Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XLII

Dell’origine de’ Cognomi.

Dopo avere parlato dell’uso dei nomi e soprannomi de’ vecchi tempi, convien dire ora qualche cosa di particolare dei cognomi. Già s’è avvertito che sotto i Re Longobardi e Franchi non ebbe il Regno d’Italia in uso di distinguere col cognome le famiglie [1]. I Romani e Napoletani, che non soggiacquero ai dominanti di esso Regno per lungo tempo, né pur essi praticavano questo rito. Anastasio Bibliotecario e Giovanni Diacono, autore delle Vite degli antichi Vescovi di Napoli, ci fanno vedere tanti nomi di persone che solamente si distinguevano dall’altre o per ragione del padre, o per la qualità del loro ufizio. Ma a poco a poco si venne intendendo, in quanto utile dell’umano commerzio potesse tornare il valersi de’ cognomi, come usarono i Romani vecchi, non tanto per distinguere una persona dall’altre, quanto ancora per differenziar tra loro le famiglie. Pongo io adunque che alcun poco nel secolo X, più nell’undecimo, e in gran copia poi nel dodicesimo, si dilatò e fissò l’uso d’essi cognomi. Non in un solo secolo, dissi, impararono gli uomini di contrassegnar con questo mezzo le loro prosapie: gran tempo vi volle. Perciocché siccome ora la bassa gente non adopera sigilli, così né pure per gran tempo dopo l’anno 1100 usò di adoperar cognomi. Il perché, siccome ho io osservato in assaissime memorie dell’archivio Estense, anche nel secolo XV gran copia di gente ignobile si truova priva di questo distintivo. I primi che fra gl’Italiani cominciassero a prevalersene, pare che fossero i Veneziani, secondo che notò Andrea Dandolo nella sua Cronica da me data alla luce. Egli all’anno 809 ci presenta Angelo Particiaco [2] doge di Venezia; e all’anno 827 Giustiniano Particiaco; all’anno 829 Giovanni Particiaco, con altri susseguenti, ch’io tralascio. Così rapporta egli all’anno 887 Pietro Candiano, e poscia altri dogi Particiachi, Candiani, Badoarii, Orseoli e Memi, per tacere degli altri che precederono l’anno millesimo della nostra Era. Dall’archivio della nobil Casa de’ Conti di Collalto a me fu inviata copia di un diploma dell’anno 963, in cui Ottone I Augusto dona a Vitale Candiano Veneziano la corte di Musestre. Questo Vitale probabilmente è quegli che pochi anni dipoi si truova creato doge di Venezia. Tuttavia potrebbe darsi chi non sì facilmente si acquetasse all’autorità del Dandolo, allorché egli scrive che a’ tempi di Carlo Magno, ed anche prima, fiorivano le stesse nobili famiglie, e distinte co’ proprj loro cognomi, che tuttavia per la cospicua nobiltà risplendono in quell’inclita città. Sono esse annoverate da lui colle seguenti parole: Particiaci, qui nunc Baduarii appellati sunt; Versilvi, sive Benigni, qui idem sunt; Candiani, qui hodie secundum plurimos Sanuti vacati sunt, ec. Centranici, Bonadi, Barbadici, Mauroceni, Brandanici, sive Bragadini; Nigri qui dicti sunt Mauri, ec. Non è di tanta antichità il Dandolo (scriveva egli circa l’anno 1330) che si abbia a tenere per sicuro testimonio di tali asserzioni. Per altro sono io di avviso che niuna città di Europa possa paragonarsi co’ Veneziani, per quel che riguarda l’aver conservata per assaissmi secoli la condizione delle nobili sue famiglie. Perché a niuna altra città è avvenuto di saper mantenere per sì lunga serie di anni non solamente il suo dominio, ma anche l’interna sua pace, non avendo permesso la saviezza di que’ nobili cittadini che si radicassero giammai fra loro quelle domestiche fazioni che tanta rovina inferirono all’altre città d’Italia, e insieme alle nobili famiglie di esse; né ad alcuno anche potentissimo nemico riuscì mai di torre a que’ liberi abitanti una città sì ben difesa, perché attorniata dal mare, e di stendere colà la sua signoria. Da ciò è proceduto che quivi più che altrove, la Nobiltà mantenne e propagò la sua stirpe per secoli parecchi. In oltre sappiamo, qual gran commerzio passasse anticamente fra i Veneziani e i Greci, anche allorché regnavano in Italia i Longobardi e Franchi. Non mancherebbero Autori ed esempj a chi volesse provare che non vennero mai affatto meno i cognomi nella Greca nazione: anzi furono presso di loro in uso anche i soprannomi. Cedreno sotto Costantino Monomaco nomina, Asane chiamato il Sordo, e sotto Leone figlio di Basilio Niceta Patricio soprannominato Sclero, cioè Duro. Poterono adunque i Veneziani imparar dai Greci l’uso de’ cognomi, o conservarlo appreso dai Latini. Ma se nel secolo ottavo e nono si udissero quei che oggidì distinguono le lor nobili Case, o se i posteri si sieno immaginati di trovarli in quegli antichissimi Magnati, lascerò io deciderlo ad altri. Per me non oso senza buone pruove di farlo. Certo è bensì che almeno nel secolo decimo non pochi de’ Nobili Veneti ai loro nomi aggiugnevano il cognome. Di sopra abbiam veduto Vitale Candiano nominato da Ottone I Augusto. In un altro diploma di Ottone III poscia imperadore si truova menzionato Johannes Ursiolus, o Urseolus, Nuntius Petri Ducis Veneticorum all’anno 992. Era questo doge Pietro della medesima Casa, come ne siamo assicurati da Pier Damiano, il quale nella Vita di San Romoaldo chiama il di lui figlio anch’esso Doge, Petrum cognomine Urseolum, qui Dalmatici Ducatus gubernabat habenas. Aggiungasi una carta dell’anno 976, riferita al suddetto Dandolo, e contenente un accordo stabilito da Sicardo conte Justinopolitano cum Domino Petro Urseolo Venetiarum Duce, ec., propter decessum Antecessoris Petri Candiani Ducis. Francesco Sansovino anch’egli nel libro XII della Città di Venezia rapporta un placito tenuto nell’anno 956 in Curte Palatii Domni Petro Duce Candiano. Ma quello che maggiormente può comprovare tal verità, si è una carta prodotta dall’Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra nel Catalogo de’ Patriarchi di Venezia, purché sia documento sicuro e libero da ogni sospetto d’interpolazione. Da essa apparisce che nell’anno 982 erano molto familiari in Venezia i cognomi, perché a quello strumento si sottoscrive una gran copia di Veneziani, come Baduarius Bragadino, Vitalis Graeco, Johannes Bembo, Dominicus Mauroceno, Dominicus Contareno, ec.

