Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LIII

Della instituzione de’ Cavalieri, e dell’Insegne che noi chiamiamo Arme.

Fra i costumi de’ secoli barbarici, uno, particolarmente allora in gran credito, ci si presenta, ma che da gran tempo è andato in disuso, e che solamente fa bella comparsa nella storia d’allora. Voglio dire l’istituzione de’ Militi, ora appellati Cavalieri. Già vedemmo nella Dissertazione XXVI che spezialmente presso gl’Italiani si dava il nome di Militi ai soldati che militavano a cavallo nelle guerre, laddove i chiamati oggidì fanti e soldati a piè erano appellati Pedites, e da taluno Plebeii Milites. Ma sotto altro significato, e di lunga mano più nobile, fu adoperato il vocabolo di Miles, cioè a disegnar que’ Nobili che con alcune particolari cerimonie venivano ornati del cingolo militare. L’origine di questa milizia, Cavalleria detta da’ nostri scrittori, si dee cercare ne’ popoli settentrionali, le innumerabili schiere de’ quali, Goti, Longobardi, Franchi e Germani, impadronitesi dell’Italia, in queste provincie introdussero i loro costumi. L’antichissimo e diligentissimo pittore de’ costumi de’ popoli della Germania Tacito al cap. 13 scrisse: Arma sumere non ante cuiquam moris, quam civitas suffecturum probaverit. Tum in ipso Concilio vel Principum aliquis, vel pater, vel propinquus, scuto frameaque juvenem ornant. Haec apud illos toga, hic primus juventae honos: ante hoc domus pars videntur, mox Reipublicae. Ecco con qual solennità usassero una volta que’ popoli d’essere per la prima volta ammessi all’onore della milizia, cioè all’esercizio che più decoroso di tutti era tenuto fra loro. Nazione Germanica, per attestato ancora del medesimo Tacito, fu quella de’ Longobardi; e però costume era fra loro che i figli dei Re, non dal padre, ma da un Re d’altra nazione fossero promossi al grado della cavalleria. Racconta Paolo Diacono (lib. I, cap. 23 de Gest. Langobard.) che desiderando i Longobardi che il re loro Audoino tenesse seco a tavola Alboino suo figlio, esso Re rispose: Se hoc facere minime posse, ne ritum gentis infringeret. Scitis enim, inquit, non esse apud nos consuetudinem, ut Regis cum patre filius prandeat, nisi prius a Rege gentis exterae arma suscipiat. Né pure i Franchi, nazione anch’essi Germanica, cignevano la spada ai figli dei Re senza la pompa di alcuni riti. L’Autore della Vita di Lodovico Pio Augusto all’anno 791 scrive: Patri Regi Rex Ludovicus Ingelheim occurrit, indeque Renesburg cum eo abiit; ibique ense jam appetens adolescentiae tempera accinctus est. Ciascuno può comprendere, farsi dallo Storico menzione di tal fatto, perché esso era una funzione di momento, e che si eseguiva con molta solennità. Per la stessa ragione l’Anonimo Salernitano ne’ Paralipomeni da me pubblicati nella Parte II del tomo II Rer. Ital., cap. 80, scrisse che Sicone fanciullo, figlio di Siconolfo principe di Salerno, per alcuni anni dimorò nella corte di Lodovico II Augusto. Sed dum adolescens factus fuisset, ex more ipsi jam dictus Rex arma donavit, atque cum honore Salernum misit. Dice ex more, perché radicato era il costume che i figli delle persone illustri per la prima volta ricevessero l’armi dalle mani dei Re e dei Principi che loro le donavano. Dare l’armi lo stesso era che crear Milite, o sia Cavaliere. Trovando noi menzione ne’ vecchi tempi del cingolo militare, non altro significa che la spada cinta ai fianchi delle persone ammesse all’onore della milizia. Più volte si truova menzione di questo cingolo nel Codice Teodosiano; ma allora aveva un significato più largo, perché abbracciava tutti i soldati tanto a cavallo che a piedi. Non così fu ne’ secoli barbarici. Nella Vita di Santo Authperto abbate del Volturno, a’ tempi di Carlo Magno, si legge che plurimi ex Aula Regia militiae cingulum deponentes, in sancto proposito Religionis ei adhaeserunt.

