Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXVII

Degli Spedali de’ pellegrini, malati, fanciulli esposti, ec., de’ tempi di mezzo.

Allorché nella Storia e nei documenti de’ secoli dopo la declinazione del Romano Imperio noi troviamo tanto sfoggio di liberalità de’ Fedeli verso i sacri templi, e verso i collegj de’ Canonici, e i monisterj dell’uno e dall’altro sesso, potrebbe temersi che dopo sì grande e pia profusion di beni e ricchezze sopra i sacri luoghi, nulla restasse per la turba de’ poveri e bisognosi, e che per loro languissero le opere della misericordia cristiana. Ma non è già così. Era cosa nota, e dappertutto si predicava, con quanta premura in tanti luoghi delle divine Scritture il Signor nostro Iddio raccomandi e inculchi la misericordia verso i poveri, e che splendidi premj egli prometta ai misericordiosi. Le medesime lezioni erano ripetute dai Santi Padri, e chiunque ardeva di zelo per la legge, e sentiva in sé il fuoco della carità, animava il popolo e massimamente i ricchi a soddisfare a questo ufizio. Però anche in que’ secoli di ferro la munificenza de’ Cristiani verso i poveri era sì grande, che certamente i nostri, benché tanto superiori a quelli nella pietà e nella compostezza de’ costumi, pure per quel che concerne la misericordia verso de’ poveri, nel paragone restano troppo al di sotto di quelli. Di questo veramente ho io ragionato nel Trattato della Carità cristiana: pure l’assunto mio richiede ch’io qui ampiamente et ex professo ne tratti, per far conoscere quali anche in questa parte fossero gli usi degli antichi Cristiani. Primieramente adunque s’ha da stabilire che di tutte le facoltà trasferite dai pii Fedeli nelle chiese e monisterj, o lasciate dopo morte, ne erano una volta partecipi anche i poveri. Imperciocché si donavano i beni agli Ecclesiastici con questa condizione, o tacita o aperta, che ne servissero le rendite per ornamento de’ templi, per alimento ai sacri ministri, e insieme perché il popolo de’ poveri, per quanto fosse possibile, ricevesse aiuto e sollievo dall’erario loro. Innumerabili sono i passi de’ Concilj e de’ Santi Padri, che in questo proposito raunò il dottissimo P. Lodovico Tomassini nella Par. III, lib. III de Beneficiis; e però inutil cosa sarebbe il rammentarli qui. Uno solamente ne addurrò, cioè che da Lodovico Pio Augusto nell’anno 816 fu stabilito, qual parte delle rendite ecclesiastiche si dovesse conferire ai poveri acciocché l’umana avarizia non assorbisse quello che era destinato dai Canoni al sollievo della povera gente. Sue parole son queste nel lib. I de’ Capitolari, cap. 80, presso il Baluzio. Statutum est ut quidquid tempore imperii nostri a Fidelibus Ecclesiae sponte conlatum fuerit, in ditioribus locis duas partes in usus pauperum, tertiam in stipendia cedere Clericorum aut Monachorum; in minoribus vero locis aeque inter Clerum et pauperes fore dividendum. Non si osservava già in ogni luogo tale distribuzione: pure secondo i Canoni una lieve parte se ne avea sempre da impiegare in sussidio dei poveri, perché que’ beni si riguardavano come patrimonia pauperum, e non già de’ soli cherici e monaci. In oltre gran copia di limosine cotidiane raccoglievano allora i poveri dalla carità dei Fedeli, non altrimenti che si faccia oggidì. Ma un altro soccorso, che non è molto in uso a’ tempi nostri, si praticava allora in bene del povero popolo: cioè vi erano persone pie che lasciavano l’intera loro eredità o pure una porzione di essa da vendersi, e da distribuirsi subito ai bisognosi. Avrei in pronto parecchi esempli di questa piissima consuetudine; ma a me basterà di recarne due soli, cioè due carte, dalle quali apparirà chiaramente la cristiana munificenza di allora. La prima fu a me somministrata dall’archivio del nobilissimo Monistero delle Monache di Santa Giustina di Brescia, dove si legge copia ricavata dall’originale, e autenticata davanti ai giudici di quella città nell’anno 1299. Come consta da esso documento, nell’anno 759, terzo di Desiderio re dei Longobardi, e primo del re Adelgiso suo figlio, fu venduta la metà dell’eredità di Gisulfo cittadino da Ippolito vescovo di Lodi: Ut Christi pauperibus de praesenti distribuatur quatenus sine aliqua offensione ipsa ejus eleemosyna ad requiem vel refrigerium animae ejus quam citius occurrere possit. Era più veramente allora che oggidì impresso nel cuor de’ Fedeli, e predicato e inculcato il dogma della Chiesa Cattolica, che le limosine distribuite a’ poveri viventi erano un efficace aiuto e suffragio per li Fedeli defunti. Convien ben dire che gran somma d’oro fosse allora dispensata alla povera gente, perché quella vendita produsse auri solidos novos, protestatos, ac coloratos, pensantes, numero tria millia octingentos quinquaginta finitum pretium. S’ha anche da avvertire, trovarsi qui Ippolito vescovo di Lodi, di cui non ebbe notizia l’Ughelli. L’altro lodevol esempio di questa pia liberalità si contiene in una copia autentica ed antica di uno strumento, esistente nell’archivio de’ Canonici Regolari di San Bartolomeo di Pistoia. Vedisi ivi che nell’anno 812 Guillerado (corrottamente chiamato dall’Ughelli Wiltretrado) vescovo di Pistoia vende i beni d’Ifferado prete, qui ad solitariam pertransivit vitam, ad Ildeberto chiamato Ildone, Abbate di San Bartolomeo, per distribuirne il prezzo ai poveri.

