Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XL

Dell’origine della Poesia Italiana e delle Rime.

Non meno della lingua Italiana dee la nostra Poesia l’origine sua ai tempi barbarici; se non che i suoi fondamenti si debbono ricercare molto più addietro. Aristotele nel principio della sua Poetica, cercando come abbia avuto principio la Poesia, scrisse esser ella nata dall’amore dell’imitazione innato negli uomini, e dall’amore dell’armonia e del ritmo. — Quum ergo (così parla) secundum naturam sit in nobis ipsum imitari, et harmonia et rhythmus (nam metra particulas esse rhythmorum manifestum est) a principio qui natura maxime ad haec apti erant, paullatim promoventes, genuerunt Poesim, extemporanee versificantes. Di grandi speculazioni e lunghe dicerie han qui fatto gl’Interpreti della di lui Poetica, perché non ben possedevano il significato della parola Rhythmus, e l’uno spiegava in una maniera diversa dall’altro la voce Harmonia. Ma il più accertato sentimento del Filosofo è che noi per istituto della natura ci dilettiamo d’imitare, e godiamo dell’armonia, cioè del canto, o pur della voce melodiosa degli animali, e del suono degli strumenti musicali; ed in oltre prendiam piacere all’udire il ritmo, cioè l’ordine e struttura delle parole, o congiunte insieme così acconciamente, che pronunciate anche senza canto, pure rendono una consonanza e certa melodia, che cagiona una dilettevole e gioconda sensazione agli ascoltanti. Col nome poi di Metro è disegnata un’orazione fabbricata e legata da un determinato numero di piedi, con esser anche tassate per essi piedi le sillabe lunghe e brevi. Furono perciò nominati metri i versi regolati de’ poeti, perché composti con regolata quantità e qualità di parole, volendo appunto metro significare misura. Tale è questa misura ne’ versi, che vi si sente nel pronunziarli la stessa quantità di tempo, sieno essi composti di lunghe o di brevi sillabe. Però Quintiliano scrive (lib. IX, cap. 4 Instit. Orat.): Longam syllabam esse duorum temporum, brevem unius, etiam pueri sciunt. Però ne’ periodi degli Oratori, quando son lavorati con bell’arte, si sente un certo concento che diletta; e per questa medesima ragione tanto Cicerone che il suddetto Quintiliano vogliono che si procuri il ritmo nell’orazione, ma non già il metro: come appunto anche Aristotele avea scritto nel libro III, cap. 8 della Rettorica: rhythmum habere oportet Orationem, non vero metrum: altrimenti, aggiugne egli, Poema erit. Cicerone col nome di numerus espresse la voce rhythmus, e di là poi venne numerosa oratio.

Da questo principio adunque si venne a formar la poesia, perché primieramente alcuni popoli (o Ebrei, o Greci, o qualunque altro; ché questo non importa al proposito), allorché si facevano sacrifizj, nozze, conviti ed altri tripudj ed allegrie pubbliche o private, cominciarono ad unir la voce e il canto col suono delle tibie e cetre, usando qualche composizion di parole, nelle quali si udiva un certo concento, o sia ritmo, a cui corrispondeva e teneva dietro un altro simile. Ma niuna o almen poca cura si aveva allora alla brevità o lunghezza delle sillabe, bastando il formare quella corta orazione con qualche conformità di parole, dalle quali spuntasse qualche concento e un poco di musica. Cominciò a chiamarsi Verso quella breve struttura di parole, formata non già dalla meditazione, ma all’improvviso prodotta dalla forza dell’ingegno, come anche oggidì si pratica dai rustici, che fanno de’ versi al modo loro. E tale fu l’origine della Poesia. E perciocché nell’orecchio ed animo degli uditori da ciò era prodotto diletto, uomini dotti poscia perfezionarono questa imperfetta maniera di versi, inventando migliori forme di struttura, e con adoperare un’esatta misura di piedi, ed osservare l’uniformità nell’uso delle sillabe lunghe e brevi. I primi versi furono appellati rhythmici, i secondi metrici. Il perché Santo Agostino ebbe a dire nel libro III, cap. 2 de Musica: — Quocirca omne metrum rhythmus; non omnis rhythmus etiam metrum est. Per esempio ne’ versi di Omero e di Vergilio non solamente si truova il ritmo, cioè un certo armonioso nel legamento delle parole, ma anche il metro, veggendosi ivi osservata una tal misura di sillabe e di tempo, che o consti il verso di parole brevi o lunghe, sempre ogni esametro viene a contenere ventidue tempi. La medesima proporzione si osserva nell’altre specie di versi. Ma ne’ versi ritmici non si bada a brevità o lunghezza di sillabe. Rhythmo indifferens est (scriveva Quintiliano, lib. IX, cap. 4), dactylusne ille priores habeat breves, an sequentes. E però il fabbricator di ritmi niuno scrupolo avea a valutare macula, canimus, rutilans, ec., come se fosse un dattilo, bastando a lui che tali voci rendessero un suono simile al dattilo. Chi in fatti colle sole orecchie giudica di questi, poco o niun divario sente fra il loro suono, che pure si conosce dal metrico poeta. Con qual arte o pulsazion della voce gli antichi Greci e Latini distinguessero la brevità o lunghezza spezialmente de’ bissillabi, confesso io di non saperlo; perciocché indarno io ora cerco, qual diverso suono v’abbia tra mala, cioè cosa cattiva, e mala significante poma o guancia, parendo a me lo stesso nell’una e nell’altra voce, benché secondo la prosodia si tenga per differente.

Pertanto due sorte di poesia furono una volta in uso; l’una antica ed ignobile, l’altra nobile, e solamente coltivata da’ dotti. Quella ritmica, e questa metrica veniva appellata. Ma si dee principalmente osservare, che quantunque la metrica tenesse il primato, e venisse approvata e commendata da tutti i migliori; tuttavia non mai venne meno la ritmica fra i Greci e Latini. Imperocché volendo l’ignorante volgo e i rustici far da poeta, né avendo mai appreso le regole della metrica, seguitarono a formare i versi come poteano; cioè contenti del ritmo, sprezzarono il metro, cioè le esatte leggi della prosodia, osservate dalla perfetta poesia. Per altro con più larga significazione io veggo talvolta denotati i versi ritmici col nome di metro, per trovarsi in essi qualche misura di piedi e tempi. I primi ad introdurre la ritmica poesia dopo i Greci furono i rustici Latini, perché loro costume fu ne’ tempi della messe e vendemmia di rallegrarsi, e di vicendevolmente regalarsi con ingiurie di parole, gareggiando con versi ritmici, che furono anche appellati fescennini. Vien descritto questo fatto da Orazio nel lib. II, ep. I, con attribuirne l’origine Agricolis priscis. Dice egli poi:

Fescennina per hunc inventa [o più tosto invecta [1]] licentia morem,

Versibus alternis opprobria rustica fudit.

Simile è il sentimento di Tibullo, lib. II, eleg. 2.

Agricola assiduo primum lassatus aratro

Cantavit certo rustica verbo pede.

Anche Livio nel lib. VII Histor., parlando de’ cantambanchi Etrusci, scrive: Imitari deinde eos juventus simili inconditis, inter se jocularia fundentes, versibus coepere. Chiama egli inconditos que’ versi, ed incomtos Vergilio (lib. II Georg.), perché erano rozzi, né procedevano secondo le regole della prosodia. Saturnia eziandio fu detta questa sorta di versi da Orazio, per essere stata usata a’ tempi di Saturno.

............ Sic horridus ille

Defluxit numerus Saturnius ......

Numerus lo stesso è che rhythmus. Seguita a dire quel Poeta:

.  .  .  .  .    et grave virus

Munditiae pepulere. Sed in longum tamen aevum

Manserunt, hodieque manent vestigio ruris.

Dal che s’intende che tuttavia fra’ rustici viva si manteneva la ritmica poesia. Però Servio, interprete di Vergilio, al libro II Georg. spiegando versus incomtos, scrisse: Carminibus saturnio metro compositis, quae ad rhythmum solum vulgares componere consueverunt. Ma da che i versi fescennini del volgo e de’ rustici degenerarono in una troppo esorbitante satira e maledicenza, dalle Leggi Romane ne fu moderata la licenza, di modo che erano solamente permessi nelle nozze e ne’ trionfi. Vedi il Ferrari (lib. VI de Veter. Acclam. cap. 10) che ne reca esempj. Che anche nella declinazione del Romano Imperio il popolo si dilettasse di simili ritmi, lo fa intendere Vopisco nella Vita di Aureliano. Molto più questi furono in voga sotto gli Augusti Cristiani, e massimamente nei tempi de Re barbari, e non più usati per la maldicenza, ma per qualsivoglia onesto argomento e sopra tutto per le lodi di Dio e dei Santi, o pur delle persone viventi. Perciocché quantunque in niun tempo mancassero coltivatori della metrica poesia, ed ogni secolo abbia prodotto poeti non dispregevoli in tal professione: pure essendo molto decadute le buone lettere, e regnando l’ignoranza ne’ più del popolo, chi voleva far versi trovava più facilità ne’ ritmi, senza impiegar fatica in apprendere le regole della prosodia.

Il perché gli Scrittori de’ tempi barbarici solevano distinguere i poemi ritmici dai metrici. San Bonifazio vescovo di Magonza circa l’anno di Cristo 740, nell’epist. 4 scriveva: Obsecro, ut mihi Aldhelmi Episcopi aliqua Opuscula, seu prosarum, seu metrorum, aut rhythmorum dirigere digneris. Dagli Scrittori della Storia Letteraria si vede mentovato un libro di questo Aldhelmo de Metrorum generibus, o sia de Arte Metrica. Così Alvaro scrittore Spagnuolo circa l’anno 847 nella Vita di Santo Eulogio ha queste parole: Epistolatim invicem egimus, et rhythmicis versibus nos laudibus mulcebamus. Ekkehardo nella Vita del Beato Notkero Balbulo presso il Goldasto (tomo I, cap. 16 Rer. Alaman.) scrive: Sequentias, quas idem pater Sanctus fecerat destinavit per bajulum urbis Romae Papae Nicolao, et Liutwardo Vercellensi Episcopo, tunc tempore Caroli Magni Imperatoris (cioè di Carlo il Grosso circa l’anno 883). Qui venerandus Apostolicae Sedis Pontifex omnia, quae Beatus vir Notkerus dictaverat, canonizavit, videlicet Hymnos, Sequentias, Tropos, Letanias, omnesque Cantilenas rhythmice, metrice, vel prosaice, quas fecerat. Il medesimo Ekkehardo, o pure un altro (cap. I de Casib. Sancti Galli), trattando di Salomone abbate e vescovo di Costanza, così scriveva: Scholas praeteriit, ostium aperuit, et intravit. Erat utique jus illorum, sicut hodie quidem est, quoniam exleges quidem sunt, ut hospites intrantes capiant; captos, usquedum se redimant, teneant. Vedi quanto sia antico l’abuso che tuttavia dicono durare nell’Università di Pavia, chiamato Spupillare. Dopo molte parole quegli scolari, medii rhythmice, ceteri vero metrice effantur:

Quid tibi facimus tale, ut nobis facias male?

Appellamus Regem, quia nostram fecimus legem.

Sono due esametri ritmici. L’altro verseggiatore risponde:

Non nobis pia spes fuerat, quum sis novus hospex,

Ut vetus in pejus transvertere tute velis jus.

Sono due esametri metrici. Così Ermanno Contratto presso il P. Pez nella Prefaz. al suo Thesaur. Anecdot. ha il seguente ritmico verso:

Carmen oro pange metro, seu canore rhythmico.

Anche Orderico Vitale nel secolo XII loda Rhythmicos versus; e circa l’anno 1195 Silvestro Giraldo Inglese nello Specchio della Chiesa parla così di un certo Golia: Literatus affatim, sed nec bene morigeratus, nec disciplinis informatus, in Papam et Curiam Romanam carmina famosa pluries et plurima, tam metrica, quam rhythmica, non minus impudenter, quam imprudenter evomuit. Dalle quali notizie abbastanza apparisce, quanto fosse una volta in uso la poesia ritmica, e che né pure gli uomini dotti si sdegnarono di comporre in essa. Come poi i metri si differenziassero dai ritmi, ce l’insegnò Beda nel secolo VIII con iscrivere nel lib. de Metris: — Videtur autem rhythmus metris esse consimilis. Est autem verborum modulata compositio, non metrica ratione, sed numero syllabarum ad judicium aurium examinata, ut sunt carmina vulgarium Poetarum. Et quidem rhythmus sine metro esse potest; metrum vero sine rhythmo esse non potest. Quod liquidius ita definitur: Metrum est ratio cum modulatione; Rhythmus modulatio sine ratione. Anche Santo Isidoro (lib. I cap. 38 Orig.) distingue i ritmi dai metri.

Conviene ora far mente al corso de’ Ritmi. Con pochi passi alcuni di que’ volgari poeti compievano il viaggio, formando Distici, Epigrammi, Ode et Inni. Ma non mancarono altri che andarono più oltre, col comporre anche poemi in questa sorta di versi. Che anch’essi poetassero in ogni sorta di versi, praticati dalla poesia regolata, si potrà forse dire. Anzi pare che la lirica poesia una volta imparasse dai fabbricatori de’ ritmi sì gran varietà di metri. Imperocché, per attestato di Proclo, la ditirambica istituita ne’ primi tempi era formata di versi ritmici di vario genere; e siccome da essa si crede che avesse origine la tragedia e commedia, così anche si può credere della Lirica. Sembra concorrere in questo sentimento anche lo Scoliaste di Aristofane. Si può anche osservare che Anacreonte, tuttoché superi in soavità e grazia quasi tutti gli altri Lirici Greci, pure s’è servito di tanta licenza ne’ suoi versi, che per poco si accosta alla libertà de’ ritmici. Anche Orazio notò nel lib. IV, ode 2 la licenza de’ ditirambi con iscrivere:

Seu per audaces nova dithyrambos.

Verba devolvit, numerisque fertur

Lege solutis.Numerus

lo stesso è che rhythmus. Sparziano rapporta alcuni versi estemporanei di Adriano Augusto, cioè:

Ego nolo Florus esse,

Ambulare per tabernas,

Latitare per popinas,

Culices pati rotundos.

