Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LIV

Della instituzione de’ Cavalieri, e dell’Insegne che noi chiamiamo Arme.

De’ Prìncipi e Tiranni d’Italia.

Dopo aver noi osservato cotanti popoli liberi una volta in Italia, tempo è di mostrare in qual maniera la maggior parte d’essi passò sotto il dominio de’ principi, o pure oppressa dai tiranni imparò ad ubbidire, con riposar poscia sotto il buon governo di legittimi signori. Né già fu mai priva di principi l’Italia, da che piantarono qui il piede le barbare nazioni. Prendo io qui un largo significato il nome di Principe, per significar coloro che non già portavano il titolo d’Imperadore o di Re, ma pure erano gran signori, e i primi e maggiorenti, perché comandavano a qualche popolo, o reggevano qualche provincia o città, fosse questo per autorità ricevuta dal Re, o pure proveniente dall’elezione del popolo, o per altro titolo legittimo usato dalle genti. Preso più strettamente questo nome, anticamente conveniva ai soli Imperadori, Re, o signori che non dipendevano dalla superiorità di alcun signore temporale. Sotto il dominio dei Re Longobardi e Franchi, anzi anche sotto gli stessi Augusti Germani, il ruolo di questi principi minori era costituito dai Duchi, quali furono quei di Benevento, Spoleti, Toscana e Friuli. Abbattuto il Regno de’ Longobardi, i Beneventani cominciarono ad attribuirsi l’autocrazia, cioè la totale superiorità senza dipendenza da alcuno; ma questa fu lungo tempo instabile, studiandosi gl’Imperadori di mantenere anche sopra, quelle contrade i loro diritti. Per testimonianza di Erchemperto nella Storia de’ Principi Longobardi, num. 3, Arichis primus Beneventi Principem se appellari jussit, quum useque ad istum, qui Benevento praefuerant, Duces appellarentur. Prese egli il titolo di Principe, e non di Re, nel suo più stretto significato, cioè per essere considerato qual supremo Sovrano del Ducato di Benevento, non suggetto a Carlo Magno, il quale colla depressione del re Desiderio, s’era impadronito del rimanente del Regno Longobardico. Così i dominanti di Salerno e Capoa, nati più tardi, assunsero il titolo di Principi, cioè di Sovrani: del quale tuttoché non si servissero i signori di Napoli, siccome contenti del nome di Duchi, Maestri de’ Militi, o sia Generali della milizia, o Consoli, ciò non ostante erano da annoverarsi anch’essi fra i principi. Venivano questi ultimi per lo più eletti dal popolo, da cui e talvolta dagl’Imperadori d’Oriente conseguivano la loro autorità. Non dissomiglianti furono una volta i Dogi di Venezia. In oltre ne’ vecchi secoli nella classe de’ principi entravano anche i Marchesi e Conti (erano questi ultimi chiamati Giudici dai Longobardi), gli uni per elezione del Re governatori di una provincia, e gli altri di una città. Non portavano già questi il nome di Principe; per tali nondimeno venivano riguardati; e qualora menzionati si truovano nelle Storie di que’ tempi Primores Regni, Principes Regni, con questo nome sono denotati i Duchi, Marchesi e Conti, a’ quali anche gli Arcivescovi e Vescovi ed alcuni polenti Abbati s’hanno da aggiugnere. Quello che in Italia avvenne, si praticò parimente in Germania e nella Francia. Arnolfo storico Milanese, lib. I, cap. 2 (tomo IV Rer. Ital.), scrive che circa l’anno di Cristo 935 statutum fuisse generale Papiae colloquium cunctorum Regni Principum. Poscia al cap. 7 racconta che Ottone il Grande consilio Walperti Archiepiscopi Mediolanensis, aliorumque Regni Principum, calò in Italia. Così altrove quello Scrittore del secolo XI, nel qual medesimo secolo Wippone nella Vita di Corrado il Salico, Lamberto Scafnaburgense e Liutprando storico del precedente secolo, ed altri, sotto nome di Principi denotano quelli che poco fa accennammo. Mostratemi ora, se vi dà l’animo, quegli antichissimi Duchi, Marchesi e Conti, e il continuato loro dominio e la lor discendenza. La maggior parte d’essi è soggiaciuta alle vicende umane. Solamente i Veneti hanno conservata la non interrotta serie de’ lor Dogi, i quali non come una volta per successione, ma per elezione, sono alzati a quel grado, e partiscono oggidì col Senato ed altri magistrati quell’ampia podestà di cui godevano gli antichissimi loro antecessori, con essere divenuti più tosto di nome che di fatto Duchi. Per dono nondimeno di Dio sopra del torbido corso di tanti secoli s’è conservata sino al dì d’oggi la nobilissima famiglia dei Marchesi Estensi, ora Duchi di Modena, ec., pari a cui nell’antichità non si troverà forse altra in Italia; e la quale propagata nel secolo undecimo in Germania, quivi alzò ad un grado sublime l’oggidì Regal Casa dei Duchi di Brunsvich, dominante ancora nella Gran Bretagna, siccome con chiari documenti ho io provato nella Par. I delle Antichità Estensi. Così con felice successione di sangue e possesso di un ampio dominio fino a’ tempi nostri dura e fiorisce l’insigne prosapia degli antichi Conti di Morienna, Marchesi in Italia, oggidì Duchi di Savoia e Re di Sardegna. Anche i Marchesi Malaspina, Baroni riguardevoli per l’antica lor nobiltà, i Colonnesi ed altri Baroni Romani conservano le reliquie delle loro illustri famiglie e giurisdizioni, ed alcuni altri pochi, i quali senza carte dubbiose o false possono ascendere colla lor genealogia ai secoli remoti. All’incontro i Marchesi di Monferrato, i Pelavicini, i Cavalcabò, di Ceva, del Bosco, del Carretto, ec., i Conti Guidi, di Lomello, di San Bonifazio, di Biandrate, e simili, una volta celebri, o sono estinti, o un pezzo fa ridotti alla condizione degli altri Nobili.

