Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XLVI

Dei Magistrati delle Città libere d’Italia.

Non sì tosto varie città d’Italia si misero in libertà, ed assunsero la forma di Repubblica, che d’uopo fu eleggere magistrati che accudissero agli affari politici di pace e guerra, che amministrassero giustizia al popolo, che contenessero in dovere i potenti e sediziosi, e colle vicine città formassero leghe per la comune salute. Primieramente adunque, ad imitazione della Repubblica Romana, furono creati i Consoli, presso i quali stava la suprema cura del governo. Né si dee tacere che anche nel principio del secolo X si truovano Consoli nell’alma città di Roma, l’ufizio de’ quali benché affatto diverso da quello degli antichi Consoli, pure convien credere che fosse illustre e in molto pregio. Dal Panegirista di Berengario I imperadore, lib. IV, si vede mentovato fra i Magnati di Roma Consulis natus, il figlio del Console: parole indicanti che allora vi fosse un solo Console. Presso il Rossi nel libro V Hist. Ravenn. all’anno di Cristo 963 son riferiti gli Atti di un concilio tenuto in loco ubi dicitur Martialia, territorio Mutinensi, dove concorse oltre ai Vescovi multitudo Ducum, Comitum, ec., Judicum, Consulum, Castaldiorum, ec. Più sotto compariscono Attelianus et Gerardus germani Consules, et Mauritius filius quondam Romani Consulis. Si può credere che questi esercitassero l’ufizio di Consoli in Ravenna. E veramente in quella città nell’anno 990 molti Consoli si truovano, come consta da un bel placito da me pubblicato nella Dissertazione XXXI. Così nella Prefazione alle Leggi Longobardiche (parte II del tomo I Rerum Italic.) rapportai un altro placito dell’anno 1015, dove s’incontrano Consules Ferrariae; e nella Cronica di Farfa circa que’ tempi compariscono Consules Romani. Ma altra cosa furono i Consoli delle città Italiane divenute Repubbliche, perché ad essi veniva conferita la principale autorità e supremo regolamento de’ pubblici affari. Odasi qui Ottone da Frisinga, autore gravissimo, il quale nel lib. II de Gest. Frider. I, cap. 13, descrivendo i costumi degl’Italiani de’suoi tempi, circa l’anno 1156 così parla: In civitatum dispositione, ac Reipublicae conservatione, antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam, Denique libertatem tantopere affectant, ut Potestatis insolentiam fugiendo, Consulum potius quam imperantium regantur arbitrio. Ci fa sapere di poi, come e donde si eleggessero i Consoli, soggiugnendo: Quumque tres inter eos Ordines, idest Capitaneorum, Valvassorum et Plebis, esse noscantur, ad reprimendam superbiam, non de uno, sed de singulis praedicti Consules eliguntur; neve ad dominandi libidinem prorumpant, singulis paene annis variantur. Però, secondo questo Autore, pare che solamente tre Consoli si eleggessero, presi dai tre ordini del popolo. Ma non s’accordano con tal supposizione le antiche memorie, scorgendosi che nulla v’era di certo e stabile in questo proposito nelle città d’Italia, mentre ciascuna si regolava come giudicava più comodo ed utile al proprio governo, con eleggere chi due, chi quattro e chi più Consoli. Nella Pace di Lucca dell’anno 1124, ch’io rapportai nella Parte I, cap. 17 delle Antichità Estensi, si truovano Sexaginta Consules in quella città. In una carta del Monistero di Polirone, spettante all’anno 1126, sono nominati Albertus et Azo filii Azonis, Wido filius Ugonis de Bona, Opizo de Colantono, et Albertus filius Bonacausae de Pergeno, Consules Mantuae. Che nel medesimo secolo dodici Consoli governassero la città di Bergamo, l’ho mostrato nella Prefazione al Poema di Mastro Mosé, tomo V Rer. Ital. Così circa il 1102 Genova era governata da quattro o pure da sei Consoli; e poscia nel 1145, come s’ha da Caffaro negli Annali (tomo VI Rer. Ital. ) ivi furono Consules de Communi quatuor, et de Placitis quatuor. Nel 1160 Consules de Communi quatuor, et de Placitis octo. E nel susseguente Consules de Communi quinque, Causarum vero Consules fuerunt octo. Lo stesso erano Consules de Placitis, che Consules Causarum, appellati anche altrove Consules Justitiae, essendo l’ufizio loro di decidere le liti e di amministrar la giustizia.

