Ludovico Antonio Muratori

Antichità italiane

Dissertazioni

Edizione di riferimento:

Dissertazioni sopra le antichità italiane, Società tipografica dei classici italiani, 5 voll., Milano 1837 II

DISSERTAZIONE  XXXVI

Dei Livelli delle Precarie e delle Decime de’ Laici ne’ secoli di mezzo.

Convien anche dir qualche cosa delle Enfiteusi, oggidì appellate Livelli, perché tal contratto fu non meno in uso ne’ vecchi tempi, che ne’ nostri. Ognun sa che con tale vocabolo vien disegnato un contratto per cui è dato ad alcuno un fondo da usufruttuare alle volte per un determinato spazio di tempo, o, come per lo più si fa, in perpetuo, sicché passi negli eredi, colla condizione di renderlo migliore, o almeno di non deteriorarlo, restando riservato al concedente il diretto dominio, e obbligato chi lo riceve a pagare annualmente al padrone qualche grave o tenue pensione. Se i più antichi Romani conoscessero e praticassero tal contratto, non apparisce chiaro. Quel che è certo, per attestato di Giustiniano I Augusto, Zenone imperadore circa l’anno 478 pubblicò legge quae emphyteuseos contractus propriam statuit naturam (Vedi nel Codice Giustinianeo. il titolo de Jure Emphyteutico). Truovansi ancora menzionati nel Teodosiano (lib. XI, tit. 19) Emphyteuticarii possessores in una legge fatta da Valentiniano e Valente Augusti nell’anno 364, e in un’altra di Arcadio e di Onorio imperadori praedia patrimonialia et emphyteutica: il che fa intendere l’antichità di esso contratto. Ne’ susseguenti secoli le enfiteusi furono chiamate libelli, precariae e prestariae. Se dimandiamo al Cuiacio, l’origine della voce Livello, egli vi risponderà nel lib; I de Feudis: – Libellarium contractum esse venditionem, quae fit scriptura interveniente certo pretio, ec. Dixi scriptura interveniente: brevi scilicet scriptura; et inde nomen. Non v’ha colto, a mio credere; e forse più si accosterà all’origine di tal parola chi meco giudicherà non altronde nata questa voce, che dal libello, o sia supplica, la quale si porgeva per ottener con titolo di enfiteusi qualche cosa immobile. Le vestigia di questo rito lungamente si conservarono nella Chiesa di Ravenna. Ne darò un saggio con una carta esistente nell’archivio Estense, spettante all’anno 903. In essa Amelrico e Franca iugali dicono: Petimus a vobis Domno et venerabili. Azo Diaconus Sancte Ravennatis Ecclesie, et Abbas Frepositus Sancti Vitalis sito in Reg..... Sanctorum, uti nobis Almelrico et Franca jugalibus libello diebus vite nostre tantum, de rem juris sancte Ecclesie vestre, ec., modo concedere jubeatis. Ecco dunque che questi due consorti chiedevano prima con un libello, o sia supplica, che fossero loro conceduti in enfiteusi que' beni, i quali poi venivano accordati dal padrone. Questo Amelrico sembra poi lo stesso che s’incontra in altra carta, a noi conservata da Pellegrino Prisciano Ferrarese nelle sue Raccolte MSte esistenti nella Biblioteca Estense. Essa fu scritta Pontificato Domni Martini sommi Pontificis et universalis Pape in Apostolica sacratissima Petri Sede Tertio. Abbiamo qui papa Martino nell’anno 945; ma l’originale avrà avuto Marino, e il copista ne avrà guasto il nome. Seguitano poi queste parole: Petrus Servus Servorum Dei (così per gran tempo usarono d’intitolarsi gli Arcivescovi di Ravenna per istolta gara coi Papi) divina gratia Archiepiscopus, nobili genere, et Glorioso viro, Amelricus Christi misericordia Marchio, et Franca gloriose Comitisse jugali, atque uno successori vestro. Petitioni vestre, que habetur in subditis libenter accommodamus assensum, ob hoc quia nec munificentia deperit nec percipientibus in perpetuum, quod datur, acquiritur. Questa è la formola per più secoli adoperata dagli Arcivescovi Ravegnani nel concedere beni in enfiteusi, e da essa si scorge che precedeva la petizione, cioè il libello o supplica, e poi la grazia. La stessa formola comparisce in altra carta, scritta Anno Deo propitio Pontificatus Domni Agapiti sommi Pontificis, ec., decimo; sicque Regnantibus Domno Berengario et Adelberto ejus Filio piissimis Regibus anno quarto, die XIV mensis; martii, indictione decima tertia, cioè nell’anno 955, dove il medesimo Pietro arcivescovo concede beni a livello Adelzao ex genere Francorum et Milia clarissima femina, seu filiis et nepotibus vestris tantum. Altre simili carte della Chiesa Ravennate ho io veduto, nelle quali le note cronologiche del Pontificato Romano e del Regno d’Italia sono distintamente dal testo collocate all’un lato. In esse talvolta si vede scritto con caratteri maiuscoli LEGIMVS: il che penso io fatto dall’Arcivescovo in vece di sottoscrizione. In altre antiche carte di tal fatta si legge VIDIMVS. Poco diverso era il rito della Chiesa Ferrarese, come consta da un documento forse spettante all’anno 952, essendo nella copia difettose le note cronologiche.

Sicché abbiam giusto motivo di credere originato il nome di livello dalla supplica che si esibiva per impetrar l’uso de’ beni altrui; e a maggiormente persuaderci questo, concorre un altro nome, cioè quello di precaria, con cui parimente venivano disegnate le enfiteusi. Fu introdotta ancor questa voce, perché il solito fu di permettere le preci per ottener gli stabili desiderati in enfiteusi, servendo anche tali preghiere a indicare che niun precedente diritto pretendeva d’avere il supplicante su que’ fondi. Ulpiano e Paolo, antichi giurisconsulti, scrivono: Precarium in edicto Praetoris est, quod precibus petenti utendum conceditur, quamdiu is, qui concessit, patitur. Perciò Abone Abbate Floriacense nel canone VII presso il Mabillone negli Analetti descrive le precarie, quae ex conventione fiunt, et precibus obtinentur. Contuttociò pare che qualche differenza passasse fra i livelli e le precarie, in uno strumento, conservato nell’archivio della Comunità di Modena. Sovente insorgevano liti fra il Vescovo e Clero di Modena, e i cittadini, per cagion delle enfiteusi, pretendendo i primi decaduti gli altri o per la non pagata pensione, o per la morte di alcuni, o per altre cagioni. Pertanto dopo molti contrasti si venne finalmente nell’anno 1182 ad una concordia fra il Vescovo, i Canonici, l’Abbate di San Pietro e la Badessa di Santa Eufemia dall’un canto, e il Comune di Modena dall’altro. Il quale aggiustamento dura tuttavia. Aveano pubblicato i Rettori di Modena un Regolamento sopra i feudi, precarie e livelli che i secolari riconoscevano dalle chiese, ordinando che passassero in qualunque erede, e non potessero decadere, ancorché per qualche tempo non fosse pagata la pensione. Reclamarono gli Ecclesiastici, e fu compromessa la controversia. Con isborso di molto danaro al Vescovo, e coll’assegnar decime ai Monaci e alla Badessa, seguì buon accordo; e di qui venne che gli antichi livelli ecclesiastici in questa città, e per alcune miglia all’intorno sono transitorj in qualsivoglia persona capace d’essi. Ora quivi son chiaramente distinte le precarie dai livelli, senza ch’io sappia assegnare qual differenza passasse fra essi: quando non fosse la precaria una concessione di beni a chi ne offeriva o donava alcun altro alla chiesa, per goder poscia ancor questo a titolo di enfiteusi; laddove il livello fosse concessione interamente gratuita. Prestariae furono anche appellate le enfiteusi; e ciò, come credono alcuni, perché i fondi non si alienavano; ma solamente se ne concedeva l’uso o usufrutto, il che era come un prestare, o sia dare in prestito quello stabile (Vedi il Du-Cange a questa voce nel Glossario Latino). Altri han tenuto che le prestarie fossero una specie di feudo; ma certo s’ingannano. All’incontro furono altri di parere, e fra essi il P. Daniele Gesuita nel lib. Il, cap. I della Milizia Franzese, che si desse il nome di precarie, allorché un usurpatore di qualche bene ecclesiastico, desiderando di ritenerlo, porgeva preci al Vescovo, Abbate, ec., per poterlo godere in vita sua, e de’ figli e nipoti, pagando l’annuo canone: e che allora si chiamassero prestarie, quando il Rettor delle chiese spontaneamente 1282 facea la concessione. Ma non sussistono sì fatte opinioni. Ancorché niuna usurpazione fosse preceduta, uso fu di presentar suppliche e preci per ottener le enfiteusi; e senza di tali preci non seguiva o prestaria, o precaria, o livello.

