Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LVI

Della Religione de’ Cristiani in Italia

dopo l’anno 500 dell’Era Cristiana.

Passiamo ora a cercare, qual fosse lo stato e la faccia della Religione in Italia, dappoiché riuscì alle nazioni barbare di fissar qui il piede. Veramente i Goti e i Longobardi portarono qua l’Arrianismo, che n’era stato bandito ne’ tempi addietro. Ma da che abiurarono anch’essi quella pestilente dottrina, popolo non si contò in Italia, che non professasse la Fede Cattolica, e non aderisse alla Chiesa Romana maestra di tutte. Né poscia fino ai dì nostri tempo ci fu, in cui alcuna eresia di qualche nome e pubblica rompesse questa unità e concordia. Perciocché quantunque per cagion del Concilio V generale alcuni Patriarchi di Aquileia e i lor suffraganei stessero molto tempo divisi dalla Sede Apostolica; nientedimeno niun dogma abbominevole giunse ad infestar la loro credenza. E tuttoché dopo il secolo IX e X alquante città della Calabria, e in altre parti del Regno di Napoli fossero sottoposte alla signoria de’ Greci, niuna perciò d’esse negò l’ubbidienza ai Romani Pontefici, o certamente poco durarono nello scisma delle Chiese Orientali. Si vuol nondimeno confessare che dopo il mille penetrarono in Italia alcune clandestine eresie, e si sparsero fra il rozzo popolo; ma niuna d’esse alzò mai il capo, né si attaccò agli uomini dotti, di maniera che la vera Fede regnò sempre dappertutto, e le pene usate contro i contumaci ne troncarono in fine le radici. Di tali eresie tratterò io nella Dissertazione LX. Né s’ha da dissimulare che insorsero talvolta dei lagrimevoli scismi nel seno della stessa Italia o per l’elezione dubbiosa de’ Sommi Pontefici, o per l’intrusione di qualche Antipapa, e che sì fatte scissure durarono talvolta per più anni. Ma fra cotali discordie non lasciarono mai gli animi d’andar sempre concordi nella confessione della vera Fede e della dottrina ortodossa. Anzi allorché Leone Isaurio infuriò contra del pio uso e culto delle sacre Immagini, col minacciar anche la morte a Gregorio II papa, per testimonianza di Anastasio nella Vita di esso Pontefice, e di Paolo Diacono nella Storia Longobarda, tutta l’Italia fece resistenza allo sconsigliato Imperadore, et consilium iniit, ut alterum sibi Imperatorem eligerent. Anche gli stessi Longobardi, padroni allora di quasi tutta l’Italia, si scaldarono forte per la difesa della Chiesa Cattolica e del Romano Pontefice, ancorché si possa sospettare che più volentieri entrassero in quella briga per potere impadronirsi di Ravenna, e dell’altre città dell’Esarcato, sottraendole al dominio de’ Greci.

Quali poi fossero gl’impieghi principali della santissima Religion nostra in que’ tempi, e quale il culto esterno, resta ora da esaminare. Fu allora uno de’ più usati studj de’ popoli Cristiani quello di fabbricar basiliche, oratorj, monisterj e spedali per viandanti, infermi e bisognosi, o pure in ampliarli ed arricchirli. Gareggiavano in ciò quasi tutti i buoni, se provveduti di molte facoltà, ed anche talora senza osservare se più del dovere defraudassero le speranze de’ figli e parenti sulla loro eredità. Non faceano di meno coloro ancora che abbondavano di vizj e peccati, purché nel cuor loro avesse luogo il timore dell’ira di Dio. Siccome i giusti esercitavano la lor liberalità verso le chiese per la ben fondata fiducia di riportarne un premio eterno in cielo; così gl’ingiusti concorrevano a far lo stesso per isperanza di non patire i gastighi preparati per li cattivi nell’altra vita. E veramente nell’uso di questa pia munificenza veniva allora costituito un gran requisito della pietà e della Religione, e una via molto facile per obbligar Dio in suo favore. Perciò in gran numero i sacri pastori, i monaci religiosi, i cherici, ed anche gli stessi laici più dati alla pietà, si studiavano di fondare o abbellir templi, o di ornar gli altari con preziosi vasi d’oro e d’argento, e d’altre ricche suppellettili. Leggansi le Vite de’ Romani Pontefici, date alla luce sotto nome di Anastasio Bibliotecario. Il più delle loro imprese si riduce a chiese o fabbricate o ristorate, o ad ornamenti di gran prezzo, ch’essi alle medesime contribuivano. Altrettanto si può osservare fatto da que’ vescovi ed abbati che annidavano in lor cuore, non le cupidità secolaresche, ma le massime della pietà. Pochi erano fra loro che prima di passare all’altra vita non avessero edificata qualche nuova chiesa, o non ne avessero arricchita alcuna delle vecchie. Ne recherò pochi esempli. Basilica insigne tuttavia in Milano è quella di San Giorgio. Quivi nel pavimento (per attestato di Francesco Castelli, una cui Raccolta, scritta circa l’anno 1550, ho io avuto sotto gli occhi) si leggeva l’iscrizion sepolcrale di Natale arcivescovo di Milano e fondatore di quella chiesa. Il chiarissimo P. Papebrochio nel Trattato de Episcopis Mediolanensibus (tom. VII Actor. Sanct. Maji) fu di parere che questo arcivescovo Natale, venerato per Santo da’ Milanesi nel dì 13 di maggio, fosse ordinato nell’anno di Cristo 740, e che passasse a miglior vita nell’anno seguente. Il Castelli dopo l’iscrizione nota: Obiit autem anno Incarnationis Domini DCCLXIV, pridie idus maji, indictione quarta. Se queste parole si leggessero nel marmo, gran divario passerebbe fra l’iscrizione e l’opinione del Papebrochio. Ma perché nell’anno 764 correva l’indizione seconda, e non già la quarta, probabile è che quella giunta venga dalla penna del Castelli. Ecco lo stesso epitaffio, da cui ancora apprendiamo che anche il Re de’ Longobardi avea contribuito plurima dona pel mantenimento de’ sacerdoti di quella chiesa,

