Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXVIII

Dei Giudizj di Dio, o sia degli sperimenti usati dagli Antichi

per indagare i delitti o l’innocenza delle persone.

Fra i riti degli antichi tempi che non son pervenuti sino ai nostri, anzi un pezzo fa rimasero riprovati e proscritti, i Giudizj di Dio spezialmente son da considerare per la nostra erudizione. Significava una volta questo nome varj sperimenti, che furono istituiti dagl’ignoranti o temerarj Cristiani, con invocare l’assistenza divina per iscoprire, allorché veniva alcuno accusato di qualche occulto delitto, se questi era veramente reo od innocente, con figurarsi allora la buona gente che Dio vendicatore delle azioni peccaminose e difensore dell’innocenza, con qualche prodigio, rivelerebbe a lor capriccio quella verità a cui non potea naturalmente arrivare l’occhio degli uomini. Però varie maniere furono istituite, colle quali si pensava che la scienza ed attestato di chi conosce tutto, deciderebbe del controverso e dubbioso delitto. Furono esse appellate Giudizj di Dio perché a lui si rimetteva la controversia, e se ne aspettava una giusta sentenza. Loro anche fu dato il nome di Purgazioni, ogni qual volta l’accusato si esibiva di purgare e rimuovere l’opposto delitto con una di queste pruove [1]. La più antica, né solo antica, ma sempre approvata dai Concilj e dai Padri, fu il giuramento chiamato con altro nome sacramento. Acciocché maggior divenisse in formarlo la riverenza ed autorità, si soleva in casi tali giurare davanti ai sepolcri, o alle reliquie de’ Santi. Circa l’anno di Cristo 404 un discepolo di Santo Agostino accusato di un delitto da Bonifazio prete, addossò al medesimo accusatore quel reato. Dubbiosa cosa era, ed era imminente un grave scandalo. Che fece allora Santo Agostino? Lo scrive egli nell’Epistola 78, vecchiamente 137, con dire: Elegi aliquid medium, ut certo placito se ambo constringerent ad locum sanctum se perrecturos, ubi terribiliora opera Dei non sanam cujuscumque conscientiam multo facilius aperirent, et ad confessionem vel poena vel timore compellerent, ec. Multis notissima est sanctitas loci, ubi Beati Felicis Nolensis corpus conditum est: quo volui ut pergent; quia inde facilius fideliusque scribi potest quidquid in eorum, aliquo divinitus fuerit propalatum. E veramente era celebratissimo in que’ tempi il sepolcro di San Felice in Nola per tali miracoli, come apparisce dai Natali di San Paolino. Aggiugne Agostino: Nam et nos novimus, Mediolani apud memoriam Sanctorum, ubi mirabiliter et terribiliter Daemones confitentur, furem quemdam, qui ad eum locum venerat, ut falsum jurando deciperet, compulsum fuisse confiteri furtum. Così San Gregorio Magno nell’Epist. 33, lib. II, scrive a Giustino Pretore di non aver trovata colpa alcuna in Leone vescovo; e nondimeno soggiugne: ne, quid videretur omissum, aut nostro potuisset dubium cordi remanere, ad Beati Petri sacratissimum corpus districta eum ex abundanti fecimus sacramenta praebere. Quibus praestitis, magna sumus exsultatione gavisi, quod ejusmodi experimento innocentia ejus evidenter enituit. Che lo stesso fosse praticato da Martino Diacono, lo racconta il santo Pontefice nell’Epist. 18 del lib. VII, per tralasciare altri luoghi. Anche in Modena al sepolcro di S. Geminiano vescovo e patrono si tenevano simili giudizj, come si vedrà nella Dissertaz. LVIII. Anzi qualora ai vescovi e agli stessi Papi era imputato qualche delitto, non altra via più spedita aveano essi, che quella del giuramento, per provare la loro innocenza. Ma perché parea che alcuni rei per questa assai comoda maniera si potessero sottrarre al disonore o gastigo, fu inventato e assai lungamente osservato che il preteso reo producesse altri per testimonj della sua innocenza, i quali si solevano appellare Sacramentarii e Conjuratores. E di qua venne il dire, jurare quarta manu, quinta manu, ec.; cioè il purgarsi col giuramento di quattro o cinque o più persone, tutte favorevoli all’accusato. Che antichissimo ed usato in Italia anche sotto i Re Longobardi fosse questo rito, possiam impararlo dalla legge CCCLXVII del re Rotari (Par. II del tomo I Rer. Ital.) dove son queste parole: Si contigerit, hominem post datum fidejussorem de sacramento, et sacramentales nominatos mori ec. Poi si aggiugne: Sacramentum tunc intelligitur ruptum, quando praesentibus sacrosantis Evangeliis, aut armis sacratis, ille, qui pulsatur, cum sacramentalibus suis se conjunxerit, ec.

