Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XLVIII

Della Società de’ Lombardi,

e d’altre città d’Italia per conservare la libertà,

e delle Paci di Venezia e di Costanza.

Come già in addietro ho fatto vedere, molte delle città d’Italia s’erano messe in libertà nel secolo XI, e più precisamente nel dodicesimo. Niuna forse fra loro si trovava, che ricusasse di essere sottoposta agl’Imperadori, e di riconoscere la loro sovranità. Ma niuna si sentiva più voglia di essere governata dagli Ufiziali Cesarei, come Marchesi, Conti, ec., o per averne forse provato assai scomodo e disgustoso il reggimento, o perché gustavano meglio il reggersi co’ proprj magistrati; e questa era la maggior passione e brama di ciascuna. Intanto una tale libertà e mutazion di governo, per quanto pare, non era stata approvata né stabilita per qualche chiaro e general consenso e privilegio degl’Imperadori. Tacevano, serravano gli occhi essi Augusti Germanici, e dallo stesso lor silenzio si figuravano le città accresciuto diritto al proprio governo, giacché la consuetudine negli affari politici prende forza di legge. In tale stato era l’Italia, quando nell’anno 1154 calò in Italia Federigo I eletto re de’ Romani, persona di gran coraggio, di elevato ingegno, e ornato di molte belle virtù che avrebbero potuto alzarlo al sommo della gloria, se l’ira congiunta con una smoderata ambizione non l’avesse in fine precipitato. Conduceva egli seco un intenso desiderio di ridare al Romano Imperio l’antica faccia, e di ricuperare tutti i diritti dei Re d’Italia e de’ vecchi Imperadori, che fra le sedizioni e guerre de’ tempi precedenti aveano patito una gravissima decadenza. Né gli mancò bella occasione per tentar quest’impresa. Già era forte cresciuta la potenza e fama dell’inclita città di Milano sopra l’altre città della Lombardia, sì per le sue ricchezze, come per la moltitudine del popolo e per la sua perizia dell’arte militare. Non contenti que’ cittadini del proprio distretto (tentazione solita a nascere in chiunque sente il vigore delle sue forze), aveano obbligato i Comaschi, i Lodigiani ed altri confinanti popoli a prestare ubbidienza al loro imperio. Minacciavano, e dalle minaccie passavano alla guerra contra de’ Pavesi, Cremonesi, ed altre vicine città: mestiere che suscitò l’odio e lo sdegno di molti contro di loro. Appena dunque Federigo, corteggiato da un possente esercito, entrò in Italia, che alcune città e principi, congiurati a reprimere la baldanza e fortuna de’ Milanesi, maggiormente attizzarono l’animo di lui, per le altrui doglianze già dianzi irritato, e molto più pel cattivo accoglimento fatto a’ suoi Messi dal popolo di Milano. Odasi Sire Raul nel tomo VI Rer. Ital. Tunc Mediolanenses cum Papiensibus erant in guerra. Venit ergo Fridericus, ut Longobardos miro modo subjugaret. Et quum sibi videretur necessarium alteram partem eligere, utilius duxit parti, Papiensium adhaerere, ne si Mediolanensium partem amplexus esset, altera parte Longobardiae subjugata, Mediolanenses, qui fortiores erant, rebelles existerent. Ciò che allora e dipoi operasse Federigo per ottenere l’intento suo, non è materia da leggersi qui, ma sì bene nelle Storie di Ottone da Frisinga, di Radevico, di Ottone Morena e d’altri scrittori, esistenti nella mia Raccolta Rer. Ital. Debbo io qui solamente avvertire, che da che insorse sospetto, e sospetto giusto, che questo altero Imperadore nulla meno meditava che di mettere in ceppi tutta l’Italia, riducendo i popoli a quella servitù (e forse più greve) che fu in uso a’ tempi di Carlo Magno e di Ottone I, e di guastare i diritti, comodi e consuetudini da lungo tempo introdotte in queste contrade; cominciarono le città più forti e i principi maggiori a provvedere per non lasciarsi facilmente divorare da questo lione. Stava sul cuore di ognuno la crudeltà di lui, che non contento di aver preso coll’armi alcune città, solamente ree per non aver tosto ubbidito a’ suoi cenni, spogliatosi di ogni misericordia, le avea ancora date alle fiamme, o pure spianate al suolo. Ognuno paventava per sé, e nell’altrui eccidio e rovina contemplava la propria.

