Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  LI

Dell’origine e progresso

delle Fazione Guelfa e Ghibellina in Italia.

Non v’ha chi non sappia, o non possa facilmente osservare nell’umano commerzio, come gli animi dei mortali, non meno che i corpi, sieno suggetti a varie turbolenze e malattie. Ma non tutti arrivano a conoscere, come dai vizj degli animi possa bene spesso procedere la rovina de’ corpi. Ora come alle volte portata in Europa dalle contrade della Turchia o dell’Affrica la peste, va passando dall’un uomo nell’altro mercè del contagio con tal forza e successo, che quasi tutto un popolo ne resta afflitto, e s’empiono di morti le infelici città; così talvolta una peste occulta, un fiero entusiasmo può entrar nelle menti e fantasie degli uomini, e corrompere un ampio regno, non che un intero popolo, senza cessare se non dopo una lunga iliade di mali e di stragi. Di questi mali popolari degli animi niuno per avventura più pernicioso e di maggior durata partorì e provò l’Italia, quanto le funeste fazioni de’ Guelfi e Ghibellini, o vogliam dire Gibellini, che almeno per tre secoli lacerarono le viscere di questo nobil Regno. Vede alle volte la Gran Bretagna divisi in due diversi partiti i suoi popoli. Abbiamo osservato ancor noi, allorché bollivano le guerre tra i Re di Francia e di Spagna, ovvero fra gli Augusti Imperadori Austriaci e i Franzesi, divisi i genj degl’Italiani, favorendo alcuni a questa ed altri a quella parte, con avvenir talora fra gli stolti gare e risse ed anche uccisioni. Ma un nulla questo è, né si può paragonare a quella mania, cioè a quelle furiose fazioni che per sì lungo tempo fomentò l’Italia con tanto suo discapito, non potendoci noi abbastanza maravigliare, come a tanta pazzia giugnesse la gente di allora. Faccia Dio che mai più non entrino sì fatti delirj a sconvolgere la buona armonia e quiete delle nostre città! Col nome dunque di Ghibellini erano una volta disegnati coloro che o seguitavano i discendenti da Federigo I imperadore, o che affezionati agli altri Augusti amavano la lor signoria e felicità. All’incontro quei che abborrivano il loro dominio, troppo talvolta greve e molesto, si chiamavano Guelfi. Questa fu ne’ principj l’intenzione e mira de’ primi professori e difensori di queste due rivalità. Né solamente questa lagrimevol dissensione divise l’affetto d’una città dall’altra, ma anche fra il popolo di una medesima città sparse il pomo della discordia. Col progresso poi del tempo restarono così affascinati gii animi de’ popoli, che senza talvolta considerare onde fossero nate queste fazioni, né se favorissero o contrariassero gl’Imperadori, entravano, e con pertinace odio si fissavano in esse, l’un contra l’altro sempre macchinando per deprimere gli avversarj, e tirare a soli sé stessi il dominio e governo delle città libere.

Trassero queste due diaboliche fazioni la loro origine dalla Germania, come già feci vedere con sicuri documenti nella Parte I, cap. 31 delle Antichità Estensi. Basterà qui ricordare che il primo anello di questa catena si dee prendere dalle lunghe gare insorte fra Corrado il Salico imperadore, nato o dominante nella villa Guibelinga, e i suoi posteri maschi, cioè gli Arrighi imperadori, e Federigo I e i suoi figli e nipoti per via di femmine da esso Corrado discendenti per l’una parte; e per l’altra parte la famiglia antichissima de’ Conti Guelfi, di cui per mezzo di una donna fu erede quella linea della famiglia Estense, che trasferita in Germania circa l’anno 1070 da Guelfo IV figlio del celebre Azzo II marchese d’Este, divenuta erede degli Stati e del genio della Casa de’ Guelfi, lungo tempo signora fu dei Ducati di Baviera e Sassonia, come con autorità chiare ed incontrastabili ho provato nelle suddette Antichità Estensi. Questa linea Estense Guelfa, la quale produsse una volta dei rinomati Duchi e un Imperadore, e che più vigorosa che mai fiorisce oggidì nel potentissimo Re della Gran Bretagna Giorgio II, duca eziandio di Brunsvich ed Elettore del S. R. Imperio, e negli altri principi d’essa nobilissima Casa, coll’aver propagato il nome de’ Guelfi, e colle sue dissensioni con gl’Imperadori, diede motivo a’ suoi aderenti di chiamarsi Guelfi; siccome i fautori di Federigo I e i suoi successori, discendenti dalla insigne famiglia Ghibellina, assunsero il nome di Ghibellini. Ma giacché ho ricordato qui l’antica Casa de’ Guelfi Germanici, mi sia lecito di aggiugnere una Memoria che dopo aver pubblicato le Antichità Estensi m’è venuta alle mani. Coll’autorità degli antichi aveva io provato, essere stato l’ultimo rampollo della famiglia d’essi Guelfi Cunegonda, la quale maritata con Azzo II marchese d’Este Italiano, generò Guelfo IV, poscia duca di Baviera, e circa il 1060 terminò la carriera del suo vivere. Dal chiarissimo P. Abbate Don Guido Grandi, insigne Matematico, mi fu comunicato l’epitaffio di questa Principessa, che era inciso in marmo nel Monistero di Santa Maria della Vangadizza, e nella riguardevol terra della Badia, antico dominio della Serenissima Casa d’Este, ed oggidì appartenente alla Signoria Veneta. La copia di essa iscrizion sepolcrale fu fatta nel 1334, e contien degli errori; ma tal quale è, io la comunico ai Lettori.

VICTA [1] GVNEGVLDIS REGALI STEMMATE FVLSI.

INDOLE NOBILIOR NVLLVS IN ORBE FVIT.

GERMINE WELFONTIS [2] MAGNI SVM NATA GERMANA.

INDVPERATOR [3] ISTE FVIT TITVLVS.

VIR MEVS EGREGIVS: PUPVLVS LOCVPLETIOR VLLVS

HAVD MANET: ITALIA HAVD SIMILE PEPERIT.

AZO [4] VIR PRVDENS, MAGNVSQVE MARCHIO FVLGET,

QVEM CREDO MEMOREM SEMPER ADESSE MEI.