Ma particolarmente dopo il secolo decimo il nome e l’onore del cingolo militare fu riserbato ai soli Nobili, e la funzione di conferirlo divenne anche più speciosa per alcuni riti. Il tempo in cui i giovani illustri arrivavano a conseguir questo decoro, fu nelle spedizioni militari, o in qualche solennità e feste ne’ tempi di pace. Imperocché quanto più riguardevole fu il principe o capitano che facea cavaliere un novizzo, e quanto più memorabile era il luogo e tempo in cui si compartiva l’onore della cavalleria, tanto maggior gloria e riputazione ne ridondava sopra que’ nuovi cavalieri. Si riputavano poscia fortunati ed onorati più degli altri coloro che poteano in qualche fatto d’armi essere promossi a questo onore. Perciò i giovani delle case nobili volavano alla guerra per isperanza di far comparire il lor valore in qualche impresa, e conseguire in tal maniera come premio la cavalleria. Prima dunque di tal promozione, essi nelle armate erano chiamati Scudieri, in Latino Armigeri, Scutiferi e Scutarii: la qual diversità di nome si dee ben osservare per intendere gli Storici, da’ quali sovente si truovano menzionati nelle guerre Milites et Scutarii, cioè i Cavalieri e Scudieri. Non parlo qui degli scudieri gregarii ed ignobili; perché ciascun cavaliere costumava di menar seco uno o più scudieri che gli portavano lo scudo e la lancia, per consegnargliela allorché veniva il tempo delle zuffe. Scudieri tali non erano semplici spettatori in occasion delle battaglie, ma anch’essi colla spada o con altre armi allora combattevano. Di costoro penso che si tratti negli Statuti del popolo di Verona dell’anno 1228, al cap. 183, dove si legge: Item prohibebo, ne quis deferat lanceam vel lanzonem, nec hastam acutam, vel paratam ad ponendum intus ferrum lanceae vel lanzonis, vel arcum balestum cum pilotis et sagittis, per civitatem vel ejus districtum, nisi sit Miles, vel ejus Scutifer, cum vadit cum domino suo sine fraude, qui possit portare lanceam. Anche i principi guidavano seco gli scudieri, certamente nobili. Roggieri, poscia conte di Sicilia, come abbiamo da Gaufredo Malatesta nel lib. II, cap. 4 della Storia Siciliana (tomo V Rer. Ital.), inermis, excepto clypeo solo, et ense, quo accinctus erat, una notte andava spiando certi siti in Sicilia; Armiger namque cum armis subsequebatur. Incontratosi all’improvviso co’ nemici, perlongum ducens ab Armigero arma recipere, solo ense super eos irruit. Parlo dunque degli scudieri nobilmente nati, che si accompagnavano co’ principi, capitani, o altri illustri cavalieri, e loro servivano con portar il loro scudo e la lancia, finché colle pruove del valore e della servitù si dimostrassero degni di conseguir le insegne ed armi della cavalleria. Armigeri honorarii alle volte sono appellati per distinzione dai plebei. Landolfo da San Paolo nella Vita di Santo Arialdo presso il Puricelli così scrive: Iisdem temporibus (cioè circa l’anno 1060) Herlembaldus de Cottis, frater Landulphi, a Hierosolymis redierat, Miles factus. Era stato a militare in Terra santa. Truovasi anche menzione più antica di sì fatti Militi in un diploma di Ottone III Augusto, pubblicato dal Campi nel tomo I, pag. 493 della Storia Ecclesiastica di Piacenza. Esso è un privilegio conceduto nell’anno 989 da Ottone III a Lanfranco ed Obizzo de’ Brachiforti, i quali (dic’egli) cum nos hodie ante in Missarum solemniis in Ecclesia Sanctae Brigidae Milites novos creaverimus, deceatque ipsos uti novos Milites nova nostrorum beneficiorun largitione praerogativa laetari, ec. Ma quel diploma per tutti i versi si scuopre un’impostura; sì perché Ottone ivi attesta d’avere sperimentata la fedeltà nei Nobili Brachiforti in nostris exercitibus, quos tam contra Latinos, quam contra Graecos exercuimus (il che non sussiste), e maggiormente perché il diploma si dice dato XV kalendas decembris, anno Incarnationis Domini DCCCCLXXXIX, indictione prima, anno Domini Ottonis III, Imperii ejus V. Chi sa che Ottone III fu dichiarato imperadore solamente nel 996, subito intende di che farina sia questo documento.

Allora dunque che si stava in procinto di venire a qualche battaglia o pericoloso cimento, o che dopo il conflitto s’era riportata vittoria, si conferiva ai nobili scudieri l’onore della cavalleria, o per incitarli a combattere virilmente, o per premio di aver ben combattuto. Non già a tutti alla rinfusa, ma a chi godeva il pregio di maggior nobiltà, o più era in grazia del principe, o s’era segnalato in qualche fatto d’armi; se pure qualche straordinario caso non apriva la porta ad ognuno. Fulcherio Carnotense nel libro II, cap. 2 della Storia Gerosolimitana scrive: Monente Rege, quicumque potuit, de Armigero suo Militem fecit. Per testimonianza ancora di Domenico da Gravina (tomo XII Rerum Italicarum, pag. 649), essendo stata concertata una giornata campale fra Lodovico principe di Taranto, che fu poscia re di Napoli, e gli Ungheri nell’anno 1350, Plurimi Neapolitani Nobiles, filii Nobilium Militum, occasione faciendi proelii, eidem Domino Ludovico honorem Militiae postularunt; ut quum Nobiles sint, si aliquem eorum deficere contingat in proelio, fama vel nomen Militiae sibi restet, ut moris est bellicorum. Ut autem unusquisque dictorum Nobilium ad committendum proelium animosior se demonstret, spopondit, et placuit dictorum Nobilium petitio sibi facta. Et eodem die zona Militiae decoravit nobilissimos Juvenes septingentos et ultra. Sarà sembrata questa una prodigalità a chi sapeva la moderazione de’ tempi precedenti. Furono anche tali scudieri appellati Domicelli, in Italiano Donzelli, la maggior parte discendenti da persone nobili e cavalieri. Tal voce fu usata dal Boccaccio e da altri scrittori Toscani. Negli Annali Genovesi di Caffaro all’anno 1225 vien fatta menzione di cinquanta Militi, cioè cavalieri, di Tommaso conte di Savoia, ciascun de’ quali marciava cum Donzello et duobus Scutiferis. Altri cinquanta Militi si trovavano sotto Loteringo da Martinengo, quorum quisque erat cum duobus equis, et cum tribus Scutiferis et Donzellis bene armatis. In questi passi col nome di Scutiferi son disegnati i famigli ignobili, e sotto quel di Donzelli i nobili. Però Uguccione Grammatico scrisse: Domicelli et Domicellae dicuntur, quando pulchri juvenes Magnatum sunt sicut servientes. Lo stesso nome di Domicelli indica la loro nobiltà, perché tal vocabolo è diminutivo di Domnicellus, che corrisponde all’Italiano Signorotto o Signorello. Anche Giovanni Villani nel lib. VII, cap. 63 scrive che furono inviati da’ Fiorentini a Carlo I re di Sicilia cinquanta cavalieri di corredo, e cinquanta gentili uomini di tutte le principali case di Firenze per farli cavalieri. Fra Giacopone da Todi circa l’anno 1298 diceva:

Che fui, como a me pare,

Donzello en ben servire,

E ornato Cavaliere

Bello e costumato.