Oltre ai Veneziani, che prima degli altri popoli d’Italia usarono i cognomi, Giovanni Villani (lib. IV, cap. 6 della sua Storia) scrive che anche i Fiorentini nei secoli antichi praticarono la stessa distinzione delle famiglie, con citarne molte d’esse le quali erano mancate al suo tempo. Scriveva il Villani, come ognun sa, circa l’anno 1340 sino al 1348. Perciò né pur egli può servire di autentico testimonio per assicurarci di quel che afferma. Esistono non pochi antichi strumenti di Firenze e del resto della Toscana, o già pubblicati, o tuttavia conservati negli archivj, che ci fanno conoscere, non ascendere i cognomi Fiorentini più in là dell’altre città d’Italia. Circa l’anno 1490 fioriva ancora Pellegrino Prisciano, uomo dottissimo tra’ Ferraresi, del quale restano nella Biblioteca Estense alcuni libri, con essersi perduti gli altri. Cercando egli, quali fossero le famiglie antichissime della sua patria, accenna una carta dell’anno 973, in cui nominati si veggono Guarinus Comes Ferrariensis, Athelardus filius Guilielmi, Petrus de Patritia, Urso Judex, Johannes Dativus (cioè giudice straordinario), Petrus et Stephanus Dativi, Arderatus et Rambertus Comites, Leo de Andrea Consul, Rofredo filius ejus, Leo Consul, Gregorius de Daniele, Gregorius Consul, Petrus Consul filius Leonis Consulis, Anselmus Consul filius Raimbaldo, Paulus Consul qui vocatur de Nastasia, Johannes qui vocatur Christini, Petrus qui vocatur Bordellus, Johannes qui vocatur Vassallo, Leo Romani, Johannes qui vocatur de Bosio, Petrus qui vocatur Stancario, Ignezo qui vocatur Imbosemato, ec. Pare che qui compariscano cognomi, ma a mio credere non son tali. Già si vede che i più vengono distinti dal nome del padre o della madre. Altri portano un soprannome, come Bordellus, Stancarius, Imbosematus, ec., che sono tratti dalla lingua volgare; ed altri sono identificati dalla patria. Però sembra che anche i Ferraresi si uniformassero con gli altri Italiani in questa parte.