Costume fu dappertutto di prestare il giuramento anche ad Sancta Dei Evangelia, attestandolo anche i Santi Ambrosio e Gregorio Nazianzeno. Però nella legge CCCLXIV del medesimo re Rotari si legge: Jurare ad Evangelia sancta cum duodecim aidis suis, idest sacramentalibus: et jurare ad arma sacra. Cioè tutti i popoli settentrionali, come dimostrò il Du-Cange nel Gloss. Latino, assaissimo stimavano i giuramenti presi con toccar l’armi, benedette prima da’ sacerdoti. S’ingannò il Magri nel Hierolessico alla voce Juramentum, allorché pretese che qui s’intendessero Arma Sacerdotalia, cioè Instrumenta Sacrificii, o pure Paramenta sacra. Delle armi vere qui si parla, nelle quali le persone militari, dopo le cose sacre, collocavano l’opinion dell’onore. Il luogo e la formola con cui si dovea giurare, si vede prescritta da Carlo Magno al popolo d’Italia nella legge Longobardica XXXVIII colle seguenti parole: Omnia sacramenta in Ecclesiis, aut super Reliquias jurentur. Et quae in Ecclesia juranda sunt, vel cum septem electis, aut si duodecim esse debent. Et sic jurent: Si illum Deus adjuvet, et illi Sancti, quorum Reliquiae istae sunt, ut veritatem dicat. Più non ne dico per non trattenere il Lettore in questo argomento più del bisogno. Aggiugnerò solamente, che questa sola maniera di Purgazione fu sempre riguardata dai Padri per legittima, e tuttavia è appellata canonica. Contuttociò approvata anche si truova Purgatio per Eucharistiam, il cui metodo era tale. Allorché l’accusato intendeva di sgravarsi dal sospetto di qualche misfatto che non si potea o provare, o levare con ragioni manifeste, era egli condotto davanti all’altare e alla sacratissima Eucaristia. Prima di ricevere lo stesso Corpo del Signore, protestava egli chiaramente l’intenzione sua e udita degli astanti, con dire: Corpus Domini sit mihi ad purgationem hodie, o pure in altra simil forma. Il che fatto, niuno più gli recava molestia, lasciando la cura a Dio di punire colui, se falsamente avea negato il commesso delitto, o fintamente promesso qualche altra cosa. Ricevette questa maniera di purgarsi Adriano II papa nell’anno 869 da Lottario re di Lorena, e da’ suoi compagni; ed esso Re e gli altri da lì a non molto finirono i lor giorni, percossi, come giustamente si credette, dal divino giudizio, come abbiamo dagli Annali Bertiniani, Melensi, ec. Particolarmente i vescovi e preti, imputati di qualche colpa, costumarono di celebrar Messa, e alla Comunione di protestarsi innocenti, con invocar Dio vendicatore, s’essi mentivano. Così fece lo stesso Gregorio VII papa nell’anno 1077 in Canossa davanti ad Arrigo re IV di Germania ed Italia; e così praticarono altri vescovi e preti. Però da alcuni Concilj fu approvata questa forma di purgazione, giacché in essa non interviene superstizione o tentazione alcuna di Dio, ed è poco diversa dal giuramento. Contuttociò i secoli posteriori tennero il solo giuramento per legittima e canonica purgazione.

Ma oltre a queste inventarono gli antichi altre maniere di ricavare, come si figuravano, l’occulta verità dei commessi o non commessi delitti; e ciò non senza nota di grave temerità e di troppa credulità. Non fu la Chiesa che inventasse queste novità, né mai le approvarono i Romani Pontefici; anzi in fine affatto essi le spensero. Perciò si chiamavano Purgazioni volgari, quasi istituite dal volgo, e i Giudizj di Dio per la ragione sopra allegata. Il primo luogo si può dare al Giudizio dell’acqua fredda. Quando concorrevano gagliardi indizi di qualche misfatto contra di alcuno, non però in maniera da poterlo convincere, si deduceva questo affare al giudizio e alla decisione di Dio con pia bensì, ma insieme, siccome dissi, temeraria persuasione. Si preparava o si sceglieva qualche lago d’acqua, a cui veniva condotto l’accusato, prima bene avvertito e scongiurato in chiesa, che confessasse la verità. Premesse le orazioni, e invocato il nome di Dio, consapevole della verità e gastigatore della iniquità, si gettava costui in mezzo all’acqua, stando intanto tutti intenti gli spettatori ad osservare s’egli si affondava, o se restava a galla. Ho io pubblicato due Ordini, ricavati l’uno da un Antifonario antico della Biblioteca del Capitolo de’ Canonici di Milano, e l’altro da un parimente antico Rituale MSto. Il primo è intitolato Ordo ad faciendum judicium ad aquam frigidam. Il secondo Benedictio aquae frigidae ad furtum. Siccome ivi si legge, prima si dava a costoro la Comunione del Corpo e Sangue del Signore, secondo il rito che correva allora di dare ai laici anche il calice. Secondariamente si osserva che non dal solo volgo erano approvati questi spuri giudizj, ma anche da varj Ecclesiastici, stante il trovarsi ne’ lor Missali e Rituali al pari degli altri pii istituti. E da questi Rituali appunto MSti ed antichi il Giureto, il Lindenbrogio, il Goldasto, il Mabillone, il Martene, il Bignon, il Du-Cange ed altri presero delle poco differenti formole di questo rito. Né ci abbiam da maravigliare che tanta fede si prestasse a tal pruova, perché dappertutto si spacciava che papa Leone III, Carlo Magno e il Beato Eugenio ne erano stati gl’istitutori. Nomi sì riguardevoli accreditavano di troppo quell’invenzione; né poteva il rozzo popolo cavarle la maschera, e particolarmente per vederla proposta e autorizzata dai sacri ministri, e ne’ loro Rituali scritta come sicuro mezzo per iscoprire la verità delle cose dubbiose. Lo stesso Hincmaro arcivescovo di Rems, uomo dottissimo, la commendò nell’Opuscolo de Divortio Lotharii. Ma mi par qui di sentire più d’uno esclamare: Oh barbaro e crudel costume, e favola sommamente perniciosa, che facilmente guidava ad affogarsi e a perdere la vita molte innocenti persone! — Ma piano di grazia. Fui anch’io di opinione una volta che gl’infelici sommersi restassero sotto l’acque, e detestava questo barbarico rito. Gregorio Turonense (lib. I, cap. 69 e 70 de Gloria Martyrum) scrive che due donne accusate di adulterio, ut aquis immergerentur, dijudicatas fuisse. L’una di esse riputata innocente super aquas ferri coepit: alteram stilus sub aqua tenuit, ne ad fundum fluminis perveniret: il che preso per miracolo, cagion fu che questa venisse dichiarata innocente. Negli Statuti MSti di Carlo I re di Sicilia nel secolo XIII, allegati dal Du-Cange, è scritto: Che se alcuno era accusato di qualche delitto, per cui si avesse da annegare nell’acqua, se era innocente, non si potea annegare: il che vien poscia detto essere una favola. Ma io meglio esaminando il rito de’ vecchi secoli, consultai le formole di questa pruova, prodotte dai PP. Martene e Pez nelle loro Opere, e trovai che niuno si annega per questo. Presso il P. Martene si legge: Deinde vero corda quadam, quae eum tenere queat, circa lumbos alligetur, atque in corda fiat nodus. Et sic in aquam suaviter, ne aquam commoveat, demittatur. Si vero usque ad nodum demersus fuerit, extrahatur ceu salvus. Sin autem quasi reus a videntibus aestimetur.