S’ha da avvertire nella Cronica del Volturno (Par. II del tomo I Rer. Ital. alla pag. 409) che i Monaci di quel Monistero nell’anno 882 cercavano hominem qui de rebus Monasterii nostri in convenientia, aut per Libellarium recipere voluisset, et praestaturus esset argentum, ec. Novissime invenimus Leonem, ec., et statuimus, ut praestarei nobis argenti libras triginta quinque, et daremus ei per Libellarium scriptum cespitem Monasterii nostri, ec. Haec omnia usque ad annos viginti novem dedimus et tradidimus, ita ut amodo, ec., annualiter censum persolveret solidum unum. Ad completum autem ipsum constitutum tempus illus, vel suis heredibus, reddamus triginta libras argenti, et ipsae residuae quinque librae moriantur apud nos, ec. Potrebbe qui talun trovare l’origine del nome prestaria, e che nelle precarie si porgessero preci e si pagasse anche danaro, ma senza obbligazione alcuna di restituirlo. Ma né pur questa vien da me creduta la differenza delle prestarie dalle precarie; e stimo doversi anteporre l’opinione del Sirmondo nelle Note ai Concilj di Francia, e del Vossio, libro III de Vitiis Serm. Giudicarono essi che la precaria fosse la carta data dal postulatore del fondo, che restava presso il concedente; e la prestaria la carta dal vescovo o da altro concedente data, la quale si conservava da chi aveva ottenuta la grazia. Dissi sembrare a me più vera questa sentenza. Nelle Giunte da me fatte alla Cronica Casauriense (Parte I del tomo I. Rerum. Italicar. pag. 977). Si vuoi osservare una carta scritta l’anno 983. Pretendeva Adamo Abbate di quel Monistero che un certo Beczone non avesse osservati i patti espressi in scripto precariae. Fu perciò da’ giudici sentenziato in favor dell’Abbate, il quale reddidit Beczoni ipsam precariam; et Beczo Abbati reddidit ipsam praestariam. Di queste precarie e prestarie si truovano più esempli nel Formulario di Marcolfo, e nell’Appendice al medesimo, che si legge ne’ Capitolarii de’ Franchi e nelle Formole del Lindenbrogio. In una carta del suddetto Monistero Vultumense nell’anno 936 alcuni dimandano all’Abbate Rambaldo, ut aliquid de rebus juris proprietatis Monasterii vestri nobis, vel ad heredibus, nostris in praestitum detis. L’Abbate dà loro a livello alcuni campi. Presso il Baluzio (tomo II, pag. 1403) si legge una carta dell’anno 812, intitolata Precaria Canonicorum Viennensium. Ma dovrebbe dirsi Praestaria per essere di chi concede l’enfiteusi. In fatti si legge nel testo: Et haec Praestaria per quinquennium renovetur. Ma né pur mancano esempli che col solo nome di precaria son disegnate le carte tanto di chi dà, quanto di chi riceve. Nelle Vite de’ Vescovi Cenornanensi presso il Mabillone negli Analetti è scritto che Precariae duae uno tenore conscriptae, una quae in Thesauro Ecclesiae recondita sit, et alia, quam ego Karilessus a vobis accepi. Altre carte ci sono, che attestano lo stesso. Onde poi venga che Pier Damiano sembra distinguere le enfiteusi dai livelli, io lascerò renderne ragione agli eruditi Giurisconsulti. Ecco le sue parole nel lib. IV, epist. 12: Sed quid de venditione loquimur? cum non modo ea, quae emphyteuseos sunt locata contractu, vel jure proveniunt, sive etiam quae libellario nomine pensitantur; sed illa quoque, quae sub nudo beneficii vocabulo seculares accipiunt, revocari de cetero nullo modo possint. Ma affinché più chiaramente apparisca che livello e prestaria furono la stessa cosa, ho prodotto un documento degno di stima anche per altri riflessi, tratto dall’archivio de’ Benedettini di San Sisto di Piacenza, in cui si vede che Rodolfo conte, probabilmente Sedunense, secondo l’abuso de’ suoi tempi anche Abbate del celebre Monistero di San Maurizio Algaunense, concede a livello ad Ingelberga moglie di Lodovico II Augusto una villa chiamata Paterno ed Anciano posta in Toscana, dove si legge: Vos, illustrissima Ingilberga Augusta, a nobis expetistis, ut ipsam villam, ec., in nomine libelli, sive praestariae vobis concedere deberemus. Osservisi quanto lontano scorresse la potenza del Monistero Agaunense, situato nel paese de’ Vallesi. Ciò competeva anche agli altri più illustri Monisterj. E n’era la ragione, perché godendo que’ sacri luoghi di più riguardevoli privilegi, i secolari sotto certi patti sottoponevano i lor beni al dominio di essi, per godere delle loro esenzioni e patrocinio. E veramente da innumerabili diplomi apparisce che più degli altri erano privilegiati i Monisterj Lirinense, Agaunense e Luxoviense. Dal medesimo strumento ancora impariamo che la prestaria ecclesiastica non durava più di decem et novem annos. Finiti questi, facea di mestieri o di rinovare ipsum libellum con porgere nuove preci, aut Rector ecclesiae ipsas res in suo jure ac dominatione recipiebat. A me è nato dubbio che nell’originale in vece di XIX annos fosse scritto XXIX annos; perché questo fu il termine più familiare de’ livelli, come anche oggidì s’usa fra noi. Per altro quanto al tempo di rinovarli, non fu la stessa consuetudine dappertutto. Abbiam veduto di sopra l’obbligo di rinnovarli de quinquennio in quinquennium, acciocché col troppo lungo silenzio non venisse pregiudizio al diretto padrone del fondo; e tal costume fu frequente una volta.

E pure da altri veniva prescritto un più lungo termine; di modo che infimo si truova l’obbligo di tal rinovazione solamente dopo sessant’anni. Ne servirà di pruova uno strumento dell’archivio Estense scritto nel 1154, dove Adelasia vedova di Guglielmo della Marchesella concede in livello alcuni beni ad Alfano canonico Ferrarese in annis advenientibus sexaginta ad renovandum. Questo documento conduce me a rinovar la memoria della più potente e riguardevol famiglia che fiorisse una volta in Ferrara, e la cui vasta eredità passata nella Casa de’ Marchesi Estensi, aprì loro anche il passo al dominio di Ferrara. Noi di qui impariamo che Guglielmo seniore detto della Marchesella, marito di Adelasia era già passato all’altra vita nel 1154. Lasciò egli dopo di sé un figlio appellato Bulgaro; e questi padre fu di Gulielmo II e di Addelardo. Negli anni addietro, in occasione di rimodernare la Cattedral di Ferrara, si scoprì il seguente epitaffio, spettante ad esso Guglielmo II, il più celebre di quella famiglia.

STRENVVS HIC MILES MORES ARTVSQVE SENILES

DEPOSVIT TARDVS NOSTER PRINCEPS ADELARDVS

GVILLELMVS, SAEVO GENVIT QVEM BVLGARVS AEVO.

QVEM PIETAS CARVM, ET BONA. MAGNIFICENTIA CLARVM

FECIT; QVI PLENOS SEMPER MANDA VIT EGENOS,

QVI POPOLO EXEMPLVM STRVIT HOC DE MARMORE TEMPLVM.

CLESTINVS PLANSIT, TRISTI SQVE HVGVCCLO MANSIT.

MARCHESILLA ORAT, VIRQVE ATTO IN FVNERE PLORAT.

ANNIS MILLENIS CENTVM SEX ET NONAGENIS.

PER MERITVM CHRISTI REQVIEM DEPOSCIMVS IPSI.