Ora facciam vedere onde prendessero origine i cognomi per disegnar le persone di qualsivoglia famiglia: il che tornò in gran comodo del commerzio umano e della Storia. Primieramente cominciarono i Nobili antichi a prendere il cognome dal luogo del loro dominio, che dai padri si tramandava ai figli e nipoti, conoscendosi con ciò quella nobile e potente famiglia. Perciò la Real Casa di Francia, che nell’antichità non ha chi le vada innanzi, o cognome non ha, o in luogo di cognome serve la denominazione dell’ampiissimo Regno in cui da tanti secoli signoreggia. Allorché noi diciamo la Casa di Francia, intendiamo tosto che si parla di quella celebratissima serie di Monarchi a’ quali fu ed è soggetto il Regno di Francia, e chi dalla medesima per varie linee è disceso. Così quando nominiamo l’Augustissima e nobilissima Casa d’Austria, che tanti imperadori ha fino a’ dì nostri dato al Romano Imperio, significhiamo quella famiglia di principi sublimi che possiede da più secoli il Ducato dell’Austria, colla giunta di altri Regni e Stati. Per lo più segno e pruova di un’antica nobiltà si è, particolarmente nei potenti e gran signori, il tirare il loro cognome da qualche provincia, città o luogo; perciocché sovente si riconosce che signori tali anticamente dominarono in quel Ducato, Marchesato o città, alcuni de’ quali tuttavia continuano nel medesimo dominio. Per la stessa ragione niun altro proprio cognome distingue due nobilissime famiglie di Principi Italiani, cioè la Reale di Savoia e la Ducale degli Estensi, se non che quella diede una volta i Conti di Savoia, poscia Duchi; e l’altra diede i Marchesi d’Este, poscia Duchi. Siccome ho io osservato nella Parte I delle Antichità Estensi, anche prima del mille gli Estensi erano chiamati Marchesi, ma senza specificare, in qual Marca signoreggiassero. Da che presero il titolo di Marchesi di Este, allora fu meglio caratterizzata l’antichissima lor Casa. Così in Germania assaissimi de’ Principi e Baroni antichi non altro cognome portano, che il preso dai loro dominj. Lo stesso avvenne di gran copia di Nobili tanto d’Italia che di Francia, i quali si denominavano dai lor feudi e signorie: benché resti poi scuro se i viventi oggidì sieno così chiamati o perché possedevano una volta que’ luoghi, o pure perché erano nativi di là. In una donazione fatta nell’anno 1104 dalla contessa Matilda al Monistero di San Salvatore nell’Alpe di Frontone, servono per testimonj molti di essi Nobili, alcuni de’ quali, se non tutti, erano vassalli della medesima Contessa. Comes Albertus de Sabloneta è distinto dal titolo della sua signoria. Non si sa bene se Ragimundus de Bagise (oggidì Baise), Ugo de Nonantula, Sasso de Bibianello e Corvolus de Feroniano (oggidì il Frignano picciola provincia del Modenese) possedessero que’ luoghi, o pur fossero di que’ luoghi, come senza fallo erano Wigelmus de Ferraria, Wido de Pisa. All’incontro non credo che si possa dubitare che provenisse il cognome a molte antiche famiglie Modenesi dalle lor signorie, come quelle di Sassuolo, di Rodeglia, di Gomola, di Ganaceto, di Savignano, di Gorzano, di Varana, di Balugola, di Macreta, per tacer d’altre. Così la riguardevol famiglia de’ Marchesi Montecuccoli signoreggiava, come oggidì, così anche nel secolo XII nel castello di Montecuccolo. Onde abbia avuto origine l’insigne e chiarissima famiglia de’ Marchesi Rangoni parimente Modenesi, è tuttavia scuro: giacché son favole le recate da Francesco Sansovino nel libro delle Illustri Famiglie d’Italia. A me sembra verisimile che la medesima venisse in Italia dalla Germania, forse sul principio del secolo XII. Altrove in quest’Opera ho prodotto una carta dell’anno 1167, in cui si truova Dominus Girardus Rangonus Imperatoriae Majestatis per Mutinae Episcopatum et Comitatum Legatus. Così al medesimo Gerardo in altra pergamena, da me rapportata nella Parte I, cap. 30 delle Antichità Estensi, fu data da Guelfo duca di Spoleti e Marchese di Toscana la corte di Gavassa nell’anno 1166. Noi troviamo nella Vita di San Meinwerco vescovo di Paderbona (tomo I Script. Brunsvic del Leibnizio, pag. 539) Castellum de Rangun, non so se nella Westfalia, o nella Sassonia. Sembra verisimile che di là prendesse il suo cognome questa nobil Casa. Così nel Reggiano le illustri famiglie di Canossa, di Sesso, di Fogliano, di Dallo, di Carpineto, di Palude, ora di Palù, trassero il loro cognome dai luoghi dove una volta erano signori.

Rafaello Volaterrano nel lib. XXII Anthropolog. cercando l’origine della nobilissima Casa Colonna, dice: De ea nihil exploratum: Auctorem tamen habeo, qui dicat eos ex Oppido Columna descendisse. E con ragione, essendo questa la sua vera estrazione, e non già che abbiano presa tal denominazione dalla lor arme, dove comparisce una colonna. Odi Pandolfo Pisano nella Vita di Pasquale II papa (tomo III, pag. 355 Rer. Ital), il quale circa l’anno 1104 così scrive: His diebus Petrus de Columpna Cavas, scilicet Oppidum de jure Beati Petri, invaserat: sed dum aliena contumaciter retinere nititur, turpiter amisit et propria. Egressus urbe Dominus Papa Cavas recepit. Columpnam et Zagarolum, Oppida juris ipsius, sapienter expugnata, prudenter sunt capta. Maggior lume riceverà tal verità da due carte, prese dal codice MSto di Cencio Camerario, che io ho pubblicato, e che serviranno a 1462 meglio comprovare la potenza de’ Colonnesi nel secolo XII. Dalla prima, scritta nel 1151, apprendiamo che Oddo de Columna, consentiente ejus fratre Carsidonio, vende a papa Eugenio III medietatem totius Tusculanae civitatis con altri beni, exceptis terris de Columna, et terris de Zagarolo. L’altra carta dell’anno 1152 contiene la rinuncia che fa Oddo Frajapanis (cioè Frangipane) a Bernardo Cardinale di San Clemente, che accetta a nome del Papa, d’ogni suo gius di pegno, a lui competente sopra la Città Tosculana, e ch’egli aveva acquistato ab Oddone de Columna. Sicché non solamente furono i Colonnesi in quel secolo padroni della terra di Colonna, ma anche della Città Tosculana, e però gagliardo motivo a noi si porge di credere l’insigne Casa della Colonna derivare dagli antichi Conti Tusculani, tanto rinomati nel secolo decimo. Che se noi passiamo a Milano, parimente troveremo che le antiche rinomate famiglie tiravano il cognome dalle terre di lor dominio; per esempio quelle de Castilliono, de Carcano, de Marliano, de Landriano, de Arciago, de Rhaude, de Birago, de Buis o sia de Buiso, de Turre, la quale v’ha chi crede venuta dalla Francia a Milano. Ma non si dee tralasciare che dappertutto s’incontrano famiglie, particolarmente del volgo, che riconoscono il cognome da qualche luogo, non già perché quivi signoreggiassero una volta, ma perche abitavano quivi, e son passate in altro paese. Anche anticamente la sola patria distingueva una persona dall’altre.

