Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXIX

Del Duello; sua origine, uso ed abuso.

Fra i Giudizj di Dio, come una volta erano chiamati, ho io riservato l’ultimo luogo alla Monomachia, o vogliam dire al Duello. Il quale argomento, tuttoché maneggiato da molti uomini dotti e principalmente Italiani [1], pure si lamenterebbe di me s’io lo lasciassi indietro, quando ho preso a trattare degli altri riti de’ secoli barbarici. Non mancano persone che ne riferiscono l’origine ai tempi de’ Greci e Latini; altri la tirano dai Longobardi. Certamente si somministra esempli di battaglie fatte da due soli uomini il più antico de’ poeti Omero, per nulla dire della Sacra Storia de’ Giudei e della Romana. Non vo’ qui tacere quanto ha Livio nel lib. XXVIII, cap. 21, dove riferisce l’andata di Scipione a Cartagena di Spagna per dare ivi uno spettacolo di gladiatori. Non illud (dice lo Storico) vile et venale. Voluntaria omnis et gratuita opera pugnantium fuit. Nam alii missi ab Regulis sunt ad specimen insitae genti virtutis ostendendum. Alii ipsi professi se pugnaturos in gratiam Ducis. Alios aemulatio et certamen, ut provocarent, provocatique haud abnuerent, traxit Quidam, quas disceptando finire nequiverant, aut noluerant, pacto inter se, ut victorem res sequeretur, ferro decreverunt. Poscia seguita a dire che fra gli altri Corbi ed Orsua, cugini, protestarono de principatu civitatis, quam Ibem vocabant, ambigentes, ferro se certaturos, nec alium Deorum hominumve, quam Martem se judicem habituros. Al più forte toccò la vittoria. Anche Velleio Patercolo nel lib. II della Storia a’ tempi di Tiberio Augusto scriveva che i Germani ringraziarono Quintiliano Varo, quod lites Romana justitia finiret, et solita armis discerni, jure terminarentur. Questi certamente son vestigj non oscuri, per non dire certi, dell’origine dei duelli. Tuttavia non abbastanza ci vien contrassegnata quella battaglia di due che si usò ne’ secoli barbarici. Certamente anche ne’ secoli più remoti si videro due persone sfidarsi e combattere insieme, ma combattimenti tali non si facevano con quel titolo di cui si servirono i secoli Cristiani. Allorché regnava il Gentilesimo, non mancavano persone private le quali venivano alla zuffa fra loro, chi andando a caccia di lode con far pompa della sua fortezza, chi perché pagato, come i gladiatori, e chi per odio portato al suo nimico, o per dar fine ad una lite col ferro. Ma i duelli, de’ quali ora siam per trattare, da due o più avversarj d’accordo una volta si concertavano, allorché non si potea chiarire o purgare qualche occulto delitto per le vie ordinarie della giustizia, con ferma persuasione che Dio, siccome protettore della verità e dell’innocenza, concederebbe vittoria a chi se la meritava. Perciò anche lo stesso duello fra i Giudizj di Dio veniva annoverato. Quando s’introducesse questa credulità fra i Cristiani, non è ben chiaro. Dobbiam nondimeno mettere per certo che l’origine e il principio di sì fatti combattimenti indebitamente sono attribuiti a’ Longobardi. Imperciocché non men d’essi altre settentrionali nazioni, calate in Italia, Francia e Inghilterra, ebbero in uso questo barbarico rito, e seco lo portarono, e universalmente l’approvarono. Il primo nondimeno che ne formasse una legge, pare che possa appellarsi Gundobado re de’ Borgognoni, eretico Ariano, il quale impadronitosi d’una bella parte delle Gallie nell’anno dell’epoca Cristiana 509, senza mai deporre il suddetto errore terminò i suoi giorni. Si leggono le sue leggi, nelle quali al tit. 35 è ordinato che se alcuno rifiutando il giuramento esibito, adversarium suum veritatis fiducia armis dixerit posse convinci, pugnandi licentia non negetur. Non è veramente da dire che costui fosse l’istitutore del duello, come di un giudizio da farsi sotto gli occhi di Dio; ma bensì ne fu egli propagatore, perciocché anche prima di lui tal rito e credenza erano in voga. Ne siamo assicurati da Agobardo arcivescovo di Lione nel cap. 13 del suo libro contro la legge di Gundobado, scritto nel secolo IX, da cui impariamo, che riprovando il Beato Avito vescovo di Vienna que’ barbarici combattimenti, rispondeva esso Gundobado: Quid est, quod inter Regna et gentes, vel etiam inter personas saepe singulas, dirimendae proeliis caussae divino judicio committuntur; et ei maximae parti, cui justitia competit, victoria succedit? Ciò costantemente era negato da Santo Avito con replicare: Saepe, ut cernimus, pars aut juste tenens, aut justa deposcens, laborat in proeliis, et praevalet iniquae partis vel superior fortitudo, vel furtiva subreptio. Ed ecco come per tempo gli uomini santi impugnarono la barbarica ed empia consuetudine de’ duelli. Ma cantavano ai sordi.

