Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  L

Della libertà, delle esenzioni e de’ privilegi delle città

e de’ Principi Italiani ne’ vecchi secoli.

Come consta dalla Pace di Costanza dell’anno 1183, con parole chiarissime fu accordata alle città e principi, compresi sotto il nome della Società di Lombardia, Marca di Trivigi, o sia di Verona, e della Romagna, la forma di Repubblica e di libertà, e furono concedute tutte le regalie da Federigo I imperadore, e da Arrigo VI re de’ Romani suo figlio. Però ad esse città fu permesso di eleggersi i loro magistrati, formar leggi, fortificar le città e castella, far paci e guerra, imporre e raccogliere i tributi, ed esercitare altri diritti dell’autorità Regale. In una parola, a qualsivoglia di quelle città sono ivi conferiti i diritti del principato, sottoposto nondimeno alla sovranità dei Romani Imperadori, o Re de’ Romani, con cessare in esse il governo de’ magistrati Cesarei o Regj, praticato ne’ vecchi antecedenti secoli, il quale per essere riuscito troppo gravoso e indiscreto ai popoli, cagion fu di tante rivoluzioni e guerre di sopra accennate. Vero è che in essa Pace di Costanza furono obbligate le città ad eleggere i loro Consoli col consenso dell’Imperadore, o de’ suoi Nunzj: pure non andò molto che anche da questo peso rimasero libere le città, e continuarono con piena libertà l’elezione de’ Consoli, o pure dei Podestà. Di qualche censo da pagarsi all’Imperadore io non veggo parola nel testo della Pace suddetta; e però è da maravigliarsi come nel privilegio od investitura data nell’anno 1192 al Popolo di Brescia da Arrigo VI fra i Re e V fra gl’Imperadori, con cui vengono confermati tutti i privilegj e le regalie a quella città, le venga imposto un annuo tributo. Leggesi ivi: Pro praedictis autem Regalibus, quae eis nos concessimus, et nunc concedimus, dabunt nobis, vel Nuncio nostro in civitate Brixiae in proximis kalendis martii, et a proximis kalendis martii in antea singulis annis pro censu duas marchas auri, cioè sedici once d’oro. Non truovo io imposto ad altre città di Lombardia alcun tributo. In Toscana bensì noi troviamo aggravata la città di Siena, perché quelle città niun luogo ebbero nella Pace di Costanza. Più lungo tempo ancora durò in quella provincia, che in Lombardia, l’autorità de' magistrati Imperiali, avendo continuato ivi ad esercitar qualche comando i Marchesi o Duchi a’ tempi del medesimo Federigo I, e alcun poco dipoi. A me inviò il fu sig. Uberto Benvoglienti lo strumento ricavato dall’archivio della Metropolitana di Siena, per cui esso imperador Federigo e re Arrigo suo figlio rendono al popolo Sanese la lor grazia e pace nell’anno 1186. Per tale indulgenza fu così pattuito: Servire etiam debent jam dicti Senenses Domino Regi de pecunia sua in quatuor millibus librarum; et Dominae quoque Reginae sexcentas libras dabunt, et Curiae quadringentas. Parrà ciò duro; ma l’Imperadore non s’era obbligato a condizione alcuna per quelle città; covava anche un mal animo contra di esse, perché nelle precedenti discordie aveano tenuto il partito di papa Alessandro III. Venne la sua, e ne fece vendetta. Scrive il Tomasi nella Storia di Siena, a non so quali autori appoggiato, che Siena nell’anno 1184 fu assediata dalle Cesaree soldatesche, e queste dal valore de’ cittadini con grave strage sbaragliate. Il vero si è che solamente nel 1186 seguì quell’assedio, come mi avvertì il suddetto sig. Benvoglienti. In un antico codice MSto si legge: Anno Domini MCLXXXVI obsedit Rex Henricus, qui postea fuit Imperator, civitatem Senensem. Et in proximo praecedenti anno Fredericus poter ejus eamdem intravit civitatem. Però in esso anno 1185 Federigo I Augusto era entrato in Siena, nel qual anno scrive il Sigonio che lo stesso Imperadore in Etruriam transgressum, omnibus civitatibus, praeter Pisas et Pistorium, totius agri jurisdictionem ademisse. Ma il Sigonio ignorò che da lì a non molto questa fu restituita ai Sanesi colla pace seguíta fra loro e il re Arrigo, deputato dal padre agli affari d’Italia, come rettamente notò il medesimo Tomasi. Ho io pubblicato il diploma d’esso re Arrigo, estratto dall’archivio dello Spedale della Scala, e dato nel 1186, in cui fra gli altri privilegj concede ai Sanesi potestatem cudende et faciende Monete in civitate Senensi; ma con aggiugnere: Pro hac tam liberali Regie Majestatis concessione Senenses nobis et successoribus nostris Divis Augustis annuatim in perpetuum quindecim diebus post Pascha apud Castrum Sancti Miniatis septuaginta marchas boni argenti et puri persolvent ad pondus Camere nostre.