Secondariamente cognomi ci sono, formati dal nome proprio di qualche ascendente. Ciò accadde allorché i figli per identificare la lor persona e casa aggiugnevano, siccome vedemmo, al suo proprio nome quello del padre o della madre. Che se celebre era la fama o la potenza di quel padre, seguitavano anche i nipoti e posteri a valersi di quel nome per loro cognome. In una carta Lucchese dell’anno 990 Farolfo e Teudegrimo, filii quondam Farolfi, prendono a livello alcuni campi da Adalongo vescovo di Lucca. Nel rovescio di quella pergamena con caratteri antichi sta scritto: Datum Farulfo et Teudegrimo germanis quondam Farolfi, de quibus descendunt Lambardi quidam de Sancto Miniate, scilicet Cavalca Lambardus et filii, scilicet Arigettus Vicecomes Episcopatus in Tempiano, et Tojano, et Cornuli, et ejus finibus. Et vocantur modo filii Farulfi; et est Feudum eorum. Si osservi il titolo di Lambardus procedente da Langobardus: col qual nome una volta erano disegnati i Nobili, come già notò Camillo Pellegrini, uomo di singolar giudizio. Così nel di dietro di un’altra pergamena, scritta nell’anno 880, si legge: Habent in Feudum Lombardi de Ghezano Vallisherae. Ascoltisi ora ciò che ha Ricordano Malaspina nella Storia Fiorentina, cap. 34. Ancora (dic’egli) erano venuti ad abitare a Firenze la schiatta de Figiovanni: e questi furono antichissimi e gentilissimi uomini ricchi in Firenze. Cioè Figli di Giovanni erano appellati gli uomini di quella schiatta, da qualche Giovanni, celebre loro antenato. Poscia aggiugne: Di questa famiglia ne uscirono e discesono più famiglie per innanzi, siccome furono Fighineldi, Firidolfi, ec. Nomi tali apprese Giovanni Villani dal Malaspina, e gl’inserì nella Storia sua, con ricordare anch’egli i Fifanti, i Figliuoli Petri, ed altri simili. Un eguale esempio si vide ne’ nostri paesi, cioè di un Manfredi, da cui discesero le nobili famiglie de’ Pii, signori una volta di Carpi, de’ Pichi, tempo fa duchi della Mirandola; de’ Papazzoni, Fanti, Padelli, Manfredi, ed altre linee, ora o estinte, o prive di sostanze. Tutti si chiamavano de’ Figli di Manfredi. Nell’antico Registro del Comune di Modena si legge la cittadinanza di Modena, che nell’anno 1179 giurarono Filii Manfredi, videlicet Pius, Passapuntus, Manfredinus, Infans, Albertus de Borzano, Manfredinus de Pizo (o sia de Pico) et Guidetus. Nelle Raccolte MSte di Pellegrino Prisciani v’ha una carta dell’anno 1263, in cui Landolfo abbate di San Silvestro di Nonantola investì jure honorifici Feudi Dominum Bernardinum Padellam, Dominum Guidonem Domini Falsagrati, Dominum Albertinum et Dominum Constantinum de Pedochis, Dominum Philippum et Dominum Albertinum filios Domini Azolini, Dominum Anzolinum et Dominum Johannem de Bonifatiis, Dominum Manfredum et Dominum Ariverium Bellablonda, Dominum Matthaeum et Dominum Paganellum de Papazonibus, Dominum Manfredum, Dominum Leonardum et Dominum Bernardinum de Piis, Dominum Nicolaum de Prendepartis, Dominum Rainerium, Dominum Manfredum, Dominum Udoricum, et Dominum Gerardum de Fante, de FILIIS MANFREDI, di varj beni, ec. Da quel vecchio Manfredi eran discese tutte queste linee, alle quali si debbono aggiugnere quelle de’ Manfredi e Pichi, denominati Pizi de Mirandula in un’altra carta dell’anno 1348. Chi fosse quell’antico Manfredi, e quando fiorisse, potrebbe dircelo un diploma di Carlo Magno dell’anno 808, passato dalla Mirandola nell’archivio Estense, nel quale esso Augusto dice di rimandare in Italia fra gli altri Langobardi Manfredum de Civitate Regia, con ordinare che sia rimesso in possesso di tutti i suoi beni. Concorrono molti segni per far credere sincero questo documento; ma dicendosi dato nell’anno XXXVIII del Regno d’Italia, quando correva l’anno XXXIV, e la sottigliezza della membrana, diversa dall’usata e da me veduta in tanti altri diplomi, ciò basta per dichiararlo una finzione. Il Contelori nelle Memorie della Contessa Matilda pubblicò uno strumento, in cui essa vien rappresentata concedente in feudo ad Ugo figlio di Manfredi Curtem Quarantulae cum castello Mirando. Quello è un documento spurio. Per altro non è da dubitare che in que’ tempi fiorisse Hugo filius Manfredi, trovandosi egli fra i testimoni in più carte della suddetta Contessa, date alla luce dal P. Bacchini, e in una da me rapportata nella Dissertazione VI, dove si leggono Albertus et Hugo filii Maginfredi, cioè Manfredi, nell’anno 1113. Questo Manfredi probabilmente è quegli onde discesero le suddette famiglie, e che fu uno de’ vassalli della medesima Contessa; come ancora Opizo de Gonzaga, da cui venne la nobil famiglia che per tanto tempo signoreggiò la città di Mantova.