Ora con sì felice successo s’era anticamente dilatata per tutto il Settentrione questa sorta di privati combattimenti, che quasi niuna nazione si contava, la quale non solo terminasse col ferro le liti dubbiose, ma con pubblico decreto ancora ne confermasse come legittimo il costume. Perciò se ne truova menzione in più luoghi delle Leggi Alamannica e Bavarese, e in quelle de’ Longobardi, Danesi e Franchi. Truovo che i Goti erano esenti da questa follia. Teodorico re d’essi (presso Cassiodoro, lib. III, epist. 24) scrivendo ai Barbari e Romani abitanti nella Pannonia Sirmiense, così parla: Cur ad Monomachiam recurritis, qui venalem judicem non habetis? Imitamini Gothos nostros, qui foris proelia, intus norunt exercere modestiam. Né ho io saputo rinvenire menzione alcuna di duello nelle leggi de’ Wisigoti che s’impadronirono delle Spagne. Vero è che ne’ tempi susseguenti anche fra loro penetrò questa detestabile usanza. Ma spezialmente i Longobardi se ne prevalevano. Scrive Paolo Diacono (lib. IV, cap. 49 de Gest. Langob.) che Gundiberga regina, moglie del re Rodoaldo, de crimine adulterii apud virum accusatam fuisse. Tunc proprius ejus servus, Catellus nomine, a Rege expetiit, ut cum eo, qui Reginae crimen ingesserat, pro castitate Dominae suae Monomachia dimicaret. Qui dum cum criminatore illo singulare certamen iniisset, cuncto populo astante, superavit. Regina vero post hoc factum ad dignitatem pristinam rediit: tanta era allora la persuasione che Dio assistesse ai vincitori in favore della verità e dell’innocenza. Qui troviamo che un servo combattè coll’armi. O con questo nome lo Storico disegnò un cortigiano della Regina, o pure il Re dovette autenticare quel servo alla battaglia. Quello nondimeno che dee ridondare in pregio della nazione Longobardica, si è che il re Liutprando, ancorché anch’egli nelle sue leggi in certa maniera approvasse il duello, pure protestò di farlo per necessità, e per non poter di meno, stante il gran possesso preso da tale usanza nel popolo suo: colle quali parole abbastanza egli fece conoscere di non tenere per giudizio di Dio un combattimento, dove non rade volte soccombevano gl’innocenti. Quia (sono sue parole nella legge LXV del lib. VI) incerti sumus de judicio Dei, et multos audivimus per pugnam sine justa caussa suam caussam perdidisse. Sed propter consuetudinem gentis nostrae Langobardorum legem impiam vetare non possumus. Nelle note a questa legge (Par. II, tomo I Rer. Ital.) avvertii che gli antichi codici hanno qui ipsam, e non già impiam, come si legge nelle precedenti edizioni. Arrivò ben Liutprando a riconoscere per vano ed infido il giudizio di tali battaglie, ma non già a riguardarlo per empio. Perché poi con tanta ostinazione abbracciassero una volta i popoli della Germania l’uso de’ duelli, a me sembra esserne stata tale la cagione. Perciocché negli antichi tempi, più ancora che oggidì, i Germani (e lo attesta anche Tacito) mettevano la lor principale gloria nella fortezza, nelle guerre e nelle stragi. Erano i duelli non solamente una decisione, per quanto s’immaginavano, fatta da Dio delle cause dubbiose, ma anche una pruova della propria virtù, o, per dir meglio, della lor robustezza e militare industria. A chi restava vincitore si dava gran lode; chiaro ne diveniva il suo nome, e cresceva la stima tanto presso i principi, che presso le donne, inclinate per lo più ai bravi. Gustoso anche riusciva il vendicarsi colle proprie mani del suo avversario, o il concedergli la vita in dono. In una parola, oltre alla vana persuasione della Divinità, quasiché ella regolasse le battaglie, tanti altri affetti e ragioni concorrevano ad accreditar questi cimenti, che non è meraviglia che così barbarico rito sia durato costante fin quasi ai nostri tempi.