IN TERRA CELESTIS SOBOLEM CONCESSIT VTRISQVE

QVI WELFONS DICTVS, DVXQVE [5] POTEKISQVE PIVS.

HVNC VIOLARE NEFAS LOCVLVM, NE INDE RECEDAM,

DONEC VERA CARNE RESVRGAM.

Dissi, come per lungo tempo erano durate le contese fra i principi delle Case Ghibellina e Guelfa in Germania, e Ottone Frisingense nota nelle sue Storie, che fra l’altre ragioni di eleggere Re di Germania e d’Italia Federigo I, vi fu ancor quella di metter fine a quegli odj con prendere un Sovrano che participava del sangue dell’una e dell’altra Casa. Quello poi che avvenne di dolce e di amaro fra esso imperador Federigo e i Guelfo-Estensi tanto in Germania che in Italia, siccome l’ho abbastanza accennato nelle suddette Antichità Estensi, così io mi dispenso dal ripeterlo qui. Basta solamente dire che restò spogliata la Casa oggidì di Brunsvich degl’insigni Ducati di Baviera e Sassonia: il che maggiormente riaccese gli odj, e per gli Estensi Guelfi Germanici, i quali in Italia aveano avuto di grandi signorie, un copioso partito si formò d’Italiani, in cui entrò chiunque era disgustato di Federigo I e de’ suoi figli. Ma sebben fossero in vigore in esso secolo XII tali fazioni, sembra nondimeno che solamente nel susseguente secolo XIII saltassero fuori i funesti nomi di Guelfi e Ghibellini. Abbiamo dal Pomario di Ricobaldo, che nell’anno 1190 la città di Ferrara si trovava divisa in due partiti, e questi nati molto prima. Capo dell’uno era il marchese d’Este, dell’altro Salinguerra figlio di Torello. Parimente racconta Rolandino (lib. I Chron.) che la città di Verona nel 1207 era malmenata da due contrarie fazioni; per tralasciar Milano ed altre città, che odiavano Federigo I, laddove i Pavesi ed altri popoli tenevano per lui. Però non ci possiam fidare di Galvano Fiamma (cap. 169 Manip. Flor. tomo XI Rer. Ital.) che scrive introdotto in Sicilia il nome de’ Guelfi e Ghibellini circa l’anno 1140, regnando Corrado II. Porto io opinione che si cominciassero ad udire questi nomi, e si andassero dilatando per Italia, da che Ottone IV della Casa Guelfa-Estense di Brunsvich nell’anno 1209 ebbe ricevuta da Innocenzo III papa la corona imperiale, poco stette a tirarsi addosso l’odio del medesimo Pontefice, scomunicato e dichiarato perciò deposto dall’Imperio. Cambiò allora la Corte di Roma genio, ed oppose al Guelfo Ottone, che virilmente si difendeva, il Ghibellino Federigo II re di Sicilia, nipote del I, aiutandolo in tante forme co’ suoi maneggi, che condotto in Germania fu eletto re de’ Romani, e dopo la morte d’esso Ottone nel 1220 ottenne anche la corona e il nome imperiale. La discordia di questi principi si tirò dietro quella degl’Italiani, aderendo alcuni ad Ottone, altri a Federigo. Al primo inclinavano i Pisani, Milanesi, Parmigiani, Bolognesi ed altri popoli. Il Papa all’incontro, i Genovesi, i Pavesi, i Cremonesi, il Marchese di Monferrato, ed altri popoli e principi s’unirono per l’esaltazione di Federigo. Arrivò questa medesima controversia a mettere la divisione fra i principi della Casa d’Este. Siccome provai nella Parte I delle Antichità Estensi, Bonifazio marchese d’Este seguitò le parli di Ottone, e per lo contrario Azzo VI marchese parimente d’Este, suo nipote ex fratre, signore di gran senno e potenza, talmente si attaccò a Federigo II, per testimonianza di Sicardo, del Monaco Padovano e di Alberico dei Tre Fonti, storici di que’ tempi, che spezialmente dalla di lui assistenza e forze riconobbe esso Federigo il suo felice passaggio in Germania, e il resto de’ suoi fortunati avvenimenti.

