Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LII

Del governo e della divisione de’ Nobili e della Plebe nelle città libere.

In quali calamità precipitasse l’Italia per la deplorabil nascita e progresso pertinace delle fazioni Guelfa e Ghibellina, l’ho fatto brevemente conoscere nella precedente Dissertazione. Ma non è in questo solo ristretta la serie de’ malanni che lungamente afflissero le nostre contrade. Se ne aggiunse un altro, il quale se non si diffuse dappertutto al pari delle sette suddette, pure malamente sconcertò ed afflisse non poche città. Voglio dire lo scisma insorto fra i Nobili e la plebe. Difficilmente ci possiam trattenere dall’osservare un miscuglio di frenesia o pazzia ne’ Guelfi e Ghibellini, al vedere che proposta la concordia sì pubblica che privata, sedotti da una vana passione e parzialità, svegliarono e fomentarono tante risse e guerre in rovina propria e della lor patria, gareggiando fra loro per nomi vani, e nulla considerando alle volte se per giusta ed utile causa spendessero la roba, il sangue e la vita. Ma quei semi di discordia che divisero i patrizj dai plebei, ebbero origine dalla voglia di dominare, o dal non veder sofferire d’essere troppo dominati. Imperocché avendo i popoli di molte città Italiane presa la forma di Repubblica, accadde in alcune che l’ordine de’ Nobili più smoderatamente di quel che conveniva trattava, anzi sprezzava e conculcava la plebe, tirando a sé tutti quasi gli ufizj e l’intero governo. Per lo contrario la plebe, cioè gli artefici e il basso volgo, col numero e forza de’ quali si facevano le guerre, mal volentieri sofferendo d’essere così spesso aggravata co’ tributi e nelle spedizioni militari, e di non partecipare de’ pubblici onori, e di essere fin vilipesa dalla superbia de’ Grandi; prorompendo in sedizioni, sovente niuno sforzo tralasciò per ridurre in sua mano il governo, e abbassare o deprimere affatto chi niun riguardo avea per loro. E veramente, come è noto agli Eruditi, se non le stesse appunto, almen simili cagioni e doglianze, nel maggior vigore della Repubblica Romana, eccitarono più volte la discordia fra i magnati e la plebe di Roma; di modo che i patrizj furono obbligati almeno a partire il comando, o a tollerare i tribuni della plebe armati di un’ampia autorità, e talvolta ancora a soccombere: del che s’ha da consultare la Storia Romana. Non dubito io punto che gli esempli di quella sì potente e celebratissima Repubblica, come obvii ne’ secoli stessi dell’ignoranza, cadessero sotto gli occhi di alcuno del popolo, e servissero a muovere gli animi e le forze popolari contro il corpo de’ Nobili. E allorché parlo di popolo, intendo chiunque non era in grado di nobiltà, e tutta la plebe, benché si truovi chi distingue la plebe dal popolo. Ma quand’anche fossero mancati esempli, altri stimoli o giusti o ingiusti non mancarono talvolta al volgo facilmente mobile per correre all’armi, e cercar di occupare le briglie del reggimento. Ne’ primi tempi, ne’ quali riuscì a parecchie città d’Italia di mettersi in uno stato di libertà con sottrarsi all’autorità secolare de’ Conti o de’ Vescovi (il che cominciò nel secolo XI), io non truovo ben espresso, qual porzione di autorità si comunicasse al popolo in quelle nascenti Repubbliche. Certamente il più del comando apparteneva allora ai Vescovi e a’ Nobili. Nel Monistero di Polirone esiste una carta dell’anno 1126, che contiene una lite insorta fra l’Abbate e la città o sia Repubblica di Mantova. Finem fecerunt i cittadini all’Abbate, cioè i cinque Consoli della città, e gli Arimanni, i nomi de’ quali sono ivi registrati. Gli Arimanni, de’ quali parlai nella Dissertazione XIII, pare che costituissero l’ordine de’ Nobili, i quali spezialmente inMantova governassero il Pubblico. Ma né pure di qui si può ricavare se affatto ne fosse esclusa la plebe. Per altro possiam credere che per lo più nell’istituzion delle Repubbliche ottenesse anche il popolo qualche parte nel governo. Servirà di testimonio, e questo ben riguardevole, Ottone vescovo di Frisinga nel lib. II, cap. 13 de Gest. Frider. Scrive egli che de’ Consoli nelle città libere, come supremi regolatori del Comune, alcuni erano eletti dal corpo popolare. Quumque tres inter eos (cioè gl’Italiani) ordines, idest Capitaneorum, Valvassorum et Plebis esse noscantur, ad reprimendam superbiam, non de uno, sed de singulis praedicti Consules eliguntur; neve ad dominandi libidinem prorumpant, singulis paene annis variantur. Anzi si praticava lo stesso anche fuori d’Italia, apparendo ciò da una carta di Ragusi dell’anno 1044, che ho data alla luce, dove il Console cum omnes pariter Nobiles atque Ignobiles restituisce alcuni beni a Pietro abbate del Monistero di Santa Maria de Lacroma.

