Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XLIV

Della fortuna delle Lettere in Italia dopo l’anno di Cristo MC,

e dell’erezion delle pubbliche Scuole ed Università.

Dopo aver veduto qual fosse sino all’anno 1100 lo stato dell’Arti e delle Scienze in Italia, resta ora da vedere l’accrescimento ch’elle fecero da lì innanzi ne’ secoli susseguenti. Già nella Francia, e massimamente in Parigi, le dianzi depresse Lettere s’erano talmente rimesse in forze ed in sì fatto credito, che anche gl’Italiani concorrevano colà per far provvisione del vero sapere. Ne darò per testimonio Landolfo da San Paolo storico Milanese, la cui Storia, composta sul principio del secolo XII, io pubblicai nel tomo V Rer. Ital. Racconta egli al cap. 13 di essere andato in Francia insieme con Anselmo da Posterla ed Olrico Visdomino, i quali poscia l’un dopo l’altro conseguirono la mitra arcivescovile di Milano, e di avere in quelle scuole per più di un anno atteso allo studio delle Lettere. Anselmo (così egli scrive) de Pusterla et Olrico Vicedomino Mediolanensi adhaesi, quibus duobus domi et foris, ut manifestum est, utilis et rectus fui. Cum Anselmo namque per annum et dimidium Turoni, et Parisinis in Scholis Magistri Alfredi et Gulielmi, legi, et legendo, scribendo, multisque aliis modis Anselmo multam commoditatem dedi. Poscia nel cap. 17 aggiugne: Suggesserunt Olrico Mediolanensi Vicedomino et Anselmo de Pusterla cognominato, ire ad praecipuum magistrum Anselmum de Monte Leoduni; quibus duobus fuit gratum secum ducere me Landulphum Presbyterum. Et quum apud ipsum Magistrum et fratrem ejus Rodulphum studeremus, nuntiatum est, ec. Accaddero queste cose circa l’anno 1108. Ma qui può dire taluno: Avendo di sopra mostrato il ristabilimento delle Lettere in Italia nel secolo precedente XI, come ora miriamo che gl’Italiani andassero allora in Francia a procacciarsi il pregio della Letteratura? E perché mai abbandonate le scuole d’Italia, si passava a quelle di Francia? Certamente Arrigo Pantaleone (de Viris lllustr. Germaniae, Part. II) avvertì essere stati istituiti da Carlo Magno duo celeberrima Gymnasia Literarum instituta fuisse, alterum in Occidentali Francia, Parisiis, alterum Papiae in Italia, quae liberaliter dotavit, atque viris doctissimis ornavit. Col nome di Gymnasium egli volle significare una Università e Studio di tutte le Arti liberali. Dello stesso parere furono Jacopo Middendorpio (de Academ. celebr. lib. IV), Guido Pancirolo (de claris Leg. Interpr.), il Buleo (de Paris. Univers.) ed ultimamente Antonio Gatti (Hist. Gymnas. Ticin.), per tralasciar altri. In oltre, se s’ha da credere ad alcuni Scrittori, l’Università di Bologna fondata fu fin da’ tempi di Teodosio II Augusto; se non che il Cironio nel lib. V Decretal. e il Buleo pretendono doversi riferire a Carlo Magno la fondazione della Bolognese. All’incontro Papirio Massone scrisse che la Padovana, e non già la Bolognese, debba l’origine sua ad esso Carlo Magno. Se di tali Università da sì lontani tempi si gloriava l’Italia, occasione c’è di meravigliarci perché le scuole di Parigi e di Turs nel principio del secolo XII si anteponessero alle Italiane; delle quali dovea essere contenta la gente nostra. — E finquì ho differito la risposta al suddetto quesito, a cui potea essere più acconcio sito nella precedente Dissertazione. Perciocché, se veri sono questi racconti, onde mai venne che l’Italia ne’ secoli IX e X patisse tanto difetto e languidezza nelle Lettere, quando era provveduta di pubbliche e nobili Università di tutte l’arti e scienze?

Ora dunque tempo è di liberar la verità da tante favole. Siccome accennai nelle note al Capitolare di Lottario I nella Par. II del tomo I Rer. Ital. e nella Dissertazione precedente, non mancò certamente Carlo Magno di promuovere lo studio delle Lettere tanto nella Gallia che nella Germania, ed anche in Pavia. Molto più fece, e l’abbiam già veduto, Lottario I Augusto in Italia, con avere stabilita scuola in varie città. Scuole eziandio v’erano ne’ palazzi episcopali e ne’ monisterj; e queste si può credere che non mancassero in Italia. Pure che furono mai sì fatte scuole? Certamente né pur ombra si vide allora di Università, quali oggidì abbiamo. Un solo maestro si contava in cadauna di quelle poche città, e questi anche non insegnava che l’arti più basse. In Pavia il solo Dungalo, in Ivrea il solo vescovo insegnavano pubblicamente; e nell’altre città si praticò lo stesso. Adesso fin le castella hanno maestri di non men vaglia che quelli. Torno poi a dire, essere una favola che da Teodosio II imperadore, o da Carlo Magno, fosse istituita l’Università di Bologna; e qual sia il privilegio finto sotto nome di quell’Imperadore, l’abbiam già osservato nella Dissertazione XXXIV. Né certamente gli Eruditi Bolognesi hanno aspettato ad imparare da me questa verità: pure non mancano tuttavia in quella nobil città persone cotanto impressionate di questo ideal pregio, che han fatto guerra al P. D. Celestino Petracchi monaco Celestino, il quale ha francamente nella Storia della Basilica e Monistero di Santo Stefano disapprovata non sol questa, ma anche altre dolci ma insussistenti opinioni de’ loro Storici. Lo stesso s’ha costantemente a dire della Romana, Pavese, Padovana e Pisana Università, dovendosi l’origine di esse riferire a tempi molto posteriori. Anzi né pur la Parigina, e quelle di Turs, di Fulda, di Osnabruch, e se altra v’è che fiorisca o sia fiorita, può vantare altra antichità che dopo il mille. Imperciocché altra cosa è il rimettere in piedi lo studio delle Lettere, ed aprire scuola di qualche arte o scienza, ed altro il formare un liceo dove s’insegni ogni sorta di sapere. Possono bensì appellar le vecchie scuole semi e principj di Università, ma con esse non s’ha punto a paragonare lo stato, il rito e l’istituto delle Università moderne. Ora qual sia stata e in qual tempo la prima a fondarsi in Italia, non si fallerà dando questa gloria alla Bolognese, la quale non tanto per l’antichità e celebrità del nome, che per la copia di eccellenti maestri, ha conseguito la preminenza sopra tutte l’altre d’Italia, e può gareggiare per l’antica sua origine con qualsisia delle più rinomate oltramontane. Come e qual principio avesse lo Studio letterario in Bologna, né pur sanno dircelo i Bolognesi, perché mancanti di storie e memorie atte a scoprirlo. Ne dirò io brevemente quel ne so.

Celebri sono le parole di Corrado abbate Urspergense, là dove parla di Lottario II Augusto circa l’anno 1126. Eisdem temporibus (scrive egli) Dominus Wernerius Libros Legum, qui dudum neglecti fuerant, nec quisquam in eis studuerat, ad petitionem Mathildis Comitissae renovavit; et secundum quod olim a divae recordationis Imperatore Justiniano compilati fuerant, paucis forte verbis alicubi interpositis, eos distinxit: cioè li glossò. Perciò il Sigonio ne’ libri de Regno Italiae scrisse: Primus Bononiae autem Irnerius Jus civile exponere coepit, ut Odofredus memoriae prodidit, primusque Glossas, ut vocant, in illud scripsit. Poi si serve dell’autorità dell’Urspergense, correggendolo nondimeno per avere scritto ch’esso Irnerio alle istanze della contessa Matilda avesse abbracciata quell’impresa, perché molti anni prima di Lottario era Matilda passata a miglior vita. Ma niuna censura si meritò qui l’Urspergense. Certo è che Irnerio interpretò le Leggi in Bologna, vivente la medesima Contessa, ed anche non pochi anni dopo la di lei morte. Vedi nella Dissert. LIII un placito tenuto da Arrigo IV fra gl’Imperadori in Governolo distretto di Mantova, a cui intervenne Warnerius Bononiensis Judex, nominato per onore avanti agli altri. Vedi anche nella Dissertaz. XXXI un altro placito, dove egli si trova non peranche tolto di lato dall’Imperadore. Questi è, come ognun vede, il medesimo Warnerio che vien mentovato dall’Urspergense, mandato, a mio credere, dal popolo di Bologna o per onori o per affari. Celebrato fu quel placito nell’anno 1116, cioè pochi mesi dopo la morte della contessa Matilda, per le cui insinuazioni scorgiamo ch’esso Warnerio potè imprendere la spiegazion delle Leggi nella patria sua. E questi paiono i principj della Scuola Legale in Bologna, lievi bensì a tutta prima, a’ quali poi tennero dietro notabili accrescimenti, a guisa dei fiumi, poveri nella loro origine e ricchissimi nella continuazione del corso. Gli stessi Dottori Bolognesi nella risposta a Bertoldo Nihusio, stampato nel suo Anticritico, non altro primo Spositore delle Leggi in Bologna riconobbero che Irnerio. Lor parole sono: Ab anno centesimo vigesimo octavo supra millesimum, Bononiam Juris publicae professioni exordia dedisse, priscorum tradunt memoriae. Né differente è l’iscrizione posta ad Irnerio nelle pubbliche Scuole di Bologna. Ciò parimente fu scritto da altri, che nulla importa di accennare, e molto men Tritemio che erroneamente differì l’età di quel Giurisconsulto ai tempi di Arrigo VI Augusto, cioè fino all’anno 1191 [1].

Fama era in addietro che i libri delle Pandette o sia de’ Digesti per alquanti secoli fossero negletti o perduti, finché nel sacco dato da’ Pisani ad Amalfi nel 1139, o, come pretende il Pagi, nel 1135, fossero ritrovati, l’antichissimo codice de’ quali, portato allora a Pisa, oggidì si conserva come preziosa cosa in Firenze. Però si credea che solamente da lì innanzi cominciassero i Digesti ad aver luogo nelle scuole, quando prima i viventi colla Legge Romana usavano solamente il Codice e le Novelle di Giustiniano, senza conoscere essi Digesti. Ma eccoti il P. D. Guido Grandi, abbate Camaldolese e celebre professor delle Matematiche nell’Università Pisana, con sua epistola stampata nel 1726 mise in dubbio la fama suddetta. Prima anche di lui Donato Antonio Astense nell’anno 1722 avea pubblicato un libro con questo titolo: Dell’uso e autorità della Ragion Civile nelle Provincie dell’Imperio Occidentale, in cui pretese che molti anni prima del ritrovamento delle Pandette in Amalfi, l’uso di esse era stato in Italia. Oltre a ciò un bel passo di Roberto dal Monte nelle Giunte alla Cronica di Sigeberto, secondo l’edizione del Dachery, fu recato dal suddetto P. Grandi; passo che si ha da attendere, viene a scoprire circa un secolo di più antica la fondazione della Scuola Legale di Bologna. Del Beato Lanfranco, che fu arcivescovo di Cantuaria, di cui s’è parlato nella precedente Dissertazione, così parla Roberto all’anno 1032: Lanfrancus Papiensis, et Garnerius socius ejus, repertis apud Bononiam Legibus Romanis Justiniani Imperatoris, operam dederunt, eas legere, et aliis exponere. Confesso il vero: mi truovo io qui molto perplesso in tal controversia al trovare tanta discrepanza fra l’Urspergense e Roberto dal Monte, quando quegli all’anno 1126 sotto Lottario II, o più tosto all’anno 1102, vivente la contessa Matilda, mette l’età e il principio della Scuola di Guarnerio, o Warnerio, o Irnerio; e l’altro al 1032. Ancorché Roberto sia alquanto più vecchio dell’abbate Urspergense, pure amendue fiorirono e scrissero molti anni dopo la morte del suddetto Lanfranco, di modo che non apparisce perché più all’uno che all’altro s’abbia da prestar fede, o negarla. Certamente l’Urspergense ebbe in pronto buona copia di Storici, allorché compilò la Cronica sua. In oltre Milone Crispino nella Vita del medesimo Lanfranco arcivescovo scrive: In primaeva aetate patre orbatus, quum ei in honorem et dignitatem succedere deberet, relicta civitate, amore discendi, ad studia Literarum perrexit: ubi plurimo tempore demaratus, omni scientia saeculari perfecte imbutus rediit. Egli andò per imparare. Se anche avesse fatto da maestro e lettor delle Leggi, non avrebbe Milone dovuto tacerlo. Aggiungasi, che quando non si voglia ammettere due diversi Irnerj o Guarnieri, certo è che Guarnieri Judex Bononiensis, da noi veduto sano e vegeto nell’anno 1116 alla Corte di Arrigo IV Augusto, non potè mai nell’anno 1032, come vuole Roberto, interpretar le Leggi in Bologna, perché converrebbe dire ch’egli in esso anno 1116 avesse più di cento anni; il che non è credibile. Però mi sviene fra le mani l’autorità di Roberto dal Monte. Ma non più io di tal controversia. Quel che reputo assai certo, si è che non s’ha da dedurre coi Dottori Bolognesi il cominciamento della Scuola Legale in quella città dall’anno 1128, ed ho un sicuro testimonio che ciò molto prima, e a’ tempi almeno della contessa Matilda, dovette succedere. Egli è l’Autore Anonimo de Bello et excidio Urbis Comensis, che diedi alla luce nel tomo V Rer. Ital. Quivi quel Poeta descrivendo que’ fatti da sé veduti, così parla all’anno 1119, dove riferisce i popoli chiamati in aiuto dai Milanesi:

Docta suas secum duxit Bononia Leges.

Di nuovo scrive all’anno 1127:

Docta Bononia venit, et huc cum Legibus una.

Se fino in que’ tempi era celebre la città di Bologna, come maestra della Giurisprudenza Romana, resta ben chiaro che molto prima se n’era ivi stabilita la Scuola, e che la fama di sì rara prerogativa ne era sparsa per tutta l’Italia: il che non potè avvenire se non dopo il corso di parecchi anni, e si dee perciò ammettere il suo principio almeno nel principio del secolo XII.

