Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XLV

Della forma di Repubblica presa da moltissime Città d’Italia,

e dell’origine della loro Libertà.

Chiunque ha qualche tintura dell’antica barbarica Erudizione, o ha letto ciò ch’io stesso ho notato nelle precedenti Dissertazioni, abbastanza sa che le città d’Italia, a riserva delle sottoposte al Romano Pontefice, allorché regnarono i Longobardi e Franchi, e molto tempo anche dappoi, erano governate ciascuna dal loro Conte o Gastaldo, il quale oltre ad altri magistrati minori presedeva alla milizia, e ministrava la giustizia al popolo. Sa parimente ch’essi Conti erano subordinati ai Marchesi o Duchi, che i Re od Imperadori destinavano al governo di tutta la Provincia, Marca o Ducato. Apprenderà egli ora che la maggior parte di queste città nel secolo XII presero forma e regolamento di Repubblica, fecero leghe e guerre; in una parola, esercitarono tutto quello che conveniva a città libere, e godenti una specie di despotismo. Così gran mutazione di cose, per cui restò molto estenuata l’autorità Regale ed Imperiale in Italia (lo stesso avvenne in Germania) se alcuno chiederà onde avesse origine, gli si risponderà, essere questo un punto molto scuro, e pure di grande, anzi massimo momento alla Storia, e però degno di esame e riflessione. Indicherò io quel poco di luce che fra le tenebre, nate dalla scarsezza degli Storici e delle vecchie memorie, a me sembra di avere scoperto. Carlo Sigonio, nobile ornamento della città di Modena, nel lib. X de Regno Italiae, all’anno 1106 stimò che sotto Arrigo V fra i Re, e fra gl’Imperadori IV, il quale in quell’anno per la morte del padre cominciò più sicuramente a regnare, s’abbiano particolarmente a piantare i principj della libertà d’Italia. Imperium inde (così egli scrive) Henrici filii novum, quasi stabiliendae libertatis ac dominationis initium ab Italicis ipsis est habitum. Nam hoc imperante Mediolanenses, atque adeo etiam eorum exemplo alii, libertate luxuriantes, ac Regis arma despicientes, controversias, quae Regis ante componi sententia consueverant, armis disceptare instituerunt, atque ad hanc rationem suam singuli Rempublicam contulerunt. Così il Sigonio, alla cui sentenza non mancano buoni fondamenti; perciocché in fatti, siccome qui sotto vedremo, allora più che mai si misero in libertà i popoli, e massimamente i Lombardi. A me nondimeno sia lecito di rintracciare altri vestigi e principj di autorità, prima che regnasse il suddetto Arrigo; imperciocché non con una improvvisa sedizione, ma a passo a passo arrivarono le città a conseguire una piena libertà e dominio. Sino alla morte di Ottone II Augusto, cioè sino all’anno 983, stettero saldi nell’ubbidienza i principi e le città del Regno d’Italia. Avvezza la gente a lasciarsi reggere dai ministri e vicarj del Re e dell’Imperadore, cioè di chi o per elezione o per successione o per fortuna dell’armi era stato costituito Sovrano sopra tutti, con pace ne sofferiva il comando. Se taluno de’ vescovi, duchi, marchesi o conti facea delle novità e prorompeva in aperta ribellione, coll’armi e colla forza era messo in dovere. Lasciò Ottone II dopo di sé un figlio di poca età, cioè Ottone III. Se s’ha da credere alla Cronichetta de’ Re d’Italia, che pubblicai nel tomo II degli Anecdoti, defuncto Secundo Ottone, fuit tunc Regnum sine Rege annos V et menses IX. Questo lungo interregno, e finalmente la poca età di Ottone III allorché fu eletto re d’Italia, e la sua non breve permanenza fuori d’Italia, a me sembra che dessero qualche apertura ad alcune città d’Italia per alzare la testa, e meditar consigli di libertà. Ed appunto a que’ tempi credo che s’abbiano a riferire i funesti moti e turbolenze de’ Milanesi. Siccome attesta Arnolfo storico Milanese (lib. I, cap. 10, nel tomo. IV Rer. Ital.), Landolfo arcivescovo di Milano (che nel 978 consecrato, mancò di vita nel 997) propter nimiam patris ac fratris insolentiam, gravem populi perpessus, est invidentiam: instabant enim prae solito Civitatis abuti dominio. Signori, o se vogliam dire governatori della città di Milano erano allora gli Arcivescovi per concessione dei due Ottoni. Unde cives indignati una sese conjuratione strinxerunt. Inde civilis seditio, ac partium est facta divisio. Quibus continue rixantibus, grande commissum est in Urbe certamen. Fu allora forzato l’Arcivescovo a ritirarsi. Iterum autem collecto ex diversis partibus agmine, conflixit eisidem cum civibus in Campo Carbonariae, ec. La vittoria toccò al popolo; ma succedette poi pace fra le parti. Ecco dunque il popolo di Milano che comincia a prendere una specie d’indipendenza e dominio, e a far guerra, col non più voler ubbidire all’Arcivescovo, deputato a quel Governo dagli Augusti. Segni son questi di nascente libertà.