MARMORE CONCLVSVM TEGITVR VENERABLLE CORPVS,

NATALIS PRAESVL, QVI FVIT ORBE BONVS.

GRANDIS HONOR PATRVM FVERAT. NAM PASTOR ET ALMVS

NOBILITATE VIXIT, REXIT OVESQVE PATER.

CONDIDIT HANC AVLAM, CHRISTO PRAESTANTE IVVAMEN.

REX DEDIT ET RECTE PLVRIMA DONA QVOQVE.

VNDE QVEANT VIGILES DOMINO SERVIRE PER AEVA

PROQVE SVIS CVLPIS POSSIT HABERE PRECES.

ECCLESIA REXIT BIS SEPTEM MENSIBVS, ANNOS

SEXIES ATQVE DECEM QVOQVE DVOBVS HABENS.

Anche in Pavia nella Cattedrale si leggeva la memoria incisa in lastra di ferro, spettante ad un Longobardo che avea fabbricato un oratorio in Onore della Santiss. Vergine. Probabilmente andò a finire quest’anticaglia nella bottega di qualche fabbro ferraio. Me ne mandò copia il fu dottissimo P. D. Gasparo Beretti monaco Benedettino. Si osservi in questa memoria quanto sia durato nelle iscrizioni l’uso di que’ segni, che da alcuni furono una volta creduti cuori, ma più verisimilmente erano foglie d’alberi, che i marmorai o per ornato o per interpunzione vi aggiugnevano.

NOMINE GVODO CITANS ORNAVIT MARMORE PVLCHRO

  INTIMA CUM VARII TEMPLI FULGORE METALLI

  TEMPLVM DOMINO DEVOTVS CONDEDIT AVSO

  TEMPORE PRAECELSI LIVTPRANDI DENIQVE REGIS

  AEDIBVS IN PROPRIIS MARIAE VIRGINIS ALMAE.

  ORANTES PENITRENT HINC CAELOS VOTA GOD

Ho anche rapportato il Catalogo ben lungo di tutti gli ornamenti che Teobaldo abbate Benedettino nell’anno 1019 somministrò al Monistero di San Liberatore, posto nel territorio di Chieti. Ma qui convien avvertire che quanto la pia liberalità contribuiva di doni e ricchezze mobili, rimaneva esposto in que’ torbidissimi tempi al saccheggio de’ ladri, de’ nemici, de’ principi empj, anzi talvolta anche de’ pastori delle chiese, che si gittavano dopo le spalle il timore di Dio. Il perché i più saggi credeano meglio fatto di dispensare ai poveri que’ tesori, conoscendo che impiegati che fossero in tal guisa, non verrebbero i ladri né le tignuole né la ruggine a far guerra ad essi (Veggasi la Dissert. XXXVI, degli Spedali). Un altro più usato esercizio della gente pia era l’attendere al divino culto ne’ sacri templi col canto de’ salmi e degl’inni, e il compiere tutte le parti della Liturgia colla maggior decenza e divozione. In ciò spezialmente si distinguevano i monaci esemplari. Il loro canto, le lunghe preghiere, la compostezza del corpo, le veglie notturne davano talmente negli occhi e nelle orecchie del popolo, ed affezionavano ad essi la maggior parte di esso, che oltre ad altre cagioni si può credere che l’ultima non fosse questa, per cui seguirono le fondazioni di tanti monisterj, e arrivasse tant’oltre la munificenza de’ Fedeli verso l’Ordine Monastico. Restava la gente rapita all’osservare, come non solamente salmeggiassero sì lungamente il giorno, ma anche sorgessero la notte a lodare e pregar Dio secondo l’antico istituto che massimamente San Benedetto propagò in Occidente. Né questo bastò. Gl’insigni monisterj sì dell’Oriente che dell’Occidente a questi esercizj comuni di pietà aggiunsero un’altra nobil prerogativa, coll’introdurre la Salmodia perpetua, cioè il dividere in varj Cori la numerosa famiglia de’ monaci, e far sì che succedendo gli uni agli altri, niuna ora del giorno e della notte restasse priva delle lodi del Signore. Perciò non solamente il popolo, ma anche i principi e le principesse, e i più dei Re e molti ancora de’ vescovi particolare ossequio e divozione professavano ad essi monaci, e gareggiavano in fondar nuovi monisterj dappertutto. Ansperto arcivescovo di Milano, per valermi di un solo esempio, avea fabbricato uno spedale e una basilica. Nell’anno 879, a’ tempi di Carlomanno re d’Italia, ne diede la cura ai Monaci Benedettini, comandando che ivi quotidie octo Monachi Monasterii ipsius Sancti 1788 Ambrosii esse debeant, qui in jam dicta Basilica mea et officium et luminaria faciunt, et pro me et jam dictis parentibus meis Missas, Vesperum, Vigilias et Matutinum Defunctorum faciant. Trassi io questo documento dallo Zibaldone del Puricelli, illustratore della Basilica e del Monistero di Santo Ambrosio. Ma in questa carta è parlato della Corte Palazzuolo, quam per praeceptum a memorandae ac reverendae recordationis piissimo Arnulfo Rege adquisivimus. Più sotto si legge: Pro remedio animae divae memoriae Regis Arnulfi. Ma chi è questo re Arnolfo? Non già il figlio del suddetto re Carlomanno, che fiorì dopo il padre. Niun altro ne so trovar io, a cui si possa adattar questa asserzione, e che abbia regnato in Italia. Però che è da dire di questo documento? O finto, o interpolato convien sospettarlo.