A questi donzelli non era permesso di sedere alla medesima tavola coi cavalieri; e se pur v’erano ammessi, sedevano in sedia più bassa. Portavano gli speroni inargentati; creati poi cavalieri, gli usavano indorati, e per questo si chiamavano cavalieri a speroni d’oro. V’erano di quegli scudieri che si procacciavano luogo ne’ tornei, per potere dar pruova del loro valore, e meritarsi con ciò il cingolo militare. Tale usanza spezialmente fu in Inghilterra. Matteo Paris ali’anno 1248 scrive: Die Cinerum coeptum est Torneamentum magnum, ibique Willelmus frater Domini Regis uterinus, Tyro novellus, ut titulos Militiae sibi famosos adquireret, se animosa praesumtione ingessit. Sed aetate tener, et viribus imperfectus, impetus Militum durorum et Martiorum sustinere non praevalens, mansit prostratus. Coloro poi che per poca perizia commetteano mancamenti in que’ militari cimenti, secondo le leggi della milizia si guadagnavano delle battiture. Però d’esso Guglielmo soggiugne Paris: Et egregie, ut introductiones Militiae initiales addisceret, baculatus est. Tralascio altri esempli di questo piacevol uso, giacché nol credo allignato mai in Italia. Un’altra occasione di crear cavalieri soleva essere qualche magnifica corte bandita, tenuta dai principi, o pure la venuta dell’Imperadore, di un Re o principe di distinzione, o qualche fortunato avvenimento del Sovrano o del popolo. Allora chi per la nobiltà sopravanzava gli altri, od era maggiormente in grazia dei Re o de’ principi, facilmente carpiva l’onore della cavalleria. Nell’anno 1135, come abbiamo da Alessandro abbate di Telesa nel lib. IV, cap. 5 della sua Storia, Ruggieri re di Sicilia e di Puglia duos liberos suos ad Militiam promovit, Rogerium scilicet Ducem, et Tancredum Barensem Principem. Ad quorum laudem et honorem quadraginta Equites cum iisdem ipsis militari cingulo decoravit. Avendo Cane della Scala, signore di Verona e Vicenza, nell’anno 1328 fatto l’acquisto della città di Padova (come si ricava dalle Giunte alla Cronica di Paris da Cerreta nel tomo VIII Rer. Ital.), Veronam reversus ad gloriam ampliorem de obtentu civitatis Paduae ultimo octobris maximum gaudium et curiam celebravit; et creavit triginta octo Milites manu sua de diversis partibus Lombardiae. Leggonsi ivi i nomi di cadaun di essi delle principali famiglie d’Italia. Quello che ivi e altrove si dee osservare, non solamente i giovani, ma anche gli uomini fatti e i principi stessi cercavano e si tenevano ben caro l’onore della cavalleria. Azzo marchese d’Este e signor di Ferrara, Modena, Reggio, ec. (secondo l’Autore della Cronica Estense nel tomo XV Rer. Ital.), nell’anno 1294 factus fuit Miles per Dominum Ghirardum de Camino, qui tunc erat Dominus civitatis Trivixii, super plateam Communis Ferrariae, ante portam Episcopatus. Et eodem die et hora dictus Dominus Marchio Azzo fecit quinquaginta duos Milites suis manibus, scilicet Dominum Franciscum ejus fratrem, et alios Ferrarienses, Mutinenses, Bononienses, Florentinos, Paduanos, Lombardos; et magna curia tunc fuit in Ferraria. Odi ancora l’Autore contemporaneo della Cronica di Parma nel tomo IX Rer. Ital., che narra quella funzione allo stesso anno 1294: In festivitate omnium Sanctorum Dominus Azzo Marchio Estensis, una cum Domino Francischino fratre suo congregavit in civitate Ferrariae maximam et honorabilem curiam omnium Procerum civitatum Lombardiae de amicis suis. In qua curia factus fuit Miles cum praedicto fratre suo per Dominum Gerardum de Camino Dominum Trevisii. Et ipse Dominus Azzo Miles factus, incontinenti fecit alios quinquaginta duos Milites suis propriis expensis, quamdiu fuerunt in civitate Ferrariae, ec. Leggiamo qui a tutte sue spese, perché usanza fu de’ principi liberali nelle solenni corti bandite di provvedere d’armi, sopravvesti, cavalli ed alimenti i creati da loro cavalieri.