E veramente non un solo era l’ordine e l’impiego dei Consoli; perché agli uni veniva appoggiato il governo politico; ad altri, perché dotti nelle leggi, il maneggio delle cause civili e criminali. I primi son chiamati Consules Majores negli Statuti di Pistoia, che pubblicai nella Dissertazione L. Erano questi chiamati in Genova Consules de Communi. In Modena truovo sette Consoli almeno nell’anno 1142, come consta dalla donazione di un canale d’acqua, fatta da Ribaldo vescovo e dai Consoli di Modena ai Monaci Benedettini di San Pietro, che esiste nel loro archivio. Ci fa conoscere questa carta un costume importante di que’ tempi, al vedere che a tal donazione consentono tanto il Vescovo che i Consoli, e che la principale autorità è attribuita al medesimo Prelato. Cioè impariamo avere bensì alcune città acquistata la libertà, e divisi fra i cittadini gl’impieghi del governo: pure fra essi facea la prima figura il Vescovo, sì perché principale e come capo del popolo, e sì perché a molti di loro ne’ tempi avanti aveano gl’Imperadori conceduta la dignità di Conti, o sia di governatori delle città, regolandone essi non meno il temporale che lo spirituale. Per questa ragione nelle nuove Repubbliche il popolo partiva con essi l’autorità, e lasciava loro il primo luogo ne’ consigli e nelle risoluzioni: il che poi col tempo non durò, avendo i cittadini assunto tutto il temporale governo. Ne’ medesimi tempi, cioè nell’anno 1243, come ci fa vedere una carta pubblicata dal Campi nel tomo I della Storia Ecclesiastica di Piacenza, Arduinus Placentinus Episcopus concedette administrationem Pontis Trebiae al Monistero di Trebia, consentientibus viris Religiosis tam Clericis quam Laicis, ec., fra’ quali Nicolaus de Castello Alquato (leggo Arquato) et Leccacorvus Consules civitatis Placentinae. Quanto poi allo scrivere il Campi che Piacenza anche nell’anno 1063 aveva i proprj Consoli, quando egli non ne rechi delle pruove maggiori, non si può concorrere nel suo sentimento. Non truovo io che in altre città fosse allora introdotto l’uso de’ Consoli, e a persuadercelo per que’ tempi in Piacenza non basta l’informe carta da lui prodotta. Solamente pochi anni prima del secolo undecimo pare che cominciasse il nome e l’autorità de’ Consoli nel reggimento di alcune poche città d’Italia. Veggano i Lettori quanto è narrato nel tomo V Rer. Ital. della guerra continuata per più anni fra i Milanesi e Comaschi, la quale ebbe fine solamente nell’anno 1127, coll’eccidio della città di Como. Quivi apparisce che Anselmo arcivescovo di Milano, così appellato, tuttoché fosse solamente coadiutore di Giordano arcivescovo, con gran forza sollecitò ed eseguì quell’impresa, talmente che a lui più che ad altri si dee attribuire la rovina di quella città, come risulta dal Poema dell’Anonimo Comasco. Da questo ancora si ricava che Guido vescovo di Como era il principale ingrediente nel governo temporale della sua città. Ora con tutta l’autorità che avea allora in Milano l’Arcivescovo, certo è che in mano de’ Militi, cioè de’ Nobili e insieme del popolo stava la signoria e l’esercizio della suprema podestà. Lo stesso Giordano arcivescovo, tenendosi offeso dal popolo di Como, incitò bene il popolo Milanese contro i Comaschi, per quanto attesta Landolfo da San Paolo nella Storia (tomo V Rer. Ital. ), non già col comando, ma coll’abuso dell’ecclesiastica autorità. Imperocché obseratis januis Ecclesiarum, suo populo negavit introitum, nisi materiali gladio vindicaret malitiam Cumanorum. Per altro anche prima di que’ tempi, cioè circa l’anno 1106 la Repubblica di Milano avea i suoi Consoli. Scrive lo stesso Landolfo ch’egli serviva allora di segretario o cancelliere Consulibus Mediolanensibus. Per conseguente se si truovano vescovi una volta che paiono primarj direttori del governo civile nelle città divenute libere, non s’ha tosto a credere ch’essi vi godessero anche il dominio temporale, perché per altri atti si scorge che questo risiedeva ne’ Consoli e nel popolo, si per la giustizia, che per la pace e guerra. Poco fa vedemmo il Vescovo di Modena fare la principal figura di signore in quella donazione fatta ai Monaci. Ma da che Federigo I imperadore, entrato in Italia, determinò di far mutare qui faccia ai pubblici affari, da lì innanzi o troppo si sminuì, o cessò affatto l’autorità de’ vescovi nelle città. Ai medesimi Monaci Benedettini di Modena fu conceduto nell’anno 1187 l’uso di un’altra acqua quae fluit per Pratum de Batalia. Chi la concedette fu Dominus Manfredus Picus, Dei gratia Mutinensis Potestas, una cum Consulibus et Advocatis suis, ec., voluntate et parabola Consilii grossi Mutinae cum campanis pulsatis,ec. Ma nulla più può far conoscere l’autorità del popolo nel civile governo di Modena, pochi anni dopo la concessione sopra allegata di Ribaldo vescovo, quanto la lega stabilita nell’anno 1151, e confermata nel 1182, fra i Parmigiani e Modenesi dai Consoli di essa città, che ho data alla luce. A questi atti non interviene consenso alcuno del Vescovo. Così quantunque si sia veduto di sopra che nel 1143 il Vescovo di Piacenza cum consenso Consulum diede al Monistero di Trebia il ponte di quel fiume, spettante alla Repubblica; pure nel 1157 fra Richilda badessa del Monistero Bresciano di Santa Giulia, e i Consoli della città di Piacenza seguì una concordia pel porto Piacentino sul fiume Po, né punto v’intervenne autorità alcuna del Vescovo. Ho io divolgato più volentieri quest’atto, che ricavai dall’archivio di quel nobilissimo Monistero, perché da luce alla Pace di Costanza stabilita fra l’imperador Federigo I e le città Lombarde nel 1183, dove si leggono confermati Pacta Placentinorum, scilicet Pactum Pontis Padi, et fictum ejusdem Pontis, et Regalium, ec., ipso Ponte remanente cum omnibus suis utilitatibus, Placentinis: ita tamen quod teneantur semper solvere fictum Abbatissae Sanctae Juliae de Brixia, ec.