A questo costume s’agggiunga l’altro più celebre rito di beneficenza verso le povere persone, che si usava dappertutto, cioè la fondazione di tanti luoghi pii, dove si provvedeva alle varie loro necessità. Ve n’erano per gl’infermi, per li pellegrini, per li fanciulli esposti, per gli orfani, per gl’invalidi, per li poveri vecchi; in una parola, per ogni sorta di miserabili e bisognosi, di maniera che ognuno di essi trovava dove ricorrere per sollievo alle proprie necessità. Data che fu da Costantino il Grande la pace 1314 al popolo Cristiano, non andò molto che cominciarono ad ergersi queste case ed erarj dalla carità de’ Fedeli, e ne abbiamo parecchi esempli nella Storia Ecclesiastica. A me basterà di addurre la legge XLVI, Sancimus, si quis del Codice di Giustiniano de Episcop. et Clericis, dove Giustiniano I imperadore curae Deo amabilium Episcoporum commendat facere aedificationes sanctissimarum Ecclesiarum et Hospitalium (dove si accoglievano i pellegrini, i quali anche si appellavano Xenodochia) et Gerontocomiorum (dove si nutrivano i vecchi poveri) aut Orphanotrophiorum (ne’ quali si alimentavano gli orfani) aut Ptochotrophiorum (conservatorj dove i poveri trovavano l’abitazione e il vitto) aut Nosocomiorum (dove si raccoglievano e curavano i malati) aut captivorum redemtionem, aut aliam quamlibet actionem piam. Più sotto ancora si veggono nominati Brephotrophi, cioè coloro che in luoghi pii raunavano i poveri fanciulli. Gareggiavano perciò in Italia i Fedeli per fondare somiglianti case di perpetua carità non meno nelle città, che fuori d’esse. Non v’era quasi alcun monistero pingue a cui non fosse unito qualche spedale, in cui si desse ricetto e vitto ai pellegrini e ai poveri. Anzi ne’ Concilj I e II di Aquisgrana ciò fu costituito per legge. Anche dai vescovi e canonici si praticava questo ufizio di cristiana liberalità. Ed era ben più frequente in que’ tempi l’uso de’ sacri pellegrinaggi, che non è a’ tempi nostri. Walafrido Strabone (lib. II, cap. 47 della Vita di San Gallo) particolarmente rammenta nationem Scotorum, quibus consuetudo peregrinandi jam paene in naturam conversa est. Erano anche allora maggiori e copiosi gli effetti della carità e munificenza verso i poveri in paragon di oggidì: il che ho vergogna di dirlo, ma nol posso tacere, eccettuando sempre Roma, la quale anche nel presente secolo ha veduto alzarsi dei sommamente magnifici conservatorj de’ poveri e degl’infermi. Riputavasi una volta il maggior decoro degli Ecclesiastici, e insieme de’ secolari il far simili fondazioni e mantenerle con isperanza più grande di conseguire con ciò il Regno de’ Cieli. Nel secolo decimo fieramente restò turbata da un funesto scisma la Chiesa di Milano, disputando fra loro quella cattedra arcivescovile Manasse et Adelmanno, come abbiamo da Arnolfo storico di quella città, il quale nel lib. I, cap. 4 così scrive: Arderico Episcopo ad superna vocato, eruperunt duo advesarii, Ambrosianae dignitatis ambitione succensi: Manasses videlicet Arelatensis Episcopus, et Adelmanus presbyter Mediolanensis, ec. Cumque diu contenderent, ille ex datione Regis, scilicet Burgundiae (cioè di Ugo re d’Italia), hic ex factione Plebis, et de Mediolanio (forse Cleri de Mediolano) quinquennio contra, se invicem altercati sunt, factis partibus ex alterutro. Quorum execrabili jurgio jacturam praegrandem, sustinuit Ecclesia, praecipue in thesauris et cymiliis omnibus, quibus incomparabiliter affluebat. Qual cosa di lodevole operasse Adelmanno, non è giunto a nostra notizia, se non che egli si mostrò liberale verso i poveri, come apparirà dal suo epitaffio, non peranche stampato, ch’io trassi da un MSto di Francesco Castelli, ed è il seguente:

CLARIOR IN TOTA QUI FUIT URBE POTENS:

HIC TUMULATUR ADALMANNUS, PRÆSULQUE BEATUS,

HUJUS ORIGO FUIT CLARO DE SANGUINE DUCTA,

PAUPERIBUS LARGUS EXTITIT ATQUE PIUS.

HUC GRESSUM REFERENS MODICUM TU SISTE VIATOR,

DIC FAMULO REQUIEM, CRIMINA PELLE, DEUS.

OBIIT AUTEM ANNO INCARNATIONIS DOMINICÆ

DCCCCLVI. MENSE DEC. INDICT. XV.

Il chiarissimo P. Papebrochio ci diede il catalogo degli Arcivescovi di Milano nel tomo VII Act. Sanct.; ed ivi dopo l’Ughelli dubitò, se Adelmanno fosse mai consecrato arcivescovo. Poscia giudicò ch’egli nell’anno 951 mancasse di vita, o pure rinunziasse il Vescovato; perché in quell’anno, secondo l’opinione sua, Walperto ottenne la cattedra Milanese. Ora apprendiamo ch’egli fu ornato del titolo di Arcivescovo; e se pure il Castelli non v’avesse aggiunto di suo capriccio le note cronologiche (il che non pare verisimile), esso Adelmanno finì di vivere nell’anno 956. Era dunque una volta talmente in credito la carità verso i poveri, che spezialmente per questo furono commendati assaissimi Romani Pontefici, e gli altri vescovi, ne’ quali campeggiò la virtù cristiana, e che ebbero molto a cuore la cura della lor dignità (Vedi negli Annali Ecclesiastici del cardinal Baronio, e nella Roma Sotterranea di Antonio Bosio le iscrizioni sepolcrali di molti Papi). La più usata loro lode fu quella di aver sovvenuti i poverelli. Le stesse sacre vergini non trascuravano questo elogio. Nella Dissertazione LXVI produrrò una carta di Pistoia, in cui è fondato il Monistero delle Monache di San Pietro cum Senodochio ad egenos vel pauperes recipiendum, et eleemosynam tribuendum, et gubernandum per hebdomadam unam pauperes vel peregrinas animas. Qui aggiungo uno strumento Lucchese dell’anno 790, in cui si vede dotato il Monistero delle Monache di San Vitale in Lucca da Jacopo Diacono insieme coll’annesso spedale, in cui pauperes duodecim una die per singulas hebdomadas suscipi ac pasci debeant, et hebdomada ante Pascha balneum ibi calefiat, ut tota ipsa hebdomada ipsi pauperes laventur. Dall’archivio arcivescovile di Lucca trassi questa carta.

Ma principalmente in questi ufizj di carità si distinsero una volta i monaci, a’ quali l’ospitalità e la cura de’ poveri era più che agli altri raccomandata dai Canoni, o dai loro santi istitutori. Noi veggiamo che appena Santo Anselmo circa l’anno 752 fondò l’insigne Monistero di Nonantola in agro Mutinensi (come s’ha dalla sua Vita presso il Mabillone nella Parte I del tomo IV Act. Sanctor. Ora. Sancti Bened.) che hospitium ad suscipiendos hospites et peregrinos magno cum studio illic aedificavit: de quibus illi die noctuque cura maxima et solicitudo fuit, ut nullus inde sine refectionis misericordia abire posset. Dopo altre parole soggiugne quell’antico Scrittore: Hinc inter cetera bona, quae egit, hospitalitatem diligens, omniumque pauperum curam solicite agens, hospitia atque senodochia perplura constituere curavit. Poscia fa menzione di uno spedale da lui fondato prope Monasterium fere quatuor millia, cioè nel luogo che oggidì è appellato il Passo di Santo Ambrosio, presso il fiume Scultenna, o sia Panaro, nellaVia Claudia (che alcuni contra l’uso dei nostri maggiori chiamano Emilia) ad suscipiendos debiles et feminas, qui ad Monasterium venire non poterant. Egli parimente fabbricò due spedali nel territorio di Vicenza, in cui quotidie pauperes et debiles, e nelle calende di ogni mese pauperes ducenti pascebantur. Così Fulrado abbate di San Dionisio di Parigi (come apparisce dagli Annali Benedettini all’anno 777) lasciò per testamento tutti i suoi beni alla Basilica di San Dionisio, acciocché se n’impiegassero tutte le rendite in alimento de’ servi di Dio, et susceptionem hospitum, et in eleemosynam synodicorum pauperum, seu matriculariorum, viduarum et orphanorum. Chiamavansi matricolarj que’ poveri ch’erano descritti nella matricola della chiesa, per essere alimentati colle entrate di essa chiesa; o pure abitavano nella matricola, o sia casa contigua al tempio, nella quale venivano nudriti. Tralascio altri assaissimi esempli simili, che si leggono in libri stampati, per mostrare con documenti non peranche dati alla luce, che gli altri Ecclesiastici e laici facevano a gara per esercitare la misericordia verso i poveri colla fondazione di moltissime case pie in loro aiuto. Il che quantunque fosse cosa familiare in quasi tutte le città, pure potrò io più facilmente comprovare colla sola città di Lucca, la quale in aver fortunatamente conservate le carte della sua Chiesa, forse non ha pari in Italia. Pertanto mi si presenta in primo luogo uno strumento dell’archivio di quell’Arcivescovato, che è copia antichissima, da cui intendiamo che circa l’anno 718, regnando il re Liutprando, la chiesa di San Silvestro fu edificata e dotata da alcuni pii cittadini Lucchesi cum xenodochio et balneo, e con un prete o abbate custode del sacro luogo ad peregrinos recipiendum, pauperes, viduas et orphanos consolandum. Non si conosce bene il tempo in cui fu scritta la carta, ma da due annesse assai apparisce, l’una delle quali mi parve originale, e che perciò ho anche data alla luce. Soggiungo un’altra carta spettante all’anno 721, in cui si vede dotato da Pertualdo cittadino di Lucca il poco fa eretto tempio e Monistero di San Michele fuori della città, acciocché il sacerdote che quivi sarà ordinato, officium peragat, viduam, orphanum et pauperem consoletur, egenum et peregrinum recipiat. La terza carta, che ha sentito le ingiurie dell’antichità e abbonda di lacune, contiene la fondazion di uno spedale fatta nell’anno 757 da alcuni caritativi cittadini di Lucca presso le mura della città a’ tempi di Peredeo vescovo, ut ibi pauperes atque peregrini modernis et futuris temporibus per omnem hebdomadam pascantur. Da questo documento, scritto Regnante Domno Desiderio Rege, anno Regni ejus Deo propitio primo, quinto die intrante mense novembrio, indictione XI, si ricava che il re Desiderio non prima del dì 5 di novembre dell’anno 756 era salito sul trono. In questa carta non si parla di Monistero alcuno, ma solamente di una chiesa e senodochio, essendosi praticato che anche ai templi ed oratorj del Clero secolare si aggiugneva talvolta lo spedale od ospizio de’ poveri o de’ pellegrini. Ordinariamente a questi luoghi pii si deputava per presidente un Diacono a cui spettava il governo e la distribuzione delle limosine: ché tale anche fu l’ufizio de’ diaconi nella primitiva Chiesa. Pertanto ogni qual volta presso Anastasio nelle Vite de’ Romani Pontefici, e presso Giovanni Diacono nelle Vite de’ Vescovi di Napoli s’incontra il nome di Diaconia, si dee intendere uno di questi luoghi destinati all’aiuto de’ poveri di varie sorte, e regolati da qualche Diacono. Di tali officine della cristiana misericordia almen ventiquattro ne annoverava nel suo circuito e ne’ borghi la regina delle città, Roma: tanta ivi era la carità.

