nol so dire.

Torniamo alla Liturgia Ambrosiana, i cui riti sono ben più celebri in Europa. Di essi hanno trattato Giuseppe Visconte dottore del Collegio Ambrosiano nel libro de Ritib. Missae, lib. II, e il Cardinale Bona, lib. I, cap. 10 Rer. Liturgic. Ne parlò ancora Radolfo Decano di Tongres circa l’anno 1390 nel libro de Canonum observantia. E Jacopo Pamelio fra le Liturgie Latine stampò anche la Messa Ambrosiana, le Prefazioni e le Orazioni di tutto l’anno in Colonia 1571. Noi speriamo che il vigilantissimo Pastore oggidì della Chiesa Ambrosiana, cioè l’Eminentiss. sig. Cardinale Pozzobonelli, pienamente farà illustrare questo celebre antichissimo rito. Intanto sia lecito a me di dirne qualche cosa. Certo è che anche prima di Santo Ambrosio la Chiesa Milanese avea la propria Liturgia; perché dove fu chiesa di Cristiani, quivi ancora si usavano i riti sacri. Qual mutazione o giunta vi facesse egli poscia, non è giunto a notizia nostra, se non che sappiamo da Paolino nella Vita di lui, e da Santo Agostino nel lib. IX delle Confessioni, che quel santo Vescovo introdusse una piissima novità circa le antifone, salmi ed inni, ut secundum morem Orientialium partium canerentur: il qual rito, non praticato dianzi in Occidente, passò poi per tutte le provincie, e tuttavia si osserva. Del resto ci è ben permesso di credere che i principali riti della Messa e degli altri sacramenti prima di Santo Ambrosio non fossero differenti da quelli che oggidì si praticano dalla Chiesa Milanese, o almen sieno gli stessi ch’egli ordinò. E questo si può in qualche maniera ricavare dai libri del medesimo santo Dottore. Ma insieme s’ha da osservare che ne’ susseguenti secoli non pochi di que’ riti (di minor momento nondimeno) furono o mutati, o sminuiti, di modo che io non saprei abbracciare la sentenza del chiarissimo P. Mabillone, il quale nel tomo I, par. II Musei Italic. esponendo alcune sue osservazioni de Ritu Ambrosiano, dopo aver narrato ciò che lasciò scritto Landolfo seniore dell’abolizione di esso rito tentata da Carlo Magno, pensa, ab eo tempore Ritum Ambrosianum semper mansisse uniformem, ut ex relictis antiquis libris deprehendimus, nisi quod subinde facta est novorum Festorum, ut moris est, accessio. Quanto poco si accordi colla verità cotal asserzione, si può intendere dal disegno che aveva formato il Puricelli, scrittore sommamente benemerito delle, antichità di Milano, di trattare de Ritibus Ambrosianis. Così egli scrive fra le sue antiche memorie manuscritte da me lette: Originem Festivitatum additamenta, vel alias mutationes Missali ac Breviario factas, varia Scriptorum testimonia de nostris Ritibus identidem pronuntiata recenserem, ec. Il cardinal Bona (lib. I, cap. 10 Rer. Liturg.) esponendo l’ordine della Messa Ambrosiana, così scrive: Sacerdos Missam celebraturus, stans in infimo gradu, signat se signo crucis; tum Psalmo Judica me Deus cum antiphona alternatim recitato, dicit versum Confitemini Domino, quoniam bonus, ec. Ma questo non sussiste. Il salmo Judica me Deus non ha luogo oggidì nella Messa Ambrosiana, e né, pur l’avea a’ tempi di esso dottissimo Cardinale. Avrà egli ciò preso da qualche antico Messale, senza consultare quei de’ suoi giorni. In fatti vi furono de’ tempi che da quel salmo si dava principio alla Messa. In un Messale dell’anno 1257 vidi questo titolo: Liber celebrationis Missae Ambrosianae scriptus a Johanne Belo de Guertiis de Melegnano, Rectore Ecclesiae Sancti Victoris Portae Romanae. Quivi è ordinato che si reciti il salmo suddetto. Così in un altro Messale stampato l’anno 1522 vien prescritto il medesimo salmo con divisione di versi differente dalla Romana. Lo stesso si truova ordinato in altri Messali, e massimamente nello stampato l’anno 1594 per ordine di Gasparo Visconte arcivescovo. Ma il suo successore, cioè il cardinal Federigo Borromeo, fondatore della Biblioteca Ambrosiana, e personaggio per li suoi fatti e scritti d’immortale memoria, avendo preso a spurgare il Rito Ambrosiano per ridurlo all’antica sua purità, avendo avvertito che gli antichi Messali ed alcuni ancora stampati non portavano questo salmo, lo tralasciò: e questo rito poscia è sempre durato nella Chiesa Milanese.