Del resto nelle città dove prevaleva o era unica l’autorità del popolo, alle volte anche dagli stessi artisti taluno era assunto alla cavalleria: il che fu osservato da Ottone Frisingense, lib. II, cap. 13 de gest. Frider., dove parlando del governo delle città d’Italia, dice: Ut etiam ad comprimendos vicinos materia non careat, inferioris conditionis juvenes, vel quoslibet contemtibilium etiam mechanicarum artium opifices, quos ceterae gentes ab honestioribus et liberalibus studiis tamquam pestem propellunt, ad militiae cingulum, vel dignitatum gradus assumere non dedignantur. Che se non già nel pericolo delle battaglie, né dopo la vittoria, né in occasion di corti bandite, ma solamente nelle città in tempo di pace s’avea da conferire l’onore della cavalleria: allora con grande apparato e grevi spese, cioè con armi, cavalli, addobbi, conviti ed altri sfoggi di magnificenza, si facea quella funzione. Perciò chi voleva risparmiar le spese, più volentieri andava alla guerra, per l’occasione di qualche cimento, onde gli provenisse del credito senza intacco della borsa, e particolarmente perché più glorioso si riputava l’essere creato cavaliere ne’ perigli della guerra, che nello stato quieto della città. All’incontro incorreva taccia di spilorcio e interessato chi fuggendo l’esporsi ai pericoli ne’ fatti d’armi, cercava altre vie per ottenere il cingolo militare, e insieme per guardarsi dalle spese. Allorché Carlo IV Augusto fece la sua entrata in Siena l’anno 1355, Matteo Villani (libro V, cap. XIV della Storia) scrive che In questo abboccamento otto cittadini pomposi e avari, per cessare la debita spesa alla cavalleria, si feciono a lui fare cavalieri. E appresso entrato nella città, gliene occorreano molti senza ordine e provisione. Egli avvisato del lieve e vano movimento di quella gente, commise al Patriarca, che in suo nome gli facesse. Il Patriarca non potea resistere a farne tanti, quanti nella via glien’erano appresentati. E vedendone così gran mercato, assai se ne feciono, che innanzi a quell’ora niun pensiero avieno avuto di farsi cavaliere, né provveduto quello che richiede a volere ricevere cavalleria. Ma con lieve movimento si faceano portare sopra le braccia a coloro ch’erano intorno al Patriarca; e quando erano a lui nella via, lo levavano alto, e traevangli il cappuccio usato; e ricevuta la guanciata usata in segno di cavalleria, li mettevano un cappuccio accattato col fregio dell’oro, e traevanlo della pressa, ed era fatto cavaliere. Quindi il Villani deride e tratta da avari coloro che si aveano procacciato quel grado, senza avere fatto alcuna solennità in comune, o in diviso, a onore della cavalleria, tuttoché fossero nobili e ricchi cittadini, e uomini di natura pomposi. Ma sì fatti cavalieri, creati a sì buon mercato, poco o nulla erano stimati, come osservò Michele Savonarola in una operetta de Laudibus Patavii, che ho dato alla luce nella presente Opera. Cosa poi si praticasse in Siena, quando nelle forme più lodevoli si creavano cavalieri, e quai doni allora corressero, si può vedere nelle Annotazioni del sig. Benvoglienti alla Cronica di Siena all’anno 1326 nel tomo XV Rer. Ital.

Il far de’ nuovi cavalieri soleva appartenere a quei solamente ch’erano decorati prima del medesimo pregio, come anche oggidì si fa in conferire l’insigne ordine del Toson d’Oro, od altri nobili ordini militari. Contuttociò alle volte accadde che il senato e popolo delle città libere si attribuivano la facoltà di crear cavalieri. Ne abbiamo l’esempio ne’ Fiorentini, Sanesi ed Aretini, che talora costituivano un sindaco o procuratore per crear cavaliere qualche persona di merito distinto. Probabilmente questo sindaco si sceglieva dalla schiera de’ cavalieri. Molto più questo si praticava da’ Re e da’ principi. Il rito di dar la cavalleria consisteva in questo, che il principe od altro cavaliere che conferiva tal onore, percoteva il collo o la spalla del novizzo inginocchiato, colla spada presa dalle mani di lui, dicendo: Esto probus Miles, cioè: Sii un valoroso Cavaliere. Taluno gli dava anche il bacio. Poscia per ordine del principe uno o due cavalieri veterani legava gli speroni alle calcagna del cavalier novello. Erano questi indorati, o, come si soleva dire, d’oro: laonde invalse l’uso di appellarli Cavalieri a speron d’oro. Né solamente usavano questi tali di portar tali speroni a differenza di chi non era cavaliere, e le frange d’oro al cappuccio, come poco fa c’insegnò il Villani, ma anche portavano indorata l’impugnatura della spada: il che denotato fu da Dante nel C. XVI del Purgatorio:

...ed avea Galigaio

Dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.

Cioè era decorato della cavalleria, come espone quel passo Benvenuto da Imola. Solevano poi questi tali chiamarsi Cavalieri addobbati, cioè solennemente ornati dell’armi; giacché in Italiano lo stesso è addobbare che ornare. Negli Statuti di Milano (Par. II, cap. 5) si legge: Jurisperiti Collegii Judicum Mediolani, et Milites adoptati, sint ipso jure de Consilio majori Communis Mediolani. 1743 Non so determinare se per errore sia ivi scritto adoptati in vece di adobati; o pure se la parola Italiana adobati sia stata consigliatamente espressa in Latino per quella di adoptati; giacché il Du-Cange pensò che adobato venga dal Latino adoptare. Probabilmente fondò egli tale etimologia sul suddetto Statuto di Milano. Ma gl’Italiani dal Latino adoptare hanno formato adottare, e non adobare; e troppo diverso è il significato di questi due verbi. Però non saprò su questo accordarmi con lui, e né pure col Menagio, che da un sognato verbo adduplicare (in Italiano addoppiare) volle dedurre adobare. Son forzate simili etimologie. Ora noi abbiamo molte voci che discendono dalla Gotica, dall’antica Sassonica, dall’Arabica, e da altri stranieri linguaggi. Più tosto di là s’ha da prendere l’origine di addobbare. Giorgio Hickesio nella Grammatica Franco-Tedesca, pag. 91, osserva che presso i popoli d’Islanda, Scandia e Sassonia è adoperato il verbo at dubba, dubban, significanti Equitem creare, vel ad honorem Equitis aliquem solemniter provehere. Inde quod Equitem creatum vestimentis et armis splendidis ornare solebant, addobbare in speciali sensu adornare dixerunt. Quel che è certo, presso gl’Italiani il verbo addobbare è di molta antichità. Fra i primarj cittadini e Consoli di Modena nel 1173 si distingueva Maladobatus de Parma. Anzi molto prima si truova il nome di Maladubatus in un bel placito di Arrigo IV fra gl’imperadori tenuto in Governolo del Mantovano nell’anno 1116. Ne esiste l’original pergamena in Modena presso il marchese Giambatista Cortesi. Fra quelli che intervennero ad esso placito, si legge Maladubatus, siccome ancora Warnerius Bononiensis Judex, quello stesso, a mio credere, che fu il primo a spiegar le Leggi in Bologna, come vedemmo nella Dissertazione XLIV.