Nel secolo stesso undecimo cominciò a pullulare la discordia fra l’ordine Nobile e il Popolare: male che proruppe in guerre, e durò in qualche luogo, finché lo stato delle città si convertì in monarchia. E i primi che diedero questo brutto esempio al resto d’Italia dopo l’anno millesimo della nostra Era, furono i Milanesi. Quivi circa l’anno 1041 insorse un fiero odio e poi guerra fra la Plebe e i Militi con tal furore, che essi Nobili dovettero uscir di città: dopo di che assistiti da più popoli amici vennero ad assediar Milano. Sotto nome di Militi erano compresi i Vassi o Vassalli, cioè coloro che teneano feudo dal Re o dall’Arcivescovo di Milano, e però in vece di Vassallo si truova nelle antiche memorie Miles. Nel progresso del tempo il nome di Milite fu trasportato anche a tutti i Nobili, sia perché essi bene spesso godevano qualche feudo, o erano cavalieri. Allorché i Militi s’oppongono al popolo, non s’ha da esprimere tal voce per soldati. Negli Statuti MSti di Ferrara dell’anno 1208 si legge: Qui assaltum fecerit (in guerra) et non percusserit, solvat pro banno Communi, si fuerit Capitaneus, viginti libras Ferrarinorum; Valvassor, vel Milex, decem; homo Popularis, quinque libras. Ecco uguagliati i Valvassori ai Militi, benché gli uni fossero diversi dagli altri. Ora circa l’anno 1040 s’accese l’odio e la guerra civile fra i Milanesi, come narra Arnolfo storico di quella città (lib. II, cap. 18 nel tomo IV Rer. Ital.) colle seguenti parole: Pacatis rebus omnibus, intestinum jurgium, bellumque civile succedit, adeo exsecrandum et lachrymabile, ut praeter innumeras bellorum clades immutatus sit status Urbis et Ecclesiae, Factum est autem, ut privato inter se jurgio Plebejus quidam graviter caederetur a Milite. Unde Plebs dedignanter commota, repente adversum Milites in arma consurgit. Inde fomes pullulat odiorum, et partium fiunt juramenta quamplurima. Poscia aggiugne che un certo Lanzone dell’ordine de’ Militi si congiunse colla plebe. Hoc indignata, cetera Nobilitas, partim tamen suorum amore fidelium, Militibus sese consociat. Qui col nome di Militi son disegnati i Valvassori, cioè quei che riconoscevano qualche feudo dai Vassi, o sia Vassalli maggiori, chiamati Capitanei, e volgarmente Cattanei. Seguita Arnolfo a descrivere una sanguinosa battaglia fatta fra loro, la ritirata de’ Nobili fuori della città, e poi l’assedio da essi posto a Milano. Per tre anni terribil guerra fu fra gl’inviperiti cittadini; né avrebbero data posa allo sdegno, se spediti alcuni Inviati da Arrigo fra gl’imperadori II, non avessero intimata la tregua, a cui tenne poi dietro una buona pace. Vien diffusamente descritta questa grave discordia, quae fuit inter Capitaneos et Valvassores ex parte una, et Populum Mediolanensem ex altera, da Landolfo seniore,scrittore anche esso di quel secolo, nel tomo IV Rer. Ital., confessando che il popolo di Milano aspramente e con superbia trattato dai Capitani e Valvassori finalmente ab illorum dominio sese defendere ac liberare disposuisse, et adversus Majores pro libertate acquirenda fuisse proeliatum. Con quai patti e condizioni si stabilisse quella concordia e qual parte ottenesse da lì innanzi nel governo la plebe, essendosi perdute le antiche memorie dei Milanesi, non si sa.

