Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XLVII

Della signoria e potenza accresciuta delle Città d’Italia.

Appena si furono messe in libertà, o colla forza, o col tacito o coll’aperto consenso degl’Imperadori, le città d’Italia, che tosto furono prese dalla natural cupidigia di accrescere la potenza e di dilatare il dominio. Questa passione non è solamente un pascolo, e stimolo dei Re e Principi del secolo, ma anche delle Repubbliche; e allora solamente sta quieta, o non si lascia conoscere, quando non v’ha speranza di guadagno, o il timore di maggior forza trattiene dal maltrattare o ingoiare i vicini. La prima cura dunque di queste nascenti Repubbliche quella fu di ben esaminare fin dove si stendesse ne’ vecchi tempi il distretto della città. Sotto i Principi Romani, Longobardi e Franchi ogni città avea il suo particolar territorio, sopra il quale il Giudice, Conte o Governator di essa esercitava la sua giurisdizione. Contado e Distretto l’appellarono i secoli posteriori, ed erano determinati i confini che separavano i campi dell’una città dall’altra. Non saprei dire se sotto gl’Imperadori Franchi si cominciasse a lacerare questo Contado. Certo anche allora vedemmo esservi stati de’ Vassi e Benefizj; ma se con pregiudizio dell’autorità del Governatore, non oserei deciderlo. Abbiamo bensì chiara conoscenza che regnando gl’Imperadori Tedeschi s’introdusse, e sempre più andò crescendo il costume per valore dell’onnipotente pecunia, che non solamente i poderi (cosa praticata anche dai Romani) si concedevano in beneficio, ma anche le intere ville, castella e terre, che poi si nomarono Feudi; e queste per privilegio degli stessi Imperadori si sottraevano alla giurisdizione del Conte, o sia del governatore della città, cessando quegli abitanti di riguardarlo qual suo superiore, e ubbidendo al solo Feudatario e Vassallo Imperiale. Di qua procederono Comites pagenses, o rurales, perché qualche tratto del paese o castello o terra veniva staccato da quello della città, e dato a qualche Nobile in feudo insieme col titolo di Conte, per far conoscere ch’egli era indipendente dal Conte della città. Altri allodj e feudi minori vi furono, che non portavano la denominazion di Conte, e pure vennero separati dal Distretto delle città, giacché Nobili e potenti gareggiavano per conseguire una specie di autocrazia, e di riconoscere bensì a dirittura l’autorità sovrana degl’Imperadori, senza più essere suggetti a quella de’ magistrati urbani. Così venne a sminuirsi e trinciarsi la podestà e giurisdizione de’ Presidenti Cesarei delle città, che comandavano una volta a tutto il territorio, e un gran tracollo diede per questo l’onore e la popolazione di gran parte delle città del Regno d’Italia. Anzi cotanto crebbe un tale smembramento, e tanta la copia di questi signorotti, che a poche miglia fuori della città si stendeva il governo e la giurisdizione del Governatore urbano. S’introdusse ancora un’usanza, cioè che questi Conti rurali e Nobili Vassalli cominciarono a fondar castella, rocche e fortezze ne’ campi, ville, corti e poggi di loro ragione, e però furono ancora chiamati Castellani, mentre per lo più abitavano nelle lor castella coll’abbandonare il soggiorno delle città. Cattanei eziandio, col nome di Capitaneus abbreviato, erano appellati. L’Autore Anonimo di una Cronica Milanese MSta (parte di cui pubblicai nel tomo XVI Rer. Ital.) scrive nella Parte inedita al cap. 138 che da Landolfo arcivescovo di Milano circa l’anno 976 fu dissipato il patrimonio della Chiesa Milanese, coll’aver conceduto ai cittadini Milanesi le castella, le decime, ed altre signorie e rendite: Quae per nefandam Investituram robaravit, fidelitatis juramenta ab ipsis recipiens. Et isti dicti sunt Capitanei, idest Plebium, vel Hospitalium, vel Oppidorum Capita, qui nunc corrupto vocabulo dicti sunt Catanei. Et tunc isti omnes Capitanei, derelicta civitate, terras et nobilitates suas inhabitantes, numquam de cetero bene fuerunt civitatis habitatores: unde se cives non reputabant, et Communitati non obediebant. Sic civitas fuit quamplurimum debilitata.