Ora ecco quali diversi riti furono ne’ secoli addietro introdotti nella Messa Ambrosiana, i quali sono ora o mutati, o levati, per ridurla nell’antico suo stato. Nel sopraddetto Messale dell’anno 1257 dopo il versetto Confitemini Domino, ec., si legge: Post: Sit nomen Domini benedictum, ec. Tunc Sacerdos sublimet oculos et manus, et inclinet, circumstantibus dicens: Rogo altissimam Virginem Mariam, omnes Sanctos et vos, fratres, orare pro me ad Dominum. Respondet Chorus: Exaudiat te Dominus in oratione tua, et benedicat te. Sacerdos plane dicat: Dominus vobiscum. Respondetur: Et cum spiritu tuo. Si autem per se solus: Domine exaudi orationem nostram, et clamor noster ad te perveniat. Sequitur oratio privata ante altare: Rogo te Deus, ec. Dopo la Lezione è scritto: Notandum etiam, quod Passiones, Depositiones, seu Vitae Sanctorum leguntur loco Lectionum in solemnitatibus eorumdem, sed in propriis festivitatibus Ecclesiarum. Di questo rito né pure una parola ho trovato in altri Messali Milanesi. Osservinsi ancora nello stesso Messale le seguenti cose: Cantata Antiphona post Evangelium, iterum dicitur: Dominus vobiscum. Postea a Diacono proferatur: Pacem habete, Choro respondente: A te, Domine. Deinde Dominus vobiscum. Seguitat oratio super Sindonem. Poscia si legge nel medesimo Messale: Sacerdos in manibus tenendo patenam cum pane, sub silentio dicat: Immola Deo sacrificium laudis, et redde Altissimo vota tua. O Domine, ego servus tuus, ec. Domine, Sanctissime Pater, sanctifica hunc panem, ut fiat Unigeniti tui Corpus. Amen. Vel: Deprecor te, Sancte Pater, ut hic panis transeat in Corpus Domine nostri Jesu Christi. Amen. Tenendo calicem in manibus cum vino et aqua, dicat secrete: Quid retribuam Domino, ec. Domine, Sancte Pater, sanctifica hoc vinum aqua mixtum, ut fiat, ec. Dopo l’offertorio e le orazioni susseguenti manca il resto di quel codice. Né si vuoi ommettere che ivi è citato Giovanni Beletho, il quale perciò non sarà fiorito circa l’anno 1328, come pensò Casimiro Oudin, ma molto prima, come con Tritemio han creduto gli altri Eruditi. Altre diversità nel Rito Ambrosiano si raccolgono da un libro stampato in Milano nell’anno 1499 per cura di Ambrosio da Caponago con questo titolo: Rationale Ceremoniarum Missae Ambrosianae. Leggesi quivi: Postquam Sacerdos dixerit: Confitemini Domino, ec., sequitur: Ego infelix Sacerdos confiteor Deo Patri omnipotenti, et Filio et Spiritui Sancto, Beatae Mariae semper Virgini, Beato Ambrosio Confessori, et omnibus Sanctis, et vobis circumstantibus, me graviter pecasse per superbiam in lege Dei mei, cogitatione delectatione, omissione, sensu, tactu, visu, verbo et opere, ec. Ora più brevemente si fa la confessione. Nel medesimo si legge: Deinde celebrans ante altare aliquantulum se inclinat, dicendo secrete hanc orationem: Rogo te, altissime Deus Sabaoth, Pater sancte, ut me digneris tunica, castitatis accingere, lumbos meos balteo tui timoris ambire, renes meos caritatis tuae igne urere, ut pro peccatis meis possim intercedere, et pro astantibus veniam peccatorum promereri, et singulorum hostias pacifice immolare, ec. Fu levata cotal orazione dalla Messa Ambrosiana. Per tralasciar altre cose, nell’offertorio si diceva: Suscipe, Domine, Sancte, ec., hunc panem, et sanctifica eum, ut transeat in Unigeniti tui Corpus, ec. Così al calice coll’occorrente mutazione. Fra le benedizioni che il sacerdote dava sul fine della Messa, v’era la comune, e poscia nonnullae aliae benedictiones, quali more Ambrosiano in usu sunt, secundum occurrentiam diei et Missae: videlicet in Adventu Domini dicitur: Per Adventum Domini N. J. Ch. benedicat vos omnipotens Pater, et perducat ad gaudia Regni Paradisi. Amen. In die Nativitatis Domini, ec.

Conservasi nella Biblioteca Ambrosiana un codice, scritto circa settecento anni sono, con questo titolo: Manualis de singulti Dominicis seu Festivitatibus in circuitu anni. Fra l’altre feste v’è quella ancora di S. Barnaba, dove nulla comparisce di particolare indicante che allora si credesse da lui fondata la Chiesa Milanese, come poi si credette. Quivi quasi sempre ne’ giorni solenni del Signore è notata Antiphona, quae canitur de Ecclesia in Baptisterio, perché ne’ vecchi secoli i Canonici processionalmente passavano all’oratorio del Battistero, vicino in quasi tutte le città alla chiesa maggiore. Nel giorno dell’Epifania sono notate Antiphonae ad primam turmam, ad secundam turmam, ad tertiam turmam, Responsoria cum infantibus, et Responsoria quatuor puerorum, et Antiphona ad Crucem. Ivi ancora sono menzionati Psalmi directi, de’ quali parla San Benedetto nella Regola, cioè recitati con una voce sola da tutto il coro. Ma particolarmente a me sembrò degno di luce l’ordine tenuto dalla Chiesa Ambrosiana nel preparamento de’ Catecumeni, e nel solenne Battesimo del Sabbato santo. Io qui lo tralascio. Né si dee tacere il Rito Ambrosiano nel battezzare i fanciulli. Perciocché i sacerdoti battezzano non già coll’aspersione, ma con una specie d’immersione, prendendo il fanciullo colle mani, e immergendo tre volte la parte deretana del capo suo nell’acqua salutare: vestigio dell’antichissima immersione usata una volta da tutti. In un antico Antifonario della Biblioteca Metropolitana di Milano, scritto circa l’anno 1150, fra l’altre cose si legge: Quadragesimae prima Hebdomada, post cantatum Psalmum quinquagesimum ad Matutinum, dicit Presbyter: Dominus vobiscum. Et cum spiritu tuo. Item dicit Diaconus leni voce: Procedant Competentes, simplum. In alia Hebdomada, duplum. Item Ostiarius ad regiam: Ne quis Catechumenus. Ad Vesperas similiter. Dominica de Samaritana post Evangelium lectum dicit Diaconus: Qui vult nomina sua dare, jam offerat, ec. In Sabbato sancto non dicitur Patrinus, sed Pater, quum infantes baptizati sunt. Exorcismus Sancti Ambrosii incipit: Omnipotens Domine, Verbum Dei Patris, ec. Poi nel descrivere il Battesimo vien prescritta trina mersio; poi le Litanie; e poscia facit crucem infantis in cerebro, quum Chrisma dat, et dicit: Domine, Pater Domini N. J. Ch. come nel Romano. Seguita poi la comunione, amministrata colle seguenti parole: Corpus Domini N. J. Ch. Sanguine suo tinctum conservet animam tuam in vitam aeternam. Amen. In un antichissimo Messale della Biblioteca Ambrosiana osservai che nel dare il Viatico agl’infermi solamente si diceva: Corpus Domini N. J. Ch. conservet animam tuam in vitam aeternam. Amen. Ma in altro parimente antichissimo di essa Biblioteca