Non lieve splendore aggiunsero all’esterno culto della Religione Cattolica i Canonici, l’istituto de’ quali spezialmente nel secolo nono si propagò per l’Italia, Francia e Germania, come vedremo nella Dissertazione LXII. Imperciocché essendo allora in gran credito presso i Monaci l’uso della sacra Salmodia e Imnodia, né potendo in tale ornamento competere le chiese secolari con le monastiche, si conobbe che tornerebbe in singolar decoro e in aumento della pietà l’istituire almeno nelle Cattedrali persone sacre che in coro cantassero di giorno e di notte le lodi di Dio: il che in fatti si cominciò con molta lode a praticare, e tuttavia si pratica. Ma chiederai: Non c’era forse nel Clero secolare prima dell’istituzione dei Canonici la Salmodia, e il canto delle divine lodi e preghiere? – C’era al sicuro fin dai primi secoli della Chiesa, ma non con quell’ordine, pienezza e maestà che fu poi introdotta dai Monaci e Canonici. E ne’ secoli barbarici quasi niuna chiesa battesimale o sia parrocchiale si trovava tanto nelle città che nelle ville, la quale ne’ giorni di festa non cantasse la Messa, o qualche parte del divino Ufizio, pagando a Dio il tributo delle lodi o col Matutino, o col Vespro, o con altri salmi ed inni. Nella Dissertazione LXXIV ho rapportato una carta dell’anno 715, dove si tratta di una parrocchia rurale. Vien ivi incolpato Adeodato vescovo di Siena per avere ammesso all’ordine sacerdotale infantulum habentem annos non plus duodecim, qui nec Vespero sapit, nec Madodinos (cioè i Matutini) facere, nec Missa cantare novit. Ma da che fu istituito l’ordine de’ Canonici, allora cominciarono con più frequenza e dignità a farsi le sacre funzioni della Chiesa, e ad esercitarsi i ministri dell’altare nel Canto Gregoriano nelle Cattedrali. Anzi all’esempio d’esse molte chiese delle città e ville fondarono un collegio di Canonici (ora si chiamano Chiese collegiate) per soddisfare con più decoro al culto divino Però a gara concorreva il popolo pio, venendo le domeniche ed altre feste, ad udire la Salmodia, e qualche grave e divota musica delle voci sacerdotali. L’ascoltar la Messa e l’intervenire a queste divine lodi era in que’ tempi la principal divozione de’ Fedeli. Anzi si faceva scrupolo ogni persona, se non interveniva, oltre alla Messa, anche alla suddetta Salmodia. In molti luoghi ancora i laici concorrevano al coro e al canto. Mirabilmente poi crebbe la contentezza e il concorso alle chiese del popolo, dappoiché dall’Oriente fu portato in Occidente l’uso e la melodia degli organi pneumatici. Non si può esprimere con qual stupore e giubilo fosse per, la prima volta accolta questa ingegnosa invenzione, cioè nell’anno 826, nel qual tempo un certo prete Veneziano presentatosi in Aquisgrana a Lodovico Pio Augusto, si esibì di fabbricare un organo, e in fatti eseguì la promessa, e poi ne fece sentire il concento (Vedi quel che n’ho detto nella Dissertazione XXIV). Furono soliti anche gl’Imperadori e Re, e all’esempio loro altri minori principi avere nel lor palazzo un oratorio o cappella, dove i Cappellani ogni giorno e notte salmeggiavano in onore di Dio. Il P. Tomasini (Parte I, lib. II, cap. 109 de Beneficiis) pensa che i Re di Francia della prima stirpe avessero Oratorium in Palatio Regio cum suo Clero. Crederei che meritasse più fede Paolo Diacono, che tale invenzione attribuisce a Liutprando re de’ Longobardi, scrivendo nel lib. VI, cap. 58 de Gest. Langob. — Intra suum quoque Palatium Oraculum (cioè un Oratorio) Domini Salvatoris aedificavit; et quod nulli alii Reges habuerant, Sacerdotes et Clericos instituit, qui ei quotidie divina Officia decantarent. Ciò fu fatto, affinché i principi più comodamente potessero accostarsi al culto divino e alle Ore canoniche, perché anch’essi costumavano d’assistervi con tutta la lor famiglia. Tralascio altri esempli per rapportarne un solo di Donizone, il quale nel lib. I, cap. 14 della Vita di Matilda (tomo V Rer. Ital.) così scrive di Bonifazio duca e marchese, padre di essa Contessa:

Psallebant semper Capellani reverenter

Horas nocturnas sibi quotidieque diurnas

Nemo Capellam super ipsum Praesul habebat.

Cioè un oratorio co’ suoi cantori.

Del resto ne’ tempi barbarici il maggiore sfogo della divozione e pietà de’ Fedeli riposto era nell’onorare e invocare i Santi: del che parleremo nella Dissertazione LVIII. Qui solamente dirò qualche cosa della loro pietà verso i defunti. Non v’ha dubbio, fino dal nascere della Cristiana Religione si costumò di procurare presso il misericordioso Iddio pace e riposo all’anime Cristiane nell’altra vita per mezzo dell’incruento Sacrificio, delle limosine e delle orazioni: del che abbiamo innumerabili testimonianze dell’antichità. Con pari, anzi maggiore studio ne’ susseguenti secoli usarono i Cristiani di procacciare a sé stessi dopo la morte, o agli altri già defunti il sollievo suddetto. Per questo fine profondevano a gara o tutto o parte delle lor sostanze ed eredità in seno de’ monaci, o del Clero secolare, o in ajuto de’ poveri. Trattandosi di cose chiare, non occorre ch’io le confermi con pruove ed esempli. Perciò solamente due notizie recherò. La prima è, che anticamente costumarono bensì i Fedeli privati di rendere propizio Iddio alle anime proprie, e a quelle de’ parenti, amici e benefattori; ma questa pia munificenza non si stendeva a tutti i Fedeli. Pare che uso ed obbligo del solo Clero fosse di provvedere al bisogno di tutti coloro ch’erano morti in signo Fidei ; e per questo nelle quotidiane Messe e nella Salmodia sempre si facea, come anche oggidì, commemorazione di tutti i defunti, e per loro si offerivano preghiere a Dio. Fu anche istituito ne’ vecchi secoli barbarici l’Ufizio de Morti , per attestato di Amalario, che scriveva i suoi libri circa l’anno 836. Furono ancora istituite antichissimamente Missae pro Defunctis; e da San Benedetto abbate Ananiense, che fiorì sul principio del secolo nono, fu inventato quinarium Psalmorum pro omnibus Fidelibus defunctis, per tralasciar altre pie consuetudini. Finalmente fu determinato un particolar giorno dell’anno, in cui si facesse una solenne commemorazione e preghiera per tutti i morti: del quale istituto molti tengono che fosse autore Santo Odilone abbate Cluniacense circa l’anno 1040. Questo piissimo ritrovato venne poi steso dai Romani Pontefici a tutta la Chiesa. Il perché più tardi si svegliarono tante dispute intorno alle pene del Purgatorio, e allo stato dell’anime in que’ luoghi: cioè a un dogma certissimo della Chiesa furono aggiunte molte quistioni, delle quali qualche verisimiglianza bensì, ma non certezza si può sperare. Finalmente nulla si ommise per commuovere le menti e gli occhi de’ Fedeli a prestare tutti i soccorsi della pietà ai defunti, con ridurli per lo più alla celebrazion di Messe e di Ufizj. Questo rito principalmente prese vigore da che l’uso de’ canoni penitenziali si rallentò, e molto più dappoiché questi vennero totalmente disusati. L’altro punto che qui si dee osservare, appartiene al salutare e propiziatorio sacrificio della Messa, il quale è costante ed antichissimo dogma della Chiesa che giovi ancora ai Fedeli defunti. Non solamente nel giorno della morte si celebravano Messe, ma anche ne’ più vecchi tempi s’introdusse di far l’Anniversario, o il Trigesimo; e la Terza e la Settima si veggono riferite da Hincmaro arcivescovo di Rems nel suo Capitolare ai Preti, cap. 14. Anche Alcuino e Amalario, ed altri antichi confermano il medesimo rito; e che questo fosse molto più antico, pare che si possa dedurre da un’antica iscrizione Romana, riferita dal Turrigio, e poi dal Bosio nella Roma Sotterranea, lib. II, cap. 8. Quivi si legge:

DEP. EST BOETIVS CL. P.