Il Du-Cange nella Giunta al Gloss. Latino nel tom. II del Gloss. Greco rapporta dal Diurno Romano (cap. 7, tit. 17) queste parole: Sed Dispensator, qui pro tempore fuerit in eadem venerabili Diaconia, pro remissione peccatorum nostrorum, omnes Diaconites et pauperes Christi, qui inibi conveniunt, Kyrie eleyson exclamare studeant. Ed interpreta la voce Diaconites: Pauperes qui in Diaconiis alebantur. Non assai rettamente, a mio credere. Altro non furono i Diaconiti, se non i ministri ed ufiziali della Diaconia, cioè coloro che sotto il Diacono ricevevano gli alimenti e dispensavano le limosine alla povera gente. Ecco ciò che si legge in una iscrizione Romana, posta nella Basilica di S. Maria in Cosmedin, e rapportata dal Turrigio, Par. II, pag. 517 delle Grotte Vaticane, e dal Crescimbeni nella Storia di quella Basilica.

HEC. TIBI. PRECLARA. VIR

GO. CAELESTIS. REGINA. SCA. SV

PEREXALTAT. ET. GLORIOSA. DO

MINA. MEA. DEI. GENETRIX. MARIA.

DE. TVA. TIBI. OFFERO. DONA. EGO.

HVMILLIMVS. SERVVLVS. TVVS.

EVSTHATIVS. INMERITVS. DVX.

QVEM. TIBI. DESERVIRE. ET. HVIC.

SANCTAE. TVAE. DIACONIAE. DISPENSA

TOREM. EFFICI. IVSSISTI. TRADENS.

DE. PROPRIIS. MEIS. FACVLTATI

BVS. IN. VSVS. ISTIVS. SCAE. DIAC. PRO.

SVSTENTATIONE. XPI. PAVPERVM.

ET. OMNIVM. HIC. DESERVIENTI

VM. DIACONITARVM. OB> MEORVM.

VENIAM. DELICTORVM. ec.

In una carta Lucchese, che pubblicai nella Dissertazione IV, alcuni fratelli desideravano Diaconiam in susceptione peregrinorum fieri. Vedemmo anche di sopra in una carta dell’anno 790 Jacobum Diaconum in ecclesia Sancti Vitalis, alla quale era annesso un senodochio, costituito ivi Rectorem et gubernatorem. Tali Rettori, particolarmente presidenti a qualche Diaconia di Roma, si chiamavano Cardinales Diaconi, come mostrerò nella Dissertazione LXI; ma in altre città non importava, se questi fosse prete o diacono. Mi somministra qui l’archivio di Lucca una chiara testimonianza, cioè una carta dell’anno 764, in cui un certo Ansaldo dice di aver fondata una chiesa nella stessa città di Lucca, ut omni tempore per unamquamque hebdomadam in domo praedictae Ecclesiae ad mensam duodecim pauperes et peregrini excipiantur. Poscia a Rattrada monaca lascia dopo sua morte il giuspatronato di quel luogo pio, cioè jus regendi, gubernandi, usufructuandi, et ordinationem de presbytero vel de diacono faciendi in ipsa ecclesia. Dice ancora consecrato quell’oratorio per bonae memoriae Peredeum Episcopum: parole indicanti già defunto quel vescovo. L’Ughelli nell’Appendice al tomo V dell’Italia Sacra, rammentando esso Peredeo, il fa vivo nell’anno 780. E veramente dalla formola bonae memoriae, siccome feci vedere nelle Antichità Estensi, non si può con certezza dedurre la morte di alcuno nelle antiche carte. In fatti nella sopra allegata carta dell’anno 767 noi trovammo vivente il medesimo Peredeo vescovo. L’osservai anche vivo in altre carte degli anni 765, 766 e 778; il che può far credere ch’egli prolongasse la vita sino all’anno 780, come giudicò l’Ughelli. Altrove in questa stessa Opera recherò altri esempli del medesimo argomento. In una dell’anno 759 si vede che un Gregorio figlio di Mauricio edifica una chiesa nel luogo di Asolari sotto nome di San Donato, ed ivi costituisce Presbyterum, sic tamen ut absque ulla femina ibidem habitare debeat, et per singulas hebdomadas quatuor peregrinos omni tempore die uno pascere debeat. In un’altra carta dell’anno 765 Rixolfus unus minoribus presbyteris, consentiente mihi Domno Patre meo Regnulfo Abbate, dona molti beni all’oratorio di Santa Maria e di San Donato, fabbricato da suo padre, ed ivi mette un prete per Rettore, il quale per omnem septimanam tribus diebus viginti quatuor pauperibus prandium exhibeat. Il pranzo era questo: Scaphilum (misura di frumento) grani, unde fiat panis coctus, et duo congia vini, et duo congia pulmentarii ex faba et panico mixto, bene spisso, et condito de uncto vel de oleo. E perciocché Carlo Magno nella legge Longobardica LXIII decretò, ut Episcopi et Abbates per Xenodochia et Monasteria eorum, Hospitale, ubi antiquitus fuerit, faciant, et summopere curent, ut nullatenus praetermittatur; ed altre leggi aggiunse, per risarcire gli spedali, e ben trattare i poveri e pellegrini, le quali si truovano confermate da Lottario I e Lodovico II Augusti: perciò Ambrosio vescovo di Lucca, come apparisce da un suo strumento dell’anno 847, ristorò il senodochio di San Colombano, situato presso le mura della città, ad salutem animarum Domnorum nostrorum Hlotharii Imperatoris et Hludowici Regum, con rammentare sacram jussionem Imperialem intorno a questo, e con ordinare, ut semper tribus diebus per singulas hebdomadas ibidem duodecim pauperes pascantur.