si legge di un infermo: Communica eum, et dic: Corpus Domini N. J. Ch. Sanguine suo tinctum conservet animam tuam, ec. Questo rito di dare ai sani il Corpo del Signore tinto col suo Sangue, da molti secoli usato nelle Chiese Orientali, fu vietato nel Concilio Bracarense l’anno di Cristo 675. Anche Pasquale II papa nell’epistola 32 sul principio del secolo duodecimo lo disapprovò, praeter in parvulis ac omnino infirmis qui panem absorbere non possunt. Chiunque è pratico dell’erudizione sacra, sa che per undici secoli almeno dal principio della Chiesa fu amministrata anche ai laici la sacra Eucaristia sub utraque specie. Ma per gl’infermi non fu sempre, né dappertutto, il medesimo costume. Nel Rituale manoscritto di rara antichità, che si conserva dai Monaci Benedettini del celebre Monistero di San Colombano di Bobbio, si legge l’Ordine di ministrare i sacramenti ai malati, che io ho dato alla luce. Ivi ancora troviamo data la sacra Ostia intinta nel Sangue.

Dalle cose finquì dette impariamo, quanto tempo durasse l’antichissimo costume di battezzare i fanciulli non subito nati, come si pratica oggidì. Quando non soprastava pericolo della vita, dai più si soleva differire questo sacramento sino alle vigilie di Pasqua e di Pentecoste, nelle quali la Chiesa celebrava con solennità il Battesimo. Si aspettava talvolta anche più anni a battezzarli. Bernardo abbate di Chiusi nel secolo undecimo, come s’ha dalla sua Vita presso il P. Mabillone, trium erat annorum, quando Baptismi gratiam percepi. Abbiamo anche veduto l’antichissimo costume di porgere ai medesimi fanciulli appena battezzati il Corpo del Signore. Né mancarono Autori che ciò stimarono precetto di Religione. In un antichissimo Rituale Casanatense, oggidì della Biblioteca insigne della Minerva di Roma, si legge Benedictio Fontis, dove son queste parole che riguardano il nuovo battezzato: Tunc extrahatur foras cubella (dal tino) et permaneat in Ecclesia, usque dum Missa celebretur, et Dominicis Sacramentis confirmetur. Et ante perceptionem Corporis Domini dicantur istae orationes: Omnipotens, ec. Tunc detur Eucharistia his verbis: Corpus Domini N. J. Ch. custodiat te in vitam aeternam. Amen. Hoc autem omnino praecavendum est, ut non negligatur, quia tunc omne Baptismum legitimum Christianitatis nomine confirmatur. Scorgiamo qui che il solo Corpo del Signore si dava allora ai fanciulli. Ma varia in questo fu la disciplina della Chiesa. Ugo da San Vittore, che fioriva nel secolo XII, pretese che si avesse a dare pueris recens natis idem Sacramentum in specie Sanguinis digito Sacerdotis, quia tales naturaliter sugere possunt. Così egli nel lib. I, cap. 2 de Sacramentis. In Milano si dava il Corpo e il Sangue, cioè il primo intinto nell’altro. In un codice di Beroldo, di cui parleremo fra poco, scritto nello stesso secolo XII, si leggeva Ordo qualiter Scrutinia agantur pro Catechumenis, che io ho dato alla luce. Quivi l’ultima delle interrogazioni è tale: Quare renati fonte Baptismatis mox Corpus et Sanguinem Domini percipiunt? La risposta è: Ob hoc videlicet, ut omnia Christianitatis eis Sacramenta firmentur. Nam et Salvator noster postquam lavit pedes Apostolorum, tradidit eis sui Corporis et Sanguinis mysteria, ec.