Non da altro fonte, che dal nome del padre, trassero il loro cognome varie nobili case di Napoli e Firenze, come Costanzo, Agnese, Andrea, Pandone, Gennaro, Matteo, Daniele, Vincenzo, Alessandro, ec.; Uberti, Ubertini, Donati, Tedaldini, Filippi, Rodolfi, Alberici, Cipriani, Lamberti, Tebaldi, Arigucci, Riccardi, ed altre che non importa riferire, e delle quali si truova esempio anche nell’altre città d’Italia. Ma io non posso già tralasciare la celebre Casa Orsina, ornamento della regina delle città, Roma, che tanti Pontefici ha dato alla Chiesa di Dio. Rafaello da Volterra nel lib. XXII dell’Antrophol. con addurre la testimonianza del Petrarca, che di niun peso è in tale circostanza, deduce l’origine degli Orsini dall’anno 580 dell’Era Cristiana. Altri dopo di lui fin dai più remoti secoli ci vorrebbero far credere florida questa nobil Casa, favole sopra favole (chieggo perdono se parlo così) fabbricando a loro capriccio. Dirò io quel ch’ è certo, giacché non ha bisogno così illustre schiatta di documenti dubbiosi, e molto men di bugie, per provare la rara sua nobiltà. Penso io dunque che gli Orsini non da un Orso che comparisce nelle lor armi, non dagli Orsini vivuti ne’ tempi della Romana Repubblica, ma da qualche insigne personaggio nomato Orso trassero la lor distinzione, essendo passato quel nome in cognome. Perciò negli antichi tempi erano essi chiamati de filiis Ursi. Da questa famiglia il primo che fosse assunto al Pontificato Romano, fu nell’anno 1191 Giacinto cardinale di Santa Maria in Cosmedin, che prese il nome di Celestino III. Per gran tempo, e dallo stesso cardinal Baronio, non s’è saputo ch’egli fosse di Casa Orsina, perché negli antichi cataloghi vien solamente intitolato filius Petri Bubonis. Ma oggidì questo è punto chiaro e incontrastabile. Odi l’autore della Vita di papa Innocenzo III successore di esso Celestino (Part. I del tomo III Rer. Ital.). Racconta egli le sedizioni mosse in Roma nell’anno 1208, quorum incentores et auctores fuerunt filii Ursi, quondam Caelestini Papae nepotes, de bonis Ecclesiae Romanae ditati, hac occasione dumtaxat, quod inter Domum Petri Bobonis, ex qua ipsi per patrem descenderant, et Domum Romani de Scorta, ex qua Dominus Papa per matrem descendit, veteres aemulationes fuerunt. Più sotto scrive: captam quamdam Turrim filiorum Ursi, propter injuriam perpetratam, ec. A maggiormente condecorare la Casa Orsina concorre nell’anno 1277 l’assunzione al Pontificato di Niccolò III, celebratissimo papa, che in arricchire i suoi si mostrò assai diligente. Nella Vita di Celestino V papa, composta da Jacopo cardinale di San Giorgio ad Velum Aureum circa l’anno 1317 (ristampata nella Parte I del tomo III Rer. Ital.), è parlato di Matteo Rosso cardinale Orsino colle seguenti parole:

... genuit quam Nobilis Ursae

Progenies, Romana Domus, veterataque magnis

Fascibus in Clero, pompasque experta Senatus:

Bellorumque manu grandi stipata parentum;

Cardineos apices, necnon fastigia dudum

Papatus iterata tenens ...