Particolarmente poi uso fu di que’ tempi il fabbricare questi ospizj di carità per sussidio e comodo de’ pellegrini, dove si doveano passare i fiumi senza ponte, e valicare le cime de’ monti. Perciò Lodovico II imperadore in un Capitolare dell’anno 855 (da me dato alla luce nella Par. II del tomo I Rer. Ital. e aggiunto alle Leggi Longobardiche) indirizzò anch’egli dei Messi pel Regno d’Italia, con deputare spezialmente a tale ufizio dei saggi Abbati, et ordinare che visitassero i monisterj dell’uno e dell’altro sesso, e con dire fra l’altre cose: Senodochia autem sicubi quae sunt neglecta, ad pristinum statum revocent. Hospitalia vero pauperum tam in montanis, quam et ubicumque fuisse noscuntur, pleniter et diligenti cura restaurentur. Perché ne’ monti si piantassero spedali, facilmente s’intenderà al ricordarsi che ne’ vecchi secoli troppo rare erano nell’alte montagne le case, e all’incontro vi abbondavano le selve inospite e i boschi; di modo che i poveri viandanti o pellegrini, côlti in quegli orridi paesi, non aveano tetto, e restavano la notte esposti alle fiere, con pericolo della vita. Similmente ai fiumi privi di ponte, se questi si gonfiavano per pioggie o nevi squagliate, bisognava a’ poveri passeggieri il fermarsi; e però degno della misericordia cristiana si trovò il fabbricare spedali e ricoveri de’ poveri spezialmente in que’ pericolosi luoghi. Di questo pio costume un esempio ho prodotto, cioè un diploma di Lottario I dell’anno 825, in cui egli smembra dal Monistero della Novalesa lo Spedale di Monte Cinisio, e in ricompensa dà a Hildrado abbate un altro Monistero. Ogni dotta persona sa che monte sia quello.

Siccome San Bernardo Menthonense nel Monte di Giove, oggidì appellato il Gran San Bernardo sul territorio d’Aosta, fabbricò circa l’anno 980 uno spedale o sia ospizio, che servisse tam egenis, quam opulentis: così lo stesso in altri luoghi fu praticato dalla misericordia cristiana. Questo pio rito lo imitano oggidì a gara i Turchi, con fabbricare somiglianti ricettacoli per li pellegrini e viandanti, i quali non troverebbero dove posarsi. Nel paese dove io son nato mi piace di rammentare alcuni esempli di questa cristiana pietà. Nel territorio di Modena al fiume Panaro già abbiam veduto che Santo Anselmo fondò uno spedale sotto nome di Santo Ambrosio. Non ne resta ora vestigio alcuno. Al fiume Secchia fra Modena e Reggio fu anticamente fabbricato il ricco spedale di Rubiera, che dura tuttavia. Nel giogo dell’Appennino, dove dal Modenese si passa in Garfagnana e Toscana, fu negli antichi tempi eretto lo spedale di San Pellegrino, le cui pingui rendite e limosine per iniquità de’ tempi oggidì vanno tutte in borsa del Rettore secolare, e non già in sussidio de’ poveri, a’ quali furono destinate dalla pietà de’ fondatori e donatori. V’era anche in quelle montagne il Monistero di Frassinoro, fondato dalla gran contessa Matilda, e dalla duchessa Beatrice sua madre, a cui verisimilmente era annesso, secondo il costume d’allora, qualche ospitale. Così nel territorio di Reggio v’ha una villa che guida in Garfagnana a Silano. Tanto di qua che di là dall’Appennino furono edificati spedali, tuttavia appellati Ospitaletti dove si esercita la carità verso i poveri. Altri luoghi del Modenese ci sono, che ritengono lo stesso nome di Ospitaletti: segno della carità che ivi una volta si esercitava, ma non più oggidì. Così nella via che dal Bolognese passa per l’Appennino nel Pistoiese, si truova l’Ospitaletto, forse quello a cui la contessa Matilda donò molti fondi in benefizio de’ pellegrini. Vedranno gli Eruditi Bolognesi, se ad esso appartenga un diploma dell’anno 1118, con cui Arrigo V fra i Re, IV fra gl’Imperadori, confermò le esenzioni hospitali domui, quae constructa est juxta Renum in Curte Marchionis, ut in omnibus rebus, quas Comitissa Matildis eidem venerabili domui largita erat, ec. Vedesi anche una donazione fatta dalla suddetta celebre Contessa nell’anno 1098 all’ospitale, quod est constructum ad honorem Dei et Beati Michaelis Arcangeli, situm in loco Bumbiano, ubi dicitur Plano de la Curte prope Reno. Pare il medesimo di cui parla il suddetto diploma. È anche da vedere l’epistola LXXIV del codice Carolino, dove Adriano I papa raccomanda a Carlo Magno Monasterium Sancti Hilarii Confessoris Christi in Calligata, una cum hospitalibus, qui per colles Alpium siti sunt pro susceptione peregrinorum, ut in omnibus pro Monachorum Deo servientium laudibus atque susceptione peregrinorum, justitiam illic conservare dignetur et invasionem, quam Gundibrandus Dux civitatis Florentinae in eodem Monasterio ingerit, emendare jubeat. Siccome feci osservare nel mio Trattato della Carità cristiana, pare che ne’ secoli barbarici non fossero in uso i pubblici ospizj, oggidì chiamati Osterie, dove si desse cibo e letto ai viaggiatori. Ne furono anche privi gli antichi Greci e i Romani ne’ primi secoli dopo la fondazione di Roma. Si cercava allora albergo presso gli amici. A questo fine furono inventate tesserae hospitalitatis; imperciocché gli uomini di allora, per valermi delle parole dell’antico Scoliaste della Tebaide, quoniam non poterant omnes suos hospites noscere, tesseram illis dabant, quam illi ad hospitia reversi ostendebant praeposito hospitii. Di tali tessere un erudito Trattato ci diede il Tomasini. Poscia a poco a poco s’andarono istituendo in Roma taverne ed osterie più del solito, dove si dava ricetto ai viandanti e forestieri. D’esse abbiamo menzione in Plauto, e in altri antichi libri, fra’ quali spezialmente s’ha da ricordare Giulio Materno Firmico, lib. IV, cap. 15 Astronom., dove della stella di Venere parla così: Si in dejectis locis inventa fuerit, faciet hospites popinarios, tabernarios, ec. Così egli scriveva nel secolo quarto dell’Era Cristiana. Dal nome di Hospites, cioè albergatori, venne il nostro Oste. Ma ne’ susseguenti secoli pochi vestigj si truovano di tali osterie per l’Italia; e possono persuadercelo le parole di Carlo Magno nel Capitolare dell’anno 803 presso il Baluzio. Praecipimus (dic’egli) ut in onmi Regno nostro neque dives, neque pauper peregrinis hospitia denegare audeant; idest sive peregrinis propter Deum ambulantibus per terram, sive cuilibet iteranti. Propter amorem Dei, et propter salutem animae suae, tectum et focum et aquam nemo illi deneget. Non dice Carlo che ai soli poveri s’abbia da concedere l’ospizio: dice cuilibet iteranti, cioè itineranti, sì ricco che povero. Se pubbliche osterie state vi fossero allora, quivi almeno i ricchi avrebbero trovato cibo e ricovero. Il medesimo Carlo Magno nella legge Longobardica XI comanda, ut nemo praesumat ad nos venienti Mansionem (cioè l’ospizio) vetare: Et quae necessaria sunt, sicut vicino suo, vendat. La qual legge da Pippino re d’Italia suo figlio fu confermata e spiegata colla legge XVI fra le sue colle seguenti parole. De Episcopis, Abbatibus et Comitibus, seu Vassis Dominicis, vel reliquis hominibus, qui ad Palatium veniunt, vel inde vadunt, vel ubicumque pergunt per Regnum nostrum, ut quando hybernum tempus fuerit, nullus audeat Mansionem vetare ad ipsos iterantes, in tantum quod ipsi iterantes injuste nullas causas (cioè cose) tollant. Odasi ancora Lodovico II Augusto nel Capitolare Ticinense da me dato alla luce (Par. II del tomo I Rer. Ital.), il quale ordina che da’ Vassi Cesarei nel viaggio non molestentur incolae, aut eorum domos per vim invadant, vel propria diripiant absque collato pretio. Sed neque indigenae per solita loca tectum, focum, aquam, et paleam hospitibus, denegare, aut sua carius quam vicinis audeant vendere. Qui nondimeno potrebbe parere che vi fossero luoghi determinati per albergar tali persone. In un diploma di Carlo Calvo re di Francia dell’anno 847 (nell’Append. al tomo II Annal. Bened.) si comanda, ut ad hospitale pauperum decimae conferantur, atque ibi hospitalitas regulariter ad laudem Dei exhibeatur tam divitibus quam pauperibus.