Ma giacché abbiam fatta menzione della famosa Pace di Costanza, non s’ha da tralasciare che da’ suoi Atti apparisce che anche in que’ tempi vi restava qualche città, il cui governo per concession degl’Imperadori apparteneva al Vescovo, e che i Consoli di que’ luoghi dipendevano dall’autorità d’esso Prelato. Tali son le parole di Federigo I: In civitate illa, in qua Episcopus per privilegium Imperatoris vel Regis. Comitatum habet, si Consules per ipsum Episcopum Consulatum recipere solent, ab ipso recipiant, sicut recipere consueverunt. Alioquin unaquaeque civitas a nobis Consulatum recipiat. Però quantunque ne’ pubblici Atti delle città di Lombardia s’incontrino i Consoli, e paia interamente posta in essi tutta l’autorità del governo civile; pure convien procedere cautamente in escluderne affatto quella dei vescovi, perché in qualche luogo riconoscevano essi per superiore anche nel temporale il Pastore della Chiesa. Col tempo poi venne meno il restante diritto de’ medesimi vescovi. Tuttavia nel diploma di Ottone IV dell’anno 1210, rapportato dall’Ughelli nel Catalogo de’ Vescovi di Parma, vien comandato ut nullus se intromittat de regimine civitatis Parmensis, antequam confirmationem et investituram recipiat de manu Episcopi, qui eam vice nostra dare debet. Et Potestas, seu Consul, vel alius Officialis, qui contra fecerit, pro Consule, Potestate, vel alio Officiali non habeatur. Può essere che in Parma vivo tuttavia si confermasse tal rito; ma si può anche dubitare che al Vescovo fosse confermato un privilegio tale per onor suo; ma privilegio che non era più in vigore, siccome avvenne di tanti altri. Passò anche nelle castella e ville il nome e l’ufizio de’ Consoli. Né questo avvenne tardi. Tal magistrato lo ritruovo io nell’anno 1116 usato nella riguardevol terra di Guastalla, suggetta fin dai tempi di Lodovico II Augusto al Monistero Piacentino di San Sisto. Perché le Monache di quell’illustre luogo s’erano troppo rilasciate, per cura della celebre contessa Matilda nell’anno 1112 furono cacciate di là per forza, e quivi ammessi i Monaci Benedettini, che tuttavia ne son padroni. Ottone fu il primo loro abbate, chiamato colà dal Monistero Mantovano di Polirone, il quale per conciliarsi l’amore e suggezione del popolo di Guastalla, accordogli varie esenzioni e concedette campi da coltivare nell’anno suddetto 1116, come si raccoglie da uno strumento da me veduto nell’insigne archivio segreto del Comune di Cremona. Ivi è fatta menzione della Badessa di San Sisto Imilda, di cui non ebbe conoscenza il Campi nella Storia di Piacenza, né il P. Bacchini in quella di Polirone, dove diede il Catalogo di tutte quelle Badesse; e si truovano nominati i Consoli di Guastalla col loro Consiglio, dipendenti nondimeno dall’Abbate di San Sisto. Un’altra carta ho io prodotto, estratta dal codice di Cencio Camerlengo, in cui dell’anno 1198 Narnienses Consules universales civitatis et Comitatus Narniae concedono ad una certa Alifanda la tenuta della rocca di Carleo. Talmente poi divenne familiare il nome ed uso de’ Consoli, che dovunque le castella, terre e ville godevano il nome di Comune o Comunità, benché sotto il dominio di principi o ecclesiastici o secolari, i capi di esse erano chiamati Consoli. Ne ho recato le pruove con due strumenti, contenenti un’investitura e donazione fatta dai Marchesi d’Este nel 1197 e 1218, dove sono mentovati Consules Communis villae Palsi, luogo di dominio, de’ medesimi Estensi. Anche nella città di Benevento si contavano una volta i Consoli; ma perché si usurpavano troppa autorità e balía, Martino IV papa nel 1281 ne abolì l’ufizio, come consta dallo strumento ch’io ho dato alla luce. Ed anche dappoiché fu introdotto il governo dei Podestà, continuò la denominazione de’ Consoli in alcuni impieghi minori. Così nella Repubblica di Genova noi troviamo Consules Placitorum, Consules Communis, Consules Civium, et Foritanorum; e in Milano, Modena, Ferrara e altrove Consules Mercatorum. Quanti ne usasse la Repubblica Pisana nel 1248, si vedrà in uno strumento del 1248 che rapporterò in fine della presente Dissertazione.

Per più anni appoggiata fu la principale autorità e direzion de’ pubblici affari nelle città libere ai Consoli, e questi presi dal ruolo de’ proprj cittadini. Ma prima dell’anno 1180 si cominciò ad introdurre una differente maniera di governo. Perciocché entrando facilmente la discordia fra essi cittadini, molti si disgustarono della rettorica de’ Consoli; e fors’anche sovente si provava che i medesimi Consoli non andavano d’accordo. Quel che è più, seguivano tumulti nell’elezion di tali magistrati, ansando spezialmente i potenti per ottenere quella preminenza ed autorità nella lor patria: dal che seguivano varie parzialità e prepotenze. Parve dunque miglior consiglio il prendere dalle vicine amiche o collegate città qualche prudente personaggio, da cui fosse governato il popolo ed amministrata giustizia. Con tal mezzo si veniva a schivare ogni affezion particolare, credendosi con giusto fondamento che uomo tale maneggerebbe rettamente le bilance dell’una e dell’altra giustizia, dove non avea attaccamenti di parentele, né altri legami che potessero travolgere l’inclinazione sua al ben fare. A sì fatti Rettori delle città fu imposto il nome generico di Podestà, nome che nelle memorie di que’ tempi era adoperato ora in mascolino ed ora in femminino. Si crederà taluno che tal nome fosse un’invenzione di que’ tempi; ma l’origine sua s’ha da trarre dagli antichi secoli della lingua Latina, ne’ quali fu usato per significare i magistrati del popolo. Plinio nel lib. 29, cap. 4 scrive: Mites praestare Dominos, Potestatesque exorabiles. Così Apuleio: Sed jussit Potestas Officialem suum magna severitate coerceri. Per testimonianza di Suetonio, cap. 17, Giulio Cesare fece imprigionare Naevium Quaestorem, quod compellari apud se majorem Potestatem passus esset. E nella Vita di Claudio cap. 23: Jurisdictionem de fideicommissis in Urbe delegari Magistratibus solitam, atque etiam per provincias Potestatibus demandavit. Giuvenale, Sat. X, vers. 99:

Hujus, qui trahitur, praetextam sumere mavis,

An Fidenarum, Gabiorumque esse Potestas?