Pertanto s’ha da osservare che, differentemente da quanto io scrissi nelle Note alla legge Longobardica LV di Lottario I, coloro solamente erano riputati rei, che l’acqua ributtava, né voleva ricevere nel suo seno, quasiché anch’ella mostrasse orrore di dar ricetto a gente scellerata. Però chiunque si sommergeva, tosto come innocente veniva riputato, e tratto sano e salvo fuori dell’acqua. Nella formola da me data alla luce, il sacerdote scongiura l’acqua, ut nullo modo suscipiat eos homines, si in aliquo sunt culpabiles, sed faciat eos natare super se. Più sotto si scongiurano gli uomini, ut si furtum sciant, aut receperint, aut si culpabiles sint, evanescant eorum corda, et non suscipiat eos aqua. Anche nella formola del Martene è pregato Dio, ut si innocens de hoc furto, unde purgatio quaerenda est, in hanc aquam corpus suum immitere voluerit, confestim ab ipsa excipiatur aqua. Si autem culpabilis aut reus, ec, ab ista aqua rejiciatur. Chiaramente ancora scrive il suddetto Hincmaro, conligatos fune in aquam fuisse demissos, ne si innoxios aqua reciperet ii periclitarentur. Ma i rei, perché restavano, come raccontano, a galla, né pur essi si affogavano. Sicché altro pericolo non si correa, se non di essere dichiarato colpevole, qualora l’uomo dall’acqua irata veniva rigettato. Dirà qui taluno: Bella maniera al certo e comoda che era questa per gli scellerati di comparire innocenti! — Anzi aggiungo io che un solenne furbo dovette essere l’inventore di questo giudizio, con far credere pruova miracolosa d’innocenza il sommergersi nell’acqua il corpo d’un uomo, quando naturalmente non può succedere che questo; et è da stupire che non dirò la povera plebe, ma quegli ancora di maggior giudizio, come Hincmaro ed altri, non conoscessero la furberia per sottrarre i malvagi al gastigo degli uomini. Che poi alcuno non si potesse sommergere (il che non sarebbe succeduto senza miracolo), dovea ben essere raro, e si sarebbe dovuto ben esaminare la faccenda. Contuttociò io non voglio dissimulare che nella Cronica Mosomense, pubblicata dal Dachery, è narrato all’anno 166 che due Eretici adducti sunt ad judicium examinis aquae, et eorum unus omnium judicio salvus per aquam factus est, ec. Alter porro remersus in aquam, fere omnium ore damnatus est, ec. Ipso petente, ad aquae judicium reductus, et secundo demersus, nec vel parum ab aqua receptus est. Bis denique damnatus, igni ab omnibus adjudicatus est. Anche Guiberto abbate di Novingento nel libro III, cap. 14 della sua Vita narra un somigliante sperimento di un ladro; e di un altro parla Ermanno monaco nel libro de’ Miracoli di Santa Maria di Laon. Co’ quali esempli pare che Dio si accomodasse alla molta fede e alle preghiere degli uomini, quando non si pruovi che ciò potesse succedere per cagioni naturali. Anche il P. Mabillone negli Annali Benedettini all’anno 1021 e 1030 riferisce altri simili miracoli. Se è vero ciò che mi vien detto della Transilvania, cioè quivi dura questo sperimento per conoscere le streghe, delle quali dicono trovarsi ivi gran copia. Ma converrebbe accertarsene meglio [2]. Della stessa sorta è, ed inventato al medesimo fine, Judicium panis et casei. Dopo molte ecclesiastiche cerimonie, Messa, Comunione ed orazioni, all’accusato si porgeva pane e formaggio benedetto. Se poteva mangiarne e trangugiarlo, era dichiarato innocente; se no, colpevole. Le formole di tale sperimento si possono vedere presso l’Eccardo, e nella Cronica del chiariss. P. Don Gotifredo Abbate Gotwicense. Ne ho anch’io prodotto una, presa da un antichissimo Rituale con questo titolo: Benedictio panis et casei. Anche in un altro vecchio Rituale del Capitolo della Metropolitana di Milano si legge Benedictio panis et casei ad inveniendum qui furatus est. Ma di più non ne reco io, potendo il Lettore trovar altri esempli nell’Opera Liturgica del P. Martene [3]. Di maggior pericolo fu una volta Judicium aquae ferventis. Se l’imputato di qualche misfatto tuffato in essa si scottava, per certa si teneva la di lui colpa; e all’incontro uscendone sano e salvo, la sua innocenza era in sicuro. La sola mano, e non già tutto il corpo, si metteva nella bollente caldaia, come consta dalle antiche memorie. Anzi pare che a’ soli servi fosse riserbato questo giudizio. Nel Capitolare di Lodovico Pio dell’anno 819 presso il Baluzio, ed anche fra le Leggi Longobardiche, dove si tratta degli omicidj fatti in chiesa, noi troviamo queste parole: Si proprius servus hoc commiserit, judicio ferventis aquae examinetur, utrum hoc sponte, an se defendendo fecisset. Et si manus ejus exusta fuerit, interficiatur. Ma prima di quel tempo Liutprando re de’ Longobardi nella legge XXI, lib. V avea così ordinato: Si quis servum alienum sine voluntate domini sui in sacramentum miserit, aut manum in caldaria mittere fecerit, componat domino ejus solidos viginti. Anche Gregorio Turonense (lib. I, cap. 81 de Gloria Martyr. ) racconta un poco diverso sperimento fra un Cattolico e un Eretico in testimonio della vera Fede. Veggasi il Du-Cange nel Gloss. Latino alla voce Aqua, e il tomo III, lib. 3, cap; 7 del P. Martene de antiqu. Eccl. Ritibus, dove son rapportate alcune formole di questo rito. Una ne ho prodotto, tratta del suddetto antichissimo Rituale MSto, con questo titolo: Benedictio super aquam ferventem. Anche di un tal giudizio si raccontano accaduti varj miracoli, ed uno spezialmente ne riferisce Hincmaro nell’Opusc. de Divortio Lotharii, con far conoscere che approvava questo sperimento. Né da esso fu differente Judicium ferri candentis. Nell’antico Antifonario del Capitolo della Metropolitana di Milano si legge: Benedictio ad judicium ferri ardentis in manu. Cioè chi teneva in mano un ferro rovente senza risentirne danno, comprovava la verità d’una cosa e l’innocenza sua. Per lo contrario chi si scottava, porgeva un indicio creduto certo di avere mentito, e di essere reo del delitto impostogli. Quanti innocenti in questa maniera diventassero rei, se Dio non faceva un miracolo, ognun sel può pensare. Anche da me è stata data alla luce Benedictio ferri ad judicium faciendum, ricavata dal suddetto Rituale MSto.