Vengo ora alle città libere, per dire in breve, come la lor signoria passasse in mano di principi o tiranni ne’ secoli addietro. La principal cagione della mutazion di governo s’ha da attribuire al furore delle fazioni Guelfa e Ghibellina, delle quali s’è trattato nella Dissertazione LI. Ad altre città fu imposto il giogo o dal volere degl’Imperadori, o dalla potenza superiore delle vicine città o de’ principi confinanti, o pure dall’industria o dalla prepotenza di qualche cittadino, talvolta col consenso e talvolta al dispetto degli altri concittadini. Convien distinguere questi diversi casi. Imperciocché non mancano fra gli stessi antichi Storici di coloro che senza veruna differenza trattano da tiranni tutti i principi nati dopo il secolo dodicesimo. Che s’eglino hanno usata questa voce nell’antichissimo suo significato, denotante solamente i Re e i Regoli, può camminar la faccenda. Ma se intendono di rappresentarli per signori illegittimi e crudeli verso dei popoli, certamente s’ingannano, e con troppo precipitoso affetto e sentenza giudicano delle altrui azioni. Dante Alighieri nel C. VI del Purgatorio circa l’anno 1206 scriveva:

Che le città d’Italia tutte piene

Son di tiranni, et un Marcel diventa

Ogni villan che parteggiando viene.

Il perché uopo è di ricordarsi, di quanti odj, contese e guerre civili feconde fossero le fazioni suddette. Rara ben si può dire quella città dove non s’allignasse la discordia, e dividesse gli animi de’ cittadini, seguitando gli uni il partito de’ Guelfi, e gli altri quello de’ Ghibellini. Ne seguirono poi battaglie, uccisioni e abbandonamenti della patria. Quella parte di cittadini ch’era forzata a mutar cielo, rinforzandosi coll’appoggio degli alleati, movea tosto guerra alla propria città; e se prevalevano le sue forze, costrigneva la parte avversaria a provare un somigliante esilio. Però nelle città afflitte da questa malattia, niuna quiete, niuna sicurezza si potea sperare. Di qui pertanto sovente avvenne che o l’una delle parti eleggeva per suo capitano e signore qualche illustre personaggio, o cittadino o straniere, la cui prudenza, unita col potere trasferito in essa, atta fosse a reprimere gli avversarj. Ovvero concordemente le parti eleggevano un capo e signore, che coll’autorità e balía a lui conferita potesse conservar la pace ed unione fra le dianzi disunite membra della Repubblica. Che mai troverete voi qui di contrario alla giustizia e al diritto delle genti? In questa guisa non rade volte accadde che richiamati alla patria i banditi, o la parte oppressa, e stabilita la pace, sotto questo signore si quotarono que’ perniciosi bollori, e coll’ubbidire ad un sol padrone rifiorirono quelle città che prima stando libere sì miseramente impazzendo tendevano alla rovina. Questo bene massimamente fra gli altri lo fece provare ai popoli sudditi suoi Azzo Visconte, signor di Milano e d’altre città, che nell’anno 1330 si fece conoscere ornato di belle virtù. Galvano dalla Fiamma nella sua Operetta de reb. gest. ejusd. Azonis (tomo XII Rer. Ital., pag. 1040) fra le buone usanze da lui introdotte in primo luogo riferisce la seguente. Prima lex fuit, quod omnes civitates sibi subjectae absque omni personarum acceptione suis civibus essent habitatio tutissima, et omnes extrinseci reducerentur in suam patriam. Et istius justissimae legis et sanctissimae inceptor (fra i Visconti) fuit illustris Miles Azo Vicecomes, ob cujus meritum possidet Paradisum.