Così Salviano nel lib. de Provid. scrive: Itaque tunc illi pauperes Magistratus opulentam habebant Rempublicam. Nunc autem dives Potestas pauperem fecit esse Rempublicam. Il Concilio Antiocheno nel can. V così ordina: Si quis Ecclesiam Dei conturbare et solicitare persistit, tamquam seditiosus per Potestates exteras opprimatur. Che significhino queste parole, si raccoglie da Hincmaro arcivescovo di Rems presso Flodoardo, lib. III, cap. 22: Postea autem per exteras, idest saeculares, Potestates contra Sardicenses Canones eamdem administrationem sine mea conscientia obtinuisti. E Apollinare Sidonio, lib. I, epist. 8: Vigilant fures, dormiunt Potestates. Finalmente per tralasciar altre citazioni, e ciò che ha il Du-Cange nel Glossario, nei diplomi dei Re d’Italia sovente è nominata Judiciaria Potestas: dal che probabilmente venne a dirittura il suddetto nome di Podestà. Ho io pubblicato un diploma di Guaimario IV principe di Salerno, dell’anno 1035, dove il Notaio in fine ha queste parole: Ex jussione supradictae Potestatis scripsi ego, ec. E in un diploma di Corrado I imperadore, dell’anno 1033, è comandato, ut nullus umquam Potestas, Minister, vel Missus, dia molestia ai beni del Monistero di San Pietro in Caelo Aureo di Pavia. Dissi che prima del 1180 cominciò alcuna delle città d’Italia a valersi dei Podestà; imperocché nella lega sopra allegata de’ Parmigiani col Modenesi del 1151 si legge: Infra quadraginta dies, postquam mihi requisitum fuerit a Consulibus, vel Potestate Mutinae, emendare faciam, nisi per parabolam Consulum vel Potestatis Mutinae remanserit. E che già in qualche luogo fosse introdotto questo magistrato, si raccoglie da Radevico, lib. II, cap. 6, dove scrive le pretensioni di Federigo I imperadore. Praeterea (dic’egli) et hoc sibi ab omnibus adjudicatum atque recognitum est, in singulls civitatibus Potestates, Consules, ceterosque Magistratus assensu populi per ipsum creari debere, ec. Furono tali ordini pubblicati nella Dieta di Roncaglia l’anno 1158; e Ottone Morena nella sua Storia all’anno 1159 ci fa anch’egli sapere l’istanza fatta per parte di esso Augusto al Consiglio di Milano, ut ipsi quoque Potestatem Caesareum, quemadmodum aliae civitates fecerant, acciperent. Però in un diploma del medesimo Imperadore in favore de’ Cremonesi, emanato nello stesso anno 1159, che contien molte notizie degne di osservazione, ed è stato dato alla luce da me, si vede fatta menzione dei Podestà. Così nell’esame di molti testimonj, fatto nell’anno 1169 in domo Comitis Bonifacii Potestatis Veronae per una lite spettante al Monistero di San Zenone di Verona, scorgiamo che quella città avea già il suo Podestà. In fatti dappoiché lo stesso Federigo ebbe smantellata l’infelice città di Milano nell’anno 1162, crebbe molto più l’uso di tali magistrati, scrivendo il suddetto Ottone Morena ch’egli diede Brixiennibus, ac etiam Pergamensibus in Potestatem Marcoaldum de Grumbas; Mediolanensibus vero Dominum Episcopum de Legio; Placentinis autem ab initio Aginulfum, deinde Arnaldum Barbavairam; Comitem Conradum de Bellanuce praeposuit Ferrariae; Parmae Azonem, qui dicitur....; Comensi Comitatui Magistrum Paganum, ec.

Non tutte però le città nel medesimo tempo, ma alcune più presto, altre più tardi ammisero al loro governo i Podestà; e né pur furono costanti sul principio in tale regolamento. Se vedevano che sotto i Consoli zoppicavano le faccende del Pubblico, passava il popolo all’elezione di un Podestà; ma se sotto il suo reggimento si provavano gli stessi o maggiori disordini e danni, tornava esso popolo a servirsi de’ Consoli. Come abbiamo dai Continuatori di Caffaro, lib. III degli Annali di Genova, trovandosi quella Repubblica stracciata da gravi discordie civili nell’anno 1190, Sapientes et Consiliarii civitatis convenerunt in unum, et de communi consilio statuerunt, ut Consulatus Communis in futuro anno cessarent, et de habendo Potestate omnes fere fuerunt concordes. Poscia nell’anno 1192 si richiamarono i Consoli; ne’ susseguenti anni ora i Podestà ed ora i Consoli tennero le redini di quella città; e finalmente per lungo tempo sotto il governo de’ Podestà essa riposò. Per testimonianza di Ricordano Malaspina e di Giovanni Villani, solamente nell’anno 1207 Firenze ebbe il suo primo Podestà. Nulladimeno l’Ammirati iuniore nella Storia Fiorentina cita Gerardo Caponsacco per Podestà di quella città nell’anno 1193, allegando le memorie di que’ tempi. Che tuttavia durasse in Ferrara l’uso de’ Consoli nel 1190, lo dimostra una carta dell’Archivio Estense, che contiene la sentenza de’ Consoli e Giudici del Comune di Ferrara contra di Obizzo marchese d’Este in favore del Monistero della Pomposa. Né pure nell’anno 1234 era cessato in Lucca il reggimento de’ Consoli, ciò apparendo da una carta esistente nel codice di Cencio Camerario, dove sono mentovate tutte le famiglie di quella città, e insieme Lucani Dei gratia Majores Consules; ed è la concordia seguita tra essi e la Curia Romana, da cui erano stati scomunicati. Tale era poi la dignità ed autorità di