Non una sorte di governo stabilmente si conservò una volta nelle città libere d’Italia, ma di tre differenti spezie di governo or l’una or l’altra si praticò. L’Aristocratico fu de’ soli Nobili, con esclusione della plebe, come tuttavia si osserva nelle Repubbliche di Venezia, Genova e Lucca. Il Democratico del solo popolo, esclusi i Nobili, come sovente avvenne in Siena, e talvolta anche in Genova, Bologna, ec. Il Misto composto di Nobili e popolari, con dividere fra loro gli uficj; il che si osservò non rade volte per quasi tutte le libere città. L’Italia e la Grecia anticamente diedero esempli di questi tre governi. Bernardino Corio a cui dobbiamo molti monumenti della Repubblica Milanese, che altronde non si possono sperare, scrive nella Parte prima della Storia di Milano, che nell’anno 1191 si contavano tre dominj in Milano. Era il primo dell’Arcivescovo, il quale godeva autorità e diritto sopra la vita dei Nobili privilegiati dagl’Imperadori, e il diritto della zecca e della pubblica stadera. Stento io però a credere che sino a quell’anno durasse tanta autorità negli Arcivescovi di Milano. Molto prima sì l’aveano avuto, ed anche esercitato. Il secondo era quello del Podestà, che dall’Arcivescovo riceveva il Jus gladii. Ancor questo può appartenere a tempi più antichi dell’anno 1191. Il terzo dominio consisteva ne’ Consoli, de’ quali uno si chiamava Judex Communis, o sia della Comunità. Questi, al dire d’esso Corio, reggevano tutta la città, ed erano colla voce del popolo, cioè di cento artefici a nome di tutto il popolo, eletti dall’ordine de’ Nobili. Passa poi a dire che nel 1198 era diviso in quattro magistrati, cioè Il popolo grasso, come mercatanti, o altri uomini mediocri, i quali desideravano di quiescere, ed inclinavano al reggimento dei Duchi. Il secondo reggimento fu la Credenza di Santo Ambrogio. Questi erano i meccanici, come macellai, fornari, calzolari, e simili, i quali per difendersi dalle contumelie et estorsioni che di continuo ricevevano dai Nobili, fecero un Tribuno per loro difensore, il quale fu Drudo Marcellino, uomo di grande animo, e gli statuirono cento libre di terzoli in ciascun anno per istipendio suo. E da quelli nominati de’ Botaci comperarono una torre, la quale fino ai nostri giorni si nomina della Credenza. E tra loro fecero Consoli e Giudici; e tutti questi artisti portavano una balzana bianca e nera. Il terzo reggimento fu quello di Motta, i quali a petizione sua dessero Rainero de Cotti. Il quarto reggimento fu la parte de Cattanj e Valvassori, i quali si governavano sotto dell’Arcivescovo; e asserivano costoro che anticamente il dominio di Milano, tanto temporale quanto spirituale, apparteneva al Presule della Città. E questa parte de’ Nobili furono le infrascritte famiglie, cioè Visconti, Landriani, ec. Ma come ciascuno può persentire, dovea essere un regno cotanto diviso suggetto a molti incomodi; e in fatti ne seguì una strepitosa discordia, a cui si procurò di mettere fine nel 1205. Perciocché, come scrive il medesimo Corio, i Nobili della Repubblica Milanese fecero accordo con quei della Credenza, procurando Lantelmo di Landriano; et in esso si compromisero, acciò provvedesse del reggimento comune. Non ebbe tal provvisione quel successo che i buoni desideravano; e però, tolti via i Consoli, si tornò di nuovo ad eleggere un Podestà annuale, in cui, e ne’ ministri suoi si transferirono i diritti del principato. Né pure in tal forma si potè stabilire la pubblica tranquillità, essendosi, per attestato del medesimo Storico, nell’anno 1219 fra’ Nobili e plebei rinovata l’antica sedizione; conciofosseché i Cattanj e Valvassori tenevano dalla parte dell’arcivescovo. E principe della guerra fu costituito Otto Mandello. L’altra parte era il popolo e Credenza, e per suo capo elessero Ardigetto Marcellino. E però nel susseguente anno 1226, richiedendo Federigo II d’essere coronato dai Milanesi, trovò bensì il partito de’ Nobili ubbidiente al suoi voleri; ma la plebe d’accordo col Consiglio di Credenza s’oppose, ed egli non potè ottenere l’intento suo.

Fermiamoci ora qui per cercare che cosa fosse una volta la Credenza e il Consiglio di Credenza. Il Corio, come poco fa abbiam veduto, pensa che questo nome denotasse la fazione de’ plebei, cioè la massa de’ più bassi artefici, che congregata formasse il Consiglio di Credenza. Di questo parere furono ancora Tristano Calchi, Gian-Antonio Castiglione, l’Osio, ed altri Storici Milanesi. Sembra che il Sigonio si lasciasse condurre dal Corio nella medesima sentenza, scrivendo egli nel lib. VII de Regno Ital. all’anno 995, dopo aver narrata l’istituzione de’ Capitani e Valvassori: Reliqui vero, qui artes opificiaque tractarunt, novo se Credentiae nomine appellarunt. Poscia nel principio del lib. X annovera tre Consigli nelle città libere, cioè lo Speciale, il Generale e quello della Credenza. Appena si può negare che una volta l’unione degli artefici Milanesi assumesse il nome di Credenza, perché Galvano dalla Fiamma nel Manip. Flor., cap. 134, scrisse circa il 1340 che sotto Ottone I, o III (o pure più verisimilmente molto più tardi) si formarono in Milano due ordini o fazioni del popolo. Gli uni, ne plebeii viderentur, se dixerunt esse Motta. Sed artistae dicti sunt Credentia, sicut carnifices, furnarii, caligarii, sutores, fabri, lanistae, speciarii, caementarii, et similes. A questo fonte probabilmente han bevuto il Calchi, il Corio ed altri. Ma io non lascio di dubitare che il Fiamma, scrittore poco per altro accurato, ci abbia delusi, e che avendo trovato ne’ vecchi monumenti la Credenza del Popolo o dell’Arti, abbia ciò preso per l’assemblea di tutti i più vili artefici. Lasciamolo andare, e attendiamo noi più tosto a indagare cosa veramente significasse negli antichi tempi la voce Credenza. Nient’altro denotava essa se non Segreto, come giudiciosamente avvertirono gli Autori del Vocabolario della Crusca, con citare varj esempi ricavati dal Boccaccio, da Giovanni Villani e da altri. Di qua venne Giurar la Credenza, Promettere la Credenza, Tener Credenza, ed altre simili frasi presso gli scrittori Italiani dopo il secolo XI, o perché qualche segreto credebatur alicui, cioè si confidava ad alcuno; o perché si credeva alla fede e onoratezza altrui. E forse tal voce venne dall’uso della lingua antica, trovandosi nella legge IX Longobardica del re Pipino homines credentes, cioè persone degne di fede. Così presso i Franzesi Creditarii erano appellati i meritevoli che si fidasse della loro onestà. E nella Cronica MSta di Milano, da me più volte citata, si legge: Consules Credentiae sic dicti, quia erant viri creditivi et fide digni. S’ha dunque a sapere che in qualsivoglia Repubblica d’Italia v’era il Consiglio Generale, composto di tutti i Nobili o popolari che aveano diritto al governo della città. Talvolta non a cento ma a mille persone ascendeva il numero de’ componenti questo Consiglio, nella cui autorità era posto il supremo comando. Ma perciocché negli affari politici tanto di guerra che di pace occorrono sovente delle materie che esigono di essere trattate con gran cautela e segretezza; e se fossero portate al Consiglio Generale, difficil cosa sarebbe che tante teste e voleri si venissero ad accordare insieme; e che in oltre comunicato l’affare a tante persone, si potesse custodire il secreto, mancando il quale, ne verrebbe grave danno alla Repubblica: perciò ogni ben regolata città solita fu di costituire un Consiglio minore, formato di pochi, ma scelti e migliori membri dell’università, a cui si rimettevano le segrete risoluzioni del Governo, eseguendosi poi quello che dal voto dei più restava determinato. Questo secondo Consiglio si appellava il Consiglio di Credenza, cioè del Segreto; perché chiunque entrava in questo, si obbligava di non rivelare i punti che ivi si trattavano o si risolvevano. Però non so io comprendere, come Galvano Fiamma, il Corio ed altri chiamassero Credenza tutta la massa degli artefici ed operai. Certo è bensì che in qualsivoglia Governo, fosse di Nobili o di popolari, la Credenza riguardava quel Consiglio dove si trattavano i più delicati negozj del Pubblico bisognosi di un rigoroso silenzio. Oggidì noi chiamiamo questo il Consiglio secreto, di cui niuna Repubblica e niun Principe è privo, sia esso stabile, o secondo le leggi e le occasioni si vada mutando. Per conseguente dubito io, se il Fiamma ed altri suoi seguaci, e il Du-Cange nel Glossario, ci abbiano dato la vera idea e significato della parola Credenza.