Celebre fu questo Guglielmo II per la sua potenza e valore, come apparisce dall’aver egli fatto sciogliere ai Tedeschi l’assedio di Ancona del che tratta Boncompagno nel suo Opuscolo de Obsid. Anconae, da me dato alla luce nel tom. VI Rer. Ital. Molto ancora in lode di lui parla Ricobaldo nel Pomario, e nella Storia Imperiale (tom. IX. Rer. Ital.), e l’Anonimo Autore della Cronica Picciola, tom. VIII di essa Raccolta. Ne parlai anch’io nella Dissertazione XI. Ora da questo marmo intendiamo perché egli dal suddetto Ricobaldo fosse chiamato vir Princeps in Populo Ferrariensi: parole che potrebbero solamente significare un primario cittadino di Ferrara. Ma nell’epitaffio molto più si dice, venendo egli appellato Noster Princeps: il che ci fa sapere che questo Guglielmo fu principe e signore di quella città; e non essere da maravigliarsi se i Marchesi Estensi, eredi di quella potente famiglia, da lì a pochi anni ottenessero la medesima signoria e principato di Ferrara. Che questo insigne personaggio mancasse di vita nel 1183, lo persuade quanto, notai nella Par. I, cap. 36, pag. 355 delle Antichità Estensi. Qui ho anche prodotto l’inventario de ereditate Domini Wilielmi de Marchesella ceptum ad Adelardo fratre ejus, in esso anno 1183. Ma s’egli terminò il suo vivere in quell’anno, non s’intende poi, come nell’epitaffio si dica che Clestinus, cioè Celestino III papa, planxit, e che Uguccione vescovo di Ferrara si dolse alla morte di lui, perché essi fiorivano appunto nel 1196, e non già nel 1183. Sicché parrebbe più tosto che tre fossero stati i Guglielmi. Cioè il primo, già morto nel 1154, come s’è veduto dallo strumento fatto in quell’anno da Adelasia vedova di lui: il secondo mancato di vita nel 1183 come s’ha dal suddetto inventario; e il terzo più celebre degli altri, di cui parla il sopra riferito epitaffio, da cui impariamo ch’egli fu figlio di Bulgaro, ed ebbe probabilmente per avolo Guglielmo I. L’Autore della Cronica Picciola, poco fa mentovato, scrive che Guglielmo della Marchesella fu della famiglia Adelarda. Questo non è ben certo; ed egli sicuramente s’ingannò in iscrivere che Marchesella figlia di Adelardo fratello di Guglielmo fu maritata Obizoni Marchioni Estensi. L’epitaffio chiaramente dice che suo marito fu Azzo marchese d’Este, cioè il quinto, o più tosto il sesto.

Marchesilla orat, virque Atto in funere plorat.

Che anticamente ancora ci fossero livelli perpetui si può provare con due strumenti ch’io ricavai dall’archivio della Badia della Vangadizza. Il primo è del 1199 in cui Dominus Azzo Estensis Marchio in remissionem peccatorum suorum, et quondam clarae memoriae Nobilissimi Marchionis Obizonis, et aliorum Parentum et Praedecessorum suorum, ad libellum perpetualem investivit Domnum Livaldum Priorem Beatae Mariae ad Carceres de tota Terra, quae divitur Vallis Zambonini. L’altro del 1216 contiene una concordia, per cui Sansone Abbate del Monistero di Santa Maria della Vangadizza concede beni ad libellum perpetualem ad Alisia Contessa, vice et nomine fili sui, Azzolini Novelli Marchionis Estensis. Aggiungo una terza carta di molta antichità, da cui si deduce conceduta a livello una quantità di beni, che debbono passare negli eredi, senza che vi si prescriva termine alcuno. Esiste essa nell’archivio dell’Arcivescovato di Lucca, ed ivi Gundelperto Lucchese assolve alcuni uomini da certi tributi sopra beni loro conceduti, e fu scritta nell’anno 798. Fra le Leggi Longubardiche merita ora considerazione la LV di Lodovico Pio imperadore, il quale ordina, ut emphyteusis, unde damnum Ecclesiae patiuntur, non observetur, sed secundum Legem Romanam destruatur, et poena non solvatur. Con questa legge noi vediamo proibito a’ Rettori delle chiese il concedere beni a livello, onde provenga danno ad esse chiese. Perciò i Prelati dabbene ed attenti, qualora conferivano chiese ad alcuno, costumarono di mettervi per condizione che non gli fosse permesso di dare a livello cosa alcuna senza la facoltà e consenso loro, come apparirà da un documento, ricavato dal suddetto archivio di Lucca e spettante all’anno 946. In esso il vescovo Lucchese Corrado nel conferire alcune chiese a Giovanni Diacono così parla: Sic namque vero, ut non abeas potestatem neque licentiam tu qui supra Johannes Diaconus de omnibus casis et rebus, et ipsis Ecclesiis pertinentibus cuilibet homini per cartula libellario nomine, nec per nullam conscriptionem firmitatis dare, neque emittere neque firmare sine mea licentia et voluntate, vel de posterisque successoribus meis. In oltre come oggidì, così anche negli antichi tempi venivano obbligati i livellarj a migliorare e non deteriorare il fondo ottenuto. Contraffacendo, decadevano dal gius e possesso medesimo. In pruova di ciò ho recato un bel placito, esistente nel soprallodato archivio arcivescovile di Lucca, riguardevole sì per li molti riti appartenenti all’erudizione di que’ tempi, come ancora per la corrotta Latinità: il quale esempio s’ha da unire ad altri di sopra rapportati nella Dissertazione XXXII, dell’Origine della Lingua Italiana. Tenuto fu esso placito in Lucca nell’anno 853 per ordine di Ludovico II imperadore da Giovannni, vescovo di Pisa, e da Adalberto marchese, Messi delegati dal medesimo Augusto. Davanti ad essi comparve Geremia vescovo di Lucca con lamentarsi di alcuni, i quali avendo ricevuto beni di San Martino a livello, in vece di migliorarli, li deterioravano. Letta fu la carta del livello, provato il deterioramento per mezzo di testimonj, e prodotto l’ordine dell’Imperadore, e però sentenziato che coloro perdessero il livello. Così in un altro placito dell’anno 871, tenuto in Lucca da Horchiso vescovo di Pistoja, e da Gerardo vescovo di Lucca, sedendo con loro Aldalberto illustre conte facendo quercia l’Avvocato della Chiesa di Lucca contra di Cunerado fanciullo, perch’egli mandasse in malora beni livellati a Cunimondo suo padre da Geremia vescovo di Lucca, furono a lui tolti que’ fondi.

Noi troviamo ne’ vecchi tempi due sorte di livelli. Nell’una si costituiva la pensione annua da pagarsi, quasi corrispondente alla rendita dominicale di quel fondo. Era questa una specie di locazione perpetua, e noi li chiamiamo oggi livelli onerosi, da’ quali niun danno, anzi molta utilità proviene alle chiese, per la certezza di quell’annua rendita, non suggetta a casi fortuiti. Veggasi la Cronica del Volturno e di Farsa nella Raccolta Rer. Ital., dove molti di simili livelli compariscono. L’altra specie era di quelli ne’ quali si fissava una tenue annua pensione da pagarsi per fondi di non lieve prezzo e rendita. Giustissimamente spesse volte si faceva questo contratto, che alla gente poco pratica dell’antichità oggidì pare ingiusto: cioè qualora i Vescovi, Abbati ed altri Ecclesiastici, trovandosi eglino o le chiese in qual che grave bisogno, erano forzati a procacciarsi danaro da chi dar ne poteva. Allora al somministratore della pecunia si assegnavano in livello (giacché questa non era un’alienazione proibita dai Canoni) tanti beni da godersi, coll’obbligo di un lieve censo in ricognizione del dominio ritenuto concedenti. Imperciocché non s’hanno ordinariamente da credere sì prodighi e stolti gli antichi, che cedessero senza buona ragione ad altri i lor poderi e case, e si contentassero di così scarse pensioni. Nella Cronica del Volturno (Par. II del tomo I Rer. Ital. facc. 410) que’ Monaci dopo l’eccidio recato dai Saraceni al lor Monistero, per provvedere alla lor necessità, di con senso ancora di Guaimaro principe di Salerno, concedono libellario nomine alcuni stabili a Godino Imperiale Protospatario, il quale sborsa all’investitura cento soldi d’oro Costantiniani, e per l’annuo censo promette milliarensem unum, moneta di poco valore. Altri esempli se ne truovasi nella Cronica suddetta. In uno strumento della Badia della Vangadizza dell’anno 1130 Liutaldo Abbate diede terre a livello, et Ricolfus dedit pro investitura solidos XLV ad Abbatem, et annuatim debet dare duas libras cerae novae ficti. Qui è chiamato fitto il canone livellario. Ma non mancarono una volta iniqui amministratori delle chiese, che niuno scrupolo mettendosi, senza alcuna necessità dilapidavamo il patrimonio delle chiese e de’ poveri, concedendone i beni a persone potenti, o parenti suoi. Forse non v’ha alcuna città o chiesa che non abbia provata questa tempesta, e nella Cronica di Farsa ne restano assaissimi esempli. Quest’ultima sorta di livelli quella è che Lodovico Pio riprovò, e annullò secundum Legem Romanam; cioè, se ben mi appongo, secondo la legge pubblicata da Leone ed Anthemio Augusti nell’anno 470, che è la XIV nel Codice Giustinianeo de Sacrosanctis Ecclesiis, in cui son vietati i contratti tutti dannosi ai sacri luoghi. Alla qual legge son da aggiugnere alcune Autentiche del medesimo Giustiniano I, spettanti a questo argomento. Ma indarno le leggi cantarono ai sordi, perché continuarono i cattivi la profusion de’ beni delle chiese.