tal Podestà, che né pure si rifiutava dai principi e gran signori, dicendosi appunto che chiamati a qualche Podestería, andavano in signoria. A non più di un anno si stendeva l’autorità e la permanenza del Podestà nel luogo dove avea esercitata la Pretura; e i medesimi giuravano nel principio di non durare in essa se non per dodici mesi: dal qual giuramento niuno veniva assoluto, se non in caso che i suoi rari meriti e le sue virtù bene sperimentate cotanto avessero guadagnati gli animi de’ cittadini, che se gli prorogasse anche per un altro anno quel nobile ufizio. Ma perciocché non mancarono di coloro che si abusarono di questa precaria signoria, nel progresso del tempo non poche città si avvisarono di prendere due Podestà, che nel medesimo anno reggessero il Comune, l’uno de’ quali comandava e terminava il suo ministero ne’ primi sei mesi, e l’altro ne’ sei susseguenti. In questa maniera si provvedeva che di sì fatti Rettori, se per disavventura riuscissero o disutili o nocivi alla Repubblica, fosse corto l’impiego. Sceglievansi poi tali magistrati non nella propria, ma nelle altre città, spezialmente anteponendo le amiche o collegate, cioè delle aderenti alla sua fazione, fosse Guelfa o Ghibellina. Cioè le città Guelfe non altro eleggevano che chi professava il medesimo genio; ed altrettanto praticavano le Ghibelline. Proponeva ognuno nel Consiglio quel personaggio straniero ch’egli credeva più abile al pubblico governo; e alla pluralità de’ voti si fissava l’elezione. Per levar nondimeno le gare e le altercazioni, costumarono i più di rimettere ad alcuni pochi de’ più prudenti ed accreditati cittadini la scelta del Podestà: o pure si scriveva ad una delle città confederate, affinché si prendesse la cura di provvederli del più saggio lor cittadino atto a quel governo, e particolarmente chi già fosse stato creato Cavaliere. Se alcuno se ne sceglieva non peranche ornato del cingolo militare, gli Storici lo notavano come cosa rara. Che se questi tali gran riputazione si acquistavano nel governo, a pubbliche spese solevano poi essere promossi all’onore della cavalleria. Vi furono anche delle picciole città che per patti si obbligavano a ricevere i Podestà dalle potenti e vicine. Del resto sopra tutto si metteva l’occhio per tale impiego sopra le persone più illustri per la nobiltà, e in credito di saviezza, di sperienza, di valore nel comando dell’armi. E con ragione; perché al Podestà apparteneva non solamente il politico reggimento del popolo, ma anche l’andare alla testa della milizia, e condurre l’esercito, dovunque richiedeva il bisogno. Perciò chiunque si truova anticamente alzato al grado di Podestà nelle città libere, e massimamente nelle più illustri, questi s’ha tosto a tenere per persona di riguardevol nobiltà di sangue, e rinomato pel suo senno e virtù fra le famiglie Italiane, talmente che questo solo può servirgli di un distinto elogio. Chiunque per conseguente prende a trattare delle illustri Case d’Italia, dee particolarmente indagare, se anticamente esercitarono l’ufizio di Podestà nelle città libere, i cataloghi de’ quali ho io per questa ragione sempre creduto utili per distinguere le famiglie più riguardevoli dell’Italia. Si osservino, per esempio, le Storie della nobil città di Siena. Ivi s’incontrano vari Podestà presi dalla città di Modena alla rettoria di quella Repubblica. All’anno 1225 viene ivi riferito per Podestà Gerardus Rangonus. Questi è il medesimo che si truova lodato da Rolandino storico Padovano al lib. III, cap. I, dove scrive che la parte de’ cittadini Veronesi cacciata col conte di San Bonifazio fuori della città, nell’anno 1230 vocasse pro suo Rectore et Potestate Dominum Gerardum Rangonum de Mutina, virum prudentem et strenuum, sapientem, providum et astutum. Poscia all’anno 1227 fu Podestà di Siena Inghiramus de Macreta Modenese. Nell’anno 1231 il poco fa lodato Gherardo Rangone tornò ad esercitare la Pretura di Siena; giacché passato qualche tempo era permesso il tornare al medesimo impiego. Nell’anno 1235 Bernardus de Pio de Mutina quivi fu Podestà, essendo cosa manifesta che la nobil Casa degli oggidì principi Pii era Modenese. Nell’anno 1237 Jacobinus Rangonus. Nell’anno 1240 Manfredus de Saxolo de Mutina. Nell’anno 1245 Leonardus Buccabadata de Mutina Nel 1263 Guilielmus de Gorzano de Mutina. Nell’anno 1269 Rainerius del Testa de Mutina. Nel 1340 Gerardus de Guidonibus de Mutina. Nel 1349 Albertus Boschettus de Mutina. Tralascio gli altri. Erano tutti questi delle più illustri famiglie di Modena. Così furono scelti per Capitani della Repubblica Sanese (ufizio di cui parlerò fra poco) nell’anno 1256 Guilielminus de Rangona Modenese. Nell’anno 1258 Bonifacius de Gorzano Modenese. Nel 1262 Gherardinus filius Lanfranci Pii de Mutina. Nel 1265 Inghiramus de Gorzano Modenese. Nel 1268 Bonacorsus de Montecuccolo Modenese. Nell’anno 1300 Lanfrancus Rangonus de Mutina. Lascio andare gli altri, bastando questi pochi per far intendere, quanti Nobili Modenesi una volta furono chiamati al governo della sola città di Siena.

