Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XLI

Dei Nomi e Soprannomi degli Antichi.

Andiamo ora a vedere, come si regolassero i nostri maggiori nell’uso de’ Nomi, per farci strada a trattar poi de’ Cognomi nella Dissertazione seguente. E primieramente prima che i Goti e Longobardi occupassero l’Italia, continuarono in essa i nomi di origine Romana e Greca; e da’ Cristiani più sovente erano rinovati quelli de’ Santi Martiri, ed altri personaggi di celebre virtù nella Religione di Cristo. Non bastava allora ai Nobili il nome o cognome, ma ne aggiugnevano altri, per qualche eredità o parentela venuta ad essi. Così Pontius Meropius Paulinus era chiamato il santo vescovo di Nola, noto ancora per li suoi libri. Secondo l’uso di que’ tempi l’ultimo nome o cognome era quello che soleva distinguere le persone nel civile commercio; e perciò si diceva Paolino vescovo. Nel medesimo secolo fiorì Turcius Rufus Apronianus Asterius, anch’egli Console, di cui si vede un chirografo nell’antichissimo codice Mediceo di Vergilio. Nel seguente secolo ci si presentano Magnus Aurelius Cassiodorus, o pure Cassiodorius, come pretende il chiarissimo marchese Maffei; e Flavius Anicius Manlius Torquatus Severinus Boetius, corteggiato da tanti nomi, e mentovato per lo più col solo di Boezio. Ma da che piombarono in Italia come tanti sciami di mosche e vespe le nazioni settentrionali, si sminuì, anzi venne meno tanta comitiva di nomi, e le stesse orecchie Romane cominciarono ad avvezzarsi alla semplicità, e a contentarsi di un nome solo. Questo era per lo più rozzo ed aspro, perché derivato dall’antica lingua Germanica, e poi latinizzato, come Liutprand, Auduald, Rothar, Potelfrit, Rixolf, Radpert, Agiluf, ed altri simili. Né più soavi furono i nomi provenienti dai Franchi, perché anch’essi di nazione Germanica. Ora in que’ secoli, ne’ quali viveano mischiati gl’Italiani nativi con que’ popoli barbari, si conservarono bensì presso qualche popolo i nomi de’ Romani e dei vecchi Santi, o per motivo di divozione, o perché nati dagli antichi Italiani, abborrivano i nomi barbarici, gelosi di conservare quei della propria nazione. Ciò spezialmente si praticò in Venezia, Ravenna e suo Esarcato, e durò sempre in Roma, perché città che si conservò illesa dall’unghie de’ Longobardi. Ma nel Regno d’essi Longobardi, che si stendeva per la maggior parte d’Italia, di lunga mano più furono i nomi presi da quella nazione, che i venuti dal Lazio. E questo si vede praticato dai monaci stessi, perché abbondando i matrimonj fra gli antichi e nuovi abitatori, facilmente passavano i nomi de’ Barbari nelle famiglie Italiane. Abbisognava di vino Aupaldo abbate dell’insigne Monistero Milanese Ambrosiano, e per questo ricorse ai famigli della sua corte di Lemonta nell’anno 957, pregandoli di soccorrere con ispontanea liberalità alle necessità del suddetto Monistero. Non ricusarono essi di farlo; ma vollero una dichiarazione autentica dell’Abbate, che quella era una spontanea e non già dovuta offerta. Per quanto apparisce, non erano costoro servi, ma bensì manentes nei poderi del Monistero, e, come io penso, Aldii coltivatori di quelle terre, venendo perciò da essi chiamato l’Abbate Senior, e non già Dominus. Veggonsi enunziati in quel documento da me dato alla luce gli oneri annuali di quegli uomini, cioè quanti soldi, polli, uova, formatici (onde formaggio) e pesci doveano contribuire al Monistero. Similmente sottoscritti si veggono alquanto di que’ monaci coi nomi di Herimbertus, Anzelbertus, Ulpertus, Luvedeus, Giselbertus, Gerowinus, ec.; nomi, dico, o Longobardici o Franchi, e gli altri con dei nomi Italiani.

Né si dee tacere che nel secolo XIII e XIV s’introdussero certi orridi nomi, anche nelle famiglie de’ medesimi principi, i quali oggidì svegliano o riso o ammirazione in chi gli ascolta, ma che placidamente una volta doveano essere uditi. Tali sono quei della famiglia Bonacossa, che dominò in Mantova, cioè Bardellone, Taino, Bottesella, Butirone, Scaglino; in quella degli Ordelaffi signori di Forlì, Scarpetta; nella Scaligera dominante in Verona, Cane e Mastino. Imperocché è un'inezia quello che disse il Giovio, cioè che i signori della Scala presero il nome di Cane dalla lingua Tartarica, la quale chiama Chan il Re o Principe. Non seppe queste cose Ferreto Vicentino poeta, contemporaneo del medesimo Can Grande nel poema delle Lodi di lui (tomo IX Rer. Ital.), avendo egli scritto che tal nome gli fu dato solamente perché sua madre

               ... in imagine somni

Visa sibi est peperisse Canem ...