Ma subito che giunto ad una soda età calò in Italia Ottone III re, poscia imperadore, tornarono tutti i popoli all’antico ordine e alla primiera suggezione. Mancato poi di vita esso Augusto senza prole nell’anno 1002, e desiderando molti principi d’Italia di avere un Re della lor nazione, e non della Germania, insorse allora un grave scisma fra i magnati e popoli della Lombardia, con essere eletto re per l’una parte Arduino marchese d’Ivrea, e per l’altra Arrigo II re di Germania. A questa discordia d’animi tennero dietro guerre, incendj e desolazioni. Finalmente abbattuto Arduino, Arrigo re piissimo prevalse, apparendo nondimeno da questo che gl’Italiani meditavano cose maggiori, né più si accomodavano a soffrire l’antico giogo. Venuto a Pavia Arrigo nel 1014, sulle prime fu ben accolto da quel popolo; ma probabilmente per le insolenze de’ suoi Tedeschi mossasi una sedizione, anzi ribellione nella città, ne seguì una fiera strage de’ cittadini e un grave incendio di case. Domita Papia (così scrive Adelboldo vescovo nella Vita di Santo Arrigo), tota concutitur Italia. Civitates, ad quas Rex nondum venerat, obsides ultro transmittunt, fidemque debitam per sacramenta promittunt. Rodevano il freno i Pavesi, pure si contennero fino alla morte dell’ottimo Imperadore; e poi all’avviso di essa saliti nelle furie si vendicarono contro il palazzo del Re, dianzi ornamento della città, con bruciarlo e smantellarlo da’ fondamenti. Ed ecco un popolo che non vorrebbe più freno. Eletto poscia re Corrado, si mostrò forte in collera contro i Pavesi; e tuttoché (come scrive Wippone nella di lui Vita) Ticinensium Legati adessent, cum muneribus et amicis molientes, ut Regem pro offensione civium placarent, id adipisci a Rege nullo modo valuerunt. Calò egli poscia in Italia, e Papienses in gratiam recipere noluit; eorum vero Urbem, quoniam valde populosa fuit, subito capere non potuit; per biennium tamen omnes Ticinenses afflixit. Chiamisi pure, ch’io non mi oppongo, una ribellione quella de’ Pavesi: la verità nondimeno si è che quel popolo prese una forma di signoria, e che l’altre città, le quali mandarono ostaggi ad Arrigo II fra i Re, dovevano avere qualche figura di unione pubblica. Abbiamo poi la testimonianza degli Annali di Pisa (tomo VI Rer. Ital.) che fin dall’anno 1002 e 1004 Pisani vicerunt Lucenses. E nel 1006 Pisani et Januenses devicerunt Sardineam. Lascio il resto, bastando questo a farci intendere che in quel secolo stesso i popoli della Toscana godevano una specie di libertà. Veramente non essendo quegli Annali dell’antichità ch’io bramerei, non so se in tutto ci possiam fidare d’essi. Quello che a me par certo, nell’anno 1081 la città di Pisa fece de’ patti con Arrigo IV re di Germania e d’Italia, che l’Ughelli riferì nel Catalogo de’ Vescovi di Pisa. Leggonsi ivi molte cose degne di osservazione, e spezialmente il promettersi da Arrigo: Nec Marchionem aliquem in Tusciam mittemus sine laudatione hominum duodecim Electorum in colloquio facto sonantibus campanis. Questo suppone già formato in Pisa un Conseglio di quel popolo, e che in esso risedeva molta autorità. Io non so di qual tempo fosse composto un Sermone MSto Domni Uberti venerabilis Abbatis, ch’io vidi nella Biblioteca Ambrosiana, e dove si leggono le seguenti parole dette al popolo di