Nella poco fa riferita costituzione di Leone Augusto fu dichiarato che si potessero concedere livelli con poco annuo censo, perché colui, qui possessionem Ecclesiasticam susceperit, non minus quam alterius tantae quantitatis, quantae acceperit reditus, cum ipsorum praediorum domitio Ecclesiae derelinquat. Non pare che i Glossatori abbiano ben capito il senso di queste parole. Ma convien ricorrere alla Novella VII, cap. 4 di Giustiniano, De non alienandis dove la mente di Leone è acconciamente spiegata. Cioè era permesso il dare stabili delle chiese a livello, e coll’obbligo di una sola picciola pensione, purché chi riceveva, donasse altrettanto de’ suoi beni alla chiesa; ed essa chiesa post percipientis obitum raccogliesse tanto i proprj beni, quanto i donati dal livellario. Nel Concilio Turonense III dell’anno 813, al can. LI si aggiugne che niun quasi v’era, qui res suas ad Ecclesias donet, nisi de rebus ecclesiasticus tantum quantum donavit, aut duplum, aut triplum, usufructuario accipiat. Ho in pronto gli esempj di tal contratto. Deggio il primo all’archivio insigne del Capitolo de’ Canonici di Modena, dove ne esiste l’autentico. Fatto fu quello strumento nell’anno 1020, e vi si legge Petivi ego Bonefacius Marchio filius quondam Teudaldi, itemque Marchio, ad vos Domnus Warinus Episcopus Sancti Geminiani Motinensis Ecclesiae, ec. Gli concede il Vescovo precaria et anfitheocharia nomine, cioè a livello, Monte Barello, ubi antea castrum edifica. Il Marchese all’incontro dona al Vescovato judes octo, cioè otto iugeri in Solignano, promettendo di pagare annualmente fictum censum denarios Papienses solidos octo. Un’altra carta spettante al medesimo marchese Bonifazio, padre poi della contessa Matilda, vidi nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Cremona, scritta nell’anno 1022, in cui esso Marchese e Richilda contessa sua moglie ricevono precario et enfiteotecario nomine due Corti con castello da Landolfo vescovo di Cremona, cum notitia et interrogatione Tadoni Comutis Comitatu Veronense, perché lo strumento seguì in Comitatu Veronense. Vicendevolmente offeriscono i due consorti al Vescovo varj beni. Questo Landolfo vescovo di Cremona è quel medesimo che per attestato di Sicardo, anch’esso vescovo di quella città (tomo VII Rer. Ital.), per essersi tirato addosso l’odio del suo popolo, forzato fu a ritirarsi in esilio, e molti beni del suo Vescovato propter superbiam et inertiam perdidit. Anche questo documento ci fa vedere la sua prodigalità, e l’essersi rifugiato sul Veronese. Altre carte mi somministra il soprallodato archivio de’ Canonici di Modena. Nell’anno 1038 Guiberto vescovo di Modena concede a livello allo stesso Bonifazio, intitolato ivi Marchio et Dux Tusciae, tre riguardevoli Corti, avente ciascuna castello e parrocchia, cioè Bazzano, Livizzano e Santa Maria in Castello cum Roca et Ecclesia inibi. All’incontro esso Marchese dà al Vescovato tre altre Corti con varj beni, cioè Gavello, Panzano e Ganeceto. Gli dona ancora cinque mansi in terra, la rendita de’ quali serva per l’annuo pagamento del censo; i quali mansi da lì a poco lo stesso Vescovo donò alla Cattedrale per la sua luminaria, come apparisce da altro suo strumento del medesimo anno. Forse tal dono fece quel Prelato per quetare qualche mormorazione di chi trovava della prodigalità nel suddetto livello, al vedere staccate dalle mani del Vescovo sotto sì specioso titolo tre sì importanti castella, e passate in quelle di un Principe di tanta potenza. Chiamai prodigalità questa sorta di livelli in persone potenti. Imperciocché, comunque tal sorta di contratti fatta col volgo tornasse talora in profitto delle chiese, dubito io forte se questo mai succedesse, allorché in mano di persone qualificate e di principi, qual fu il marchese Bonifazio, si trasferivano i beni delle chiese. Certamente si meraviglierà taluno al vedere ch’egli tante terre donasse ai Vescovati di Modena e Cremona, quando dopo la morte d’esso e de’ suoi eredi tanto le ricevute in livello, che le dovute da lui, doveano ricadere in quelle chiese. Ma è da osservare ch’egli donava bensì del suo, ma si riservava l’usufrutto anche di questo, durante la vita sua e degli eredi: sicché egli seguitava a godere il suo, e in oltre acquistava quello delle chiese. A far poscia la restituzione, venendo il tempo, poca voglia ne avevano i possessori potenti; né mancavano loro arti e forze per continuare nel possesso di tutto. In fatti, mancata che fu di vita la contessa Matilda figlia di Bonifazio nell’anno 1115, tanto la Chiesa Romana da lei istituita erede, che Arrigo VI fra gl’Imperadori fecero lite per quella eredità, e lo stesso Imperadore venuto in persona in Italia si mise in possesso di tutto. Se un palmo di terreno riacquistassero le chiese, che tanti beni aveano conceduto ad essa Matilda e a’ suoi maggiori, non è giunto a mia notizia. Solamente so che per tanti beni di chiese dati in feudo o livello, e per simili contratti mirabilmente crebbe la potenza del marchese Bonifazio, gran cacciatore d’essi, e di sua figlia. Il che con altro esempio è stato maggiormente confermato con una carta esistente nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Reggio, dove son registrate tutte le castella, pievi ed altri beni ch’esso Marchese si procacciò a poco a poco dai Vescovi di Reggio; e pur non v’è descritto tutto, perché non vi si annovera la rocca di Canossa, la quale, per attestato di Donizone Azzo avolo suo, ricevette in feudo dal Vescovo di Reggio. Quella notizia, scritta circa l’anno 1070, che non si può leggere senza stupirsi, tanta è la copia di que’ beni, comincia così: Castella et Plebes, quae tenuit Bonifacius Marchio de Regiensi Episcopatu. Castellum de Tuano, ec. Da questo solo si può comprendere, quanti altri beni da tante altre chiese si avesse egli procurato.