Odansi gli Annali di Padova da me pubblicati nel tomo VIII, pag. 387 Rer. Ital. Quivi all’anno 1293 si legge: In principio praesentis guerrae per Consilium et Commune Paduae (cioè pel Consiglio Maggiore, o sia Generale) electi fuerunt duodecim Sapientes, qui Sapientes a Credentia dicebantur, et in guerra ista merum et mistum imperium habebant, et tantum quindecim diebus in dicto officio permanebant; et peractis quindecim diebus, proponebatur ad Majus Consilium Communis Paduae, utrum praedicti Sapientes deberent sequentibus quindecim diebus in praedicto officio permanere. Né mi si mostrerà oggi Repubblica veruna, che non si serva dello stesso metodo; perché niun difficile affare che esiga segreto, speditezza ed improvvisi consigli, ripieghi e rimedj, si potrebbe compiere, quando l’autorità dell’imperio non si riducesse a pochi, e alle più saggie teste della Repubblica. L’Aulico Ticinense nel cap. 13 delle Lodi di Pavia (tomo XI Rer. Ital.) descrivendo il governo della sua città, così scrive: In civitate sunt quidam paucissimi per Commune Sapientes electi, per quos omnia ardua et secreta negotia pertractantur, qui per certum campanae sonum vocantur. Ecco il Consiglio che anticamente si chiamava della Credenza. – Post illos sunt alii plures, per quos tractantur negotia non tam ardua, et ii dicuntur Centum. Et si per alium dissimilem sonum vocantur, ii sunt Mille. Postremo quum debet totus populus convocari, fit alius diversus sonus. Premesse tali notizie, facilmente s’intende ciò che voglia dire Ottone Morena nella Storia di Lodi, pag. 961 del tomo VI Rer. Ital., dove scrive che alcuni Lodigiani, venuti dalla corte dell’Imperadore, riferirono l’operato da loro Consulum Consilio, aliorumque Sapientum de Laude, qui Credentiam Consulum jurarant. Ecco che solamente i Consoli e i Savj della città, che aveano giurato il segreto, intervennero a quel Consiglio. Più sotto egli rammenta Consules et Sapientes, qui de Credentia fuerant. Altrove dice che gli Ambasciatori Cremonesi venuti a Lodi, Consilium ac totam Laudensium Credentiam convocasse. Cioè il Consiglio segreto. Ma affinché più evidentemente comparisca la forza della voce Credenza, ecco le parole dello Statuto MSto Modenese dell’anno 1327: Juret Miles Potestatis, quod Credentias ipsius Potestatis et Communis Mutinae perpetuo tenebit, et nemini pandet. Cioè ciascun Podestà seco menava due Militi, chiamati Compagni o Assessori, l’uno de’ quali sotto il Podestà amministrava la giustizia civile e criminale, e l’altro l’armi per eseguire le risoluzioni d’esso Podestà. Nel suddetto libro degli Statuti Modenesi v’ha una Rubrica de puniendo pandentes Credencias colle seguenti parole: Si aliqua tractarentur, ordinarentur, vel fierent per Dominum Potestatem, vel Sapientes super aliquo facto seu negocio, et imposita esset Credencia de praedictis, et aliquis panderet alicui, vel in aliquo referret, quae ordinata essent: Dominus Potestas habeat liberum arbitrium inquirendi et puniendi, ec. Così negli Statuti di Bologna, lib. V, Rubrica 6, v’ha: De poena propalantis aliquam Credentiam sibi impositam per Regimina civitatis Bononiae. E negli Statuti MSti di Ferrara del 1264, dove è il giuramento del popolo di Ferrara al marchese Obizzo d’Este, si legge: Et omnes Credentias a Domino Marchione, vel ab ipsius Capitaneis mihi commissas, celatas habebo, ec. Di più nel lib. I, Rubr. 8 d’essi Statuti si veggono assegnate secento lire di Ferrarini, quae per duos bonos et legales viros, electos per Consilium Parvum Credentiae teneantur expendi in munimine Castri Adriani. Ho finalmente pubblicato un atto dell’archivio del Comune di Modena, spettante all’anno 1254. Due Podestà reggevano allora Modena, costume osservato anche in altre città; perché l’uno era eletto dall’ordine de’ Nobili, e l’altro dalla plebe; o pure l’uno dalla fazion Guelfa, e l’altro dalla Ghibellina. Non andavano d’accordo Castellano di Andalò e Rambertino di Matteo nel governo di Modena; e però il Consiglio di Credenza fece loro sapere, qualiter propter eorum discordiam Civitas et Commune Mutinae erat in malo statu, ec.; laonde li consigliava o di camminar con armonia, o di rinunziare all’ufizio.