Probabile a me sembra che i Marchesi Estensi fossero i primi ne’ quali passò il dominio delle città libere. In due fazioni era divisa la città di Verona sul principio del secolo XIII. La parte Ghibellina favorevole agl’Imperadori la sostenevano i Monticuli, o sia Montecchi; l’opposta il Conte di San Bonifazio, i cui maggiori con titolo di Conti aveano governata quella città. Collegossi nell’anno 1207 con Azzo VI marchese d’Este, e fece eleggerlo per Podestà di quella città. Ne fu poi cacciato il Marchese da Eccelino II, padre d’Eccelino III crudelissimo tiranno. Se ne rifece egli appresso coll’armi, e data una rotta al medesimo Eccelino e ai Montecchi, siccome abbiamo da Rolandino (lib. I, cap. 9), ex tunc Marchio et Comes Sancti Bonifacii toto tempore vitae suae Veronae dominium habuerunt. Ecco come prevalendo l’una delle parti, la signoria di quella città pervenne a que’ due principi: cosa che accadde in Ferrara ne’ medesimi tempi. Dopo la morte della contessa Matilda s’era quella città messa in libertà, ed avea assunta la forma di Repubblica, che poi conservò anche per molto tempo. Anzi anche dopo la morte di Bonifazio marchese padre d’essa Contessa cercò quel popolo la libertà, come apparisce da un diploma di Arrigo II fra gl’Imperadori, spettante all’anno 1055, ch’io darò alla luce nella Dissertazione LXVIII. Confermerò ora la stessa verità con altre autentiche testimonianze, a me somministrate dall’Archivio Estense. La prima è un diploma di Arrigo V fra gli Augusti, VI fra i Re, in cui circa l’anno 1195 concede Potestati et Communi Ferrariensi la facoltà di poter eleggere uno de’ suoi cittadini, qui cognitor Appellationum, quae ibidem emerserint, existat nostra concessione et auctoritate. S’ha tal notizia da conferire con gli atti della Pace di Costanza dell’anno 1183, dove si parla delle appellazioni delle città di Lombardia, siccome ancor di Ferrara, a cui Federigo I stabilì un tempo per abbracciar la pace e tornare in sua grazia. Seguita un’altra carta ricavata dal medesimo archivio, contenente la concordia fatta fra i Bresciani e Ferraresi in occasione di controversie insorte fra i mercatanti dell’una e l’altra città, da cui si conferma che Ferrara nel 1195 si reggeva a Repubblica col suo Podestà al pari dell’altre città di Lombardia. Ma anche in essa città già aveano preso piede due fazioni. L’una teneva la parte degl’Imperadori; perché questi, come accennai, credeano di poter esercitare l’alto loro dominio su quella città. L’altra era aderente ai Romani Pontefici; perciocché eglino in vigore delle antiche donazioni dei Re, anzi in qualche particolar maniera e titolo pretendevano di lor dominio Ferrara. Donizone nella Vita della contessa Matilda scrive che Tedaldo marchese avolo di lei per concessione del Sommo Pontefice avea avuta la signoria di Ferrara. Ribellossi poi questa città alla Contessa, che nel 1101 la ridusse di nuovo alla sua ubbidienza. Però fra contrarj affetti stette quella città per molto tempo divisa. Capo della fazione, appellata dipoi Guelfa, era Guglielmo della Marchesella seniore, e i suoi figli Guglielmo et Adelardo. Da Ricobaldo vien chiamato Guglielmo iuniore Princeps in Populo Ferrariensi, cioè della fazione aderente al Papa. Dall’altra parte fu caporale Salinguerra seniore, di cui si legge in uno strumento Veronese del 1151 nel tomo V dell’Italia Sacra: — Dominus Salinguerra, cui soli, Ferrarienses omnem Reipublicae curam gubernandam mandaverant. A costui succedette Torello suo figlio, chiamato Taurellus de Salinguerra in uno strumento del 1186, da me dato alla luce, in cui Stefano vescovo di Ferrara l’investisce di molti livelli della sua chiesa. A lui tenne dietro Salinguerra iuniore, che nel 1195 fu podestà di Ferrara, uomo per la sua accortezza ed azioni assai famoso a’ tempi suoi. Per attestato di Rolandino (lib. II, cap. 2) egli era vassallo de’ Marchesi d’Este. Abbiamo dall’Autore della Cronica picciola di Ferrara nel tomo VIII Rer. Ital. che Guillielmus Marchesellae de familia Abelardorum, unius partis Princeps erat Ferrariae; alterius vero Taurellus Salinguerrae. Circa l’anno 1190 mancò di vita esso Guglielmo senza prole maschile, con lasciare un’unica figlia, che fu poi destinata in moglie al suddetto Salinguerra