Il perché non solamente i Milanesi, Bresciani, Veronesi, Bolognesi, ed altre città, ma anche Adriano IV papa e Guglielmo re di Napoli e Sicilia si diedero a manipolar segretamente delle leghe contro l’arti e smoderata cupidigia di Federigo. S’era alterato il Papa per gli affronti fatti in Germania a’ suoi Legati, cardinali della Chiesa Romana, ed anche per le minaccie di esso Imperadore, che spiravano troppa alterigia. In oltre pareva che Federigo si volesse attribuire più autorità sopra di Roma, che non aveano fatto i suoi predecessori. Imperocché avendo i Romani, per suggestione di Arnaldo da Brescia, rimesso in piedi il Senato, e cacciato anche il Prefetto di Roma, il qual magistrato fin da’ vecchi tempi risedeva in essa città per gl’Imperadori, e vi durò fino a’ tempi d’Innocenzo III papa, come abbiamo dalla sua Vita; Federigo nell’anno 1159 ben ricevuti gli ambasciatori del Senato e Popolo Romano, con essi trattò non solamente di rimetter ivi il Prefetto, come s’ha da Radevico (lib. II, cap. 41), ma anche de stabiliendo Senatu: dal che proveniva un grave squarcio all’autorità e a’ privilegj dei Romani Pontefici. Oltre a ciò Guglielmo re di Sicilia gran fondamento avea di temer la potenza e i disegni di Federigo: giacché nello stesso anno che questi prese la corona imperiale fuori di Roma, cioè nell’anno 1155, già volgeva in sua mente la rovina di esso Guglielmo, e poco mancò che non movesse allora l’armi contra di lui, come attesta Ottone Frisingense nel lib. Il, cap. 25 de gest. Frider. Ma pochi finora osavano di palesarsi nemici di un sì poderoso Imperadore. I soli Milanesi, mentre gli altri per paura stavano quieti, quei furono che più d’una volta a visiera calata si opposero alle pretensioni dell’Imperadore, e sostennero la guerra, finché ebbero forze. Male per loro; perché unitisi con Federigo parecchi popoli per atterrar Milano, appellato da essi il loro Martello e Flagello, finalmente nell’anno 1162 furono obbligati a rendersi a lui con alcune condizioni, che poi pretesero non osservate da lui. Fu allora che la nobilissima città di Milano provò la barbarica crudeltà di questo Augusto; smantellate furono le sue mura, case ed antichi monumenti, spianate le fosse; né pure i sacri templi andarono esenti dallo sdegno e furore del superbo vincitore. Tutto il popolo, disperso qua e là, per molto tempo restò bersaglio di tutte le calamità e delle incessanti avanie degli Ufiziali Cesarei, come si può vedere nella Cronichetta di Sire Raul.

Il miserabil eccidio di così potente e splendida città, a cui tenne dietro la resa di Brescia e di altre città, sparse il terrore per tutta l’Italia, ed oramai pareva che Federigo potesse a talento suo aggirar tutti gli affari di queste provincie, e di aver compiuta l’opera, di cui avea gittate le fondamenta fin l’anno 1158 con felice successo. Imperocché allora nella gran Dieta di Roncaglia, dove erano concorse quasi tutte le città e i principi di Lombardia, super justitia Regni, et de Regalibus, quae longo jam tempore seu temeritate pervadentium, seu neglectu Regum, Imperio deperierant, studiose disserente Friderico, quum nullam possent invenire defensionem excusationis, tam Episcopi, quam Primates et civitates uno ore, uno assensu, in manum Principis Regalia reddidere, primique resignantium Mediolanenses exsitere. Se di buon cuore, Dio vel dica. Così Radevico, lib. II, cap. 5. Veggasi ancora Ottone Morena nella Storia di Lodi. Cosa s’intendesse col nome di Regalia, ce lo spiega lo stesso Radevico, dicendo: Adjudicaverunt Ducatus, Marchias, Comitatus, Consulatus, Monetas, Telonia, Fodrum, Vectigalia, Portus, Pedatica, ec. Lo stesso Federigo spiegò quali fossero le Regalie nel diploma, con cui confermò nell’anno 1169 i privilegi al popolo d’Asti, stampato dall’Ughelli nel tomo IV dell’Italia Sacra, ma con alcuni nomi guasti. Haec itaque (dice Federigo) Regalia esse dicuntur: Moneta, Viae publicae, Aquatica, Flumina, publica Molendina, Furni, Furestica, Mensurae, Banchatica, Portus, Argentaria, Pedagia, Piscationis reditus, Sextaria vini et frumenti, et eorum quae venduntur, Placita, Batalia, Rubi, Restitutiones in integrum, et alia omnia quae ad Regalia jura pertinent. Contuttociò Federigo, per conciliarsi la gloria della liberalità, e per isfuggire in qualche maniera l’odio degl’Italiani, his omnibus (come seguita a dire Radevico) in Fiscum adnumeratis, tanta circa pristinos possessores usus est liberalitate, ut quicumque donatione Regum aliquid horum se possidere instrumentis legitimis edocere poterat, is etiam nunc Imperiali beneficio et Regni nomine id ipsum perpetuo possideret. Durante tanta felicità di Federigo Augusto, i Genovesi, che in addietro s’erano mostrati duri a sottomettersi al di lui volere, conobbero nell’anno 1162 che conveniva mutar parere. Racconta Caffaro autore contemporaneo nel tomo VI Rer. Ital. — Fridericum prae cunctis Caesaribus intendendo ad reintegrationem Imperii, sub jugo triumphationis suae universorum colla subjecisse. Poscia dopo aver narrato il deplorabil eccidio di Milano, soggiugne: Sicque factum est, ut omnes civitates et loci Lombardiae, et maritimarum partium usque Romam, nimio timore perterriti et commoti, in omnibus Imperatori obedientes fuerunt. Perciò spedirono i Genovesi ad esso Imperadore i loro Legati, acciocché coram ipso jurarent fidelitatem Imperii; quibus ille cuncta Regalia civitatis, et possessiones, quas tenebant, et multa alia concedendo, per privilegium aureo sigillo signatum in perpetuum signavit et confirmavit. Perché Federigo, tuttavia meditando l’impresa del Regno di Napoli, conosceva quanto gli potesse dar mano la potenza e il valore de’ Genovesi, concedette loro quanto richiesero, e spezialmente lasciò loro intatto il gius di eleggersi i loro Consoli, laddove a varie altre città libere avea mandato dei Podestà. Ho io dato alla luce il diploma del medesimo Federigo, molto onorevole per quella Repubblica, dato adì 5 di giugno l’anno 1162 in Pavia post destructionem Mediolani (fatto veramente da gloriarsene) et deditionem Brixiae et Piacentiae. Anche il popolo di Ferrara, per testimonianza di Ottone Morena, circa questi tempi ricevette un Podestà da esso Augusto. Ma nel 1164 per guadagnarsi l’amore ed aiuto d’essi Ferraresi, perché si scorgevano de’ nuvoli in Italia, confermò ad essi con suo diploma, da me pubblicato, tutti i lor diritti e buone consuetudini, esprimendo spezialmente liberam facultatem eligendi Consules. Fu esso privilegio spedito apud Sanctum Salvatorem juxta Papiam IX kalendas junii. Similmente nell’anno 1165 maggiormente si affezionò il popolo di Mantova colla concessione di varie esenzioni, e colla conferma delle regalie, siccome consta dal documento ricavato dall’Archivio Arciducale di quella città, ch’io ho dato alla luce.