Milano: Tu supplantare quaeris Cremonensem, subvertere Papiensem, delere Novariensem. Manus tua contra omnes, et manus omnium contra te, ec. O quando erit illa dies, ut dicat Papiensis Mediolanensi: Populus tuus populus meus; Cremensis Cremonensi: Civitas tua civitas mea, ec. Davanti a questo Sermone stanno quest’altre parole: Haec minuta laboris sui mittit in gazophylacium Sancti Ambrosii devotio Pauli et Gebehardi, preti che, per attestato del Puricelli e del P. Mabillone, fiorirono circa il 1020: ma mi resta dubbio se tali parole riguardino il seguente Sermone. Pure abbiamo dallo storico Arnolfo suddetto (lib. II, cap. 7) che regnando lo stesso Corrado I fra gli Augusti, l’arcivescovo di Milano Eriberto assediò Lodi colla milizia Milanese, con obbligare quel popolo a ricevere un nuovo vescovo. Ab illo tempore inter Mediolanenses atque Laudenses implacabile viguit odium, unde postea per multa annorum curricula praedas et incendia caedesque alternant innumerae. Ecco un popolo che circa l’anno 1028 fa guerra coll’altro: segno di pretesa autorità e libertà.

Aggiungasi ora quanto operò il medesimo Corrado Augusto in Lombardia. Racconta Sigeberto nella Cronica all’anno 1039 che questo Imperadore tornò in Italia, quia omnes Longobardi conjuraverant, ut non paterentur quemlibet Dominum, qui aliud quam ipsi vellent, contra se ageret. Perciò Eriberto arcivescovo di Milano per ordine di esso Imperadore fu carcerato; ma trovata maniera di fuggirsene, suscitò poscia il popolo di Milano contra d’esso Augusto, e virilmente gli fece resistenza. Non è da riferire questo avvenimento all’anno 1039, come fece Sigeberto; ma sì bene al 1037, come scrisse Wippone storico contemporaneo. Durò per due anni questa turbolenza, e Corrado impiegò indarno le sue armi nell’assedio di Milano, come s’ha dai due storici Milanesi Landolfo seniore ed Arnolfo nel tomo IV. Rer. Ital. Ora da tali premesse necessariamente risulta che in que’ tempi le due più potenti città della Lombardia, cioè Milano e Pavia, dovettero prendere qualche forma di Repubblica con iscacciare i ministri Cesarei, ed eleggerne de’ proprj che ministrassero la giustizia, o fossero pronti al governo e maneggio dell’armi. Che altrettanto facessero allora i Cremonesi, si può dedurre, dall’Ughelli nel Catalogo di que’ Vescovi. Ma da che mancò di vita l’imperador Corrado, e gli succedette Arrigo III suo figlio, Eriberto arcivescovo de controversia sua, quam contra Caesarem exercuit, satisfaciens, interventu Procerum gratiam Regalem recepit, rursusque juramento pacem servaturum affirmans, patriam remeavit. Che in questo trattato di pace fosse stabilito il ritorno de’ magistrati Imperiali nelle suddette città, è ben giusto il crederlo. Certamente questo avvenne almen dopo la morte di Eriberto arcivescovo di Milano, accaduta nel gennajo del 1045, e non già del 1046, come fu d’avviso il Puricelli, perch’egli sembra essere stato conte e governator di Milano finché visse. Intorno a che è da notare che al dire di Landolfo seniore (libro III, cap. 2) i Milanesi spedirono aliquantis diebus post praeclarissimi Hereberti decessum, ad Imperatorem Henricum, qui noviter surrexerat, noviterque populum ipsum a Majorum manibus liberaverat, cioè dalla prepotenza de’ Nobili: parole anch’esse indicanti che il popolo di Milano era