Presso gl’Italiani furono anche questi Militi appellati Cavalieri di Corredo. — Perché quando pigliavano il grado della cavalleria, facevano un convito pubblico: così gli Autori del Vocabolario Fiorentino. E veramente Corredo per Convito fu in uso nella lingua Italiana, o per dir meglio nel dialetto nobile della Toscana. Sarebbe nulladimeno da vedere se più tosto a’ cavalieri si fosse aggiunto questo nome, perché erano stati ornati o sia addobbati della cavalleria; perciocché corredo significa ancora arredo, fornimento, addobbamento, abbigliamento. Si usò ancora di dare uno schiaffo, al nuovo cavaliere o nel collo o nella guancia. Come Giovanni Villani osserva nel libro X, cap. 54, Lodovico il Bavaro nel 1328 in Roma fece cavaliere Castruccio, cingendoli la spada con le sue mani, e dandoli la collana. Così nell’edizione de’ Giunti; ma più rettamente nella mia (tomo XIII Rer. Ital.) e dandogli la gotata, cioè la guanciata. Vediamo osservato questo rito anche nella sacra Cresima, ut sciat Christianus (dice San Carlo) se jam Militem esse. Pare in fatti questo rito passato dalla profana milizia nella spirituale, perché non ho trovato menzione di questa guanciata nella Cresima in autore più antico di Durando vescovo Mimatense. Lo schiaffo militare da altri si dava al collo o alla spalla del cavaliere, o pure colla spada si percoteva la spalla, essendo stati varj i costumi secondo la varietà de’ paesi. Nell’anno 1354 (secondoché scrivono i Cortusi nella Cronica, lib. XI, cap. 2) Carlo IV imperadore, quum per Marchiam iter faceret, et jam transisset flumen Olei, stans juxta confinia Cremonensium, suo in campo super nivem, probum virum et Nobilem, Franciscum de Carraria, qui continuo fuit cum Imperatore cum maxima comitiva, sedens in equo fecit Militem; et cum palma eum percutiens super collum, ait: Esto bonus Miles, et fidelis Imperii. — Statim nobiles Comites Theutonici descenderunt de equis, et eidem statim Equitis imposuerunt calcaria. His Dominus Franciscus donavit dextrerios, et equos alios de melioribus, quos habebat. Con altre maggiori cerimonie si cominciò altrove a celebrar questa funzione, e particolarmente con premettere il bagno, onde poi furono appellati Cavalieri bagnati. Tal rito sembra aver avuta origine in Inghilterra, e di là trasferito in Francia, e poscia in Italia. Cioè la sera precedente al giorno destinato per conferire la cavalleria, il novizzo veniva condotto con molta pompa ed accompagnamento al bagno preparato. Quivi per qualche tempo trattenutosi, e ben lavato, era poscia condotto a letto. Quindi sorgendo, e abbigliato colle vesti ordinate dallo statuto, e accompagnato da parecchi cavalieri e scudieri, andava alla chiesa, per ivi far la vigilia o sia la veglia nella notte. Passava egli tutta la notte senza dormire, e con far orazione a Dio, pregandolo che l’ordine cavalleresco ch’egli era per pigliare, servisse in onore di esso Dio e della Chiesa. Se talun chiedesse, perché entrasse il bagno in quella funzione, risponderei crederlo io fatto, affinché il candidato, per quanto potesse si procurasse la pulizia del corpo e dell’anima, prima di entrare nel ruolo de’ cavalieri. A questo fine si preparava egli colla confession de’ peccati, con la santa comunione, vigilia ed orazioni. Si puliva poi il corpo con tosare la barba e la capigliatura, col bagno e colle vesti nuove. Nicola o sia Cola di Rienzo, tribuno de’ Romani, come s’ha dalla sua Vita al cap. 25, fo fatto Cavalieri Vagniato nella notte de Santa Maria de mieso agosto nell’anno 1347. Costui, siccome uomo fantastico, non volle servirsi di un bagno volgare; ma per affettar magnificenza si lavò nella conca dove (se s’ha da credere all’opinion volgare) Costantino Magno cercò la sanità, ovvero ottenne il Battesimo. Entrò nel vagno (sono parole di quell’autore) e vagnaose nella conca de lo imperadore Costantino, la quale ene de pretiosissimo paraone. Stupore eno questo a dicere. Moito fece la jente favellare. Uno cittatino de Roma Missere Vico Scuotto Cavalieri li cinse la spata. Puoi se addormiò in uno lietto venerabile; e tacque in quello loco che se dice li Fonti de Santo Janni. Là compío tutta quella notte.