Solenne usanza fu anche ne’ vecchi secoli, che quasi mai non si concedeva livello senza stabilire il censo, o sia la pensione che si dovea annualmente pagare per esso al diretto padrone. Ma quanto difficilmente, anzi quanto di rado i potenti lo pagassero, si raccoglierà da un diploma, conservato nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Arezzo, il quale non potei ben determinare se fosse originale, o pur copia antichissima. Contiene esso la conferma di tutti i privilegj fatta ad essi Canonici nell’anno 963 da Ottone I imperadore. Quivi fra l’altre cose si legge: Quia Tuscis consuetudo est, ut accepto ab Ecclesia libello, in contumaciam convertantur contra Ecclesiam, ita ut vix aut nunquam constitutum reddant censum: precipimus, modisque omnibus jubemus, ut nullus. Episcopus vel Canonicus libellum, aut aliquod scriptum alicui homini faciant, nisi laboratoribus, ec. Cioè si dieno solamente le terre da coltivare ai villani, senza più concederle a livello. Da questo documento, dato Monte Feretrano ad Sanctum Leonem VI idus maji dell’anno 963, impariamo il tempo in cui Ottone il Grande assediò in Monte Feltro Berengario II dianzi re d’Italia. Il Continuatore di Liutprando (Par. I del tomo II Rer. Ital.) scrive di esso Imperadore: Progrediens Montem Feretratuim (altri testi hanno Feretranum) quod Oppidum Sancti Leonis dicitur, in quo Berengarius et Willa erat, obsedit. Torniamo ai cenni, che si pagavano o doveano pagarsi da chi riceveva beni a livello. Questi si truovano chiamati homines censiles, censarii, censiti, incensiti, censuales nelle vecchie carte. Che fossero tutti gente libera, a me par verisimile, ma asserirlo positivamente non oso; perciocché s’incontrano anche dei servi coloni, che pagavano censo ai lor padroni. Ai feudi non si soleva imporre pensione, per quella ragione che i vassalli erano obbligati al servigio personale in difesa o in onore del loro Seniore; ora diciamo Signore: e questo costume dura tuttavia. Contuttociò, come abbiamo osservato nella Dissertaz. XI, a poco a poco si andò introducendo il costume, anche per li feudi minori e poi per li maggiori, di pagare qualche annua pensione ai diretti padroni, solamente a titolo di conservar la memoria del vassallaggio. Consisteva tal pensione, non già in danaro, ma ordinariamente in una spada, in un paio di speroni o di guanti, in un falcone o sparviero, ed anche in un paio tempo differenti i censi livellarj; anzi ve n’era di quelli che contenevano qualche colore di piacevolezza. In Bologna un livellario de’ Monaci Benedettini a nome di censo pagava il fumo di un cappone cotto: cioè ogni anno in determinato giorno, mentre l’Abbate era a tavola, esso livellario si presentava con un cappone, cavato dall’acqua bollente e chiuso fra due piatti; lo scopriva tanto che il fumo ne uscisse; e poi se n’andava, riportando seco la sua vivanda, e avendo soddisfatto al suo dovere. Un altro censo di livello si pagava con presentare nella festa di Santa Maria Maddalena un grappolo di uva nera. Mi raccontava il sig. Niccolò Cristofani, cancelliere dell’Arcivescovato di Lucca, uomo studioso delle antichità, di aver trovato di somiglianti censi bizzarri in quelle carte. Persona che teneva in livello dagli orfanelli di Lucca, era tenuto a portar loro nel primo giorno di maggio qualche albero, da noi chiamato maio, ornato di molte fettucce, con tre spiche di frumento. Se queste mancavano, egli decadeva dal livello. Perciò conveniva che costui tenesse ben coltivato un pezzo di terra, e ben esposto al sole, per potere in quel dì soddisfare al debito suo. I Dominicani di Lucca ebbero a livello dai Monaci di San Ponziano la chiesa di San Romano. Ogni anno in certo dì vanno gli antichi padroni colà a celebrar Messa. Loro si prepara da essi Dominicani un pranzo, limitato a certe vivande. Finito questo, loro si paga per censo un grossetto d’argento bene sonans; e per farlo conoscere tale, si gitta sopra la tavola, acciocché da’ circostanti ne sia inteso il suono. Pagata questa pensione, restano i Frati suddetti in possesso della chiesa. Lasciò un sacerdote erede del suo una non so quale Confraternita rurale, con obbligo di tener sempre il suo ritratto in certo luogo. Ciascun anno in determinato giorno conviene interrogare a un per uno tutti i confratelli radunati, se ivi sieno presenti. S’ha anche da interrogare, se vi sia il prete testatore. Uno allora risponde: Non c’è. Salta su un altro, e dice: Come non c’è? Eccolo, miratelo; e in così dire mostra a tutti il ritratto di lui dipinto. Tralascio altri simili esempli.

Altre volte ho detto, e qui mi convien ripeterlo, che assaissime persone negli antichi secoli, per sottrar la roba loro dai pubblici aggravj, donavano ai sacri luoghi i proprj beni, e fra poco ricevevano quegli stessi a livello. In profitto dell’una e l’altra parte tornava questo contratto. I Re e Principi scorgendo ciò fatto in frode e pregiudizio del loro fisco, gridavano, e vietarono talvolta questo mercimonio; ma poca forza ebbero i loro editti. Abbiam veduto di sopra che molto era dato dalle chiese ai secolari, con ricever poco da essi. Ma alle volte i secolari, molto donavano alle chiese, e poco da esse ricevevano. Ciò apparirà da un esempio, cioè da uno strumento, la cui copia era di secento anni, conservato nel Monistero Pistoiese di San Bartolomeo de’ Canonici Regolari. Da quello apparisce fatta nell’anno 831 una ricca donazion di beni al Monistero suddetto da Rafuso e Lamprando preti, i quali appresso ricevono a titolo di precaria e livello i medesimi beni con picciola giunta di terra, fatta da Gausprando Abbate. Merita osservazione in questa carta, che non solamente case e poderi si davano una volta a feudo o livello, ma fin le stesse chiese: il che pare che non fosse comportabile. E pure io vidi nell’archivio dell’Arcivescovato di Lucca mia carta, in cui Berengario vescovo di quella città nell’anno 839 concede a livello la chiesa di San Pietro in Asulari. In un’altra carta del medesimo anno lo stesso Vescovo fa una permuta di beni, alla stima dei quali insimul direxit Aginone Comite Misso suo. Questo Conte di Lucca in altre pergamene si vede chiamato Aghanus In altro strumento, scritto anno VII Berengarii Augusti, pridie kalendas maji, indictione X, Flaiberto cherico Scabino riceve a livello da Pietro vescovo di Lucca la chiesa di San Tommaso posta nella città presso la posterla e le mura, colla pensione annua di dodici danari d’argento. La terza, scritta nell’anno 893, ha, che Gerardo vescovo concede con titolo livellario Ariperto, qui et Azo, ad censum persolvendum la chiesa di Santa Eufemia situata in Lucca. La pensione è duodecim denarios argenti bonos expendibiles. Tralascio altri esempli, bastando questi per farci intendere, come una volta i vescovi si abusassero della lor podestà sopra i luoghi sacri. Perciocché in conferendo le chiese o ritenevano una porzion de’ beni ad esse spettanti, o ne esigevano un grosso censo dandole a livello: il che produceva che poscia i Rettori ne dilapidavano i beni, al dispetto de’ Concilj, e de’ giuramenti da loro stessi prestati. Nel sopra lodato archivio carta si truova scritta nell’anno 913, in cui Lamberto prete riceve ad persolvendum censum da Alchisio Rettore della chiesa di San Giovanni, quae est Plebs Baptismalis in loco Barga, la quarta parte della chiesa di San Giovanni co’ suoi beni, sottoposta ad essa Piove, e la quarta parte Ecclesiae Sancti Geminiani, con obbligo di pagare annualmente denari d’argento XCVI, col qual prezzo esso Piovano possa comperare equum barbanum et porcum grassum, ch’egli dee pagare al Vescovato per la suddetta Pieve. Vedi che brutti costumi allora si fossero introdotti. In confermazione di ciò viene un’altra carta dell’anno 806, dove Gheriprando prete, figlio della buona memoria di Ghisiprando prete, dona per l’anima sua beni alla chiesa di Santa Maria e di Santo Ippolito; e prega Dominum et virum beatissimum Jacobum Episcopum Lucensem, che voglia costituire tanto lui, che i suoi figli e nipoti Rettori di essa chiesa. Promette lo stesso Gheriprando prete una cum Marino et Ruperto presbyteris filiis, aut nepotibus suis (io non so come andasse con tanti preti l’uno dall’altro discendenti) di pagare al Vescovo ogni anno unum gustare. Nella lingua Franzese gouster, o gouter, significa italianamente una colezione o merenda. Anche le Glosse antiche danno questo significato a gustarium. In oltre, come osservò il signor Antonio Maria del Chiaro nella Storia della Valacchia, il popolo di quel paese usa gustare in vece di jentaculum fra molt’altre reliquie rimaste ivi della lingua Latina. Truovasi in oltre questa voce in una carta Lucchese dell’anno 785, e da me rapportata nella Dissertazione XIII. Ma non la sola merenda dovea pagare quel Gheriprando, ma anche par boum et equum, qui ambo valeant solidos quadraginta; aut loco ipsorum buom et equi, eosdem solidos quadraginta, ec. Ed ecco che traffico facessero de’ luoghi sacri una volta alcuni vescovi e parrochi. Debbo nondimeno confessare che in alcune altre poche pergamene si truova destinato il censo, non al Vescovo, ma alla Cattedrale di San Martino. Fra l’altre una ne vidi, spettante all’anno DCCC, in cui Giovanni vescovo di Lucca ordina Rettore della chiesa d’Asulari Feroaldo e Hilprando suo nipote, imponendo la pensione in libris quadraginta olei, da pagarsi alla Cattedrale per la luminaria. Ma questo Vescovo si distinse per la santità de’ costumi, e però in Lucca si meritò il titolo di Beato, perché non cercava l’utilità propria; dalla qual febbre non si guardarono alcuni de’ suoi succesori. Sospettò l’Ughelli che questo Giovanni vescovo terminasse il suo vivere nell’anno 799; ma egli era vivo anche nel febbrajo dell’anno seguente. Né solamente in Toscana si praticò questa mercatura, ma ebbe seguaci anche in altri paesi. Ne’ MSti di Pellegrino Prisciano son riferiti due strumenti, l’uno de’ quali appartiene all’anno 969. In esso Venerio Abbate Monasterii Sancte Mariae, quae vocatur in Aula Regia, della Diocesi di Comacchio, dà a livello ad un Bornizone prete la chiesa di San Michele Arcangelo posta nel borgo di Ferrara, con obbligo di ben trattare i messi del Monistero, e di pagare ad essi la metà delle obblazioni. L’altra è forse dell’anno 972, dove il medesimo Abbate conferma la suddetta chiesa allo stesso Bonizone colla giunta di un casale. Vedesi ancora nell’archivio del Capitolo di Reggio la conferma fatta da Gandolfo vescovo di essa città nell’anno 1066 della chiesa di Santa Maria di Castel Nuovo, già allivellata da Teuzone vescovo ad Ingone e ai suoi posteri, con pagare ogni anno due denari di moneta Pavese. Pare che sì fatti livelli non fossero punto da biasimare, perché forse chi riceveva quelle chiese, o le aveva fabbricate, o risarcite. Per questa ragione il gius del patronato anche oggidì si conferisce a somiglianti benefattori delle chiese.