Giacché a me è riuscito di pubblicare l’importante Poema di Ermoldo Nigello nella Par. II del tomo II Rer. Ital. dove egli descrive le gesta di Lodovico Pio Augusto, e come dipinto ci fa vedere un duello, fatto sotto gli occhi del medesimo Imperadore fra Bera conte di Barcellona, e Sanilone, che l’avea imputato di perfidia verso il Re; non dispiacerà d’intendere da uno Scrittore contemporaneo, con che rituale si celebrasse allora quella pugna. Erano amendue questi avversarj di nazione Gotica, e abbastanza Ermoldo fa intendere che il costume de’ Franchi era di combattere a piedi, e con quell’armi che permetteva la legge; ma che i Goti combattevano a cavallo e colle lor armi, cioè lancia, scudo e spada. Bera così parla a Cesare:

More tamen nostro liceat residere caballo,

Armaque ferre mea.

Nol volea concedere Lodovico, insistendo che la pugna si facesse more Francorum; ma in fine cedendo alle lor preghiere se ne contentò. Impariamo in oltre da Ermoldo, che non s’imprese quel combattimento senza l’espressa licenza di esso Augusto, il quale, siccome principe pietoso e pio, fece quanto potè per comporre le loro liti, con offerir anche il perdono a chi avesse confessato il delitto. Ma coloro, saldi nel loro proponimento, elessero la pugna. Fu nella città di Aquisgrana che costoro nell’anno di Cristo 820 diedero questo spettacolo al popolo Franzese. Descritto si vede dal Poeta il campo di battaglia. Vi assisteva una gran frotta de’ famigli di Corte, acciocché vedendo cadere l’un di essi ferito, accorressero per trarlo vivo dalle mani del vincitore.

Ut si quis socium gladio percusserit illi

More pio eripiant; mortis ab ore trahant.

Poi seguitavano (il che merita ben d’essere osservato) coloro che portavano la bara, per collocarvi colui che per le ferite restasse estinto.

Mox Gundoaldus adest, feretrum de more paratum

Ducere postque jubet, ut fuerat solitus

In alcuni luoghi della Germania, donde non s’è potuto finora svellere l’infame licenza del duello, mi vien detto che dura tuttavia l’usanza di portare il cataletto al campo della zuffa, per dar tosto sepoltura all’ucciso. Dato poscia dall’Imperadore il segno della battaglia, vennero alle mani i due avversarj

Arte nova, Francis antea nota minus:

Parole che indicano di nuovo, non essersi praticato da’ Franchi il fare a cavallo quegli abbattimenti, e ch’essi si servivano di altre armi. Diedesi principio colle lancie alle offese; poi si venne alla spada. Ferito finalmente Bera cadde a terra; confessò il delitto, e dai famigli del Re gli fu salvata la vita. Così Ermoldo. Ben più discretamente procederono i Franchi ne’ loro duelli; perciocché per lo più, secondo che comandava la legge, si battevano solamente coll’usar per armi lo scudo e un bastone. Nella legge Longobardica LXVI di Carlo Magno abbiamo: Melius visum est, ut in campo cum fustibus pariter contendant, quam perjurium perpetretur. Così nella legge III di Lodovico Pio: Eligantur duo ex ipsis, idest ex utraque parte unus, qui cum scutis et fustibus in campo decertent, utra pars falsitatem vel veritatem suo testimonio consequatur. Che più? Anche Lottario I nella legge XXXI così decreta: Quibuscumque per legem propter aliquam contentionem pugna fuerit judicata, praeter de infidelitate Regis, cum fustibus et scutis pugnent, sicut in Capitulari Dominico prius constitutum est. Osservisi la prudenza dei Re Franchi. Giacché non poteano guarir la gente dalla pazzia de’ duelli istituirono una maniera tale di farli, che di rado e quasi non mai restava alcun de’ competitori morto nel campo. Nella Par. I, cap. 16 delle Antichità Estensi pubblicai un placito dell’anno 971, in cui Vivenzio avvocato de’ Preti dice: Ecce me paratum cum Evangelia, et scuto et fuste, eadem punna faciendum. Così in que’ tempi.

Che per qualche secolo ancora durasse in Padova il costume suddetto, lo attesta uno Scrittore Anonimo, il cui Trattato MSto de Generatione aliquorum civium urbis Paduae sta in mio potere. Quivi si legge: Cavacii fuerunt divites Populares tempore Ezerini de Romano in Vico Sancti Urbani, qui ante extiterant campiones bellorum. Talis enim erat antiquorum consuetudo. Si duo Nobiles aut potentes homines inter se homicidium commisisent, utraque pars inveniebat sibi campionem pretio; et ordinata die hi duo campiones intra stangatum (lo steccato), quod juxta portam Baxanelli ordinatum erat, ponebantur, et claudebantur, armati clypeis, baculis et maschariis de ligno (cioè mascherati, per non esser conosciuti, o per difesa del volto; del qual costume io non trovo esempio altrove). Et ille, cujus campio bellum sustinere non poterat, condemnabatur in certa pecuniae quantitate Communi Paduae persolvenda. Ma più atroci scene videro i secoli susseguenti. Non con bastoni, ma con armi affatto micidiali si eseguiva dagli uomini infuriati questa barbarica azione. Del resto a chi anticamente restava vinto nel conflitto, propter perjurium, quod ante poenam commiserat, dextera manus amputabatur. Chi sa dire quanti innocenti fossero esposti a perdere la mano, non già per miglior ragione, ma per maggior forza o destrezza dell’avversario? Vero è che tal pena si poteva redimere con danaro, e intanto il vinto si guadagnava il titolo di spergiuro; perciocché prima della pugna era tenuto il provocante a giurare di non avere offerto il combattimento asto animo, e l’uno e l’altro di volere azzuffarsi unicamente per amore della verità, come consta dalle Formule da me pubblicate alle Leggi Longobardiche di Ottone II Augusto, gran promotore de’ duelli. Chi soccombeva nella battaglia, tosto si credeva che avesse giurato il falso. Allorché dalle parti era concordemente accettata la pugna, quam nostri campum vocant, come dice Reginone (lib. II, cap. 77 de Eccles. Discipl.), amendue venivano obbligate a dare una sigurtà o pegno di effettuarla. Tanta poi fu in que’ tempi la speranza del divino patrocinio in quelle abbominevoli battaglie, che per attestato di Giovanni Sarisberiense nell’epist. 169, e d’altri antichi, chi era destinato a combattere, impiegava tutta la precedente notte senza dormire in chiesa al sepolcro di qualche Santo, per averlo propizio nel vicino cimento. Né già si dee credere che anticamente fosse permesso a chicchessia di venire in campo ad arbitrio suo, e per qualsivoglia lite o pretesto provocare un avversario, come usò la sfrenata licenza de’ secoli posteriori. Poche erano le cause, e queste anche prescritte dalle leggi, per le quali, se la lite era dubbiosa, lecita fosse la sfida. Queste cause, o cagioni, che nondimeno le stesse non furono sempre dappertutto, si veggono anno verate dall’Alciato, Fausto da Longiano, Lando, ed altri Scrittori Italiani che han trattato del duello. Di più non occorre ch’io dica, e massimamente dopo aver pubblicato io stesso nelle Giunte alle Leggi Longobardiche (Par. II del tomo I Rerum Italic.) Intentiones, unde per leges potest haberi pugna.

