Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LV

Delle Rappresaglie.

Jacopo Malvezzi nella Cronica di Brescia, da me data alla luce nel tomo XIII Rer. Ital., così scrive nella Dist. 8, cap. 115: Per haec tempora (cioè nel 1289) Represaliae in singulis civitatibus Lombardorum concessae fuere. Quod factum adeo contra rem publicam invaluit, ut non dumtaxat mercimonia per nulla loca discurrerent, sed neque ad alienas civitates ullus iter arriperet. Denique harum Represaliarum abhorrendus usus non solum Lombardiam, sed et totam Italiam, alias quoque nonnullas provincias discordiis ac malis plurimis conturbavit. Famosa in vero una volta fu, e sommamente perniciosa, e quasi dissi detestabile la consuetudine delle rappresaglie; le quali cosa fossero, ce lo dirà l’Autore del Breviloquio presso il Du-Cange, che così le definisce: Represaliae dicuntur, quando aliquis oriundus de una terra spoliatur, vel damnificatur ab alio oriundo de alia terra, vel etiam si debitum non solverit ei. Tunc enim datur potestas isti spoliato, quod sibi satisfaciat contra quemlibet de terra illa, unde est spoliator vel debitor. Se accadeva, per esempio, che qualche Modenese da un Bolognese venisse spogliato, e portatane la querela ai magistrati di Bologna, niuna giustizia potea ottenere: allora lo spogliato implorava il sussidio del proprio magistrato, il quale perciò gli concedeva il gius della Rappresaglia, cioè di spogliare qualsivoglia Bolognese per levargli altrettanto, quanto era stato tolto a lui. Lo stesso succedeva se il debitor Bolognese non voleva pagare. Gli Autori del Vocabolario della Crusca così definirono questa voce: Il ritenere e l’arrestare quel d’altrui per forza, quando cápita in tua podestà. Il Vossio nel lib. III, cap. 43 de Vitiis Sermonis cerca l’etimologia di questo nome, e ne attribuisce l’origine all’Italia; e con ragione, perché presso i nostri maggiori sembra nato l’uso delle rappresaglie; e dalla voce Preso e Represo, o sia Ripreso, cioè ripigliato quello che dianzi era stato tolto, abbia avuto origine questa azione. Né il Latino Clarigatio, come volle Ermolao Barbaro, né il Greco Androlepsia, come stimò il Budeo, ci presentano il vero significato della voce Rappresaglia, secondoché apparirà a chiunque attentamente pesi la forza e l’uso di questi vocaboli. Molto ha favellato il Salmasio della Clarigatione nel suo libro de mod. Usur. Certo è che presso gli antichi non fu in uso questa maniera di rifarsi delle cose sue con torne un equivalente alle persone innocenti. Anzi fu ciò o apertamente o tacitamente vietato, per quanto apparisce dall’Authent. ne fiant pignorationes, Collat. V, e l. sicut, § I, ff. Quod cujusque univers. nom., che il Grozio osservò nel libro III, cap. 2 de Jure Belli et Pacis. Certamente in niun luogo apparisce che questa violenza sia stata approvata dalle antiche leggi, perché sempre parve a que’ saggi legislatori un’ingiustizia il far pagare ad uno ciò che era dovuto da un altro. Contuttociò qualche vestigio di questo rimedio irregolare sembra comparire nel Capitolare di Sicardo principe Beneventano, spettante all’anno 836, che fa pubblicato da Camillo Pellegrini, tomo II, pag. 258 Rer. Ital. Quivi è decretato che se alcuno non avrà potuto ottener giustizia dal giudice, tunc habeat licentiam foris civitatem qualiter pignus facere tam in Langobardos, quam etiam inquilinos, vel qualibet persona praetendere potuerit, excepto negotiante Ma queste espressioni sono assai scure. Egli è bensì evidente che familiari divennero le Rappresaglie dopo il secolo decimo o undecimo dell’Era Cristiana, cioè dappoiché le città d’Italia si misero in libertà, e formarono delle Repubbliche, siccome vedemmo nella Dissertazione XLV. Allora tante città accese ciascuna dall’emulazione, o dalla cupidigia di