Ecco che le ultime parole ci assicurano di nuovo, aver già la schiatta Orsina dati due Papi alla Chiesa, cioè Celestino III e Niccolò III; e quel Cardinale si vede chiamato Progenies Ursae, se pur non fu scritto Ursi; ché questo era l’usato modo di dire. Anche da Salla o Saba Malaspina nella Cronica Siciliana, lib. III, cap. 20 (tomo VIII Rer. Ital. ) all’anno 1267 si veggono nominati Dominus Neapoleon et Matthaeus frater ejus de filiis Ursi, amendue poscia cardinali. Da quello Storico vien poscia menzionato Dominus Rainaldus de filiis Ursi. Perciocché fino a quel tempo molti de’ Nobili Romani si distinguevano dagli altri col nome del padre. Fu pubblicata dal cardinal Baronio la concordia stabilita nell’anno 1188 fra Clemente III e il Senato Romano, ma difettosa. Ho io da un codice Estense dato intero quello strumento, dove si legge dare Senatoribus Presbyteria consueta, cioè i doni o regali che il Papa soleva in varie occasioni distribuire ai Magistrati Romani, come di sopra fu dimostrato nella Dissertazione III. Quivi dunque i Senatori sono in questa maniera registrati. Angelus Ser Romani de Pinea; Bobo Stephani de Octaviano; Fetrus Stephani de Transtiberim; Romanus Senebaldi; Rainerius Rainaldi de Ramucio; Johannes de Schinando; Cafarus Bartholomaei; Petrus Nicolai; Fusco de Berta; Guido Bobonis, ec. Così tanti altri di que’ Senatori sono identificati col nome del padre o della madre. Colui che ivi è nominato Guido Bobonis probabilmente era zio paterno di papa Celestino III, giacché, siccome dicemmo, suo padre fu Petrus Bobonis. In una carta ancora dell’anno 1191, che ricavata dal codice di Cencio Camerino ho io data alla luce, dove si contiene la tenuta di Tosculano, conceduta dal Senato Romano al Papa e alla Chiesa Romana, è nominato Laurentius Thomae de Ursinis. Truovasi ancora nominato Bobo frater Domini Cardinalis Hyacinthi Apostolicae Sedis Legati, cioè di chi fu poi papa Celestino III, in un privilegio dato alla Chiesa Romana da Fernando re delle Spagne colla donazione del castello di Thoraph nell anno 1172. E in uno strumento di permuta di alcune castella fra papa Adriano IV, e Landolfo e Landone signori di Aquino, fatta nell’anno 1157, leggiamo Oddonem Bobonis, et patrem suum, et fratres suos germanos, et consobrinos, et patruos, et avunculos suos, i quali verisimilmente appartengono alla stessa Casa Orsina, anche in que’ tempi assai potente.

In terzo luogo noi abbiamo trattato nella precedente Dissertazione de’ soprannomi e convien ora aggiugnere, essere derivati da questo fonte non pochi cognomi delle famiglie. Imperciocché tal possesso prendevano nomi tali inventati dal popolo, che non solamente servirono a distinguere una persona dall’altre, ma passarono anche ne’ lor figli e nipoti; e gli stessi Nobili, o per uso o per forza, venivano astretti a prendere ed usare quella denominazione per contrassegnare la lor famiglia. Così le antichissime Case de’ marchesi Malaspina e Pelavicini, oggidì Pallavicini, videro cambiarsi il loro soprannome in cognome. Tal costume chiaramente si scorge in uno strumento del 1208, che pubblicai nelle Giunte alla Cronica Casauriense (Par. II del tomo II Rer. Ital. pag. 992) dove è nominato Rustico Comes, qui rectum nomen Atto vocatur, cioè Azzo. Il soprannome fu Rustico, come apparisce dalla sottoscrizione, cioè Signum manus Actonis Comitis, qui supranomen Rustico vocatur. Per questa via si formarono in Padova le famiglie de’ Maltraversi, Pappafava, Frigimelega, Scalzi, Cathari, Trappolini, ed altre; così in Genova quelle de’ Maluccelli, Castagna, Guercii, Embriachi, Streiaporci, Baratieri, Grilli, Falamonica, Caudelupi, Piccamigli, Ficomattarii, ec. Né differente fu in Bologna l’origine del cognome di molte nobili Case, come Boncompagni, Fachinetti, Bentivogli, Bianchetti e