Tale era lo stato e la faccia delle cose in Italia per la soverchia liberalità de’ Regnanti, o pel troppo loro amore alla pecunia, quando non poche delle città si eressero in Repubblica. A questi cittadini liberi, intenti tutti alla propria e alla pubblica utilità, pareva un intollerabil sistema quella di essere ridotto sì a poco e cotanto lacerato il territorio, sì ampio una volta, delle loro città, costituito per decoro e difesa delle medesime, ed anche necessario per l’annona. Però non sapevano digerire tanta potenza e slargamento d’ali ne’ Nobili e Castellani, imputando loro l’abbassamento e la scarsa popolazione delle città, e trasferito nelle ville l’onore e l’autorità che queste per tanti secoli avevano goduto. Riflessioni tali finalmente commossero i cittadini a prendere qualunque occasione che loro si presentava, o pur faceano nascer essi, per muovere guerra ai vicini Magnati, e per levar loro i luoghi forti, sottoponendoli, con ragione o senza, al dominio delle città. Andarono avanti coll’esempio alcune delle più ricche e poderose città; e tennero dietro l’altre, per quanto permettevano le forze, o si trovava favorevole la congiuntura. Non andrò forse lungi dal vero, se dirò che i Milanesi, siccome popolo che tanto nell’abbondanza che nella ricchezza de’ cittadini non avea chi gli stesse al pari nella Lombardia, furono i primi non solamente a mettersi in libertà, ma anche a servire di esempio agli altri per ricuperare, anzi per dilatare sempre più l’antico lor territorio. V’erano i Conti del Seprio, che altrove abbiam veduto anche ne’ vecchi secoli signoreggiare un Contado diviso dal Milanese. V’erano i Conti della Martesana, della Borgheria, ed altri non pochi signori di belle terre e castella. Non andò molto che la potenza de’ Milanesi arrivò a sottometterli tutti, o a renderli tributarj, parte coll’armi, parte colle minaccie [1] [Veggasi Galvano Fiamma nel Manip. Flor., le cui parole furono esaminate di sopra nella Dissertazione XXI]. Al certo anche sotto gli Augusti Franchi ci furono tratti di paese, frapposti fra l’una e l’altra città, che godevano l’onore del Comitato, ed ivi un Conte, cioè un governatore, postovi dai Re od Augusti, amministrava la giustizia. Se s’ha a prestar fede a Ricordano Malaspina ed a Giovanni Villani, fin l’anno di Cristo 1019 i Fiorentini entrati per tradimento nell’emula città di Fiesole, la spianarono, e presi seco gli abitanti, li renderono lor concittadini, e partecipi degli onori di Firenze. Non so io ben intendere, come fatti tali s’accordino con lo stato politico di que’ tempi, e come allora potesse l’una città far guerra coll’altra, competendo questo solamente alle città libere. Noi sappiamo che anche dopo la morte di Ugo potentissimo duca e marchese della Toscana ebbero il comando e governo di quella provincia altri duchi e marchesi, fra’ quali Bonifazio padre della celebre contessa Matilda, e poi la stessa Matilda, duchessa di tutta la Toscana. Sentì Scipione Ammirato questa difficultà, e se le oppose nel lib. I della Storia Fiorentina. S’egli l’abbia levata, ne lascerò il giudizio ad altri. Quanto a me, osservo essere fatta menzione Civitatis Faesulanae nelle Lettere di Jacopo vescovo di Fiesole nell’anno 1028 presso l’Ughelli, e che nel diploma di Corrado I Augusto del 1027 presso il medesimo Ughelli vien distinto il Contado Fiorentino dal Fiesolano. Raccontano poscia i medesimi Storici che i Fiorentini nell’anno 1125, trovata la rocca di Fiesole che tuttavia ricusava di ubbidire, la forzarono coll’armi a rendersi. Oh questo sì che niuna difficoltà ho io a crederlo, perché già Firenze, Pisa ed altre città di Toscana aveano alzata la testa, e faceano guerre fra loro, o coi confinanti Nobili. Così nell’anno 1135, disgustati i Fiorentini perché il castello di Monte Buono, dove erano signori i Buondelmonti, faceva pagare un dazio ai mercatanti che passavano per colà, si portarono ad assediarlo, e dopo averlo presso e smantellato, aggiunsero quelle campagne alla loro giurisdizione. Così nell’anno 1138, come scrive l’Ammirati iuniore, esso popolo forzò il conte Ugieri a capitolare, con obbligare ad impegnare in utile di Firenze tre sue castella, cioè Colle Nuovo, Sillano e Tremalo. Ma principalmente circa l’anno 1182 gran congiura fecero i Fiorentini, allora concordi fra loro, per soggiogar tutti i vicini signori. Espugnarono Monte Grossolo; obbligarono il popolo d’Empoli a pagar tributo da lì innanzi; per via di assedio occuparono il castello di Pogna; forzarono i Conti Mangona, di Certaldo, di Figline, di Semifonte e i Cattanei di Cambiate, ed altri non pochi che non importa riferire, a sottomettersi, o a pagar censo, o a prestar altri servigj. Ognun cedeva a tanta potenza. Ed ecco come a poco a poco cominciò Firenze a dilatar le fimbrie.

Non vollero essere da meno in questo bel mestiere i Genovesi nel secolo medesimo. Come attesta Caffaro nel lib I degli Annali Genovesi (tom. VI Rer. Ital.) nell’anno 1130 Januenses ad Sanctum Romulum tenderunt, et turrim ibi aedificarunt, et homines illius loci, ac de Bajardo et de Poipano, et Communitatem Vintimiliensem Januam adduxerunt, quoniam Januensibus resistebant, et fidelitatem Sancto Syro et populo Januensi in perpetuum jurare fecerunt. Poscia dell’anno 1133 Castra Lavaniensium destruxerunt, et cum illis ita pacem fecerunt, quod Lavanienses in mercede Consulum se posuerunt, et omni tempore in praecepta eorum stare juraverunt. Anche nell’anno 1140 Vigintimiliensem Civitatem et castra totius Comitatus proeliando ceperunt, et fidelitatem omnibus hominibus civitatis et Comitatus in perpetuum jurare fecerunt. Nulla di più aggiugnerò intorno alle conquiste fatte dalla Repubblica Genovese, potendosi sopra ciò consultare i molti suoi Annali da me dati alla luce. Basterà ricordare che i marchesi, conti, castellani e popoli confinanti co’ Genovesi, quasi tutti l’un dopo l’altro, furono forzati a passare sotto il dominio di quella potentissima città. Dissi anche popoli, perché oltre ai Nobili padroni di terre e castella, anticamente v’erano, siccome accennai nella precedente Dissertazione, paesi e castellanze, gli abitatori delle quali o col danaro o colle benemerenze ottennero dagl’Imperadori o dai Marchesi la libertà o pure se la procacciarono animosamente colla forza, e a somiglianza delle città libere eleggevano i lor magistrati, e godevano il pregio di Repubbliche, o sia di Comunità. Ma da che saltò in capo ai popoli delle città di slargare i lor confini, allora i men forti si videro obbligati a prendere la legge dai più potenti, ovvero spontaneamente sotto oneste condizioni si sottomettevano al loro imperio. Nella stessa guisa, per testimonianza del Sigonio, all’anno 1133 Rodiliani, Sanguinetani et Capriliani, vicini Bononiensium populi, prospera eorum fortuna permoti, civitatis Consules adierunt, atque aedificiis quibusdam Ecclesiae et Communi Bononiensi donatis, ut in clientelam reciperentur, orarunt; isque primus ad potentiam parandam ejus civitatis gradus est factus. Scrive il Ghirardacci, restar tuttavia in Bologna la carta di questa lor dedizione. L’esempio di costoro se ne tirò dietro degli altri. Quello intanto che odi di una città, tieni per fermo che fu anche tentato od eseguito dall’altre, gareggiando ciascuna dal canto suo, e adoperando le medesime arti e maniere per ampliare la propria potenza. Così parte colla forza e parte coll’industria qualsivoglia città arrivò a stendere la sua giurisdizione d’ogni intorno, e spezialmente fin dove arrivava la Diocesi: di modo che quasi alcuno non rimase de’ castellani o popoli liberi, che ai lor cenni non ubbidisse. E di qui intendiamo perché Ottone vescovo di Frisinga fin circa l’anno 1156 nel lib. II, cap. 13 de Rep. gest. Frider. I scrisse delle città italiane: Ex quo fit, ut tota illa terra inter civitates ferme divisa, singulae ad commanendum secum Dioecesanos compulerint; vixque aliquis Nobilis, vel vir magnus tam magno ambitu inveniri queat, qui civitatis suae non sequatur imperium. Altrettanto ha Guntero nel Ligurino. Aggiugne il Frisingense più sotto: Guillelmus Marchio de Monteferrato, vir nobilis et magnus, et qui paene solus ex Italiae Baronibus civitatum effugere potuit imperium. Siccome io osservai nella Par. I, cap. 24 delle Antichità Estensi, il popolo di Padova nell’anno 1213 mosse guerra ad Aldrovandino marchese di Este, e sì vigorosamente assediò e tormentò colle macchine il castello della nobil terra d’Este, che Marchio tamquam devictus fu costretto ad voluntatem Communis Paduae venire, et sicut civis Communi Paduae in omnibus obedire. Raccontano questo fatto Rolandino nel libro I, cap. 12, il Maurisio, e il Monaco Padovano nel lib. I della sua Cronica. Godevano i marchesi d’Este anche Rovigo ed altre ben popolate e ricche terre, sopra le quali niun tentativo fece la potenza de’ Padovani. Tanto queste signorie che la terra d’Este le riconoscevano essi da’ soli Imperadori; ma il popolo di Padova, intento anch’esso alla dilatazion de’ confini, trovò de’ pretesti per sottomettere Este: il che nondimeno fu riprovato da papa Innocenzo III e da Federigo II imperadore, come ho dimostrato nelle suddette Antichità Estensi.