Quanto poscia alle Pandette (o sia ai Digesti) benché si pretenda dai Pisani che il prezioso ed antichissimo codice di esse dalla flotta Pisana trovato fosse nel sacco di Amalfi nell’anno 1135, e portato a Pisa; giacché di ciò parla Fra Rinieri de’ Gracchi dell’Ordine de’ Predicatori circa l’anno 1340 nel suo tenebroso Poema, da me pubblicato nel tomo XI Rer. Ital.: tuttavia potrebbe essere che tal fama, come pretese il P. Grandi, non fosse appoggiata a sodi fondamenti. E quando anche si supponga caduto allora in mano de’ Pisani quel codice (del che hanno disputato esso P. Grandi e l’ora marchese Bernardo Tanucci, consigliere del Re delle Due Sicilie, ed allora pubblico Lettore di Leggi nell’Università Pisana), non ne seguita che ne’ precedenti secoli si fossero smarriti tutti i codici dei Digesti, e ne fosse cessato l’uso in Italia, di modo che ne dobbiamo al solo Pisano il risorgimento. A buon conto molti anni prima che fosse dato il sacco ad Amalfi, Guarnerio o sia Irnerio avea esposti e ornati di glosse i Digesti in Bologna. Rarissimi al certo doveano essere divenuti que’ libri presso gl’Italiani nel tempo della barbarica ignoranza, e i più ricchi Giurisconsulti mettevano tutto il lor sapere nell’avere in qualche luogo il solo Codice di Giustiniano, le Novelle e le Istituzioni. Tuttavia affinché s’intenda meglio che durava in quegli stessi secoli della barbarie alcun testo delle Pandette, ho io pubblicato un frammento di Allegazione fatta nell’anno 752 per la famosa lite di alcune parrocchie, mossa dal Vescovo di Arezzo contra quello di Siena, come apparirà dagli Atti che rapporterò nella Dissertazione LXXIV. L’ho io tratto dall’archivio de’ Canonici di Arezzo, e quivi oltre ad alcune leggi del Codice, ivi si legge: Ut in Digestis rati habitio mandato comparatur. E più sotto: Liber quoque Digestorum concordat, ut prius de Criminali disceptetur. Oltre a ciò ho dato alla luce uno strumento esistente nell’archivio Estense, in cui circa l’anno 767 Eudocia monaca di Ravenna fa una donazione di molti beni alla chiesa di Santa Maria in Cosmedin di quella città, dove si legge ch’essa rinunzia legum beneficio, juris et facti ignorantiae, foris, locisque, praescriptione alia, Senatoque consulto, quod de mulieribus praestitit, beneficio retractandi, ec. Sotto nome di Senatus-consulto io intendo il Velleiano, di cui si legge un titolo nel lib. XVI de’ Digesti, e la l. Et primo. La qual coniettura se è vera, abbiamo di nuovo che nel secolo VIII in Ravenna si facea valere l’autorità dei Digesti. Truovansi bensì alcune leggi spettanti ad esso Senatus-consulto Velleiano anche nel Codice, lib. IV, tit. 19; tuttavia pare più verisimile che si sia qui avuto riguardo ai suddetti Digesti, perché ivi è riferito l’intero Senatus-consulto. Che né pure in Francia mancassero i Digesti, lo ricavo dalla Vita di Aldrico vescovo Cenomannense, pubblicata dal Baluzio nel tomo III Miscellan. Fiorì quel Vescovo nel secolo IX, a’ tempi di Lodovico Pio Augusto. Bollendo una lite fra lui e Sigismondo abbate, pel Monistero di Anisola, fra le leggi ch’esso Vescovo cita in suo favore, sono registrati quinque Capitula de effectu sententiarum et finibus litium, Pauli Sententiarum lib. V. Più sotto sono allegate le parole di Paulo giurisconsulto, lib. I Sententiar. tit. 9. Anche Ivone Carnotense prima del sacco di Amalfi citò alcune leggi tratte dai Digesti. Con altre autorità provata fu cotal verità dal suddetto P. Grandi e dal P. D. Virginio Valsecchi, ornamento anch’egli dell’Università Pisana, in una lettera stampata de veteribus Pisanae civitatis Constitutionibus: di maniera che si può con tutta sicurezza affermare che non aspettarono i Bolognesi il codice Pisano tolto agli Amalfitani per illustrare la Giurisprudenza delle Pandette.

Questa lode adunque di aprire una Scuola illustre del Gius Romano, trascurata in addietro dagl’Italiani, se la procacciò la nobil città di Bologna prima di ogni altra nel secolo undecimo. Se altro allora s’insegnasse ivi ai discepoli, che da ogni parte vi accorrevano, per difetto di memorie noi possiamo ora decidere. L’Anonimo Comasco chiama Bologna celebre solamente per lo studio delle Leggi. Ma nel secolo XII susseguente un altro pregio si aggiunse alla medesima città, cioè la scienza de’ Canoni, o sia il Gius Canonico. Tale scienza sempre desiderò la Chiesa di Dio che abbondasse ne’ vescovi, e negli altri ministri dell’altare; né v’era anticamente alcuna chiesa cattedrale, niuno de’ più riguardevoli monisterj, che non avesse qualche Raccolta di Canoni: il che serviva ai giudizj, e a conservare il dogma e la disciplina della Chiesa. Di tali antiche Raccolte molte ne restano, e per lo più l’une diverse dall’altre, perché ognun faceva delle giunte alle sue. Massimamente dappertutto erano in gran credito le false merci d’Isidoro Mercatore. In Germania si applicarono a raccogliere i Canoni Reginone abbate e Burcardo vescovo di Vormazia, come anche in Italia Anselmo vescovo di Lucca (se pur egli ne è l’autore) e il cardinale Deusdedit circa l’anno 1087, e in Francia Ivone vescovo Carnotense. Tralascio le Raccolte minori. Truovasi nella Biblioteca Ambrosiana un codice scritto nel secolo XI, e forse anche prima, senza nome di autore, dove è raunata una gran farragine di Canoni, di passi de’ Santi Padri e de’ Capitolari dei Re Franchi. Di più non ne dico. Sicché nel secolo XI non mancavano di sì fatte opere, ma niuna se ne trovava, che o per l’abbondanza delle materie, o per l’ordine fosse bastevolmente architettata. Per buona ventura dimorava in Bologna nel Monistero de’ Santi Felice e Nabore e nell’anno 1130 Graziano monaco Benedettino, nato in Chiusi città della Toscana, che prese questo assunto. Dicesi che il suo celebratissimo Decreto uscì alla luce nell’anno 1151, ed introdotto nella Scuola di Bologna, accolto fu con sì gran lode, che il suo Compilatore meritò di essere chiamato per eccellenza il Maestro. Torniamo ora in Francia, dove dicemmo che si portarono Anselmo dalla Posterla e Olrico Visdomino Milanesi per imparar le Scienze. Perché mai passarono essi colà alle scuole di Parigi e di Turs, quando la rinomanza della Bolognese tirava a sé un concorso sì numeroso di studenti? Non per altro, se non perché nel 1108 solamente s’insegnava in Bologna la Giurisprudenza civile. Ma in Francia nel secolo XI cominciarono a rifiorir le Lettere migliori, e ciò principalmente per cura degl’ingegni Italiani. Ne ho un buon testimonio, cioè Guitmondo monaco, il quale venuto di Francia in Italia, scrive Orderico Vitale che pel suo sapere creato fu cardinale della Santa Romana Chiesa e vescovo di Aversa. Era egli stato discepolo del Beato Lanfranco abbate, che fu poi arcivescovo di Cantuaria, di cui parlammo nella precedente Dissertazione, e per conseguente ben informato di quanto egli diceva. Così dunque parla egli nel lib. I de Veritate Corp. et Sangu. contra di Berengario: Tunc temporis (cioè circa l’anno 1040) Liberales Artes intra Gallias paene obsoleverant, quando Berengario cominciò a spargere il suo veleno. Aggiugne che costui, gonfio per una vana erudizione, a Domno Lanfranco in Dialectica de re satis parva turpiter fuisse confusum; quumque per ipsum Domnum Lanfrancum virum aeque doctissimum Liberales Artes Deus recalescere atque optime reviviscere fecisset, Berengarius desertum se a discipulis dolens vidit. Dal che vegniamo a conoscere che Lanfranco sapeva la Logica; e quando anche si desse ch’egli avesse portato seco dall’Italia quest’arte, ed anche i principj della Fisica e Metafisica, non come cose nuove ai Franzesi, pure si può credere che egli le ampliasse e propagasse in quelle contrade. Odi ancora il Malmesburiense, che così parla di esso Lanfranco: Publicas Seholas in Dialectica professus est, ut egestatem Monasterii Scholarum (penso che s’abbia a scrivere Scholarium ) liberalitate temperaret. Exivit fama ejus in remotissimas Latinitatis plagas, eratque Beccum magnum et famosum Literaturae Gymnasium. Attesta parimente Guglielmo Gemmeticense, che la fama del Monistero di Becco e di Lanfranco maestro, brevi per orbem terrarum penetrasse. Accurrunt Clerici, Ducum filii, nominatissimi Scholarum Latinitatis magistri, Laici potentes, alta nobilitate viri. Né solamente s’ha da credere che il Beato Lanfranco impiegasse tutto il suo studio nella Dialettica, attestando il Malmesburiense ch’egli teneriorem quidem aetatem in saecularibus (studiis) detrivit, sed in Scripturis divinis animo et aevo maturuit. Però per mezzo suo non lieve accrescimento ricevette in Francia la Teologia, da che sappiamo che i suoi discepoli, cioè Alessandro II papa, Guitmondo cardinale sopra mentovato, Ivone Carnotense ed altri vescovi furono distinti per tale scienza, e massimamente Santo Anselmo arcivescovo di Cantuaria, Italiano anch’esso. Certamente tanto nella Francia che nella gran Bretagna, dacché Lanfranco passò colà, lo studio teologico si risvegliò talmente, che a gara concorrevano in Francia anche dall’Italia coloro i quali cercavano un’esatta cognizione delle cose divine. Vi si portò anche Ildebrando, che poi riuscì cotanto celebre col nome di Gregorio VII Romano Pontefice. Di lui così scrive nella sua Vita Paolo Bernriedense al cap. X: Jam vero adolescentiam ingressus profectus est in Franciam instantia eruditionis. E di qui s’intende che fondatamente fu scritto da Alberico monaco de’ Tre Fonti nella Cronica all’anno 1060, Philosophiam, idest Sapientiam, pervenisse ad Gallias in diebus illustrium virorum Lanfranci et Anselmi. A questi egli aggiugne anche Berengario e Managaldo, il primo caduto dipoi nell’eresia, e l’altro non comparabile coi due suddetti Italiani.

Perché dunque in que’ tempi più in Francia che in Italia si coltivava lo studio della Logica e della Teologia, ed ivi si trovavano maestri più rinomati, discepoli la maggior parte di Lanfranco ed Anselmo; perciò cominciarono e seguitarono gran tempo a portarsi in Francia coloro che aspiravano alla lode de’ sacri studj. Ed essendo che circa l’anno 1108, per testimonianza del suddetto Alberico, all’anno 1115 florerent in Francia apud Laudunum nominatissimus ille magister Anselmus, qui Glossaturam interlinearem primus exhibuit, et frater ejus Radulphus, et ipse magister Theologus et Catalaunensis Episcopus: perciò intendiamo la cagione per cui Anselmo da Posterla e Olrico Visdomino, amendue poscia arcivescovi di Milano, passarono, come vedemmo, a quelle Scuole. E certamente pel restante del secolo dodicesimo e per tutto il susseguente le Scuole di Parigi tanta rinomanza conseguirono per la Teologia, che a quel Liceo si trasferivano i più nobili ingegni d’Italia, o per imparare, o per insegnare ad altri. Però allorché saltarono fuori le perverse opinioni di Gilberto Porretano vescovo Pictaviense nel 1146, e furono rapportate ad Eugenio III papa, questi, siccome attesta Ottone Frisingense (lib. I, cap. 46 de gest. Friderici I), rispose: se Gallias introire, ibique de hoc verbo, eo quod propter Literatorum virorum copiam ibidem manentium, opportuniorem esaminandi facultatem haberet, plenius velle cognoscere. Ma quel benefizio che la Francia recò allora all’Italia, sel vide da lì innanzi ben compensato dalla medesima Italia. Imperciocché circa l’anno 1141 Pietro Lombardo, Novarese di patria e vescovo di Parigi, compose il celebre Libro delle Sentenze, che poscia fu la Cinosura [2] non solo dell’Università Parigina, ma anche di tutte l’altre Scuole di Teologia. Poscia ivi fiorirono non meno per la pietà che per la dottrina gl’incomparabili maestri Tommaso d’Aquino Napoletano e Bonaventura da Bagnarea, che cotanto illustrarono la Teologia e la Filosofia; a’ quali si dee anche aggiugnere Egidio Colonna Romano, rinomato parimente pel suo universal sapere, tutti alunni e maestri nelle Scuole di Parigi. Finalmente manifesta cosa è che in quel secolo XII prestò l’Italia alla Francia almeno i libri del Gius Canonico, giacché nello studio della Giurisprudenza allora sopra l’altre nazioni erano eccellenti gl’Italiani. Così attesta Gervasio Dorobernense scrittore Inglese, che l’uno e l’altro Gius dall’Italia passò in Inghilterra, con dire circa l’anno 1149: Regnante Henrico I, Leges et Causidici in Angliam primo vocati sunt, quorum primus Magister Vacarius. Hic in Oxenfordia Legem docuit. Vanno d’accordo gli Storici Inglesi e Normanni, che costui era di nazione Lombardo. Anche la Germania da noi ricevette le Leggi.