Osservasi anche un celebre uso nella Chiesa Ambrosiana, cioè di cominciar la Quaresima non già nella Feria IV dopo la domenica di Quinquagesima, come a poco a poco si cominciò nel secolo nono, e divenne poi precetto universale, ma bensì nella seguente domenica di Quaresima, la quale perciò in Milano è appellata Dominica in capite Quadragesimae, e la prossima Prima Quadragesimae. Non ben sappiamo quanti giorni digiunasse il popolo di Milano, vivente Santo Ambrosio, perché non è di lui un Sermone dove si dice: Quadragesima quadraginta et duos continere dies. Sappiamo ben di certo, essere a’ tempi di esso Santo consecrata col digiuno Quadragesimam totam praeter Sabbatum et Dominicam, asserendolo egli nel lib. de Elia, cap. 10. Oggidì anche il sabbato nella Quaresima è sottoposto al precetto del digiuno. All’incontro la Chiesa Romana non comanda il digiuno nei tre giorni delle Rogazioni, laddove l’Ambrosiana severamente l’esige. Che tal digiuno fosse introdotto in Milano dopo la metà del secolo XI, si raccoglie dalla Vita di Santo Arialdo, scritta in que’ tempi da Andrea monaco 1813 Vallombrosano, e pubblicata dal Puricelli, leggendosi ivi al cap. 21: Triduanum namque illud jejunium, quod inter sanctos dies Paschales contra antiquorum dicta Sanctorum NOVITER est peragi usitatum, vehementer horrebat. E quanto rigorosamente si osservasse tal digiuno, più di sotto lo dimostrano le parole di Arialdo con dire: In istis diebus tam acriter vos affligere cerno, vestibus laneis induendo nudis pedibus incedendo, in pane tantummodo et aqua jejunando, ec. L’istituzione di questo digiuno si conosce ch’era recente in Milano; ma che le Rogazioni si praticassero anche ivi molto tempo o secoli prima, pare che si possa dedurre da Landolfo seniore nella Storia Milanese, lib. III, cap. 29, tom. IV Rer. Ital. Se poi fosse anticamente in uso nella Chiesa di Milano il digiuno delle quattro Tempora, io lo ricercai nel tom. II, pag. 246 de’ miei Anecdoti Latini. E perciocché a’ tempi de’ Santi Ambrosio ed Agostino, per loro testimonianza, non si digiunava in Milano alcun sabbato, eccettoché il sabbato santo, io ne concludeva che più tardi s’erano introdotti questi digiuni nella Chiesa Milanese. Anzi non trovandosi alcun vestigio di essi presso Beroldo, di cui fra poco parleremo, e né pure ne’ Sacramentarj MSti della Biblioteca Ambrosiana, e né pur ne’ Messali stampati prima de’ tempi di San Carlo Borromeo; io scrissi essere incertum an antea observarentur. In oltre il primo fu esso San Carlo, il quale aggiunse nel Messale alla Feria V di Pentecoste le seguenti parole: Feria IV, VI et Sabbato sunt Tempora Pentecostes jejunanda. Parve ad un singolare e dottissimo amico mio, cioè a Niccolò Rubini canonico allora ordinario e Teologo della Basilica Metropolitana, che tal opinione pregiudicasse alla nota pietà e religione dei Milanesi. E però si studiò di trovar memorie per provare osservati prima di San Carlo i suddetti digiuni; e in fatti ritrovò presso persone particolari due antichi Messali Ambrosiani MSti, ne’ quali, non so in qual luogo, erano notate le Quattro Tempora. Io avea lasciato in dubbio questo punto; ed ora non niego, valer più due affermanti che il silenzio di molti altri. Tuttavia aggiungo, non bastar questo a risolvere il dubbio. Imperciocché se in que’ giorni la Chiesa Ambrosiana comandava il digiuno, perché mai, come era solita negli altri giorni di digiuno, non avea Messa alcuna particolare, niun rito o preghiere per disegnar giorni