Né egli avea imparato che gli Scaligeri fossero oriondi dai principi de’ Windi, presso i quali Cahan idem est ut Rex aut Princeps, come sognarono il suddetto Giovio e Giuseppe Scaligero nel libro dove pretese d’essere discendente dai medesimi Scaligeri. Anche nella famiglia de’ Torriani, signora una volta di Milano, entrarono i nomi di Mosca, Pagano, Carnevario e Cassono: il qual ultimo nondimeno stimo io che avesse per nome vero il Franzese Gaston. Tralascio altri simili nomi. Se poi nomi tali fossero loro imposti nel Battesimo, o più tosto, come io sospetto, per soprannome fossero loro aggiunti, con passar poscia in nomi usuali, non si può facilmente decidere. Certamente Passerino Bonacossa fu anche chiamato Rinaldo, e quest’ultimo verisimilmente era il suo vero nome battesimale. Quel che è più, nomi tali pubblicamente si usavano, senza che que’ personaggi sel recassero a scorno od ingiuria. Che anche nel secolo XII i nomi di Malaspina, Pelavicino, Mal-Nevothe si dessero a de’ principali signori d’Italia, l’osservai nelle Antichità Estensi. Aggiungo ora, trovarsi in uno strumento ricavato dal codice MSto di Cencio Camerario, e scritto nel 1156, Tignosius Comes, Caltiaconte Comes, Cajaguerra Comes (forse Cacciaguerra) e Paltonerius Comes, filius Fortisguerrae Comitis. Il nome di Paltoniere nel dialetto Toscano significa un birbante, birbone, mendico.

Quello poi, a che particolarmente si dee por mente nella ricerca delle Antichità, si è che ne’ tempi barbarici gl’Italiani si contentavano del solo nome, né usavano quei che ora son chiamati cognomi. Il celebre P. Mabillone (lib. II, cap. 7 de Re Diplom.) rettamente determinò, sub finem saeculi decimi, sed maxime saeculo undecimo ineunte, cognominum usum frequentari coepisse. Dello stesso parere prima di lui era stato il Du-Cange, e tal sentenza fu confermata dal P. Papebrochio nel tom. IV di maggio, pag. 12 Act. Sanct., con citare il Buché ed altri. Egli poi rinovò il sentimento nella Risposta agli errori, a lui opposti da un buon Carmelitano. Chiunque pertanto è versato nelle antiche memorie, confesserà che appunto circa que’ tempi introdotto fu in Italia l’uso de’ cognomi. Per conseguente grossolanamente s’ingannano coloro che pensano di averli trovati ne’ secoli precedenti, per incensare le illustri famiglie de’ nostri tempi; e sono imposture o sogni quei che si spacciano in alcune Genealogie, di modo che regolarmente s’ha da tenere per falsa qualunque carta che ce li rappresenta prima del mille. Non s’ha dunque da portare invidia a quelle nobili famiglie che ne’ secoli ottavo, nono o decimo si figurano di aver trovato vescovi, cardinali, generali di armate, ec., coi loro cognomi. Certamente non han bisogno gli Eruditi Milanesi di essere avvisati da me, che nel solo paese delle nuvole (libro in cui ogni ozioso può leggere quel che vuole) furono scoperti i Cognomi degli antichi Arcivescovi della lor nobilissima città. Cioè non so qual mercatante da vesciche immaginò di poter dividere fra le illustri schiatte di Milano il decoro di quella arcivescovile mitra. All’anno 90 dell’Era Cristiana San Castriziano ci vien proposto come della famiglia Oldana; della Borra San Mona all’anno 188, dell’Algisia San Protasio; della Marliana San Dionisio; dell’Oldrada San Venerio; della Landriana San Glicerio; della Cotta San Lazzaro. Del medesimo passo va innanzi la serie degli altri Arcivescovi di Milano, che il nostro Ughelli religiosamente adottò e ritenne nell’Italia Sacra. Ma comunque sia dell’ignorante volgo, che si bee placidamente queste favole, egli è ben da stupire che il Puricelli, uomo per altro di purgato giudizio e degno del comune plauso, volesse far la corte al cardinale Litta arcivescovo di Milano con iscrivere la Vita di San Lorenzo, eletto circa l’anno di Cristo 500 a quella cattedra, ed inserirlo nella Genealogia della nobil Casa Litta, senza poter provar ciò con documento alcuno dell’antichità. Così presso il P. Celestino scrittore della Storia di Bergamo, seguitato poi dall’Ughelli, noi troviamo Tachipaldo, vescovo di quella città nell’anno 811, attribuito alla Casa Castigliona; Garibaldo alla Calepia nell’867; Adelberto alla Caromala nell’anno 885. Tralascio gli altri vescovi, pretesi d’altre simili nobili famiglie non con più valevol titolo di quello ch’ebbero alcuni Modenesi di chiamare San Geminiano patrono della nostra città, discendente dalla Casa Rascarina nell’anno 397, in cui egli terminò la carriera del suo vivere sulla terra: la qual prerogativa non osarono di levargli il Sillingardi, l’Ughelli ed altri.