tornato in grazia dell’Imperadore, e ne aveva ricevuto i di lui magistrati. In pruova poi di questo ho prodotto due autentici placiti, ricavati dall’archivio dell’insigne Collegiata de’ Canonici di Santo Ambrosio di Milano, e tenuti amendue nel novembre del 1045 nella stessa città di Milano, dum in judicio adesset Domnus Azo Marchio, et Comes istius Civitatis, il quale pronunziò una sentenza in favore de’ suddetti Canonici. Questi è il celebre marchese Azzo II, onde, siccome provai nella Parte I delle Antichità Estensi, discese la Real Famiglia di Brunsuic, e la Ducale de’ Principi Estensi. Aveva io prodotto in esso libro un documento comprovante che nell’anno 1184 Federigo I imperadore investivit Marchionem Obizonem de Hest de Marchia Genuae, et de Marchia Mediolani, et de omni eo quod Marchio Azzo habuit et tenuit ab Imperio. Da questo documento deduceva io che quel Principe progenitore degli Estensi di Germania e d’Italia fosse una volta stato governatore, o sia marchese di Milano e di Genova. Aveva io anche provato che il marchese Oberto I, ascendente d’esso marchese Azzo II, aveva governato il Regno d’Italia come sacri Palatii Comes, e verisimilmente fu anch’egli governatore e marchese di quelle Marche. Ma niuna pruova potei allora addurre che il suddetto marchese Azzo II avesse avuto dominio e governo di Milano. Eccone ora due autentici attestati. Non so dire per quanto tempo esso marchese Azzo II coi magistrati Cesarei governasse Milano. Verisimilmente, subito che mancò di vita il suddetto Arrigo, fra gli Augusti II, fra i Re III, convenne loro di ritirarsi, insinuandolo abbastanza i fatti raccontati da Arnolfo storico al lib. III, cap. 6. Dopo aver egli scritto che Regnante infantia del re Arrigo IV i Pavesi non vollero ammettere un vescovo dato alla loro città, soggiugne: His diebus inter ipsos (Papienses) et Mediolanenses de caussis civilibus emergit discordia, ec. Inde erat, quod sibi rependebant ad invicem caedes, praedas et incendia, nec non et latrocinia. Factum est autem, ut Papienses, dum inferiores essent, conductis aliunde pretio legionibus, ad devastandos Mediolanensium fines accederent. Mediolanenses vero, confoederatis sibi Laudensibus, in illos insurgerent. Conveniunt utraeque in campis acies ordinatis agminibus, vexilla in sublime ferentes. Fit vehemens partium in sese concursus; bacchantur certando diutius; divertunt tamdem Papienses a bello, adversariis insequentibus illos a tergo. Fit strages immensa Nobilium equitum, ec. In leggendo tali cose, non credo di potermi ingannare dicendo che qui chiaramente si scorge mutata la forma del governo ne’ popoli della Lombardia, ed apparirne segni di manifesta libertà. Niuna menzione si fa qui del Marchese, niuna de’ Conti. Gli stessi popoli fanno guerra fra loro, formano leghe, prendono al soldo reggimenti stranieri, operando tutto ciò che conviene a gente libera circa l’anno di Cristo 1057. Si potrebbe sospettare che le città col potente mezzo della pecunia impetrassero dal Re fanciullo di reggersi co’ proprj magistrati, salvo sempre l’alto di lui dominio e le appellazioni al Conte del sacro Palazzo, il quale probabilmente in que’ torbidi tempi si ritirò a Lomello, come osservammo nella Dissertazione VII. Ma forse senz’altra permissione del Re que’ popoli si misero in libertà.