Tuttavia che in alcune città non mancassero osterie e taverne, pare che si possa raccogliere da un passo di Agnello, che circa l’anno 840 nelle Vite degli Arcivescovi di Ravenna descrivendo una guerra civile di quella città, così parla: Clausa sunt halnea; oppilaverunt caupones tabernas, ec. Ma prima converrebbe sapere, cosa intenda ivi Agnello col nome di taverne. Ivi certamente si vendeva vino ed altri comestibili; se anche ivi si desse l’ospizio, non bene apparisce. Nel Concilio III Turonense dell’anno 813, al canone 21, fu ordinato, ne presbyteri tabernas ingrediantur comedendi bibendive caussa. Ammiano Marcellino nel lib. XXVIII, cap. 4 della Storia scrive all’anno 369 che Ampelio Prefetto del Pretorio statuerat ne taberna vinaria ante horam quartam aperiretur, neve ad usque praestitutum diei spatium, lixae coctam proponerent carnem, vel honestus quidam mandens videretur in publico. Eranvi anche altre taverne, onde i pellegrini comperavano il vitto, ma si procacciavano poscia l’ospizio nelle case de’ privati, che per guadagnare gli accoglievano. L’Anonimo Salernitano ne’ Paralipomeni, da me pubblicati nella Par. II del tomo II Rer. Ital., ci fa vedere i mercatanti di Amalfi, iti nell’anno 840 a Taranto, città allora opulentissima, per liberar dalla carcere Siconolfo principe. Dum finis (dic’egli) diei data fuisset, illi hac illac gradiebantur quasi Mauri, et ejusmodi emittebant voces, quatenus aliquis eis daret mansionem. I custodi delle carceri commossi da queste voci gl’invitarono, dicendo: Scopis mundatam domum habemus. Venite, et hac nocte heic manete; et quod libet munus exinde date. Allora gli Amalfitani, sborsato molto danaro a coloro, dissero: Ad forum pergite, dapesque nobis emite, nec non praecipua vina. Adunque non erano ivi pubblici ospizj ma si cercava da dormire nelle case private, e dalla piazza si prendeva vino, pane e companatico. Che anche in Francia si osservasse questo costume, ed ivi mancassero le osterie, quali s’usano oggidì, pare che si possa raccogliere da un Capitolare di Teodolfo vescovo di Orleans. Admonendi sunt (così egli parla nel cap. 25) fideles ut hospitalitatem diligant et nulli hospitium praebere detrectent. Et si cui forte hospitium praestiterint, nullam ab eo mercedem accipiant; nisi forte ille, qui a te recipitur, sponte sua aliquid det. Adunque si cercava l’ospizio da chi avea comodo di darlo; e il Pellegrino o era accolto gratis, o pagava il prezzo convenuto: il che vien disapprovato colle susseguenti parole: Nam ille modus hospitalitatis non solum inhumanus, sed etiam crudelis est, quo nunquam hospes in domum recipitur, nisi prius dandi hospitii merces compensetur. Odasi ancora ciò che nel medesimo secolo scrisse Gualtieri vescovo di Orleans ne’ Capitoli dati alla luce dal Cellozio nel cap. 8, dove raccomanda l’ospitalità. Quod si quis Presbyter (così egli dice) pro paupertate hospitalitatem dicit viantibus exhibere non posse, saltem in domo sua eum libenter recipiat; salvamentum, focum, aquam, stramen ad lectum ei praestet; et ad emendum quae ei necessaria sunt, ei quaerere adjuvet. Ora può talun chiedere, come fra tanti pellegrini alcuno non potesse darsi, il quale per mercede dell’ospitalità rubasse e danneggiasse gli albergatori. — L’interrogazione è giusta; però Ricolfo vescovo di Soissons nel cap. 12 della sua Costituzione ai Preti nell’anno 889 così rispondeva: Et quoniam contingere solet, ut susceptae personae illis, a quibus suscipiuntur, damnum aliquod inferant: si quos tales suscipitis, de quorum persona dubitetis, in remota eos domo collocate, ne locum inveniant aut ipsi peccandi, aut vobis dispendium inferendi. Bastano tali notizie per farci intendere che l’ospitalità era soggetta a molti inconvenienti, per cagion de’ quali nondimeno non si aveano a defraudare i buoni degli ufizj, particolarmente dove non erano spedali, e si correva pericolo, come dice Ricolfo, ne si aliquis pauperum hospitium postulaverit, et impetrare non meruerit, extra domum jacens, vel a bestiis comedatur, vel frigore, aut aliqua hyemis asperitate moriatur.