destinati alla penitenza? Veggansi i MSti dell’Ambrosiana Biblioteca ed altri, dove niun segno comparisce di penitenza in que’ giorni. Ma due ve ne sono che l’affermano. Sia vero: ma chi ci assicura che non fossero di qualche monistero, o chiesa rurale, dove si osservassero le Quattro Tempora alla Romana, mentre l’altre chiese Ambrosiane non riconoscevano questo precetto? E qui mi torna in mente un antichissimo Messale Ambrosiano MSto della Biblioteca suddetta, in cui alla Feria IV dopo la domenica di Quinquagesima si legge Oratio super populum, colle seguenti parole: Concede nobis Domine..... militiae Christianae inchoare jejuniis, ut contra spiritales nequitias pugnaturi, ec. Seguita Oratio super Sindonem: Praesta Domine fidelibus tuis, ut jejuniorum veneranda solemnia et congrua pietate suscipiant, et secura devotione percurrant. Leggesi nella Prefazione: Qui corporali jejunio vitia comprimis, ec.; e nella Messa della Feria VI l’orazione super Populum ha queste parole: Inchoata jejunia, quaesumus, Domine, benigno favore prosequere, ec. Chi volesse da ciò inferire che la Chiesa Ambrosiana cominciava la Quaresima secondo il Rito Gregoriano, avrebbe contrarj tanti altri Messali, e la consuetudine inveterata di quella Chiesa. Ciò sarà avvenuto in qualche particolar chiesa di quella Diocesi, ma non già nel resto. Perciò si dee meglio esaminare in Milano l’istituzione delle Quattro Tempora.

Celebri riti parimente sono della Chiesa Ambrosiana il trasferirsi le feste de’ Santi, se vengono in domenica: il che si osserva nel Rito Romano, solamente allorché la festa è di rito semidoppio, o se s’incontra nelle domeniche 1815 di Quaresima e dell’Avvento. Né pure celebra la Chiesa Milanese alcuna festa di Santi nella Quaresima. In oltre gli Ambrosiani non celebrano Messa ne’ venerdì di Quaresima, e né pur usano la Messa de’ Presantificati, come s’usa da’ Greci e dalla Chiesa Romana nel venerdì santo. Osservasi ancora nella Basilica Metropolitana quella che anche una volta era chiamata Schola Sancti Ambrosii. Cioè mantiene essa Chiesa dieci vecchi laici, appellati Vecchioni, ed altrettante vecchie, ufizio de’ quali è d’intervenire alle Messe solenni. Questo è un vestigio della più remota antichità, conservato sino ai dì nostri. Portano un onesto e antico vestito; e quando è il tempo dell’offertorio, due di essi maschi, con bianco velo sulle spalle, si accostano ai gradini del Presbiterio (Beroldo scrive che entrano nel Coro), e tenendo nella destra le oblate, cioè l’Ostia, e nella sinistra le ampolle col vino, discende il sacerdote dall’altare coi ministri, e portando due vasi d’argento indorati, riceve in essi le oblazioni. Fanno poscia lo stesso due di quelle venerande vecchie. Sanno gli Eruditi che negli antichi secoli solito era il popolo ad offerir nella Messa il pane e il vino da consecrarsi. Oggidì a nome di tutto il popolo si offeriscono dalla Scuola suddetta di Santo Ambrosio, come attesta Landolfo seniore storico nel tomo IV Rer. Ital., pag. 93. Anche nelle pubbliche processioni essa Scuola procede col Clero, Nell’Ordine Romano viene mentovata l’antica oblazione del Clero all’altare: questa tuttavia si osserva nella Metropolitana suddetta. Aggiungasi ciò che de’ suddetti vecchioni e vecchie io trassi da un MSto della Biblioteca Ambrosiana, che ha per titolo Status Ecclesiae Metropolitanae. Così è ivi notato: Vegloni apparent in Ecclesia et Processionibus cum eorum cottis, et sacerdotalibus birettis et vestibus. Mulieres