Succederono poscia le gravi turbolenze di Milano a cagion de’ preti secolari, che a guisa de’ Greci si diedero a prendere moglie. Si leggono queste nelle Storie di Landolfo seniore e di Arnolfo, e ne avvennero guerre, ammazzamenti ed assedj. Landolfo ed Erlembaldo laici erano i capitani contro la parte degli Ecclesiastici, ed andavano ad alzate bandiere, come persone indipendenti dall’altrui podestà. Ma assai prima di questi torbidi n’erano succeduti degli altri, cioè le guerre civili fra i Nobili e la plebe di Milano, delle quali parlano Wippone nella Vita di Corrado I imperadore, ed Arnolfo e Landolfo seniore nelle loro Storie. Sembra che Landolfo col nome di Duchi disegni i Marchesi e Conti che ne’ tempi addietro governarono Milano, con dire: Interea universus populus (cioè la plebe) suorum malorum per diversos ac varios Dominos mala videns crevisse, durius habens dominium suorum civium, quam Ducum quondam suorum, tentando eventus bellorum varios, ab illorum dominio sese defendere ac liberare disposuit. Prima dunque era governato quel popolo da Duci stranieri, a’ quali succedette il dominio de’ suoi cittadini, che né pur voleva riconoscere l’autorità degl’Imperadori, talmente che, secondoché racconta esso Landolfo, Arrigo II fra gli Augusti trattò con Lanzone capo del popolo, che inducesse il medesimo popolo a giurar fedeltà al suo trono, e a permettere che le Cesaree schiere entrassero in Milano: il che poi non ebbe esecuzione. Ma qual forma di governo introducessero allora i Milanesi, per mancanza di memorie non si può chiarire. Pure può questo bastare per assicurarci che molto prima di Arrigo V re e del secolo XII s’era introdotta una particolare, per non dire intera specie di libertà nel popolo Milanese, e in alcun’altra città di Lombardia, come avevamo proposto di provare. Oltre di che pare che anche più anticamente i Nobili formassero nelle città una forma di Comune, Corpo od Università con privilegj degl’Imperadori: del che parlammo di sopra nella Dissertazione XVIII. Dall’Archivio Arciducale di Mantova io trassi un diploma di Arrigo II re di Germania ed Italia, dato nell’anno 1014, in cui egli conferma varj privilegj ed esenzioni cunctis Arimannis in civitate Mantue, sive in Castro qui dicitur Portus, ec., habitantibus, cum omni eorum hereditate, ec., Communaliis, ec. Un altro simil diploma conceduto fu a que’ cittadini nell’anno 1055, dove parimente si parla de Eremania, et communibus rebus ad praedictam civitatem pertinentibus, con aggiugnere: et eam consuetudinem bonam et justam habeant, quam quaelibet nostri Imperii civitas obtinet. Vedremo nella Dissertazione XLVIII menzionate sovente bonae consuetudines, che le città di Lombardia esigevano che Federigo I confermasse a tutte. Truovansi ancora semi della nascente, o pure della già stabilita libertà in Ferrara nell’anno 1055, qualora attentamente si consideri un diploma dato in quell’anno a’ Ferraresi da Arrigo II imperadore e re III, che sarà da me rapportato nella Dissertazione LXVIII. Sono periti tutti o quasi tutti gli archivj antichi delle città d’Italia, perché per accidente o per malizia bruciati, o messi a sacco, di modo che niuna ne ho trovato che conservi le vecchie sue memorie sopra i tempi di Federigo I imperadore. Nel diploma suddetto sono accennate molte Consuetudini di que’ tempi, che altronde non si possono imparare. Se s’ha da credere a Tolomeo storico di Lucca, nel 1064 già la città di Lucca era divenuta Comunità. Ma niun tempo più acconcio trovarono le città d’Italia per ottenere privilegi dagl’Imperadori, e piantare sodi fondamenti della loro libertà, che sotto Arrigo IV fra i Re e III fra gl’Imperadori. Rimasto fanciullo, allorché mancò di vita l’Imperador suo padre, con quanta debolezza e sregolatezza egli tenesse le redini del Regno, quand’anche lo tacesse la Storia, potremmo argomentarlo dagli sregolati costumi e da’ troppi vizj di allora. Più che in addietro si vide in quel tempo qual incanto seco porti l’oro e l’argento: e però facile fu il vendere e comperare i diritti dell’Imperio; molti ancora ne furono usurpati dalla forza. Vennero poi le guerre fra il Sacerdozio e l’Imperio a cagion de’ vizj di quel disordinato Principe, nocivi alla Chiesa, che Gregorio VII papa stimò di non dover più tollerare, con giugnere finalmente a scomunicarlo e dichiararlo deposto. Fiere sedizioni, ribellioni e guerre sconcertarono allora la Germania e l’Italia con varie scene di una funestissima tragedia, la quale durò sino alla di lui morte. Per sostener egli la sua sempre vacillante fortuna in mezzo alle guerre, che maraviglia è se si vide costretto a vendere o donare con larga mano le regalie, o dissimulare e sopportare le usurpate da alcuni? Quali esenzioni e patti ottennesse da lui la nobil città di Pisa nell’anno 1081, apparisce da un suo diploma dato alla luce dall’Ughelli ne’ Vescovi Pisani, e da me ripubblicato assai più corretto. In esso è ben fatta menzione del Marchese che dovea presiedere alla Toscana; ma non già de’ Conti, il diritto de’ quali dovea essere passato nelle stesse città. Può anche servire un tal documento a conoscere quello che avran fatto ed impetrato tant’altre città d’Italia sotto Arrigo IV fra i Re. Perciò avvenne che calato in Lombardia nell’anno 1110 Arrigo V re, suo figlio e successore, poca ubbidienza e rispetto avrebbe trovato nelle città, se il terrore di un gagliardo esercito, che l’accompagnava, non avesse tenuto in dovere i popoli. Come scrive Donizone nella Vita di Matilda (lib. II, cap. 18)

Urbes munitas ejus perterruit ira.