Di là dunque ragionevolmente pare che s’abbia a dedurre il più evidente principio della denominazione de’ Guelfi e Ghibellini. Ottone IV, figlio di Arrigo Leone, inclito già duca di Baviera e Sassonia, discendente per linea mascolina dalla Casa d’Este, per la femminina traeva il sangue dai principi Guelfi di Germania. Federigo II per via di femmine discendeva dall’Augusta famiglia Ghibellina. Contra di quest’ultima spezialmente covavano un mal animo i Milanesi per la memoria delle crudeltà usate da Federigo I in rovina della loro città. Più ampiamente ancora si dilatarono cotali fazioni, da che i Romani Pontefici, che s’erano serviti di Federigo II per abbattere Ottone, il provarono ingrato ai loro benefizj; perché, mutato genio e mantello, cominciarono ad averlo in abbominazione, continuando poi questa loro antipatia contro i di lui discendenti. Allora fu che quella porzion di popoli la quale in Lombardia, Toscana, Ducato di Spoleti e in altri paesi sosteneva il partito di Federigo II e de’ suoi figli, fu chiamata la Parte dell’Imperio e Ghibellina; e all’incontro la Parte della Chiesa e Guelfa quella che professava il contrario partito. Non prima di que’ tempi la Storia ci fa sentir questi nomi, tuttoché tanto prima nate fossero queste funestissime fazioni. Albertino Mussato, storico Padovano nel secolo XIV, nella Storia di Lodovico il Bavaro scrive: In duas partes secta Christianitas erat, et paucos invenisse contingens fuerit per hanc praecipuae nostram Italiam, quos una ex duabus optio non inquinaverit, aut illa, quam ajunt, Gibolenga (così suol egli appellare la Ghibellina) vel Guelfa. Haec enim a tempore Friderici II vocabula duo inseparabilia, germina seu potius pestifera schismata pullularunt, atque invaluerunt, quae semper tenuerunt Italiam inquietam. Questa è la vera sentenza, tenuta anche dal Sigonio ne’ libri de Regno Italiae, e da altri Eruditi. Niccolò da Jamsilla (tomo VIII Rer. Ital.) all’anno 1265 nomina Guelfos et Gibellinos Romanos, con poscia aggiugnere, Jacobum Neapolionem, caput Gibellinorum Urbis, propter Gibellinitatem ab Urbe dejectum. Saba Malaspina nello stesso tomo VIII sembra ben riferire la nascita di questi nomi a’ tempi del re Manfredi; ma veramente nel lib. I, cap. 2 mostra abbastanza che sotto Federigo II uscì fuori la Gibellinità. Più fondatamente ancora Ricordano Malaspina, storico del medesimo secolo XIII, chiaramente attesta che nell’anno 1215, cioè durando le contese fra Ottone IV e Federigo II, s’introdussero nel prima concorde popolo di Firenze le maledette parti Guelfe e Ghibelline, talmente che tutte le case nobili Fiorentine, l’una parte aderì alla prima, l’altra alla seconda, e ne dà egli il catalogo. Furono copiate tali parole da Giovanni Villani, lib. V, cap. 38 delle sua Storia, con aggiugnere che prima di que’ tempi non mancarono fazioni nel popolo Fiorentino per cagione delle brighe e quistioni della Chiesa e dell’Imperio. Né si dee tacere che anche Ricordano ebbe sentore dell’essere venute di Germania in Italia tali sette, scrivendo che due Duchi, signori confinanti con due castella in Lamagna, de’ quali l’uno si chiamava Guelfo e l’altro Ghibellino, tanta gara e sì lunga guerra ebbero fra loro, che tutti gli alamanni se ne partirono; e chi tenne l’una parte e chi l’altra; ed eziandio a Corte di Roma ne venne la quistione, e presevi parte. V’ha qui del vero mischiato con qualche poco di favoloso. Travidero bensì coloro che stimarono originata questa peste dallo scisma del popolo di Pistoia, diviso in Negri, che s’accostarono ai Guelfi; e in Bianchi, i quali presero il partito de’ Ghibellini. Ebbero principio quelle sette sul principio del secolo XIV, ma prima di gran lunga risonavano per Italia i nomi de’ Guelfi e Ghibellini. Può far ridere all’incontro l’Autore della Vita di Cola da Rienzo, là dove racconta che in Firenze a’ tempi di Lodovico il Bavaro due cani vennero a contesa, l’uno nominato Guelfo e l’altro Ghibellino; e che il popolo prendendo il partito dell’uno o dell’altro, fece saltar fuori il nome e l’affetto delle suddette due fazioni. Dovea aver udito quello Scrittore che Welf in Tedesco significa Cane, e vi fabbricò sopra la sua novella. Questo nome dalla linea Germanica degli Estensi, opposta agli Arrighi e Federighi Augusti, fu lungo tempo ricreato nella famiglia. Ma non è da stupire perché nel secolo XIV alcuni ignorassero l’origine di nomi tali, al vedere che né pure i Franzesi ci sanno concludentemente dire onde sia uscito il nome degli Ugonotti; e né pure gl’Inglesi, onde sieno derivati quei de’ Wighs e Torris.