OCT. KAL. NOBER IND. XI.

DOM. N. IVSTINO PP. AVG. ANN. XII.

ET TIBERIO CONST. CAES. ANN. III.

DEPVTAVIMVS IN ISTA SEPVLTVRA NOSTRA

EX TM PAGINM AD OBLATIONE VEL

LVMINARIA NOSTRA

ORTI TRANSTIBERINI

VNCIAS SEX FORIS MVROS, ec.

Appartiene all’anno 577, e leggo ex Testamenti pagina. Se non erro, le rendite di quel fondo aveano da servire per le oblazioni, cioè per le Messe e per la luminaria in suffragio dell’anima di quel testatore.

Oltre a ciò i monaci istituirono gli anniversarj de’ lor confratelli, come avvertì il P. Mabillone nella Prefazione al Secolo III degli Atti de’ Santi Benedettini. Truovasi tuttavia acclamato da essi Benedettini Rosio vescovo di Padova per avere fondato il Monistero di Santa Giustina, oggidì molto celebre. Se sia da attribuire a lui tal fondazione (come pensano l’Orsati, il Cavaccio e l’Ughelli) l’ho ricercato di sopra nella Dissertazione XXXIV. Certo è bensì che quel Vescovo fondò in Padova uno spedale, il cui strumento perché il P. Mabillone negli Annali Benedettini all’anno 870 desiderò che fosse dato alla luce, io perciò l’ho pubblicato, particolarmente perché ivi si vede ordinato l’Annniversario della sua morte. Non vidi il suo originale, ma sì bene un’antichissima copia; e quivi egli è chiamato non già Rosius, ma ora Rorsus ed ora Rorius (non so se per isbaglio del copista, appartenendo la carta all’anno 874, e non già all’anno 870, come s’è creduto finquì. Benché Lodovico Pio nella legge LV fra le Longobardiche (Par. II del tomo I Rer. Ital.) avesse ordinato, ut omnis Ordo Ecclesiarum secundum Legem Romanam vivat: pure questo Vescovo si scorge che osservava la Legge Salica. Ma non mancavano Ecclesiastici i quali tenevano questa Legge per consultiva, non per precettiva (Veggasi la Dissertazione XXII, dove ho rapportato altri simili esempli). Determina ivi il vescovo Rorio che in Annuale vero meo per remedium anime mee pascere debeatis ter Sacerdotes et Levitas numero quadraginta. In alio vero die, quod post Annuale meum evenerit, volo adque instituto, ut reficiantur ibi in predicto loco pauperes numero centum. Osservisi qual cura si avesse una volta della carità verso i poveri. Certamente non usarono i nostri maggiori di ridurre i suffragi per li defunti al solo salutar Sacrifizio, come per lo più si fa oggidì; ma insieme ordinavano Messe e limosine, perché assicurati che anche l’opere della misericordia gran forza aveano per impetrar da Dio grazie sì per li viventi, che per li morti. Di ciò ho io trattato abbastanza nella mia Operetta della Carità verso il Prossimo. Qui nondimeno voglio confermarlo coll’esempio de’ Romani Pontefici, col produrre un decreto di papa Alessandro IV dell’anno 1259, cavato dal Registro di Cencio Camerario. Ordina egli quivi che nel dì della Commemorazione de’ Morti Pontefice ducentos pauperes reficiat, et vigintiquinque Cardinalium unusquisque. Morendo il Papa, die defunctionis ipsius Cardinales celebrent Officium pro Defunctis, et esum quinquaginta pauperibus pro anima defuncti Pontificis Cardinalium quilibet subministret, Missas totidem pro Defunctis faciens postmodum decantari. Mancando di vita un Cardinale, ordina che Romanus Pontifex ducentos pauperes pro anima ejus pascat, et viginti quinque quilibet Cardinalis. Questa pia consuetudine è svanita in moltissime contrade. Truovasi poi che i fondatori di monisterj o chiese alle volte prescrivevano Messe da celebrarsi per la loro anima; cosa nondimeno che di rado si praticava ne’ tempi antichissimi. Innumerabili carte abbiamo tanto date alla luce, che nascose negli archivi, dove compariscono donazioni grandiose di beni fatte ai sacri luoghi e alle congregazioni dell’uno e dell’altro Clero. Ma quivi o niuna obbligazione viene imposta ai ricevitori di que’ beni (il che era assai famigliare ne’ tempi di allora), o pure con generai preghiera si facea istanza ai cherici e monaci di raccomandare a Dio ne’ Sacrifizj e nelle orazioni l’anima del donante. Né si determinava alcun numero di Messe, né si esigeva che i Sagrifizj si offerissero pel solo oblatore, perché né pure nel secolo nono non erano molto approvati que’ sacerdoti i quali singulas oblationes pro singulis offerrent, come pare che dica Walafrido Strabone, de Reb. Eccles. cap. 22. Imperciocché tuttavia i sacerdoti, avvegnaché ricevessero limosine ed oblazioni da molti, non per questo offerivano il Sacrifizio per que’ soli, ma sì bene per tutti i defunti: dal che parla il Concilio Romano tenuto nell’anno 837. Contuttociò esempj ci sono di Messe spezialmente applicate per l’anime de’ particolari, ma senza dimenticare la repubblica degli altri defunti. Nell’Archivio Arcivescovile di Lucca carta si legge della fabbrica e dotazione di un oratorio fatta nell’anno 916 da Rottruda monaca e da Gumberto suo figlio, con ordinare, ut Presbiter ille qui pro tempore ibidem fuerit, et luminaria, incensum, salmorum vigilantia et Missarum... ibi per anime nostre facere.....