Questi a me sembrano ritmici, e tali credo altri da lui proferiti sul fine della vita, non trovandovi io un’esatta norma di metro. Scrive Leone Allacci nella Dissertazione de Simeon. che l’uso de’ versi ritmici, chiamati politici, duravano presso i Greci anche al suo tempo. Jambicis (dic’egli) et Anacreonticis ut plurimum constant; ita tamen ut nulla quantitatis syllabarum (quod accuratissime veteres observabant) ratio habeatur; tantum earum numerus, declinationesque accentuum attendantur. Quae ratio fingendorum carminum non nunc primum in ea natione, sed multis ab hinc saeculis in usu fuisse comperitur, ut videmus in Photii Patriarchae, Christophori primi a secretis, Pselli, ec., versibus. Parimente il Vossio (lib. I, cap. 8 Instit. Poetic.) osservò trovarsi il ritmo, e non già il metro, ne’ Versi Politici di Costantino Manasse, Tzetze, e simili. Poi soggiugne: Nec dubium quin antiquiores sint versus, in quibus solum rhythmus est. Sono anche sue parole: Poetarum aliqui solo erant rhythmp contenti; nec alio a vulgari sermone discrepabant. Alii rhythmum animabant sermone poetico. Alii denique etiam metrum superaddebant. Imparò egli questo da Beda nel lib. de Arte Metr. di cui sono le seguenti parole: Plerumque tamen casu quodam invenies etiam rationem in rhythmo, non artificii moderatione servatam, sed sono et ipsa modulatione ducente, quam vulgares Poetae necesse est rustice, docti faciant docte. Quo modo, et ad instar metri pulcherrimus factus est hymnus ille praeclarus:

Rex aeterne Domine,

Rerum Creator omnium,

Qui eras ante saecula

Semper cum Patre Filius.

Et alii Ambrosiani non pauci. Item ad formam metri trochaici canunt hymnum de die Judicii per alphabetum.

Apparebit repentina dies

Magna Domini, fur obscura

Velut nocte improvisos occupans.

Così Beda. Se non fossero periti iunumerabili di questi Ritmi, perché non s’avea d’essi la cura che dei metri, noi troveremmo una gran varietà di versi ritmici. Nel tomo IV de’ miei Anecdoti ho io pubblicato l’Antifonario del Monistero di Benchor, spettante al secolo ottavo. Vi si leggono molti inni, che quasi tutti son da mettere nel ruolo de’ Ritmi.

Particolarmente poi in versi tali sovente si usava il trocaico catalectico, come viene appellato da Terenziano Mauro nel lib. de Liter. et Metr., il quale ne dà anche un esempio. E d’esso appunto si servivano gli antichi per gli scherzi frizzanti, come fu quel de’ soldati contra di Giulio Cesare, allorché trionfò de’ Galli.

Gallias Caesar subegit; Nicomedes Caesarem.

Ecce Caesar nunc triumphat, qui subegit Galliam;

Nicomedes non triumphat, qui subegit Caesarem.

Un altro esempio ce ne somministra Suetonio, cioè i versi allora cantati contra dello stesso Cesare.

Urbani servate uxores; Moechum calvum adducimus.

Aurum in Galliis effutuisti; heic sumsisti mutuum.

Nell’uno e nell’altro metro abbiamo un dattilo in fine, e quindici sillabe in ogni verso, ma non già osservata la quantità delle brevi e lunghe. Dissi quindici sillabe, perché gli antichi quasi sempre si studiavano di conservare la stessa quantità di sillabe, che si usava anche ne’ metri, perché anche i Ritmi si cantavano. Anzi vi si aggiugneva il ballo, e un certo suono formato dalle dita, come è accennato da Cicerone, Quintiliano ed altri. Lo stesso pare che fosse praticato molto prima dai Giudei; perché non solamente motti pungenti si scagliavano dai Romani coi Ritmi nelle allegrie, ma anche dal popolo Ebreo (Vedi il lib. I, cap. 18 dei Re). Tornando David dopo avere atterrato il Filisteo Golia, le donne cantando e ballando davanti al re Saul, dicevano: Percussit Saul mille, et David decem millia. Questo frizzo fu ricevuto come un’offesa dal Re. L’antichissimo Interprete voltò così acconciamente in Latino tali parole, che ne formò un verso trocaico, come solevano essere i più de’ Ritmi, e ciò perché nell’Ebraico esso motto era composto di due versetti d’otto sillabe ciascuno, cioè

Icchà Saùl balafaju.

Vedavid berivvodaju.

E qui per tempo s’ha da avvertire nel fine d’essi versetti la consonanza che noi oggidì appelliamo rima. Se ciò avvenisse a caso, o fosse fatto con arte, altri ne giudicherà. Di queste rime noi parleremo più abbasso. Pertanto siccome le nostre canzonette son formate di alcuni determinati piedi in qualsivoglia strofa, acciocché ne risulti il medesimo concento; così anche si osservò negli antichi Ritmi. La medesima regola ne’ tempi barbarici ritennero i Cristiani, allorché formavano degl’inni ritmici: il che apparisce anche dai sopra accennati di Benchor. Ne darò solamente uno con dividere in due versetti quello che ivi è un verso solo.

In Prophetis inveniris

Nostro natus saeculo:

Ante saecla tu fuisti

Factor primi saeculi, ec.

Cum jubet parvos necari,

Turbam fecit Martyrum.

Fertur infans occulendus,

Nili flumen quo fluit.

Anche il sopra lodato Allacci osservò che i versi ritmici o sieno politici de’ Greci syllabas quindecim numquam excedunt; et si quae ultra videntur, eas per aphaeresin; sive synaloephen, decurtant et absumunt. Dello stesso metro è Planctus Rhythmicus composto da Godino monaco, e i Rhythmi Alphabetici di Adelmanno Scolastico, pubblicati dal Mabillone. Se ne truovano ancora fra l’Opere di San Fulberto, e nella Storia di Landolfo seniore stampata nel tom. IV Rer. Ital., e nei Paralipomeni dell’Anonimo Salernitano, Par. II del tomo II Rer. Ital. Sopra tutto son da prezzare due Ritmi, sì perché antichissimi, e sì perché utili alla Storia, l’uno de’ quali in lode di Verona fu pubblicato dal suddetto P. Mabillone negli Analetti, e l’altro in lode di Milano, da me dato alla luce in essa Parte II del tomo II Rer. Ital.

Amendue furono composti da un Veronese poeta ritmico, o almen debbono la vita ai codici di Verona, onde furono estratti. Doveva sperarsi che tanto il P. Mabillone che io ci fossimo con ciò guadagnata la grazia del chiariss. marchese Scipione Maffei Veronese; ma all’incontro non vi ritrovò egli se non argomento di censura in una sua Dissert. de Versib. Rhythmic. stampata nell’anno 1727. S’ha egli primieramente a male per aver noi prodotto que’ Ritmi come si truovano ne’ MSti di Verona, cioè con gli errori co’ quali furono scritti. Poi fa del romore, perché senza distinguere i versi, gli abbiam pubblicati, come prosa continuata, conservata solamente la distinzion delle strofe. Sì fatti monumenti (scrive egli) non vanno stampati come l’iscrizioni, o come i vecchi strumenti, senza mutar lettera: essendo che altro è un originale d’un antico Notaio, dove più cose insegnano anche gli errori; ed altro è una istoria, o componimento tramandatoci da’ copisti, i quali dalla mente e dallo scritto dell’autore abbiano deviato scioccamente. In questo caso egli è necessario usar lucerna critica, o conoscere ed emendare, ove possiam farlo con sicurezza. Poscia ristampa il Ritmo dato alla luce dal Mabillone, distinguendo ciascun verso, ed emendandone gli errori. Io per me venero la lucerna critica di questo dotto Censore; ma niun forse ci sarà, che faccia plauso a lui, allorché insorge, non dirò contra di me (ché questo nulla importa), ma contro il P. Mabillone, uomo sì benemerito delle lettere, e degno della venerazione di ognuno. Quando si ricava da un solo antichissimo codice MSto qualche monumento, e si stampa, sempre soddisfa all’ufizio l’Editore, se fedelmente esprime tutto ciò che ha esso codice, a riserva di alcuni grossi errori che danno negli occhi di ognuno, come quei dell’ortografia. Non inganno io mai i Lettori, se rappresento la vera scrittura del MSto: posso ben ingannarlo in volerlo io correggere a talento mio. E però più sicura cosa sovente è il lasciare al Lettore la cura di emendare, di supplire e di accennar lezioni migliori. Anzi il fare altrimenti è cosa pericolosa, massimamente trattandosi di versi metrici, somiglianti ai quali sono i ritmi, perciocché delicato è il loro lavoro, né si dee usar gran libertà in correggere, senza avvisarne il Lettore, il qual forse saprà trovare una correzion migliore. Se dovesse aver luogo questa lucerna critica di moderna invenzione, converrebbe compiagnere gli Eruditi, che in questi ultimi tempi tante memorie hanno disseppellite, senza voler correggere ciò che è o pare abbaglio ne’ MSti. Spezialmente cadrebbe sopra di me questo rigore, da che tante Istorie, non mai stampate, ho dato alla luce nella Raccolta Rer. Ital., tali serbandole, quali si leggono ne’ MSti suddetti. Ma diverso certamente sarà il giudizio del mondo erudito. La risoluzione di dar fuori cose inedite per comodo e vantaggio dei Letterati, si è di far pubblico quello che era nascosto, e non già di fermarsi a spiluccar que’ racconti, e ad esaminare ciò che paresse meritar correzione. Appartiene questo a chi ha più ozio, e può farsi da ognuno che si voglia applicare ad una più esatta notomia delle antiche memorie. Dirassi certamente un esattore indiscreto chi prende a condannare il celebratissimo Mabillone e me, per aver dati que’ Ritmi nella forma che si trovavano ne’ MSti, senza anche distinguere i versi, i quai pure non erano distinti ne’ codici. Io cito qui il nostro Censore al tribunale d’uno che potrà fondatamente decidere se giusta o non giusta sia la di lui censura. Ed è lo stesso dottissimo marchese Maffei, il quale nella edizione delle Complessioni di Cassiodoro, fatta in Firenze nell’anno 1721, aggiunse una sua Lettera dianzi anche stampata nel tomo V dell’Italia Sacra, dell’edizion di Venezia, dove rapporta lo stesso Ritmo de Laudibus Veronae, che il Mabillone avea dato alla luce. Ora in ambedue le edizioni suddette si vede quel Ritmo ristampato da lui colle stesse parole che si leggono presso il Mabillone, e senza farvi distinzione di versi, e senza adoperar quella necessaria lucerna critica che ora si vanta. Perché, di grazia, fu lecito a lui e lodevole il dar fuori quel Ritmo nell’anno 1721 tal quale sta nel MSto, e poi da lì a sei anni stimar ciò per colpa e difetto? Questo è ben combattere coll’armi proprie contra di sé stesso. Né bada egli che le regole della sua lucerna critica faranno sospettar da qui innanzi, che quando egli ha dato o darà fuori qualche monumento cavato da’ MSti, noi non abbiamo sempre ciò che in essi fu scritto, ma sì bene quello ch’è venuto in mente all’Editore. E qual fede si può avere a chi si prende tanta libertà nelle cose degli antichi? Credo io essere le regole della vera critica le seguenti: cioè nel pubblicar le memorie antiche, e massimamente se tratte da qualche singolar codice, e tanto più se versi, meglio essere non discostarsi dalla lezione del MSto, eccettoché negli errori grossolani de’ copisti, che ognun può discernere. Se crede ben l’Editore di mutare, cancellare o supplire qualche cosa più grave, non dee mai farlo di nascosto, ma ne ha da avvisare il Lettore. Imperciocché non basta dire: Una felicissima coniettura ho io trovato per sanar questo luogo difettoso, e per indovinar la mente dell’Autore. — Per quanto sia acuto il Critico, sempre ha da restare la libertà ai Lettori di esaminare se quella correzione cammini o no, e se meglio si possa trovare. E in fatti non di rado questi Critici nell’emendare i libri degli antichi ci presentano, non già la vera mente e parole degli Autori, ma le lor proprie immaginazioni, alle quali non hanno mai pensato gli antichi. Questa verità ce la fa toccar con mano lo stesso marchese Maffei. Nel Ritmo pubblicato dal Mabillone si legge questo verso:

Ab Oriente habet primum Martyrem Stephanum.

Secondo le sue conietture lo corregge e muta il Maffei in quest’altra forma:

Ab Oriente habet primum Protomartyrem Stephanum.

Né s’accorge di far doppiamente fallare con questa correzione l’Autore del Ritmo, facendogli dire che Santo Stefano è primo primo Martire; e formando un verso di sedici sillabe, quando ha da essere di quindici. Però sarebbe più convenevole il supplire quel verso scrivendo:

Ab Oriente habet primum nam Martyrem Stephanum.

Ma che dico io? noi facilmente operiamo da ciechi in voler correggere gli scritti de’ tempi barbarici, e sovente possiamo ingannarci in attribuire all’ignoranza e trascuraggine de’ copisti que’ difetti che vengono dagli stessi Autori. Noi miriamo in questi Ritmi trascurate le leggi del verso nel numero delle sillabe. Chi ci assicura che abbia mancato più tosto il copista, che l’Autore? Truovansi ivi de’ versi che vanno di là dalla misura:

Prarcursorem Baptistam Johannem, et Martyrem Nazarium.

Mammam, Andronicum, et Probum cum quadraginta Martyribus.

Temporibus Principum, Regum Desiderii et Adelchis.

Lascio andar gli altri. Come può aver fallato qui il copista? Una simile esorbitanza si osserva in un verso dell’epitaffio di Pacifico arcidiacono, che pure esso Marchese copiò dal marmo, cioè:

Septimo vicesimo aetatis anno Caesaris Lotharii.

Pretende il Censore suddetto che s’abbia a scrivere nel Ritmo Mabilloniano Adelchiis (io direi più tosto Adelchii), ed altrove Baptismium, e Ravennia. Chi l’ha mai assicurato che gli antichi non finissero talvolta alcun verso dei Ritmi con uno spondeo? Anche presso i migliori poeti talvolta qualche esametro è terminato senza dattilo. Vopisco nella Vita di Aureliano riferisce un Ritmo militare, dove è questo verso:

Mille, mille, mille vivat, qui mille occidit.