Resta ora da indicare, per quai motivi l’una parte degl’Italiani sposasse il partito de’ Guelfi, e l’altro quello de’ Ghibellini. Primieramente, non pochi furono coloro che non sapevano comportare il dominio di Federigo II Augusto, non già perché effettivi nemici dell’Imperio, né perché ricusassero d’essere suggetti agl’Imperadori, ma perché egli e i suoi figli Corrado e Manfredi, e poi Corradino, nati erano da uno stipite odiato, cioè da Federigo I erede della famiglia Ghibellina, il quale avea sfoggiato in crudeltà contro varie città d’Italia, e da Arrigo VI suo figlio autore di tante calamità ai Regni di Napoli e Sicilia. Fra questi odiatori della schiatta de’ Federighi i principali furono i Milanesi, Piacentini e Tortonesi, i quali subito che insorsero gl’impegni fra Ottone IV e Federigo II si dichiararono pel primo, come discendente dai Guelfi, e Guelfi perciò furono appellati. All’incontro fu dato il titolo di Ghibellini agli altri che favorivano la parte di Federigo II. All’anno 1215, in cui spezialmente bolliva questa controversia, scrive Tolomeo da Lucca negli Annali, occisum fuisse Florentiae Dominum Bondelmontem Uguccionis ab Ubertis; et ex eis tunc pullulavit divisio Guelpha et Ghibellina. Secondariamente, non pochi si contarono allora, a’ quali sembrava troppo greve, anzi insoffribile l’autorità e comando degl’Imperadori Germanici; e però a tutto potere si studiavano di scuoterne il giogo, sempre dubitando ch’essi meditassero la rovina della lor libertà e privilegi. Questi nel progresso del tempo accrebbero a dismisura la fazione Guelfa, e sopra gli altri pontarono in sostenerla ed aumentarla Carlo I re di Napoli e Sicilia, e i suoi figli e nipoti; talché se non era tolta loro dagli Aragonesi la Sicilia (il che molto indebolì le lor forze), probabile è che non si fosse sottratta alcuna delle città d’Italia al dominio d’essi. Terzo, ogni volta che insorgevano dissensioni fra i Romani Pontefici e gl’Imperadori, coloro che professavano il partito Guelfo, o correvano ad unirsi coi Papi, o facilmente erano condotti a collegarsi con loro, conoscendo che in seguitare chi avea tanta autorità entro e fuori d’Italia sino a poter deporre gl’Imperadori, potea facilmente avvantaggiare i proprj interessi, e assodarsi nell’indipendenza, e abbattere la fazione contraria. Per altro non s’ha da credere che i Papi sempre favorissero i Guelfi, e ne fossero i caporioni. Secondo che richiedeva il bisogno, e si trovava più utile, fomentavano essi quella lega, e se ne servivano in lor pro e difesa. Ma qualora altre politiche ragioni, e la vista di maggior guadagno, o la paura di qualche danno, perorava in lor cuore, i Guelfi stessi si staccavano dai Papi, e i Papi dai Guelfi. Nella stessa guisa anche nelle città libere le famiglie Guelfe, se vi trovavano miglior conto, passavano alla parte Ghibellina, scambievolmente le Ghibelline alla Guelfa. Quarto, gran motivo era per molti a sposare il partito Ghibellino, e di stare uniti con gl’Imperadori, il trovarsi spogliati de’ loro antichi feudi dalle città libere, o il timore continuo di restarne privi, sperando essi col patrocinio degli Augusti di conservare la lor dignità, o pure di ricuperar il perduto. Perciò non pochi de’ Nobili, e particolarmente i Marchesi, Conti ed altri vassalli, dipendenti una volta dai soli Imperadori o Re d’Italia, si truovano in que’ tempi fautori del Ghibellinismo. Nella Vita di Alessandro III papa (Parte I, tomo III Rer. Ital.) noi leggiamo che Federigo I Augusto cominciò ad avere per sospette le città d’Italia. Unde factum est, quod de consilio Marchionum atque Capitaneorum, qui erant civitatibus odiosi, arces inexpugnabiles et alias munitiones fortissimas in manibus suis recepit, et per Theotonicos fideliores sibi detineri et diligentius custodire fecit. Questo avvenne nell’anno 1165, tempo della sua maggior felicità. Però quasi tutti i Baroni professavano la fazion Ghibellina, anche prima che ne nascesse il nome; e per lo contrario la maggior parte delle città libere seguitavano la Guelfa. Siccome abbiamo da Landolfo iuniore storico Milanese (tomo V. Rer. Ital. pagina 504) nell’anno 1118 il popolo di Milano cozzava con Arrigo IV fra gli Augusti, e però per ordine della Corte di Roma era stato scomunicato da quell’Arcivescovo. Allora Marchiones et Comites Longobardiae convenerunt Mediolani, ut ibi coram Episcopis suffraganeis et comprovincialibus explicarent Imperatoris innocentiam, et ipsum Imperatorem perducerent in Archiepiscopi et Episcoporum benevolentiam. Ecco come i Marchesi e Conti della Lombardia si fecero tutti conoscere portati alla difesa dell’Imperadore. Che se alcun di essi si trovava di tal potenza che nulla paventasse delle città libere, tentando anch’egli di arrivare all’indipendenza, o pure ad un buono stato di autorità e libertà, allora si collegava con esse città, e imbandiva l’armi contra dell’Imperadore: il che spezialmente vedemmo praticato da Obizzo marchese, da noi veduto in lega colla Società de’ Lombardi contra di Federigo I Augusto. Ma coloro spezialmente si distinsero in favore degl’Imperadori, che nudrivano il desiderio di rendersi padroni della lor patria, o di ottenerne il Vicariato dagli Augusti, e di stendere il lor dominio sopra le confinanti città. Furono tali Eccelino da Romano, Oberto Pelavicino marchese, Matteo, chiamato anche Maffeo Visconte, gli Scaligeri, i Carraresi, ed altri. In quinto luogo, se alcuna delle possenti città Guelfe minacciava di mettere il giogo alle vicine, altro ripiego non aveano le città inferiori di forze, che di arrolarsi nel partito de’ Ghibellini, sì per godere della Cesarea protezione, come per essere sovvenute da quel partito per difendere la propria libertà. Prima che l’inclita città di Milano si sottoponesse all’imperio de’ principi, avea professata nemicizia con gl’Imperadori, e allora i Pavesi e Cremonesi stettero uniti ad essi Augusti. Fomentarono poscia i Milanesi la parte Guelfa, e finalmente tornarono al Ghibellinismo sotto i Visconti. Così il popolo di Modena sovente aderì al partito de’ Ghibellini, perché i troppo potenti Bolognesi Guelfi erano dietro ad ingoiar tutti i loro vicini. Per la stessa ragione anche i Pisani preferirono quasi sempre la lega de’ Ghibellini, perché minacciati sempre dalla potenza ed avidità de’ Fiorentini, per lo più seguaci della fazione Guelfa. In questa guisa i men forti s’aiutavano contro i più forti colle aderenze e leghe del contrario partito. Finalmente, per dir tutto in poco, la prima ed ultima conclusione di tutti i pareri e consigli politici sempre fu e sempre sarà la pubblica salute in primo luogo, e poi la pubblica utilità, chiamata dai Satrapi Ragione di Stato; bella e buona ragione, ma che si suole stiracchiare a tutte le iniquità da chi studia in vece del Vangelo il Machiavello. Per questo, tanto le città che i principi anticamente abbracciavano ora il partito Guelfo ed ora il Ghibellino, reggendosi anche allora la gente co’ medesimi principj, co’ quali il secolo nostro.