etiam viduali habitu et velatae in solemnibus Missarum officiis offerunt sacerdoti celebranti panem et vinum ad instar Melchisedech. Sed mulieres nunquam intrant chorum; immo sacerdos celebrans venit usque ad portam chori, ibique earum oblationes recipit. Et vulgariter appellatur Schola S. Ambrosii. Et quotiescumque fiunt aliquae Processiones, eis interveniunt cum particulari vexillo suae crucis. Prior vero horum defert pluviale temporibus debitis, et flagelium S. Ambrosii. Temporibus Litaniarum et Processionum cantant et ipsi Kirie eleison alternatim cum aliis sacerdotibus chori. Deesi anche osservare, usarsi Prefazioni particolari dalla Chiesa Ambrosiana a ciascuna Messa di Cristo, della Beata Vergine, di alcuni Santi, e in tutte le domeniche. Così appunto negli antichi secoli si praticava anche nel Rito Romano, come consta dalla mia Raccolta col titolo di Romanae Ecclesiae Liturgia vetus. San Gregorio Magno le ridusse a poche; ma gli Ambrosiani continuarono l’antico loro costume. Né voglio io qui tacere, che si conserva nella Biblioteca Ambrosiana un codice MSto Greco, che contiene le Omelie già stampate di Teofane Ceramita sopra i Vangeli. La pergamena ci fa ora vedere un testo Greco; ma sotto le lettere Greche chiaramente si scorge che prima fu ivi scritto un Messale Romano, e che la scrittura o per l’antichità s’era smarrita, o dal Greco copista era stata pel suo bisogno lavata. Tuttavia si possono ivi leggere non solo assaissime lettere, ma anche delle intere Orazioni, Epistole e Vangeli. Fra l’altre cose osservai che a parecchie Messe si aggiugneva la Prefazione propria, e che l’ultima Orazione era chiamata super Populum. Può il Lettore, se più ne desidera, consultar l’Opere del piissimo cardinal Bona e la suddetta mia Raccolta. Antichissimo dovea ben essere quel Sacramentario. Finalmente si può osservare che il Salterio Ambrosiano di oggidì in non poche cose discorda dall’usato nel Breviario Romano, sì nelle parole, che ne’ sensi e nell’ordine de’ versetti; e non perciò si accorda colla versione ch’era in uso a’ tempi di Santo Ambrosio. Negli altri libri delle divine Scritture poco o nulla discordano gli Ambrosiani dalla Vulgata.

Qui poi determinai di fare una giunta, che ai coltivatori della sacra Erudizione non sarà stata inutile; cioè di pubblicare alcuni Opuscoli di Beroldo, che ne’ passati secoli descrisse i Riti della Chiesa Ambrosiana. Due codici MSti di tal Opera si conservano nella Biblioteca del Capitolo della Metropolitana, l’uno più copioso dell’altro. Una copia eziandio si custodisce nella Biblioteca Ambrosiana. In che tempo fiorisse, e qual ufizio avesse Beroldo nella Basilica Metropolitana, l’avea già osservato Gian Pietro Puricelli, insigne illustratore delle Antichità di Milano, nel libro de Sanctis Martyribus Nazario et Celso. Altro egli nondimeno non recò, se non quello che lo stesso Beroldo scrisse di passaggio di sé medesimo, e che ogni Lettore può conoscere in leggere le fatiche di lui da me date alla luce. Scrive egli adunque, varj essere i ministerj, de quibus, Deo opitulante, ego Beroldus Custos et Cicendelarius ejusdem Ecclesiae, quidquid vidi, ec., huic nostro Libello tradere disposui. L’ufizio dunque di Beroldo fu la cura dei luminarj del tempio, e il custodire cicendelas, cioè le lampane, i ceroforarj, i candelieri, ed altri simili vasi e mobili destinati a far luce nella casa di Dio. Parlando poi degli Ebdomadarj, soggiugne: Sed nuper in tempore Domni Olrici Archiepiscopi, Subdiaconi