Quello che spezialmente degno è di osservazione in questo argomento, per conoscere quanto sia la debolezza delle menti umane, non mancavano al certo anche negli antichi tempi persone di buon giudizio che detestavano questi crudi e pazzi spettacoli, mostrandoli contrarj alle leggi di Dio e della natura. Massimamente in ciò si distinse il suddetto arcivescovo di Lione Agobardo col suo libro contro la legge di Gundobado, con fare istanza che si bandisse dalla provincia di Lione l’empia usanza del duello. Fra l’altre cose dic’egli nel cap. 7: Frequenter non solum valentes viribus, sed etiam infirmi et senes lacessuntur ad certamen et pugnam, etiam pro vilissimis rebus. Quibus feralibus certaminibus contingunt homicidia injusta, et crudeles ac perversi eventus judiciorum non sine amissione fidei, et caritatis ac pietatis, dum putant Deum illi adesse, qui potuerit fratrem suum superare, et in profundum miseriarum dejicere. Aggiugne più sotto: Talia certamina vehementer contraria sunt simplicitati et pietati Christianae, et doctrinae Evangelicae nimis adversa, ec. Dello stesso sentimento fu Niccolò I pontefice Romano nella causa di Lottario re di Lorena e di Teotberga nell’epistola cinquantesima (Vedi Graziano, dist. 2, quaest. 4). Poscia Attone, o sia Azzo, vescovo di Vercelli nell’Opusc. de Pressura Eccl. nello Spicilegio del Dachery così scriveva circa l’anno 945: Si aliquis militum sacerdotes Dei in crimine pulsaverit per pugnam hoc singulari certamine ajunt discernendun. Sed istud judicium quorumdam laicorum solummodo est, quod nec ipsis etiam omnino approbatur. Nam saepe innocentes victi, nocentes vero victores in tali judicio esse videntur. Tralascio altre testimonianze. Ma non debbo dissimulare, avere una volta preso tal possesso questo iniquo costume, che non solamente l’ignorante volgo, ma anche i Principi, anzi gli stessi Ecclesiastici comunemente lo fomentarono o coll’approvarlo o col permetterlo, e in certa maniera coll’esempio loro lo contarono fra le cose sacre. Spezialmente sotto gl’Imperadori Tedeschi si spalancò la porta a queste esecrabili battaglie nel cielo d’Italia. Sotto l’imperio de’ Franchi il duello, o sia, come dicevano, campo contendere, era più tosto tollerato che comandato. Ma si osservino le leggi Longobardiche di Ottone II Augusto, Par. II del tomo I Rer. Ital. Ivi esso Imperadore, se nascerà contesa per alcuni affari, ut per pugnam decernatur, edicit, jubet, praecipit. Però mirabilmente da lì innanzi crebbe in Italia quest’empio abuso; e quel che è più da compiagnere, lungi dall’opporvisi i vescovi, più tosto si dee credere che l’attizzassero col loro esempio. Anche Arrigo I fra gl’Imperadori pubblicò leggi da osservarsi in Italia, e che entrarono nel Corpo delle Longobardiche. Tuttoché quel piissimo Augusto, che ora è da noi venerato su gli altari, abbondasse di virtù pure determinò che gli omicidj dubbiosi si purgassero per pugnam. Legittima scusa per lui porgono le stesse leggi, protestando esso Cesare di averle formate nella Dieta generale del Regno, attestatione laudis quamplurium nobis adstantium fidelium Archiepiscoporum, Mediolanensis videlicet et Ravennensis, sive Treverensis, Episcoporum quoque Transburgensis, Placentini, Cumani, Vercellensis, Parmensis, ec. Eccellenti Teologi che doveano essere i vescovi d’allora! Anche le leggi approvanti il duello del suddetto Ottone II furono pubblicate l’anno 983 nella Dieta generale di Verona, consentientibus omnibus Italia Proceribus, e per conseguente anche i medesimi vescovi. Ecco uno de’ più funesti effetti dell’ignoranza. Però non dee recar meraviglia il trovarsi così sovente nelle antiche Memorie canonici, cherici, abbati e monaci, e fin le monache, o sfidare alla pugna nelle liti, o accettare essa disfida. Per la Corte Stationae (oggidì Anghiera sul Lago Maggiore) contesa insorse fra Berengario ed Ugo conte dall’un lato, ed Eufrasia Badessa del Monistero Pavese di San Felice dall’altro. Restò decisa la lite col combattimento fatto in Papiensi Palatio ante praesentiam Henrici I Augusti, di cui poco fa abbiam parlato, e toccò la vittoria, divina auxiliante gratia, al campione delle sacre vergini. Vedesi confermato questo fatto da un diploma del medesimo Imperadore in favore di quel Monistero nell’anno 1014. Furono i suddetti Berengario ed Ugo conte figli di Sigefredo conte, principe di gran potenza, come già mostrai nella Par. I, cap. 14 delle Antichità Estensi. E che non abborrisse somiglianti spettacoli Arrigo I Augusto, lo impariamo anche dall’Annalista Sassone, che all’anno 1020, parlando di Bernardo iuniore duca di Sassonia, scrive: Hujus frater Thietmarus interfectus est in duello coram Heinrico Imperatore.