In quali precisi tempi i Bolognesi introducessero nelle loro Scuole anche maestri di tutta la Filosofia, Medicina e Teologia, per me non so dirlo. Raunò il Sigonio nella Storia di Bologna quante memorie potè per illustrare quella Università [3], e pure non parla se non della Giurisprudenza ivi con plauso universale insegnata. A me solamente è noto che circa l’anno 1208 fu chiamato colà per Maestro di Gramatica e di Belle Lettere Boncompagno Fiorentino, come ho dimostrato nel tomo VI Rer. Ital. in riferendo il suo opuscolo de Obsidione Anconae. In oltre il poco fa mentovato Sigonio rapporta all’anno 1219 un breve di Onorio III papa al Vescovo di Bologna, ordinandogli, ut Theologiae studium in urbe aleret, neque Religiosos aut Juri civili, aut Physicae operam dare permitteret: le quali parole ci fanno abbastanza intendere che anche la Teologia e Filosofia erano state ammesse nell’Università di Bologna. Del resto, da che nel secolo XIII gli Ordini Religiosi de’ Frati Predicatori e Minori, e poscia degli Eremitani Agostiniani si sparsero per quasi tutte le città, familiari cominciarono anche ad essere per l’Italia le Scuole della Teologia e Filosofia: del che non occorre dire di più. E finquì siccome la prima, così anche sola era stata Bologna ad insegnare la Giurisprudenza, godendo un fioritissimo stato per questo. La fama di quelle Scuole e degl’insigni loro maestri [quali furono Bulgaro, Martin Gossia Anconitano, Ugo ed Alberico da Porta Ravegnana Bolognesi, Lottario e Giovanni Bossiano Cremonesi, Ugolino e i due celebratissimi Azzone ed Accursio, ed altri, de’ quali ha trattato il Panciroli (de Clar. Leg. Interpret.)] andò sì avanti, che da tutte le città d’Italia concorrevano colà i giovani per imparare, e portare alle lor case la cognizioni delle Leggi. Molti ancora erano tratti a Bologna dai privilegi e dalle esenzioni che quivi godevano tutti gli studenti [4]. Odofredo, che nell’anno 1262 interpretava le Leggi in essa città, con queste parole descrisse la rinomanza di quella Università: Vidi ego Bononiae aetate Domini Azonis, quum Scholares poterant vitare Forum in caussa criminali, et aderant eo tempore ferme decem millia Scholarium. Tanto concorso di giovani stranieri, che tutti aveano borsa, non si può abbastanza dire quanto profitto e vantaggio recassero ai Bolognesi, e come crescesse la potenza della loro Repubblica nel secolo XIII. Allora fu che le forze di quella città si fecero sentire a tutte le vicine città e nulla meno pensava quel popolo che di sottomettere al suo dominio tutta la Romagna. Ed acciocché niuno de’ professori, massimamente legali, sminuisse la cotanto invidiabil felicità della loro Università, gli obbligavano a prestar giuramento di non insegnare la Giurisprudenza in alcun luogo fuorché in Bologna, e di fare in maniera che non si scemasse punto quella Scuola, e qualora sapessero che alcun altro tentasse di farlo, non tarderebbono ad avvisarne i Consoli o il Podestà. Ne ho prodotti varj esempli, tratti dall’archivio della medesima città di Bologna, da’ quali consta, come varj di que’ pubblici Lettori, cioè Dominus Lotherius Cremonensis, Dominus Johanninus, Dominus Guilielmus de Porta Placentinus, Dominus Cazzavilanus Juris Doctor, Dominus Ruffinus de Porta Placentinus, Dominus Guido Boncambii, et Dominus Jacobus Balduini Cives Bononienses, et Dominus Oddo de Landriano Mediolanensis, Dominus Beintendi Civis Bononiensis, et Dominus Pontius Castellanus, tutti dottori di Legge, giurarono negli anni 1189, 1198, 1199, 1213 di non leggere fuori di Bologna Scientiam Legum. Ma non potevano impedire i Bolognesi che non uscissero di tanto in tanto dalle loro scuole valenti discepoli, atti ad insegnar altrove, quantunque essi ne eleggessero pel loro servigio i più eccellenti. Però anche altre città conoscendo, quanta utilità loro recherebbe l’avere scuola in casa propria, senza dover cercare in altri paesi quello che poteano ottenere nel proprio; cominciarono in primo luogo a procacciarsi dei maestri della Giurisprudenza, e poscia dell’altre arti e scienze. Ciò tentato fu da alcuni nello stesso secolo XII, ma con più fortuna nel seguente XIII. Forse furono de’ primi a cercar questo pregio i Modenesi, non so se per onesta emulazione, o pure perché sembrasse loro meglio di tenere i lor giovani lungi dal commerzio di una città che, cresciuta cotanto in potenza, a tutte le confinanti facea paura. Circa l’anno 1170 gran lode conseguì nella Giurisprudenza Pyleo, non già nativo di Monza, ma nato, come egli stesso afferma, ex patre Mutinensi, nel territorio di Bologna, e però, come era di dovere, aggregato fra i cittadini Modenesi. Mentre egli interpretava le Leggi in Bologna, fu chiamato da’ suoi concittadini a mettere scuola in Modena, con assegnargli per annuo stipendio cento marche d’argento, le quali, secondo il conto che ne fa il Panciroli, rendevano la somma di quasi secento sessanta scudi d’oro. Con tutta l’opposizion dunque dei Bolognesi egli spiegò in Modena per anni parecchi le Leggi, e qui pubblicò ancora vari suoi libri, che erano tenuti in gran pregio. Dalla Cronica di Parma (tom. IX Rer. Ital.) impariamo che anche nell’anno 1247 si continuava in Modena sotto altri maestri lo studio della Giurisprudenza; imperocché Federigo II imperadore sdegnato contra de’ Parmigiani, fece in maniera che la fazion Ghibellina di Modena, o sia pars Imperii Mutinae omnes Scholares de Parma, qui tunc erant Mutinae ad studendum, cepit, misitque omnes in manibus Imperatoris. Altri insigni maestri condusse nel medesimo secolo XIII il Comune di Modena, e particolarmente circa l’anno 1250 il celebre Azzone, allora giovinetto, con assegnare anche a lui cento marche d’argento, com’egli attesta nella Rubr. del Codice de Muncip. et Origin., dove dice di avere insegnata in tranquillitate mentis et corporis Mutinae la Giurisprudenza, cioè in una città quae Juris alumnos semper diligere consuevit. Tale era in que’ tempi la riputazione della Scuola di Modena, che in copia concorrevano a quella Scuola i giovani dell’altre città. Condussero ancora Alberto Galeotti da Parma, Guglielmo Durante, soprannominato lo Speculatore, famoso nel Gius Canonico, e Guido da Suzara, che lo stesso Durante chiama Modenese, non già perché nato in Modena, ma perché creato cittadino di Modena, dove tenne scuola di Leggi. Nell’archivio della Repubblica Modenese tuttavia esistono gli atti co’ quali gli fu conceduta la cittadinanza nel dì 6 di aprile del 1260, acciocché nelle pubbliche Scuole di questa città insegnasse la Giurisprudenza. Allora egli si obbligò con giuramento di abitar sempre in Modena, durante la sua vita, ad regendum et docendum in Legibus et facultate Legali, et scholares et cives Mutinae, et alios forenses eum audire volentes, bona fide et sine fraude ordinare, et continue, ut moris est, docere et legere in Legibus et Legali Scientia, dum tamen a scholaribus civibus et Comitatinis Mutinensibus nihil accipiat causa docendi pro salario vel mercede. Et dare operam efficacem in Studio scholarium augmentando, et Mutinae retinendo toto tempore vitae suae. Per questo fine il Comune di Modena gli sborsò tosto due mila e ducento cinquanta lire di danari (somma allora riguardevole), parte delle quali si dovea impiegare in emendis possessionibus et terris in Districtu Mutinensi, come consta dallo strumento che ho dato alla luce. Quanto ai libri da lui composti, si può vedere il Panciroli. Egli poi fu chiamato a Napoli, non so perché, da Carlo I re di Sicilia: il che è attestato da Ricobaldo Ferrarese nel Pomario (tomo IX Rer. Ital.), dove descrive la morte data all’infelice re Corradino, con dire: Diu de eo judicio acto plurimorum erat sententia, et maxime Guidonis de Suzaria, eo tempore praestantissimi Legum Doctoris, Conradum non esse mortis reum. In oltre negli Statuti MSti della Repubblica di Modena dell’anno 1327 fu decretato: Ut nullus scholaris hujus civitatis solvere cogatur dona promissa alicui Magistro Legum, vel Decretorum, etiamsi promiserit. Scholares vero forenses, qui sunt vel fuerint in civitate caussa studii, habeantur tamquam cives et pro civibus, quantum ad eorum commodum et favorem. In un altro Statuto del 1328 si vede che i Modenesi determinarono di chiamare unum bonum Legistam sive Doctorem forensem ad legendum Leges in ipsa civitate ad salarium centum quinquaginta librarum Mutinensium pro quolibet anno. Et unum Doctorem sive Lectorem terrigenam conventatum in Artibus, ad legendum Medicinam ad solarium centum librarum Multinensium. Et unum Lectorem forensem ad legendum Summam Notariae et Institutam, ad salarium quinquaginta librarum Mutinensium. Quella che qui è chiamata Summa Notariae, è la Rolandina, il cui autore fu creduto Rolandino storico Padovano, quando la compose Rolandino Passaggieri Bolognese, contemporaneo del Padovano. Da queste Scuole Modenesi uscì poi fra gli altri Niccolò Matarelli, di patria Modenese, lodato sovente da Bartolo come suo maestro, il quale non solamente in Modena, ma anche in Bologna e Padova interpretò le leggi, e pubblicò varj libri. Negli Atti del Popolo di Modena del 1306 si legge: Item si placet Consilio, quod unus Ambaxator expensis Communis, et ad solarium contentum in Statuto Communis Mutinae, mittatur ad civitatem Paduae, et Universitatem scholarium, et prout aliter fuerit necessarium, ex parte Communis Mutinae, quod eis placeat precibus et amore Communis Mutinae dare et concedere licentiam sapienti viro Domino Nicolao de Matarellis Professori Legum, standi Mutinae per totum mensem aprilis ad complendum officium Defensoris populi Mutinensis, in quo fuit electus, ec.

Giacché s’è fatta qui menzione dell’Università di Padova, convien avvertire, aver io ben cercata l’origine sua prima dell’anno 1200, ma non averne ritrovato alcuno idoneo testimonio. Non v’ha dubbio che anche prima di quell’anno fosse abbondante di Letterati quell’illustre città: ma ch’essi gareggiassero coll’insigne Scuola di Bologna, niuno oserà dirlo; e né pur seppero dire di meglio Sertorio Orsato nel lib. III dell’Istoria di Padova, e prima di lui Antonio Ricoboni de Gymnas. Patav., i quali scrissero involta in molte tenebre l’origine di essa Università, non trovandosene barlume nelle antiche Storie e Memorie. Stimo io dunque nata l’Università di Padova dopo il 1200. Raccontano alcune Storie di Padova, da me pubblicate nella Raccolta Rer. Ital., che Federigo II imperadore, essendo nell’anno 1223 forte in collera contra de’ Bolognesi, tolse loro il gius delle Scuole, e lo trasferì a Padova. E veramente, siccome lasciò scritto l’Autore della Miscella Bolognese, pubblicata in essa Raccolta, all’anno 1225, apparisce che il medesimo Federigo fece quanto potè per rovinare l’Università di Bologna. A persuadercelo ancora servirà un diploma di esso Augusto, dato nel 1227, estratto dall’antico Registro della Repubblica di Bologna, in cui si legge l’accordo seguito fra esso Imperadore e i Lombardi. Quivi egli specialiter revocat Constitutionem factam de Studio et Studentibus Bononiae. Dovette verisimilmente lo sbandamento degli scolari da Bologna conferir non poco a fondar le Scuole di Napoli e di Padova; e tuttoché risorgesse da lì a non molto lo Studio Bolognese, pure non venne meno l’incominciato Padovano. Possiam mostrar quivi già vigorosa l’Università nell’anno 1262. Ecco ciò che nell’ultimo capitolo della Storia di Padova ha Rolandino storico: Perlectus est hic Liber coram infrascriptis Doctoribus (o sia Rectoribus) et Magistris, praesente etiam Societate laudabili Bazalariorum (cioè de’ Bacilieri, nome usato nelle Università) et Scholarium Liberalium Artium de Studio Paduano. Poscia nomina tre Reggenti in Padova profundos et peritos Doctores in Physica et Scientia Naturali; uno in Loyca, sex in Grammatica et Rhetorica. Voi qui vedete lo Studio di Padova, cioè l’Università ben provveduta di maestri e scolari. Non trovate qui Teologi, né Legisti, né Medici. Non dovette Rolandino invitar tutti a udir la sua Storia. Non si può immaginare che mancassero a quello Studio Medici, quando fiorì da lì a poco Matteo Selvatico, di cui resta ancora un libro di Medicina; né Giurisconsulti, quando ne aveano scuola i Modenesi, Reggiani e Ferraresi. Per conto di questi ultimi, negli Statuti MSti di Ferrara, conservati nella Biblioteca Estense, all’anno 1264 si legge: Quod omnes docentes in Scientia Legum, et Medicinae, et in Artibus Grammaticae et Dialecticae, ire ad exercitum, aut aliquam facere cavalcatam, non cogantur. Quod Statutum vendicat sibi locum in Doctoribus continue docentibus. In qual credito sia stata e sia tuttavia quella Università per cura e premura della Serenissima Repubblica di Venezia, niuno ha bisogno ch’io lo ricordi. Così nel medesimo secolo XIII si rimise in buono stato l’Università di Roma e quella di Napoli. Imperciocché, come abbiamo da Riccardo da San Germano all’anno 1224, Federigo II imperadore pro ordinando Studio Neapolitano ubique per Regnum misit literas generales. E secondo la Cronica Piacentina, nel 1243 Innocentius IV Papa concessit Placentinis privilegium de Studio generali. Cioè molte città allora si procuravano il gius dello Studio (che così si chiamava una Università) e di conferire la laurea dottorale, sì per comodo de’ proprj giovani studenti, come ancora per tirarne de’ forestieri, ben conoscendo il vantaggio che da ciò ridondava alle Scuole di Bologna, Parigi, ed altre. Però nel susseguente secolo XIV saltarono fuori le Università di Pavia, Pisa, Perugia, Siena, Torino, ec., all’antichità maggiore delle quali, se alcuno la dimostrasse, io non intendo di pregiudicare. Niccolò da Jamsilla nel tomo VIII Rer. Ital., ragionando di Federigo II imperadore, aggiugne queste altre parole: Ipse vero Imperator Liberalium Artium, et omnis approbatae Scientiae Scholas in Regno ipse constituit, Doctoribus ex diversis Mundi partibus per praemiorum liberalitatem accitis, ec. Con qual rito poi s’invitassero allora gli stranieri maestri a leggere nelle Università, si può intendere dalla Lettera, che ho data alla luce, di Tolomeo de’ Cortesi Cremonese, Anziani, Consiglio e Comune di Padova, scritta nell’anno 1310, con cui invitarono Dominum Jacopinum de Ruffinis de Parma, utriusque militiae tam legalis, quam cinguli militaris nobilitate praeclarum, ec., ad regendum et legendum extraordinarie in civitate Paduae in Jure Civili, ec., ad salarium librarum quadrigentarum denariorum Venetorum parvorum, in grossis argenteis vobis dandum, ec.

Quanto all’altre arti per que’ secoli in Italia, io non so ben dire come fossero coltivate, e quai frutti si producessero dagl’ingegni Italiani. O per la negligenza de’ nostri maggiori, o per le guerre de’ Guelfi e Ghibellini, o per altre disavventure, son periti non pochi libri allora composti. Contuttociò vo’ credendo che molti ci fossero, che studiarono il Trivio, ed alcuni anche il Quadrivio. Cosa significassero tali nomi, ce l’insegna Uguccione gramatico vescovo di Ferrara, con dire: Nota, quod Grammatica, Rhetorica et Dialectica dicuntur Trivium, quadam similitudine, quasi triplex via ad eloquentiam. Col nome di Quadrivio, come egli aggiugne, e prima di lui notò Boezio, son disegnate Arithmetica, Geometria, Musica, Astronomia. Nella Vita di S. Meinwerco vescovo di Paderbona al cap. II si legge: Claruit hoc sub Imado Episcopo, sub quo in Patherbrunensi Ecclesia publica floruerunt Studia: quando ibi Musici fuerunt, et Dialectici enituerunt. Rhetorici, plerique Grammatici: quando Magistri Artium exercebant Trivium; quibus omne studium erat circa Quadrivium, ubi Mathematici claruerunt, et Astronomici habebantur, Physici, atque Geometrici: viguit Horatius magnus et Virgilius, ec. Lorenzo Vernense, o pure Veronese, nel lib. II de Bello Balear.: (tomo VI Rer. Ital.) scrive:

His inerat clarus cum Consule Guido Dodone,

Ordine Levita, Trivii ratione peritus

E Arnolfo storico Milanese nel tomo IV Rer. Ital. sul principio dice: Fateor, me nunquam conscendisse Curules Quadrivii rotas. Così Pier Damiano in quel medesimo secolo XI scriveva ad Ugo abbate di Clugnì: Rudem imperitumque suscipiens, ad propria postmodum cum gemina Trivii vel Quadrivii uxore remittat. Nella precedente Dissertazione abbiamo udito Glabro Radolfo, autore Franzese del poco fa mentovato secolo, che lodava gl’Italiani, come gente applicata molto alla Gramatica, nome che allora disegnava l’Erudizione. E questa in fatti s’insegnava pubblicamente in molti luoghi. Prima dell’anno 1115 Donizone nella Vita della Contessa Matilda (lib. I, cap. 10) loda la città di Parma per lo Studio ivi florido dell’Arti liberali. Di ciò parve che dubitasse il P. Beretti nella Dissertazione Chorogr. (tomo X Rer. Ital.); ma son chiare le parole di Donizone che così scrive:

Chrysopolis dudum Graccorum dicitur usu,

Aurea sub Lingua sonat haec urbs esse Latina,

Scilicet urbs Parma, quia Grammatica manet alta,

Artes ac Septem studiose sunt ibi lectae.