Può dirsi lo stesso sperimento quello de’ Vomeri roventi. Nove o dodici di questi ben roventati si mettevano in terra, e sopra di essi eleggeva o era forzata di camminar coi piedi nudi la persona accusata. Restando illesa vinceva la causa; se offesa, la perdeva. Nella legge Longobardica CV di Carlo Magno vien decretato che chi negherà di aver commesso un omicidio, ad novem vomeres ignitos judicio Dei examinandus accedat. Ed era così celebre e commendato il giudizio del ferro ardente, che gli stessi monaci non rade volte nelle cose dubbiose lo proponevano. Il P. Sirmondo nelle note all’Epist. 39, lib. III di Goffredo Vindocinense, riferisce la controversia insorta fra Haimerico Visconte e Teodorico abbate di Santo Albino. Andò l’Abbate a trovare il Visconte, preparato aut calidi ferri judicio secundum legem Monachorum per suum hominem probare, aut scuto et baculo juxta legem saecularium defendere, ec. Anche il Mabillone nell’Append. al tomo IV Annal. Benedict., rapporta una carta, in cui i Monaci del Monistero Maggiore per decidere una lite, determinarono di valersi solito candentis ferri judicio. Vedi che profonde radici avea messo questo temerario sperimento, quando gli stessi Religiosi lo praticavano, ed era fin divenuto Lex Monachorum! Quel 1349 che più ci può far stupire, si è che le stesse imperadrici e regine furono esposte a questo giudizio, allorché si mise in forse la loro onestà. Ognun conosce la santa imperadrice Cunegonda moglie di Santo Arrigo imperadore. Ma non è già noto a tutti che la castissima Augusta per sospetti nati della sua pudicizia fu astretta a questo giudizio a fine di far conoscere la sua innocenza. È narrato il fatto dall’antico Autore della sua Vita, che così scrive: Expurgationis gratia ad vomeres candentes illud sibi judicium elegit, quod propter duritiam hominum institutum esse cognoscitur, ec. Stupentibus et flentibus universis, qui aderant, vomeres candentes nudo vestigio calcavit, et sine adustionis molestia secura pertransiit. Ma io altrove ho messo in forse questo fatto. Così pochi anni dopo, cioè nel 1033, Emma regina d’Inghilterra comprovò al re Edoardo suo figlio la propria innocenza con passare illesa sopra nove vomeri roventati, e disposti nel pavimento del tempio. Né in altra maniera quidam homo ingenuus, de homicidio Sigefredi Comitis incusatus, si giustificò: cioè candenti ferro se expurgavit, et ex decreto Synodi post duas noctes illaesus apparuit, come s’ha dalla Vita di San Meinwerco vescovo di Paderbona presso il Leibnizio. Anche Gotifredo da Viterbo narra un famoso avvenimento della moglie di Ottone III Augusto, la quale avendo accusato il Conte di Modena ingiustamente, fu cagion di sua morte. Prevedendo questo colpo il Conte, avea informata del vero la sua consorte dicendole:

Tu mihi post mortem conscia testis eris.

Si dubium videatur eis, quod teste probabis,

Judicio candentis eos ferri superabis.

Veramente questo fatto dal Pagi, Leibnizio ed altri Letterati è riferito fra le favole, non ne parlando alcuno degli Storici contemporanei, ed essendo comune opinione che Ottone III imperadore non fu mai ammogliato. Tuttavia è da osservare che Landolfo seniore, storico Milanese circa l’anno 1084 scrisse nel lib. I, cap. 18 della sua Storia: Erat Otto Ottonis filius Secundi, a consilio conjugali, mortua conjuge, ex qua sibi filium masculum minime genuerat, alienus. Qui quum in castitate videns per humanam fragilitatem persistere se non posse, ec. Sul principio di quello stesso secolo era mancato di vita Ottone III, e però Landolfo potè aver sufficienti notizie del matrimonio di lui, del quale forse tacquero gli Storici Tedeschi a cagion del suo funesto fine. Il dirsi anche da Landolfo ch’esso Augusto dopo le prime nozze abborriva le seconde, sembra indicare l’infelice successo delle prime. Abbiamo poi dall’Annalista Sassone che Carlo il Grosso imperadore nell’anno 887 imputò d’adulterio la moglie. Illa virginitatem se approbare Dei judicio, si marito placeret, aut singulari certamine, aut ignitorum vomerum examine affirmabat. Factoque dissidio, in Andelam Monasterium Ancillarum Dei in Alsatia, quod ipsa exstruxerat, Deo famulatura recessit, in quo sepulta multis miraculis praefulget. Potrebbesi anche cercare, se in tale sperimento succedesse mai frode alcuna. Certamente i sacerdoti di Apollo nel monte Soratte (come narra Plinio nel libro VII, cap. 2) super ambustam ligni struem ambulantes, non aduri tradebantur: il che fu anche accennato da Virgilio, libro XI Æneid.

... Et medium freti pietate per ignem

Cultores, multa premimus vestigia pruna.

Se crediamo a Varrone presso Servio, tentato fu lo stesso dai popoli Hirpini, quod medicamento plantas tingerent. E Alberto Magno nel lib. de Mirabilib. insegna, con qual medicamento si possa portare in mano il fuoco senza lesione di chi lo porta. Queste io le credo favole, e ne lascerò far pruova ad altri. Quel che è certo, lungo tempo durò questo giudizio fra i Cristiani. Perciocché (come racconta Radevico, lib. I, cap. 26 de Gest. Frider.) 1351 fra le leggi militari pubblicate da esso Federigo imperadore, Servus culpatus, non in furto deprehensus, seguenti die expurgabit se judicio igniti ferri, vel Dominus juramentum pro eo praestabit. Anzi (il che può farci stupire) fino nell’anno 1329 siamo assicurati da Bonifazio da Morano nella Cronica Modenese (tom. XI Rer. Ital.) là dove egli descrive le iniquità de’ Tedeschi, stoltamente accolti in Modena, che tuttavia durava questo rito. Ecco le sue parole: Aggrediebantur autem Cives et Comitatinos, asserendo, se eisdem pecuniam mutuasse, petendo sibi satisfieri de ea. Et ipsi Mutinensibus, ut rei veritas se habebat, et regulam (noi diciamo Riga) ferream igne calefactam manu sumere offerebant. Quam accipiebant nulla habita laesione ipsi Mutinenses. Theutonici sic videntes asserebant, se nolle credere fallaci probationi hujusmodi, et hoc arte magica procedere asserebant.