Quanto al Ritmo de Laudibus Mediolani da me dato alla luce, si lamenta il dottissimo Censore che sia stato esso malamente trascritto dall’antico codice Veronese: parole che vanno a ferire l’erudito sig. Bartolomeo Campagnola, cancelliere del Capitolo de Canonici di Verona, e arciprete di Santa Cecilia, da cui fu copiato e trasmesso a me quell’Opuscolo. Ma è da stupire come questo precipitoso giudice butti là una sentenza senza aver co’ proprj occhi veduto il codice MSto. Ma si dirà trovarsi degli errori in tal Ritmo. Ve n’ha anche nel Mabilloniano; e chi oserà spacciare che quell’uomo grande non intendesse le antiche scritture? Replica il Censore: Egli è oggidì di pochissimi l’intendere i caratteri degli antichi. Fra questi pochissimi merita di essere annoverato lo stesso sig. Campagnola, siccome pratico delle antiche carte dell’archivio di quell’insigne Capitolo, di cui è custode. Mi ha egli per pruova della sua esattezza inviato copia di quel Ritmo, espresso con gli stessi caratteri dall’originale, di maniera che mi è sembrato di aver sotto gli occhi il codice, ed ho trovato che quel poco in cui discorda dal MSto la mia edizione, è dove corressi alcuni pochi manifesti sbagli del copista. Io lasciai il resto, perché occupato da quell’Opera di tanta mole. Ma son forzato ad aggiugnere che un gran prurito di adoperar la verga censoria dovea allora trovarsi nel marchese Maffei: da che non contento di quanto s’è veduto, saltò anche fuori di strada, e si scagliò contro di un frammento della Vita di San Geminiano vescovo di Modena, che tratto da un altro codice Veronese io pubblicai nella Parte II del tomo II Rer. Ital., con credere che l’Autore di essa Vita fiorisse circiter annum Christi DCCCCX. Scrive il Censore che quella Vita fu copiata da un Lezionario scritto circa il secolo XIV. Sia come egli si vuole, gemme anche più rare ci hanno conservato altri codici degli ultimi secoli, perché copie di più antichi MSti. Aggiugne: Poco conto si può farne, mentre interpolazioni molto inette hanno le Vite in tal Lezionario; e così tra l’altre quella di San Zenone. Ma perché si truovi o s’immagini qualche interpolazione nella Vita di San Zenone, il voler da ciò dedurre che anche l’altre saran tinte della medesima pece, non ci sarà fra gli Eruditi chi l’approvi. A buon conto niuna saprà egli mostrarne nella Vita di San Geminiano. Seguita a dire: L’Autor della giunta fa menzione dell’antica scorreria degli Ungheri; ma non mostra essere vissuto al tempo di quella, bensì d’alcun’altra delle fatte da quella gente. Ma quanto aerea sia questa censura, sarà facile ad ognuno il conoscerlo. Debbo prima avvertire ch’io mi credeva non mai dato alla luce quel frammento, perché nella Vita di San Geminiano, pubblicata dal Bollando, al dì 31 di gennajo esso non si legge. Ma in iscrivendo queste cose ora ho scoperto che il medesimo fu poi riferito nell’Appendice e fine di quel tomo, ricavato ex codice Bodecensi: il che ci fa vedere che al solo Lezionario di Verona non siamo obbligati per la Vita di questo santo Vescovo. Ivi dunque è scritto: Sed quia tanti Patris Domni Geminiani, prout potuimus, Vitam stilo transegimus, libet quoque de situ Urbis, in qua resedit Episcopus, aliquid enucleare veracius. Di qui impariamo che non da altra mano, ma dallo stesso Autore della Vita fu aggiunto quanto spetta al sito di Modena, che veramente era miserabile nel secolo decimo. E che in quel tempo fiorisse tale Scrittore, evidentemente si raccoglie dall’altre sue parole, dove discorre de Hungarorum saevissima ac paene omnibus metuenda gente, quam in nostris tribulationibus COMPERTAM HABEMVS. Poscia soggiugne, eos a parte Aquilonari Italiam ingressos, Forojuliensi vastata Marchia, Veronam usque transiliisse, et universam regionem depopulatos, cuncta firmissima urbium moenia cunctaque murata, nullo resistente invasisse oppida. Finalmente scrive: Itaque lues illa (quam UTINAM NESCIREMUS) non dico certaminis, sed insoliti furoris, ec., tandem ad Mutinensem devenit Episcopium, ec.

Ognun vede che tal racconto viene da una persona che avea non solamente veduto, ma anche provato con quanta rabbia la feroce schiatta degli Ungari lacerava, o avea pochi anni prima devastato il territorio di Verona e il resto della Lombardia. La prima irruzion di costoro in Italia pare che, secondo la testimonianza di Ermanno Contratto e del Continuatore degli Annali di Fulda sia da mettersi nell’anno 900. L’Annalista Sassone pubblicato dall’Eccardo, con aver copiato Reginone, descrive la medesima, o pure un’altra calata d’essi nel 901, dicendo: Longobardiam quoque ingressi o caedibus incendia miscent. Cumque incolae terrae conglobati resistere conarentur, plurimi Episcopi et Comites cum innumerabili hominum multitudine trucidantur. Liutwardus Vercellensis Episcopus, assumtis thesauris, fugiens, incidit super eos, moxque interficitur . Ecco fin dove in quell’anno penetrò quella ferocissima nazione. Nel medesimo anno pare che s’abbia a riporre la lor venuta nel Modenese, e la distruzione del Monistero Nonantolano, come conietturò il P. Pagi. Poscia ne’ susseguenti continuò il medesimo flagello; perché dopo la rotta da essi data all’esercito del re Berengario, non v’era, per attestato di Liutprando (lib. II, cap. 6), qui eorum praesentiam, nisi munitissimis forte praestolaretur in locis. Secondoché narra il medesimo Storico, forse nell’anno 902 Hungarorum rabies per Italiam, nullis resistentibus, dilatatur. Seguitò la stessa tempesta fino all’anno 924, in cui obbligarono alla resa, ed incendiarono Pavia, nobile capitale del Regno. Altre scorrerie di non molto momento fecero costoro anche dipoi, che non meritano menzione. Le principali scorrerie adunque degli Ungheri succederono dall’anno 900 sino al 924. Ora chieggo io, se giusto o non giusto sia l’aver io scritto che l’Autore della Vita di San Geminiano, il quale confessa d’essersi trovato in quelle tribulazioni, e di parlarne per pruova, fiorisse circiter annum Christi DCCCCX. Anche il P. Bollando a quelle parole, quam in nostris tribulationibus crudelissimam experti sumus (ché così ha il codice Bodecense), pose questa nota: Haec esse videtur Hungarorum incursio, quam memorat Liutprandus (Hist. lib. II, cap. 4, 5) et sub initium saeculi decimi. E tanto più fu lecito a me di scrivere così, perché non dissi scritta da quell’Autore la Vita suddetta nell’anno 900; ma sì bene, ch’egli fiorì nell’anno 910; e né pure positivamente asserii di quell’anno, perché vi aggiunsi un CIRCITER, per cui si può anche immaginare ch’egli fiorisse alquanto più tardi. Ma non più. Se così miserabili censure facciano onore a chi se ne diletta, ne lascerò io la decisione ad altri. Tempo è di tornare in cammino.

Per far meglio conoscere, che non all’imperizia del sopra lodato sig. Campagnola, ma bensì ne’ poco dotti Scrittori de’ secoli barbarici e ne’ copisti ignoranti s’hanno da rifondere gli errori che s’incontrano in alcuni loro Opuscoli; voglio qui produrre un altro Ritmo non ancora dato alla luce, che lo stesso Arciprete Campagnola ricavò da un antichissimo codice Veronese. Tal quale ivi esso legge, lo esibisco io, senza avere ritoccato alcun degli errori. Dalle lettere iniziali d’ogni strofa si raccoglie che il nome dell’autore fu GAIDHADLVS, il quale sembra essere stato parroco in Verona.

Gracia excelsa Regi referamus pariter,

Qui nos in unum congregavit, te laudamus Domine,

Ut possimus invenire requiem in seculum.

Ad alta sede postulamus summo Dei Filio,

Ut suo mittere dignetur Angelum perspicuum

Ad expugnandum expellendum hostis antiquissimus.

Invidus ille temptator fallax atque perditus

Semper cupit discordare concordantes fratribus,

Ut possit gratiam mereri ante nequam Principem.

Dominus atque Salvator, quod suum redemit sanguinem,

In sua semper potestate reservare animas,

Ut nec unus praeter eum potestatem habeat.

Honor illi et potestas in aeternum permanet,

Qui nos Pastorem super gregem vocare dignatus est,

Ut salvas greges consignemus ante ejus oculos.

Almus ille speculator Sacerdos in Populo

Semper adstat, super adstat supra gregem, pugnat contra impios,

Ut nec una possit oves rapere de gregibus.

Divina Templa coeuntes suspiremus pariter,

Populorum gregi obsecrantes pro nostra facinora;

Ut ipse pius Miserator donet indulgentiam.

Libare Deo studeamus hostiam pro fratribus,

Ut ante eum mereatur portare manipulos,

Atque de talentum lucrum consignemus geminum.

Vigilemus et oremus unusquisque pro alio,

Ut possimus invenire requiem in seculum,

Atque vitam possidere, quam misit Dominus.

Summo Regi postulemus pro cunctorum scelere,

Ut de nostra mereamur invenire veniam

Per eum, qui semper vivit et regnat in secula.

Te deposco, dulce frater, qui canis unc Versiculum,

Ut requiras principales Litteras per ordinem.

Sic invenit ejus Nomen, qui hunc exposuerat.

Tanti errori di gramatica, tanta irregolarità nel numero delle sillabe, certo non son da attribuire né a me, né al sig. Campagnola.

E finquì abbiam parlato de’ Ritmi composti in versi trochaici senza cura ivi della prosodia. Resta ora da dire che i compositori de’ Ritmi ne’ secoli della barbarie vollero anche imitare ogni altra sorta di versi. San Bonifacio vescovo di Magonza e Martire circa l’anno 740 così scriveva nell’epist. 65: Tertium carmen, non pedum mensura elaboratum, sed octonis sillabis in uno quolibet versu compositis, una eademque litera, comparibus linearum tramitibus optata, cursu calamo perorante caraxatum (cioè exaratum) tibi sagacissime sator, transmittens dicavi. Con queste parole egli descrive un Ritmo da sé composto, di cui anche dà un saggio nell’epistola precedente, dove si leggono questi versi:

Pro me quaero oramina

Precum: pandet praecipua, ec.

Imitarono anche l’esametro, ma con tale asprezza, che chi non è ben pratico de’ Ritmi, e non fa mente all’intenzione di que’ poveri poeti, non s’accorge che abbiano voluto formare de’ simili versi. Chi ne brama esempli, vegga nel Tesoro del Grutero, pag. 1061, l’iscrizione VII Cristiana, e nel tomo IV dell’Italia Sacra ne’ Vescovi di Vercelli l’epitaffio di Flaviano vescovo, il quale si crede che vivesse circa l’anno 540. Ma il più antico e più luminoso saggio di questa plebea poesia si truova nel Poema di Commodiano, pubblicato dal Rigalzio, e poi inserito nel tomo XXVII Biblioth. Patrum. Si crede ch’egli fiorisse circa il principio del secolo IV della nostra Era; anzi v’ha chi il crede vivuto nel secolo III. Non con altri versi che esametri, ma ritmici, tesse egli le sue Istruzioni Acrostiche, senza osservare regola alcuna del vero metro. Basterà addurne questi pochi presi dall’Istruzione V:

Hercules, quod monstrum Aventini montis elisit,

Evandri, qui solitus erat armenta furari,

Rustica mens hominum indocilis quoque pro laude

Quum gratias agere vellent, absenti Tonanti, ec.

Seguita egli con questo metodo, chiudendo con onesti versi fatti alla portata del volgo importanti documenti della Religione Cristiana, e formando sovente de’ buoni versi metrici. Chiara cosa è che i poeti plebei per lungo tempo dipoi si servirono della medesima licenza, e qui se ne presentano due esempli, spettanti a’ tempi del Regno Longobardico. Il primo è l’epitaffio posto circa l’anno 722 nel tempio del celebratissimo Monistero di Bobbio, mentre regnava il re Liutprando, a San Cumiano vescovo Scozzese, che ivi diede fine al suo vivere. Lo rapportò l’Ughelli nel tomo V. Avendolo io descritto dal marmo con più diligenza, di nuovo lo metto sotto gli occhi de’ Lettori, acciocché veggano la forma di quegli esametri ritmici.

epitaffio di San Cumiano vescovo, scolpito in tavola di marmo in Bobbio.

HIC SACRA BEATI MEMBRA CV

MIANI Solvuntur,

CVIVS CAELVM PENETRANS ANIMA CVM

ANGELIS GAVDET

ISTE FVIT MAGNVS DIGNITA

TE, GENERE, FORMA.

HVNC MISIT SCOTHIA FINES AD

ITALICOS SENEM

LOCATVR EBOVIO DNI CONS

TRICTVS AMORE

VBI VENERANDI DOGMA COLVM

BANI SERVANDO

VIGILANS, IEIVNANS, INDEFES

SVS SIDVLE ORANS,

OLIMPIADIS QVATTVOR

VNIVSQVE CIRCVLO ANNI

SIC VIXIT FELICITER, VT FELIX

MODO CREDATVR.

MITIS, PRVDENS, PIVS, FRATRIBVS

PACEFICVS CVNCTIS.

Huic ÆTATIS ANNI FVERVNT

NOVIES DENI,

LVSTRVM QVOQVE VNVM MENSES

QVE QVATTVOR SIMVL.

AT PATER EGREGIE POTENS

INTERCESSOR EXISTE

PRO GLORIOSISSIMO LIVTPRANDO

REGE, QVI TVVM

PRÆTIOSO LAPIDE TYMBVM

DECORAVIT DEVOTVS,

SIT VT MANIFESTVM ALMVM VBI

TEGITVR CORPVS.

