Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XLIII

Dello stato, coltura e depression delle Lettere in Italia

dopo la venuta de’ Barbari sino all’anno di Cristo MC.

All’erudizione de’ secoli barbarici appartiene ancora il conoscere, in che stato fossero le Lettere in Italia, dappoiché i Goti, i Longobardi ed altri popoli Aquilonari vennero a fare i padroni in queste felici contrade. Trovarono gli Eruli sotto Odoacre, e i Goti sotto Teoderico, che qui durava tuttavia l’amor delle Lettere, e lo studio dell’Eloquenza e dell’Erudizione, praticato sotto i Romani Augusti; né la corta durata del loro regno potè far tracollare questo pregio nella gente Italiana. E però maraviglia non è, se anche nel secolo sesto in cui cessò poi il Gotico dominio, fiorirono in Italia Severino Boezio, Ennodio vescovo di Pavia, Cassiodoro segretario del suddetto Teoderico, Aratore e Venanzio Fortunato poeti sacri, Giordano (che corrottamente vien chiamato Jornande), storico, Claudio, chiamato da Giovanni Diacono nella Vita di San Gregorio Magno Classitanae Civitatis Abbas; e per tralasciar altri, lo stesso San Gregorio, che solo non tanto per la pietà, che per la gloria della Letteratura può gareggiare con parecchi eroi dell’antichità. In fatti anche per que’ tempi si mantennero in Italia, e particolarmente in Roma, le scuole: del che possiamo addurre la testimonianza del suddetto Giovanni Diacono, e quella del Concilio Vasense II dell’anno 529, nel cui canone I si leggono le seguenti parole: Omnes Presbyteri, qui sunt in Parochiis constituti, secundum consuetudinem, quam per TOTAM ITALIAM satis salubriter teneri cognovimus, juniores Lectores secum in domo retineant, et eos quomodo boni patres spiritualiter nutrientes, Psalmos parare, divinis lectionibus insistere, et in lege Domini erudire contendant. A tali testimonj s’ha da aggiugnere Cassiodoro, che nel suo ritiro aprì scuola di tutte le scienze ecclesiastiche. Ma venuti i Longobardi, e lacerata di troppo dalla lor crudeltà l’Italia, sotto nazion tale immersa in una somma ignoranza, ed assuefatta solamente alle guerre, quasi ogni scienza venne meno, e dappertutto succedette la poca stima, se non anche lo sprezzo delle buone Lettere. Il che dicendo io, non intendo già di far credere mutata l’Italia in una Lapponia, e così bandite le Lettere, che né men sapessero allora leggere e scrivere. Siccome io accennai nel mio Trattato del Buon Gusto, sempre i medesimi ingegni nacquero sotto i climi felici, e di questi in ogni tempo fu madre l’Italia e la Grecia, con altri colti paesi. Ma dar si possono tempi ne’ quali queste per altro ingegnose persone poco o nulla facciano di spicco nelle Lettere, ed alcune si pascano di favole, d’inezie e di barbarie, per difetto di educazione, di scuole, di maestri, o pel governo tirannico, o pel fiero turbamento delle guerre, o per la povertà, o per altre cagioni. Che appunto ciò a poco a poco avvenisse alla gente d’Italia, da che essa quasi tutta divenne conquista dei Longobardi, niuno, a mio credere, oserà di negarlo. Contavansi al certo tuttavia vescovi, cherici e monaci; v’erano giudici, cioè dottori, avvocati, notai e medici, i quali non si poteano già appellare privi affatto di Lettere. Tuttavia a pochissimo si stendeva questo loro sapere, poco intendendo essi di Eloquenza, di Filosofia, di Teologia, di Poetica, e dell’altre scienze ed arti. Anzi né pur la Gramatica godea presso di loro buona fortuna: del che fanno fede tante loro carte conservate negli archivj. Che se taluno del Clero predicava al popolo, non si serviva se non dei sermoni degli antichi, de’ quali le chiese maggiori conservavano qualche Raccolta; o pure esercitandosi in altre sorte di Letteratura, non facea udire se non cose triviali ed anche puerili. In una parola, eccettuata Roma, dove sempre si conservò qualche coltura delle Lettere, e sempre durò la scienza de’ Canoni, e fors’anche eccettuata Pavia, sede del Regno, dove probabilmente si trovò ancora in que’ tempi alcuno mediocremente ornato di Lettere, il resto dell’Italia languiva nell’ignoranza, o leggiermente era tinto di Lettere; e certamente niuno vi fiorì distinto per l’erudizione, il cui nome, o alcun libro composto, sia con lode pervenuto alla nostra conoscenza.

Gregorio II, allorché inviò i suoi Legati al Concilio VI Ecumenico, così scrisse agl’Imperadori: Pro obedientia, quam debuimus, non pro confidentia eorum scientiae, illos dirigimus. Nam apud homines in medio gentium positos (cioè de’ Barbari Longobardi), et de labore corporis quotidianum victum conquirents, quomodo ad plenum poterit inveniri Scripturarum scientia? Se questo si dicea di Roma, che sarà poi dell’altre provincie d’Italia? Contuttociò soggiugue esso Pontefice, ch’egli e i suoi custodivano con semplicità di cuore l’antica tradizione, e procuravano che nulla di essa ricevesse alterazione, accrescimento o diminuzione. Con poco diverso sentimento in quella stessa occasione scrissero i Padri del Concilio Romano ai medesimi Augusti, dicendo: Si ad Eloquentiam saecularem (respicimus), non aestimamus, quemquam temporibus nostris reperiri posse, qui de summitate scientiae glorietur, quandoquidem in nostris regionibus diversarum gentium quotidie aestuat furor, ec. Non correva già per la Grecia sì brutta costellazione: quivi tuttavia si conservava l’onor delle Lettere, e continuavano a fiorire ingegni rinomati per la Letteratura. Ma la povera Italia era troppo scaduta; e però Paolo Diacono nel lib. VI, cap. 7 de Gest. Langob. stimò di dover notare come cosa degna di memoria che in Pavia sotto il re Cuniberto, cioè circa l’anno di Cristo 700, fu in credito Felice gramatico, con dire: Eo tempore floruit in arte Grammaticae Felix patruus Flaviani praeceptoris mei, quem in tantum Rex dilexit, ut ei baculum argento auroque decoratum inter reliqua suae largitatis munera condonaret. Cioè cotanto rare in que’ tempi erano le scuole e gli uomini dotti, che l’avere un valente maestro di Gramatica veniva riguardato qual considerabil pregio. Riferisce il P. Mabillone nell’Appendice alla sua Diplomatica un frammento di lettera scritto da papa Adriano I intorno agli affari di Benevento, preso da un autentico papiro. Quivi si leggono queste sconcordanze: Eorumque novilissimis suvoles, ec. Ut inter eis dissensio fiat, et divisis inveniantur, ec. Una cum indiculum, ec.Una cum omnes Benebentani, ec.Aut tam de recipiendi eos, quamque de nostro Misso una cum nostrum Indiculum, ec. Fiori sì fatti allora nella città di Roma, la qual pure si può credere che andasse innanzi all’altre Italiane nella cognizion delle Lettere, bastano bene a farci comprendere qual concetto s’abbia a formare del sapere di que tempi. Avremmo molte altre simili formole di quel barbarico secolo, se talora i copisti posteriori, o chi diede alle stampe gli scritti loro, non ne avessero emendati gli errori.

Ciò non ostante possiam conietturare che né pure in quell’infelice secolo mancassero in qualche luogo d’Italia le scuole. Da quella di Aquileia probabilmente uscì Paolino, poscia patriarca di quella chiesa, personaggio per la sua santità ed erudizione assai noto, contemporaneo di Paolo Diacono, che Carlo Magno in un suo diploma, rapportato dal cardinal Baronio, chiama Artis Grammaticae Magistrum. Oltre a ciò in Roma per que’ medesimi tempi, come anche prima, si contavano molti Gramatici: del che fa fede il Monaco Engolismense nella Vita di Carlo Magno. Trovavansi anche in Francia le Lettere in una total depressione, come si ricava da una lettera dello stesso re Carlo scritta a Baugulfo abbate di Fulda, e data alla luce dal P. Sirmondo. Ma quel celebre Monarca ben conoscendo che i buoni e saggi principi hanno da tendere ad ogni sorta di gloria, e da procurare a lor popoli la possibile felicità, ben comprese che a lui apparteneva di rimettere ne’ suoi Regni, per quanto era possibile, lo studio e gusto delle Lettere. Perciò nell’anno 787 venuto a Roma, quivi trovò di che in qualche maniera appagare il nobil suo genio. Odasi il Monaco predetto che così scrive: Domnus Rex Carolus iterum a Roma Artis Grammaticae et Computatoriae Magistros secum adduxit in Franciam, et ubique studium Literarum expandere jussit. Ante ipsum enim Domnum Regem Carolum in Gallia nullum studium fuerat Liberalium Artium . Dicendo egli iterum, assai ci fa intendere che Carlo avea prima condotti da Roma altre persone letterate. Trovavasi anche in Pavia circa l’anno 760 Pietro maestro di Gramatica, uomo di gran credito in quella professione, che lo stesso re Carlo guidò in Francia; né solamente il creò presidente delle scuole del suo Palazzo, ma divenne anche discepolo suo. Alcuino nella lettera XV allo stesso gran Re, pubblicata dal Du-Chesne, così scrive: Dum ego adolescens Roman perrexi, et aliquantos dies in Papia Regali civitate demorarer, quidam Judaeus Julius nomine cum Petro Magistro habuit disputationem, et scriptam esse eamdem controversiam audivi in eadem civitate. Idem Petrus fuit, qui in Palatio vestro Grammaticam docens claruit. Ci conservò Eginardo nella Vita di Carlo Magno la patria di questo Pietro con iscrivere: In discenda Grammatica Karolus Petrum Pisanum Diaconum senem audivit. Se questo Pietro tenesse scuola aperta in Pavia, non è certo; sembra nondimeno assai verisimile. Aggiungo che anche ex Italia in Gallias adductum fuisse Teodulphum, uomo di molta eloquenza e letteratura, siccome si scorge dall’Opere sue, e dall’attestato degli antichi Annali. Sicché in que’ tempi non dovea essere priva l’Italia di maestri, di scuole e di letterati. Anzi non solamente nelle città esistevano maestri di Grammatica, ma anche nelle castella e ville, essendo stati obbligati i parroci ad insegnare quest’arte. Una pruova me ne vien somministrata da una carta da me veduta nell’insigne archivio del Capitolo de’ Canonici di Modena, scritta circa l’anno 796, in cui Gisone 1479 vescovo di essa città concede a Vittore arciprete la Pieve Sancti Petri in Sicculo, incaricandolo di nulla ommettere in sarta tectis Templi reficiendis, in Clericis congregandis, in Schola habenda, et Pueris edocendis. Puossi rettamente conietturare che lo stesso si praticasse nell’altre Pievi. Ed obbligo tale si vede in altra carta dell’anno 908 imposto da Gotifredo vescovo di Modena a Sileberto prete nel conferirgli la Pieve di Rubiano, dove si leggono simile espressioni.

Ma al ristretto de’ conti altro in fine noi non troviamo, se non che l’Italia potè ben forse allora vantare parecchi maestri di Gramatica, e non già scuole delle scienze migliori, ché di queste n’erano prive città e castella. Il perché non è da meravigliarsi se allora in Italia sconosciuto fosse il vero sapere delle cose, e se allora niun celebre Scrittore fiorì in queste contrade, eccettuandone sempre i suddetti Paolino, e Paolo Diacono, e Teodolfo, il quale fra i Poeti di quel tempo quasi l’unico fu che ben s’intendesse di Poesia, e sapesse far buoni versi. Ed affinché il lettore resti maggiormente accertato di questa verità, basterà osservare ciò che operò lo stesso Carlo Magno, da che ebbe conquistato il Regno de’ Longobardi. Studiossi egli non solamente, per quanto gli fu possibile, di propagar l’arti liberali nella Francia e nella Germania, de’ quai Regni era signore, ma ancora desiderò che l’Italia fosse partecipe di questo benefizio. Il Monaco di S. Gallo (lib. I cap. I de Reb. gest. Caroli M.) racconta: Duos Scotos (monaci secondo ogni apparenza) de Hibernia ad litus Galliae pervenisse, viros et in saecularibus et in sacris Scripturis incomparabiliter eruditos. Costoro andavano dicendo di voler vendere al popolo la sapienza. Informato di ciò Carlo Magno, ordinò che fossero chiamati alla corte que’ monaci, o secolari, e da che scoprì che veramente erano eccellenti nelle Lettere, unum eorum nomine Clementem in Gallia residere praecepit, acciocché facesse scuola ai fanciulli; alterum vero in Italiam direxit, cui et Monasterium Sancti Augustini juxta Ticinensem Urbem delegavit, ut qui illuc ad eum voluissent, ad discendum congregari potuissent. Del nome di questo da me creduto Monaco, ed inviato a Pavia circa l’anno di Cristo 780, litigano gli Eruditi. In tal quistione non vo’ io entrare, perché poco importa; e a me basta di mostrare con ciò in che basso stato fossero allora le Lettere in Italia, giacché fu d’uopo che Carlo Magno per rimetterle in qualche sesto, a braccia aperte accogliesse un Monaco venuto d’Irlanda, e lo spedisse a Pavia per maestro dell’arti liberali. Se in quella e in altre città d’Italia fossero allora fioriti uomini eccellenti nella Letteratura, non occorreva che Carlo Magno, il quale dappertutto andava cercando uomini dotti per cacciar l’ignoranza da queste contrade, di due che la fortuna gli esibì, l’uno ritenesse per sé, e dell’altro facesse un regalo all’Italia. Ma che mai potea fare un solo maestro in Pavia per ispargere la luce del sapere per tutta l’Italia? Mancò in fatti dopo qualche tempo; mancò ancora lo stesso Carlo, veramente per le sue azioni e virtù Magno; e però di male in peggio andò la Letteratura in Italia. Ne darò un autentico testimonio, alla cui autorità niuno avrà che replicare, cioè Lottario I imperadore, il quale circa l’anno 823, in cui da Lodovico Pio suo padre fu preso per collega nell’Imperio, desiderando di giovare al Regno d’Italia di suo governo, fece quanto potè per rilevare le troppo decadute Lettere in questi paesi. Ho io dato alla luce nella Parte II del tomo I Rer. Ital. un bel Capitolare suo, trovato nell’antichissimo codice de’ Canonici di Modena, e questo non dispiacerà, anzi sarà grato ai Lettori di riceverlo ancor qui. Ecco le sue parole: De doctrina vero, quae ob nimiam incuriam atque ignaviam quomrumque Praepositorum cunctis in locis est funditus exstincta, placuit, ut sicut a nobis constitutum est, ita ab omnibus observetur. Videlicet, ut ab his, qui nostra dispositione Artem docentes alios, per loca denominata sunt constituti, maximum dent Studium, qualiter sibi commissi Scholastici (oggidì Scolari) ita proficiant, atque doctrinae insistant, sicut praesens exposcit necessitas. Propter opportunitatem tamen omnium apta loca distincte ad hoc exercitium providimus, ut difficultas locorum longe positorum, ac paupertas nulli fieret excusatio. Primum in Papia conveniant ad Dungallum, de Mediolano, de Brixia, de Laude, de Bergamo, de Novaria, de Vercellis, de Derthona, de Aquis, de Genua, de Haste; de Cuma. In Eboreja ipse Episcopus hoc per se faciat. In Taurinis conveniant de Vighintimilio, ec. Chi desidera il resto, vegga il sopraccitato luogo, e troverà di che confondere chi ha osato di escludere dal Regno d’Italia, per adulare i Papi, le città di Modena, Reggio, Parma e Piacenza. Intanto da questo passo intendiamo che nell’anno 823 la dottrina (cioè il sapere) era cunctis in locis Regni Italici funditus exstincta.