Ma qui vien chiedendo taluno: Se ne’ secoli rozzi privi furono di cognomi gl’Italiani, e bastò loro il solo nome, come poi si distingueva l’uno dall’altro portante lo stesso nome, e come potè darsi che talora non fosse presa una persona per altra? come scrive Santo Agostino (cap. 13 lib. post Collat. ad Donatistas): plena est consuetudo generis humani, ut non solum duo, sed etiam plures homines uno nomine vocitentur. — Ma a’ tempi di quel Santo erano in uso i prenomi e cognomi, che distinguevano le persone; il che mancò ai secoli barbarici. In Modena per esservi una volta più uomini appellati Giovanni Ferrari, succedevano talvolta errori. Io stesso (mi si perdoni) cominciai da giovane a praticar due nomi, non per ambizione, ma perché c’era un altro del medesimo nome e cognome. Che dovea dunque avvenire in que’ tempi, ne’ quali né pure il cognome distingueva l’uno dall’altro, o, per dir meglio, l’una famiglia dall’altra; e più persone, come si può credere, portavano lo stesso nome? Non si può in vero negare che questo costume de’ vecchi secoli lasciasse ai posteri di molte tenebre: del che spezialmente s’accorgono e dolgono le nobili private famiglie, allorché vanno in traccia de’ loro maggiori nelle memorie degli antichi tempi. Per questa ragione appunto non possono le più delle Case nobili private scoprire ne’ superiori secoli i lor progenitori, quando la signoria di qualche luogo non li distingua dagli altri, e mostri la congiunzion di essi coi posteri. Ma che dissi de’ posteri? Vivendo ancora essi e i lor figli, dovette succedere non lieve confusione per la mancanza di tali cognomi. Acciocché il Lettore se ne possa meglio accertare, ho io prodotte due antiche memorie, ricavate dall’antichissimo Sacramentario MSto di San Gregorio, scritto, per quanto io vo credendo, circa il principio del secolo decimo, e forse prima, ed esistente nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Modena. Ivi dunque nel margine de’ fogli aggiuntosi legge il catalogo di coloro che circa l’anno 980 aveano istituita come una Confraternita per mantenere la Luminaria della Cattedrale di Modena. Di questa Luminaria, in cui anticamente s’impiegava una gran copia di cera e d’olio, nulla dirò io qui, se non che dilapidato talvolta il patrimonio delle chiese, toccava poi alla pietà de’ secolari il provvedere al decoro del sacro tempio. Ora in esso catalogo si veggono nominati ad uno ad uno tutti i benefattori col solo nome loro, e senza che vi apparisca distinzione di cognomi. Si maraviglierà al certo, o riderà taluno, al trovar qui registrati dieci Giovanni, tre Pietri, quattro Martini, tre Andrea, sei Marie, due Cristine, due Ingelberghe, e senza che apparisca come l’una persona del medesimo nome sia diversa dall’altra. Strana cosa può questo comparire a noi che viviamo con altri costumi; e tanto più perché possiam credere che nella stessa città vivessero parecchi altri con gli stessi suddetti nomi. L’altra memoria, anch’essa ricavata dal margine del Sacramentario suddetto, è un Necrologio della medesima chiesa, in cui viene notata di mano in mano la morte di molti, probabilmente benefattori, col solo giorno et indizione, parte nel decimo e parte nell’undecimo secolo. Niuno illustre nome ivi s’incontra, eccettoché quello di Roberto conte, il quale probabilmente dovette essere governatore di Modena, e di Ardengo vescovo, e dei genitori di Warino vescovo di Modena nell’anno 1003. Tale è la memoria di quel vescovo Ardengo: IV kal. februarii obiit Ardingus Episcopus in Papia, et fuit sepultus in Motina III non. ejusdem februarii per indict. I. Extractus est de eo loco, ubi sepultus fuit in arca saxea cum aliis ab ipso Domno Ildeprando Episcopo manibus suis cum magno honore pridie idus magii, imperantibus Domno Otto, itemque Otto filio ejus, per indict. I, cioè nell’anno 973. Che questo Ardengo fosse vescovo di Modena, niuna memoria resta presso il Sillingardi ed Ughelli, e né pure nell’archivio de’ Canonici. Oltre di che Ildeprando era già vescovo di Modena l’anno 970. Tuttavia si può sospettare che Ardengo sedesse in questa cattedra fra Guido e Ildeprando, e mancasse di vita prima del suddetto anno 970. Almeno sarà stato cittadino di Modena, al vedere trasportato con tanto onore il corpo suo da Pavia a Modena. Ora in esso Necrologio alcuni compariscono con segni che li differenziano dall’altre persone del medesimo nome, quali sono Martinus Clericus Custos, qui et Azo vocatur; Johannes Presbyter Magister; Sigefredus de Braida; Andreas Banzario; Johannes Presbyter de Mediolano, Lupo de Via, Wilelmus filius Rainardi, ec. Ma gran parte di que’ defunti è espressa col solo nome, e senza distintivo da altri che avessero un nome somigliante.