DP EST HIC DMS CVMIANVS

EPS XIIII. KL. SPTBS FECIT

IOHANNES MAGISTER:

Cioè: Depositus est heic Domnus Cumianus Episcopus XIV kal. sept., ec. Riferisce ancora il P. Romualdo nella 1396 sua Papia Flavia (Par. I, pag. 131) l’epitaffio di Teodota, a cui dee la sua fondazione l’antichissimo ed insigne Monistero delle Monache della Posterla in Pavia: del che fa menzione Paolo Diacono. Meritava quel pezzo d’erudizione Longobardica, scritto sul principio del secolo ottavo, d’essere trascritto con maggiore esattezza. Eccone i primi versi, esametri anch’essi ritmici.

CAELICOLA SIC DEMVM EIVS PROSAPIAM TEXAM

MATER VIXIT VIRGINVM PER ANNOS NIMIVM PLVRES,

IN GREGE DOMINICO PASCENS OVICVLAS CHRISTI,

QYAS FOVENS DOCVIT, ARGVIT, CORREXIT, AMAVIT, ec.

Vedi anche un epitaffio composto di esametri e pentametri di questa specie, ma dal copista assai maltrattato, nella Vita di San Felice arcivescovo di Ravenna, Par. I del tomo II Rer. Ital. Fu esso scritto circa l’anno 716. Né di queste grazie era priva la stessa città di Roma. Il Turrigio nella Par. II delle Grotte Vaticane, pag. 539, rapporta l’iscrizion sepolcrale di Elisabetta fanciulla, deposit. VI kal. sept. indict. V.

OCCE PVELLE IACET CORPVS ELISABETE,

QVOD MANET IN SANCTA AVLA BETISSTE IOHANNIS

ILDEBRANDVS EIVS GENITA, THEODORAQVE MAMMA.

BIS ANNOS ABVIT SENIS ET MENSIBVS DECEM

DVCTA IOHANNES VESTRA, PAVLEQVE IVRE SVB ALMA, ec.

Sopra tutto degno è di essere letto in questa sorta di Ritmo l’epitaffio di Tommaso, che aiutò papa Onorio I a levare lo Scisma della Chiesa d’Aquileia circa l’anno 636. Fu esso pubblicato dal cardinale Baronio nell’Appendice al tomo XII degli Annali, e però scappò alla diligenza del cardinal Noris nella Dissertazione de Synodo v. Tali sono i primi versi:

QVIS MIHI TRIBVAT, VT FLETVS CESSENT IMMENSI,

ET LVCTVS ANIMAE DET LOCVM VERA DICENTI:

LICET IN LACRVMIS SINGVLTVS VERBA ERVMPANT,

DE TE CERTISSIME TVVS DISCIPVLVS LOQVOR.

TE GENEROSITAS, MINISTER CHRISTI, PARENTVM,

TE MVNDA ACTIO, THOMAS, MONSTRABAT HONESTVM.

TECVM VIRGINITAS AB INCVNABILIS VIXIT, ec.

Né questi componimenti plebei mancarono agli stessi tempi de’ Pagani. Un saggio ne produrrò io con un’iscrizione, che non credo stampata finora, ricavata dalle schede MSte dell’Eminentiss. cardinale Domenico Passionei. Leggesi incisa in marmo nella villa di Salsola del Contado di Urbino, e contiene del barbaro nella lingua e ne’ caratteri.

D M

D M

C. ARRIVS VICTORINVS

MARITVS

VTTIDIE TITIANENI

TV DVM ESSES AD SVPEROS NEMO MIHI FVIT FORMOSIOR VLLA

QVÆ PROSTRATA IACES INDICNA CIRCVMDATA TERRÆ

QVÆ CARVISTI VIAM LVCI SECVTA ES.

SIC MERITO TALES VERSVS DESCRIPSERIM IN TE

NON STVDIO SED MENTE DATA ET COGENTE DOLORE.

HÆC MIHI TITIANE PRIMVM IN CONNVBIO IVNCTA EST

HÆc PRIMA DOLORIS DVLCIOR IN ME FVIT.

VT MEI TE REPELLAT ET SVBITOM ESTVM RAPTA RELIQVIT IN ÆVVM

QVEM FRVI NON LICVIT ANNIS PERVLTIMO FATO

ACERVA A MATRE (più tosto MORTE) RAPTA ES VT PARVVLVS ACNVS

SICVT ILLE MISER RAPTVS VOVITVR ARIS

ET ME TAM PVERVM CITO FECISTI DOLENTEM.

PARENTES MISERI MECVM PATIVNTVR IN ÆEVO

DOLOREM VT ROSA VERE NOVO CRATA EST IN TEMPORE PARVO

SIC EVIT INFELIX HÆC MIHI CRATISSIMA CONIVNX

VIXIT ANIS XVII. MENSIBVS VIII. DIEB.....

FELIX LAPID ......

A questo si può aggiugnere l’epitaffio Cristiano di Catervio, che quei di Tolentino venerano come Santo, pubblicato dal P. Mabillone, e più correttamente poi riferito dal Fabretti, cap. X, num. 505 Inscript. Antiqu.

QVOS PARIBVS MERITIS IVNXIT MATRIMONIO DVLCI

OMNIPOTENS DOMINVS, TVMVLVS CVSTODIT IN ÆVVM.

CATERVI, SEVERINA TIBI CONIVNCTA LÆTATVR.

SVRGATIS PARITER CHRISTO PRÆSANTE BEATI, ec.

QVOS DEI SACERDVS PROBIANVS LAVIT ET VNXIT.

E lungo tempo durò quest’uso di versi plebei: il che si può raccogliere da un’iscrizione posta in Roma, e scritta circa il 1014, che si legge presso il Boldetti, lib. II, cap. V de. Coemet.

PETROCIO REQVIESCVNT HIC SEPVLTAQVE MEMBRA.

RECTE BONVS, SAPIENSQVE FVIT; NAM GENERE MAGNO

ERAT, FORMOSVSQVE, PRÆCLARVS, LARGVS AMICIS.

GRATIA SEMPER TVNC FVERAT ILLI COLLOQVIA DIGNA

OMNIBVS AMABILISQVE, BENIGNVS, PRONTVS ET AVDAX, ec.

Anche il Fabretti (cap. III, pag. 146 Inscript. Antiqu.) riferisce la seguente, che è de’ tempi Pagani:

NOME FVIT NOMEN. HÆSIT NASCENTI COSVCCIA

VTRAQVE HOC TITVLO NOMINA SIGNIFICO.

VIXI PARVM, DVLCISQVE FVI, DVM VIXI, PARENTI,

HOC TITVLO TEGEOR DEBITA PERSOLVI.

QVIQ. LEGIS TITVLVM SENTIS QVAM VIXERIM PARVM

HOC PETO NVNC DICAS. SIT TIBI TERRA LEVIS.

Si possono vedere altri simili componimenti presso il suddetto Fabretti (cap. IV, p. 329, 418 e 421), siccome ancora l’epitaffio di Buono console e duca di Napoli, che fiorì nel secolo nono, riferito nella Par. I del tomo II Rer. Ital. E finquì de’ Ritmi esametri e pentametri.

A questa sorta di versi si hanno da aggiugnere quei di undici, dodici, sette, ec., sillabe. E tanto più parlerò di questi, perché principalmente di là presero gl’Italiani l’esempio della nostra volgare poesia. Prima nondimeno di farne parola, debbo accennare un altro rito della poesia ritmica, non ignoto alla metrica. V’ha persone che han creduto avere una volta i Greci e Romani praticata quella consonanza di sillabe che noi ora dimandiamo Rima, nome nato da Rhythmus, mutato in Ritma, e poi Rima; di maniera che una sillaba nel mezzo o fine di un membretto o verso corrisponda all’altro. Parve loro che i Poeti si compiacessero di questa figura e simmetria di parole. Certamente piacque agli Oratori, purché se ne servissero con parsimonia. Omoioteleuton chiamarono i Greci una tal figura, Similiter cadens i Latini. Famosi sono i due versi di Cicerone, che furono anche derisi, mentre egli era in vita, rapportati da Quintiliano, cioè

Cedant arma togae, concedant laurea linguae,

O fortunatam natam ine Consule Romam!

Anche Varrone nella sepoltura di Menippo:

Neque orthophallica attulit psalteria,

Quibus sonant in Graecia dicteria,

Qui fabularum collocant exordia.

Qui credo che s’abbia a scrivere Exodia. Anzi l’antichissimo poeta Ennio pare che se ne dilettasse, riferendo Cicerone questi suoi versi nella Tuscul. I:

Haec omnia vidi inflammari,

Priamo vi vitam evitari (forse evirari),

Jovis aram sanguino turpari.

Questi altri versi, non so se suoi o d’altro Poeta, riferisce nella medesima Tuscolana:

Caelum nitescere, arbores frondescere,

Vites laeteficae pampinis pubescere,

Rami baccarum ubertate incurvescere.

Simili versi indussero il cavaliere Stigliani a credere che i Ritmi, oggidì chiamati Rime, si usassero nel tempo della migliore Latinità. Perciocché, come egli scrive, Vergilio (lib. VI, v. 165. Æneid.) disse:

Ære ciere viros, Martemque accendere cantu.

ed Ovidio:

Quo caelum stellas, tot habet tua Roma puellas.

E Properzio:

Non non humani sunt partus talia dona,

Ista Deum menses non peperere bona.

Così Orazio de Arte Poetica:

Non satis est pulchra esse Poemata: dulcia sunto,

Et quocumque volent, animum auditoris agunto.

Così anche Ausonio nell’Idillio II:

Vel tria potanti, vel ter tria multiplicanti.

Ma troppo facilmente potè succedere che venissero fatti somiglianti versi anche senza pensarvi; e però non mi opporrei a chi giudicasse che questi tali fossero più tosto effetti del caso, che dell’arte. Ma per conto degli Oratori, avendo noi detto che si compiacquero delle desinenze consonanti, non si può perciò assolutamente negare che tal figura non si adoperasse talvolta anche dai Poeti. E particolarmente se ne poterono servire i Poeti rustici, e del volgo, all’orecchie de’ quali faceva un bel sentire questa consonanza di parole. Se non fossero periti tanti Ritmi e componimenti plebei di que’ secoli Latini, forse avremmo più versi rimati di quella età. Molti anche se ne truovano presso i Greci, come si può vedere nell’Antologia ed altrove. V’ha eziandio chi crede che gli Ebrei usassero le rime o nel mezzo o nel fine dei loro versi: il che principalmente veggo asserito da Monsig. Huet. E certamente ciò si sente nel Ritmo delle donne Ebree, che recai di sopra. Anche il P. Martianay, Benedettino di San Mauro, ne’ Prolegomeni alla divina Biblioteca di San Girolamo, con varj esempli mostra che nel Cantico del Deuteronomio e nei Threni di Geremia si truova la rima nel fine de’ versetti. Ma io riserbo ad altri la decisione della controversia intorno alla Poesia Ebraica, persuaso che anche in essa il caso potè produrre la somiglianza delle voci. Fuor di dubbio è bensì che ne’ secoli barbarici si cominciò a frequentare l’allettamento delle rime non solamente ne’ Ritmi, ma anche ne’ metri, prendendo ciò per dilettevol cosa, e perché s’immaginarono non senza fondamento, che più agevolmente si metterebbono a memoria e si riterrebbono i versi. Sulle prime costume fu di fare la consonanza o rima nella sola ultima sillaba del verso, a cui corrispondesse la eguale del verso susseguente. Che se il verso terminava in dattilo, usarono di far consonanti le due sillabe ultime con quelle del seguente. Finalmente si arrivò a fare che le due sillabe lunghe terminanti il verso, o pure tre, se era un dattilo, avessero nel seguente una simile corrispondenza di lettere e suono. Passò poi questo costume nella Poesia Italiana: del che ognuno è testimonio.

Furono una volta appellati leonini questi versi rimati. Non ne seppe il perché lo Scaligero, lib. II, cap. 29 Poetic. Stefano Guazzo ridicolosamente li credè così nominati dalla coda del lione. Ma Renato Moreau medico Parigino nel Commento alla Scuola Salernitana, e il Du-Cange nel Gloss. Lat. gli stimano sic forte nuncupatos, quod inventi fuerint a quodam Leone Poeta, qui circa tempora Ludovici VII, vel Philippi Augusti Regum Franciae vixit. Aggiugne il Du Cange, che di questo parere fu anche Stefano Paschasio (lib. VII, cap. 2 Disquisit. Franc.) il quale pubblicò alquanti leggiadri versi di esso Leone. Fu parimente approvata tal opinione dal P. Papebrochio a dì I di giugno nella Vita de’ Santi Graziano e Felino; più moderatamente nondimeno, perché solamente giudicò condotti da esso Leone questi versi ad summam perfectionem. E veramente io truovo nel tomo V Script. Franc. del Du-Chesne, pag. 323, che Egidio Parigino fra i Poeti vivuti al suo tempo, cioè dal 1191 sino 1198, annovera

Nec minus in sacris melico sermone Leonem

Ludentem historiis.

Egli è il Poeta stesso, secondo tutte le apparenze, di cui parlano il Du-Cange e il Papebrochio, benché diversi li reputi il Leysero, Hist. Poet. medii aevi, num. 79 e 95. Però il P. Beretti Benedettino nella Tavola Chorografica (che pubblicai nel tomo X Rer. Ital.), al num. 62, pensò Leoninos versus vix post Normannorum adventum in Italiam componi coepisse, cioè nel secolo XI. E per questo sì egli che il P. Papebrochio, l’Eccardo ed altri si figurarono che alcune iscrizioni, credute degli antichi tempi, fossero state composte solamente dopo il mille a cagione de’ versi leonini. Qual sia il mio parere, eccolo. Primieramente metto per cosa certa che i versi chiamati leonini un tempo fa, ed ora son detti rimati, non debbono la loro origine ed invenzione a quel Leone poeta Parigino e monaco Benedettino del Monistero di San Vittore, che fiorì circa l’anno 1190, come pensarono il Du-Cange, Jacopo Perizonio ed altri. Erano preceduti molto prima Poeti che tanto in ritmi che in metri aveano usate le rime. Può essere ch’ egli perfezionasse quest’arte; ma né pur questo è fuor di dubbio. Potè, dico, essere che questo Poeta tessesse un lungo ed elegante Poema, in cui conservasse la consonanza di due o tre sillabe nel fine de’ versi; il che niuno de suoi predecessori avesse esattamente osservato. Imperocché la maggior parte de’ vecchi Poeti faceano consistere la rima nella sola sillaba finale de’ versi ritmici e metrici. Altri non pochi ancora l’adoperavano non già nel fine di due versi, ma in maniera che la metà d’un solo verso corrispondesse nel suono al fine. Tutto ciò verrà da me confermato con esempj.