A fin dunque di rimediare a questo disordine, Lottario Augusto istituì scuole in otto città del Regno suddetto, alle quali potessero, se voleano, concorrere gli scolari dell’altre vicine città. Né già fondò egli scuole di tutte le scienze ed arti, né Università di Studj, cune sognò taluno, ma un solo maestro deputò per cadauna di quelle Otto città, incumbenza di cui fosse l’insegnar l’Arte, cioè la Gramatica; ché in questo consisteva tutto il sapere di allora. Solevano poi i Gramatici di que’ tempi non solamente insegnare la lingua Latina, ma ancora il meglio che potevano spiegavano loro i libri de’ Poeti, Storici ed Oratori, anzi la Sacra Scrittura, e qualche Santo Padre: la quale usanza dura anche a dì nostri in alcune terre e castella. Però Giovanni monaco nella Vita di Santo Odone abbate Cluniacense circa l’anno 950 scrisse, esser egli stato nell’anno diciannovesimo della sua età Gramaticae Artis liberalibus studiis educatum. Così quel monaco di nazione Italiana. S’ha qui anche d’avvertire che quel Dungallus, o sia Dungalo, a cui poco fa vedemmo appoggiata la scuola di Pavia, fu, siccome dirò, Scoto, ed anche monaco: il che fa maggiormente intendere la depression delle Lettere in Italia, quando fu d’uopo il far venire dalla Scozia o Irlanda maestri per insegnar la Letteratura alla gioventù. Il medesimo Dungalo in fine della sua Operetta contra di Claudio vescovo di Torino, da cui era riprovato l’uso delle sacre Immagini, dice di lui le seguenti parole: Propter istam autem insanissimam perversitatem renuit ad conventum occurrere Episcoporum, vocans illorum Synodum congregationem Asinorum. Fu veramente quel Claudio, Spagnuolo di nazione, uomo di molto sapere, benché infetto di massime perverse; né per altra cagione si può credere ch’egli con sì disonesto nome caricasse i vescovi d’Italia, se non perché parevano a lui privi di Lettere, e non da paragonarsi con lui nel sapere. Certamente niun di essi osò di venire in campo contra di lui; ma ne toccò l’incumbenza a Dungalo Scoto, che allora tenea scuola in Pavia. Ma qui talun può chiedere perché non più tosto dalla vicina Gallia, che dall’Irlanda, fu preso un maestro di Lettere. Noi abbiam veduto di sopra che la stessa Gallia abbisognò di stranieri maestri. Né si dee tacere una gloria dell’Inghilterra, Scozia ed Irlanda, perch’esse in que’ tempi nello studio dell’arti liberali sopravanzavano qualsivoglia altro Regno dell’Occidente; e ciò particolarmente per cura de’ monaci, i quali risuscitarono e promovevano in que’ paesi l’onor delle Lettere, troppo abbattuto o languente nell’altre contrade. O sia che fosse chiamato dall’Inghilterra, o che accidentalmente in tornando da Roma fosse conosciuto da Carlo Magno Alcuino Albino; certo è almeno ch’egli divenne maestro di quel glorioso Monarca, fu presidente delle scuole istituite nel regale palazzo, ed a lui è dovuta la lode di aver fatto rifiorir le Lettere nella Gallia, e che ne’ monisterj e nelle case de’ vescovi si aprissero scuole sì per li monaci, che per li cherici e secolari. Partecipò di tal benefizio anche l’Italia. Imperocché oltre a quel primo monaco che Carlo Magno inviò a Pavia, anche Dungalo fu poi spedito colà. Potrebbesi nondimeno sospettare che il solo Dungalo tenesse ivi scuola; ma essendo stato mandato a quella città un monaco circa l’anno 780, e trovandosi vivo Dungalo nell’anno 823, non è molto verisimile che per quarantatrè anni egli in quella scuola servisse da maestro, quand’egli non fosse giunto ad un’età ben avanzata. Sappiamo poi di certo che Dungalo fu Scoto e monaco; anzi fu caro allo stesso Carlo M, e da lui molto stimato. Nello Spicilegio del Dachery si legge una sua lettera, scritta a quel Monarca nell’anno 811, avendolo consultato esso Augusto intorno ad un ecclisse veduto nell’anno precedente da Waldone abbate di San Dionisio di Parigi. Quivi si leggono le seguenti parole, non poco indicanti ch’egli le scrisse in Pavia. In ista Terra, in qua nunc, Deo donante, Franci dominantur, ab initio Mundi talis Rex et talis Princeps numquam visus est, qui sic esset fortis, sapiens et religiosus, sicut noster Dominus Augustus Karolus. Portò dunque Dungalo in Italia qualche gusto della Letteratura Scotica. Fui anche io il primo ad osservare che Dungalo donò buona copia di libri all’antichissimo Monistero di San Colombano di Bobbio, de’ quali poi passarono le copie in altre parti d’Italia. Gl’inediti Poemi di San Paolino, ch’io giovane diedi alla luce, vengono da un codice MSto ch’era dal medesimo Dungalo. A proposito di questo ho io pubblicato nella presente Dissertazione un catalogo antichissimo, ma corroso in qualche sito, de’ codici MSti che erano una volta l’ornamento della Biblioteca di Bobbio, ma che col tempo se ne volarono altrove. Quivi dopo una serie di moltissimi codici si legge: Item de Libris, quos Dungalus praecipuus Scottorum obtulit Beato Columbano. Dopo altri libri è registrato Librum quendam Latine Scotaicae linguae. Librum Dungali contra perversas Claudii Sententias. Librum Fortunati unum, in quo est Paulinus, Arator, Juvencus, et Cato. Ecco il MSto che passato con altri nella Biblioteca Ambrosiana per cura del celebre, cardinale Federigo Borromeo, servì a me per l’edizione de’ suddetti già perduti Poemi di San Paolino; codice perciò scritto forse mille anni sono. Fu di parere il P. Mabillone, essere stato Dungalo non Gallum, sed alienigenam, forte Scotum, e che fermatosi in Francia, quivi scrivesse contra di Claudio vescovo di Torino. Ma egli insegnò Lettere in Pavia, e quivi scrisse in difesa delle sacre Immagini. Maggiormente si allontanò dal vero il Cave nella Storia degli Scrittori Ecclesiastici, allorché scrisse, essere stato Dungalo Monachum San-Dionysianum Parisiensem. Né fu egli Monachus reclusus, come conietturò il suddetto P. Mabillone. Molti de’ suoi libri passarono, come dissi, nell’Ambrosiana; e da uno di essi, che contiene il Compendio Historiae Anglorum di Beda, io trassi, ed ho in quest’Opera pubblicato l’Indice de’ libri composti da esso Beda circa l’anno 731.

Parimente si truova in essa Biblioteca un codice, scritto più di novecento anni fa, con lettere quadrate, e donato da esso Dungalo al celebre Monistero di Bobbio con questi tre versi:

Sancte Columba, tibi Scotto tuus incola DVNGAL

Tradidit hunc Librum, quo Fratrum corda beentur,

Qui legis ergo, Deus pretium sit muneris, ora.

Offre questo libro a San Colomba (che così ancora fu nomato San Colombano); né dice di essere monaco; ma quel tuus incola significa abbastanza ch’egli dimorava nel Monistero di Bobbio. Contiene quel Codice le Vite de’ Santi Padri, la qual lettura era spezialmente raccomandata ai monaci. Fu stampata quest’Opera dal P. Eriberto Rosweido della Compagnia di Gesù in Anversa nell’anno 1628. Nell’edizione di lui manca un’Epistola posta davanti al libro di esse Vite, siccome ancora una Prefazione alla Vita di Santa Taise composta da Dionisio Esiguo, che tradusse dal Greco quella Vita. Amendue le ho io date alla luce. Ma giacché siamo entrati nelle Vite de’ Santi, debbo far osservare ai Lettori che Fozio riferì nella sua Biblioteca al codice CXCVIII un Compendio del gran Limonario, o sia Prato Spirituale, che si vede stampato dal suddetto P. Rosweido, tradotto dal Greco in Latino da Pelagio diacono della Santa Romana Chiesa, e da Giovanni suddiacono della medesima. Sicché finquì noi non abbiamo alle stampe se non esso Compendio. Ma penso io che l’intero Limonario Greco si conservi nella Biblioteca Ambrosiana, dove son comprese le Vite e Sentenze degli antichi Santi Padri e Monaci. Mi parve quel codice in pergamena scritto di età di più di settecento anni: opera vasta, benché nel principio e fine manchino alcuni fogli. Collazionai esso codice con lo stampato dal Rosweido, e in fatti lo ritrovai più copioso, leggendosi ivi molte cose che nel Compendio di Fozio e del Rosweido, e in altre Vite di Santi Padri non compariscono; per esempio i Fatti e Detti di Rufo, Sarmata, ed altri abbati: di modo che finalmente mi persuasi che il Gran Limonario intero si truovi in quel codice, e che lode verrebbe a chi prendesse a tradurlo e stamparlo. Ma dopo questa scappata tempo è di tornare in cammino.

Potrebbe ora chiedere alcuno, qual successo avesse la premura di Lottario I Augusto per fare risorgere in Italia le Lettere. Che lieve fosse il suo frutto, si può argomentar dal vedere che l’Italia allora non produsse Scrittori i quali si potessero paragonare con gli Eruditi che nel secolo nono fiorirono nella Grecia, Francia e Germania. Dico della Francia, perché non si può negare che per la cura del grande imperador Carlo, e per gl’insegnamenti ad esempio di Alcuino, la Gallia produsse Letterati di molto sapere. E pure, se vogliamo ascoltare Lupo abbate di Ferriere, uno degli eruditi ed eloquenti uomini de’ tempi di Lodovico Pio Augusto, né pure quel Regno fu sì fortunato nelle Lettere, come talun si figura. Così scrive egli nell’epistola XXIV: Nunc Literarum studiis paene obsoletis, quotus quisque inveniri possit, qui de Magistrorum imperitia, librorum penuria, otii denique inopia, merito non queratur? E in Italia il Concilio Romano tenuto nell’anno 826 al can. VI bastantemente fa sapere che abbondavano Presbyteri, Diaconi, atque Subdiaconi indocti, i quali perciò furono per qualche tempo dal sacro Concilio sospesi dai divini ufizj, ut docti valeant ad debitum ministerium advenire. Anzi comanda ai Metropolitani di avvertire i vescovi ignoranti, ut doceri possint. Contuttociò Roma in quel secolo produsse Anastasio Bibliotecario, personaggio veramente dotto, e Guglielmo parimente Bibliotecario della Romana Chiesa, e Giovanni Diacono, ed alcun altro di minor grido. Erchemperto ancora uscì dalla scuola di Monte Casino, e da quella di Napoli Giovanni Diacono e Pietro Suddiacono, i libri de’ quali indicai nella Raccolta Rer. Ital. Produsse Ravenna Agnello autore delle Vite di quegli Arcivescovi. E il Monaco di San Gallo nel lib. I, cap. 8 de Gestis Caroli M. scrive che Grimoldo, insigne abbate di San Gallo, circa l’anno 850 primo in Gallia, post vero in Italia liberalibus fuisse disciplinis imbutum. Non decadde mai ne’ vecchi secoli cristiani l’onore delle Lettere fra i Greci, e quasi in ogni tempo quella nazione diede lodevoli scrittori e libri. Vero è che talvolta mancarono scuole e maestri; ma non perciò veniva meno lo studio nei monisterj; e Barda Cesare nell’anno 859 con mirabil attenzione rimise in essere lo studio di tutte le scienze in Costantinopoli; e lo stesso parimente eseguì Costantino Porfirogenito Augusto nell’anno 956. Coi Greci vicini, e talvolta padroni, gran commerzio tenevano i Napoletani, e non poco anche i Beneventani. Perciò l’Anonimo Salernitano ne’ Paralipomeni da me dati alla luce nella Parte II del tomo II Rer. Ital., cap. 124, scrive che in Benevento fiorivano le Lettere, e che circa l’anno 870 triginta duos Philosophos eam Urbem habuisse, ex quibus unus insignis, Ildericus nomine, inter illos degebat, non solum liberalibus disciplinis apprime imbutus, sed etiam probe virtuti deditus. Rapporta anche dei versi di questo Ilderico, testimonj del suo felice ingegno.