Ma perciocché Aldrovandino marchese per conto d’Este forzato fu ad ubbidire sicut civis ai Padovani, conviene ora spiegare ciò che significasse questa frase, e qual fosse il rito della cittadinanza (così allora si chiamava) a cui si sottoponevano allora o per amore o per forza i potenti e Comuni confinanti colle città. Cioè, siccome di sopra abbiamo osservato, costume fu de’ Nobili vassalli imperiali di abitar nelle loro castella e terre, dove godevano i diritti del principato, maggior piacere trovando essi in quel picciolo loro regno dov’erano soli padroni, che nelle città suggette al consiglio, autorità e discordie di molti. Per questa cagione stando le più riguardevoli famiglie sempre fuori delle città, con aver trasferito nelle lor castella quello splendore che veniva a mancare alle città; perciò i popoli delle città niun mezzo di violenza o d’arti tralasciarono per trarre questi Nobili ad abitare nelle città. Coll’armi adunque ne forzarono una parte non solamente a sottoporre le lor giurisdizioni ai magistrati urbani, ma anche a tener casa aperta in esse città a guisa degli altri cittadini, con divenir partecipi non men dei pesi che degli onori della Repubblica. Non mancarono altri che di buon grado si fecero in qualche parte Sudditi e cittadini della città dominante, con ricavarne varj vantaggi, e massimamente il patrocinio ed ajuto di essa per le loro tenute. Però sotto diverse condizioni e patti si prendeva allora o per amore o per forza la cittadinanza: il che ho provato con diversi esempi, molti de’ quali si conservano nell’archivio del Comune di Modena. Noi troviamo nel 1156 che Capitanei de Baisio jurant esse cives Mutine, et defendere civitatem infra confines ab omni homine, salvis sacramentis illorum, qui juraverunt DUCI GUELFONI, ec. Et jurant habitare civitatem Mutinensem unum mensem in tempore pacis, et duos menses in tempore guerre ec. Et jurant facere dare boatiam (pagavasi un tanto per ogni pajo di buoi) omnibus eorum hominibus, ec., nuncio Rectoris vel Rectorum Mutine, ec. All’incontro i Modenesi promettono anch’essi di difendere ed aiutare gli uomini di Baisio. Ed ecco ciò che significava il prendere la cittadinanza in que’ tempi, restando in essere le Comunità di que’ luoghi. Il duca Guelfo IV qui nominato fu uno de’ principi della Real Casa di Brunsuich, regnante ora nella Gran Bretagna, e discendente dal ceppo medesimo che i principi marchesi d’Este, come ho provato nelle suddette Antichità Estensi. Egli nell’anno 1152 fu creato da Federigo I Augusto Dux Spoleti, Marchio Tusciae, Princeps Sardiniae, et Dominus Domus Comitissae Mathildis. Così nell’anno 1178, 1180, 1188 Pio, Passaponte, Manfredino, Infante, ed altri chiamati figli di Manfredi, giurarono la cittadinanza di Modena. Ho trattato di queste nobili famiglie nella Dissertazione XLII. Parimente nell’anno 1173 Gerardo da Carpineta capitano di quel luogo giurò di abitare in Modena per due mesi dell’anno in tempo di pace e tre in tempo di guerra, con altri patti, excepto contra Imperatorem, et DVCEM WELFVS, et Episcopum Veronensem, et Episcopum Ferrariensem, et Parmam. Varj erano appunto i patti co’ quali i Nobili vassalli dell’Imperadore divenivano cittadini di qualche città. Alcuni si obbligavano solamente all’abitare in essa un determinato tempo dell’anno, e di difenderla; altri promettevano che i lor uomini pagherebbero tributi, o pure sarebbero tenuti a varie fazioni in occasion di guerra. Nell’anno 1308, come s’ha da Giovanni Villani (lib. VIII, cap. 100), i Signori Ubaldini (signori potenti) s’accordarono co’ Fiorentini, e vennero a Firenze a fare riverenza alle comandamenta del Comune, e sodarono la cittadinanza di tenere il passaggio dell’Alpi sicuro per buoni mallevadori. E ’l Comune di Firenze perdonò loro, e dimise ogni misfatto; e accettogli per cittadini e distrettuali, loro Fedeli e Terre, che in ogni atto e bisogno dovessero fare le fattioni del Comune, come distrittuali e contadini. Erano gli Ubaldini prima solamente vassalli dell’Imperadore, ma colla disavventura d’essere confinanti colla Repubblica Fiorentina cotanto allora potente. Celebre fu nel secolo XII e XIII la nobil famiglia da Camino, che ebbe anche il dominio di Trivigi. Rolandino storico Padovano la registra per una delle quattro più nobili della Marca Trevisana. Ho io pubblicato tre carte esistenti nell’Archivio Estense, dalle quali risulta che Guecello da Camino e Gabriello suo figlio nel 1183 si costituirono cittadini di Trivigi, con obbligarsi all’abitazione per due e tre mesi, e di tener aperte le lor castella in servigio di quella città, e di aiutare i Trevisani in guerra, con altre condizioni, accresciute nel 1199 da Guecello e Gabriello figli del fu Gabriello da Camino, i quali anzi concedono al Podestà di Trivigi plenam jurisdictionem omnium nostrarum terrarum et Curiarum, et omnium nostrorum hominum tam liberorum quam servorum, ec. Così nello stesso anno 1199 Guecello da Suligo ed altri Nobili si costituirono cives et habitatores Tarvisii; e gli uomini di Ceneda altrettanto fecero, dichiarandosi cittadini di Trivigi, sicut quilibet alius civis Tarvisii; supponentes nos per omnia jurisdictioni civitatis Tarvisii.