A questo catalogo si aggiunga ora Judicium crucis, di cui si truova menzione nella legge Longobardica X di Carlo Magno, la quale secondo il codice Estense ha le seguenti parole: De eo, qui perjurium fecerit, ec. Quod si accusator contendere voluerit de ipso perjurio, stent ad crucem. Anche nei Capitolari dei Re Franchi menzione si truova di tale sperimento. Molto faticò il Du-Cange nel Glossario Latino per determinare la forma di questo giudizio, e finalmente stabilì, che eleggendo due litiganti cotal pruova, si mettevano ritti in piedi davanti alla croce in chiesa, colle braccia stese in alto, ovvero in forma di croce, per un tempo determinato, per esempio finché si recitasse una parte del Vangelo, o alcuni Salmi. Chi durava più a tener così in alto le braccia, era vincitore; perditore, chi prima le abbassava. Un esempio di tal giudizio dell’anno 771 s’ha dal P. Mabillone nell’Appendice all’Opera Diplomatica, num. 51. Un altro ci viene somministrato dall’Ughelli, tom. V, ne’ Vescovi di Verona, spettante all’anno 837. Contendevano fra loro due cherici in Verona, e in Ecclesia Sancti Johannis Baptistae ad Domum, ad Crucem steterunt. Ambo ab Introitu Missae usque ad mediam Passionem secundum Matthaeum stettero saldi; ma allora uno di essi non potendo più reggere, in terram velut exanimis corruit. Alter vero pacificus (forse Pacifico di nome) usque ad finem Passionis stetit; e perciò riportò la vittoria. Niun grave danno da tale sperimento, come ognun vede, proveniva, ed era ben di tempra diversa che quello del fuoco. Il perché Carlo Magno nella division del Regno fra’ suoi figliuoli elesse judicium crucis per decidere le controversie che poteano insorgere fra loro, nec umquam pro tali caussa cujuslibet generis pugna vel campus ad examinationem judicetur. Nella seguente Dissertazione si parlerà del Campo, cioè del Duello.

Darò fine al catalogo di questi giudizj con additarne il più famoso di tutti, cioè quello di passare pel fuoco. Di questo io non truovo vestigio in Occidente prima del mille. Cedreno lasciò scritto che sotto Anastasio imperadore circa l’anno 506 un vescovo Cattolico in Oriente esibì ad un Ariano questo partito, ut per ignem cujus esset Fides verior, probaretur. Recusante facere Ariano, Orthodoxus intrans per ignem, illaesus exivit. Dai Greci, per quanto si può credere, impararono gl’Italiani dopo alcuni secoli a valersi di tal pruova, massimamente per convincere i vescovi accusati di simonia. Celebratissimo per questa cagione divenne Pietro, poi soprannominato Igneo, monaco di Vallombrosa, e promosso alla sacra porpora e al Vescovato di Albano. Pretendendo una parte del popolo Fiorentino che Theuzone vescovo fosse stato simoniacamente eletto a quella chiesa, per ordine di San Giovanni Gualberto fu alzata nell’anno 1067 una gran catasta di legna, con lasciarvi nel mezzo un sentiero largo un braccio, per cui potesse passare un uomo. Per colà entra l’intrepido Pietro, e passa illeso per le fiamme: laonde il Vescovo fu creduto da quell’evidente prodigio convinto di reità. Vedesi narrato il fatto negli Atti di San Giovanni Gualberto, dal Villani, dal Baronio, Ughelli, ed altri. Non minor fama si acquistò il Giudizio del fuoco, allorché Liprando prete Milanese si espose al medesimo nell’anno 1102, per far conoscere alzato simoniacamente alla cattedra archiepiscopale di Milano Grossulano. Se ne legge il racconto nella Storia Milanese di Landolfo iuniore, cap. X, tom. V Rer. Ital. Tuttavia non così prosperamente passò quella faccenda, che si tenesse da tutti per miracolosa. Perciocché, come narra quello Storico, quia ignis manum Presbyteri, in projicendo aquam et incensum super ignem, laesit; et quia per equi Johannis de Raude nudum Presbyteri pedem de igne exeuntis dure calcavit, turba tristis de casu et ruina Grossulani, in Presbyterum et ejus legem post paucos dies scandalizavit, ec. Sarebbe anche da vedere, se fosse possibile, che entrando l’aria impetuosamente per quel sentiero, lasciasse libero il passaggio per le fiamme. Similmente con dubbioso ed incerto successo tentata fu la medesima sperienza da Bartolomeo rozzo cherico nella spedizione della Crociata verso Gerusalemme nell’anno 1098, per provare che la lancia trovata in Antiochia era la stessa con cui fu aperto il costato del divino nostro Redentore. Per ignem transivit (sono parole di Guglielmo vescovo di Tiro, lib. VII, cap. 18 della Storia), quantum populo videbatur, illaesus. Ma dipoi fu messa in dubbio la cosa. Nam ille idem infra paucos dies vita decessit. Cujus accelerati obitus occasionem, quum homo sanus et vitalis prius videretur, quidam asserebant tentatum incendium. Alii vero dicebant, quod ab incendio sanus evaserat et incolumis; sed egressus ab igne turbae caussa devotionis irruentes oppresserant et contriverant. Riccardo Cluniacense, la cui Storia ho pubblicata in quest’Opera, aggiugne: Populus volens eum tangere, vel de vestimento ejus aliquid accipere, fecerunt tria vel quatuor vulnera in ejus cruribus, abscindentes de carne, et pinnam dorsi ejus confringentes, crepuerunt eam. Quel che mi fa stupire, si è che non essendosi per qualche secolo di poi usato questo terribile sperimento, esso venne proposto da uomini religiosi in Firenze sul fine del secolo XV; e consentì in esso anche Girolamo Savonarola, uomo non meno per la pietà che per la dottrina celebratissimo. Perché non si effettuasse tal pruova, può vedersi presso il Nardi, Gian Francesco Pico, ed altri Storici.