Qualunque nondimeno sia questo vantaggio, e tuttoché si possa credere ch’altri Letterati e libri a noi ignoti producesse quell’età, pure poco è da dire, considerate le tante città d’Italia. Oltre di che que’ pochi scrittori ancora che ho accennato, non diedero a conoscere alcun pregio singolare d’ingegno, né alcuna riguardevol erudizione; in una parola, non passarono la mediocrità. E non è già che mancasse alle Lettere la protezione e lo stimolo de’ Romani Pontefici. Eugenio II nel Concilio Romano dell’anno 826, al can. 34, fece questo decreto: De quibusdam locis ad nos refertur, non Magistros, neque curam inveniri pro studio Literarum. Idcirco in universis Episcopiis, subjectisque Plebibus, et aliis locis, in quibus necessitas occurrerit, omnino cura et diligentia habeatur, ut Magistri et Doctores constituantur, qui studia Literarum, liberaliumque artium, ac sancta habentes dogmata, assidue doceant. Fu confermato lo stesso decreto nell’anno 853 da Leone IV papa in un altro Concilio Romano, con aggiugnere: Et si liberalium artium Praeceptores in Plebibus, ut assolet, raro inveniantur; tamen divinae Scripturae Magistri et institutores Ecclesiastici Officii nullatenus desint, qui et annualiter proprio Episcopo de ejusdem actionis opere solicite inquisiti debeant respondere. Nam qualiter ad divinum utiliter cultum aliquis accedere possit, nisi justa instructione doceatur? cioè si provveggano almeno maestri nelle Pievi di villa, che sappiano spiegare ai cherici le divine Scritture, e istruirli a recitare ed esercitare i divini ufizj. Ma o fu poco osservato questo decreto, o pure nelle stesse città, benché vi fossero maestri, pochi ne profittavano. Qua e là si trovava qualche persona veramente dotta, e non pochi dei mezzo dotti; ma chi fosse eccellente nel sapere, non sappiamo mostrarlo. Laonde volendo nello stesso secolo nono Carlo Calvo re di Francia far rifiorire le Lettere nel suo Regno, come abbiamo da Herrico monaco nella Prefazione alla Vita di San Germano, cercò ben de’ maestri in Grecia ed Irlanda, ma non già in Italia. Che se passiamo a cercare la fortuna delle Lettere in queste contrade nel secolo decimo, abbiamo Raterio vescovo di Verona, ma Fiammingo di nazione, il quale scrisse: Pone quemlibet Nobilium Scholis tradi: quod utique hodie magis fieri ambitu videtur episcopandi, quam cupiditate Domino militandi. Così egli in quel secolo; ma non so dire in qual anno, perché tante furono le vicende alle quali fu egli sottoposto per la sua ambizione, incostanza ed anche mordacità, che la sua cronologia non si può fissare. Per altro egli confessa che scuole non mancavano all’Italia. Anche Azzo o sia Attone vescovo di Vercelli circa l’anno 950 nel suo Capitolare, cap. 61, scrisse: Presbyteri etiam per villas et vicos Scholas habeant, et si quislibet Fidelium suos parvulos ad discendas Literas eis committere vult, eos suscipere et docere non renuant, sed cum summa eos caritate doceant. Però si può credere che non tanta fosse l’ignoranza allora, quanta ne pruovarono i tempi de’ Longobardi. Contuttociò niun Letterato degno di qualche lode ci comparisce in quel secolo, a riserva del suddetto vescovo Attone, e di Liutprando Pavese di patria, e poi vescovo di Cremona, storico che merita ben molta stima. Poiché quanto all’Anonimo Salernitano, la cui Storia diedi nella Raccolta Rer. Ital., e ad alcuni pochi Scrittori di Vite, tanto non pesano, che si possano allegare per decoro dell’Italia. Intanto conviene udire Glabro Radolfo, che circa l’anno 1045 scriveva le sue Storie. Così egli parla all’anno millesimo, lib. II, cap. 12: Ipso quoque tempore apud Ravennam quidam, Vilgardus dictus, studio Artis Grammaticae magis assiduus quam frequens, sicut Italiae semper mos fuit artes negligere ceteras, illum sectari, ec. Ecco qual concetto avessero allora gli stranieri della Letteratura d’Italia. Tutto il sapere si riduceva a un poco di Grammatica. A me nondimeno sembra che Glabro peccasse contro la cronologia; perché dopo aver riferito le pazzie di questo Vilgardo all’anno mille, soggiugne: Ad ultimum Haereticus est repertus, atque a Pontifice ipsius Urbis Petro damnatus. Ma Pietro arcivescovo di Ravenna nell’anno 971 rinunziò il governo di quella chiesa, come s’ha dalle memorie della medesima; e però il fatto di questo Vilgardo negli Annali del Baronio s’ha da anticipare, quando non si mostri un altro Pietro arcivescovo posteriore, o pure v’ha dell’errore nel racconto di Glabro.

Qui si può chiedere: Se non mancavano scuole in Italia, perché mai sì poco frutto produssero le Lettere ne’ secoli nono e decimo? – Rispondo, poca cosa essere l’aver delle scuole, quando esse non abbiano de’ buoni e dotti maestri. Pochi allora si trovavano, che si alzassero sopra lo studio della Gramatica. Oltre di che sì sconci furono nel secolo X i costumi degl’Italiani, che né pure da sì pernicioso influsso andò esente la stessa Roma: al che non poca parte ebbe l’ignoranza di allora. Il poco fa nominato Liutprando vescovo di Cremona, e Legato di Ottone il Grande Augusto all’Imperador de’ Greci, nell’Opuscolo della sua Ambasceria così parla de’ Romani del suo tempo: Eos nos Longobardi tanto dedignamur, ut in inimicos nostros commoti nihil aliud contumeliarum, nisi, Romane, dicamus. Allora quasi dappertutto e nell’uno e nell’altro Clero, ed anche ne’ maggiori monisterj, si lasciava la briglia all’ambizione, all’interesse e all’incontinenza. Ed essendo poco osservata la disciplina ecclesiastica, che meraviglia è se le Lettere non sapevano alzare il capo? Vedi di nuovo lo stesso Raterio, il quale nella Parte II de Contemtu Canonum induce uno ad interrogare così: Cur prae ceteris gentibus Baptismo renatis, contemtores Canonicae Legis, et vilipensores Clericorum sint magis Italici? Questa ne sembra a lui la cagione: Quoniam quidem libidinosiores eos, et pigmentorum venerem nutrientium frequentior usus, et vini continua potatio, et negligentior disciplina facit doctorum, ec. Però soggiugne, che in nient’altro si distinguevano i cherici dai laici, se non che si radevano la barba (tal rito è chiamato da lui barbirasium) e il capo, e portavano aliquantulam vestium dissimilitudinem. Per testimonianza di papa Gregorio VII nell’epist. X, libro VIII, Occidentalis Ecclesiae Clerus ab ipsis Fidei Christianae primordiis barbam radendi morem tenuit. All’incontro i cherici e sacerdoti Greci, come scrive Niccolò I papa nelle sue Epistole, nutrivano la barba, anzi insultavano i Latini, perché non faceano altrettanto: la qual ridicola quistione furono forzati a trattarla Enea vescovo di Parigi, e Ratranno monaco di Corbeia contra di essi Greci. Nel secolo XI anche Pier Damiano nel libro I, epist. XV scrisse: Rectores Ecclesiarum tanto mundanae vertiginis rotari impulsu, ut eos a Saecularibus barbirasium quidem dividat, sed actio non discernat. Essendo dunque sì mal disciplinato il Clero nel secolo decimo, non ci abbiamo a stupire se anche le Lettere si trovavano sprezzate e scadute.

Né debbo tralasciar di dire, che ad impedire il progresso del sapere in que’ tempi, contribuì non poco la penuria della carta, di cui noi cotanto abbondiamo. Oltre alle membrane o sia cartepecore, di cui si servivano i Romani nel fiore della lor potenza, con altre invenzioni da scrivere, furono molto in uso i papiri o sia filire Egiziache, che costavano poco, di modo che poteano con facilità aver carta da ivi imprimere i lor sentimenti, e comporre eziandio dei libri. In che secolo venisse meno l’uso della carta Egiziaca, difficil cosa è il determinarlo. Il celebre P. Mabillone tanto nella Diplomatica che nel Supplemento scrisse, trovarsi di tali papiri scritti anche nel secolo nono e decimo. Questo può far argomentare che in que’ tempi tal carta cessasse in Egitto, o divenisse rara nelle contrade di Occidente. O sia che dopo aver l’Italia ricevuto i proprj Imperadori, non passasse più gran commerzio coi Greci, o più tosto perché l’Egitto nel secolo settimo venisse in poter degli Arabi Saraceni, gente allora solamente data alle guerre: si può pensare che per questo cominciassero ad andare in disuso i papiri, almeno fra i popoli di Occidente. In fatti si truovano tanti libri, diplomi e strumenti, scritti ne’ secoli VII, VIII e IX in membrane, ma pochissimi ne compariscono in papiro, come particolarmente ha dimostrato il chiarissimo marchese Maffei, molto benemerito di questo argomento. Contuttociò debbo dire che anche nel secolo decimo in Roma si usò il papiro; giacché nell’anno 972 Giovanni XIII papa, alle istanze di Adalberone arcivescovo di Metz, scriptis ex papyreo tomo chartis fecit Privilegium Mosomensi Ecclesiae, come notò il suddetto P. Mabillone negli Annali Benedettini a quell’anno. Anche i PP. Gesuiti nelle Memorie della Storia Letteraria al settembre del 1711 mentovarono due bolle di Romano antipapa e di Formoso papa, scritte in papiro, e conservate in Geronda. Ma anche nel susseguente secolo XI il Tizio storico Sanese ritrovò usata la carta Egiziaca. Fiorì egli nel secolo XVI, e le sue Opere MSte si conservavano presso il fu sig. Uberto Benvoglienti in Siena. Ora questi cercando, perché anche al suo tempo si chiamassero, non Cancellieri, ma Vicecancellieri, que’ Cardinali che presiedono alla Cancelleria Pontificia, scrive così: In Bullis Benedicti Noni, quibus Pontifex ille inter Bonizonem Episcopum Tuscaniensem, et Godizonem Episcopum Castrensem (nomi non conosciuti dall’Ughelli) litem decimarum duorum Castrorum diremit, ita scriptum reperi: Datum tertio kalendas aprilis per manum Petri Diaconi Cardinalis et Cancellarii Sanctae Sedis Apostolicae, anno decimo Domni Benedicti Papae, cioè nell’anno 1043. Poi soggiugne: Has Bullas interpretandas accepi, literis Langobardorum et in papyro conscriptas, quae in Sanctae Soanensis Ecclesiae archiviis conditae servantur. Qui si tratta di bolle originali, e però penso che col nome di Papiro venga indicata non la nostra carta volgare, ma bensì la filira di Egitto. Dopo tal tempo mi si mostrerà difficilmente che fosse adoperato in Italia il papiro, e però solamente restarono nel commerzio le membrane, o sia le pergamene, l’uso delle quali fin dagli antichi fu sempre costante in Oriente ed Occidente.

Confrontisi ora il prezzo della nostra carta, fatta di stracci di lino o canape macerati, colle membrane, ed apparirà tosto, quanto mancasse una volta agli amatori delle Lettere, e massimamente ai monaci, che non erano provveduti se non del vitto e vestito (Vedi la Prefazione di Gregorio monaco alla Cronica Farfense, Parte II del tomo II Rer. Ital.). Molto, dissi, mancava a chi era amico delle Lettere per provvedersi di libri e per comporne, quando il solo prezzo delle pergamene da adoperarsi superava bene spesso le forze de’ Letterati. Ho io veduto nella Biblioteca Ambrosiana un codice MSto che contiene alcune Opere di Beda. L’antichità di esso, per quanto potei conietturare dalla forma de’ caratteri quadrati e minuti, ascendeva ad ottocento e più anni. Quello che spezialmente mi parve degno di osservazione, si è che lo Scrittore si servì di quelle membrane con cassare la più antica scrittura a scrivere un libro nuovo. Restavano tuttavia visibili molte parole, quivi tanti anni prima scritte con caratteri maiuscoli di tal forma, che più di mille anni prima si conoscevano fattura di un altro libraio. Ne ricavai alquante, per esempio: Non vox aut lingua mortalis, sed inspiratio caelestis operetur per Dominum Jesum Christum, ec. Sacrificium et ad te, Domine, habe, ec. Questo poco assai dimostra che quell’era un antichissimo Sacramentario. Così in un altro MSto di essa Biblioteca si legge Manuelis Cretensis (Moscopulo, come io penso) Grammatica Graeca, scritta nell’anno del Mondo, secondo noi, 1434. La membrana è di una grande antichità, dimostrandolo la forma de’ caratteri precedenti, cassati con lavarla, ma con restarne qua e là dei visibili, sopra i quali fu scritta quella moderna Gramatica. Ecco ciò che erano forzati di fare coloro a’ quali la povertà non permetteva di spendere [1]. Altri codici ancora quivi mi vennero alle mani, che fra i nuovi caratteri lasciavano conoscere gli antichi non bene estinti. Del resto nel suddetto codice Ambrosiano di Beda si legge il suo libro de Temporibus et certis annorum spatiis, già stampato fra l’Opere di esso Beda; se non che i capitoli XVI, XVII e i seguenti sino al fine son diversi dai dati alle stampe. Ivi è scritto che Cristo Signor nostro nacque anno a creatione Mundi 3932. Ne copiai anche alcune poche linee aggiunte da non so chi, le quali non si leggono ne’ libri stampati. Cioè: a Justiniano usque ad Pippinum seniorem sunt anni . . . . A Pippino seniore usque ad Karlum sunt anni XXVI. A Carlo usque ad Pippinum et Carlomannum sunt anni XXVII. A Pippino et Carlomanno usque dum Pippinus Rex constitutus est, fiunt anni X. A Pippino vero usque ad Carlum et Carlomannum fiunt anni XVII. A Carlo et Carlomanno usque ad Carlum sunt anni IV. Deinde Domnus Karlus solus Regnum suscepit, et Deo protegente gubernat usque in praesentem annum feliciter, qui est annus Regni ejus XLII, Imperii vero VIIII. Sunt autem totius summae ab origine Mundi anni usque ad praesentem diem MMMMDCCLXI. Questa giunta, siccome dissi, non si legge negli stampati di Beda, perché fatta dopo la morte di lui. Seguita ivi un Calendario molto antico, e differente dagli stampati.