Novara pagò ben caro l’essersi ribellata: altrettanto avvenne ad Arezzo in Toscana.

Nobilis Urbs sola Mediolanum populosa

Non servivit ei, nummum neque contulit aeris.

Anzi appena tornato esso Arrigo in Germania, passati i Milanesi all’assedio di Lodi, costrinsero quella città a sottoporsi al loro dominio. Abbiamo da Sicardo nella Cronica (da me pubblicata nel tomo VII Rer. Ital.) che anno Domini MXCVIII prima coepit guerra de Cremona, frixorium Cremonensium: cioè guerra fatta loro dai Milanesi, che già meditavano di dilatar le fimbrie del loro dominio su le circonvicine città. E Landolfo da San Paolo storico Milanese nel tomo V Rer. Ital. scrive all’anno 1112, cap. 21: Papienses et Mediolanenses statuerunt sibi foedera, quae nimium quibusdam videntur Imperatoriae Majestati et Apostolicae auctoritati contraria, cum isti cives jurarent sibi servare se et sua contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum. Comprende ognuno che sì grande animo e vivo esempio di due cotanto possenti città dovette ispirare un egual ardire anche all’altre che non erano soltoposle a qualche Principe. Il perché lo stesso Arrigo re V, imperadore IV, per contenerle in fede e maggiormente tener salde nella divozione verso l’Imperio quelle che erano del suo partito, giudicò meglio di accordar ad esse de’ privilegi più ampj di prima. Un bel documento di questa sua condiscendenza l’ho io pubblicato, cioè un diploma dell’anno 1114, tratto dall’archivio della città di Cremona, in cui lo stesso Arrigo conferma ed accresce i diritti e privilegi a quel Comune. Fra l’altre cose dic’egli: Concessimus etiam eis, ut extra muros civitatis eorum, deinceps Palatium et hospitium nostrum habeamus: parole significanti che l’Imperadore promette di non entrar nella città coll’esercito, ma che riceverà l’albergo solamente nel palazzo a lui preparato ne’ borghi. Ma come, dirà qui taluno, non si permetteva agl’Imperadori d’entrare in città soggette al loro dominio? Certamente ciò parrà strano a’ tempi nostri. Ma allora i popoli, poco fa rimessi in libertà, troppo temevano, che ammettendo i Re armati nelle città, rivangassero i conti, e volessero ripigliar gli antichi diritti in pregiudizio delle nascenti Repubbliche. Si aggiunse un motivo di carità ne’ medesimi Regnanti, perché ammessi in seno delle città gli eserciti, allora spezialmente indisciplinati ed incontentabili, colla lor fierezza ed avidità commettevano troppi disordini, tirando i poveri cittadini alle sedizioni. Per questa cagione Pavia, Novara, Parma, Arezzo ed altre città sotto il medesimo Arrigo V rimasero incendiate; e per ischivar somiglianti sconcerti, piacque ai Re ed Imperadori amanti della clemenza, che loro fosse preparato l’alloggio fuori delle città, non già che ad essi fosse interdetto l’entrare nelle città, ma che non vi entrassero colle lor soldatesche. Se vogliam credere allo storico Galvano Fiamma, molto prima di questo tempo era stato accordato alla città di Milano un somigliante privilegio. E Landolfo seniore, lib. II, cap. 16 della Storia Milanese, da lui composta circa l’anno 1080, scrive che Adalberto re d’Italia nel secolo decimo Palatium Maximiani, quod situm est infra moenia urbis, vel Trajani, juxta Thermas Sancti Gregorii locatum, praeparari sibi praecepit. Poi soggiugne: ignorans, ut ipse postea simulabat, quod nullus Rex a tempore Beati Ambrosii, in cujus praesidiis civitas Mediolanensis super omnes Italiae urbes ab ingressu Imperatoris libertatem adquisivit, urbem hanc introivisset. Sogni e favole ci conta Landolfo, riferendo a sì remoti secoli questo privilegio. Ciò non ostante di qui comprendiamo che a’ suoi tempi Milano godeva tal prerogativa, la quale servì poi di esempio ad altre potenti