Perciocché una volta non era permesso senza licenza del Principe, o del Duca, o del Conte, il far simili battaglie (freno salutevole conculcato poi dalla strabocchevole licenza de’ secoli seguenti), alcuni vi furono del Clero, che impetrarono come per privilegio dagl’Imperadori di potere per duellium qualibet legali sententia litem diffinire, omnium hominum remota contradictione. Così si legge in un diploma di Arrigo II imperadore dell’anno 1052, conceduto a Guido vescovo di Volterra, e alla sua chiesa, e da me dato alla luce. Anche l’imperador Corrado nel 1028 confermando alcuni Contadi e castella a Pietro vescovo di Novara, gli concede licentiam dirimendi Regali (va letto Legali) seu duellari diffinitione emensuras contentiones come si legge nel documento rapportato dall’Ughelli nel tomo IV dell’Italia Sacra. Ma qui può chiedere qualche ignorante: Se i cherici o monaci sfidati combattessero anch’essi. — Sicuramente no. Aveano essi i proprj Avvocati secolari, i quali oltre ad altri impieghi esercitavano ancor questo, cioè di venir essi armati in campo per difendere le ragioni degli Ecclesiastici (Vedi qui sotto la Dissertaz. LXIII dove si tratta degli Avvocati delle Chiese). Intanto si può ascoltare la legge III di Ottone II Augusto fra le Longobardiche, ove son queste parole: De Ecclesiarum rebus, ut per Advocatos pugna fiat, similiter jubemus. Nell’anno 1010 Elimperto vescovo di Arezzo tenne un placito, e davanti a lui sostenne una lite Rodolfo abbate Benedettino di Santa Flora di quella città contra Pietro notaio; e, secondo il costume, Farolfo avvocato del Monistero facea istanza contro l’avversario; e non valendo le ragioni, finalmente lo sfidò al combattimento. Judices vero considerantes, eum pene carentem tutela propriae dexterae, et memores quod legerant de duobus altercantibus, quia in lege eorum scriptum est: Quod si unum eorum juvenilis vel decrepitas, seu infirmitas pugnare prohibuerit, liceat ei pro se pugnatorem mittere: ea autem auctoritate muniti permiserunt ei pugnatorem habere, ec. La citata legge è presa dall’XI Longobardica di Ottone II imperadore, da cui per altro fu ordinato che a riserva de’ suddetti casi, ceteri natura, liberi per semetipsos respondeant. Questi Avvocati, o combattenti, che supplivano per le persone private, in altre leggi e memorie sono appellati Campiones, o Camphiones. Attone vescovo di Vercelli li chiama Vicarj, scrivendo nell’Opusc. de Pressur. Eccl. Ad pugnam producere (heu) nostros compellimur Vicarios, ut vel istorum caede victi, vel illorum, quasi absoluti videamur. Il nome di Camphione si dee attribuire alla lingua Germanica, la quale chiama campff il combattimento, e campffen il combattere: ché per altro da campus significante il luogo della battaglia, viene il Latino ed Italiano campione. Qui dirà taluno: Chiunque godeva la facoltà di sostituire un campione, avrà scelto il più forte e bravo del paese. —Così è, e da ciò maggiormente risulta l’iniquità di quella consuetudine. Chi era forte e sperimentato nell’uso dell’armi, potea quasi con sicurezza di vittoria sfidare il men perito e men forte. All’incontro i Conti, gli Ecclesiastici ed altri esentati dal combattere in persona, poteano scegliere il più bravo campione che si trovasse, e facilmente abbattere l’inferiore di forza e d’industria. Però molti per cagione di tal disuguaglianza più tosto cedevano, senza