Dopo la Pace di Costanza erano decaduti dalla grazia di Federigo imperadore i Cremonesi, perché egli volendo favorire i Milanesi, aveva ordinato che si rifabbricasse Crema: cosa che non sapeano digerire i Cremonesi, e da ciò era insorta guerra. Ma il medesimo re Arrigo VI nell’anno stesso 1186 li rimise in grazia sua e del padre, come consta dal documento ch’io ricavai dall’archivio di quella città, dato sub temptorio Regis Henrici feliciter, quando erat in obsidione Urbis Veteris. Ma già esso Arrigo faceva i conti sopra l’eredità de’ Regni di Napoli e di Sicilia, e per questo voleva lasciar quieta la Lombardia. Erano ancora insorte in quel tempo delle controversie fra lui e papa Urbano III; del che fa fede l’assedio da lui impreso Urbis Veteris, che suppongo Orvieto. Così lo stesso Arrigo divenuto imperadore, tuttoché pretendesse che il popolo di Reggio fosse reo di ribellione, e sottoposto al bando imperiale; pure nell’anno 1193 il trattò con assai clemenza, con rimettergli ogni offesa, e senza punto mutar le condizioni della Pace di Costanza: il che apparisce dal suo diploma, ch’io estrassi dall’archivio segreto della Comunità di Reggio. Poco fa il Sigonio ci avvertì che Federigo I niun disturbo recò alla città di Pisa, quando s’era mostrato sì rigoroso contro altre città della Toscana. In fatti gran parzialità aveano professata sempre i Pisani al partito Imperiale. Essendo poi considerabile in que’ tempi la potenza Pisana per terra e per mare, spezialmente attese Arrigo a guadagnarsi l’amore e la divozione di quel popolo nella di nuovo da lui meditata spedizione della Sicilia. Pertanto nell’anno 1193 egli concedette un ampiissimo privilegio a’ Pisani, non solamente confermando loro quel che godeano, ma eziandio donando loro assaissimo nel Regno di Sicilia con tal profusione che pare smoderata. Ma convien ricordarsi, essere due diverse cose il promettere, e il dare in effetto. Anche dei monti d’oro avea promesso il medesimo Augusto ai Genovesi per valersi del loro aiuto in quella spedizione, come abbiamo dagli Annali Genovesi nel tomo VI Rer. Ital. Ma qual esito avessero quelle belle sparate, gli stessi Annali con rotondo parlare cel dicono. Male era passata a questo Imperadore nella prima impresa contro Napoli e Sicilia, e conoscendo d’abbisognare di gagliardi soccorsi, massimamente per mare, volendone tentare un’altra; però tutto quanto richiesero a lui i Pisani tanto di privilegi che di vantaggi, senza difficoltà l’ottennero. Non consta già molto il fare scrivere una pergamena e il sottoscriverla. Ho io prodotto il suo magnifico diploma, tratto dall’archivio della Primaziale Pisana, dove fra l’altre munificenze si legge la seguente: Preterea damus et concedimus vobis in feudum medietatem Palermi, et Messane, et Salernie (cioè Salerno), et Neapolis, cum medietate agrorum et portuum, vel aliorum que excoluntur ab ipsis civitatibus; et totam Gaetam et Mazara et Trapalim, cum totis agris et ceteris que supra scripta sunt; et in unacquaque alia civitate, quam Tancredus tenet, Rugam convenientem Pisanis mercatoribus. Poteva egli maggiormente slargare la bocca? Ma chi fa leghe ingorde coi più potenti, si prepari a contentarsi poscia di poco o nulla.