Certo è poi che nel secolo XIII, anzi di gran lunga molto prima, in niuna quasi delle città d’Italia mancavano osterie e pubblici ospizj. L’Autore della Cronica di Parma (tom. IX Rer. Ital.) descrivendo il movimento incredibile de’ popoli pel Giubileo del 1300, così parla: Et singulis diebus videbatur, quod erat unus exercitus generalis omnibus horis per stratam Claudiam intus et extra. Et omnes domus stratae Claudiae in civitate et extra, tam solita hospitia et tabernae, quam aliae, pro majori parte hospitabantur, et dabant cibum et potum pro denariis. Contuttociò in alcuni luoghi non solo non era in uso, ma anche fu proibito il vendere nelle pubbliche taverne cosa alcuna comestibile: il che mi fa maravigliare. Vedi le Leggi Municipali di Verona, scritte nel 1228, e pubblicate dal dottissimo arciprete Campagnola. Alla Rubr. 202 vi si legge: Prohibemus quod nullus tabernarius, vel tabernaria vendat ullo modo vel vendi faciat per se, vel per suum familium, neque per aliam personam stantem in sua domo pro eis, aliquid comestibile, vel esui paratum, ec. Più sotto si aggiugne: Exceptis tabernariis et albergatoribus super stratis, et in villis, qui possint dare comedere foresteriis, et alienis euntibus per stratas, et albergantibus in suis domibus, non tamen illis de suis terris. Pertanto possiamo sospettare che le pubbliche osterie, quando si stabilisca che non ne furono privi i Romani, andarono in disuso, da che calate in Italia le nazioni barbare, guastarono lutti gli ordini del civile antico governo, non osando più alcuno di ricevere in sua casa genti senza legge, e che facilmente poteano negare il pagamento a chi dava loro alloggio. Che se chiedi, come si soddisfaceva al bisogno de’ viandanti, rispondo che molti cercavano albergo presso gli amici. Gli altri se lo procacciavano in casa di chi amava l’ospitalità, cotanto raccomandata da Dio, dai Concilj, dai Padri, e ultimamente da Carlo Magno; o pure si rifugiavano agli ospizj de’ pellegrini, i quali in gran copia si cominciò a fabbricare a norma della carità cristiana. L’edificarli e dotarli fu una delle principali opere di pietà di que’ tempi. Ecco ciò che scrive l’Autore della Vita del Beato Pietro Orseolo doge di Venezia, e poi monaco nel secolo decimo. Ito a Venezia l’abbate Guarino, expletis deprecationum vocibus, hospitium petiit, requirens a quodam indigena, qui sibi fertur tale dedisse responsum. Cur a me petis hospitium, cum minime sim ausus, o domine, tibi aut alicui, huc ad reliquias Beati Marci venienti, ego nec alius concedere? — At ille: Quare? respondit: Dux patriae hujus, qui susceptor est omnium peregrinorum huc advenientium, constituit decretum, ne ab aliquo nostrorum hospitetur quilibet peregrinus, nisi ab ipso solo, vel de ejus licentia. Ædificatas namque habet maximas domus hospitum, simulque xenodochium, in quibus divites pauperesque hospitantur, quibus etiam nccessarium praebet victus stipendium. Vedi nel tomo XVI Rer. Ital. la Storia Piacentina, e ti stupirai in trovare che tanti spedali si contassero in quella città e suo territorio. Questa vien da me creduta la cagione per cui tanti ospizj de’ pellegrini furono istituiti, cioè la mancanza delle pubbliche osterie. Se i Turchi provveggono in questa maniera ai loro viandanti, quanto più doveano farlo gli adoratori del vero Dio! Però nel secolo IX appena v’era monistero o collegio di Canonici, che non accogliesse i pellegrini. Fra i Capitolari di Carlo Calvo uno ve n’è, pubblicato nell’anno 868, nel quale si ordina ai Messi Regj, ut per civitates et singula Monasteria tam Canonicorum, quam Monachorum, sive Sanctimonialium, una cum Episcopo Parochiae (cioè della Diocesi) uniuscujusque, ec., victum ac potum, et vestitum, atque cetera necessaria ordinent; et hospitalitatem supervenientium hospitum, et receptionem pauperum ibidem disponant et ordinent. Nel nome d’ospiti erano compresi anche i ricchi, se abbisognavano di alloggio ne’ viaggi. Perciò, come s’ha dalle Vite de’ Vescovi Genomanensi appresso il Mabillone, Bertichranno vescovo circa l’anno di Cristo 586 fabbricò il Monistero di San Germano, et hospitale pauperum atque nobilium inibi esse constituit. E più sotto si legge edificato da lui un senodochio, ut omnes adventantes, tam divites, quam et pauperes ibi refectionem haberent, et alimenta, et cetera necessaria ibi abundanter reciperent. In oltre nel lib. III delle Miscellanee del Baluzio nella Vita di Alrico vescovo Cenomanense che fiorì a’ tempi di Lodovico Pio Augusto, al cap. 44 si dicono fabbricati da lui duo hospitalia, l’uno ad receptionem Episcoporum et Comitum atque Abbatum, sive cunctorum adventantium; e l’altro, in quo pauperes et debiles, caeci et claudi, sive aliarum debilitatum subnixi, et indigentes multi reciperentur.

Oltre a ciò ne’ borghi delle città si costumò di fondare spedali. In questa maniera si provvide ai pellegrini che côlti dalla notte, non potendo entrare nella città, ed obbligati a restar di fuori, non patissero per difetto di osterie e pubblici alberghi. In una carta del Monistero di Polirone dell’anno 1119 si fa menzione hospitalis, quod bonae memoriae Comitissa Matildis construxit in suburbano Mantuae, situm juxta portam quae dicitur de Hospitali. Di simili spedali che uno ne fosse ne’ borghi di Modena, si vedrà qui sotto. Ora io ne truovo uno, posto in suburbio portae Ticinensis di Milano, la cura di cui fu raccomandata da San Galdino arcivescovo ai Canonici di Santo Eustorgio, la chiesa de’ quali fu poi data ai Frati Predicatori nell’anno 1217, come s’ha da Galvano Fiamma nel Manip. Flor. (tomo XI Rer. Ital.); intorno a che si può vedere il Puricelli nella Dissert. della Basilica Nazariana. Di questo spedale si parla in una bolla di Milone arcivescovo di Milano dell’anno 1194, dicendosi ivi, quod praedictus Dominus Rubaldus hospitale ad honorem Dei et pauperum sustentationem in suburbio portae Ticinensis constructum. E ben volentieri accettavano i Monaci e Canonici questa cura de’ luoghi pii sì perché meritavano coll’esercizio della carità cristiana, come ancora perché il sopravanzo delle spese tornava in loro profitto. Lupo abbate di Ferriere in Francia nel secolo nono così scriveva al re Lottario nell’Epist. XI: Cellam Sancti Jodoci, quam Magnus Carolus quondam Alcuino ad eleemosynam exhibendam peregrinis commiserat, beatae memoriae Pater vester nobis ea ratione concessit, ut quod eleemosynae superesset, in nostrum usum cederet. E questo basti dei pii ospizj una volta fondati in sussidio de’ pellegrini.

Non è sì facile il trovar nella Storia e nelle memorie degli antichi secoli menzione de’ spedali istituiti per raccogliere i fanciulli esposti o da incerti o da inumani genitori. Come osservai nel mio Trattato della Carità cristiana, per una legge pubblicata da Costantino il Grande, chiunque accoglieva e nutriva un fanciullo abbandonato, vi acquistava sopra un diritto tale, che poteva ritenerlo sive filium, sive servum, omni repetitionis inquietudine sublata. Ma Giustiniano I Augusto nella l. Sancimus, Cod. de infantibus exposit. liberò questi fanciulli dalla condizione de’ servi. Tuttavia in Francia, dove non furono accettate le Leggi di Giustiniano, durò la prima consuetudine; né so dire ciò che si praticasse in Italia sotto i Re Longobardi e Franchi. Di sopra noi vedemmo mentovati in Oriente da esso Giustiniano Brephotrophia, cioè luoghi pii dove si alimentavano dalla munificenza de’ Fedeli i poveri fanciulli; ma se colà ancora si portassero gli esposti dalle madri, non bene apparisce. Ne’ Capitolari dei Re Franchi (libro II, cap. 29) in un passo preso da Giuliano Antecessore (Novella VII, cap. I) dall’Orfanatrofio si vede distinto Brephotrophium, idest venerabilis locus in quo infantes aluntur. Se questo pio costume dall’Oriente fosse portato in Italia, e quali radici fissasse qui, non truovo monumenti che lo dicano. S’ha dunque da osservare che almeno nel secolo ottavo dell’epoca nostra s’incontra un esempio di così pio istituto in Milano, dove nell’anno 787 fu fondato a Datheo archipresbytero Sanctae Mediolanensis Ecclesiae Xenodochium parvulorum in domo mea. La carta di tal fondazione, ricavata dai MSti di Francesco Castelli, l’ho io data alla luce; e che ivi si tratti di fanciulli esposti, è dichiarato con queste parole: Quia frequenter per luxuriam hominum genus decipitur, et exinde malum homicidii generatur, dum concipientes ex adulterio, ne prodantur in publico, fetos teneros necant, ec., sed per cloacas et sterquilinia, fluminaque projiciunt, ec. In oltre nota il Castelli, leggersi tuttavia nello Spedale di San Salvatore nel pavimento fatto a musaico questi due versi:

Sancte memento Deus, quia condidit iste Datheus,

Hanc aulam miseris auxilio pueris.