Ma non mancarono Ecclesiastici una volta, i quali anche senza questo titolo davano a livello i sacri templi, non altrimenti che facessero de’ poderi. E ciò particolarmente si praticò delle decime, ch’essi Pastori vendevano, donavano, permutavano. Non occorre ch’io parli qui dell’istituzione ed antichità delle stesse decime. Abbiamo questo argomento pienamente trattato dal chiariss. P. Tomassini nel tomo III de Beneficiis. Molto anche di esse ci somministrano le leggi Longobardiche e i Capitolari dei Franchi. Ora solamente s’ha da osservare, come queste decime si trasferissero dai prelati e parrochi, benché fossero beni destinati al loro alimento, in monaci, canonici, ed anche in persone secolari. L’istituzione de’ canonici specialmente si dilatò e crebbe sotto Carlo Magno e Lodovico Pio suo figlio, come si vedrà nella Dissertazione LXII. Tanto prima aveno i monaci propagato il sacro loro istituto per tutti i paesi Cristiani, con aver fondati innumerabili monasterj, celle e priorati. I vescovi adunque, che per lodevol motivo e zelo di Religione prendevano a fondare o ad arricchire qualche monistero o collegio di canonici, usarono talvolta di donar loro una porzion delle decime dovute alla Mensa episcopale, trasferendo in essi monaci o canonici il gius di esigerle. Ciò che facesse il vescovo di Verona Ratoldo nell’anno 813 verso i Canonici della sua chiesa, cel fa sapere una carta pubblicata dall’Ughelli. Molti beni ancora, e fra essi le decime delle città contribuirono i Vescovi di Padova al Capitolo de’ loro Canonici, come ce ne assicura un diploma di Berengario I Augusto dell’anno 917, conservato nell’archivio di essi Canonici. Io lo credei sulle prime originale. Ma osservato poi che l’indizione sesta (s’io ben copiai) non corrispondeva ad esso anno 917, giudicai che quel privilegio appartenesse più tosto all’anno 918, nel maggio del quale veramente correva l’indizione sesta e l’anno terzo dell’Imperio di Berengario. Ora confermando esso Augusto tutti i privilegj d’essi Canonici, fra l’altre cose parla de decimis civitatis per omnia, cum titulis et villulis suis ad eamdem civitatem pertinentibus. Ritruovo parimente donato ai Canonici di Parma da non so qual Vescovo decimas omnium hominum habitantium Parmam, laborantium suburbanis terris, come apparisce da un diploma di Ottone III Augusto, dato in Roma nell’anno 996. Quanto ai monaci, ottennero anch’essi dalla munificenza de’ vescovi varie decime. Il Rossi nella Storia di Ravenna all’anno 992 scrive che fu data licenza da Giovanni arcivescovo ad Asolfo vescovo d’Adria di poter dare le decime di Gavello a Domenico abbate di quel luogo. Ne ho io rapportata l’investitura, presa dai MSti di Pellegrino Prisciano. Pagavano una volta anche i poderi de’ monisterj le decime ai vescovi. Nell’archivio de’ Benedettini di Arezzo esiste carta dell’anno 1023, in cui Tedaldo vescovo di quella città dona al Monistero di Santa Flora integrum redditum decimarum dei beni di quel sacro luogo, quae debentur nostro Episcopio. Cosa facessero in favore del celebre Monistero de’ Benedettini di Santa Giustina i Vescovi di Padova, si raccoglie da uno strumento, ricavato dall’archivio di que’ Monaci, spettante all’anno 1034, in cui Burcardo vescovo di Padova conferma ad esso Monistero le donazioni fattegli da Gauslino ed Orso vescovi suoi antecessori, con aggiugnervi Ecclesiam Sancti Angeli cum decimis et quartis; decimas de Curte, quae dicitur Mazerata, et quartis; decimas de Corniclana; decimas de Braidepalea, decimas de Casamurata; decimas de Vico Leonis; decimas de Carpeneto; et decimas de Robolone. Si osservi, come alcune terre pagavano le quarte. Molto più da notare il dirsi dal vescovo Burcardo, che Gauslinus Patavensis molta cura avea avuto de Ecclesia Sanctae Justinae Virginis, quae sua est foris civitatem Patavensem, quam olim destractam ac desolatam pene ab omnibus pro Dei amore, et veneratione ejusdem Sanctae Justinae Monasterium ibi construxit, et Abbatem atque Monachos ordinavit, atque ex ipsius Episcopii rebus donactionem tantam clonavit, ut aliquantulum ibi Deo servientes possint vivere. Noi qui miriamo la fondazione e il fondatore del Monistero di Santa Giustina tanto tempo dopo il preteso Opilione Patricio: del che s’è parlato di sopra nella Dissertazione XXXIV.

A queste notizie si aggiunga una sentenza data nell’anno 1113 da Gregorio Cardinale Legato della Sede Apostolica, in un placito tenuto in Lucca per la controversia di alcune decime fra Adamo piovano di Buiano e Vitale abbate di quel luogo. Possedeva il Monistero de’ Canonici Regolari di Santa Maria delle Carceri in Este, già fondato dai Marchesi Estensi, molti poderi nella Corte di Santo Zenone, distretto Veronese. Vedesi la carta in cui Teobaldo vescovo di Verona nell’anno 1150 investisce della decima di tutte quelle terre Domenico priore di quel Monistero. Anche il gius di decimare lo troviamo nelle monache, certamente per dono ad esse fatto dai vescovi. In una bolla di papa Urbano III dell’anno 1187, onfirmatrice di tutti i beni e privilegj delle sacre Vergini di Santa Eufemia di Modena, noi miriamo registrate decimas Molendini Episcopi, quod est in Porta Cittanovae; et decunas et redditus in Sorbaria; et decimas, quas a quadraginta annis Ecclesia vestra, rationabiliter et pacifice tenuit.