Siccome vedemmo, Federigo I Augusto s’era riservato nella Pace di Costanza caussas Appellationum, o sia le appellazioni delle cause, per maggior prova del supremo suo dominio. Vedesi anche preservato questo diritto ne’ privilegj sopra accennati, conceduti alle città di Brescia e Siena. Nulladimeno affinché non riuscisse di troppo aggravio, se le appellazioni si dovessero portare al tribunale degl’Imperadori per lo più abitanti in Germania, fu decretato che nelle provincie Italiane sempre ci fosse alcuno, deputato dall’Imperadore, che ricevesse tali appellazioni, e decidesse le cause con definitiva sentenza. Già feci vedere nella Par. I, cap. 36 delle Antichità Estensi, che tal carica fu addossata ad Obizzo marchese d’Este da Arrigo VI re, e poscia confermata ad Azzo VI marchese di lui figlio o nipote. Rapportai anche nel cap. 39 il diploma con cui nell’anno 1207 Filippo re de’ Romani, fratello del suddetto Arrigo, concedette al medesimo marchese Azzo causas Appellationum de Marchia Veronensi in beneficium, con ispecificare nominatamente in his civitatibus Verona, Vicentia, Padua, Tarvisio, Tridento, Feltro, Belluno, ec. Aggiungo ora che il sopraddetto Obizzo marchese d’Este dallo stesso Federigo I fu costituito suo Vicario a ricevere le appellazioni della Marca medesima di Verona o sia di Trivigi, e dovette essere il primo, dopo la Pace di Costanza, che in quelle contrade esercitò sì nobil impiego. Ciò apparisce da due atti, il primo de’ quali, da me copiato dall’archivio del Capitolo de’ Canonici di Padova, contiene la sentenza da esso marchese Obizzo proferita nell’anno 1186 per l’appellazione a lui portata di una lite vertente fra essi Canonici e Girardo da Vigodarzere. S’intitola egli così: Ego Marchio Opizo, commissis nobis per Imperatorem Apellationibus totius Padue, atque ejus districtus, ec. Copiai l’altro atto dall’archivio insigne dell’antichissimo Monistero di San Zenone di Verona; ed è un’altra sentenza da lui proferita nell’anno 1187 per controversia di Gerardo 1686 abbate di quel Monistero da Nicolao degli Avvocati, dove ha questo titolo: Ego Opizo Marchio de Hest, Vicarius et Nuncius Domni Imperatoris Friderici ad audiendas causas Apellationum Veronae et ejus districtus, ec. Ma sì fatte appellazioni, e i Presidenti deputati per questo dagli Augusti, cominciarono dopo qualche tempo a rincrescere alle città libere; ed essendo poi sopravvenuti fieri torbidi in Italia, esse impetrarono dagli Augusti di far conoscere a’ proprj ufiziali di giustizia le appellazioni; e questo privilegio è poi durato, e dura tuttavia a’ tempi nostri. Un altro diritto fu allora conservato agl’Imperadori, ed è anche oggidì in vigore, cioè di conoscere le liti che possono occorrere o per confini, o per altri affari politici fra i principi d’Italia vassalli Cesarei, e fra le città libere dipendenti dall’Imperio, passando queste, qualora non si eleggano concordemente degli arbitri, al tribunale e giudizio degl’Imperadori, o del ministro da essi delegato in Italia. Più esempli presi dall’antichità ne potrei io recare; ma basteran solamente due. Il primo, che vidi nell’archivio della Comunità di Cremona, contiene il bando proferito da Giovanni Lilo de Asia, Missus et Camerarius Domini Henrici Imperatoris contro i Cremaschi, Milanesi e Bresciani, per avere impedito a’ Cremonesi il prendere possesso di Crema. L’anno è ivi 1190, ma dee essere il 1191, benché né pur con questo si accordi l’indizione. L’altro atto è una querela del popolo di Siena portata nell’anno 1232 alta corte di Federigo II imperadore contra de’ Fiorentini per danno loro inferito, e la sentenza del giudice contro d’essi.