Era in oltre rara e difficilissima cosa il potersi procacciare o il potere ritrovar preparata da altri una biblioteca. Noi, gonfi di superbia per la felicità de nostri tempi, forse ci stupiamo della negligenza ed ignoranza degli antichi, fors’anche li deridiamo, perché sì corto miserabile fosse il loro sapere e letteratura. Ma dobbiamo riflettere che oggidì a vilissimo prezzo ci provvediamo della carta poscia inventata; siccome ancora, che dopo l’invenzion della stampa, accaduta nel secolo decimoquinto, con poco danaro ora si comprano libri che abbracciano le molte e varie Opere di un solo Autore, le quali una volta sarebbero costate le centinaia e migliaia di scudi. Perciocché manifesto è che oltre al prezzo delle pergamene, sino ai tempi dell’arte tipografica, erano tutti i libri scritti a penna, e particolarmente per cura de’ monaci, i quali più degli altri attendevano a copiare essi libri. Però ciascun può comprendere, quanto tempo e fatica richiedesse una tale scrittura, e per conseguente quanto caro costasse un solo volume, e di quanti codici s’avesse a provvedere chi desiderava tutte l’Opere di un solo Autore, come Cicerone, Livio e come Santo Agostino, il Grisostomo e Gregorio Magno, le quali ora stampate e ristampate si acquistano con ispesa mediocre. Per questa ragione molto poche erano allora le librerie, massimamente in Italia, e quelle poche ne soli monisterj, non badando i principi e le città e quasi tutti i laici a sì fatti ornamenti, oltre al gran costo de’ libri, che spaventava anche chi avesse nudrito buon genio per le Lettere. Non è dunque da stupire, se né pure allora i più felici ingegni si dessero alla Letteratura, e se così poca produzion di libri si vedesse in que’ tempi. Buoni ingegni certamente anche allora, al pari che oggidì, generò l’Italia, ma dove mancano maestri, libri e coltura, a poco o nulla serve il vigore dell’ingegno, e pochi frutti se ne possono sperare. Certamente l’Autore Anonimo del Panegirico di Berengario Augusto è molto da stimare. E fra le Opere di Attone vescovo di Vercelli sopra lodato, pubblicate dal Dachery nello Spicilegio, si leggono le Lettere di Gunzone diacono Novarese, e di Ambrosio prete Milanese, amendue del secolo decimo, che si scuoprono alquanto periti ne’ Canoni; ma tanto ad essi che ad altri simili per la penuria de’ libri mancavano l’ali per tentar voli più alti. Fors’anche non m’ingannerò dicendo che ad accrescere la mancanza de’ libri cooperarono non poco le irruzioni in Italia de’ Barbari, cioè de’ Longobardi, Ungheri e Saraceni, per tacer d’altri. Quelle furibonde nazioni non solamente mietevano le vite degli uomini, ma con gl’incendj ancora infierivano contra di ogni luogo che osasse fare resistenza. Né serbando essi veruno amore per le Lettere, perciò non meno per la loro ignoranza che per la loro crudeltà perì gran copia di libri, massimamente ne’ monisterj; de’ quali sappiamo che una buona parte fu data alle fiamme. Prima delle funeste scorrerie dei Normanni, se la Gallia abbondasse di libri, nol saprei dire. Certo in que’ tempi, come vedemmo per attestato di Lupo abbate di Ferriere, i Franzesi si lamentavano della penuria de’ libri. Anzi lo stesso ce ne porge un esempio degno di osservazione: cioè con gloriosa avidità procacciava a sé stesso e a’ suoi monaci, quanti ne potea ottenere; ed essendo per portarsi a Roma dalla Francia due monaci, ecco ciò che il medesimo Lupo animosamente scrivendo a papa Benedetto III circa l’anno 855, gli dimandò: Commentarios (dic’egli) Beati Hieronymi in Hieremiam, post sextum librum usque in finem praedicti Prophetae, per eosdem Fratres nobis mitti deposcimus in Codice reverendae veritatis, vestrae Sanctitati, si id obtinuerimus, postquam celeriter exscriptus fuerit, sine dubio remittendos. Nam in nostris regionibus nusquam ullus post sextum Commentarium potuit inveniri; et optamus in vobis recuperare quicquid parvitati nostrae deesse sentimus. Petimus etiam Tullium de Oratore, et duodecim libros Institutionum Oratoriarum Quintiliani, qui uno, nec ingenti, volumine continentur: quorum utriusque Auctorum partes habemus; verum plenitudinem per vos desideramus obtinere. Pari intentione Donati Commentarium in Terentium flagitamus. Quae Auctorum Opera si vestra liberalitas nobis largita fuerit, Deo annuente, una cum memorato Sancti Hieronymi Codice fideliter omnino restituenda curabimus. Così Lupo, nelle cui parole non solo possiamo osservare la rarità de’ libri (non potendoli tutta la Gallia somministrare a lui, e dovendoli ricercar egli in sì lontano paese), ma anche la franchezza di lui in isperare che da Roma gli sarebbono inviati, benché codici rari, ed esposti a più pericoli nell’andare e tornare. E qui dobbiam confessare le nostre obbligazioni agli antichi monaci, perché quasi unicamente per lor cura ed opera abbiamo quel che ci resta degli antichi libri; e conoscere che i nostri vecchi degni furono di scusa, se non fecero maggiori progressi nella Letteratura; e noi sì essere indegni di perdono, qualora in tanta abbondanza di libri sì poco facciamo.

Essendo dunque così rari una volta i libri, e sì alti di prezzo i codici scritti a penna, intendiamo ancora, perché tanto si stimasse il dono di essi, di modo che se gli stessi Romani Pontefici offerivano somiglianti regali a qualche chiesa, per gloria d’essi menzione se ne faceva nelle loro Vite. Stefano V papa, come s’ha dalla Vita sua, circa l’anno 886 fra altri libri ivi enunziati pro animae suae remedio contulit Ecclesiae Sancti Pauli cantharum exauratum unum, Lib. Comment. I, Prophetarum Lib. I, Gestarum rerum Lib. II. Nel Codice Ambrosiano si legge Lib. Comisem I. Probabilmente fu ivi da scrivere Librum Comitem I; perciocché questo era un Rituale molto raccomandato agli Ecclesiastici per ben regolare i divini ufizj. Fra le azioni illustri di Santo Atanasio vescovo di Napoli, come abbiamo da Giovanni Diacono nella sua Vita (Par. II del tomo I Rer. Ital.), è riferito che circa l’anno 855 Librum etiam fecit Comitidos (o fecit et Comitidas) quibus Cantores per Festivitates uterentur. Cioè donò Librum Comitis, come dissi nelle note. Questo libro fu pubblicato dal Baluzio in fine de’ Capitolari, e poi più esattamente dal venerabil cardinale Tommasi. Così ogni qual volta altri vescovi od abbati faceano dono di libri al loro Clero, atto degno parea di ricordanza nelle loro Vite. Dissi poco. Degna era di memoria, come un pregio d’immortalità, lo scolpire in marmo questa lor beneficenza. Mi giova di riferir qui due pezzi di antichità, non assai noti pel merito loro, benché già dati alla luce. L’uno è l’epitaffio di Pacifico Archidiacono di Verona, che tuttavia in marmo esiste nella Cattedrale di quella città. Mancante e corrotto l’avea pubblicato l’Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra. Intero e sincero l’abbiamo ora per cura del chiarissimo marchese Maffei nella Prefazione alle Complessioni di Cassiodoro. Fiorì Pacifico nell’anno 840. Ecco la stessa iscrizione, una parte di cui è composta in ritmo, l’altra in esametri e pentametri.

ARCHIDIACONVS QVIESCIT HIC VERO PACIFICVS,

SAPIENTIA PRECLARVS, ET FORMA PREFVLGIDA.

NVLLVS TALIS EST INVENTVS NOSTRIS IN TEMPORIBVS:

QVOD NEC VLLVM ADVENIRE VNQVAM TALEM CREDIMVS.

ECCLESIARVM FVNDATOR, RENOVATOR OPTIMVS

ZENONIS, PROCVL, VITI, PETRI, ET LAVRENTII,

DEI QVOQVE GENITRICIS, NECNON ET GREGORII.

QVICQVID AVRO, VEL ARGENTO, ET METALLIS CETERIS,

QVICQVID LIGNIS EX DIVERSIS, ET MARMORE CANDIDO,

NVLLVS VNQVAM SIC PERITVS IN TANTIS OPERIBVS.

BIS CENTENOS TERQVE SENOS CODICESQVE FECERAT.

HOROLOGIVM NOCTVRNVM NVLLVS ANTE VIDERAT.

EN INVENIT ARGVMENTVM, ET PRIMVM FVNDAVERAT.

GLOSAM VETERIS ET NOVI TESTAMENTI POSVIT,

HOROLOGIOQVE CARMEN SPERÆ COELI OPTIMVM,

PLVRA ALIA GRAFIAQVE PRVDENS INVENIET.

TRES ET DECEM VIXIT LVSTRA, TRES ANNOS AMPLIVS.

QVADRAGINTA ET TRES ANNOS FVIT ARCHIDIACONVS.

SEPTIMO VIGESIMO ÆTATIS ANNO CÆSARIS LOTHARII,

MOLE CARNIS EST SOLVTVS, PERREXIT AD DOMINVM.

NONO SANE CALEHDARVM OBIIT DECEMBRIVM,

NOCTE SANTA, QVE VOCATVR A NOBIS DOMINICA.

LVGENT QVOQVE SACERDOTES ET MINISTRI OPTIMI:

EIVS MORTE NEMPE DOLET INFINITVS POPVLVS.

VESTROS PEDES QVASI TENENS, VOSQVE PRECOR CERNVVS,

O LECTORES, EXORARE, QVESO, PRO PACIFICO.

HIC, ROGO, PAVXILLVM VENIENS SVBSISTE, VIATOR,

ET MEA SCRVTARE PECTORE DICTA TVO.

QVOD NVNC ES, FVERAM, FAMOSVS IN ORBE VIATOR:

ET QVOD NVNC EGO SVM, TVQVE FVTVRVS ERIS.

DILICIAS MVNDI PRAVO SECTABAR AMORE;

NVNC CINIS ET PVLVIS, VERMIBVS ATQVE CIBVS.

QVAPROPTER POTIVS ANIMAM CVRARE MEMENTO,

QVAM CARNEM: QVONIAM HÆC MANET, ILLA PERIT.

CVR TIBI PLVRA PARAS? QVAM PARVO CERNIS IN ANTRO

ME TENET HIC REQVIES, SIC TVA PARVA FIET.

VT FLORES PEREVNT VENTO VENIENTE MINACI,

SIC TVA NAMQVE CARO, GLORIA TOTA PERIT.

TVM MIHI REDDE VICEM, LECTOR, ROGO, CARMINIS HVIVS,

ET DIC: DA VENIAM, CHRISTE, TVO FAMVLO.

PACIFICVS, SALOMON, MIHI NOMEN, ATQVE IRENEVS:

PRO QVO FVNDE PRECES MENTE LEGENS TITVLVM.

OBSECRO, NVLLA MANVS VIOLET PIA IVRA SEPVLCRI,

PERSONET ANGELICA DONEC AB ARCE TVBA,

QVI IACES IN TVMVLO, TERRÆ DE PVLVERE SVRGE,

MANGNVS ADEST IVDEX MILIBVS INNVMERIS.

TOLLE HINC SEGNITIEM, PONE FASTIDIA MENTIS.

CREDE MIHI, FRATER, DOCTIOR HINC REDIES.

ANNO DOMINICE INCARNATIONIS DCCCXLVI. INDICTIONE X.

Abbiamo qui l’epoca di Lottario I Augusto: cioè correva l’anno XXVII del suo Impero nell’anno di Cristo 846, nel dì primo di novembre, nell’indizione X, che cominciò a decorrere nel dì primo di settembre di quell’anno. Perciocché qui non si tratta dell’età di lui, ma del suo Imperio, essendo nato esso Lottario nell’anno 795 o nel seguente. Ma non posso capire, come nel dì 23 di novembre, giorno di domenica, si dica mancato di vita Pacifico, quando nell’anno 846 correva la lettera dominicale C, e perciò il dì 23 di esso novembre era la feria terza, e non già la domenica. Lasciamo andar questo, e più tosto osserviamo, quanto è grande, raro e degno di essere rammentato nel marmo il dono fatto da questo illustre Arcidiacono di ducento diciotto codici al Capitolo de’ Canonici di Verona. Per un tesoro, e con ragione, fu questo riputato allora. Aggiungasi la Glossa del vecchio e nuovo Testamento, di cui si fa spezial menzione. Quanto ancora si apprezzassero somiglianti regali, apparirà dall’altro esempio promesso, scoperto in Roma nella chiesa di San Clemente. Il primo a darlo alla luce fu il dottissimo P. Edmondo di Vitry della Compagnia di Gesù, Teologo Franzese, nel suo Opuscolo intitolalo Tumulus Sancti Clementis Martyris illustratus, e stampato in Roma l’anno 1727.

I-H ISRAELITICVS DO OFFEREBAT POPVLVS RVRI

ALIVS QVIDEM AVRVM, ALIVS NAMQVE ARGENTVM,

QVIDAM COQVE ÆES, QVIDAM VERO PILOS CAPRARVM.

INFELIX AVTEM EGU GREGORIVS PRR ALMÆ

SEDIS APOSTOLICÆ, HVIVSQVE TITVLI GERENS

CVRAM, AC BEATI SVPREMVS CLIENS CLEMENTIS,

OFFERO DE TVIS HÆC TIBBI XPE THESAVRIS,

TEMPORIBVS SCISS ZACCHARIÆ PRÆSVLIS SVMMI,

PER MARTYREM ET SCVM PARVA MVNVSCVLA TVVM

CLEMENTEM, CVIVS MERITIS MEREAR DELICTIS CARERE,

ATQVE AD BEATAM ÆTERNAM INGREDI VITAM.

AISTI QVANTVM HABES REGNVM VALET CÆLORVM.

SVSCIPE HOS DNE VELVT MINVTA VIDVÆ, QVÆSO,

VETERIS NOVIQVE TESTAMENTORVM DENIQVE LIBROS,

OCTATEVCHVM, REGVM, PSALTERIVM, AC PROPHETARVM,

SALOMONEM, ESDRAM, STORIARVM ILICO PLENOS.

REQVIRE SYLLABARVM, LECTOR, SEQVENTIAM HARVM.

Ho io cercato, ma senza trovare, ciò che significhi l’ultimo verso. Ecco dunque Gregorio cardinale della santa Romana Chiesa del titolo di San Clemente, che sotto papa Zacheria nell’anno 743 fiorì, autore dell’iscrizione e del dono: cioè donò egli ai cherici della sua chiesa i libri dell’antico e del nuovo Testamento. Dono tale in que’ tempi era sì rilevante, che ben impiegato fu un marmo per conservar la memoria di cotanta liberalità. Noi ora con poca spesa comperiamo una Bibbia stampata; allora gran copia di oro costava il provvedersene di una manoscritta. Anche il Turrigio nella Part. II, cap. 8 delle Grotte Vaticane rapporta due antiche iscrizioni fatte in Roma. Nella prima un certo Tebaldo dona alla chiesa di San Valentino, oltre ad alcuni fondi, MissALem unum, Antiphonaria duo, unum Diurni, aliumque Nocturni Officii, Feriales duos, Librum Geneseos cum Historiis Canonicis, Passionarium, Dialogum cum Scintillario, Imnaria duo, Librum ex Moralibus. Nel fine di essa iscrizione si legge:

TEMPORE PONTIFICIS NONI SVMMIQVE IOHANNIS

EST SACRATA DEO SVPREMO HÆC AVLA NOVEMBRIS,

DVM LABENTEM QVINTA INDICTIO CVRRERET ANNVM.

II cardinal Baronio differì la morte di papa Giovanni IX fino all’anno 905. Pretende all’incontro il Pagi ch’egli mancasse di vita sul principio di agosto dell’anno 900. Può essere che amendue si sieno allontanati dal vero. Qui certamente abbiamo esso Pontefice vivente nel dì 30 di novembre dell’anno 901, quando si metta il principio dell’indizione V nel settembre. Nell’altra iscrizione Romano prete dice di aver donato alla chiesa di San Niccolò, oltre ad altre cose, quinque Libros Deptatico, Moralia Job, Beda super Psalterium, Librum Prophetiarum, Librum Sermonum, unum Librum Concordiae, Librum Manualem. Finalmente venga a confermare questa verità l’antico Statuto MSto della città di Ferrara, esistente nella Biblioteca Estense. Quanto stimabile fosse allora una sola Bibbia, apparirà da un decreto di quel popolo, registrato fra le sue leggi, che è del seguente tenore nel libro II, Rub. 185: De Biblia Fabricae Episcopatus recuperanda et retinenda per Potestatem. Seguita il decreto. Cum per praedecessorem Massariorum Fabricae Episcopatus Ferrariae incepta fuerit quaedam Biblia in duobus voluminibus ad honorem Beatae Mariae et Beati Georgii, tituli dictae Fabricae, seu Ecclesiae, et per praesentes Massarios fuerit completa, et per vim teneatur a Canonicis ipsius Ecclesiae, et jam sit unum de dictis voluminibus per eosdem Canonicos pignori obligatum; et sic non fit de ipsa Biblia, quod debet fieri: Statuimus et ordinamus, quod per Potestatem detur opera cum effectu, ut dicti Canonici ipsam Bibliam Massariis Episcopatus restituant; et quod sit in fortia Massariorum, qui nunc sunt, vel per tempera erunt. Et dicti Massarii teneantur eam semper tenere ad servicium dictae Ecclesiae seu Fabricae, ut ad officia dictae Ecclesiae haberi possit copia. Factum fuit hoc Capitulum millesimo ducentesimo octuagesimo sexto, die IV exeunte junio.