città per ricercarla ed ottenerla. Però la città di Mantova, dappoiché passò a miglior vita la contessa Matilda già dominante in essa, nell’anno 1116 impetrò dal suddetto Arrigo V fra i Re questo medesimo privilegio, come consta da un suo diploma esistente nell’Archivio Arciducale di quella città, e da me dato alla luce, in cui si legge: Insuper Palacii cum toto munimine destruendi, et extra civitatem deferendi in Burgo Sancti Johannis Evangeliste damus potestatem. Fino allora il palazzo imperiale era stato entro la città; fu permesso a que’ cittadini di spianarlo, e di fabbricarne un nuovo ne’ borghi. Aggiugne l’Imperadore: Albergariam quoque nove et veteris civitatis, ut circumdata est muro et munimine, eis remittimus et donamus. Adunque avea dianzi quella città un recinto o tortezza, dove dimorava il presidio del marchese Bonifazio e della contessa Matilda, e prima d’essi, del Re od Imperadore. Da lì innanzi le truppe dell’Imperadore doveano prendere quartiere fuori delle città. Finalmente conferma Arrigo ai Mantovani eam cunsuetudinem bonam et justam, quam quaelibet nostri Imperii civitas obtinet: del che si dovrà ricordare il Lettore, allorché tratteremo nella Dissertazione XLVIII della Società de Lombardi, e di Federigo I Augusto, che era dietro a spogliare di tutto le città d’Italia.

Abbiam dunque veduto stabilito fin sotto Arrigo V, fra gl’Imperadori IV, in molte città della Lombardia e Toscana il godimento della libertà, e una forma di Repubblica e mutazion di governo. Ma a riserva de’ Milanesi, che talvolta non guardavano misure, difficilmente si mostrerà città la quale non riconoscesse l’alto dominio degl’Imperadori. Probabilmente ancora duravano le appellazioni al Conte del Palazzo, che s’era ridotto alla terra di Lomello della Diocesi di Pavia; e si spedivano ancora dei Messi Regii secondo l’uso antico ad justitias faciendas dalla Corte Cesarea. Ne ho recato un esempio dell’anno 1146, cioè una Lettera del Vescovo di Costanza, intitolato Domni Conradi Romanorum Regis Legatus, in cui scrive et ordina ai Consoli e popolo di Cremona di far giustizia contro gli occupatori di alcuni beni di quel Vescovo. Potrebbesi credere esercitata anche in Milano la stessa imperiale autorità nell’anno 1148, avendo io prodotta la sentenza di Adelardo diacono della Chiesa Milanese in una lite spettante all’elezione del Prete di Santa Maria al Circolo, disputata fra la Badessa del Monistero Maggiore e i parrocchiani, assistendovi Obitius Judex, ec., Missus Domni Tertii Lotharii Imperatoris. Ma regnando allora Corrado re de’ Romani, altro non vuol dire quel titolo, se non che quell’Obizzo era stato addottorato con facoltà data da Lottario imperadore. L’esempio delle città d’Italia passò poi in Germania, dove ricuperarono, e ritengono tuttavia moltissime città la loro libertà. Penetrò anche in Francia e ne’ Paesi Bassi; ma non ebbe pari successo, se non che ivi si formarono dei Comuni, ma dipendenti dal Re, e dai magistrati suoi, o dai duchi, marchesi e conti di quelle contrade. Alcune ancora delle città di Sicilia istituirono delle Comunità nel secolo XIII, ma che ebbero corta durata. Notissima cosa è poi, quanto il popolo Romano, sedotto dagli empj consigli di Arnaldo da Brescia, tentasse ed ardisse per mettersi in libertà, e scuotere l’antichissima signoria de’ Romani Pontefici. Ottone Frisingense con altri scrittori di quel tempo, addotti dal cardinale Baronie, descrive quel fatto. Fu allora rimesso in piedi il Senato Romano, e si cominciò l’Epoca degli Anni del Senato. Ne seguirono varie guerre, discordie ed accordi, e spezialmente nel 1145 si venne ad una total ribellione, che costò dipoi molto sangue. Fu allora che il Prefetto di Roma ed altri suoi consorti, per