Bianchini, Grassi, Bolognini, Guastavillani, Seccadenari, Boccadiferri, Mattuiani, Mezzavacca, Magnavacca, Malvezzi, ec. Avvenne anche in Firenze lo stesso, facendosi ivi udire una volta le famiglie de’ Bonaguisi, Belculacci, Beccuti. Baroncelli, Ubriachi, Importuni, Fereboschi, Tornaquinci, Tignosi, Pazzi, Boccatondi, ec. Non v’ha città in Italia, che non possa trovare di somiglianti cognomi nelle sue famiglie; e non ne andò senza la stessa splendidissima città di Roma. Negli strumenti Romani poco fa accennati si truova menzione Obitionis Calidi-Bucconis, Petri Barilis, Guidonis Mancini, Stephani Contebracae (probabilmente Cortabraca), Gregorii Malebranchae, Odonis Caputferri, Johannis Buccemazi, Petri Latronis, Matthaei Mecum-in-pugna, ec. Truovasi altrove Bocca-Porcina, come ha il Baronio, o pure Bocca-Pecorina (come ha l’Autore della Vita di papa Gelasio II), Georgius Johannis Bibentis-aquam, Galganus Bucca-bella, ed altri. Così in una bolla di papa Niccolò III, data nell’anno 1059, comparisce Johannes qui dicitur Corbacchione, con vocabolo chiaramente Italiano. Ma spezialmente si dee annoverare fra le Case distinte da un soprannome l’antichissima de’ Frangipani Romani, che celebre ne’ secoli andati, ultimamente, ancora diede alla città di Roma un Senatore, cioè il marchese Mario. Nelle carte antiche Frejapane si vede essa nominata, quasi Frega-pane; e tal denominazione sembra confermata da Goffredo abbate Vindocinense, lib. I, epist. 8, in cui scrive di avere inteso (per quanto pare, nell’anno 1094) piae recordationis Domnum Papam Urbanum in domo Johannis Frica-panem latitare, et contra Guibertistam (forse Guibertistarum) haeresim viriliter laborare. Bertoldo da Costanza scrive a quell’anno, che la casa di que’ Nobili era come una fortezza. Ma altri ci sono, che da frangere il pane deducono questo cognome, e con più ragione. In una carta dell’anno 1186, che riferirò nella Dissertazione L, si truova Otto Frangens-Panem Praefectus Romae. In altri vecchi monumenti la lor famiglia è nominata Frajapane, Fragapane, Fragepane, e finalmente Frangepane e Frangipane. Nella Parte II del tomo II Rer. Ital. si legge un insigne placito tenuto in Roma nell’anno 1014. Si sottoscrive Leo, qui vocatur Frangepane, e Benedictus qui supernomen Bocca-Pecu. Così nella donazione fatta l’anno 1089 dalla contessa Matilda alla Chiesa Romana si legge in praesentia Cincii Frejepane. Qual poi fosse la potenza di questi Nobili in Roma nell’anno 1118, ne fanno fede gli Annali Ecclesiastici; perché eletto pontefice Gelasio II, a cagion della contraddizione di Cencio Frajapane e de’ suoi parenti, fu obbligato a fuggirsene in Francia. All’incontro nell’anno 1130 niuno fu più costante che i Frangipani in favore di papa Innocenzo II contra dell’antipapa Anacleto, di modo, che per testimonianza dell’Autore della Vita di esso Pontefice (Parte I del tomo III Rer. Ital.) praeter Frangepanum et Cursorum munitiones Papa Innocentius nullum in Urbe subsidium haberet. Anche il Rinaldi negli Annali Ecclesiastici all’anno 1218 rapporta una lettera di papa Onorio III, che esalta l’invitta fede, quam Magnifici viri antiqui Frajapanes a progenie in progenies erga Romanam Ecclesiam habuerunt. Ho io tratta dal codice di Cencio Camerlengo la locazione della metà del castello di Radicofani, fatta da Rinieri abbate del Monistero di San Salvatore del Monte Amiato a papa Eugenio III nell’anno 1153, dove sono sottoscritti Centius Frajapanis, egregius Romanorum Consul; Odo Frajapanis, strenuus Romanorum Consul; Johannes Frajapanis filius Domini Centii, Romanorum Consul. Truovasi il medesimo Cencio sottoscritto ad una permuta di castelli, fatta nell’anno 1167 fra papa Adriano IV e Adinolfo da Aquino, e seco Oddo et Centius nepotes ejus. Ma di più non occorre per dilucidare la distinta nobiltà di questa famiglia.