iuniore, dicendosi che lo stesso suo padre lodò tal matrimonio, saluti Reipublicae Ferrariae providere cupiens, ne civitas discordiis laceraretur et bellis. Ma Pietro da Traversara, principe o capo del popolo di Ravenna, ed altri emuli di Torello, avendo levata di casa quella figlia, la congiunsero in matrimonio con Obizzo, o più tosto con Azzo VI marchese di Este, ut is Capitaneus esset ejus partis, quam foverat Guillielmus. Narrato è questo fatto dalla Cronica picciola, da Ricobaldo e da Fra Francesco Pipino nelle Storie da me pubblicate nella Raccolta Rer. Ital. Con ciò venne a maggiormente ampliarsi la potenza de’ Marchesi che prima signoreggiavano la nobil terra d’Este, Montagnana, Rovigo col suo Polesine, ed altre terre e castella in uno de’ più felici paesi d’Italia, oltre ad alcune altre castella ed allodiali in gran copia, che loro pervennero dalle nozze suddette, e fecero lor conseguire parte del dominio in Ferrara. Sappiamo ancora che per alquanti anni questi due principi del popolo, a guisa de’ Consoli dell’antica Roma, con buona concordia mantennero la tranquillità in quella città, e si studiarono di conservare o restituire la pace colle città confinanti. Negli atti pubblici del Comune di Modena si vede un compromesso delle discordie vertenti fra i Modenesi e Reggiani nei Podestà di Cremona e Parma, fatto nell’anno 1202, in praesentia Domini Marchionis Azi et Salinguerrae. In altra carta dell’anno 1199 si truovano concordi esso marchese Azzo (allora podestà di Padova) e Salinguerra in un aggiustamento stabilito fra i Mercatanti di Modena e gli Assaggiatori del sale di Ferrara. Ma da che, siccome di sopra accennai, entrò la discordia nell’anno 1207 fra esso Marchese ed Eccelino, poscia monaco, in occasione della Podestería di Verona, Salinguerra collegato a cagion del Ghibellinismo con Eccelino, non solamente a lui diede soccorso, ma commossa anche in Ferrara una sedizione, ne cacciò il Marchese e tutti i suoi aderenti. Ma siccome già dimostrai nelle Antichità Estensi (Par. I, cap. 39) e lasciò scritto Antonio Godio nella Cronica Trevisana (tomo VIII Rer. Ital.), nell’anno seguente 1208 il Marchese cum parte sua expulit de civitate Ferrariae Salinguerram, e fu creato Dominus generalis ac perpetuus di quella città dal popolo. L’atto d’essa elezione fu da me pubblicato nelle suddette Antichità Estensi. Poco poi durò questo suo dominio, perché nel seguente anno 1209, o 1210 fu restituito Salinguerra in Ferrara, per avere Ottone IV Augusto conchiusa pace fra lui e il marchese Azzo. Avendo susseguentemente esso Marchese terminato il corso del suo vivere nell’anno 1212, venne il governo della parte Guelfa in Ferrara ad Aldevrandino marchese d’Este suo figlio, che ne era allora podestà. Ruppesi la concordia, e toccò a Salinguerra di uscire della città; e perciocché egli ritiratosi nel castello del Ponte del Duca infestava i Modenesi, questi con buon esercito si portarono all’assedio di quel luogo, e s’accordarono col Marchese e Comune di Ferrara di smantellarlo, come apparisce da uno strumento del 1212, esistente nell’archivio della Comunità di Modena, e da me dato alla luce. Seguì nell’anno seguente 1213 un accordo fra il popolo di Modena e Salinguerra per conto d’esso castello, che restò perciò distrutto. Apparisce ancora da altra carta del 1213 che Salinguerra colla sua fazione fu rimesso in Ferrara, ed ammesso al pubblico governo. Finì di vivere nel 1215 il marchese Aldevrandino, ed ebbe per successore Azzo VII suo fratello, che continuò ad essere Capitano della parte Guelfa, ciò apparendo da una carta del 1216. Succederono poi varie vicende, essendo stato cacciato l’Estense da Salinguerra coll’ajuto prestatogli da Federigo II Augusto e da Eccelino da Romano. Ma nell’anno 1240, abbattuto che fu Salinguerra, e condotto prigione a Venezia, tornarono i Marchesi d’Este al pacifico dominio di Ferrara, eletti con animo concorde per signori da quel popolo, e furono ivi col tempo confermati anche dai Romani Pontefici. Nell’anno poscia 1288, trovandosi la città di Modena lacerata dalle fazioni e perpetue guerre civili, per mettere fine a tanti guai, volontariamente prese per suo signore il marchese Obizzo Estense, ed altrettanto fecero appresso anche i Reggiani.