Torniamo ora al nostro argomento. Sopita bensì, particolarmente nel secolo XII, ma non mai estinta fu in Milano la gara fra i Nobili e il popolo, affettando tanto l’una che l’altra parte di tener le redini del governo. Finalmente nell’anno 1257 scoppiò in un fiero incendio il nascoso fuoco. Podestà per l’ordine Nobile era Paolo da Soresina, per quello della Plebe Martino dalla Torre. Furono amendue esiliati, ma il Torriano rompendo i confini se ne tornò in città, e colla sua fazione s’impadronì di tutto. Ecco ciò che Stefanardo lasciò scritto nel suo Poema (tom. IX Rer. Ital.):

Dantur adversis Ducibus confinia: jussis

Contemtis repetit populi sed moenia Praetor

Festinus, vicosque capit. Non obviat ullus.

Son riferiti questi fatti da Tristano Calchi e dal Sigonio all’anno 1257. E il Corio circa l’anno 1240 scrive che Pagano della Torre era stato dichiarato Capitano e Difensore del Popolo, come apparisce dal suo epitaffio inciso nell’anno 1241 in marmo, e che Martino della Torre nel 1247 ottenne il medesimo impiego. Sappiamo poi di certo che nell’anno 1259, essendo rimaste per cura de’ Torriani sventate le mire e le leghe segrete de’ Nobili con Eccelino da Romano, fu obbligata la Nobiltà a ritirarsi da Milano; mutazione che produsse un pieno popolar governo in quella città. Ma che dico io di governo del popolo? Già tutto inclinava alla monarchia. I Torriani divenuti Capitani d’esso popolo, a poco a poco divennero anche signori, non già di nome, ma di fatti, e fondarono una specie di principato; di modo che, per testimonianza del Calchi, all’anno 1259 Credentiam Populi (cioè, per quanto io credo, il Consiglio segreto che dianzi avea tutta la balía) in totum sustulerint, negotiaque publica pro arbitrio administrarint. Seguirono dipoi varie più che civili guerre fra il popolo dominante nella città e i Nobili fuorusciti, descritte da Stefanardo autore contemporaneo; finché nell’anno 1277 riportata da Ottone Visconte arcivescovo di Milano una vittoria, ed uccisi o presi i più de’ Torriani, tornarono i Nobili alla patria, e fu istituito un nuovo governo, in cui le prime parti furono ad essi date, ma lasciato anche il suo luogo al popolo. Andò allora sì fattamente crescendo la potenza de’ Visconti, che a poco a poco Matteo il Grande si fece signore. Fu egli fra pochi anni abbattuto; ma rimesso in patria da Arrigo VII, andò poi formando i fondamenti alla nota fortuna de’ principi suoi discendenti, essendosi quetate tante gare fra i Nobili e il popolo con suggettarsi tutti ad un solo: avvenimento a cui le più di quelle Repubbliche furono in fine condotte. E qui convien ricordarsi di un costume di que’ tempi: cioè quello che una delle principali città libere operava, serviva di esempio all’altre per tentarlo ed imitarlo. Da un documento che ho pubblicato qui sotto nella Dissertazione LXI apparisce che anche nella città di Reggio il popolo era in rotta coi Nobili; perché in quell’anno Gualtieri arcivescovo di Ravenna si portò colà, pro pace inter Reginos cives et Capitaneos componenda. Ma Firenze in particolare, siccome città assai fornita di cervelli acuti e facili alle mutazioni, se si eccettua Genova sua eguale, andò forse innanzi a tutte l’altre nella volubilità dei cittadini. Abbiamo da Ricordano Malaspina nel cap. 141 della Storia Fiorentina, che in quella città nell’anno 1250 la plebe cominciò ad alzare il capo, per non poter sofferire la gravezza de’ tributi imposti dai Nobili Ghibellini. Perciò fatta una sedizione, levarono la signoria al Podestà, ch’era allora in Firenze; e tutti gli uficiali rinovarono; e ciò fatto senza contrasto, feciono popolo; con certi nuovi ordini e statuti elessono Capitano di popolo Messer Uberto da Lucca; e fu il primo Capitano di Firenze. E feciono dodici Anziani di popolo, due per sesto, i quali guidavano il popolo, e consigliavano il detto Capitano. Divisero poscia in varj battaglioni la milizia della città e del contado: in una parola, assunsero l’intero governo della Repubblica. Mercatanti ed artigiani erano coloro che formavano le leggi, che eleggevano il Podestà e gli altri magistrati, e riserbavano per sé la maggior parte delle cariche e degli onori del Pubblico. Ammettevansi bensì anche dei Nobili a varj impieghi, massimamente della milizia; ma erano anch’essi sottoposti al popolo, siccome anche lo stesso Podestà, il quale con gli Anziani esercitava la signoria ed autorità sopra tutti. Confessa Ricordano che tal governo tornò in gran bene della città di Firenze; e camminando di concerto i cittadini tanto negli affari politici che in quel della guerra, godè allora quella città un felicissimo stato, massimamente per l’esatta cura della giustizia. Gli Uberti ed altri potenti, siccome vogliosi di ricuperar l’usato dominio, e sempre macchinanti delle novità, abbattuti dall’infuriato popolo, furono obbligati ad abbandonar la patria. Ma per pochi anni durò in Firenze questa invidiabil tranquillità e concordia. E ciò perché nel 1260 i Guelfi regnanti in essa città ebbero una fiera rotta dai Sanesi, e da un rinforzo di gente che i Nobili Fiorentini fuorusciti ottennero con grand’arte dal re Manfredi, e tornarono a governar quella città essi Nobili Ghibellini. Poscia essendo riuscito a Carlo d’Angiò di conquistare i Regni di Napoli e Sicilia, l’aiuto da lui prestato alla fazion Guelfa di Toscana servì nell’anno 1266 a rimettere in dominio il popolo di Firenze: con che s’istituì nuova forma di governo, in cui ebbero parte i Nobili, ma più la plebe. Tornate poscia in casa le famiglie Ghibelline, né pure a queste fu negata la participazion degli onori ed impieghi dalla Repubblica. Tedierei facilmente i Lettori se volessi accennar l’altre mutazioni succedute in Firenze per la maniera del reggimento; perciocché ora i Nobili ebbero il di sopra, ma più sovente i popolari, che poi con severissime leggi mettevano in briglia e gastigavano la prepotenza della Nobiltà. Ora cacciati dalla patria tutti i magnati, fecero poi guerra alla patria: del che abbiamo non pochi esempli; ed ora uniti insieme i due ordini concordemente regolarono le cose. Vedemmo parimente che il popolo di Firenze si elesse un particolar magistrato, appellato Capitano del Popolo, acciocché facesse fronte alla forza de’ Nobili, somigliante in qualche guisa al Tribuno della Plebe, che ne’ vecchi secoli fu voluto per forza dalla plebe Romana. Altrettanto avvenne in Genova nell’anno 1256. Tempo fu ancora in cui gli artefici minori e la plebe più vile si separò dai mercadanti e popolari più ricchi, chiamati allora il Popolo grasso; e di ciò più di un esempio ci vien somministrato dalla Storia di Genova, Bologna, Siena, Piacenza, e d’altre città, dove non mancarono somiglianti malattie, e prevalse bene spesso il governo popolare. Famosa fu in Firenze la sedizione e il reggimento de’ Ciompi, cioè della canaglia plebea, nell’anno 1378 [1].