Oltre alla rarità de’ libri, assai rara fu in que’ tempi l’eloquenza, che noi miriamo ed ammiriamo ne’ libri de quattro o cinque primi secoli della Chiesa. Quegli stessi che nel secolo IX nelle Gallie ebbero amore per gli sacri studj, la maggior parte non furono privi di difetti, o poco vigore ebbero ne’ loro scritti. Allora i luoghi comuni erano in voga, e si componevano i libri più coll’industria che coll’ingegno: cioè s’empievano le intere facciate, per non dire tutto il componimento, di passi raccolti dalle Opere de’ Santi Padri, alle volte ancora con poco ordine, e senza distinguere dai veri gli apocrifi o dubbiosi Autori. Allora fu che anche i Greci cominciarono ad usar le Catene; perciocché chiunque non si sentiva nerbo per cose grandi, e pur voleva interpretar le divine Scritture o trattare altro argomento, se ne sbrigava con infilzar quello che sul proposto suggello aveano detto i Padri, ed altri precedenti Scrittori. Nelle più rinomate Biblioteche molte si truovano di queste Catene MSte; alcune ancora han goduto il benefizio delle stampe. Una fra l’altre ne conserva la Biblioteca Ambrosiana in Greco sopra i Proverbj di Salomone, e diversa dalle stampate. L’antichità del codice, attesa la forma de’ caratteri mi parve ascendere a quasi settecento anni. Ivi sono citati Origenes, Didymus, Basilius, Olympiodorus, Polychronius, Evagrius, Apollinaris, Eusebius, Hippolytus, Epiphanius, Chrysostomus, Eustathius. Altrove è nominato Eustathius Antiochenus; così che si può sospettare che l’uno sia diverso dall’altro. Parimente vi si truova menzionato Olympiodorus Episcopus Apameae, il quale non so se sia differente da quello che unicamente è chiamato Olympiodorus. Fra questi Interpreti specialmente empiono la scena Didimo e Policronio, di modo che la maggior parte del Commentario è ad essi dovuta. Truovansi parimente nella Biblioteca suddetta le Catene sopra l’Ecclesiaste, sopra la Cantica e sopra Giob, dove oltre ai poco fa allegati Padri vengono addotti Scholia Gregorii Nysseni, Juliani, Theodori, Clementis, Severi Episcopi Antiocheni, Metodii, Cyrilli Alexandrini, Theophili Archiepiscopi Alexandrini, ec. Altrove Julianus è appellato Diaconus Antiochenus. In oltre vi ho veduto una Catena sopra i Proverbj di Salomone, diversa dalla precedente. Sino al cap. X si veggono menzionati quasi tutti i Padri che ho finora accennato. Degno ancora è di essere qui ricordato un altro codice di circa settecento anni, conservato in essa Biblioteca, dove sono ammassati da varj Autori molti argomenti teologici intorno all’Unità di Dio, all’Incarnazione, all’Hypostasi e Natura di Dio, agli Angeli, all’Anima e sua Immortalità, alle Feste, e ad altri argomenti, e talvolta son recati interi Opuscoli d’essi. Fra gli Autori de’ quali si citano le sentenze, spezialmente si truovano mentovati Basilius Caesariensis, Dionysius, Athanasius Alexandrinus, Eusebius, Gregorius Theologus, Cyrillus Hierosolymitanus, Nemesius Episcopus Emisenus, Apollinarius, Chrysostomus, Gregorius Nyssenus, Maximus (il quale ora è appellato Monachus, ora Abbas, ora Philosophus ed ora Confessor), Marcianus Bethleemita, Limonarium, Nilus Monachus, Clemens Alexandrinus, Evagrius, Amphilochius, Leo (o sia più tosto Leontius), Damascenus Presbyter, Origenes, Ignatius Theophorus et Martyr in Epistolis, Isidorus Pelusiota, Philon, Cosmas Vestitor de Natura Lacrimarum, Cyrillus Alexandrinus, Moschus Monachus, Severianus (detto altrove Gabalitanus), Johannes Damascenus, Hippolytus de Animalibus, quae Daniel vidit, Porphyrius de Judiciis Dei, Diodorus Historiographus, Justinus Philosophus, Hesychius Presbyter Hierosolymitanus, Anastasius Antiochenus Patriarcha, molte volte citato, e particolarmente con addurre un prolisso capitolo di lui de Solemnitate Paschali: il quale argomento è ivi trattato istoricamente. Leggesi quivi ancora Nicephori Archiepiscopi Constantinopolitani Dialogus inter Orthodoxum et Haereticum, in cui si disputa delle sacre Immagini, e d’altri punti teologici. In oltre Confutatio Haeresis Acephalorum, Severianorum et Jacobitarum. Et Judicium de Vocibus, auctore Theodoro Episcopo Cariae, con altri capitoli del medesimo. Vi è parimente citato Theodorus Diaconus contra Agnoitas, e un certo Johannes contra Jacobitas, e Theodori Agiopolitae Dialexis de nomine Dei; e d’altri argomenti. Si rapportano eziandio passi Eulogii Archiepiscopi Alexandrini adversus Haereses Arii, Macedonii, Apollinarii, Nestorii, Eutychetis, Sabellii, Severi, Dodocitarum, Monothelitarum, Dioscori, Theodori, Timothei Æluri, Jacobi (da cui i Giacobiti), Petri Gnaphaei, Origenis et Valentini. Finalmente si veggono ivi citati Aristoteles, Johannes Scholasticus Alexandrinus (m’immagino che sia Philoponus), Alexander (cioè Aphrodisaens), Damascius et Ætius, magister Eunomii. Era ben provveduto costui di libri; e può bastar questo per intendere, quanto sia da stimare quel codice, e spezialmente per alcuni opuscoli o frammenti degli antichi, privi finora di luce.

Ma giacché s’è fatta menzione di Damascio, il quale non altro credo io che sia, se non Damascio di patria Damasceno, Filosofo, di cui molto parla Fozio nella Biblioteca al codice 181 e al codice 242; voglio qui ricordare in grazia degli Eruditi, che questo Filosofo Pagano con gran credito fiorì circa l’anno 520, e fu successore di Theone Rettorico e d’Isidoro Filosofo nella Scuola di Atene. Agathia Scolastico nel lib. II della Storia lo annovera fra i principali Filosofi del di lui tempo. Scrisse quattro libri de admirandis Operibus, e la Vita d’Isidoro Filosofo suo maestro; libri a noi solamente noti pel racconto del suddetto Fozio. Se restassero, siccome avvertì Gian-Alberto Fabrizio nel volume IX, pag. 416 della sua Biblioteca Greca, non leve fortasse credulitatis, superstitionisque Etnhicae documentum haberemus. Crede anche il Vossio ch’egli scrivesse la Storia Filosofica, di cui parla Suida alla voce Doros. Ma forse con questo nome fu ivi disegnata la Vita d’Isidoro. Per testimonianza ancora del medesimo Suida, egli compose Commentarios in Platonem, e de Principiis. Ora giacché tutto questo si tiene per perduto, debbo qui avvertire che il di lui libro de Principiis resta vivo nella Biblioteca Ambrosiana, e in altre Biblioteche. Tale è il suo titolo: Damascii Philosophi Dubitationes et Solutiones de Primis Principiis. Le prime parole son queste: Utrum ante omnia unum sit omnium Principium dictum, seu quodpiam universorum, utpote caput eorum, quae ab ipso Principio emanant, ec. Nel margine del codice v’è notato: Animadverte, sub Justiniani Imperio Damascium hunc floruisse, uti et Simplicius Cilix, Aristotelicorum Librorum Explanator. In quest’Opera Damascio sovente rammenta magnum Jamblichum, Pythagoram et Philolaum Pythagoricum, et Asclepiadem, Proclum, Heraiscum seniorem, Heraiscum juniorem (il quale si dice avere scritto alcune cose a Proclo), Parmenidem, ed altri antichi Filosofi, per nulla dir di Platone, la cui dottrina prese Damascio a spiegare in quel libro. È Opera vasta, e forse degna di molta stima. Qual fosse il giudizio di Luca Olstenio intorno ad essa, apparirà da una sua nota MSta esistente presso di me. Hunc Auctorem (così scrive egli) in Britannia vidi Oxonii in Bibliotheca Corporis Christi, Parisiis apud Patres Societatis Jesu in Collegio Claromontano. Extat passim in publicis Bibliothecis Germaniae et Italiae. Sed nescio cur Stoicum vocent, quum certissimum sit, eum Platonicum fuisse: quod in fragmentis Vitae Isidori Philosophi apud Photium videre est, tum praesertim in hoc Opere. Platonici enim [...] disputarunt, praecipue Origenes, Longinus, Porphyrius, et recentiores. Opus hoc longe difficillimum est ob dictionem luxuriantem, ut ex Photii Excerptis videre est; tum propter Quaestionum subtilitatem, in quibus doctrina Platonis de Deo, Materia et Ideis versatur; ad quorum explicationem, et accuratam Graecae Linguae notitiam, et magnum Platonicae Philosophiae usum, Interpres afferat, necesse est. Così dunque l’Olstenio. Ma torniamo in cammino.

Però anche i Latini, a somiglianza de’ Greci de’ secoli barbarici, per non poter imprendere cose grandi, si mettevano anch’essi a sfiorare gli antichi, e a formarne de’ zibaldoni. Ne darò un esempio. Ne’ miei Anecdoti Latini pubblicai un Opuscolo di Gezone abbate, e una Sposizione del Simbolo Quicumque vult salvus esse, auctore Fortunato Presbytero. Tutto ciò estratto da un codice Ambrosiano, in cui altre cose si trovavano raunate. Cioè Glossae in Genesim, et in Proverbia Salomonis, molto utili. Seguitavano Estratti da un certo Trattato sopra l’Apocalisse con questo principio: Nicolaus, ut fertur, unus fuit ex septem Diaconibus, ec. Seguitano le Sposizioni di varj Scrittori sopra l’Orazion Dominicale, e sopra il Simbolo degli Apostoli. Poscia Breviarius, quomodo Hierosolyma constructa est, con questo principio: Ipsa civitas in monte posita. In medio civitatis est Basilica Constantini, ec. Succedevano Etymologiae e Virgilio Presbytero Hispano; ed altre ex Libro Domni Ysidori. Finalmente Glossae in vetus ac novum Testamentum, in Librum Officiorum, in Librum Rotar (non so qual autore sia questo), in Librum Vitae Sanctorum, in Cassianum, in Eusebium, in Orosium, ec. Ecco come i nostri vecchi si procacciavano di queste Raccolte, le quali non sono disutili per noi, potendovisi trovar dei pezzi di veneranda antichità. Ho io qui prodotto alcuni frammenti appunto de’ vecchi tempi, ricavati da un codice Ambrosiano di tale antichità, che mi parve ascendere a mille anni. Cioè alcuni pezzi di Filippo prete, che fu discepolo di San Girolamo, di Giovanni Cassiano e di Giuliano Pomerio, i quali non ho potuto trovare dati finora alla luce. Così un frammento di Lattanzio Firmiano de motibus animi, nel quale nondimeno non truovo l’eloquenza di quel Cicerone Cristiano.

Negli antichi secoli oltre a coloro che per uso proprio copiavano i libri, scritti allora a penna, vi furono anche Librarii e Scribae, chiamati anche Antiquarii da Cassiodoro, Isidoro ed altri, che per guadagno trascrivevano l’Opere altrui, dettando uno nel medesimo tempo a molti scrittori. Abbiamo innumerabili codici, scritti da copisti dotti, quali bene spesso erano i monaci, e però emendati. Ma non mancavano copisti ignoranti ed acciabatta mestieri, che nel trascrivere i libri commettevano errori, e storpiavano le parole e i sensi. Di questi tali codici ne ho maneggiato più d’uno, e voglio qui darne un saggio con produrre un pezzo di antichità che merita stima per altri conti. Conserva la Biblioteca Ambrosiana un codice, che già fu della Bobiense, i cui caratteri majuscoli e quadrati mostrano l’antichità di mille anni. Il titolo attribuisce tutto a San Giovanni Grisostomo, ma indebitamente. È mancante il codice sul principio. Il cap. IV è de Animantibus, e comincia con queste parole: Alae, duo Testamenta. In Ezechiel unumquodque duabus alis velabat os suum, ec. Riconobbi per autore di questo trattato Eucherio di Lione de Formul. Spiritual. Seguita il frammento che darò qui sotto. Poscia Incipit de expositionem (così ivi) diversarum rerum. In primis Mandragora in Genesi, genus pumi simillimum parvo peponis speciem vel odore, ec. Così scorrette sono ivi le parole, ricavate dal libro del medesimo Santo Eucherio de Nomin. Hebraic. Interpret. Dopo altre cose seguita de Matthaeo Evangelista. Orate autem, ne fiat fuca vestra hieme vel sabbato: idest ne cum fuca fit, impedimentum patiamini. Appresso viene un’altra Omilia de ultimo adventu Christi, dove si parla de’ mille anni riferiti nell’Apocalisse; poi due altre de tribus mensuris, e de Petro Apostolo. Succede l’Opuscolo de reparatione lapsi, che si crede del Grisostomo. E Fides Sancti Ambrosii Episcopi che comincia: Nos Patrem et Filium, ec.; ma dopo alcune linee il resto manca. Quindi Expositio Fidei Catholicae, di cui non apparisce l’autore, per essere corrosa la pergamena. Segue Fides Sancti Luciferi Episcopi, e Fides, quae ex Nicaeno Concilio processit. Finalmente Incipit Fides Beati Athanasii; Fidis unius substantiae Trinitatis, Patris et Filii et Spiritus Sancti.