cum Custodibus convenerunt ut quatuor Custodes Hebdomadarii suscipiant in omni cadavere (cioè per ogni defunto) denarios, ec. Pensò il Puricelli, dopo il Calchi, il Sigonio ed altri, che Olrico arcivescovo terminasse il suo vivere nel 1123. Il chiarissimo sig. Giuseppe Antonio Sassi Bibliotecario dell’Ambrosiana nelle Note a Landolfo iuniore storico (tomo V Rer. Ital., pag. 507) dimostra con sicure pruove ch’egli solamente mancò di vita nel dì 28 di maggio del 1126, e per conseguente poco dopo si mise Beroldo a scrivere quelle memorie. Nel MSto codice primieramente comparisce Cognitio Aurei Numeri, Lunarum, una cum Etymologiis singulorum Mensium, ec., dove si legge: Si vis invenire argumentum, per quod possis probare, quot anni sunt a Nativitate Domini, extende ordines indictionum, qui sunt modo LXXIII, adjunge I: nam indictio non nisi ad XV annos crescit. Questo conto lo dovette copiare da altri Beroldo, perché indica l’anno 1096. Seguita un Kalendario antico. Poscia Quomodo dividuntur denarii in praedicta Ecclesia, che io ho dato alla luce, per far conoscere le usanze di allora e le feste della Chiesa Milanese. Seguita ivi Ordo et Ceremoniae praedictae Mediolanensis Ecclesiae per totum annum. Buona parte di tal Opera ho io pubblicato. Succede De situ civitatis Mediolani; De adventu Barnabae et Anathalonis, et Vita eorum. Questi due Opuscoli ho io dato al Pubblico nella Par. II del tomo I Rer. Ital. Quivi ancora si truova De Recuperatione Officii Ambrosiani facta a beato Confessore Eugenio. Si vede stampato da Bonino Mombrizio. V’ha in oltre Expositio Matutini Officii facta a Theodoro Archiepiscopo. Teodoro II arcivescovo di Milano ascese a quella cattedra circa l’anno 735. Ma in questa Operetta si vede citato Amalario, che circa l’anno 825 scrisse il libro De Divinis Officiis. Adunque non sussiste un tale Autore. Altri Opuscoli esistono ivi, ma di poco rilievo. Nel fine d’uno intitolato Expositio Exceptati si legge: Nomen vero Auctoris hujus Operis scire cupiens, computa capitales literas per ordinem Feriarum, incipiendo a B Capituli primi, usque in finem, et nomen perfectum habebis. Ne risulta BEROLDVS. Questo costume di disegnare il suo nome per via di acrostici è di grande antichità, come osservai nella Prefazione al Poema di Donizone, tomo V Rer. Ital. Pertanto avendo io scelto dagli scritti di Beroldo quello che mi è sembrato di qualche utilità per dar lume al Rito Ambrosiano, ho pubblicato il principal suo libro: Ordo et Ceremoniae Ecclesiae Ambrosianae Mediolanensis circ. annum 1130. Vi ho aggiunto una costituzione de Reformatione Officii Ambrosiani, pubblicata nell’anno 1440 da Francesco Pizolpasso arcivescovo di Milano, che io trassi da un codice MSto della Biblioteca Metropolitana. Finalmente debbo avvertire che l’Ufizio Ambrosiano ha di grandi obbligazioni ad Orrico, o sia Olrico Scacabarozio, il quale in un codice della suddetta Biblioteca Metropolitana è chiamato Ecclesiae Majoris Mediolanensis Archipresbyter, et Praepositus Basilicae Apostolorum, sive Sancti Nazarii in Brolio Mediolani. Imperciocché egli nell’anno 1280, come dal medesimo codice si ricava, tam in dictamine, quam in cantu compilavit molti Ufizj de’ Santi, che si leggono in quel libro, siccome ancora il suo epitaffio, e vi si vede anche il suo ritratto. Di questo stesso codice si servirono non poco quelli che nell’anno 1605 fecero una nuova edizione del Messale ed Ufizio Ambrosiano.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011