Nel secolo ottavo seguì, come dissi, la fondazione suddetta in Milano: nel qual tempo presso i Franchi continuava l’antica consuetudine di esporre i fanciulli a chi li volesse accogliere. Chiamavansi essi Collecti, perché raccolti dai passeggieri; e divenivano servi di chi li raccoglieva, se nel termine di dieci giorni non erano richiamati dai genitori o parenti (Vedi il lib. VI, tit. 144 de’ Capitolari, con quanto ivi annotò il Baluzio). Costume ancora fu, se l’infante esposto non avea peranche ricevuto il sacro Battesimo, di chiudere del sale nelle fascie: il che indicava il bisogno di quella creatura. Un altro luogo pio parimente esisteva in Milano, dove si ricevevano i fanciulli esposti, cioè uno spedale posto nel Broglio non lungi dalla piazza della città. Quivi, per testimonianza del soprallodato Castelli, scolpito in marmo si vedeva un decreto di San Galdino arcivescovo sottoscritto da Algisio e Milone, che poi succederono nella cattedra Milanese. Fu esso fatto nell’anno 1168, e contiene la convenzione seguita inter fratres Hospitalis Pauperum, et Decanos Consortii Pauperum, ex praecepto Domini Galdini sacrosanctae Mediolanensis Ecclesiae Archiepiscopi, et Apostolicae Sedis Legati, di accomunare i lor beni, ad languentium pauperum refectionem, et pupillorum nutritionem. Et colligere debeant omnes aegrotantes pauperes, et expositos infantes, quos per urbem invenerint, et ad Hospitale ducere, et sufficientem victum et vestitum pro posse tribuere, ec. Da questo documento apparisce che i ministri degli spedali, ancorché non fossero d’istituto monastico, pure si chiamavano Fratres. Erano anche appellati Conversi, perché tale ufizio non pareva proprio de’ sacerdoti. In una sentenza di Oberto arcivescovo di Milano dell’anno 1153, sopra allegata nella Dissertaz. XXXIII, si legge: Fratres Hospitalis Sancti Michaelis contendebant, Hospitale non esse de Parochia Ecclesiae Sancti Michaelis; et se liberam habere potestatem requirendi Sacerdotem undecumque vellent, qui in celebrandis divinis Officiis eis serviret. Dal che intendiamo, essere stati que’ Frati uomini laici.

L’essersi poi veduto ch’essi raccoglievano omnes aegrotantes pauperes, mi conduce a rammentare la cura particolare che si avea una volta de’ poveri infermi: ufizio di carità diligentemente praticato anche a dì nostri in tutte o quasi tutte le città d’Italia. Parerà ad alcuni che negli antichi secoli più si pensasse al sussidio de’ pellegrini e de’ poveri ordinarj, che a quello de’ poveri malati. Della stessa città di Milano così scriveva nel secolo XI Landolfo seniore nella Storia da me data alla luce nel tomo IV Rer. Ital. al cap. 35 del lib. II. Praeterea Xenodochia, e quibus alia suscipiebant Clericos peregrinos, alia mulieres tantum pauperes et peregrinas, alia infantulos, qui ante Ecclesiae januas a parentibus, qui eos nutrire ac fovere minime valebant nimia paupertate attenuati, mittebantur, et mercede ac stipendiis obstetricibus ordinatis pueriliter alebantur. Qui non si parla di spedale d’infermi. Tuttavia sapendo noi che nello stesso secolo quarto dell’Era Cristiana San Basilio e poi San Giovanni Grisostomo, e nel seguente Giustiniano Augusto, ed altre piissime persone in Oriente fondarono dei Nosocomii, cioè ospizj per li poveri infermi; ed in Roma, per attestato di San Girolamo, Fabiola ne fabbricò uno per essi: difficilmente si può credere che cessasse in Italia e Francia così pio istituto. A buon conto sappiamo che nel lib. II, cap. 29 de’ Capitolari de’ Franchi si truova nominato Nosocomium, idest locus venerabilis, in quo aegroti homines curantur. E il re Childeberto, come dirò fra poco, uno ne edificò in Lione. In oltre allorché troviamo il nome di Senodochio ne’ libri e nelle carte vecchie, non s’ha subito a pensare che ivi si raccogliessero i soli pellegrini. Nome tale abbracciava anche i sussidj che si davano ai poveri e a’ malati; come parimente oggidì il nome di Spedale si stende a varj ufizj di carità. Odasi Giustiniano Augusto nella l. cum dedititii, § sed scimus, Cod. de Lat. Libert. tollenda, che così parla: Si quis servum suum aegritudine periclitantem a sua domo publice ejecerit, quum erat et libera facultas, si non ipse ad ejus curam sufficeret, in Xenonem eum mittere, ec. Lo stesso è Xenon e Xenodochium, o sia spedale. Così nel Concilio V di Orleans, celebrato nell’anno 549, è mentovato al can. XV Xenodochium, quod piissimus Rex Childebertus in Lugdunensi urbe condidit, con ordinare che quivi cura aegrotantium ac numerus, vel exceptio peregrinorum inviolabili semper stabilitate permaneat. Perciò Santo Adalardo abbate di Corbeia a’ tempi di Lodovico Pio Augusto (come abbiamo dalla sua Vita al dì 2 di gennajo) orphanorum quoque et debilium, nec non et hospitum Xenodochium constituerat. Così Angilberga Augusta, moglie di Lodovico II, come risulta dal suo testamento presso il Campi nella Storia della Chiesa di Piacenza, avendo già fondato in Piacenza l’insigne Monistero di S. Sisto, gli aggiunse nell’anno 877 unum Xenodochium debilium et adventantium peregrinorum. E nel medesimo secolo Lupo abbate di Ferriere nell’Epist. 44 ad Hincmaro arcivescovo di Rems, si duole per essergli stata levata la cella di San Jodoco. Hinc queruntur infirmi: apud nos consueta requirunt, nec inveniunt hospites. E nell’Epist. 45: Pueros, senes, atque infirmos, propter inopiam non fovemus. Però sembra verisimile che né pure in que’ secoli si trascurasse la pietà cristiana verso i poveri gravati da qualche infermità. Se nondimeno si può dar luogo a conietture, penso io che più spesso allora si sovvenisse alle loro necessità con delle limosine, e che più rari fossero in que’ tempi gli spedali ove si raccogliessero, che gli usati oggidì con tanta lode della carità de’ Fedeli per tutta l’Italia e fuori. Questi spezialmente s’introdussero dopo il mille. San Lanfranco, creato nel 1070 arcivescovo di Cantuaria, come s’ha dalla sua Vita scritta da Eadmero al dì 28 di maggio fondò in Cantuaria uno spedale per gl’infermi diviso in due parti, viros videlicet infirmitatibus pressos uni; parti vero alteri feminas se male habentes instituens. Era Pavese, e però di patria Italiano quel santo Arcivescovo; e forse dall’Italia portò in Inghilterra l’esempio ed uso di tale istituto. In una carta di Azzo vescovo di Firenze, presso l’Ughelli, tom. III dell’Italia Sacra, si veggono l’opere di pietà e carità che si esercitavano nel Monistero di San Miniato. Quivi spezialmente Peregrinorum et hospitum turba, quasi in propriis domibus, refectionis et refocillationis adipiscuntur necessaria fomenta. Ibi infirmi aluntur. Ibi pauperes beneficio alimoniae satiantur. Noi poscia sappiamo che sotto Innocenzo III pontefice fu fondato in Roma l’oggidì soprammodo magnifico spedale di Santo Spirito in Sassia per accogliervi i malati. Né occorre dilatarsi per gli altri luoghi d’Italia, perché niuno forse si troverà, in cui non fosse fondato qualche somigliante spedale da settecento anni in qua. Perciocché quello che si racconta da Gregorio Lombardelli, cioè che nell’anno 898 il celebre spedale di Santa Maria della Scala in Siena fosse edificato dal Beato Servo di Dio Sorore, e che anzi questo fosse il primo de’ fabbricati in Italia, ho paura che non sia appoggiato a memorie sicure. S’è di sopra veduto che uno nel secolo IV Fabiola ne avea fondato in Roma, ed altri ne potè aver l’Italia, scaduti poscia per le incursioni de’ Barbari, per le guerre e per altre pubbliche calamità. Certamente molto rari si può credere che fossero una volta; ma dopo il mille se ne conobbe meglio la lode e necessità. Si aggiunsero ancora luoghi pii particolari per li lebbrosi, e per gli afflitti dal fuoco sacro: del che ho parlato nella Dissertazione XVI. E qui mi sia lecito di ricordare l’investitura di molti beni, data nell’anno 1197 da Azzo marchese d’Este a Livaldo Priore, e ai Canonici del Monistero di Santa Maria delle Carceri d’Este, con obbligarli, ut perpetuo debeant in hospitum receptione, et infirmorum cura uberioribus eleemosynis, sicut bene prius et laudabiliter faciebant, attentius vigilari. L’atto è bensì dell’anno 1197, ma que’ beni erano stati conferiti a quel Monistero dagli antenati del medesimo marchese Azzo.