Rolandino Passaggieri Bolognese nella Somma Notariae Artis reca l’esempio delle lettere colle quali s’invitavano Milites, cioè i Nobili all’ufizio della Podestería. Fra l’altre cose diceano: Personam vestram ad kalendas februarii proxime venturi ad unum annum nobis et civitati nostrae in Potestatem, Rectorem et Dominum (di qui ancora apparisce che riguardevol dignità fosse quella) electione concordi et unanimi praeficimus. Sono qui mentovate le calende di febbraio, perché tal dovette essere l’uso di Bologna. In altre città quelle di gennajo o di luglio solevano dar principio al loro governo. Fatta l’elezione del nuovo Podestà, alquanti mesi prima, oltre alle lettere si spedivano ambasciatori ad invitarlo, e questi in Verona solevano essere Religiosi viri, affinché i secolari per tempo non si potessero introdurre nella grazia del futuro signore. Negli Statuti Veronesi del 1228, pubblicati dall’Arciprete Campagnola, al cap. I, il nuovo Podestà con giuramento così promette: Item teneatur mittere duos viros Religiosos et spiritales communi opinione, in quorum praesentia Potestas ventura juret in civitate sua, in publico Consilio, de veniendo, et de suscipiendo regimine civitatis Veronae. Qui, vel alii duo Religiosi, et communi opinione spiritales, ducere ipsum Potestatem debeant, quando venturus erit ad regimen praedictum; et alios ad praedicta faciendum non mittam. Item Potestas electa debeat respondere intra quatuor dies, postquam ei dictum et denuntiatum fuerit per Nuntium, sive per literas Communis Veronae, de recipiendo regimine civitatis, ec. Ecco quante precauzioni si usavano allora in questo affare. Ho io dato alla luce una Lettera, esistente presso il conte Sertorio Orsato Padovano, nipote del celebre Sertorio, e scritta nel 1308, in cui Franciscus de Bitonio de Episcopatu Assisii, Potestas, Anciani, Consilium et Commune Paduae avvisano Dominuin Pinum de Vernaca de Cremona di avere eletto personam vestram a calendis julii proxime venturis usque ad sex menses in Potestatem et Rectorem nostrum, ec., propterea recepturos pro salario vestro de nostra usuali moneta libras sex millia parvorum, ec. Con pompa solenne dipoi, con un magnifico concorso del popolo, e colla città addobbata, veniva accolto e introdotto il nuovo Podestà. Soleva anche recitarsi un’orazione in sua lode. In oltre si concedeva licenza e facoltà, anzi si comandava di condurre seco almeno due Giudici e due Cavalieri nobili. Ufizio de’ primi dovea essere lo sbrigar le cause criminali e decidere le liti civili; incumbenza degli altri avea da essere la guardia del Palazzo e del Podestà, e l’assisterlo coll’armi per l’esercizio della giustizia e pel castigo de’ malviventi. Veniva per lo più distintamente salariato dal Pubblico questo suo seguito. Terminato l’ufizio, dovea il cessato Podestà restare esposto al sindicato, e fermarsi tanto tempo in città, che si potessero udir le querele di chi si riputasse aggravato da lui: al qual fine era stato obbligato a dare idonea sigurtà nel luogo. Ma meglio è l’apprendere altre particolarità dagli antichissimi Statuti MSti del Comune di Modena, Rubr. I e VII del lib. I, dove son le seguenti parole: Potestas recipiet pro suo feudo et salario sex mensium, MCC libras Mutinensium a Communi Mutinae. Tenebit quatuor bonos Judices; et duos Milites, sive Socios, quorum unus sit bene Literatus; et octo Servientes Domicellos vestitos de eodem panno (oggidì la livrea); et octo equos, quatuor sint de armis, omni ejus periculo et fortuna. Item decem Beroarios armigeros vestitos eodem panno, dissimili a vestibus Domicellorum; et quatuor Ragatios a stalla. Et quod Potestas, nec aliquis de sua familia non possit nec debeat ducere vel tenere in civitate Mutinae vel districtu uxorem, fratrem, nec filium, toto tempore sui regimmis. Et quod non habeat aliquam parentelam, sive affinitatem, vel consanguinitatem in civitate Mutinae vel districtu. Nec comedere vel bibere cum aliquo cive, vel Comitatino civitatis Mutinae, nec ipse, nec aliquis de sua familia in aliqua domo vel loco alicujus singularis personae vel Collegii civitatis Mutinae, vel Burgorum, ec. Osservisi con quanta gelosia e circospezione si procedesse allora, affinché niuno potesse corrompere gli animi di questi per altro effimeri padroni delle città libere.

Aggiungasi il decreto formato prima del 1281 della Repubblica di Modena intorno all’ufizio del Podestà, estratto da un altro antichissimo codice dell’archivio suo, dove son le seguenti parole: Potestas Mutinae secum debeat ducere et tenere toto tempore sui regiminis duos bonos Judices peritos, et duos bonos Milites, quoslibet ipsorum Judicum et Militum, annis triginta majores; et octo Servientes, et octo Equos ad minus, quorum tres sint de armis. Qui Judices et Milites, et omnes alii de sua familia sane sint et fuerint de parte Ecclesiae. Et non aliquem, qui sit, vel fuerit, vel esse consueverit de altera parte, sub poena centum librarum Mutinae pro quolibet. Et venire debeat, et esse in civitate Mutinae dictus Potestas cum tota dicta sua familia, per octo dies ante introitum dicti sui regiminis. In quibus octo diebus habeat ipse Potestas plenam jurisdictionem punire omnes et singulos, officiales electos, et alias loco eorum, qui renunciaverint, vel esse non poterint, eligere et jurare facere secundum formam Statuti Communis Mutinae. Et si de ipsis Officialibus, vel de aliquo eorum, vel ipsorum electione aliqua controversia vel quaestio moveretur, quod possit cognoscere ipse, et quilibet de suis Judicibus, et terminare et diffinire, ac si revera, esset in regimine civitatis Mutinae. Et insuper Potestas.... in kalendis januarii infra dictos octo dies eligat, seu eligi faciat secundum formam Statuti Consilium Generale novum Communis Mutinae, et locare redditus Communis ac Consilii Generalis ad incantum plus offerenti, secundum formam Statuti Communis et populi. Et stare debeat ipse Potestas, Judices et Milites ad Regimen Potestariae civitatis Mutinae faciendum in civitate Mutinae et districtu usque ad tempus sui regiminis completum. Nec alios possit loco eorum subrogare, vel ponere, vel cambiare, ec.