Per altro nelle antiche carte si truova che alcuni erano caratterizzati col titolo di qualche dignità o ministero, o dal luogo, o dalla giunta del padre. Cioè era taluno marchese, conte, visconte, notaio, avvocato, giudice, scabino, vassallo di alcun prete, ec.; e questo era sufficiente per distinguere quella persona dall’altre d’uniforme nome. Se questo titolo mancava, si soleva aggiugnere quello della patria, come oggidì costumano alcuni Ordini Religiosi. Finalmente coll’aggiugnere il nome del padre o della madre si veniva a discernere di qual persona si parlava. Tal costume dura anche oggidì nelle montagne della Garfagnana, suggetta al Duca di Modena di là dall’Appennino. Elmacino nel lib. XII, cap. 8 della Storia Saracenica scrive che Fadlo circa l’anno di Cristo 817 primus adhibuit in epistolarum inscriptionibus cognomina et agnomina. Ante enim scribere tantum solebant homines in inscriptionibus: Ab N. filio N. filium N. Ma che continuasse fra i Musulmani ed Arabi l’antico costume, assai apparisce dalle Storie di quelle nazioni. Che anche i nostri maggiori si servissero di tale distintivo prima del mille, si potrebbe mostrare con varj esempli. È stato da me prodotto un placito dell’anno 1014, tenuto presso la città di Arezzo da Bernardo e Mazzolino conti e messi del re Arrigo, in cui Rodolfo abbate del Monistero delle Sante Flora e Lucilla ottiene favorevol sentenza per alcune terre. Fra i molti testimonj che intervennero a quel giudizio, niuno v’ha che abbia particolar cognome. Una parte è segnata col solo nome di Lambertus Gausfredus, Liutardus, ec.; l’altra parte (a riserva di Walfredus Comes) si distinguono col nome del padre. Né pure compariscono cognomi in molte persone che assisterono ad un altro placito tenuto in Pistoia da Guiberto conte, Missus Domni Enrichi Regis nell’anno 1046; nel qual giudizio Tetbaldo proposto del Monistero di San Bartolomeo vince una causa. V’intervenne Martinus Episcopus Sanctae ipsius Ecclesiae Pistoriensis, Sancti Zenonis, con altri non pochi uomini, ciascuno de’ quali viene mentovato col nome del padre. Andiamo anche più oltre. Ho dato alla luce un altro placito tenuto in Firenze nell’anno 1100, dum in judicio resideret Domna Matilda Dei gratia Dux et Marchionissa, residentibus cum ea Widone Comite filio bonae memoriate Widonis, et Arderico, ec. In esso il medesimo conte Guido concede ai Canonici della chiesa di Santa Reparata alcune terre, rinunziate da Guido figlio di Bonifacio. Ancor qui si truovano gli astanti contrassegnati colla menzione del padre, ed uno con quello della madre, cioè Sichelmus filius Adaleitae, e niuno con vero cognome.

Dico vero cognome; perché quantunque fra essi venga nominato Gerardus Caponsacco, pure questo non è un cognome, ma bensì un soprannome. Anche in una carta Modenese dell’anno 918, che riferirò qui sotto, si troverà Lampertus, qui supernominatur Cavinsacco. Certa cosa anche è che anche nel secolo dodicesimo, e fino nel tredicesimo, molti si mirano mentovati, e questi non d’ignobile schiatta, che compariscono senza alcun cognome. Gli stessi Nobili anch’essi, o col nome paterno, o colla menzione del feudo o luogo di cui erano padroni, solevano tuttavia distinguere le loro persone. Nel territorio di Modena a San Cesario fu posto fine ad una controversia vertente fra la celebre sopradetta contessa Matilda, e Landolfo vescovo di Ferrara, coll’assistenza dell’una e dell’altra parte, nell’anno 1109. Niuno d’essi comparisce ivi col cognome, ma sì bene colla specificazione del feudo, o del padre, cioè Ugo Mantuanensis Episcopus, Ardoinus de Palude, Azo de Sala, Sasso de Bibianello, Albertinus de Nonantula, Azo filius Ubaldi, Ardoinus filius Ugonis filii Ottonis, ec. I Principi, cioè i Duchi, Marchesi e Conti, con simili titoli si faceano ben conoscere, perché rari in que’ tempi, e perché colla loro potenza andava accompagnata la fama. Contuttociò non posso io astenermi dal lagnarmi della trascuraggine de’ maggiori nostri, i quali sì poco pensavano a chi dovea venir dopo di loro. Noi troviamo sovente un Conte, un Marchese, un Duca nelle vecchie carte; ma senza alcuna menzione di qual città, Marca o Ducato egli fosse Rettore: il che cagiona non poche angustie in concludentemente stabilire l’origine e progresso delle genealogie degli antichi principi; il che ho io provato in tessere quella degli Estensi. Vedesi per esempio nominato Berengarius Marchio, Guido Comes, Adelbertus Marchio. Perché mai, quando si trattava di vescovi, quasi sempre si aggiugneva la loro città: perché mai non fare lo stesso anche per li principi? Se allora all’udire il solo nome e la dignità di essi si veniva in cognizione dell’altre loro qualità, certamente si dovea pensare che i posteri non ne saprebbero altrettanto. Ho io prodotto la donazione della Corte di Coirano fatta da Lamberto imperadore nell’anno 896 ad Ageltrude Augusta sua madre, tratta dall’archivio di San Sisto de’ Benedettini di Piacenza. Ivi nominato vediamo Adelbertum fidelem Comitem ex Comitatu Abrutii. Almeno qui s’intende qual fosse il governo di questo Conte. Ma sappia il Lettore che quelle parole ex Comitatu Abrutii sono state rasate nella membrana: laonde si può dubitare se quello sia diploma autentico. Ho altresì dato alla luce uno strumento, esistente presso le sacre Vergini di San Felice di Pavia, che contiene la vendita di gran copia di beni fatta nell’anno 998 da Liutefredo vescovo di Tortona Domno Ottoni Duci filio bonae memoriae Cononis. Di che paese era duca questo Ottone? Il Notaio nol disse. Comparisce questo medesimo Duca in un placito tenuto in Pavia nell’anno 1001, mentre ivi dimorava Ottone III imperadore, come si può vedere nella Par. I delle Antich. Estensi, cap. 14, pag. 125. Né pur ivi si fa menzione di qual Ducato e provincia egli fosse duca; e pure non un solo Ottone duca fiorì in que’ tempi: e nel Necrologio di Fulda pubblicato dal Leibnizio (tom. III Scrip. Brunsv.) all’anno 1004 si truova Otto Dux defunto, senza né pur quivi accennare il suo Ducato. Ma debbo io qui lodare Ditmaro, il quale nel libro V della sua Cronica ci dà lume per conoscere il duca Ottone, mentovato ne’ suddetti documenti, vedendosi da lui nominato all’anno 1003 Otto Carentorum Dux et Veronensium Comes. Era egli dunque duca di Carintia. Poscia soggiugne: Quis autem ille Dux Otto fuerit, breviter intimabo. Hic igitur a Conrado Duce et Liutgarda filia Ottonis I Caesaris maximi procreatus, motum gravitate, actuumque probitate parentelam suam decorabat. Aggiugne ch’egli fu eletto re da Arrigo poscia imperadore, ma che per umiltà ricusata tal dignità, fece eleggere re esso Arrigo. Di lui anche si truova menzione nella Vita di esso santo imperadore Arrigo, scritta da Adelboldo vescovo. Vien egli chiamato Veronensium Comes, ma più rettamente negli Annali d’Hildeseim si dice ch’egli governò Marchiam Veronensem. Di questo insigne personaggio adunque si parla nella carta di Pavia mentovata di sopra, dove egli è appellato filius bonae memoriae Cononi. Negli antichi tempi Conradus, Cono e Chuno erano lo stesso nome. Aggiungo due altre singolari prerogative di esso duca Ottone. Imperocché egli fu Dux Franconiae, cioè della Francia Orientale, o sia Austrasia; e in oltre padre di Brunone, il quale creato Romano Pontefice prese il nome di Gregorio V, e premorì poscia al padre. Fu in quel tempo che suo figlio era Papa, ch’egli acquistò tanti beni dal Vescovo di Tortona. Odasi ora Wippone nella Vita di Corrado il Salico. Erant (dic’egli) duo Chunones (cioè Corradi) quorum unus, quod majoris aetatis esset, Major Chuno vocabatur; alter autem Junior Chuno dicebatur: ambo in Francia Theutonica nobilissimi, ex duobus fratribus nati. Quorum alter Hetzel (cioè Arrigo) et alter Chuno dictus est. Ipsos vero ab Ottone Duce Francorum (cioè della Franconia, come già dissi) natos accepimus, cum duobus aliis Brunone et Willelmo, ex quibus Bruno Apostolicae Sedis Romanae Papa effectus, mutato nomine, Gregorius appellatus est; Willelmus factus Argentinensis Episcopus, ec. Veggasi ancora la Vita di Adalberone vescovo di Metz nel tomo I della Biblioteca del Labbe, e la Par. I, cap. 8 delle Antichità Estensi. Nella seguente Tavola meglio si conoscerà quanto ho finquì detto.