Finalmente furono le decime trasferite una volta da’ vescovi negli stessi secolari. Pruova di questo sarà la cessione che fa ad Azzo VI marchese d’Este nell’anno 1195 Isacco vescovo d’Adria della decima, quam habet in pertinentia Mardimagi, in pertinentia Rodigi a latere. Sanctae Justinae, excepta decima Grumpi; et decimam pertinentiae Conchederamo; et decimam in pertinentia Arquadae. Et in omnibus praedictarum decimarum refutationibus, a suis majoribus, vel ab eo infeudata exceptuavit. E ciò fece con riceverne in cambio il castello di Ariano. Vedasi poi l’investitura feudale data nello stesso anno dal medesimo vescovo Isacco del predetto castello al Marchese in Argenta alla presenza di Guglielmo arcivescovo di Ravenna. Et etiam investiuit dictum Dominum Azonem de omnibus infrascriptis decimis. In primis de tota decima Sarzani. De medietate decimae Murdimagi. Item de tota decima Busii, Arquadae, Gragnani, Conchederamo, Roverdecreto et Grompi. Aggiungasi l’investitura di una decima data nell’anno 1083 da Graziano vescovo di Ferrara ad Aldigieri Giudioe. Che anche nel secolo X precedente si usasse questo mercimonio di decime, ne fa fede una carta dell’Arcivescovato di Lucca, scritta l’anno 991, in cui Teudicius Comes quondam Gerardi filius prende a livello a Geranio Episcopo Lucense varj beni spettanti alla chiesa di San Giusto, Pieve Battesimale nel luogo di Padule, insieme colle decime delle ville suggette ad essa Pieve. Dal che si viene ad intendere perché Geroo Proposto Reicherspergense nel libro de corrupto Ecclesiae statu, nel tomo V delle Miscellanee del Baluzio, scrisse con dire: similiter et miei laicos vix invenias in ordine militari aliquem suis contentum stipendiis ad saecularem videlicet, militiam pertinentibus, ita ut non habeant decimas, militiae spirituali potius quam saeculari ordinatione destinatas. Di quali cose poi in molti luoghi si pagasse una volta la decima, si può comprendere da una carta Sanese, che ci fa vedere con qual rigore procedessero in questo alcuni vescovi. Appartiene essa all’anno 1118, ed è la concessione in livello di varie decime, fatta da Berardo vescovo di Roselle, non conosciuto dall’Ughelli, a Rainieri abbate di San Bartolomeo di Sestinge. Ivi si legge, quantum debitum et redditum singulis hominibus in praedictis villis illis, que ex decimatione illorum debiti sunt reddendum Domui et Episcopatui nostro Sancti Laurentii, tam laborem, quam et venditionem, et de bestiis, et vitulis, et porcis, et pecoribus, et jumentis, et volatilibus, seu qualibet rem, ferrum, arigentum, semi exosam, suprascriptis hominibus de Tapascio usque in Bronam consuetudo fuerit reddendum. Excepto et antepono decimationem, quam Dodo Episcopus, ec. Nella Storia di Berganio del P. Celestino si legge una lettera di Adelberto vescovo di quella città, la quale nondimeno io non mantengo per documento sicuro, perché scritta si dice Regnante Hugone pio Imperatore in Italia. Quivi quel santo Prelato dona al Proposto della chiesa Santo Alessandro omnes decimas grani cujuscumque fuerit, et vini, et lignorum, et animalium, boum, porcorum, caprarum per alquante miglia del distretto di Bergamo. Dissi parermi cosa impropria il titolo d’Imperadore dato al re Ugo, quando ognun sa ch’egli mai non ottenne la dignità imperiale. Può qui rispondere alcuna, trovarsi presso l’Ughelli nell’Appendice del tomo V dell’Italia Sacra, dove si parla de’ Vescovi Aprutinensi, una carta, scritta ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi sunt anni nongentesimi vigesimi sexti, et regnante Domno Ugone gratia Dei Rege Imperatore Augusto sextadecima. Forse vi si leggeva Augusti dei sextadecima. Ma si può temere che ancor questa sia carta di poca fede. Tuttavia non negherò che il re Ugo non andasse a caccia della corona imperiale (non già nell’anno 926), e che a questo fine egli si portasse a Roma, con signoreggiar ivi anche per qualche tempo; il che potè far credere ad alcuno ch’egli fosse divenuto imperadore (Vedi anche la Dissert. XLI, dove si truova lo stesso Ugo ornato di questo titolo). Ciò sia detto di passaggio: Ma nulla più chiaramente ci può far conoscere fin dove si stendesse il rigor delle decime, quanto una carta rapportata dallo stesso Ughelli, tomo VI, ne’ Vescovi di Caserta. Quivi Carlo II re delle due Sicilie nell’anno 1303 conferma ad Azzo vescovo di quella città Decimas de calcariis terrarum, reditibus in pecunia, seu de tarenis, reditibus gallinarum, caponum, et aliorum pullorum: de scaticis (forse escaticis), porcellis, agnis, spallis, olivis, jardinis, uvis vendimialibus, omnibus pratis... armentis jumentorum, bubalorum, vaccarum, gregibus ovium et porcorum, pecunia fidantiae, firraneorum (parola guasta) praeterquam defor facturis ec., de victualibus omnibus provenientibus ex caesis montis Gloppe, ec., medietatis olivarum, pomorum omnium, ec., toto vino, olivis, et victualibus omnibus, passagio utrium, seu scaphae ec., jure plateatici, proventibus bajulationis, ec., de lino, frumento, hordeo, ec. Si può egli dire di più? S’ha nondimeno da aggiugnere che tali decime erano state concedute da pie persone pro suorum remissione peccaminum alla chiesa di Caserta, e però appartenevano al Vescovo non pel comune jus de’ Canoni, ma da un particolare per la liberalità de’ Fedeli.

Tant’oltre poi si stese questo traffico delle decime, ch’esse si vendevano, donavano e permutavano a guisa di beni allodiali; e di qui avvenne che anche a’ nostri tempi presso alcuni nobili laici si conserva questo diritto. Ho prodotto una carta del 1198, contenente la permuta di alcune decime fatta da Azzo VI marchese d’Este con Gerardo vescovo di Padova, e i Canonici Regolari d’Este. Sembra ancora che i Romani Pontefici non disapprovassero questo passaggio di decime ne’ secolari. In uno strumento Lucchese dell’anno 1198 si legge: Manfestas sum ego Walfredus Comes filio bone memorie Ardinghi, qui fuit simul Comes, quia tu Alexander Sancte Romane Ecclesie Presul et Lucensis Episcopus per cartula livellario nomine ac censum et persolvendum dedisti mihi, ec. Fra varj beni sono ivi registrate varie decime. Altre simili carte d’esso papa Alessandro, come vescovo di Lucca, ho veduto. Oltre alle decime si truovano anticamente nominate le nozze. Fra le Leggi Longobardiche (Par. II del tomo I Rer. Ital.) la sessantesima di Carlo Magno ha queste parole: Praecipimus, ut quicumque de rebus Ecclesiasticis habent, pleniter secundum morem regionis nonas et decimas ad ipsas Ecclesias donent. Resta tuttavia nella lingua Franzese donare significante dare. Leggesi parimente nella CLVI del medesimo Augusto: De rebus Ecclesiarum ande nunc census exeunt, decimae et nonae sint solutae. Qualsivoglia terra posta nella Diocesi pagava al vescovo o pure al parroco nella sua parrocchia, secondo la diversità de’ paesi, la decima di tutti i frutti. Ma chi riceveva terre proprie dalla chiesa a coltivare, si crede che oltre alla decima comune pagasse la nona parte di quella rendita alla chiesa diretta, padrona. Però col nome di quarte, da noi sopra vedute, forse pare che per la stessa ragione s’abbia da intendere la quarta parte de’ frutti. In una convenzione fra Niccolò marchese d’Este signore di Ferrara, ec., e Tommaso Perondoli arcivescovo di Ravenna, dell’anno 1421, per la terra di Argeinta, si vede che il Marchese concede ad esso Prelato decimam, et jus decimandi totam villam Paviolae, ec. Quod si contingat, ex dicta decima, ec., solvi aliquod quartesium, vel quartam decimarum alicui Ecclesiae, ec. Noto è poscia a qualunque Erudito che abbia conoscenza degli antichi Canoni, che gli stessi monaci erano costretti a pagare la decima de’ loro poderi al Vescovo, ovvero delle chiese parrocchiali. Ma questa per lo più i Prelati per motivo di Religione, ed acciocché i monaci fossero più disposti ad esercitare l’ospitalità verso i pellegrini e poveri, loro la soleano rimettere. In una carta dell’anno 1144 noi troviamo che Bellino vescovo di Padova concede al Monistero de’ Canonici Regolari d’Este le decime della Scudescia in susceptione pauperum et hospitum, con aggiugnere: Nam quartam portionem, quibus competit, reservamus Ecclesiis. Ecco di nuovo spiegato che significassero le quarte. Nella Dissertazione susseguente vedrà il Lettore, quanto una volta gareggiassero i monaci, canonici ed altri Ecclesiastici per albergare i pellegrini e poverelli. Talmente a quest’atto di carità attendevano, che in certa maniera riservavano a questo fine la decima della loro mensa, come si raccoglie da alcuni documenti del Bollario Casinense.

Ma non mancavano una volta vescovi e parrochi, i quali niuna indulgenza usavano co’ monaci, e con tutto rigore da essi ancora esigevano le decime. Perciò i Romani Pontefici nel privilegiare i monisterj, confermavano bensì ad essi l’esenzion delle decime, purché l’avessero ottenuta dai vescovi; ma loro non la concedevano contra il volere de’ vescovi stessi. Nulladimeno nel secolo XII s’introdusse il costume, che se i monaci riducevano a coltura qualche terra incolta, e la lavoravano colle proprie mani, questa dovea andar esente dell’aggravio delle decime. Novalia si nomavano simili terreni. Molte bolle riferite dal Margarino nel Bollario Casinense ne fanno fede. Ho io solamente rapportato una bolla di papa Alessandro III del 1173, in cui conferma ad Oprando abbate del Monistero di San Simpliciano di Milano tutti i suoi privilegj e beni, dove si legge la consueta formola: Sane Novalium vestrorium, quae propriis manibus, aut sumptibus colitis, sive de nutrimentis vestrorum animalium nullus a vobis decimas exigere, vel extorquere praesumat. Che questa esenzione fosse stabilita in un Concilio Pisano, e poscia in un altro Romano, possiamo apprenderlo da una bolla di Robaldo arcivescovo di Milano dell’anno 1139, in cui secondo i decreti della Sede Apostolica ordina che certe Monache non paghino decime di terre coltivate a loro spese. Ecco le sue parole: Venerabilis Pater noster et Dominus Papa Innocentius in Pisano residens Synodo, ec., hoc promulgavit decretum. Ut videlicet Monachi et Regulares Canonicu de laboribus terrarum, quas propriis excolunt sumptibus, decimas nullatenus tribuant: quod etiam in Concilio nuper Romae celebrato Apostolica sanxit auctoritate. Lo stesso s’ha da una bolla di papa Gregorio VIII data in Reggio nell’anno 1187, e in un’altra data nel novembre del medesimo anno in favore di Michele abbate di San Pietro di Modena. A lavorar le suddette terre si adoperavano i Conversi; e molti perciò ne doveano allora avere i monisterj. Oltre ai beni che anticamente gli Ecclesiastici concedevano ai laici in feudo, o a livello, noi troviamo una terza maniera di concessione, cioè di dar loro ad guardiam, o sia ad custodiam, le castella ed altri dominj temporali sino a certo tempo. Imperciocché o venendo, o temendosi che venissero guerre, e conoscendo i vescovi ed abbati di non aver sufficienti forze per custodir quelle castella, le raccomandavano e consegnavano a secolari potenti, affinché le difendessero. Così fece nell’anno 1112, come consta da uno strumento, Ubaldo arcivescovo di Ravenna, che ad Azzo VI marchese d’Este concessit guardia castrum Argentae ut custodiat, ad honorem et utilitatem Domini Archiepiscopi et Ecclesiae Ravennatensis. Con altro rogito il Marchese diede de’ mallevadori delle sue promesse. Vedesi ancora dato in custodia ad alcuni Nobili il castello di Fumone da non so qual Pontefice, e la restituzion d’esso a papa Gregorio IX nell’anno 1233.