Et ego Johannes de Curtellinis Notarius Potestatis praedictum Statutum de Libro Statutorum Communis Mutinae extraxi et exemplavi in millesimo ducentesimo octuagesimo primo, indictione nona, die dominico X intrante augusto.

Poco diversi erano in questo proposito i riti del popolo Ferrarese intorno all’elezione del loro Podestà. Solamente riferirò che negli Statuti di essa città del 1268, conservati nella Biblioteca Estense, si legge nel lib. II, Rub. 7: Potestas teneatur habere quatuor Judices et duos Milites; unus quorum Judicum semper debeat esse deputatus aggeribus, scursuriis, pontibus et viis civitatis Ferrariae et districtus, ec. Qui Judex aggerum eligatur per Dominum Marchionem: et habeat pro suo salario de Feudo Potestatis in sex mensibus quinquaginta libras Ferrarinorum veterum. Il secondo Giudice avea cura delle rendite del Comune di Ferrara, delle navi, porte, ec. Il terzo attendeva ai maleficj. Il quarto era Assessore del Podestà. Per soli sei mesi durava l’ufizio del Podestà, e pro suo salario precipiebat a Communi Ferrariae mille quingentas libras Venetorwn parvorum. Non gli era permesso di conoscere, e molto men decidere causa alcuna alicujus civis, vel habitatoris civitatis vel loci, unde Potestas erat, vel districtus ejus. Ho io parimente pubblicato tutte le ordinazioni fatte prima del 1288 dalla Repubblica Sanese intorno all’elezione ed ufizio dei Podestà; ma per essere quegli Statuti assai diffusi, altro qui per brevità non ne accenno. Ma allorché maggiormente bollivano le fazioni de’ Guelfi e Ghibellini in Italia, si prendevano talvolta due Podestà che nello stesso tempo reggessero la città. E ciò avvenne in Modena nell’anno 1254, essendo stati eletti al popolo Dominus Castellanus Domini Andaloi, et Dominus Rambertinus Domini Matthaei. Ma non sapendosi questi due Satrapi accordare insieme, il Consiglio della Credenza gli scongiurò di pacificarsi e di procedere con armonia, o pure di rinunziare al magistrato. Fu accettato quest’ultimo partito, e se n’andarono. Alle volte ancora accadeva che i Podestà o per loro mancamento, o per la prepotenza delle fazioni che allora turbavano lo stato di quasi tutte le città, poco soddisfacevano al popolo, o ai Potenti, di modo che prima che terminasse il loro reggimento, erano forzati ritirarsi. Costume per lo più era di pagare né più né meno ad essi il pattuito salario, se pur tale non fosse la lor colpa che non meritasse un sì favorevol trattamento. Ne darò un esempio tratto dall’archivio del Comune di Modena. Nell’anno 1219 fu cacciato dal governo di Modena Lanterio degli Adelasi Bergamasco, e in suo luogo surrogato Rambertino de’ Ramberti Bolognese. Pretendendo egli d’essere stato ingiustamente deposto, si presentò in Pavia davanti ai giudici, eletti da Federigo II re allora de’ Romani, ed espose le sue querele, con chiedere il salario a lui promesso della Podestería, cioè mille lire moneta di Bologna, e in oltre mille marchas argenti pro injuriis et contumeliis, quas mihi praedictum Commune et Universitas, sive homines illius Communis et Universitatis, mihi dictis et factis intulerunt et fecerunt, ec. Come finisse quella faccenda, nol so dire. Così nell’anno 1272 mentre Saracino de’ Lambertini (dalla cui nobile famiglia discende il santissimo e celebratissimo regnante pontefice Benedetto XIV) per gli ultimi sei mesi esercitava la Pretura o sia Podestería di Modena, senza compiere il tempo della sua carica, spontaneamente, e non cacciato, nel mese di novembre si assentò, forse per sospetto che meditando allora i Bolognesi d’ingoiare il distretto di Modena, poco proprio fosse per lui allora il reggimento di questa città. Per tale avvenimento si raunò in Modena il Consiglio della Credenza coi ventiquattro Difensori del Popolo, e fatto fu decreto che si spedissero per parte de’ Nobili e del popolo a Castelfranco ambasciatori (uno de’ quali fu Venetico figlio di Alberto de’ Caccianemici capitano del medesimo popolo) ad esortare il fuggito Podestà, sì per l’amor suo verso i Modenesi, che per decoro della propria casa, di ritornarsene al suo governo. Tal risoluzione fu approvata in Consilio generali Communis Mutinae de Capitibus Artium (Capitudini sono chiamate da Giovanni Villani) Consulibus Societatum, et de aliis, qui ex forma Statuti tenentur Consiliis interesse. Ma indarno impiegarono i Legati esortazioni e preghiere. Saracino forte nel suo proponimento ricusò di tornare; e poscia per l’ingiuria, come egli pretendeva, a sé fatta, e per la non pagata parte del salario a lui dovuto, talmente accese contra de’ Modenesi gli animi dei Bolognesi, che allora abbracciavano ogni pretesto per nuocere al popolo di Modena, che ne seguirono assaissimi sconcerti e rappresaglie, che vicendevolmente dall’una e dall’altra parte furono fatte. Finalmente nell’anno 1278 furono eletti due arbitri con facoltà di decidere questa controversia: nella qual occasione ciascuna delle parti propose le sue petizioni e ragioni, ed ho io pubblicato alcune proposizioni allora formate, dalle quali maggiormente risultano i riti osservati in quel tempo nell’elezione dei Podestà. E questo bastar potrà per intendere qual fosse e quanto onorevole una volta l’ufizio dei Podestà. Tuttavia a fin di meglio illustrare questo argomento, ho io dato alla luce un Opuscolo MSto, a me somministrato dal sig. Argelati, che porta il titolo di Oculus Pastoralis. Anche in Padova si truova questa medesima Operetta scritta a penna, e probabilmente più corretta ed ampia, il cui autore incognito fiorì dopo l’anno 1222, perché nel cap. 4 della prima divisione ha queste parole: ad reverentiam et timorem Ecclesiae Sanctae Dei, et gloriosissimi Domini nostri F. Romanorum Imperatoris Augusti, cioè di Federigo II. Serviva tale Operetta per ammaestrare chiunque era stato assunto all’impiego di Podestà, con rapportare tutte le allocuzioni ch’egli doveva fare, e le più importanti osservazioni, per ottenere la gloria di un ottimo governo. Però egli è da credere che i Nobili l’avessero in pronto e la studiassero, allorché veniva il tempo di valersene.