Da esso codice adunque io estrassi un frammento antichissimo, spettante al Canone delle divine Scritture. Non tralasciai diligenza alcuna per iscoprire se fosse cosa già data alla luce; e se non m’ingannarono gli occhi, nol trovai stampato. Il perché dovrà questo sperare di essere volentieri accolto dai Lettori, e massimamente perché pezzo di venerabil antichità. Se mi è permesso di produrre una mia coniettura, vo’ io credendo che tal frammento si possa attribuire Cajo Ecclesiae Romanae Presbytero, il quale, per attestato di Fozio nella Biblioteca al codice 48, fiorì sub Victore et Zephyrino Pontificibus, cioè circa l’anno di Cristo 196. Riferisce Eusebio Cesariense (lib. VI, cap. 20 Hist. Eccles.) la Disputa Caji disertissimi viri, habitam Romae temporibus Zephyrini adversus Proclum quemdam Cataphrygarum Haeresis propugnatorem; in cui mentre egli riprende la temerità e l’ardire degli avversarj in comporre delle nuove Scritture, tredecim tantum divini Apostoli recenset Epistolas, eam, quae ad Hebraeos inscripta est, cum reliquis non adnumerans. Sane haec Epistola etiamnum a quibusdam Romanis Apostoli esse non creditur. San Girolamo con quasi altrettante parole (parlando d’esso Caio nel libro de Scriptor. Eccles. al cap. 60) espresse la sentenza di Eusebio; se non che aggiugne, che quella Disputa tenuta fu da Caio sub Zephyrino Romanae Urbis Episcopo, idest sub Antonino Severi filio; e però, secondo lui, Caio avrà scritto queste cose circa l’anno 212 dell’Era volgare. Aggiugne ancora, parlando d’essa Epistola: Sed et apud Romanos usque hodie quasi Pauli Apostoli non habetur, quando Eusebio solamente scrisse apud quosdam Romanos. Parimente Fozio nel luogo sopraccitato scrive che Caio tredecim dumtaxat Beati Pauli Apostoli Epistolas enumerasse, non recepta in censum, quae est ad Hebraeos. Anch’egli ciò prese da Eusebio. Del resto non conviene a questo luogo di riferire, per quali ragioni ed autorità fu dipoi da tutti ammessa nel Canone delle divine Scritture l’Epistola ad Hebraeos, della quale lo stesso San Girolamo scrivendo ad Evagrio dice: Quam omnes Graeci recipiunt, et nonnulli Latinorum. Tal quistione, siccome agitata ed illustrata da uomini dottissimi, non dee pretendere di tornar qui in iscena. Solamente si può ricordare che anche Santo Ippolito vescovo Portuense, e contemporaneo del suddetto Caio, per testimonianza di Fozio nel codice 121, scrisse: Epistolam ad Hebraeos non esse Pauli Apostoli. Avendo dunque Caio prete Romano ommessa quella Epistola nel ruolo dell’altre di San Paolo, pare ben verisimile che a lui si debba attribuire il frammento ch’io son per pubblicare, in cui si truova tralasciata l’Epistola medesima. S’aggiugne un altro più forte argomento. Rammenta questo scrittore il celebre libro di Erma intitolato il Pastore, con tali parole: Pastorem vero NUPERRIME TEMPORIBUS NOSTRIS in urbe Roma Herma conscripsit, sedente Cathedra urbis Romae Ecclesiae Pio Episcopo fratre ejus. Già è deciso dagli Eruditi che Erma fiorì verso la metà del secolo secondo Cristiano; e certamente s’egli scrisse quel libro a’ tempi di San Pio I papa, ciò dovette avvenire circa l’anno 150. Per conseguente scrivendo l’Autore del frammento, avere Erma composto quel libro nuperrime temporibus nostris, a chi mai più ragionevolmente si può attribuire questo frammento, che al sopra lodato Caio che visse ne’ seguenti anni del medesimo secolo? Notisi ancora, che qui non si parla dell’Epistola di San Jacopo, perché allora non peranche ammessa nel Canone. Finalmente scrive l’Autore del frammento: Apocalypsim etiam Joannis et Petri, tantum recipimus, quam quidam ex nostris legi in Ecclesia nolunt. Convengono appunto tali notizie ai tempi di Caio, perciocché Eusebio nel libro III, cap. 25 annovera tra i libri dubbiosi l’Apocalisse di Pietro, ma non la rigetta, quasi fattura degli Eretici. Per testimonianza ancora di lui, Clemente Alessandrino si servì non men di quell’Apocalisse, che dell’Epistola di San Barnaba. In oltre il Sozomeno nel lib. VII, cap. 19 lasciò scritto ch’essa Apocalisse in quibusdam Ecclesiis Palaestinae usque adhuc singulis annis semel legi. Quanto all’Apocalisse di San Giovanni, sappiamo che a’ tempi del suddetto Caio era tuttavia disputata, né peranche ammessa nel Canone; e pure è qui rammentata con onore. Correva allora per le mani de’ popoli Cristiani la Lettera spuria dell’Apostolo ad Laodicenses, di cui si serviva Marcione per sostenere i suoi delirj. Qui essa è rigettata. Impariamo in oltre da questo frammento, che correva un’altra Epistola attribuita al medesimo San Paolo, come scritta ad Alexandrinos, di cui non so se alcuno abbia fatta menzione. Ed essendo che questo Scrittore non fa parola dell’Apocalisse di San Paolo, menzionata da Santo Agostino e da Sozomeno, viene a confermarsi l’opinione di Giovanni Ernesto Grabe, il quale nello Spicilegio de’ Padri stimò che tale impostura solamente uscisse fuori el secolo IV dell’Era Cristiana. Qui anche troviamo menzionato Librum Psalmorum fabbricato dall’Eresiarca Valentino. Il solo Tertulliano, per quanto io sappia, nel lib. de Carne Christi, cap. 20, indicò tali Salmi con dire: Nobis quidem ad hanc speciem Psalmi patrocinabuntur, non quidem Apostatae, et Haeretici, et Platonici Valentini, sed sanctissimi et receptissimi Prophetae David. Segno è ancor questo della rara antichità del suddetto frammento. Chi poi sia stato quel Mitiades, Eretico, di cui qui si parla, lascerò che altri l’indovini. Ora ecco il frammento stesso esposto agli occhi degli Eruditi tal quale si truova nell’antichissimo codice Ambrosiano, cioè con tutti gli errori di quell’ignorante copista, i quali nondimeno non ne sminuiranno punto il raro pregio.

Frammento mancante nel principio della Disputa,

per quanto si può conietturare, di Caio prete Romano,

che fiorì circa l’anno di Cristo 196,

intorno al Canone delle divine Scritture.

.... quibus tamen interfuit, et ita posuit. Tertio Evangelii Librum secundo Lucam. Lucas iste Medicus post ascensum Christi cum eo Paulus quasi ut juris studiosum secundum adsumsisset numeni suo ex opinione concriset. Dominum tamen nec ipse vidit in carne, et idem prout assequi potuit. Ita et a nativitate Johannis incipit dicere: Quarti Evangeliorum Johannis ex Discipulis. Cohortantibus condiscipulis et Episcopis suis, dixit: Conjejunate mihi triduo, et quid cuique fuerit revelatum, alterutrum nobis enarremus. Eadem nocte revelatum Andreae ex Apostolis, ut recognoscentibus cunctis Johannis suo nomine cuncta describeret. Et ideo licet varia singulis Evangeliorum Libris Principia doceantur, nihil tamen differt credentium Fidei, cum uno ac principali declarata sint in omnibus omnia de Nativitate, de Passione, de Resurrectione, de conversatione cum Discipulis suis, et de gemino ejus Adventu. Primo in humilitate despectus, quod ro ..... secundum potestate Regali, quod futurum est. Quid ergo mirum, si Johannes tam constanter singula etiam in Epistolis suis proferat, dicens in semetipso: Quae vidimus oculis nostris, et auribus audivimus, et manus nostrae palpaverunt, haec scripsimus. Sic enim non solum visorem, sed auditorem, sed et scriptorem omnium mirabilium Domini per ordinem profitetur. Acta autem omnium Apostolorum sub uno Libro scripta sunt Lucas optime Theophile comprehendit; quia sub praesentia ejus singula gerebantur, sicut et semote Passionem Petri evidenter declarat, sed profectionem Pauli ab Urbe ad Spaniam proficiscentis. Epistola autem Pauli, quae, a quo loco, qua ex causa directe sint, voluntatibus intelligere, ipse declarant. Primum omnium Corinthiis schisma haeresis interdicens, deinceps Callactis circumcisionem. Romanis autem ordine Scripturarum; sed et principium earum esse Christum intimans, prolixius scripsit, de quibus singulis necesse est a nobis disputari; cum ipse Beatus Paulus sequens praedecessoris sui Johannis ordinem, nonnisi nominatim septem Ecclesiis scribat ordine tali. Ad Corinthios prima; ad Ephesios secunda; ad Philippenses tertia; ad Colossenses quarta; ad Galatas quinta; ad Thessalonicenses sexta; ad Romanos septima. Verum Corinthiis et Thessalonicensibus licet pro correbtione iteretur, una tamen per omnem orbem terrae Ecclesia diffusa esse denoscitur. Et Johannes enim in Apocalypsi licet scribat, tamen omnibus scribit. Verum ad Philemonem una, et ad Titum una, et ad Timotheum duas pro affecto et dilectione, in honore tamen Ecclesiae Catholicae in ordinatione Ecclesiasticae disciplinae sanctificatae sunt. Fertur etiam ad Laudecenses, alia ad Alexandrinos Pauli nomine fictae ad haerezem Marcionis; et alia plura, quae in Catholicam Ecclesiam recipi non potest: fel enim cum melle miscere non congruit. Epistola sane Judae, et superscripti Johannis duas in Catholica habentur. Et Sapientia ab Amicis Salomonis in honorem ipsius scripta. Apocalypsis etiam Johannis et Petri tantum recipimus, quam quidam ex nostris legi in Ecclesia nolunt. Pastorem vero nuperrime temporibus nostris in Urbe Roma Herma conscripsit, sedente Cathedra Urbis Romae Ecclesiae Pio Episcopo fratre ejus. Et ideo legi eum quidem oportet, se publicare vero in Ecclesia Populo, neque inter Prophetas completum numero, neque inter Apostolos in finem temporum potest. Arsinoi autem, seu Valentini, vel Mitiadis nihil in totum recipimus, qui etiam novum Psalmorum Librum Marcioni conscripserunt una cum Basilide Assianum Catafrygum constitutorem.

In questo picciolo pezzo di antichità abbiam veduto quanti errori sieno corsi per inavvertenza ed ignoranza de’ copisti. Che lo stesso sia avvenuto a molti altri codici, l’ho io colla sperienza di molti anni osservato. Ma onde è venuto che la maggior parte di essi codici son giunti a noi senza errori, o almen liberi da tanta copia di essi? Perché, a mio credere, i susseguenti Scrittori, per quanto portava la loro erudizione e giudizio, in iscrivere e dettare i libri degli antichi, di mano in mano gli andavano emendando: dal che è poi nata quell’abbondanza di varie lezioni che in collazionare i vecchi diversi codici ritroviamo, indovinando alcuni la mente e le parole degli Autori, ed altri supplendo come lor meglio pareva. Certamente dai Critici si sogliono preferire i più antichi codici ai meno antichi; e con ragione, perché quanto più si accostano al fonte, tanto più si crede che ritengano la mente e le parole degli Autori. Tuttavia ci son de’ meno antichi, ne’ quali comparisce più corretto il testo, o sia perché ricavati da migliori codici, o perché qualche dotta persona abbia emendato le precedenti copie. Perciocché quanto ai copisti ignoranti, anche a’ suoi tempi San Girolamo, scrivendo a Lucinio, accusava imperitiam Notariorum, Librariorumque incuriam, qui scribunt non quod inveniunt, sed quod intelligunt; et dum alienos errores emendare nituntur, ostendunt suos. Altrove egli ripete la medesima doglianza. Ma non sono mai mancati uomini eruditi che col loro sapere e diligenza soccorrevano al bisogno de’ libri: la qual verità io potrei confermare con varj esempli, ma ne basteran due. Carlo Magno, quel gran genio, protesta di aver ciò procurato in Constitutione de emendatione Librorum et Officiorum, stampata da Sirmondo e Baluzio, dove così parla: Jampridem universos Veteris ac Novi Instrumenti Libros, Librariorum imperitia depravatos, Deo nos omnibus adjuvante, examussim correximus. L’altro esempio me l’ha somministrato la Biblioteca Ambrosiana, dove si conservano alcuni Commentarj sopra il Salterio, attribuiti a San Girolamo. L’esordio in uno di essi codici è questo: Quidam putant istius Psalmi clavem super Christi Domini nostri personam esse referendum, ut Beatus iste vir secundum hominem Christus sit. Bona quidem voluntas, sed imperitia est, ec. (Vedi il Martianay nel tomo II dell’Opere di San Girolamo). In fondo dunque ad uno di essi Commentarj v’ha molti versi con questo titolo: Elorado Abbati Florus supplex. Tutti sono stati da me dati alla luce. Ne citerò solamente i seguenti, dove parla degli asterisci e saette che distinguono i versetti de’ Salmi.

Quas studiosa manus, multi sudore laboris

Restituit priscis, te rogitante, locis, ec.

Sed tamen Hebraica rursus ratione polita,

Ac simul Argolica denuo picta manu, ec.

Nunc cape correctum gratanti corde volumen;

Utque ita permanent, da, Pater, oro operam.

Nullus enim fructus conamina nostra sequetur

Erasis vitiis, qui bona subdidimus, ec.