Per quanto ho io detto, non intendo di asserire che fosse ignoto agli antichi secoli l’ordinar Messe perpetue per determinate persone. Solamente a me sembra ciò fatto di rado, e per lo più dai principi e gran signori nel fondare o maggiormente arricchire monasterj o chiese. Lodovico II Augusto, come abbiamo da un suo diploma dell’anno 874, pag. 812 della Cronica Casauriense (Par. II del tomo II Rer. Ital.), vuole che i Monaci Casauriensi tres quotidie pro nobis Missas, et omnibus diurnis ac nocturnis Officiis centesimum vigesimum decantare non desinant Psalmum, ec. Anche Angilberga, vedova dello stesso Augusto, fondatrice dell’insigne Monistero di San Sisto di Piacenza, nel suo testamento dell’anno 877, pubblicato dal Campi nel tomo I della Storia Eccles. Piacent., fra l’altre cose ordinò: Volumus atque instituimus, ut pro requie jam dicti Domini et Senioris mei et mea, quotidie in ipso Monasterio Missa celebretur; et ad omne diurnum et nocturnum Officium singuli Psalmi in commune cantentur. Anche nell’anno 905 Sergio III papa, come apparisce da suo strumento presso l’Ughelli, nel far molti doni alla chiesa di Selva Candida, esige in avvenire dai Sacerdoti ivi deputati tres oblationes in Missarum solemniis. Così Aldrico vescovo Cenomanense nella metà del secolo nono coll’ultimo suo testamento si lasciò molte Messe per l’anima sua, come s’ha dalla Vita di lui pubblicata dal Baluzio. Del pari Notchero vescovo di Verona nel suo testamento, edito nel tomo V dell’Italia Sacra, destinò molte limosine da farsi pro anima Domini Berengarii Senioris mei amabilis Imperatoris. Poscia vuole, ut in tribus diebus ante ejus annualem, et tribus postea omnes generaliter Sacerdotes de intus et de foris omni die Missas cantent, et Domino preces offerant pro ejus anima. Fu scritta quella carta imperante Domno nostro Berengario Imperatore, anno sexto, sub die x de mense februarii, indictione nona, cioè nell’anno di Cristo 921. Se s’avesse a riposare su questa carta, non sussisterebbe la sentenza del Valesio e del Pagi, che mettono la coronazione Romana nel dì 24 di marzo dell’anno 916. Ma l’Ughelli troppo sovente si truova poco accurato nel riferire i documenti. Io tralascio le note cronologiche d’altri documenti ch’io ho addotto qui, e addurrò nella Dissertazione LXVI, che compruovano il sentimento de’ suddetti due scrittori. Sovente ancora tanto a’ preti secolari che a’ monaci, per aver cantato Messe in suffragio dei defunti, si dava la limosina. Testimonianza di questo rito s’ha in una carta del Beato Bono, fondatore del Monistero di San Michele di Pisa, oggidì spettante ai Camaldolesi, che fu scritta nel 1048. Quivi confessa egli di aver fatto un insigne campanile con sette campane: et omnes facte sunt helemosinis, que nobis facte sunt, et de Misse, quas ego et Monachi mei decantaverunt. Per altro di molta antichità è l’uso degli anniversarj per le persone defunte, e la destinazion delle Messe da celebrarsi. Ho io prodotto una carta dell’anno 831, esistente nell’archivio del Monistero Pistoiese di San Barlolomeo, da cui apparisce che Gausprando abbate di quel sacro luogo concede in livello alcuni beni, obbligandosi i livellarj, ut in capite anni depositionis tue pro medela anime tue tam per nosmetipsos, aut per alio sacerdotes canere studeamus Missas sexaginta, et in elemosinis et frugis de suprascriptis rebus pascere faciamus pauperes ducenti. Abbiamo ancora da un’altra carta dell’anno 1018, o più tosto 1017, che Pietro abbate del Monistero della Pomposa, ricevendo beni a livello da Arnaldo arcivescovo di Ravenna, promette: Missas duodecim per singulos sacerdotes cantare volumus, ec. Die vero decessionis omnes Fratres annuam Missam celebrent. Le note cronologiche di questa carta sono dubbiose intorno agli anni di Benedetto VIII papa, e però con altre carte ho esaminato questo punto; ma qui tralascio di riferir questa briga.