Erano questi gli effetti della forza, per cui non solo i potenti Baroni, ma fin le stesse città deboli, benché libere, venivano allora necessitate a sottomettersi alle più forti, che ogni dì si studiavano di aumentare la lor potenza e popolazione. Occorrevano parimente de’ bisogni, per li quali l’un popolo o signore stimava meglio di mettersi sotto la protezione e dominio di un altro. Raro e notabilissimo è il fatto di Bertoldo patriarca di Aquileia, il quale, per attestato di Rolandino storico, nell’anno 1231 fece sé stesso Paduanum civem, eaque occasioni se poni fecit cum aliis civibus Paduae in coltam sive datiam: cioè sottomise lo Stato suo, che era di grande estensione, al dominio di Padova, con obbligarsi al pagamento de’ tributi al pari degli altri Padovani. Seguendo l’esempio di lui, altrettanto fecero il Vescovo di Feltri e di Belluno, ed Eccelino da Romano, poscia crudelissimo tiranno. Potentissimo principe era in que’ tempi il Patriarca di Aquileia, e dipendente nel temporale dai soli Imperadori: e pure eccolo divenire cittadino e suddito di Padova, città allora di sommo credito e potenza. Conviene credere che il sistema de’ suoi interessi il portasse a questa risoluzione. Avendo io ottenuto da Padova lo strumento di essa cittadinanza presa dal medesimo Patriarca nell’anno 1221, l’ho dato alla luce. In esso egli mostra bensì di far ciò unicamente per l'affetto ch’egli professa a Padova, e non già per alcun bisogno, dicendo: Licei terra nostra, et terrae nostrae personae in meliori sint statu, quam olim fuerint; ma simili sacrifizj niuno suol farli senza qualche urgente cagione. Ho anche pubblicato l’atto dell’anno 1260, in cui Algieri vescovo di Feltri e Belluno prese la cittadinanza di Padova. Dissi che la voglia di dominare, febbre di chiunque è salito a gran potenza, se non ha ostacoli, va sempre più crescendo. Non bastò alle principali città l’aver ricuperato l’antico distretto, anzi maggiormente accresciutolo colla depressione de’ vassalli Cesarei e delle Comunità rurali vicine. Sentendosi esse in forze superiori alle città confinanti, ma di polso disuguale, s’invogliarono ancora di mettere queste sotto il giogo. Nell’anno 1111 i Milanesi mossero l’armi contro i Lodigiani; dopo un duro assedio forzarono quella città alla resa. Dall’anno 1118 fino al 1127 mantennero la guerra contro i Comaschi, e giunsero finalmente a far piegare il collo al valoroso popolo di quella città. Poscia nell’anno 1130 indussero i Cremaschi a ribellarsi a Cremona: dal che poi si suscitarono gravi e lunghe guerre in danno di gran parte della Lombardia. Questa insaziabil cupidità di dilatar cotanto l’imperio del popolo Milanese, quella fu che si tirò dietro l’odio e lo sdegno di tutte le confinanti città, e fu la principal cagione di tante calamità ch’esso patì sotto Federigo I imperadore. In questo particolare non la cederono ai Milanesi le città di Genova, Firenze, Bologna, Padova, anzi qualunque altra la cui possanza si trovasse superiore alle vicine, con avvenire in fatti che ad alcune delle più forti riuscì di soggiogar le inferiori. Cosa avvenisse in mezzo a tante armi e sforzi delle città per crescere il loro dominio, ai vescovi, abbati ed altri Ecclesiastici, sì ricchi una volta e potenti, ne tratterò qui sotto nella Dissertazione LXXII. Tuttavia non vo’ qui lasciar di dire che né pure potè la Religione impedire che le città libere si dessero a spogliare anch’esse delle loro regalie. Ad alcuni vescovi era stata dagli Augusti conferita la dignità del Comitato nelle loro città, cioè il secolar governo. Godevano tanto vescovi che abbati, badesse e canonici castella e rocche, indipendenti dai magistrati delle città, e suggette a’ soli Imperadori, da’ quali ne prendevano le investiture. Anche contra di questi sacri personaggi con pari ardore si rivolse la cupidigia delle città libere, di maniera che pochi degli Ecclesiastici in tal tempesta vi furono, che non patissero naufragio. Imperciocché o gli stessi Ecclesiastici ansiosi talvolta della gloria militare s’imbrogliavano spontaneamente in guerre; o essendo in armi l’un contra l’altro i vicini, si trovavano forzati a formar leghe, o a prendere per difesa gli altrui presidj; e tutto finiva in perdere quel che aveano di più onorifico nel temporale. Né mancavano altre arti per farsi padroni della roba de’ sacri Pastori e Prelati. Ne recherò qui un solo esempio. Fin da’ vecchi tempi inchiusa nel Contado di Modena, come altrove ho mostrato, fu la terra di Nonantola. A poco a poco gli Abbati di quel celebre e ricchissimo Monistero, o per dono degl’Imperadori, o con altro mezzo, acquistarono il dominio di essa terra e d’altre ville; o pure quel popolo s’era messo in libertà. All’incontro pretendendo la Repubblica di Modena di godere diritto su quel luogo, e insorte varie controversie a cagion de’ canali d’acqua, i Bolognesi, sempre attenti al loro profitto, nell’anno 1131 seppero convertire in lor pro queste discordie. Imperciocché lusingarono con tal garbo quel popolo, che l’indussero a mettersi sotto la lor protezione, senza far conto alcuno, né degli Abbati, né del Comune di Modena, e a promettere un lieve annuo tributo alla loro Repubblica. A tale avviso non si poterono contenere i Modenesi dall’entrare in guerra, e questa più volte sopita tornò di tanto in tanto a riaccendersi, finché conservato all’Abbate (oggidì Commendatario) il diritto spirituale, e pagata a lui gran somma di danaro, il temporal dominio di quella terra restò in potere de’ Modenesi, ai cui principi tuttavia ubbidisce. Ho io dati alla luce i patti co’ quali in esso anno 1131 il popolo di Nonantola si sottomise al Comune di Bologna. Strana cosa fu che per cagione di questa guerra mossa da’ Modenesi Eugenio III papa arrivò a privar Modena del Vescovato nel 1146, e a partire questa Diocesi fra i vescovi vicini. Se paresse insolita e men giusta in que’ tempi una tal pena, le Storie nol dicono. L’uso era che ogni qualvolta un vescovo fosse caduto in ribellione o scisma, si soleva ben punire il delinquente, ma quasi mai non s’involgeva la chiesa nel gastigo. Guntero nel lib. II del Ligurino, parlando delle gesta di Federigo I Augusto, così scrive:

Quin et Pontifices Halberstadensis, et ille,

Sub quo Brema fuit, tali Regalia jura

Amisere nota; personae scilicet ipsae,

Non tamen Ecclesiae. Neque enim quod Pastor inique

Gesserit, Ecclesiae fas est in damna refundi.

Ma qui né il Vescovo né la chiesa aveano commesso delitto; e se v’era del reato, questo si dovea rifondere sopra i capi della Repubblica: se pure non si dovea più tosto compatire il giusto dolore di essi in veder passata parte del loro Contado in man di potenti vicini. Durò poi poco sì stravagante gastigo.

Rinomato parimente per la sua antichità ed opulenza era il Monistero Pomposiano, situato tra Ferrara e Comacchio, di cui anche fa menzione papa Giovanni VIII in una lettera scritta l’anno 874 a Lodovico II imperadore, e pubblicata dal Baluzio nel tomo V Miscellan. Signoreggiava quell’Abbate nel temporale e nel spirituale tutta l’Isola Pomposiana, ed alcune ville o parrocchie, come anche apparisce da un diploma di Federigo I Augusto dato nel 1177, e da me pubblicato. Ma perciocché di qua e di là soprastavano a quell’insigne Badia varj nemici che s’andavano usurpando i di lei diritti, presero lo spediente que’ Monaci di sottoporre al dominio di Ferrara e de’ suoi principi quella giurisdizione, con essersi poi eglino trasferiti ad abitare in Ferrara, e restar tuttavia il governo spirituale controverso fra il Proposto Pomposiano (la cui elezione per giuspatronato appartiene al Serenissimo Duca di Modena) e i Vescovi di Comacchio. Anche il Vescovo di Ceneda esercitava anticamente l’autorità temporale sopra tutte quasi le terre ed uomini della sua Diocesi. Con avido occhio mirava questa preda il Comune di Trivigi, né mancarono pretesti per muovere guerra a quel paese. Il terrore dell’armi, gli omicidj e i saccheggi indussero Matteo vescovo di quella chiesa nell’anno 1190 ad accordarsi co’ Trevisani, e a sottoporre le terre del suo Vescovato alla loro giurisdizione, come consta dal documento a me somministrato dall’Archivio Estense. Un’altra concordia seguì poscia fra loro nel 1203, che parimente ho data alla luce. Così in que’ secoli di ferro niun rispetto avea l’umana cupidigia alle sacre persone e luoghi; e ciascuno a misura delle sue forze si arricchiva colle loro spoglie. Ci furono veramente alcuni Prelati che, invaghiti a guisa de’ laici del glorioso ma pericoloso mestier dell’armi, vollero talvolta entrare in guerre, e passando sopra ogni scrupolo, condurre eglino stessi le loro truppe. Se la sinistra fortuna li condannò a lasciar in preda ai vincitori nemici le lor terre, senza poterle poi ricuperare, non è da meravigliarsene. Il che però non dico, quasi fosse lecito a coloro l’attribuirsi e il ritenere i beni ch’erano delle chiese. Imperocché anche secondo le leggi imperiali, come sopra accennai, qualora il Vescovo o Abbate, possessore di feudo dato dai Re od Imperatori, diveniva reo di ribellione o d’altro grave delitto, perdeva egli bensì quel feudo in sua vita: post mortem vero ejus ad successorem ejus revertitur feudum, come abbiam dal lib. II de Feud. tit. 40. E questo con ragione, perché al dire di Ottone da Frisinga (lib. II, cap. 12 de gest. Frid. I) Ecclesiarum feuda non personis, sed Ecclesiis perpetualiter a Principibus tradita sunt. Ma i più de’ sacri Pastori anticamente, tuttoché abborrissero e fuggissero le guerre, e niuna giusta occasione dessero ai potenti laici di far loro del male; pure troviamo che rimasero spogliati dei loro dominj: conseguenza di que’ tempi, ne’ quali più forza avea l’ambizione che la Religione in cuore degli uomini. Ognun sa quanto fossero alieni da ogni pensier di guerra e da’ politici imbrogli i collegi delle sacre vergini. Godevano ancor queste una volta non poche castella, rocche e giurisdizioni, loro concedute dalla munificenza dei Re ed Imperadori, o pure dalla pietà de’ Fedeli. Ho io prodotto due diplomi spettanti a due insigni monisterj di Pavia, che ci danno a conoscere quante castella fossero anticamente di loro dominio. Antichissimo è quivi il Monistero del Senatore, perché fabbricato nell’anno 715, regnante il re Liutprando, e tuttavia fiorisce alimentando nobili vergini dell’Ordine di San Benedetto. Federigo I imperadore nel 1161 confermando a Sinelinda Badessa i beni di esso sacro luogo, fra gli altri annovera Curtem quae vocatur Porlicia (oggidì Marchesato di Porlezza); Curtem Ranaversa cum Castro quod dicitur Ruptaripa; Curtem Casellae cum Castro; Curtem etiam Casale cum Sala et Sancto Hilario, et Castro quod dicitur Viqueria (oggidì Voghera terra nobile); partem etiam quartam Castri de Monte Dondono. Tralascio altre Corti, nome allora significante una villa con parrocchia. L’altro Monistero Pavese di Monache, professante anch’esso la Regola di San Benedetto, è quello di San Felice, anticamente chiamato della Regina e di San Salvatore. Molti beni furono ad essi conferiti da Ottone II imperadore. Ho io dato alla luce un diploma di Ottone III suo figlio, confermante a Geppa Badessa la metà di due parti ex Castellis, vel Curtis seu Villis, cioè Quoronate, Castronovo, Rocca; item Coronatem, et Castro Insula, quae nominatur Majore infra Lacum Majorem, Lexa, Valle Summovico, Mezanuga, Villa Bulgari, Colonaco, Sebiate, ec., Bavena, Cariciano, Leocarni, ec. Chi è pratico del Lago Maggiore, riconosce qui alcune di quelle ville, terre e castella. Il diploma originale da me veduto è dato XI kalendas decembris, anno Dominicae Incarnacionis millesimo primo, indictione XV, ec. Actum Ravennae. Tuttavia ne pende la bolla di piombo, nel cui diritto è il volto dell’Imperadore, e all’intorno AVREA ROMA, e nel rovescio ODDO IP ERATOR ROMANORVM. Il suo principio è il seguente: In nomine Sanctae et individuae Trinitatis. Otto Tertius servus Apostolorum. Tutto questo ho voluto avvertire, perché il chiarissimo Monsignor Fontanini nella Difesa seconda del Dominio temporale della Sede Apostolica sopra Comacchio per quanto potè censurò un diploma stampato dall’Ughelli, Margarino ed altri, e contenente un cambio del Monistero Pomposiano. Alle sue censure io risposi nel cap. XVI della Piena Esposizione. Spezialmente arringò esso Censore contro il titolo di servus Apostolorum. Ne recai io altri esempli, ed eccone uno d’incontrastabile autenticità. Ora dal documento suddetto apparisce che al dominio di quelle sacre vergini appartenevano varie castella e ville; ma i Milanesi ed altri popoli confinanti col tempo le assorbirono, unendole alla loro signoria.