Sul fine del secolo sesto dell’epoca nostra fiorì San Colombano, celebre fondatore del Monistero di Bobbio, senza essere Benedettino. Fra le sue Opere si legge un Ritmo de Vanitate vitae, dove si truova buona parte de’ versi con rima. Ne do questi soli:

Differentibus vitam mors incerta surripit:

Omnes superbos, vagos moeror mortis corripit ec.

Plerique perplessi sunt poenarum incendia,

Voluntatis lubricae nolentes dispendia, ec.

Lascio andare il resto. Se essi veramente hanno per autore San Colombano, ci fanno conoscere antichissima la forma di tali versi. Così fra l’Opere di Beda si leggono versi de Computus regulis ne’ quali s’ode qualche concento nel mezzo e fine.

Adventum Domini non est celebrare decembri

Post ternas nonas, neque quintas ante kalendas.

Anche San Bonifazio vescovo e martire nell’epistola prima, circa l’anno 730 scritta, compose un Ritmo in cui pose la consonanza delle voci:

Vale frater florentibus

Juventutis cum viribus,

Ut florens cum Domino

In sempiterno solio, ec,

Poscia nell’epistola 69 si truovano quattro Opuscoli con versi, dove i dattili finali con due voci si corrispondono. Eccone un saggio:

Summum satorem solia

Sedet super aethralia,

Alti Olympi arcibus

Obvallatus minacibus, ec.

Citai di sopra l’Antifonario del Monistero di Benchor in Irlanda, quivi usato nel secolo settimo, o almeno nell’ottavo, che dalla Biblioteca di Bobbio passò nell’Ambrosiana, e fu da me dato alla luce. Quivi si legge Hymnus Sancti Comgilli, diviso in istrofe, i cui versi finiscono in una sillaba di pari suono.

Recordemur justitiae

Nostri Patroni fulgidae,

Comgilli Sancti nomine,

Refulgentis in opere, ec.

I versi della seconda strofa terminano in A.

Audite pantes ta erga

Allati ad Angelica

Athletae Dei abdita

A juventute florida, ec.

Procedono gli altri con lo stesso ordine. Sonvi ancora Versiculi familiae Benchuir, in molti de’ quali si osserva la forma di quelli che tanto dopo furono chiamati leonini.

Vere Regalis aula

Variis gemmis ornata,

Gregisque Christi caula,

Patre summo servata.

Virga valde foecunda,

Haec et Mater intacta,

Laeta ac tremebunda,

Verbo Dei subacta.

Così chiaro è l’andamento di questi versi, che ognuno può intendere, non avere i Poeti aspettato i tempi di Leone Parigino per imparare da lui l’uso delle rime; e che troppo facilmente ha creduto taluno, solamente essere nati da esso i versi leonini. Rapporta il cardinal Baronio all’anno di Cristo 538 dei versi tuttavia conservati nella chiesa de Crociferi in Roma, che si dice fabbricata da Belisario a’ tempi di Giustiniano I, e son questi:

HANC VIR PATRICIVS VILISARIVS VRBIS AMICVS

OB CVLPÆ VENIAM CONDIDIT ECCLESIAM

HANC IDCIRCO PEDEM SACRAM QVI PONIS IN ÆDEM,

VT MISERETVR EVM, SÆPE PRECARE DEVM.

Se alcuno vuol credere fatti tai versi dopo il mille, io non gliel contrasterò; ma che dopo tanti secoli si pregasse il popolo d’impetrare misericordia da Dio a Belisario, non pare molto credibile.

Noi nondimeno abbiamo un sicuro ed anche più antico esempio di una specie di rima in un Salmo composto da Santo Agostino circa l’anno 393 contra partem Donati. Esso è un Ritmo; ogni verso è formato di due versetti di otto sillabe; ve n’ha di più, ma forse il testo abbisogna di correzione. Fra l’Opere di esso santo Dottore nelle prime pagine del tomo IX dell’ultima edizione si legge questo Ritmo, ed egli stesso ne parla nel lib. I delle Ritrattazioni, cap. 20, con dire: Psalmum, qui ab imperitis et idiotis cantaretur, per Latinas literas feci. Tales autem Abecedarios appellant. Della medesima specie è il Ritmo delle Lodi di Milano, che di sopra accennai, siccome ancora un altro di Adelmanno Scolastico, parimente osservato di sopra. Il Mabillone lo chiama Alphabeticum; Santo Agostino nominò il suo Abecedarium, perché i principj delle strofe camminavano colle lettere dell’alfabeto. Ne darò anche un simile qui sotto cavato da un antico codice Veronese de captura Ludovici II augusti. Ho anche un altro Ritmo in Sanctum Zenonem, medesimamente abecedario, che comincia:

Audiant Principes, audiant Populi, ec.

Quivi si legge:

Kasta permanserat Imperii filia, ec.

Rogat te Imperium, ad se te convocat, ec.

Ivi Imperium in vece d’Imperator. Soggiugne poi Santo Agostino parlando del suddetto Salmo: Ideo autem non aliquo carminis genere id fieri volui, ne me necessitas metrica ad aliqua verba, quae vulgo minus sunt usitata, compelleret. Però si conosce che una volta si componevano i Ritmi, ut ab imperitis atque idiotis canerentur; perciocché anche in que’ tempi, come ne’ nostri, v’era chi o per solazzo proprio, o nelle piazze per guadagno, cantava si fatte canzoni, rozze bensì, ma tali apposta, acciocché il popolo le intendesse. In esso Salmo Agostiniano il fine di ogni verso è in E, e sebben v’ha molte voci simili in are et ore, stimo io ciò succeduto a caso. Almeno apparisce che fino nel secolo quarto la plebe Affricana amava ne’ Ritmi qualche consonanza di parole. Era preceduto Commodiano, di cui sopra si parlò. Terminano tutti i suoi versi in O.

Ai Ritmi finquì rapportati si aggiunga l’epitaffio di Lantfrido abbate Burense in Baviera, pubblicato negli Analetti dal P. Mabillone. Fiorì egli sotto Pippino e Carlo Magno re dei Franchi, e circa l’anno di Cristo 790 si crede che terminasse i suoi giorni.

EN LANTFRID DOMNVS, PRIMVS NATALIBVS ORTVS,

DEBITA SOLVIT HVMO, QVÆ SIBI DEBET HOMO.

ÆTATIS FLORE SPONSI CVRRENS IN ODORE,

PLVRIBVS EXEMPLVM PRÆBVIT IPSE BONVM, ec.

Col medesimo concento seguitano gli altri versi, i quali se veramente furono allora composti, come par verisimile, confermano quanto ho detto delle rime usate nel secolo ottavo. Un altro esempio cel somministrano le porte di bronzo della Basilica di San Dionisio in Parigi, fabbricate circa i medesimi tempi. Ivi l’autore, cioè Airado, volle perpetuato il suo nome con due versi che il Mabillone produsse negli Annali Benedettini all’anno 780.

HOC OPVS AIRADVS CÆLESTI MVNERE FRETVS

OFFERT ECCE TIBI, DIONYSI, PECTORE MITI.

Quanto poscia dopo l’anno 800 si dilettassero i Poeti della consonanza delle parole, si può dimostrare con molto più frequenti esempli. Vedesi tuttavia nella chiesa di Santa Maria Nuova di Roma un musaico, riferito dal Ciampini (Par. II, cap. 28 Monument.), dove sono i seguenti due versi:

ARBOR SACRA CRVCIS FIT MVNDO SEMITA LVCIS:

QVAM QVI PORTAVIT, NOS CHRISTVS AD ASTRA LEVAVIT.

Come racconta Anastasio Bibliotecario, autore di quella chiesa e del suo musaico fu Leone IV papa nell’anno 848, ovvero papa Niccolò I circa l’anno 870. Il che quando si metta per cosa indubitata, ci fa scorgere nella stessa Roma usate, già son nove secoli, le rime. Che se nel secolo stesso in cui mancò di vita Lodovico Pio imperadore (il che avvenne l’anno 840) fu composto e messo al suo sepolcro in Metz l’epitaffio rapportato dal cardinale Baronio e dal Du-Chesne, un’altra bella testimonianza avremmo delle rime suddette. Ne trascelgo solamente quattro versi:

IMPERII FVLMEN, FRANCORVM NOBILE CVLMEN,

EXCITVS E SECVLO CONDITVR HOC TVMVLO,

REX LVDOVICVS, PIETATIS TANTVS AMICVS,

QVOD PIVS A POPVLO DICITVR ET TITVLO, ec.

Anche a Drogone arcivescovo di Metz, e fratello del medesimo Lodovico Pio, fu posto l’epitaffio, riferito dal suddetto Du-Chesne:

CONDITVR HOC BVSTO PRÆSVL DROGO MARMORE SCVLPTO:

SPIRITVS IN REQVIE LÆTVS OVAT ABRAHÆ, ec.

In oltre nel Monistero Laureshamense tuttavia si mira il sepolcro di Tassilone duca di Baviera, abbattuto da Carlo Magno, co’ seguenti versi:

CONDITVR HAC FOVEA, QVAM PIE CHRISTE BEA,

TASSILO DVX PRIMVM, POST REX, MONACHVS SED AD IMVM.

IDIBVS IN TERNIS DECESSERAT ILLE DECEMBRIS.

Ma perciocché si può dubitare che più tardi sieno stati posti al sepolcro suo tali versi, ne daremo de’ più certi. Gasparo Barthio (lib. XXXII, cap. 12 Adversar.) rapporta da un MSto un Ritmo di Erinfredo monaco, il quale vixit anno DCCCVI, ut Vita ejus testatur. Eccone due sole strofe:

Felicitatis regula

Hac fine semper constitit.

Ad puncta cum venit sua,

In se voluta corruit.

Quaecumque vita protulit

Ambiguae, laeta, tristia;

Quocumque se spes extulit,

Infida, dura, credula, ec.

Fu spezialmente in uso allora il dividere in due membretti il verso, e quivi far rima. Diede alla luce il sovente nominato P. Mabillone all’anno 827 negli Annali alcuni versi di quel tempo, de’ quali prendo i soli primi:

Ebo, Remense decus, Praesul, Pastorque coruscus,

Doctor Evangelicus, praecelsi Regis amicus,

Hunc in honore Dei, Petrique in honore beati,

Librum jussit agi, plenus spiraminis alti, ec.

Così nel musaico tuttavia esistente nella Basilica Ambrosiana di Milano, che il Puricelli ragionevolmente stima formato circa l’anno 835, si legge il seguente Tetrasticho:

MARTINVS MORITVR, SED VITÆ DONA MERETVR:

TRISTATVR MVNDVS, ADIVBILATQVE POLVS.

MORS SVA DIGNA BONO FERTVR CELEBRATA PATRONO,

SPIRITVS AMBROSII DVM FAMVLATVR IBI.

Riferisce il suddetto P. Mabillone negli Annali Benedettini all’anno 872 i Versi di un Monaco Elnonense composti nell’855 con pari consonanza di voci. Vedi anche le Formole XIV e XV tomo II Capitolar. del Baluzio, pag. 565; non già Formole, ma due Ritmi contenenti una gran barbarie, e forse guasti dagl’ignoranti copisti. Feci io di sopra menzione di Notkero Balbulo monaco celebre di San Gallo, che verso il fine del secolo nono compose un libro Sequentiarum, lodato dagli antichi e dal P. Pez Benedettino, dato alla luce nella Par. I del tomo I Thesaur. Anecdot. Tali Sequenze, che Inni più tosto son da appellare, furono composte alla ritmica in varj metri. Uno solo ne scelgo.

Sancti merita

Benedicti inclyta,

Verendae sanctitatis,

Ac Monachorum Praesulis,

Pro posse,

Atque nosse,

Organa nostra concrepent.

Nursia felix

Tulit natum genitrix;

Domina Mundi

Roma fovit altrix.

Hic ergo praeventus optimo

Sancti Spiritus dono, ec.

Nell’anno 912 passò a miglior vita esso Notkero, il cui epitaffio metrico, rapportato dal Mabillon, è del seguente tenore:

ECCE DECVS PATRIÆ NOTKERVS, DOGMA SOPHIÆ,

VT MORTALIS HOMO CONDITVR HOC TVMVLO.

IDIBVS OCTONIS HIC CARNE SOLVTVS APRILIS,

COELIS INVEHITVR, CARMINE SVSCIPITVR.

Produsse l’insigne Monistero di San Gallo altri simili Poeti in que’ tempi, l’Opere de’quali furono date alla luce da Enrico Canisio, e poi inserite nella Biblioth. Patrum. Quivi si legge un Inno composto da Hartmanno monaco circa l’anno 870, di cui tali sono i primi versi:

Cum natus esset Dominus,

Turbatur Rex incredulus.

Magi tulerunt munera,

Quos Stella duxit praevia.

Truovansi ivi altri simili Inni colla consonanza delle voci, composti o nel nono o nel decimo secolo, e fra questi un componimento di Salomone vescovo di Costanza, che fioriva nell’anno 895. Il principio è tale:

Eximie Antistes, has accipe, Dado, salutes,

Conscriptas tristi a Salomone tibi.

Comparisce il medesimo artificio nel resto.

A questi si aggiunga l’iscrizione posta al sepolcro di Emma regina di Francia nell’anno 954. I due primi versi son tali:

SANGVINE CÆSAREO IACET HIC EXCELSA PROPAGO,

FRANCORVM POPVLO PRODITA DE KAROLO, ec.

Che se desideri altri epitaffi di simil sorta, vedi gli Analetti del P. Mabillone, gli Annali di Treveri del Browero, Frodoardo nella Vita di San Colombano, e Rosvitha monaca celebre nel poema de Gestis Oddonum, e presso il Canisio e Surio l’epitaffio di San Gebeardo vescovo di Costanza, morto nell’anno 996. Fra l’Opere ancora di San Fulberto si truovano Ritmi colle rime. E Landolfo Seniore storico Milanese circa l’anno 1075, nel lib. I, tom. IV Rer. Ital., ha anch’egli un Ritmo, la cui prima strofa è di questo tenore:

Jesu Christe, splendor Patris, via, veritas et vita,

Omnium Redemptor pie, cunctorum aequitas,

Universos qui te quaerunt, tua replet caritas.