Un altro privilegio accordato dall’Augusto Federigo I alle città libere di Lombardia, Marca e Romagna nella Pace di Costanza, siccome osservammo di sopra, fu quello: ut Societatem, quam nunc habent, tenere, et quoties voluerint, renovare, in eorum potestate sit. In fatti questa s’andò poi rinovando. Scrive il Sigonio che la medesima fu confermata l’anno 1185 in una Dieta di Piacenza, e che lo stesso giuramento fu di nuovo prestato nel 1195 in Borgo San Donnino dagli ambasciatori di alcune delle città collegate. Truovasi questo atto nell’antico registro della Comunità di Modena, e l’ho dato alla luce. Solamente vi truovo registrati i Legati di Verona, Mantova, Modena, Brescia, Faenza, Milano, Bologna, Reggio, terra di Gravedona, Piacenza e Padova. Era la Società di Lombardia una specie di Repubblica costituita da molte città libere collegate insieme, non già con quel determinato ordine e legame con cui si governano le Provincie Unite de’ Paesi Bassi e gli Svizzeri, ma pure regolate da varie leggi per mantenere la pubblica libertà. Ognun di que’ popoli, attento non meno alla difesa propria che degli alleati, concorreva per la sua rata ad arrolare, alimentare e reclutare il comune esercito. In certi tempi ancora e luoghi determinati si raunavano i Rettori della Società per trattare de’ pubblici affari, e provvedere ai bisogni. Se discordia si suscitava fra le città collegate, l’altre, e massimamente i Rettori della lega, accorrevano per impedire che non si venisse all’armi, o si deponessero. Nell’anno 1230, per maneggio di Eccelino da Romano, poscia infame tiranno, fu da’ Veronesi cacciato in prigione Ricciardo conte di San Bonifazio, uno de’ principali maggiorenti della fazione Guelfa, i cui antenati gran tempo erano stati Conti, cioè governatori perpetui della stessa città di Verona. Per testimonianza di Gerardo Maurisio, i Lombardi (cioè la Società di Lombardia) nell’anno seguente tanto si adoperarono, ch’esso Conte fu alle lor mani consegnato. Allora fecero premura, quod Comes juraret Societatem Lombardorum: qui et ipse juravit. Si studiarono eziandio di tirare in essa lega Eccelino ed Alberico suo fratello, ma invano, perché amendue erano spasimati Ghibellini. Aggiugne lo Storico Rolandino (lib. III, cap. 6) avere il Podestà di Padova in quell’anno o nel seguente operato tam fideliter et prudenter cum Potestatibus et Rectoribus Lombardiae, quod renovata sunt sacramenta, et Lombardorum Societas est firmata. Lo stesso fu praticato in altre occasioni simili. Che se alcuno non si voleva arrendere ai comandamenti dei Rettori della Società, contra di lui s’intimava il Bando de’ Lombardi, accennato dal suddetto Maurisio. Ma spezialmente a’ tempi di Federigo II Augusto la Lega de Lombardi tornò a rinvigorirsi, per opporsi alle novità di quel Principe, che sembrava voler battere le pedate dell’avolo suo in danno della pubblica libertà. Né pure dopo la morte d’esso Federigo II cessò, anzi più strettamente si fortificò essa Lega, perché il Ghibellinismo andava prendendo gran piede. Ho io pubblicato uno strumento, esistente nel registro antico del Comune di Modena, da cui apparisce che nella città di Brescia l’anno 1252, per cura del cardinale