Vediamo ivi insegnate le Sette Arti: adunque il Trivio e il Quadrivio. Certamente San Pier Damiano Liberali Scientia peritus fuit, come lasciò scritto nella di lui Vita Giovanni monaco discepolo suo. Ma dove avea egli studiato? Odi il medesimo Santo, che così parla di sé medesimo nell’opusc. 36, capit. 14: Quum apud Parmense Oppidum (più sotto la chiama città) degerem, ibique Liberalibus Artium studiis insudarem, quiddam me contigit nosse, ec. Attendeva agli studj Pier Damiano circa l’anno 1025, cioè quasi cento anni prima di Donizone. Però non è da stupire se Benedetto monaco di Chiusi Italiano circa l’anno 1208 (come consta dalla satirica e quasi dissi stomachevol Declamazione di Ademaro Cabanense, pubblicata dal P. Mabillone nel tomo IV degli Annali Bened.) si vantasse con dire: In Francia est Sapientia, sed parum; nam in Longobardia, ubi ego plus didici, est fons Sapientiae. Così quell’ardito Gramatico. Ora si distinse fra i Gramatici d’allora Papia, per valermi delle parole del Tritemio, vir in saecularibus literis eruditissimus, Grammaticus omnium suo tempore clarissimus, Graeco et Latino sermone ad plenum instructus, in divinis quoque Scripturis non mediocriter exercitatus. Scrive lo stesso Tritemio di aver letto un libro Epistolarum ejus ad diversos, il quale sarebbe da desiderare che non fosse perito, e che vedesse la luce; e un libro de ordine dicendi, e un libro de Linguae Latinae vocabulis, o sia Glossarium, o pure Elementarium doctrinae Rudimentum, come vien chiamato da Alberico monaco de’ Tre Fonti nella Cronica pubblicata dal Leibnizio. Stimano Jacopo Filippo da Bergamo e Tritemio, che questo scrittore fiorisse circa l’anno 1200, ma con palpabil errore. Imperocché il suddetto Alberico, di lunga mano più antico di loro, mette la di lui età all’anno 1053, con dire: quod probatur per numerum annorum, ubi agit de aetatibus saeculi, et enumerando pertingit usque ad hunc. Il suo Glossario, dato alla luce da Bonino Mombrizio nell’anno 1496, oggidì sommamente raro, servì non poco al celebre Du-Cange per compilare il suo Lessico Latino. Dopo Papia fiorì il sopra mentovato Uguccione Pisano, vescovo di Ferrara. Ricobaldo storico all’anno 1190 scrive che fu da lui composto il libro Derivationum, o sia Glossario o Dizionario, che in molte Biblioteche si conserva MSto, e sovente vien citato dallo stesso Du-Cange. Queste fatiche gramaticali furono accresciute da Fra Giovanni de Balbi Genovese dell’Ordine de’ Predicatori, che nell’anno 1286 scrisse un libro, intitolato Catholicon, più d’una volta dato alle stampe. Circa que’ medesimi tempi attesta il Wadingo che ne fu composto un altro col titolo di Mammotrectum, attribuendolo a Marchesino dell’Ordine de’ Minori di Reggio, dove sono spiegati i vocaboli della Sacra Scrittura, stampato in Magonza nell’anno 1470. Notissima cosa è poi che i primi Dizionarj della purgata Latinità debbono la loro origine agl’ingegni Italiani.

Quanto alla coltura della Poesia, niun tempo c’è stato privo di Poeti, non già eccellenti, ma tollerabili a misura de’ tempi dell’ignoranza, ed alcuni anche assai lodevoli. Tanto la Gallia, che la Spagna, la Germania e l’altre occidentali provincie ne produssero. Non mancarono i suoi all’Italia. Nel secolo VIII essa ebbe Paolo diacono e Paolino patriarca di Aquileia, lodato ancora per li suoi componimenti poetici. Nel secolo IX Teodolfo Italiano, che fu vescovo di Orleans, Ilderico abbate di Monte Casino, Teofanio ed Erchemperto monaci Casinensi, un altro Ilderico Filosofo, i cui versi son rapportati dall’Anonimo Salernitano, e Giovanni diacono della Chiesa Romana. Nel secolo X l’Autore Anonimo del Panegirico di Berengario l’imperadore, Liutprando vescovo di Cremona, Lorenzo monaco Casinense, ec. Non ne accenno altri: de’ susseguenti secoli troppa ne è la copia. Veggasi Policarpo Leysero in Hist. Poetar. Medii aevi. Alcuni ancora ne abbraccia la mia Raccolta Rer. Ital. Meglio sarà ch’io accenni alcuni Poeti men noti d’Italia, de’ quali probabilmente la maggior parte sarà perita. In un Codice della Biblioteca Ambrosiana, scritto già son quattrocento anni, ritrovai un assai prolisso Poema diviso in tre parti, e intitolato Ecloga, cioè Dialogo fra Pseusti pastore e Alethia vergine, che trattano di cose sacre ed istoriche. Il principio è questo:

Æthiopum terras jam fervida, torruit aestas,

In Cancro Solis dum volvitur aureus axis.

Son versi leonini, o vogliam dire rimati. Ne trovai poscia l’autore, cioè Teodulo poeta Italiano, che Sigeberto nel cap. 134 de Script. Eccles. chiama Graeca et Latina lingua eruditum. Di lui pure fa menzione Onorio Augustodunense, lib. III, cap. 13. Fors’egli fiorì nel secolo decimo, e non già nel quinto, come si figurò Tritemio. Fu stampato questo componimento dal Goldasto nel Manuale Biblico. Seguitano nel medesimo codice Ambrosiano le Favole d’Esopo in versi esametri e pentametri, non già le tradotte da Fedro o da Avieno; nelle quali, quanlunque si truovi in alcun sito molta eleganza e chiarezza, pure altrove si scorge esser egli poeta de’ secoli barbarici. Se sieno edite, o se s’abbiano da attribuire al medesimo Teodulo, lascerò giudicarlo ad altri. La prima favola è de Lupo et Agno.

Est Lupus: est Agnus. Sitit hic, sitit ille. Fluentam

Limite non uno quaerit uterque siti, ec.

D’altri Poeti, la maggior parte Italiani, mi somministrò il nome un altro codice Msto della Biblioteca Ambrosiana, che porta questo titolo: Liber virtutum et allegationum Auctorum, fere aureus nuncupatus, compositus et cumulatus per nobilem Dominum Johannem de Grapanis Civem Mediolani, qui ab Illustrissimo Domino Duce Mediolani propter hujusmodi floridi Operis onus exstitit recompensus non exigua praelibati Domini benignitate, humanitate, liberalitate, et exemtionis gratia, ut clarius patet ex Literis Dominicalibus, ec. Poscia si veggono registrati i nomi degli Autori, da’ quali fu compilato questo Libro, alcuni de’ quali registrerò qui. Chronica de Nugis Philosophorum. Auctor Libelli de formula honestae vitae. Maximianus Poeta. Amarius versilogus. Versificator Fabularum Æsopi. Auctor Libelli, qui dicitur Pamphylus. Auctor Libelli, qui dicitur Facetus. Auctor Libelli, qui incipit: Graecorum studia. Auctor doctrinae rudium. Baldo religiosus. Gualterius de Castellione versilogus. Matthaeus Vindocinensis Doctor Grammaticus. Henricus Samariensis versilogus, Doctor Grammaticus. Gualfredus Anglicus versilogus. Bertrandus. Jacobus Beneventanus versilogus. Urso Januensis versilogus. Vilichnius versilogus. Richardus Judex Venusinus versilogus. Auctor Libelli de moribus Medicorum. Auctor Libelli, qui incipit: Astrolabi. Bellinus Doctor Grammaticus. Montenarius Paduanus. Proverbia metrica extra ordinem Librorum vagantia. Proverbia vulgaria. Di questi Autori o Versificatori ho dato un saggio, che stimo superfluo riferire qui. Debbo anche far menzione di un altro codice MSto della stessa Biblioteca Ambrosiana, che contiene Albertani Causidici Brixiensis Opus de doctrina dicendi et tacendi, compositum anno MCCXLV de mense decembris, ad Stephanum et Vincentium filios. Item Liber Consolationis et Consilii. De amore et dilectione Dei et Proximi. De forma Vitae. De Amicis rebusque corporalibus. De amore rerum incorporalium, ec. Questi argomenti egli tratta con passi e sentenze sue, e delle sacre Lettere e d’Autori profani in prosa e verso. Egli è ivi appellato Magister Albertanus de Sancta Agatha.

Che la lingua Latina cominciasse per industria degl’Italiani a rimettersi in vigore fin dal secolo XIV, si può comprendere da varj Autori da me dati alla luce nella Raccolta Rer. Ital. e dall’Opere Latine del Petrarca, per tacere d’altri. Che ai medesimi si deggia attribuire il risorgimento anche della lingua Greca in Italia, non v’ha chi nol sappia. Veramente niun secolo c’è stato, in cui l’Italia sia stata priva di qualche intendente della medesima. Alcuno n’ebbe sempre Roma atto ad interpretare i libri e le epistole de’ Greci. Leggonsi tuttavia ne’ codici MSti alquante simili traduzioni, e massimamente delle Opere del Grisostomo, che anche a me son passate per le mani. Imperciocché oltre alle antichissime di molte Omilie di quel santo incomparabil Oratore fatte da Aniano e Muziano, Giovanni Burgundio Pisano circa l’anno 1150, uomo peritissimo della lingua Greca, molte più ne tradusse, siccome ancora varj Opuscoli de’ Santi Gregorio Nisseno e Giovanni Damasceno. Nel qual tempo ancora fiorì Ugo Eteriano, e suo fratello Leone, di nazione Toscani. Aggiungansi altri più antichi, annoverati da Sigeberto, cioè da Leone II papa, Paolo diacono Napoletano, Anastasio Bibliotecario, Pelagio diacono e Pietro suddiacono della Chiesa Romana, che dal Greco trasportarono in Latino molti libri. Così nel secolo nono fiorirono Giovanni diacono in Napoli, e nel decimo Liutprando Pavese, poscia vescovo di Cremona, amendue peritissimi di quella lingua. Così vedemmo che nel secolo undecimo e nel seguente Milano ebbe più d’uno intendente di essa; e lo stesso Chrysolao, detto Grossolano, arcivescovo di Milano in quel tempo, fu chiamato Vir Graeca et Latina eloquentia insignis. Questo argomento degl’Italiani ornati della lingua Greca ne’ secoli barbarici è poi stato ampiamente trattato dal P. D. Gian-Girolamo Gradenigo Cherico Regolare Teatino. Aggiugnerò io solamente che spezialmente nel secolo VI dell’Era nostra per cura del celebre Cassiodoro, gran benefattore delle Lettere, molti libri furono tradotti dal Greco. Scrive egli stesso nel libro de Institut. Divin. Liter. di aver procurato che Epiphanius vir disertissimus trasportasse in Latino le Storie di Scorate Sozomeno e Teodoreto, e varie Opere di Didimo e di Santo Epifanio; Muziano alquante Omilie del Crisostomo; Bellatore prete le Omilie di Origene, ec. Expositores (dice lo stesso Cassiodoro nel cap. 9) quantos vel invenire priscos potuimus, vel nuper per amicos nostros de Graeca lingua transferri, vel nova cudi fecimus. Per impulso suo parimente Dionisio Esiguo fece molte versioni dal Greco. E qui mi sia lecito il dire che al celebre Giovanni Hudson Inglese, allorché preparava l’edizione dell’Opere di Giuseppe Ebreo, somministrai qualche notizia intorno al prezioso codice delle Antichità Giudaiche, il quale scritto in papiro, o sia carta Egiziaca, si conserva nella Biblioteca Ambrosiana. Che quella fosse una versione fatta da Ruffino prete di Aquileja, scrittore famoso, l’aveano creduto il Gesnero, il Labbe, il Vossio, il P. Mabillone, il Cave, il Du Pin, ed altri illustri autori. Ma convien ascoltare Cassiodoro, che così scrive nel cap. 17 delle suddette Istituzioni. Josephus paene secundus Livius in Libris Antiquitatum Judaicarum late diffusus est, quem pater Hieronymus scribens ad Lucinium Boeticum, propter magnitudinem prolixi operis a se perhibet non potuisse transferri. Hunc tamen ab amicis nostris, qui est subtilissimus et multiplex, magno labore in Libris viginti duobus converti fecimus in Latinum. Vide questo passo il Vossio, e pur non vide fatti tradurre da Cassiodoro i Libri d’esse Antichità insieme coi due Libri contro Appione, confondendo questi con quei de Bello Judaico, la traduzion de’ quali, come dice il medesimo Cassiodoro, alii Hieronymo, alii Ambrosio, alii deputant Rufino. E però intendiamo che agli amici di Cassiodoro, e non già a Ruffino, s’ha da attribuire la versione delle Antichità Giudaiche, la qual si truova nell’insigne codice Ambrosiano.

Mi credeva io di aver trovato anche un’antichissima versione di Scrittore Greco in un altro codice della stessa Biblioteca Ambrosiana, che contiene molti Sermoni ed Omilie con questo titolo: Sanctus Severianus. Tosto mi figurai che fossero parto di Severiano vescovo Gabalitano, celebre fra’ Greci per la sua eloquenza, che fiorì circa l’anno di Cristo 390, prima grande amico, poscia avversario di San Giovanni Grisostomo. Da Gennadio vien chiamato nel cap. 21 de Viris Illustr. in Homiliis, declamator admirabilis. Cominciai a copiare que’ Sermoni; ma sul più bello m’avvidi, altro non essere quelli se non i Sermoni più volte stampati di San Pier Grisologo vescovo di Ravenna. Nel catalogo della Libreria antica del Monistero di Bobbio, che diedi nella Dissertazion precedente, fra gli altri codici è enunziato Liber Sancti Severiani, cioè il codice stesso ch’io poco fa accennava, passato per cura dell’immortal cardinale Federigo Borromeo nella Biblioteca Ambrosiana. I caratteri del medesimo sono di tale antichità, che li giudicai del secolo IX, fors’anche dell’ottavo. Ora qui può nascere dubbio, se veramente sieno que’ Sermoni fattura di San Pier Grisologo, o pure di Severiano vescovo Greco, i quai forse lo stesso Grisologo potè tradurre in Latino per uso della sua chiesa. A Severiano assiste il titolo di questo antichissimo codice. Erano facilmente ne’ vecchi tempi mischiati e confusi da’ Collettori i Sermoni de’ Santi Ambrosio, Agostino, Massimo, Leone Magno ed altri. Potrebbesi dare che fra quei di Pier Grisologo ne trapelassero ancora dei composti da Severiano, e latinizzati. In fatti notarono gli Editori de’ Sermoni del santo Vescovo di Ravenna al 149 e 152, che questi da alcuni venivano attribuiti Beato Severiano Episcopo. Però si potrebbe dubitare che il Grisologo fosse traduttore, e non autore d’altri di que’ Sermoni. Il P. Mabillone, parlando nel suo Itinerario Italico del suddetto codice Ambrosiano, riferisce un frammento di Sermone di Severiano trovato in un codice Casinense, che affatto rassomiglia al Sermone 149 del Grisologo. In oltre fra’ libri che l’incomparabil Desiderio abbate lasciò al Monistero Casinense, come abbiamo dalla Cronica di Leone Ostiense (lib. III, cap. 63), si veggono annoverati Sermones Severiani certamente tradotti in Latino. Né mancavano già negli antichi secoli persone sì pratiche dell’una e dell’altra lingua, che sapevano tradurre con tal garbo dal Greco, che la versione Latina compariva originale, e non traduzione. Severiano poi avea uno stile fiorito e però somigliante a quello de’ Sermoni suddetti. Contuttociò non è di dovere che si spogli il Grisologo del suo possesso per cagione di un solo codice che può portare un titolo fallace. A buon conto circa l’anno 715 erano in onore i Sermoni di esso Grisologo presso i Ravennati, perciocché per testimonianza di Agnello, scrittore del secolo nono, nel Pontif. Ravenn., Felice vescovo comandò, allorché fu vicino a morte, che si bruciassero le sue Omilie, con dire agli astanti: Habetis Libros Chrysologi Petri, quos videtis, et invenietis. Hic luculentissime scripsit. Ipsum tenete. Utimini, ut vobis placet. Né si può fidare del codice Ambrosiano. Ho io pubblicato i frammenti di tre Omilie ivi esistenti, le quali con più giusto titolo si debbono attribuire al Grisologo, che a Severiano, cioè De jejunio Quinquagesimae. De laude Episcopi. De ordinatione Episcopi. Il vescovo quivi lodato è Grato, nome Latino, e per conseguente dee credersi un vescovo Latino lodato da un altro Latino. V’ha ancora in questo Sermone un passo tutto somigliante al Serm. 165 fra le Opere del Grisologo, de ordinatione Projecti Episcopi Forocorneliensis, il quale niuno dubita che non sia di esso Grisologo. Però abbiamo di che persuaderci che anche gli altri Sermoni son parti legittimi e naturali di San Pier Grisologo, e non presi per adozione da Severiano.