Or venga innanzi alcuno, ed osi di chiamar tiranni i Marchesi d’Este. Costui senza fallo si meriterà il titolo di giudice iniquo e stolto. Se da Omero nel libro II dell’Iliade l’imperio di molti non fu creduto buono, anzi fu da lui preferito il governo monarchico, quanto più si dee desiderare la monarchia nelle città troppo sconcertate e piene d’irreconciliabili fazioni! Quello che fecero le città suddette, servì poi d’esempio ad altre per praticar lo stesso. Quasi niuna si contava, che non fosse malmessa dalle interne discordie, gareggiando il popolo coi Nobili, o pure i Ghibellini coi Guelfi. Osservisi Milano. Durante il secolo XIII bolliva in quella nobil città un grave scisma, perché tanto la Nobiltà che la gente popolare affettavano la superiorità nel governo. Fu la prima la plebe ad eleggersi per suo Capitano nel 1240 Pagano, poi Martino ed altri della Torre. Così i Nobili presero per loro capo Ottone Visconte e poscia Matteo suo nipote. Per lungo tempo e con varia fortuna durò la contesa fra quelle due case e fazioni; ma finalmente abbattuti i Torriani, Matteo acquistò per sé e per li discendenti suoi, coll’approvazione ancora degli Augusti, il dominio di Milano. Il che non può negarsi che tornasse in bene di quella città, da che per mezzo de’ Visconti tanta ampiezza di dominio e tanta copia di ornamenti le si aggiunse, che se ne formò poscia un insigne Ducato. Sarebbe un’indegnità il chiamar tiranni i Visconti. Lo stesso è da dire de’ Signori della Scala. Estinto che fu il crudele Eccelino da Romano, fra i Guelfi e Ghibellini in Verona insorse gran contesa per cagion del governo. Però nell’anno 1262, per attestato di Paris da Cereta nella Cronica di Verona (tomo VII Rer. Ital.) Mastino I dalla Scala, che alcuni pretendono di bassa schiatta; anzi i Padovani, secondoché abbiamo da Albertino Mussato (lib. X, Rub. 2), chiaramente dicevano che ex sordido Olei venditorum genere editus, factus fuit et creatus Capitaneus totius populi civitatis Veronae de communi voluntate et consilio populi civitatis ejusdem. Succederono poscia Alberto, Bartolomeo, Alboino, Can Grande, ed altri Scaligeri, de’ quali, come ognun vede, legittimo fu l’ingresso alla potenza, con vantaggio poi della città di Verona, che crebbe di dominio e di gloria: se non che gli ultimi di quella prosapia degenerando dalle virtù de’ lor maggiori, oscurarono il proprio nome, e perderono quella signoria. Convien certamente confessare che sembra poco decoroso il principio della Casa da Gonzaga nel governo di Mantova, manifesta cosa essendo che l’esaltazion sua cominciò nell’anno 1328 dall’uccisione di Rinaldo soprannominato Passerino, che in Mantova era Vicario dell’Imperadore. Ma Passerino anch’egli con arti cattive s’era procacciato quel dominio, e odiato dal popolo, non ebbe chi piagnesse la sua morte. Comunque sia, tal fu l’onoratezza, il valore e buon governo di questa famiglia, che si conciliò l’amore e la stima di tutto quel popolo, e degna fu che gl’Imperadori la decorassero con molti privilegj, e che ogni Storico ne parli con onore. Furono portati anche i Carraresi alla signoria di Padova nell’anno 1318 dalla discordia de’ cittadini, i quali si unirono ad eleggere Giacomo da Carrara, conoscendo ognuno che in quelle scabrose congiunture meglio era il conferire ad un solo l’autorità divisa in tanti, come già usarono i Romani creando il Dittatore. Abbondò poscia quella famiglia di uomini valorosi, che in fine cederono ad una maggior potenza. Lascerò dire ad altri ciò che s’abbia a giudicare dei Malatesti una volta dominanti di Rimini ed altre città; degli Alidosi in Imola; de’ Traversari e Polentani in Ravenna; de’ Manfredi in Faenza; degli Ordelaffi in Forlì; de’ Pepoli e Bentivogli in Bologna; de’ Conti di Montefeltro in Urbino; de’ Varani in Camerino; de’ Trinci in Foligno; de’ Rossi e Correggeschi in Parma; degli Scoti in Piacenza; de’ Tarlati in Arezzo; de’ Casali in Cortona; dei Beccheria in Pavia; dei Tizzoni in Vercelli. Lascio andare altre città; perciocché appena vi fu città libera (ne eccettuo sempre Venezia) la quale qualche volta o spontaneamente non ricevesse un signore, o per forza un tiranno.