Nate pertanto e dilatate per rovina dell’Italia queste detestabili sette, spezialmente a’ tempi di Federigo II, si videro alcune città divise di sentimenti ed affetti; ed ora unite co’ Romani Pontefici ed ora con gl’Imperadori. Questo non bastò. Entrò anche la discordia tra le famiglie, spezialmente nobili, d’una stessa citta, di modo che poche andavano esenti da questo pazzo entusiasmo. Anzi le medesime famiglie giunsero a tanta frenesia, che talvolta i padri professavano un partito e i figli un altro, e l’un fratello discordava dall’altro. Che s’avea dunque da aspettare da tanta contrarietà di umori, se non contese, esilj, stragi e una perniciosa confusione nelle città, ed anche la rovina di alcune? In ognuna di esse città l’un partito ambiva i principali magistrati, e voleva dar legge all’altro: il che produceva frequenti risse e sconcerti. Si manipolavano perciò delle segrete congiure, si veniva alle sedizioni, e a far pruova coll’armi di chi avesse più forza. Costume allora fu di occupare le piazze, e massimamente la maggiore; e chi teneva più forte, costrigneva i deboli a cedere, con avvenire che i vinti o spontaneamente o per forza uscivano dalla lor patria, ed erano forzati ad andarsene in esilio, ricoverandosi presso le città del loro partito, coll’ajuto delle quali si studiavano di essere rimessi m casa, o di far guerra a proprj concittadini. Se dalla fortuna erano secondati i lor desiderj, e gli ayversarj prima vincitori non poteano resistere, venivano ancor questi obbligati alla fuga e a mutar cielo. Frequenti per conseguente furono le guerre civili, e molte le città che videro or l’una or l’altra delle sue fazioni abbattuta e fuggiasca, e dal colmo della signoria e ricchezza precipitate in un fondo di povertà e miserie. Chiunque oggidì legge tanta instabilità e confusion di allora, dee ben ringraziar Dio che l’abbia riserbato a’ tempi migliori. Guai non mancano già, ma l’interna quiete si gode. In mezzo dunque alle funeste dissensioni de’ nostri maggiori, la cura primaria e gli ordinarj pensieri dell’una fazione erano quelli di padroneggiare nelle città, e di cacciarne l’altra. Anzi se veniva buon vento, moveano l’armi contro le vicine città per obbligarle ad abbracciare il proprio partito, per sempre più fortificarlo. Se ne potrebbero recar molti esempli, ma qui non ho preso a tessere una Storia; e però basterà ai Lettori di scorrere le Storie di Firenze per conoscere qual fosse vecchiamente il rito delle città fazionarie. Grandi al certo e continui furono gli studj della potente Repubblica Fiorentina, per lo più attaccata alla setta de’ Guelfi, per abbattere la contraria, per incitare i collegati, ed anche i principi lontani a far fronte agl’Imperadori. Non si può credere quanto oro impiegasse in questo quell’industriosa ed accorta nazione. Quello spezialmente ch’essa operò, allorché ne’ primi anni del secolo XIV calò in Italia l’ottimo re Arrigo VII, è da vedere in varie Storie da me date nella Raccolta Rer. Ital. Qui solamente accennerò alcune carte da me pubblicate, in testimonio delle diligenze usate da essi Fiorentini e Bolognesi per opporsi al medesimo re Arrigo, poscia imperadore. Vedesi adunque un accordo fatto nell’anno 1311 dalle città di Bologna, Firenze, Lucca e Siena, da Guido della Torre, e dai Fuorusciti Guelfi di Cremona, e Modena, con Giberto da Correggio, e i Nobili di Parma e Reggio, in cui questi ultimi si obbligano di cacciar fuori di Parma e Reggio gli ufiziali e il presidio di Arrigo re de’ Romani: siccome si vede il mandato del Conseglio degli ottocento di Bologna per potere stabilir leghe, e un altro di Guido, Simone suo figlio, Olivieri e Passerino tutti della Torre, ed altri fuorusciti di Milano per lo stesso fine, e tre altri simili de’ fuorusciti di Modena, de’ Parmigiani Intrinseci, e de’ fuorusciti Reggiani. Fu cagione questa lega che nell’anno seguente 1312 Arrigo VII, non peranche coronato in Roma imperadore, dopo di avere formato il processo contra di Giberto da Correggio come fellone, e contra degli altri popoli che gli negavano ubbidienza, fulminò una fiera sentenza in Pisa contra di esso Giberto, e i Comuni di Firenze, Lucca e Siena, la quale ho io data alla luce in sussidio della Storia di que’ tempi. Di Bologna non parlo, perché fu essa riguardata come città Pontificia.

Buon principe e di massime sommamente lodevoli fornito era Arrigo VII; ed allorché calò in Italia, sua intenzione fu di quetar le tante dissensioni e turbolenze insorte fra gl’Italiani, e di recar la pace a tutti, senza impegnarsi in parzialità veruna: del che abbiamo più d’una testimonianza nelle Storie d’allora. Giunto infatti a Milano, stabilì la concordia fra i Torriani Guelfi e i Visconti Ghibellini con uno strumento nel dì 27 di dicembre del 1310, da me pubblicato, in cui troviamo nominati Gastone arcivescovo di Milano, Pagano vescovo di Padova, Guido, e tutte l’altre persone ben numerose della famiglia della Torre, e Matteo Visconte co’ suoi figli e parenti dall’altra parte. Da lì poscia a pochi giorni, cioè nel dì 2 di gennajo del 1311 furono fatte alcune giunte e dichiarazioni alla medesima pace, che parimente ho renduto pubbliche. Fu in oltre assai diversa nelle diverse città, la civile discordia fra i cittadini Guelfi e Ghibellini. In alcune bastava il cacciar fuori la fazione contraria, e il confiscare le lor facoltà, risparmiando a tutto potere il sangue e le vite degli avversarj. La qual moderazion a me sembrato è di ravvisare particolarmente nel popolo di Genova; e quantunque non sempre fosse osservata questa tassa, pure non s’ha da negar questa lode a quella città. Osservinsi gli Annali di Caffaro e de’ suoi Continuatori nella Raccolta Rer. Ital., siccome ancor quelli dello Stella. Fu quella potente città per lunghissimo tempo divisa in due fazioni, ciascuna delle quali si studiava di abbattere l’opposta. Si veniva sovente alle mani, ma senza dimenticare che lo sdegno e la zuffa erano contra de’ suoi, cioè de’ figli della medesima città, e congiunti bene spesso per sangue o per affinità. Odasi lo Stella all’anno 1394 nel tomo XVII Rer. Ital. Si reprobandi sunt (così scrive egli) Januenses, quia tam de facili surgunt ad arma; eorum tamen est exprobratio mitiganda, quum his temporibus raro armorum strepitu scelus eveniat in ipsa urbe. Absunt enim praedae, homicidia et adulteria, aliaque nefaria. Sed si qua in ipsius civitatis loco interfectio accidit, sive praeda, hae raro, et contra valde paucos eveniunt. D’altro fare era in altre città la rabbia de’ fazionarj. Non contenti d’avere spinti fuori della patria gli emuli, inferocivano contro i loro palagi, torri e case, diroccandole sino da’ fondamenti: la qual detestabil frenesia non poco sformò la bellezza di alcune città. Ciò spezialmente avvenne in Firenze, Bologna, Cremona, per tacere di alcune altre. Famoso è poi quanto meditarono una volta i Ghibellini fuorusciti di Firenze. Da che ebbero essi nel 1260 a Monte Aperto data una gran rotta a’ Guelfi dominanti in Firenze, e furono vincitori rientrati in quella città, nulla men pensarono che di spianarla tutta, per levare da lì innanzi quel ricovero ai loro avversarj. Poco mancò che non eseguissero sì furiosa risoluzione; ma sì costantemente s’oppose Farinata degli Uberti, uomo saggio, che restò salva da quel furore Firenze. Non posso io qui astenermi dal rivelare e detestare la pazzia de’ nostri maggiori. Poche si potranno mostrare delle città allora libere, le quali nel bollor di quelle fazioni non usassero, come già dissi, di smantellare le case e i palagi de’ cittadini contrarj che soccombevano, o non togliesse con egual rigore la vita a chi movea qualche sedizione, o commetteva omicidio. Truovo io questa pena sovente registrata negli antichi Statuti delle città, e ne addurrò solamente per esempio quella di Modena. Come si legge ne’ suoi Statuti MSti, fatti l’anno 1275, fu decretato, ut si quis per se, vel per alium, civem vel Comitatinum Mutinae studiose interfecerit, in Banno perpetuali ponatur, ec. Et omnia sua bona immobilia devastentur; mobilia et jura omnia et rationes ipsius perveniant ad heredem defuncti; etiam immobilia, postquam devastata fuerint, integre pro medietate debeant pervenire ad ejus heredes, ec. Che i cani vadano in collera contra d’un sasso ad essi avventato, ci fa ridere: ma che uomini dotati di ragione, e, come porta il dovere e il bisogno, amatori della lor patria, quando non possano esercitar la lor rabbia contra de’ cittadini nemici o pure colpevoli, ed anche dopo aver loro tolta la vita, vadano ad incrudelire contra le case e stabili di essi; niuno potrà mai attribuirlo se non ad un cieco furore. Non nocevano essi solamente agli avversarj e malvagi, ma anche con tal determinazione spogliavano la propria patria di tanti ornamenti e comodi e di case che avrebbero potuto servire ad altri. Però non senza ragione Galvano Fiamma alla pagina 1041 del tomo XII Rer. Ital., sponendo le lodevoli usanze introdotte dai Visconti in Milano, così scriveva: Sexta lex est, quod domus exbannitorum seu proditorum non destruantur, immo pro communi utilitate serventur: quod hactenus non fiebat; immo quasi pro nihilo ad terram projiciebantur: quod miro modo civitatem deturpabat, et manifestam infamiam inducebat. Anche Matteo Villani nel lib. IX, cap. 55 detestava questa brutale usanza, che nelle sue prediche avea lodato Fra Jacopo Bussolari, allora quasi Rettore del popolo di Pavia, uomo certamente per tal cagione indegno di lode, anzi né pure a’ suoi tempi esente dal biasimo de’ migliori. Ma quello (diceva il Villani d’esso Frate) che più parea suo nome d’errore nel cospetto di tutti, erano le rovine de’ nobili edificj di que’ di Beccheria, e d’altri notabili cittadini che li seguivano, mostrando che l’abbattere il nido agli uomini rei era meritorio; quasi come se peccassero le case: che è stolta cosa, tuttoché per mala osservanza tutto giorno s’insegna queste cose.