Regola poi dell’arte critica è, non dover noi cotanto ostinatamente fidarci de’ codici MSti, ancorché venerabili per l’antichità, allorché portano il nome di qualche autore, che non si lasci luogo ad altro più fondato parere. Imperciocché lo stile, altri codici, l’argomento del libro, gli scrittori ivi citati, e i fatti che ivi s’incontrano, possono con ragione, e talvolta debbono inchinare l’intelletto nostro, che sia da riferire quel libro ad altro autore. Chi è pratico de’ codici MSti, o legge le dispute de’ Critici, facilmente scuopre che anche ne’ titoli de’ libri son trapelati alle volte degli errori o per poca avvertenza de’ copisti, o per malizia. Non mi pento di aver anche detto per malizia, e vo’ confermarlo con una forse utile osservazione. Fu pubblicato dal P. Matteo Radero, persona dottissima della Compagnia di Gesù, Chronicon Paschale, o sia Alexandrinum, col testo Greco e la versione Latina, nell’anno 1615 in Monaco. Per valermi delle parole del celebre Du-Cange nella prefazione alla medesima Cronica, ristampata in Parigi nell’anno 1688, ebbe il Radero alle mani per far la sua edizione una copia di esso libro MSto, conservata in Bibliotheca Augustana, manu Andreae Darmarii Antiquarii descriptum, proinde litera, recentiori, ut testatur Raderus, et a Sylburgio triginta sex aureis Solaribus emtum, et Hoeschelio donatum, ab eodem Hoeschelio Reipublicae deinde Augustanae oblatum, ex quo Isaacus Casaubonus pleraque excerpsit, quae non semel in Notis ad Capitolium laudat. Istius porro Andrene Darmarii, quem Graecum mercatorem indigitat, meminit idem Casaubonus, a quo se emisse testatur Librum Julii Africani de Bellico apparatu, et fragmentum Petri Alexandrini de Paschale: unde non modo illius aetas percipitur, sed et dubietas oritur, an is ex Romano exemplari Chronicon exscripserit, siquidem ex Graecia mercator in Gallias venerat; nisi forte fuerit ex illis Antiquariis Vaticanae Bibliothecae, fere semper natione Graecis, qui ex illius codice haecce qualiacumque sibi transcripserint. Tutto questo ho voluto riferire, acciocché il Lettore intenda per tempo che quell’Andrea Darmario dal copiare e vendere libri si procacciava un buon guadagno. E in vero appena v’è alcuna Biblioteca insigne, in cui non sia capitato alcuno de’ codici Greci da lui trascritti. Ne ha alquanti la Biblioteca del Re Cristianissimo per attestato del Padre Montfaucon nella Paleografia Greca. Ne possiede non so quanti l’Ambrosiana, molti più quella dell’Escuriale e della Real Torinese ne’ quali si truovano de’ falsi titoli Greci, postivi per vendere più caro quelle merci. Ora io vo’ levar la maschera a costui, e notificare che egli fu un eccellente falsario, che coll’ingannare chiunque trattò con lui, sapea ben fare il suo negozio. Copiai parte di un Catalogo MSto de’ Libri Greci esistenti nella Regia Biblioteca dell’Escuriale che David Colvillo Scozzese, cento quaranta anni sono, compose. Era uomo assai versato nella lingua Greca, e dotato di ottimo criterio. Le sue parole son queste: Petro Alexandrino Episcopo attributa Historia Chronologica ab Adam usque ad Heraclium juniorem, quae tamen manu scriptoris recentioris attribuitur Marcellino, vel Hippolyto: sed nullius tamen esse poteste; nam illi omnes Heraclium praecessere. Non est Georgii Oecumenii, ut ex collatione didici, ec. Dopo molte altre parole aggiugne: Graece et Latine editus est Liber a Patre Matthaeo Radero Societatis Jesu ex Bibliothecae Augustanae codice, quem Andreas Darmarius descripserat. Sed hic ille idem scelestus fuit, qui utcumque illa ex codice descripserat in Hispania, et titulos illos prostituerat. Virorum pessimus, qui nihil aliud habebat, nisi prostituere Libros fictis titulis, quos summo pretio divenderet Principibus. Innumera scelera illius detexi et notavi; qui praeter falsos titulos, quum aliquid describendum erat, definito pretio integri Libri, omittebat multa heic atque illic in medio opere; quum contra describendum erat, ut numerarentur folia, infinita alia inserebat, ut repleret paginas. Nec Graece sciebat, et ne unam quidem paginam scribebat sine pseudographia. Uno verbo: ita scelestus erat Andreas Darmarius Epirota, ut nihil illi credere debeamus, nec titulis ejus. Così il Colvillo, la cui sentenza dee rendere cauto chiunque possiede codici scritti da lui, e chiunque ancor maneggia altri antichi MSti; imperocché niun secolo è mai stato privo d’impostori e venditori di fumo, perché sempre ci fu, chi s’ingegnò di far guadagno colle frodi.

E qui voglio sottoporre all’esame dei Lettori un codice della sopra lodata Biblioteca Ambrosiana, scritto in carta pecorina, ma non molto antico, perché abbraccia anche la Vita di San Niccolò Magno, composta da Lorenzo Giustiniani. Quivi esiste un Opuscolo col seguente titolo: Disputatio Sancti Leonis Papae contra Haereticos. Mi balzò il cuore per la speranza di trovar qualche pezzo inedito di San Leone il Grande, cioè di uno de’ più illustri ed eleganti Papi. Ma restai ben perplesso in leggere quell’Operetta, di cui rapporterò qui un solo paragrafo. Errare Haereticos haec maxime caussa facit, dum aut ignorant, aut nolunt advertere, in Domino nostro Jesu Christo sicut unam personam, ita duas substantias esse, Deum ex Deo Patre, et Hominem ex homine Matre. Et quae de se ipso Dominus secundum dispensationem carnis assumtae loquitur, deputant divinitati, ut est illud: Pater major me est, ec. Tralascio il resto, bastando solamente dire che l’argomento convien a’ tempi di San Leone Magno, perché ivi si tratta la controversia contro gli Ariani e Semiariani per la divinità del Figlio di Dio; siccome ancora del Battesimo, che i Donatisti non peranche affatto estinti pretendevano che s’avesse da replicare, quando non era ministrato da loro. Contuttociò io non trovai in quello scritto il fiorito e ben contornato stile di San Leone: di modo che non potei acquetarmi al titolo del codice, e più tosto giudicai che tale Opuscolo appartenesse ad alcun altro de’ Padri che fiorirono nel secolo V della nostr’Era, o pure nel quarto, ma senza sapere individuarne alcuno. Altri esempli di titoli de’ libri si potrebbero recare; ma vo’ tornare in cammino.

Ancorché molti sieno i meriti de’ vecchi Italiani nell’aver mantenuto in Italia lo studio della lingua Greca, come avvertimmo di sopra, tuttavia maggiormente in questo si segnalarono gl’ingegni Italiani sul fine del secolo XIV, e vie più nel secolo XV; perché profittando essi del commerzio de’ Greci rifugiati in Italia, fecero qui rifiorire quella nobil lingua, e servirono di esempio agli altri regni dell’Europa per coltivarla con sì felice successo. Di più non ne dico, trattandosi di cosa che ogni Letterato sa e confessa. Aggiugnerò bensì, che anche nella lingua Arabica furono benemeriti gl’Italiani. Da che la nazione degli Arabi, chiamati ancora Ismaeliti, Saraceni e Agareni, principalmente nel secolo settimo con somma felicità dell’armi si dilatò per l’Asia e per l’Affrica, e poscia nel secolo ottavo sottomise al suo impero le più fiorite parti della Spagna, e quindi nel secolo nono s’impadronì ancora della Sicilia, e di alcune terre e città del Regno di Napoli: quella nazione, dissi, non meno avida della gloria che della potenza, cominciò a coltivare anche lo Studio delle Lettere. Pertanto conversando co’ Greci, sopra gran parte de’ quali si stendeva la lor signoria, da essi ricevè molti libri, e trasportolli in lingua Arabica, e talmente s’impossessò di alcune discipline, cioè della Medicina, Dialettica, Metafisica, Geometria, Aritmetica, appellata da essi Algebra, ec., che anche fra’ Cristiani di Occidente si acquistarono gran fama di Letteratura, e molti poscia degli Occidentali corsero a leggere i loro libri, e a tradurli in Latino [5]. V’ha chi afferma, che regnando Carlo Magno Augusto, anzi per comandamento suo, fosse fatta da’ Cristiani la versione di parecchi libri, e che per tal via cominciassero in Occidente a correre fra i Letterati i libri di Aristotele, d’Ippocrate, di Galeno, e d’altri Medici, e insieme di varj Matematici ed Astronomi, tratti dalla lingua Arabica. Con che ragioni pruovino essi tale assunto, lo dirò fra poco. Intanto dirò che quella Dialettica che si seppe prima del mille, ed usata nelle scuole, fu presa da Marziano Capella, da Severino Boezio, e da altri antichi Latini. Servironsi anche i Medici de’ secoli barbarici di libri composti anticamente in Latino, e dal Greco trasportati in Latino. Imperocché Cassiodoro circa l’anno di Cristo 560, scrivendo ai suoi Monaci Latini, dice, secondo l’ultima edizione: Legite Hippocratem atque Galeni ad Latina, lingua conversos, idest Therapeutica Galeni ad Philosophum Glauconem destinata, et Anonymum quemdam, qui ex diversis Auctoribus probatur esse collectus. Deinde Aurelii Coelii de Medicina, et Hippocratis de herbis et curis, diversosque alios medendi Arte compositos, quos vobis in Bibliothecae nostrae finibus (o sinibus) reconditos, Deo auxiliante, dereliqui. Si maraviglierà taluno ch’egli non nomini Celso, chiamato da molti l’Ippocrate Latino, ma io tengo per certo che s’abbia a correggere quel Coelii, e scrivere Celsi. Tralascio qui altri Medici Latini, pubblicati da Aldo Manuzio e da Enrico Stefano. Sarebbe anche da desiderare che a questi si potessero aggiugnere, tradotti prima in Latino, alcuni Greci che trattano di Chirurgia. Vidi io una volta nella Biblioteca Medicea un codice MSto che abbracciava la Chirurgia Hippocratis, Galeni, Oribasii, Heliodori, Asclepiadis, Archigenis, Dioclis, Amyntae, Apollonii, Nymphiodori, Rufi Ephesii, Sorani, Æginetae, Palladii. Ho di poi fatta premura al dottissimo Medico e di lingua Greca peritissimo sig. Antonio Cocchi Fiorentino, Bibliotecario e pubblico Lettore nella patria, acciocché imprendesse la traduzione e pubblicazione di quell’Opera. Se le mie preghiere avranno effetto, il tempo lo dirà. Stanno ascosi tuttavia nelle Biblioteche alcuni Medici Latini de’ tempi barbari, che forse non meritano d’essere sprezzati, per sapere almeno la Storia della Medicina; ed alcuni eziandio sono stampati, ma affatto negletti dai Medici moderni. Io ne ricorderò un solo, cioè Guglielmo Piacentino, che nell’anno 1275 in Verona compiè un’Opera Medico-Chirurgica col titolo Summa conservationis et curationis, quae Gulielmina dicitur, stampata in Venezia nel 1502. Fra l’altre cose che ivi meritano considerazione, si tratta nel lib. I, cap. 48 De pustilis albis et scissuris et corruptionibus, quae fiunt in virga et circa praeputium propter coitum cum meretrice, vel foeda, vel ab alia caussa. Vestigj son questi di quel morbo che noi crediamo introdotto in Italia solamente nel 1494, Mi sovviene di aver letto nelle Transazioni Inglesi una Dissertazione, in cui si pretende che questo morbo molto prima di quel che stimiamo si provasse nella Gran Bretagna. Né sembra diverso da quello che patì nell’anno 1399 Niccolò marchese d’Este e signor di Ferrara, Modena, ec., principe inclinato alla libidine, e bollente allora per l’età giovanile. Così scrive a quell’anno Giacomo Delayto nel tomo XVIII Rer. Ital. Dominus Nicolaus Marchio passus fuit in inguine unum tuberem, sive angum, qui fuit ita rabidae molestationis, quod dubitantibus quibusdam ex Medicis, ne foret morbus naturae pestilentis, de salute ipsius Domini accidit non modica dubitatio. Sed divina gratia redactus cum medelis ad mollificationem et saniem, et demum scissus, nihil attulit dispendii formidati, et idem Dominus in optimam valetudinem evasit in brevi. Perché poi, essendo venuti i Franzesi a Napoli sul fine del secolo XV, questo morbo cotanto s’inasprisse, che poi produsse delle vergognose scene e molte morti con divenire sì familiare e nocivo, e vada ora calando la rabbia sua, lascerò cercarlo ai discepoli d’Esculapio.