accrescere il dominio, si lasciavano facilmente trasportare a liti e guerre contro le vicine. Essendo poi succedute le fiere dissensioni fra il Sacerdozio e l’Imperio, e sopravvenute le fazioni de’ Guelfi e Ghibellini, più che mai bollì la discordia per quasi tutta l’Italia. Insorsero allora dei prepotenti, che ai viandanti, e massimamente se ricchi o mercatanti, usavano violenze, e sotto qualche pretesto gli spogliavano delle loro sostanze. Rara cosa era il gastigo di costoro per negligenza de’ magistrati, o perché non si osava di esercitar la giustizia contra di chi avea gran seguito e protettori delle sue iniquità, o pur facea paura a tutti. Eranvi ancora non pochi, i quali avendo qualche debitore fuori del suo contado e distretto, per quanto ricorressero ai giudici del luogo, trovavano sempre la giustizia che non avea né orecchie né mani per loro. Che doveano far que’ miseri, da che speranza non restava di ricuperare il suo nel territorio altrui? Allora per disperazione ricorrevano al proprio Podestà, chiedendo aiuto; e questi prendendo la protezione del creditore, ne scriveva al Podestà dell’altro luogo per ottenerne soddisfazione. Se frutto non ne risultava dalle istanze sue, allora si concedevano le Rappresaglie al ricorrente, cioè licenza di poter torre colla forza ad un cittadino di quella città o terra, che avea negato di far giustizia, quel tanto di roba o danaro che bastasse alla soddisfazione del credito suo. Tutto questo può ricevere lume dagli atti pubblici della città di Modena.

Apparisce dagli Statuti MSti del popolo Modenese dell’anno 1327, che prima di concedere le Rappresaglie, ad alcuno che fosse stato spogliato in qualche città o contado altrui, o non avesse potuto conseguire il danaro a sé dovuto, si avea da usare un diligente esame per ben pesare le ragioni del pretendente. Se compariva giusta e chiara la di lui pretensione, il Comune scriveva per lui all’altro Comune. Nulla giovando le lettere, esso Comune inviava una pubblica persona alla città dove abitava lo spogliatore o debitore, per ivi chiarir meglio la verità del fatto e delle ragioni, e chiedere i rimedj approvati dal diritto delle genti. Caso che si cantasse ai sordi, allora si dava permissione di venire alle Rappresaglie. Tutto quel che si toglieva a qualche cittadino o abitatore del Comune negante giustizia, si metteva all’incanto, e ne veniva poi soddisfatto chi avea ragione. La cura di queste rappresaglie era raccomandata ai Consoli de’ mercatanti. Che se qualche città decretava esse rappresaglie contra di alcun Modenese, ufizio era del Podestà di Modena d’interporsi per divertir questo fulmine per via di accordo, e per esentare il popolo suo, per quanto era possibile, da ogni molestia. Nel volume manoscritto delle Leggi suddette, libro I, Rub. 55, si legge: Statutum est pro publica utilitate Mercatorum, quod Potestas Mutinae teneatur praecise in primo mense sui regiminis ponere ad Consilium generale de Represaleis omnino tollendis, et de attendendis, quae sunt inter Commune et homines Mutinae, et Communia et homines civitatis Parmae, Cremonae et Regii, et omnia alia Communia et civitates, quae habent Represaleas contra Commune et homines Mutinae, ad hoc ut homines civitatis Mutinae possint ire et stare secure cum personis et rebus in dictis civitatibus. Per conoscere poi, come dal Consiglio generale del popolo di Modena si concedessero le rappresaglie, si osservi il seguente decreto fatto nel 1306. Nicolaus filius quondam Domini Montecli, spoliatus et derobatus in Civitate Cremonae per quondam Dominum Melium de Comitibus civem Cremonae, de una pezia de blaveto de zalaono; item de sex brachiis panni Persi; item de duabus paribus caligarum de salia; item de una braga, et una camisa, et decem filzis de Paternostris; item de decem