Ottaviano, diacono di Santa Maria in Via lata, concorsero i Deputati di Milano, Alessandria, Brescia, Mantova, del Marchese d’Este e Comune di Ferrara, di Bologna, Modena, Parma, dell’Università de’ Piacentini, Reggiani e Cremonesi estrinseci, o sia fuorusciti, cioè cacciati fuori delle loro città, e di Alberico da Romano, e del Comune di Trivigi, e tutti a riserva de’ Reggiani juraverunt Societatem Lombardiae, Marchiae, Trivisinae et Romaniolae, in cui anche entrò per la sua quota la Chiesa Romana, obbligandosi il pontefice Innocenzo IV di mantenere trecento Militi, cioè soldati a cavallo, ducento de’ quali ad tres equos, et alios ad duos. Si vede che anche Novara e gli Estrinseci di Vercelli vi aderirono, e fu conchiuso di dar soccorso Domino Marchioni Extensi, Domino Albrico de Romano, et Comiti Veronensi (così era chiamato il conte di San Bonifazio) et Domino Beaquino de Camino, e a’ fuorusciti di Vercelli. Erano tutti questi contraenti Guelfi, i quali con questa lega si provvidero contra di Eccelino da Romano, ed Oberto marchese Pelavicini, potenti caporioni della parte Ghibellina, dominante in Verona, Vicenza, Padova, Piacenza, Reggio, Cremona e Vercelli. Accresceva il loro timore la calata in Italia di Corrado figlio di Federigo II, allora re di Germania, che veniva a prendere l’eredità delle Due Sicilie. Ho io le lettere di Lodrisio Crivello Milanese, in que’ tempi podestà di Brescia, scritte a Bonifazio Canossa podestà allora di Mantova, come anche del suddetto cardinale Ottaviano, e di Gregorio da Montelungo. Legati Apostolici, le quali perché riguardano gli affari politici di quegli sconcertati tempi, le ho perciò date alla luce. Me le somministrò il sig. Filippo Argelati, da cui poco fa abbiam ricevuto la Biblioteca degli Scrittori Milanesi. Quivi ancora si legge la sentenza di scomunica fulminata dal suddetto pontefice Innocenzo IV contro l’infame Eccelino da Romano. Dissi che fu conceduto alle città libere d’Italia di formar nuove leggi, le quali furono appellate fin d’allora e tuttavia si chiamano Statuti, de’ quali ho detto qualche cosa nella Dissertaz. XXII. Ora debbo aggiugnere che nel secolo XII si cominciò a raccogliere e pubblicare queste Leggi Municipali, e molto più nel susseguente secolo, avendone ogni città formato un corpo. Chiunque veniva eletto podestà, si obbligava di osservare tutti gli Statuti di quella città, al cui governo era stato chiamato. Mancando a ciò, ne rendeva conto nel sindacato. Nulla più fa conoscere qual fosse anticamente la forma del governo di esse città libere, quanto l’osservare i loro vecchi Statuti, ne’ quali compariscono i lor magistrati, e i loro obblighi ed autorità. Il perché ho io creduto di far piacere al Pubblico, e di giovare agli amatori dell’erudizione de’ secoli di mezzo, con pubblicare gli antichi Statuti della città di Pistoia, ch’io ottenni dal sig. Uberto Benvoglienti, dottissimo gentiluomo Sanese. La maggior parte d’essi fu fatta dopo l’anno 1200. Tali Statuti si veggono illustrati da erudite annotazioni del medesimo sig. Benvoglienti, e corteggiati da varj antichi strumenti, onde può venir luce alla cognizion di que’ tempi.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011