Torno a Cassiodoro, il quale anch’egli scrisse e trasmise ai posteri gli Opuscoli suoi di Dialettica, Aritmetica, Musica, Geometria e Astronomia. Abbiamo poi nel codice Carolino la lettera XXV scritta da Paolo I pontefice Romano a Pippino re de’ Franchi circa l’anno 758, dove si legge: Direximus excellentissimae praecellentiae vestrae et libros quantos reperire potuimus, idest Antiphonale et Responsalem, insimul Artem Dialecticam Aristotelis, Dionysii Areopagitae libros, Geometricam, Orthographiam, Grammaticam, omnes Graeco eloquio Scriptores. Così presso il Du-Chesne (tomo III Script. Franc.): dalle quali parole intendiamo che la Dialettica di Aristotele molto prima di quel che si crede fu in mano ed uso de’ Franchi. Ma nelle edizioni del Gretsero e del Lambecio chiaramente si legge Artem Grammaticam Aristotelis, e non già Dialecticam, come abbiam dall’insigne codice MSto della Biblioteca Cesarea, onde furono estratte quelle lettere. Però di qui non si può ricavare che la Dialettica di Aristotele fosse allora tradotta in Latino dal Greco, e molto meno dall’Arabico. Giovanni monaco Italiano, che circa l’anno 950 scrisse la Vita di Santo Oddone abbate Cluniacense, presso il Mabillone nel secolo V (Act. Sanct. Bened.) scrisse ch’egli andò Parisius; ibique Dialecticam Sancti Augustini Deodato filio suo missam perlegisse, et Martianum in liberalibus Artibus frequenter lectitasse sotto Remigio monaco di Auxerre. Sotto nome della Dialettica di Santo Agostino vien creduto disegnato il libro de Decem Categoriis, una volta, ma senza ragione, attribuito a Santo Agostino. Ecco dunque qual Dialettica fosse in uso nel secolo X, e qual autore di tale argomento si mettesse in mano de’ discepoli. Anche lo stesso Gerberto, che nell’anno 999 ascese al Pontificato Romano col nome di Silvestro II (creduto Mago dal volgo stolto, non per altro, se non perché insegnava l’Arti Matematiche, allora ignote), pare che non altronde che dai Latini antichi prendesse la Dialettica, la Geometria, l’Astronomia, ed altri ornamenti dell’Arti liberali. Scrive egli nell’Epistola 8, presso il Du-Chesne, tomo II: Sperate a nobis octo Volumina Boethii de Astrologia (cioè dell’Astronomia) praeclarissima quoque figurarum Geometriae. Chiede ancora nell’Epist. 22 i Libri di Boezio Peri-hermenias; e nell’Epist. 9 Librum Demosthenis Philosophi de morbis ac remediis oculorum, qui inscribitur Ophthalmicus; e nell’Epist. 130 Manilium de Astrologa. Nell’Epistola 15 delle aggiunte dal Du-Chesne loda Celsum Cornelium, che tratta di Medicina. Né io negherò che in que’ medesimi tempi, ed anche prima, qualche merce Arabica fosse trasportata in Latino, come sarebbe di Algebra, di Astronomia e di Medicina: delle quali Arti si dilettò molto quella nazione. Imperciocché lo stesso Gerberto nell’Epist. 17 descrive una copia Libelli de multiplicatione et divisione numerorum a Josepho Hispano editi. E nell’Epist. 24 ad Lupitum Barchinonensem scrive: Librum de Astrologa translatum a te, mihi petenti dirige. Sfuggirono questi due autori alla diligenza di Niccolò Antonio, uomo dottissimo nel tessere la Biblioteca Spagnuola, e probabilmente si parla ivi d’Opere composte da Scrittori Arabi. La nazion di coloro solamente dopo i tempi di Carlo Magno si applicò allo studio delle Lettere; dianzi avea solamente atteso a dilatar l’imperio coll’armi. Almamone famoso Califa di Babilonia e d’Egitto, che cominciò a regnare nell’anno 814 e finì di vivere nell’833, il primo fu ad introdurre fra gli Arabi l’amor delle Lettere. Elmacino nella Storia Saracenica (lib. XI, cap. 8) il dipinge come peritissimo nell’Astronomia, e Abulfarago nella Storia Orientale il dice ornato di una scelta Letteratura. Molto parla di lui l’Herbelot nella Biblioteca Orientale, pag. 545, con dire che fino a quel tempo essendo stati gli Arabi ignoranti e alieni dalle scienze, sparlavano di lui, perché avesse introdotto fra loro la Filosofia, e l’altre scienze speculative, onde avessero poi cominciato a studiar con somma applicazione le cose astronomiche. Vien ciò confermato da Cedreno, che alla pag. 548 scrive, Manumum Ismaelitarum Principem (così egli chiama Almamone) tum aliis disciplinis Graecis, tum praecipue Geometriae deditum, con incredibil ansietà procurò di tirare a sé Leone Filosofo Greco, particolarmente versato nella Geometria. Allora dunque incominciarono gli Arabi a prendere gusto alla Letteratura de’ Greci, e a propagare le Scienze ed Arti in Soria ed Aurica, ed anche in Ispagna: il che nondimeno s’andò facendo a poco a poco, talmente che da loro i Cristiani nulla poterono apprendere nel secolo nono, e poco nel decimo. Ma nel secolo undecimo si videro in maggior frequenza e credito presso i Latini i libri di coloro, e massimamente quei che trattavano di Medicina ed Astronomia. Che Ermanno Contratto, monaco di Augia in Germania, circa l’anno 1050 fosse trium Linguarum Graecae, Latinae et Arabicas peritissimus, e che anzi nonnulla Graecorum Philosophorum et Arabum Astrologorum volumina in Latinum transtulerit, lo scrisse bensì Giovanni Tritemio, ma vien sospettato da me che lo scrivesse senza buon fondamento. E in questo parere mi conferma la Vita ed Elogio di esso Ermanno, scritti da un autore suo contemporaneo e familiare. Truovasi tale Elogio in un codice MSto della Cesarea Biblioteca di Vienna, e consiste in una Giunta Fatta alle Storie di Ottone di Frisinga, ch’io ho bensì dato alla luce, ma che non credo necessario di replicare in questo luogo, avvertendo solamente che non v’ha memoria alcuna del preteso suo sapere Greco ed Arabico. Contuttociò ne’ libri de mensura Astrolabi, et de utilitate Astrolabi, stampati dal P. Fez nella Par. II del tomo III Thesaur. Anecdot. sotto nome di esso Ermanno (se pure sono di lui) egli confessa di aver preso quel che scrive dai libri degli Arabi. Ma particolarmente nello stesso secolo XI trasportato e dilatato fu in Italia il sapere degli Arabi da Costantino di nazion Cartaginese, il quale abbracciata la Religione di Cristo e la vita monastica nel Monistero di Monte Casino, quivi fiorì con lode di molta Letteratura. Imperocché il medesimo (come abbiamo da Pietro diacono nella Cronica Casinense, e nel libro de Virins illustr. Cas.) Grammaticam, Dialecticam, Physicam, Geometriam, Arithmeticam, Mathematicam, Astronomiam, ec., Physicamque Chaldaeorum, Arabum, Persarum, Saracenorum plenissime edoctus, transtulit de diversis gentium linguis librus quamplurimos. Fra gli altri esso Pietro diacono annovera i seguenti, cioè Pantegnum, in quo exposuit, quid Medicum scire oporteat, Practicam Medicinae, Diaetam ciborum, Librum Febrium, quem de Arabica lingua transtulit, Librum de Urina, Antidotarium, Chirurgiam, ed altri molti, che tralascio, sicché tenuto egli fu per un altro Ippocrate. Restarono di lui parecchi discepoli, i quali sembra verisimile che passassero ad accrescere la fama della città di Salerno. In fatti nello stesso secolo XI quella città singolarmente fiorì per l’Arte della Medicina, e abbondò d’uomini molto rinomati in essa: del che fa tuttavia testimonianza il libro intitolato la Scuola Salernitana, che alcuni credono dedicato circa l’anno 1099 a Roberto figlio di Guglielmo I re d’Inghilterra, ma altri più probabilmente a Edoardo re d’essa Inghilterra prima dell’anno 1066, giacché la dedica del libro il chiama Angliae Regem. Fors’egli ricercò il parer di que’ Medici per conservare la sanità, giacché sì grande era il credito di essa città per la Medicina, che anche uomini di alto affare passavano colà per isperanza di guarire dai lor mali. Ugo Flaviacense nella Cronica di Verdun così scrive: Huic Episcopo successit Adalbero filius Comitis Godefridi, Avus Ducis Godefridi, qui accepta uxore Bonifacii (vuol dire Beatrice duchessa di Toscana) postea factus est Marchio. Is (Adalbero) Salernum eodem anno benedictionis suae, curationis gratia profectus, reversus in Italia obiit. Vixit in Episcopatu tribus annis, et successit Heimo anno DCCCCLXXXVIII. Adunque nel secolo X gran grido aveano anche Oltramonti i Medici di Salerno; e però non aspettarono essi che venissero alla luce i primarj Capi della Medicina Arabica, sapendosi che Avicenna nell’anno 1036 diede fine a’ suoi giorni, ed Averroe nell’anno 1198 era tuttavia vivente. Odasi anche Orderico Vitale, che all’anno 1059 (lib. III della Storia Ecclesiastica) scrive: Robertus MalaCorona ab infantia Literis affatim studuit, et Galliae Italiaeque Scholas, secretarum indaginem rerum insigniter attigit. Nam ut in Grammatica et Dialectica, in Astronomia quoque nobiliter eruditus est, et Musica. Physicae quoque scientiam tam copiose habuit, ut in Urbe Psalernitana (cioè di Salerno) ubi Maximae Medicorum Scholae ab antiquo tempore habentur, neminem in Medicinali Arte, praeter quamdam sapientem matronam, sibi parem invertiret. Ecco un elogio insigne fatto da un buon testimonio a Salerno [6], e insieme all’Italia, anche di qua apparendo che nel secolo XI furono scuole di tal grido in queste contrade, che tiravano a sé anche la gente straniera. Però Egidio Corboliense circa l’anno 1180 nel libro de Virtut. Medicam. chiamò Salerno Fonte della Fisica.

Pertanto aumentandosi la fama dell’Erudizione Arabica maggiormente nel secolo XII, s’accese ne’ Cristiani d’Italia il desiderio di profittarne con cercare e tradurre in Latino i libri di quella nazione. Nel quale studio mi sia lecito di preferire agli altri Gherardo Cremonese, Medico ed Astronomo eccellente, che moltissime Opere di Astronomia e Medicina tradusse dall’Arabico. Niccolò Antonio, uomo certamente dotto ed amantissimo della verità, si sforzò a tutto potere nella Parte II della Bibliot. Hispan., pag. 263, di torre all’Italia questo Letterato, e di darlo alla Spagna. Per fondare sì fatta opinione, egli osservò essere Carmona città della Spagna, e però doversi a quella attribuire Gherardo; ed essendo nota agl’Italiani la città di Cremona, e poco conosciuta quella di Carmona, avrà ciò dato adito all’equivoco ed errore, ché in fatti egli è appellato Gerardus Carmonensis nell’edizione dell’Opere di Avicenna, fatta in Basilea nell’anno 1556. Trovansi anche altri moderni Scrittori che hanno nominato questo Autore Gerardo da Carmona. Ma s’ingannano a partito tanto Niccolò Antonio che gli altri, i quali immaginarono che il nostro Gerardo fosse Spagnuolo solamente perché si sa ch’egli andò a Toledo. Potrei anch’io opporre altre più antiche edizioni ed altri Scrittori in maggior copia, che danno per sua patria a Gherardo Cremona. Ma non gitterò il tempo con superflua erudizione. Egli fu da alcuni chiamato da Chermona, perché Cremona ne’ rozzi secoli dal volgo era appellata Carmona e Chermona, come ne’ vecchi codici MSti ho veduto più di una volta, e Giovanni Villani nelle sue Storie usò di dire. Ora io cito Niccolò Antonio ai codici MSti della Biblioteca Ambrosiana, dov’egli è sempre appellato Magister Gerardus Cremonensis. Quello poi che decide la controversia si è Francesco Pippini dell’Ordine de’ Predicatori, la cui Cronica diedi alla luce nel tomo IX Rer. Ital., chiaramente esponendo egli quello che si dee credere di questo Autore. Fioriva il Pippini circa l’anno 1315. Ora egli così parla nel lib. I, cap 16: Gerardus Lombardus, natione Cremonensis, magnus linguae translator Arabicae, imperante Friderico, anno scilicet Domini MCLXXXVII, qui fuit Imperii ejusdem Friderici XXXIV, vita defungitur, septuaginta tres annos habens, ec. Poscia dopo aver narrate varie cose de’ suoi studj e vita, e come egli andò apposta a Toledo per trovarvi l’Almagesto, finalmente scrive: Sepultus est Cremonae in Monasterio Sanctae Luciae, ubi suorum Librorum Bibliothecam reliquit, ejus praeclari ingenii specimen sempiternum. Fra i libri da lui tradotti v’ha, per attestato del medesimo Pippini, in Arte tam Physicae, quam aliarum facultatum Libri septuaginta sex, inter quos Avicennae et Almagesti Ptholomaei translatio solemnis habetur. Vidi anche nell’Ambrosiana una Raccolta fatta a Thadaeo de Parma super Theoricam Planetarum Girardi Cremonensis. Ecco dunque ciò che operarono alcuni ingegni Italiani nel secolo XII.

Molto più operarono nel susseguente XIII per accrescimento delle Scienze, e per cura particolarmente di Federigo II imperadore e re di Sicilia. Perciocché per comando di lui furono tradotte parte dal Greco, parte dall’Arabico in Latino l’Opere di Aristotele per viros lectos, et in utriusque linguae prolatione peritos, come ne fa fede Pietro dalle Vigne nel libro III, epist. 67. Mi sia permesso di dire così di passaggio, che venne meno a Lorenzo Pignorio la sua erudizione e diligenza, allorché nelle Note alla Storia Augusta di Albertino Mussato (tomo X, pag. 405 Rer. Ital.) asserì ch’esso Pietro fu d’origine Padovano. Non dovette conoscere questa origine Rolandino storico di Padova, tuttoché contemporaneo del medesimo Pietro, giacché nel lib. IV, cap. 9 della sua Cronica all’anno 1239 scrive: Petro de Vinea Apulo, ejus Judice, pro ipso Domino sapienter locuto, inter Dominum Imperatorem et Paduanum Populum foederavit quodammodo multam benevolentiam et amorem. Né Pietro dalle Vigne, come scrisse taluno, venne alla luce in Germania, ma bensì in Capua. In qual anno poi Federigo II procurasse la traduzion delle Opere di Aristotele, cioè se nel 1220, o poscia, nol so dire. Quel che è palese e fuor di dubbio, circa que’ tempi furono portati in Occidente i libri di quel Filosofo, e ch’essi vennero accolti con gran commozione in Parigi, anzi banditi, perché si credette che Almarico Eretico avesse bevuto di colà il suo veleno. Rigordo (de Gest. Philipp. Reg. Franc. presso il Du-Chesne) così scrive all’anno 1209: In diebus illi legebantur Parisius Libelli quidam, ab Aristotele, ut dicebatur, compositi, qui docebant Metaphysicam, delati De Novo a Constantinopoli, et a Graeco in Latinum translati. Da dove apparisce che que’ libri poco fa erano stati portati dalla Grecia a Parigi, già tradotti in Latino, forse dai Latini, signori allora di Costantinopoli. Non furono adunque dal magazzino degli Arabi, ma da quel della Grecia, portate in Francia le merci Aristoteliche. Ora Federigo II raunò e fece trasportare in Latino tutto quanto potè avere di quell’insigne Filosofo sì dal Greco che dall’Arabico. Né vo’ tacere, conservarsi nella Biblioteca Ambrosiana un codice MSfco attribuito ad Aristotile con tale esordio: Domino suo excellentissimo, et in cultu verae Religionis strenuissimo, Domino Guidoni vere de Valentia, civitatis Tripolis glorioso Pontifici, Philippus suorum minimus Clericorum, se ipsum, et fidele devotionis obsequium. Quantum Luna,ec. Di sotto poi così parla: Quum igitur vobiscum essem apud Antiochiam, reperta hac pretiosissima Philosophiae margarita, placuit vestrae dominationi, ut transferretur de Lingua Arabica in Latinam. Porro vestro mandato cupiens humiliter obedire, et voluntati vestrae, sicut teneor, deservire, hunc Librum, quo carebant Latini, eo quod apud paucissimos Arabes reperitur, transtuli cum magno labore, et lucido sermone, de Arabico in Latinum, ec. Quem Librum peritissimus princeps Philosophorum Aristoteles composuit ad petitionem Regis Alexandri. Quivi in primo luogo s’incontra il Prologo di un certo Giovanni, che dal Greco avea trasportato in Arabico quel Libro, con dire fra l’altre cose: Deus omnipotens custodiat Regnum vestrum, ec. Ego suus serviens exsequutus sum mandatum mihi injunctum, et dedi operam ad inquirendum Librum Moralium in regimine, qui nominatur Secretum Secretorum, quem edidit princeps Philosophorum Aristoteles filius Nicomachi Alexandro filio Philippi Regis Graecorum, ec. Nel lib. I si tratta delle Virtù; nel secondo della Medicina; nel terzo di cose Astronomiche. Non è Opera d’Aristotele, ma raccolta probabilmente dall’Opere di lui [7].