et octo faldiii feltri; item tantundem boracium; item de uno codice scripto in chartis hedinis; item de uno suo equo existimato decem et octo libras imperiales de bona moneta de Mutina; item de quadraginta solidis de Turonensibus, quos habebat cum eo. Quae res existimatione communi valebant septuaginta et octo libras imperiales de bona moneta de Mutina. Petiit Represalias contra personas et bona Communis Cremonae, et singulos homines et personas civitatis Cremonae et ejus districtus: insuper petens damna et interesse. E perciocché la Repubblica di Cremona, benché per mezzo di lettere, anzi anche per mezzo di ambasciatori spediti dal Podestà e Comune di Modena, pregata ed esortata a fare restituire le robe tolte, o il prezzo di esse, niuna soddisfazione avea dato: però si concedono ad esso Niccolò le rappresaglie. Tralascio altri esempli. Scrive il nostro Vedriani nella Storia di Modena, che Saraceno Lambertini Bolognese, uno degli antenati del glorioso regnante pontefice Benedetto XIV, esercitò la Pretura di Modena per li sei ultimi mesi dell’anno 1272, e che se la passò con molta quiete. Ma dagli atti pubblici della Repubblica Modenese, e dagli antichi Annali di questa città, da me dati alla luce nel tomo XI Rer. Ital., apparisce che esso Saraceno, essendo nate delle gravi controversie, senza compiere l’anno, se ne tornò alla sua patria. Lamentavasi egli che contro la dignità sua tali cose avessero operato i Modenesi, ch’era stato sforzato a prendere quella risoluzione. Pretendevano all’incontro i Modenesi ch’egli spontaneamente e senza giusto motivo si fosse ritirato. Giunto a Bologna il Lambertini, dimandò al popolo di Modena una gran somma di danaro per l’ingiuria, come egli diceva, inferita al suo onore. Per lo contrario non minore era la somma pretesa dai Modenesi, per aver egli contro i patti e giuramenti abbandonato il suo ufizio, come si raccoglie dagli atti che pubblicai nella Dissertazione XLVI. Pertanto portata la lite alla Repubblica di Bologna, egli nell’anno 1273 impetrò le rappresaglie contra de’ Modenesi. Ne ho io divulgato il decreto. Avanti di valersene il Lambertini, ne spedì copia al popolo di Modena; e questi non fu pigro a dedurre le sue ragioni e difese. Andò assai in lungo questa disputa, e solamente dopo molti anni dall’uno e l’altro Comune fu rimessa la causa ad arbitri concordemente eletti, che la terminarono.

Costume fu, siccome dissi, che qualor sapeva una città concedute contra di sé le rappresaglie da altra città, tosto si spedivano lettere o ambasciatori per esaminar le pretensioni colla dovuta equità, affin di levare i semi di maggiori discordie. Per questa cagione nell’anno 1279 e nel 1281 furono costituiti degli arbitri dai Bolognesi e Modenesi con facoltà di decidere tutte le liti spettanti alle rappresaglie. Ne restano gli atti MSti nell’archivio della Comunità di Modena. Quivi si legge che nell’anno 1281 coram vobis Dominis Arbitris, qui estis deputati ad examinandum, definiendum et terminandum. omnes quaestiones, lites et causas, quae sunt, vertuntur, seu verti possunt inter utrumque Commune, et singulares personas utriusque civitatis et districtus, comparisce Buonagrazia figlio del fu sig. Raimondino prete di Castelfranco, il quale si lamenta, perché avendo condotto al mercato di Modena un paio di buoi, e tornando a casa, cum fuisset inter Castrum Leonem et Genam in Burgo novo in Strata publica, i birri di Modena gliel’aveano levato; e però ne chiede il prezzo ascendente ad viginti quatuor libras pecuniae Bononiensis, et daumnum ad decem libras. Fu condennato il Comune di Modena a pagare 22 lire moneta di Bologna. Nel seguente anno 1282 ai Mercatanti Veneziani furono accordate le rappresaglie per lire secento sessantotto e soldi tre contro i Modenesi. Comparvero in