Così le città libere d’Italia, per qualunque occasione giusta o ingiusta che si presentasse, purché non mancassero le forze, si faceano padrone degli Stati altrui, né pure perdonando agli amici; talché assaissimo si dilatarono i lor confini, e durò la lor potenza, finché consumati dall’interne guerre civili, o per loro elezione o per forza si sottomisero a qualche principe, come vedremo nella Dissertazione LIV. Già accennai nella Dissertazione XXI che ne’ vecchi secoli si trovavano alcuni Contadi posti fra le nobili città, e da esse indipendenti. Si dee ora aggiugnere ch’essi dopo il mille o passarono in dominio di qualche potente famiglia o divisi in varie signorie rimasero sotto il governo ed autorità de’ Capitani, chiamati anche Cattanei, Vavassori, Castellani, e d’altri simili nobili personaggi; ma in fine ancor questi minori Conti e Reguli o per amore o per forza piegarono il collo sotto la potenza maggiore delle città libere, assuggettandosi ad esse. Di sopra avvertii che nelle montagne rinomato fu Comitatus Feroniani, oggidì il Frignano, o sia Fregnano, posto al mezzogiorno del territorio Modenese, e confinante da altri lati col Bolognese, Pistoiese e Lucchese. Fin l’anno 1150 tutta quella contrada, abbondante di forti castella, terre e rocche, era partita in varj signori, o per ispontanea sommissione de’ popoli, o per la forza dell’armi, o per liberalità e investitura degl’Imperadori, divenutine padroni. Insorta discordia fra que’ Capitani o Castellani, la Repubblica di Modena, la qual forse pretendeva che il suo Contado s’avesse a stendere fin dove arrivava la Diocesi, accorse al fuoco, e indusse la principal fazione d’essi, chiamata de’ Corvoli, a prendere la cittadinanza di Modena, e a suggettarsi al suo dominio. L’atto di tal suggezione stipulato nell’anno 1156, estratto dall’archivio della Comunità di Modena, l’ho io dato alla luce. Quivi è detto che Capitanei de Fregnano, videlicet omnes illi qui appellantur Corvuli, ec., jurant omnes esse cives Mutine, et defendere civitatem infra confines ab omni homine, exceptis tamen illis qui juraverunt fidelitatem DUCI GUELFONI, si venerit in Lombardiam, et habebit dominium possessionis Comitisse Mathildis, ec. Erano i Gualandi la fazione contraria. Dallo strumento suddetto si ricava che veramente que’ Nobili e popoli divennero sudditi di Modena, perché si obbligarono a pagare la boazia, cioè un tanto per anno per ciascun paio di buoi. Ma perciocché vi restavano non pochi altri castellani del Frignano ripugnanti al dominio de’ Modenesi, anch’essi a poco a poco furono tratti ad abbracciare lo stesso partito, come apparisce da altre carte esistenti nel medesimo archivio. Una spezialmente vi si legge scritta nel 1173, dove fa bella comparsa la nobil Casa de’ marchesi Montecuccoli, che fino da que’ tempi risplendeva per la copia de’ feudi e ricchezze. Quivi in praesentia Domini Henrici Mutinensis Episcopi, ec., Gerardus de Montecuculo, Albertus frater dicti Domini Episcopi, ec., jurant esse cives Mutine, ec., et dare boëtiam Mutine sex denarios Lucanos omni anno pro unoquoque pari boum, exceptis Castellanis, ec. Lungo sarebbe il raccontare, con quante arti e sforzi si studiassero i Bolognesi per togliere a’ Modenesi quella picciola provincia. Massimamente sul principio del secolo XIII, prevalendo la loro potenza, ne usurparono molti luoghi; e il popolo di Modena o per troppa bontà, o per non potere di meno, compromise quella controversia: in chi mai? nello stesso Podestà di Bologna, cioè in Uberto Visconte, il quale ben servì i Bolognesi con ispogliare di assaissime castella il Distretto Modenese. Il suo laudo, accennato ora dal Ghirardacci, l’ho dato alla luce, e fu proferito nel 1204. A’ Modenesi troppo iniqua parve quella sentenza, come anche accenna l’Autore de’ vecchi Annali di Modena (tomo XI Rer. Ital.), scrivendo egli al medesimo anno 1204: Mutinenses compromiserunt se in Bononiensibus, qui tulerunt iniquum laudum de confinibus Mutinae. Ma l’esorbitante potere de’ Bolognesi costrinse i Modenesi ad alleviare il lor dolore con vani lamenti e querele, finché venuto Federigo II imperadore in Lombardia nell’anno 1226, e portata al suo tribunale questa lite e doglianza, egli con suo diploma cassò il compromesso e il laudo suddetto, riducendo al dovere i confini fra Modena e Bologna. Questo documento, estratto dall’archivio del Comune di Modena, si legge stampato da me.