sostenere la parte dei Papi, formarono un credito di due mila marche d’argento colla Camera Apostolica, con vedersi poi uno strumento ricavato dal codice di Cencio Camerario, e da me pubblicato, per cui da papa Adriano IV fu loro pagata l’una metà, e per l’altra fu impegnata Cività Castellana. Ho del pari dato alta luce l’accordo seguito nell’anno 1191 fra papa Celestino e il suddetto Senato. Anche altre città e terre dello Stato Pontificio vollero imitar l’esempio de’ Romani; e truovo fra l’altre Orvieto che prese forma di Repubblica, e creò i suoi Consoli. Ma il prefato Adriano IV, pontefice di gran mente e petto, la rimise al primiero dovere nell’anno 1157; se non che permise a quel popolo di ritenere i Consoli, ma subordinati all’imperio del vero Sovrano, come consta dallo strumento che ho renduto pubblico. Anche il popolo di Corneto s’era usurpata la signoria; ma nel 1144 il ridusse all’ubbidienza, ciò apparendo da altro documento, da me dato alle stampe.

Né solamente le città, ma anche molte terre e castella in Lombardia in que’ tempi si misero in libertà, e cominciarono a reggersi co’ proprj magistrati, con aver cacciati gli antichi vassalli degl’Imperadori e i castellani. Di qua vennero col tempo tante Comunità in Italia. Da una carta dell’archivio de’ Monaci Cisterciensi di Santo Ambrosio Maggiore di Milano, che intera ho prodotto, apparisce che la terra di Bellasio s’era eretta in Comune, ed avea i proprj Consoli nel 1167. Federigo I imperadore contribuì non poco con de’ privilegi a formar queste rusticali Comunità. In un diploma d’esso Augusto del 1158 dato in favore del Monistero di San Dionisio di Milano, con sottomettergli il luogo di Melathe, si vide ch’egli avea conceduto a quel popolo potestatem eligendi Homines (cioè Consoli) in antea, qui jurent de iis regendis pro communi. Così nell’archivio della città di Modena si truovano memorie di castella nelle montagne, le quali nel secolo XII s’aveano attribuita l’autocrazia, e costituiti i loro Consoli, ma che col tempo divennero o per amore o per forza sottoposte al Comune di Modena. Ne ho recato un documento del 1179. E fin allora si truovano terre e castella che aveano la propria Comunità, quantunque soggette a qualche principe o signore, come oggidì miriamo in tante città. Siccome ho mostrato nella Parte I delle Antichità Estensi, anche nel secolo undecimo la nobilissima Casa de’ Marchesi Estensi, oggidì Duchi di Modena, ec., era signora della nobil terra d’Este. E pur questa avea la sua Comunità, come consta da una concordia seguita nell’anno 1204 con Azzo VI marchese Estense, da me pubblicata, e da altri più antichi strumenti. Vedesi anche una division di beni fatta fra loro nell’anno medesimo. E questo poco basti per intendere l’origine della libertà di tante città d’Italia ne’ vecchi tempi: libertà che nell’andar degli anni venne meno nella maggior parte d’esse. Che se ci sono persone le quali attribuiscono questa prerogativa ed autocrazia molto prima, e fino allorché Roma ebbe i suoi proprj potentissimi Imperadori: certo è ch’essi o prendono abbaglio, o debbono cercar solamente dei Lettori troppo creduli. Anzi s’ha da osservare che le città di Toscana, più tardi che le Lombarde, acquistarono una piena libertà. Imperciocché noi possiamo mostrar molte città in queste contrade, nelle quali nel secolo XII niun diritto restava a’ marchesi e conti, cioè agl’imperiali ministri; ma in Toscana durò almeno l’autorità de’ marchesi scelti dai Re od Imperadori sino al fine d’esso secolo. La vera libertà pose ivi sicuro il piede, allorché per le discordie tra Filippo Suevo e Ottone IV di Brunsuich produssero un interregno in Italia.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011