 

Corrado Duca di Lorena della stirpe di Corrado I re di Germania

marito di Liutgarda figlia di Ottone il Grande Augusto

ò

Ottone Duca della Francia Orientale e di Carintia

Marchese della Marca di Verona nell'anno 994

ò

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    ò                                       ò                                       ò                                 ò

       etzel,                 Cunone o sia Corrado             Brunone creato           Guglielmo

  cioè Arrigo.              duca, marito di Ma-             Papa   col nome di            vescovo

              ò                     tilda figlia di Corrado               Gregorio V               di Argentina

 Corrado il Salico           re di Borgogna                        nel 996

     imperadore                          ò

                     Corrado

Ognun vede che nobilissimo principe fosse Ottone duca, di cui parla lo strumento Pavese dell’anno 1001. Ma quivi non è fatta menzione del suo Ducato, e anzi semplicemente ancora vien chiamato filius Cononi, quasiché questo Conone o sia Corrado fosse persona non decorata di alcuna dignità, quando costume era che nominando il padre d’un Duca, Marchese, o Conte, se anch’egli avea goduto lo stesso titolo, questo ancora si notava. Quell’ignorante Notaio non dovea credere di scrivere anche per la posterità. Un altro esempio della trascuratezza de’ Notai di allora voglio qui ricordare. Siccome già osservarono il Fiorentini, il Bacchini ed altri, Beatrice moglie di Bonifazio duca e marchese di Toscana ebbe per padre Federigo II duca di Lorena superiore. Truovansi ancora carte dove essa è intitolata Beatrix filia bonae memoriae Federighi, qui fuit Dux. Ma in uno strumento del 1053, rapportato dal suddetto P. Bacchini nella Storia del Monistero di Polirone, essa vien solamente detta Domna Beatrix gratia Dei Comitissa. Quel che è più, in una carta che 1447 dall’archivio de’ Benedettini di San Prospero, oggidì San Pietro di Reggio, mi somministrò il P. abbate Don Camillo Affarosi, scritta nell’anno 1041, si fa ben menzione di suo padre, ma senza accennare alcun titolo o dignità di lui. Ecco le parole del disattento Notaio: Ego Beatrice Cometissa, filia quondam Frederici, et Conjus Bonefacii Marchio. Non era quel Federigo da nominare a guisa delle persone triviali. Che se la prosapia de’ gran signori e donne de’ vecchi tempi, per riguardo a noi, non manca di tenebre, quanto più ciò si proverà in tessere le genealogie delle persone d’inferior condizione? Poco fa abbiamo veduto essere uno stesso nome Conone, Cunone e Corrado. A questo costume s’ha d’aver l’occhio nelle memorie antiche, e ricordarsene per non prendere come nomi differenti quei che erano un solo: cioè secondo il genio delle varie lingue e dei diversi costumi de’ popoli, il nome d’una persona era espresso o terminato in più d’una maniera. Né pur noi facciamo altrimenti a’ nostri tempi, perché diciamo Checco invece di Francesco; Goro in vece di Gregorio; Pippo in vece di Filippo; Meo in vece di Bartolomeo, Ghitta in vece di Margherita; Lena in vece di Maddalena. Da Antonio abbiamo formato il diminutivo Toniolo e Tognino; da Giovanni, Giannino, ec. Tal costume ebbero ancora gli antichi, perché dissero Hetzil in vece di Henricus, che noi abbiam mutato in Arrigo; Mapheus in vece di Mattheus; Gothelo in vece di Godefridus; Cuniza in vece di Cunegundis. Nella Prefazione alla Storia di Liutprando avvertii che il medesimo nome si mutava in Liuzone. Così la santa imperadrice Adelaide era nomata anche Atela, Adela, Adeligia, Adelegida, Adalasia, Athelasia, Alda, ec. Lo stesso accade ad altri nomi.