La fazion del popolo, o sia l’ordine popolare, era principalmente formata de’ mercatanti, artigiani ed operai della città. Ogni arte avea il suo Tribuno o Gonfaloniere, che sotto la sua bandiera alle occasioni raccoglieva tutti gli uomini in essa descritti. Vario fu il numero dell’Arti nelle diverse città. In qualche luogo l’Arti maggiori godevano la principal parte del governo, come in Firenze, dove poi s’aggiunsero anche l’Arti minori. Fra le maggiori il primo luogo si dava ai Giudici (così erano allora appellati i Dottori del nostro tempo) e i Notai. Il secondo ai Mercatanti de’ panni Franzesi. Il terzo ai Campsori, appellati oggidì Banchieri. L’altre Arti maggiori si formavano dagli artefici di panni di lana, dagli Speziali e Droghieri, dai lavoratori di drappi di seta, dai merciari, e finalmente dai pellicciai, che una volta gran negozio facevano di questa merce. Le Arti minori consistevano in beccai, fabbri, calzolari, carminatori, pizzicagnoli, sartori, stracciaruoli, barbieri, fornai, ec. Sempre ci sono state queste arti, ma ne’ secoli barbarici prima del 1100 non apparisce che formassero corpi. A me par verisimile che le Repubbliche d’Italia nel loro nascere, e vie più allorché furono adulte, imparassero molti de’ costumi de’ vecchi Romani e Greci, e fra gli altri quello di formar varj Collegj d’artefici. Plutarco osservò che Numa Pompilio artium divisionem excogitavit, tibicinum, aurificum, fabrum, tinctorum, sutorum, cerdonum, fabrum aerariorum et figulorum. Reliquas vero artes in unum redigens, unum ex his Collegium instituit. Anche Alessandro Severo Augusto, per testimonianza di Lampridio, formò in Roma i Corpi, cioè le Società e i Collegj degli artisti; e di là poi venne il nome de’ Corporati nel Codice Teodosiano, e presso altri antichi scrittori. Rinovarono dunque gl’Italiani questo costume. Ed allorché o si temeva di qualche tumulto o sedizione nella città, o succedeva in fatti qualche movimento, ogni artista, prese l’armi, correva al Gonfalone e Gonfaloniere della propria arte, gridando tutti: Vivano l’Arti e il Popolo. Abbiamo dall’Aulico Ticinense nel tomo XI Rer. Ital. che questi collegj dell’arti erano anche chiamati Paratica: dal che si può ricavare che non fosse presso gl’Italiani Paraticum lo stesso che Paragium, come sembra aver creduto il Du-Cange. Questi Paratici (seguita a dire esso Aulico) habent sua Statuta, eorumque singula eligunt Consules suos, et Seniores, quos Antianos appellant; et aliquem de Sapientibus et Majoribus patronum habent, cui de certo salario providetur. Così nell’anno 1259, come scrive Galvano Fiamma nel Manip. Flor., cap. 293 (tomo XI Rer. Ital.), Martinus de la Turre juravit Anzianariam et Dominium Credentiae et Paraticorum Mediolani. Cioè fu egli eletto capo e condottiere del popolo di Milano contro la fazione de’ Nobili. Truovasi fatta menzione de’ Paratici anche in una carta Ferrarese del 1208 nella Dissertazione XXX. Così nella Cronica Milanese Msta, che tengo presso di me, si legge: Nobiles, idest Catanei et Valvasores, non sustinentes, quod Paratici eligerent Consules, hoc jus o ad se converterunt.