Nel primo verso s’ha da leggere vita et veritas. II medesimo Landolfo poi nel lib. II, cap. 16 riferisce Cantilenam, cioè una Canzone e Ritmo super statum Regis Alberti. Tengo io per fermo che questa si cantasse, dappoiché circa l’anno 962 da Ottone il Grande fu cacciato dal Regno d’Italia Adalberto figlio di Berengario. Ecco i primi versi:

Te, Alberto, decet nemus,

Et Ottonem manet decus.

Pro infamia Walperti

Te decet alga Regni.

Pro Regina nunc Latina

Utere jam nunc marina.

Pro Regali sceptro nostro

Fruere jam navis rostro, ec.

Contemporaneo di Landolfo fu Benzone, falso vescovo d’Alba, il quale principalmente si dilettò di questi versi rimati, come apparisce dallo scomunicato Panegirico suo in onore di Arrigo IV re di Germania, dato alla luce dal Menkenio nel tom. 1 Rer. Germ. E veramente nello stesso secolo XI cotanto erano presi gli uomini dall’armonia di questi versi consonanti, che pochi poetavano senza imitare tal rito. Di usanza cotanto piaciuta ce ne fa testimonianza Othlono monaco di Sant-Emerame, le cui Opere si veggono divolgate dal P. Pez, Par. II del tom. III Thesaur. Anecdot. Fioriva questo Monaco nell’anno di Cristo 1050, e lasciò dopo di sé varj Opuscoli, ne’ quali è adoperata la rima. Ora egli nel Poemetto de Doctrina Spirit. così parla:

Porro quod interdum subjungo CONSONA VERBA,

Quae NUNC MULTORVM nimius desiderat USUS

Hoc quoque verborum plus ordine convenienti

Insuper antiqua de CONSUETUDINE FECI.

Come vedi, consona verba erano una volta appellate quelle che oggidì si dicono rime, e di tal sorta di poesia era non lieve la consuetudine nel secolo XI. Però non è da stupire se nel susseguente secolo XI, assai si dilettarono i Poeti di tal uso. Osservisi Donizone, che nell’anno 1115 compose il suo Poema de Vita Comitissae Matildis; siccome ancora con quai versi Guglielmo Pugliese chiuse il lib. V de Normannis. Vedi anche l’Anonimo che circa l’anno 1127 formò il suo Poema de Excidio Urbis Comensis; e Radolfo Cadomense, a cui dobbiamo Gesta Tancredi Principis; e il Pantheon di Godefrido da Viterbo, e la Storia Siciliana di Gaufredo Malaterra, tom. V Rer. Ital. Si possono anche leggere alcuni Ritmi composti da Pietro abbate Cluniacense circa l’anno 1130. Per non tediare i Lettori non ne accenno di più.

Non s’ha nondimeno da dissimulare che la maggior parte di tali Ritmi e metri è fabbricata con sì scarso artificio, che una sola sillaba nel mezzo d’un verso corrisponde colla consonanza al fine del medesimo verso; o pure un’egual sillaba corrispondente si trova nel fine di due versi vicini. Ma quella Poesia, dove due sillabe, se lunghe, e tre, se è un dattilo, si corrispondono nel mezzo o nel fine de’ versi, forse potè dare il nome ai versi leonini, quasiché il primo a metterli in credito fosse quel Leone Parigino che circa il 1190 fiorì. Ma che tal gloria con giusto titolo si possa attribuire a lui, niuno lo dirà, da che abbiamo tant’altri Poeti che prima di lui usarono un tale artifizio. E primieramente quanto all’Italia abbiamo quel Mastro Mosé da Bergamo, che circa l’anno 1120 compose un Poemetto de Laudibus Bergomi, da me stampato nel tom. V Rer. Italicarum. I primi versi son questi:

Alme Deus Rector, qui Mandi frena gubernas,

Nec sinis absque modo sedes fluitare supernas, ec.

Così procedono gli altri versi. Più antichi ancora sono da dire quei che Guglielmo Malmesburiense nel lib. I de Gest. Reg. Anglor. narra composti in onore di San Lullo vescovo di Magonza. Quello Storico scriveva circa l’anno 1127, e dice d’aver udito que’ versi, quando era fanciullo.

Antistes Lullus, quo non est sanctior ullus,

Pollens divina, tribuente Deo, medicina,

Occurit morbis, ut totus praedicat Orbis.

Antichissimo è altresì il verso di cui si servirono gl’Imperadori Germanici ne’ loro sigilli del secolo XI. Ne ho io dato fuori non pochi. Cioè ivi si legge:

Roma caput Mundi

Regit Orbis frena rotundi.

Roberto abbate di San Remigio, che circa l’anno 1110 scrisse la Storia di Gerusalemme, mischiò colla prosa dei versi rimati nella stessa forma. Do questi pochi:

Nec leviter tactus Raynaldus, apostata factus,

Abjurando Deum se probat esse reum.

Quid faceret Turcus, populusque per omnia spurcus?

Ni sua terga daret, quo venerat et remearet.

Così Gaufredo Malaterra, il quale circa l’anno 1099 scrisse la Storia di Sicilia (tom. V Rer. Ital.), ha di questi versi nel lib. III, cap. 25:

Nec nimis hoc culpo, quamvis hic talia sculpo:

Nec prohibens vito; cum fiat juncta marito,

Diligat, et juste foedus servando venuste:

Nam quos lex jungit, sententia nulla repungit, ec.

Anche nel sepolcro di Beatrice duchessa di Toscana, defunta nell’anno 1076 in Pisa, fu scritto:

QVAMVIS PECCATRIX SVM DONNA VOCATA BEATRIX,

IN TVMVLO MISSA IACEO QVAE COMITISSA.

Così abbiamo somiglianti versi composti sopra Ivone abbate di San Dionisio, ucciso nell’anno 1094, e pubblicati dal Mabillone.

Qui nondum norat, sub quale caribde laborat,

Occultans illa fiat damnata favilla;

Et ceu scintillae stipularum corruat ille, ec.

Nel suo epitaffio si legge:

IVO GRAVE SORTE, CRVDELITER OBRVTE MORTE,

QVEM TEGIT HÆC PETRA, FELIX HABEARIS IN ÆTHRA, ec.

Lascio andare altri esempli per venire alla seconda maniera di rimare, cioè di mettere in fine di due versi vicini la consonanza di due sillabe lunghe. Né pur qui mancano componimenti anteriori all’età del Parigino Leone. Verseggiava il celebre San Pier Damiano, poscia vescovo di Ostia, nel secolo XI. Abbiamo di lui varj Inni, Ritmi e componimenti, la maggior parte forniti di rima. Odasi il suo Ritmo super Salutatione Angelica:

Ave David filia, Sancta Mundo nata,

Virgo prudens, sobria, Joseph desponsata,

Ad salutem omnium in exemplum data,

Supernorum civium consors jam probata.

Maria, miseria per te terminatur,

Et misericordia per te revocatur, ec.

Odi ancora il suo Poemetto 64 alla stessa Madre di Dio:

O miseratrix — o dominatrix — praecipue dictu,

Ne devastemur — ne lapidemur — grandinis ictu, ec.

 

Rapportò il P. Mabillone negli Annali l’epitaffio posto ad Alberto abbate Miciacense, che nell’anno 1036 chiuse i suoi giorni, del tenore seguente:

HIC IACET ALBERTVS QVONDAM REGALIA SPERNENS,

PRVDENS ATQVE PIVS, TANTVUM COELESTIA CERNENS,

MVNDI DIVITIAS CVM REGALI DITIONE

GEMETICA PRIMAS SPREVIT PRO RELIGIONE, ec.

Fioriva nel 1095 Baldrico abbate di Angiò, i cui Poemi si truovano pubblicati dal Du-Chesne, tomo IV Script. Franc. Del primo epigramma sono gl’infrascritti versi:

In rotulo multi cum sollicitudine quadam

Dicendi seriem semper metantur ab Adam, ec.

Così ne’ versi sopra la morte di Matilda Badessa Cadomense nell’anno 1012 composti, si truova l’andamento delle medesime rime:

Si lacrymae cuiquam coelestia regna pararent,

Defunctum quemquam si carmina nostra juvarent, ec.

Veggasi in oltre l’iscrizione fatta da Santo Anselmo arcivescovo di Cantuaria al sepolcro del Beato Lanfranco parimente arcivescovo suo predecessore nell’anno 1089:

ARCHIEPISCOPI NON DIVITIAS NEC HONORES

LANFRANCVS SVBIIT, SED CVRAS ATQVE LABORES.

NATVS IN ITALIA, PAPIENSI DE REGIONE,

CIVIBVS EGREGIIS, ET HONESTA CONDITIONE ec.

Fiorì nel medesimo secolo XI Gualdone monaco di Corbeia, che scrisse in versi la Vita di Santo Anschario vescovo di Hamburgo, pubblicata dal Lambecio. Eccone l’esordio:

Dulce tuis, Alberte, decus, jubar ignivaporum,

Ecclesiae turris, Regni diadema decorum,

Gloria Pontificum, Regum venerabile numen,

Quod tibi mater init Corbeia, sume volumen, ec.

Poco fa mentovai i Ritmi di Pietro abbate Cluniacense. Fra gli altri uno ve n’ha de Resurrectione Domini con questi versi:

Lumen clarum — tenebrarum — sedibux resplenduit,

Dum salvare — recreare — quod creavit voluit.

Hinc Creator — ne peccator — moreretur, moritur.

Cujus morte — nova sorte — vita nobis oritur, ec.

Quivi è parimente un altro simile Ritmo in onore della Madre di Dio. Furono essi composti circa l’anno 1130. Così Giovanni Severano nelle Memorie sacre di Roma, pag. 324, rapporta l’iscrizione posta al cardinale Giovanni da Crema nell’anno 1128 nella chiesa di San Grisogono colle seguenti parole:

O BONE SALVATOR

NOSTRÆ SALVTIS AMATOR,

FILI CHRISTE DEI

PARCE REDEMTOR EI.

Anche presso il Canisio (tomo III, Par. II Antiqu. Lection.) si leggono i Componimenti poetici di Metello monaco Tegeriense, che visse nel 1160. Quivi sono Ritmi e metri col seguente concento:

Laudabunt alii clarum genus, Ot mihi lene

Christi jugum dat verba Camoenae.

Sidereae patriae cives abolere studebat,

Per quos pacem rebus habebat, ec.

Ma prima ancora di questi tempi era in uso la foggia stessa di rime. In Capoa si leggono questi due versi in onore di Ottone vescovo di quella città, che fiorì sul fine del secolo IX:

HOC PIVS ANTISTES, CLERI LVX, OTTO PARAVIT,

ECCLESIÆQVE PATER, RES, MORES AMPLIFICAVIT.

Negli Annali Benedettini all’anno 707 si legge l’iscrizione fatta nell’anno 946 al Reliquiario di Santo Hidulfo vescovo:

QVORVM MVNERE SVM TALI VESTITVS HONORE,

DIGNI REDDANTVR DIVINO SEMPER AMORE.

Così nella Cronica Centulense presso il Dachery, Ariolfo autore di essa nell’anno 1088 aggiunse un componimento, di cui rapporto i soli primi versi:

Toto corde meo Te, Centula mater, amavi,

Traditus a puero, mea sub te colla ligavi, ec.

Vedi anche un Inno di Hartmanno monaco di San Gallo, circa l’anno 870, nel tomo XXVII Biblioth. Patrum, dove si legge:

Tribus signis,

Deo dignis,

Dies ista colitur.

Tria signa

Laude digna

Coetus hic persequitur.

Stella Magos

Duxit vagos

Ad praesepe Domini, ec.

Non la finirei sì presto se volessi riferire anche altri simili esempli, che si leggono presso Guglielmo Malmesburiense in onore del re Aethelstano, presso Radevico (lib. II, cap. II de Gest. Frider.) e nel lib. V della Storia di Enrico Huntindoniense, e nella Scuola Salernitana, in Gotifredo da Viterbo, nella Cronica di Casauria (Par. II, tomo II. Rer. Ital. pag. 785) e nella Prefazione del P. Pez al suo Thesaur. Anecdot. Tali notizie possono finalmente convincere ciascuno di noi, che non si può intendere la ragione per cui si attribuiscano i versi leonini a Leone Parigino, vivente nel 1190, quando abbiamo tant’altri prima di lui, che hanno composto Ritmi e metri con pari artificio di voci. Certamente dobbiamo chiamare insussistente l’opinione del P. Papebrochio, il quale nella Vita di Santa Pudenziana al dì 19 di maggio crede fatti alcuni versi ritmici ai tempi di papa Innocenzo II circa l’anno 1130 per la seguente ragione: Nam Leoninorum versuum initium nemo Eruditus fecerit saeculo XII antiquius. Ma vo io credendo che diverso da qui innanzi sarà il sentimento degli Eruditi.

S’è finquì parlato della Ritmica Poesia degli antichi Latini; tempo è ora di venire all’origine della Poesia Italiana Volgare. Dubbio non c’è che la Poesia oggidì usata da Italiani, Franzesi e Spagnuoli sia nata dall’imitazione de’ vecchi Ritmi Latini: giacché la medesima nel tessere i versi non osserva quantità o prosodia nelle sillabe, come usarono gli antichi Greci e Latini. Perciocché quantunque la lingua Italiana abbia parole lunghe e brevi; tuttavia tale quantità delle voci solamente si ferma nelle sillabe penultime de’ versi, se le parole sono di tre o quattro sillabe, solamente facendosi conto delle brevi e lunghe, per quanto richiede la eguaglianza delle rime. I componimenti adunque, de’ nostri Poeti non sono altro che Ritmi; e siccome in molti de’ Ritmi antichi bastava allettar le orecchie col concento che nasce dal pari suono delle parole o nel mezzo o nel fine de’ versi; così anche praticarono i Poeti delle lingue volgari. Però allorché i Poeti delle lingue volgari cominciarono a comporre versi nella lor lingua, diedero ad essi il nome di Ritmi: la qual voce presso gl’Italiani, Franzesi, Inglesi ed altri popoli con poca mutazione fu, ed è tuttavia appellata Rima; ed ancorché Rima propriamente sia la consonanza delle voci, pure tutto il componimento rimato fu da essi appellato Rima. Perciò il Petrarca scrisse:

Voi che ascoltate in rime sparse il suono.