Costumarono perciò i Sommi Pontefici di accordar privilegj e indulgenze a questi pubblici edificj della cristiana carità, e ai rettori e ministri di essi: del che ho recato un saggio nel privilegio dato nel 1257 al suddetto Spedale Sanese da papa Alessandro IV. Scrissemi ancora il sig. Uberto Benvoglienti di aver una bolla di Celestino III papa dell’anno 1198, in cui quello spedale in alcune cose viene esentato dal gius de’ Canonici, i quali ne aveano biasimevolmente dissipati molti fondi. Merita ancora osservazione che molti degli antichi Monaci non solamente mantenevano senodochio contiguo ai loro monisterj, ma altri ancora ne tenevano in altri luoghi. Già dicemmo che il Monistero di Polirone uno ne teneva anche ne’ borghi di Mantova. Così i Monaci Benedettini dell’antichissimo Monistero Leonense, fondato nel territorio di Brescia, governavano anche un senodochio di Santo Egidio, posto ne’ borghi di Modena, del quale non resta menomo vestigio. Ma perciocché riusciva scomodo un tal governo ad essi Monaci per la lontananza, nell’anno 1175 ne fecero la concessione ai Benedettini di San Pietro di Modena. Leggesi in quello strumento che Domnus Albertus Abbas Leonensis Monasterii investivit presbyterum Sichenzonem, et Cantetholum ejus conversum de Hospitali Sancti Ægidii, quod est situm juxta Mutinam, in perpetuum nomine Hospitalis Sancti Nicolai. Era quest’altro spedale vicino a una porta della città, dove scorreva il canale della Pradella, e ne aveano il governo i Monaci Benedettini di Modena. Il canone annuo da pagarsi al Monistero Leonense in Panzano, dove esso possedeva molti stabili, fu tassato in quattro libbre di cera. Nella carta di donazione fatta l’anno 996 da Giovanni vescovo di Modena ai Monaci di San Pietro si legge: Et domum hospitalem habeant, ubi, secundum morem, hospites de decimis laborum suorum recipiant. Ecco la tassa di quel che aveano da impiegare negli spedali. Ma tanta copia di luoghi pii fondati e mantenuti dai monaci per sollievo de’ pellegrini e poveri, cercatela oggidì; non la troverete: sì grande è stata la mutazion de’ tempi e dei costumi. Ai secolari toccò poscia il pensarvi, e il provvedere al loro bisogno. Ma giacché s’è fatta menzione del Monistero Leonense, di cui parlai anche nella Dissert. XV, voglio qui ricordare che il P. Mabillone appena n’ebbe contezza. Negli Annali Benedettini all’anno 759 riferisce la sua fondazione, fatta dal re Desiderio, a cui veramente esso dee la sua origine e un’ampia dote di beni; e poi soggiugne: Hoc Monasterium a Conrado Secundo Imperatore solo aequatum. Ma io nella Dissertazione suddetta accennai memorie spettanti ad esso e a’ suoi Abbati, anche dopo i tempi di Corrado I Augusto, e di Corrado II re de’ Romani. S’è veduto qui nell’anno 1175 Alberto abbate di quel Monistero. Resta nell’archivio de’ Benedettini di Modena un’altra carta, contenente una controversia fra essi Monaci, et Domnum Guillielmum Dei gratia Abbatem Monasterii de Leno Dioecesis Brixiensis. Né pure si mostrò assai perito di quel Monistero Angelo dalla Noce nelle note alla Cronica Casinense. Scrive Leone Ostiense quivi al lib. II, cap. 65 che i Casinensi, cacciato via Basilio abbate spurio, nell’anno 1038 Richerium, qui tunc Leonensem Abbatiam regebat; in Abbatem sibi dari expostulasse. Nulla ha di questo Monistero Angelo dalla Noce, e solamente osserva che in un codice MSto in vece di Abbatiam si legge Ecclesiam, quasiché egli reggesse qualche chiesa sottoposta al Monistero di Monte Casino. Anche più si allontanò dal vero Camillo Pellegrini nella Serie degli Abbati Casinensi, scrivendo: Richerius Abbas Leodiensis Imperatorem Conradum in Italiam sequutus, ad Abbatiam Casinensem translatus est. Perché quel Leonensis gli parve nome strano, di sua testa vi sostituì Leodiensis. È da vedere nel tomo XIV Rer. Italicarum Jacopo Malvezzi autore della Cronica di Brescia, che tratta de constructione Monasterii de Leno, con dire ch’erano obbligate decimas et primitias desuper totam Abbatiam in usu pauperum et peregrinorum. Poscia all’anno 1135 racconta Coenobium Leonense funditus igne dirutum; e che quel sacro luogo oppresso restò da gravi sciagure, et meis quoque diebus omni decoro nudatum, nec amplius Religiosorum Coenobium, pauperum refugium, peregrinorum hospitium dici potest. Se il marchese Maffei nella Verona Illustrata nieghi questo Monistero nel territorio di Brescia, lascerò che altri lo cerchi. E perciocché ci ha portato il ragionamento a luogo una volta sì cospicuo, ho io presa occasione di pubblicare un Opuscolo de Sacramentis, composto da Bonizone vescovo di Sutri, e indirizzato ad Gualterium Leonensis Coenobii Monachum et Priorem. È noto che Bonizone, prima vescovo di Sutri, poscia di Piacenza, nell’anno 1089 fu trucidato dagli Scismatici, e scrisse molti libri: intorno a che son da vedere gli Autori che trattano de Scriptoribus Ecclesiasticis.

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011