Toccava il ciel colle dita Federigo in tanta fortuna delle sue armi e del suo senno; ma lungamente non durò così bel sereno. Senza sua saputa, come si può credere, i suoi Ufiziali commettevano mille avanie ed ingiustizie sopra i popoli soggiogati, opprimendo ognuno con insoffribil alterigia, strapazzi ed avarizia, senza ricordarsi del celebre detto di Lucano: Spoliatis arma supersunt. Pertanto nell’anno 1167 i Lombardi, con seguitare i consigli della disperazione, non volendo più soffrire il crudo e disordinato governo de’ Tedeschi, di nuovo si diedero a macchinar delle congiure segrete, che poi proruppero in ribellione e guerra aperta. Do per testimonio delle ribalderie di que’ ministri Acerbo Morena storico di que’ tempi, il quale tuttoché attaccatissimo a Federigo Augusto, pure dopo aver narrato, come gli Ufiziali Cesarei più del solito inferocivano, opprimendo e ingiuriando i poveri Lombardi in molte e varie maniere, così scrive: Mediolanenses quum multo magis quam alii Longobardi ita opprimerentur, quod nullo modo evadere aut vivere posse putarent, tamdem cum Cremonensibus et Pergamensibus, atque Brixiensibus, seu Mantuanis ac Ferrarensibus colloquium fecerunt. Qui omnes quum insimul coadunati fuissent, ac mala et incommoda a Procuratoribus Imperatoris et Missis sibi illata vicissim inter se retulissent, melius esse cum honore mori, si oporteret, et aliter fieri non posset, quam turpiter et cum tanto dedecore vivere statuerunt. Quapropter illi statim foedus omnes inter se inierunt et concordiam, ec., salva tamen, sicut dicebatur palam, Imperatoris fidelitate. Ed ecco il frutto de barbarici governi. Molto prima, cioè nell’anno 1164, s’erano ribellati dall’Imperadore per le cagioni stesse i Veronesi, Padovani, Vicentini, Trevisani, ed altri popoli di quella Marca, i quali poi s’accostarono agli altri malcontenti Lombardi, e stabilirono concordemente una lega contra di Federigo. Il nerbo di quella guerra, cioè la pecunia, per attestato del medesimo Acerbo Morena, lo somministravano i Veneziani; giacché né pur essi si reputavano sicuri da un Augusto superbo nella sua fortuna, e tuttodì macchinatore di cose più grandi. Più ancora fu promesso ai Lombardi da Guglielmo re di Sicilia, anzi fin dallo stesso Manuele imperador de’ Greci a petizion degli Anconitani, che godevano allora la protezione del Greco Imperio, e n’erano come sudditi. Anche Alessandro III legittimo pontefice, da che Federigo fomentava lo scisma e gli Antipapi, buon rinforzo di danaro somministrava ai Lombardi. Di qui pertanto nacque la Lega o sia la Società de’ Lombardi, in cui a poco a poco concorsero i Veneziani, Bolognesi, Modenesi, Reggiani, Cremaschi, Cremonesi, Parmigiani, Piacentini, Comaschi, Novaresi, Vercellesi, Astigiani, Obizzo Malaspina marchese, ed altri magnati e popoli, risoluti di non più tollerare l’esorbitante alterigia di Federigo, e l’insolenza e rapacità degli Ufiziali Tedeschi. Con quai patti si collegassero queste città, si raccoglie dallo strumento dell’anno 1167, estratto dall’archivio della città di Bologna, che ho dato alla luce. Giurano ivi ciascun d’essi collegati di aiutare e difendere Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Trevigi, Ferrara, Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Modena, Bologna; le quali città doveano esser entrate anch’esse in lega. Il Continuatore di Acerbo Morena all’anno 1168 scrive che nuovi collegati, e nominatamente i Comaschi, accrebbero le forze di questa lega, e vi s’aggiunse ancora Obizzo marchese Malaspina, uomo di gran senno, di cui massimamente fu fatto conto in quelle scabrose faccende. Le condizioni colle quali entrò nella Società suddetta, si leggono in altro strumento del 1168, ricavato dall’antichissimo registro della Comunità di Reggio, ed esistente eziandio in quel di Bologna. A tale atto, da me pubblicato, intervennero i deputati delle città suddette e vi si leggono ancora quei di Novara, Vercelli, Alessandria (nascente città), di Lodi, di Mantova e Tortona. Nel progresso poi del tempo tali forze acquistò essa lega, che fu chiamata Societas Lombardiae, Marchiae (cioè della Marca di Trivigi), Romaniae, Veronae et Venetiae. Veggonsi ancora nell’archivio di Bologna tre giuramenti delle città confederate, ch’io ho dati alla luce, in cui tutte vicendevolmente si obbligano di star salde nel proposito, di non far paci private, e di far guerra viva all’Imperador Federigo, e al Marchese di Monferrato, e ai Conti di Biandrate, partigiani di esso Augusto. Apparisce ancora da essi che era stato già stabilito un Consiglio e Rettore di quella lega, senza il cui consenso nulla di rilevante s’avea da intraprendere. In qual città fosse la residenza di tal Consiglio e Governatore della Società, non l’ho trovato. Si vede il giuramento prestato nell’anno 1176 dai Rettori della medesima, estratto dall’archivio di Bologna.