Nulladimeno guardiamoci di credere troppo spesso variazione o corruzione del nome stesso; perciocché anche ne’ secoli barbari fu in uso che le persone portassero due nomi, i quali si può credere che fossero loro posti nel Battesimo, o pure sembra a me più verisimile che l’uno di essi fosse battesimale, e l’altro poscia aggiunto per qualche cagione a guisa de’ soprannomi. Fu di parere il celebre Leibnizio che Azo o Azzo fosse lo stesso che Albertus. Ma non sussiste sì fatta opinione. Nel sopraccitato Necrologio Modenese si legge Martinus Clericus, qui et Azo vocatur. Altri diversi esempli s’incontrano nelle carte di questa mia Opera di persone che oltre al proprio nome portavano quello di Azzo. E però s’ha con cautela da intendere la sentenza del chiariss. P. Papebrochio, il quale nelle note alla Vita di San Gratiniano al dì I di giugno scrisse potersi tenere per un solo nome Adam et Amizo per aphaeresim primae literae ad, Italis usque adeo familiarem: sicut et terminatio diminutiva izo. Sic ex Adalberto, vel Adalberone factum videtur Albizo (da Adalberto abbiam formato Alberto), ex Odoberto Obizo, ubi etiam intervenit ultimae sillabae truncatio, per quam ex Bonifacio Bonizo, ex Gebeardo Gebizo Longobardice formantur, aliaque, similia. Nelle Antichità Estensi fra i marchesi di quella antichissima casa si truova Opertus qui et Obizzo; ma non saprei asserire se da Opertus si fosse formato Obizzo. Si può parimente sospettare che un altro nome fosse aggiunto al primo, per distinguere una persona da altre che avessero lo stesso nome o nel medesimo luogo, o nella medesima famiglia. Un’antichissima copia trovai nell’insigne archivio del Monistero Ambrosiano Milanese di un riguardevol placito tenuto l’anno di Cristo 882 nella villa di Lemonta vicina al Lago di Como, da Ariprando Vicedomino della santa Chiesa di Milano, e da Pietro abbate del Monistero suddetto, in cui l’Avvocato di esso Monistero vince una lite contra di molti servi del Monistero medesimo. Fra i litiganti sono nominati Johannes qui vocatur Clario; Leo qui vocatur Pippino; Johannes qui vocatur Peluso; Leo qui Plato vocatur; Ursulo qui Mazuco vocatur; Lupus qui Marino vocatur; Lupus qui dicitur Bonellus, ec. Fu scritta quella carta Anno Domni Karoli Imperatoris secundo, bonae memoriae Domni Hludowici Regis filius, pridie kalendas decernbris, indictione prima: cioè regnando Carlo il Grosso imperadore. Con tale occasione ho io trattato dell’epoca della Coronazione Romana di esso Augusto, con esaminar le sentenze del cardinale Baronio e del P. Pagi. Tornando ora al documento suddetto, da esso impariamo, in qual maniera senza l’uso de’ cognomi si distinguessero in que’ tempi l’una dall’altra le persone: cioè quando v’erano due o più del medesimo nome, ne aggiugnevano un altro, fosse nome o soprannome, che formava la differenza fra loro. Fra quegli uomini uno è chiamato Leo senz’altro, poscia succedono Leo qui vocatur Pippino; Leo qui Plato vocatur; Leo villiscus. Vi si legge un Johannes di niun altro nome ornato, e poi vengono Johannes qui appellatur Clario; Johannes qui vocatur Peluso; Johannes Russo. Lascio andare il resto. Leo Judex vien distinto dal suo ministero, siccome, ancora Aginaldus Judex, Ambrosius Notarius, Petrus Presbyter. Altri dalla patria, come Garmarius de Mediolano, Warimbertus de Camteriano, Andreas Clericus de Blassono. Altri dal vassallaggio, come Bonus et Adelgisus Vassalli.