Qui sia a me lecito di esclamare: Quanto è mai misera la condizion de’ mortali, e quanto spesso si dà a conoscere! Erano una volta in uso tali giudizj, si lodavano dappertutto; né dubitava il volgo che ad essi concorresse l’occulta mano di Dio. E pure potevano i nostri maggiori discernere essere questo un manifestamente tentar Dio, e troppo disconvenire alla dignità divina e alla nostra bassezza il volere in certa maniera forzar Dio a far de’ miracoli a nostro capriccio, e per cagioni anche frivole talora. Sicché abbiamo da rallegrarci co’ secoli nostri, per essere cessate tali follie, da che ne hanno i Sommi Pontefici e i Concilj estirpato il seme. L’Aventino nel lib. IV Annal. Bojor. dopo aver descritto questi medesimi giudizi cotanto una volta familiari, prorompe in tali parole: Atque haec tantum abfuit, ut impia judicarentur, ut sanctissimos Pontifices, Principes Christianissimos, viros atque feminas sacratas, usurpasse istas purgandi caeremonias inveniam. Illud tum erat sapere, fidem Deo habere, omnem spem in ipso collocare. Nostro saeculo nihil minus. Quippe nihil aliud est, quam delirare, Deumque immortalem irritando ad iracundiam provocare. Solet id factum, ut video, diversis aetatibus, heic pietatis, alibi erroris nomen accipere. Così egli; al quale nondimeno si può rispondere, essere vero che giudizj tali erano usitatissimi ne’ vecchi tempi, ma che mai non furono approvati dai Romani Pontefici, né mancarono fra i Cristiani persone intendenti che declamarono contra di essi, e li condennarono. Per questo erano chiamati giudizj volgari, perché inventati dal volgo, e non già prescritti dalla Chiesa. Imperciocché quantunque qualche Concilio Germanico, e nominatamente il Triburiense dell’anno 895, celebrato da 22 vescovi, approvasse ferventis aquae et ferri candentis purgationem: a tale rito non consentirono l’altre Chiese. Anzi prima del suddetto Concilio Agobardo arcivescovo di Lione, uomo dottissimo, avea pubblicato un libro, ora stampato, contro damnabilem opinionem putantium divini judicii veritatem igne, vel aquis, vel conflictu armorum patefieri. Per testimonianza del medesimo Autore, solamente vani homines nominabant ista judicium Dei. Ripete egli lo stesso nel libro contro la legge di Gundobado con iscrivere: Non oportet, mentem Fidelium suspicari, quod Omnipotens Deus occulta hominum in praesenti vita per aquam calidam, aut ferrum, revelari velit: quanto minus per crudelia certamina? Anche da Graziano (Causa II, qu. 2, c. consuluisti) è attribuita a Stefano V papa una lettera a Lamberto arcivescovo di Magonza, in cui si leggono queste parole: Nam ferri candentis, vel aquae ferventis examinatione confessionem extorqueri a quolibet, sacri non censent Canones; et quod Sanctorum Patrum documento sancitum non est, superstitiosa adinventione non est praesumendum. Così altri Romani Pontefici, le sentenze de’ quali si leggono nelle Decretali di Gregorio IX papa, libro V, tit. de Purgatione vulgari. Ivone Carnotense ed altri aveano anch’essi riprovato somiglianti consuetudini. Anzi lungo tempo prima cessò l’esame della Croce, perché vietato dall’imperadore Lodovico Pio, o da Lottario suo figlio, come s’ha dalla legge Longobardica XC del medesimo Lottario con tali parole: Statutum est ut nullus deinceps quamlibet examinationem crucis facere praesumat, ne Christi Passio, quae glorificata est, cujuslibet temeritate contemtui habeatur. Adunque la riverenza verso la Passion del Signore facilmente indusse il popolo a desistere da quello sperimento. Giovanni Ferrando (Disquisit. Reliquiarum, libro I, cap. 3) fu di opinione che nella legge suddetta fosse riprovata la temeraria pietà di coloro, i quali per conoscere se fosse o non fosse vero qualche pezzo del legno della Croce santa, lo mettevano nel fuoco, per venerarlo poi, se ne usciva illeso. Ma sembra a me più verisimile che ivi si parli del giudizio fatto davanti alla Croce; perché altrimenti si sarebbe detto examinatio Ligni Crucis.