Chi bramasse più esempj di tal consuetudine, e di tutti i riti una volta usati nella creazione de’ cavalieri, vegga le Annotazioni di Edoardo Bisseo Inglese al libro di Nicolao Upton de studio Militari stampato in Londra nel 1654, e il Du-Cange nel Glossario alla voce Miles e Militia. Consulti ancora il Ditirambo del celebre Francesco Redi, intitolato Bacco in Toscana, dove si truovano raccolte molte notizie intorno a questo argomento. Io vi aggiugnerò un passo di Franco Sacchetti scrittore Fiorentino, che circa l’anno 1390 scrisse le sue Novelle. Così scrive egli al cap. 153: In quattro modi son fatti Cavalieri, cioè Cavalieri Bagnati, Cavalieri di Corredo, Cavalieri di Scudo e Cavalieri d’Arme. I Cavalieri Bagnati si fanno con grandissime cerimonie, e conviene che sieno bagnati e lavati d’ogni vizio. Cavalieri di Corredo son quelli che con la vesta verdebruna e con la dorata ghirlanda prendono la cavalleria (adunque non per cagion del convito furono così nomati). Cavalieri di Scudo son quelli che son fatti Cavalieri o da popoli o da signori, e vanno a pigliare la cavalleria armati, e con la barbuta in testa. Cavalieri d’Arme son quelli che nel principio delle battaglie o nelle battaglie si fanno cavalieri. Debbo anche ricordare che nella Biblioteca Estense si conserva un MSto col titolo: De ludo Schachorum, sive de Moribus hominum, et de officiis Nobilium: quem composuit Frater Jacobus de Z... (forse de Zoaliis, perché mancano le lettere) Ordinis Fratrum Praedicatorum, Januae natus. Ne ho fatta menzione altrove, e questi fiorì nel secolo XIII, o pure XIV. Nel cap. 4 egli così parla: Militem super equum, armis omnibus decoratum, impositum et formatum novimus. Habuit enim galeam in capite, hastam in manu dextra. Clypeo protectus fuit in laeva; ensis et clava in eadem; gladius in dextera. Lorica vestitus; plectas in pectore; ferreas ocreas in tibia; calcaria in pedibus; in ambabus manibus ferreas chirothecas; equum doctum, et ad bellum aptum cum faleribus. Hi dum accinguntur, balneantur, ut novam vitam ducant et mores. In orationibus pernoctant, a Deo postulantes per gratiam ejus donari, quod eis deficit a natura. Per Regem vel Principem accinguntur, ut cujus debeant esse custodes, ab eo accipiant dignitatem et sumtus. Sapientia, fidelitas, liberalitas, fortitudo, misericordia, custodia populi, legum zelus in eis sunt, ut qui armis corporeis decorantur, etiam moribus polleant; et quanto militaris dignitas alios excedit reverentia et onore, tanto magis debet eminere virtute. Erano appellati Tyrones, cioè novizzi, i cavalieri poco fa creati. Né si dee ommettere, che chi riceveva la cavalleria, contraeva una specie di obbligo di fedeltà verso chi gli compartiva quell’onore. E questa obbligazione era tacita o espressa. Presso il Redi, Ildebrando Giratasca nell’anno 1260 fu fatto cavaliere ad expensas publicas civitatis Arretii. In tale occasione egli juravit fidelitatem Dominis, cioè alla Repubblica di Arezzo. Et post Evangelium juravit alta voce, quod ab illa hora in antea foret fidelis et Vassallus Dominorum Communis civitatis Arredi. Contuttoché per lo più non si prestasse questo giuramento di fedeltà, pure quest’era una delle consuetudini cavalleresche, che non dovea giammai il creato cavaliere impugnar l’armi contro di chi l’avea decorato di questa dignità. Giovanni Villani nel lib. IX, cap. 304 della Storia, in descrivere l’infelice battaglia de’ Fiorentini contra di Castruccio e di Azzo Visconte, succeduta nel 1325, rivolge la cagione di tanta disavventura contra di Bornio maresciallo d’essi fiorentini: il quale si misse prima a fuggire, che al fedire. E ciò si trovò, ch’elli era stato cavaliere per mano di Messer Galeazzo Visconti padre del detto Azzo, e stato lungamente al suo soldo. Non mancano altri simili esempj. In oltre il nuovo cavaliere si obbligava per patto tacito o palese ad defendendas semper domnas, domnicellas (cioè le donne e donzelle), pupillos, orphanos, et bona Ecclesiarum contra vim et potentiam injustam potentium, juxta suum posse. I Romanzieri, e particolarmente fra’ nostri il Boiardo e l’Ariosto, tenendo sempre davanti agli occhi questa legge, l’hanno fatta valere per inventar curiosi avvenimenti dei loro finti eroi. Eranvi altre oneste e pie obbligazioni imposte a tali cavalieri, ch’io passo sotto silenzio, per dirne solamente una, cioè che doveano ben guardarsi da ogni azion vile, disonesta ed ingiusta, ed essere talmente fermi in questo proposito, che né il timor della morte, né la prigionia li potesse smuovere. Se diversamente operavano commettendo cose aliene dalla dignità e decoro della cavalleria, in Inghilterra venivano degradati dal magistrato con tagliar loro gli speroni d’oro, cioè quel segno che principalmente li facea distinguere dal resto de’ Nobili. Securi ad talos ejus eadem amputabantar calcaria, dice Tommaso Walsingamo nella Storia de Reb. Anglicis. Ma di tale usanza non truovo vestigio in Italia. Anzi non vo’ dissimulare che il sopra mentovato Franco Sacchetti circa l’anno 1390 scrisse, essere decaduto affatto l’onore della cavalleria presso gl’Italiani, perché ad essa venivano promosse persone mancanti d’ogni pregio di nobiltà, di valore e di onesti costumi, ed anche di vile e screditata vita.