Al quale proposito ancora si può vedere una carta della Cronica del Volturno (Par. II del tomo I Rer. Ital. pag 435) e nell’Appendice al tomo V dell’Italia Sacra fra’ Vescovi di Tivoli una carta dell’anno 1000, dove alcuni nobilissimi viri sono distinti cum cognominibus, altri cum patris nomine, e si dicono habitatores civitatis Tiburtinae. Ma quello che qui è detto cognome, penso io che voglia significare un soprannome. Torno nondimeno a dire, trovarsi bensì in molte memorie antiche differenziate in qualche maniera le persone tra loro; ma essere senza paragone più i documenti dove con un solo nome si veggono identificati gli uomini. Gran tempo fa ci aveva avvertiti il P. Mabillone (lib. II, cap. 6 Rei Diplom.) Saeculo IX maxime et VIII accessisse viris insignioribus et Literatis aliud nomen adscititium. Unde Carolo Magno, Davidis; Alcuino, Flacci Albini; Rabano, Mauri; Radberto, Pascasii; Adelhardo, Antonii et Augustini; Walae, Arsenii et Hieremiae; Riculfo, Damoetae. Bisogna spiegar questo passo. Certo è che i Re e Principi non usarono di aggiugnere al proprio loro nome alcun altro; perché per conoscerli bastava il titolo e l’espressione della lor dignità. Allorché più d’un Principe portava lo stesso nome, si costumò di nominar anche il padre, o il luogo del suo dominio. Pertanto i nomi suddetti di Davide, Antonio, Arsenio ec., usati ne’ libri e dialoghi de’ tempi di Carlo Magno, furono un’invenzione straordinaria, e noi li chiameremo nomi di cifra, non usandosi questi nel commerzio del popolo, ma solamente fra i Letterati amici. Quanto al popolo, ed insieme al comune uso sì de’ Letterati che degl’ignoranti, e fin della plebe, ebbe gran voga il costume di portar due nomi, l’uno proprio, e l’altro avventiccio, che anticamente si chiamava, e molto più ora si chiama soprannome. Nella Prefazione al Poema di Ermoldo Nigello (Parte II del tomo II Rer. Ial.) notai che il nome proprio di quell’Abbate fu Ermoldo, accorciato da Ermenoldo. Per distinguerlo poi da altri Ermoldi, gli fu aggiunto il nome, o, per dir meglio, soprannome di Nigellus (noi diremmo il Negretto) e ad Alcuino quello di Albinus, cioè il Bianchino; a Walafrido quello di Strabo, cioè il Losco, o il Guercio; a Rabano quel di Maurus, cioè il Moro, ad Amalari quel di Fortunatus; a Lupo quel di Servatus: e così ad altri. V’ha chi pensa che presso i Franchi ai soli Letterati fosse aggiunto un secondo nome tolto dai Romani, per dar grazia al loro barbarico nome del Battesimo: il che se sia vero, lascerò deciderlo ad altri.

Ma finalmente diciamo qualche cosa de’ suddetti soprannomi, l’origine veramente de’ quali s’ha da prendere, non già dai secoli di mezzo, ma dagli stessi più antichi. Supernomina e supranomina furono anche detti una volta. In una carta della Cronica Casauriense all’anno 1049 si truova Octberto, qui supranomen Fratello vocatur. In una carta autentica dell’archivio de’ Canonici di Modena, scritta Regnante Domno Berengarius, gratia Dei Imperator hic in Italia, anno tercio, de mense augusto, per indicione sexta si legge: que obtinet per cartulam offersionis de Lamperto filius quondam Leonardi, qui supernominatur Cavinsacco, ec. In un’altra carta del medesimo archivio dell’anno 843 si legge: Constat, me Garipertus filius quondam Aripaldi, qui supernominatur Incedi-messe, avitatur de Formigine, ec. Tali soprannomi furono anche appellati praenomina, come apparisce da un’altra carta dell’archivio del Comune di Modena, scritta nel 1214, a cui si sottoscrive Tedericus, praenomine Ragacius, sacri Palatii Notarius. Anzi anche ne’ tempi degli antichi Romani si truovano sicuri documenti di tale usanza. Notissimo è il riferito da Suetonio nella Vita di Vitellio, cap. 18. Cui (dic’egli) Tolosae nato cognomen in pueritia Becco fuerat: id valet gallinacei rostrum; perché dovea avere il naso adunco o lungo a guisa di un gallo. E qui si osservi che Becco non era voce Latina, ma o dell’antica lingua Italica, o pure della Celtica, adoperata per soprannome di quel tale. Di nuovo il medesimo Suetonio nella Vita di Caligola, cap. 9, scrive: Caligula cognomen castrensi joco traxit, quia manipulario habitu inter milites educabatur, perché usava le stesse scarpe che i più bassi soldati. Colla parola di cognomen gli antichi disegnarono quello che noi chiamiamo soprannome. Né differentemente s’ha da spiegare tal voce presso Gregorio Turonense, che in molti luoghi di questo vocabolo si serve nel medesimo sentimento. Nel libro IV, cap. 26 della Storia nomina Austrigildem cognomento Bobilam: nel lib. VII, cap. 3 Vedastem cognomento Avonem. Tralascio altri passi. Così in una tavola di marmo esistente in Roma, rapportata dal Cardinal Baronio all’anno di Cristo 531 dal Noris, Olstenio, Pagi ed altri, si legge un’iscrizione posta anno iterum post Consulatum Lampadi et Orestis, cioè nell’anno 532.