Finalmente ci furono di coloro che non altrimenti, anzi più rigorosamente infierirono contra de’ proprj cittadini di contraria fazione, che contra degli stranieri nemici. A questa brutta lode aspirarono fra gli altri i miei Modenesi, usati a perseguitare sino all’ultimo eccidio i lor competitori, allorché qui la setta Ghibellina, appellata la parte de’ Grasolfi, e la Guelfa, chiamata degli Aigoni o Aginoni, con implacabil odio gareggiavano fra loro. E furono ben antiche tali fazioni nella nostra città e distretto, cioè anche prima che saltassero fuori i funesti nomi de’ Guelfi e Ghibellini. Truovasi menzione di esse negli atti MSti del Comune di Modena, da me dati alla luce. Vedesi dunque il giuramento che nell’anno 1185 Rectores Procerum et Valvasorum Mutinae prestarono di mantener pace fra loro, e di stare sub Rectoribus civitatis Mutine: poscia il laudo proferito dai Consoli di Modena nel 1188 tra i Fregnanesi, appellati Gualandelli, e gli Aginoni, per pacificarli fra loro. Tuttavia in sì fatto studio, non dirò di discordia, ma di crudeltà, il popolo di Bologna superò di molto quello di Modena. Quivi la fazione de’ Geremei del partito Guelfo, opposta all’altra de’ Lambertacci attaccata al Ghibellino, nell’anno 1274, per attestato di Ricobaldo autore contemporaneo, venne all’armi contra degli emuli, e dopo non poche uccisioni ed incendj li forzò a salvarsi colla fuga. Non bastò a’ vincitori di aver cacciata in esilio la parte contraria: né pur volle sofferire che trovasse pace ed ospizio in altre amiche città, e colle preghiere e minaccie fece congedarla di là. Così in Genova i Mascherati professarono la fazione Ghibellina, i Rampini la Guelfa. In Arezzo i Guelfi furono chiamati la Parte Verde, i Ghibellini i Secchi. Così in Bologna dipoi sorsero due fazioni, cioè la Scacchese e la Maltraversa, che presero il nome dall’arme o insegne di due potenti famiglie. E in Pisa i Pergolini e i Raspanti lunga nemicizia mantennero. Ma queste ultime, ed altre simili altrove, furono più tosto parzialità e contese di famiglie, che sette di Guelfi e Ghibellini. Tornando ora al proposito, dico che negli Statuti del popolo di Ferrara nel 1274, sotto Obizzo marchese d’Este, fu fatto decreto, ut quicumque bannitus fuerit a Communi Bononiae, sive sit pro parte Lambertaccia, sive Gibellina, sia licenziato, o cacciato dalla città e distretto di Ferrara. Perché gl’Imolesi, Faentini e Forlivesi aveano accolto i Lambertacci, né si risolvevano a cacciarli, fu loro intimata guerra dai Bolognesi, i quali dopo avere ricuperata Imola, misero anche l’assedio a Faenza. Nell’anno seguente venuti alle mani i Geremei dominanti in Bologna co’ fuorusciti Lambertacci, ne riportarono una buona rotta, e lasciarono il carroccio in potere degli avversarj. Poscia rimessi in forze, di nuovo tentarono la fortuna contra de’ Lambertacci e Forlivesi, e qualche migliaio de’ Guelfi Bolognesi restò sul campo; talché la città di Bologna, che dianzi facea la padrona sopra quasi tutta la Romagna, troppo apertamente cominciò a calare dal colmo del suo splendore e potenza. Quello che per esempio ho rapportato de’ Bolognesi, avvenne anche ad altre città, le quali per cagion delle loro interne discordie gran perdita fecero della lor dignità e opulenza, o pure si videro spogliate della libertà. Infelici tempi in vero, ne’ quali niuna quasi delle città godeva un’intera quiete, e sempre si svegliavano guerre o co’ popoli vicini per cagion delle sette nemiche, o fra gli stessi cittadini; ed or l’una ed ora l’altra parte era forzata ad andarsene raminga, e niuno mai poteva promettersi di vivere sicuro nel proprio nido.