In quarto luogo non pochi cognomi nacquero dalle dignità godute, o dalle arti esercitate dai maggiori. E quantunque col tempo mancassero tali dignità, né più si esercitassero quelle arti, pure ne continuò la denominazione ne’ posteri. Così la nobil famiglia de’ Conti Romani, che più d’un Pontefice diede alla Chiesa Romana, discende dai Conti di Segna; e quantunque n’abbia perduto il dominio, ne ritiene tuttavia il titolo. Così la famiglia illustre de’ Conti di Padova, da cui discendeva il chiarissimo filosofo Antonio abbate Conti, che finì di vivere del 1749, fondatamente si crede originata da antenati stati Conti, cioè governatori di quella città. E chi v’ha che non conosca la celebre Casa de’ Visconti di Milano? Anche la riguardevole de’ Visconti Piacentini produsse Gregorio X papa, personaggio insigne per la sua santità. Durano tuttavia in alcune città d’Italia famiglie nobili che trassero il loro cognome da altre dignità, come gli Avvocati (delle 1471 chiese) oggidì Avogadri, i Confalonieri, i Capitani (mutata la voce in Cattanei); i Vicedomini, ora Visdomini; i Cancellieri, i Valvassori, i Dottori, gli Alfieri, i Giudici, i Castaldi, i Preti, i Cherici, ec. Quanto all’arti, ordinariamente niun cognome v’ha preso da esse, che non indichi essere quelle state proprie di alcuno degli antenati, e passatone poi il nome in retaggio ai discendenti. Io che qui scrivo, difficilmente posso ingannarmi in credere che alcuno de’ miei maggiori fosse di profession muratore. Lo stesso è permesso di pensare dei Sarti, Ferrari, Fabri, Medici, Speciali, Notai, Banchieri, Munari, Marescalchi, Beccari, Formaggiari, Fornari, Cerettani, Canevari, Capellari, Pelliciari, Barbieri, Magnani, Caprari, Orefici, ed altri simili cognomi, che per moltissime città d’Italia, ed anche di Francia, Inghilterra e Germania facilmente s’incontrano. S’ha nondimeno da osservare che talvolta sì fatti cognomi hanno avuta origine non da qualche arte, ma da un soprannome. Ne’ Paralipomeni dell’Anonimo Salernitano, cap. 67 (Par. II del tomo II Rerum Italic.), quei di Salerno chiamavano per ischerno Fabrum Ferrarium Radelchi principe di Benevento, perch’egli in gioventù si dilettò dell’arte degli orefici. E tali furono i principali fonti de’ cognomi. Altri assaissimi provennero dal possesso di qualche podere, dalla lor casa, da una piazza, da un tempio, da una via, fontana, valle, monte, o da qualche segno posto nell’elmo o nello scudo, o da qualche avvenimento. Osservisi una carta del Comune di Modena, scritta nell’anno 1168, Consulibus Mutinae Domino Gerardo Rangono (della cui famiglia s’è parlato di sopra), et Alberto de Grasulfo (venne il suo cognome dal padre, o da alcun altro seniore, il cui proprio nome fu Grasolfo), et Giberto de Bajoaria (cognominato da Bazovara, dove una volta era Castello), et Arlocto Judice (col titolo di Giudice, cioè Dottore, questi si distingue dagli altri), et Alberto de Pildeguerra (forse nome del padre, o di uno de’maggiori, se pure non fu un soprannome), et Guidotto de Rolando, Guido de Martino, Ugo de Tado, Girardus de Rodulfo (distinti dal nome del padre), et Wilielmo Zacio (forse dal soprannome preso da Giaco, giuppone di ferro) ibi praesentibus. Testes Dominus Bernardus Malvezzo (dal soprannome Mal-vezzo, o Mal-vizio), et filii Godonis Albertus, et Dux (contrassegnati dal padre) Bochabadata (soprannome. Suo figlio probabilmente fu Rainerius de Buccabadata, che con Arlotto Giudice sopra mentovato intervenne alla Pace di Costanza pel Comune di Modena nell’anno 1183), Arduinus Raffachane (soprannome, forse per Aggraffa-cane), Boscetus (onde la nobil famiglia de’ Boschetti), Ugo de Garzano, Albertus de Varana, Dominus Ugo de Solaria, Ugo de Gajo, Ubertus de Balugola (denominati dalle loro castella), Passaponte, Calcagnius, Squartia, Codagnelus (soprannomi mutati in nomi), Radaldus, Teuzo, ec., et alii Nobiles et Sapientes Mutinae. Ecco quale era nel 1168 l’uso de’ nomi e cognomi in Modena. Di più non ne occorre. Ma non si dee tacere, trovarsi sovente da noi in varie e lontane città i medesimi cognomi di famiglie. Onde ciò proceda, bisogna avvertirlo. Molte volte il caso diede in diversi luoghi l’origine agli stessi cognomi, quali spezialmente son da dire i presi dall’arti. Niuna città fu priva di Medici, Fabri o sia Ferrari, Sellari, Pellicciari, Scrivani, Notari, ed altre sorte d’arti. In esse perciò nacquero essi cognomi, simili a quei d’altre città. Parimente quivi passarono in cognome i soprannomi di Rosso, Bianco, Nero o Negro, Cortese, Riccio, Zoppo, Biondo, Grosso, Grasso, Calvo, Brusato, ed altri di tal fatta. Ma quelle famiglie, che con particolari cognomi si truovano in diverse città, possiam fondatamente credere che da una passassero in altre, e propagassero in più luoghi la loro schiatta. Il che particolarmente avvenne, allorché infuriavano le fazioni, de’ Guelfi e Ghibellini. Imperciocché i Nobili di allora o spontaneamente o per forza cangiavano cielo, e colle lor mogli e figliuoli passavano in altre amiche città. Aggiungasi il duro governo de’ tiranni, le occasioni di eredità, di risse private, di delitti, di feudi acquistati, ed altre cagioni, per le quali o le intere o le divise famiglie si trasferivano in altri paesi, e quivi piantavano casa. Di quante nobili famiglie forestiere fosse arricchita per cura de’ Principi Estensi la città di Ferrara, fu già osservato dal Sardi nel libro II della Storia Ferrarese. Cioè de’ Calcagnini e Roverelli venuti da Rovigo; de’ Pii, Tassoni, Forni, Castelli, usciti di Modena; de’ Varani, già signori di Camerino; de’ Bentivogli, già signoreggianti in Bologna; de’ Bevilacqua Veronesi, degli Alvarotti e Roncagalli Padovani; degli Aldighieri, Strozzi e Rondinelli Fiorentini; de’ Tolomei e Salimbeni Sanesi; per tacer d’altri. Così da Modena si trasferirono in Bologna i Savignani, Bocca di ferro, Dosi, Boschetti, Guidotti, Garzoni, e probabilmente i Malvezzi, giacché tal famiglia era Modenese nel 1168. Altre famiglie straniere furono accolte in Bologna, come osservò il Dolfi nella Storia d’esse; e si può anche vedere nel tomo VIII Rerum Ital., pag. 91, da quante case simili fosse accresciuta la nobil popolazione di Vicenza. Certamente niuna città si mostrerà, in cui ne’ torbidi tempi dell’Italia non concorresse qualche nobil famiglia, ed ivi prendesse la cittadinanza. E particolarmente ne’ Regni di Napoli e Sicilia molte se ne truovano colà portate dai Re Aragona, o introdotte colà per occasione della milizia, o della mercatura. Pertanto dove più d’una città abbia famiglie portanti un cognome riguardevole per l’antica nobiltà, si potrà giustamente conietturare che sieno colà passate da qualche città, dove più antica si scorge quella illustre denominazione.

 

Note

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[1] Ai nostri tempi il sig. Luigi Cibrario ha scritto un’eruditissima Lettera al cav. Giuseppe Manno sull’Origine dei Cognomi. Vedi gli Opuscoli storici e letterarj del Cibrario.

[2] Gli Scrittori Veneziani lo chiamano generalmente Participazio

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011