Restava un’altra parte delle montagne, separata dal Contado di Modena, per cui scorrono i due torrenti Dolo e Dragone, e i cui confini arrivano sino allo Spedale di San Pellegrino. Se anticamente fin colà si stendesse il territorio della città, siccome certo si stendeva e stende la Diocesi, memorie non truovo che ne parlino. Sappiamo ben di sicuro che circa l’anno 1065 da Beatrice vedova di Bonifazio duca e marchese di Toscana, e dalla celebre contessa Matilda sua figlia fu in que’ monti fabbricato il Monistero di Frassinoro, e magnificamente ancora dotato; e che l’Abbate e i Monaci nel secolo susseguente erano signori del borgo di Frassinoro, e di varie castella in quelle parti. Son perite o passate in lontane parti le carte di quel Monistero, le cui rendite oggidì sono applicate al mantenimento de’ Maroniti in Roma; e però non apparisce chi desse a que’ Monaci un tal dominio. Solamente nell’Archivio Arciducale di Mantova trovai, ed ho poi dato alla luce un diploma originale, con cui nell’anno 1164 Federigo I Augusto confermò a Guglielmo abbate del Monistero di San Claudio di Frassinoro tutti i suoi beni, annoverando fra essi Curtem de Metula cum Rocha et Ecclesia, et Curtem de Runco Sigifredi cum Castro et Ecclesia, Curtem de Vitriaula cum Castro et Ecclesia, Curtem de Isola cum Castro et Ecclesia, Curtem de Aligonte cum Rocha, ec., et Castrum Montis Aste, et Castrum Pizegoli fere totum cum Ecclesia, et Castrum de Massa, et partem Castri Laguxoli, ec., Curtem de Campagnola cum Castro, ec., Curtem de Butrione cum Castro et Ecclesia, Curtem de Cannitulo cum parte Castri, ec. Era ben toccato a que’ Monaci un buon boccone; ma in quel medesimo secolo, o sia che i Modenesi mal soffrissero tante castella in loro mano, o che gli stessi Monaci si sentissero inabili a sostenersi contro la forza de’ vicini castellani lor nemici, bollendo spezialmente allora la guerra fra il Sacerdozio e l’Imperio, e stando i Modenesi per la parte Pontificia; è indubitato che il medesimo Guglielmo abbate e i suoi Monaci sottoposero l’intera lor signoria al Comune di Modena, come consta dallo strumento dell’anno 1173 ch’io ho dato alla luce. Poscia nell’anno 1197, come consta da varj altri atti d’esso Comune, gli uomini dell’Abbazia di Frassinoro più strettamente si suggettarono alla città, con prestare giuramento di fedeltà contra omnem hominem, excepto contra Imperatorem et Abbatem Fraxinorii. Quei che giurarono, furono homines de Vidriola, de Monte Stephano, de Massa, de Rubiano, de Laguxolo, de Medula, de Casula, de Fraxinorio, de Arcovolto, de Runco Sigifredo, de Bocaxolo, de Palagana, de Savonerio, de Costregnano. Lascio andare altri atti, per dire in una parola, che restò in fine pacifico possessore di quelle terre il Comune di Modena, mediante lo sborso di gran somma di danaro a quell’Abbate e Monaci. Dissi che un tal dominio si stendeva sino allo Spedale di San Pellegrino, ed ivi è tuttavia il confine fra la Podestería di Monte Fiorino e la Garfagnana, cioè fra la Lombardia e la Toscana. Perciò volendo i Modenesi nell’anno 1216 andare a ricevere a’ confini il re Arrigo, figlio di Federigo re de’ Romani, che veniva per la Toscana andando verso la Germania, si portarono con apparato nobile sino allo Spedale suddetto di San Pellegrino, ed ivi accolsero il giovinetto Principe senza contraddizione di alcuno. Del qual atto nel registro del Comune di Modena esiste la protesta fatta da Frogieri Podestà di essa città, e da me ancora pubblicata, per dichiarazione che entro i confini del Modenese era compreso quello Spedale. Così certo era il dominio del Comune di Modena in quel pio luogo anche ne’ vecchi secoli, che lo stesso Comune di Lucca sembra averlo riconosciuto nella concordia stipulata fra i Modenesi e Lucchesi dell’anno 1281, da me rapportata nella Dissertazione XXX, per provvedere alla sicurezza delle strade fra l’una e l’altra città. Egli è poi fuor di dubbio che i Modenesi e principi d’Este sino al dì d’oggi han conservato il dominio e possesso di San Pellegrino, ciò apparendo dai privilegj conceduti da Ercole I nell’anno 1484, e da Alfonso I nel 1506, amendue duchi di Ferrara e Modena, e Rettori di esso Spedale, di poter fare ivi la fiera nel dì I agosto: il che apparisce dai due diplomi ricavati dai registri dell’Archivio Estense, ch’io ho renduti pubblici. Aggiungasi l’investitura di quel luogo data da Massimiliano I imperadore al suddetto Alfonso I nell’anno 1509, confermata poi da tutti i susseguenti Augusti, leggendosi ivi Territorium vocatum Sancto Peregrino, positum in Alpibus inter civitatem Mutinae et civitatem Lucae. Ma ciò che toglie ogni controversia, e fissa il dominio di Modena in quel sito, si è che da antichissimo ed immemorabil tempo il Podestà di Monte Fiorino pel giorno e fiera di San Pellegrino si porta colà, come a sua giurisdizione, colle milizie sue; abita in quello Spedale, vi fa giustizia, punisce i rei, e stende strumenti, scritti dal Notaio nel territorio Modenese di Monte Fiorino; mette le guardie alla chiesa e a’ posti della fiera, ed onorevolmente qual ministro del Duca di Modena è in essa chiesa accolto. Tutto questo, da più secoli praticato, fa a chicchessia conoscere chi sia il vero padrone del luogo di San Pellegrino.