Convien ora tornare all’anno 1167, in cui rientrò il popolo di Milano nella desolata città, e si diede a fortificarla e ad arrolar gente per la propria difesa: al che non mancò l’aiuto dell’altre amiche città. Federigo intanto avendo perdute le penne nell’assedio di Roma per una fiera pestilenza, onde perì la maggior parte dell’esercito suo, fu forzato a fuggirsene d’Italia; e quantunque più volte poi si rimettesse in forze, e tornato in Lombardia con lunghe guerre inquietasse i popoli resistenti, pure non mal si gloriò di averli sconfitti; anzi nella battaglia di Legnano nel 1176 tal percossa riportò da essi, che fu creduto morto, e si trovò forzato a ritirarsi in Germania. Quivi disingannato una volta dalle sue alte idee, cominciò ad ammettere pensieri di pace. Ne fece pertanto segretamente istanza a papa Alessandro III, il quale dopo aver disposte le cose, si portò finalmente a Venezia, e quivi nell’anno 1177 felicemente compiè quell’affare con Federigo, come risulta dagli atti d’essa pace, rapportati dal cardinal Baronio, e nel tomo III, Par. I Rer. Ital. Parve allora che il Pontefice con egual premura trattasse non meno i suoi, che gl’interessi delle collegate città; l’esito nondimeno mostrò che si spensero bensì le controversie da tanto tempo insorte tra il Sacerdozio e l’Imperio; ma che per li Lombardi null’altro si ottenne che una tregua di sei anni: con che restavano come prima esposti a nuove guerre e calamità. Il perché Sire Raul (pag. 1192 del tomo VI Rer. Ital.) scrisse: Statuerunt colloquium apud Venetiam, publice simulantes se velle componere inter Langobardos et Imperatorem. Poi soggiugne, Papam deseruisse fidem, quam Langobardis promiserat: cioè si lamenta perché il Pontefice, intento al proprio negozio, poco vantaggio procurò ai Lombardi, i quai pure aveano sostenuto il peso di quella guerra, e passati tanti guai con effusione di sangue e danaro, che finalmente indussero Federigo ad acconciarsi col Papa, ma non già con loro. Resta ora da cercare, in che consistessero le pretensioni de’ Lombardi: dal che poi risulterà, qual fosse allora lo stato degli affari, e il motivo della discordia tra esso Imperadore e le città di Lombardia, che tante guerre produsse. Molto di luce recò in questo proposito il Sigonio nel lib. XIV de Regno Italiae. Ma perché l’antico archivio della Comunità di Modena mi ha qui somministrato molte memorie ch’io ho rendute pubbliche, c’istruiranno esse di quelle faccende. Quivi dunque, siccome ancora nell’archivio di Bologna, esiste il giuramento prestato nell’anno 1173 da’ Consoli di alcune città Lombarde, co’ quali vanno anche uniti quei di Bologna e di Rimini. Promettono tutti, quamdiu discordia durabit inter Imperatorem F. dictum ex una parte, et Veneciam, et Civitates Marchiae et Lombardiae et Romaniae, di andar tutti d’accordo, e di non permettere che sia riedificato il castello di Crema. In fine si legge: Actum Mutinae in Dominorum Cardinalium praesentia, Ildebrandi videlicet, et Tudini, et Albergoni Regini Episcopi, ec. Scrive il Sigonio, essere intervenuti a questa dieta di Modena Hildebrandum Crassum Episcopum Mutinensem, et Albergonum, Cardinalem utrumque. Mancò qui al Sigonio la sua solita diligenza. Due furono i cardinali che vi assisterono, cioè l’uno Ildebrando e l’altro Todino, cardinale anch’esso di gran nome, e di cui abbiam menzione nello Spicilegio della Chiesa di Ravenna nella Parte II del tomo II Rer. Ital. e presso altri Autori. Albergono o Albricone, chiamato Alberico dall’Ughelli, fu veramente vescovo di Reggio, ma non cardinale. Forse anche non ha buon fondamento l’appellar egli quell’Ildebrando cardinale vescovo di Modena, Imperciocché in quell’anno a questa chiesa presedeva Henricus Episcopus, il quale o perché finisse i suoi giorni, o rinunziasse, o fosse cacciato, ebbe per successore o nel medesimo anno o nel seguente il vescovo Ugo. Durante lo scisma, fu ben commessa ad esso cardinale Ildebrando l’amministrazione della chiesa di Modena; ma ch’egli ne fosse ancora vescovo, non ho trovato memoria alcuna che lo attesti.