Vietò parimente ne’ Capitolari suoi Lodovico Pio judicium aquae frigidae. E Lottario Augusto suo figlio nella legge Longobardica LV decretò, ut examen aquae frigidae, quod hactenus faciebant, a Missis nostris interdicatur, nec alterius fiat. Quanto a me, sospetto vietato questo esame, non perché veramente fosse da loro creduto una tentazione di Dio, ma perché si avvidero della truffa di chi l’inventò; giacché veniva dichiarato innocente chiunque calato nell’acqua si sommergeva, del che nulla è più facile. E perciocché essi Augusti non proibirono anche i giudizj dell’acqua bollente, del ferro rovente e del duello, segno è che non badavano al tentarsi Iddio con quelle pruove. Ma né pure con tali divieti si dee credere che tolto affatto fosse il giudizio dell’acqua fredda. Esempli se ne truovano anche nel secolo XI, ch’io tralascio per non infastidire il Lettore. Ma non posso passar sotto silenzio ciò che ha l’Ughelli nel catalogo degli Arcivescovi di Bari, cioè i Patti stabiliti fra Roggieri I re di Sicilia, e i cittadini di Bari anno MCII, indictione X. Così sta scritto nell’Italia Sacra; ma si dovea scrivere anno MCXXXII, indictione X. Perciocché quivi Roggieri è chiamato Siciliae et Italiae (cioè del Regno di Napoli) Rex magnificus: titolo ch’egli assunse in que’ tempi. Oltre di che appunto in quest’anno, per attestato dell’Anonimo Casinense, esso Re s’impadronì della città di Bari. Anzi, come s’ha da Falcone Beneventano, egli nel medesimo anno tenne in dovere quel popolo vacillante, nolensque eum exacerbare, quibusdam corum petitionibus, prudenti consilio usus, consensit. Leggonsi dunque nella carta dell’Ughelli queste parole: Quod si Dominus Rex Tancredo filio suo, vel alii filiorum ejus, civitatem Barensem, ec. Qui pare a me degno di correzione Rocco Pirro, celebre per altro storico di Sicilia, il quale nella cronologia dei Re di Sicilia, annoverando i figli dello stesso re Roggieri I, non solamente non riconobbe, ma anche rigettò Tancredi con iscrivere: Addunt nonnulli male Tancredum Bari Principem. Ma nella suddetta carta chiaramente s’ha menzione di Tancredi figlio di esso Re. Aggiungasi anche Alessandro abbate di Telesa, che nel cap. ultimo de Gest. Rogerii circa l’anno 1135 così scrisse: Duos liberos suos ad militiam promovit, Rogerium scilicet Ducem, et Tancredum Barensem Principem. Però presso il Pirro, e nell’albero genealogico posto dal Surita davanti alla Storia di Goffredo Malaterra, s’ha da aggiugnere questo Tancredi, del quale anche in più d’un luogo fece menzione Romualdo Salernitano nella sua Cronica, e spezialmente all’anno 1130. È da stupire come Rocco Pirro non solamente prendesse qui abbaglio, ma anche parlando di Amphuso altro figlio di Roggieri, scrivesse: Quem falso Alphonsum appellat Surita. Ma null’altro fu Anfus, Anfons e Anfusius presso gli Spagnuoli, che Alfonso. Non occorre ch’io pruovi con esempj una verità così certa. Torniamo ai Patti del popolo di Bari, dove di Roggieri è detto: Ferrum caccavum, pugnam aquam vobis non judicabit, vel judicari faciet. Scrivi: Ferrum, cacavum, cioè cacabum, o sia la caldaia. Cioè: mai non isforzerà i cittadini di Bari al giudizio del ferro infocato, dell’acqua bollente, del duello, dell’acqua fredda. Dal che possiamo intendere che né pure nell’anno 1132 s’era estinto affatto l’uso di queste superstiziose consuetudini. Si può nondimeno credere che tardassero poco a sradicarsi affatto, perché da lì innanzi non se ne suol trovare esempio.

 

Note

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[1] Gli scrittori Tedeschi, Francesi ed Inglesi sogliono chiamare queste prove col nome di Ordalie, che giusta l’Adelung è vocabolo che deriva dalia lingua Sassone, in cui Ordela significa grande giudizio (da Or grande, e Dael o Dele giudizio). Altri lo deducono dall’antico Teutonico Urdela che significa giudicare. Vedi il Gloss. Man. ad Script. mediae et infimae Latinitatis ad voc. ORDELA, ORDALIUM.

[2] A siffatta prova erano veramente esposti coloro i quali venivano accusati di magia; perché era invalsa presso alcuni popoli la strana opinione che i Negromanti fossero più leggieri degli altri. Ameilhon, Rem. crit. sur l’Epreuve de l’eau froide. Mém. de l’Acad. des Inscript. tom. XXXVII.

[3] Di questa prova parla il Boccaccio nella Nov. VI della Gior. VIII, ove sottopone Calandrino ed altri suoi vicini alla esperienza del pane e del formaggio per iscoprire chi avesse involato un porco.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011