E volesse Dio che più cose i nostri maggiori avessero trasportato dall’Arabico, non potendosi negare che quella gente ha avuto ed ha non poche Opere che assaissimo gioverebbero a farci conoscere l’antica Storia e Geografia dell’Oriente, dell’Affrica e della Spagna. Stesero ben lungi l’imperio loro i Saraceni, e cagion fu questo che s’è perduta la Storia di molte provincie e regni, oltre ad altri desiderabili lumi dell’erudizione de’ secoli barbarici, che nondimeno si potrebbono trovare ne’ loro libri. Il sig. d’Herbelot nella Biblioteca Orientale ci presenta una gran copia di Scrittori e Libri Arabici. Anche il sig. de la Croix nella Prefazione alla Vita di Tamerlano loda la Biblioteca Orientale composta da Hadi-Calfa, Cadì o Giudice di Costantinopoli, scritta in due tomi in foglio, molto diversa da quella dell’Herbelot. Io pure nella Prefazione alla Storia Saracenica Siciliana (Parte II del tomo I) accennai alcune Storie Arabiche esistenti nella Biblioteca Ambrosiana. Ne voglio ora aggiugnere alcune altre, conservate nello stesso celebre luogo. Vi ho dunque osservato una copiosa Cronologia Istorica de’ Giudei e de’ Romani. Un altro codice intitolato Phuthul Bahanza contiene la Storia del paese di Bahanza, che è una parte dell’Egitto. In un altro codice Mazis Malechi si comprendono notizie Astronomiche. Parimente Ibnu Abiltsalat tratta de operatione Astrolabii. Parimente Ismael Mardini è un compendio di Aritmetica, arte che gli Arabi illustrarono, e da loro si crede che abbiamo ricevuto le cifre numeriche, delle quali ora ci serviamo nel commerzio, benché diversa origine sia attribuita ad esse da altri. Parimente Ibnu Jonas, de exitu a Linea Meridionali. In altro codice si legge Historia varia, dove sono notate molte partite di cose Naturali, e ne è autore Hufus Amsiu. In un altro intitolato Kitabul Muahodhi, o Hethebari, de praecipuis Orientis rebus. Ne tralascio altri. Abbondano ancora gli Arabi di Libri Filosofici, Medici, Morali, ec., molti de’ quali ho veduto in essa Biblioteca. Altri non pochi ancora ne ha la Biblioteca dell’Istituto Astronomico di Bologna, fra’ quali un Catalogo di Libri composto da Afid supremo Ismaeliticae Religionis Antistite, e diviso in tre tomi, dove si leggono i titoli di tutti i Libri ed Autori per ordine alfabetico, che da’ primi anni dell’Egira fino al secolo prossimo passato furono scritti in idioma Arabico, Persiano e Turchesco. Noi al solo udire, il nome degli Arabi, o vogliam dire Saraceni, concepiamo orrore di quella gente, immaginandola immonda, crudele, infida e ignorante. D’altra opinione furono i nostri maggiori. Ognuno stimava la loro Letteratura. L’Anonimo Italiano nel Compendio della Storia Italiana, cap. 3 (tomo XVI Rer. Ital.), lasciò scritto: In Legalitate Sarraceni, et in Justitia omnes alias Mundi superant Nationes. Ma avendo anche i Turchi introdotta fra loro la stampa, può essere che n’escano un dì dell’Opere degne di stima o antiche o moderne. Ho io pubblicato un frammento, cioè il cap. I della Geografia, composta dal Sultano e Re Abulfadà circa l’anno 1350, o prima, e tradotta in Latino dall’Arabico. Il suo principio è tale: Descriptio universi Orbis, auctore Domino Sultano, ec., Abilfada Ismaele, cujus Deus Regnum protegat, Filio Regis Abulchussem, ec. Cita egli varj Autori Arabi che precedentemente aveano illustrata la Geografia. Di questo Autore parlano con molta lode il Riccioli, il Vossio ed altri. Sarebbe degna della luce tal Opera. Guglielmo Pestello nella sua Cosmografia scrive di averla comperata per secento coronati.

Attesero parimente gl’Italiani dopo il mille ad illustrare l’Astronomia, et uno di essi fu Costantino monaco Casinense circa l’anno 1075. E nel medesimo secolo fiorì, se vogliam credere al Tritemio e a Filippo da Bergamo, Campanus natione Lombardus, Philosophus et Astronomus, omnium opinione suo tempore celeberrimus, il quale de compositione Quadrantis, et alia quoque in Astronomia composuit. Trasportò ancora dall’Arabico gli Elementi d’Euclide, ed altre cose Geometriche. In un codice dell’Ambrosiana vidi un Trattato de Astrolabio, Auctore Messalak, cioè uno scrittore Arabo il quale si dice che fiorisse circa l’anno di Cristo 860, tradotto in Latino da non so quale interprete di molta antichità. Ivi ancora si leggeva Magistri Roberti Astensis Liber de Officio Astrolabii; e parimente Liber Albategnii, o Mahometis filii Sehir, filii Cenini, de motibus Stellarum, et earum observationibus. E veramente abbiam di molte obbligazioni alla nazione Arabica, perché si studiò di ampliare l’Astronomia colle proprie osservazioni; ma coloro ancora molto più furono obbligati ai Greci, dai libri de’ quali tradotti in lor lingua presero il meglio di questa professione. Potrei qui io rammentare non pochi Scrittori Greci che illustrarono essa Astronomia, e alcuni di essi privi finora di luce, da me veduti nella Biblioteca Ambrosiana ed Estense. Ne accennerò un solo Greco, conservato nell’Ambrosiana, in cui v’ha Theonis Alexandrini in manuales Canones Explicatio. Seguita Claudii Ptolomaei explanatio et descriptio manualium Canonum Astronomiae, et quomodo ipsis utendum sit, methodus dilucida. Si aggiugne Claudii Ptolomaei de Hypothesibus Planetarum, dato alla luce in Londra l’anno 1620 da Giovanni Brainbrigde. Succede Canon Regum, di cui è autore lo stesso Tolomeo, pubblicato dal Dodwello fra le Dissertazioni Cyprianiche. Seguita appresso Canon illustrium Urbium; e un altro Mensium et dierum Ægyptiacarum, con altri Canoni Astronomici. Poscia viene Johannis Grammatici Alexandrini, cognomento Philloponi, de usu seu utilitate Astrolabii. Indi Altera, Methodus Astrolabii; e poscia Canon Imperatorum Romanorum ac Byzantinorum, che termina in Teofilo, Michele, Basilide e Leone. Vengono dopo Canones Consulares, pubblicati dal Dodwello, e attribuiti a Teone Alessandrino. Finalmente ivi si leggono Canones Astronomici. Il codice, scritto con gran diligenza, mostra l’età di più di quattrocento anni; le lettere ornate di minio e di altri ornamenti. Quivi si mira un uomo che inginocchiato, per mezzo di un lungo tubo, appoggiato a un’asta diritta, sta contemplando la luna e le stelle. Un simile attesta il P. Mabillone di avere osservato in un altro antichissimo codice: il che potrebbe far credere che gli antichi Astronomi avessero qualche conoscenza ed uso del moderno cannocchiale. Anche Gian Battista Porta nel libro della Magia Naturale nell’anno 1549 Fece menzione di un somigliante tubo; e si dice che Tolomeo Evergete ebbe un telescopio nel Faro di Alessandria, coll’aiuto del quale mirava le navi in gran lontananza. Ma il sig. di Marville, Enrico Vagetio e Giovann’Alberto Fabrizio con ragione pretesero che que’ tubi fossero senza vetri, e adoperati solamente per aiutar la vista, difendendola dalla frapposizione degli oggetti laterali. Così presso Ditmaro, lib. VI della Storia, Gerberto sopra da noi mentovato, che fu poi papa Silvestro II, fama è che fabbricasse un orologio, considerata per fistulam quadam stella nautarum duce.

Ma non si può negare che sì stretta familiarità dei Letterati Cristiani coi Saraceni Arabi, o sia coi loro libri, li trasse ancora a de’ vanissimi studj, de’ quali sommamente si dilettò quella nazione. Parlo della Strologia giudiciaria, o sia dell’indovinare le cose future per la positura delle stelle: al quale studio, notissimo anche in addietro, coloro incitarono maggiormente le teste Europee. Non parlo io qui della Strologia naturale, risguardante le stagioni e le campagne, ma di quella che presume d’indovinar le azioni e risoluzioni libere dell’uomo. I Caldei, Soriani, Affricani, Greci e Romani coltivarono una volta con molta applicazione questa fallacissima arte [8]. Sparziano nella Vita di Vero Augusto attesta che nell’arte di far le geniture plerique Afrorum peritissimi fuere. Ma anche coloro ebbero per maestri i Greci, anzi più tosto i Caldei ed Egiziani. Tuttavia esistono Apotelesmatica di Manethone Egiziano, autore veramente antichissimo, già dati alla luce. Leggesi presso Aulo Gellio (lib. XIV, cap. I) una disputa di Favorino Filosofo adversus eos qui Chaldaei appellantur, et ex coetu motibusque Siderum et Stellarum fata se hominum dicturos pollicentur. Non pochi de’ Greci Autori applicati a quest’arte ingannatrice si veggono registrati dal Fabrizio nel lib. III, cap. 20 della Biblioteca Greca. Quanto ancora si dilettassero i Greci di tale studio, l’abbiamo da Liutprando vescovo di Cremona nella sua Legazione. Anche i Latini ci diedero Manilio e Giulio Firmico, presi dalla medesima febbre. Credete, se vi basta l’animo, a Sparziano, dove scrive che Adriano Augusto Mathesin sic scire sibi visus est, ut calendis januariis scripserit, quid ei toto anno posset evenire. Molti altri esempj ne somministra la Storia Romana. Vedi in oltre Apollinare Sidonio, lib. VIII, epist. II, il quale c’insegna che anche a’ suoi tempi gli Affricani erano maestri di quest’arte vana. Sotto l’imperio di Lodovico Pio circa l’anno 838 fiorì l’Autore della sua Vita, appellato l’Astronomo, perché si vede ch’egli inclinava a quest’arte. Contemporaneo di lui fu Adelmo abbate di Castro, che dai delirj della Strologia passò a contemplare la verità del Vangelo. Il P. Mabillone negli Annali Benedettini all’anno 825 rapporta de’ versi fatti per lui:

Quae ventura forent, tentavit prodere Adelmus,

Astrorum vanis lusus imaginibus, ec.

Ma poiché dopo il secolo decimo cominciarono i popoli di Occidente a convertire in uso proprio il sapere degli Arabi, allora molto più s’accese il forsennato amore e credenza di poter intendere l’avvenire. E perché no? quando quest’arte tante cose promette, e benché da’ suoi professori tutto dì si scuopra ingannevole, pure mai fra di loro non perde il credito. Giovanni Sarisberiense nel lib. II, cap. 19 abbastanza fa conoscere, quanti amatori e difensori ella avesse a’ suoi giorni, cioè nel secolo XII. Ma principalmente nel susseguente XIII essa fu in gran voga; perché gli stessi principi non solamente prestavano orecchio a questi mercatanti falsi delle cose future, ma li tenevano nelle lor corti, e nulla mai osavano d’intraprendere in qualche rilevante affare, che non sentissero prima l’avviso degli Strologhi, e si regolassero col loro parere. Quanto confidasse in costoro Federigo II imperadore, molti Storici lo lasciarono scritto. Fra gli altri Saba Malaspina nel tomo VIII Rer. Ital., cap. 2 della sua Storia, così ne parla: Astrologos et Nigromanticos adeo venerabatur, et Aruspices, quod eorum divinationibus et auspiciis Frederici velocissima cogitatio ad similitudinem venti vagabatur. Si conserva nella Biblioteca Ambrosiana MSto Liber particularis Michaelis Scoti Astrologi Domini Frederici Romanorum Imperatoris et semper Augusti, quem secundo loco breviter compilavit ad ejus preces. Ivi si tratta di Astronomia, Fisica e Fisonomia. Di un simile MSto il Du-Cange si servì non poche volte nel suo Glossario Latino. Per lo più si trovavano in fallo le predizioni di costoro; pure sì intestata era la gente di sì fatto studio per qualche volta che aveano indovinato (forse per accidente o con malizia), che mai non veniva meno la speranza di scoprire per tempo le cose avvenire. Scrive Antonio Godio nella Cronica Vicentina, che il suddetto Federigo Angusto in volersi partire da Vicenza, ed experiri quemdam suum Astrologum, comandò, ut qua egressurus esset via, eidem ediceret. Astrologus facto Brevi et clauso, in manibus Imperatoris tradito, oravit, ut eo non aperto, qua parte vellet, civitate exiret. Qui per quamdam fracturam muri civitatis, quam novam fecit, civitatem exivit; apertoque Brevi invenit scriptum: PER PORTAM NOVAM EXIBIT REX. Cioè il furbo Strologo considerò che l’Imperadore per burlarsi di lui sarebbe uscito per qualche insolita via, ed accortamente gli predisse la Porta Nuova. Quello che può far ridere, nelle battaglie, negli assedj e in altri scabrosi affari sì l’una che l’altra parte degli avversarj consultava i suoi Strologi, ed ognun d’essi prediceva delle felicità per la parte sua. Ugo Falcando nel tomo VII Rer. Ital. narrando come fu assediato circa l’anno 1161 Ruggieri Schiavo nel castello di Botera da Guglielmo I re di Sicilia, scrive così: Rex quum sciret Tancredum fratris sui filium Astrologicis rationibus dies tam obsessis quam obsidentibus utiles praevidere, ipse quoque cum Astrologis suis eosdem dies diligentius attendebat, indicans familiaribus suis diem, quo descensuros eos praeviderat, ut adversus repentinas eorum eruptiones exercitum praemunirent. Così Manfredi re di Sicilia, figlio del sopraddetto Federigo II Augusto, per attestato di Matteo Spinelli nel suo Giornale (tomo VII Rer. Ital.), quando volle porre i fondamenti della nuova città di Manfredonia nell’anno 1256, mandò in Sicilia e Lombardia per chiamare di là due Strologi: perché è incredibile quanta fede egli prestasse alle positure delle stelle. E ciò fece per prendere il felice momento della prima pietra da porsi ne’ fondamenti.

Anche Eccellino, crudelissimo tiranno di Verona, Padova ed altre città, contemporaneo del suddetto Augusto Federigo, come narra il Monaco Padovano all’anno 1259 (tom. VIII Rer. Ital.), in sua corte teneva molti di costoro con grande onore: Magistrum scilicet Salionem Canonicum Paduanum, et Riprandinum Veronensem, Guidonem de Bonato Astronomum Forlivensem, Paulum etiam Saracenum cum barba prolixa, qui de Baldach venit, a remotis videlicet finibus Orientis: qui tam origine quam aspectu et actu esse alter Balaam ariolus merito videbatur. Rolandino, storico parimente Padovano, mentre riferisce che Eccelino fu ingannato da’ suoi Strologi, in tal maniera fa vedere mal preso da essi punctum electionis, che manifestamente scuopre d’aver anch’egli fatto grande studio nell’Astrologia. E quantunque confessi di non prestar credenza a quell’arte, nulladimeno aggiugne, neminem esse redarguendum, qui pro posse de omni Scientia studeat. Vedi anche gli Annali di Forlì da me pubblicati nel tomo XXI Rer. Ital. dove molte cose si raccontano del suddetto Guido Bonato, alle quali creda chi vuole. Le Opere Astrologiche di costui sono alle stampe. Giovanni Villani il chiama Ricopritore di tetti, che si facea Strologo. Ne’ secoli susseguenti fu in non minore uso ed onore la Strologia giudiciaria tanto presso gl’Italiani, che presso gli altri popoli di Occidente. Anzi in niun secolo mancarono mai di coloro che impazzirono per voler pure saper le cose avvenire, sovente delusi e non mai disingannati. Studio tale, assai coltivato in qualche paese oltramontano, benché non abbia in Italia molti seguaci, nondimeno alcuni ne ha; e più ne avrebbe, se le pene ecclesiastiche non trattenessero il popolo dall’applicarsi a quest’arte piena di fallacie. Benvenuto da Imola, che fiorì nel secolo XIV, in cui più furiosamente che mai gl’Italiani si diedero a questo studio, circa l’anno 1388 così scriveva nel Commento MSto alla Commedia di Dante nel canto XX dell’Inferno: Nota, quod istis Divinatoribus potest recte dici illud, quod dixit vetula Thaleti Philosopho primo Astrologo. Quum enim iste Thales pervenisset ad montem, quem volebat ascendere ad speculationem siderum, et petiisset ab una vetula de vicinia, ut duceret ipsum, ille a casu cecidit in fossum. Et dolens et clamans petebat auxilium a vetula. Illa ridens dixit: Ah miser, infelix! quomodo videbis vias siderum caeli, quum non videas terram, quam sub pedibus habes, ec. Unde bene Petrus de Ebano Paduanus, vir singularis excellentiae, veniens ad mortem dixit amicis, Magistris et Scholaribus et Medicis circumstantibus, quod dederat operam praecipuam diebus suis tribus Scientiis nobilibus, quarum una fecerat eum subtilem, et haec erat Philosophia: secunda eum divitem, scilicet Medicina: tertia vero mendacem, scilicet Astrologia, ec. Seguita poi a dire di aver praticato molti appassionati per quest’arte, e di non averne trovato pur uno che colpisse nel segno, e che ciò non ostante proseguivano ostinatamente a lodarla ed amarla. Nondimeno mai non mancarono altri che sprezzarono e biasimarono sì fatto studio, e fra gli altri Castruccio duca di Lucca, uomo di gran senno e coraggio, per testimonianza di Niccolò Tegrimo nella Vita di lui (tom. XI Rer. Ital. ): Mathematicos, et qui futura praenuntiant, genus hominum potentibus infidum, et sperantibus fallax, semper sprevit: existimans, quae fato manent, quamvis significata, non vitari, quum nulla vis humana nec virtus meruisse umquam potuerit, ut quod praescripsit fatalis ordo, non fiat, ec. Benché quel crudo destino patisca anch’esso delle difficultà, pure Castruccio, persona senza Lettere, ne sapea molto più che assaissimi Letterati di allora, sapendosi che allora non pochi de’ Religiosi si davano a questi vani studj. Vedi Giovanni Villani, che nel lib. VI, cap. 81 della Storia e altrove riferisce che da questa frenesia erano presi a suoi dì alcuni ancora de’ Primati del Clero, e se crediamo a lui, predissero alcuni avvenimenti prima del tempo.