Ma oramai parmi di udire chi m’interroghi: Non v’era egli alcuna via o ragione di frenar tanto furore ed entusiasmo de’ popoli? Mancava forse zelo e voce in que’ tempi ai vescovi e all’altre persone religiose; sussidio che non mai tanto che allora fu necessario a placar gli animi sì turbati de’ cittadini? – Certamente non si rallentò mai nell’uno e nell’altro Clero la premura della concordia, e tutta la cura di rimettere la pace; né dal canto loro ommessa fu diligenza e sperimento alcuno di quei che somministra la Religione, la carità e la sacra eloquenza. Ma troppo erano infatuati e guasti gli animi della gente. Talvolta riusciva a Religiosi di calmare gli sdegni, e di stabilire con patti e cerimonie solenni la pace fra le parti, siccome avvenne in Modena nel 1233, perché (siccome abbiamo dai vecchi Annali di questa città nel tomo XI Rer. Ital.) factae fuerunt paces Mutinensium, mediante Fratre Gerardo Ordinis Minorum, et omnes quacumque de caussa a Communi Mutinae banniti, reversi sunt, praeter quinque. Ma da lì a poco andò in fascio tutto l’accordo. Sovente ancora allorché erano per venire a battaglia i cittadini fra loro, saltava fuori il Vescovo e il Clero colle croci e colle sacre reliquie, e quetava per allora la frenesia dell’impazzito popolo; ma non giugneva a smorzare affatto il fuoco, che restando coperto sotto le ceneri, tornava dopo qualche tempo a divampare. Cose grandi fece nel secolo XIII Fra Giovanni da Vicenza dell’Ordine de’ Predicatori per istabilir pace fra i popoli della Marca Trevisana, Bolognesi ed altri di Lombardia. Ne parlano Rolandino, la Miscella Bolognese, ed altre Croniche. Ho io dato alla luce il laudo proferito in quella occasione, cioè nell’anno 1233 dal medesimo Fra Giovanni, somministratomi dai Conti Monticelli di Crema. Eransi raunati in una campagna tre miglia lungi da Verona i popoli delle città Veronae, Mantuae, Brixiae, Paduae et Vicentiae cum carrocciis, et Tarvisani, Veneti, Bononienses, Ferrarienses et de diversis partibus in maxima quantitate gentium cum insignis et vexillis. A questa mirabil assemblea di popoli, per dare maggior credito e fermezza all’accordo, era concorsa una mano di vescovi, descritto in quello strumento; cioè praesentibus Dominis Jacobo Veronensi, Fratre Gualla Brixiensi, Guidotto Mantuano, Henrico Bononiensi, Guillielmo Mutinensi, Nicolao Regiensi, Tisio Tarvisino, Manfredo Vicentino, et Nicolao Paduano, Episcopis. Pronunziò Fra Giovanni la pace e concordia fra que’ popoli, fulminò terribili scomuniche contra chi la rompesse. Ma che? non andò molto che da ogni parte si tornò alla primiera confusione. Lo stesso avvenne in tante altre città, dove le paci erano di un giorno, la discordia di mesi et anni: cotanto inviperite e portate al tumulto e alla vendetta erano le fazioni, e incapaci di quiete e di perdonare. Vedi nel tomo IX Rer. Ital. ciò che operò Jacopo da Varagine arcivescovo di Genova nell’anno 1295 per mettere fine alla fiera scissura de’ cittadini, e come presto la pace stabilita con tante fatiche si sciolse in fumo. Non senza dolore debbo io qui ricordare che in questa sorta di pazzia sopra molte altre città si segnalò quella di Modena. Nell’anno 1284 le tante sedizioni e omicidj fra’ cittadini aveano ridotta questa discorde città in un miserabile stato. Niun buon ufizio aveano lasciato indietro i fedeli suoi collegati Parmigiani, per quetare un turbine che minacciava di peggio. Ma sulle prime né pure si vollero udire i loro ambasciatori. Aggiunsero i Parmigiani ai proprj anche quei di Bologna, e finalmente con tanti argani si fermò il loro furore, ed interpostosi anche il Vescovo col Clero e colle sacre reliquie, nel palazzo del Comune fu solennemente compiuta e gridata la pace. Ma passati pochi giorni, più rabbiosa che mai tornò la discordia; di maniera che il popolo di Modena, oggidì umanissimo ed unito con pio legame di amore e pace, dee ben maravigliarsi di trovare i suoi antenati sì aspri fra loro, e sì ostinati nelle dissensioni e vendette, che infelicemente in questo detestabil vanto andarono innanzi a quasi tutte l’altre città di Lombardia. Però non senza ragione si tirarono addosso la taccia loro data dall’Anonimo Autore della Storia di Parma nel tomo IX Rer. Ital., scrivendo egli all’anno 1307: In civitate Mutinae, quae semper fuit in his partibus Lombardiae exordium motionum, et novitatum origo, ex antiquis odiis partium, scilicet Guelfae et Gibellinae, multae novitates fuerunt. Nam Mutinenses non valentes simul quiescere, se noviter diviserunt, ec.