Consonum verbum, o consonantia vocum era anticamente chiamata la rima, come anche attesta Antonio da Tempo nel suo Trattato MSto, di cui feci menzione nel lib. I, cap, 3 della Perfetta Poesia Italiana [2]. Conservasi tale Trattato anche nella Biblioteca Estense, ed ha questo titolo: Summa Artis Rhythmici vulgaris dictaminis, composita ab Antonio de Tempo, Judice, Cive Paduano, ad Illustrem Principem Albertum de la Scala anno Domini MCCCXXXII. Però egli precedette i versi del Petrarca. Quivi egli annovera Rhythmorum vulgarium septem genera, Sonetum, Ballatam, Cantionem extensam, ec. Scrive poscia nella Rub. I: Literalis Rhythmus (cioè il Latino) secundum Grammaticos est consonans paritas syllabarum, certo numero comprehensarum. Et eadem dispositio cadit in quolibet vulgari Rhythmo, praecipue in Motu confecto, ec. Più sotto aggiugne: Quilibet Rhythmus habeat saltem unam consonantiam cum dictione, quae habeat diversum significatum: dalle quali parole consta che ogni componimento poetico in lingua volgare era chiamato Ritmo. In altri luoghi nondimeno questo Scrittore usa la parola Rhythmus per significare la consonanza, o sia quella che noi diciamo Rima.

Che i Siciliani fossero i primi a comporre versi in lingua Italiana, già è stabilito dai più degli Eruditi; e quei Sonetti più antichi della nostra lingua che si son conservati, vengono attribuiti ai Poeti di Sicilia. Ne abbiamo un’idonea testimonianza nel Trionfo d’Amore, cap. IV, dove il Petrarca additando i precedenti Poeti Italiani, parla ancora de’ Siciliani,

Che fur già primi, e quivi eran da sezzo.

Onde poi i Siciliani imparassero la forma de’ versi e poemi volgari, e l’uso delle rime, ciò ha servito di disputa fra gli Eruditi Italiani. Giovan-Mario Crescimbeni, che ci diede la Storia della Volgar Poesia, nel tomo I, cap. 2 7 del Commento, determinò, come cosa evidentissima, che i Siciliani aveano preso dai Provenzali tutta l’economia del poetare Italiano. E veramente molti Poeti ebbe quella lingua, de’ quali ci diede le Vite il Nostradamo; e le loro poesie si truovano scritte a penna l’anno 1254 nell’insigne codice della Biblioteca Estense, che è creduto il più antico di tutti. Son quelle poesie composte dall’anno 1110 sino al suddetto 1254; laddove di versi Italiani composti prima del 1200 niun forse si truova; e quei pochi ancora che poco dopo furono fatti, sono di tal rozzezza, che danno bene a conoscere l’infanzia della nascente nostra Poesia. Anche il Fontanini (cap. VII e seg. dell’Eloqu. Ital.), confidato nell’autorità di Ser Brunetto, asserisce che la lingua Provenzale non solamente nel 1260 era la più dilettevole e la più comune che tutti gli altri linguaggi, ma ancora in realtà fu madre in gran parte dell’Italiana dopo il secolo undecimo. Così spropositata sentenza imparò egli dal Varchi; ma niuno oggidì ci sarà che l’approvi. Perciocché non sì tardi nacque e prese stato la lingua Italiana; anzi essa non ricevette dalla Provenzale, se non pochissime parole, come già s’è fatto conoscere di sopra nella Dissertazione XXXII, dell’origine della Lingua Italiana. E sebbene i primi nostri Poeti usarono qualche voce o frase Provenzale, non restarono queste nell’uso comune del popolo. Lo stesso Monsig. Huet, benché Franzese, nel libro dell’Origine de’ Romanzi si ride dei nostri, che troppo facilmente vogliono riconoscere dal linguaggio Provenzale molte parole che tanto a noi che alla Provenza son venute dal Latino. Finalmente Dante Alighieri nel Convito disapprovò coloro i quali preferivano la lingua Provenzale all’Italiana. Quanto alla Poesia nostra Volgare, io so che Mario Equicola, Pietro Bembo, lo Speroni, il Sansovino e, per tralasciar altri, i soprannominati Crescimbeni e Fontanini, stimarono che questa nascesse dall’imitazione de’ Provenzali. A me nondimeno sia lecito di aggiugnere, verisimile bensì, ma non certa essere tal sentenza. A buon conto ho dalla mia il Petrarca, il quale nella Prefazione alle sue Epistole Familiari, trattando de’ libri da sé composti, fa anche menzione delle Rime sue Volgari colle seguenti parole: Pars mulcendis vulgi auribus intenta, suis et ipsa legibus utebatur. Quod genus apud Siculos (ut fama est) non multis ante saeculis renatum, brevi per omnem Italiam ac longius manavit, apud Graecorum olim ac Latinorum vetustissimos celebratum; siquidem et Romanos Vulgares Rhythmico tantum carmine uti solitos accepimus. Così il Petrarca circa l’anno 1360, le cui parole fecero credere al Castelvetro nelle Giunte al lib. I delle Prose del Bembo, che vanamente si spacciano i Provenzali per padri e maestri dell’Italica Poesia. Più di noi certo ne dovette sapere l’antico e dotto Petrarca. Il Crescimbeni a testo tale non oppone cosa che vaglia. Se non restano poesie composte da’ Siciliani prima del 1200, le vicende del tempo e delle guerre, che di tante altre memorie ci han privati, ne furono la cagione. Più di ogni altro sapeva il Petrarca, dsopo essere dimorato per tanti anni in Provenza, quanti Poeti e in che tempo avesse prodotto quella provincia. Tuttavia, non iscrive egli che i Siciliani avessero appresa dai Provenzali l’arte di far versi volgari, ma più tosto dai Greci e Latini, avendo egli letto che anche il loro volgo si dilettò di comporre de’ Ritmi. Perché mai vogliamo noi asserire quello che egli tanto vicino ai Poeti Provenzali ignorò? E particolarmente scrivendo Leonardo Aretino coll’autorità di Dante (nella Vita di lui) che l’arte Rhythmorum Vulgarium Italicorum era cominciata circa cento cinquant’anni prima di esso Alighieri: la qual epoca cade nel tempo in cui anche fiorirono i primi Poeti della Provenza. Lo stesso Crescimbeni nella Par. II del lib. II de’ Comment. scrive che né pur mancarono Poeti alla Toscana prima del 1200. Essendo adunque preceduti i Siciliani ai Toscani, per attestato del Petrarca, ne viene per conseguenza ch’essi o prima, o nello stesso tempo che dai Provenzali, era coltivata in Sicilia la Poesia Italiana; e verificarsi che l’arte de’ Ritmi apud Siculos non multis ante saeculis (almeno due) era tornata a nascere. Né a torto soggiugne egli, avere i Siciliani appresa tal sorta di Poesia dai Greci e Latini, avendo noi veduto che anch’essi aveano composto dei Ritmi colla consonanza delle voci, ora da noi appellate Rime. Che presso gli stessi Poeti di Sicilia fossero in uso le suddette rime, si raccoglie da quanto scrisse Rocco Pirro nella Cronologia dei Re di Sicilia. Mancò di vita nel 1101 il celebre Ruggieri I conte di Sicilia e Calabria. Nel suo epitaffio postogli in Mileto si leggeva:

LINQVENS TERRENAS, MIGRAVIT DVX AD AMOENAS

ROGERIVS SEDES, NAM COELI DETINET ÆDES.

Simile è l’iscrizion sepolcrale fatta a Rinaldo conte, defunto nell’anno 1126, presso il medesimo Pirro ne’ Vescovi di Catania. Così nel 1170 furono scolpiti nell’arca di Guglielmo I re i seguenti versi:

HIC TVA ROGERI DVX QVONDAM TEMPORE PATRIS

OSSA TENET TVMVLVS, TVMVLO CONTERMINA MATRIS, ec.

Gli altri versi procedono collo stesso ritmo. Somigliante ancora è l’iscrizione posta al sepolcro della regina Margherita nell’anno 1183:

HIC REGINA IACES REGALVBUS EDITA CVNIS,

MARGARITA, TIBI NOMEN QVOD MORIBVS VNIS, ec.

Non ebbero dunque bisogno i Poeti Siciliani volgari di andare a scuola dai Provenzali per imparar l’arte di far versi rimati.

E qui s’ha da aggiugnere che non solamente i Greci e Latini somministrarono ai Siciliani gli esempli della Poesia volgare colle rime; ma anche altri popoli, e spezialmente gli Arabi, o vogliam dire i Saraceni, poterono essere loro maestri in quest’arte. Per più di due secoli fu la Sicilia oppressa dal giogo de’ Saraceni Arabi, e solamente nel 1060 tolta ad essi fu Messina dai Normanni, i quali tanto operarono, che finalmente tutta la Sicilia nell’anno 1091 venne in loro potere. Ora certo è che anche gli Arabi anticamente si dilettarono di versi ritmici terminati, a guisa de’ nostri, colla consonanza delle voci. Hanno de’ componimenti antichissimi nella lor lingua testimonj di questa verità. Anzi fino ne’ tempi di Maometto, cioè nel secolo VII, era a que’ popoli familiare una tal poesia. Noi sappiamo dal P. Maracci nel Prodromo all’Alcorano, cap. 2, che i versetti di quell’empio libro in Rhythmum desinunt, qui ut plurimum consonans est, vocali affecta, cum una ex tribus quiescentibus praecedente, ut una, ina, ana, ec. Talmente ciò è sicuro, che Monsig. Huet nel suo Trattato dell’Origine de’ Romanzi tenne per fermo, nos ab Arabum populo accepisse artem Rhythmandi, cioè l’uso delle parole consonanti ne’ versi, da che quella nefanda nazione sul principio del secolo ottavo s’impadronì della miglior parte della Spagna, e nel secolo seguente suggettò al suo imperio la Sicilia e la Calabria. Dissi che restarono innumerabili Poesie degli Arabi: del che ampia testimonianza rende il sig. d’Herbelot nella sua Biblioteca Orientale. Anzi lo Spanhemio asserì, non potere alcun popolo gareggiar con gli Arabi nell’invenzione e numero de’ versi. E però fondatamente possiam credere che sia a noi venuta da quella nazione l’arte de’ versi rimati; giacché coloro sì anticamente la praticarono, e celebre fu in Italia il loro nome per lo studio delle Lettere, e tanto commerzio di mercatura ebbero con gli Europei, e massimamente con gl’Italiani. Forse ancora da loro a noi venne la varia forma de’ versi praticati da essi, e descritti da Fra Agapito dalla Valle nel libro de Arte Metrica Arabum. Fra gli altri libri di quella nazione celebre è il Trattato Bader Aladini Damamiani principis Poetarum presso gli Arabi, il quale diligentemente scrisse dell’uso delle Rime. E mi convien ripetere, essere stato ne’ secoli barbarici cotanto in credito il saper di coloro, che erano tenuti per maestri della Letteratura in Italia, Francia e Spagna, come dirò qui sotto nella Dissertazione XLIV. Aggiungo, non mancare a noi motivi di credere o almen sospettare che gli stessi antichi Giudei usassero le rime: la qual controversia è stata agitata a dì nostri fra il dottissimo sig. abbate Biagio Garofoli, ed altri Eruditi. In oltre sappiamo che Agostino da Gubbio, il Meibomio, Lodovico Capello, il Clerc, l’Huet ed altri furono di parere ch’essi Ebrei fino dai più antichi tempi usassero questo concento di parole ne’ loro Inni, Cantici e versi. Anche il signor Fourmont in Parigi nell’anno 1714 pubblicò fra le Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni una Dissertazione, mostrando con copiosa erudizione, trovarsi questo concento di voce nel fine de’ versi ne’ libri poetici del vecchio Testamento. Ciò posto, dai Giudei dovettero gli Arabi imparare l’uso delle rime, e dagli Arabi poi i Siciliani ed altri popoli.

Da quanto finora abbiam detto, apparisce essere molto più antica di quel che taluno ha creduto l’invenzione e pratica delle rime nella Poesia. Convien ora aggiungere che se i popoli occidentali non impararono ciò dagli Arabi, poterono almeno apprenderlo dai popoli settentrionali, a’ quali ora mi chiama l’argomento presente. Dopo gli Arabi il Regno della Sicilia cadde in mano de’ Conti, Duchi e Re Normanni, cioè di una nazione venuta una volta dall’agghiacciato Settentrione nella Gallia, e che poscia si rendè padrona dell’Inghilterra, Sicilia e Regno di Napoli, con durar ivi la loro potenza sino all’anno 1194. Quando pertanto non volessimo che i Siciliani avessero appresa dagli Arabi l’arte del verso volgare, poterono almeno impararla dai Normanni. Certamente presso i popoli settentrionali di gran lunga più antico è l’uso de’ versi colle rime, che presso i Provenzali ed Italiani. Mostrano i Tedeschi gli Evangelj tradotti circa l’anno 880 da Otfrido monaco in lingua Tedesca con Ritmi che hanno la consonanza delle voci nel fine de’ versetti. V’ha chi attribuisce quella versione ai Monaci di San Gallo. Altri Poemi della medesima forma composti da esso Otfrido, ricavati dalla Biblioteca Cesarea e dalla Vaticana, si leggono dati alla luce da Giovanni Schiltero. Altri di grande antichità ne hanno i Danesi, Svezzesi, ed altri popoli della Germania. Parimente Giorgio Hichesio, uomo di grande erudizione fra gl’Inglesi, benché scriva nel suo Thesaur. Linguar. Veter. Septentrion. che negli antichissimi versi degli Anglo-Sassoni non si truovano Rime; pure nel cap. XXIV della Gramatica Anglo-Sassone reca un saggio di versi, da lui chiamati Semi-Saxonici, ne’ quali si truova il similiter cadens, come nel fine de’ nostri versi. Anche l’Usserio (cap. XVII, pag. 450 Antiquit. Britann. Eccles.) dalla Vita del Beato Albeo rapporta le seguenti parole: Inde Sanctus Patricius, Archipontifex et patronus totius Hiberniae, versum sequentem Scotica lingua quasi quoddam oraculum, legis vigorem habens, cantavit. Quem versum familia Sancti Albei et familia Sancti Declani noluerunt pro se vel rhythmice seu metrice in Latinum verteremus; sed majoris auctoritatis ei conciliandae gratia, illum, proprio et genuino, quo pronuntiatum et compositum est a Sancto Patricio, idiomate, pro dignate proferemus in medium. Ita Scotice canitur ille versus:

Ailbe umal, Patric Muman, mò gach rath

Theclan Patric Nandeisi, ag theclan go brath.