Finalmente questi medesimi artisti erano i direttori della pace e della guerra; stabilivano leghe coi vicini, e talora non permettevano che alcuno de’ Nobili, o almen dei più potenti, fosse ammesso ai magistrati. Che sdegno e rabbia da un tal rigore si svegliasse alle volte nel cuore della Nobiltà, anche tacendol io, ognun sel può figurare. Però per rientrare a parte del governo, o per occuparlo tutto, continuamente i Nobili formavano delle mine, ora con felice ed ora con infelice successo. E qui accade una singolarità che non si dee lasciare sotto silenzio. Cioè allorché i Nobili ansiosamente aspiravano ai pubblici ufizj ed onori, né altra via scorgevano per ottenere l’intento loro, non pochi di essi usarono di far scrivere il loro nome nelle stesse arti (il che per lo più non era vietato), e così annoverati fra gli artisti divenivano capaci de’ pubblici impieghi, riuscendo poi loro con questa dimostrazion d’amore e di stima per la plebe di padroneggiare sopra i suoi padroni. Si vergognerebbero forse i Nobili de’ nostri tempi d’abbassarsi cotanto; ma non erano si delicati quei de’ vecchi tempi: il loro discendere era un gradino per ascendere più alto. Ecco ciò che nell’anno 1306 decretò la Repubblica di Modena, che a guisa d’altre non poche città si governava allora a popolo. Quilibet de societate populi Mutinae scriptus in aliqua vel aliquibus professionibus, arte, vel artibus approbatis per Commune Mutinae, possit et debeat solummodo habere et admitti ad officium, beneficium, et ad electionem Defensorum, Vexilliferi, et cujuslibet alterius officii, beneficii et honoris Communis et populi Mutinae. Et si quis non exercet (vedi qui disegnati i Nobili), eligat unam, in qua esse velit, et pro illa solummodo possit habere dicta officia et beneficia. Et postquam unam elegerit, postea variare non possit, nec aliam eligere, ec. Così avvenne in alcune città, e particolarmente in Milano, che i Nobili entrando nella fazion popolare, a poco a poco s’impadronirono del governo, ed anche arrivarono al principato nella lor patria. Non s’incontrano facilmente nelle storie e negli archivi gli esempli di tale usanza; perché forse increscerebbe ai moderni di vedere i loro antenati, benché ornati de’ fregi della Nobiltà, scritti nel ruolo dell’arti, e talvolta vili, senza riflettere che non per questo allora perdeva la Nobiltà chi n’era in possesso. Ma io, trovandomi in Genova, osservai che i più nobili cittadini di quella nobilissima città si faceano una volta registrare nel catalogo dell’arti per partecipare anch’essi del governo popolare allora dominante. Trovai in oltre ne’ Commenti di Benvenuto da Imola sopra Dante, esistenti nella Biblioteca Estense, due strumenti del 1293, fatti in Bologna, dove son menzionate Societas Bechariorum, cioè dei macellari o beccai, e Sbararum (forse legnaiuoli), che facevano le sbarre per giostre o tornei, o pure aveano incumbenza di sbarrar le strade in tempi di sedizioni. A tali società si veggono ascritti dei Nobili, e spezialmente due di una famiglia che da alcuni secoli gareggia colle più illustri non solo di Bologna, ma anche d’Italia. Ma questo nulla pregiudicava al loro splendore. Erano in quell’arti, ma non esercitavano quell’arti.