Del resto in addietro la Società de Lombardi unicamente sembrava voler la propria difesa, protestando salva la fedeltà all’Imperadore. Nel documento poco fa rapportato, deposta ogni simulazione, il dichiara nemico, facendo valere, a mio credere, la scomunica contra di lui fulminata da papa Alessandro III, e tenendolo come deposto. Dopo due anni, cioè nel 1175, ributtato Federigo dall’assedio di Alessandria, e nel seguente virilmente respinto dai Milanesi, scorgendo egli in cattiva positura i proprj affari, giacché i Consoli di Cremona andavano spargendo semi di pace fra lui e i Lombardi, o con sincero o con finto animo, mostrò di volere dar mano alla concordia. Pertanto si venne al progetto di eleggere degli arbitri per trattar di essa pace, e fu accettato da ambe le parti. Il compromesso allora fatto in Pavia, tratto dall’archivio del Comune di Modena, l’ho dato alla luce. Seguì tregua per questo; furono restituiti i prigioni, e risoluto che tre per parte si avessero da eleggere, che trattassero di essa pace, e mediatori ne fossero i Consoli di Cremona. Ivi si vede che Eccelino da Onara, avolo del crudele Eccelino da Romano, e Anselmo da Doara erano Rettori della Società de’ Lombardi; e che a quel congresso intervennero varj Consoli Societatis Lombardiae, Marchiae, Veneciae, Romaniae, cioè quei di Milano, Brescia, Verona, Piacenza, Trivigi, Vicenza, Bergamo, Parma, Lodi, Vercelli, Tortona, Novara, Reggio, Ferrara ed Alessandria. I Consoli di Pavia e il marchese Guglielmo di Monferrato giurarono di non offendere Alessandria. Fra gli assistenti a Federigo si truovano l’Arcivescovo di Colonia suo fratello, l’Arcivescovo di Treveri, il conte Uberto di Savoia, Ottone conte Palatino, Enrico Guercio marchese, Schenella conte di Collalto. Andò in fascio da lì a poco ogni trattato, perché l’Imperadore, uomo troppo forte ne’ suoi voleri e proponimenti, non si lasciava piegare in conto alcuno. Forse anche egli con animo poco sincero mostrò inclinazione alla pace per addormentare Lombardi, tanto che gli arrivassero i soccorsi che aspettava di Germania, onde poter continuare il suo giuoco. Ma nel seguente anno 1176, avendo Federigo ricevuto una buona percossa dai collegati, si sentì veramente mosso a desiderar la pace, che fu poi conchiusa, nella forma che accennamo, in Venezia. Invitati ad essa i confederati, quai patti richiedessero, si raccoglie da un documento estratto dall’archivio di Modena. Il Sigonio, a cui non fu esso ignoto, stimò che appartenesse all’anno 1183 e alla pace di Costanza; ma certo è che s’ha da riferire all’anno 1177, e a’ preliminari della pace di Venezia, perché vi si legge: Societas Lombardiae et Marchiae et Romaniae et Veronae et Veneciae optat atque desiderat habere pacem et concordiam et gratiam Domini F. Imperatoris, hoc modo, videlicet: ut Dominus Imperator habeat pacem et concordiam cum sacrosancta Romana Ecclesia, omnium Fidelium matre, et ejusdem Ecclesiae suo Pontifice Domno Alexandro. Adunque non era peranche seguita concordia fra papa Alessandro e l’Augusto Federigo. Oltre di che esso Pontefice passò a miglior vita nell’anno 1181, e però atto tale non può convenire all’anno 1183. Le città della Lega ivi nominate son le seguenti: Cremona, Milano, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Trivigi, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Alessandria, Vercelli, Novara, Obizzo marchese Malaspina, il conte di Bertinoro, Ruffino castellano di Trino, e tutti i castellani del loro partito. Si protestano essi collegati pronti a fare all’imperador Federigo omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris Henrici Imperatoris antecessoribus suis sine violentia vel metu fecerunt. Chieggono poscia la libertà di eleggersi i loro Consoli, di fortificar le loro città e castella, di tener ferma la loro Società. Si dichiarano pronti a pagare Fodrum Regale et consuetum, consuetam Paratam, quum vadit Romam gratia accipienda coronae. Dimandano la restituzion delle regalie tolte da lui a’ cherici e laici: Consuetudines etiam et commoditates, quas civitates et omnes de Societate habere consueverunt in pascuis, piscationibus, molendinis, furnis, tabulis cambiatorum et negociatorum, macellis, domibus, quas habent aedificatas in viis publicis, vel supra vel juxta vias publicas, et aeternas consuetudines antiquas eisdem civitatibus et omnibus de Societate quiete habere et tenere permittat. Sotto il nome di Consuetudini vo’ io credendo che i Lombardi comprendessero anche la giurisdizione e il mero e misto imperio, perché già n’erano da gran tempo in possesso. Anche nel 1210 Ottone IV imperadore, confermando i diritti e privilegi alla Repubblica di Bologna, espressamente dice di concedere e confermare quaecumque habuit et tenuit in jurisdictionibus tam civilium causarum quam criminalium, ec., et in Officialium creatione, et ceteris bonis Consuetudinibus et tenutis, habitis vel detentis temporibus Antecessorum nostrorum Friderici et Henrici Romanorum Imperatorum.