volersi esporre a quel troppo pericoloso cimento. Vedi la mia Prefazione alle Leggi Longobardiche nella Par. I del tomo I Rer. Ital. dove è un placito tenuto in Ferrara nell’anno 1015. Quivi Ingone vescovo, essendogli offerto il duello, timore coactus, rinunzia ad un monistero che gli era stato occupato. Anche Guido vescovo di Luni pretendeva in un placito tenuto nell’anno 1055 davanti ad Arrigo II tra gl’imperadori, ch’io ho pubblicato, la terza parte del castello di Aginolfo. Sfidato l’avversario dall’Avvocato di esso Prelato, amò meglio di salvar la pelle, che di sostenere il possesso di quel luogo; e però per fustem, quem in sua tenebat manu, refutavit praedictam tertiam portionem. Poco fa dissi che era delitto il far duello senza la permissione e licenza del Principe. Ciò si truova espresso e comandato negli Statuti di Verona dell'anno 1228, dati alla luce dall’Arciprete Campagnola. Promette il Podestà nel cap. 78 con dire: De maleficiis absconsis, si persona suspecta sit, sine indicio; si autem suspecta non fuerit, cum indicio; meo arbitrio determinabo duellum, vel judicium judicabo. Et si de aliqua causa pugna erit ordinata vel judicata, faciam fieri juramentum secundum legem. Et si actor amiserit pugnam, ipsum meo arbitrio puniam. Quanto ho io detto poco fa della disuguaglianza de’ combattenti, in molti luoghi fu emendato. Odi i medesimi Statuti al cap 126: Omnes camphiones bravos et magistratos (cioè ammaestrati e pratici del combattere) per me, vel per Judices Communis Veronae, bona fide coaequabo. Facta coaequatione, defendenti electionem dabo. E di qui si può raccogliere che in Verona a chicchessia era permesso di eleggere, se voleva, chi in vece sua venisse in campo contra dell’avversario, non ostante il decreto di Ottone II Augusto. Molto poi costava l’adoperar questi campioni, e ne abbiamo indizio dai suddetti Statuti, ne’ quali si legge: Nullus camphio noster, sive extraneus, de cetero ararum nomine ultra centum solidos suscipiat aliqua occasione, vel sub aliquo colore; nec aliquis ultra praesunat dare. Per altro in qualche paese fuori d’Italia erano tenuti questi campioni venali per infami, come già furono i gladiatori Romani; ma non già in Italia, dove venivano considerati come persone di gran credito per la loro bravura. Abbiam già veduto, che restando incerto il delitto opposto ad alcuno, se ne rimetteva la decisione (pazzamente al certo) alla pugna. Durava questo esecrando costume in Lombardia anche nel fine del secolo XII, e bisognava che anche le donne si accomodassero a tale empietà. Nella Vita di San Lanfranco vescovo di Pavia al dì 21 di giugno presso i Bollandisti si legge: Quum puella quaedam nomine Galasia, veneni propinati fratri suo incusata, factun inficiaretur: Praetor Ticinensis duellum fieri debere judicavit. Varie iniquità, o cose ridicole accadevano poi in questi barbarici combattimenti, fatti nello steccato e sotto gli occhi del popolo tutto. Una carta esistente nell’archivio del Monistero Benedettino di Reggio, e da me comunicata al pubblico, ci fa vedere la battaglia che seguì nell’anno 1098 fra l’Avvocato di esso Monistero, e quello del Comune delle Valli. Campionibus ad pugnam conjunctis, campio ipsorum hominum de Vallibus jactavit pro maleficio, antequam inciperent pugnam, wantonem femineum, variis coloribus distinctum, super caput campionis Ecclesiae: quod omnino leges