L’autore di questi versi probabilmente fu Floro Maestro diacono di Lione, il quale circa l’anno 837 si acquistò gran credito in Francia colla sua letteratura. L’Usserio nella Storia di Gotescalco e il Cave nella Storia Letteraria scrivono, aver questo Floro composto Commentarium in Psalterium, il quale si truova nel Monistero Hafligemiense di Fiandra, unde illud in Psalmum LXXX adversus Amalarium a Fabro citatum est testimonium adversus Transubstantiationis dogma. Truovasi nel codice Ambrosiano questo passo colle seguenti parole: Et cibavit illos. Adeps frumenti Sacramentum est Corporis Christi. Quid enim adeps in frumento aliud significat nisi Divinitatem in carne? Petra Christus, mel dulcedo ipsius, a qua omnes credentes in Fide nutriuntur. Vedi di grazia, come ben si vogliono adoperar queste parole contro la dottrina cattolica, quando esse solamente sono atte a confermarla. Né io così facilmente concederei all’Usserio che quel Commento fosse di Floro. Da’ sopra citati versi altro non si può ricavare, se non che Floro ha corretto il volume, che più tosto sembra ivi attribuito a San Girolamo. In fatti il titolo del codice Ambrosiano fa autore quel santo Dottore di quel Commento, che poi si truova nello stile e nell’erudizione troppo diverso. Un altro codice v’ha nell’Ambrosiana antico di circa mille anni, dove comparisce un’altra Expositio Hieronymi Presbyteri super Psalterium. Ne ho recato un buon saggio. Né pure in quest’altro si truova San Girolamo. Dopo l’anno millesimo di Cristo cominciarono alquanto ad alzare il capo in Italia le Lettere, e a goder miglior costellazione principalmente dopo l’anno 1050. A qual cagione se n’abbia da attribuire questo accrescimento, nol so dire. Tuttavia mi sia permesso d’indovinarne una. In qual tempo e luogo si cominciasse a fabbricare la nostra carta volgare, fatta con gli stracci della tela di lino o di canape, è cosa incerta. Adriano nelle Annotazioni al Panegirico di Berengario reca un passo di Pietro Maurizio abbate Cluniacense, in cui circa l’anno 1140, scrivendo contro i Giudei, nominò chartam ex rasuris veterum pannorum, al che soggiugne il Valesio: Qui chartae nostrae vulgaris ante Mauricium meminerit, neminem observavi. Ma il chiariss. P. Bernardo di Montfaucon Benedettino di San Mauro, a cui siam tenuti per tanti volumi dell’antichità illustrata, nel lib. I, cap. 2 della Paleografia Greca pretende che Bombycina charta (così fu chiamata ne’ principj la nostra carta) si truovi usata anche nel secolo undecimo, anzi nello stesso decimo. Non ne adduce altra pruova, che l’antichità di alcuni codici MSti. A me non è mai avvenuto di veder libri scritti in questa carta se non dopo il 1100: e tuttoché stimi difficile il poter determinare con sicurezza il preciso tempo dei vecchi codici dalla sola forma de’ caratteri, quando manchino le note cronologiche o altri indizj; pure tanta è l’autorità del P. Montfaucon in tali cose, che stimo doversegli credere. Saprei anche volentieri che cosa intendesse Lupo Servato abbate di Ferriere in Francia circa l’anno 840, allorché nell’Epistola XVI rammenta Commentarios Boetii in Topica Ciceronis, quos in chartaceo codice, sive, ut emendatius aliis dicendum videtur, in chartinacio Amalricus in armario Sancti Martini habet. Con tali parole denota egli forse un libro scritto in papiro o sia filira Egiziaca, o pure in pergamena, o in altra materia? Del resto ancorché si ammetta anche nel secolo decimo la nascita della carta nostra; ciò non ostante più sicuro sarà il credere che nel secolo XI ne cominciasse ad essere più frequente l’uso, e che per questo crescesse il comodo di comporre libri, il che si andò poi di mano in mano aumentando. Fors’anche a promuovere l’onor delle Lettere contribuì non poco l’esempio e la premura di Gerberto, che nato in Orleans, e fatto monaco, prima fu abbate di Bobbio in Italia, poscia arcivescovo di Rems, di nuovo abbate di Bobbio, poi arcivescovo di Ravenna, e finalmente nell’anno 999 Romano Pontefice sotto nome di Silvestro II. Gran fama si acquistò egli fra non pochi lodatori ed altrettanti accusatori suoi. Vivace e mirabile fu il di lui ingegno, eloquenza ed erudizione. Perché si dilettava delle Matematiche, e tirava delle linee e de’ circoli, cose allora incognite al volgo de’ Letterati, venne spacciato per Mago. Come apparisce dalle Lettere sue, pubblicate dal Du-Chesne, e poi inserite nella Biblioteca de’ Padri, mentr’egli stava in Italia e in Germania, nulla ebbe più a cuore, che di raccogliere codici antichi di tutte le scienze ed arti per uso proprio, e de’ monaci suoi. Nell’epist. 44 ad Ecberto abbate Turonense scrive: Bibliothecam assidue comparo; et sicut Romae dudum, ac in aliis partibus Italiae, in Germania quoque, et Belgica, Scriptores, Auctorumque exemplaria multitudine nummorum redemi. Così nell’epist. 130 a Rinaldo monaco: Nosti quanto studio librorum exemplaria undique conquiram. Nosti, quot Scriptores in urbibus aut agris Italiae passim habeantur. Age ergo,fac ut mihi scribantur Manilius de Astrologia, Victorinus de Rethorica, ec. Ch’egli parimente procurasse che dalla Gallia fossero a lui inviati degli Scolastici, ce l’insegna la sua lettera 13 ad Ecberto arcivescovo di Treveri, dove dice: Si deliberatis, an Scholasticos in Italiam ad nos usque dirigatis, consilium nostrum in aperto est. Quod laudabitis, laudabimus; quod feretis, feremus. Quantunque vediamo nel sopraccennato Capitolare di Lottario I Augusto appellati Scolastici quei che oggidì si chiamano Scolari, e in questo senso si truovi usato tal nome nelle antiche memorie: contuttociò può insorgere dubbio se qui più tosto si debba intendere di Maestri di Scuola, che noi ora chiamiamo Lettori, potendone avere Gerberto invitato più d’uno in Italia pel bisogno di allora. Certamente lo stesso Gerberto è appellato Scolastico in una sua lettera pubblicata dal P. Mabillone fra i suoi Analetti. Ed anche che in altre Lettere egli intitola sé stesso quondam Scholasticum; e nel Conciliabolo di Rems ebbe per suo avvocato Johannem Scholasticum Autissiodorensem, et Ranulphum Abbatem Senonensem. In oltre da Sigeberto nella Cronica all’anno 1047 si truova nominato Franco Scholasticus Leodicensium, e nella Biblioteca Ambrosiana si leggono versi Honorii Scholastici ad Jordanum Episcopum, dati alla luce dal P.Mabillone suddetto, il quale li tiene scritti a Giordano vescovo di Ravenna. Ma niun vescovo ha avuto Ravenna di tal nome, né tale fu Giordano autore della Storia de’ Goti, come nella Prefazione ad essa osservai. Il titolo di Scolastico in Occidente più tosto conviene al secolo X ed XI, che al sesto, trovandosi allora più usato fra gli Scrittori Latini.

Accresce poscia lo stesso Gerberto il dubbio intorno al significato della parola Scolastico, perché nell’Opusc. de Rationali, pubblicato dal P. Pez nel tomo I Anecdot. pag. 149, così scrive ad Ottone III Augusto: Meministis, adfuisse tam multos nobiles Scholasticos et eruditos, inter quos nonnulli aderant Episcopi, sapientia praeclari et eloquentia insignes. Qui si parla d’uomini già provetti, e che sembrano essere stati maestri. All’incontro egli nell’epist. 92 a Bernardo monaco dice, se interdum nobilissimis Scholanticis disciplinarum liberalium suavem fructum ad vescendum offerre. Dal che raccolgo ch’egli insegnava a gran copia di scolari. Aveva egli anche prima avuto l’onore d’istruir nelle Lettere Ottone II poscia Augusto, ed anche Roberto re di Francia. Pertanto sembrando che col nome di Scolastici egli disegnasse dei giovani i quali s’avessero a mandare in Italia per essere da lui ammaestrati nelle scienze, si può vedere abbastanza confermato quanto già dissi, cioè che principalmente da Gerberto si dee riconoscere il risorgimento delle Lettere in Italia. Che s’egli tanto operò essendo solamente abbate, quanto più si può credere che avrà fatto dappoiché conseguì la cattedra arcivescovile di Ravenna, e poscia il trono Apostolico? Pare al certo ben verisimile ch’egli tanto coll’esempio che col comando procurasse che gli studj delle Lettere massimamente ricuperassero l’antico splendore, molto decaduto nel secolo decimo. Arnoldo vescovo di Orleans, o più tosto il medesimo Gerberto, nel conciliabolo di Rems, come s’ha dal Padre degli Annali Ecclesiastici all’anno 992, proruppe in queste parole: Quum hoc tempore Romae nullus paene sit (ut fama est) qui Literas didicerit, sine quibus (ut scriptum est) vix Ostiarius efficitur: qua fronte aliquis docebit, quod minime didicit? Queste parole, come ancora altre insoffribili, si può credere che scappassero dalla penna di un uomo irato e quasi furioso, e che Gerberto appoggiato ad un solo si dice, si allontanasse allora dalla verità. Imperciocché all’incontro in quel medesimo secolo Raterio vescovo di Ravenna nel suo Itinerario avea scritto: Qua ignorantia, quo melius exui, quo aptius possum, quam Romae doceri? Quid enim de Ecclesiasticis dogmatibus alicubi scitur, quod Romae ignoretur? Illic summi, illi totius Orbis Doctores, ec. Così parlava Raterio in tempo che abbisognava della protezione della Sede Apostolica. Ma per conto di Gerberto, egli non avrebbe data a Roma quella taccia, se non vi fosse stata qualche apparenza di vero, e possiam credere che divenuto poi Romano Pontefice, mutasse linguaggio, e che per opera sua non solamente in Roma, ma anche altrove s’insegnassero e rifiorissero le scienze e l’arti migliori. Della sua scuola fra gli altri uscì Fulberto, creato nell’anno 1007 vescovo di Sciartres, il quale tenuto fu pel più dotto uomo in Francia, e non mancano ragioni per riputarlo di nazione Italiano. Certamente le Lettere hanno a lui l’obbligazione di avere acquistato un bell’ascendente nella stessa Francia, come attestò Adelmanno discepolo suo. Successero poscia dopo la metà del secolo undecimo nella cattedra di San Pietro dottissimi insieme e piissimi Pontefici, i quali non solamente in Roma, ma anche per tutta Italia promossero i buoni costumi; e particolarmente si studiarono di ravvivare la dignità delle Lettere: felicità che poi andò sempre da lì innanzi crescendo, e dura tuttavia. Sopra gli altri S. Gregorio VII nel Concilio Romano dell’anno 1078 ordinò, ut omnes Episcopi artes Literarum in suis Ecclesiis doceri facerent.

Pertanto in esso secolo XI in alcuni luoghi d’Italia rimesse le scuole, cominciarono a rendere frutto, fra’ quali debbo io, prima annoverare la nobilissima città di Milano. Landolfo seniore storico Milanese nel lib. II, cap. 35 della Storia Milanese (tom. IV Rer. Ital.) così scriveva: In atrio interiori, quod erat a latere portae respicientis ad Aquilonem, Philosophorum Scholae diversarum Artium peritiam habentium, ubi urbani et extranei Clerici Philosophiae doctrinis studiose imbuebantur, erant duae, in quibus ut Clerici, qui exercitiis tradebantur, curiose docerentur, longa temporum ordinatione Archiepiscoporum antecedentium stipendiis a Camerariis illius Archiepiscopi, qui tunc in tempore erant, annuatim eorum Magistris honorifice donatis, ipse Praesul multoties adveniens saeculi solicitudines, a quibus gravabatur, a se depellebat, ac Magistros ac Scholares in studiis adhortans, in palatiis sese demum recipiebat Ambrosianis. Così Landolfo scriveva circa l’anno di Cristo 1085; per testimonianza ancora del quale sappiamo che alquanti anni prima era seguita una disputa fra Santo Arialdo e i preti coniugati di quella città, comparendo fra questi nel libro III, cap. 21 e 23, Andreas Sacerdos in divinis et humanis, Graecis et Latinis sermonibus virilis, et Ambrosius Biffius in Latinis literis et Graecis eruditus, atque ideo Biffarius dictus. Adunque già con felice gara si coltivavano le Lettere in Milano, di maniera che anche in altre provincie si dilatò l’amore e studio di esse. In fatti l’Italia in que’ tempi diede alla Francia, voglio dire al Monistero Beccense di Normandia, e poscia al Regno d’Inghilterra, due insigni uomini, celebri del pari per la santità che per la Letteratura: cioè Lanfranco nato in Pavia, che andato in Normandia, fu creato abbate di Caen nel 1063, e poscia nel 1070 eletto arcivescovo di Canturberì nella Gran Bretagna; ed Anselmo, che nell’anno 1078 fu creato abbate di Becco, e finalmente consecrato nel 1093 arcivescovo anch’egli Cantuariense. Ancorché taluno chiami Borgognone Santo Anselmo, pure è certo ch’ebbe per madre l’Italia, perché nato in Aosta del Piemonte: la qual città, benché una volta sottoposta ai Re di Borgogna per cessione fattane da’ Longobardi, come mostra Adriano Valesio nella Notizia delle Gallie; pure non lasciò mai di essere città della Gallia Cisalpina e dell’Italia. Il Baluzio (lib. IV, pag. 560) pubblicò un Epicedio fatto in morte del medesimo Santo Anselmo, composto da un Poeta contemporaneo, dove si legge:

Felix Italia prae cunctis partibus Orbis,

Quae meruit tantum progenuisse virum.

Quanto al Beato Lanfranco, scrive Milone Crispino cantore Beccense suo coetaneo nella Vita di lui presso i Bollandisti al dì 28 di maggio, che il medesimo in primaeva aetate patre orbatum, relicta civitate (cioè Pavia) amore discendi, ad studia Literarum perrexisse. Ubi plurimo tempore demoratus, omni scientia saeculari perfecte imbutus rediit. Deinde patria egressus, et Alpes transgressus, in Gallias venit, ec. A quali scuole si portasse Lanfranco, lo cercheremo nella Dissertazione seguente. Osservisi ora quale avanzamento avessero già fatto in Italia le Lettere; perciocché la Francia si protestò a lui obbligata del risorgimento delle scienze ne’ suoi paesi. Guglielmo Malmesburiense nel lib. I de Gest. Angl. di Lanfranco ha le seguenti parole: Is gente Longobardus, non adeo abjecta et obscura progenie oriundus erat, sed Literarum perinsignis, Liberales Artes, quae jamdudum sorduerant, e Latio in Gallias vocans, acumine suo expolivit. In oltre Guitmondo vescovo di Aversa in Italia, autore contemporaneo di lui, nel libro de Veritate Corporis et Sanguinis Christi, conferma lo stesso scrivendo: Per Domnum Lanfrancum, virum aeque dotissimum, Liberales Artes Deus recalescere atque optime revivisccre fecit. Né diversamente parla Guglielmo Gemmeticense, autore anch’egli di que’ tempi, nel lib, VI Hist. Normann. con iscrivere di esso Lanfranco: Quem Latinitas in antiquum ab eo restituta, scientiae statum tota supremum debito cum amore et honore agnoscit. Quanto ancora scrivesse e faticasse Santo Anselmo per rimettere in piedi l’onore delle migliori Lettere e dell’ecclesiastica disciplina, non occorre ricordarlo, essendo cosa notissima. Sua gloria è d’aver egli aperta dopo i Santi Padri la via alla Teologia, che poi cotanto avanzamento fece nelle scuole, con aver egli perciò ben meritato il titolo di Dottore della Chiesa, conferitogli a dì nostri.

Con pari plauso nelle buone arti vide l’Italia fiorire nel medesimo secolo XI Pier Damiano uomo santo, Alberico monaco Casinense, Alfano arcivescovo di Salerno, Bonizone vescovo di Sutri, Anselmo vescovo di Lucca, Gregorio VII papa, Vittore III parimente Romano Pontefice, Brunone vescovo di Segna, Leone Marsicano cardinale e vescovo d’Ostia, e Gregorio monaco Farfense; per tacer altri, de’ quali è fatta menzione nell’Opuscolo di Pietro Diacono de Viris illustrib. Casin., ed altri che si leggono nella Raccolta Rer. Ital. Né si vuol tacere che nel secolo stesso undecimo la musica ecclesiastica ricevette un riguardevol aumento per cura di Guido Aretino, monaco Pomposiano, il quale, come s’ha da Donizone nella Vita della Contessa Matilda, lib. I, cap. V (tomo V Rer. Ital.)