Quel nondimeno che s’ha da osservare, si è che dal vecchio istituto de’ cavalieri uscirono a poco a poco i sacri ordini militari, celebratissimi in Oriente ed Occidente: cioè i Templarj, sotto papa Clemente V distrutti; e gli Spedalieri di Gerusalemme, oggidì chiamati Cavalieri di Malta, che formano un ordine insigne; e i Cavalieri Teutonici, i quali si obbligarono ad alcuni voti della pietà cristiana; poscia i Frati dell’Ordine della Milizia della Beata Maria Vergine, appellati Frati Gaudenti, che presto sparirono. Quindi succederono altri ordini di cavalieri, istituiti per lo più a motivo di distinzion d’onore dai Re e principi, come della Giaretiera, di San Michele, del Toson d’Oro, di Calatrava, ec., de’ quali ha trattato più d’uno. Io, lasciandoli tutti, passo a dir più tosto qualche parola dell’origine delle Insegne, che ora in Italiano si chiamano Arme o Armi; perché dalla sopraddetta cavalleria pare che s’abbia a trarre l’origine ed uso delle medesime. Non sono io qui per formare una Dissertazione sopra un punto maneggiato da più Letterati: cioè se l’istituzione di tali distintivi s’abbia da attribuire agli antichi Ebrei, Greci e Latini e ad altre nazioni che fiorirono prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, o pure ai costumi de’ secoli barbarici posteriori: la qual controversia è stata spezialmente illustrata da Arrigo Spelmanno nella sua Aspilogia, e dal P. Menestriere della Compagnia di Gesù. Io solamente accennerò che senza dubbio furono in uso presso i Greci e Romani le insegne, spezialmente nelle bandiere e negli scudi. V’ha eziandio dei passi di antichi Poeti, da’ quali sembra che si possa dedurre ch’esse passavano dai padri ne’ figli, e dai figli negli altri discendenti. Però non senza ragione è stato creduto da molti che le insegne gentilizie de’ nostri tempi sieno procedute per imitazione dai tempi più antichi. Tuttavia quello ch’io ho detto dell’origine dei cognomi nella Dissertazione XLII, penso che s’abbia a ripetere qui: cioè aver bensì i Latini cognomi e soprannomi, co’ quali una famiglia si distingueva dall’altra, e l’una linea d’una famiglia era distinta dall’altra; nulla però di meno, come vedemmo, i cognomi usati oggidì solamente dopo l’anno millesimo cominciarono ad introdursi in Italia. Lo stesso pare che s’abbia a dire dell’armi gentilizie. Imperciocché quantunque se ne truovino chiari vestigj presso gli antichi Latini e Greci, considerandole nondimeno quali sono oggidì, cioè formate con determinati segni e colori, e passanti per eredità ne’ discendenti della stessa casa, e adoperate ne’ sigilli, nelle monete, nelle bandiere, pitture ed altri luoghi, per differenziar tra loro le famiglie: pare che solamente dopo il secolo decimo, anzi anche dopo l’undecimo, e particolarmente dopo la sacra spedizione de’ Latini in Oriente, a poco a poco s’introducessero. La qual sentenza fra gl’Italiani Mario Equicola, il Machiavelli ed altri, poscia Pietro Pitheo, Filippo Morello, i Sammartani, il Fochet, lo Spelmanno, il Chiflezio, il Menestriere, il Furetiere ed altri scrittori giudicarono essere la più vera. Certamente avanti il secolo XI non si mostrerà autore alcuno contemporaneo, non verun monumento, per cui apparisca che fossero in uso questi segni e simboli distintivi delle famiglie. Né sigillo, né monete, né sepolcri: giacché non s’ha da badare a’ favolosi racconti di alcuni, che senza prove attribuiscono all’antichità i costumi de’ loro tempi. Servano di esempio coloro che dagli antichissimi Re de’ Franchi deducono l’uso de’ gigli nelle regali insegne di Francia, i quali nondimeno, come provò il suddetto Chiflezio con altri, solamente s’introdussero dopo il secolo undecimo. Né altro ci persuadono gli antichi denari dei Re Franchi, raccolti dal sig. le Blanc. Accordo ben io che anche sotto i Longobardi, Franchi e Germani antichi le bandiere regali fossero ornate di qualche segno, per distinguersi dalle straniere, e per contrassegnare le differenti schiere della milizia. Ebbero anche i Romani ne’ secoli barbarici questo rito, probabilmente passato sempre in essi fin dagli antichi secoli. Cioè (come riferisce Pietro diacono nel lib. IV, cap. 39 della Cronica Casinense) nell’anno 1111 andarono incontro ad Arrigo V re di Germania e d’Italia Staurophori, Aquiliferi, Leoniferi, Lupiferi, Draconarii. Simili insegne usò l’antica Roma; e dal Panegirista di Berengario I imperadore nel lib. IV è rammentato il Senato Romano

Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum.

Ma queste furono insegne di Re, popoli e legioni, e non già di famiglie private, ed ereditarie in esse. Che se gli adulatori Genealogisti hanno inventato molte favole, non occorre fermarsi qui per confutarli. Né pur sappiamo se gli scudi adoperati prima del secolo undecimo portassero determinati segni e simboli, indicanti la persona e famiglia di chi gli usava. Abbone monaco di San Germano di Parigi nel lib. I del suo Poema, dove descrive l’assedio di quella città nell’anno 887, rammenta gli scudi dipinti. Differenti non erano quei de’ popoli della Bretagna Minore nell’anno 818, allorché il re loro Murmanno si scoprì ribello a Lodovico Pio imperadore. Ermoldo Nigello autore contemporaneo nel suo Poema, da me dato alla luce nella Parte II del tomo II Rer. Ital., fa che Murmanno dica all’Inviato di Lodovico:

Scuta mihi fucata, tamen sunt candida vobis.