Di sopra notai che da queste diaboliche sette indebolite e lacerate non poche città, o rimasero preda delle vicine più potenti, o si trovarono forzate a ricercare o a prendere per forza un padrone, con perdere l’antica loro libertà. Spontaneamente nel secolo XIII la città di Ferrara si sottopose al placido governo de’ Marchesi d’Este. Volontaria eziandio fu la dedizione del popolo di Modena nel 1288 ad Obizzo marchese Estense: dal qual esempio commossi i Reggiani, anch’essi nell’anno 1290 dessero lo stesso principe per loro padrone. Cioè niun altro più efficace rimedio trovato fu da varj popoli, per terminare una volta le lor funeste ed esecrabili dissensioni, che di scegliere un principe, sotto la cui possanza e prudenza tutti si contenessero in dovere e mantenessero la pace. Allora è ottimo consiglio il mutare la libertà in servitù, ché la libertà mena alla rovina la Repubblica. Non importa ora cercare, come tant’altre allora ascendessero al principato. Basta solamente dire che quasi niuna delle città d’Italia si può contare, la quale una volta o spontaneamente o per forza non passasse in potere di qualche giusto signore, o di alcun tiranno: effetto delle maledette sette finquì descritte. Benché né pur così molti impararono a quetarsi. Animi così pregni di passioni non sapeano sofferire né la libertà né la servitù. Però appena si presentava qualche occasione, che si formavano tumulti e sedizioni e cacciati i primi signori, o altri se ne prendeva, o si tornava alla libertà, più dannosa talvolta della precedente. Furonvi ancora delle città, nelle quali sì alte radici avea formato l’entusiasmo delle sette e degli odj, che né pur sotto i principi questo cessò, continuando come prima le nemicizie e vicendevoli stragi. Pubblicai nel tomo XVI Rer. Ital. il Diario Bergamasco del Castelli. Era da molti anni quella città sottoposta ai principi Visconti signori di Milano, e d’altre non poche città. Pure si osservi che a queste calamità fu sottoposto quel popolo anche circa l’anno 1400, di maniera che essa città era in total rovina, allorché nel 1428 passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia.

Del resto potrebbe tessere una lunga storia chi prendesse ex professo a descrivere tutte le detestabili azioni, ammazzamenti, mutazioni di dominj, e il flusso e riflusso e varia fortuna di queste pazze e crudeli fazioni. Altro io non aggiugnerò, se non che in esse compariva anche il ridicolo. Cioè l’una setta portava le sue bandiere, le sue vesti, il cappuccio o cappello diverso dall’altra. Avreste distinto un Guelfo dal Ghibellino dal colore e forma delle vesti, dalla maniera varia de’ capelli o sciolti, o legati in treccie, e dalla formola del saluto, e fino da certi riti in tagliare il pane e piegare il tovagliuolo. Si stese largamente ed infierì per quasi tutta l’Italia questa contagiosa discordia nel secolo XIII e XIV, e non ne andò esente né pure il principio del secolo XV. Ho pubblicato una lettera della Repubblica Fiorentina, scritta nell’anno 1406 a Pandolfo Malatesta signore di Brescia, dove si leggono queste parole: Nos hinc curabimus favore divi Numinis, nedum Gibellinae factionis reliquias estinguere, et Pisanam urbem sub ditione nostra in honorem et gloriam Guelfi nominis conservare. Cavete proditiones Gibellinorum. Nolite credere blanditiis eorum. Sint vobis suspecta Gibellinorum colloquia, quae numquam esse possunt nisi fraudibus plena et insidiis. Ubi tractatur de confirmatione et utilitate Guelforum, facite quod extra post facto non contingat vos dicere: Non putavi, ec. Ma dopo quel tempo cominciò a venir meno quella funestissima peste: o sia perché stabiliti molti e potenti principati in Italia, forzarono i popoli a sottoporsi al volere di un solo; o perché gli uomini avvedutisi della stoltizia di tali passioni, cominciarono una volta a tornare in sé stessi. Quel secolo, è vero, abbondò anch’esso di molte guerre, ma nulla si operò sotto nome o pretesto delle fazioni suddette. Solamente ritennero esse piede in alcune private famiglie, tanto che in fine cessarono affatto, e ne resta la memoria nelle sole Storie. Tuttavia Giacomo Filippo da Bergamo nel lib. XV della sua Cronica, descrivendo l’origine de’ Guelfi e Ghibellini, e le incredibili calamità che ne provennero, aggiugne: Et utinam saltem nostris temporibus extincta fuissent! Così egli circa l’anno 1503; né in ciò saprei contraddirgli. Sembra bensì difficile a credersi ciò che narra il Ghirardacci nella Storia di Bologna all’anno 1227, parlando di queste fazioni, con dire: Peste veramente orribile, e fuoco inestinguibile, che in danno e rovina di tante misere città e di tante nobili famiglie ancora non è interamente estinta. Scriveva il Ghirardacci le sue Storie nel 1596, nel qual tempo è da stupire come in Bologna restassero reliquie di tali sette, quando tanti anni prima non più s’udiva il loro nome per Italia. Fulvio Azzari nelle sue Storie MSte della Chiesa di Reggio attesta anch’egli che in quella città né pure nel 1510 erano estinte; ma non dice già che ne durasse alcuna al suo tempo. Del resto abbondano anche i nostri dì di pubbliche e private calamità, perché non andrà mai esente dalle spine l’abitazion terrena dei mortali. Ma son da dire lievi i presenti mali in confronto dei prodotti dal pestilente contagio de’ Guelfi e Ghibellini; e dobbiam rallegrarci coll’età nostra, perché quantunque non manchino guerre, e queste perniciosissime a’ paesi, pure l’interna pace e concordia regna fra i cittadini in tutte le città d’Italia, e l’amore (voglia Dio che non anche troppo in alcuna!) è succeduto agli antichi odj.

 

Note

___________________________________

 

[1] Victa. Forse Viva.

[2] Welfontis. Cioè di Guelfo III duca di Carintia e marchese della Marca di Verona, ultimo de’ maschi di quella Casa, di cui fu erede Guelfo IV figlio di Cunegonda sua sorella, e moglie del marchese Azzo Estense.

[3] Induperator. Cioè Imperator. Ma che voglia dir questo, nol so indovinare.

[4] Azo. Cioè Azzo II marchese in Italia, signore di Rovigo, Este, e di un fertilissimo tratto di paese in Lombardia e Lunigiana, da cui discendono la Real Casa di Brunsvich e la Ducale dei Duchi già di Ferrara, oggidì di Modena, Reggio, ec.

[5] Duxque. Cioè di Guelfo IV unico figlio di Cunegonda e del marchese Azzo, che nell’anno 1071 fu creato duca di Baviera, da cui discende il regnante Monarca della Gran Bretagna, essendo nata l’altra linea Estense dal medesimo Azzo marchese, e da Garsenda principessa del Maine, che ereditò quel principato.

Homepage Indice delle Dissertazioni Dissertazione 52

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011