Quello che si dee avvertire, allorché in tanta confusione si trovavano le città per le dissensioni et odj interni, non mancavano mai i cittadini più saggi ed amatori della pace, e i vescovi, sacerdoti e persone religiose di tentare ogni mezzo per conciliar gli animi, e rimettere fra loro la concordia. Ma oggi era pace, domani guerra; né maniera utile ed efficace si trovava di acquetar sì forsennato bollore. La via più spedita e comprovata dalla sperienza per frenar tanti sregolati movimenti, fu quella di mutar la forma del governo, e di trasferire in un solo i diritti dell’imperio, acciocché questi divenendo come padre e rettore di tutti, forzasse colla sua autorità ciascuno ad osservar la pace. Però il trattar da tiranni simili Potenti non cadrà in mente a chiunque abbia un po’ di tintura della Giurisprudenza e della Politica. Né dello stesso tenore furono tutti que’ principi, perché non a tutti fu conferito un egual potere. Città ci furono, nelle quali anche sotto il principe restava in vigore l’ordine e l’autorità della Repubblica, o sia del Comune o Comunità, di modo che il principe altro non era che capo del senato e popolo: o come capitano della milizia, e amministrator della pace e della guerra, spediva gli affari più difficili, in maniera nondimeno che nelle risoluzioni più gravi si richiedeva il consenso della Repubblica; perciocché non tutti i diritti della Maestà si concedevano a questi Regoli, né si aboliva tutta la forma e balía della Repubblica. Il perché noi vediamo i Visconti, Scaligeri ed altri, allorché furono innalzati al comando, non aver usato altro titolo che quello di Capitani. Che se taluno veniva anche appellato Signor perpetuo e generale, non perciò la sua dignità escludeva il governo della Repubblica, siccome anche presso gl’Inglesi, Polacchi, Svezzesi, Veneziani, ec., l’elezione o successione dei Re e Duchi non toglie la sussistenza d’essa Repubblica, la cui autorità ove più ed ove meno resta illesa. Con che ampiezza di potere e formole pregnanti fosse conferito dal popolo di Ferrara nell’anno 1264 il dominio di quella città e distretto ad Obizzo marchese d’Este e di Ancona, si raccoglie dal decreto, e da altri atti esistenti nell’antichissimo codice degli Statuti Ferraresi, conservato nella Biblioteca Estense. Gli ho io pubblicati. In leggerli sembra che quel popolo si spogliasse di ogni suo diritto per conferirlo a quel Principe, siccome ancora fecero i Modenesi e Reggiani: pure si conosce che molta autorità si conservava nel Comune, e gli atti si facevano a nome del Principe e della Repubblica. Così la Grecia, anche a’ tempi di Omero, ebbe dei Re, il poter de’ quali non era assoluto. Comandavano i Re e Regoli al popolo; ma le leggi comandavano agli stessi Re, e una parte della giurisdizione restava al Comune: il che si praticò anche sotto i primi Imperadori Romani. Ma col progresso del tempo a poco a poco passò tutto il complesso della signoria ne’ Principi Italiani. Furono essi prima costituiti Vicarii Imperiali dagli Augusti, come si osserva ne’ Principi Estensi, Visconti, Scaligeri, Carraresi, Gonzaghi, ec., e poscia decorati col titolo di Marchesi o Duchi. Pari titoli conseguirono altri nelle terre della Chiesa Romana.

Continuò nondimeno in molte città, e dura tuttavia il nome di Comunità, cioè la congregazione e corpo de’ soli Nobili, o pur de’ Nobili mischiati coi popolari e coll’arti, col possesso di assai beni e rendite pubbliche: contuttociò s’è ristretta la loro autorità all’elezione di alcuni magistrati per provvedere all’annona e all’ornato della città, per curare le vie, i ponti e gli argini de’ fiumi, con aver dimesse al Principe quasi tutte le regalie. Anche nel secolo XIII sotto Lodovico VII re di Francia, come hanno osservato gli Eruditi Franzesi, e particolarmente il Du-Cange nel Glossario Latino, s’introdussero o presero gran piede anche le Comunità in Francia, ma diverse molto dalle antiche Comunità d’Italia. Imperocché nelle nostre contrade ne’ vecchi tempi lo stesso era Comune o Comunità, che Repubblica o città libera che godeva il diritto di formar le proprie leggi, di eleggere i proprj magistrati, e d’imporre tributi, suggetta solamente all’alto dominio degl’Imperadori, o de’ Romani Pontefici. Ma le Comunità di Francia furono bensì ornate di privilegi dai Re o Principi, ma non mai goderono l’autocrazia o diritto del principato, e somigliavano a quelle che oggidì si mirano in Italia. Anche sotto i Romani antichi ogni città godeva il titolo di Repubblica con autorità di lunga mano maggiore che le Comunità Italiane de’ nostri tempi. Del resto non si può negare che ne’ secoli barbarici, cioè dopo il 1200, l’Italia producesse de’ tiranni, ed anche non pochi. Il determinar nondimeno, a quali con giusto titolo convenisse questo infame titolo, non è sì facile. Solamente potrà forse ciascuna particolar città, col ben considerare le sue storie, e le varie situazioni e avventure degli sconvolti vecchi tempi, e il volere o bisogno de’ suoi cittadini, decidere qual nome competesse a chi una volta ivi comandò. Imperciocché vi furono anticamente di