Per provare ancora il rito delle determinate Messe in suffragio dei defunti, potrà servire una pergamena dell’anno 1046, esistente nell’archivio Lucchese del Monistero di San Fridiano, cioè un diploma di Arrigo II fra gl’Imperadori, il quale concede al Monistero suddetto due Mansi con obbligo ad un sacerdote, ut per singulos dies pro recordatione Diemari specialiter Missam celebret, tum pro omnium Fidelium defunctorum commendatione ad predictum altare. Ecco l’esempio di una messa perpetua. Del resto nelle carte de’ precedenti secoli di rado si vede che i donatori alle chiese prescrivessero un numero determinato di Messe da celebrarsi in suffragio dell’anime proprie. Ma ne’ susseguenti invalse molto quest’uso, quantunque innumerabili carte si truovano di pie donazioni, nelle quali niun peso si vede imposto alle chiese. Ne ho pubblicata una, in cui Ardoinus Comes Comitatus Parmensis nell’anno 1058 dona non pochi beni alla Cattedrale di Reggio per quattro preti Mansionarj, qui cantent Primam et Completam per unum quemlibet, et cum Letaniis celebrent Missas omni tempore usque in perpetuum, exceptis festivitatibus: idest unum diem pro salute vivorum, alium diem pro omnium Fidelium defunctorum, et pro animabus Arduini et Julitte, seu genitoris et genitricis prefati Arduini. Nel secolo susseguente una carta dell’insigne Monistero di Monte Casino ha, che Rao filius quondum Rahelis, Thianae civitatis Dominus, offre beni al suddetto Monistero, acciocché i monaci faciant in eisdem diebus, nec non per anniversarios dies nostros in commemoratione nostra plenarium Defunctorum Officium. Tralascio altri esempj, bastando dire, che dappoiché furono istituiti gli Ordini Mendicanti, non ci fu più misura in questo; perciocché nella moltitudine delle persone donanti loro dei beni, poche se ne contavano, che non caricassero l’offerta con obbligo di determinate o di perpetue Messe. E giacché s’era già introdotto l’uso di dar la limosina per qualsivoglia Messa ai celebranti, mirabilmente questo si aumentò, avvenendo poi che fondi non pochi si offerissero così caricati d’oneri, che non rendevano la sperata limosina, e pure pochi erano coloro che se li lasciassero scappar dalle mani. Se poi soddisfacessero all’obbligo loro imposto, io nol so dire. Per questo cominciarono fra i Maestri della Teologia Morale ad insorgere varie quistioni, e il Concilio di Trento e i Sommi Pontefici furono forzati a pubblicar varj decreti per curare i mali dell’avarizia, la quale è così ardita, che talvolta entra anche nel santuario stesso.