vetant et mulctant. Illis autem pugnantibus, nemo illorum cecidit. Sed dum se invicem manibus arriperent et dilaniarent, multitudo hominum partis eorum de Vallibus compresserunt campionem Ecclesiae, et apprehenderunt eum. Sed ipse evasit de manibus eorum; et reversus in campum, viriliter requisivit pugnam. Iterum aggressi, violenter ceperunt eum, et crudelissime ceciderunt eum. Sed pars Ecclesiae, quamvis minima, volens adjuvare eum, mercedem tamen petendo, fere omnes percussi et vulnerati vix evaserunt. La legge enunziata nel racconto suddetto sarà forse la CCCLXXI del re Rotari, dove è ordinato, ut nullus campio praesumat, quando ad pugnam contra alium vadit, herbas, quae ad maleficia pertinent, super se habere, nec alias similes res, nisi arma sua, quae conveniunt. Quel gittare un guanto addosso al nimico, altro forse non fu che un indizio di cominciare l’abbattimento, parendo non inverisimile che fin allora fosse introdotto il costume di sfidare con gittare all’avversario il guanto della battaglia. Del resto mi dilungherei troppo, se prendessi ad esporre tutte le particolarità di questa barbarica usanza, e massimamente se narrar volessi, a quali eccessi la stessa arrivasse sino al secolo XVI, sul cui fine cominciò essa a declinare. Nel susseguente secolo dipoi s’andò talmente estenuando per li divieti e rigori non meno dell’ecclesiastica che della secolare Autorità, che oggidì ben raro è quel caso in cui qualche infuriato e fanatico con vero concerto di duello venga in campo contra del suo avversario. Qui solamente rammentar io voglio il per altro famosissimo duello che nell’anno 1283 fu concordato fra Carlo I re di Napoli e Pietro re di Aragona, a cagion della Sicilia, che l’ultimo avea occupato all’altro. Qual esito avesse quel fatto non occorre riferirlo, potendolo ciascuno raccogliere da varj Autori nella mia Raccolta Rer. Ital. Ho io nondimeno creduto di far cosa grata ai Lettori con pubblicare tanto il Manifesto del re Carlo, che quello del re Pietro, scritti dopo il fatto da ambe le parti, e già mandati alla Repubblica di Modena, nel cui archivio tuttavia esistono MSti. Finalmente non vo’ lasciar di dire, che chiunque restava perditore in sì fatti combattimenti, o dal vincitore o dal giudice era forzato a confessare ciò che dianzi avea negato, o a chiamar falso ciò che prima avea asserito per vero. Noi lo chiamiamo ora disdirsi; e nelle Formole da me aggiunte alle Leggi Longobardiche si truova talvolta in questo significato se exdicere. Lo stesso si esprimeva colla frase Barbaro-latina se recredere, onde recreduto, o ricreduto, parole oggidì poco usate. Per grave obbrobrio era una volta tenuto questo se recredere; e Giovanni Villani riferendo i Patti stabiliti fra i suddetti re Carlo I e Pietro di Aragona, nel libro VII, cap. 85, scrive: Che quale di detti Re vincesse la detta battaglia, avesse di cheto la detta Isola di Cicilia con volontà della Chiesa: e quelli che fosse vinto, s’intendesse per ricreduto e traditore per tutti i Cristiani; e mai non si appellasse Re. Dell’ufizio di coloro che custodivano il campo di battaglia tratterò nella Dissert. LXIII.

 

Note

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[1] Fra le opere dei moderni sul Duello la Dissertazione del card. Gerdil si crede esser quella che pose in piena luce quest’argomento.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011