Venezia questi ultimi; e si presentarono coram Scribanis tabulae Lombardorum; si fecero i conti, e il Comune di Modena pagò lire 29 e soldi 18 di pecunia Modenese pro liberatione Maltolte, que civibus Mutine tollebatur in civitate predicta Venetiarum, come apparisce dalla carta da me prodotta. Ma si può chiedere, perché il Comune di Modena assumeva in sé il pagamento dovuto dai privati. Cioè per provvedere alla quiete degli altri, ed affinché per cagione d’un reo non patissero tanti altri innocenti. Ma non erano sì liberali gli uomini d’allora, che pagando i debiti de’ privati, nulla poi ripetessero da’ debitori, se restava loro maniera di poter pagare. Odasi ciò che nell’anno 1316 fu determinato in Modena. Nobilis Milex (così è scritto ne’ pubblici atti) Dominus Henselminus de Henselminis de Padua, honorabilis Capitaneus Populi Mutinensis, in Palatio Populi ad sonum campanae et voce Praeconis congregati, in quo de conscientia et voluntate Dominorum Sexdecim Defensorum Libertatis Communis et Populi Mutinensis, proposuit infrascripta, super quibus consilium postulavit. Quid placet Consilio providere, ordinare et firmare super infrascriptis postis, deliberatis et approbatis per dictos Dominos Defensores, tenor quorum talis est: Item cum alias sit provisum, quod per Commune Mutinae mittantur ad Commune Venetiarum duo boni homines et legales de Mutina, expensis Communis Mutinae, causa tractandi et paciscendi cum creditoribus de Venetiis quondam Domini Ambroxii de Ymola pro Represaliis sedandis. ec. Da tutti fu approvata questa risoluzione, e que’ debiti vennero pagati in Venezia. Ma i suoi figli consegnarono al Comune tanto de’ lor beni, quanto importavano i pagamenti da esso fatti per loro.

Queste, per dir così, private guerre presero un accrescimento notabile sul finire del secolo XIII di modo che non senza ragione il Malvezzi nella Storia Bresciana, da me pubblicata nella Raccolta Rerum Ital., le detestò, siccome invenzione che stranamente turbava la quiete d’Italia. Certamente a prima vista non sembra meritevole di condanna una tale usanza. Imperciocché è ufizio e debito del Principe e della Repubblica il difendere non tanto i beni dell’università, quanto anche de’ privati; e qualora co’ mezzi ordinarj non si può ricuperare l’usurpato dagli stranieri, dee essere permesso il valersi degli straordinarj. Che se ne resta aggravato un innocente, la colpa si rovescia sopra il Principe o città che ha negato di far giustizia. E perciocché in guerra giusta vien creduto lecito l’occupar le robe e sostanze de’ nemici; così nelle rappresaglie, le quali sono una specie di guerra, sembra permesso lo stesso, mentre per la non impetrata giustizia sono accordate da chi ha legittima facoltà di accordarle. Non mi stendo maggiormente per mostrare introdotto l’uso d’essa rappresaglia senza offendere la giustizia, siccome pretendono di avere mostrato varj giurisconsulti e scrittori di Politica. Tuttavia non mancano ragioni capaci di condennare e far conoscere per ingiusto e pernicioso troppo all’umano commerzio l’uso delle medesime rappresaglie, sì familiari una volta per le città Italiane. Non sembra mai conforme alla ragione, che per mancamento d’uno s’abbia a vessare un’intera innocente popolazione, e che s’apra la porta a tanti mali che provenivano ne’ tempi andati dalla concessione delle rappresaglie. Immaginatevi conceduta la rappresaglia per qualche delitto o debito di un cittadino contro la di lui città: allora niun de’ mercatanti, anzi né pure de’ cittadini osava di entrare nel territorio della città che avea conceduta essa rappresaglia; ed ecco rovinato affatto il commerzio o d’una o pur di amendue le città, con grave incomodo tanto de’ privati che del Pubblico. Oltre a ciò di rado avveniva che l’innocente spogliato o ricuperasse