Vedi qual sia l’antichità delle rime, se le usò anche San Patricio. In oltre il P. Mabillone nel tomo III degli Annali Benedettini, pag. 684, pubblicò un Ritmo composto in lingua Tedesca nell’anno 883, in cui si truova il medesimo concento di voci. Dal che si può vedere quanto si diparta dal vero chi pretese nata la rima dopo l’anno mille. Gli stessi Franzesi, prima che i Provenzali si facessero tanto credito colle loro Poesie, pare che componessero versi rimati. Il Buleo nella Storia dell’Università di Parigi riferisce l’epitaffio in Ritmo Franzese, posto a Frodoardo storico di Rems, che nell’anno 965 finì di vivere. Due soli versi di là trascelti ne esibisco:

VEQVIT CASTE CLERC, BON MOINE, MEILLEV ABBÉ

ET D’AGAPIT LY ROMAIN FVT AVBÉ, ec.

Anche il P. Mabillone negli Atti de’ Santi Bened. al secolo V stimò questi versi non longe ab illis temporibus scriptos. Ecco dunque quanti poterono essere maestri dei Siciliani pel poetar volgare, prima che i Provenzali cominciassero ad accreditarsi coi loro versi.

Quanto alla forma de’ versi Italiani, né pur questa ebbero bisogno i Siciliani ed altri Poeti d’Italia d’impararla dai Poeti della Provenza, ancorché il Crescimbeni nel lib. I della Storia della Volgar Poesia scrivesse con tutta franchezza: Egli è chiara cosa che l’endecasillabo venne in Italia dalla Provenza. Ma egli stesso nel lib. I, cap. V de’ Commenti, pesato meglio questo affare, confessò poi di conoscere che tal sorta di versi era venuta dall’imitazion de’ Latini, come prima di lui aveano osservato il Castelvetro e Jacopo Mazzoni nel lib. II, cap. 33 dell’Apologia di Dante. Aggiungo io che, non solamente dai Metri e dai perfetti versi de’ Latini poterono gl’Italiani apprendere la maniera dei loro versi volgari, ma anche dagli antichi Ritmi; perché ancor questi, siccome vedemmo, furono composti in ogni sorta di metro. Ma per ristrignermi ai soli versi endecasillabi, de’ quali spezialmente si diletta la nostra Poesia, certo è ch’esso fu praticato tanto dagli antichi Poeti Greci e Latini, quanto dai fabbricatori di Metri e Ritmi ne’ secoli barbarici. Fra le Opere di Walafredo Strabone, celebre scrittore del secolo nono, si legge una sua pia Orazione, di cui qui rapporterò alcuni pochi versi:

O rerum Sator omnium tremende,

Dum poenas Crucis innocens luisti,

In quo nil nisi repperis ruinam, ec.

Qui abbiamo non solo i piedi, ma anche il numero dell’endecasillabo Italiano, come anche si truova in quell’Ode di Orazio

Jam satis terris nivis atque dirae, ec.

E perciocché la nostra Poesia in vece dello spondeo può usare in fine di tali versi un dattilo, venendo essi allora ad essere di dodici sillabe, chiamati per questo sdruccioli (de’ quali non so perché il Varchi facesse inventore il Sannazaro), eccone un saggio preso dagli stessi Poemetti di Walafrido:

Legistis, meminit vestra sagacitas.

At multis egomet sordibus obsitus

Donari veniam credo sagaciter, ec.

Veramente in questi endecasillabi degli antichi di rado si sente l’andamento de’ nostri volgari, che è sì patente in essi per le posature: contuttociò i primi de’ nostri Poeti cercando, qual sorta di verso di molte sillabe riuscisse più sonoro e maestoso, non trovarono che l’endecasillabo, di cui si servivano anche i fabbricatori de’ Ritmi Latini. E qui appunto voglio io pubblicare un Ritmo, di cui feci menzione nella Dissert. I. Lo copiai io da un antichissimo codice MSto del Capitolo de’ Canonici di Modena. Sì le cose che precedono, come l’antichità de’ caratteri, assai danno a conoscere ch’esso fu scritto circa il principio del secolo decimo, o sia circa l’anno 924, nel qual tempo, siccome ho di sopra accennato, gli Ungheri tante funeste scorrerie fecero in Italia e massimamente sul Modenese. Fu composto esso Ritmo per essere cantato dalle sentinelle che di notte faceano le guardie alle mura di Modena, o pure di Città Nuova, allora più frequentata dai nostri cittadini. Son versi di dodici sillabe; ma computata la ragione de’ tempi, vengono ad essere uguali agli endecasillabi. Fra essi ve n’ha alcuno che s’accosta alla tessitura ed armonia de’ nostri volgari. In oltre hanno essi qualche cosa di rima, perché terminano con pari concento nella stessa vocale.

Ritmo cantato dai soldati Modenesi nella guardia della città circa l’anno 924.

O tu, qui servas armis ista moenia,

Noli dormire, moneo, sed vigila.

Dum Hector vigil extitit in Troja,

Non eam cepit fraudolenta Graecia.

Prima quiete dormiente Troja,

Laxavit Sinon fallax claustra perfida.

Per funem lapsa occultata agmina

Invadunt urbem, et incendunt Pergama.

Vigili voce, avis anser candida

Fugavit Gallos ex Arce Romulea;

Pro qua virtute facta est argentea,

Et a Romanis adorata ut Dea.

Nos adoremus celsa Christi numina,

Illi canora demus nostra jubila.

Illius magna fisi sub custodia,

Haec vigilantes jubilemus carmina.

Divina, Mundi Rex Christe, custodia

Sub tua serva haec castra vigilia.

Tu murus tuis sis inexpugnabilis,

Sis inimicis hostis tu terribilis.

Te vigilante, nulla nocet fortia,

Qui cuncta fugas procul arma bellica.

Tu cinge haec nostra, Christe, munimina,

Defendens ea tua forti lancea.

Sancta Maria Mater Christi splendida,

Haec cum Johanne, Theotocos, impetra:

Quorum hic sancta veneramur pignora,

Et quibus ista sunt sacrata numina (forse moenia)

Quo duce victrix est in bello dextera,

Et sine ipso nihil valent jacula.

Fortis juventus, virtus audax, bellica,

Vestra per muros audiantur carmina:

Et sit in armis alterna vigilia,

Ne fraus hostilis haec invadat moenia.

Resultet Echo comes: eja vigila.

Per muros eja dicat Echo, vigila.

Chiuderò la presente Dissertazione con una giunta di non lieve pregio, cioè con un Ritmo istorico, che fu copiato dall’antichissimo codice del Capitolo de’ Canonici Veronesi, da dove fu estratto l’altro de Laudibus Mediolani, e a me comunicato dal sopra lodato arciprete Bartolomeo Campagnola. Grande strepito per tutta Italia, anzi per tutto l’Imperio de’ Franchi fece la detestabile azione di Adelgiso principe di Benevento, il quale nell’anno 881 con somma ingratitudine verso Lodovico II Augusto, da cui tanti benefizj avea ricevuto per essere stato colle forze di lui liberato dall’oppressione de’ Saraceni, osò di muovere una sedizione contra di lui, e di farlo prigione. Non manca chi pretende di scusare esso Adelgiso, rifondendo la colpa di questo disordine nel medesimo Augusto, e in Angelberga sua moglie, come sì può ricavare da Erchemperto, dagli Annali Bertiniani, e dall’Anonimo Salernitano, da me dato alla luce nella Parte II del tomo II Rer. Ital. E per vero dire, non avendo avuto animo il Principe Beneventano di far danno alla vita di quell’Imperadore sì benefico e buono, ma solamente di fargli paura e forza, acciocché si levasse dalle contrade di Benevento; sembra lecito d’immaginare che non gli mancasse qualche giusta scusa alla sua collera ed attentato, perché troppo da padrone facea quivi esso Augusto, o, per dir meglio, sua moglie. Contuttociò non vi fu quasi persona che non inorridisse all’udire sì obbrobriosamente e fraudolentemente preso, come lo stesso Erchemperto scrive, Augustum, sanctissimum virum, salvatorem scilicet Beneventanae Provinciae, Beneventi, intra muros degentem, ac secure quiescentem. Questa santità nondimeno più abbasso non riconosce Erchemperto nel medesimo Augusto. Vien dunque descritto quel sì strepitoso fatto dall’Autore (certamente contemporaneo) di questo Ritmo alfabetico o sia abecedario, ma autore assai imperito nella Lingua Latina. Fu esso Ritmo esattamente copiato dall’antico MSto, e tal quale è a me venuto, lo presento ai Lettori, senza mutar parola, e col solamente distinguere i versi che nel codice non son distinti. Vi si troverà degli errori, parte dell’autore e parte dell’antico copista.

Ritmo dell’avvenimento di Lodovico II imperadore,

fatto prigione da Adelgiso principe di Benevento,

composto nell’anno 871 o 872.

Audite omnes fines terrae [3] errore cum tristitia,

Quale scelus fuit factum Benevento Civitas.

Ludhuicum comprehenderunt sancto, pio Augusto [4]

Beneventani se adunarunt ad unum consilium.

Adalferio [5] loquebatur, et dicebant Principi:

Si nos eum vivum dimittemus, certe nos peribimus.

Celus [6] magnum praeparavit in istam Provinciam:

Regnum [7] nostrum nobis tollit: nos habet pro nihilum.

Plures [8] mala nobis fecit. Rectum est, ut mori ad. [9]

Deposuerunt sancto [10] pio de suo Palatio;

Adelferio illum ducebat usque ad Pretorium:

Ille vero guade [11] visum tamquam ad martirium.

Exierunt [12] Sado et Saducto [13] inoviabant imperio.

Et ipse sancte pius incipiebat dicere:

Tamquam ad latronem venistis cum gladiis et fustibus.

Fuit jam namque tempus, vos allevavit [14] in omnibus:

Modo vero surrexistis adversus me consilium.

Nescio pro [15] quid causam vultis me occidere.

Generacio crudelis [16] veni interficere,

Ecclesie que Sanctis Dei venio diligere,

Sanguine veni vindicare, quod super terram fusus est.

Kalidus ille, temtator [17] ratum adque nomine

Coronam Imperii sibi in caput ponet [18] et dicebat populo:

Ecce sumus Imperator: possum [19] vobis regere.

Leto animo habebat [20] de illo quo fecerat.

A Demonio [21] vexatur, ad terram ceciderat.

Exierunt multae turmae videre mirabilia.

Magnus Dominus [22] Jesus Christus judicavit judicium.

Multa gens Paganorum exit in [23] Calabria,

Super [24] Salerno pervenerunt possidere Civitas.

Juratum est [25] ad Sancte Dei Reliquie

Ipse Regnum defendendum, et alium requirere.

 

Note

____________________________________

 

[1] La lezione che qui il Muratori mise come dubbia, è stata chiarita vera dai più valenti spositori di Orazio. Vedi nell’edizione del Doering questo verso. Epist. lib. II, ep. I. v. 145.

[2] Vol. I, pag. 34 dell’edizione di Milano, Società Tipografica de’ Classici Italiani, 1821.

[3] Si dee leggere horrore.

[4] Se s’ha a stare alle leggi del marchese Maffei, s’avrà da leggere Augustio. Ma gli antichi non si astrignevauo a queste regole.

[5] Adelferius, uno de’ principali Beneventani.

[6] In vece di Scelus, per quanto io penso.

[7] Vedi gli Annali Bertiniani e l’Anonimo Salernitano.

[8] Plures. Scrivi Plura.

[9] Cioè moriat con buona grazia di Prisciano.

[10] In vece di sanctum pium, cioè di Lodovico Augusto, chiamato Santissimo anche da Erchemperto.

[11] Forse gaudens ibat.

[12] Sado, o Sadoan, o Sugdan, principe de’ Saraceni allora prigione in Benevento. Anche l’Anonimo Salernitano racconta che Adelgiso si servì del consiglio di costui per quella risoluzione.

[13] Saducto inoviabant. Lo corregga chi può. Forse qui obviabant Imperio.

[14] In vece di allevavi. Accenna i benefizj prestati ai Beneventani.

[15] Eleganze Ciceroniane. Scrivi pro qua causa.

[16] Cioè: Vieni pure ad uccidere colui che qua venne per liberar le chiese sante di Dio dal giogo de’ Saraceni. Vieni a vendicare il sangue de’ tuoi nemici, sparso sopra la terra.

[17] Chi è questo tentatore? Adelgiso, o Seodan? Luogo tenebroso per cagione di quel ratum adque (in vece di atque) nomine

[18] In vece di ponit.

[19] Io vi posso reggere, infelicemente latinizzato.

[20] In vece di abibat laetus de illo, quod fecerat.

[21] Ancor qui resta scuro se Adelgiso o Seodan fu preso dal Demonio.

[22] Qui non è osservata la misura de’ piedi. Forse judicat judicium.

[23] In vece di ex Calabria.

[24] Sul fine dello stesso anno 871 fu assediato Salerno da essi Saraceni, e ne furono cacciati per essere tornato contra di loro Lodovico Augusto. In vece di possidere scriverei obsidere.

[25] Questa strofa spettante alla lettera I manca di sopra. Pare che qui si accenni il giuramento, con cui dichiarò Lodovico, se vindictam aliquam ex calumnia, quam tunc patiebatur, nunquam exacturum, come scrive Reginone. Ma essa strofa è difettosa, pare che ne manchi alcun’altra, perché il ritmo non cammina per l’altre lettere dell’alfabeto.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011