Dissi solamente accordata dall’imperador Federigo ai Lombardi nella pace di Venezia una tregua di sei anni. L’atto della medesima, estratto dall’archivio della Repubblica Bolognese, l’ho dato alla luce. Da esso apparisce quali città e persone fossero vecchiamente del partito dell’Imperadore, o poco dianzi si fossero unite con lui. Cioè Cremona (che sempre era camminata con poca sincerità nella Società Lombarda), Pavia, Genova, Tortona, Asti, Alba, Torino, Ivrea, Ventimiglia, Savona, Albenga, Casale di Santo Evasio, Monteveglio (nel Bolognese oggidì), Imola, Faenza, Ravenna, Forlì, Forlimpopolo, Cesena, Rimini, Castrocaro, il marchese di Monferrato, i conti di Biandrate, i marchesi del Vasto (in Piemonte) e del Bosco, i conti di Lomello. Fra le città della lega si veggono nominate le già riferite di sopra, colla giunta solamente di Carsino e Belmonte, degli uomini di San Cassiano e della Dozza. Si esprimono le condizioni e sicurezze per la tregua, e che in tal tempo non si possa forzare alcuno a giurar fedeltà all’Imperadore, né processare per la non dimandata investitura. Veggasi l’Autore della Vita di papa Alessandro III nella Parte I del tomo III Rer. Ital., da cui apparisce che Federigo la fece giurare col mezzo del conte Arrigo di Dedo alla presenza sua, del Papa, e di tutti i Cardinali, vescovi e principi; e di tal giuramento ho io prodotto l’atto, ricavato dall’archivio del Senato di Bologna, siccome ancora un altro con cui Federigo per maggior cautela e sicurezza de’ collegati chiaramente dichiarò che niuno incorrerebbe in pena per non aver chiesta l’investitura durante la tregua. Terminata la pace di Venezia, tornò la tranquillità per quasi tutta l’Italia, e ne’ suddetti sei anni di tregua non si cessò di andare trattando per venire ad una pace stabile fra esso Imperadore e i Lombardi, e loro aderenti. Ma spezialmente v’accudì l’una e l’altra parte nel 1183, prima che spirasse la tregua. Vo io dunque a rapportare gli atti di quella famosa pace, che nell’anno stesso conchiusa in Costanza formò un’epoca delle più rilevanti per gli affari d’Italia. E primieramente s’ha da avvertire che ne’ tempi addietro alcune città furono sempre del partito di Federigo o apertamente o copertamente, e tale sopra l’altre fu Pavia, siccome da gran tempo nemica de’ Milanesi [1]. Alcune eziandio si trovarono, che non volendo aspettare l’esito della Dieta di Costanza, stimarono di farsi merito con esso Imperadore ricercando la sua grazia. Una di queste fu Tortona, che ottenne buoni patti da lui: il che apparisce dallo strumento scritto nel dì 4 di febbraio dell’anno 1183, che io ho dato alla luce, siccome ancora da un altro in cui i Consoli della medesima città nel giorno stesso giurano fedeltà all’Augusto Federigo, al Re Arrigo suo figlio e all’Augusta Beatrice.