Si vuol ora osservare che il dare a livello talvolta presso gli antichi era una specie di locazione, come apparisce da uno strumento dell’anno 970, tratto dal codice MSto di Cencio Camerario, in cui Giovanni XIII papa concede Stephaniae clarissimae Senatrici, ejusque filiis ac nepotibus civitatem Praenestinam con obbligo di pagare per annua pensione alla Chiesa Romana dieci soldi d’oro. In un’altra carta dell’anno 1207 Innocenzo III papa rinnova a molti condomini locationem castri Frusinonis. La pensione annua era di tre soldi d’oro. In uno strumento dell’anno 934 si osserva il rito anche oggidì praticato nei livelli, che passano in altre persone, purché non sieno mani morte, dicendosi ivi che il Primicerio della Scuola de’ Cantori di Roma concede conductionis titulo ad alcuni certe terre. Quod si filii aut nepotes minime fuerint, duabus etiam extraneis, personis, cui voluerint, relinquendi habeat licentiam (exceptis Piis Locis, vel Publicis num.... Militum, seu Bando). Altre carte nondimeno si truovano, nelle quali è permesso ad alcune chiese l’acquistare stabili, dati in livello ai laici; e particolarmente questo si usò in Ravenna. In pruova di che ho addotto uno strumento del 1108, in cui Giovanni abbate del Monistero Ravegnano di San Gio. Evangelista conferma molti beni alla chiesa di Santa Maria in Porto, con facoltà di poter acquistare i livelli dello stesso Monistero. Né si dee tralasciare un altro contratto, spezialmente usato in Ferrara; cioè di concedere case e campi ad usum con pensione il che nulla sembra diverso dai livelli; e pure dee in qualche cosa disconvenire da essi. Si può consultare su questo il popolo e gli Statuti di Ferrara. Merita anche menzione uno strumento esistente nell’archivio troppo svaligiato dell’insigne Badia di Nonantola, posto nel territorio di Modena, in cui Gotescalco abbate nell’anno 1058 concede a quel Popolo, che tuttavia n’è in possesso, una gran quantità di beni, senza specificare, se a titolo di feudo, livello od uso. Finalmente si dee far avvertire il Lettore, che nelle antiche carte e ne’ diplomi non rade volte sono menzionati Chartulati, Chartularii, e Libellarii. Nella legge centesima Longobardica di Carlo Magno (Par. II del tomo I Rer. Ital.) è comandato: Ut servi, Aldiones, Libellarii antiqui, vel alii noviter facti, qui non per fraudem, neque per malum ingenium de publico servitio se subtrahentes, sed per solam necessitatem et paupertatem terram Ecclesiasticam colunt, vel colendam suscipiunt, non a Comite, vel aliquo Ministro illius, ad ullana angariam, seu servitiun publicum vel privatum cogantur. Nella XII del medesimo Augusto si fa menzione de Cerariis et Cartulariis. Così nelle Croniche di Casauria e di Farfa troviamo servos, ancillas, Chartularios, Commenditos, Aldiones, Libellarios. Il Baluzio nelle Annotazioni ai Capitolari e il Du-Cange nel Glossario Latino, credono non altro essere stati i Cartolarj, se non liberti, o vogliam dire servi manomessi per chartulam; e i Libellarii manomessi per libellum. Non ho difficultà a credere che il Cartolario fosse liberto, perciocché nella legge XIII Longobardica del re Pippino homo denarialis, cioè manomesso per denarium, si dice escluso dall’eredità, finché in tertiam generationem perveniat; con soggiungere. Et homo Chartularius similiter: parole indicanti che costui venisse nel ruolo de’ liberti. Contuttociò merita osservazione il trovarsi nelle Giunte da me fatte alla Cronica Casauriense (Par. I, tomo II Rer. Ital. pag. 944) che que’ Monaci chieggono justitiam de isto Lieuteri, quatenus res Candoli de Suliano, et res Romani, ec., qui fuerunt Chartularti Alloni, qui olim Castaldio fuit, et modo ipse est Monachus, et Chartulatus de supradicto Monasterio de omni re sua, contendit nobis. Qui sembra che il Cartolato fosse persona la quale per chartulam, o sia a titolo di livello, avesse acquistato i beni di Allone. Certamente questo Allone fu gastaldo e persona libera. Avendo poi professato il Monachismo, avea trasferito nel Monistero il dominio de’ suoi beni, con ritenerene, l’usufrutto, sua vita naturale durante. E però siccome egli era divenuto Cartolato del Monistero, così quegli uomini, appellati Chartulati Allonis, pare che godessero a titolo di livello i beni di lui. Aggiungasi un’altra carta (ivi, pag. 947) spettante all’anno 876, dove Romano abbate è investito de rebus quae fuerunt Ursonis Castaldionis et Ermesindae, et de omnibus quaecumque jam antea per investituram a Patre (o parte) Domni Ludovici Imperatoris tenuerunt comptratione, Chartulatione, donatione, seu conquisito. Qui si vede che la Cartolazione era uno de’ titoli co’ quali si acquistavano beni per chartulam, e non già per conseguire la libertà. E però sembra essere stato un contratto poco diverso dall’enfiteusi. Resta anche verisimile che Libellarii fossero chiamati coloro che tuttavia ritengono in Italia il nome di Livellarj, cioè di persone che aveano preso a livello qualche fondo. Truovansi ancora questi Libellarii col nome di Precari dalle Precarie significanti Livello. Nel Catalogo dei Vescovi di Parma (tomo II Italia Sacra ne’ diplomi di Carlo il Grosso dell’anno 890, e di Ottone I Augusto del 962) si concede al Vescovo di Parma la facoltà distringendi familias omnes Residentium super praefatae Ecclesiae terras sive Libellariorum, sive Precariorum, seu Castellanorum. Col nome di Residentes erano disegnate persone libere o liberti, le quali col titolo di livello, precaria o castellania tenevano beni della Chiesa di Parma. Così in un diploma dell’anno 936, presso il Campi nella Storia Ecclesiastica di Piacenza, Ugo e Lottario Regi d’Italia confermano all’Abbate di Tolla tutti i suoi beni cum servis et crucillis utriusque sexus, cum Aldus et Aldiabus, cum liberis hominibus: Commenditiis, Libellariis, seu super ipsam terram residentibus. Certamente aveano le chiese molte persone che riconoscevano a livello beni d’esse, e godevano de’ lor privilegj ed esenzioni. Se tal gente non venisse sotto il nome di Libellarii, sarebbe restata qui esclusa dal catalogo dei dipendenti del Monistero suddetto: il che non si può pensare: similmente in un diploma di Lodovico II Augusto dell’anno 873 (presso il Puricelli ne’ Monum. Basil. Ambros.) leggiamo confermate al Monistero Ambrosiano tutte le sue tenute cum servis et ancillis, Aldionibus, Libellariis, Cartulariis, et Commenditis ipsorum. E in un altro di Carlo il Grosso dell’anno 881 io truovo Commendatos, Libellarios, seu Cartularios. E però seguito a credere che col nome di Libellarii fosse denotato chi possedeva terre a livello; e così continuerò a credere, finché migliori pruove e documenti mi facciano mutare opinione.

FINE DEL TOMO TERZO

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Ultimo aggiornamento: 05 novembre, 2011