Quello poi ch’io finora ho detto del territorio di Modena ampliato ne’ vecchi secoli, si può applicare a tant’altre città, le quali, se le forze hanno corrisposto al desiderio, non han fatto di meno, fors’anche hanno fatto di più. E qui si dee aggiugnere, che oltre alle voci di Comitatus e Districtus, furono anche in uso quelle di Forcia e Podere. Di questi vocaboli nondimeno si servivano per denotare tutto quel che possedevano di là dal loro Contado e Distretto, acquistato colla forza, o donato dagl’Imperadori. Leggesi da me prodotto un diploma di Federigo I, dato nell’anno 1186, cioè dopo la Pace di Costanza, alla Repubblica Milanese, in cui le concede una man di luoghi e castella situati fra l’Adda e l’Olio per accrescimento del loro dominio. Non furono men solleciti i Cremonesi sotto Arrigo fra gl’Imperadori V, figlio del suddetto Federigo, a riacquistare la nobil terra, oggidì città di Crema, e l’isola di Fulcherio: onde poi risultarono tante guerre fra quel popolo e i Milanesi, come s’ha dalla Cronica di Sicardo, e da altri autori. Il diploma di esso Arrigo, concedente que’ luoghi a’ Cremonesi nell’anno 1192, si può leggere pubblicato da me, siccome un altro del 1195 in confermazione del precedente. Né solamente nel continente dell’Italia si ristrinse una volta l’imperio di alcune potenti città Italiane, ma si dilatò sopra delle illustri isole, ed anche in Levante. Parlo de’ Veneziani, Genovesi e Pisani, sì poderosi una volta in terra e in mare. Stese la Veneta Repubblica l’imperio suo sopra la Dalmazia e Croazia, ed altre città del lido settentrionale o orientale del Mare Adriatico sul fine del secolo decimo. Poscia presa nell’anno 1204 dai Latini l’imperial città di Costantinopoli, e diviso fra loro l’imperio dell’Oriente Cristiano, un gran tratto di paese toccò in quelle parti ad essa Repubblica, per cui essa mirabilmente crebbe in potenza (Vedi il Dandolo nella Cronica Veneta, tomo XII Rer. Ital.). Essendo poi nate controversie fra i medesimi Veneti e i Franchi dominanti in Costantinopoli per la division di quelle terre, furono nell’anno 1205 eletti arbitri, i quali sentenziarono, come si vede nel documento da me dato alla luce. Anche i Genovesi e Pisani gareggiarono lungamente insieme per l’acquisto delle Isole di Sardegna e di Corsica. Per molto tempo signoreggiarono i Pisani in Sardegna, finché furono costretti a cedere alle forze degli Aragonesi. Anzi anche una parte della Corsica venne in loro potere, ciò apparendo da un accordo seguito nell’anno 1248, e da me pubblicato, fra essi Pisani e molti Nobili Corsi. Oltre a ciò acquistarono i medesimi Pisani, e molto più i Genovesi varj diritti e dominj nel Regno di Gerusalemme, come si vedrà nella Dissertazione XLIX. Ma prima di abbandonar questo argomento, non vo’ lasciar di dire che in que’ tempi cotanto sconvolti non mancarono de’ Nobili, i quali temendo di soccombere sotto la potenza e rapacità delle città, si rivolsero al ripiego praticato anticamente da tanti per sottrarsi ai pubblici aggravj, con sottomettere i lor beni alle chiese, e ripigliarli poi a livello. Ora anch’essi donavano alla Chiesa Romana le loro castella, e da essa poi le riconoscevano in feudo, o con altro titolo, per godere della protezione di sì venerata Potenza. Bollivano nell’anno 1144 guerre fra i Pisani e Lucchesi, e trovandosi in mezzo o vicini a questo fuoco Guido cardinale, e Ubaldino suo fratello, come possessori del castello di Montalto, giudicarono meglio di farne un dono ad essa Chiesa Romana, con divenir poi vassalli di essa: il che apparisce dal documento ch’io estrassi dal registro di Cencio Camerlengo. Altrettanto avea fatto un altro Nobile nell’anno 1078 pel castello di Moricicla posto nel Ducato di Spoleti, mentre quella provincia era sotto il dominio degl’Imperadori. Probabilmente per la stessa ragione fu sottoposto alla Chiesa Romana nel Regno di Lione in Ispagna il castello di Toraph: del che ho addotto un documento dell’anno 1272 Che anticamente ancora appartenesse al dominio della Chiesa Romana il borgo di Dola in Francia, per cui nell’anno 1075 Guglielmo de Calviniaco prestò giuramento di fedeltà a papa Gregorio VII, si raccoglie da un altro documento da me dato alle stampe. Ora noi viviamo con altri costumi, ma è bene il sapere come vivessero anche i nostri maggiori.

 

Nota

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[1] Ottone il Grande non rimosse i Conti che governavano le città, non ne restrinse pure formalmente le prerogative, ma favorì gli abitanti delle città a dilatare le loro immunità con pregiudizio delle prerogative signorili. Il Conte, come il Re non aveva truppe sotto i suoi ordini; onde per dare esecuzione a’ suoi voleri in una città assai popolata ed avvezza alle armi, era forzato od a guadagnarsi l’affetto de’ cittadini col rinunziare ad alcune prerogative, oppure ad invocare l’autorità del Re che non era disposto a favorirlo. — Sismondi, Hist. des Rep. Ital. cap. II.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011