Oltre ai sogni degli Astrologi, insorsero ancora dopo il secolo XI le imposture delle Profezie, alle quali con facilità mirabile prestavano fede non meno il rozzo volgo che i Letterati. Tutto quello che allora avea del meraviglioso, tanto più avidamente veniva abbracciato dalla gente, e s’inseriva ancora ne’ libri come pietra preziosa. Saltarono dunque fuori allora le Profezie di Merlino, uomo della cui nascita e vita si raccontano delle sciocche stupende favole, ed eranvi pochi allora che le mettessero in dubbio. Uscirono anche delle Profezie intorno ai futuri Romani Pontefici, figurate in certe strane immagini che si truovano date alle stampe. Furonvene altre attribuite a Giovachino abbate, e delle simili finte sotto nome di San Malachia arcivescovo d’Irlanda; ed altre che predicevano le avventure o disavventure delle città e de’ popoli. Di queste inezie si pasceva allora la curiosità della gente. L’antico e contemporaneo Autore della Cronica Reggiana nel tomo VIII Rer. Ital. così scrive all’anno 1282: His diebus erat in Civitate Parmensi quidam pauper homo operans de opere cerdonico; faciebat enim sutellares. Erat illiteratus, sed illuminatum valde intellectum habebat in tantum, ut intelligeret scripturas illorum, qui de futuris praedixerunt, scilicet Abbatis Joachim, Merlini, Methordii, et Sibillae, Isaiae, Jeremiae, Oseae, Danielis, et Apocalypsis, necnon et Michaelis Scoti. Et multa audita fuerunt ab eo, quae postea evenerunt, videlicet quod Papa Nicolaus in mense augusti mori debebat, et quod Papa Martinus erat futurus, et multa alia, quae exspectamus videre, si fuerit vita comes. Racconta Corrado Halberstadense nella Cronica che circa l’anno 1250 vennero alla luce le pretese Profezie dell’abbate Giovachino, e che dal cardinale di Porto furono inviate in Germania. Ne abbiamo più edizioni, ed anche molte interpretazioni di queste false merci. Il primo a pubblicar quelle che furono supposte a San Malachia, fu il P. Arnoldo Wion Benedettino nel libro intitolato Lignum Vitae. Varie edizioni ne furono fatte, correndo ognuno a questi Libri Sibillini, come a fogli caduti dal cielo. Ma il P. Menestriere della Compagnia di Gesù nel 1689 levò la maschera a tali imposture, talmente che stolto sarebbe chi ora non non le tenesse per quel che sono. Veggonsi ancora stampate in Parigi nel 1513 altre simili vane predizioni sotto nome Hermae, Uguettini, Fratris Roberti Ordinis Praedic. Hildegardis, Elisabeth et Mechtildis, pascolo degl’ingegni leggieri. Conservasi anche nella Biblioteca Estense un codice MSto Fratris Theophori de Cusentia Presbyteri et Eremitae, il quale Revelationes a Deo factas devotissimo et Deo caro Joachimo exponit. Ne ho dato fuori un saggio, che qui tralascio, perché finzioni mal concertate. Secondo i conti di questo ciarlatano, gran tempo è che l’Anticristo avrebbe fatta la sua comparsa sopra la terra. Mi fa ciò sovvenire, come hanno gli Annali Piacentini di Antonio da Rivalta (tomo XX Rer. Ital.) che nell’anno 1441, Fra Giambatista dell’Ordine degli Eremiti di Santo Agostino in Piacenza nella chiesa di San Lorenzo predicò Antichristum jam natum in Babylonia, et jam esse triennium, et ibi auditam fuisse vocem eminus per ducentum millia clamantem: Nunc finis est. Et hujus rei literas esse Mediolani, Januae et Venetiarum. Oh secoli facili alle imposture, e genti facilissime a creder tutto! Soggiugne il Rivalta: Die vero XVI dicti mensis Reverendus D. Frater Alexius Ordinis Minorum, sacrae Theologiae Doctor, Dei gratia Episcopus Placentinus, in platea majoris Ecclesiae Placentinae coram omni populo praedicavit, se non credere Antichristum natum, nec ullo modo verum istud esse, multas assegnando rationes pariter et auctoritates. In que’ tempi questo entusiasmo si vide che era entrato in molte persone, e il medesimo Rivalta scrive all’anno 1457 che Frater Johannes Baptista Ordinis Praedicatorum, ferens barbam longam, et nudissimis pedibus proficiscens, praedicavit finem Mundi adesse, et falsum Papam creari debere, et Antichristum regnaturum: quod tamen fuit falsum. Quel che più è da stupire, San Vincenzo Ferrerio un mezzo secolo prima avea predicato anch’egli l’imminente fine del mondo. Per la Dio grazia oggidì s’ha più giudizio, ed abbiam lasciato queste ridicole predizioni ad uomini staccati dal grembo della Chiesa Cattolica.

Né con minore avidità i leggieri ingegni de’ secoli precedenti volarono ad un’altra arte, cioè (mi perdonino i suoi amatori) ad un’arte di delirare, arte d’impoverirsi e non di arricchirsi: quale è quella che promette la trasmutazion de’ metalli, e di far l’oro, e di trovar la mirabile Pietra de’ Filosofi. Intendo qui di non toccare la Chimica legittima, ma solamente la falsa, cioè l’Alchimia. Insegnarono gli Arabi ai nostri Europei, non so se anche ai Greci, questa illusione. Certamente i Greci vi si applicarono forsennatamente, come apparisce da un codice manoscritto della Biblioteca Ambrosiana, dave sono i seguenti Trattati. Il primo è OEcumenici Philosophi de divina Arte, ejusque energia; siccome un compendio sacrae Artis, che si finge scritto ad Heraclium Regem. Seguita Heliodori Philosophi ad Theodosium Regem, o sia Imperatorem, de Mystica Arte Philosophorum. Sono versi giambici. Poi seguitano altri giambici Theophrasti Philosophi de divina Arte. E appresso Hierothei Philosophi de divina et sacra Arte. Vengono di poi altri giambici Archelai Philosophi sullo stesso argomento, siccome ancora un Trattato Pelagii Philosophi, e un altro Ostani Philosophi ad Petasium. Succedono Democriti Physica et Mystica, et de Azemi confectione. Poscia Synesii Philosophi ad Dioscorum in Librum Democriti Scholia. In oltre un Anonimo Filosofo de divina Aqua albedinis, e un suo Trattatello de Auro conficiendo. Si aggiugne Zosimi divini de Virtute. Poscia Christiani (v’ha questo solo nome o titolo) de divina Aqua. Segue Salomonis Labyrinthus, Poscia de temperando ferro, conficiendo chrystallo, e d’altri segreti naturali. Succedono poi molte altre notizie, attribuite al suddetto Cristiano, o a Zosimo, una di cui Operetta de organis et caminis è ivi rammentata; e finalmente Agathodaemoni, cioè a Mercurio. Leggesi quivi ancora OEconomia asbesti et magnetis, e un Vocabolario de’ nomi occorrenti nella Chrysopeja; e la maniera temperandi ferri, scritta sub Principe Philippo. Tutte queste Operette sono in Greco. Il codice fu una volta posseduto da Francesco Patrizio, uomo chiarissimo. Dei gran nomi si truovano qui in faccia a tali Trattati, ma quasi tutti finti. Nel Catalogo MSto della Biblioteca dell’Escuriale, che sta in mia mano, David Colvillo attesta di aver ivi veduto Tractatus Graecos de Alchemia innumeros adespotos. Così una volta i Letterati ciurmadori tendevano delle reti all’incauta gente. Né diversamente operarono i Cristiani Europei discepoli di essi Greci e degli Arabi. Abbiamo ancor noi volumi Latini di Alchimisti, attribuiti ad Alberto Magno, a San Tommaso d’Aquino, ad Arnaldo da Villanuova, a Platone, ad Aristotile, ad Alfonso Re di Castiglia, e ad altri celebri personaggi. Abbiamo di tali Trattati pieni di falsità ed inezie sei tomi, intitolati Theatrum Chemicum Zetzneri. Quanto poi sia continuata sino ai dì nostri queste bottega di dolci desiderj e delirj, non è qui luogo da parlarne.

Non mancarono in que’ barbarici secoli degl’ingegni che si misero a scrivere Storie antiche, ma con istile che fa tosto conoscere l’infelicità del loro talento. Nella Biblioteca Ambrosiana si conserva MSto un libro di Scrittore anonimo intitolato Historia de bellis civilibus inter Caesarem et Pompejum. Il suo principio è questo: Cum hyemis tempore Caesar apud Francigenas, alio nomine Belgas appellatos, detineretur, et ejus esset dispositionis eos Francigenas, liberos et Franchos, et in pace confirmare, et manutenere, ec. Basta questo per ravvisare di che tempo fu fatta questa fabbrica. Un altro lungo frammento ho io tratto da un antichissimo MSto della suddetta Biblioteca, che ha per titolo Itinerarium Atexandri Magni ad Constantium Imperatorem, ma pieno di errori. Comincia così: Dextrum omen tibi, et magisterio futurorum, Domine Constanti, bonis melior Imperator, ec. Il Salmasio nelle note a Capitolino fa menzione di una Vita di Alessandro Magno, scritta da incerto Autore, che visse a’ tempi di Costanzo Augusto. Probabilmente è lo stesso. Costui promette nella Prefazione Itinerarium Principum eodem tempore gloriosorum, Alexandri scilicet Magni, Trajanique conscriptum. Bene sarebbe stato che, qualunque sia libro tale, si fosse conservato ciò che riguarda Traiano. Ho anche scoperto che que’ secoli ebbero dei Romanzi. Tale è un pezzo della Cronica della Novalesa da me pubblicato, che si dee aggiugnere a quella che diedi nella Par. II del tomo II Rer. Ital. Copia ne fu a me inviata dallo studiosissimo conte di Robilant Torinese, e contien varie Favole di un Walthario monaco, il quale sembra vivuto nel secolo decimo. Ho parimente pubblicato gli Atti di un Concilio Siriaco, esistenti nella suddetta Ambrosiana, come spettanti all’anno di Cristo 405, e tradotti in Latino. Io non ne ho mantenuta la verità. Che né pure fosse ignota la Geometria nel secolo decimo, già dicemmo apparire dagli studj di Gerberto monaco, nato in Orleans, che dopo molti voli arrivò a conseguire il Pontificato Romano nell’anno 999 sotto nome di Silvestro II. Tuttavia resta MSto nella Biblioteca Ottoboniana un suo Trattato de Abaco, cioè de Arithmetica. È il P. Pez Benedettino nel suo Tesoro degli Anecdoti pubblicò due Trattati di lui, l’uno de Geometrica quaestione, e l’altro de Geometria. Osservò ancora Guglielmo Goesio, ch’egli attese allo studio Rei Agrariae, cioè della Misura de’ Campi. Ho io perciò dato alla luce un MSto esistente nella Biblioteca Estense, che ha per titolo M. Junii Njpsi de Mensuris, affinché il medesimo possa servire di qualche emendazione o supplemento all’edizione già fattane dal medesimo Goesio.

 

Note

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[1] Per ciò che riguarda la Università di Bologna si possono consultare due opere; una del Boletti Giuseppe Gaetano: dell’origine e dei progressi dell’Istituto delle Scienze di Bologna, e di tutte le accademie ad esso unite (Bologna 1751), e l’altra del conte Giovanni Fantuzzi: Notizie degli Scrittori Bolognesi (Bologna, 1781-94) Vol. 9 in fol.

[2] Cinosura: guida [ndr]

[3] Le Università furono così appellate perché vi si insegnavano Universa universis, ossia tutte le cose a tutti.

[4] Bologna andava debitrice di parte della sua ricchezza, siccome della sua gloria all’affluenza degli scolari all’Università degli Studj. L’amore delle scienze era in quel secolo diventato una vera passione, una passione comune a tutti. Prima del ritrovamento della stampa erano i libri tanto rari e di così alto prezzo, che era forza supplire colla istruzione vocale a quella che trovasi negli scritti. Quindici mila giovani, per la maggior parte Italiani e Tedeschi, frequentavano in Bologna le pubbliche scuole di Diritto civile e canonico e di Medicina. Questi giovani prendevano in ogni occasione a difendersi vicendevolmente, di modo che a stento si potevano soggettare alle leggi ed ai tribunali. Sismondi, Hist. des Rép. Italien. cap. XXX.

[5] L’Andres nella sua Storia d’ogni Letteratura ha messo in piena luce tutti i beneficj che gli Arabi hanno fatto alle Lettere ed alle Scienze, aprendo biblioteche, collegi ed accademie, ergendo osservatori astronomici, e facendo fiorire la botanica, la storia naturale, la medicina, la geometria, l’ottica e l’astronomia. Eglino introdussero le cifre numeriche e la carta, e fors’anche (dice l’Andres istesso) conobbero la polvere incendiaria e la bussola; forse l’orologio oscillatorio, forse l’attrazione ora tanto famosa, forse alcune altre strepitose scoperte dei moderni secoli furono ad essi note molto prima che venissero a notizia dei nostri filosofi.

[6] Intorno alla Scuola Salernitana merita di esser letto il cap. XI del lib. X della Istoria civile del Regno di Napoli di P. Giannone, ove ragiona ampiamente della Scuola di Salerno famosa a questi tempi per lo studio della filosofia e della medicina introdotte quivi dagli Arabi.

[7] Per riguardo alle Opere di Aristotile vedi nell’edizione Bipontina, fatta per cura del dottissimo Gio. Teofilo Buhle, l’Elenco dei codici e delle edizioni dei libri di Aristotile, e quello dei Traduttori od Interpreti, tomo I, pag. 157 e seg.

[8] Il Keplero appellò l’Astrologia giudiziaria figlia insensata di una madre saggia, perché ebbe origine dall’Astronomia. I Caldei, che dalla Torre di Belo in Babilonia osservavano gli astri predicevano gli ecclissi, il popolo credette che potessero colle stesse osservazioni predire anche gli effetti di cause contingenti od ignote, ossia i casi della vita umana; e que’ sacerdoti lungi dallo sgannare l’ignorante moltitudine, la confermarono in quest’errore; ed ecco quale fu l’Astronomia. Vedi le Lettere del Bailly sull’Astronomia.

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011