Ma in qual tempo preciso si cominciasse a mettere negli scudi l’arme gentilizie, restava tuttavia nel buio, almeno per me. Sembra bensì verisimile che o da’ pubblici duelli, o dai tornei, istituiti in Francia prima dell’anno 1066, come vedemmo nella Dissertazione XXIX, o pure dalla guerra sacra fatta sul fine di esso secolo dai Latini per la conquista de’ Luoghi santi, e continuata per circa due secoli, prendesse origine il dipignere negli scudi quel distintivo delle persone e case. Cioè nelle battaglie e ne’ pubblici giuochi, affinché si distinguesse l’un cavaliere dall’altro, fu introdotto qualche particolar contrassegno nello scudo. Abbiamo da Guglielmo Malmesburiense (libro III de Gest. Angl.) che Gaufrido Martello I conte d’Angiò sfidò a singolar battaglia Guglielmo il bastardo duca di Normandia, al quale eximia arrogantia colorem equi sui, et armorum Insignia, quae habiturus sit, insinuat. Pare che ciò avvenisse nell’anno 1047, secondo Guglielmo Gemmeticense nel lib. VII della Storia de’ Normanni. Di qui perciò possiamo inferire che i nobili andando a’ combattimenti recassero qualche segno nell’armi, per cui fosse riconosciuta la loro persona, benché non passasse tal segno per eredità nelle famiglie, ma solamente ciascuno l’usava a suo capriccio: altrimenti non vi sarebbe stato bisogno che il conte d’Angiò dichiarasse quali insegne egli porterebbe al cimento. Così della medesima diversità di bandiere si servirono nelle Crociate le nazioni d’Occidente, principi e cavalieri, per differenziarsi dagli altri, adoperando spezialmente la croce di varj colori e in vario campo. E perciocché con quel segno acquistarono gran fama i cavalieri, però i lor discendenti continuarono ad usarlo; e quel che dianzi era arbitrario, divenne distintivo di famiglia nelle guerre vere e nelle finte. Armi ed Arme furono chiamati que’ segni in Italia, Armes o Armoiries in Francia, perché costume fu di dipignerle negli scudi. Francesco Sansovino nel lib. XIII della Descrizion di Venezia riferisce che lo scudo di Marino Morosini, doge di Venezia nell’anno 1251, dopo sua morte fu appeso colle sue insegne in San Marco: il che venne imitato dai susseguenti Dogi. In oltre al sepolcro de’ principi e de’ nobili costume fu di mettere la loro immagine con lo scudo contenente l’arme d’essi. Poscia i principi trasportarono un tal distintivo non solo alle bandiere, ma anche alle monete battute col nome loro. Così negli stendardi, denari e sigilli dei Re di Francia solamente sotto Lodovico VII re circa il 1150 si cominciò a vedere i gigli, simbolo poscia adottato da tutti i Re susseguenti, come il Blondello, il Chiflezio, e i denari raccolti dal Blanc ne fanno fede, restando perciò abbattuti i favolosi racconti d’altri scrittori.

L’insegna o arme avita de’ Marchesi Estensi fu l’aquila bianca. Questa medesima sventolava nelle loro bandiere militari l’anno 1239. Rolandino, libro IV, cap. 12 della Storia, scrive a quell’anno: Azzonem Marchionem Estensem ad Castrum de Cittadella quasi cum centum Militibus equitasse. Eccelinus de Romano eadem hora cum Militibus viginti vel circa de exercitu equitabat ad Cittadellam. His ergo duabus aquilis sibi ad invicem recta linea appropinquantibus equitando, ec. Nel decreto del popolo di Ferrara, fatto nell’anno 1269 per onore di Obizzo per grazia di Dio e della Apostolica Sede marchese d’Este e di Ancona, suo perpetuo signore, et ad exaltationem Sanctae Romanae Ecclesiae, et excelsi Domini Karoli Regis Siciliae, quorum devotum et fidelem se clamat Dominus Marchio, si leggono le seguenti cose: Quilibet octingentorum peditum electorum, seu qui in posterum eligentur, teneantur et debeant habere Insignia Domini Marchionis, scilicet aquilam, in suis armis, et cum ipsis trahere, et non cum aliis. Dissi che l’armi de’ principi passarono nelle loro monete, e perciocché lo scudo, in cui principalmente una volta si usò di portar dipinti questi simboli distintivi delle famiglie, si scolpiva in esse monete, di là venne la denominazion di scudi, ristretta oggidì a una specie delle medesime. Né solamente i cavalieri armati portavano tai segni negli scudi, ma anche talvolta nelle lor sopravvesti, e nelle gualdrappe de’ cavalli, come lo Spelmanno e il Bisseo mostrarono con varj esempli. Oggidì s’è tanto dilatato l’uso dell’armi gentilizie, che anche senza scudo si truovano dipinte, scolpite, ricamate e stampate. Oltre a ciò ne’ vecchi tempi era riserbato ai soli cavalieri e nobili il diritto e l’uso delle stesse; ma oggidì in Italia anche il basso volgo degli artisti, purché alquanto danaroso, si usurpa questo pregio. Vediamo anche poco conto farsi fra noi dell’Arte Araldica, la quale in altre contrade è in molta stima. V’ha poi di quelli che credono invenzione assai moderna l’Armi parlanti, cioè esprimenti col simbolo il cognome di chi le usa; ma s’ingannano. Imperciocché quantunque io non sia abbastanza persuaso, essere più antiche di tutte l’armi corrispondenti al cognome; non però di meno certissimo è che ancor queste sono di una grande antichità. Così le nobilissime famiglie Orsina e Colonna nelle lor armi posero un orso e una colonna. Così l’illustre casa de’ Torriani, o sia della Torre, signora una volta di Milano, e così riguardevole anche oggidì in Francia e nel Friuli, elesse per sua arme una torre. Parimente la nobil famiglia Canossa di Reggio, che trasse il suo cognome dalla rocca di Canossa, di cui dopo la morte della contessa Matilda divenne signora, usò per arme sua un cane portante un osso in bocca. Lascio andare tanti altri esempj. Per gran tempo ancora durò in Italia il costume di chiedere agl’Imperadori o principi grandi l’arme stessa, o pure qualche ornamento di più per la medesima. Ve n’ha più esempli. Un solo ne produrrò, preso da un Opuscolo di Galvano Fiamma, da me pubblicato nel tomo XII Rer. Ital. Mentre Bruzio Visconte nell’anno 1336 militava in Germania sotto i Duchi d’Austria, chiese a’ medesimi posse coronam auream super caput Briviae (cioè della vipera) deferre ex maxima grafia. Quod ipsi Duces Austriae cum magna difflcultate concesserunt; quia hoc solis Ducibus Austriae quondam pro magno munere concessum fuit. Tenor privilegii talis est: Nos Albertus et Otto Duces Austriae, ec. Più sotto: Bruzio Vicecomiti, viro strenuo, Militi concedimus, totique parentelae Vicecomitum, videlicet illis qui de Matthaeo et Uberto nati descenderunt, quod coronam auream possint portare super caput Biverae in galea, et bandereis et clypeis, titulo feudali, ec.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011