SALBO (cioè Salvo) PAPA N. (nostro) IOHANNE

COGNOMENTO MERCVRIO

cioè Giovanni II papa oltre al proprio nome portava il soprannome di Mercurio. Che anche sotto i Re Longobardi si praticasse lo stesso, possiamo raccoglierlo da uno strumento dell’anno 761 ch’io vidi nell’archivio dell’insigne Monistero di Santa Giulia di Brescia, dove comparisce Maurenzius, qui Bovorculus nuncupatur, il quale concede il sito per un acquedotto ad Anselberga Badessa di quel sacro luogo.

Talmente è radicata ne’ popoli questa antichissima consuetudine d’imporre soprannomi alla gente, che dura tuttavia vigorosa presso alcuni popoli d’Italia. Nella città di Modena oggidì ne son rarissimi gli esempli, e così in altre; ma nelle ville ne è frequente l’uso, e talvolta più è conosciuto un rustico dal soprannome, che dal nome e cognome. Lo praticano anche nella milizia i Franzesi. Sembra che anticamente per necessità di distinzione si aggiugnesse il soprannome; ma ne’ susseguenti secoli, ed anche nel nostro, più sovente la malvagità degli uomini e un genio maligno cominciò a caricarne or questo, or quello, a suo piacimento, e contro il volere altrui, con prendere più piede talvolta il soprannome, che il nome del Battesimo. Moltissimi se ne truovano degli onesti e dei tollerabili; non pochi nondimeno hanno sentore di biasimo. Se gli antichi Longobardi, finché durò il Regno loro, di questi poco lodevoli e talvolta ingiuriosi si valessero, non l’ho potuto scoprire. Sotto gl’Imperadori Carolini, e più spesso sotto i re susseguenti, truovo che erano in uso. Due esempli ne ho recato. Il primo, tratto dall’archivio dell’antichissimo Monistero di San Zenone di Verona, ci presenta nell’anno 905 Johannem quemdam, cui alio nomine Bracca-curta vocibatur, reo di delitto di lesa maestà. Avendone il Fisco preso tutti i suoi beni, il re Berengario ne dona una corticella al Monistero suddetto. Così in una carta del Monistero del Volturno (Par. II del tomo I Rerum Ital.) scritta nell’anno 968 si legge: Johannes, cujus supranomen vocatur Gualacere. In un’altra dell’anno 981 Johannes, qui supranomen Walatcheri vocatur, per tacer d’altri. Così in una carta di Audiberto abbate Veronese dell’anno 945, riferita da me nella Dissertazione XXXI, è mentovato Lupo, Suplainpunio nominatus, cioè Soppia, o Soffia-in-pugno, se pur non fu Suppa-in-pugno. Anche Sergio IV papa prima del pontificato aveva il nome di Pietro, e il soprannome di Os-Porci, Bocca di Porco. Ho io prodotto una ricerca fatta l’anno 1046 di alcuni diritti del Monistero Lucchese di San Ponziano, avendo così ordinato Dux et Marchio Bonifatius Tedaldi filius. Fra coloro che si sottoscrivono, si legge Alboni Pane-vetero interfuit. Tali soprannomi nondimeno si possono chiamar fiori in paragon di quelli che dopo il mille si truovano usati. Allora si cominciò ad udire Pela-vicinus Marchio, Mala-spina Marchio, Mal-nevothe, Bucca-badata, Caga-pistus, Tignosus, Rana-cocta, Manigoldus, Embriacus, Ruba-Conte, Ruba-Castellus, Landulphus Caronia (cioè Carogna), Guazo, Tasta-Guadum, Mangia-troja, Mala-branca, Mala-gonella, Conradus Musca-in-cervello, Landus Datus-Diabolo, Robertus Pan-de-Milius, Scannasorice, Scanna-beccum, Pan-di-Segala, Caput Asini: il qual nome ho veduto in una carta Modenese dell’anno 1160. Lo stesso nome, o, per dir meglio, soprannome fu posto, per testimonianza di Orderico Vitale (lib. VIII Histor.), ad un certo soldato prae magnitudine capitis et congerie capillorum. Imperocché debbo ripetere che nella fabbrica ed uso di questi sì galanti soprannomi non furono da meno i Franzesi, Inglesi ed altri popoli. Di Roberto duca di Normandia, celebre nelle Crociate, così scrive il medesimo Orderico, lib. IV: Erat facie obesa, corpore pinguis, brevique statura, unde vulgo Gambaron cognominatus est, et Brevis-ocrea. Altri simili esempli ci fa egli vedere. Quel che è più mirabile, talmente si attaccavano sì fatti soprannomi alle persone, che in fine, come era avvenuto ai Romani, chiamati Paeti, Strabones, Cicerones, Lentuli, Nasones, Nasicae, Varrones, ec., passarono in cognomi delle famiglie, come dimostrerò nella seguente Dissertazione. Finalmente è da osservare che non meno negli antichi secoli che nel nostro, si costumava di ricreare il nome dell’avolo paterno nel nipote, o del padre nel figlio. Se più erano i figli, si prendeva il nome ancora dell’avolo materno: laonde si venivano poi a mischiare i nomi forestieri co’ proprj della famiglia. Utile è tale avvertenza per chi vuol tessere le genealogie delle Case illustri, e me ne son servito anch’ io nelle Antichità Estensi. Che se al figlio s’imponeva il nome del padre vivente, il figlio si distingueva col diminutivo, o in altra guisa, come Azzo, Azzo Novellus, o Azzolinus; Etzil, Etzilinus, Eccelino; Malatesta e Malatestinus; e così in altre illustri famiglie.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011