Di gran solennità furono ancora presso i nostri maggiori le dedicazioni e consecrazioni de’ sacri templi, solendosi queste fare con somma pietà, pompa e concorso di gran popolo. Quei spezialmente fortunati si riputavano, che potessero ottener questa funzione dal Sommo Pontefice nel suo passaggio per quelle parti, o invitato apposta a portarsi colà. Cresceva allora a dismisura la divozione e la gloria, del luogo per la maestà del successore di San Pietro dedicante la Basilica. A questo fine si differiva per molti anni la consecrazione de’ templi maggiori, sperando i cittadini o i monaci che occasion verrebbe di ricevere tal grazia da qualche Papa. Con quanta magnificenza fosse dedicata nell’anno 1071 la Basilica del Monistero Casinense da Alessandro II papa, diffusamente vien raccontato da Leone Ostiense nel lib. III, cap. 30 della Cronica Casinense. Lascio andare altri esempli. Per altro è palese che questo solenne rito delle dedicazioni de’ templi viene dalla sacra disciplina de’ Giudei. Né diversamente usarono di fare gli stessi Gentili, come dimostrò Lorenzo Pignoria nelle Epistole Simboliche, epist. 32, e dopo di lui eruditamente trattò delle Dedicazioni il chiarissimo canonico Alessio Simmaco Mazocchi nel suo Trattato de Amphiteatro Campano. Insigni parimente erano le translazioni de’ corpi de’ Santi. Può vedere il lettore nel tomo VI Rer. Ital. quello che scrisse un Anonimo contemporaneo nel 1106 della translazione del corpo di San Geminiano vescovo e protettore di Modena. Con quali cerimonie poscia si celebrassero le consecrazioni delle chiese, e tuttavia si eseguiscano, è cosa assai nota agli Eruditi. Ciò non ostante ho io creduto bene di mettere sotto gli occhi de’ Lettori l’ordine tenuto una volta in ciò dalla Chiesa Romana, tratto dall’antichissimo codice MSto della Biblioteca Ottoboniana in Roma, a cui qui non è luogo. La restaurazione delle Basiliche spezialmente si truova effettuata dopo il secolo decimo. Ne ho la testimonianza di Glabro Rodolfo egregio storico, di cui sono le seguenti parole presso il Du-Chesne (tom. IV Script. Francic. lib. III, cap. 4): Infra millesimum tertio jam fere imminente anno, contigit in universo paene terrarum Orbe, praecipue tamen in Italia et in Galliis, innovari Ecclesiarum Basilicas, licet pleraeque decenter locatae minime indiguissent. Æmulabatur tamen quaeque gens Christicolarum adversus alteram decentiore frui. Erat enim instar ac si Mundus ipse excutiendo semet, rejecta vetustate, passim candidam Ecclesiarum vestem indueret. Inoltre nel medesimo secolo XI fiorì San Giovanni Gualberto, fondatore dell’Ordine di Vallombrosa, di cui si legge nella sua Vita scritta dal Beato Andrea abbate Strumense: Quae enim, lingua, etiamsi esset ferrea, ipsius cuncta posset referre bona? Ipso exhortante, et magnum auxilium impendente, super diversas aquas firmissimi aedificati sunt pontes. Quae usque ad suum tempio, per Tusciam erant hospitalia? Quae Clericorum congregatio vitam erat ducens communem? Quis Clericorum propriis et paternis rebus solummodo non studebat? Quin potius perrarus inveniretur (proh dolor!) qui non esset uxoratus, vel concubinatus. De Simoniaca quid dicam ? Omnes paene Ecclesiasticos Ordines haec mortifera bellua, devoraverat, ut qui ejus morsum evaserit, rarus inveniretur. Ecco lo stato infelice in cui si trovava allora la Religione. Ma il misericordioso Iddio in quel medesimo secolo, oltre al suddetto Giovanni Gualberto, diede alla Chiesa San Romoaldo uomo di santissima vita, San Gregorio VII papa, San Pier Damiano, ed altri uomini di somma pietà, che diedero insigni esempj di virtù, e con vivo zelo vinsero la pertinacia della simonia, dell’incontinenza pubblica e d’altri vizj che regnavano allora. Oltre a ciò, da che la barbarie si fu impadronita dell’Italia, sino all’anno 1200, rara fu la frequenza de’ sacramenti, rara la predicazione della parola di Dio. Certamente né pure in que’ secoli mancarono Concilj che ricordavano ai vescovi e parrochi l’obbligo loro, e si può credere che alcuni corrispondessero ai doveri del sacro ministero; ma più erano gli altri che cercavano molto il proprio ben temporale, poco lo spirituale del popolo. E questo popolo per la maggior parte, purché si accostasse una volta l’anno al tribunale della Penitenza e alla sacra Mensa, si credeva di avere sufficientemente corrisposto alla Religione. S’ha da ringraziar Dio che finalmente sul principio del secolo XIII saltò fuori il pio insieme e dotto Ordine de’ Predicatori, i quali cominciarono ad annunziare più frequentemente al popolo la parola di Dio, a sradicar le pubbliche nemicizie e gli altri vizj, e a promuovere con gran zelo il regno della pietà. Nello stesso tempo si unirono ad essi in questo santo esercizio i Frati Minori, ed altri Ordini pii di Mendicanti; di maniera che non mancarono da lì innanzi esempj ed esortazioni d’ogni virtù al popolo Cristiano. Contuttociò la gloria della pietà pienamente restaurata è dovuta al sacro Concilio di Trento nel secolo XVI, e a varj Santi che allora fiorirono e promossero la frequenza de’ sacramenti, le prediche al popolo, la spiegazione della Dottrina Cristiana, la buona educazione della gioventù, con altri pii istituti: per le quali cose ci dobbiam sommamente congratulare anche col secolo nostro. Né pur noi ci possiamo vantare esenti da peccati: quando mai fu o sarà priva di questi la misera nostra creta? Ma in comparazione de’ tempi barbarici, siccome i nostri nel sapere e nella leggiadria, così anche nell’onestà e miglioramento de’ costumi vanno ben molto innanzi a quelli; e convien chiamare cieco o maligno chi ciò non vede, o non confessa. Furono ancora in credito dopo il secolo XII le Donne estatiche, fra le quali ancorché piamente si possa credere che alcune furono illustrate con doni soprannaturali, ed ammesse agli arcani celesti; giustamente nondimeno si può dubitare che l’altre avessero per fucina delle loro rivelazioni la vigorosa lor fantasia, ripiena d’immagini della santa Religione e pietà. Il perché è da lodare la rigorosa disciplina de’ nostri giorni, che tenendo ben aperti gli occhi, non permette che escano alla luce nuovi Evangelj; o se escono, li proibisce, o almeno permette che altri chiami ad esame sì fatte novità.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011