Quanto all’incontro operassero l’altre città costanti nella Lega contra d’esso Imperadore, lo mostreran gli atti ch’io ho tratto dall’archivio della Comunità di Modena, degni troppo di luce per riguardare un sì importante punto della Storia d’Italia. Oggidì, qualor si tratta di rimetter pace fra i Re, sogliono precedere mille atti e preliminari. Ma par bene che i nostri maggiori non ignorassero l’arte di trattare i pubblici affari. Il primo passo adunque che fu fatto per aprir l’adito alla desiderata pace, fu un congresso tenuto in Piacenza nel dì 30 di aprile del 1183, alla presenza di Tedaldo vescovo di quella città, e di Obizzo marchese Malaspina, e di molti Rettori, Consoli e Sapienti Societatis Lombardiae, Marchiae et Romaniae, in cui Guglielmo vescovo d’Asti e il marchese Arrigo Guercio e due cortigiani dell’imperador Federigo lessero le lettere colle quali esso Augusto concedeva loro licenza e facoltà di trattar di pace fra lui e i Lombardi, promettendo di ratificare quel che essi avessero conchiuso. In tal maniera si fece l’apertura di un congresso di pace. Nel giorno seguente, primo di maggio, si trattò fra i deputati, e si convenne fra loro sopra alcune delle condizioni dell’accordo; e si vede l’atto con cui i Consoli di Milano, Brescia, Piacenza, Mantova, Lodi, Bologna, Bergamo, Vicenza, Novara e Modena giurarono di tener saldo ed osservare quanto s’era stabilito coi ministri Cesarei. Accordati che furono questi preliminari, e sembrando che l’una e l’altra parte con animo sincero inclinassero alla concordia, tutti passarono alla città di Costanza, dove s’era portato l’Augusto Federigo col re Arrigo suo figlio, per discutere il resto de’ punti controversi per giugnere all’accordo. Due altri atti, ricavati dall archivio del Comune di Modena, e da me pubblicati, non so se appartengano al congresso di Piacenza, o pure di Costanza. Nel primo si scorge quai patti, esenzioni e privilegi intendesse Federigo di concedere ai Lombardi, e quali altresì fossero le dimande di essi Lombardi. Nel secondo abbiamo i punti accordati fra esso Augusto e la Società di Lombardia. Si aggiugne un altro atto, probabilmente precedente ai due suddetti, contenendo esso le pretensioni di Federigo e del Re suo figlio, con approvazione di quanto era stato conchiuso nel congresso di Piacenza. Condotte a questo termine le cose, venne finalmente il felicissimo giorno in cui generosamente l’imperador Federigo diede la pace alle città di Lombardia, e a’ lor collegati di Romagna. Scelto fu il dì 25 di giugno per solennizzare questa memorabil pace nella città di Costanza. Son così noti e tante volte consegnati alle stampe gli atti di essa pace, ch’io avrei potuto astenermi dal darli di nuovo alla luce. Ma osservato che tutte le copie stampate abbondano di errori ed esigono correzione, ho creduto meglio di farne una nuova edizione. Per essa mi son servito non solamente dell’antichissimo registro della Comunità di Modena, ma di un altro ancora di non minore antichità, conservato nell’archivio di quella di Reggio. Ebbi anche alla mano un vecchio codice Romano, dove gli atti stessi son registrati; e due copie parimente me ne inviò l’abbate di Ponte Vico Filippo Garbelli, dottissimo amico mio, l’una estratta dall’archivio della città di Brescia, e l’altra dall’antico codice in pergamena del Monistero di Santa Giulia di quella città. Con tali soccorsi ho procurato di darne una più esatta edizione, notando tutte le varianti de’ testi suddetti. In essa pace si vede registrato fra le altre città Caesarea, nome guasto quasi dappertutto. Già avea notato il Sigonio nel lib. XIV de Regno Italiae che gli Alessandrini fra gli altri patti co’ quali rientrarono in grazia di Federigo nell’anno 1184, uno fu, ut urbem suam posthac constanti nomine Caesaream appellarent. Gli atti della pace di Costanza fanno conoscere che precedentemente s’era decretato il nome di Cesarea a quella città, abolito quello di Alessandria. Di sopra nel compromesso fra l’Imperadore e i Lombardi si truova menzione Loci, quem Paleam vocant, cioè della medesima Alessandria, così chiamata per isprezzo dai Pavesi. Dura tuttavia il nome di Alessandria della Paglia, perché su i principj, in vece di coppi, erano coperti i suoi tetti di paglia. Volle poi Federigo che dal suo nome fosse chiamata Cesarea: con qual successo, il tempo l’ha dimostrato. Così a tanti sconcerti e guerre, che per più anni tennero in esercizio la costanza di Federigo Augusto e dei Lombardi, fine fu imposto per quella nobilissima pace, in cui con autorevol titolo furono concedute o confermate la libertà e le regalie a tante città d’Italia. Fra l’altre grazie loro accordate, una delle principali fu quella di poter ritenere e conservare Societatem, quam nunc habent, et quoties voluerint, renovare eis liceat. Questa particolarmente fu una delle cose richieste dai Lombardi; giacché niun altro mezzo consideravano più valevole a conservare la pubblica salute e libertà, che di aver sempre l’armi in pronto, e di star sempre uniti per la pubblica difesa. Perciò nell’anno 1185 e mese di dicembre trovandosi adunati in Piacenza Rectores Lombardiae, et Marchiae, et Romaniae, cioè di Brescia, Verona, Bologna, Novara, Padova, Trivigi, Modena, Piacenza, Bergamo, della Pieve di Gravedona (sul Lago di Como) Faenza e Milano, rinovarono la Società, comprendendo in essa la difesa di Obizzo marchese Malaspina. Ma perciocché passarono parecchi anni senza che intervenisse alcuna dissensione di riguardo fra l’Imperio e le città d’Italia, niun bisogno vi fu di metter mano all’armi. Non erano stati compresi nella suddetta pace di Costanza i popoli della Toscana, e restando tuttavia maltrattati dai ministri Cesarei, finalmente anch’essi nell’anno 1198 formarono a somiglianza de’ Lombardi una particolar loro Società. Ne è fatta menzione nella Vita di papa Innocenzo III, dove si leggono queste parole: Civitates autem Tusciae, quae propter importabilem Alemannorum tyrannidem, quasi gravem incurrerunt servitutem, Societatem invicem inierunt, praeter civitatem Pisanam, quae numquam potuit ad hanc Societatem induci. Et obtinuerunt a Summo Pontifice, ut et civitates Ecclesiae, quae sunt in Tuscia et Ducatu Spoleti, se illis in hac Societate conjungerent. Ciò fu fatto ad honorem et exaltationem Apostolicae Sedis; et quod possessiones et jura sacrosanctae Romanae Ecclesiae bona fide defenderent; et quod nullum in Regem vel Imperatorem reciperent, nisi quem Romanus Pontifex approbaret. Qual forza si avesse tal Società, poco appresso lo mostrò l’effetto; perciocché eletto imperadore e coronato in Roma nell’anno 1210 Ottone IV, perché si tirò addosso lo sdegno e i fulmini di papa Innocenzo III, ancorché avesse in suo favore i Milanesi ed altre città, pure il resto de’ popoli essendosi sollevato contra di lui, fu obbligato a tornarsene vergognosamente in Germania. Da lì poscia ad alquanti anni gravi controversie insorsero fra i Romani Pontefici e Federigo imperadore II di questo nome. Allora fu che i Milanesi, mossi dall’odio contra la discendenza di Federigo I per la memoria delle passate crudeltà, rinovarono o confermarono la Società di Lombardia, ed altrettanto fecero altri popoli, come consta dai documenti tratti dall’Archivio Estense, ch’io ho dato alla luce. Primieramente nel dì I di luglio del 1231 in Vicenza quel popolo deputò persona ad faciendam Societatem inter Commune Paduae, Veronae, Mantuae, Brixiae et Ferrariae, secundum quod Padua et dictae civitates facient, et secundum quod Anciani, seu Rectores Lombardiae, Marchiae et Romagnae, ec., ordinare voluerint. Altrettanto ordinò il Comune di Padova adì 10 del medesimo mese et anno, solamente riservando che niun pregiudizio avvenisse da ciò alla cittadinanza e società contratta cum Domino B. Dei gratia Patriarcha Aquilejensi, et Domino O. Dei gratia Episcopo Feltrensi et Bellunensi, et Commune et hominibus Vicentiae et Mantuae. In questa Società nel dì 12 del suddetto mese ed anno entrarono i Ferraresi, Mantovani e Veronesi, come consta dallo strumento stipolato in Mantova, dove si trovavano Obizzo Salvatico Piacentino, e Guido de Bilieni Bolognese, chiamati Antiani Rectorum Societatis Lombardiae, Marchiae et Romagnae. Che nondimeno prima dell’anno 1231 fosse in piedi la Società de’ Lombardi, e si mettesse in armi contra di Federigo II imperadore in favore del Papa, lo fanno conoscere le Memorie rapportate da Odorico Rinaldi negli Annali Ecclesiastici; perciocché fra loro seguì pace nel 1227 e nel 1230. Non dovettero probabilmente dichiararsi per essa Società le città suddette, se non nell’anno 1231. Abbiamo Rolandino storico Padovano, che nel libro III, cap. 6 scrive: Quum electus fuisset Wilffredus de Lucino in hoc MCCXXXI anno, adhuc in XXXII potestabatur in Padua. Ivit ergo in Lombardiam, Ambaxatoribus de Padua honorifice sociatus, et institit tam fideliter et prudenter cum Potestatibus et Rectoribus Lombardiae, quod renovata sunt sacramenta, et Lombardorum Societas est firmata. Tuttavia vo io dubitando se assai rettamente il Rinaldi abbia riferita all’anno 1230 la concordia seguíta fra l’Augusto Federigo II e le città collegate. Imperciocché un lungo strumento a me somministrato dall’Archivio Estense, e dato da me alla luce, fa vedere che nell’anno 1232 fu compromessa in papa Gregorio IX ogni lor controversia, e che questi nell’anno seguente 1233 proferì il suo laudo. Atto tale può servire di molto lume agli affari di quel tempo. Ho anche rapportato le lettere di ringraziamento de’ Rettori della Società di Lombardia, Marca e Romagna al suddetto Pontefice per l’accordo maneggiato da lui. Parimente si veggono due atti delle città dell’anno 1235, da’ quali apparisce che i Ferraresi in Brescia confermarono la loro aderenza alla Società di Lombardia. Ufizio poi era dei Rettori della medesima Società d’impedire che non prorompessero in guerra le città confinanti, e di fare in maniera che i dissapori e le controversie insorgenti fra loro si componessero. Ne ho dato un esempio, cioè la richiesta fatta nell’anno 1177 dai Rettori di Lombardia e dai Nunzj di Venezia di tenere aperto il passo per l’acque del Po, della cui interruzione si lamentavano gli altri popoli. Vedesi in oltre in altro strumento la spiegazione fatta nel medesimo anno 1177 dai Consoli di Ferrara ad essi Rettori pel comando fatto loro di lasciar libero il transito pel Po. Perché i Cremonesi sbandati dalla Società lo teneano chiuso, anche i Ferraresi si pretendeano di fare altrettanto. Dissi di sopra che le città di Toscana avevano formato una Società sul fine del secolo XII. Da altro documento si raccoglie ch’essa venne confermata nel 1205, e che ne era Priore il Vescovo di Volterra, e tali città essere state Firenze, Lucca, Siena, Perugia ed Arezzo.