Ma perciocché nel progresso de’ tempi si trovò dato troppo di autorità ai Podestà, o perché il popolo sovente discorde dai Nobili volesse un capo suo particolare, o perché fosse creduto meglio il dividere dal governo civile il militare: istituirono le città libere un altro ufizio, cioè quello di Capitano del Popolo, personaggio anch’esso forestiere, e preso da altre città. Per la stessa ragione fu introdotto nella Repubblica Romana il Tribuno della Plebe, magistrato di ampia autorità, per difendere la plebe dall’insolenza dei Nobili. Era incumbenza di questo Capitano il reggere la milizia ne’ tempi di guerra, e quando lo richiedeva il bisogno, raffrenare i tumulti e castigare i sediziosi. Perciò negli antichi Statuti delle città molta menzione si truova di tali Capitani, e del loro ufizio. Ma oltre ad essi, eletti per sei mesi, o pure per un anno intero, altri se ne cominciarono ad eleggere, di gran riputazione nel maneggio dell’armi, appellati perciò Capitani di Guerra, a cui ubbidivano tutti i combattenti della terra, o stranieri. Ho io prodotta una lettera scritta nell’anno 1257 dagli elettori del Capitano del popolo di Siena Domino Frederigo de Burgo, con cui l’avvisano d’avergli destinato l’impiego di Capitano di esso popolo, e il salario mille librarum denariorum Senensium minutorum. Che se accadeva che il Podestà, o Capitano del Popolo, o Generale dell’annata mancasse di vita mentre era in ufizio, allora alle spese del pubblico e con sommo onore si eseguiva il suo funerale, come se il principe o signore della città avesse terminati i suoi giorni. Nelle Storie di Bologna, Firenze, Siena, ec., se ne veggono varj esempli, ed io ho rapportato il Funerale fatto in Siena al valoroso Giovanni d’Azzo della nobil casa degli Ubaldini, Generale de’ Sanesi, che nel giugno del 1390 cessò di vivere con sospetto di veleno, a lui fatto dare dai Fiorentini. Io qui lo tralascio. Questo doppio ufizio di Podestà e di Capitano cagion fu che in qualche città fossero due pubblici Palazzi, l’uno de’ quali si chiamava il Palazzo del Comune, dove abitava il Podestà, e l’altro il Palazzo del Popolo, dove risedeva il Capitano (Vedi la Cronica Pisana pubblicata in questa medesima Opera). Essendo poi suggetto a frequenti mutazioni in que’ tempi il governo delle città libere, però alla medesima fortuna restavano anche i pubblici ufizj. Quindi è che furono istituiti i Priori e poi i Gonfalonieri, dalla bandiera del popolo che loro era consegnata. Per la prima volta i Fiorentini introdussero tal carica nell’anno 1293. Furono anche dati al Podestà alcuni saggi uomini per assistenti, senza il consiglio de’ quali egli non potea spedire gli affari più gravi della Repubblica, appellati perciò Consiglieri, Savj, od Anziani. Talvolta ancora la plebe dominante si eleggeva un Presidente, a cui fu dato il nome di Abbate del Popolo; anzi furono qualche volta molti gli Abbati al medesimo governo, e in essi era riposta la principale autorità della Repubblica. Spezialmente questa sorta di magistrato ebbe luogo in Genova e Piacenza. Allorché Arrigo VII re de’ Romani nell’anno 1311 andò a Genova, riferisce Albertino Mussato, (lib. V, cap. I Hist. Aug.) che Abbas, scilicet plebejus vir, more patriae populi Praefectus cum Potestate ac Primoribus civitatis, plebsque tota obviam processit. Ho io pubblicata la lettera di congratulazione, scritta nell’anno 1310 dal 1625 Podestà, Anziani e Consiglio di Padova Nobilibus et sapientibus viris, Dominis Jacobo de Landriano de Mediolano, commendabili Potestati, Francisco Caravello Abbati, et duodecim Gubernatoribus populi, Communis et hominum Januae, in occasione che era seguita concordia fra i così spesso discordi cittadini di Genova. Talora parimente usarono le città maggiori di scegliere un Doge a guisa del Dittatore ne’ tempi della Romana Repubblica, e coll’esempio della Veneta, a cui attribuivano una grande autorità, restando nondimeno intatti i collegj e gli ordini del pubblico governo. Ciò spezialmente accadeva allorché si trovava il Comune in gravi e difficultosi emergenti. Così fecero i Genovesi e Pisani, ed anche in certa maniera i Fiorentini. Si sarebbe poscia osservato, quali fossero i magistrati di essa Repubblica di Firenze nel secolo XIV, se si fosse dato alla luce un Dialogo di Gori Dati Fiorentino, che mandai a Milano, affinché si stampasse in quest’Opera, ma senza ch’io ora vel trovi: frutto di chi è obbligato a stampar le cose sue lungi da’ proprj occhi. Si può bensì leggere in essa un Catalogo dei Podestà della Città di Foligno, che potrà servire a chi tratta della nobiltà delle famiglie d’Italia.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011