la roba toltagli, o fosse soddisfatto pel danno da ciò provenuto. Spesse volte ancora accadeva che lo sdegno degli spogliatori si scaricava sopra degli altri innocenti senza pubblica autorità, e crescevano le violenze e ladrerie, cercando molti di trarre guadagno dal potersi far giustizia da per sé stesso. Però non lieve imbroglio e fastidio era quello de’ Rettori pubblici in prevenire questa picciola guerra, e il rimediare alle pessime sue conseguenze: il che spezialmente vedo praticato dai Modenesi, come apparisce dagli atti del loro archivio nell’anno 1318. Ivi si legge: Nobilis vir Dominus Ilarius de Zochis civis Parmensis, honorabilis Potestas civitatis et Communis Placentiae, nomine Communis Placentiae, ex nunc suspendit omnes et singulas Represalias, concessas in civitate Placentiae contra omnes et singulos cives et districtuales Mutinae, omnibus et singulis Placentinis hinc retro quacumque ratione et causa. Et haec ad postulationem et instantiam Domini Lambertini Graciae Ambaxatoris, Syndici et Procuratoris Dominorum Potestatis, Communis et Hominum civitatis Mutinae, ec. Dans et concedens plenam, liberam et integram bayliam, auctoritatem ac fidantiam, quod omnes et singuli civitatis Mutinae cives et districtuales possint et valeant ad eorum liberam et omnimodam voluntatem ire, redire, stare et transire per civitatem et Episcopatum Placentiae cum rebus, personis, mercaturis, ec. Et haec facta sunt de licentia et mandato Magnifici Militis Domini Galeacii Vicecomitis, civitatis et Districtus Placentiae Domini generalis, ec. Molto prima nondimeno il popolo di Modena avea provveduto in maniera che non fosse luogo alle rappresaglie fra’ suoi cittadini e i confinanti; e questo fu negli annali 1198, 1213, e poscia nel 1219. Dal che impariamo che non sì tardi, come pensò il Malvezzi nella Storia Bresciana, ebbe principio in Italia l’uso pericoloso e barbarico delle rappresaglie. Ho io rapportato gli atti della concordia seguita per questo nel 1198 fra i Modenesi e Ferraresi; e un’altra del 1213 fra i Modenesi e Bolognesi; e un’altra del 1219 fra essi Modenesi e Veronesi. Trassi parimente dall’Archivio Estense il mandato de’ Mercatanti Bresciani, anzi della medesima Comunità, per trattare co’ Ferraresi la maniera di schivar le rappresaglie, spettante all’anno 1226. Così pubblicai la sospensione di questo straordinario ripiego, in cui dell’anno 1318 convennero i Modenesi e Piacentini. Truovasi ancora nella Cronica Sanese di Neri Donato (tom. XV Rer. Ital.) che nel 1371 erano tuttavia in vigore le rappresaglie fra i Genovesi, Sanesi e Pisani. Penetrò anche in Germania questo abbominevol rito, siccome eziandio ad altri paesi fuori d’Italia. E perciocché tutto dì per questo insorgevano liti e quistioni, Bartolo, principe de’ Legisti del suo tempo, trattò questo argomento, pubblicò un Trattato de Represaliis, che da lì innanzi tenuto fu in venerazione a guisa delle leggi. Ma da che venne mancando il bollore delle matte fazioni in Italia, allora le città seriamente considerando quante turbolenze e danni producesse questa sorta di guerra, finirono di concedere le Rappresaglie, di maniera che ne resta bene il nome in Italia, ma non mai, o ben di rado, alcuno vien turbato in questa irregolare giustizia. Che anche dalle leggi Germaniche sieno esse riprovate, e che gl’Imperadori si guardino dal concederle, l’osservarono il Gaglio, il Regnero, il Sistino, il Limneo, lo Schiltero ed altri, ch’io tralascio. Certamente è da desiderare che non tornino più tempi tali, ne’ quali questa violenza risorga. Imperocché quantunque possa essa parere giusta in caso di denegata giustizia, tuttavia le pessime sue conseguenze consigliano il non valersene giammai.

FINE DEL TOMO QUARTO

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011