Micrologum Librum sibi dictat Guido peritus,

Musices, et Monachus, necnon Eremita beandus.

Nelle note ad essa Vita avvertii che lo stesso Micrologo si conserva MSto in un codice della Biblioteca Ambrosiana. Quivi seguita un altro Opuscolo che comincia così: Musicorum et Cantorum magna est distantia. Isti dicunt, illi sciunt, quae componit Musica, ec. In fine sono le seguenti parole: Finit Regula Henchiriadis, et Boetii, et Domni Guidonis Monachi. Succede nel medesimo codice Liber Henchiriadis in Musica, di cui tale è il principio: Sicut vocis articulatae, elementariae, ec. È diviso il libricciuolo in due parti, la prima parte in due libri. Di questo Autore fa menzione Sigeberto (de Script. Eccles. cap. 109) con tali parole: Henchiriades sub persona discipuli interrogantis, et magistri respondentis, scripsit Dialogum de ratione Musicae, et in tribus libris multiformes Musicae regulas exposuit. Nulla dice Sigeberto della di lui età e patria. Sembra solamente che il riponga fra gli Scrittori del secolo decimo. Nello stesso codice vien dietro Epistola Marcheti de Padua magnifico Militi, et potenti Domino suo Domino Raynerio Domini Zachariae de Urbe veteri, illustris Principis Domini Johannis clarae et excelsae memoriae Domini Karoli Regis Hierusalem et Siciliae gloriosi filii, Comitis Gravinae, in Provincia Romandiolae Vicario generali, Marchetus de Padua se ipsum, ec. Poscia comincia Lucidarium Marcheti de Padua in Arte Musicae Tractatus I, et Cap. I de inventione Musicae, il cui principio è tale: Qualiter Pythagoras adinvenerit Musicam, ec. Vedesi quivi lodato Remigius quondam Artis Musicae Scriptor. Nel fine si legge: Explicit Lucidarium Marcheti de Padua in Arte Musicae planae, inchoatum Cesenae, perfectumque Veronae anno MCCLXXIV. Nell’Epistola si vede nominato il padre di Giovanni conte di Gravina (cioè Carlo II re di Sicilia) clarae et excelsae memoriae, di modo che si può credere ch’egli fosse già mancato di vita. Ora Carlo II solamente nell’anno 1309 cessò di vivere. Adunque il Lucidario dovette essere cominciato e terminato forse nel 1274, e dedicato dopo il 1309, se pure non s’ha ivi da leggere, come io sospetto, anno MCCCXXIV (Vedi quello che di Marcheto notò lo Scardeone nel lib. de claris Civib. Patav.). Poscia nel codice Ambrosiano seguita Pomerium Marcheti de Padua in Arte Musicae mensuratae, dedicato Praeclarissimo Principum Domino Roberto Dei gratia Hierusalem et Siciliae Regi, fratello del suddetto Giovanni conte di Gravina. Quivi egli cita Magistrum Franconem Musicae Scriptorem. Finalmente in esso codice comparisce Ars cantus mensurabilis edita a Magistro Francone Parisiensi. Il suo principio è questo: Quum de plana Musica quidam Philosophi sufficienter tractaverint, ec.

Non farò fine a questo argomento senza accennare un difetto, che si può osservare ne’ Letterati de’ secoli barbarici. Non mancava certamente ingegno e giudizio agli studiosi di allora; ma loro mancava la critica, cioè la maniera di scoprir le favole, le imposture, e tutto ciò che la malizia o la semplicità o l’incauta credulità avea dianzi fabbricato, o tuttavia inventava di contrario alla verità. Niun tempo vi fu, che si potesse gloriare d’essere esenti da impostori e falsarj; niuno, in cui la fantasia dell’ignorante e rozzo volgo non abbia concepito delle finzioni, o non abbia a braccia aperte accolto le lavorate da altri. Anzi quanto più maravigliose erano una volta le cose sparse fra i popoli, tanto più ansiosamente si portava la buona gente ad abbracciarle, e correvano gli Scrittori stessi ad inserirle ne’ loro libri come gemme rare. Perciò gran voga allora avevano i miracoli falsi e i più strepitosi prodigj, come avvenimenti maggiormente degni di memoria, fra i quali oggidì non è sì facile il discernere i veri dai finti. Perciò bollendo la gara, che comune era in tutti i popoli, di andare a caccia di corpi e reliquie sante, non poche finzioni saltarono fuora: del che si parlerà nella Dissertazione LVIII, della Venerazione de’ Santi. Diedersi anche alla luce senza risparmio tante Legende (così le chiamavano) cioè Vite di Santi, non già scritte da Autori contemporanei e ben consapevoli de’ fatti, delle quali parecchie ne abbiamo che meritano d’essere lette, e con frutto si leggano, ma composte da Scrittori de’ tempi bassi, come sembrava loro verisimile, i quali anche niuno scrupolo si metteano di mischiarvi de’ racconti maravigliosi, nati nella lor sola fantasia, per tenere svegliati e attenti i Lettori. Penetrarono ancora nella Storia tanto sacra che profana queste finzioni, e fino i racconti delle vecchierelle, di maniera che pochi son gli Storici de’ secoli barbarici che, in riferendo gli avvenimenti lontani da’ tempi loro, vadano esenti da simili fole e bugie. Vidersi anche allora libri finti, ed attribuiti ad uomini insigni. Né città alcuna si troverà, che non abbia una volta abbracciato delle false opinioni, le quali peranche non ha saputo deporre. Né potè guardarsene la stessa regina delle città, Roma, dappoiché flagellata da tante calamità, perdè anche la gloria delle Lettere, nelle quali così eccellente fu una volta. Allora fu che saltarono fuora gli Atti favolosi di San Silvestro papa: cioè il Drago che col suo fiato appestava la città, e fu da lui cacciato in prigione; e la Lebbra di Costantino il Grande, e il sangue de’ fanciulli destinato per suo lavacro, e il di lui Battesimo in Roma; e l’Immagine del Salvatore dipinta in una parete, la quale si dice che allora apparve al popolo Romano. Uscirono anche in pubblico la Caduta di papa Marcellino, e il Concilio Sinuessano, e un altro Concilio Romano sotto il medesimo papa Silvestro, e la Disputa de’ Padri Cattolici co’ Giudei, e vari altri prodigj nell’Invenzione della vera Croce del Signore. Più tardi poi vi fu chi inventò le Indulgenze concedute dal medesimo alla Basilica Lateranense, e a quella di San Sebastiano fuori delle mura. Questi fatti non li seppero, non li pubblicarono gli antichi, i quali se mai ne avessero avuta contezza (e non poteano far di meno di averla, se fossero stati veri), non gli avrebbero taciuti. Però giusto è il sospetto che tali avventure fossero sognate o inventate dagli uomini de’ secoli susseguenti per voler cadauno procacciare una maggior divozione alla sua Basilica. A sì fatti esempli uno ne voglio qui aggiugnere, che mi sembra stupendo. Celebre in Roma è il tempio anticamente fabbricato in onore della Madre di Dio, ed oggidì raccomandato ai religiosissimi PP. Minori Osservanti, dove anche si venera un’Immagine della Santissima Vergine, dipinta, per quanto dicono, da San Luca. Pochi anni sono, che in iscavando il coro di essa Chiesa si scoprì un antico musaico, che tagliato in rame fu dato alla luce, ed anch’io pubblicai in quest’Opera, giacché non si truova ne’ libri di Monsignor Ciampini. Leggonsi ivi questi versi:

LVMINIS HANC ALMAM MATRIS QVI SCANDIS AD AVLAM,

CVNCTARVM PRIMA QVE FVIT ORBE SITA:

NOSCAS QVOD CÆSAR TVNC STRVXIT OCTAVIANVS

HANC ARA CELI SACRA PROLES DVM PATET EI.

Da molti Secoli Ara Caeli è appellato quel sacro tempio: e quantunque io abbia veduto tanti epigrammi posti in Roma ne’ secoli barbarici, ne’ quali non appariscono versi leonini fatti prima del mille; pure non oserei negare che questo, in cui si truovano versi tali, possa essere stato composto prima di esso millesimo. Ora abbiamo imparato da questi versi, quella essere stata la prima chiesa de’ Cristiani, e chiesa fabbricata dallo stesso Cesare Augusto, imperante il quale dalla purissima Madre di Dio fu dato alla luce il Salvatore del Mondo. Già sentii una favola, e favola massiccia, che un Imperador Pagano, e appena nato il Signore, alzasse quivi un tempio in onore di lui e di Maria. Ma sappi che tale impostura fu ne’ vecchi tempi disseminata e in molto credito, e d’essa fece menzione il gran Padre degli Annali Ecclesiastici Baronio nell’Apparato num. 26, con citare Niceforo e Suida, che ne hanno parlato, dicendola eretta da Augusto con questa iscrizione:

ARA PRIMOGENITI DEI.

Fra’ Latini Goffredo da Viterbo, il quale circa l’anno 1180 scriveva, nella Cronica (Par. XV) anch’egli lasciò scritto che Augusto consultò la Sibilla (benché niuna ne vivesse allora) perché l’Idolo del Campidoglio fosse caduto a terra:

Rettulit illa: Dei Deus est de Flamine natus,

Virginis ex utero sine seminis arte creatus.

Però Augusto Puerum devotus adorat,

Nunc aras et thura parans, offerre laborat.

Prima Deo Caeli tunc ibi thura dedit.

Tiene in oltre la Biblioteca Estense un codice di carta pergamena, scritto nel 1285, da cui trassi il Memoriale Potestatum Regiensium, da me dato alla luce nel tomo VIII Rer. Ital. Non increscerà ai Lettori ch’io gl’informi del racconto che ivi si fa del suddetto prodigio, a cui precede l’Immagine della Vergine Madre nelle nuvole, con Augusto e la Sibilla sotto i piedi. Così scrive quell’Autore:

De Visione, quam vidit Octavianus Imperator de Beata Virgine cum Christo filio suo, et Ara Caeli aperta est precibus et orationibus Sibillae, ubi praedictus Octavianus Beatam Virginem Mariam cum Christo, tenentem in brachiis Christum filium ejus, vidit in camera praedicti Imperatoris, ubi ....... in Capitolio.

Tempore praedicti Octaviani Imperatoris, Senatores videntes eum tantae pulcritudinis, quod nemo in oculis ejus intueri poterat et tantae prosperitatis et pacis, quod totum Mundum sibi tributarium fecerat, dicunt: Te adorare volumus, quia Deitas est in te. Si hoc non esset, non tibi omnia subirent prospera. Qui renuens, inducias postulavit, et ad se Sybillam Tyburtinam vocavit, cui, quod Senatores dixerant, recitavit. Quae spacium trium dierum petiit, in quibus arctum jejunium operata est. Post tertium diem respondit Imperatori:

Hoc pro certo erit, Domine Imperator,

Judicii signum. Tellus sudore madescet,

Caelorum Rex adveniet per Secla futurus.

Scilicet in carne praesens, ut judicet Orbem;

Unde Deum cernunt incredulus atque fidelis

Celsum cum Sanctis, cum jam termino in ipso

Sic animae cum carne aderunt, quas judicet ipse;

Cum jacet incultus densis in vepribus Orbis.

Rejicient simulacra viri, curam, quoque gazam.

Exuret terras ignis, pontumque polumque

Inquirens, tetri portas effringet Averni.

Sanctorum sed enim cunctae luxit lux libera carni.

Trudentur fontes, aeternum flamma cremabit,

Occultos actus retegens. Te quisque loquetur;

Secreta atque Deus reserabit pectora luci.

Tunc erit et luctus, stridebunt dentibus omnes.

Eripitur Solis jubar, et solis interit astris.

Volvetur Caelum, Lunam . . . splendet, obibit.

Dejiciet colles, valles extollet ab imo.

Non erit in rebus hominum sublime vel altum.

Jam aequantur campi, montes, et caerula ponti.

Omnia cessabunt. Tellus confracta peribit.

Sic pariter fontes, torrentes, fluminaque igni.

Et tuba cum sonitu tristem demittet ab alto

Orbe gemens miserum facinus, vanosque labores:

Tartareumque chaos monstrabit terra deinceps.

Et coram heic Domino Reges sistentur ad unum.

Procedit .... e Caelo ignisque et sulphuris amnis.

Haec de Christi Nativitate, Passione, et Resurrectione, atque secundo Adventu tradita sunt; ut si quis in Graeco Capitulo horum Versibus discernere voluerit, inveniet IHESVS CURISTVS, HIOS, THEV, SOTER; quod in Latinum translatis iisdem Versibus apparet; propter quod Graecarum literarum proprietas non adeo potuit observari. Credo vos, o inimici Judaei, tanti  ... esse confutaturos esse ipsa veritate, ut nihil aliquid repugnare, nihil quaerere debeatis. Illico apertum est Caelum, et nimius, splendor irruit super Eum. Et vidit in Caelo quamdam pulcherrimam Virginem stantem super Altare, Puerum tenentem in brachiis. Et miratus est nimis: et vocem dicentem audivit: Haec Ara Filii Dei est. Qui statim procidens in terram adoravit. Quam Visionem retulit Senatoribus, et ipsi mirati sunt nimis. Haec Visio fuit in camera Octaviani Imperatoris, ubi nunc est Ecclesia Sanctae Mariae in Capitolio. Idcirco dicta est Sancta Maria Ara Caeli.

V’è poi aggiunto con carattere più recente: Hunc locum modo inhabitant Fratres Minores.

Puossi egli trovare impostura più temeraria e grossolana di questa? E pure ecco la ragione per cui fu composto, e cosa significasse il musaico scoperto negli anni addietro. Né io aggiugnerò, quanto tempo dappoi stette in Campidoglio il tempio di Giove, nel cui sito finalmente si piantò la chiesa de’ Cristiani. Basti questo poco intorno all’erudizione e credulità de’ tempi barbarici, l’ingegno e costumi de’ quali volesse Dio che ognuno una volta gli avessi deposti. Il resto degli avvenimenti delle Lettere in Italia l’ho riserbato alla Dissertazione seguente.

 

Note

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[1] Da ciò ebbe origine a’ nostri tempi l’arte di leggere i Palimpsesti, ossia quella prima scrittura lavata o raschiata per sovrapporvene un’altra. Primo il marchese Maffei diede quest’esempio, che fu seguito con tanto successo da Monsig. Angelo Mai, che ci presentò redivivi il Frontone, il Dionigi e lo stesso Cicerone ne’ suoi libri De Republica.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011