coloro che colla forza imposero il giogo della servitù alle proprie città, e perciò tirannicamente ne cominciarono il dominio, ma perché poscia con giustizia e dolcezza trattarono quel popolo, e posero ogni studio per procurargli quiete, gloria ed accrescimento, buoni e legittimi signori divennero, e particolarmente da che fu approvato dal supremo Principe il loro dominio. Sanno gli Eruditi, quanto si disputi di Giulio Cesare e di Augusto imperadori Romani. S’ha anche da riflettere in sì fatte controversie ai diritti della guerra; perciocché non s’hanno tosto da incolpare di tirannica violenza i Fiorentini, perché spogliarono Pisa della sua libertà; né i Visconti, perché aggiunsero al loro imperio Pavia, con varie altre città, per tralasciare altri simili esempli di città Italiane. Altri poscia si truovano, che per lodevole via e col precedente consenso de’ popoli presero il dominio di qualche città; ma a poco a poco si lasciarono trasportare alla tirannia, per la cieca cupidigia di regnare a suo talento. Nell’anno 1342 i Fiorentini per loro signore elessero Gualtieri duca di Atene. Poco stette costui ad abusarsi della sua autorità in danno del popolo; laonde mossa contra di lui una sedizione, ebbe per grazia il poter salvare la vita colla fuga. Né da questo ruolo s’ha da rimuovere Bernabò Visconte, essendosi egli colle sue crudeli maniere talmente renduto odioso al popolo di Milano, che niuna persona saggia si dolse dell’oppressione a lui fatta dal nipote. Un pari trattamento provò dai Forlivesi Cecco degli Ordelaffi. Finalmente ci furono di coloro che colla violenza e con arti indegne si procacciarono il principato, e poscia andando di male in peggio, crudelmente trattarono i miseri cittadini, così che di comun concerto vennero proclamati per tiranni. Nel numero di questi s’hanno senza fallo a contare Eccelino da Romano tiranno di Padova, Gabrino Fondolo in Cremona, Ottone de’ Terzi in Parma, Giovanni da Olegio in Bologna, Boccalino de’ Guzzoni in Osimo. Degli altri ne somministrerò la Storia.

Solamente s’ha da avvertire che talvolta alcuni de’ principi si servirono della scure e delle carceri, o con gravi tributi affaticarono i popoli: ma né pure per questo s’ha subito da gridare ai tiranni. Ciò fanno alle volte anche i Re e principi legittimi, dovendosi considerare le necessità di una inevitabil guerra, la difesa della città e del paese, e certi pericolosi o sventati tempi, ne’ quali può essere lecito ciò che nella somma quiete e pace della Repubblica sarebbe biasimevole. Neque quies gentium sine armis, neque arma sine stipendiis; neque stipendia sine tributis haberi queunt, scriveva Tacito nel lib. IV Hist., cap. 74. Da mali maligni era allora infestata l’Italia, anzi ogni città: perché incolpare i rimedj forti e disusati, a’ quali convenne allora ricorrere, se così esigeva la cura e salute de’ malati? Quello bensì che degno affatto di abominazione si è, in que’ torbidi ed inquieti tempi si videro alcuni de’ principi che, tratti da detestanda cupidità di regnare, tolsero la vita ai lor parenti. Di tali esempli di ambizione e crudeltà ne abbiam più d’uno nelle famiglie degli Scaligeri, Carraresi, Gonzaghi, Polentani, Malatesti, e d’altri. Credesi ancora che fossero allora molto in uso i veleni, di modo che ho veduto il vecchio Pietro Paolo Vergerio scrivere che niun de’ principi de’ suoi tempi pagava il tributo della natura senza sospetto di essere stato attossicato. E veramente non mancano esempli di questa infame iniquità negli antecedenti secoli. Per tralasciar altri esempli, noto è agli Eruditi il sospetto, formato sul principio del secolo XIV, che Arrigo VII Augusto nel distretto di Siena fosse tolto di vita con veleno infuso nella sacra Eucaristia. Corse fama eziandio che l’Angelico Dottore San Tommaso d’Aquino in questa maniera fosse spinto all’altra vita. Giovanni Villani, che copiò Ricordano Malaspina, e notò lo scritto da Dante nel lib. IX, cap. 217 della Storia, così scrisse d’esso Santo: Si dice che per un Fisiciano del detto Re, per veleno li misse in confetti, il fece morire, credendone piacere al re Carlo: però ch’era del lignaggio de’ Signori d’Aquino. Vedi ancora gli estratti de’ Comenti di Benvenuto da Imola, da me dati alla luce nel tomo I di quest’Opera. Né pure in que’ secoli barbarici fu molto in uso di mantener la fede nelle leghe, patti e promesse: male nondimeno di cui né pure vanno esenti i secoli nostri. E mentre io rammento questi disordini, non posso né debbo tacere una prerogativa della nobilissima stirpe de’ Marchesi Estensi. Imperciocché essi non mai dimenticarono di usare un amorevol governo coi loro popoli, senza imitare l’asprezza di altri signori: il che cagionò che non mai volontariamente loro si ribellò alcun di essi popoli, né imputò loro la tirannia, anzi ognuno per loro difesa più di una volta espose i beni di fortuna e la vita. Perché sebbene nell’anno 1306 Azzo VIII cadde dal dominio di Modena e Reggio, non ne fu cagione la sua crudeltà, ma bensì la trama e il potere de’ Bolognesi, Parmegiani e Giberto da Correggio, nemici di quel Principe.