 

Nota

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[1] Le due metropoli della Lombardia furono le prime ad abbandonarsi all’odio di vicinato. I monarchi dei secoli di mezzo non avevano capitale propriamente detta, dimorando d’ordinario nei loro castelli, e visitando quando l’una e quando l’altra delle loro città. Pure Pavia e Milano si disputavano il primato tra le città Italiane. Pavia, perché fu la favorita residenza de’ più illustri Sovrani Lombardi, aveva il loro più magnifico palazzo. Posta ad ugual distanza dalle Alpi Svizzere e dalle Liguri, e padrona del passaggio del Ticino, signoreggiava le due pianure che si stendono alla destra ed alla sinistra del Po. Padrona ugualmente della navigazione di questo fiume, le sue barche potevano seguirne il corso fino all’Adriatico, o rimontare i fiumi che gli tributano le acque fino ai laghi da cui le ricevono. Pavia, nel centro delle terre Lombarde, era quasi la chiave di tutti i fiumi delle medesime, ed il suo territorio, formato dalle pingui deposizioni delle loro acque, non era inferiore a verun altro in fertilità. Profittando di tanti vantaggi Pavia era divenuta una vasta e popolosa città, che però non pareggiava Milano in ricchezze ed in potenza, o perché il lungo soggiorno e l’esempio della Corte avessero snervato l’energia de’ suoi abitanti, o perché il denso aere che vi si respirava, e le nebbie frequentissime gli avessero renduti meno atti alla carriera dell’ambizione e della gloria.

Milano, antica capitale degli Insubri e di tutta la Gallia Cisalpina, era pure stata la residenza di alcuni degli ultimi Imperatori d’Occidente, e la prima e più antica sede arcivescovile di tutta la Lombardia. Salubre è l’aere di questa città, fertili i campi che la circondano; ma siccome la sua posizione non sembra darle alcun vantaggio esclusivo, che dovesse assicurarle quella superiorità di cui ha sempre goduto sulle altre città Lombarde, convien supporre che la sua grandezza e popolazione si sieno conservate a traverso dei secoli barbari dopo i tempi dell’Impero occidentale, come una eredità dei Romani. Trovandosi i Milanesi al principio del secolo XI più ricchi, più potenti, più agguerriti dei Pavesi, non potevano darsi pace che Pavia pretendesse di essere la prima città del Regno. Fu in occasione della doppia elezione al trono di Lombardia, rimasto vacante per la morte di Ottone III, che queste due capitali, dichiaratesi l’una per Arduino, l’altra per Enrico II, si abbandonarono la prima volta alla loro gelosia, e si procurarono colle loro rivalità l’attenzione degli storici. — Sismondi, Hist. des Rép. Ital. cap. VI.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011