Hassi ora da osservare, che quantunque non si possa negare che molti comodi e beni talora provennero dal reggimento popolare; tuttavia certo è altresì che non lievi incomodi se ne provarono una volta; perché non è atto abbastanza il popolo ignorante e rozzo, e nulla pratico del politico governo, e sovente suggetto a torbide passioni, di prendere saggie ed utili risoluzioni ne’ grandi affari; e massimamente se interviene a’ consigli la matta feccia del popolo, e dalla pluralità de’ voti dipende la determinazion delle cose. Quanto sia facile il volgo alle dissensioni, non occorre ch’io lo rammenti. Però Ferreto storico Vicentino nel lib. III della sua Cronica (tomo IX Rer. Ital.) riguardò la gente plebea e i vili artigiani come inetti al pubblico reggimento, anzi li detestò come troppo perniciosi. Merita d’essere qui riferito ciò ch’egli scrisse della guerra imprudentemente mossa dal popolo Padovano ai Veneziani. Ad haec plebiscita (così egli parla) vocati sunt plebis Magistratus, et inanis populi multitudo, qui velut aestuans dictabat impetus, fieri prorsus densis vocibus clamitabant. Nempe vesana est vulgi latrantis opinio, quum imperite judicium profert de rebus incognitis. Quid enim huic cum virtute, cum prudentia? Quid temperatum aut forte est? Vendant opifices, emantque merces sordidas. Fabri incudes feriant; et ceteri illiberalium cultores artium sua lucra provideant: non se gravibus optimisque viris, quotiens de virtute agitur, stolidi inserant; quod non intelligunt, discutere nolint; nec velut putant, id bonum esse fateantur . Così Ferreto scriveva circa il 1330, ben consapevole colla sperienza di quel che s’abbia a promettere ne’ pubblici maneggi e negli affari di gran momento dall’ignoranza e temerità della pazza plebe. Anche Albertino Mussato, contemporaneo di Ferreto, nel lib. II, Rub. 2 de Gest. Italic., nel riferire ridotto il governo di Padova nel popolo, scrive: Ad Tribunos quidem, quos Gastaldiones vocitabant, omnia publica privataque judicia transtulere, et hi omnes opifices erant, et qui sordidis commerciis vitabundi volutabantur. Hi forenses, publicasque caussas, sedentes, applaudentibus, hortantibusque Gibolengorum Demagogis, audiebant, judicioque gloriantes finiebant. Ne’ medesimi tempi, per quanto io vo conietturando, fiorì Fra Jacopo da Genova dell’ordine de’ Predicatori, il quale scrisse un libro, conservato nella Biblioteca Estense, de Ludo Schachorum, o pure de Moribus hominum. Quivi nel lib. II, cap. I così scrive: Populares discant suis officiis et artibus intendere. Consilia vero et civitatis regimen, ac bellorum ordinem, Nobilibus permittant tractare. Qualiter enim sciret consulere popularis, qui numquam studuit circa consilia? Quale dabit consilium, qui adhuc ignorat naturam rei, super qua consilium est habendum? Vacent ergo et intendant officiis aut ministeriis, quibus sunt apti, ec. Ma si potrebbe dire: Adunque il popolar governo sarà stato un caos, giacché entravano a consigliare, anzi prevalevano ne’ consigli teste sì fatte, prive non poche fiate di discernimento e ragione, e con doversi ubbidire ai loro giudizj e sentenze. – Adagio di grazia. Comunque accadessero talvolta disordini in un Consiglio Generale, dove i savj e di gran lunga più numerosi ignoranti cittadini concorrevano; pure dal Minor Consiglio, cioè di Credenza o Segreto, in cui si trattavano e risolvevano i più importanti affari della Repubblica, per lo più non procedevano incomodi tali; perché questo era formato dal Podestà e Capitano del popolo, personaggi quasi sempre scelti fra i più avveduti e prudenti. Costume ancora fu che a tutte le deliberazioni, massimamente degli affari scabrosi, intervenissero gli Anziani o Savj eletti per la lor prudenza e onoratezza dal popolo, de’ quali anche nel governo aristocratico sempre fu fatta singolare stima ed uso. Perciò anticamente la laurea dottorale era assaissimo prezzata, e gli stessi Nobili con particolar cura attendevano allo studio delle leggi per poscia addottorarsi; perché così erano poi più facilmente ammessi agl’intimi Consigli della Repubblica, e gloriosa cosa riputavano essi di essere chiamati Dottori e Cavalieri. La sperienza nondimeno sempre mostrò che meglio si governarono le città, quando i soli Nobili, o pure i Nobili e il popolo con animi concordi e podestà temperata regolarono gli affari. Certamente esaminato il governo de’ soli Nobili, o del solo popolo, si troverà per lo più essersi raccolti maggiori frutti di saviezza e felicità dal reggimento de’ primi, che dall’altro. S’introdusse ancora in que’ tempi il costume, che quantunque andassero d’accordo Nobili e popolari nel governo della Repubblica, pure non vi si ammettevano que’ Nobili che in potenza andavano innanzi agli altri. Imperocché temevano troppo che non restasse assai libertà a’ voti e alle deliberazioni de’ cittadini, se si concedeva qualche autorità ne’ Consigli a persone che abbondavano di ricchezze, d’amici e dipendenti, e però di superbia. Per questo si escludevano dal Consiglio, come spezialmente apparisce dagli atti antichi della città di Modena, dove sono espressamente nominate le famiglie più potenti che non doveano aver parte nel governo. Lo stesso fu praticato in Brescia nel 1330, come scrisse Jacopo Malvezzi nella Cronica di quella città, tomo XIV Rer. Ital. Né mancavano in altre città esempli di somigliante cautela.

 

Nota

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[1] Intorno alle rivoluzioni del governo di Firenze merita di esser letta una prefazione, o Nota (che così è intitolata) posta dal conte Litta in fronte alla Famiglia dei Medici di Firenze.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011