Né solamente cominciarono i nostri antenati dopo il secolo XII a provare la rabbia de’ tiranni. Anche prima di que’ tempi aveano conosciuto di queste mal’erbe. Da che per la morte di Carlo il Grosso Augusto nell’anno 888 finì la schiatta legittima di Carlo Magno, si divise l’Italia in varj partiti, e fu suggetta talvolta a più d’un Re; sicché cominciò di nuovo a vestir la barbarie e la fierezza. Ruppersi allora i legami della pubblica tranquillità, e cessò la venerazion delle leggi in casa de’ Potenti. Niuno più si facea scrupolo di usurpare i beni del Clero, purché non gli mancasse la forza, né i laici deboli andavano esenti dalle altrui violenze. Prima s’erano introdotti i Vassi, o vogliam dire Vassalli, dominanti nelle castella; si cominciò ad accrescerne sconciamente il numero, studiando ognuno di profittare di que’ torbidi tempi, e i Re di donar largamente per guadagnar danaro ed aumentare i suoi fedeli. Dalla giurisdizione de’ Conti urbani staccati questi Vassi, chiamati dipoi Conti rurali, si diedero a fortificare le loro tenute, e stavano tutto dì all’erta per ampliare il loro dominio alle spese de’ vicini. Che fra questi piccioli signori o Regoli se ne contassero molti per la lor probità degni di lode, non se ne può dubitare; ma non ne mancavano altri che esercitavano a misura delle loro forze la tirannia. Nell’archivio del Capitolo dei Canonici di Modena si conserva un Sacramentario di San Gregorio il Grande, scritto nel secolo nono o decimo con caratteri majuscoli. Nel margine di esso si truovano memorie scritte nell’anno 1003, che fanno conoscere la maggior antichità del testo. Ora quivi si legge Missa contra Tyrannos presa dagli antichissimi Sacramentarj della Chiesa Romana, dove è intitolata Contra Judices male agentes, e Missa contra obloquentes. Per più secoli poi durò la razza di questi tirannetti. Né solamente nella Storia d’Italia, ma in quella ancora dell’altre nazioni s’incontra alcuno di simili malvagi e prepotenti uomini; e ne resta anche memoria nelle antiche carte degli archivi. In pruova di che ho rapportato un documento del 1107, dove son le querele degli Uomini di Savignano davanti alla contessa Matilda; e una sentenza de’ Giudici Imperiali proferita nell’anno 1185 contra di Manente conte di Sartiano, usurpatore de’ beni del Monistero di Vivo; e la concordia seguíta nel 1099 fra i Canonici della Cattedrale di Lucca, e Guido figlio d’Ildebrando, in occasion dei danni da lui inferiti ad essi Canonici. Proprio di questi piccioli tiranni era di suscitar guerre contro i men potenti, e d’infestar le strade a guisa degli assassini, talmente che non era mai sicuro il passare per la loro giurisdizione. Quanto più nobili e ricchi erano i pellegrini, tanto più grande era il loro pericolo di essere imprigionati, e forzati poscia a redimere la lor libertà con isborso di molto oro. Non è una favola quella di Gino di Tacco fra le Novelle del Boccaccio; e nella Par. II delle Antichità Estensi ho io riferito ciò che accadde a Niccolò III marchese d’Este, signor di Ferrara, Modena, ec., che in un suo viaggio fu preso dal castellano del Monte San Michele. Motivo abbiam di rallegrarci di questi ultimi secoli, ne’ quali son cessati questi piccioli prepotenti. Dirà alcuno, essere passata una tal malattia ne’ principi maggiori, che tanti danni recano colle lor guerre. Ma si vuol ricordare che non finiranno mai le tribolazioni in questo paese d’esilio, e potremo solamente sperare una vera pace e felicità nella patria dove sono istradati i buoni, e potremo giugnere ancor noi, se non cesseremo d’essere veri Cristiani.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011